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Ariette

di Maurizio Castellaro, 11 marzo 2021

Le “ariette” che postiamo a partire da oggi dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». Ben vengano dunque, se possono mitigare con un refolo di leggerezza un clima che per ragioni obiettive e per stanchezza di chi lo vive sta diventando davvero troppo pesante (n.d.r).

Ritorno a Tex

Non l’avrei mai detto, eppure mi sono ritrovato a comprare su Ebay 200 numeri di Tex per poco più di 100 euro. Per uno che ha avuto l’imprinting al fumetto western con Ken Parker (l’anti Tex per definizione) bisogna ammettere che deve significare qualcosa. Eppure è da un po’ che prima di chiudere gli occhi scelgo le storie di Aquila della Notte. Mi chiedo perché. Ken Parker è la vita vera, un personaggio che quando è ferito sta male davvero, che va a letto con le donne, che finisce in prigione. Berardi ad un certo punto l’ha pure fatto morire, vecchio e malridotto. Giusto così, in fondo. Ma noi? Noi continuiamo ad essere vivi. Anzi, con il tempo ci sembra di capire finalmente qualcosa, e vorremmo che la nostra vita non finisse mai. Allora finisce che ci si butta sull’illusione dell’eterno ritorno dell’identico. Sulla mira infallibile, la morale granitica, la logica inesorabile, la ricerca delle tracce, il salvataggio all’ultimo istante, la bistecca (enorme) e le patatine fritte (una montagna). Ma forse non è solo questo. Forse tornare a Tex per me è un altro modo per tornare al giardino segreto dell’infanzia, ai Tex che da bambino scovavo di nascosto nel comodino del nonno, accanto al vaso da notte (Mefisto, Yama, El Morisco…). Non è nostalgia. Credo piuttosto che sia una forma di manutenzione del legame con il bambino che continua a vivere dentro il mio corpo di uomo, e che con il sguardo sul mondo ingenuo ed ironico mi ha aiutato ad uscire vivo da più di un labirinto. Ne ho ancora bisogno di quel bambino, meglio tenermelo buono.

 

Tuoni e fulmini

Durante un incontro di gruppo il formatore ha chiesto di disegnare la storia del proprio percorso professionale, immaginandolo come una strada inserita in un paesaggio simbolico (curve, salite, montagne, blocchi, pericoli, discese, aiuti, cartelli, ecc.). Eravamo una ventina, e quasi tutti per rappresentare i 18-20 anni della nostra vita abbiamo disegnato sul percorso nuvolacce, tuoni, fulmini, pioggia battente. Poi, usciti da quella fase, partiva di solito un percorso più o meno accidentato, in cui il tempo migliorava di brutto: farfalle, arcobaleni, risorse e visioni. Consola l’idea che la vita abbia concesso a molti (e anche a me) di far quadrare in qualche modo i suoi conti. Ma uscendo dalla consolazione prospettica e retroattiva ho pensato che questo lusso di solito non è dato quando si ha vent’anni, specie se si sta sotto la pioggia, esposti a tuoni e fulmini, senza un’idea di futuro. Credo che per uscire vivi da quella palude si debba imparare ad accendere fuochi sott’acqua, trovare la luce delle stelle oltre le nuvole e capire quali sono i boccioli che per primi fioriranno. I più fortunati trovano maestri che lo insegnano. Gli altri invece, in qualche modo, imparano da soli.

 

Evoluzioni

Per secoli li hanno catturati e costretti con la violenza a salire sulle nostre navi. Oggi per fare un viaggio molto simile sono loro a mettersi in fila, pagando con tutti i soldi che hanno (e con quelli che non hanno ancora). È l’evoluzione del capitale, baby.

 

Provaci ancora, Wile!

di Paolo Repetto, 2017

Da quando l’ho sgombrato da circolari ministeriali e adempimenti e organi collegiali il cervello viaggia che è una meraviglia, a ruota libera. E visto che gli orizzonti si sono comunque ormai ristretti, gli capita sempre più frequentemente di tornare a fare tappa in luoghi della memoria quasi cancellati, e di ripercorrerli con uno sguardo disincantato. Il venir meno dell’incanto non produce però solo malinconia: quasi sempre si accompagna a riscoperte, a piacevoli occasioni di stupore. Significati inattesi subentrano alle emozioni non più recuperabili e portano con sé inedite curiosità, nuove domande.

Mi è capitata una cosa del genere durante uno svogliatissimo zapping, che mi ha fatto scoprire un canale tematico dedicato interamente ai cartoni animati. Mentre lasciavo scorrere inseguimenti e impatti e frenate con piedi fumanti mi sono chiesto se qualcuno abbia mai indagato il retroterra filosofico dei cartoonist americani del secolo scorso. Non mi riferisco a quelli della scuola Disney, che sono stati studiati più di Spinoza, ma a quelli della Warner, gente come Chuck Jones o Fritz Freleng (per intenderci, i creatori di Bugs Bunny, Gatto Silvestro e Pantera Rosa). E nemmeno alle analisi sociologiche nelle quali si comparano i due modelli, ma a tentativi di scavare un po’ più in profondità, di risalire al “nucleo di pensiero” originario. Non mi risulta niente del genere. Eppure le Looney Tunes prima e le Merrie Melodies poi hanno rappresentato per un paio di generazioni d’oltreoceano il primo approccio alle tematiche esistenziali di base. Si nasce cacciatore o preda? E può l’intelligenza invertire i ruoli?

I ragazzini americani della mia leva, quelli raccontati da Bill Bryson in “Vestivamo da Supermen”, sono cresciuti all’insegna di un dualismo diverso da quello nostrano: Warner o Disney, prima al cinema e poi in televisione, a seguire Superman o Batman e infine Beach Boys o Jimy Hendrix (un po’ come da noi Beatles o Rolling Stones). Erano oggettivamente diverse le condizioni, il peso molto più precoce e significativo dei nuovi media (la televisione) e la consuetudine con quelli già affermati (il cinema, i fumetti), e naturalmente la differente attitudine che non poteva non esistere tra un popolo uscito vincitore dal conflitto senza che il suo territorio ne fosse stato toccato, e convinto di poter dominare il mondo, e popolazioni reduci, risultassero vincitrici o vinte, da orrori e devastazioni indicibili. Bene, le Looney Tunes rappresentavano in quel contesto l’equivalente dei Rolling Stones (sia pure con qualche distinguo), ovvero la versione politicamente scorretta del racconto della vita. Nel loro mondo non vigeva la morale convenzionale e puritana in corso a Topolinia, ma la legge della frontiera: la vita è guerra, e sopravvivono i più furbi. Ma forse le cose non sono così semplici.

Ho il sospetto che a de-costruire i cartoons della Warner verrebbero fuori grosse sorprese. Il rischio, come sempre quando si gira attorno allo schermo o si smonta un giocattolo, è quello di rovinare la magia del divertimento puro, e per questo mi guarderò bene dal provarci. Sono tuttavia convinto, anche senza voler attribuire intenti che non c’erano o non erano chiari neppure agli autori stessi, che il messaggio trasmesso fosse ben più sottile di quanto una critica superficiale e politicamente molto orientata abbia rilevato. E a me interessano, più che le origini, la formulazione che di questo messaggio è stata fatta e la lettura che ne è stata data: insomma, mi interessa il risultato finale, che mi sembra straordinariamente efficace.

In Europa ce la rimeniamo da un paio di secoli con la storia del rapporto ambiguo dell’uomo con la cultura tecnica, e la questione ha prodotto tomi ponderosissimi e controversie filosofiche infinite. Gli americani, che con la tecnica ci sono nati, quando già cominciava a prendere una piega inquietante, e che ne hanno sempre fatto un uso più disinvolto che non i loro parenti d’oltre atlantico, sono riusciti a parlarne anche con ironia. Questo non significa che abbiano trovato un modus vivendi più sereno, anzi, in certi casi l’ironia ha prodotto un distacco sin troppo presuntuoso: ma almeno hanno usato forme di espressione comprensibili a tutti e hanno riassunto la condizione dell’uomo nell’età tecnologica in immagini semplici e per questo tanto più incisive.

L’esempio più significativo, che è anche il mio cartoon preferito da sempre, è quello del Vilcoyote (per gli americani Wile E. Coyote, così come il suo antagonista, il Bip Bip, per loro è Road Runner). Quel “da sempre” va inteso compatibilmente con la programmazione italiana, iniziata molto tardi, in pieni anni settanta, mentre il personaggio ha esattamente la mia età, è del ’48 (come Tex e come Il piccolo sceriffo. Pecos Bill è più giovane solo di pochi mesi: una grande annata!). In precedenza circolavano, oltre quelli della Disney, solo Tom e Jerry, Speedy Gonzales e i personaggi di Hanna e Barbera.

All’epoca non conoscevo la faccenda dell’età, ma la cosa non era influente: il Vilcoyote mi ha conquistato subito. Avevo ancora nel sangue la prima lettura “adulta”, quella della serie (oggi del tutto dimenticata) di “El Coyote”, che negli anni cinquanta andava per la maggiore, e questa consonanza deve avere avuto la sua parte. Oggi mi spiego tuttavia anche il ritardo nella programmazione: in effetti, al di là delle apparenze, il Vilcoyote è un personaggio per adulti. I bambini non possono identificarsi con un eterno perdente, e il Bip Bip non è un vero antagonista, come può essere Titti per Silvestro. Lo so per certo perché osservavo le reazioni di mio figlio, quando da piccolo lo costringevo a sorbirsi tutti gli episodi senza farmi domande sceme o troppo intelligenti, mentre lui preferiva di gran lunga Goldrake, che io detestavo. La vicenda del Vilcoyote è il trionfo totale del non senso, e i bambini invece un senso lo vogliono.

Immagino sia questo il motivo per cui la televisione italiana lo ha proposto così tardi. Ha atteso che i cartoni animati ottenessero il passaporto culturale per poter essere goduti anche dagli adulti senza vergognarsi. E che ci fosse in sovrappiù il visto per lo humor demenziale (Jerry Lewis da noi non ha mai funzionato, abbiamo aspettato Ciccio e Franco), facendo un po’ confusione, perché la comicità demenziale col nonsense non c’entra niente, anzi, è il suo contrario. Ma è un appunto che onestamente non si può muovere ai nostri programmatori: nella cultura anglosassone c’è una lunghissima tradizione in questo campo, che passa per Edward Lear e Lewis Carroll, mentre in quella mediterranea vincono Rabelais e Bertoldo.

Comunque, come dicevo, il Vilcoyote è balzato immediatamente in testa al mio indice di gradimento. E poco alla volta, col succedersi degli episodi, è anche stato sempre più chiaro il perché. La motivazione l’ha riassunta benissimo Eugenio Finardi nel ritornello di un suo brano fortunato:

Ma io mi sento come Vil Coyote,
che cade ma non molla mai,
che fa progetti strampalati, troppo complicati
quel Bip Bip lui non lo prenderà mai…
Sì siamo tutti come Vil Coyote,
che ci ficchiamo sempre nei guai:
ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso,
ma noi non ci arrenderemo mai

Insomma, Vilcoyote si fa amare perché è il simbolo della perseveranza: ha un ideale e non molla, cascasse il mondo (ciò che nel suo caso accade puntualmente). Potrebbe sembrare soltanto stupida pervicacia, ma non è così. Non è la concretezza a far buono un ideale. In fondo non gli interessa affatto prendere Bip Bip, dubito persino che saprebbe cosa farne, una volta catturato: gli verrebbe meno lo scopo della vita. Bip Bip è in fondo l’isola che non c’è, l’utopia che insegui per tutta la vita e che quando credi di poter raggiungere si sposta sempre un po’ più in là, lasciandoti scornato. Ma pronto a ricominciare.

