di Paolo Repetto, 24 gennaio 2025
Seconda stella a destra, questo è il cammino
E poi dritto fino al mattino
Non ti puoi sbagliare, perché
Quella è l’isola che non c’è
E ti prendono in giro se continui a cercarla
Ma non darti per vinto, perché
Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te
Edoardo Bennato
Il Re di Spagna fece vela cercando l’isola incantata
però quell’isola non c’era e mai nessuno l’ha trovata
svanì di prua dalla galea come un’idea.
Come una splendida utopia è andata via e non tornerà mai più.
Francesco Guccini
In un ipotetico (e sterminato!) indice dei nomi comparsi su questo sito, a ricorrere con maggiore frequenza sarebbe senz’altro quello di Robert Louis Stevenson. Non ci avevo mai fatto caso, ma ora mi rendo conto che è naturale, perché per la mia generazione e per le tre o quattro precedenti Stevenson è stato l’autore “di formazione” per eccellenza: L’isola del tesoro è il romanzo più letto e più amato da adolescenti e pre-adolescenti nell’ultimo secolo e mezzo (almeno fino a quando gli adolescenti hanno continuato a leggere). Non importa che lo abbiano letto in edizioni ridotte o in traduzioni approssimative, o addirittura che molti non abbiano proprio mai preso in mano il libro: lo hanno comunque conosciuto attraverso le innumerevoli versioni cinematografiche, radiofoniche o televisive che ne sono state tratte, o nelle svariate trasposizioni a fumetti.

Il perché di questo successo lo spiega l’autore stesso quando racconta come tutto è nato. Siamo nel 1881, Stevenson ha appena superato i trent’anni, è un intellettuale già affermato, ma gli è stata diagnosticata da poco una tubercolosi (all’epoca incurabile). L’anno precedente ha viaggiato in America, per ritrovare e sposare Fanny, una divorziata molto più anziana di lui conosciuta in Francia. Sentendo aggravarsi il male è poi tornato in Scozia, presso la casa dei genitori, e qui trascorre un inverno eccezionalmente piovoso (anche per gli altissimi standard locali di umidità) in un cottage nelle Highlands scozzesi, davanti al camino sempre acceso. Ad un certo punto si fa prestare matite ed acquerelli da Lloyd, il figlio dodicenne della sua compagna, che sta disegnando la mappa di un’isola, e ne disegna una a sua volta. Attorno alla mappa comincia poi ad immaginare trame che riversa in pagine da leggere la sera, davanti alla famiglia riunita (che tempi! Oggi guarderebbero L’isola dei Famosi). La vicenda è così affascinante che tutti, in primis il padre di Louis e il figlioccio Lloyd, partecipano attivamente, suggeriscono nuovi sviluppi, aggiungono particolari, inseriscono personaggi. Anche gli amici che arrivano in visita ne sono conquistati, e fanno sì che il racconto venga pubblicato a puntate su una rivista per ragazzi. Sarà poi raccolto in volume nel 1883. Ottenendo un successo strepitoso.
Ebbene: cosa ha di straordinario questa storia? Ha che il libro è nato ed è cresciuto all’insegna del divertimento puro. Non era stato commissionato da nessuno, l’autore non inseguiva il successo economico, si concedeva la più assoluta libertà inventiva, se ne infischiava dei codici vittoriani, tanto che la distinzione tra i buoni e i cattivi è parecchio sfumata (vedi la figura di Long John Silver). Era pensato per un dodicenne (e infatti aveva un dodicenne per protagonista), per fargli sognare un futuro, ma al tempo stesso offriva una almeno temporanea via di fuga dallo sconforto ad un malato trentenne e una occasione di nostalgia vivificante a un sessagenario.
Dovremmo praticare a scadenze trentennali la rilettura de L’isola del tesoro. È una rivendicazione di libertà: per Stevenson lo era nei confronti del male, della malattia, di un futuro che a quel punto sentiva come già segnato; per tutti noi potrebbe esserlo nei confronti delle gabbie del consumo e dello spettacolo che ci hanno (e ci siamo) costruite attorno, e delle nuove ortodossie linguistiche e sociali che ci vengono imposte (a proposito, in tutta la vicenda non c’è – a parte quella marginale della madre di Jim – una figura femminile che giochi un qualsivoglia ruolo. Mi chiedo come mai Stevenson non sia ancora stato iscritto nel libro nero del politically correct).
Jim Hawkins, il protagonista, non la vive naturalmente in questo modo. Si trova suo malgrado coinvolto in una vicenda più grande di lui, e poco alla volta, attraverso le avventure e le disavventure cui va incontro, matura un suo personalissimo codice etico, che lo porta ad esempio a simpatizzare per Long John Silver, pur avendo ben chiaro che si tratta di un malfattore, piuttosto che con il tronfio e ciarliero cavaliere Trelawney (e lascio immaginare quanto potessi condividere quella simpatia, a otto o nove anni, avendo in casa chi su una gamba sola faceva cose altrettanto formidabili. Silver mi forniva, anche di fronte ai miei compagni, un motivo di riscatto e di orgoglio per mio padre, la cui menomazione fino a quel momento mi aveva un po’ imbarazzato).

Jim comunque non è un ribelle, come non lo era d’altra parte Stevenson: non mette in questione ruoli, convenzioni, diseguaglianze sociali, ma valuta gli uomini per quello che valgono quando sono chiamati ad agire. Impara che si può affrontare la vita in molti modi, l’importante è darsi la possibilità di scegliere ed essere protagonisti delle proprie scelte.
