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Che nostalgia per la solitudine del viandante!

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Non si tratta di glorificare o di stigmatizzare le innumerevoli potenzialità dei mezzi di comunicazione, ma di comprendere il più appieno possibile la trasformazione profonda e verosimilmente irreversibile dell’uomo e della sua vita per effetto di questo potenziamento.

Che l’uomo possa usare la tecnica come qualcosa di neutrale rispetto alla sua natura –senza nemmeno sospettare che la natura si trasforma in base alle modalità con cui si declina tecnicamente – è un luogo comune per non dire un abbaglio giustificabile solo qualche decennio fa, quando, sedotti dall’entusiasmo per il futuro prossimo dei nostri mezzi di comunicazione, non era forse agevole supporre il conseguente mutamento antropologico.

L’apparato tecnologico ha il fine di un continuo e indefinito incremento della propria potenza, tra le cui conseguenze dobbiamo contare la riduzione della ragione a procedura strumentale, della verità a efficacia, della politica ad ancella dell’economia e dell’economia a gregario della tecnica, dell’etica – sia quella dell’intenzione inaugurata dal cristianesimo e riproposta da Kant nei termini della “pura ragione”, sia quella della responsabilità introdotta da Max Weber – a ramo secco privato della sua capacità di intervenire e di indirizzare scelte e intenzioni.

L’uomo recupera una propria identità soltanto nel quadro dell’apparato e della funzionalità che in esso svolge, ma nella quale è sempre sostituibile poiché omologato.

Si tratta di prendere atto che si è intrapreso un cammino verso la progressiva de-individualizzazione dei singoli soggetti, che sono destinati a identificarsi alla struttura, vista come l’unico scenario possibile di esistenza e alla funzione che svolgono in essa. E si tratta di avere la consapevolezza che, se la tecnica, intesa come apparato scientifico-tecnologico, da semplice strumento o, addirittura, da qualcosa di neutrale è diventata soggetto (e l’uomo da soggetto a suo funzionario), i concetti antropologici di libertà, individuo, identità e, conseguentemente, di storia, religione, etica e politica vanno se non accantonati rifondati dalle radici.

E in questi termini va considerata la citazione di Bernanos.

Il mondo conquistato dalla tecnica è un mondo perduto per la libertà.
GEORGES BERNANOS,
Ultimi scritti politici

Ignorare o sottovalutare la relazione tra l’uomo e il modo in cui manipola il mondo (alla trasformazione dei mass media segue la trasformazione dell’uomo stesso) significa essere ancora convinti che i mezzi di comunicazione sono solo mezzi, cui è importante assegnare buoni scopi. Ma come non intuire che televisione, radio, cd rom, personal computer ci “formano” di là dagli scopi per cui li impieghiamo?

Il mezzo ci istituisce, al di là dello scopo, come spettatori e non come partecipi di un’esperienza o attori di un evento. Questa condizione, evidentissima nell’uso della televisione ha valore anche per l’Internet, dove il consumo in comune non vale una reale esperienza comune. La realtà che ci si scambia – al di là dello spropositato ammontare di banalità e di volgarità – non è una realtà condivisa, ma è e rimane una realtà personale.

Gli eremiti si isolano dal mondo per un gesto di rinuncia, gli operatori in questione, eremiti di massa, si isolano per non perdere nemmeno un frammento del mondo in immagine, attraverso un presunto scambio dall’andamento solipsistico.

Come non sospettare una degradazione dell’individualità, una massificazione della razionalità attraverso la produzione dell’uomo massa, per generare il quale non necessitano maree oceaniche, ma oceaniche solitudini, che, come lavoratori a domicilio, producono beni di massa e, come fruitori a domicilio, consumano gli identici beni di massa che altre solitudini hanno prodotto.

Da tutto ciò ne consegue un ribaltamento tra interno ed esterno e, più specificamente, tra interiorità ed esteriorità.

