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Essenziali attributi per consiglieri di libri

di Fabrizio Rinaldi, 25 gennaio 2020

A chi sfida una qualunque platea pubblica (metropolitana, sala d’aspetto o parco pubblico che sia) col semplice gesto di aprire un libro e leggere, sarà capitato di sentirsi dire: Hai un libro da consigliarmi? Quando leggi? perché io non ho tempo per farlo. Magari il rompiscatole nel frattempo smanetta sul cellulare, gli occhi incollati allo schermo per giocare, vedere un filmato o “socializzare” con gente con cui, nella realtà, probabilmente non avrebbe voglia di bere nemmeno un caffè.

Le distrazioni mediatiche non sono lì per caso: hanno lo scopo preciso di impedire l’elaborazione di un qualunque pensiero che non sia connesso ai messaggi commerciali. Quindi chi legge sulle pagine di un libro anziché sullo schermo di uno smartphone crea disarmonia nel quadro. Suscita curiosità e inquieta anche un po’.

Ma il libro è anch’esso soggetto a leggi di mercato, le stesse che valgono per qualsiasi altra mercanzia. E queste leggi prevedono un acquisto, ovvero un esborso, non sempre (quasi mai) proporzionale al valore dei contenuti. Il problema vero nasce però dopo: se hai acquistato un libro si suppone che abbia anche desiderio di leggerlo (a meno di essere un bibliomane feticista). Ma per leggerlo è necessario dedicargli una buona disponibilità di tempo: e qui la cosa si complica, perché a differenza del lavativo qui di fianco, seduto sulla panchina col libro in mano, la gran parte dei potenziali lettori quel tempo ritengono di non averlo.

Quindi accade che in molti casi ci si limiti all’acquisto del volume desiderato, rimandandone la lettura a tempi meno zeppi di impegni, magari ad una vecchiaia da trascorrersi in panciolle, sulla sdraio. Dimenticando, o fingendo di ignorare, che il fiato del lavoro ci rimarrà sul collo fino alla fine dei nostri giorni.

Abbiamo così individuato due diverse modalità di rapporto col libro: quella del lettore e quella del compratore, che non sempre coincidono.

Le richieste di consigli di lettura rientrano nella ritualità del compratore di libri, piuttosto che in quella del lettore: si demanda infatti ad altri la scelta (sempre perché non ho tempo per sceglierli io), contando sul fatto che i testi vengano suggeriti tenendo conto delle predilezioni del richiedente. Cosa che, in realtà, difficilmente accade.

Di fronte ad una situazione del genere è difficile immaginare un ruolo per il “facilitatore di letture”. È una attività decisamente anacronistica, specie in un paese in cui leggere un quotidiano o un libro è ritenuta dai più una perdita di tempo, o un obbligo cui sottostare di malavoglia solo in età scolastica.

Una volta invece questo ruolo era importante. I primi suggeritori di letture erano naturalmente gli insegnanti e i genitori, quando andava bene (spesso no), ma poi quello più autorevole diventava il libraio di fiducia, che conoscendo i gusti e le aspettative dei suoi clienti li indirizzava verso le cose “giuste”.

Oggi, per la fauna in estinzione che prova ancora il desiderio di leggere, questo ruolo se l’è assunto Amazon. Il nostro profilo è tracciato e costantemente aggiornato nei suoi archivi digitali in funzione degli acquisti che abbiamo fatto o dei volumi che abbiamo memorizzato nei “desiderati”, e consente al famigerato algoritmo di anticipare i nostri desideri e proporre tutto ciò che potrebbe suscitare il nostro interesse.

L’unico, illusorio margine di autonomia che conserviamo è quello di visionare le recensioni scritte da altri lettori sulle riviste specializzate, su Anobii, su Amazon stesso o su siti ritenuti “intelligenti”. Sono questi i nuovi “consiglieri di libri”. Hanno assunto il ruolo che un tempo era degli amici, dei librai o degli insegnanti. Il problema è che lì troviamo per lo più delle conferme alle nostre ipotesi d’acquisto, perché anche le recensioni hanno la funzione di indurci a comprare quel libro.

È dunque necessario riabilitare la professione (gratuita e in declino) del “consigliere di libri”, la si eserciti a voce o tramite bit. E possiamo provare a farlo individuando alcune competenze e stabilendo alcune regole per un corretto esercizio.

