Essenziali attributi per consiglieri di libri

di Fabrizio Rinaldi, 25 gennaio 2020

A chi sfida una qualunque platea pubblica (metropolitana, sala d’aspetto o parco pubblico che sia) col semplice gesto di aprire un libro e leggere, sarà capitato di sentirsi dire: Hai un libro da consigliarmi? Quando leggi? perché io non ho tempo per farlo. Magari il rompiscatole nel frattempo smanetta sul cellulare, gli occhi incollati allo schermo per giocare, vedere un filmato o “socializzare” con gente con cui, nella realtà, probabilmente non avrebbe voglia di bere nemmeno un caffè.

Le distrazioni mediatiche non sono lì per caso: hanno lo scopo preciso di impedire l’elaborazione di un qualunque pensiero che non sia connesso ai messaggi commerciali. Quindi chi legge sulle pagine di un libro anziché sullo schermo di uno smartphone crea disarmonia nel quadro. Suscita curiosità e inquieta anche un po’.

Ma il libro è anch’esso soggetto a leggi di mercato, le stesse che valgono per qualsiasi altra mercanzia. E queste leggi prevedono un acquisto, ovvero un esborso, non sempre (quasi mai) proporzionale al valore dei contenuti. Il problema vero nasce però dopo: se hai acquistato un libro si suppone che abbia anche desiderio di leggerlo (a meno di essere un bibliomane feticista). Ma per leggerlo è necessario dedicargli una buona disponibilità di tempo: e qui la cosa si complica, perché a differenza del lavativo qui di fianco, seduto sulla panchina col libro in mano, la gran parte dei potenziali lettori quel tempo ritengono di non averlo.

Quindi accade che in molti casi ci si limiti all’acquisto del volume desiderato, rimandandone la lettura a tempi meno zeppi di impegni, magari ad una vecchiaia da trascorrersi in panciolle, sulla sdraio. Dimenticando, o fingendo di ignorare, che il fiato del lavoro ci rimarrà sul collo fino alla fine dei nostri giorni.

Abbiamo così individuato due diverse modalità di rapporto col libro: quella del lettore e quella del compratore, che non sempre coincidono.

Le richieste di consigli di lettura rientrano nella ritualità del compratore di libri, piuttosto che in quella del lettore: si demanda infatti ad altri la scelta (sempre perché non ho tempo per sceglierli io), contando sul fatto che i testi vengano suggeriti tenendo conto delle predilezioni del richiedente. Cosa che, in realtà, difficilmente accade.

Di fronte ad una situazione del genere è difficile immaginare un ruolo per il “facilitatore di letture”. È una attività decisamente anacronistica, specie in un paese in cui leggere un quotidiano o un libro è ritenuta dai più una perdita di tempo, o un obbligo cui sottostare di malavoglia solo in età scolastica.

Una volta invece questo ruolo era importante. I primi suggeritori di letture erano naturalmente gli insegnanti e i genitori, quando andava bene (spesso no), ma poi quello più autorevole diventava il libraio di fiducia, che conoscendo i gusti e le aspettative dei suoi clienti li indirizzava verso le cose “giuste”.

Oggi, per la fauna in estinzione che prova ancora il desiderio di leggere, questo ruolo se l’è assunto Amazon. Il nostro profilo è tracciato e costantemente aggiornato nei suoi archivi digitali in funzione degli acquisti che abbiamo fatto o dei volumi che abbiamo memorizzato nei “desiderati”, e consente al famigerato algoritmo di anticipare i nostri desideri e proporre tutto ciò che potrebbe suscitare il nostro interesse.

L’unico, illusorio margine di autonomia che conserviamo è quello di visionare le recensioni scritte da altri lettori sulle riviste specializzate, su Anobii, su Amazon stesso o su siti ritenuti “intelligenti”. Sono questi i nuovi “consiglieri di libri”. Hanno assunto il ruolo che un tempo era degli amici, dei librai o degli insegnanti. Il problema è che lì troviamo per lo più delle conferme alle nostre ipotesi d’acquisto, perché anche le recensioni hanno la funzione di indurci a comprare quel libro.

È dunque necessario riabilitare la professione (gratuita e in declino) del “consigliere di libri”, la si eserciti a voce o tramite bit. E possiamo provare a farlo individuando alcune competenze e stabilendo alcune regole per un corretto esercizio.

  • Va innanzitutto tenuto presente che all’aspirante lettore, in realtà, interessa soprattutto conoscere i contenuti del libro indicato. Alla fine, probabilmente il libro non lo leggerà neppure (i consigli sono richiesti, ma difficilmente sono seguiti). È comunque opportuno saperlo presentare bene, non tanto per lo scopo che si potrebbe ottenere, ma per il semplice gusto di farlo.
  • È sempre bene suggerire i classici, tanto non li legge più nessuno. Quelli che millantano di averlo fatto, di norma si sono limitati a leggerne la trama su Wikipedia. Consigliare i libri del momento invece non è saggio: in genere il lettore che chiede suggerimenti ne sa più del consigliere, perché ha già spulciato sul web le varie recensioni (perlopiù lusinghiere).
  • Allo stesso modo, al lettore molto informato su un argomento o su un genere letterario non ha senso raccomandare testi che probabilmente conosce già. Invece è opportuno suggerirgli letture che si situino fuori dai suoi orizzonti ordinari e gliene facciano intravvedere di nuovi. È un azzardo, ma può anche creare la fama di suggeritore leggendario. E comunque, un risultato lo si ottiene: se il richiedente storce il naso ci si libera di uno scocciatore che impedisce a noi di leggere.
  • Sarà magari scorretto tranciare giudizi su ciò che legge chi chiede consiglio, ma visto che il parere – per lo più – è preteso, gratuito e alla fine non accolto, ci si può permettere di stroncare tutto ciò che consideriamo spazzatura. È anzi più che mai lecito in questo caso proporre testi che cozzano totalmente con le abitudini di lettura del richiedente: ad uno che legge Volo, consiglia Byron (magari scorgerà la luce).
  • Qualora il consigliato rimanga deluso, si deve perseverare nel parere proposto. Ai suoi fendenti di disapprovazione, è necessario rispondere con un tocco di ironia sulle lecite differenze di opinioni.
  • Come fa il medico, per esercitare la professione di suggeritore è necessario aggiornarsi continuamente: quindi leggere, leggere, leggere. Non ci sono scorciatoie. È l’unico modo per mantenere accesa la fiamma della curiosità letteraria (e non solo quella). Il paziente deve assimilare, quasi per osmosi, dalle parole del facilitatore non soltanto le coordinate del libro, ma anche l’emozione che s’è provata nel leggerlo. Anche se poi, come ogni buon malato, non seguirà le prescrizioni.
  • La responsabilità di un consigliere è grande: deve indicare la direzione di marcia verso un paradiso, letterario o utopistico che sia. Non può tradire la fiducia che gli è accordata, millantando saperi che non possiede, pena essere smascherato appena il richiedente pone delle domande intelligenti. Quindi, deve aver letto i libri che propone (sembra ovvio, ma lo è meno di quanto si creda).
  • È bene che il consigliere di percorsi letterari accetti a sua volta consigli da altri. Scendere ogni tanto dal piedistallo della conoscenza e mettersi nei panni del richiedente aiuta a conoscere altri percorsi letterari, magari inesplorati.
  • È consentito rifilare anche libri che non si sono apprezzati appieno, ma dei quali si percepiscono le possibili compatibilità col richiedente. È stuzzicante pensare che forse altri potranno gradirli. Capita un po’ come per alcune donne verso le quali si prova una rasserenante consolazione sapere che qualcun altro le possa amare.
  • L’ego smisurato del consigliere di libri a volte fraintende gli intenti di chi gli rivolge la parola, magari solo per attaccar bottone … I saputelli propinano subito un tomo sulla semiotica di Eco, quando – magari – la fanciulla cercava un approfondimento tangibile sul Kamasutra (forse questo è il sogno segreto di ogni consigliere maschio).
  • La donazione dei consigli di lettura non è vincolata a luoghi o situazioni deputati: poco importa se avviene durante una cena fra amici o attraverso un video su Youtube. L’importante è che assuma un carattere di esclusività e di originalità. Il gran maestro dei consiglieri di libri è colui che riesce a rendere la Bibbia accattivante per i suoi contenuti originali.
  • Scrivere è, oggi più che mai, un’operazione commerciale. La responsabilità della pubblicazione di cose dozzinali è da ripartire equamente tra chi scrive da cane e l’editore che gli dà voce. Ma anche chi questi testi poi li suggerisce è da denunciare per reati contro l’intelligenza. La vendetta del lettore deluso si abbatterà su questo impostore. Ma intanto ne va della credibilità dei tanti consiglieri onesti …

In sintesi: fare il promoter di letture intelligenti è un mestiere tutt’altro che remunerativo, che presuppone tuttavia molta responsabilità e coscienza. Tutte cose che qualificano chi continua a svolgere questo ruolo come un dotto o come un fesso, a seconda dell’ottica nella quale lo si inquadra. E tuttavia, non è un’attività ormai del tutto priva di senso.

Continuano ad essere ancora molti coloro che non trovano in alcun videogioco o film, sui social o nell’intrattenimento virtuale, quello stimolo ad un dialogo silenzioso e intimo che l’oggetto libro è invece ancora in grado di suscitare. Per incoraggiarli ci sarà sempre bisogno di qualcuno che li guidi in mezzo alle nebbie. Qualcuno che offra, lungo la strada, il ristoro di un Punto di vista.

Collezione di licheni bottone

(A)Social

di Marco Moraschi, 12 giugno 2019

Il primo social che ho utilizzato è stato l’ormai defunto MSN, famoso più di dieci anni fa, un precursore di WhatsApp che permetteva di contattare i propri amici grazie alle prime nascenti ADSL domestiche, che andavano a sostituire il modem blu 56K. Chi si ricorda queste cose può forse farsi prendere da un momento nostalgia, quando le madri infuriate ti dicevano di scollegarti da internet perché altrimenti loro non potevano telefonare! Queste cose oggi fanno sorridere e sembrano appartenere a un’altra era geologica, l’analogicene (l’era dell’analogico?), ma è quasi impressionante riportarle alla memoria ricordandosi che avvenivano poco più di dieci anni fa, forse quindici. Insomma, “panta rei” direbbero gli antichi, o “sembra che all’improvviso il mondo abbia una gran fretta” direbbe invece il buon vecchio Brooks, il vecchio bibliotecario della prigione di Shawshank nel film “Le ali della libertà”. Il mondo corre davvero e dopo MSN è scoppiata l’era del digitale e dei social, con l’arrivo di YouTube, Facebook, Twitter, WhatsApp, Instagram eccetera. Ora, non mi ritengo un esperto in nulla, anzi, credo che nessuno possa mai ritenersi davvero esperto di qualcosa; di conseguenza, prendete queste mie riflessioni come chiacchiere dettate dalla noia, giusto uno spunto per imbarcarsi verso altri testi di persone ben più competenti di me in materia. Insomma, scusatemi per la banalità. Tutto questo per dire che, nell’era dei social, ho tolto i social. No, non li ho distrutti hackerando i sistemi di raffreddamento dei loro server, ho semplicemente cancellato i miei profili dalle principali piattaforme social, ovvero Instagram, Twitter e Facebook. Dietro alla rimozione ci sono certamente delle motivazioni etiche, per esempio gli scandali sulla privacy, ma, diciamoci la verità, non penso che si possa credere veramente alla tutela della propria privacy su Facebook o un altro social, quando ci si iscrive si dovrebbero già conoscere i limiti di queste piattaforme instaurando quindi un rapporto consenziente. È inutile gridare al lupo a posteriori dopo averlo invitato a cena, non so se mi spiego. E poi certo, dietro alla rimozione ci sono altre questioni, come la diffusione delle fake news, ma di nuovo, le fake news sono sempre esistite, propinate dai media tradizionali (basta vedere i siti internet o le versioni cartacee di molti quotidiani, che ora si ergono a difensori della verità) o dagli idioti che prima erano al bar e ora sono invece su Twitter. E sì, si può togliere Instagram per “dare un segnale”, ma per aziende che hanno miliardi di dollari in tasca da spendere e investire i “segnali” equivalgono al debole fumo di una candela accesa sull’isola di Sant’Elena. E allora, diamine, perché hai tolto i social? In minima parte, come detto, per le ragioni elencate sopra, ma soprattutto, perché ero banalmente stufo. Se la risposta ti ha deluso mi dispiace, puoi correre a guardare Netflix.

Il problema che riscontro io nei social è che sono un’ottima trappola per noi stessi, come la frase “Io sono il peggior nemico di me stesso” che non so chi l’abbia detta per primo, o, meglio, come ha detto Woody Allen “a volte vado in overdose di me stesso”. I social, cioè, ci permettono di esercitare un controllo enorme sulla realtà virtuale che ci circonda, un controllo che nella realtà analogica non abbiamo e che ci aiuta a rimanere vigili e in allerta. I social sono un immenso parco giochi pieno dei nostri giochi preferiti, dove ogni cosa è al suo posto perché ce l’abbiamo messa noi e se ogni tanto arriva un intruso non ce ne accorgiamo, intenti come siamo a spingerci sull’altalena. Gli amici di cui leggiamo sui social, le notizie che ci raggiungono, i video che guardiamo, sono tutti stati messi lì da noi stessi e questo non fa che chiuderci in una bolla dorata in cui non entriamo in contatto con ciò che non ci appartiene, radicalizzandoci sulle nostre posizioni. Ho tolto i social perché ero in overdose di me stesso, per fortuna il mio sistema immunitario è ancora vigile (lo so che droga e sistema immunitario non c’entrano nulla l’una con l’altro, ma è un esempio, no?). Ero stufo di leggere sempre le stesse polemiche su Twitter, tutte cucite addosso alle mie stesse opinioni, d’accordo, ma che non fanno altro che rifocillare la tenia della polemica e del dito puntato che c’è dentro ognuno di noi. Ho bisogno di prendere aria e tornare a respirare, confrontarmi con persone vere che mi aiutino a riflettere sui problemi e non solo additarli scrivendo IN MAIUSCOLO PER ATTIRARE LA MIA ATTENZIONE IN 280 CARATTERI. Ho bisogno di leggere libri, che sono ciò a cui dedico gran parte del mio tempo libero, perché hanno la capacità analogica di mantenere viva l’attenzione e affrontare un argomento alla volta. Ho bisogno di concentrare la mia attenzione su cose più lunghe e complicate, perché la realtà è sempre più lunga e complicata di come appare, perché la percezione della realtà non prevalga sulla realtà stessa. E ho bisogno anche di liberare la mente, lasciandola viaggiare senza meta per le praterie del mio cervello, senza imbrigliarla continuamente in catene frammentarie, che sia in coda alle poste o mentre faccio benzina. È proprio nei momenti in cui la nostra mente è libera di vagare che nascono le idee migliori. Se in questo viaggio mi perderò, se finirò per rinchiudermi in un eremo o sulla cima di una montagna, venite a chiamarmi o tiratemi un sasso sulla testa, perché vorrà dire che l’overdose di sé stessi si può raggiungere anche senza i social.