Oggi la famiglia è il luogo in cui è di casa il mondo esterno, reale o fittizio che sia: la casa reale è ridotta a un contenitore per la ricezione del mondo esterno via etere, via cavo, via telefono e quanto più il lontano si avvicina, tanto più il vicino, la realtà di casa, quella famigliare, con i suoi tratti affettivi, si allontana e si scolora. E anche quando sembra ci sia una condivisione questa è fittizia. A differenza della tavola attorno cui ci sedeva facendo scorrere in un movimento continuo sentimenti e interessi, sguardi e parole di cui si nutriva la trama della famiglia, davanti allo schermo la famiglia è raccolta non più in direzione centripeta, ma centrifuga, dove ciascuno, che non è più con l’altro, ma solo accanto all’altro, si isola verso una fuga solitaria e incondivisa se non apparentemente con un milione di solitari del consumo di massa che, contemporaneamente a lui, ma non insieme a lui, guardano lo schermo.

E ciò non dipende dall’uso che facciamo dei mezzi, ma dal fatto che ne facciamo semplicemente uso, per cui non gli scopi per cui sono preposti i mezzi, ma i mezzi come tali trasformano l’immagine in realtà e la realtà in simulacro.

Come non sospettare che se mi porto il mondo a domicilio non faccio esperienza del mondo?

L’universo si riflette per ognuno di noi e si offre a portata di mano quando ciascuno di noi, ridotto a una monade senza porte né finestre che si aprono al mondo, vi accede senza andarvi incontro, senza attraversare lo spazio – anche simbolico – che lo distanzia, essendone dispensato in partenza. Non più il viandante che esplora il mondo, ma il mondo che si offre al sedentario che è al mondo perché non lo percorre e, forse, nemmeno lo abita.

Si ribaltano i termini con cui l’uomo ha sempre fatto esperienza: non è più il mondo a stare e l’uomo a percorrerlo, ma l’uomo sta e il mondo gli gira attorno. Le conseguenze di questa trasformazione copernicana non sono certo trascurabili: se il mondo viene a noi, noi non siamo nel mondo –  come vuole la famosa espressione di Heidegger – ma semplici consumatori del mondo.

Se poi viene a noi solo in forma di immagine, ciò che consumiamo è solo il fantasma, che possiamo, è vero, evocare in qualsiasi momento e tutte le volte che vogliamo, ma questa onnipotenza è fittizia, poiché, se possiamo vedere il mondo senza potergli parlare, siamo dei voyeur condannati all’afasia.

Tutto ciò senza mettere in conto che, se un evento che accade in un luogo determinato può essere trasmesso in qualsiasi luogo del pianeta, quell’evento smarrisce la sua individuazione, che è sempre stato il tratto caratteristico degli eventi.

Se poi per vederlo occorre pagarlo, allora quell’evento – insieme a tutti gli eventi, cioè il mondo- diventa merce.

Se inoltre la sua importanza è subordinata alla sua diffusione attraverso i media, allora l’essere si misurerà sull’apparire.

Senza mettere in conto che se una realtà, reale o fittizia, è, anche solo apparentemente, a portata di mano nella sua totalità e fin troppo trasparente e illusoriamente agevole nella sua presunta comprensibilità, appartiene a una visione della realtà priva di simbolizzazione, che non lascia spazio all’immaginazione e all’intuizione. Tutto ciò quando sappiamo che invece recuperare una dimensione simbolica dell’immagine significa recuperare la propria capacità di intervenire e di misurarsi sui dolori della vita.

 

Meglio ladro che rivoluzionario!

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

– … E poi vedessi il ben di Dio che c’è giù nella dispensa: vasi di burro, formaggio, olio, frutta secca e prosciutti affumicati. Tutta roba da far venire l’acquolina in bocca solo a guardarla –. Urbina andava avanti e indietro nel salone e raccontava eccitato al suo jefe ciò che aveva trovato nei magazzini dell’hacienda abbandonata. – Di sicuro per un po’ non avremo problemi di cibo. E gli uomini sono davvero contenti.

Villa lo ascoltava impassibile, disteso su un divano Luigi XIV. Aveva il cappello calato sugli occhi e sembrava quasi che dormisse. Ma il suo sguardo invece vagava lontano e fissava uno per uno i ritratti degli antenati di famiglia in bella mostra sulla parete di fronte. Erano tutti visi spagnoli, sprezzanti, altezzosi, visi di gente abituata a far da padrona. Quante migliaia di peones avevano vissuto come schiavi sotto di loro? Villa conosceva la disumanità degli hacendados perché l’aveva sperimentata sulla sua pelle. Proprio per questo era diventato un bandito. E ogni volta provava un piacere indicibile a profanare le loro case e a farci bivaccare i cavalli.