  • Va innanzitutto tenuto presente che all’aspirante lettore, in realtà, interessa soprattutto conoscere i contenuti del libro indicato. Alla fine, probabilmente il libro non lo leggerà neppure (i consigli sono richiesti, ma difficilmente sono seguiti). È comunque opportuno saperlo presentare bene, non tanto per lo scopo che si potrebbe ottenere, ma per il semplice gusto di farlo.
  • È sempre bene suggerire i classici, tanto non li legge più nessuno. Quelli che millantano di averlo fatto, di norma si sono limitati a leggerne la trama su Wikipedia. Consigliare i libri del momento invece non è saggio: in genere il lettore che chiede suggerimenti ne sa più del consigliere, perché ha già spulciato sul web le varie recensioni (perlopiù lusinghiere).
  • Allo stesso modo, al lettore molto informato su un argomento o su un genere letterario non ha senso raccomandare testi che probabilmente conosce già. Invece è opportuno suggerirgli letture che si situino fuori dai suoi orizzonti ordinari e gliene facciano intravvedere di nuovi. È un azzardo, ma può anche creare la fama di suggeritore leggendario. E comunque, un risultato lo si ottiene: se il richiedente storce il naso ci si libera di uno scocciatore che impedisce a noi di leggere.
  • Sarà magari scorretto tranciare giudizi su ciò che legge chi chiede consiglio, ma visto che il parere – per lo più – è preteso, gratuito e alla fine non accolto, ci si può permettere di stroncare tutto ciò che consideriamo spazzatura. È anzi più che mai lecito in questo caso proporre testi che cozzano totalmente con le abitudini di lettura del richiedente: ad uno che legge Volo, consiglia Byron (magari scorgerà la luce).
  • Qualora il consigliato rimanga deluso, si deve perseverare nel parere proposto. Ai suoi fendenti di disapprovazione, è necessario rispondere con un tocco di ironia sulle lecite differenze di opinioni.
  • Come fa il medico, per esercitare la professione di suggeritore è necessario aggiornarsi continuamente: quindi leggere, leggere, leggere. Non ci sono scorciatoie. È l’unico modo per mantenere accesa la fiamma della curiosità letteraria (e non solo quella). Il paziente deve assimilare, quasi per osmosi, dalle parole del facilitatore non soltanto le coordinate del libro, ma anche l’emozione che s’è provata nel leggerlo. Anche se poi, come ogni buon malato, non seguirà le prescrizioni.
  • La responsabilità di un consigliere è grande: deve indicare la direzione di marcia verso un paradiso, letterario o utopistico che sia. Non può tradire la fiducia che gli è accordata, millantando saperi che non possiede, pena essere smascherato appena il richiedente pone delle domande intelligenti. Quindi, deve aver letto i libri che propone (sembra ovvio, ma lo è meno di quanto si creda).
  • È bene che il consigliere di percorsi letterari accetti a sua volta consigli da altri. Scendere ogni tanto dal piedistallo della conoscenza e mettersi nei panni del richiedente aiuta a conoscere altri percorsi letterari, magari inesplorati.
  • È consentito rifilare anche libri che non si sono apprezzati appieno, ma dei quali si percepiscono le possibili compatibilità col richiedente. È stuzzicante pensare che forse altri potranno gradirli. Capita un po’ come per alcune donne verso le quali si prova una rasserenante consolazione sapere che qualcun altro le possa amare.
  • L’ego smisurato del consigliere di libri a volte fraintende gli intenti di chi gli rivolge la parola, magari solo per attaccar bottone … I saputelli propinano subito un tomo sulla semiotica di Eco, quando – magari – la fanciulla cercava un approfondimento tangibile sul Kamasutra (forse questo è il sogno segreto di ogni consigliere maschio).
  • La donazione dei consigli di lettura non è vincolata a luoghi o situazioni deputati: poco importa se avviene durante una cena fra amici o attraverso un video su Youtube. L’importante è che assuma un carattere di esclusività e di originalità. Il gran maestro dei consiglieri di libri è colui che riesce a rendere la Bibbia accattivante per i suoi contenuti originali.
  • Scrivere è, oggi più che mai, un’operazione commerciale. La responsabilità della pubblicazione di cose dozzinali è da ripartire equamente tra chi scrive da cane e l’editore che gli dà voce. Ma anche chi questi testi poi li suggerisce è da denunciare per reati contro l’intelligenza. La vendetta del lettore deluso si abbatterà su questo impostore. Ma intanto ne va della credibilità dei tanti consiglieri onesti …

In sintesi: fare il promoter di letture intelligenti è un mestiere tutt’altro che remunerativo, che presuppone tuttavia molta responsabilità e coscienza. Tutte cose che qualificano chi continua a svolgere questo ruolo come un dotto o come un fesso, a seconda dell’ottica nella quale lo si inquadra. E tuttavia, non è un’attività ormai del tutto priva di senso.

Continuano ad essere ancora molti coloro che non trovano in alcun videogioco o film, sui social o nell’intrattenimento virtuale, quello stimolo ad un dialogo silenzioso e intimo che l’oggetto libro è invece ancora in grado di suscitare. Per incoraggiarli ci sarà sempre bisogno di qualcuno che li guidi in mezzo alle nebbie. Qualcuno che offra, lungo la strada, il ristoro di un Punto di vista.

