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Essenziali attributi per consiglieri di libri

di Fabrizio Rinaldi, 25 gennaio 2020

A chi sfida una qualunque platea pubblica (metropolitana, sala d’aspetto o parco pubblico che sia) col semplice gesto di aprire un libro e leggere, sarà capitato di sentirsi dire: Hai un libro da consigliarmi? Quando leggi? perché io non ho tempo per farlo. Magari il rompiscatole nel frattempo smanetta sul cellulare, gli occhi incollati allo schermo per giocare, vedere un filmato o “socializzare” con gente con cui, nella realtà, probabilmente non avrebbe voglia di bere nemmeno un caffè.

Le distrazioni mediatiche non sono lì per caso: hanno lo scopo preciso di impedire l’elaborazione di un qualunque pensiero che non sia connesso ai messaggi commerciali. Quindi chi legge sulle pagine di un libro anziché sullo schermo di uno smartphone crea disarmonia nel quadro. Suscita curiosità e inquieta anche un po’.

Ma il libro è anch’esso soggetto a leggi di mercato, le stesse che valgono per qualsiasi altra mercanzia. E queste leggi prevedono un acquisto, ovvero un esborso, non sempre (quasi mai) proporzionale al valore dei contenuti. Il problema vero nasce però dopo: se hai acquistato un libro si suppone che abbia anche desiderio di leggerlo (a meno di essere un bibliomane feticista). Ma per leggerlo è necessario dedicargli una buona disponibilità di tempo: e qui la cosa si complica, perché a differenza del lavativo qui di fianco, seduto sulla panchina col libro in mano, la gran parte dei potenziali lettori quel tempo ritengono di non averlo.

Quindi accade che in molti casi ci si limiti all’acquisto del volume desiderato, rimandandone la lettura a tempi meno zeppi di impegni, magari ad una vecchiaia da trascorrersi in panciolle, sulla sdraio. Dimenticando, o fingendo di ignorare, che il fiato del lavoro ci rimarrà sul collo fino alla fine dei nostri giorni.

Abbiamo così individuato due diverse modalità di rapporto col libro: quella del lettore e quella del compratore, che non sempre coincidono.

Le richieste di consigli di lettura rientrano nella ritualità del compratore di libri, piuttosto che in quella del lettore: si demanda infatti ad altri la scelta (sempre perché non ho tempo per sceglierli io), contando sul fatto che i testi vengano suggeriti tenendo conto delle predilezioni del richiedente. Cosa che, in realtà, difficilmente accade.

Di fronte ad una situazione del genere è difficile immaginare un ruolo per il “facilitatore di letture”. È una attività decisamente anacronistica, specie in un paese in cui leggere un quotidiano o un libro è ritenuta dai più una perdita di tempo, o un obbligo cui sottostare di malavoglia solo in età scolastica.

Una volta invece questo ruolo era importante. I primi suggeritori di letture erano naturalmente gli insegnanti e i genitori, quando andava bene (spesso no), ma poi quello più autorevole diventava il libraio di fiducia, che conoscendo i gusti e le aspettative dei suoi clienti li indirizzava verso le cose “giuste”.

Oggi, per la fauna in estinzione che prova ancora il desiderio di leggere, questo ruolo se l’è assunto Amazon. Il nostro profilo è tracciato e costantemente aggiornato nei suoi archivi digitali in funzione degli acquisti che abbiamo fatto o dei volumi che abbiamo memorizzato nei “desiderati”, e consente al famigerato algoritmo di anticipare i nostri desideri e proporre tutto ciò che potrebbe suscitare il nostro interesse.

L’unico, illusorio margine di autonomia che conserviamo è quello di visionare le recensioni scritte da altri lettori sulle riviste specializzate, su Anobii, su Amazon stesso o su siti ritenuti “intelligenti”. Sono questi i nuovi “consiglieri di libri”. Hanno assunto il ruolo che un tempo era degli amici, dei librai o degli insegnanti. Il problema è che lì troviamo per lo più delle conferme alle nostre ipotesi d’acquisto, perché anche le recensioni hanno la funzione di indurci a comprare quel libro.

È dunque necessario riabilitare la professione (gratuita e in declino) del “consigliere di libri”, la si eserciti a voce o tramite bit. E possiamo provare a farlo individuando alcune competenze e stabilendo alcune regole per un corretto esercizio.

