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Avvisi di fermata

di Paolo Repetto, 12 marzo 2019

Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
GIORGIO CAPRONI

Ultimamente i messaggi che mi chiamano a riflettere sulla morte si sono moltiplicati. Ce ne sono di espliciti, direttamente inviati dal mio fisico e, sia pure con encomiabile tatto, dalle ditte di onoranze funebri: di sottintesi, come gli appelli dell’AIDO per la donazione di organi e della chiesa per altri tipi di donazione; oppure di minacciosi, testardamente recapitati porta a porta dai Testimoni di Geova. Ma non è di questi che voglio parlare. Mi riferisco invece a segnali che non sembrano specificamente mirati e che non nascondono secondi fini.

Questi ultimi mi hanno colpito per la loro successione ravvicinata e perché provenienti da fonti inattese: e non credo si tratti solo di un acuirsi della mia sensibilità, dovuto al fisiologico approssimarsi del gran giorno. In realtà io alla morte non ci penso granché, e il tema non ricorre spesso nemmeno nei discorsi dei miei coetanei. Al più vi si accenna in occasione della scomparsa di un amico, ma almeno in apparenza senza particolari inquietudini. Può darsi si tratti di una strategia per esorcizzare la paura, ma sinceramente mi sembra altro: mi sembra quasi indifferenza.

Sul perché adesso l’argomento torni così insistentemente, e tirato in ballo da gente molto più giovane di me, che quando pensa al futuro ha qualche opzione in più rispetto all’inumazione o alla cremazione, non ho spiegazioni plausibili. Forse è l’inconscia risposta al nuovo governo, o ai cambiamenti climatici, oppure è l’effetto dei social-media che comincia a farsi sentire: sta di fatto che i segnali ci sono.

Qualche avvisaglia l’ho avuta tempo fa da un divertente e spero prematuro necrologio dedicatomi da Fabrizio (Una dose di pensiero divergente, pubblicato sul sito il 30 aprile 2018). Fabri vede la mia anima aleggiare attorno al Capanno anche dopo la mia scomparsa, e la cosa mi piace molto. È un po’ come leggere il proprio nominativo sui manifesti a lutto, ciò che a me accade spesso, data la diffusione della mia schiatta nella zona. Quando capita non mi affretto a toccarmi per scaramanzia, mentre sono invece intrigato dalla possibilità di vivere (appunto) la situazione contemporaneamente nei panni del protagonista e in quelli dello spettatore. Lo scritto di Fabrizio, poi, era già scaramantico di per sé, direi rassicurante. Per uno come me, che ha la sindrome del controllo, è importante avere un’idea anche di come ti penseranno dopo (e soprattutto sapere che ti penseranno). Nel frattempo, comunque, mi sono deciso a fare al Capanno alcuni lavori di consolidamento e ad apportare qualche miglioria: mi piacerebbe aleggiare a lungo, e in sicurezza.

Di lì a poco mi ha colpito un bellissimo pezzo di Marco Moraschi (Ancora un altro giorno, in sguardistorti n. 04 – ottobre 2018). Marco è un ragazzo eccezionalmente maturo, e chi segue il nostro sito ha avuto più di un’occasione per constatarlo: ma quel breve articolo era una cosa davvero speciale, inattesa, spiazzante. Trattava il tema della morte con una lucidità e una serenità sorprendenti, e più sorprendenti ancora erano la partecipazione delicata e il senso profondo della perdita. Voglio dire che se lucidità e serenità possono essere spiegate dalla distanza che un giovane giustamente immagina rispetto all’ineluttabile, la profondità e la partecipazione possono essere frutto solo di una sensibilità fuori del comune. Mi sono chiesto se alla sua età mi fossi mai fermato a riflettere seriamente su queste cose, e devo confessare di non ricordarlo affatto. Neppure la morte di mio nonno, che era forse la persona con la quale sentivo maggiore affinità, aveva prodotto qualcosa di diverso dalla registrazione un po’ egoista di una perdita personale. Parlando delle sensazioni provate di fronte alla morte dei suoi nonni Marco invece scrive: Sembrava quasi che la morte avesse aggiustato tutto, avesse riportato le cose a uno stato di perfezione originaria. Alla propria perdita antepone il loro ritorno alla perfezione originaria, il loro diritto alla dignità. E poi aggiunge: Ad essere sincero, la morte non mi ha mai spaventato. La mia morte intendo. Ciò che mi spaventa di più non è la mia morte, ma la morte altrui, perché noi invece sopravviviamo alla dipartita degli altri e rimaniamo quindi un pochino più soli ad affrontare la vita. Non so quanto sia diffuso questo modo di considerare la cosa, almeno tra i giovani. Pensavo fosse una prerogativa degli anziani, indotta dal progressivo accumularsi sulle loro spalle della responsabilità di essere i prossimi. Probabilmente lo è invece delle persone intelligenti, a prescindere dall’età.