– Certo ora, compadre, chiedono anche di andare un po’ a donne giù in città. E mi pare giusto, no, farsi una panocha ogni tanto –. Tomas pronunciò queste parole con tono malizioso, come se fosse sicuro di poter contare sulla solidarietà del suo comandante. Villa invece, che fino ad allora era sembrato un po’ assente, di colpo si mise a sedere e assunse un portamento serio.

– È meglio di no, Tomas, succederebbe di sicuro qualcosa. E io non voglio grane.

Urbina, che non si aspettava una risposta del genere, stette per un po’ in silenzio, rigirandosi lo stetson tra le mani. Poi ebbe come uno scatto.

– Mi pare che tu stia esagerando, compadre. Da quando siamo diventati dei patrioti non abbiamo più potuto rubare né fare a pugni. E ora tu vorresti impedirci anche di andare a donne? Al diavolo la rivoluzione, chi glielo farà capire a quegli uomini là fuori?!

– Tu, Tomas, che sei il loro capitano. Se tu saprai rinunciare, anche loro lo faranno.

– Non ti capisco più, Pancho. Parli come se tu fossi un prete. Ma noi lo sappiamo bene chi siamo, no es verdad? Siamo dei banditi, è l’unica cosa che sappiamo fare. Perché non dovremmo rubare ai ricos e prenderci le loro donne? –. Urbina si stava scaldando ed era sempre più rosso in faccia. Villa allora si alzò in piedi, fece alcuni passi verso il centro del salone e poi, dopo essersi lisciato i baffi con entrambe le mani, rispose: – Noi non siamo più banditi, Tomas, ma soldati dell’esercito rivoluzionario del Messico. Noi rappresentiamo il futuro governo costituzionale di Francisco Madero, il piccolo jefe. Perciò non basta che buttiamo fuori quei bastardi dalle città come abbiamo fatto a Camargo, ma dobbiamo anche imparare a comandare le città. E per comandarle ci vuole disciplina, altro che viejas e tequila.

Urbina ora teneva la testa bassa e non aveva il coraggio di ribattere. La serietà di Villa aveva gelato la sua allegria e gli aveva tolto il piacere di sentirsi una volta tanto padrone. Ma, a ripensarci bene, con Pancho era andata sempre a finire così. Insieme avevano rubato migliaia di pesos, poi, quando era stato il momento di goderseli, lui li aveva regalati tutti e ogni volta avevano dovuto ricominciare da capo.

– Che cosa intendi per comandare le città? Che saremo noi a far pagare le tasse e che andremo a vivere nei palazzi dei ricos? – chiese in tono volutamente provocatorio.

Villa lo fulminò con lo sguardo. Poi, ficcandosi i pollici nel cinturone con un gesto di sfida, gli rispose un po’ brusco: – Cabròn che non sei altro, possibile che tu non riesca proprio a cambiare! Noi non comanderemo le città per fare i nostri interessi, ma per il bene del popolo. Perché il popolo è la nostra forza e senza il suo aiuto non riusciremo mai a vincere.

Urbina sembrava trasformato. Come se si prendesse gioco delle parole del suo jefe, cominciò a ridere in quel suo modo agghiacciante.

– El pueblo! El pueblo! La revolucion! Ma cosa credi che gliene importi al popolo del governo e della rivoluzione?! A loro basta che tu gli riempia la pancia e poi, che tu sia Diaz o Madero, fa lo stesso. Entiende? E secondo te io dovrei rinunciare a una panocha per il bene del popolo che intanto gode, va a letto e se ne infischia di me? No, Pancho, stavolta non posso seguirti.

Ci fu un breve silenzio, durante il quale i due uomini evitarono di guardarsi negli occhi. Ognuno di loro rimuginava dentro di sé le cose che si erano detti ed era assolutamente convinto di avere ragione. E non riusciva a capire perché l’altro non lo intendesse. Quando sembrava che ormai più nessuno parlasse, Villa assunse un atteggiamento grave e solenne e si rivolse a Urbina con il tono perentorio del comandante.