Fate mente allo sguardo, mentre sta precipitando in un canyon della Mountain Valley da un chilometro di altezza, le orecchie abbassate sulle spalle dopo un ultimo tentativo di usarle come elica per risalire, e sa già che il masso che si è staccato cadrà esattamente sulla sua testa: o mentre attende di essere passato a sfoglia dallo schiacciasassi che ha manovrato al contrario, o di essere fatto a brandelli dalla dinamite che esplode in ritardo. Guarda fisso nella camera, quando ne ha il tempo si ricompone anche, fingendo nonchalance, e sembra dire: “Anche stavolta è andata così, ma ci rivediamo”.

Naturalmente Vilcoyote non piace allo stesso modo a tutti. In Italia poi si è ritagliato solo un pubblico di estimatori di nicchia. E anche questa cosa si spiega, perché è l’esatto contrario della nostra icona nazionale, di Fantozzi, che pure ne ha palesemente copiato gli schemi narrativi. Al di là di tutte le ovvie differenze formali, le vicende dei due sono in effetti comparabili. Abbiamo di fronte due modelli surreali, e la fortuna del secondo sta paradossalmente nella verosimiglianza di fondo: al di là dell’esasperazione delle situazioni e dei caratteri, per i parametri nostrani risulta senz’altro realistico l’atteggiamento vile e servile. Vilcoyote insegue un’irraggiungibile utopia, ma questo almeno lo porta ad ingegnarsi: Fantozzi patisce una normalità che gli spetterebbe se solo osasse essere uomo, e questo lo porta a degradarsi. Non stupisce che milioni di italiani eternamente frustrati e rancorosi abbiano trovate divertenti le sue disavventure: ridevano di qualcuno che li rappresentava tutti ma almeno apparentemente era messo peggio di loro. E nemmeno è strano che il personaggio abbia riscosso tanta simpatia nell’ex Unione Sovietica.

C’è di più, però. Il vero motore dello humor coyotesco è il rapporto con la tecnica, la fiducia inossidabile nei marchingegni sempre più complessi che la favolosa A.C.M.E. gli mette a disposizione. Nel campionario della ditta c’è di tutto, dai semplici mega-elastici ai pattini con propulsione a razzo, dalle granaglie zavorranti ai cannoni sparaneve. Basta ordinare, e si riceve lo scatolone a domicilio. (Siamo nella preistoria, Internet non esiste ancora, ma è già attivo il Postal Market). Il crescendo comico è sempre lo stesso (la comicità si basa proprio su questo, sulla ripetizione, sul fatto che lo spettatore si attenda di veder tornare cesti gesti, certi tic, certe parole): passa ogni volta per le fasi della progettazione (con disegni preparatori e i foglietti delle istruzioni formidabili nella loro icasticità), dell’esecuzione, che è un capolavoro di ardimento e ingegno, e del flop finale, con ricaduta disastrosa sull’artefice. Sono secoli di letteratura e decenni di cinema riassunti in cinque minuti: non manca nulla, dall’apprendista stregone all’hybris tecnologica, dall’irrompere del caso alla ribellione delle macchine.

Le strategie narrative sono perfette. Intanto il Coyote non parla mai. Se deve comunicare o commentare qualcosa lo fa con dei cartelli o con le espressioni del viso. La voce lo caratterizzerebbe, ne farebbe un individuo, mentre Wile è un archetipo. Nelle sue vicende il sonoro è rappresentato solo dal fatidico bip bip di Road Runner e dagli schianti delle esplosioni e degli impatti, dagli scricchiolii delle costruzioni o delle rocce, dai fischi che accompagnano le cadute vertiginose o l’arrivo di razzi o proiettili che hanno invertito la rotta. Per il resto, il silenzio ci consente quasi di avvertire il lavorio costante del suo cervello, il compiacimento per le ingegnose soluzioni di volta in volta escogitate. Leggiamo in poche immagini la storia culturale dell’umanità.

C’è poi il rifiuto irridente di ogni verosimiglianza, accentuato dal fatto che quelle soluzioni e gli strumenti per attuarle hanno una loro logica interna, di per sé sarebbero efficaci, ma soccombono immancabilmente al caso, ad un movimento maldestro, a un fato perverso che applica senza deroghe la seconda legge di Murphy.

Persino il paesaggio ha un suo perché. È quanto di più desolato si possa immaginare. Nessuna delle storie si svolge in un ambiente urbano o contaminato da altre presenze. E questo scenario rende ancora più improbabile l’irruzione della tecnologia, e ne giustifica la rivolta. Se dipingo l’ingresso di una galleria su una parete di roccia per attirare in trappola lo struzzo, è naturale che quando mi affaccio a vedere cosa non abbia funzionato ne sbuchi una locomotiva lanciatissima, e che mi spiani.

Noi europei abbiamo avuto inoltre la fortuna di conoscere i cartoons nella versione televisiva, in bianco e nero (mentre in America passavano a colori, sul grande schermo, già prima degli anni cinquanta). L’assenza dei colori, così come quella delle voci, evoca una dimensione primordiale, fuori dal tempo. Il bianco e nero traduce quelle linee essenziali in incisioni rupestri, in fossili che riemergono dalla materia (e qualche volta, dopo un’esplosione particolarmente violenta o schiacciamenti che stampano la figura del povero Vilcoyote sulla roccia, l’effetto è volutamente cercato dagli autori). Non è un caso che la sequenza più esilarante del cinema degli ultimi cinquant’anni, quella posta in calce a “L’era glaciale”, con il proto-scoiattolo che per aprire una noce provoca l’inizio del disgelo attraverso un effetto domino irresistibile, sia totalmente debitrice nei modi e nel senso alla reminiscenza del nostro eroe. Ciò che racconta è come la téchne, una volta messa in moto, cambi irrimediabilmente il mondo.

Abbiamo già visto però che gli autori del Vilcoyote andavano ben oltre: non pretendo che ne fossero pienamente consapevoli, ma questo poco importa: agli occhi di un settantenne tornato bambino (o mai andato oltre quello stato) le disavventure di Wile suggeriscono due cose:

  1. Non c’è téchne che tenga, perché il mondo, la natura, sanno difendersi benissimo da soli.

  2. Il tentativo di riordinare un universo che al creatore è venuto così così, usando tutti gli artifici politici e scientifici che il nostro cervello irrequieto, la nostra personalissima A.C.M.E, ci consente di ideare, è destinato invariabilmente a fallire, ma merita comunque di essere perseguito.

Il gioco sta in sostanza in uno spiazzamento continuo rispetto alla logica “strumentale” (se applico determinati criteri ottengo determinati risultati), ma prevedibilissimo rispetto a quella “naturale” (la natura ha dei progetti, o degli sbadigli, che l’intelligenza non conosce). Noi siamo usciti da quest’ultima e abbiamo necessariamente adottato la prima: se non lo avessimo fatto ora faremmo parte dei milioni di specie estintesi su questo pianeta da quando ospita la vita. Siamo diventati tecnologici non per una perversione insensata, ma per necessità di sopravvivenza indotte dalla nostra inadeguatezza biologica. Proprio come il Vilcoyote, che non può competere in velocità con Bip Bip e cerca di supplire con l’intelligenza. Poi magari ci siamo un po’ montati la testa, e abbiamo finito per usare troppo spesso l’intelligenza contro noi stessi. Sul lunghissimo periodo la natura la vince comunque sulla tecnica, così come l’intelligenza può deteriorarsi in una forma pericolosissima e stupidissima di autolesionismo specifico, e questo lo diamo ormai per assodato.

Un po’ meno scontato era però settant’anni fa, quando la tecnica aveva appena mostrato ad Hiroshima tutto il suo potenziale, sia pure nella versione distruttiva.

Per questo mi sono interrogato sul retroterra filosofico dei cartoonists. Günther Anders non aveva ancora scritto L’uomo è antiquato e Heidegger in America lo conoscevano si e no in quattro: e allora bisogna riconoscere che Chuck Jones e Fritz Freleng li avevano preceduti. In allegria, ma non in totale leggerezza. Avevano colto perfettamente il senso del destino umano, quello raccontato nel mito di Sisifo, lo avevano integrato con storia di Frankenstein, ma lo avevano infine sdrammatizzato trasformandolo da una punizione in una vocazione. Tanto di cappello.

Credo che a questo punto cercherò di rivedermi tutta la serie, o almeno i primi episodi, quelli ancora non scaduti nella routine. A proposito, lo sapevate che il primissimo episodio si intitola Fast and Furry-hous, (Lavato e stirato) e che il titolo è stato ripreso, con una piccola ma significativa variante lessicale (Fast and Furious), per la serie cinematografica sulle corse d’auto clandestine che impazza da qualche anno sul grande schermo?

Provate a confrontare i due prodotti: per capire come si è arrivati al presente varrà senz’altro più di queste righe, ma anche di qualsiasi libro di storia o indagine sociologica.

 

Cocco Bill contro i trafficanti di utopie

di Paolo Repetto, 2017

Qualche settimana fa è comparsa in edicola una riedizione dei fumetti di Jacovitti (non è la prima, ma questa sembra filologicamente molto accurata, e farà felici estimatori e collezionisti). Al primo numero era allegato il poster di uno di quei paginoni deliranti e congestionati dove l’autore stipava inimmaginabili bizzarrie. Sono cose che conosco e che mi divertono da sessant’anni, ma nel formato ridotto delle riviste (Il Giorno dei Ragazzi, Il Vittorioso, ecc…) era difficile raccapezzarsi in quella babele di personaggi e situazioni surreali: si mettevano a fuoco un paio di particolari e poi si passava oltre, a seguire le storie. Qui invece la scala ingrandita consente di cogliere ogni dettaglio, in qualche modo coinvolge e fa entrare direttamente nel quadro. Mi sono così ritrovato a guardare per la prima volta da una angolatura e con uno spirito diversi a quel serraglio straripante di uomini carriola, di donne mongolfiera, di corpi tagliati a metà o comicamente deformi, insomma, di totale spiazzante nonsenso. Sembrava una rivisitazione delle più famose tavole di Hieronymus Bosch (ma anche di alcune di Brueghel), brulicanti di forme di vita semiumane, grottesche, assurdamente ibridate. E il qualcosa di nuovo che ci vedevo non mi divertiva affatto, ma addirittura un po’ mi angosciava: perché poco alla volta riconoscevo, dietro le metafore strampalate, il mondo che mi circonda.

Bosch, guarda caso, era quasi coetaneo di Thomas More, il padre biologico del concetto moderno di utopia. Vivevano quindi lo stesso mondo: solo lo raccontavano in maniera diversa. Il primo ci si immergeva ed enfatizzava vizi, depravazioni, deformità morali e fisiche (credo godesse come un riccio a inventarne di sempre più raccapriccianti), mentre More cercava di fuggirne rifugiandosi in una dimensione ideale. La differenza tra i due è che Bosch, con le sue sconcertanti rappresentazioni, sembra inchiodarci a una realtà che rende impraticabile qualsiasi utopia, laddove More, al contrario, dà l’impressione di credere che ripartendo da zero e rifondando completamente le istituzioni si potrebbe cambiare la vita dell’umanità. È solo un’impressione, però: se lo avesse creduto veramente non avrebbe domiciliato il suo sogno in un’isola fuori dal mondo. La differenza è comunque puramente formale, perché nel primo libro di Utopia viene descritta una Inghilterra non molto diversa dall’incubo terreno raccontato da Bosch nel Trittico del giudizio, mentre anche il fiammingo disegna una sua utopia nel Giardino delle delizie.

