Voglia di essere ebreo

di Paolo Repetto, 1990

È una suggestione nata molto presto, risale addirittura all’infanzia e alle prime confuse percezioni dell’esistenza di una diversità ebraica. Immagino sia scaturita dall’anomalia del sabato festivo, e più specificamente del fatto che il sabato non fosse consentita alcuna attività: anomalia tanto più avvertita in rapporto ad una famiglia che non conosceva neppure il riposo domenicale. C’entravano però in qualche modo anche le ambiguità del pregiudizio popolare diffuso, l’alone di paura e di repulsione che avvertivo dietro ogni accenno agli ebrei, e che intrigava la mia mente a caccia di inquietudini; così come debbono aver contribuito in pari misura le storie, sussurrate e nebulose, di misteriosi rifugiati, tenuti nascosti per tutta la durata della guerra dal cappellano delle Rocchette. Di lì a poco la curiosità doveva convertirsi in naturale simpatia per le vittime, con la scoperta degli orrori dell’olocausto (ma anche – si era nel periodo della guerra di Suez – con il tifo per quello che mi appariva il piccolo Davide Israele impegnato a dare una lezione al grande Golia arabo).

L’adozione definitiva, il passaggio dalla simpatia istintiva a quella meditata, culturale, sopraggiunse più tardi, ma anche in questo caso attraverso una facile suggestione: un popolo che si autodefiniva “popolo del libro” non poteva che essere il mio. E questo mi stimolava ad approfondirne la conoscenza, a constatarne progressivamente l’eccezionalità culturale, il ruolo determinante nella modernità. Divenne quasi un gioco quello di riscontrare l’eccellenza degli ebrei nelle scienze, nella musica, nella letteratura, nelle arti figurative, nel cinema, ecc. Tutto quel che mi piaceva rivelava immancabilmente una matrice ebraica di qualche tipo, e mi divertivo a compilare elenchi dei “grandi” di ogni disciplina, per il gusto di riconoscerne l’ebraicità. È probabile che spesso abbia anche inconsapevolmente barato, costruendo elenchi già “orientati”: ma la stessa facilità con cui ciò poteva essere fatto era una riprova della bontà dell’assunto. Ho sviluppato anche veri e propri culti, come quello per la figura e l’opera di Furio Jesi, che si nutrivano e si giustificavano ad ogni nuova traccia scoperta, ad ogni indicazione che permettesse di avanzare nel labirinti di vite e pensieri straordinariamente intensi.

Da questo percorso è infine naturalmente scaturita la voglia di tirare un po’ le fila, di capire perché, di indagare le peculiarità che hanno fatto dell’ebraismo qualcosa di speciale. Ho raccolto per anni bibliografie, materiali, spezzoni di idee e fili di raccordo: e ogni nuova acquisizione faceva intravedere un supplemento di cammino, rimandava ad orizzonti più ampi e ancora inesplorati. Oggi, rientrati gli entusiasmi di ogni tipo, quella voglia è rimasta. L’unica spiegazione con cui riesco a giustificarla è che in un mondo che non presenta più punti fermi e valori forti gli ebrei conservano qualcosa di certo: dei nemici manifesti, qualcosa da combattere, da cui difendersi, e quindi la necessità di reagire, di scegliere e di definire, se non altro per opposizione, una identità. E non è poco. Forse questa è la ragione di fondo.

Varrebbe magari la pena sancire anche ufficialmente questa adesione, proprio per essere nel mirino, per doversi difendere davvero e per poter guardare negli occhi i propri nemici. Varrebbe la pena, non fosse per la faccenda della circoncisione.

 

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