Collezione di licheni bottone

(A)Social

di Marco Moraschi, 12 giugno 2019

Il primo social che ho utilizzato è stato l’ormai defunto MSN, famoso più di dieci anni fa, un precursore di WhatsApp che permetteva di contattare i propri amici grazie alle prime nascenti ADSL domestiche, che andavano a sostituire il modem blu 56K. Chi si ricorda queste cose può forse farsi prendere da un momento nostalgia, quando le madri infuriate ti dicevano di scollegarti da internet perché altrimenti loro non potevano telefonare! Queste cose oggi fanno sorridere e sembrano appartenere a un’altra era geologica, l’analogicene (l’era dell’analogico?), ma è quasi impressionante riportarle alla memoria ricordandosi che avvenivano poco più di dieci anni fa, forse quindici. Insomma, “panta rei” direbbero gli antichi, o “sembra che all’improvviso il mondo abbia una gran fretta” direbbe invece il buon vecchio Brooks, il vecchio bibliotecario della prigione di Shawshank nel film “Le ali della libertà”. Il mondo corre davvero e dopo MSN è scoppiata l’era del digitale e dei social, con l’arrivo di YouTube, Facebook, Twitter, WhatsApp, Instagram eccetera. Ora, non mi ritengo un esperto in nulla, anzi, credo che nessuno possa mai ritenersi davvero esperto di qualcosa; di conseguenza, prendete queste mie riflessioni come chiacchiere dettate dalla noia, giusto uno spunto per imbarcarsi verso altri testi di persone ben più competenti di me in materia. Insomma, scusatemi per la banalità. Tutto questo per dire che, nell’era dei social, ho tolto i social. No, non li ho distrutti hackerando i sistemi di raffreddamento dei loro server, ho semplicemente cancellato i miei profili dalle principali piattaforme social, ovvero Instagram, Twitter e Facebook. Dietro alla rimozione ci sono certamente delle motivazioni etiche, per esempio gli scandali sulla privacy, ma, diciamoci la verità, non penso che si possa credere veramente alla tutela della propria privacy su Facebook o un altro social, quando ci si iscrive si dovrebbero già conoscere i limiti di queste piattaforme instaurando quindi un rapporto consenziente. È inutile gridare al lupo a posteriori dopo averlo invitato a cena, non so se mi spiego. E poi certo, dietro alla rimozione ci sono altre questioni, come la diffusione delle fake news, ma di nuovo, le fake news sono sempre esistite, propinate dai media tradizionali (basta vedere i siti internet o le versioni cartacee di molti quotidiani, che ora si ergono a difensori della verità) o dagli idioti che prima erano al bar e ora sono invece su Twitter. E sì, si può togliere Instagram per “dare un segnale”, ma per aziende che hanno miliardi di dollari in tasca da spendere e investire i “segnali” equivalgono al debole fumo di una candela accesa sull’isola di Sant’Elena. E allora, diamine, perché hai tolto i social? In minima parte, come detto, per le ragioni elencate sopra, ma soprattutto, perché ero banalmente stufo. Se la risposta ti ha deluso mi dispiace, puoi correre a guardare Netflix.

Il problema che riscontro io nei social è che sono un’ottima trappola per noi stessi, come la frase “Io sono il peggior nemico di me stesso” che non so chi l’abbia detta per primo, o, meglio, come ha detto Woody Allen “a volte vado in overdose di me stesso”. I social, cioè, ci permettono di esercitare un controllo enorme sulla realtà virtuale che ci circonda, un controllo che nella realtà analogica non abbiamo e che ci aiuta a rimanere vigili e in allerta. I social sono un immenso parco giochi pieno dei nostri giochi preferiti, dove ogni cosa è al suo posto perché ce l’abbiamo messa noi e se ogni tanto arriva un intruso non ce ne accorgiamo, intenti come siamo a spingerci sull’altalena. Gli amici di cui leggiamo sui social, le notizie che ci raggiungono, i video che guardiamo, sono tutti stati messi lì da noi stessi e questo non fa che chiuderci in una bolla dorata in cui non entriamo in contatto con ciò che non ci appartiene, radicalizzandoci sulle nostre posizioni. Ho tolto i social perché ero in overdose di me stesso, per fortuna il mio sistema immunitario è ancora vigile (lo so che droga e sistema immunitario non c’entrano nulla l’una con l’altro, ma è un esempio, no?). Ero stufo di leggere sempre le stesse polemiche su Twitter, tutte cucite addosso alle mie stesse opinioni, d’accordo, ma che non fanno altro che rifocillare la tenia della polemica e del dito puntato che c’è dentro ognuno di noi. Ho bisogno di prendere aria e tornare a respirare, confrontarmi con persone vere che mi aiutino a riflettere sui problemi e non solo additarli scrivendo IN MAIUSCOLO PER ATTIRARE LA MIA ATTENZIONE IN 280 CARATTERI. Ho bisogno di leggere libri, che sono ciò a cui dedico gran parte del mio tempo libero, perché hanno la capacità analogica di mantenere viva l’attenzione e affrontare un argomento alla volta. Ho bisogno di concentrare la mia attenzione su cose più lunghe e complicate, perché la realtà è sempre più lunga e complicata di come appare, perché la percezione della realtà non prevalga sulla realtà stessa. E ho bisogno anche di liberare la mente, lasciandola viaggiare senza meta per le praterie del mio cervello, senza imbrigliarla continuamente in catene frammentarie, che sia in coda alle poste o mentre faccio benzina. È proprio nei momenti in cui la nostra mente è libera di vagare che nascono le idee migliori. Se in questo viaggio mi perderò, se finirò per rinchiudermi in un eremo o sulla cima di una montagna, venite a chiamarmi o tiratemi un sasso sulla testa, perché vorrà dire che l’overdose di sé stessi si può raggiungere anche senza i social.



Parola all’immagine

ovvero l’arte della ricerca iconografica

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Gli articoli comparsi finora sulla rivista hanno contratto un debito che è venuto il momento di pagare. Un debito nei confronti degli artisti che, loro malgrado, hanno contribuito a rendere più accattivanti i testi. E non è improbabile che, spesso, le immagini abbiano espresso molto più chiaramente i concetti di quanto potessero fare le parole scritte.

I testi nascono da una mozione interna alla denuncia, alla riflessione e alla constatazione.

Le immagini arrivano dopo, e spesso l’autore dell’articolo non se ne cura. Paolo ed io, di conseguenza, ci improvvisiamo “art director” e cominciamo a scartabellare nella sua variegata e ricca biblioteca, alla ricerca dell’adeguato corredo iconografico.

Le immagini devono essere preferibilmente in bianco e nero, avere un sapore di antico e finito, e collegarsi ovviamente, anche solo per assonanza, all’argomento trattato.

Le ricerche iniziano sempre dai fumetti. Ken Parker e Corto Maltese, oltre ad essere modelli di vita, sono fonti inesauribili di citazioni.

Poi saccheggiamo i libri “vecchi”, quelli che non avevano pagine patinate e colorate, ma erano ricchi di riproduzioni di stampe, litografie e incisioni.

I libri d’arte e quelli sul vecchio west sono infine nostro pane quotidiano.