Il nostro contemporaneo Jacovitti la pensa come Bosch, e non escludo che abbia tratto ispirazione proprio dalla sua opera. Ma si ferma alla parte infernale del trittico. Quello che mette in scena è un universo a prima vista paradossale e inverosimile, nel quale prevalgono l’aggressività, i bassi istinti e la follia. Fatto salvo lo humor, è la fotografia della contemporaneità. Il pensiero non può non correre subito alla “gente”, ai casi umani da piazza o da talk show di cui brulicano la televisione e la rete. E persino i rifiuti, i pezzi di salame, le lische, i torsoli di mela, i vermi con la pipa, i sanitari e gli elettrodomestici rotti coi quali riempie ogni possibile spazio bianco, e poi le scritte sui muri e i segnali stradali impallinati o divelti, fanno parte del nostro panorama quotidiano, mentre i dialoghi insensati e demenziali ne costituiscono la colonna sonora. Le tavole di Jacovitti sono distopie solo apparentemente umoristiche, perché già tragicamente reali. Guarda caso, a dispetto dell’ostracismo decretato dalla cultura “progressista” all’autore, mi sono sempre piaciute moltissimo.

Questo ci riporta, sia pure di sponda, al discorso, poi interrotto, che partiva dalla figura di mio nonno. Forse avrei dovuto davvero chiuderlo lì, perché tendo a ripetermi e penso si sia capito benissimo dove andavo a parare. Ma credo di dovere un chiarimento a quegli amici che paiono sconcertati dalla deriva “conservatrice” dei miei ultimi scritti. Inoltre siamo ormai in clima di celebrazioni sessantottesche (con largo anticipo) e un piccolo contributo, da semplice comparsa, ci tengo a darlo anch’io. Solo un paio di considerazioni sul mio controverso rapporto con l’utopia, prima di archiviare definitivamente l’argomento (ammesso che sia possibile).

Il tema mi ha sempre affascinato, tanto che una delle sezioni più consistenti della mia biblioteca è dedicata proprio alla letteratura utopica. A vent’anni, euforizzato dalla lettura di Lewis Munford, avevo iniziato a scrivere una “Storia dell’Utopia”, neanche fossi Leopardi: non ne ho poi fatto nulla, per fortuna, ma ho continuato per il mezzo secolo successivo a raccogliere materiale. All’epoca, come tutti (si era appunto nel sessantotto), cercavo il modello sociale perfetto: a differenza dei più, però, non ero affatto convinto di poterlo trovare nei socialismi o comunismi più o meno reali e più o meno esotici che andavano per la maggiore. Ero invece sentimentalmente attratto dalla tradizione anarchica, scoperta già nella prima adolescenza in un opuscolo che raccontava la vita di Amilcare Cipriani e di altri come lui (e che ho conservato per anni, mimetizzato in mezzo ai Tex e agli Albi dell’Intrepido). Quella tradizione modelli non ne forniva.

Sulla mia diffidenza per le soluzioni “reali” pesava soprattutto il fatto che conoscevo troppi sedicenti “comunisti” miei compaesani, e non mi convincevano affatto. Nei comportamenti quotidiani non erano diversi dagli altri, e in più apparivano sempre arrabbiati col mondo intero. Di anarchici veri ne conoscevo invece uno solo, che non mi ha mai spiegato come dovrebbe andare il mondo, ma in compenso sapeva viverci libero da invidie e ambizioni, e ricordava a memoria tutta la Divina Commedia. L’aveva imparata in prigione.

Penso anche di essermi portato dietro a lungo l’impressione dei fatti d’Ungheria, che avevo seguito per radio e nei commenti di casa, e dai quali i carri armati sovietici come difensori della libertà non uscivano granché bene. Erano motivazioni senz’altro ingenue, ma mi hanno aiutato a mettere la giusta distanza tra la letteratura utopica e la prassi politica. A tenermi ancorato alla realtà provvedevano poi la terra e la zappa, e gente appunto come mio nonno. I progetti utopici mi incuriosivano, andavo a caccia delle varie formulazioni che ne erano state date, anche le più campate per aria, rilevavo le differenze e le continuità, ma non ho mai davvero creduto in una possibile loro traduzione nel concreto. Piuttosto, mentre mi era sempre più chiaro che si trattava di un bisogno congenito nell’uomo, cercavo di capire cosa non avesse funzionato là dove si era tentato di applicarli.

Non mi ci è voluto molto per realizzare che il problema sta proprio nella materia prima: nell’uomo in generale (il “legno storto” di Kant), che in realtà non crede in una società giusta, o peggio ancora non la vuole, ma in particolare in coloro che professano di volerla, o quantomeno in buona parte di essi (temo siano la maggioranza). Il problema sta lì perché costoro in genere non sono mossi al desiderio di cambiare da un sentimento di benevolenza nei confronti degli altri, ma dal risentimento rancoroso. Questo l’ho percepito, come dicevo, molto precocemente, nel clima che si respirava in una comunità piccolissima, dove tutti conoscono tutti e i sentimenti corrono alla luce del sole. Al di là di ogni idealizzazione, comprese le mie, l’eden che abbiamo perduto era abitato in realtà più dall’invidia che dalla sete di giustizia. Ed era abbastanza evidente anche per me come non fosse sufficiente confidare in un lavaggio del cervello praticato dall’alto, ma si imponesse una completa rigenerazione delle coscienze.

Quando poi sono approdato all’Università, dove mi aspettavo di trovare un livello ben più nobile di relazioni, ho dovuto convincermi che la meschinità abita allo stesso modo e in eguale proporzione ogni tipo di ambiente. Ci sono arrivato tra l’altro giusto in tempo per assistere all’esplosione di un ribellismo fine a stesso, che troppo spesso mascherava dietro parole d’ordine più che legittime gli stessi veleni, le stesse ambizioni e le stesse rivalità personalistiche che voleva denunciare: un ribellismo dissacratore che si alimentava però di nuove Scritture e delle loro infinite interpretazioni, e bruciava su un unico rogo tanto gli scarti quanto le conquiste della cultura precedente.

Avendo letto da un pezzo La fattoria degli animali riconoscevo nelle famose assemblee democratiche il velleitarismo parolaio, i rituali liturgici, il protagonismo dei capetti. Di nuovo c’era semmai la totale mancanza di realismo nell’affrontare qualsiasi problema, ciò che garantiva contro futuri esperimenti “proletari” guidati dai borghesi, ma non contro le derive criminali. Altro che utopia: attorno a me vedevo gente che si riempiva la bocca di proletariato e lotta di classe e giustizia sociale ma viveva oggettivamente dall’altra parte della barricata, e giocava senza la minima convinzione e coerenza con ideali che vanno assimilati dal confronto con la realtà prima che dai libri. Quegli ideali io li avevo fatti miei filtrandoli attraverso una coscienza critica rudimentale, maturata per tappe sulle fiabe di Andersen, sui fumetti del grande Blek e sui romanzi di Jack London prima e piuttosto che sui testi sacri, ma rafforzata dalle esperienze dirette, e ora volevo vederli trattati con serietà. Provavo invece la netta sensazione che se tirato troppo per le lunghe il gioco avrebbe finito per stancare o per degenerare, come in effetti poi è stato. E non mi riferisco solo al terrorismo: già presagivo la strage delle idealità.

Certo, ho conosciuto all’epoca anche gente seria, che credeva davvero in ciò che stava facendo (e in qualche caso agli effetti pratici questo era anche peggio, ma almeno si salvaguardava un po’ di dignità), e altri che ci credevano come me, ma non avevano il coraggio di chiamarsi fuori e difendere la loro posizione critica. Erano comunque una minoranza, e li ho persi quasi tutti di vista. Sono rimasti invece ben visibili (prevedo che lo saranno più che mai per il prossimo anno) quelli che hanno portato alle estreme conseguenze il loro gioco delirante, salvo poi “pentirsi” appena varcata la soglia della galera e precipitarsi a denunciare i compagni, per batterli sullo scatto: quelli che si sono assicurati rendite di posizione, infiltrandosi nelle istituzioni “falso-democratiche” che volevano spazzare via, impegnati oggi soprattutto a difendere i loro vitalizi: quelli che sono saltati giù dalla barca al primo cambio di vento per salire velocemente sui nuovi e vecchi carrozzoni mediatici o aziendali.

Capisco come tutto questo possa sembrare semplicistico. Il sessantotto è stato e ha significato ben altro, nel bene e nel male: ma non ho alcuna intenzione di fare un’analisi o dare dei giudizi politici. Ho solo riportato la mia impressione, il sostanziale disagio nel quale l’ho vissuto. Una volta, all’anarchico di cui sopra un viceparroco particolarmente invadente chiese: “Nonnino, non vi ho mai visto in chiesa. Come mai? Temete il puzzo delle candele”? “Per niente, – rispose Modesto (che tutto era tranne che un ‘nonnino’, e che si espresse volutamente in un dialetto strettissimo) – le candele mi piacciono, portano luce: è il vostro puzzo quello che temo”. Io vivevo quella condizione: da un lato ero attratto dalle idee, almeno da quelle più generali, e avendo vent’anni anche dalla prospettiva della lotta, dall’altro non mi convincevano quelli che le predicavano e non mi fidavo di loro come compagni d’arme.

Ciò ha qualcosa a che fare con l’utopia? Temo di si, almeno in negativo. Non soltanto perché “l’utopia al potere” era lo slogan principe di quegli anni “formidabili”, ma perché da sempre, quando il termine è stato declinato nella sua accezione “sociale”, le cose sono finite allo stesso modo. O anche peggio. Ed è andata così perché in questa accezione il difetto è già all’origine. Non sta naturalmente nel desiderio di mettere un po’ d’ordine e di giustizia nel mondo, quando davvero c’è e non è solo ambizione di potere, ma nel rifiuto di prendere atto che il terreno su cui si vorrebbe costruire è instabile e che tanto i materiali quanto le maestranze sono inadeguati. Oppure nel credere, come ha fatto le maggior parte delle guide “rivoluzionarie”, da Robespierre a Stalin e a Pol Pot, che l’edificio possa essere tenuto in piedi a bastonate. Questo spiega perché i muri che ogni disegno utopistico vuole alzare attorno alla città ideale servono in effetti non a difendere dai nemici esterni, ma ad impedire la fuga di chi sta dentro. Nella realtà poi quei muri vengono abbattuti proprio dall’interno.

Questi effetti perversi non sono imputabili all’utopia. Nascono al contrario da un suo totale travisamento. L’utopia non è la semplice secolarizzazione del messianismo cristiano o giudaico, attuata escludendo l’intervento divino ma conservando una connotazione in qualche modo religiosa, che contempla la realizzazione di un paradiso in terra o la restaurazione di un ordine primigenio perduto. È invece una forma d’idealità decisamente nuova e assolutamente laica, che ha la sua radice storica in un momento ben preciso, quello in cui il vincolo religioso si allenta e non ci si attende più alcuna redenzione dall’alto, ma ancora non si prospettano riscatti dal basso. Nasce non a caso assieme alla modernità, nel periodo delle grandi scoperte – il mondo è molto più grande e vario di quanto si credeva, l’universo lo è infinitamente, il potere non nasce da Dio ma da un contratto –, quando le antiche certezze, fondate su un ordine naturale e su un ordinamento sociale che erano il riflesso di quello celeste, lasciano il posto alle domande.