Passano un paio di settimane e arriva un nuovo input. Questa volta da Roberto, che mi chiede notizie di un libro di Shelly Kagan, “Sul morire”. L’autore è un docente di filosofia, ha scritto libri come La geometria del deserto e I limiti della morale, non pubblicati in Italia ma piuttosto popolari negli States. Il libro non lo conoscevo, ma ne ho scaricato un estratto e mi son fatto un’idea. Sembra abbia avuto un grande successo in America, e da quel poco che ne ho letto posso anche capire perché: ma dubito che ne avrà altrettanto in Italia. Nell’introduzione l’autore promette: Cercherò di convincervi che l’anima non esiste. Cercherò di convincervi che l’immortalità non sarebbe un vantaggio. Che la paura della morte non è una risposta appropriata alla morte. Che la morte non è particolarmente misteriosa. Che il suicidio, in determinate circostanze, può essere giustificato sia razionalmente sia moralmente. Con un lettore italiano sfonderebbe porte aperte e perderebbe il suo tempo: non ne conosco uno che sia convinto che l’anima è immortale o che la morte sia particolarmente misteriosa. E soprattutto, che sia davvero interessato all’argomento. Credo che solo gli americani possano appassionarsi a queste cose.

A Roberto ho dunque risposto così: “Il modo migliore per sapere se un libro merita di essere letto è cominciare a leggerlo. Naturalmente, senza comprarlo. Per i libri pubblicati in formato kindle è possibile scaricare un estratto, in genere molto sostanzioso, che risponde perfettamente alla nostra esigenza. L’ho scaricato e te lo allego. Personalmente ho provato a leggerlo, ma ho smesso molto presto. É scritto bene, offre argomentazioni chiare e semplici, ma è il tema a non interessarmi. Non si tratta di un rifiuto scaramantico, semplicemente credo di aver troppe cose ancora da sistemare e da conoscere in vita per preoccuparmi del dopo, sempre che ce ne sia uno. Preferisco cercare di capire il passato, sul quale almeno qualche certezza seria si può avere. Al resto, casomai, avremo tempo di pensare.

A dirla tutta il libro mi ha persino un po’ infastidito. Non per il tema in sé, ma per il modo nel quale lo tratta e per le finalità che si propone. Mi ricorda un po’ la crociata atea di Richard Dawkins, che ha speso cinquecento pagine per dimostrare che Dio non esiste, ottenendo il risultato di renderlo quasi simpatico. Se l’intento è quello di esorcizzare la paura, o di sfatare il mistero, temo si risolva in un flop completo. Per queste cose non c’è spiegazione razionale che tenga. È questione di attitudine di fondo. Quando l’autore afferma: “Riflettere sulla morte. La maggior parte di noi si sforza di non farlo” ne ho la riprova. Appartengo a quella minoranza che non ha bisogno affatto di sforzarsi. Come recita la poesia di Caproni, sono approdato alla “disperazione calma, senza sgomento”.

La domanda secca, diretta, mi è stata infine rivolta, pochi giorni orsono, da un’amica, questa volta una mia coetanea. “Ma tu, ci pensi mai alla morte?” mi ha chiesto. Così, secco. Avrei potuto rispondere: “Beh, per forza; mi ci state tirando tutti per la giacchetta”, ma per una volta ho voluto essere serio, e mi sono limitato a dire semplicemente: no.

È così. Non mi riesce proprio di pensarci, e se anche ci provo mi distraggo subito. È vero quel che ho risposto a Roberto: mi manca il tempo, ho sempre qualcosa che urge da sistemare, da riordinare o da inventare.

Eppure proprio adesso ne sto scrivendo. Lo faccio per lo stesso motivo per il quale scrivo su ogni altro possibile argomento. Per liberarmi di qualcosa che ha cominciato a ronzarmi nella mente (in questo caso per istigazione esterna) devo trattarlo come un libro trovato al mercatino: sfogliarlo, farmene un’idea, rimetterlo in ordine con un po’ di restauro e una bella ripulita, e finalmente riporlo nel posto che gli spetta (ho aggiunto nuovi scaffali e lo spazio ora c’è). Quindi tratterò in questo modo anche del mio rapporto con la morte: il che significa che non lo affronterò in termini “esistenziali”, ma facendo mente ai risvolti prosaicamente “fenomenici” , immediati, pratici.