Insomma, alla sua figura non vanno attribuiti significati cui Stevenson non ha mai pensato. Questi semmai gli sono stati attribuiti da tutti coloro che hanno sognato di viaggiare con lui sulla Hispaniola, me compreso. Jim è stato il precursore di TinTin, di capitan Miki, del piccolo sceriffo, degli eroi adolescenti che hanno popolato tra la fine dell’800 e la prima metà del secolo successivo l’immaginario letterario e quello fumettistico. Ma con una particolarità: è forse l’ultimo che ancora si sottrae al processo di “domesticazione” della gioventù avviato di lì a poco (o che era già in corso: Cuore è pubblicato quasi contemporaneamente a L’Isola del tesoro, ed è ambientato nello stesso anno in cui Stevenson scriveva il suo romanzo). Di questo processo ho comunque già parlato altrove (in Sterminate i nativi digitali) e per evitarvi noiose ricerche mi tocca ancora una volta autocitarmi:
«I giovani esistono solo se intesi (molto vagamente) come classe sociale. Anche questa però è un’invenzione recente, che non risale oltre Rousseau. Anzi, a dispetto di tutte le anticipazioni romantiche … fino ai primi del Novecento l’idea che la giovinezza potesse essere considerata come una età a sé stante della vita, con problemi ed esigenze specifiche che chiedevano specifiche risposte, aveva ancora una circolazione clandestina. Poi qualcosa si muove. Libri come Peter Pan, Il mago di Oz e I ragazzi della via Pal, o lo stesso Kim, pubblicati tutti nel primo decennio del ventesimo secolo, che parlano di ragazzi che escono dal guscio familiare o si organizzano autonomamente, sono sintomatici. Ma nello stesso periodo scatta anche immediata e subdola la reazione: le energie espresse da questa nuova autocoscienza adolescenziale vanno disciplinate, incanalandole in movimenti che possano essere tenuti sotto controllo e all’occorrenza strumentalizzati. I Rimbaud sono pericolosi. Allo scoppio della prima guerra mondiale boyscout e wandervogel tedeschi, ma anche i futuristi nostrani, corrono invece ad arruolarsi entusiasti.
Nel periodo tra le due guerre il concetto di una “condizione giovanile” che accomuna tutta una fascia d’età e alla quale spetta il compito di costruire un mondo nuovo viene enfatizzata e istituzionalizzata soprattutto dai regimi totalitari. È il periodo di “Giovinezza, giovinezza”, dei balilla e della gioventù hitleriana, del Komsomol sovietico, ed è in questi contesti che la gioventù acquisisce per la prima volta lo status di “valore in sé”. Ma si tratta di un “valore” definito e attribuito dall’alto.
Solo nel secondo dopoguerra questo riconoscimento si traduce in una “cultura giovanile” apparentemente autonoma (capace cioè di esprimere dall’interno i suoi codici, la sue finalità e le sue regole). Nella realtà, però, dietro il ribellismo e la presunta autocoscienza giovanile si compie la fase finale della domesticazione […].
Ecco cos’è accaduto: i giovani sono diventati un target. Un target innanzitutto economico, ma in seconda battuta, e in correlazione, anche politico. Industrializzazione e riarmo ne hanno fatto nei primi del Novecento dei soggetti privilegiati di interesse sociale. Ora vanno a costituire la fascia alla quale faranno sempre più appello non solo i pubblicitari ma anche gli aspiranti dittatori, i populisti, i nuovi redentori del mondo».
Non è certamente questo il caso di Jim Hawkins. Nella sua storia non ci sono insegnamenti morali o pretese pedagogiche, non c’è neppure alcun assunto “virtuoso” (amor di patria, difesa dei deboli, riscatto degli umili). Jim è spettatore partecipe della lotta che si scatena attorno ad una grande ricchezza, che è stata ammassata con rapine, saccheggi, omicidi. Divide con gli altri sopravvissuti il bottino finale, e in tal senso non si fa alcuno scrupolo. Vuole solo che le parti siano ben fatte e che nessuno cerchi di fregare gli altri, secondo un elementare senso di giustizia. Quanto all’avventura. non l’ha cercata per una qualche motivazione ideale o pratica, ma gli è capitata addosso, è venuta lei a cercarlo nella sua locanda. Lui è semplicemente stato bravo a cavalcarla, e questo fa si che qualunque lettore possa rispecchiarsi nella sua storia.

I significati vanno piuttosto cercati in quella che è la vera protagonista del romanzo: l’isola.
Per cominciare, l’isola c’è, checché ne pensino Bennato e Guccini. Intendo dire che quando Stevenson ne ha disegnata la mappa l’aveva già in mente da tempo: era convinto che esistesse anche fisicamente, e che davvero nascondesse un tesoro. Sembra infatti che nel corso del suo soggiorno a San Francisco, l’anno precedente la scrittura del libro, fosse venuto a conoscenza di una misteriosa vicenda. Nel 1819 una nave che trasportava verso le Filippine i tesori della cattedrale di Lima, messi in salvo dagli spagnoli per sottrarli all’avanzata delle truppe rivoluzionarie di Simon Bolivar, era stata arrembata e affondata da un veliero pirata. Malgrado i pirati fossero stati catturati qualche tempo dopo, il bottino era scomparso: ma dalle rivelazioni fatte da uno di loro prima di essere impiccato risultava potesse essere sepolto a Cocos Island, un’isoletta deserta situata duemilacinquecento miglia a occidente delle coste dell’America Centrale, all’altezza del litorale del Costarica. La caccia al tesoro era partita immediatamente, e torme di avventurieri erano approdate all’isoletta e avevano scavato in ogni dove, senza però trovare alcunché.