Parola all’immagine

ovvero l’arte della ricerca iconografica

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Gli articoli comparsi finora sulla rivista hanno contratto un debito che è venuto il momento di pagare. Un debito nei confronti degli artisti che, loro malgrado, hanno contribuito a rendere più accattivanti i testi. E non è improbabile che, spesso, le immagini abbiano espresso molto più chiaramente i concetti di quanto potessero fare le parole scritte.

I testi nascono da una mozione interna alla denuncia, alla riflessione e alla constatazione.

Le immagini arrivano dopo, e spesso l’autore dell’articolo non se ne cura. Paolo ed io, di conseguenza, ci improvvisiamo “art director” e cominciamo a scartabellare nella sua variegata e ricca biblioteca, alla ricerca dell’adeguato corredo iconografico.

Le immagini devono essere preferibilmente in bianco e nero, avere un sapore di antico e finito, e collegarsi ovviamente, anche solo per assonanza, all’argomento trattato.

Le ricerche iniziano sempre dai fumetti. Ken Parker e Corto Maltese, oltre ad essere modelli di vita, sono fonti inesauribili di citazioni.

Poi saccheggiamo i libri “vecchi”, quelli che non avevano pagine patinate e colorate, ma erano ricchi di riproduzioni di stampe, litografie e incisioni.

I libri d’arte e quelli sul vecchio west sono infine nostro pane quotidiano.

Così la razzia iconografica incomincia …

I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando, minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando perciò il consumo delle più insulse brodaglie. In tali condizioni i lettori non possono essere che sovversivi.   ALBERTO MANGUEL

È impossibile qui ringraziare tutti gli autori, a volte sconosciuti, che hanno arricchito la rivista. Ma credo che il migliore dei ringraziamenti sia proprio il fatto di averli citati.

Sarebbero anche state necessarie didascalie chiarificatrici, ma probabilmente avrebbero meritato più spazio dell’articolo stesso.

Scusandoci dei nostri furti ci limitiamo quindi a commentarne una, quella che accompagna questo pezzo.

L’immagine riprodotta ha una particolarità che la rende unica: mentre i nostri articoli nascono sempre con la stesura del testo – la ricerca delle immagini è successiva – in questo caso è avvenuto l’opposto.

Ricercando, appunto, immagini per questo numero di Sottotiro mi è capitata tra le mani una stampa che illustra il libro Una storia della lettura di Alberto Manguel, e mi è nato il desiderio di scrivere un articolo che la commentasse.

Tratta dal Practical Magazine di New York del 1873, è la più antica raffigurazione di un lector  in una fabbrica di sigari.

Il lector era l’operaio che durante la metà dell’Ottocento veniva pagato dai colleghi per leggere nelle fabbriche cubane di sigari.

Inizialmente questi “operai specializzati” leggevano il bollettino del primo sindacato cubano, ma presto si trasformarono in voce del popolo ignorante (il 75% della popolazione era analfabeta). Il lector leggeva libri di storia, di narrativa, di poesia e persino di economia politica.

La noia per i gesti ripetitivi del sigaraio era scacciata dalla voce del lector, che leggeva quotidiani al mattino e romanzi al pomeriggio.

Ogni commento era proibito, si doveva aspettare il termine della lettura per le considerazioni.

Pare che il libro di maggior successo fosse Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, tanto che gli operai chiesero e ottennero dall’autore il permesso di intitolare i sigari fabbricati col nome del protagonista.

Ovviamente questa attività fu molto presto proibita, perché “distraeva” i lavoratori dalle loro mansioni.

Collezione di licheni bottone

Non di solo pulp

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

“Il libro non morirà, è ovvio. Ritornerà dove è stato quasi sempre, nell’enclave di minoranze che lo manterranno vivo, e, allo stesso tempo, gli chiederanno il rigore, le belle parole, l’inventiva, le idee, le persuasive illusioni, la libertà e l’audacia che sono assenti nella grande maggioranza di quei libri che oggi usurpano la denominazione letteratura”.    MARIO VARGAS LLOSA

1) Si può fare letteratura dopo Auschwitz? O dopo “Ladri di biciclette”? O dopo “Pulp fiction”? Si può dire in una lingua che ha scritto, trascritto e riscritto l’indicibile? Che cosa significa raccontare nell’era dell’informazione globale? E, soprattutto, come dialogare con il proprio presente, con le sue discontinuità e i molteplici volti delle proprie contraddizioni?

Agli albori del XIX secolo Hegel meditava quanto la gloria dell’arte fosse alle sue spalle, nel passato, annunciando la fine dell’arte: George Steiner, in “Letteratura e post-storia” scriveva dell’“uomo che legge da solo in una stanza a bocca chiusa”. Borges ha sottolineato come la letteratura abbia sempre amato blandire la propria fine. L’ossessione di venire dopo tutto, di essere postuma rispetto all’esperienza e alla tradizione, di diventare dialogo tra morti, ha attraversato l’arte del nostro secolo come un basso continuo, come un fremito d’angoscia o, nei casi più strumentali, come un tic intellettuale in interminabili simposi solo illusoriamente capaci di dibattere sulle “ultime cose dell’uomo”, come asseriva Ripellino.

2) Non si tratta di screditare né di esaltare ciò che appare come un’innovazione e un rinnovamento nel terreno dei linguaggi, dei modelli di comunicazione e delle forme di espressione – ai cui margini ancora si discute sulla presunta “morte della letteratura” – ma di cogliere le coordinate che definiscono i nuovi fenomeni letterari, i vezzi e le mode, dal minimalismo al pulp o trash o splatter che chiamar si voglia.

Se la letteratura deve essere intrisa fatalmente – con tutte le sue precarietà, distorsioni e parzialità – della realtà presente, va subito sottolineato che la dissoluzione dei modelli di percezione e di elaborazione tipici del fenomeno pulp non è l’unica risposta possibile alle necessità di trasformazione della realtà, del linguaggio che la rappresenta e della fruizione dei destinatari.

A questo proposito accenneremo solo rapidamente al fatto che, in mancanza di un regime linguistico medio ed egemone – con l’eccezione forse solo di quello televisivo – lo scrittore oggi non può definirsi grazie alla frequentazione di un linguaggio minoritario, trasgressivo e oppositivo – se non scontando un’ambiguità difficilmente risolvibile, a cui appartiene tra l’altro lo stesso termine pulp – ma è forzatamente costretto a misurarsi con se stesso e la cui attendibilità passa anche, e soprattutto, attraverso altre responsabilità.

Occorre inoltre evidenziare che aderire ad un genere non può essere – pur nelle disomogeneità delle tendenze e nelle contraddizioni spesso profonde tra le singole peculiarità – una pratica intenzionale e per questo ben lontana da un gesto di rottura e di opposizione a vere e presunte stagnazioni culturale e letterarie. Il consenso ad uno stile, se assume tratti convenzionali, produce esiti di palese artificiosità e di fastidiosa maniera, in cui la scrittura e la narrazione vengono piegate a soluzioni arbitrarie e illegittime alla prevedibile ricerca, nel caso della maggioranza degli autori “cannibali”, di effetti di ferocia e crudeltà.

La rappresentazione del male gratuito e insensato, che sfugge alle più diverse interpretazioni ideologiche, sociologiche e psicologiche, se non viene accompagnata da un’ironia consapevole diventa compiacimento, esibizione, spettacolarizzazione – ingenua e fragile a dire il vero – circa un sottoprodotto per nulla sconvolgente della ferocia e dell’atrocità gratuite del tempo che intende descrivere.

 

Passeggiate nei boschi narrativi

Il viaggio e l’escursione nella letteratura e nella saggistica per ragazzi (di tutte le età …)

di Fabrizio Rinaldi e Paolo Repetto, 30 maggio 1997

Passeggiate nei boschi narrativi copertinaGli itinerari suggeriti in questa rassegna sono frutto di scelte molto personali, in qualche modo arbitrarie, ma anche di un preciso intento: quello di proporre solo cose che in tempi diversi hanno alimentato e soddisfatto le nostre curiosità e la nostra passione. Sono indicazioni di lettura sul tema del viaggio, e segnatamente sul “camminare” e sullo stretto legame che in­tercorre tra il camminante e l’ambiente che lo circonda. Sono rivolti tanto ai fanciulli di ogni età, quelli anagrafici e quelli che hanno comunque conservati intatti il piacere di viaggiare con la fan­tasia – quando non possono fare altrimenti -, la curiosità genuina per gli altri e per l’altrove e soprattutto la capacità di sognare e di stupirsi in proprio.
A questi Peter Pan (che sono – siamo – molti più di quanto non si creda) le prime rotte per l’isola che non c’è sono state tracciate da Verne e da Salgari, da Tommy River e da Corto Maltese: e queste rimangono ancora oggi rotte piacevolissime da percorrersi. Noi vorremmo suggerirne anche qualche altra, non meno affascinante. Solo per indicare la direzione, s’intende: tolte le an­core, ciascuno è poi capitano di se stesso.

Simbolo mostra Ragazzo che cammina

Alla scoperta del mondo


Incanto di montagne maestose, di gole profonde come abissi, di picchi alti come campanili. Marco Polo, attonito, si imprime nel cuore quelle immagini e tanti anni dopo le ricorda lucidamente: “Vi dirò come sono queste montagne. Sono molto elevate sì che uno deve camminare da mattina a sera se vuol giungere al sommo. Ma, una volta arrivati, si trovano vasti pianori, dove abbondano erbe e le piante, dove le acque sorgive, copiose e purissime, si rovesciano come fiumi giù per dirupi”.

L’Autore ripercorre la storia delle esplorazioni con la competenza che gli è propria e che è frutto non solo di lungo studio e di profondo amore, ma anche di una concreta esperienza.
Dalla collaborazione dello studioso con l’esploratore è nata così un’opera ricchissima e complessa, che non si esaurisce in una esplorazione freddamente storica, ma di­viene un racconto reso vivo e vibrante dall’elemento geografico sempre presente, da brani di diario, da aneddoti che meglio servono a inquadrare figure e avvenimenti, e da un continuo fervore di partecipazione umana alla grande avventura, mai esaurita e conclusa.
Largo spazio è stato dato in queste pagine agli esploratori italiani, che hanno lasciato orme gloriose sulla via di tutti i continenti, senza tuttavia sminuire il valore e l’importanza delle imprese compiute dai grandi esploratori stranieri.
Silvio Zavatti, Alla scoperta del mondo – Storia delle esplorazioni, Mursia 1972

Il libro delle esplorazioniHumboldt sperimentò ampiamente sul suo corpo le difficoltà opposte dal fiume a tutti gli intrusi. La piaga delle zanzare, dei tafani, dei “piumes” e di altri insetti succhia­tori di sangue era intollerabile perfino agli indiani; gli esploratori soffrivano per gli incessanti rovesci di pioggia e la fame li tormentava – il loro nutrimento consisteva in banane, manioca, acqua e talvolta un po’ di riso. […]
Nonostante tutto, Humboldt potè scrivere: “Sono penetrato nell’interno fino alle sor­genti dell’Orinoco … Di oltre cinquanta luoghi ho determinato la latitudine e la lon­gitudine, ho osservato molte comparse e scomparse di pianeti e farò un’esatta carta di questo immenso paese, abitato da più di duecento popolazioni indiane, la maggior parte delle quali non ha veduto ancor mai un uomo bianco; esse parlano lingue di­verse e posseggono culture diverse”.