Così la razzia iconografica incomincia …

I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando, minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando perciò il consumo delle più insulse brodaglie. In tali condizioni i lettori non possono essere che sovversivi.   ALBERTO MANGUEL

È impossibile qui ringraziare tutti gli autori, a volte sconosciuti, che hanno arricchito la rivista. Ma credo che il migliore dei ringraziamenti sia proprio il fatto di averli citati.

Sarebbero anche state necessarie didascalie chiarificatrici, ma probabilmente avrebbero meritato più spazio dell’articolo stesso.

Scusandoci dei nostri furti ci limitiamo quindi a commentarne una, quella che accompagna questo pezzo.

L’immagine riprodotta ha una particolarità che la rende unica: mentre i nostri articoli nascono sempre con la stesura del testo – la ricerca delle immagini è successiva – in questo caso è avvenuto l’opposto.

Ricercando, appunto, immagini per questo numero di Sottotiro mi è capitata tra le mani una stampa che illustra il libro Una storia della lettura di Alberto Manguel, e mi è nato il desiderio di scrivere un articolo che la commentasse.

Tratta dal Practical Magazine di New York del 1873, è la più antica raffigurazione di un lector  in una fabbrica di sigari.

Il lector era l’operaio che durante la metà dell’Ottocento veniva pagato dai colleghi per leggere nelle fabbriche cubane di sigari.

Inizialmente questi “operai specializzati” leggevano il bollettino del primo sindacato cubano, ma presto si trasformarono in voce del popolo ignorante (il 75% della popolazione era analfabeta). Il lector leggeva libri di storia, di narrativa, di poesia e persino di economia politica.

La noia per i gesti ripetitivi del sigaraio era scacciata dalla voce del lector, che leggeva quotidiani al mattino e romanzi al pomeriggio.

Ogni commento era proibito, si doveva aspettare il termine della lettura per le considerazioni.

Pare che il libro di maggior successo fosse Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, tanto che gli operai chiesero e ottennero dall’autore il permesso di intitolare i sigari fabbricati col nome del protagonista.

Ovviamente questa attività fu molto presto proibita, perché “distraeva” i lavoratori dalle loro mansioni.

Collezione di licheni bottone

Non di solo pulp

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

“Il libro non morirà, è ovvio. Ritornerà dove è stato quasi sempre, nell’enclave di minoranze che lo manterranno vivo, e, allo stesso tempo, gli chiederanno il rigore, le belle parole, l’inventiva, le idee, le persuasive illusioni, la libertà e l’audacia che sono assenti nella grande maggioranza di quei libri che oggi usurpano la denominazione letteratura”.    MARIO VARGAS LLOSA

1) Si può fare letteratura dopo Auschwitz? O dopo “Ladri di biciclette”? O dopo “Pulp fiction”? Si può dire in una lingua che ha scritto, trascritto e riscritto l’indicibile? Che cosa significa raccontare nell’era dell’informazione globale? E, soprattutto, come dialogare con il proprio presente, con le sue discontinuità e i molteplici volti delle proprie contraddizioni?

Agli albori del XIX secolo Hegel meditava quanto la gloria dell’arte fosse alle sue spalle, nel passato, annunciando la fine dell’arte: George Steiner, in “Letteratura e post-storia” scriveva dell’“uomo che legge da solo in una stanza a bocca chiusa”. Borges ha sottolineato come la letteratura abbia sempre amato blandire la propria fine. L’ossessione di venire dopo tutto, di essere postuma rispetto all’esperienza e alla tradizione, di diventare dialogo tra morti, ha attraversato l’arte del nostro secolo come un basso continuo, come un fremito d’angoscia o, nei casi più strumentali, come un tic intellettuale in interminabili simposi solo illusoriamente capaci di dibattere sulle “ultime cose dell’uomo”, come asseriva Ripellino.

2) Non si tratta di screditare né di esaltare ciò che appare come un’innovazione e un rinnovamento nel terreno dei linguaggi, dei modelli di comunicazione e delle forme di espressione – ai cui margini ancora si discute sulla presunta “morte della letteratura” – ma di cogliere le coordinate che definiscono i nuovi fenomeni letterari, i vezzi e le mode, dal minimalismo al pulp o trash o splatter che chiamar si voglia.

Se la letteratura deve essere intrisa fatalmente – con tutte le sue precarietà, distorsioni e parzialità – della realtà presente, va subito sottolineato che la dissoluzione dei modelli di percezione e di elaborazione tipici del fenomeno pulp non è l’unica risposta possibile alle necessità di trasformazione della realtà, del linguaggio che la rappresenta e della fruizione dei destinatari.

A questo proposito accenneremo solo rapidamente al fatto che, in mancanza di un regime linguistico medio ed egemone – con l’eccezione forse solo di quello televisivo – lo scrittore oggi non può definirsi grazie alla frequentazione di un linguaggio minoritario, trasgressivo e oppositivo – se non scontando un’ambiguità difficilmente risolvibile, a cui appartiene tra l’altro lo stesso termine pulp – ma è forzatamente costretto a misurarsi con se stesso e la cui attendibilità passa anche, e soprattutto, attraverso altre responsabilità.

Occorre inoltre evidenziare che aderire ad un genere non può essere – pur nelle disomogeneità delle tendenze e nelle contraddizioni spesso profonde tra le singole peculiarità – una pratica intenzionale e per questo ben lontana da un gesto di rottura e di opposizione a vere e presunte stagnazioni culturale e letterarie. Il consenso ad uno stile, se assume tratti convenzionali, produce esiti di palese artificiosità e di fastidiosa maniera, in cui la scrittura e la narrazione vengono piegate a soluzioni arbitrarie e illegittime alla prevedibile ricerca, nel caso della maggioranza degli autori “cannibali”, di effetti di ferocia e crudeltà.