Questo è quanto con ogni probabilità Stevenson sapeva al momento in cui disegnava la mappa. La faccenda però si complicò ulteriormente quando lo scrittore, a caccia di climi più clementi coi suoi polmoni, si trasferì con tutta la famiglia nei Mari del sud, nella principale delle isole Samoa. Veleggiando lungo tutto l’arcipelago non dovette occorrergli molto per scoprire che a meno di duecento miglia dalla sua nuova dimora si trovava un’altra isola, anch’essa completamente disabitata, oggi denominata col nome polinesiano di Tafahi, ma in quegli anni conosciuta ancora come Cocos Island (a 15°85’ di latitudine sud e 173°71’ di longitudine). L’isola era addirittura visibile da Samoa ad occhio nudo, in giornate particolarmente limpide. Eppure Stevenson, che ha lasciato un diario dettagliato delle sue navigazioni nelle acque polinesiane, non la cita mai.
In effetti la cosa è strana: la nuova Cocos Island, infatti, pur essendo tre volte più lontana della prima dalle coste americane, si trova sulla rotta naturale dettata dalle correnti che da Capo Horn risalgono in direzione occidentale il pacifico. Una rotta che potrebbe essere stata plausibilmente seguita dai pirati per evitare la caccia delle navi spagnole sguinzagliate sulle loro tracce. A Stevenson questa ipotesi non dovrebbe essere parsa tanto peregrina; gli avrebbe fornito la spiegazione dei moltissimi fallimenti dei precedenti cercatori, indotti in errore dall’omonimia. E avrebbe motivato i suoi discreti silenzi e le sue frequenti uscite in mare, di più giorni, da solo o con compagni fidatissimi, annotate senza alcuna specifica delle mete e delle motivazioni. Naturalmente non risulta abbia mai trovato qualcosa, anche se qualcuno, ad esempio lo scrittore franco-tedesco Alex Capus, che sulla vicenda ha scritto un gustoso docu-romanzo (Cocos Island, Casagrande, 2009), si chiede da dove arrivasse la ricchezza ostentata, dopo la morte di Louis, dai suoi famigliari.
Ma anche queste sono solo congetture, intriganti quanto si vuole ma che non aggiungono “significati” al romanzo. L’isola che a me interessa esiste invece indipendentemente da ogni localizzazione o identificazione. Esiste intanto perché è un luogo letterario per eccellenza, soprattutto della letteratura per adolescenti. Io non ho fatto altro per anni che veleggiare da un’isola all’altra, partendo da quella di Peter Pan e da Lilliput per approdare a quella di Robinson Crusoe, passando poi appunto per Stevenson, per Mompracem, per l’Isola misteriosa di Verne, ma anche per quelle dei fumetti di Craveri, e proseguendo in compagnia di Melville e di Dumas. L’ho ritrovata persino a scuola, in Omero naturalmente, in Luciano di Samosata, in San Brandano, nell’Ariosto, e giù giù sino ad approdare alla Morante.

Insomma, ho fatto una scorpacciata di isole, e ancora oggi ne sono ghiotto. Credo dipenda da un lato dalla mia natura pelagica, dall’altro dal fatto che un’isola ha confini ben definiti, è circoscritta, si presta ad essere esplorata e mappata sistematicamente, soddisfacendo la mia smania di completezza, e al tempo stesso consente di muoversi da ogni lato verso uno spazio aperto. C’entrano anche senz’altro le suggestioni infantili, le immagini di isole lacustri di un calendario tedesco o svizzero d’anteguerra, regalatomi da mia zia e rimasto appeso in cucina per anni, o la descrizione fiabesca fatta da mio padre dell’isola Bella, dove aveva portato mia madre in viaggio di nozze. Si era nell’immediato dopoguerra, in bassa stagione, avevano l’albergo tutto per loro a un prezzo irrisorio (anche se tre soli giorni di permanenza furono sufficienti a bruciare le poche lire racimolate cucendo tomaie). Immagino abbiano pensato di vivere per un attimo nel sogno.
Ecco, qui entrano in gioco, sia pure da un ingresso laterale, i significati. Non voglio farla lunga, né forzare la lettura, e rovinarla a chi non l’avesse ancora intrapresa: ma prescindendo dalle mie personalissime esperienze, e dalla misteriosa ricerca di Stevenson, l’isola c’è perché è stata da sempre il luogo dell’utopia, ben prima che Tommaso Moro ne certificasse la natura. Le Esperidi e le isole Fortunate degli antichi, la terra dei Feaci o l’Atlantide di Platone, il paradiso terrestre dei monaci irlandesi di san Brandano, erano trasposizioni di sogni, di bisogni, di speranze. Nel loro caso direi soprattutto di rimpianti: la beata età dell’oro della narrazione mitica spiega in realtà il presente come decadenza da un’originaria condizione di felicità, quando dèi e uomini vivevano insieme sulla terra, mentre l’utopia moderna nasce dalla volontà di sfuggire all’angoscia del presente in un mondo immaginario. Le isole si sono comunque in entrambi i casi perfettamente prestate ad ospitare progetti di trasformazione collettiva o di rinascita individuale. E sono proprio questi progetti i tesori che una miriade di sognatori, di riformatori, di avventurieri, di esuli più o meno volontari, ha continuato in millenni di storia umana a perseguire.