Le reazioni a questo stato di sospensione nel vuoto sono diverse, vanno dall’euforia allo smarrimento, ma tutte hanno in fondo sotteso un desiderio di fuga: in avanti, all’indietro, da un’altra parte. Le tavole di Bosch sembrano dire “Qui sono tutti matti!” e conducono direttamente a Lutero e alla sua concezione della responsabilità individuale della salvezza (un si salvi chi può, o chi lo merita, che allontana e sposta in secondo piano il giudizio universale), mentre Thomas More opta per un altrove che sarebbe auspicabile ma non c’è, e non ci sarà mai. Tutte le formulazioni utopiche prodotte tra il cinquecento e la fine del settecento, che è il periodo della maggiore fioritura, presentano la stessa caratteristica: si collocano in uno spazio (e da un certo momento, anche in un tempo) abbastanza remoto da non lasciare speranza di raggiungerlo. Non ce n’è una che dia credito qui ed ora all’umanità di “magnifiche sorti e progressive”. Meno che mai poi quelle già venate da un intento satirico (gli Yaoo di Swift, ad esempio, non sono molto diversi dai subumani di Bosch). Ci si sottrae all’incubo rifugiandosi nel sogno, ma nella perfetta coscienza che di un sogno si tratta.

L’interpretazione “operativa”, quella che pretende invece di tradurre il sogno in una realtà sociale e politica concreta, viene dopo, a braccetto con la moderna idea di progresso: magari nell’intento di contestare i modi e le direzioni in cui questa idea è declinata, ma facendola comunque propria. È in qualche misura bruscamente annunciata dalla rivoluzione francese, trova una giustificazione teorica nell’idealismo e nella cultura romantica ed è infine imposta dal marxismo, che peraltro taccia di utopismo le dottrine politiche concorrenti. Proprio l’uso di questo termine per connotare spregiativamente le “fantasticherie sociali” finisce per confondere due piani che in realtà dovrebbero rimanere ben distinti. Da una parte stanno infatti quelle che potremmo definire le utopie “letterarie”, che rivendicano l’appartenenza ad un’altra dimensione già nel nome, e che marcano chiaramente il confine che le separa da questo mondo (e da questa umanità); dall’altra quei progetti riformatori o rivoluzionari che hanno, o vorrebbero avere, i piedi ben piantati su questa terra, ma ripropongono poi fondamentalmente l’aspettativa della redenzione universale, quali che siano i suoi tramiti, la tecnica, il socialismo, ecc…

A questa interpretazione ci si riferisce quando si parla di crisi dell’utopia. È una crisi in atto già da un pezzo, di fine dell’utopia si parla e si scrive almeno da un secolo, di norma con sollievo. Ma se ne parla avendo in mente i grandi progetti di palingenesi sociale che hanno luttuosamente marcato il Novecento, continuando pertanto a confondere i due piani. Cito un esempio recentissimo, quello di Luciano Canfora, che affronta il tema nell’ennesimo saggio su La crisi dell’Utopia. La conclusione cui Canfora arriva è in sostanza che non rimane più spazio per quel tipo di progetti. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire: ma più che in ritardo Canfora appare proprio fuori tempo massimo, visto che molti altri c’erano già arrivati più di ottant’anni fa, e i lettori di Corto Maltese da almeno mezzo secolo: soprattutto però dà l’impressione di non aver capito che di spazio per “quel tipo” di utopia non ce n’è stato mai.

Il che ci riporta al Sessantotto, e a mio nonno, che non c’era per vederlo e se ci fosse stato non lo avrebbe visto. Contrariamente a quanto diffuso dal fraintendimento “sessantottino”, infatti, i veri utopisti non guardano al futuro, ma al passato. Il malinteso, come ho già detto, è stato creato soprattutto dalla vulgata marxista, che ha letto comunque le utopie, anche quando l’intento era di smascherarle, come idealità o ideologie rivoluzionarie, proiettate in avanti, in una parola, progressiste: mentre in realtà esse sono originate si dal progresso, e spesso prendono spunto da alcuni suoi aspetti, ma come reazioni negative. Nella sostanza sono visioni conservatrici. Questo valeva già per Platone nell’antichità, e vale tanto più per Tommaso Moro all’inizio dell’età moderna e per Samuel Butler alle soglie di quella contemporanea. Le utopie nascono per esorcizzare un cambiamento in atto, o già avvenuto, che si avverte come minaccioso e destabilizzante. E nascono quando si ha la netta sensazione che non sia più possibile arginare attivamente lo sfascio: sono la risposta di chi si sente impotente, ma nel contempo non ha nessuna intenzione lasciarsi travolgere dallo smottamento.

Il problema non è dunque se l’utopia possa sopravvivere ai suoi presunti fallimenti (perché in fondo i tentativi di realizzarla sono una contraddizione in termini): è di capire che “quel” modello utopico, l’utopia sociale, che ha come presupposti il consenso unanime (tutti vogliono la stessa cosa) e la negazione delle differenze (di attitudine, di capacità, ecc…) e risolve l’uguaglianza in un livellamento “materiale”, non è stato sconfitto dal confronto con la realtà ma, al contrario, dal suo rifiuto.

A questo punto dobbiamo però chiederci se il fallimento ha travolto anche l’altro modello utopico, quello originale. E per farlo occorre prendere atto di un nuovo scenario, più sconvolgente ancora di quello che induceva alla fuga More e la compagnia degli utopisti doc. Bisogna rendersi conto che siamo già dentro il poster di Jacovitti. Certo, i pazzi, gli idioti e i banditi ci sono sempre stati, e le percentuali non devono essere variate molto dall’età di Pericle ad oggi: ma in realtà il quadro è molto mutato, così come la prospettiva dalla quale guardarlo. Un tempo era ancora pensabile che gli uomini avrebbero potuto arrivare, attraverso una crescita lenta ma continua della consapevolezza (l’uscita dalla minorità auspicata da Kant), a capire che l’interesse e il bene comuni sono la somma degli interessi e dei beni individuali, e anche qualcosa di più. Non dico fosse una convinzione realistica, ma almeno era fondata su un presupposto incontestabile: da Pico della Mirandola a Kant lo strumento della possibile emancipazione è sempre stato individuato nella cultura. Quella convinzione alimentava il sogno, ne era la condizione necessaria.

In teoria potrebbe anche continuare ad esserlo: ridimensionando il sogno, accettando il fatto che la società perfetta non è realizzabile, e che sarebbe comunque una gabbia per uomini imperfetti, si potrebbe tenere in vita l’utopia interpretandola come una meta che orienta il cammino ma si sposta progressivamente in avanti, ad ogni nuova conquista. Oggi però dubito che qualcuno, dopo aver assistito ad un qualsiasi demenziale collegamento televisivo con le piazze dove si dà voce alla “gente”, o dopo aver letto i commenti che si scatenano sui social e nei blog attorno ad ogni cretinata, potrebbe ancora attaccarsi a quello che Bloch chiamava “il principio speranza”.

Non potrebbe perché non è solo questione di una maggiore visibilità dell’idiozia. Nell’ultimo quarto di secolo sono completamente saltate le coordinate sulle quali si orientava l’esistenza, e conseguentemente si sono invertiti i suoi parametri di senso. È praticamente scomparsa quella tensione a crescere che si nutriva dell’attesa di un evento, fosse l’Apocalisse o il trionfo della ragione, e creava l’idea di futuro. È saltato persino il vincolo biologico alla salvaguardia della continuità della specie (pensiamo a come stiamo lasciando la terra ai nostri nipoti, per non parlare delle casse dell’INPS), e si vive come se l’apocalisse dovesse compiersi entro sera. Quanto al trionfo della ragione, lasciamo perdere. Nessuno ci crede più e nessuno ha più voglia di attendere, e senza un orizzonte temporale nemmeno l’utopia itinerante ha ragion d’essere. Allo stesso modo, si è modificata la percezione dello spazio: siamo oggettivamente troppi, la possibilità di divorare le distanze in tempi sempre più brevi ha reso il mondo, o almeno la percezione che ne abbiamo, piccolissimo, e da quando anche gli “altri” hanno cominciato a muoversi ci sentiamo sempre più stretti e cerchiamo di segnare e difendere il nostro giardino.

In un contesto del genere la società dello spettacolo ha avuto buon gioco ed ha stravinto. Oggi impone la sua legge: conta solo il presente, gli eventi sono banalizzati a quotidianità e si consumano senza lasciare traccia, se non si appare non si esiste, e logicamente si appare molto di più se ci si agita, si sbraita, si recitano in coro le litanie intonate dai nuovi demagoghi. La certificazione e la giustificazione di una esistenza non sono più costituite da ciò che questa si lascia alle spalle, ma dal clic, dal selfie, dall’apparizione più o meno momentanea sullo schermo, dal numero di contatti, di amicizie virtuali, di faccine che si riescono a collezionare.

Ciò comporta un totale disprezzo di quello che per millenni è stato il paradigma dell’evoluzione culturale, la conquista da parte di tutti gli uomini di una dignità fondata su scelte libere e responsabili. E questo disprezzo è stato fatto proprio dalla stragrande maggioranza, in nome o dell’accesso al consumo e alla visibilità, sia pure effimera, o della difesa del privilegio. Miliardi di individui formano oggi una massa irrequieta ma sostanzialmente inerte, menata per il naso con specchietti e perline colorate, pesante sulla terra al punto da farla sprofondare. Ha prevalso una voluttà di radicale disumanizzazione, e la direzione intrapresa sembra essere definitiva, perché senza spazio, senza tempo e senza una responsabilizzazione individuale accettata con orgoglio nessuna utopia può sopravvivere.

Ma allora non ha davvero più senso coltivare la speranza? Paradossalmente la risposta è negativa: forse non ha senso, ma è l’unica cosa che ci rimane. Basta naturalmente intenderci sul tipo di speranza cui ci riferiamo. Una volta consapevoli che non ci sono più spazio né tempo per l’utopia sociale, e nemmeno per la fuga, perché le isole sono tutte occupate dai villaggi turistici, gli orienti si sono occidentalizzati e le frontiere occidentali hanno fatto il giro del globo, abbiamo due sole alternative: indossare una maschera ed entrare anche noi nella sfilata carnevalesca, o ritiraci nel nostro particulare e nel silenzio.

Ritirarsi nel particulare non significa però uscire dal mondo. Si può anche stare dentro questo mondo difendendo coi denti quelle poche aree del nostro cervello che ancora non sono state colonizzate. E nemmeno significa chiudersi in casa e limitarsi a coltivare pomodori e melanzane nell’orto, se si ha la fortuna di possederne uno. Si può vivere fuori ignorando che domani è la giornata del coniglio paraplegico, che si tengono in giro festival della mente, della poesia, del cinema thailandese o della zucchina biologica, disertando i cammini di Santiago e ricambiando garbatamente gli inviti dei vaffanculisti di professione. In fondo Cocco Bill sopravvive nei caotici saloon di Jacovitti bevendo solo camomilla (è una metafora, non un consiglio per la salute).

Quanto al silenzio, riguarda naturalmente tutto ciò di cui non vale la pena parlare (vedi sopra) o di cui occorre parlare con cognizione, e spesso questa non c’è. Non è mutismo: al contrario, è piuttosto la riscoperta del fatto che le parole hanno un peso, e un senso, e vanno spese bene e nella direzione giusta. Dobbiamo pensare che non siamo soli. Qui, sulla terra, dico, senza bisogno di cercare nel cosmo altre forme di vita intelligenti, che se ci fossero, proprio per via dell’intelligenza avrebbero qualche problema a rapportarsi con noi. Battere sentieri dismessi permette di riflettere in santa pace, o almeno di viaggiare ai bordi del caos, ma crea anche occasioni di incontro con chi nel traffico si sente a disagio come noi. Incontri veri, nei quali condividere gli umori o i malumori, le piccole scoperte e i piccoli entusiasmi: oppure anche semplicemente il silenzio, seduti a veder consumarsi una sigaretta.