Non è una rimozione. Anzi, mi sento a disagio, perché davvero non ne penso nulla, e sembra impossibile anche a me. Come si fa a non pensare alla morte? A meno che … a renderla invisibile e indicibile non sia proprio la coscienza costante della sua presenza. Magari la spiegazione è proprio questa: se hai della morte una consapevolezza piena, non di cosa è ma del fatto che c’è, finisci per dimenticarla, perché sei troppo occupato a riempire di senso la vita. O forse è solo un lascito dell’educazione cattolica, che con la morte ambiguamente ci gioca, e alla fine impedisce di prenderla sul serio.

Quando mi butto in queste riflessioni rischio però sempre di incartarmi. Preferisco non spingermi troppo in là e approfitto invece per redigere un breve testamento spirituale e biologico.

Nella prospettiva di partire per un’assenza a tempo indeterminato è importante fare un consuntivo di ciò che si lascia: debiti, ricordi, affetti, cose (e già l’ordine in cui questi lasciti mi sono venuti in mente è probabilmente significativo).

a) Debiti. Non ho bisogno di un foglio molto grande per farne l’elenco. Da buon contadino non ne ho mai contratti di materiali: la regola di mio padre voleva liquidata ogni pendenza entro la fine di ciascun anno. Diverso è invece il discorso per quelli morali. Ho un po’ di cose segnate in rosso: incomprensioni o irrigidimenti dovuti al mio carattere poco duttile, impuntature che viste in questa prospettiva appaiono proprio stupide, e che per fortuna dovrei essere ancora in tempo a sanare. Anche perché a soffrirne sono probabilmente molto più io che non i miei creditori.

b) Ricordi. Ci tengo naturalmente a lasciare un buon ricordo in chi mi ha conosciuto: una cosa ristretta e a tempo, senza ambizioni d’immortalità: piuttosto per quella leggera increspatura dell’acqua che il ricordo positivo, e prima ancora la condizione o la relazione che lo crea, possono produrre, e che sia pure in misura microscopica aiuta la corrente della storia a fluire un po’ più limpida. Gli esempi di chi mi ha immediatamente preceduto sono stati fonda-mentali nella mia vita. Nel dubbio ho avuto sempre la possibilità di chiedermi cosa avrebbe pensato, cosa avrebbe fatto, come si sarebbe comportato: di avere insomma una bussola nel mio agire. Mi piacerebbe trasmettere a mia volta qualche utile coordinata a chi verrà immediatamente dopo.

c) Affetti. Spero di aver ricambiato almeno in parte l’affetto dal quale sono stato circondato. E se non l’ho fatto non è per aridità, ma per un certo burbero impaccio nel manifestarlo, che a volte può essere stato interpretato per freddezza. Non lo era: posso onestamente affermare di aver amato i miei simili, e penso di essere stato sempre fortunato, perché non ho dovuto sforzarmi molto. Le arrabbiature e il sarcasmo sono nati sempre dal disappunto non per il male che gli altri potevano fare a me – perché, davvero, non me ne hanno mai fatto – ma per quello che si stavano facendo con le proprie mani.

d) Le “cose” richiedono invece un discorso un po’ più articolato. Non volendo farla troppo lunga lo riassumo in quattro domande:

Cosa sarà dei miei libri? Può sembrare assurdo, ma la preoccupazione maggiore, rispetto al dopo, riguarda proprio loro. E non è così assurdo che mi preoccupi del loro futuro, perché in fondo sono la parte di me meno deperibile, ciò che più concretamente rimarrà. Potrei far incidere sullo stipite della porta del mio studio il motto di Scholem: Io non ho una biografia, ho una bibliografia. I miei libri sono e raccontano la mia storia. Per questo vorrei che rimanessero assieme, che non andassero divisi e dispersi, e probabilmente vincolerò ogni altro lascito (poca roba) alla loro salvaguardia. Tenerli tutti, e mantenerli nella loro attuale disposizione, che non è casuale, ma ha un senso.