Le isole sono però anche il luogo del disincanto. Ulisse ne trova a bizzeffe, e torna tuttavia, magari in qualche caso con un pizzico di rimpianto, a rimettere piede nella realtà della sua Itaca (che è un’isola anche quella, a dire il vero, ma non lo sembra). E così fanno tutti gli altri: Gulliver, Robinson, Jim, Ruggero. Tutti i turisti dell’utopia tornano disincantati perché o non hanno trovato il tesoro, o se l’hanno trovato ne hanno immediatamente scoperto i costi e la maledizione. I paradisi promessi al momento dell’approdo si rivelano, quando ci si spinge all’interno, inferni terrificanti. L’isola di Alcina o quella de Il signore delle mosche ce ne offrono due immagini esemplari.
Allora bisogna capirci. Il tesoro dell’isola non è propriamente l’utopia: è il sogno che alimenta la nostra volontà di cercala, quello mirabilmente narrato da Stevenson. E come ogni sogno che si rispetti non dovrebbe mai essere costretto a poggiare i piedi per terra, a snaturarsi e a piegarsi sotto il peso della realtà. A noi il tesoro non conviene trovarlo: deve rimanere sull’orizzonte, spostarsi in avanti mano a mano che procediamo. E a dispetto dell’esito della sua ricerca anche Jim Hawkins sembra pensarla così, se chiude con queste parole il suo racconto: “Neanche un tiro di buoi potrebbe riportarmi in quell’isola maledetta; e i miei più paurosi incubi sono quando sento i cavalloni tuonare lungo la costa, o balzo d’improvviso sul mio letto, con negli orecchi la stridula voce del capitano Flint: “Pezzi da otto! Pezzi da otto!”.







L’opera più riuscita di Collins è considerata La donna in bianco (1860), che gioca tutto sulla misteriosa e inquietante somiglianza tra due donne che non si conoscono. La spiegazione del mistero arriverà solo al termine di una ricerca ricca di suspence e del susseguirsi di molteplici colpi di scena. La vera novità consiste però nel fatto che il romanzo ha la forma di un racconto corale, nel quale sono diversi testimoni a “deporre” circa la loro conoscenza dei fatti.
Qui prendiamo tuttavia in esame il romanzo forse più famoso, La pietra di Luna. La vicenda è assai complessa, anche in questo caso viene raccontata da più voci diverse, proposte attraverso le relazioni o le lettere di una decina di personaggi, e procede a ritroso: la verità la si scopre cioè frugando nel passato. C’è di mezzo un diamante grosso come un uovo, la Pietra di Luna appunto, trafugato in un tempio induista da un generale delle forze coloniali inglesi e lasciato in eredità ad una nipote. Ci sono un giovane onesto e un po’ sprovveduto, innamorato della ragazza, che ad un certo punto viene ingiustamente accusato di aver fatto sparire il prezioso, e un altro spasimante, una perfetta carogna, vero responsabile della sparizione. Ci sono anche tre bramini arrivati dritti dritti dall’India per recuperare il sacro talismano, che si muovono nell’ombra. Insomma, c’è tutto ciò serve che per farne un feuilleton con sfumature poliziesche (e infatti del romanzo sono state fatte varie versioni cinematografiche e televisive, una anche in Italia nel 1974, che all’epoca mi era parsa inguardabile – e tanto più probabilmente lo sarà oggi). Alla fine c’è naturalmente l’happy end, i misteri si sciolgono, i buoni hanno la loro rivincita, i bramini il loro diamante, lo spasimante sciagurato e fellone fa la fine che si merita.
È un bel libro? Onestamente, non lo so. L’ho letto quasi sessant’anni fa, e per questa occasione l’ho soltanto risfogliato. All’epoca digerivo mattoni di ogni peso e dimensione (ma anche questo come spessore non scherza): credo che oggi non riuscirei ad arrivare sino in fondo. Ricordo comunque l’impressione generale che ne avevo tratto, che era di una certa lentezza, ma la cosa non fa testo: arrivavo fresco della lettura di Salgari e di Kim, ero avido di azione e di avventura, e il modo in cui l’opera era strutturata, ma soprattutto la presenza di una storia sentimentale, con protagonista una figura femminile incapace di apprezzare, la buonafede del protagonista, di andare al di là delle apparenze, non aiutava certamente. Inoltre Collins scrive bene, ma non è Kipling o Stevenson, e nemmeno Dickens, che pure oltre che un amico era il suo mentore, e ne apprezzava lo stile. Io poi l’ho letto in una traduzione d’anteguerra (s’intitolava Il diamante indiano, il traduttore era Alfredo Pitta – l’ho ritrovata su Wikipedia), e anche se all’epoca allo stile badavo poco e Pitta era un eccellente traduttore, la trasposizione in italiano pesava parecchio (ho una mia teoria sulle trasformazioni minime subite dalla lingua inglese negli ultimi due secoli, al contrario di quanto è avvenuto per quella italiana.
Collins aveva già viaggiato in precedenza, girando appena adolescente con la famiglia per un anno e mezzo in Italia in Francia, e tornando a più riprese sul continente negli anni successivi. Nel 1850, seguendo una moda che aveva preso piede nell’isola, aveva percorso insieme ad un amico, Henry Brandling, un itinerario a piedi attraverso la Cornovaglia. Brandling avrebbe poi illustrato il diario dato alle stampe da Wilkie col titolo Rambles beyond Railways (Passeggiate oltre la ferrovia), e proprio la lettura di quel diario aveva spinto Dickens a cercare di conoscerne l’autore. Nell’estate del 1853 l’amicizia tra i due era ormai così consolidata da indurli a partire, assieme al pittore Augustus Egg, per un lungo viaggio in Svizzera e in Italia, del quale entrambi lasciarono un resoconto attraverso le lettere.