Forse non è esattamente la scelta di mio nonno, ma lui poteva portare sino in fondo la sua perché con la vita era in credito, anche se neppure lo sospettava. Per noi, per la nostra generazione, per me senz’altro, non è così. Il nostro disagio ha radici molto diverse da quelle del suo. Sappiamo che la storia con noi è stata generosa (non con tutti, e non nella stessa misura, ma senz’altro più che con qualsiasi altra generazione precedente) e ci ha offerto più occasioni di quante ne meritassimo, perché non ce le siamo guadagnate noi, ma quelli che ci hanno preceduto, col loro sangue. Non le abbiamo sfruttate al meglio o le abbiamo perse del tutto, ma dovremmo sentire l’obbligo morale di trasmettere almeno ciò che ne resta a chi verrà dopo. Abbiamo figli, nipoti, amici, colleghi che probabilmente ci osservano molto più di quanto vorremmo ammettere e che magari siederebbero volentieri con noi per un attimo al margine della strada.

Guardiamoli una buona volta negli occhi e non raccontiamo loro la favola di un mondo migliore, che non è né dietro l’angolo né in fondo alla strada. Aiutiamoli piuttosto a sopravvivere in questo come esseri umani, a riconoscersi dentro il poster, se è il caso, e possibilmente a tirarsene fuori. E aiutiamo anche noi, perché la volontà di conoscere, l’ostinazione incessante ad imparare non possono essere condivisi se non sono mantenuti vivi.

Agli amici, allora. Immagino che questo sembri un programma da circolo dei pensionati, e forse lo è davvero: ma da quando è franata la collina sulla quale coltivare l’utopia non mi riesce di inventarmi altro. Odio le serre: sono luoghi chiusi, l’atmosfera è opprimente, la vita che ospitano è artificiale. Aspiro ad essere trovato un giorno, preferibilmente tra vent’anni, seduto con la schiena contro il muro esterno del mio capanno, lo sguardo rivolto al Monviso e al tramonto. O magari anche non trovato, per godermela ancora un pezzo, in tutta calma, anche dopo.

Il pellegrinaggio a Lucca

di Paolo Repetto, 30 aprile 2014

Sono tornato a Lucca Comics a distanza di quarant’anni. Avevo partecipato ad una delle primissime edizioni, quando ancora la manifestazione era una sorta di convegno clandestino per affiliati e si teneva in una palestra. Tramite Franco Fossati, autore di quella che rimane ancora oggi la migliore enciclopedia sull’argomento, scomparso pochi anni dopo, avevo conosciuto il fior fiore dei soggettisti e dei disegnatori. Franco si divertiva a spacciarmi come uno dei massimi esperti italiani del settore, per cui credo di essere finito sulle scatole a tutti prima ancora di aprir bocca: ma era stata comunque un’esperienza fantastica. Negli anni successivi per un motivo o per l’altro non mi è più riuscito di tornare e l’interesse (per il salone, non per il fumetto) poco alla volta era venuto meno. Fino a quando si è offerta l’opportunità di rivisitarlo assieme a mio figlio e a mio nipote. Mi è parso simpatico: tre generazioni di devoti in pellegrinaggio alla Mecca dei comics.

Al santuario di Lucca ho trovato di tutto, tranne i fumetti. Ho vissuto per mezza giornata in un mondo a me assolutamente sconosciuto, per molti versi incomprensibile, e sono tornato con la coscienza di essermi perso ultimamente un sacco di cose, di aver saltato troppi passaggi per poter sperare di decifrarlo. Eppure tutto questo tempo non mi ha visto pascolare capre in un alpeggio, l’ho vissuto nella scuola, in mezzo ai ragazzi, e dovrei essere accettabilmente aggiornato sui cambiamenti. Invece niente: sono rimasto sconcertato.

In primo luogo dalle dimensioni assunte dal fenomeno. Per continuare in futuro a riempire le piazze Grillo e la Camusso non dovranno far altro che organizzare festival del fumetto. Lucca era letteralmente congestionata, si stentava a muoversi. L’infilata delle vie rettilinee che dalla piazza del Duomo arrivano sino alle mura offriva uno spettacolo strabiliante: un mare di teste come non avevo mai visto, né per le manifestazioni politiche né per i concerti rock. Da quelle trasversali si riversavano incessantemente altre ondate, e lo stesso valeva per il percorso sulle mura. Una marea umana.

In queste condizioni siamo riusciti con fatica ad accedere a due o tre dei trenta e passa padiglioni distribuiti per la città, e più faticosamente ancora ad uscirne, senza naturalmente poter vedere nulla di ciò che ci interessava. In quelli destinati al mercato se ti fermavi a chiedere un prezzo o a cercare un numero di “Oklahoma” venivi trasportato allo stand successivo senza nemmeno muovere un piede. In più, essendo la manifestazione distribuita su tutta l’area cittadina, risultava praticamente impossibile coglierne qualcosa di più che uno scorcio. Insomma, abbiamo percorso quasi cinquecento chilometri, viaggiando per circa cinque ore, per fermarci poi a Lucca nemmeno quattro, compreso un veloce primo piatto.

Deluso, quindi? No, affatto. A parte il piacere di esserci andato con la progenie, ai fumetti ho rinunciato praticamente subito e mi sono invece concentrato su quel che mi stava capitando attorno. Provo a spiegarlo, o almeno a cercare di descrivere le mie sensazioni.

Già al momento in cui abbiamo dovuto posteggiare alla romana, perché naturalmente non c’era un buco libero per un raggio di chilometri tutto attorno le mura, la mia convinzione che il tempo dei fumetti fosse finito da un pezzo ha iniziato a vacillare. Quando poi ho visto la quadruplice fila di persone che si apprestavano a pagare sedici euro a testa (e niente riduzioni, né per gli over sessantacinque né per insegnanti o per benemeriti del settore – le ho provate tutte) mi sono persuaso di aver preso una solenne cantonata. Infine, al momento di tentare di addentrarmi in una delle vie che portano al centro, i dubbi erano diventati certezze. Il tempo del fumetto, per come lo intendevo io, era davvero finito, e quindi in questo senso avevo ragione, ma ne era iniziato un altro, che con la cultura del fumetto aveva a che fare in tutt’altro modo.

Immerso nella bolgia, tenendo ben stretta la mano di Leonardo, mi sono trovato a spintonare o ad essere spintonato da copie più o meno riuscite dell’Uomo Ragno, di Thor, di Lupin III e di decine di altri personaggi che non conoscevo e dei quali dovevo chiedere spiegazione a mio figlio e a mio nipote. I primi gruppetti mascherati che avevo scorto, ancora al di fuori delle mura, li avevo sbrigativamente commiserati: mi hanno sempre infastidito i travestimenti e le mascherate. Pensavo di aver beccato qualche isolato esibizionista o mentecatto (un tizio era vestito da pilota d’aereo, e attorno alla vita aveva un biplano con un’apertura alare di due metri). Appena entrato nella fila, però, ho realizzato che quelli travestiti da Batman o da Capitan Sparrow o da Zombie non erano ragazzini, ma persone che il giorno dopo avresti potuto trovarti di fronte in un ufficio delle imposte, in uno studio medico o in una sala insegnanti, e che non erano quattro deficienti a piede libero, ma almeno un terzo dei convenuti: allora le cose han cominciato ad essere chiare. L’ottanta per cento di quella marea di gente non era affatto interessato a comprare o a vedere i fumetti, a farsi siglare l’ultima grafic novel dagli autori o a inseguire le mostre. Era lì per essere vista, mossa dalla stessa coazione ad esibirsi che ormai contamina ogni bagno di folla e di telecamere, dalle tappe del Tour o del Giro d’Italia alle partite allo stadio, dai grandi raduni di protesta ai megaconcerti e ai funerali dei Vip. Lucca Comics era per costoro un puro pretesto, particolarmente appetitoso perché la natura della manifestazione almeno in parte giustificava la pagliacciata. Volevano apparire per un attimo, essere visti sia pure di sfuggita da decine di migliaia di persone, diventare oggetto dell’attenzione collettiva, almeno sotto le false specie dell’eroe al quale si erano ispirati. Non si trattava di “sentirsi” per un giorno nei suoi panni: semplicemente, di vestire i suoi panni. Non credo che questa gente giri per casa indossando anziché il pigiama la tuta dell’uomo ragno (o almeno lo spero, per i loro congiunti). Travestirsi significa spersonalizzarsi, ripudiare la propria identità, e questo riesce molto meglio in mezzo ad una grande massa, nel totale anonimato.

Per un po’ mi sono detto che tutto ciò è molto triste. Provavo a vedere le cose con gli occhi di mio nipote, ma era peggio, perché Leonardo è quasi un clone mio e rifiuta già di mascherarsi anche a Carnevale. Poi, poco alla volta, ho cominciato a realizzare che magari così triste non è, o lo è solo per me, che pretendo di capire cosa passi nella mente di un maggiorenne bardato da tartaruga Ninja, con tanto di guscio, e non riesco ad ammettere che possa divertirsi. Ho riflettuto: certo, se uno la domenica non ha di meglio da fare che vestirsi da pagliaccio qualche problema deve averlo. Se poi a farlo sono migliaia, e tutti i giorni della settimana, il problema allora è sociale. E’ indice di un disagio collettivo, come dicono gli esperti televisivi. Su questo non ci sono dubbi, e al loro disagio aggiungo anche il mio, quando li ascolto. Ma cosa significa? che la capacità di distinguere tra reale e virtuale è sempre meno viva? Che l’apparire ha ormai vinto sull’essere? Che siamo agli ultimi bagliori del crepuscolo dell’Occidente? Non c’era bisogno di trascinarsi sino a Lucca per saperlo: ma nemmeno è lecito leggere tutto come manifestazione di un degrado spirituale inopinato, quasi si arrivasse da un mondo e da un’epoca in cui prevalevano la coscienza civica, l’impegno civile e politico, la forza delle idee e la capacità di perseguirle con coerenza.

Dopo il primo sconcerto, dunque, mi sono imposto di fare mente locale con un po’ più di onestà. E ho dovuto a malincuore ammettere che l’azzeramento di tutte le idealità lo ha realizzato la mia generazione, non quella dei mutanti che si aggiravano per Lucca. Qui sarà bene tuttavia, a scanso di equivoci e pur già sapendo che mi caccerò nel solito mappazzone, chiarire le cose: non mi appresto ad un autò da fé, non voglio liquidare la faccenda addossando ogni colpa al Sessantotto, o al Settantasette, o a qualsiasi altro anno simbolico di quel periodo lì. Queste sono stupidaggini buone per gli opinionisti a gettone e per il pubblico che li ascolta. Ma nemmeno sopporto l’atteggiamento di quelli che, all’epoca armati di libretto rosso e oggi a gettone anche loro, archiviano il tutto con un sorrisino di sufficienza, a significare che sono già un bel pezzo avanti, che come scoperta è un po’ tardiva e occorre darci un taglio. È troppo facile: dare tutto per scontato è il modo più vile di far sparire sotto il tappeto le verità che ci disturbano. Credo sia invece opportuno ogni tanto ritirarle fuori e guardarle negli occhi, per ricordarci che ciò che oggi lamentiamo è solo una conseguenza di quanto accadeva quaranta o cinquanta anni fa.

