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Giorni da asporto

di Vittorio Righini, 16 gennaio 2021

Ieri il meteo dava sole per oggi. Ho sentito il mio amico, medico, ultra-sessantenne anche lui, entrambi appassionati di fotografia, sia analogica che digitale. Ci siamo detti: usciamo, si va su verso Cimaferle, Moretti, Bric Berton; facciamo un po’ di foto, c’è il sole, due bei palmi di neve nei prati, nei boschi gli alberi sono nudi e i torrenti neri e freddi, si ottengono belle immagini, poi ci fermiamo in una delle poche trattorie sopravvissute (alla globalizzazione, ai McDonalds, ai pub, al Covid) e dopo un lauto pranzetto torniamo a casa. Che bello potersi sedere in un piccolo caldo accogliente locale di un paesino di mezza montagna, gustare ravioli di brasato, coniglio alla ligure, una bottiglia di barbera in due. Bello. Bello, bello.

Mi sveglio e il tempo è bigio. Il mondo sembra immobile alle 8 del mattino di una domenica di dicembre. Non l’eco di un’auto, non un rumore dalla città. Realizzo, con colpevole ritardo, che siamo entrati in zona arancione. Il che significa ristoranti chiusi, bar chiusi, gente chiusa. Perché, se anche uscisse, a parte far la spesa di domenica, dove cazzo andrebbe, la gente? Scrivo al mio amico, mi dice vieni, prendi un caffè a casa mia. Mi lavo, mi vesto, e mi fermo al mio baretto; il più scassato della città, ma io vado lì e non ci sono santi. Quando entro la mia vecchia amica barista dice oggi no, si sta fuori: asporto. Asporto? si gela. La guardo. Non c’è nessuno, mi passa un pezzo di focaccia, l’acqua in un bicchiere di carta. Mangio veloce, non c’è nemmeno il giornale per scorrere i titoli. Poi, un caffè. Sempre nel bicchierino di carta. Sempre guardandosi intorno, in attesa che arrivi un dipendente dello Stato di Polizia (scusate, ho inavvertitamente invertito due parole) per farti 400 euro di multa e altrettanti alla barista per un crimine immondo come quello appena commesso. Pago e esco con l’aria di uno che voleva comprare il latte fresco ma era terminato.

Arrivo dal mio amico. Suono il campanello, niente. Guardo il cellulare, c’è un messaggio che dice: quando arrivi telefonami, sto lavorando di sotto (ma se dovevo venirti a prendere per andare via cosa cazzo stavi lavorando di sotto? m’avessi detto: sono al cesso, scusa! ah, ok, questo ci sta; oppure, vieni, faccio colazione, entra, anche questo ci sta!); lo chiamo al cellulare e mi mostra i progressi ottenuti coi suoi lavori all’interno del garage. Ora, devo riconoscere che da quando ho scoperto che si può vivere anche senza lavorare (per lavorare, intendo il concetto uniformato del lavorare), sono restio a sentir parlare di lavoro. Quando uno mi descrive ho fatto questo, ho fatto quell’altro, in genere mi dispiaccio per lui, senza capire che invece lui ne va fiero. Ecco perché con me è meglio non parlare di lavoro. È come parlarmi dell’importanza delle blatte nel ciclo mondiale della natura. Della Regola benedettina gradisco l’ora (et labora poco).

Poi mi porta di sopra, mi offre un caffè. Diamo per scontato che la giornata è andata persa, perché il tempo non accenna a migliorare. I primi dieci minuti mi ascolta, parliamo di tutto, poi lo vedo pensieroso. Sua moglie è tornata a lavorare, come un topo nel formaggio. E anche lui si sente attratto, o in colpa, non so. Si assenta, e dopo un paio di frasi del genere … d’altra parte è così… mi liquida e torna a rosicchiare il formaggio. Io mi domando: ma non dovevamo uscire? quindi, anche se non siamo usciti, non potevamo prenderci il nostro tempo? no, per me è così, non per tutti, chi sono mai io per dire cosa fare e cosa (soprattutto) non fare?

Rientro a casa e ritrovo le normali regole da rispettare: una carriola di legna per il camino, preparo tavola, cucino (queste due ultime incombenze mi piacciono). Mio figlio mi scrive un messaggio e mi dice che ieri sera l’hanno fermato (vive in Belgio) e non trovava la ricevuta della polizza dell’assicurazione. Gli fanno tre volte il palloncino. Risulta tre volte negativo (ma sarà mio figlio?). Alla fine, il poliziotto belga lo lascia andare a casa senza danni e senza curarsi della polizza apparentemente scaduta. Per non dimenticare, verifico gli assegni e constato di aver pagato regolarmente. Poi scrivo una mail alla mia assicurazione, che la leggerà domani, e chiedo gentilmente di ricevere una copia scansionata da inviargli.