Di qualche anno posteriore (1857) è invece la pubblicazione di un libro scritto a quattro mani, The Lazy Tour of Two Idle Apprentices (tradotto in italiano quarantacinque anni dopo come Il pigro viaggio di due apprendisti oziosi). Vi si racconta la vacanza spensierata che i due letterati si erano concessi, presumibilmente un paio d’anni prima, vagabondando senza alcuna meta prefissata dalla Cumbria allo Yorkshire, spostandosi in treno per fare tappa nelle diverse stazioni e girovagando poi su carrozzini o a piedi per le campagne circostanti. “I giovani fuorviati che così si sottrassero al loro dovere verso la padrona da cui avevano ricevuto molti favori (ndr: la letteratura), erano spinti dalla bassa idea di fare un viaggio perfettamente ozioso, in qualsiasi direzione. Non avevano intenzione di andare da nessuna parte in particolare; non volevano vedere nulla, non volevano sapere nulla, non volevano imparare nulla, non volevano fare nulla. Volevano solo essere oziosi”. Sono talmente decisi a lasciarsi alle spalle le grane del lavoro e lo stress della metropoli da assumere persino per l’occasione del viaggio identità nuove, scegliendosi nomi ad hoc. Dickens diventa pertanto Mr Francis Goodchild, Collins Mr Thomas Idle. E questo, ai fini della narrazione, consente a entrambi di essere liberamente sia autoironici che critici l’uno dell’altro, sottolineando e accentuando reciprocamente manie e difetti.
E ancora: “Qui, di nuovo, c’erano stazioni con niente in funzione se non una campana, e meravigliosi rasoi di legno piazzati in alto su grandi pali, che radevano l’aria. In questi campi, i cavalli, le pecore e il bestiame erano ben abituati al meteorite tonante, e non ci facevano caso; in quelli, erano tutti insieme a correre e una mandria di maiali li inseguiva. La campagna pastorale si oscurò, divenne carbonifera, fumosa, infernale, migliorò, peggiorò, migliorò di nuovo, divenne aspra, divenne romantica; era un bosco, un ruscello, una catena di colline, una gola, una brughiera, una città cattedrale, un luogo fortificato, una landa desolata. Ora, miserabili abitazioni nere, un canale nero e torri nere e malate di camini; ora, un giardino curato, dove i fiori erano luminosi e belli; ora, una landa desolata di orribili altari tutti in fiamme; ora, i prati umidi con i loro anelli delle fate; ora, la macchia rognosa di terreno edificabile incolto fuori dalla città stagnante, con l’anello più grande dove la settimana scorsa c’era il Circo. La temperatura cambiò, il dialetto cambiò, la gente cambiò, i volti si fecero più affilati, i modi si fecero più corti, gli occhi più astuti e duri”.

Non fatevi ingannare da questa foto di Milne (Gran Bretagna, 1882 – 1956), ma è l’unica che ho trovato riproducibile. In base a questa foto, potreste pensare d’essere di fronte a un emulo di Sherlock Holmes. Invece Milne ha scritto un solo romanzo giallo nel 1922, The Red House Mistery (nella versione inglese), Il Dramma di Corte Rossa nell’edizione italiana, che personalmente non mi è dispiaciuto ma verso il quale ero predisposto ad affrontare uno di quei romanzi (come scriveva Buchan, vedi
«Questo libro potrà irritare il lettore, o sembrargli altrimenti piacevole. Perché è il condensato di tutto quanto non si sopporta più in un poliziesco. È talmente datato da sembrare un pezzo di antiquariato […] è il rispettabile capostipite di una lunga e alla fine lagnosa famiglia di britannici gialli campestri, arredati da personaggi fissi […] ricchi proprietari, colonnelli a riposo, esquires, servitù, treni locali e gioielli, rette ragazze, deboli dandies, ponderati poliziotti locali. Gli ingredienti di questa Arcadia gialla compaiono identici e blandamente dissacrati nei romanzi umoristici di Woodhouse… Erano gialli ‘‘perbene’’, insomma, e si deve dire che fu una cosciente e redditizia conversione editoriale di classe. Tutti gli anni Trenta sono farciti di questi romanzi, nonostante i gialli americani, nonostante Simenon”.
Ma la cosa più divertente è che a Milne di tutte queste chiacchiere non importò affatto. Il nostro infatti si è guadagnato il plauso e l’affetto di quasi tutti i bambini nati nella prima metà del ‘900, per aver inventato il dolcissimo personaggio di Winnie the Pooh, orsetto pupazzetto, che, accompagnato nei due libri dal disegnatore E. H. Shepard, fece la fortuna di Milne e delle sue generazioni successive, che ancora si dividono i diritti pagati dalla Disney almeno fino al 2027, con un successo planetario tra libri, cartoons, pellicole d’animazione e merchandising d’ogni tipo.
Riprendo l’introduzione, a spizzichi e bocconi: “Il libro è scritto per lettori svagati, per gentili signore che non vogliono essere oppresse, per giovani che abbiano da riempire un’ora troppo calda, per vecchie signore che amano sonnecchiare […]”. Queste ultime considerazioni mi paiono un po’ troppo snob (io, in effetti, sono un vecchio signore che ama sonnecchiare, e allora?) e il libro non è così debole come sembra dipingerlo il recensore.