Compadre, se vengo a sapere che hai trasgredito il mio ordine, ti farò fucilare come un qualsiasi traditore.

Urbina, per la prima volta da quando erano insieme, si sentì stringere un nodo in gola: Pancho lo stava minacciando. Proprio lui, l’amico fidato, l’unico per cui avrebbe dato anche la vita. Tomas per un attimo credette di sognare, ma lo sguardo feroce del suo jefe gli gelò il sangue. Ma che cosa gli era successo? E perché si accaniva così? Villa era molto cambiato dai tempi della Sierra: ora stava sempre solo, parlava poco e qualsiasi cosa gli dava fastidio, anche lo scherzo più innocuo. Ma soprattutto, da quando si era messo in testa di trasformare le sue bande in un vero esercito, era diventato molto esigente con gli uomini, fino al punto da pretendere che rinunciassero ai loro istinti. Ma qual era l’esercito vittorioso che non faceva baldoria? E che ne era del vulcanico compadre che era capace di stare sveglio delle settimane intere pur di non rinunciare al suo divertimento? Tomas pensò che, se quello era l’effetto della rivoluzione, era meglio tornare ad essere un bandito qualunque, perché almeno nessuno avrebbe deciso per lui quando era il tempo di fare all’amore o di scolarsi una bottiglia di tequila.

 

Ragionare

di Paolo Repetto, 1997

Stiamo scendendo per la direttissima. Sulla sinistra un sole malato cerca riposo dietro la Colma. La temperatura è già rigida, ma stranamente non ci buttiamo a rompicollo per il crinale, come di regola ci accade. In giornate come questa l’aura del Tobbio è veramente sacrale, non si lascia profanare dalla fretta e dagli impegni domestici. L’ascensione ha sortito il suo effetto purificante: ora siamo nel paradiso delle idee. Franco è ispirato: sostiene che il razionalismo greco è qualcosa di assolutamente originale nella sua laicità. Osservo che ciò è vero sino ad un certo punto, perché anche la civiltà cinese, col confucianesimo, presenta qualcosa di simile. Non sembra molto convinto (quando non è molto convinto, cioè sempre, Franco ciondola la testa: le rare volte in cui è d’accordo la drizza, e gli si illuminano gli occhi). E infatti: – eh, si, abbastanza simile, tuttavia …(ci siamo) non è la stessa cosa, perché il confucianesimo raccomanda il rispetto delle antiche credenze religiose, e la pratica devota, limitandosi a razionalizzare l’etica, mentre il razionalismo occidentale spazza via le prime e rifonda totalmente la seconda. E poi, gente, (tipico intercalare vallosiano) basta guardare ai risultati: il confucianesimo ha prodotto venticinque secoli di immobilismo politico, sociale, tecnologico, ecc. A prescindere dalla valutazione se ciò sia da considerarsi o meno negativo, la differenza degli esiti balza agli occhi. Non so cosa aggiunga ancora, perché quel termine, immobilismo, mi ha fatto scattare una scintilla.

Mentre scendo, rumino, e appena prendiamo fiato sul pianoro mezzano ho pronta la mia tesi. Dunque, la laicizzazione (razionalizzazione) greca è figlia della mobilità, dello spostamento. A ben considerare, infatti, questo fenomeno nasce (e di lì poi si diffonde) nell’area della colonizzazione ionica, quindi in una zona che trova la sua centralità non nella terra, ma nel mare: e il mare è nell’antichità luogo degli spostamenti per eccellenza. La rottura con la tradizione, o quantomeno la diminuzione del rispetto per essa, è decisamente legata alla colonizzazione. Spostandosi dai luoghi sacri per eccellenza, dalle dimore degli dei e dei lari, vien meno la sacralità annessa agli avvenimenti mitici: si agisce in aree e in atmosfere desacralizzate, a contatto magari con credenze altre, che mostrano la corda ad occhi nuovi e non condizionati. Per quanto si tenti di risacralizzare, vien meno la profondità nel tempo della tradizione. Questo atteggiamento viene mantenuto anche in occasione del ritorno in patria (non a caso i sofisti sono quasi tutti provenienti dalla Ionia, e sono considerati istigatori all’ateismo).