Questo libro non è un’apologia di eroi.
Avrebbe potuto esserlo facilmente, perché ben di rado una così piccola schiera di uomini ha tanto contribuito alla trasformazione del mondo quanto i navigatori, i con­quistatori e gli esploratori europei dell’epoca delle scoperte. Furono così arditi – o temerari – da spingersi sino ai confini del mondo ed oltre.
Questo libro tenta di descrivere gli avvenimenti come realmente si svolsero, con i loro moventi e atti grandiosi, vili o fortuiti, con la temerarietà, energia, mancanza di scrupoli, abilità e dedizione che resero possibile il successo, allargarono il mondo co­nosciuto e lo trasformarono.
Joachim G. Leithäusen, Il libro delle esplorazioni, Ed. Massimo 1963

L africa Esploratori nel continente neroSono andato con Sekeletu a vedere le cascate che qui chia­mano “Chongué” o “Mosi-oa-Tunya”. Aventi minuti di na­vigazione da Calai si scorgono grandi colonne di vapore. Il panorama è stupendo. Mi sono fatto lasciare in un’isola situata quasi in mezzo al gorgo d’acqua e da lì ho goduto dello spettacolo: il fiume, largo un chilometro, diventa im­provvisamente un’unica massa impetuosa che precipita lungo un abisso stretto appena venti metri. È il passaggio più avvincente che abbia mai contemplato in Africa. Ho dato a queste cascate il nome Vittoria. Dopo aver piantato nell’isola un centinaio di noccioli di pesca e di albicocca e una quarantina di chicchi di caffè, per dar vita a un giar­dino che un indigeno mi ha promesso di cingere con una siepe e di curare, ho inciso su un albero le mie iniziali e, sotto, la data: 1885.
DAVID LIVINGSTONE

All’inizio dell’Ottocento il cuore dell’Africa era ancora una “terra incognita”. Burton, Speke, Baker, Stanley, Livingstone, Brazzà, Miani, Kingsley: con le loro spedizioni, in pochi decenni, sono state scoperte le sorgenti del Nilo, esplorati i bacini del Congo e dello Zambesi, conquistati i Monti della Luna.
L’avventura dei grandi esploratori ha rivelato all’Europa le straordinarie ricchezze del continente nero, alimentando le sue mire imperialistiche. Quando inizia il nuovo secolo, tutta l’Africa è ormai sottomessa alla dominazione coloniale.
Anne Hugon, L’Africa – esploratori nel continente nero, Electa/Gallimard 1994

EsploratoriMarciamo sotto la pioggia, lungo il golfo, che forse ci offrirà qualche sorpresa. Esso, col prolungasi dentro terra, diventa sempre più enigmatico. È quasi impossibile vedere il chiaro specchio delle acque traverso le alte canne palustri delle rive. La speranza di saper qualche cosa sorge e svanisce ad ogni curva di questa landa di sabbia.

La seconda metà dell’Ottocento segna il culmine della penetrazione coloniale in Africa caratterizzata dalle grandi esplorazioni nell’interno della cosiddetta Africa nera. Il capitano Vittorio Bottego, partendo dalla Somalia, compie una serie di esplorazioni lungo il corso del Giuba, attraverso il deserto dell’Ogaden e, infine, alla ricerca delle misteriose sorgenti del fiume Omo nei territori del Kenia, del Sudan e dell’Etiopia. Di questa impresa viene tenuto un diario da parte di due membri della spedizione che riescono miracolosa­mente a trovare la via del ritorno mentre Bottego perisce.
Attraverso territori sconosciuti, che le carte geografiche di allora indicavano unica­mente con una vasta macchia bianca, Bottego, i suoi compagni e la sua carovana pro­cedono in mezzo a mille pericoli e insidie, aggrediti da tribù selvagge, tormentati dalla fame, stremati dalla sete, decimati dalle malattie, ma procedono fino alla meta.
 L. Vannutelli – C. Citerni, Esploratori. Alla ricerca delle sorgenti del fiume Omo, Tasco 1987

I devastatoriSono passati circa duecento anni da quando Carlo Linneo, do­cente all’Università svedese di Uppsala, ebbe a notare con disap­punto che, sebbene gli atti di eroismo compiuti dagli studiosi di botanica non fossero di alcun modo inferiori a quelli che avevano reso grandi “re, eroi e imperatori”, ad essi veniva negato un uguale riconoscimento di valore i immortalità. Sembra anche che aggiungesse, con la cupa seriosità tipica della sua razza: “Quale lavoro è più arduo, quale scienza più faticosa della botanica?”.

L’autore è riuscito a stipare in questo libro più di tre millenni di storia delle più avventurose spedizioni alla ricerca di piante e fiori sconosciuti. “Cacciatori di piante” disposti a tutto pur di raggiungere lo scopo di clas­sificare, identificare esseri vegetali.
 Tyler Whittle, I cacciatori di piante, Rizzoli 1980

 

I racconti del grande nordL’uomo che volge le spalle alle comodità di una civiltà più an­tica per affrontare la selvaggia giovinezza, la primordiale sem­plicità del Nord, potrebbe valutare la sua riuscita in ragione in­versa alla quantità ed alla qualità delle sue abitudini incurabil­mente consolidate. Scoprirà presto, se è la persona giusta, che le abitudini materiali sono le meno importanti. Il rinunciare a un menù raffinato per del cibo grossolano, a delle scarpe di cuoio rigido per dei mocassini morbidi e informi, ad un letto di piume per un giaciglio nella neve, è dopo tutto cosa abbastanza agevole. Ma avrà il suo da fare ad imparare in maniera adeguata a foggiare il proprio atteggiamento mentale verso tutte le cose, e in particolare verso gli altri uomini.

Fra l’estate del 1897 e l’autunno del ‘98 il ventiduenne Jack London visse la più grande avventura della sua vita, intraprendendo un lungo viaggio nel Grande Nord, al confine tra Canada e Alaska, raggiungendo le migliaia di disperati di ogni età e con­dizione partiti per la corsa all’oro nello Yukon. A quell’esperienza straordinaria sono ispirati questi racconti. Queste storie di sogni impossibili, di indiani, ragazzi, cerca­tori d’oro, uomini soli con se stessi nel momento della prova suprema, oltre la quale nulla può esistere, sono tra le più belle che London abbia mai scritto.
 Jack London, I racconti del Grande Nord e della corsa all’oro, Newton 1992

Derzu UzalaDersu camminava in silenzio e guardava tutto con indiffe­renza. Io mi entusiasmavo del paesaggio, lui invece esami­nava un ramo rotto all’altezza della mano di un uomo, e da come era stato piegato, capiva la direzione tenuta dall’uomo. Dalla rottura più o meno recente egli risaliva a quando il fatto era accaduto, indovinava il tipo di scarpe ecc. Ogni volta che io non capivo qualcosa o manifestavo qualche dubbio, mi diceva:
– Hm! Tu essere bambino. Così camminare, scuotere testa. Occhi avere, non vedere, non capire. Tu essere uomo che vivere in città. Non occorre cercare cervo; volere mangiare, comprare. Solo, tu non potere vivere su monti, morire pre­sto.

Dersu Uzala è un diario di viaggio scritto dal capitano Arsen’ev, esploratore e geo­grafo, durante una serie di viaggi nelle lontane e allora (siamo agli inizi del 1900) poco conosciute terre della Siberia.
Nella prima di queste spedizioni conosce e fa amicizia con uno strano personaggio, Dersu Uzala, un uomo senza casa, senza famiglia, che vive tutto l’anno nella tajga.
Si stabilisce subito una affettuosa amicizia fra Dersu e il capitano; quest’ultimo pro­pone al cacciatore di accompagnarlo lungo il viaggio. Dersu accetta, non finendo mai di stupire Arsen’ev per la sua abilità e soprattutto per la sua umanità, facendogli da maestro e da guida.
Fa da sfondo alle varie avventure la natura, selvaggia e pericolosa, ma tuttavia ricca di fascino, di bellezza, ed insieme il fascino dell’uomo che lotta con essa.
Vladimir K. Arsen’ev, Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure, Mursia 1984

In cerca di guaiAvrebbe fatto un viaggio! Per me, che non mi ero mai al­lontanato da casa, la parola “viaggio” era quanto di più allettante si potesse immaginare. Presto si sarebbe tro­vato a centinaia di miglia da me, in mezzo a praterie e deserti sconfinati, e sulle montagne del Far West! Avrebbe visto i bisonti e gli indiani, e i cani della prate­ria, e le antilopi, e chissà quante avventure gli sarebbero capitate: lo avrebbero impiccato, magari, o scotennato, si sarebbe divertito un mondo e ce lo avrebbe scritto e sa­rebbe diventato un eroe.

Nel 1861 Mark Twain parte per il Far West al seguito del fratello Orion, nominato Segretario del Territorio del Ne­vada. Dopo ventun giorni di diligenza, in mezzo a pae­saggi stupefacenti popolati di pistoleri, mormoni, pony express, indiani ante-beatificazione e resti di carovane, diventa milionario per una settimana e approda infine, per fame, a quelle corrispon­denze per i giornali che gli daranno la celebrità. Questa è, in grezza telegrafia da terre di frontiere, la materia di In cerca di guai. Come sempre candido e scaltro, trasci­nante umorista e infiammato fustigatore, Mark Twain irride ogni cosa, dal governo centrale ai coyote, e ci offre una sequenza di settantanove capitoli che sono ciascuno un piccolo romanzo, con la prodigalità di un giocatore di roulette che per la prima volta è uscito dalla bisca senza farsi ripulire. Ogni capitolo è una chiacchierata in­torno al fuoco – e la somma di queste chiacchiere è un’epopea. Twain ride per so­pravvivere, e far sopravvivere, in mezzo agli orrori e allo splendore del West. E alla fine ci consegna uno di quei rari libri che divertono in qualsiasi punto li si apra – e dove ancora circola, pungente, il profumo selvatico dell’America.
Mark Twain, In cerca di guai, Adelphi 1993

LatinoamericaEra un mattino di ottobre. Ero andato a Córdoba approfit­tando delle vacanze del 17. Sotto il pergolato della casa di Al­berto Granado bevevamo mate zuccherato commentando tutte le ultime traversie della “porca vita”, e intanto ci dedicavamo alla manutenzione della Poderosa II. […]   Sui sentieri dell’immaginazione arrivammo a remoti paesi, na­vigando per mari tropicali e visitammo tutta l’Asia. E all’improvviso, materializzata dai nostri sogni, sorse la do­manda: e se ce andassimo in Nordamerica?
“In Nordamerica? E come?”
“Con la Poderosa, che diamine!”
Così venne deciso il viaggio, che in ogni momento si sarebbe attenuto alla linea generale su cui era stato progettato: l’improvvisazione. […] Ogni altro problema che non riguardasse la nostra impresa ci sfuggiva in quel momento, vedevamo solo la polvere della strada e noi sulla moto a divorare chilometri nella fuga verso Nord.

La vita di Ernesto Che Guevara e la sua esperienza politico-rivoluzionaria sono note a tutti. Meno nota, forse, è la sua giovinezza, di cui, qui, presentiamo un fondamentale capitolo.
Il diario del Che è il resoconto dettagliato di migliaia di chilometri, dall’Argentina al Venezuela, del viaggio in moto compiuto con il suo amico e compagno di studi Al­berto Granado. Avventure e emozioni inframmezzate da infinite riflessioni sui mille aspetti dell’America, la miseria degli indios, l’emozione di vedere l’oceano … e dai suoi ventitré anni, con la voglia di organizzare uno scherzo, innamorarsi e corteggiare le ragazze, mentre la moto perde pezzi per strada, provocando cadute tragicomiche.
Il diario di Alberto Granado – una collezione di aneddoti e situazioni divertenti de­scritti con la felicità di chi fa un viaggio sognato sin dalla più giovane età – è una te­stimonianza ulteriore sull’amico Ernesto: generoso, intelligente, corsaro, poco lo­quace, tormentato dall’asma eppure sempre entusiasta, in cerca dell’avventura e in­fiammato da quel desiderio di vivere e di conoscere che lo accompagnerà per tutta la sua breve esistenza.
Ernesto Che Guevara – Alberto Granado, Latinoamericana, Feltrinelli 1993

L anello di acque lucentiCapii quella volta che Mij significava per me assai più della maggior parte degli esseri umani di mia conoscenza, che avrei sofferto per la perdita della sua presenza fisica molto di più che per la loro, e non me ne vergognavo affatto.
Stanco di dare la caccia ai pescecani al largo delle isole Ebridi, Maxwell riceve una insolita offerta: una vecchia casa disabitata, un tempo a guardia di un faro, nelle West Highlands: Camu­sfeàrna, la Baia degli ontani. Il suo desiderio di un rapporto di­retto con la natura, non stravolto dalla “civiltà” urbana si realiz­zerà pienamente in questo angolo della Scozia. In questo mondo di scogli e di mare, persone, cose e animali parlano con lui – e col lettore di queste pagine percorse da una profonda sensibilità e da una sottile ironia – il linguaggio del rispetto reciproco, ignorando le sopraffazioni meschine di cui vive la società d’oggi.
Durante un viaggio in Iraq, presso i semisconosciuti arabi delle paludi, Maxwell ac­quista un irresistibile cucciolo di lontra – di una specie, fra l’altro, ancora ignota alla scienza. Da allora la sua esistenza muterà completamente per modellarsi su quella della sua lontra, e delle altre che la seguiranno. E questi animali giocherelloni e im­prevedibili, affettuosi e selvaggi sono i veri protagonisti del libro.
Gavin Maxwell, L’anello di acque lucenti, Rizzoli 1980

Uomini boschi e api2In uno slargo di bosco si sedette sotto un grosso abete bianco, riaccese la sua pipa e serenamente aspettò che ritornassero giù i cacciatori dalla montagna perché gli raccontassero. Nel frattempo ascoltava il bosco.

È il mondo di Rigoni Stern, i suoi inverni, con i segni rossi sulla neve del lepre ferito, le sue primavere, con le coturnici che cantano, e i prati che si riempiono del giallo del tarassaco e di sciami di api e la sua gente.
Mario Rigoni Stern, Uomini, boschi e api, Einaudi 1980

Il bosco degli urogalli

Era una sera di maggio del 1945, come questa. I due alberi c’erano ancora, e c’era la strada dove aveva tanto giocato, c’erano la corte con il cancello e i gradini di pietra; c’era an­cora il colore verde che aveva dato al cancello prima di partire […], sulla porta c’era anche la sedia dove il nonno fumava la pipa guardando i rondoni e la maniglia d’ottone che la madre lucidava con farina gialla e aceto.
Sentì chiamare, gridare, piangere tanta gente attorno a lui. Nella camera c’erano sempre i tre letti di ferro dove aveva dormito con i fratelli. Il suo posto vicino al muro, le lenzuola con su ricamate le iniziali della nonna, i cuscini di piuma con le fodere rosse. Non dormì, ascoltò la casa tutta la notte finché le rondini incomincia­rono a cantare sotto il portico. In tanti anni non le aveva mai sentite.
Partiva al mattino e ritornava alla sera, girava tutto il giorno per i boschi come avesse da cercare qualcosa, così per tanti giorni. Finché una sera il vecchio zio curvo e bianco lo invitò a vangare l’orto. Quando ebbero finito disse il vecchio: – Domani dobbiamo zappare le patate.