Non sto a tediarvi con le note sulla vita di Milne, non sono poi così interessanti, ma vi invito alla prossima puntata, l’ultima di questa piccola serie, che coinvolge il primo vero autore di romanzi gialli e il suo (lunghissimo …) capolavoro.
Ho riletto I Trentanove Scalini ad anni di distanza dalla prima volta, perché è il romanzo più famoso di Buchan, il più facile da reperire, scorre veloce ed è leggero. Romanzo da ombrellone. Non è un giallo cervellotico, ha una trama piuttosto semplice e un epilogo immaginabile, ma, signori, è stato scritto nel 1915, quasi centodieci anni fa! Non è un’opera storica, che col tempo migliora, è un semplice giallo spionistico ambientato in gran parte nel sud rurale dell’Inghilterra ai primi del secolo scorso.
Il libro ebbe un enorme successo, e da questo romanzo Hitchcock trasse l’ispirazione per The 39 Steps, uscito in Italia nel 1935 col titolo Il Club dei 39, ottenendo anche in questo caso un grandissimo successo, e ispirando ben tre remakes, l’ultimo del 2008.
L’autore ebbe davvero una vita intensa: nato a Perth nel 1875, in gioventù fu ottimo poeta, vincitore di alcuni premi letterari, poi si laureò in Legge, ma abbandonò subito l’attività legale per darsi alla politica. Fu Segretario di Arthur Milner, Amministratore delle colonie in Sud Africa, e gli anni trascorsi in quel paese gli servirono poi d’ispirazione per la sua carriera da romanziere.
Morì nel 1940 in Canada, a Montreal, a seguito di uno sfortunato incidente in cui cadde battendo la testa e nonostante le cure e le operazioni non riuscì a ristabilirsi.
Ho l’impressione che il target a cui si rivolge Buchan sia di livello più basso rispetto a quello che ci si poteva aspettare da un uomo colto come lui; volutamente più basso, per ottenere un successo inizialmente facile, che gli aprisse le porte alla pubblicazione di altri lavori e alla fama. Questo tipo di narrativa è un prodotto di massa, che si rivolge a lettori abituati ai romanzi a puntate che comparivano sulle riviste; e queste puntate devono contenere trame incalzanti, scrittura leggera, colpi di scena ad ogni uscita. Le ambientazioni spesso esotiche, i grandi complotti, le società segrete erano gli ingredienti più adatti per il palato di lettori che cercavano solo un’evasione non impegnata.

Perché parto subito in quarta? Perché questo libro, un giallo puro con un ispettore di Scotland Yard, con un assassinio e un’indagine, è di una complessità narrativa non indifferente; il tempo in nave non gli dev’essere mancato, per infilarci dentro tutti i particolari tipici del delitto ‘‘quasi’’ perfetto. La vicenda si svolge nell’immaginario College inglese di St Antony, dove di immaginario c’è solo il nome, perché l’ambiente è esattamente quello oxfordiano che Innes conosceva benissimo. L’uccisione di un anziano docente smuove le acque e porta a galla segreti, invidie e rivalità: per la scuola non è solo una tragedia, è la drammatica irruzione della volgarità in un ambiente che voleva credersi, e soprattutto apparire, immacolato. Il preside ne è sconvolto, mentre i colleghi del professor Umpleby (i sette sospettati) ne fanno un’occasione per gettarsi addosso l’un l’altro i sospetti e per confondere le idee dell’ispettore Appleby con falsi indizi e sotterfugi. Ma alla fine è l’ispettore, che inizialmente era piuttosto timoroso del confronto con tanta cultura accademica, a vincere nel gioco delle intelligenze e a dipanare la matassa. Il libro non è, tuttavia, un semplice esercizio intellettuale pretenzioso (lo avrei mollato subito), ma un racconto poliziesco ortodosso, anche se molto complesso e ingegnoso. Non nego che la lettura sia abbastanza complessa, e che in alcuni punti si avanzi a stento, ma l’ambientazione e i tempi della storia lo rendono comunque interessante. Il finale è giustificato da un percorso logico e perfettamente riconoscibile, pur nella baraonda generale creata dai vari indagati.
Morte nello Studio del Rettore, pubblicato in Inghilterra nel 1936, conobbe subito un enorme successo di pubblico e di critica, e venne persino considerato all’epoca il miglior debutto di qualsiasi scrittore. Innes venne quindi immediatamente traghettato nell’olimpo dei giallisti. Scrisse circa un romanzo all’anno fino al 1986, ma il suo periodo migliore fu quello dal 1936 al 1940. In questi anni scrisse, dopo Morte nello Studio del Rettore, nel 1937 Hamlet, Revenge; nel 1938 Lament for a Maker; nel 1939 Stop Press. In una classifica dei migliori romanzi polizieschi inglesi del ‘900 tutti e quattro figurano tra i primi dieci, dietro solo ad Agatha Christie e a Dickson Carr. I successivi romanzi, tutti pubblicati sotto pseudonimo non furono al pari dei primi, ma raggiunsero la ragguardevole cifra di circa cinquanta libri, garantendogli una vita agiata e permettendogli comunque di esercitare la sua professione originaria.
