Culture diverse e reputazione

di Nicola Parodi, 19 maggio 2022, da un colloquio con Paolo Repetto

Per mantenere vitale e coesa una comunità, funziona meglio un meccanismo di esclusione o uno di inclusione? Ce lo siamo chiesti davanti ad un caffè, partendo dallo sfogo di Paolo (cfr. Rifiuti), dalle più recenti e allucinanti notizie di cronaca spicciola (donna che uccide i vicini di casa perché il loro cane abbaia, genitore che riduce in fin di vita l’arbitro di una partita di calcio tra ragazzini, ecc… ) e da una riflessione che portiamo avanti da un pezzo sulle norme riguardanti la “Privacy”.

L’argomento potrebbe sembrare marginale rispetto ai fenomeni citati da Paolo, ma in realtà è ad essi strettamente connesso. Le norme sulla “privacy” limitano infatti giustamente la diffusione di notizie riguardanti il singolo, ma hanno anche l’effetto di rendere difficile farsi un giudizio corretto sulla onestà e affidabilità dei propri concittadini. E non è un problema di poco conto, se è vero che tanto gli psicologi che i sociologi ritengono che la necessità di conservare una buona reputazione sia fondamentale per spingere gli individui a comportarsi in modo collaborativo, evitando il rischio di essere isolati ed esclusi dalla società.

Il controllo dei comportamenti dei singoli in una società, grande o piccola, non può essere ottenuto soltanto attraverso le leggi e con l’uso della “forza” per imporne il rispetto. Sappiamo, se non altro per esperienza diretta, che nei rapporti interpersonali quotidiani, ad esempio all’interno di un condominio, le nostre azioni sono regolate da una sorta di codice comportamentale riconosciuto da tutti (o almeno dalla gran maggioranza) che possiamo definire “buone maniere”. Il mancato rispetto di queste regole di comportamento, anche quando non è punibile dalla legge, comporta la riprovazione degli altri componenti del gruppo.

Occorre naturalmente distinguere tra le leggi, che hanno carattere vincolante per tutti i membri di una comunità, e a garantire il rispetto delle quali provvede l’istituzione, e le norme comportamentali non vincolanti che la comunità ha elaborato nel corso del tempo, che pur non essendo vincolanti necessitano comunque di una condivisione e determinano una forma di coesione. Ai fini del nostro discorso, però, la distinzione tra le norme vincolanti (le leggi) e quelle puramente consuetudinarie (i costumi) non è poi così importante. Importante è avere chiaro che in entrambi i casi si tratta di meccanismi che determinano esclusione o inclusione.

Inoltre, il “codice comportamentale” non va inteso come una serie di regole fissate una volte per tutte, ma come un criterio al quale queste regole devono ispirarsi nella evoluzione imposta dalle trasformazioni che progressivamente intervengono, per svariati motivi, all’interno di una società. Per fare un esempio, il “cedere la destra”, che era nel Seicento un costume di cortesia legato al riconoscimento di differenze gerarchiche, è divenuto nel Novecento una norma obbligata per regolamentare il traffico delle automobili (con l’eccezione scontata degli inglesi, che fanno storia parte, e fino all’avvento delle rotonde agli incroci). Il criterio sotteso a questo comportamento è quello della sopravvivenza del gruppo, ed è fondamentale che esso venga condiviso universalmente, pena il caos. Ciò vale naturalmente per tutti gli altri comportamenti sociali.

Quindi, in una società civile le regole vanno rispettate da tutti, e le consuetudini vanno quanto meno condivise, e possono essere cambiate solo se quelle che vanno a sostituirle risultano più funzionali alla coesione e alla sopravvivenza del gruppo. Ciò significa che un gruppo può permettersi gli innovatori, al di là delle resistenze opposte da quelle sue parti che dall’innovazione potrebbero ricavare svantaggi, ma non può tollerare i puri e semplici trasgressori.