Bene, penserete voi, è tutto finito, il problema è risolto. No, non è tutto finito. Mia moglie scatena una caccia al certificato di polizza, una ricerca che ci coinvolge, sgombriamo anche la gattona dal divano nel caso il foglio si fosse infilato sotto un cuscino. Mi chiedo perché. Perché? se hai un problema e non hai la soluzione, perché ti preoccupi? ma se hai un problema e hai la soluzione, perché ti preoccupi? così scrivono i cinesi.

Nel mentre mi scrive Paolo, al quale avevo detto che leggendo Lhasa di Hopkirk, che mi ha appena imprestato, avevo trovato quel riferimento a Savage Landor che lui ricordava ma non collocava. Ora ricorda il fatto, si lamenta del tempo che passa e della testa sempre più insicura. E mi scrive una frase che dà l’avvio a questo mio sfogo: soffro a non poter fare quasi nulla, ma soffro ancor più pensando che anche se potessi non saprei cosa fare, e che anche se lo sapessi non avrei voglia di farlo.

Allora mi scatta la rabbia: siamo gente libera? o siamo un branco di pecore in balia di lupi affamati? (considero i lupi uno degli animali più belli e intelligenti in natura, mi scuso con loro se li paragono a chi pretende di dirigere la nostra vita). Ai tempi del colera si stava peggio di ora? non lo so, non c’ero, ma almeno avevi delle certezze; della morte, per esempio. Ora non hai nemmeno la certezza del vaccino, per non parlare della cura. Oberati da vomitevoli forme di informazione a mezzo tv, whatsapp, giornali (Trump? facile prendersela con lui; con un po’ di buonsenso, si era capito fin da subito che era uno instabile di mente, quattro anni c’ha messo la Pelosi per definirlo così. Ma se un branco di idioti ha invaso il Parlamento USA è perché la stupidità, la volgarità, l’ignoranza, la violenza, il razzismo viaggiano sui social: facebook, twitter, instagram. Cancellano Trump? beh, comodo salire sul carro del vincitore e poi tenere aperti i profili dei leader iraniani, turchi, egiziani, etc. etc.). Non c’è più niente di vero, non c’è più nulla di serio, tutto è una bufala, tutto è una fake news, dal non fare il vaccino perché un team di scienziati irlandesi ne denuncia il pericolo (chi?), a un branco di parlatori televisivi tutti autorizzati dalle più alte cariche dello Stato a parlare di Covid, quasi tutti con laurea in medicina biologia, virologi e scienziati, tuttologi e arrivisti, che ci inoculano, una dopo l’altro, catastrofiche predizioni tipo Nostradamus col mal di denti, tutti pronti a terrorizzare, nessuno a dire… a dire cosa?

Beh, per esempio: ora, noi tuttologi, pubblicheremo un elenco completo dei morti di Covid; indicheremo età, patologie pregresse e in corso prima di morire (ci sono le cartelle cliniche per quello) e faremo un report preciso, per vedere quanti sono morti DI Covid e quanti sono morti COL Covid; poi, scopriremo perché molti medici di base, all’insorgere di dubbi su un paziente, invece di prescrivergli dell’eparina, utile a proteggere da trombi e fluidificare il sangue, prescrivevano tachipirina. Due poveri semplici medici di Pavia, lo ricordo bene, nella primavera 2020 furono lapidati verbalmente da uno dei Santoni Televisivi solo perché avevano detto che da quando usavano l’eparina avevano visto i casi di morte scendere a zero. Poi, noi tuttologi indagheremo sul perché uno dei nostri più stimati colleghi, Burioni, prima dice: possibilità che il virus arrivi in Italia dalla Cina? pari a zero… poi diventa uno dei numi tutelari televisivi. E perché Report dedica un’ora di programma (ricco di allarmanti accuse e sospetti) al Commissario Straordinario Arcuri e ai suoi maneggi con le mascherine cinesi? Ma, soprattutto, perché queste decisioni di chiudere a determinati orari, di non far più lavorare i ristoranti, i bar, e molti altri settori (dopo che gli hai fatto spendere migliaia di euro per sanificare in primavera)? Infine, perché si manda una economia e una società a puttane in questo modo? Non ne usciremo più, molti economicamente, molti psicologicamente. Le file davanti alle mense per i poveri nei vicoli di Napoli e altre grandi città, di persone che una volta avevano un reddito e anche contribuivano ai redditi delle famiglie dei loro collaboratori, mi hanno ulteriormente intristito. Io sono fortunato, davvero tanto fortunato.