La storia si ripete, dopo due millenni, con la scoperta del nuovo mondo e la secolarizzazione che ne consegue (vedi la nascita del libertinismo, e comunque la spinta che la vicenda dà alla rivoluzione scientifica). Non è secondario poi il fatto che molti degli spostamenti di questo periodo siano indotti dalla volontà di sottrarsi ad una particolare tradizione religiosa. Infine, lo stesso fenomeno possiamo riscontrarlo con l’ebraismo, l’altra matrice della cultura europea. Gli ebrei, gli sradicati per eccellenza, finiscono per costituire l’elemento desacralizzante negli ultimi due secoli.

Siamo in fondo al sentiero, è quasi buio e spira un’arietta che non ha soggezione di magliette e camicie. Non c’è tempo per approfondire il discorso, è ora di tornare. Saliamo dunque in macchina, partiamo e facciamo a balzelloni, col motore gelato, i primi tornanti. Solo dopo qualche minuto, quando l’auto comincia a filare silenziosa e i vetri si disappannano, Franco tossicchia e ricomincia: tuttavia …

 

Se il sogno muore …

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

… che ne è del sognatore? Dipende. Dipende dalla natura del sogno, e da quanto il sognatore vi aveva investito. Dipende naturalmente anche dal carattere di quest’ultimo. Si può decidere di rinunciare, di dormire una vita senza sogni, e di rifugiarsi nella tele-ipnosi di gruppo. È la fine che fanno i più, appena la vita li risveglia. Oppure ci si può ostinare a chiudere gli occhi, saltando sulla giostra delle mode stagionali e cavalcando al giro destrieri di legno, senza mai staccarsi da terra. È quanto capita ad un sacco di gente, capace di passare disinvoltamente dalla rivoluzione comunista alla mistica indiana, dal terzomondismo all’integralismo ecologista, dall’impegno all’arrampicata sociale. Ma in questo caso non è nemmeno lecito parlare di sogno, siamo alla più desolante delle parodie.

La terza possibilità è quella di resistere, di attendere l’alba senza dimenticare nulla delle emozioni, delle sensazioni indotte dal sogno, e aspirare a farle rivivere, in qualche modo, anche alla luce del giorno. Di essere lucidamente consapevoli, ma non rassegnati, e di comportarsi di conseguenza. È quanto cerchiamo di fare, anche con questa rivista.

Ma proviamo a invertire i termini della domanda. Se il sognatore muore, se si arrende, che fine fa il sogno? Una gran brutta fine. Nella migliore delle ipotesi muore anch’esso, e amen. Ma può andare peggio. Il sogno può essere trafugato, sterilizzato, riprodotto in serie e venduto sotto plastica nel supermarket della banalizzazione.

A questo destino sembra non sottrarsi nulla, nemmeno uno dei temi a noi più cari. La clonazione industriale d’ogni fantasia e d’ogni speranza non poteva risparmiare ciò che del sogno è lievito e quintessenza: l’evasione, la fuga e, per estensione, il viaggio. Non ci riferiamo, naturalmente, all’accezione turistica o sportiva dello spostamento, quella già commercializzata da una miriade di depliant in forma di riviste, ma al viaggio come scelta d’autocoscienza e di libertà. Sull’onda del successo editoriale di Chatwin si sono moltiplicate le collane di “traveller’s books”, sono stati pubblicati i diari di viaggiatori o viaggiatrici di ogni epoca, e del viaggio è stata sviscerata ogni implicazione sociale, letteraria o psicologica. Thiesiger, Robert Byron, Theroux, non occupano altrettanto spazio di Ronaldo, ma sono ormai di casa nelle ex terze pagine dei quotidiani, e si alternano agli excursus sulla letteratura del Grand Tour. La stessa immagine adottata dai “Viandanti delle Nebbie” a simbolo del gruppo, il viandante di Friedrich, è decisamente inflazionata, illustra più o meno a sproposito ogni articolo sul tema. Una colata di erudizione nomadica o dromoscopica viene eruttata da bradipi che non saprebbero orientarsi nel giardino dietro casa, e discettano con nostalgia del buon viaggio andato, di quando si camminava a piedi o a cavallo, e l’Italia era bella di selve e di rovine, e nel deserto non si andava con la jeep. E sottintendono, ma neanche troppo, il consiglio per gli acquisti: sulle orme di Goethe (per i più sedentari), in viaggio per l’Oxiana o nello Yemen (per i cacciatori di emozioni), nel Tibet segreto (solo per mistici e cardionormi). Ci sono ormai programmi per tutte le tasche e con tutte le combinazioni.