Dalla metà del secolo scorso, per la prima volta nella storia, e sia pure solo in Occidente, un’intera generazione è cresciuta senza dover fare quadrare il pranzo con la cena, e neppure con la colazione del mattino dopo. Il domani era già prevedibile sulla scorta dell’oggi, e la colazione assicurata. E dal momento che a pancia piena si dorme e si sogna meglio, tra la cena e la colazione c’era posto per speranze che si discostavano da quelle relative a un piatto di fagioli, e riguardavano l’equità, la giustizia, la libertà, la possibilità per tutti di “realizzarsi”, ecc.

Ora, è vero che sogni di questo tipo hanno sempre abitato, di giorno e di notte, le menti degli uomini, o almeno di quelli che da Caino in poi hanno pilotato la nostra “evoluzione” culturale e sociale. Ed è sperabile che continuino a farlo. Il problema è però che i sogni fatti a pancia piena sono inaffidabili. Sono fatti della stessa sostanza dei cibi, direbbe Shakespeare. Cambiano a seconda del menù, vengono velocemente metabolizzati e altrettanto velocemente scaricati. Quindi ciò che lungo i millenni della storia umana, permanendo per i più immutata e frugale la dieta, era stato assimilato e trasformato in idealità (e lasciamo perdere il fatto che queste idealità spesso si siano tradotte in mal di pancia o in incubi: è un altro discorso) nella mia generazione, complice forse l’eccesso di secrezioni gastriche, ha prodotto solo ideologie. L’idealità è qualcosa che permea tutto l’agire, entra sottopelle, circola nelle vene e ti chiama responsabile di ciò che fai, mentre l’ideologia è fanatismo stolido, che passa direttamente per l’intestino, e scarica tutte le responsabilità sugli altri.

Noi, intendo quelli nati come me nell’immediato dopoguerra, ne avevamo sulle spalle una seria, di responsabilità: proprio perché non eravamo più spinti dall’urgenza della fame, e più ancora perché avevamo ereditato dalla recente tragedia degli spazi inediti di libertà, avremmo dovuto guardare indietro, valutare, darci gli strumenti per salvare quanto c’era di buono e cercare di raddrizzare quanto continuava ad andare storto. Invece, visto che il pranzo era assicurato, ci siamo presi delle solenni sbornie, e non solo metaforiche, in nome di una malintesa interpretazione di quella libertà: una concezione che prescindeva da ogni ipotesi che la libertà fosse innanzitutto una conquista individuale continua, e non un carattere geneticamente trasmesso o un bene socialmente garantito.

Ecco allora che la prevedibilità, perseguita per secoli come una garanzia di sicurezza, per la mia generazione da valore positivo si è trasformata in fattore negativo. Alla base c’era una denuncia più che legittima e fondata, anticipata dalla letteratura, dalla filosofia, dalla sociologia, dall’arte di tutto il primo novecento: quella del rischio di scivolare semplicemente da una massificazione forzata ad una consensuale, di essere irretiti nel totalitarismo “morbido”, democratico e invisibile, del consumo. Ma dando di questa denuncia una lettura rozza e semplicistica, ideologica appunto, si è fatta dei valori un’unica ammucchiata e si è buttato tutto senza distinzioni, in nome prima della rivoluzione che era vicina, poi della libido che urgeva da tutti i pori, infine di un privato che per un po’ è stato spacciato per politico e poi è diventato semplicemente farsi i cavoli propri. Una volta raggiunta, la sicurezza è stata sofferta come una gabbia; la condizione che avrebbe dovuto finalmente consentire a tutti, o almeno a tutti quelli che davvero lo desideravano, di realizzarsi in base alle proprie potenzialità e aspirazioni, è scaduta a narcotico per le masse. Lo stesso vale per la democrazia, schifata come strumento del dominio “borghese”, e per quel lavoro che oggi è rivendicato come un diritto, ed è nella realtà un privilegio, mentre quarant’anni fa era rifiutato dagli stessi difensori odierni come una forma sempre e comunque di alienazione e di sfruttamento. Ce le ricordiamo queste cose? Occorreva rompere il guscio ovattato della società del benessere e del consumo, smascherare le infamie del modo di produzione che le stava alle spalle, non solo per garantire che la minestra fosse assicurata a tutti, ma anche, e soprattutto, per consentire al non prevedibile di irrompere, e ridare gusto ad una vita che quella minestra aveva resa insipida. Qui è il nodo. Invece di lavorare con umiltà e pazienza per porre argini solidi al rincoglionimento mediatico che ci veniva propinato si è scelto di giocare: ci siamo quindi travestiti di volta in volta da Che Guevara, da figli dei fiori, da indiani metropolitani, da santoni buddisti, ci siamo incamminati per tutti i possibili sentieri dell’ideologia e dalla fede, sempre ben attenti però a non smarrire il biglietto che garantiva la corsa di ritorno. In più, a differenza dei nostri figli e nipoti, avevamo la pretesa che il gioco fosse riconosciuto come serio, e i nostri travestimenti come divise di una militanza rivoluzionaria. Nei casi estremi, chi questo riconoscimento lo negava veniva anche punito.

Ora, è evidente che il travestimento fa parte della natura umana, anzi, nella forma del mimetismo è proprio persino degli animali. Ma io qui parlo di un travestimento “culturale”, non di una semplice strategia di sopravvivenza. E anche di qualcosa di più specifico del travestimento quotidiano. Quando ci alziamo il mattino il nostro primo atto è indossare la maschera di giornata, anzi, le tante maschere: quella di padre, di marito o compagno, di condomino o di proprietario di cane, ecc… Ma questo ci sta, è nell’ordine delle cose. Il problema nasce quando pretendiamo che il travestimento diventi collettivo, che gli altri si adeguino alla finzione che stiamo recitando, entrando a farne parte nei ruoli e con lo spirito che noi vorremmo assegnare loro. Allora vengono fuori i problemi, perché gli abiti che abbiamo scelto non vanno bene a tutti, le taglie sono sbagliate, o semplicemente agli altri quella maschera e quel ruolo non piacciono.

Vi chiederete con angoscia dove sta portando questo pistolotto, e soprattutto cosa c’entra con Lucca e con gli uomini ragno. Ci arrivo. Ci riporta finalmente proprio lì da dove siamo partiti, ma con uno spirito diverso, per riparlare del grande assente, il fumetto. La stagione d’oro del fumetto, e non mi riferisco alla qualità, ma alla rilevanza culturale e sociale del suo impatto, si era già chiusa proprio a Lucca quarant’anni fa, senza che noi ce ne accorgessimo; o addirittura qualche anno prima, quando Eco, Del Buono e i semiologi d’avanguardia lo avevano riscattato dalla semi-clandestinità e gli avevano riconosciuta dignità letteraria e artistica. Come avviene per ogni consacrazione, quel riconoscimento e quel festival erano gli atti finali di un processo di imbalsamazione. Le strisce disegnate avevano cessato di costituire una lettura alternativa, erano già entrate a scuola non più nel doppio fondo delle cartelle ma attraverso i libri di testo, erano diventate uno dei tanti “linguaggi”, uno di più, da studiare. Con una strategia classica si accoglievano i barbari entro i confini per farne dei difensori. Nel frattempo però ogni loro potenziale pericolosità era già stata neutralizzata da un’altra orda ben più devastante che stava sopraggiungendo: quella televisiva.

Il fumetto a quel punto non è morto, ma è diventato altra cosa, quella che vediamo oggi e che appunto era rappresentata a Lucca: nella quale, di come io – e probabilmente tutta la mia generazione – l’abbiamo inteso e amato, resta proprio nulla. Ed è giusto così. Oggi il fumetto sta alla galassia letteraria come l’opera lirica sta alla musica e al cinema. È figlio di un particolare momento storico e culturale ed ha svolto la sua brava funzione di fiancheggiamento nella transizione da una modalità di cultura ad un’altra. Ha esaurito il potenziale di rottura proprio quando gli è stata conferita una autonoma dignità di “genere”, e a dispetto della presenza di illustratori eccezionali e di un altissimo livello nella qualità dell’offerta (o forse proprio per questo) sopravvive ormai solo per l’affezione dei loggionisti: adulti nostalgici come me, e magari la loro discendenza geneticamente contagiata.

Il fatto è che non parla più alla fantasia giovanile, perché la sua voce è sovrastata da mille altre più forti e perché la fantasia stessa non è più disposta ad ascoltarla, distratta com’è, o addirittura atrofizzata, dall’eccesso e dalle modalità dell’offerta proveniente dai nuovi media. Le componenti fondamentali del fumetto classico erano un pubblico che ha voglia di sognare, un personaggio capace di personificare il sogno, delle storie capaci di coinvolgerti e di farti vivere una vita parallela. Oggi quel pubblico in una dimensione parallela ci vive già tutti i giorni, senza volerlo e senza rendersene conto, le storie le consuma con la stessa passione con cui mangia un panino al McDonald, personaggi come Blueberry e Ken Parker gli riescono anacronistici. Avrebbe semmai bisogno di rientrare ogni tanto nella realtà, ma in questo il fumetto non soccorre: al più può consentire una “snobistica” (e solo parziale) sottrazione al rimbambimento televisivo di massa.

Ma non è finita. Rimane da spiegare come mai proprio la generazione cresciuta a pane e fumetti abbia prodotto poi nei fatti un tale scempio delle idealità. E qui la cosa si fa più complessa, anche se un pezzo di spiegazione plausibile penso di averla. In sostanza, dicevo, il fumetto ha agito in una prima fase come elemento dirompente. Anche quando le storie e i personaggi erano politicamente corretti, nel caso ad esempio di Topolino, del Corrierino dei Piccoli o del Vittorioso, il fatto in sé che la lettura fosse non più solo supportata, come accadeva nei libri illustrati, ma guidata dalle immagini, e che queste prevalessero in definitiva sul testo, apriva uno squarcio nella rappresentazione penitenziale del leggere imposta dalla scuola. Questo effetto non era né casuale né imprevisto: il fumetto rispondeva in realtà perfettamente ad un’esigenza dei tempi, era strumento di quella stessa “astuzia della ragione” (senza ulteriori aggettivazioni, intrinseca ormai ai modelli di pensiero e di sviluppo occidentali) che avrebbe agito di lì a poco attraverso la musica rock, i jeans, la moda giovane, ecc., per svecchiare il mondo e prepararlo a un nuovo assetto, al circuito chiuso che prevede non di produrre in risposta a un bisogno ma di creare il bisogno al fine di produrre. Consentiva di distribuire sogni a basso costo ad una utenza allargata rispetto a quella dei lettori classici che li attingevano dai libri. Non solo: quei sogni li standardizzava anche, popolandoli delle stesse immagini, degli stessi colori, e costringendoli nelle stesse tavole e storie. Per questo parlavo prima di azione di fiancheggiamento.

Ma anche la ragione, per quanto astuta, non può mantenere un controllo totale sui suoi strumenti. Dal fumetto, così come accade per ogni strumento culturale, venivano quindi da un lato una subdola spinta all’omologazione, dall’altro, per un effetto reversivo, l’allusione a possibilità di mondi e di vite diversi: ed era soprattutto quest’ultima ad essere colta (Paperino ha sempre raccolto maggiori simpatie rispetto a Topolino). Il che ci riporta però esattamente al punto di prima, e cioè alla domanda: se, a dispetto della sua strumentalità al gioco della “modernizzazione”, il fumetto lasciava intravvedere delle alternative, queste che fine hanno fatto?