 Il bosco degli urogalli raccoglie storie di cacciatori, di animali selvatici, di cani, di montagne, in cui si respira un senso di spazi aperti, di paesaggi impervi, e soprattutto una calda presenza umana. Rigoni sa rendere la limpida immediatezza delle cose e delle giornate, e insieme ad essa un accento di virile fiducia nella vita. Queste pagine confermano “il dono della semplicità e di poesia che gli è proprio – ha scritto Geno Pampaloni -. Ritroviamo l’accento del sergente Rigoni là dove si narrano storie di caccia, il silenzio del bosco, i villaggi chiusi nell’inverno e il grato fuoco delle cucine e la limpida solitudine delle albe per i sentieri di montagna: quel paesaggio fraterno e familiare e forte come una presenza morale, la cui immagine antica e gentile egli ri­trovava tra i contadini di Russia, nelle povere isbe coperte di neve”.
Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi 1981

Storie naturaliIl cacciatore d’immagini
Salta dal letto di buon mattino, e parte soltanto se il suo spirito è chiaro, il suo cuore puro, il suo corpo leggero come un vestito d’estate. Non porta con sé alcuna provvista. Berrà l’aria fresca per la via, e respirerà gli odori salubri. Lascia a casa le armi e s’accontenta di aprire gli occhi. Gli occhi servono da reti, dove le immagini s’imprigionano da sé.
Coglie l’immagine dei grani ondeggianti, delle erbe mediche appetitose e dei prati orlati di ruscelli. Coglie al passaggio il volo d’un’allodola o d’un cardellino.


L’anitra immobile nello stagno, il salto di un pesce a pancia in su, una tacchina tronfia delle sue piume, cigni e farfalle, lucer­tole e lepri: questi e altri animali sono le “prede” di un singolare cacciatore d’immagini: lo scrittore francese Jules Renard.
Appassionato osservatore della natura quotidiana, in queste sue “Storie naturali” Re­nard raduna in uno zoo colorato e domestico gli animali incontrati durante le sue pas­seggiate tra cascine e aie, viottoli e stagni. Ne nasce un “album” unico: “le sue imma­gini – come osserva Italo Calvino nella sua presentazione – sono fantasiose ma sempre con un tono secco ed esatto: non c’è mai zucchero; alle volte un po’ d’amaro”.
Jules Renard, Storie naturali, Einaudi 1977

Mitologia degli alberiNell’antichità solo gli alberi degni di nota e indicati da un segno sovrannaturale diventavano oggetto di un culto, ma non per questo tutti gli altri non possedevano ognuno un’anima corrispondente alla sua particolare specie. A volte si trattava di un essere semidivino di cui la specie portava il nome e che si presumeva averle dato vita; il più delle volte era una ninfa che aveva subito una metamorfosi.

Di questi tempi si parla con insistenza sempre crescente della distruzione dei boschi e delle foreste del pianeta e dei suoi ef­fetti a lungo termine sull’insieme degli esseri viventi. Ma troppo spesso si dimentica che con gli alberi scompare anche un prezioso patrimonio dell’umanità. Perché è esistita un’epoca in cui le piante venivano considerate la manifesta­zione più immediata e concreta della divinità. Alle piante gli uomini si rivolgevano per chiedere protezione e conforto. Intorno ad esse fiorivano miti straordinari che toccavano i cuori e rasserenavano gli animi. E a ciascuna specie, a ogni albero veni­vano attribuite caratteristiche particolari, perché in ciascuno di essi il mistero della natura e quello del divino trovavano un diverso equilibrio.
Jacques Brosse ha ricostruito questo mondo perduto, raccogliendo racconti e tradi­zioni dall’immenso serbatoio delle mitologie egizia, semitica, cretese, indiana, greca, latina, germanica, celtica. Quella così compilata è dunque in primo luogo una piccola ma esauriente enciclopedia dei miti legati alle diverse specie: quercia, pino, frassino, betulla, noce, cipresso, fico, ulivo, melo, vite …
Jacques Brosse, Mitologia degli alberi, Rizzoli 1991

La mia famiglia e altri animaliA poco a poco la magia dell’isola ci avvolse gentile e persistente come un polline. Ogni giorno portava con sé una tale tranquil­lità, una tale durata fuori del tempo da far desiderare che non finisse mai. Ma poi la pelle scura della notte si sbucciava ed ecco un nuovo giorno davanti a noi, lustro e colorato come una decalcomania, e con lo stesso tocco di realtà.

“Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso da ragazzo, con la mia famiglia, nell’isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell’isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia fa­miglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invi­tato i vari amici a dividere i capitoli con loro”: così Gerald Durrell presenta questo li­bro, uno dei più universalmente amati che siano apparsi in Inghilterra negli ultimi trent’anni. Ma il lettore avrà il piacere di scoprirvi anche qualcos’altro: la storia di un Paradiso Terrestre, e di un ragazzo che vi scorrazza instancabilmente, curioso di sco­prire la vita (che per lui, futuro illustre zoologo, è soprattutto la natura e gli animali), passando anche attraverso avventure, tensioni, turbamenti, tutti però stemperati in una atmosfera di tale felicità che il lettore ne viene fin dalle prime pagine contagiato.
Gerard Durrell, La mia famiglia e altri animali, Adelphi 1991

Il leopardo delle neviDopo un attimo, sollevando lo sguardo, mi pose a sua volte un interrogativo non fa­cile. Mi disse che capiva come mai GS, essendo un biologo, avesse deciso di percor­rere centinaia di chilometri in alta montagna per raccogliere sull’altipiano del Tibet informazioni scientifiche. Ma perché mai ci andavo anch’io? Che cosa speravo di trovare? […]
Come avrei potuto dirgli che speravo di penetrare i segreti della montagna sulle tracce di qualcosa che tuttora ignoravo e che, come lo yeti, continuava a non essere visto proprio perché era l’oggetto di una ricerca?

Il leopardo delle nevi, il più bello e il più raro dei felini, vive sull’Himalaya ad al­tezze inaccessibili, non scende mai a valle e la sua stessa esistenza è avvolta in un alone di leggenda. È nella speranza di vederlo che Matthiessen ha compiuto due spe­dizioni scientifiche nella zona. Egli, colpito da questa figura apparentemente più sim­bolica che reale, si è addentrato nei misteri della spiritualità tibetana.
Peter Mathiessen, Il leopardo delle nevi, Frassinelli 1993

 

Il pollice del pandaMa la storia della vita, per come la interpreto io, è costituita da una serie di dati stabili, punteggiati a intervalli da grandi eventi che avven­gono con una grande rapidità e servono a realizzare il successivo pe­riodo di stabilità.

La natura fa salti, eccome. Il più brillante dei paleontologi ci prende per mano lungo i sentieri e le svolte dell’evoluzione. Si parla dell’intelligenza dei dinosauri, dell’uomo fossile, di Topolino …
Stephen Jay Gould, Il pollice del panda – Riflessioni sulla storia naturale, Ed. Riuniti 1993

 

Viaggio a ritrosoÈ quindi ora, al ritorno, che comincerà la loro vera escursione, poiché la fantasia sarà, d’ora in poi, la loro guida ed essi viaggeranno nei loro ricordi.

Nel 1859 Jules Verne ha trentuno anni e sogna di viaggiare. Gli viene offerta l’occasione di visitare, insieme ad un amico, l’Inghilterra e la Scozia. Partiti da Nantes per sbarcare a Liverpool, sono costretti a pas­sare per Bordeaux, da cui il viaggio “a ritroso”.
Jules Verne, Viaggio (a ritroso) in Inghilterra e Scozia, Biblioteca del Vascello 1990

CamminareLe armi con cui abbiamo conseguito le vittorie più gloriose, quelle che dovrebbero venir trasmesse in eredità di padre in fi­glio, non sono la spada e la lancia, ma l’accetta, la falce, la vanga e la zappa, arrugginite dal sangue di infinite praterie, e annerite dalla polvere di infiniti campi che solo con la dura lotta poterono coltivare.

Camminare è il testo di una conferenza tenuta da Henry David Thoreau per la prima volta al Concord Lyceum il 23 aprile 1851; ben presto diventa il suo testo più noto e preferito e lo legge più volte, negli anni successivi, ampliandolo progressi­vamente. In esso, centrale è il simbolismo legato all’escursione come modello di vita: il quotidiano vagabondare nella natura costituisce una sorta di strategia di sopravvivenza sia reale che simbolica e l’anelito al movimento è nella sua essenza desiderio di liberazione dall’ansia e dal malessere avvertiti nel mondo.
Thoreau si fa così portavoce di un paradosso: il successo, l’assillante corsa al potere e alle prosperità materiali possono essere l’amara ricompensa di una sconfitta, mentre la vita in solitudine e in oscurità può offrire doni preziosi e insospettati.
Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori 1991

Walden o Vita nei boschiMi ero ritirato qui, nel grande oceano della solitudine nel quale si vuotano i fiumi della società, ed ero tanto tanto lontano che, per la maggior parte – per ciò che riguardava le mie necessità – solo il sentimento più fine si depositava intorno a me.

Testimonianza di una scelta di vita compiuta al di fuori di ogni schema, Walden è l’affascinante resoconto, redatto in uno stile che sta tra il saggio e il diario, dei due anni di soggiorno solitario che Thoreau trascorse in una foresta del New England.  Da quest’opera – la più famosa fra quelle composte dallo scrittore americano – continuano ancor oggi a tratte ispirazione i pacifisti di ogni tendenza, i cultori d’ogni sorta di anticonformismo, gli alfieri dell’ecologia, della resistenza passiva, della disobbedienza civile, della non violenza.
Henry David Thoreau, Walden o Vita nei boschi, BIT 1995

Il monte analogoNella tradizione fiabesca la Montagna è il legame fra la Terra e il Cielo. La sua cima unica tocca il mondo dell’eternità e la sua base si ramifica in molteplici contrafforti nel mondo dei mortali. È la via per la quale l’uomo può elevarsi alla divinità e la divinità rivelarsi all’uomo.

Un gruppo di singolari ed esperti alpinisti, certi dell’esistenza, in qualche parte del globo, di una montagna la cui vetta è più alta di tutte le vette, decide un giorno di partire da Parigi per tentare di scoprirla e di darne la scalata. Dopo una navigazione “non eucli­dea”, a bordo di un’imbarcazione chiamata l’Impossibile, gli esploratori approdano nell’isola-continente del Monte Analogo, dove trovano una popolazione, dagli usi apparentemente stravaganti, che discende da uomini di tutti i tempi e che, come loro, vive ormai, soltanto, nella speranza di scalare la vetta. Un breve soggiorno nel villag­gio di Porto-delle-Scimmie, e il gruppo dei nostri alpinisti intraprende l’ascensione, arrivando in vista del campo base. A questo punto il racconto si interrompe: siamo soltanto all’inizio di un viaggio – che forse è sempre, continuamente, all’inizio – quando la morte coglie René Daumal, l’autore di questa storia, impedendogli di de­scrivere il seguito della scalata del monte simbolico che unisce la Terra e il Cielo.
René Daumal, Il Monte Analogo, Adelphi 1977

 

La terra di porporaTalvolta, seduto sulla cima del grande, solitario colle che dà nome alla città, fissavo per ore l’ampio paesaggio dell’entroterra, come se potessi distinguere, senza mai stancar­mene, tutto quanto si stendeva davanti ai miei occhi: le pianure, i fiumi, i boschi, le colline, le capanne dove mi ero fermato, e più di un amabile volto umano. Anche i visi che mi avevano mal­trattato o guardato con occhio malevolo mi apparivano ora sotto un aspetto bonario. Ma soprattutto pensavo al mio caro fiume, l’indimenticabile Yí, alla bianca casa ombrosa al margine della piccola città […].

La misteriosa pampa argentina è la terra di porpora: gli anni sono quelli della metà del secolo scorso all’incirca. La guerra ci­vile fermata: la vivono uomini indolenti e selvaggi. Fra essi si muove, pellegrino a cavallo, un bel giovane inglese, Richard Lamb.
L’autore è un inglese che viaggiò per le solitarie praterie della Plata, della Banda Orientale e della Patagonia: era un naturalista, e i suoi viaggi ebbero pretesti scienti­fici.
William Henry Hudson, La terra di porpora, Rizzoli 1975

Unmondo lontanoIo, bambino di appena sei anni ma già capace di andar di galoppo e senza cadere su un cavallo non sellato, invito il lettore, anche lui in groppa a un cavallo – sia pure immagi­nario – ad allontanarsi con me dalla casa per raggiungere, a una lega circa di distanza, qualche posto che sovrasti un poco la pianura circostante. Là giunti, seduti sui nostri ca­valli, potremo dominare un orizzonte più vasto di quello che contemplerebbe anche l’uomo più alto standocene semplice­mente in piedi […].

Un mondo lontano dipinge l’infanzia e l’adolescenza di Hud­son nella pampa argentina, luogo di appassionati e gioiosi incontri con innumerevoli esseri viventi – uccelli, serpenti, piante, fiori – con i quali il protagonista dialoga, felice di sco­prire ogni volta una nuova manifestazione di vita. Avventurieri, mendicanti, guerrieri, allevatori di cavalli, donne pallide e misteriose, gente perduta, adulti e coetanei ap­paiono e scompaiono dopo avere ogni volta manifestato al giovane protagonista un qualche aspetto della vita: l’amore, l’amicizia, la gelosia, l’odio, il sopruso, la delu­sione, il dolore, la morte.
William H. Hudson, Un mondo lontano, Adelphi 1993

La vita delle termitiIn una parola, la natura si è mostrata con lei – quasi come coll’uomo – ingiusta, malevola, ironica, fantastica, illogica o perfida. Ma come l’uomo e – almeno fino ad oggi – qualche volta meglio di lui essa a saputo trar partito dall’unico van­taggio che una matrigna obliosa, curiosa o semplicemente indifferente a voluto lasciarle: una piccola forza che non si vede, che, in lei, chiamiamo istinto e, in noi, chi sa perché, intelligenza.