Cosa sarà della mia campagna? Il rapporto con la campagna è diverso. Non posso pretendere che significhi per chi verrà dopo le stesse cose che ha significato per me. Certo, mi piacerebbe che qualcuno avesse cura della terra e del Capanno, chiunque possa essere. Ma se ciò non avvenisse, provvederà la natura stessa a riprenderseli, e va bene anche così.

Cosa sarà della mia casa? Ne faccio un problema sia tecnico che affettivo. Tecnico perché è un edificio molto vecchio (la struttura originaria risale alla prima metà del Settecento) che necessita di costanti attenzioni, e non sono sicuro che ci sarà qualcuno disposto a prestargliele (d’altro canto, avendolo restaurato in gran parte con le mie mani, impianti elettrici e idraulici compresi, sono in realtà l’unico a conoscerne i segreti, i punti deboli, ecc…). Affettivo perché mi piacerebbe che i miei figli, a dispetto delle tendenze nomadi che manifestano, vivessero con la casa lo stesso rapporto che ho vissuto io. Ne sarebbero senz’altro ripagati. Come per i libri, se ameranno la mia casa ameranno anche tutta quella parte di me che ho mescolato a pietre, mattoni e cemento nel rimetterla in piedi.

Ecco che pensando alla terra e alla casa vien fuori il mio vero rovello di fronte all’idea della morte. Ad ogni lavoro che faccio, ad ogni risistemazione che opero è tacitamente sottesa la domanda: come farà il mondo senza di me? C’è rammarico non per ciò che perderò io, ma per ciò che perderà il mondo, privato dell’opportunità che rappresento. Non di grandi gesta, di capolavori o di scoperte scientifiche fondamentali, ma di quella manutenzione spicciola della quale ha un gran bisogno. Hai voglia a dirti che l’umanità ha tirato avanti per quattro milioni di anni facendo tranquillamente (insomma) a meno di te, e che presumibilmente lo farà anche in futuro: ma senza di te non sarà la stessa cosa.

Infine: Cosa sarà del mio corpo? È ciò di cui francamente mi importa meno, e a ragion veduta. Comunque vada, so già benissimo cosa ne sarà. Potrebbe cambiare qualcosa se disponessi di qualche organo riciclabile, ma dubito che sarebbe un buon investimento. I pezzi stanno assieme in un equilibrio ormai precario, smembrati sarebbero da buttare. Forse, se già esistesse il trapianto di cervello, potrei sperare in una distribuzione allargata, in dosi omeopatiche: perché non vada del tutto sprecato quel poco di conoscenze e di consapevolezza che ho acquisito durante questo mio piacevole soggiorno.

Tutto qui. Capisco che rispetto ad un tema che stato, è e presumibilmente, a dispetto della ricerca scientifica cinese, continuerà ad essere centrale per il pensiero umano, possa sembrare terribilmente banale. Non so che farci. Alla fine comunque ho risposto alle sollecitazioni, l’argomento l’ho affrontato. Adesso, per altri vent’anni almeno, non voglio più pensarci. Ma forse, riflettendoci meglio, il problema non sta nel come ci si rapporta alla morte, ma nel come questo rapporto ci dispone nei confronti della vita. Della nostra, e prima ancora, ma conseguentemente, di quella altrui.
Steinbeck scriveva che occorre “vivere in modo che la nostra morte non porti sollievo al mondo”. Spero gliene abbia portato almeno un poco, nel suo piccolo, la mia vita.


Mazze e silenzi

(a proposito di utopie)

di Paolo Repetto, 2017

Per piantare i pali mio nonno Paulin usava una mazza da undici chili. Chi ha provato ad alzarne una normale, di quelle da cinque o da sette, sa di cosa sto parlando.

La prima volta che ho preteso di usarla anch’io mi sono disarticolato una spalla. È vero, non avevo ancora quindici anni, ma a quell’età ero già piuttosto scafato, e soprattutto ero molto convinto di me. Ci ho quindi riprovato e ho continuato a servirmi di quella mazza fino a non molto tempo fa: poi è misteriosamente scomparsa, evitandomi l’imbarazzo di ammettere che non era più alla mia portata. Lo sforzo che imponeva era insensato, come sosteneva mio padre. Se ci lavoravo per un’ora, e a volte erano anche mezze giornate, finivo come i pupazzetti di Ken, ai quali mia figlia staccava regolarmente le braccia. Ma per me un senso lo aveva: in quei momenti non ero più Paolo, ma Paulin, e il peso e il significato della fatica li misuravo su un’altra scala.