La rappresentazione del male gratuito e insensato, che sfugge alle più diverse interpretazioni ideologiche, sociologiche e psicologiche, se non viene accompagnata da un’ironia consapevole diventa compiacimento, esibizione, spettacolarizzazione – ingenua e fragile a dire il vero – circa un sottoprodotto per nulla sconvolgente della ferocia e dell’atrocità gratuite del tempo che intende descrivere.

 

Pudore e sudore

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

In genere sulle alte montagne, quelle più famose, si arriva in due maniere: a piedi o con la funivia. Sono due modi completamente diversi di salire.

Una volta sulla vetta, certo, lo scenario che ci si presenta è lo stesso. Una distesa splendida di cime innevate, l’aria tersa, un paesaggio da favola che nella sua maestosità ci affascina e ci da una stretta al cuore.

Ma – e questo è solo il primo ma del nostro breve ragionamento – a seconda di come si è saliti lo sguardo col quale lo si abbraccia, lo spirito col quale lo si contempla sono diversi.

Credo sia chi ha faticato di più, lo scalatore, a godere maggiormente del panorama. Egli è arrivato lassù con fatica, a volte correndo pericoli, salendo sentieri tortuosi, tagliandone alcuni e percorrendone anche di sbagliati. Ma è arrivato contando solamente sulle sue gambe e sulla sua volontà. Sul suo modo di vedere e godere la montagna influisce il cumulo delle emozioni della salita.

Chi ha usato la funivia invece appare più riposato, non è stravolto dalla fatica, non si è sforzato per nulla ed ha raggiunto la vetta semplicemente in virtù dei quattro soldi del biglietto. Di lassù vede le stesse cose, certo, ma non sono sicuro che le apprezzi fino in fondo. Non ha conquistato, non si è guadagnato nulla, e il panorama è quasi un dono immeritato.

A pensarci bene la stessa cosa vale per la lettura e per la cultura in generale. Se vogliamo, anche in questo caso si è realizzata una piccola utopia: due persone, l’una figlia di contadini o operai, l’altra proveniente da una famiglia di dottori, di professori, comunque di intellettuali, possono oggi parlare infatti nella stessa lingua e delle stesse cose. Ma non illudiamoci: in realtà non è mai la “stessa” cosa, non saranno mai due persone “eguali”.

Mettiamo che queste persone con origini diverse possano avere entrambe una ricca biblioteca ed essere lettori modello: non credo affatto che apprezzino alla stessa maniera il piacere della lettura e della conoscenza. Non sono sicuro che concetti come cultura, conoscenza dei fatti e opinioni politiche abbiano per esse lo stesso significato.

Chi trova tutto già pronto, tutto realizzato, non deve fare altro che andare nello studio e prelevare dai ricchi scaffali della biblioteca di famiglia un libro; ma con “quale” piacere lo leggerà? E soprattutto, cosa ne trarrà?

Io credo infatti che la ricerca di un testo particolare debba essere un itinerario personale, faticoso, tortuoso, difficile, in definitiva splendido, e che assuma un valore che travalica quello del libro stesso. Chi non possiede già una biblioteca arriva necessariamente ad ogni libro attraverso altri libri, ad uno scrittore attraverso altri scrittori, ad una idea grazie a mille piccole idee sparse qua e là.

Anche la mia biblioteca è cresciuta lentamente (e sottolineo che la mia è una storia come tante altre) ed ogni libro in essa accolto è il risultato di un percorso e, a volte ha costituito anche un traguardo. Altro che biblioteche di famiglia più o meno ricche, altro che padri e madri che ti invitano alla lettura e ti conducono per mano nel labirinto delle mille biblioteche possibili. Questa esperienza mi porta a pensare che le persone “bibliodotate” dall’infanzia, malgrado conoscano più libri, li abbiano più a portata di mano, leggono con uno sguardo diverso le cose del mondo rispetto al lettore selfmade. Quel mondo, infatti, lo hanno conosciuto solamente attraverso i libri. Questo è vero soprattutto quando si parla del mondo del lavoro.

Il lavoro, e quando parlo di lavoro intendo quello nero e maledetto, quello subordinato, quello che esige la testa chinata di fronte agli ordini dei superiori e per il peso della fatica, è la cosa più materiale che ci sia, la più lontana dal pensiero “puro”. Per chi nasce in famiglie che non conoscono o non vivono il lavoro, come supplizio

quotidiano, è difficile concepire quanta umiliazione, frustrazione, abbruttente ripetitività esso comporti. Costoro hanno letto sui libri che esiste il lavoro, hanno visto con i loro occhi il lavoro (cioè, gente che lavorava), ma non hanno mai lavorato. Né per costruirsi una biblioteca, né per sopravvivere. Si può dire che in genere chi ha vissuto a contatto sin dall’infanzia coi libri e con ambiente culturalmente stimolanti non ha mai bisogno di lavorare (e mi riferisco sempre al lavoro inteso in un’unica accezione: quella manuale). Le famiglie di questo tipo si riproducono di gene-razione in generazione, e i figli occupano sempre (salvo ribellioni o incidenti) le posizioni dei padri. Nel loro DNA viene inscritto un codice culturale di-verso da quello della gente “normale”, ed essi partono quindi già con un notevole margine di vantaggio.