Nel 1901 Maesterlinck scrive La vita delle api. La vita delle termiti è del 1926. Nei venticinque anni che corrono tra le due opere l’atteggiamento nei confronti della vita del poeta belga è profondamente mutato: “questo libro” scrive l’autore “ potrà essere accostato a La vita delle api: ma il colore e l’ambiente non sono gli stessi. È, in un certo senso, il giorno e la notte, l’alba e il cre­puscolo, il cielo e l’inferno. Da un lato … tutto è luce, primavera, estate, sole, pro­fumi, spazio, ali, azzurro, rugiada e felicità senza uguale tra le allegrezze della terra: dall’altro, tutto è tenebre, oppressione sotterranea, asprezza, avarizia sordida e gros­solana, atmosfera di carcere, di ergastolo, di sepolcro …”.
Maurice Maeterlinck, La vita delle termiti, Rizzoli 1980

I fiumi scendono a orienteL’acqua sommergeva il ponte delle nostre zattere, ed era bellis­simo essere di nuovo liberi, fendere le acque in tumulto, udire i tonfi delle nostre prue contro i grandi fogli si schiuma, e sentirci tutti, io, Jorge e i quattro indios, bagnati da capo a piedi.

A est delle Ande peruviane giace il Gran Pajonal, una sconfinata landa soffocata dalla giungla e solcata da una rete fittissima di fiumi. Leonard Clark è convinto che lì si nascondano le leggenda­rie Sette Città, di quel mitico El Dorado che sin dal XVI secolo gli esploratori cercarono invano.
Con un solo compagno, Clark si addentra nell’inferno verde e, dopo incredibili avventure, arriva finalmente alle città sepolte nella giungla, i cui avanzi testimoniano drammaticamente la dominazione spagnola.
Leonard Clark, I fiumi scendevano a Oriente, Vallardi 1985

I devastatoriNon conviene sapere la storia del detestabile verme per fargli guerra vantaggiosamente e sbarazzare il giardino da questa genìa?”
Tutti furono del parere giudizioso dello zio. Invece di schiac­ciare scioccamente la bestia, era molto meglio esaminarla, an­zitutto per sapere come è fatta, come vive e come s’introduce nel legno. Così si potrebbero, più tardi o arrestare i suoi guasti. Un nemico di cui si conoscono i mezzi d’azione è semivinto. Paolo prese dunque il bruco e lo mise nel cavo della sua mano.

C’è in questi dialoghi dello zio Paolo con i nipoti la semplice grazia degli antichi sillabari naturalistici, come pochi hanno sa­puto scrivere. C’è grazia e c’è fantasia: il libro comincia con una notte di vento, un lillà spezzato e delle lacrime, e di qui passa la descrizione della metamorfosi degli in­setti, compie un continuo cammino a ritroso: dal segno, dalla traccia lasciata dall’insetto che i bambini trovano nel giardino, all’insetto che i bambini trovano nel giardino, all’insetto stesso, che viene cercato, scovato, cacciato e infine descritto, con una narrazione sempre chiara e limpida, con i suoi momenti di invenzione, come quando l’autore per spiegare la moltiplicazione degli afidi, e la progressione alge­brica, narra la storia del dervis e del chicco di grano, e come nell’episodio del mag­giolino, che da occasione per i giochi dei ragazzi nel racconto dello zio Paolo assurge alle dimensioni mitiche di un calamitoso flagello.
J. Henri Fabre, I devastatori, Rizzoli 1984

 

PrateriaE ho anche iniziato a considerare le praterie, poco distanti dalla città in cui sono nato, la mia terra natale, e ho co­minciato ad amarle non perché attirano l’attenzione come i monti o la costa, ma perché la respingono sfidando la ca­pacità di mantenerla sveglia. […]
Qui sembra che l’aria non sia ancora mai stata usata.

Questo libro afferma con forza che oggi, nell’era in cui la televisione trasmette in diretta dagli angoli più remoti del mondo per spettatori che non abbandonano mai la poltrona, è ancora possibile viaggiare. Non solo, è possibile viag­giare con la curiosità dei grandi esploratori, con la loro in­genuità, con la stessa sete di scoperte, e quella speciale scrupolosità nello sguardo.
In Prateria l’autore concentra la sua attenzione su una pic­cola contea del Kansas, la Chase County, lavorando in profondità, quasi come un ar­cheologo, sulle infinite stratificazioni naturali e storiche che sfuggono all’occhio del turista frettoloso. La scelta del Kansas non è casuale: è un luogo apparentemente de­solato e monotono che “sfida la capacità di mantenere sveglia l’attenzione”, ideale per studiare “la terra e ciò che la plasma”. L’intento è scoprire il carattere originario di questa terra, iniziando col descrivere l’erba bluestem (alta più di tre metri), par­lando poi dell’importanza degli incendi per la rigenerazione della terra, e raccontando le alluvioni, il vento, la furia dei tornado, e rileggendo i racconti dei primi coloni, se­guendo le tracce degli indiani Kaw, facendo parlare allevatori e agricoltori, e colti­vando il sogno di un grande parco nazionale della prateria. Canto d’amore per la na­tura che, non solo in America, rischia di scomparire, Prateria è una grande “carta to­pografica di parole”, lo scenario di un’avventura che l’uomo può ancora vivere.
William Least Heat-Moon, Prateria, Einaudi 1994

L arte di andare a passeggioPer assolvere il compito di una passeggiata all’aperto non è necessario andare da soli, ma è ben possibile camminare ac­canto ad un compagno a noi concorde, insieme presi in un tranquillo colloquiare su temi generali della realtà umana, della letteratura, o su alcuni aspetti naturali che ci si offrano durante il percorso, senza che tutto ciò attenui in alcun modo gli effetti della natura sul nostro animo. Ma si deve pur dire che sarà bene, di tanto in tanto, passeggiare da solo, per colui il quale non desideri unicamente registrare impressioni esteriori, ma molto più percepisca l’incoercibile impulso di abbando­narsi al proprio genio e vivere solo con se stesso.
Il campo risveglia alla vista l’idea di una sollecita creatività umana e della conse­guente speranza di un futuro più o meno prossimo. Alla vista di un prato si ottiene, attraverso quella sua calma uniformità, il senso di una tranquilla imperturbabile e ferma contentezza. Un bosco sembra accoglierci nelle sue sacre ombre, perché noi vi si possa soggiornare lontano dai turbamenti dell’animo e della natura.

La passeggiata è attività che avvia il corpo ad un silenzioso collaborare con l’anima in quel momento seria e meditabonda. Il corpo, in attività ma senza disturbare, crea lo spazio, tutto mentale, per il dispiegarsi della catena del pensiero.
L’arte di andare a passeggio è un’istruzione gioiosa, con divagazioni e colti riferi­menti, su come ben condursi e proficuamente nella passeggiata, fragile esercizio etico-estetico.
Karl Gottlob Schelle, L’arte di andare a passeggio, Sellerio 1993

La salitaInizio d’estate, primissime ore del mattino: nel profondo delle Alpi, al punto di congiunzione fra due valli, su sedie verdi di metallo, davanti a un caffè ancora addormentato, sono sedute due figure che l’abbigliamento e l’attrezzatura rendono facil­mente riconoscibili come alpinisti (spessi abiti di lana e cap­pelli di feltro, sacchi da montagna, uno dei quali con la fune arrotolata sopra, lunghe piccozze e pesanti scarpe chiodate: la vicenda si svolge in uno dei primi decenni del secolo).

La prosa scarna ma pregnante di Hohl trasforma la descrizione di un’ascensione in montagna in una parabola sulla vita, con un susseguirsi di interrogativi e riflessioni fulminanti come afori­smi.
Protagonisti sono due giovani alpinisti e il ghiacciaio: uno scenario grandioso dalla cui descrizione minuziosa e al contempo lirica traspare l’immenso amore che Hohl stesso provò per la montagna.
In La salita quasi tutto appare estremo, non ultimo il rigore stilistico, perché la scrit­tura, diceva l’autore deve essere “più leggera di un pezzo di carta”.
Ludwig Hohl, La salita, Marcos y Marcos 1991

L uomo che piantava alberiQuando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole.

Durante una delle sue passeggiate in Provenza, Jean Giono ha incontrato una personalità indimenticabile: un pastore solitario e tranquillo, di po­che parole, con le pecore e il cane. Quest’uomo stava compiendo una grande azione, un’impresa che avrebbe cambiato la faccia della sua terra e la vita delle generazioni future.
Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Ed. 1996

Le prolisse passeggiate mi ispirano mille pensieri fruttuosi, men­tre rinchiuso in casa avvizzirei e inaridirei miseramente. L’andare a spasso non è per me solo salutare, ma anche profitte­vole, non è solo bello ma anche utile. Una passeggiata mi stimola professionalmente, ma al contempo mi procura anche uno svago personale; mi consola, allieta e ristora, mi dà godimento, ma ha anche il vantaggio di spronarmi a nuove creazioni, perché mi of­fre numerose occasioni concrete, più o meno significative, che, tornato a casa, posso elaborare con impegno. Ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito, ogni piacevole passeggiata, sia pur breve. La cono­scenza della natura e del paese si schiude piena di deliziose lusinghe ai sensi e agli sguardi dell’attento passeggiatore, che beninteso deve andare in giro ad occhi non già abbassati, ma al contrario ben aperti e limpidi, se desidera che sorga in lui il bel sentimento, l’idea alta e nobile del passeggiatore.

La passeggiataLa passeggiata è uno dei testi più perfetti di Walser, il grande scrittore svizzero che ormai viene posto fra i massimi autori di lingua tedesca del nostro secolo. Ma La passeggiata ha anche un significato peculiare in rapporto a tutta l’opera di Walser: è in certo modo la metafora della sua scrittura nomade, perpetuamente dissociata e ab­bandonata agli incontri più incongrui, casuali, e sorprendenti, come lo è appunto ogni accanito passeggiatore – e tale Walser era -, che abbraccia amorosamente ogni parti­colare del circostante e insieme lo osserva da una invalicabile distanza, quella del so­litario, estraneo a ogni rapporto funzionale col mondo.
Robert Walser, La passeggiata, Adelphi 1993

Breviario per nomadiIl seguire un percorso dal principio alla fine dà una spe­ciale soddisfazione sia nella vita che nella letteratura (il viaggio come struttura narrativa) […]. La necessità di comprendere in un’immagine la dimensione del tempo in­sieme dal principio alla fine dà una speciale soddisfazione sia nella vita che nella letteratura (il viaggio come struttura narrativa) […]. La necessità di comprendere in un’immagine la dimensione del tempo insieme a quella dello spazio è all’origine della cartografia. Tempo come storia del passato […] tempo al futuro: come presenza di ostacoli che s’incrotreranno nel viaggio, e qui il tempo atmosferico si salda al tempo cronologico […]. La cartografia insomma, anche se statica, presuppone una idea narrativa, è concepita in funzione di un itinerario, è Odissea.
ITALO CALVINO

Soprattutto, non perdete la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, rag­giungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri mi­gliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata … ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati … Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.
SØREN KIERKEEGAARD

Sono come un animale selvatico: mi faccio le mie piste […] non come l’antilope o la zebra né come il bufalo o altri animali da branco: di quelli che si soccorrono, af­frontano in massa le difficoltà per sopravvivere a ciò cui singolarmente soccombe­rebbero, e che tuttavia diventano singole prede e muoiono soli, ciascuno a suo tempo. Io faccio la mia pista privata […]. Forse dovrei dire che anch’io sopravvivo qui, ma conto su me sola; anche nei giorni in cui mi sembra che la terra sia piena di serpenti.
WILMA STOKENSTRÖM

Questa raccolta di citazioni, massime, aforismi e proverbi è dedicata al viaggio, al nomadismo, al territorio da percorrere, fuori e dentro di sé.
Vanni Beltrami, Breviario per nomadi, Biblioteca del Vascello 1995

Viaggiare HesseNoi, vassalli della voglia di viaggiare, passiamo la vita a inse­guire la nostra madre terra in tutte le sue forme ed espressioni, vorremmo perfino fare tutt’uno con essa, pronti alla dedizione assoluta, lo sogniamo, lo desideriamo con tutte le nostre forze. E questa nostra passione, questa nostra caccia alla terra non è in sé, forse, meglio di una qualsiasi altra passionaccia, sia quella del giocatore o dello speculatore, del Don Giovanni e dell’arrivista. Quando la terra ci chiama, quando noialtri eterni camminatori senza sosta prendiamo commiato da casa, non stiamo abbandonando alcunché, non stiamo fuggendo, stiamo semplicemente per tuffarci nel fuoco dell’esperienza. Siamo curiosi del Sud-america, di una qualsiasi baietta ancora inesplorata dei Mari del Sud, dei Poli della terra, vogliamo comprendere il moto dei venti, delle correnti, dei lampi, delle slavine – ma ancor più curiosi siamo della morte, l’ultima e forse più intensa esperienza del nostro esserci. Perché di tutte le esperienze possibili, sono fondamentali, secondo noi, quelle per cui siamo pronti anche a dare la vita.