Ci sono però dei problemi. Le società moderne hanno infatti codificato non solo le leggi da osservare, ma anche i diritti di cui l’individuo gode, che sono garantiti dallo stesso stato che impone il rispetto delle leggi. Questo avviene naturalmente là dove lo stato funzioni, quindi non sempre, o anzi, piuttosto raramente: ma in linea teorica le cose dovrebbero andare così. Il ragionamento teorico non tiene però conto del fatto che in alcune teste (ultimamente, in moltissime) sia maturata più o meno inconsapevolmente l’idea che i comportamenti positivi e cooperativi degli altri nei loro confronti siano “dovuti” (siano appunto considerati “diritti”), mentre i propri sono legati all’opportunità e ai vantaggi che possono derivarne. Ciò fa saltare il meccanismo della “reciprocità”, favorisce gli egoisti e sfavorisce gli altruisti, e mette in crisi processo di “auto-addomesticamento”. Il problema non sono dunque i diritti, ma l’ interpretazione in termini prettamente egoistici che dei diritti viene data da alcuni. Se questi alcuni diventano la maggioranza, finiamo nello stato in cui ci troviamo oggi.

La cosa è resa poi tanto più complessa in una società “globalizzata”. Il progredire delle scienze e dei commerci spinge verso la semplificazione e l’unificazione delle unità di misura, delle valute monetarie, dei linguaggi, mentre le dinamiche interne ai gruppi sociali spingono verso l’uniformità dei comportamenti e delle norme. In uno scenario di questo tipo la valutazione della “bontà” di un comportamento sociale suppone dunque un’unità di misura “comportamentale” il più possibile unica e condivisa, che compendi i valori funzionali alla sopravvivenza del gruppo espressi dalle diverse culture che sono a confronto. Questa valutazione non fa riferimento a valori presunti “assoluti”, ma a quelli attorno ai quali, in base alla loro funzionalità, si è coagulata la coesione del gruppo. In natura la scelta non è “morale”, tra il bene e il male, ma è strumentale, tra ciò che è utile alla sopravvivenza e ciò che non lo è.

Ora, le culture che vengono oggi a stretto contatto fino a ieri erano separate spazialmente da migliaia di chilometri e temporalmente da sfalsamenti di secoli (in alcuni casi, di millenni). Queste culture hanno fatto necessariamente riferimento, stanti le differenti condizioni ambientali e i singoli e distinti processi di “civilizzazione”, a valori diversi: di conseguenza anche i comportamenti che facevano acquisire buona reputazione erano diversi. Cerco di spiegarmi. Mentre non ci sono molti dubbi sulle differenze fra le condotte che creano buona reputazione per un camorrista e quelle che fanno di un contadino del Trentino un cittadino stimato, è molto più arduo stabilire cosa sia accettabile o meno quando le differenze non sono legate a comportamenti “delinquenziali”, ma attengono a prassi considerate normali in alcune culture. L’esempio che un tempo veniva più frequentemente citato è quello della immolazione sacrificale delle vedove in India, ma per rimanere nella nostra quotidianità e nei pressi di casa nostra potremmo considerare quello delle giovani figlie di immigrati pakistani uccise per non aver sottostato alle scelte matrimoniali loro imposte.

Che atteggiamento dobbiamo assumere di fronte e situazioni del genere? In fondo, per le famiglie pakistane si tratta di conservare una “reputazione sociale” in seno alla loro comunità. Queste pratiche se valutate in termini di coesione del gruppo, paradossalmente riescono socialmente “funzionali”. Lo cementano con la paura e la soggezione imposte al genere femminile (ma nel caso specifico dei matrimoni, vale anche per i maschi). E allora, per quanto schifati, dobbiamo, sia pure senza condividerle, almeno giustificarle?

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Qui vengono fuori le laceranti contraddizioni nelle quali si dibatte il pensiero occidentale. Se dobbiamo riconoscere pari dignità ad ogni cultura, il problema non si pone neanche. Accettiamo l’idea di società multiculturali, e finiamola lì. Il fatto è, purtroppo, che questo modello di società, là dove si è già spontaneamente realizzato, e mi riferisco a tutto l’occidente, compresi gli Stati Uniti, sta facendo acqua da ogni parte, perché la pari dignità è riconosciuta in realtà solo in una direzione.

Dobbiamo per questo giustificare tali situazioni, sia pure obtorto collo? Assolutamente no. Anche a prescindere anche dall’orrore morale del gesto (e questo rimane, quale che sia il valore che si vuol dare al termine “morale”), non possiamo farlo perché rispetto alla comunità più ampia che la globalizzazione va configurando oppongono una resistenza discriminatoria, e perché di fatto negano tutta la cultura del diritto individuale sulla quale la nostra civiltà si fonda.

