Adolf Wölfli. Implosioni

di Paolo Repetto, 22 marzo 2020 – vedi l’Album

Figlio di un alcolizzato cronico, è abbandonato a sei anni (con altri sei fratelli e la madre) nella miseria più nera. Viene affidato a una famiglia contadina, che non gli fa mancare la fatica, la fame e i maltrattamenti. Cresce come un animale e comincia a insidiare, in maniera anche violenta, la virtù delle ragazze del luogo: tanto da finire a più riprese in prigione e infine, nel 1895, definitivamente in manicomio. Vi rimarrà per trentacinque, e ne uscirà solo dopo la morte.

La vita di Adolf Wölfli sarebbe tutta qui, una vicenda simile a quella di tanti altri poveri disgraziati come lui. Non fosse che nella reclusione manicomiale Adolf trova una via di sfogo alla sfrenatezza del suo carattere: impara a dipingere, a scrivere e persino a suonare e a comporre musica. Fa naturalmente tutte queste cose a modo suo: dipinge muri, porte, tutte le superfici disponibili dell’ospedale, realizza più di mille disegni e dipinti, scrive un’autobiografia che alla fine consterà di più di venticinquemila pagine (e che intitola significativamente La leggenda di sant’Adolfo), litiga e passa spesso alle vie di fatto con tutti gli altri internati, che non vogliono riconoscere la sua grandezza artistica. Finché il suo caso non diventa oggetto di studi psichiatrici specifici (se ne occupa persino Freud). Solo diversi anni dopo la sua morte però l’originalità della sua opera comincia ad incuriosire anche il mondo artistico, a partire da Breton e dai surrealisti. A farlo definitivamente riscoprire, inserendolo nella corrente dell’“Art Brut”, è nell’immediato dopoguerra il pittore francese Jean Dubuffet.

Forse non è il caso di commentare le sue opere. Non so in che movimento o tendenza possano essere inquadrate, ma senz’altro sono ben più che inquietanti. Ogni artista ha le sue ossessioni, Ligabue le sue tigri, Cezanne il saint Victoire: ma di norma il raccontarle per immagini è un modo per scaricarle, per esorcizzarle. Qui siamo di fronte all’effetto contrario: qui le ossessioni si concentrano, sono maniacalmente e calligraficamente sviluppate, non si liberano ma si accumulano e si pigiano l’una sull’altra. Provate ad osservare una di queste immagini per qualche minuto e vi accorgerete che non siete in grado di reggerla: il peso di una vita come quella di Adolf, costretto nelle greche e nelle cornici e compresso nelle scritture e nei righi musicali, per quanto poi il risultato sia morbosamente affascinante, risulta insopportabile. È troppo.

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