Ormai siamo segnati, abbiamo un marchio sul polso, una croce, un simbolo, un numero. Siamo i rovinati del 2020. E loro discutono: Renzi rientra, no Renzi esce del tutto. Beh, direte voi, tu parli ma non sai cosa significa il Covid. Eh no, modestamente io il Covid lo nacqui… nel senso che l’ho fatto io, mio figlio, mia figlia. Per loro è stata una passeggiata, hanno trent’anni, io sessantacinque, è stata abbastanza dura ma non sono finito in ospedale, e ora sto abbastanza bene. Vivo in un’ambiente contiguo alla Sanità, e mi permetto di dire la mia: ci sono solo 5 strade da percorrere:

  • test rapido per tutti;
  • curare con i medicinali giusti, ormai dovrebbero aver capito tutti quali sono;
  • cercare di guarire;
  • Ma, subito, non tra un mese, riaprire tutte quelle attività che stanno morendo;
  • vaccinare il maggior numero di sani.

Oggi ho preso la scheda elettorale è l’ho buttata nel camino. Scelta stupida, diranno molti di voi. Dettata dalla rabbia, giustamente direte voi. Si, mi sento stupido. Stupido e codardo, insignificante e inutile. Hanno vinto loro, ma almeno non mi avranno più come loro complice (come diceva il simpatico tenente Lo Russo in Mediterraneo, nella scena finale). Ora vado a finire di leggere Lhasa di Hopkirk; finora ha raccontato di tutti quelli che hanno fallito nel tentativo di arrivare per primi, come stranieri, a Lhasa; ma sono sicuro che, prima della fine, dovrà per forza raccontare di qualcuno che è riuscito finalmente a vedere il Palazzo del Potala…

Il mastino della ragione

di Nicola Parodi, 11 gennaio 2021

Queste sintetiche note di Nico Parodi rientrano nel dibattito che si è aperto sul sito (era ora!) sulle modalità umane di conoscenza e sulle risposte etiche e pratiche che ne conseguono. Erano state concepite dall’estensore come una risposta privata su alcuni punti sollevati da Carlo Prosperi nel suo ultimo intervento (“L’incostanza della ragione”), ma riteniamo sia giusto pubblicarle come una sorta di lettera aperta, uno stimolo rivolto a tutti ad approfondire ulteriormente le tematiche sin qui affrontate.

Caro Carlo,

posso essere considerato un partigiano della razionalità, ma non la idolatro. L’idolatria, di qualunque cosa, può essere considerata già di per sé una manifestazione di irrazionalità.

Condivido dunque molte tue considerazioni, ma resto molto vigile quando si parla di razionalità. So che la partigianeria può essere intellettualmente pericolosa, e tuttavia corro coscientemente questo rischio, perché mi sento in dovere di difendere il valore della razionalità come strumento di conoscenza, soprattutto di fronte a quello che ultimamente è sotto gli occhi di tutti. Creazionisti, no vax, complottisti e quant’altro non sono un complemento folkloristico. Servendosi dei nuovi strumenti di diffusione di massa, che permettono la diffusione di “memi” eludendo la loro selezione (che invece gli strumenti precedenti di diffusione della cultura in qualche modo operavano. Attualmente certe sciocchezze si propagano con una velocità che nemmeno le peggiori malattie infettive riescono a raggiungere, letteralmente alla velocità della luce) mettono a rischio la conservazione di un livello di conoscenze adeguato, quello che permette alla società complessa da cui dipendiamo di sopravvivere. Non sono il solo a temere il diffondersi dell’irrazionalità, Steven Pinker ha addirittura scritto un libro dal titolo “Illuminismo adesso. In difesa della ragione, della scienza, dell’umanesimo”.

Una risposta esauriente alle tue considerazioni su quanto ho scritto a commento della tua lettera a Paolo rischierebbe di essere troppo lunga ed illeggibile: sarò pertanto schematico, sperando di riuscire ad essere sufficientemente chiaro per stimolare una riflessione sui vari punti. Altre argomentazioni mi riprometto di esportele in piacevoli chiacchierate, come quelle di una volta.

Premetto intanto che non sono tra coloro che sostengono che la ragione è in grado di dare una risposta certa a tutto. Del resto, l’ho già chiaramente sostenuto «Non siamo in grado di conoscere con sufficiente dettaglio i meccanismi sociali per progettare riforme con la certezza che i risultati corrispondano alle aspettative. Nemmeno la scienza è in grado di dare risposte certe a problemi di tale complessità: ci ha provato sinora solo la fantascienza, con Asimov, inventando la “psicostoria”».