Per dare una risposta esaustiva dovrei tirarla ulteriormente in lungo, e penso di non potermelo permettere. Quindi riassumo, sperando di non essere frainteso. In sostanza, io credo che al di là di ogni contestualizzazione sociale o storica ciò che fa la differenza sia sempre la disposizione individuale. Per quanto attiene al nostro argomento questo significa banalmente che i milioni di ragazzini che leggevano fumetti negli anni cinquanta sceglievano i loro eroi tra migliaia di protagonisti, e che anche coloro che si identificavano nello stesso personaggio lo facevano ognuno in maniera molto diversa. Ma una ripartizione all’ingrosso in due grandi schieramenti può essere fatta, almeno per quanto concerne i lettori forti, quelli non onnivori e superficiali. Da un lato c’erano dunque gli appassionati del fumetto “avventuroso” ambientato nel passato, soprattutto di quello western, con tutte le differenze che passavano tra Capitan Miki e Kinowa o Tex; dall’altro gli amanti del fumetto fantascientifico di stampo americano, quello dei supereroi della Marvel, per intenderci. Ma i blocchi si formavano in realtà già prima, tra chi leggeva Topolino o il Corrierino dei Piccoli e chi preferiva il Monello. Ciò che ho potuto constatare, all’interno della mia cerchia di amicizie, è che i primi passavano in blocco, al termine dell’infanzia, al mondo dei supereroi, mentre i secondi rimanevano fedeli a quello dell’avventura, con un percorso che dal Grande Blek e da Tex li portava a Corto Maltese, a Blueberry e a Ken Parker. Non è una differenza priva di significato, fantasticare guardando al passato o al futuro.

Più significativa ancora mi sembra però un’altra differenza: quella tra eroi e supereroi. Gli uni se la devono cavare con risorse tutte umane, se la giocano alla pari, anche se poi per campare e consentire la prosecuzione della serie devono essere un po’ più veloci a sparare o a dare e schivare cazzotti. Gli altri possono far conto su dotazioni speciali, quale che ne sia l’origine, indigena o aliena. Se il mio modello sono Blek o Tex, per poterli imitare devo darmi da fare, quanto meno costruirmi muscoli d’acciaio o allenarmi ad estrarre: se sono l’Uomo Ragno o Hulk, devo aspettare che una tecnologia avanzatissima mi procuri una tuta speciale o che un esperimento sbagliato mi scombussoli l’equilibrio ormonale. Nel primo caso è chiamata in causa la mia volontà, sono totalmente responsabile di me stesso, nel secondo mi affido al caso o alla scienza. È in fondo la differenza che corre tra la concezione niceana del Cristo, inteso come figlio di Dio e partecipe della stessa sostanza, adottata poi dal cattolicesimo romano, e quella ariana, poi passata con qualche variante nel protestantesimo, che ne professava la natura totalmente umana. I risultati si vedono. Se Cristo è Dio, va da sé che non ha nemmeno senso tentare di imitarlo, mi tengo le mie debolezze, mi affido ogni tanto a un condono e aspetto la salvezza da un extraterrestre; ma se Cristo è un uomo, allora sono responsabile di avvicinarmi il più possibile alla sua perfezione, e non posso liberarmi con una ipocrita confessione della mia responsabilità (o se vogliamo, del senso di colpa). Immagino che chi mi legge stia a questo punto sghignazzando: ma se dopo essersi ripreso proverà a rifletterci su, forse il paragone non gli sembrerà così peregrino.

C’è ancora dell’altro. L’eroe umano agisce a volto scoperto: è sempre lui. Blek ha girato per anni con lo stesso giubbotto peloso smanicato, estate e inverno, Tex ha cambiato tre camicie in ottocento numeri. Le poche eccezioni, come El Bravo o Maschera Nera, o lo stesso Lone Ranger, da noi non hanno mai funzionato: e comunque non erano dei travestiti, con la maschera facciale sembravano esserci nati, come il panda o l’orso dagli occhiali. Il supereroe invece per agire si traveste, ha una doppia vita e una doppia personalità. Si mette in maschera, recita una parte (eccotela, Lucca!).

Infine. Nei primi anni Sessanta la stessa banda che mi stava privando del piacere di partecipare al rischio dei miei eroi, magari leggendo L’Intrepido di un compagno durante la lezione di matematica, quelli che si affannavano a “sdoganare” il fumetto, sdoganava anche qualcos’altro. Diabolik, Satanik e tutto il filone degli eroi negativi sono figli dell’Elogio di Franti. Il messaggio era appunto quello di cui parlavo sopra. Basta col perbenismo, con gli eroi tutti d’un pezzo che difendono i deboli, gli orfani e le vedove, con i cloni di John Wayne o di Alan Ladd, con i valori positivi e borghesi della giustizia e della lealtà: che diamine, facciamo spazio alla perfidia e all’ambiguità che albergano in ciascuno di noi, diamo sfogo al lato oscuro, ribelliamoci alle norme e alle convenzioni, non in quanto sbagliate, ma in quanto norme. Anche Tex e Blueberry erano in più di un’occasione dei fuorilegge, ma in nome di una legge più alta, quella morale. Qui invece si passa dall’etica di Immanuel Kant a quella di Eva Kant. E non a caso anche questi anti-eroi erano tutti mascherati, e si avvalevano di tecnologie sofisticate.

Se proviamo a mettere assieme tutti questi dati il quadro si fa chiaro e certi conti cominciano a tornare. Mi spiego ad esempio come mai, quando ho iniziato a frequentare l’Università, mi sono ritrovato ad essere l’unico “di sinistra” che arrivava dalla lettura di Tex (c’era anche Cofferati, ma io non lo conoscevo) e del Vittorioso, o che almeno confessava di averli letti, e di continuare a farlo. Tutti gli altri avevano percorso la linea Topolino-Nembo Kid (era il nome di Superman nella versione italiana)-Diabolik. Tex era considerato un fascista, Il Vittorioso una fanzine clericale. “Di sinistra” era Satanik, qualche anno dopo sarebbe stato lo Zanardi di Andrea Pazienza. Allora non mi capacitavo, e già avvertivo quella sottile inquietudine che mi ha poi sempre accompagnato, facendomi dubitare prima della mia effettiva appartenenza alla sinistra, poi dell’esistenza stessa di una sinistra al di fuori di me. Come sarebbe a dire che Tex non è di sinistra? A prescindere dall’imbecillità di queste etichettazioni, se uno dà delle solenni strapazzate ai prepotenti, smaschera i corrotti, si batte per i diritti dei più deboli, disobbedisce agli ordini che gli sembrano stupidi o criminali, sposa una donna “di colore” in tempi non sospetti, riesce a conservare vive amicizie che durano da sessant’anni, è persino messo all’indice dalla censura ecclesiastica, che diavolo altro deve fare per essere considerato un giusto?

Ebbene, la risposta (al problema che ci ponevamo, sugli esiti della cultura del fumetto) sta tutta qui. La linea Tex, a dispetto del perdurare del successo dell’albo, che nel frattempo ha perso però, per ragioni anagrafiche, ogni valenza “eversiva”, non è affatto passata. Nemmeno nella versione Ken Parker, più fine e aggiornata ai linguaggi e alle tendenze del post-Sessantotto. Ad essere sconfitto è stato il sogno di una società formata da individui liberi e coscienti che la libertà è una conquista quotidiana, e quindi pronti a difendere la vita e la dignità altrui per dare senso e concretezza alla propria: sogno necessariamente ambientato nel passato, perché realizzabile solo in una società meno complessa e vischiosa della nostra, con linee di confine più facili da intravvedere e da segnare. E anche questa era a suo modo una indicazione di percorso, suggeriva di fermarsi un attimo a riconsiderare le conseguenze del modello di sviluppo che proprio in quegli anni celebrava il suo trionfo definitivo.

Ha vinto invece la Marvel, e il successo odierno delle trasposizioni cinematografiche dei suoi supereroi, e il moltiplicarsi degli stessi, stanno a dimostrarlo. Questo significa che ha vinto una concezione deresponsabilizzante della vita. Nel mondo dei supereroi la legalità, la giustizia, la sicurezza non sono garantite dal prevalere di una coscienza civica, sia pure con l’aiuto di un lazo o di un paio di pistole, ma sono delegate ai superpoteri di pochi angeli custodi mimetizzati tra gli umani, che combattono a loro volta con autentici demoni del male. È uno spettacolo gladiatorio, tutto giocato sugli effetti speciali, rispetto al quale il mondo è solo un campo di battaglia e l’umanità una massa amorfa di spettatori.

Spettacolo, massificazione, tecnologie sempre più sofisticate, corpi bionici, relativismo etico, il futuro come eterno e immutabile presente: questa è la linea che ha vinto e questa la quotidianità che viviamo. Nella quale sono rimasti i fumetti, ma sono definitivamente scomparsi i sogni.

Alla buonora, ho finito. Le cose sono andate grosso modo così, o almeno così le ho viste andare. Per questo invece di piangere sulla morte del fumetto mi considero fortunato per averne vissuta la pur breve epopea, e continuo a collezionare le ristampe di Blueberry. Per la stessa ragione mi ritengo malgrado tutto soddisfatto della trasferta a Lucca. I pellegrinaggi a qualcosa servono. C’erano duecentomila persone, e non ho sentito urlare uno slogan o proferire una minaccia, non ho visto un alterco. Sfilavano tranquille: mascherati o no, nella ressa c’era posto per tutti. Fotografavano, smanettavano sui cellulari e sugli i-pod, cercavano il selfy con l’incredibile Hulk, facevano tutto quello che di solito ti induce a chiederti: ma come siamo finiti? Nessuno ha però preteso che mi travestissi anch’io, o che mi unissi ad un terrificante “chi non salta …”. Erano lì per “mirar ed esser mirati”, non dovevano convincere nessuno, non protestavano contro qualcosa, non avevano rivendicazioni da fare.

Prima di Lucca avrei detto: è proprio questo il problema. Adesso, sinceramente, non lo so più. Provo a guardare che alternative offra il palinsesto e mi si accappona la pelle. Vedo delle bande di giovani idioti travestiti da antagonisti e da disobbedienti, che colgono ogni pretesto per incendiare auto e cassonetti e sono giustificati con la scusante della diffusa rabbia sociale dagli altri disagiati mentali, un po’ meno giovani, che scaldano le poltrone dei talk show e del parlamento; vedo dei figurini prodotti in serie dalle nuove scuole di amministrazione, perfettamente intercambiabili come gli omini della Lego, che si travestono da riformatori e rottamatori per togliere la polvere alle suppellettili mentre l’intonaco del soffitto cade a pezzi: vedo la folta schiera dei trasfertisti d’ordinanza della mia generazione, quelli che hanno cavalcato tutte le onde e le schiume prodotte dalla politica negli ultimi quarant’anni, distruggendo ogni credibilità delle istituzioni, facendone commercio, usandole per arricchirsi o per piazzare nei consigli d’amministrazione i loro rampolli, li vedo ancora tutti li, a rincorrersi sul video, travestiti da vecchi saggi. Cosa volete che faccia? Cambio immediatamente programma e mi risintonizzo su Lucca.

Così il prossimo anno (forse) si ritorna. E se Leonardo vorrà vestirsi da Corto Maltese, gli cerco io il berrettino.

 

Tapiro!

di Paolo Repetto, 1996

In un parcheggio arroventato, in un pomeriggio torrido di luglio, ho visto il tapiro. Non è stato difficile scovarlo. Mi hanno portato dritto dritto alla savana d’asfalto i manifesti rosso fiammanti che per una decina di chilometri attorno ad Ovada tappezzavano muri e viadotti. Al centro l’immagine di un animalone bicolore; sopra, cubitale, la scritta “Tapiro!”, senza l’articolo e con il punto esclamativo. E sotto: “Unico esemplare in Italia!”. Li ho rivisti per giorni, non potevo farne a meno: nel tragitto tra Lerma e Ovada il manifesto compariva almeno venti volte. Quaranta esclamativi! E così ho finito per andare a visitare lo zoo ambulante, e a vedere il tapiro.