Insomma, la scomparsa di un codice comportamentale condiviso determina in automatico lo sgretolamento del gruppo, che non dispone più dello strumento di controllo che ne garantiva la compattezza, e quindi la sopravvivenza.

E a questo punto entra in ballo anche la controversa questione della privacy. Tra i diritti cui facevamo cenno sopra quello alla privacy è il più recente e il più ambiguamente rivendicato, e va in direzione totalmente opposta rispetto al meccanismo di controllo sociale dal quale abbiamo preso lo spunto per queste righe.

È un argomento delicato: i confini fra l’interesse pubblico a conoscere per farsi un’opinione sui concittadini e il diritto di questi ultimi alla riservatezza sono difficili da tracciare. Ci limitiamo quindi ad alcune osservazioni spicciole.

Ultimamente, davanti alle misure ipotizzate per contrastare la diffusione del Covid-19, si è sbandierata da più parti la preoccupazione che tali misure non rispettassero le norme previste per la protezione dei dati personali, ovvero il diritto alla riservatezza. Non sto a mettere in dubbio tale diritto per i dati riguardanti la salute e le relazioni personali, o comunque per tutti i dati che, se divulgati, possono umiliare persone in situazioni di disagio, o peggio, se finiscono nelle mani sbagliate, possono essere usati in modo fraudolento. Voglio dire che siamo perfettamente consapevoli dei rischi comportati da una intrusione così profonda nel nostro privato, ma cerchiamo di inquadrare la situazione dal punto di vista più generale del funzionamento di ogni società animale, compresa quella cui volenti o nolenti anche noi umani apparteniamo.

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Davanti ad un’emergenza globale come quella creata dalla pandemia (a meno di voler credere che la pandemia sia un trucco escogitato dai “poteri forti”, ma qui si sconfina nella paranoia) le istituzioni demandate a salvaguardare la sopravvivenza di un gruppo (e a farlo letteralmente, nell’occasione specifica) e la sua compattezza non possono andare tanto per il sottile in tema di riservatezza. In un conflitto tra il diritto individuale e l’interesse collettivo chi si trincera dietro il primo in automatico si auto-esclude dal gruppo. Tutto ciò a prescindere dal fatto che in realtà i dati più sensibili, senza attendere l’occhio del Grande fratello istituzionale, già volano liberamente nell’etere attraverso il circuito dei social.

Ma forse una riflessione di questo genere è davvero prematura: non siamo ancora usciti dal Covid, non sappiamo quando e come ne usciremo, e meno che mai come ne usciranno i nostri diritti e i nostri meccanismi di inclusione-esclusione. Veniamo invece a situazioni più prosaiche, meno complesse e già definite, che pongono comunque il problema di quali altre informazioni riguardanti i nostri concittadini devono essere riservate.

Dopo l’alluvione che colpì Alessandria nel 1994, l’amministrazione comunale decise di non rendere accessibili i dati relativi ai rimborsi ottenuti dai cittadini che avevano subito danni. All’epoca (ricorda Nico) criticai dai banchi della minoranza quella scelta, sostenendo che rendere pubblici tali dati non equivaleva a pubblicare l’elenco delle elargizioni ai poveri fatte dalla Caritas; trattandosi di rimborsi statali era giusto che i concittadini fossero in grado di sapere e di farsi un opinione. Mi sembrava assurdo esigere che tutto ciò che ci riguarda non sia conosciuto dagli altri membri della comunità, quando poi da essa pretendiamo solidarietà e protezione. Forse che ci sentivamo meno liberi quando i giornali pubblicavano i nomi dei promossi nelle varie scuole, o l’elenco dei contribuenti con i dati delle somme pagate per le imposte comunali? Naturalmente l’amministrazione andò per la sua strada. Non solo: negli ultimi vent’anni sono anche scomparsi gli elenchi coi nomi dei promossi e quelli dei contribuenti.

A noi il dubbio rimane: il fatto che tutti potessero sapere quanto un vicino pagava di tasse e spettegolare in proposito aiutava a combattere l’evasione? Non lo sappiamo, non abbiamo una risposta certa, ma riteniamo che qualche riflessione in proposito andrebbe fatta. Forse dovremmo chiederci se tutte le soluzioni normative che egoisticamente ci sembrano “giuste”, perché rafforzano i nostri diritti, in realtà non mettano in crisi i meccanismi che hanno contribuito alla creazione di comunità “morali”. Il che non può che preludere al disfacimento di quelle comunità.