Per amore o per sfida, per necessità o per fuga, tutti i personaggi di Hermann Hesse, prima o poi, si misurano con il viaggio. Questa raccolta offre un compendio esau­riente e ben organizzato con i migliori scritti di viaggio del giovane Hesse.
Hermann Hesse, Viaggiare, Marcos y Marcos 1994

VagabondaggioSe esistessero molti uomini nei quali fosse così radicato come lo è in me il disprezzo per i confini nazionali, allora non ci sarebbero più guerre né blocchi. Niente è più odioso dei confini, niente è più stupido. Essi sono come cannoni, come generali: sino a quando ragione, senso di umiltà e pace dominano, non se ne ha sentore e di loro si ride, – ma non appena guerra e follia divampano essi divengono importanti e sacri.

Nel mondo poetico e narrativo dell’autore ricorre con frequenza la figura del vagabondo, del cercatore irrequieto, sospinto senza tregua tra boschi e villaggi, sempre a un valico o a una frontiera. In questa condizione di libertà assoluta, di totale disponibilità, il viandante si fa protagonista di un’esperienza superiore, quasi sacrale. In senso e la poesia del vagabondaggio sono chiaramente metaforici: ogni uomo che voglia incamminarsi alla ricerca dell’essenza mistica e spirituale della vita, è da quel momento viandante, uomo solo.
Hermann Hesse, Vagabondaggio, Newton 1992

 

Viaggio nelle CévennesIl sole era già calato dietro a una nebbia dall’aspetto ventoso e […] il nostro sentiero era immerso nel grigio e nel freddo. Un’infinità di stradine secondarie portava qua e là tra i campi. Era un labirinto senza capo né coda. Potevo vedere sopra di me la mia destinazione, ovvero la cima che la dominava; ma qualsiasi di esse scegliessi, le strade finivano sempre per allontanarsene e scendere a serpentina verso la valle o salire verso nord lungo il margine delle colline.

Stevenson racconta in questo libro il viaggio che lo portò ad attra­versare, in compagnia di un asino, le Cévennes, nel sud della Fran­cia. Un viaggio davvero avventuroso, fatto a piedi, con bivacchi sotto le stelle e in­contri insoliti, in un paesaggio dagli ampi spazi e dai grandi silenzi.
Robert Louis Stevenson, Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino, Ibis 1993

Impressioni di viaggioVoglio andarmene sui monti
dove stanne le capanne quiete
dove il cuore si dilata libero
e l’aria soffia libera.

Voglio andarmene sui monti
dove sono gli abeti alti e scuri,
dove i ruscelli mormorano, gli uccelli cantano,
e le nuvole galoppano orgogliose.

Addio, saloni lucidi,
lucidi gentiluomini, signore levigate,
voglio andarmene sui monti
e da lassù ridere su di voi.

I resoconti di viaggio sono da secoli un genere letterario molto comune, quello di Heine fu uno dei meglio riusciti.
Heinrich Heine, Impressioni di viaggio, Istituto Geografico De Agostini 1983

In patagoniaNessun suono tranne quello del vento, che sibilava fra i cespugli spinosi e l’erba morta, nessun altro segno di vita all’infuori di un falco e di uno scarafaggio immobile su una pietra bianca.
Il deserto della Patagonia non è un deserto di sabbia o di ghiaia, ma una distesa di bassi rovi dalle foglie grigie, che quando sono schiacciate emanano un odore amaro. Diversamente dai deserti dell’Arabia non ha prodotto nessun drammatico eccesso dello spirito, ma ha certamente un posto nella storia dell’esperienza umana. Darwin trovò le sue qualità negative irresistibili. Ricapitolando Il viaggio della Beagle tentò, senza riuscirvi, di spiegare perché, più di tutte le meraviglie da lui viste, questo “arido deserto” aveva tanto colpito la sua mente.

Dopo l’ultima guerra, alcuni ragazzi inglesi, fra cui l’autore di questo libro, chini sulle carte geografiche, cercavano l’unico luogo giusto per sfuggire alla prossima di­struzione nucleare. Scelsero la Patagonia. E proprio in Patagonia si sarebbe spinto Bruce Chatwin per trovare l’incanto di viaggiare. All’interno di una natura povera, disabituata all’uomo, incontrerà un arcipelago di vite e di casi molto più sorprendente di quel che ogni esotismo permetta di pensare. Questa terra eccentrica per eccellenza è un perfetto ricettacolo per l’allucinazione, la solitudine e l’esilio.
La Patagonia di Chatwin diventa, per chiunque si appassioni a questo libro, un luogo che mancava alla propria geografia personale e di cui avvertiva segretamente il biso­gno.
Bruce Chatwin, In Patagonia, Adelphi 1982

Ritorno in patagoniaLa Patagonia è la cura per i mali dell’umanità.

Melville usò l’aggettivo “patagonico” per indicare qualcosa di to­talmente esotico, mostruoso e pericolosamente attraente. Un’attrazione che agì anche sul giovane Bruce Chatwin. Fin dall’età di tre anni la Patagonia gli apparve come la Terra delle meraviglie. Poi dall’esperienza nacque In Patagonia, il più bel libro di viaggi dei nostri tempi. Qualche tempo dopo, un altro scrittore di viaggi, Paul Theroux, pubblicava un altro affascinante libro su quella terra, The Old Patagoniam Express. Infine, nel 1985, i due scrittori com­posero, in una sorta di contrappunto a due voci, questo libretto, dove entrambi tornano sulle tracce della loro passione.
Bruce Chatwin – Paul Theroux, Ritorno in Patagonia, Adelphi 1991

Le vie dei cantiDopo la marcia forzata, i portatori rifiutano di camminare e aspettano di essere raggiunti dalle loro anime.
Gli aborigeni non credono all’esistenza del paese finché non lo vedono e lo cantano.
Quasi tutti noi, che eroi non siamo, nella vita perdiamo il nostro tempo, agiamo a sproposito e alla fine siamo vittime dei nostri vari disordini emotivi. L’Eroe no. L’Eroe – e per questo lo proclamiamo tale – affronta ogni cimento quando gli si pre­senta, e accumula punti su punti.

Per gli aborigeni australiani, la loro terra era tutta segnata da un intrecciarsi di Vie dei Canti, un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi. Dietro questo fenomeno, che apparve subito enigmatico agli antropologi occidentali, si cela una vera metafi­sica del nomadismo. Questo libro potrebbe essere descritto anch’esso come una Via del Canti: romanzo e percorso di idee, una musica di idee che muove tutta da un in­terrogativo: perché l’uomo, fin dalle origini, ha sentito un impulso irresistibile a spo­starsi, a migrare?
Bruce Chatwin, Le Vie del Canti, Adelphi 1988

 

E venne chiamata due cuoriMi spiegarono come misurassero le distanze intonando canzoni dai ritmi ben precisi. Alcune erano composte da oltre cento versi, e ogni parola e ogni pausa doveva essere ripetuta fedelmente, né erano permessi vuoti di memoria o improvvisazioni dato che ogni canzone costituiva una vera e propria asta di misurazione.

… e vene chiamata Due Cuori è il racconto romanzato della straor­dinaria avventura umana e spirituale di una donna, Marlo Morgan, che per motivi di lavoro si trova a vivere in Australia e accetta un invito di una tribù di aborigeni. Con sua grande sorpresa, Marlo viene portata nel cuore di una foresta, e inizia da qui il vagabondaggio che durerà per quattro mesi percorrendo a piedi nudi l’Outback australiano.
Marlo Morgan, … e venne chiamata Due Cuori, Rizzoli 1994

Sabbie arabeMe ne andai a zonzo fino a un lontano costone, contento di star solo per un po’, e mi sedetti a guardare le ombre uniformi che screziavano la pianura color terra d’ombra su cui nient’altro si muoveva. Tutto era immobile, con quel silenzio che noi abbiamo cacciato dal nostro mondo.

Wilfred Thesiger, che possiamo considerare in un certo senso l’ultimo dei grandi esploratori britannici di stampo romantico, ci restituisce con questo “diario di viaggi” un affresco vivo e affascinante dei deserti meridionali della penisola arabica.
Dopo aver condiviso per diversi anni, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la dura vita delle popo­lazioni beduine che vivono ai margini di queste immense distese desolate di sabbia, l’autore racconta un’esperienza probabilmente unica, intessuta di particolari quotidiani.
L’andamento narrativo è quello del resoconto di stampo antropologico, che ci porta con immediatezza nell’atmosfera implacabile e silenziosa del deserto, a contatto con le genti fiere e generose che faticosamente trascorrono la propria esistenza in un ha­bitat tanto inospitale.
Wilfred Thesiger, Sabbie arabe – Viaggio nell’Arabia deserta, Mondadori 1991

 

Il viaggiatore delle duneNel mezzo della giornata, la fornace arde; il cielo, da tanto è luminoso, si scolora; il caldo torrido si abbatte dal sole a picco in nastri brucianti; sale dalla sabbia incandescente e dalle pietre surriscaldate. Allora è impossibile posare il piede sulla nuda terra; il suolo può raggiungere gli 80°C.
Tappe. Bivacchi di una sera in luoghi senza nome, che non ri­vedremo più. Partenze, eterne partenze senza arrivo che sono l’immagine pregnante del nostro viaggio interiore per non straziarci l’anima.

Questo libro, risultato di lunghi anni di esplorazione, è un inno al deserto del Sahara, alla sua grandezza opprimente, alla sua selvaggia e pericolosa bellezza, ma è anche un resoconto affa­scinante della fauna, della flora, della storia e della preistoria di questa regione, non­ché una descrizione della vita quotidiana dell’uomo del deserto, con una tale dovizia di dettagli che questo libro potrebbe essere utilizzato come un vero e proprio manuale di sopravvivenza.
Theodore Monod, Il viaggiatore delle dune, Tasco 1990

Arabia felix“Poiché Sua Maestà, malgrado le pesanti preoccupazioni di governo in questi tempi così calamitosi, cerca incessantemente di promuovere la diffusione delle conoscenze e delle scienze e di accrescere l’onore del suo popolo con imprese utili e lodevoli …”
Malgrado questi tempi calamitosi … Forse è proprio in tempi calamitosi che si sogna di partire per l’Arabia Felice.

La meta della spedizione scientifica danese è lo Yemen, terra sconosciuta detta anche “Arabia Felice”. Gli scienziati partono, per scoprire e conoscere, ma in realtà proiet­tano sogni – di sapere, di gloria, di ricchezza – troveranno sofferenze, fatiche, gioie, conquiste, fallimenti, e la morte. Solo uno farà ritorno, partito convinto di non essere all’altezza del suo compito, ma aperto alle esperienze, capace perfino di rinunciare alla propria identità per fare sua la lezione del deserto: “non avere niente, non essere niente”.
Thorkild Hansen, Arabia Felix, Iperborea 1993

Viaggiatore solitarioDopo tutto ‘sto casino, e via dicendo, arrivai al punto che avevo bisogno di un po’ di solitudine proprio per fermare il meccani­smo di “pensare” e di “godere” che chiamano “vita”, avevo bi­sogno di stendermi sull’erba e guardare le nuvole –
È scritto anche nell’antica scrittura: – “La saggezza può essere raggiunta soltanto nella solitudine.”

Viaggiatore solitario è una raccolta di scritti collegati da uno stesso filo conduttore: il viaggiare. I viaggi coprono gli Stati Uniti dal sud alla costa orientale, fino a quella occidentale e al lontano nord-ovest, il Messico, il Marocco, Parigi, Londra, l’oceano At­lantico e quello Pacifico percorsi in nave e vi sono incluse altre città e persone interessanti.
Lo scopo e l’intenzione è semplicemente la poesia o, le descrizioni naturali.
Jack Kerouac, Viaggiatore solitario, Sugarco 1987

Sentieri nel ghiaccioBreve sosta in un boschetto. Vedo la valle, prendo la scorciatoia per prati fradici, sguazzanti; la strada qui fa come un grande otto. Che razza di tempesta di neve; ora tutto torna a placarsi, a poco a poco mi asciugo. […] Dagli abeti piovono ancora gocce sul terreno coperto di aghi. Le mie cosce fumano come se fossi un cavallo. Paesaggio ondulato, molto bosco, e tutto mi è così sconosciuto. Quando ci si avvicina, i paesi fanno finta di essere morti.

Questo libro è la storia di un viaggio in certo modo straordinario: il viaggio a piedi intrapreso nell’inverno 1974 da Werner Herzog, per recarsi da Monaco a Parigi, dove lo aspettava un’amica ma­lata, Lotte Eisner, storica e studiosa del cinema tedesco. Strade, bo­schi, paesi squassati da temporali e bufere di neve, villaggi deserti e campi disabitati: questo il paesaggio che percorriamo insieme a un uomo che compie il più anacronistico dei gesti.
Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio, Guanda 1994

La via per l'OxianaSotto la bufera bianca è avvenuta una straordinaria transizione. Nell’arco di cinque minuti siamo usciti da un mondo di pietra, di fango, di sabbia e di perenne siccità, che ci aveva accompagnato da Damasco in poi, per penetrare in un mondo di legna, di foglie e di linfa, dove le montagne erano ricoperte di arbusti, che diventavano al­beri, e questi, cessata la neve, si raggruppavano in una lucida foresta di tronchi nudi le cui volte frondose velavano il cielo.

Secondo Bruce Chatwin questo libro è il capolavoro dei libri che trattano di viaggio. L’Oxiana è una regione fra l’Afghanistan e l’Iran dove si può procedere sulle orme di Marco Polo.
Robert Byron, La via per l’Oxiana, Adelphi 1993

Verso SantiagoNon è dimostrabile, eppure io ci credo: nel mondo ci sono luoghi in cui un arrivo o una partenza vengono misteriosamente moltipli­cati dai sentimenti di quanti nello stesso luogo sono arrivati o da lì ripartiti. […] Ormai i viaggi non durano anni, sappiamo dove andare e anche le probabilità di tornare sono molto più alte.