  • Va innanzitutto tenuto presente che all’aspirante lettore, in realtà, interessa soprattutto conoscere i contenuti del libro indicato. Alla fine, probabilmente il libro non lo leggerà neppure (i consigli sono richiesti, ma difficilmente sono seguiti). È comunque opportuno saperlo presentare bene, non tanto per lo scopo che si potrebbe ottenere, ma per il semplice gusto di farlo.
  • È sempre bene suggerire i classici, tanto non li legge più nessuno. Quelli che millantano di averlo fatto, di norma si sono limitati a leggerne la trama su Wikipedia. Consigliare i libri del momento invece non è saggio: in genere il lettore che chiede suggerimenti ne sa più del consigliere, perché ha già spulciato sul web le varie recensioni (perlopiù lusinghiere).
  • Allo stesso modo, al lettore molto informato su un argomento o su un genere letterario non ha senso raccomandare testi che probabilmente conosce già. Invece è opportuno suggerirgli letture che si situino fuori dai suoi orizzonti ordinari e gliene facciano intravvedere di nuovi. È un azzardo, ma può anche creare la fama di suggeritore leggendario. E comunque, un risultato lo si ottiene: se il richiedente storce il naso ci si libera di uno scocciatore che impedisce a noi di leggere.
  • Sarà magari scorretto tranciare giudizi su ciò che legge chi chiede consiglio, ma visto che il parere – per lo più – è preteso, gratuito e alla fine non accolto, ci si può permettere di stroncare tutto ciò che consideriamo spazzatura. È anzi più che mai lecito in questo caso proporre testi che cozzano totalmente con le abitudini di lettura del richiedente: ad uno che legge Volo, consiglia Byron (magari scorgerà la luce).
  • Qualora il consigliato rimanga deluso, si deve perseverare nel parere proposto. Ai suoi fendenti di disapprovazione, è necessario rispondere con un tocco di ironia sulle lecite differenze di opinioni.
  • Come fa il medico, per esercitare la professione di suggeritore è necessario aggiornarsi continuamente: quindi leggere, leggere, leggere. Non ci sono scorciatoie. È l’unico modo per mantenere accesa la fiamma della curiosità letteraria (e non solo quella). Il paziente deve assimilare, quasi per osmosi, dalle parole del facilitatore non soltanto le coordinate del libro, ma anche l’emozione che s’è provata nel leggerlo. Anche se poi, come ogni buon malato, non seguirà le prescrizioni.
  • La responsabilità di un consigliere è grande: deve indicare la direzione di marcia verso un paradiso, letterario o utopistico che sia. Non può tradire la fiducia che gli è accordata, millantando saperi che non possiede, pena essere smascherato appena il richiedente pone delle domande intelligenti. Quindi, deve aver letto i libri che propone (sembra ovvio, ma lo è meno di quanto si creda).
  • È bene che il consigliere di percorsi letterari accetti a sua volta consigli da altri. Scendere ogni tanto dal piedistallo della conoscenza e mettersi nei panni del richiedente aiuta a conoscere altri percorsi letterari, magari inesplorati.
  • È consentito rifilare anche libri che non si sono apprezzati appieno, ma dei quali si percepiscono le possibili compatibilità col richiedente. È stuzzicante pensare che forse altri potranno gradirli. Capita un po’ come per alcune donne verso le quali si prova una rasserenante consolazione sapere che qualcun altro le possa amare.
  • L’ego smisurato del consigliere di libri a volte fraintende gli intenti di chi gli rivolge la parola, magari solo per attaccar bottone … I saputelli propinano subito un tomo sulla semiotica di Eco, quando – magari – la fanciulla cercava un approfondimento tangibile sul Kamasutra (forse questo è il sogno segreto di ogni consigliere maschio).
  • La donazione dei consigli di lettura non è vincolata a luoghi o situazioni deputati: poco importa se avviene durante una cena fra amici o attraverso un video su Youtube. L’importante è che assuma un carattere di esclusività e di originalità. Il gran maestro dei consiglieri di libri è colui che riesce a rendere la Bibbia accattivante per i suoi contenuti originali.
  • Scrivere è, oggi più che mai, un’operazione commerciale. La responsabilità della pubblicazione di cose dozzinali è da ripartire equamente tra chi scrive da cane e l’editore che gli dà voce. Ma anche chi questi testi poi li suggerisce è da denunciare per reati contro l’intelligenza. La vendetta del lettore deluso si abbatterà su questo impostore. Ma intanto ne va della credibilità dei tanti consiglieri onesti …

In sintesi: fare il promoter di letture intelligenti è un mestiere tutt’altro che remunerativo, che presuppone tuttavia molta responsabilità e coscienza. Tutte cose che qualificano chi continua a svolgere questo ruolo come un dotto o come un fesso, a seconda dell’ottica nella quale lo si inquadra. E tuttavia, non è un’attività ormai del tutto priva di senso.

Continuano ad essere ancora molti coloro che non trovano in alcun videogioco o film, sui social o nell’intrattenimento virtuale, quello stimolo ad un dialogo silenzioso e intimo che l’oggetto libro è invece ancora in grado di suscitare. Per incoraggiarli ci sarà sempre bisogno di qualcuno che li guidi in mezzo alle nebbie. Qualcuno che offra, lungo la strada, il ristoro di un Punto di vista.

Collezione di licheni bottone

Bugiardini digitali (eBook)

di Marco Moraschi, 20 maggio 2019

Gli EULA (End-User License Agreement) sono indubbiamente i bugiardini del terzo millennio. Come per i medicinali, infatti, questi contratti digitali accorrono in aiuto ai software che assumiamo con fede ogni giorno, sperando che ci aiutino a fare le cose meglio, guarendoci dalla fretta del vivere. E come i bugiardini, sono spesso chilometrici e pieni di controindicazioni, per cui ne saltiamo a piè pari la lettura convinti che essere ignari del loro contenuto ci renda più liberi nel loro utilizzo e certamente più sereni, un po’ come recita quella vecchia massima “Ho letto che bere fa male. Ho smesso di leggere”.