Dunque:

  • Non può essere considerato irrazionalista chi è disposto a confrontare con gli altri le sue idee.
  • Il confronto tra idee che siano frutto di impegno serio può mettere in rilievo differenze di interpretazione della realtà, che dipendono dalle “lenti” con cui si guarda il mondo. La realtà è poliedrica (vedi “Alle radice dell’umano”), e i modi per interpretarla e raccontarla sono molti. Si può ad esempio parlare di amore da poeti, da psicologi, da credenti o in moltissimi altri modi; ma se ne può anche parlare con l’ottica di un biochimico, definendo l’amore come “un effetto dell’ormone ossitocina”. È certo che, chiamiamolo amore o “ossitocina”, senza i comportamenti che ne sono il prodotto non potremmo esistere; e comunque, di solito, è più utile parlarne usando la terminologia “amorosa” piuttosto che quella biochimica.

Chiarito questo, passo a sintetizzare rapidamente le mie idee sui modi e sugli scopi della conoscenza:

  • La vita, come ci spiega Schrodinger[1], si può considerare un insieme ordinato di materia in grado di mantenere il proprio ordine a spese dell’ambiente esterno, di accrescersi e replicarsi.
  • La membrana cellulare separa l’interno di una cellula, un frammento di materia vivente, dal mondo esterno, determinandone l’individualità (un arcaico sé?). La membrana permette però anche la comunicazione tra l’ambiente esterno e l’interno della cellula, producendo, tra l’altro, le condizioni che possono determinare i movimenti cellulari in relazione alle esigenze vitali.
  • Gli organismi pluricellulari hanno sviluppato, nel tempo, un sistema nervoso, che raccogliendo ed elaborando le informazioni provenienti dall’interno e dall’esterno dell’organismo produce le reazioni appropriate (compresi i movimenti) per la sopravvivenza e la riproduzione dell’organismo stesso. In questo quadro il nostro cervello ha assunto le caratteristiche che gli permettono di contribuire al meglio alla sopravvivenza e alla riproduzione degli individui della nostra specie.
  • La funzione del nostro cervello (o mente, se si preferisce) è raccogliere informazioni sull’ambiente esterno, formare delle “immagini mentali” e, in relazione ad altre informazioni provenienti dall’interno dell’organismo, produrre le “azioni” migliori per permettere la sopravvivenza e lo svolgimento della funzione di replicatore del fenotipo “homo sapiens sapiens”.

  • Il nostro cervello naturalmente non è perfetto: deve gestire le informazioni e produrre il risultato in fretta, e quindi si serve di scorciatoie cognitive che approssimano i risultati. La realtà non sempre è semplice, più spesso è complicata o complessa. Anche con i moderni computer occorre ricorrere ad algoritmi di approssimazione per trovare soluzione a certi problemi.
  • Per interpretare il mondo esterno ed estrarne conoscenze che ci servono per scegliere poi i comportamenti e le conseguenti azioni, siamo portati ad attribuire delle “intenzioni” ad altri esseri viventi, ma spesso anche a quelli inanimati. Da questo nascono anche quelle credenze che non si possono definire razionali. I problemi che creano difficoltà di comprensione derivano spesso dalla nostra incapacità di accettare di essere semplicemente degli aggregati di materia ordinata: vogliamo quindi trovare spiegazioni più gratificanti, che ci pongono su una sorta di piedistallo rispetto agli altri viventi.
  • Comprendere anziché condannare. Comprendere, ovvero conoscere, è l’essenza dell’illuminismo. Sapere aude! Se invece a “comprendere” diamo un contenuto empatico, occorre guardarsi dagli errori di valutazione che il giudizio influenzato dalle emozioni fa compiere. Le emozioni svolgono un ruolo importante nel creare comportamenti che uniscono una comunità, ma a volte non vanno d’accordo con la razionalità.
  • Nelle scienze la realtà, l’esperienza, “le prove”, servono a dimostrare la bontà di una speculazione teorica; confermano, non negano.
  • Il vivente deve agire: ma da solo? In un gruppo l’individuo comprende le intenzionalità dei conspecifici e coordina il suo agire con gli altri nell’interesse di tutti. Oltre al classico esempio dei lupi che cacciano in branco, tantissimi altri animali hanno comportamenti collaborativi.

E l’uomo?