Ce ne sarebbe a sufficienza per chiudersi in casa a veleggiare, come faceva l’Ariosto, sulle carte e sugli atlanti, e tacere. Ma questo non significa resistere. Resistere significa contrastare metro per metro, riga per riga, l’usurpazione delle idee, l’occupazione pubblicitaria del linguaggio. Per questo continueremo, su Sottotiro o altrove, a scrivere di viaggi e sogni e utopie: perché con le stesse parole si possono dire cose assolutamente diverse.

 

Pace in terra …

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Il vecchio procedeva con passo lento e fermo lungo il sentiero. I suoi scarponi mordevano il terreno riarso sollevando piccole nuvole di polvere mentre il sole, allo zenit, batteva inesorabile.

Non finisce mai questa salita porca! Pensava il vecchio, e poi riandava con la memoria a tutte le volte che aveva fatto la stessa strada e a quanto fosse più facile l’ascesa anni e anni prima. Aveva finito col sedersi, sotto quel grande faggio che conosceva bene, da sempre.

Correre, correre, puoi fare solo questo, il mitra al fianco e l’anima cento chilometri più avanti; alle spalle i kruki e i fascisti, i pochi compagni persi nel rastrellamento; raffiche con pallottole vaganti che cercano la tua carne, occhi con sguardi assetati che aspettano solo di vedere il tuo sangue. Corri, dietro la sagoma del grande faggio; che l’immenso, immobile compagno ti copra le spalle, che protegga con il suo legno il tuo corpo dalle pallottole, che ti faccia guadagnare quei dieci metri che servono per arrivare al ruscello e buttarsi precipitosamente a valle, volando sull’acqua e sulle rocce.

Il vecchio guardava verso il ruscello, e ricordava l’eco degli spari alle sue spalle, e la paura. Con un gesto lento, si era rialzato, e aveva ripreso la marcia. In cima all’erta stava una spianata, al centro della quale si intravedevano ancora i muri perimetrali di una cascina, in rovina e quasi completamente sommersa dalla vegetazione. Ora ricordava l’inverno rigido, la fame, l’attesa della primavera con la sola incombenza di fare attenzione alle spie e trovare qualche cosa da mangiare.

Ricordava le facce tronfie dei fascisti del paese, la violenza usata per imporre le loro rozze, stolide idee; e poi ricordava la guerra, gli uomini mai tornati dalla Russia, i tedeschi. Ancora ragazzo, aveva fatto una rapida scelta di campo e si era ritrovato, forse accidentalmente, dalla parte giusta. Ricordava parole, parole che inneggiavano alla guerra urlate da camicie e anime nere, parole dure e secche pronunciate in una lingua incomprensibile da soldati metallici con il mito della razza e l’inclinazione all’omicidio. E ad un certo punto nella sua testa, queste antiche parole si mescolavano ad altre sentite di recente, parole che chiedevano pacificazione, perdono, oblio. Era passato qualche mese dal 25 aprile, ma lui le ricordava tutte, una ad una, e la rabbia gli divorava la mente. Secondo queste parole il 25 aprile doveva essere la festa di tutti gli italiani, qualunque fosse stato il loro credo politico. A lui però rimaneva il ricordo, almeno quello non avrebbero potuto cancellarlo se non cancellando la sua stessa vita; ricordava le colpe, gli orrori di quegli anni, gli efferati delitti. No, non era possibile pacificare, non era possibile dimenticare, fare finta che non ci fosse stata una netta distinzione tra chi aveva solo torti e chi ragioni da vendere. Il 25 aprile doveva in eterno ricordare quello; per non dimenticare, per non sbagliare più, per non ripetere. Il Natale, quella era la festa di tutti, e il lunedì di Pasqua, e tutte le feste fatte per ponti vacanzieri e smanie consumistiche. Chi voleva ricordare quei giorni, chi voleva ricordare quegli anni, doveva farlo con rispetto; rispetto per i morti di un’assurda guerra criminale, rispetto per i deportati, gli assassinati, le vittime civili.