Un viaggio spagnolo nello spazio e nel tempo, lungo percorsi inu­suali, attraverso le vie di pellegrinaggio, il labirinto dei ricordi, le suggestioni del paesaggio, l’intreccio di colori, di parole, di leg­gende, l’ispirazione del momento. Da Don Chisciotte a Zurbaràn, da Velàzquez a Garcia Lorca, da una sperduta abbazia cistercense alla solennità del Prado: Cees Nooteboom ci guida alla scoperta di personaggi e luo­ghi di una Spagna profonda e misteriosa, invitandoci ad abbandonare le vesti del turi­sta per diventare veri viaggiatori.
Cees Nooteboom, Verso Santiago – Itinerari spagnoli, Feltrinelli 1996

 

In transiberianaLa steppa ha grandi ondulazioni, come delle lunghissime dune biondastre, separate da grandi distanze l’una dall’altra. Non è priva di colore. Alcuni tratti sono dello stesso bianco-biondo spento dei capelli dei bambini russi. Ma numerose sono le tinte – sempre spente – che serpeg­giano per la distesa come correnti marine. Anche l’aria ha un colore spento.

Un libro e un viaggio su rotaie lunghe trentamila chilo­metri. Dopo i primi tremilacinquecento chilometri da Roma a Mosca, i novemila in Transiberiana, da Mosca a Pechino. E poi, sempre in treno, da Pechino a Shangai. Poi c’è il ritorno, con un unico biglietto ferroviario, dalla foce del fiume Azzurro sino alla Yogoslavia passando, a differenza della andata, attraverso la Mongolia e il Gobi. Al rientro in Italia non si è più gli stessi, anche se si torna a sedersi sulla stessa poltrona. Tra la persona di prima e quella del ritorno c’è di mezzo una buona metà del mondo e straordinari incontri umani. Non è poco.
Allora è giocoforza raccontare.
Angelo Maria Pellegrino, In Transiberiana, Stampa Alternativa 1992

 

Inter rail manFarsi coinvolgere, comunicare sono essenziali per arricchirsi mediante i viaggi. Si potrebbe andare ovunque senza urtare contro qualcosa di nuovo, se si rimane legati al proprio mondo. Oggi è data molta importanza a dove si va, ma forse importa soprattutto come e perché lo si fa.

L’inter rail – un mese di treno a basso costo in giro per l’Europa, il Marocco, la Turchia per chi ha meno di 26 anni – è, per chi lo vuole, disorganizzazione, in una società sempre più inquadrata ed asettica.
L’inter rail è, per chi sa giocarsela bene, libertà in una società che organizza e limita anche l’avventura, la sorpresa, la gioia, il sogno. Abbiamo provato con l’inter rail a disorganizzarci, a riprenderci spazi di li­bertà. Qui lo raccontiamo con le istruzioni per l’uso.
Luca Conti, Inter rail man – Manuale per chi viaggia in treno, Stampa Alterna­tiva 1992

Il libro del ventoIl silenzio ci mette a disagio.
Il silenzio radio viene chiamato “aria morta”, qualcosa da evitare ad ogni costo. Così lo tamponiamo con parole o musica, spesso parole e musica, e troviamo sollievo nello schiamazzo, per quanto possa essere privo di significato. Abbiamo perduto la pausa ricca di significato. Il silenzio durante l’audizione viene invariabilmente distrutto dall’applauso di qualche idiota che pensa che il concerto sia finito.

La prima definitiva storia del vento: come porta la vita nel mondo distribuendo energia e calore, influenzando i fenomeni meteorologici, favorendo la riproduzione delle piante e la migrazione di molte specie di animali, modificando il paesaggio, agendo sul comportamento dell’uomo.
Lyall Watson, Il libro del vento, Frassinelli 1985

Strade bluCosa fa un viaggiatore di notte in una città sconosciuta quando vuole scambiar due parole? Negli Stati Uniti non c’è quasi altra scelta che ficcarsi in un bar. […]
In una angolo c’era una stecca da biliardo spezzata; la piccola stanza laterale era illuminata soltanto dal tremolio di una luce al neon che reclamizzava una birra, quel tipo di luce vacillante che farebbe impazzire chiunque.

Un tempo, sulle vecchie cartine d’America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie in blu. È sulle strade blu che si svolge di tre mesi di un solitario mezzo pellirossa, che, re­stando privo del suo lavoro e della sua donna, va a ricercare un poco di interesse alla vita in un itinerario circolare che lo porta e riporta nell’America settentrionale. E ri­trova, ricostruisce, riscopre l’America periferica, decentrata, provinciale come un al­tro, diverso continente.
William Least Heat-Moon, Strade blu, Einaudi 1995

 

Sulla strada[…] perché le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e del subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Oooooh!”.

Intere generazioni hanno preso a modello i protagonisti di que­sto libro che in trent’anni è diventano un libro di culto. In fuga dalla mediocrità del mondo, in auto, in camper traballanti.
La fuga attraverso gli Stati Uniti e il Messico su malconce auto, traballanti camper, o autobus affollati di umanità americana ed europea. Il ro­manzo dell’amicizia e delle difficoltà, dell’amore, del malessere e della rivolta. Il “manifesto” della beat generation preso a modello da sempre nuove generazioni di giovani.
Jack Kerouac, Sulla strada, Leonando Ed. 1989

Terra e acquaSono qui raccolte alcune fra le migliori pagine di Vittorio G. Rossi: vorremmo dire le più limpide, atte a delineare la sua schietta e spontanea vena di narratore: scritti d’avventura, di viaggi, di “conoscenze”, tutte profondamente umane e sentite.
I giovani potranno invidiare le innumerevoli esperienze dell’autore, che ha fatto “quasi tutti i mestieri rischiosi difficili: il palombaro, il minatore, il navigante, il pescatore di balene, di merluzzi, l’uomo di bordo delle navi-faro”, ma sapranno sco­prire il messaggio racchiuso nelle sue opere: “presi l’uomo come protagonista e feci del viaggio un racconto, come av­ventura umana. Insieme come l’uomo, ho preso come protago­niste le grandi forze della natura, sopra tutto il mare …”. V’è quindi in queste pagine narrative anche una profonda attenzione agli ideali, ai dolori e alle miserie degli uomini. Pur senza perdere nulla della sua vivacità, della sua arguta visione delle cose, del suo stile tutto particolare, Vittorio G. Rossi ci induce a medi­tare su ciò che rappresenta l’uomo nel mondo, su noi stessi, sul senso della vita.
Vittorio G. Rossi, Terra e acqua, Mursia 1966

Pudore e sudore

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

In genere sulle alte montagne, quelle più famose, si arriva in due maniere: a piedi o con la funivia. Sono due modi completamente diversi di salire.

Una volta sulla vetta, certo, lo scenario che ci si presenta è lo stesso. Una distesa splendida di cime innevate, l’aria tersa, un paesaggio da favola che nella sua maestosità ci affascina e ci da una stretta al cuore.

Ma – e questo è solo il primo ma del nostro breve ragionamento – a seconda di come si è saliti lo sguardo col quale lo si abbraccia, lo spirito col quale lo si contempla sono diversi.

Credo sia chi ha faticato di più, lo scalatore, a godere maggiormente del panorama. Egli è arrivato lassù con fatica, a volte correndo pericoli, salendo sentieri tortuosi, tagliandone alcuni e percorrendone anche di sbagliati. Ma è arrivato contando solamente sulle sue gambe e sulla sua volontà. Sul suo modo di vedere e godere la montagna influisce il cumulo delle emozioni della salita.

Chi ha usato la funivia invece appare più riposato, non è stravolto dalla fatica, non si è sforzato per nulla ed ha raggiunto la vetta semplicemente in virtù dei quattro soldi del biglietto. Di lassù vede le stesse cose, certo, ma non sono sicuro che le apprezzi fino in fondo. Non ha conquistato, non si è guadagnato nulla, e il panorama è quasi un dono immeritato.

A pensarci bene la stessa cosa vale per la lettura e per la cultura in generale. Se vogliamo, anche in questo caso si è realizzata una piccola utopia: due persone, l’una figlia di contadini o operai, l’altra proveniente da una famiglia di dottori, di professori, comunque di intellettuali, possono oggi parlare infatti nella stessa lingua e delle stesse cose. Ma non illudiamoci: in realtà non è mai la “stessa” cosa, non saranno mai due persone “eguali”.

Mettiamo che queste persone con origini diverse possano avere entrambe una ricca biblioteca ed essere lettori modello: non credo affatto che apprezzino alla stessa maniera il piacere della lettura e della conoscenza. Non sono sicuro che concetti come cultura, conoscenza dei fatti e opinioni politiche abbiano per esse lo stesso significato.

Chi trova tutto già pronto, tutto realizzato, non deve fare altro che andare nello studio e prelevare dai ricchi scaffali della biblioteca di famiglia un libro; ma con “quale” piacere lo leggerà? E soprattutto, cosa ne trarrà?

Io credo infatti che la ricerca di un testo particolare debba essere un itinerario personale, faticoso, tortuoso, difficile, in definitiva splendido, e che assuma un valore che travalica quello del libro stesso. Chi non possiede già una biblioteca arriva necessariamente ad ogni libro attraverso altri libri, ad uno scrittore attraverso altri scrittori, ad una idea grazie a mille piccole idee sparse qua e là.

Anche la mia biblioteca è cresciuta lentamente (e sottolineo che la mia è una storia come tante altre) ed ogni libro in essa accolto è il risultato di un percorso e, a volte ha costituito anche un traguardo. Altro che biblioteche di famiglia più o meno ricche, altro che padri e madri che ti invitano alla lettura e ti conducono per mano nel labirinto delle mille biblioteche possibili. Questa esperienza mi porta a pensare che le persone “bibliodotate” dall’infanzia, malgrado conoscano più libri, li abbiano più a portata di mano, leggono con uno sguardo diverso le cose del mondo rispetto al lettore selfmade. Quel mondo, infatti, lo hanno conosciuto solamente attraverso i libri. Questo è vero soprattutto quando si parla del mondo del lavoro.

Il lavoro, e quando parlo di lavoro intendo quello nero e maledetto, quello subordinato, quello che esige la testa chinata di fronte agli ordini dei superiori e per il peso della fatica, è la cosa più materiale che ci sia, la più lontana dal pensiero “puro”. Per chi nasce in famiglie che non conoscono o non vivono il lavoro, come supplizio

quotidiano, è difficile concepire quanta umiliazione, frustrazione, abbruttente ripetitività esso comporti. Costoro hanno letto sui libri che esiste il lavoro, hanno visto con i loro occhi il lavoro (cioè, gente che lavorava), ma non hanno mai lavorato. Né per costruirsi una biblioteca, né per sopravvivere. Si può dire che in genere chi ha vissuto a contatto sin dall’infanzia coi libri e con ambiente culturalmente stimolanti non ha mai bisogno di lavorare (e mi riferisco sempre al lavoro inteso in un’unica accezione: quella manuale). Le famiglie di questo tipo si riproducono di gene-razione in generazione, e i figli occupano sempre (salvo ribellioni o incidenti) le posizioni dei padri. Nel loro DNA viene inscritto un codice culturale di-verso da quello della gente “normale”, ed essi partono quindi già con un notevole margine di vantaggio.

È difficilissimo, di conseguenza, per un figlio di operaio o di contadini assurgere all’olimpo della cultura, diventare un intellettuale. Il DNA di questi ultimi è povero e vuoto, e quando accade a chi ha origini “modeste” di arricchirlo, di acculturarsi, non gli è comunque facile godere serenamente di questo patrimonio. O fa della cultura un’arma di riscatto economico-sociale, e ne tradisce pertanto tutte le più genuine valenze, o subisce un’ulteriore discrimina-zione, quella creata dall’urgenza di mettere a frutto bene o male, in genere più male che bene, le competenze acquisite. Sempre che almeno questo gli sia consentito: basterebbe infatti una piccola indagine statistica sulla provenienza sociale dei ricercatori universitari (non parliamo dei docenti!), di coloro cioè che possono permettersi il lusso pluriennale di un’attività sottopagata in attesa del “posto”, per farci dubitare anche di quest’ultima possibilità.

E allora godiamoci almeno la soddisfazione di aver sollevato la fronte, di aver rialzati gli occhi affaticati per posarli – magari – su un libro, su qualcosa che si sceglie per crescere e migliorare, di aver tentato di inverare la piccola utopia della parità tra persone di origini diverse e con storie diverse, della parità tra persone più o meno fortunate. Una parità, un’eguaglianza di diritti che si rivela solo teorica, che si realizza sulla carta ma scompare quando si verifica la solidità delle basi di partenza di ognuno. Da un lato stanno coloro che hanno avuto ogni tipo di faci-litazione (economica, intellettuale, di frequentazio-ne) e dall’altro color che hanno dovuto costruirsi con fatica ogni minima possibilità. E in fondo non è che la parità mi interessi poi molto. Preferisco rimanere ciò che sono, un selfmade man nel campo della cultura (e della lettura), con un padre dalle mani grandi e nere, scavate da anni di lavoro duro, mani ormai insensibili al freddo e al caldo, incapaci di sfogliare un libro o di fare una carezza.

Ma che importa: il libro lo leggerò io (e per mio padre sarà un po’ come se lo leggesse lui) e le carezze, beh, quelle non le farebbe mai, anche se avesse mani di fata, per pudore.

C’è troppo pudore in chi lavora duramente per lasciarsi andare ad una carezza, si pensa quasi di non averne il diritto.

Mio padre, ad esempio, non ha mai letto da nessuna parte la parola pudore, non sa neppure che esista, ma – dovreste vedere – sa cos’è il pudore.

 

Barangain

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

La rivista che stai leggendo è nata per concretizzare le tante discussioni su idee, esperienze, letture che accomunano gli autori. Spesso abbiamo parlato di libri, consigliandoceli a vicenda, affrontando pure la questione del rapporto che abbiamo con essi. Tenterò qui di delineare un percorso che attraversi le principali tappe (o tematiche) che chi ama il libro ha prima o poi affrontato.