Scrisse a suo nome anche una ventina di romanzi di genere vario e sei opere di critica letteraria, su Joyce, Conrad, Shakespeare e altri eminenti scrittori inglesi: ma la sua fama rimane legata alla figura dell’Ispettore John Appleby (che nel corso degli anni si guadagnerà il titolo di Sir e diverrà il capo di Scotland Yard), poliziotto erudito, raffinato ed estremamente efficace. Nella sterminata galassia del giallo inglese il suo stile lo colloca nella scuola “donnish”, che vira sul fantastico e presenta numerose allusioni letterarie. Lui stesso definiva le sue come “opere di confine tra il racconto poliziesco e il fantasy; hanno un sapore un po’ letterario ma i loro valori rimangono quelli del melodramma e non della narrativa vera e propria”. E in effetti, pare le abbia sempre considerate soprattutto come pretesti per una prosa raffinata e per battute brillanti: il che, alla lunga, può diventare troppo scopertamente artificioso, e in definitiva noioso.
Cosa che non ho potuto constatare personalmente, perché ho letto solo Morte nello Studio del Rettore. E questo mi sento tranquillamente di segnalarlo perché è veramente un giallo all’inglese che più tipico non si può; la narrazione a volte è complessa al punto da confondere la mente del lettore, perché tra gli indagati (tutti Fellows, quindi menti complesse) succede un po’ di tutto, le divagazioni psicologiche sono frequenti: ma alla fine la trama sta comodamente in piedi.

Quello che conta, per la mia breve indagine sui giallisti figli della perfida Albione (o, come in questo caso, dell’Ambasciata della perfida Albione) è scrivere appunto dei loro racconti polizieschi o di spionaggio, e con William Somerset Maugham il mio compito è estremamente facilitato. Mi risulta infatti che lo splendido Ashenden, l’inglese (nella mia vecchia edizione Garzanti del 1966, mentre oggi è ristampato come Ashenden, o L’agente inglese) sia il suo unico romanzo del genere; e non è un giallo ma un romanzo di spionaggio.

Il primo di questi, I Quattro Giusti, uscito nel 1905, conobbe subito un largo successo, e può essere considerato il prototipo degli odierni thriller. In Italia è stato tradotto solo nel 1930. Non va confuso con un altro successivo, della stessa serie, nel quale i Giusti erano diventati tre, con un percorso inverso a quello dei Tre Moschettieri. A questo romanzo ne seguirono comunque altri 174, ai quali vanno sommati 24 lavori teatrali e un numero indefinito di racconti, di articoli giornalistici e di soggetti cinematografici (Pare abbia avuto una parte importante anche nella stesura del copione del film King Kong). Una produzione a livelli industriali, e di qualità molto diseguale.
Una caratteristica interessante dei suoi romanzi è che non sono collegati uno all’altro: non c’è un personaggio (un detective, un ispettore, un commissario) che funga da trait d’union tra i racconti: le ambientazioni sono le più varie immaginabili, e le vicende sono slegate l’una dall’altra. Le indagini vengono spesso risolte da poliziotti anonimi, ma evidentemente dotati di grande fiuto. L’unico detective che compare con una certa frequenza è Mr. J.G. Reeder, uomo dall’aspetto risibile ma dotato di una mente “criminale”, che fortunatamente è al servizio della Polizia.
Nell’estate scorsa ho letto un paio di questi romanzi: Stanza n. 13 del 1924 e Moneta Falsa del 1927. Curiosamente, entrambi trattano di falsari, di riproduttori di banconote false (per i quali Edgar provava evidentemente una certa ammirazione, magari anche un po’ d’invidia – per uno scialacquatore come lui avrebbe potuto essere una soluzione). Il primo è una storia abbastanza leggera, non priva di originalità ma piuttosto forzata, soprattutto nel finale. L’ambiente è quello della malavita inglese, la vicenda verte sulla ricerca del falsario imprendibile, tra ricatti famigliari, storie d’amore, infinite bassezze e vari morti sparati: comunque accettabile.
Il secondo romanzo è più interessante; nell’edizione inglese si intitola The Forger (Il Falsario), in quella italiana Moneta Falsa; non sarebbe stata difficile o sgradita la traduzione del titolo inglese, tutto sommato.


Dopo le scuole dell’obbligo studiò in vari Istituti scolastici in città più grandi e seguì la professione della madre; intorno ai 25 anni, complice il lungo periodo di assistenza sanitaria che dovette fornire alla madre, interruppe il lavoro e cominciò a scrivere romanzi gialli. A volte erano ispirati a fatti da lei vissuti in prima persona nel suo periodo di insegnamento, con ambientazioni assimilabili a quelle conosciute in quei tempi, oppure si trattava di fatti riportati da altri, sui quali la grande fantasia e la profonda cultura della Tey intervenivano con successo. Scrisse dal 1926 al 1952, anno della sua scomparsa.
In Miss Pym, pubblicato tardi in Italia (in Inghilterra come Miss Pym Disposes), la Tey assiste a un’incidente in palestra che poi utilizza come la causa di un decesso nel romanzo, e non prevede ancora la figura dell’Ispettore Alan Grant, futuro punto di riferimento. Il primo romanzo che le procura una certa notorietà è The Man in the Queue (L’uomo in Coda, uscito da noi negli Oscar Mondadori). Qui compare per la prima volta Grant, e il romanzo, benché sia un poliziesco del tutto anomalo, ottiene un ottimo successo di critica e invoglia la Tey a proseguire nella sua carriera.