Ho nutrito per mio nonno una devozione tutta particolare. Non era un colosso come mio padre: anzi, era alto e magro, tutto nodi e nervi. Somigliava molto al John Carradine di Furore. Se di mio padre ammiravo la forza di volontà, l’ironia e la capacità di trasmettere ottimismo a tutti, di mio nonno mi colpivano invece lo stoicismo, il riserbo, l’accettazione delle prove della vita, compreso il lavoro più duro, come momenti necessari di un ciclo naturale. Ma mi affascinava soprattutto la genuina semplicità con la quale faceva bene ogni cosa, dal dissodare un terreno al costruire una sedia o insaccare un maiale, e teneva in perfetto ordine i suoi attrezzi: lo faceva perché così deve essere, non conosceva altri modi, e non ne provava un particolare orgoglio, o almeno non lo ha mai esibito. Sembrava uscito pari pari da un mondo non solo preindustriale, ma addirittura precristiano.

Tutto quello che gli era arrivato dalla scoperta dell’America erano il tabacco, il granoturco, i pomodori e le patate. Ogni altro aspetto della modernità, la politica, la meccanica, l’alfabetizzazione, la spettacolarizzazione dell’esistenza, gli era assolutamente estraneo. Aveva bisogni elementari, non frequentava il bar, non ha mai visto un film, nemmeno quando ero io a proiettarli al cinema parrocchiale. Fosse ancora vivo se ne starebbe rintanato al Capanno, e io avrei il pezzo di terra meglio curato dell’intera provincia.

Ricordo ogni sua parola, e non è difficile, perché gliene avrò sentite pronunciare si e no cinquanta. La sordità guadagnata al fronte gli evitava il fastidio di essere importunato e di dover rispondere. Ma ho ancora qualche dubbio, perché nei rarissimi casi in cui la faccenda lo toccava davvero dava l’impressione di sentirci benissimo. Amava il vino, non però al punto di abbrutirsi: l’ho visto qualche volta barcollare, ma mai dare fuori o incattivirsi, e meno che mai naturalmente parlare a vanvera.

Lavorando al suo fianco ho imparato presto a capire cosa voleva senza bisogno che lo chiedesse: normalmente era la cosa più logica da farsi, anche quando a me non sembrava tale e avrei voluto introdurre una certa modernizzazione. Le volte che l’ho fatto ho dovuto alla fine ricredermi, e ammettere che il suo buon senso spicciolo valeva più di qualsiasi mia pretesa innovativa.

Del tempo trascorso assieme (troppo poco, purtroppo) rimpiango soprattutto le rare soste nel bel mezzo di uno scasso, o di una vendemmia, quando sedeva a cavallo di un fossato e si arrotolava una sigaretta. Negli ultimissimi anni ero io ad arrotolargliele, perché gli tremavano le mani; è lì che ho cominciato a rollarle anche per me, e non ho più smesso. Fumavamo assieme, in assoluto silenzio, io guardando al lavoro ancora da farsi, lui a quello già fatto. Una volta, proprio durante una pausa dell’impalatura, volgendomi di colpo l’ho sorpreso a fissarmi, e mi è parso di cogliere un lampo di compiacimento nei suoi occhi, prima che li distogliesse: credo che pochi abbiano ricevuto nella vita una gratificazione pari a quella.

Quando in una tarda serata di novembre andai a cercarlo nel suo vigneto lo trovai seduto, appoggiato ad uno dei pali che avevamo piantato assieme, con la cicca spenta ancora tra le dita. Avevo diciott’anni e quell’immagine, malgrado tutto il dolore del momento, mi ha riconciliato per sempre con l’idea della morte. Due giorni prima si era recato in Ovada a piedi, come sempre, per la fiera di sant’Andrea, e ne era tornato con un fascio di lisca per impagliare. Quel fascio lo conservo ancora, dopo mezzo secolo, assieme ai suoi ferri da falegname, anche se ormai è quasi solo polvere.

Ecco, ero partito con l’intento di parlare di crisi delle utopie e ho finito invece per ricordare mio nonno. Ma c’è un nesso: in effetti, credo che le utopie potessero avere dimora solo in un mondo abitato da gente come lui, e che la loro crisi odierna sia dovuta alla coscienza che abbiamo di non poter più tornare indietro, e conoscere ancora quella condizione.