Il ricordo deve sorreggere steccati, steccati che dividano le bestie dagli uomini, il torto dalla ragione, il nero dal rosso; e allora buon Natale, signori, buon Natale.

 

Chi sono i Viandanti delle Nebbie

di Paolo Repetto, 30 dicembre 1996

Forse si farebbe prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la logica della mercificazione di ogni idealità.
In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

 

Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE

 

Battere il colpo

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Il primo numero della nuova serie di SOTTOTIRO (il numero quattro) ha ormai fatto la sua strada. Le centocinquanta copie stampate sono state distribuite brevi manu, con un criterio se vogliamo “selettivo”, che non sarà il massimo per quanto attiene alla “democraticità”, ma ci assicura che almeno in parte siano state lette. Era questo l’obiettivo che ci si poneva e i riscontri ottenuti ci fanno credere di averlo centrato.

La nuova serie nasce dalla collaborazione di due gruppi che hanno annullato la distanza nello spazio con la prossimità negli ideali: il Circolo Reds di Vecchiano, ideatore della testata e redattore della prima serie, e i Viandanti delle Nebbie di Ovada. A dimostrazione che i problemi, i bisogni, i sogni sono gli stessi ovunque, e che le risposte, al netto dalle diversità delle istanze e delle urgenze locali, coincidono. In questo numero la collaborazione e la fusione diventano ancora più strette. Ma non intendiamo fermarci qui. Vogliamo provare a dar voce ad una sotterranea identità di sentire che riteniamo diffusa, anche se minoritaria, e che non soltanto non trova spazio nel supermarket dell’imbonimento informativo, ma nemmeno lo cerca. Crediamo cioè che esistano migliaia di altre coscienze cui ripugna esporsi sui chilometrici scaffali della coazione e dell’uniformazione al consumo, confondersi con mille offerte speciali, tutte confezionate alla stessa maniera, sterilizzate, plastificate, valide per un giorno e destinate in quello successivo all’immondezzaio dell’effimero.

Le pagine della rivista sono dunque aperte: aperte ai singoli o ai gruppi che si riconoscono nella testarda riproposizione di idealità forti, nel rifiuto di omologarsi ai parametri dell’imbecillità patinata e televisiva, nell’opporre una resistenza estrema al martellamento dei surrogati di sogno che sta facendo terra bruciata degli anni e degli intelletti. Ragazzi, se ci siete battete un colpo!

[…] Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare! Io vi dico: bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi. Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non partorirà più stella alcuna. Guai! Si avvicinano i tempi dell’uomo più spregevole, quello che non sa disprezzare se stesso.
Ecco! Io vi mostro l’ultimo uomo.
F. NIETZSCHE

 

A volte ritornano

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Riprende, dopo oltre due anni, la pubblicazione di SOTTOTIRO. Non è un evento del quale parleranno stampa e televisione, nemmeno quelle locali: e questo per gli intenditori è già un marchio D.O.C., la garanzia di una proposta culturale genuinamente alternativa. La rivista torna all’insegna di una continuità e di un rinnovamento: continuità nella direzione dell’impegno, rinnovamento nella veste grafica e nel parco dei collaboratori. Si potrebbe obiettare che questa è la formula utilizzata in genere per coprire i passaggi di mano o le sterzate a centottanta gradi di qualche testata o di qualche programma televisivo: ma nel nostro caso risponde a verità. La rivista è la stessa, il progetto di fondo che la anima rimane invariato, così come gli interlocutori ai quali si rivolge. Abbiamo soltanto cercato di renderla più leggibile “visivamente”, mettendoci al passo coi tempi e utilizzando quel minimo di dotazione e di tecnologia informatica che è concesso anche a noi meschini. Abbiamo inteso la ricerca di uno standard dignitoso nella qualità “tecnica” come una sfida a noi stessi e come un ulteriore messaggio per chi ci leggerà, quello della consapevolezza che mai come oggi è stato possibile costruire, con pochi mezzi, una rete di informazione e di circolazione “controculturale”, e che una cultura alternativa non deve necessariamente essere (ed anzi, non è mai) sgangherata nelle forme o penitenziale nei contenuti.