  • Il nostro cervello evoluto è in grado di comprendere (sia pure con molte carenze) le regole che fanno funzionare la natura. In conseguenza delle “immagini mentali” che ci siamo formati compiamo delle scelte e agiamo (nella società e nella vita personale). Gli errori possono essere frutto di scarsa conoscenza o di scelte dettate dall’egoismo: in quest’ultimo caso, attribuire errori alla “razionalità” è solo confondere l’uso di ragionamenti ex post, per giustificare le scelte, con deduzioni frutto di razionalità.
  • Gli uomini che agiscono collettivamente modificano non solo la storia ma l’ambiente. Il terremoto è un accadimento, reclutare un esercito e occupare una città è un’azione volontaria organizzata, e se disordinata non funziona. L’inazione è sconfitta. Da non credente riconosco che la chiesa ha fatto bene a inserire tra i peccati anche quelli di “omissione”.
  • Non è la ragione a creare ideologie, sono quegli uomini che si comportano da teologi di teorie scientifiche, sociali o economiche, limitandosi a farsi esegeti di libri sacri che secondo loro contengono la verità, e contraddicendo in questo modo i principi dell’illuminismo.
  • È la ragione o piuttosto la sua assenza a creare l’inebetimento?
  • La nostra non è certo una società modello. Permette la sopravvivenza agevole a qualche miliardo di persone perché è tecnologicamente in grado di sfruttare enormi quantità di energia, ma questo non significa che corrisponda al modello di organizzazione sociale sufficientemente egualitaria e collaborativa a cui si è evolutivamente adattato l’uomo. Alcuni studiosi utilizzano, per esaminare la storia, il modello del macroparassitismo o cleptoparassitismo intraspecifico applicato alle società umane. Potrebbe essere una cifra interpretativa interessante.
  • Quindi, anche se il pessimismo può sembrare il nostro naturale approdo (un po’ per l’età, un po’ per i tempi che ci troviamo malauguratamente a vivere) non possiamo rinunciare alla battaglia per la difesa della cultura: quella cultura che ci consente di incontrarci, sia pure sulle pagine di questo sito, e di confrontarci civilmente, è in pericolo: e non possiamo lasciarla spazzare via dallo straripamento del magma di sciocchezze i nuovi mezzi di comunicazione stanno vomitando.

Auguri di buon anno, con la speranza di poterci presto incontrare, chiacchierando tranquillamente seduti su una panchina o, come non facevamo un tempo, seduti al bar a prenderci un caffè.

[1] «Qual è l’aspetto caratteristico della vita? Quando è che noi diciamo che un pezzo di materia è vivente? quando esso va “facendo qualcosa”, si muove, scambia materiali con l’ambiente e così via, e ciò per un periodo di tempo molto più lungo di quanto ci aspetteremmo in circostanze analoghe da un pezzo di materia inanimata. […]
Quando un sistema che non è vivente è isolato o posto in un ambiente uniforme, tutti i movimenti generalmente si estinguono molto rapidamente, in conseguenza delle varie specie di attrito; differenze di potenziale elettrico o chimico si uguagliano, sostanze che tendono a formare un composto chimico lo formano, la temperatura si uguaglia ovunque per conduzione.
Con ciò, l’intero sistema si trasforma in un morto, inerte blocco di materia. Si raggiunge uno stato permanente, in cui non avviene più nessun fenomeno osservabile. Il fisico chiama questo stato lo stato di equilibrio termodinamico o stato di “entropia massima.
È proprio in questo suo evitare il rapido decadimento in uno stato inerte di equilibrioche ‘un organismo appare così misterioso, tanto che, fin dagli inizi del pensiero umano, si sono invocate alcune speciali forze non fisiche o soprannaturali (vis viva, entelechìa), quali forze agenti nell’organismo, e in taluni ambienti ancora si sostiene la loro esistenza.
Come fa un organismo vivente a evitare questo decadimento? La risposta ovvia è: mangiando, bevendo, respirando e (nel caso delle piante) assimilando. Il termine tecnico è: metabolismo.
Ciò di cui si nutre un organismo è l’entropia negativa. Meno paradossalmente si può dire che l’essenziale nel metabolismo è che l’organismo riesca a liberarsi di tutta l’entropia che non può non produrre nel corso della vita.
[…] Secondo i risultati esposti nelle pagine precedenti, gli eventi spazio-temporali che si verificano nel corpo di un essere vivente e corrispondono all’attività della sua mente e alle sue azioni, siano consce o no, sono (considerando pure la loro struttura complessa e l’accettata statistica della fisica chimica) se non strettamente deterministici, almeno statistico-deterministici.»
Erwin Schrodinger, Che cos’e la vita?, Adelphi 1995