È difficilissimo, di conseguenza, per un figlio di operaio o di contadini assurgere all’olimpo della cultura, diventare un intellettuale. Il DNA di questi ultimi è povero e vuoto, e quando accade a chi ha origini “modeste” di arricchirlo, di acculturarsi, non gli è comunque facile godere serenamente di questo patrimonio. O fa della cultura un’arma di riscatto economico-sociale, e ne tradisce pertanto tutte le più genuine valenze, o subisce un’ulteriore discrimina-zione, quella creata dall’urgenza di mettere a frutto bene o male, in genere più male che bene, le competenze acquisite. Sempre che almeno questo gli sia consentito: basterebbe infatti una piccola indagine statistica sulla provenienza sociale dei ricercatori universitari (non parliamo dei docenti!), di coloro cioè che possono permettersi il lusso pluriennale di un’attività sottopagata in attesa del “posto”, per farci dubitare anche di quest’ultima possibilità.

E allora godiamoci almeno la soddisfazione di aver sollevato la fronte, di aver rialzati gli occhi affaticati per posarli – magari – su un libro, su qualcosa che si sceglie per crescere e migliorare, di aver tentato di inverare la piccola utopia della parità tra persone di origini diverse e con storie diverse, della parità tra persone più o meno fortunate. Una parità, un’eguaglianza di diritti che si rivela solo teorica, che si realizza sulla carta ma scompare quando si verifica la solidità delle basi di partenza di ognuno. Da un lato stanno coloro che hanno avuto ogni tipo di faci-litazione (economica, intellettuale, di frequentazio-ne) e dall’altro color che hanno dovuto costruirsi con fatica ogni minima possibilità. E in fondo non è che la parità mi interessi poi molto. Preferisco rimanere ciò che sono, un selfmade man nel campo della cultura (e della lettura), con un padre dalle mani grandi e nere, scavate da anni di lavoro duro, mani ormai insensibili al freddo e al caldo, incapaci di sfogliare un libro o di fare una carezza.

Ma che importa: il libro lo leggerò io (e per mio padre sarà un po’ come se lo leggesse lui) e le carezze, beh, quelle non le farebbe mai, anche se avesse mani di fata, per pudore.

C’è troppo pudore in chi lavora duramente per lasciarsi andare ad una carezza, si pensa quasi di non averne il diritto.

Mio padre, ad esempio, non ha mai letto da nessuna parte la parola pudore, non sa neppure che esista, ma – dovreste vedere – sa cos’è il pudore.

 

Barangain

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

La rivista che stai leggendo è nata per concretizzare le tante discussioni su idee, esperienze, letture che accomunano gli autori. Spesso abbiamo parlato di libri, consigliandoceli a vicenda, affrontando pure la questione del rapporto che abbiamo con essi. Tenterò qui di delineare un percorso che attraversi le principali tappe (o tematiche) che chi ama il libro ha prima o poi affrontato.

Poiché il paradiso del mondo di là è incerto, ma vi è effettivamente un cielo su questa terra, un cielo nel quale abitiamo quando leggiamo un buon libro.   CHRISTOPHER MORLEY

Prima ancora di aver superato l’infanzia, il bambino è costretto ad incatenare i propri occhi a quelle strisce di caratteri apparentemente senza senso. Non comprende il motivo per cui, invece di andare a tirare calci ad un pallone, deve stare lì a balbettare parole semplici, ma che vanno ricavate da quegli scarabocchi sulla carta (“perché devo leggere ma-ti-ta quando posso più facilmente disegnare una matita?”).

L’amore per i libri non è immediato, anzi per nascere ha bisogno di un lungo periodo di incubazione. Nessuno, neppure colui che diverrà bibliofilo incallito, può affermare di aver trovato piacere a leggere durante i primi anni scolastici.

Presto però il neo-lettore si rende conto che dietro al semplice (fino ad un certo punto) esercizio vocale di scansione delle sillabe c’è ben altro. Pian piano prende coscienza che ha tra le mani un nuovo gioco, paragonabile ai Lego, con il quale ha l’opportunità di crearsi un mondo tutto suo. Qui i mattoni sono le parole, e per capire la “costruzione” queste vanno lette in un certo ordine, che la maestra chiama “periodi”.

Con quella di leggere cresce anche la capacità di scrivere e il paragone con i Lego si completa: ora anche il ragazzino è in grado di fare delle costruzioni con le parole. Ma questo appartiene ad un altro mondo, quello dello scrivere.

A questo punto della crescita del novello lettore possono intervenire due eventi: il primo è il rifiuto della parola scritta, il secondo una simpatia che con gli anni diverrà vero e proprio amore.

Il ragazzo che comincia a leggere è spinto a farlo essenzialmente dalla sua curiosità verso piccoli eventi, spesso insignificanti. Questa prerogativa è insita nel bambino, ma in genere va scemando col divenire adulti. Solo in chi legge assiduamente, e non solamente la Gazzetta dello Sport o consimili, questa curiosità ancestrale rimane, e viene soddisfatta dalla ricerca che il lettore fa all’interno e all’esterno del libro stesso.

Cominciando ad indagare il rapporto che il lettore abituale instaura con l’oggetto della lettura, ci rendiamo conto che quest’ultimo offre solamente lo sfondo delle vicende narrate (l’autore lo si potrebbe paragonare, nel mondo del cinema, al soggettista o al sceneggiatore); i primi piani, i particolari sono a completa discrezione del lettore. Al ragazzo che passa dai soldatini al libro viene aperta una finestrella in un mondo tutto da scoprire, in cui diviene comparsa, protagonista e regista, separatamente o contemporaneamente.