Non sto parlando naturalmente della condizione sociale. Il mondo in cui ha vissuto mio nonno era tutt’altro che un eden, ingiusto e duro ancor più di quello attuale. Non ho di queste nostalgie. Ne ho invece per uomini che possedevano un innato senso della dignità e del dovere, e lo conservavano a dispetto di quella realtà. Anche di loro ho già parlato, raccontando di anarchici, di viaggiatori, di eretici e di scienziati, o più semplicemente di “quasi adatti”. Ebbene, mio nonno, sia pure a modo suo, rientra nella categoria. Evidentemente quelli come lui sono sempre stati una minoranza, vessata e sfruttata, ma c’erano. Magari disponevano di poche conoscenze, ma quelle poche erano solide: e di ciò di cui non sapevano preferivano non parlare.

In questa minoranza Paulin figurava tra gli ultimi, tra quelli che almeno in apparenza non avevano mai avuto l’ardire o la forza di ribellarsi. In realtà, come Bartleby lo scrivano, opponeva una forma particolare di resistenza passiva. Aveva dovuto guadagnarsi il diritto di stare al mondo sin da bambino, con le sue braccia, un giorno dopo l’altro: lo avevano poi strappato a una magra affittanza e a una famiglia appena costruita per spedirlo a combattere sull’Isonzo, una carneficina lunga quattro anni, contro gente di cui sapeva nulla e per una patria che si era fatta viva solo al momento di mettergli in mano un fucile, promettendogli un pezzo di terra: ma al ritorno si era ritrovato con una manciata di medaglie di bronzo e la mezzadria affidata ad altri. La stessa promessa gli era stata fatta trent’anni dopo dai partigiani, e non era cambiato nulla. Arrivò a possedere un fazzoletto di terra solo a settant’anni, e solo perché glielo acquistò mio padre. E tuttavia non l’ho mai udito lamentarsi, recriminare, rivendicare qualcosa.

Ho capito dopo, quando ho provato a ricostruire la sua storia, senza che lui vi avesse mai fatto cenno, che il silenzio non era frutto della sordità, ma della dignità: si rendeva conto che tutti coloro che gli facevano promesse lo stavano semplicemente usando, e non avendo alcuno strumento culturale per difendersi aveva scelto di isolarsi, di evitare almeno di farsi prendere in giro. Ho ancora viva un’altra immagine: lui appoggiato ad un muro nella piazza del castello, con le cartine e la scatola del tabacco in mano, e dal lato opposto un comiziante, forse democristiano, tutto infervorato, che nell’assenza totale di altri uditori gli si rivolgeva direttamente. Mentre risalivamo verso casa gli chiesi un po’ maliziosamente di cosa parlasse quel tizio, e mi rispose nel suo dialetto secco: “Us vendeiva (Si vendeva)”. Aveva capito tutto senza udire niente.

Per questo mi è tornato subito in mente: perché malgrado io gli strumenti culturali bene o male li possegga (o forse proprio in ragione di questo), e ci senta ancora discretamente, sta crescendo in me una gran voglia di imitarlo. Arrivato all’età che mio nonno aveva quando ho cominciato davvero a conoscerlo, mi sento altrettanto a disagio. Credo di averne motivo. Vivo in un mondo nel quale tutto, dalla televisione allo sport, dalle reti “sociali” alla pubblicità, ha congiurato ad abbattere le mura che ancora cinquant’anni fa contenevano gli idioti, e questi dilagano e sono legioni, ed esibiscono un’arroganza spudorata, direttamente proporzionale all’ignoranza. È chiaro che su questa mia sensazione pesa anche la componente anagrafica, una naturale e giustificata intolleranza prodotta dall’età: ma non penso che tutto lo sconfortante spettacolo di miserie intellettuali e morali cui sono costretto ad assistere sia solo una fantasima generata dalla ipersensibilità senile. La trionfale ascesa di incompetenti che non si limitano più a parlare di calcio, il moltiplicarsi di “antagonisti” che non hanno la minima idea di cosa sia il dovere, nei confronti di se stessi e degli altri (e si riempiono quindi la bocca solo di malintesi diritti), l’esibizionismo becero dei reality e dei forum pomeridiani, sono purtroppo tutte realtà oggettive, un termometro agghiacciante dell’istupidimento di massa. E se fossero necessarie ulteriori conferme, è sufficiente fare una passeggiata e considerare lo stato dei bordi delle strade, dei luoghi pubblici, dei muri e dei monumenti. Badando anche, naturalmente, a non farsi falciare da un automobilista nervoso o ubriaco. Che utopie si possono ancora concepire, con un simile materiale umano?

(per saperlo dovete sorbirvi anche l’appendice. Ma potete anche non farlo)