Leggere nel dettaglio un contratto di licenza per i software e i servizi digitali che usiamo ogni giorno può però essere sorprendente, oltre che incredibilmente noioso, e renderci più consapevoli circa le condizioni che regolano il nostro rapporto tra la società che ci fornisce il servizio e il servizio stesso. Di recente l’ho fatto per le condizioni di utilizzo del Kindle, il lettore per gli eBook di Amazon, dopo essere stato ravvisato da un amico (digitale anche lui) circa una “condizione di utilizzo” che vado qui a riportare. La premessa sensata, a dire il vero non così troppo nell’era del digitale, ci arriviamo, sarebbe quella che se compro un libro digitale questo mi appartiene alla stregua di uno cartaceo, come chiaramente suggerito dal pulsante con la scritta: “Acquista adesso con 1-Click”. Al di là dello svilimento che subisce l’acquisto di un bene senza più alcun contatto umano e senza alcuno sforzo (ne parleremo magari in una prossima puntata), cosa significa comprare un bene digitale? Secondo Amazon “Con il download del Contenuto Digitale e con il pagamento dei relativi costi (comprese le tasse applicabili), il Fornitore di Contenuti vi concede il diritto non esclusivo di visualizzare e usare il Contenuto Digitale per un illimitato numero di volte. […] Salvo che sia diversamente specificato, il Contenuto Digitale vi viene concesso in licenza d’uso e non è venduto dal Fornitore di Contenuti”. In altre parole, nonostante l’evidente bottone rosso sopra segnalato mi suggerisca che sto acquistando il libro, nella realtà dei fatti lo sto in realtà prendendo a prestito per un tempo indefinito, essendomi concesso in licenza di leggerlo un numero illimitato di volte. Sembrerebbe quasi la stessa cosa, ma a questo punto si entra di diritto nell’annoso dibattito tra sostenitori dei libri digitali vs libri cartacei. Sorge quindi spontanea la domanda: e se Amazon chiude? E se da un giorno all’altro Amazon decide di uscire dal mercato dei libri digitali? E se…? E la risposta ancora una volta è che: “Potremo modificare, sospendere o interrompere il Servizio, in tutto o in parte, aggiungendo o rimuovendo del Contenuto di Abbonamento al Servizio, in qualsiasi momento. Potremo modificare i termini del presente Contratto a nostra discrezione pubblicando i nuovi termini sul sito Amazon.it”. Costruendo quindi una ricca libreria di libri digitali (si fa per dire) il rischio è quello di trovarsi in futuro a vederla bruciare dall’oggi al domani senza alcuna possibilità di replica. Ma la questione naturalmente non si esaurisce qui, dal momento che non solo non sto comprando il libro, non solo Amazon può togliermi i miei libri quando e come vuole, sed etiam “non potete vendere, dare in noleggio o affitto, distribuire, divulgare, concedere in sublicenza o altrimenti trasferire qualsiasi diritto relativo al Contenuto Digitale o qualsiasi parte dello stesso a terzi, e non potete togliere o modificare alcuna informazione o etichetta circa la proprietà riportata sul Contenuto Digitale. Inoltre, non potete bypassare, modificare, annullare o eludere i dispositivi di sicurezza che proteggono il Contenuto Digitale.” Quindi, mentre un libro cartaceo posso venderlo, prestarlo a un amico, a un cugino, o regalarlo a una biblioteca se non mi serve più, per il beneficio di qualcun altro, il libro digitale rimane una schiera di bit concessa in licenza per il mio solo utilizzo, schiera di bit costantemente a rischio di essere sovrascritta dalle controindicazioni sul bugiardino. A questo punto la domanda si trasforma e diventa: ma allora, un eBook è sempre un libro oppure no? In effetti la risposta è meno sorprendente di quanto possa sembrare (o forse di più, dipende da voi): no, un eBook non è un libro. Distinzione peraltro in accordo con le leggi fino a poco tempo fa, in quanto in materia di tassazione solo ai libri cartacei era riconosciuta l’IVA agevolata al 4%, di cui non beneficiavano gli eBook; segno che, evidentemente, un eBook non aveva i requisiti per essere considerato un libro, opinione che lo Stato italiano ha cambiato nel 2015 applicando l’IVA agevolata anche ai “libri” digitali.

L’era del digitale sembra quindi spingerci sempre di più verso una sorta di “comunismo privato”, in cui non ci appartiene più nulla, ma tutto è preso a prestito da grandi entità societarie, da Amazon a Netflix, a fronte di un canone mensile, settimanale, una tantum, da pagare in soldi veri e avendo cura di non leggere il bugiardino. Car sharing, musica e film in streaming, libri digitali, è finita l’era del possesso, si attendono a breve case in streaming, cibo olografico e carta igienica digitale. Meglio o peggio? Come al solito, ai posteri l’ardua sentenza.

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