[…] abbandonandomi alla più cara delle mie abitudini: l’arbitrio della conversazione. Alle mie spalle sento il riposo della mia biblioteca.      XAVIER DE MAISTRE

Ciò segue la differenza con quanto invece offre la “scatola ipnotica”, la quale ci presenta un prodotto preconfezionato, che inibisce i nostri desideri e le nostre passioni, appiattendo ogni personale emozione, e propinandone altre omologate. La distinzione tra chi preferisce leggere e chi si bea dei programmi idioti che sforna la televisione sta nel fatto che il primo è ancora cosciente della propria esistenza, ha una propria autonomia intellettiva; il secondo non sa più sognare, lascia che altri siano i protagonisti della sua esistenza.

Il libro consente a chi lo scopre una fuga nella fantasia, la creazione di un universo totalmente a misura del lettore. C’è chi preferisce immedesimarsi nei personaggi di Dickens, respirando l’atmosfera ottocentesca di Londra; oppure percorrere in lungo e il largo con Holden la New York di J. D. Salinger; o, ancora, seguire la fuga vera e propria che Bruce Chatwin ha eletto a sistema di vita.

Marguerite Yourcenar scriveva: “La lettura è una specie di porta d’ingresso su altri secoli, altri Paesi, su moltitudini di esseri più numerosi di quanti ne incontreremo nella vita, talvolta su un’idea che trasformerà la nostra, su un concetto che ci renderà un po’ migliori o almeno un po’ meno ignoranti di ieri”.

Chi è assalito dalla mania (malattia?) di leggere è soggetto a richiudersi nel proprio mondo dove il libro è un facile compagno di gioco. La lettura comporta conseguentemente un isolamento dalla società. Presto il “malato” si scontra con l’impossibilità di conciliare l’intensità dei sentimenti che trova nei libri con la pochezza della quotidianità. Si rende conto che il mondo anarchico di Bakunin è del tutto, e soprattutto, utopico (per questo a noi piace tanto!), che l’amore assoluto di Dante per Beatrice è irraggiungibile, che non esiste l’amicizia perfetta descritta ne “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, nella realtà questa se ne va senza tragiche separazioni, semplicemente scivola via.

La troppa immedesimazione nei personaggi letterari può portare a ragionare e a comportarsi come loro (vedi Don Chisciotte). Nel libro ci si rifugia dalle brutture della società, perché lì gli omicidi, gli amori e le disgrazie hanno un senso, una logica, una continuità; cosa che la realtà non sembra possedere: qui regna il caos, tutto pare non avere autore.

Luciano Canfora ne “Libro e Libertà” scrive: “Don Chisciotte che, a furia di leggere, entra nel mondo dei suoi libri e ragiona come se fosse egli stesso un soggetto di quei libri e addirittura vive come quei personaggi, è una creazione inquietante, che incombe, per così dire, come esito possibile sul mondo dei lettori”.

Tutti i giorni affrontiamo il compito di essere lettori di un libro che non ha trama e di cui non capiamo i perché, ma è il nostro mondo e dobbiamo accettarlo come tale, magari cercare di modificarlo, ma partendo comunque dal presupposto che questo è quello reale. Difficilmente torneremo sui nostri passi, quindi compito di ogni lettore è quello di chiudere il libro rifugio, con una trama, un inizio ed una fine, per affrontare i fogli sparsi di tutti i giorni. Tutti i lettori corrono il rischio di combattere contro mulini a vento se non si adoperano a filtrare ciò che contiene il libro e trarne utili appigli per la loro “sopravvivenza quotidiana”, in modo da trovare un compromesso tra la vita reale e quella utopica. Chi legge spera di trovare nel libro una possibile soluzione ai problemi di tutti i giorni: questo però non deve impedirgli di prendere coscienza del fatto che nessun testo, nessun consiglio che questo può dare, sarà determinante nelle scelte della sua vita. Essi testimoniano solo che i nostri crucci, le nostre debolezze, i nostri mal d’animo sono comuni a moltissime persone, compreso l’autore. È un’amara consolazione, ma questo ci fa sentire meno soli.

Coloro che amano il libro, leggendo ne “Il Nome della Rosa” la descrizione del momento in cui Guglielmo da Baskerville entra nella biblioteca del monastero, hanno provato invidia per la realizzazione di un sogno comune a molti: entrare in un mondo nel quale non esistono altro che scaffali zeppi di codici antichi e pergamene, dove l’aria è satura di polvere, il silenzio è quello del culto e della reverenza per la parola scritta. Molti infatti potrebbero fare proprie le parole di Jorge Luis Borges, uno che di biblioteche se ne intendeva parecchio: “Mi sono sempre immaginato il Paradiso come una specie di biblioteca”. All’interno della labirintica torre, il protagonista mette finalmente le mani su un testo che si credeva non esistesse: il “secondo libro della Poetica di Aristotele”. In fondo tutti coloro che amano leggere cercano quel volume, dal quale trasse risposte alle loro domande.

La mia libreria era un ducato abbastanza vasto.    WILLIAM SHAKESPEARE

Il libro lo si deve considerare anche come un oggetto fine a se stesso. Il piacere di possederlo, sentirlo al tatto, ammirare l’iconografia, il tipo di carattere, la rilegatura e l’odore delle pagine vecchie di molti anni, vissuti in segreti scaffali, sono risvolti che chi ama il libro non sottovaluta. Naturalmente questo deve risultare di secondaria importanza rispetto al contenuto, ma ha una sua significativa valenza.

Edmondo De Amicis diceva: “L’amore dei libri è fonte, per se solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del tatto, dell’odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a sfogliarli, a fiutarli”.