La prima emozione mi attendeva già all’ingresso: quindicimila. Ma insomma, esemplare unico in Italia, si entra. Altra botta all’interno: una puzza terrificante, non giustificata dalla quantità di animali, in effetti pochini, ma solo dal loro esotismo. C’erano infatti galline tibetane, molto simili alle nostre, anzi, identiche; caprette del Perù, anche quelle identificabili solo dal passaporto; cavalli, un dromedario, sei ferocissimi galli messicani da combattimento, tutti in una stia, a razzolare tranquillamente assieme; un lama, uno gnu e poco altro. In compenso però c’erano il marabù e naturalmente la star, sua maestà il tapiro. Che era poi un poveraccio, un goffo incrocio tra un maiale e un ippopotamo, con un muso da vittima più interrogativo che esclamativo, oppresso da un ciranesco nasone di cui, stando in una gabbia, non sapeva assolutamente cosa fare (e nemmeno ho capito a cosa potesse servirgli fuori). Questo poi non era nemmeno bicolore: indossava uno spelacchiato mantello setoloso, di colore indefinibile, un marroncino sporco. Bofonchiava annoiatissimo, spostandosi nell’afa il meno possibile, quel tanto sufficiente a guadagnargli due sparute strisce d’ombra. A dirla tutta, faceva una gran pena.

Quando sono uscito (per vedere tutto, anzi, per ripetere in semiapnea due volte il giro sono stati più che sufficienti cinque minuti) la domanda era lì già pronta: ma sul momento, diciamo sull’onda dell’emozione, o forse del gran caldo, ho preferito lasciar perdere.

È stata l’ironia degli amici, un paio di sere dopo, a costringermi ad una riflessione più seria. Per loro ero io l’esemplare unico, l’unico fesso italiano che aveva visto il tapiro. E allora mi sono chiesto cosa può spingere un adulto cosciente, passabilmente normale, a spendere quindicimila lire per vedere un malinconico maialone dal grugno allungato: e ho trovato la risposta.

Ammetto che una parte nella suggestione l’ha avuta la scritta. Quell’esclamativo riecheggiava certi titoli degli albi di Tex, Navahos! Anaconda! Mephisto!, e quindi evocava l’avventura, il pericolo, il mistero. Ho pagato il tributo a un colpo di genio pubblicitario e alle mie reminiscenze bonelliane.

Ma il motivo vero era ben più profondo: erano altre reminiscenze, quelle salgariane. Ricordate come sopravvivono i bucanieri braccati nella foresta, o Josè il Peruviano alle pendici delle Ande, o un sacco d’altri personaggi sperduti nei più selvaggi anfratti del globo? Mangiano carne di tapiro. Quando sono allo stremo, pressati dai nemici o dispersi in zone sconosciute, spunta provvidenziale un tapiro e finisce in bistecche. Ma è anche il piatto forte di banchetti selvaggi, rosolato allo spiedo in notti di festeggiamenti o in improvvisati bivacchi. Per Emilio quella del tapiro doveva essere una fissazione. Gli cascava a pennello, è un animale diffuso in tutti i continenti calcati dai suoi avventurieri, niente pericoloso, esotico quel che basta per eccitare la fantasia. Perfetto per salvare la situazione e per mantenere l’atmosfera. Come le testuggini e i tacchini selvatici (le tre T alimentari di Salgari) è facile da catturare, offre cibo in abbondanza e aggiunge (letteralmente) sapore all’avventura. Non possiamo immaginare un bucaniere che spenna una gallina.

Dunque, ho visto il tapiro: ma la mia non era una semplice curiosità, era un omaggio. Un pellegrinaggio, come andare sulla tomba di Leopardi, o a Santa Croce. Non sto scherzando: perché alla fin fine, a dispetto della povertà dello spettacolo e dell’insignificanza del protagonista, devo confessare che una certa emozione l’ho provata. Siamo sinceri: cosa accade quando ci accostiamo con religiosa compunzione ai sepolcri dei nostri Grandi Maestri, o radiografiamo con curiosità devota, ma anche un po’ forzata, gli angoli più anonimi del palazzo di Recanati e del casale di Santo Stefano Belbo? Il “sospiro che dai tumuli a noi manda Natura” non è certo quello degli spiriti magni, sovrastato ormai dal vocio delle fiere culturali e turistiche allestite sulle loro spoglie: è invece quello della memoria, delle fantasie, dei sogni e degli ideali che romanzi e poesie, o magari canzoni, ci hanno ispirato, quando ancora il nostro fantasticare non era dettato dal telecomando. Quelle mura spoglie, la sedia, il tavolo di scrittura, la pietra tombale, non ci comunicano alcunché di nuovo, non ci aiutano a costruire alcuna aura. Non siamo lì per trovare Leopardi o Pavese, siamo lì per ritrovare una parte di noi stessi che non vogliamo vada perduta.

Che senso hanno, dunque, questi rituali, queste occasioni commemorative e celebrative? Lo hanno se siamo capaci di darglielo. Lo hanno se riusciamo ad ignorare lo squallido mercato di icone o di convegni di cui è oggetto tutto ciò che ci ha appassionato, se rifiutiamo l’imprigionamento di ogni nostra fantasia in confezioni patinate o in puzzolenti baracconi, se difendiamo il nostro diritto alla privacy del sogno. Se riteniamo cioè che le cose non importino per quel che sono, ma per quel che rappresentano, o hanno rappresentato. E allora, se il gusto che sentivamo a dodici anni nell’addentare il pane era quello della galletta dei corsari o della “tortilla” degli scorridori, e se strappavamo a morsi le rare bistecche dell’adolescenza come fosse carne di bufalo affumicata, e se questo ce le faceva amare e digerire, ben venga il tapiro, cari amici, e bando all’ironia. Con quindicimila lire ho fatto un viaggio nella stagione più bella della mia vita: e se penso che ho visto anche lo spolpatore di cadaveri della jungla nera, l’immondo marabù, e ne ho ascoltato il verso, quella specie di singulto che gela il sangue nelle vene anche a Tremal Naik, figlioli, era proprio regalato!

 

Incursioni nell’immaginario

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1992

Un viandante non è un viaggiatore. Non si limita a superare occasionalmente delle distanze, ma percorre degli itinerari, connota degli spazi. E dal momento che nemmeno è un pendolare, questi spazi, questi itinerari sono sempre diversi. Il viaggio è la sua vita, lo spostamento è la sua meta. Questo lo differenzia dal viaggiatore. Il viaggiatore parte, arriva, vede. Il viandante non parte, perché non ha luoghi o affetti da cui staccarsi, e non arriva, perché non ci sono affetti e luoghi a cui legarsi: e soprattutto non vede, ma conosce, non subisce l’alterità, ma è riconosciuto. Non avendo dimora, non è mai uno straniero. E di ogni contrada, naturale o ideale, può fare la sua patria, senza rinnegare la sua vocazione di apolide.
I Viandanti delle Nebbie non si sottraggono a questa condizione. Le tappe dei loro itinerari, le soste lungo i loro vagabondaggi, diventano occasione di dialogo con chi per il momento preferisce un’esistenza più sedentaria, ma non è immune al richiamo della fantasia. Tali sono ad esempio gli incontri che prendono spunto dalle periodiche incursioni dei Viandanti sui sentieri dell’immaginario (ma anche su quelli, molto più concreti, delle nostre montagne). Due di questi incontri sono già stati realizzati sotto forma di mostre iconografiche, presentate nell’autunno scorso e nella recente primavera.

 

Il west nel fumetto italiano

Ogni viaggio è un’avventura, e ogni avventura è un viaggio. Il viaggio, lo spostamento, nel west della frontiera è molto più di un’avventura, è il senso stesso della vita, la sua intrinseca condizione. Oltre la frontiera occidentale c’è l’ignoto, l’inesplorato: c’è il pericolo, ma c’è anche la speranza di una vita nuova, di un’esistenza diversa. La speranza accomuna nel viaggio tutti i protagonisti del fumetto western: è quella del fuorilegge di sfuggire alla cattura, quella del trapper di sottrarsi alla “civiltà”, quella dell’ex confederato di lasciarsi alle spalle la sconfitta, quella dell’indiano di rintracciare i bisonti e di mettere spazio tra sé e i visi pallidi, quella del mandriano di non avere tra i piedi agricoltori. Tutti inseguono il sole nel suo corso, sui carri, a cavallo, in battello o in diligenza, ricalcando le tracce di tante antiche saghe di migrazione, e incrociando le loro storie in un altrove che le fa assurgere a leggende.

51 Vedute del Monte Tobbio

La domanda suonerà superflua per chi il monte lo ha già salito, una o innumerevoli volte: o anche solo per chi è stato affascinato, nelle occasioni e dalle angolazioni più svariate, dall’inconfondibilità del suo profilo. Ma una spiegazione è dovuta a coloro che non hanno provato né l’una né l’altra emozione. Il Tobbio è diverso, è speciale: e intento della mostra, attraverso l’insistenza sulla sua immagine, è di celebrare una diversità da sempre avvertita, che ha rivestito di un’aura di sacralità e di leggenda una vetta accessibile e modesta.
L’eccezionalità del Tobbio è connessa ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E questo nitido stagliarsi, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

Percorsi

Lo sviluppo perimetrale della mostra propone, a grandi linee, due diversi itinerari, che possono essere percorsi in parallelo o attuando costanti intersezioni. Il primo ci accompagna in una escursione iconografica a trecentosessanta gradi attorno al Tobbio, colto nei differenti abiti stagionali e meteorologici, e prosegue poi con un ribaltamento del punto di osservazione, trasferito sulla vetta stessa. Il secondo abbozza un excursus storico-scientifico sulle caratteristiche geologiche e naturalistiche del monte, e sul “culto” ad esso tributato. Ciascun pannello offre pertanto una sequenza di immagini corredate di riflessioni generali sul rapporto con la montagna o specifiche su quello col Tobbio, ed una sezione scientifico-documentaria, sviluppata orizzontalmente lungo l’intera mostra.
Noi ci permettiamo un paio di suggerimenti extra. Intanto, quello di percorrere questi itinerari non con il fardello di pignolerie fotografiche, naturalistiche, alpinistiche o che altro, ma in assetto leggero, per ritrovare quella fusione tra reale e fantastico che costituisce la particolare magia di ogni ascensione al Tobbio. Ma, soprattutto, quello di regalarsi un’appendice esterna alla mostra, guadagnando l’altura più vicina e godendosi, se la visibilità lo permette, il soggetto dal vero; o meglio ancora, facendo una puntatina in vetta, per ripercorrere queste immagini dopo aver rotto il fiato, col ritmo giusto per la salita.

 

Visibilità

Caratteristica precipua del Tobbio è senz’altro la visibilità. Il suo profilo si distingue nettamente, provenendo da nord-est, sin dalle piane o dalle basse colline del pavese. Verso settentrione la sua visibilità non incontra ostacoli lungo tutta la larga fascia pianeggiante che arriva sino al gruppo del Rosa e alle Lepontine, da Ivrea al lago di Como. Da occidente è riconoscibile dai rilievi di tutto l’arco alpino, sino alle Marittime. Meno visibile risulta dal versante appenninico, tra sud-sud-ovest e sud-sud-est, dove il suo dominio trova un limite prossimo nella cresta del Figne, e si frange contro l’altitudine superiore della corona della Val Borbera. In condizioni di eccezionale limpidezza, però, anche chi bordeggi lungo la costa ligure può coglierlo, in uno scorcio ristretto, allineato a nord sulla direttrice del santuario della Guardia.