C’è sempre l’Ispettore Grant, ricoverato però in ospedale per una caduta in una botola (mentre inseguiva un ladro), con relative fratture e contusioni. L’avvio può sembrare quello di La finestra sul cortile di Cornell Woolrich, uscito nel 1942 col titolo Ithad to be murder a nome Wiliam Irish (uno degli pseudonimi dell’autore americano) e poi ripubblicato nel 1944 come Rear Window, e infine ben più noto per la versione cinematografica di Alfred Hitchcok, con la splendida Grace Kelly e il bravo James Stewart. Ma il parallelismo finisce lì, con l’incidente che obbliga James Stewart e l’Isp. Grant nel letto di casa il primo e in quello d’ospedale il secondo.
Alan Grant nota che l’aspetto di Riccardo III nella stampa non sembra quello di un mostro, capace di uccidere i suoi due nipotini, figli di suo fratello Edoardo morto in battaglia (al quale Riccardo tra l’altro era legatissimo) per evitare che possano subentrargli un giorno come regnanti. E in effetti, rileggendo vari libri nel periodo di degenza, si rende conto di alcune sviste nella narrazione storica, e della controversa figura di Tommaso Moro (Sir Thomas More, o per i cattolici San Tommaso Moro), che pur non essendo presente fisicamente in quegli anni (quando morì Riccardo III, Moro aveva 5 anni) fu un netto propagandista della teoria Tudor che vedeva in Riccardo III un uomo abbietto e meschino, limitandosi a riportare informazioni di seconda o terza mano.




Voyages in Alaska, di John Muir, contiene i resoconti di tre viaggi di esplorazione compiuti dal naturalista americano tra il 1879 e il 1890. Di Muir avevo letto già altri tre libri, gli unici tradotti in Italia, e quindi sapevo pressappoco cosa attendermi: devo dire che ho ricevuto molto di più. Ho capito ad esempio di chi erano figli i racconti di Jack London, che ha saccheggiato da queste pagine molti protagonisti, umani e non, e ha preso lo spunto per diverse storie. Credo abbia vissuto la sua breve avventura di cercatore d’oro col libro di Muir nello zaino.
Leggendo le prime pagine di Un petit tour dans l’Hindou Kouch (1958), di Eric Newby, ho avuto l’impressione di un deja vù. La situazione iniziale mi ha ricordato immediatamente Tre uomini in barca, di Jerome, e subito dopo Una passeggiata nei boschi, di Bill Bryson: due scriteriati, assolutamente digiuni di alpinismo e animati solo dall’incoscienza inglese, si mettono in testa di compiere alcune ascensioni sui settemila dell’Afghanistan, per la precisione nella regione più remota del paese, il Nuristan. Lo fanno dopo soli tre giorni di iniziazione all’arrampicata in Inghilterra, e con una organizzazioner logistica che rende improbabile persino l’avvicinamento a quelle montagne. Ad un certo punto ho temuto che il tutto si risolvesse in una solenne buffonata, in un rovesciamento esasperato e speculare dell’understatement inglese: invece, mano a mano che procedevo a seguire le loro disavventure, i dejà vu si sono moltiplicati e hanno rivelato la loro vera natura.
Courrier de Tartarie (News from Tartary: A Journey from Peking to Kashmir, 1936) di Peter Fleming è la narrazione di un viaggio compiuto dall’autore a metà degli anni Trenta, pressappoco negli stessi luoghi visitati da Newby ma in direzione opposta, procedendo da est ad ovest, in compagnia dell’onnipresente Ella Maillart (che ha raccontato la stessa vicenda in Oasi proibite). Difficile immaginare due caratteri e due approcci al viaggio altrettanto diversi: a leggere i due resoconti parrebbero aver attraversato mondi completamente differenti.
Courrier des Andes è il titolo francese dato a Three Letters from the Andes (1991) di Patrick Leigh Fermor. Non ho ancora capito se ne esiste una traduzione italiana, a giudicare dagli esiti della ricerca in rete parrebbe di no. Paddy Fermor si aggrega nel 1955 ad una piccola spedizione esplorativa che non si pone traguardi particolarmente ambiziosi. È una sorta di ospite d’onore, e si comporta come tale. Lascia siano gli altri a scalare qualche vetta e fare le rilevazioni scientifiche, mentre inventa per sé un ruolo di custode della stufa da campo, di cronista ufficiale dell’avventura e di soprattutto di motivatore (ruolo questo che gli veniva automaticamente riconosciuto, state la sua esuberanza, da chiunque gli si accompagnasse, dai partigiani greci ai frequentatori dei circoli inglesi.). Le lettere cui si riferisce il titolo inglese sono indirizzate alla moglie Joan.
Infine il quinto, Voyageurs excentriques, di John Keay (1982). Keay è conosciuto in Italia per due bellissimi libri di taglio storico Quando uomini e montagne si incontrano (1977) e La via delle spezie (2005), pubblicati entrambi nella benemerita collana Il cammello Battriano di Neri Pozza. Il primo soprattutto mi aveva a suo tempo affascinato, ma quando l’ho letto io, nel 2005, in Inghilterra era considerato un classico da quasi trent’anni. Eccentric Travellers, uscito nei primi anni Ottanta, in Italia non è mai stato tradotto. Ed è strano, perché ha tutti i requisiti per essere considerato a sua volta un piccolo classico. Racchiude gli schizzi biografici di sette viaggiatori pochissimo noti dalle nostre parti (immagino invece conosciutissimi in Inghilterra) e ciascuno a suo modo davvero singolari. Lo avessi letto prima, mi sarei risparmiato probabilmente lo scritto su Charles Waterton (