Oggi si discute tanto di Internet, di multimedia, di molti libri a cui poter accedere tramite un semplice CD-ROM; tutti dicono che presto il libro si estinguerà. Personalmente non lo credo affatto. Il libro per la sua funzionalità è molto più avanzato del computer. Molto più pratico, più economico e non ha bisogno della spina per essere letto.

L’importanza di possedere un libro sta proprio nel fatto che è lì nella libreria personale, a portata di mano quando lo si vuole leggere, rileggere, spulciare, scoprire; oppure lo si può lasciare lì per anni, magari non leggerlo mai, ma sapere che c’è. Un buon libro può rimanere a “decantare” per anni in una polverosa biblioteca prima che lo si affronti, ma quando questo accade ci compiacciamo del fatto di aver avuto l’accortezza di acquistarlo, e magari aver atteso tanto tempo prima di affrontarlo.

Capita pure che mentre cerchiamo un testo ci rendiamo conto che non si trova nello scaffale sul quale dovrebbe essere. Divenendo sempre più nervosi cerchiamo negli interstizi più oscuri della libreria, ad un certo punto lo sgomento ci assale: lo abbiamo prestato!

Il bibliofilo spesso è in conflitto con due sentimenti apparentemente inconciliabili: il primo la gelosia dei propri testi e la loro conservazione, l’altro il desiderio di condividere con qualcuno le sensazioni che questi hanno suscitato in lui. Il prestito oculato, quello limitato a compagni di lettura accuratamente selezionati, concilia i due opposti. Con questo gesto si trasmettono sentimenti ed emozioni che altrimenti sarebbero difficilmente comunicabili. È pure un modo per dare una continuità a noi stessi. Possedere libri, far partecipi altri della lettura di questi, da l’illusione di realizzare un sogno che da secoli l’uomo insegue: l’immortalità. Avere l’opportunità di scegliere i libri da includere nella propria collezione, arrivando quindi alla realizzazione di una biblioteca che ci caratterizza, diventa la concretizzazione di un risvolto fisico che per sua natura non ha nulla di concreto: l’anima.

Non esistono in un libro risposte a domande come: chi siamo, dove stiamo andando, ma le si possono trovare in una biblioteca costruita con accuratezza; i libri stessi diventano le risposte. In ciascuno di essi troviamo esperienze di vita, enigmi, pensieri che sono i nostri. La lettura crea dei punti di riferimento della nostra vita. Una sintesi della letteratura mondiale e temporale crea nella coscienza del lettore un modello originario, primordiale ed immutabile dei rapporti umani: l’Amicizia, la Morte, la Solitudine, l’Amore, il Patriottismo, l’Esilio, ecc. Questi modelli sono gli obiettivi da raggiungere che ogni lettore si prefigge per poter avere le risposte che desidera, per poter soddisfare la sua sete di sapere.

Esistono pure libri che hanno fornito modelli ideali di comportamento e di pensiero, o hanno indotto il tentativo di renderli concreti. Penso ad esempio al fenomeno della beat generation, diffusosi dopo la divulgazione di testi come “Sulla strada” di J. Kerouac. Oppure, andando indietro nel tempo, a ciò che avvenne nel ‘600, quando fu pubblicato il manifesto “Fama Fraternitatis”, che creò il mito dei Rosacroce. Nessuno può affermare con sicurezza che essi esistessero prima di allora, ma dopo sicuramente sì. Il libro trasmise ai lettori del tempo un messaggio di integrità morale, impregnato di esoterismo, a cui molti fecero riferimento come modello organizzativo e politico.

La letteratura in generale ha dei presupposti utopici. Essa è rivolta sempre e comunque al lettore del presente come a quello del futuro. Il fatto è che da millenni l’uomo continua a scrivere, e a divulgare ciò che ha scritto, sempre sugli stessi argomenti: l’amore, la morte, la vita, l’odio, l’amicizia. A differenza delle scienze nelle quali una nuova scoperta in un certo qual modo soppianta quella precedente, la letteratura rimane immutabile nel tempo. È un eterno interrogativo, alla ricerca di una risposta che non potrà mai essere definitiva.

Per concludere vorrei spiegare il significato del titolo. È tratto dal libro “L’uomo che portava felicità” di Jürg Federspiel. È la storia di un ussaro che instancabilmente cerca un paese di nome Barangain. Il luogo è quello dove vengono realizzate tutte le sue aspettative, come dice lui stesso nelle ultime righe del racconto: “Cerco un paese, un paese come il mio. Ho tutto il tempo al mondo, per trovarlo. Tutto il tempo al mondo”.

Pure noi Viandanti delle Nebbie cerchiamo quel paese; non importa se alla fine non lo raggiungeremo, quel che conta è insistere nella sua ricerca. Il nostro Barangain è un luogo dove si concretizzano i nostri sogni, le nostre utopie, dove incontriamo personaggi fantastici e reali, che in una qualche maniera ci appartengono. Un posto dove si possa discutere di letteratura con Calvino, di poesia con Leopardi. Viaggiare nello spazio e nel tempo con Corto Maltese. Apprendere il coraggio, l’onore e la cavalleria da Don Chisciotte e Re Artù. Studiare il Medioevo, le eresie e l’Inquisizione con chi l’ha subita, come il Gran Maestro Templare De Molay. Ubriacarci con Bukowski. Sognare con Valentina (va bene anche se qualcuno è sconcio). Entrare nella biblioteca dell’Abbazia con Gugliemo da Baskerville e Jorge Luis Borges. Amare Madame Bovary.

Meglio questi sogni che quelli a 12 pollici. Quindi lasciateci cercare il nostro Barangain e non rompete con la pubblicità!

Collezione di licheni bottone