Poiché il paradiso del mondo di là è incerto, ma vi è effettivamente un cielo su questa terra, un cielo nel quale abitiamo quando leggiamo un buon libro.   CHRISTOPHER MORLEY

Prima ancora di aver superato l’infanzia, il bambino è costretto ad incatenare i propri occhi a quelle strisce di caratteri apparentemente senza senso. Non comprende il motivo per cui, invece di andare a tirare calci ad un pallone, deve stare lì a balbettare parole semplici, ma che vanno ricavate da quegli scarabocchi sulla carta (“perché devo leggere ma-ti-ta quando posso più facilmente disegnare una matita?”).

L’amore per i libri non è immediato, anzi per nascere ha bisogno di un lungo periodo di incubazione. Nessuno, neppure colui che diverrà bibliofilo incallito, può affermare di aver trovato piacere a leggere durante i primi anni scolastici.

Presto però il neo-lettore si rende conto che dietro al semplice (fino ad un certo punto) esercizio vocale di scansione delle sillabe c’è ben altro. Pian piano prende coscienza che ha tra le mani un nuovo gioco, paragonabile ai Lego, con il quale ha l’opportunità di crearsi un mondo tutto suo. Qui i mattoni sono le parole, e per capire la “costruzione” queste vanno lette in un certo ordine, che la maestra chiama “periodi”.

Con quella di leggere cresce anche la capacità di scrivere e il paragone con i Lego si completa: ora anche il ragazzino è in grado di fare delle costruzioni con le parole. Ma questo appartiene ad un altro mondo, quello dello scrivere.

A questo punto della crescita del novello lettore possono intervenire due eventi: il primo è il rifiuto della parola scritta, il secondo una simpatia che con gli anni diverrà vero e proprio amore.

Il ragazzo che comincia a leggere è spinto a farlo essenzialmente dalla sua curiosità verso piccoli eventi, spesso insignificanti. Questa prerogativa è insita nel bambino, ma in genere va scemando col divenire adulti. Solo in chi legge assiduamente, e non solamente la Gazzetta dello Sport o consimili, questa curiosità ancestrale rimane, e viene soddisfatta dalla ricerca che il lettore fa all’interno e all’esterno del libro stesso.

Cominciando ad indagare il rapporto che il lettore abituale instaura con l’oggetto della lettura, ci rendiamo conto che quest’ultimo offre solamente lo sfondo delle vicende narrate (l’autore lo si potrebbe paragonare, nel mondo del cinema, al soggettista o al sceneggiatore); i primi piani, i particolari sono a completa discrezione del lettore. Al ragazzo che passa dai soldatini al libro viene aperta una finestrella in un mondo tutto da scoprire, in cui diviene comparsa, protagonista e regista, separatamente o contemporaneamente.

[…] abbandonandomi alla più cara delle mie abitudini: l’arbitrio della conversazione. Alle mie spalle sento il riposo della mia biblioteca.      XAVIER DE MAISTRE

Ciò segue la differenza con quanto invece offre la “scatola ipnotica”, la quale ci presenta un prodotto preconfezionato, che inibisce i nostri desideri e le nostre passioni, appiattendo ogni personale emozione, e propinandone altre omologate. La distinzione tra chi preferisce leggere e chi si bea dei programmi idioti che sforna la televisione sta nel fatto che il primo è ancora cosciente della propria esistenza, ha una propria autonomia intellettiva; il secondo non sa più sognare, lascia che altri siano i protagonisti della sua esistenza.

Il libro consente a chi lo scopre una fuga nella fantasia, la creazione di un universo totalmente a misura del lettore. C’è chi preferisce immedesimarsi nei personaggi di Dickens, respirando l’atmosfera ottocentesca di Londra; oppure percorrere in lungo e il largo con Holden la New York di J. D. Salinger; o, ancora, seguire la fuga vera e propria che Bruce Chatwin ha eletto a sistema di vita.

Marguerite Yourcenar scriveva: “La lettura è una specie di porta d’ingresso su altri secoli, altri Paesi, su moltitudini di esseri più numerosi di quanti ne incontreremo nella vita, talvolta su un’idea che trasformerà la nostra, su un concetto che ci renderà un po’ migliori o almeno un po’ meno ignoranti di ieri”.

Chi è assalito dalla mania (malattia?) di leggere è soggetto a richiudersi nel proprio mondo dove il libro è un facile compagno di gioco. La lettura comporta conseguentemente un isolamento dalla società. Presto il “malato” si scontra con l’impossibilità di conciliare l’intensità dei sentimenti che trova nei libri con la pochezza della quotidianità. Si rende conto che il mondo anarchico di Bakunin è del tutto, e soprattutto, utopico (per questo a noi piace tanto!), che l’amore assoluto di Dante per Beatrice è irraggiungibile, che non esiste l’amicizia perfetta descritta ne “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, nella realtà questa se ne va senza tragiche separazioni, semplicemente scivola via.

La troppa immedesimazione nei personaggi letterari può portare a ragionare e a comportarsi come loro (vedi Don Chisciotte). Nel libro ci si rifugia dalle brutture della società, perché lì gli omicidi, gli amori e le disgrazie hanno un senso, una logica, una continuità; cosa che la realtà non sembra possedere: qui regna il caos, tutto pare non avere autore.

Luciano Canfora ne “Libro e Libertà” scrive: “Don Chisciotte che, a furia di leggere, entra nel mondo dei suoi libri e ragiona come se fosse egli stesso un soggetto di quei libri e addirittura vive come quei personaggi, è una creazione inquietante, che incombe, per così dire, come esito possibile sul mondo dei lettori”.

Tutti i giorni affrontiamo il compito di essere lettori di un libro che non ha trama e di cui non capiamo i perché, ma è il nostro mondo e dobbiamo accettarlo come tale, magari cercare di modificarlo, ma partendo comunque dal presupposto che questo è quello reale. Difficilmente torneremo sui nostri passi, quindi compito di ogni lettore è quello di chiudere il libro rifugio, con una trama, un inizio ed una fine, per affrontare i fogli sparsi di tutti i giorni. Tutti i lettori corrono il rischio di combattere contro mulini a vento se non si adoperano a filtrare ciò che contiene il libro e trarne utili appigli per la loro “sopravvivenza quotidiana”, in modo da trovare un compromesso tra la vita reale e quella utopica. Chi legge spera di trovare nel libro una possibile soluzione ai problemi di tutti i giorni: questo però non deve impedirgli di prendere coscienza del fatto che nessun testo, nessun consiglio che questo può dare, sarà determinante nelle scelte della sua vita. Essi testimoniano solo che i nostri crucci, le nostre debolezze, i nostri mal d’animo sono comuni a moltissime persone, compreso l’autore. È un’amara consolazione, ma questo ci fa sentire meno soli.

Coloro che amano il libro, leggendo ne “Il Nome della Rosa” la descrizione del momento in cui Guglielmo da Baskerville entra nella biblioteca del monastero, hanno provato invidia per la realizzazione di un sogno comune a molti: entrare in un mondo nel quale non esistono altro che scaffali zeppi di codici antichi e pergamene, dove l’aria è satura di polvere, il silenzio è quello del culto e della reverenza per la parola scritta. Molti infatti potrebbero fare proprie le parole di Jorge Luis Borges, uno che di biblioteche se ne intendeva parecchio: “Mi sono sempre immaginato il Paradiso come una specie di biblioteca”. All’interno della labirintica torre, il protagonista mette finalmente le mani su un testo che si credeva non esistesse: il “secondo libro della Poetica di Aristotele”. In fondo tutti coloro che amano leggere cercano quel volume, dal quale trasse risposte alle loro domande.

La mia libreria era un ducato abbastanza vasto.    WILLIAM SHAKESPEARE

Il libro lo si deve considerare anche come un oggetto fine a se stesso. Il piacere di possederlo, sentirlo al tatto, ammirare l’iconografia, il tipo di carattere, la rilegatura e l’odore delle pagine vecchie di molti anni, vissuti in segreti scaffali, sono risvolti che chi ama il libro non sottovaluta. Naturalmente questo deve risultare di secondaria importanza rispetto al contenuto, ma ha una sua significativa valenza.

Edmondo De Amicis diceva: “L’amore dei libri è fonte, per se solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del tatto, dell’odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a sfogliarli, a fiutarli”.

Oggi si discute tanto di Internet, di multimedia, di molti libri a cui poter accedere tramite un semplice CD-ROM; tutti dicono che presto il libro si estinguerà. Personalmente non lo credo affatto. Il libro per la sua funzionalità è molto più avanzato del computer. Molto più pratico, più economico e non ha bisogno della spina per essere letto.

L’importanza di possedere un libro sta proprio nel fatto che è lì nella libreria personale, a portata di mano quando lo si vuole leggere, rileggere, spulciare, scoprire; oppure lo si può lasciare lì per anni, magari non leggerlo mai, ma sapere che c’è. Un buon libro può rimanere a “decantare” per anni in una polverosa biblioteca prima che lo si affronti, ma quando questo accade ci compiacciamo del fatto di aver avuto l’accortezza di acquistarlo, e magari aver atteso tanto tempo prima di affrontarlo.

Capita pure che mentre cerchiamo un testo ci rendiamo conto che non si trova nello scaffale sul quale dovrebbe essere. Divenendo sempre più nervosi cerchiamo negli interstizi più oscuri della libreria, ad un certo punto lo sgomento ci assale: lo abbiamo prestato!

Il bibliofilo spesso è in conflitto con due sentimenti apparentemente inconciliabili: il primo la gelosia dei propri testi e la loro conservazione, l’altro il desiderio di condividere con qualcuno le sensazioni che questi hanno suscitato in lui. Il prestito oculato, quello limitato a compagni di lettura accuratamente selezionati, concilia i due opposti. Con questo gesto si trasmettono sentimenti ed emozioni che altrimenti sarebbero difficilmente comunicabili. È pure un modo per dare una continuità a noi stessi. Possedere libri, far partecipi altri della lettura di questi, da l’illusione di realizzare un sogno che da secoli l’uomo insegue: l’immortalità. Avere l’opportunità di scegliere i libri da includere nella propria collezione, arrivando quindi alla realizzazione di una biblioteca che ci caratterizza, diventa la concretizzazione di un risvolto fisico che per sua natura non ha nulla di concreto: l’anima.

Non esistono in un libro risposte a domande come: chi siamo, dove stiamo andando, ma le si possono trovare in una biblioteca costruita con accuratezza; i libri stessi diventano le risposte. In ciascuno di essi troviamo esperienze di vita, enigmi, pensieri che sono i nostri. La lettura crea dei punti di riferimento della nostra vita. Una sintesi della letteratura mondiale e temporale crea nella coscienza del lettore un modello originario, primordiale ed immutabile dei rapporti umani: l’Amicizia, la Morte, la Solitudine, l’Amore, il Patriottismo, l’Esilio, ecc. Questi modelli sono gli obiettivi da raggiungere che ogni lettore si prefigge per poter avere le risposte che desidera, per poter soddisfare la sua sete di sapere.

Esistono pure libri che hanno fornito modelli ideali di comportamento e di pensiero, o hanno indotto il tentativo di renderli concreti. Penso ad esempio al fenomeno della beat generation, diffusosi dopo la divulgazione di testi come “Sulla strada” di J. Kerouac. Oppure, andando indietro nel tempo, a ciò che avvenne nel ‘600, quando fu pubblicato il manifesto “Fama Fraternitatis”, che creò il mito dei Rosacroce. Nessuno può affermare con sicurezza che essi esistessero prima di allora, ma dopo sicuramente sì. Il libro trasmise ai lettori del tempo un messaggio di integrità morale, impregnato di esoterismo, a cui molti fecero riferimento come modello organizzativo e politico.

La letteratura in generale ha dei presupposti utopici. Essa è rivolta sempre e comunque al lettore del presente come a quello del futuro. Il fatto è che da millenni l’uomo continua a scrivere, e a divulgare ciò che ha scritto, sempre sugli stessi argomenti: l’amore, la morte, la vita, l’odio, l’amicizia. A differenza delle scienze nelle quali una nuova scoperta in un certo qual modo soppianta quella precedente, la letteratura rimane immutabile nel tempo. È un eterno interrogativo, alla ricerca di una risposta che non potrà mai essere definitiva.

Per concludere vorrei spiegare il significato del titolo. È tratto dal libro “L’uomo che portava felicità” di Jürg Federspiel. È la storia di un ussaro che instancabilmente cerca un paese di nome Barangain. Il luogo è quello dove vengono realizzate tutte le sue aspettative, come dice lui stesso nelle ultime righe del racconto: “Cerco un paese, un paese come il mio. Ho tutto il tempo al mondo, per trovarlo. Tutto il tempo al mondo”.

Pure noi Viandanti delle Nebbie cerchiamo quel paese; non importa se alla fine non lo raggiungeremo, quel che conta è insistere nella sua ricerca. Il nostro Barangain è un luogo dove si concretizzano i nostri sogni, le nostre utopie, dove incontriamo personaggi fantastici e reali, che in una qualche maniera ci appartengono. Un posto dove si possa discutere di letteratura con Calvino, di poesia con Leopardi. Viaggiare nello spazio e nel tempo con Corto Maltese. Apprendere il coraggio, l’onore e la cavalleria da Don Chisciotte e Re Artù. Studiare il Medioevo, le eresie e l’Inquisizione con chi l’ha subita, come il Gran Maestro Templare De Molay. Ubriacarci con Bukowski. Sognare con Valentina (va bene anche se qualcuno è sconcio). Entrare nella biblioteca dell’Abbazia con Gugliemo da Baskerville e Jorge Luis Borges. Amare Madame Bovary.

Meglio questi sogni che quelli a 12 pollici. Quindi lasciateci cercare il nostro Barangain e non rompete con la pubblicità!

Collezione di licheni bottone