Quindi, senza la pretesa di porre una pietra miliare in quest’area, che oggi risulta peraltro desertificata, ci siamo assunti l’impegno di proporre idee, riflessioni, percorsi, sogni, magari anche recriminazioni, nella forma più semplice e schietta possibile e in una veste che non penalizzi il lettore di buona volontà. Quali idee, quali percorsi? Non è difficile scoprirlo. Basta passare alle pagine seguenti.

 

Dietro la svastica

di Paolo Repetto, da Contro n. 7/8, 1980

Generalmente, quando vediamo sui muri le lugubri scritte nere siglate dalla svastica o dall’ascia bipenne, ci limitiamo a pensare: Imbecilli! Se il muro è quello di casa nostra aggiungiamo anche altro, ma il concetto in definitiva non cambia, e neppure l’atteggiamento di fondo nei confronti del fenomeno. Ormai abbiamo fatto il callo all’esistenza di questa imbecillità, è entrata nel negativo quotidiano come le olandesine volanti o gli orologi al quarzo. L’ atteggiamento muta invece quando conosciamo l’identità di chi ha scritto sul muro, quando l’”imbecillità” comincia ad avere un volto. Ci sentiamo affrontati dall’esistenza di un imbecille concreto molto più che da una presenza diffusa, ma incorporea. Non siamo più egualmente disponibili, in questo caso, ad accettarlo nel nostro quotidiano. È un po’ quello che succede per gli incidenti stradali: solo se c’è coinvolto un conoscente li avvertiamo nella loro effettiva gravità.

Ma c’è un’altra eventualità ancora, che coglie completamente spiazzati e lascia storditi, invalidando la nostra sbrigativa categoria di “imbecillità” e mettendo fuori causa anche l’istintiva avversione politica. Questo avviene quando chi ha scritto sul muro lo conosciamo molto bene, o almeno, credevamo di conoscerlo. Quando su costui ci eravamo fatta un’opinione, e non siamo ora disposti a liquidarla nell’ “imbecillità”, o a subordinarla alla contrapposizione politica. Siamo costretti in questo caso a riflettere, a cercare di capire cosa significhi realmente quel gesto per chi lo ha compiuto. Salvo accorgerci subito, se chi ha scritto appartiene ad un’altra generazione, di non avere in mano alcuno strumento adatto alla comprensione.

Questa esperienza dalle mie parti l’abbiamo fatta di recente. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo dovuto ammettere che pur vivendo un rapporto intergenerazionale apparentemente molto aperto, quale solo l’ambiente di un piccolo paese può consentire, non conosciamo affatto i nostri “fratelli minori”. Non siamo in grado di capire, cioè, al di là del fatto contingente delle scritte, che senso diano a tutto il resto, che progetti, che ideali, che modelli vadano perseguendo. E questo è grave. Perché anche qui è da cercare, almeno in parte, la spiegazione del sostanziale fallimento dei nostri sforzi per ridare fiato alla sinistra.

Cosa fare allora? Intanto possiamo tranquillamente evitarci di indagare o dibattere sulle caratteristiche psicosociali del “fascetto”. Ci pensa già l’Espresso a giocare su queste cose e a dedurne grottesche tipologie. Dobbiamo evitarlo sia perché si tratta oggettivamente di idiozie, sia anche perché il problema non può restare circoscritto alla presenza del neofascismo giovanile: deve allargarsi all’assenza sempre più diffusa di un impegno a sinistra, ai moventi di quello che appare, o si vuol fare apparire, come il “vuoto ideologico” della nuova generazione.

Certo, in questa prospettiva il discorso corre il rischio di diventare ingovernabile, ed al tempo stesso inutile. Ma a noi in realtà non serve esplorare i meandri della psicologia giovanile: per il momento sarebbe già sufficiente capire attorno a cosa o a chi si aggregano questi ragazzi, e come. I “perché” sono con ogni probabilità al di là della nostra portata (ma anche di coloro che ne sproloquiano in veste ufficiale). In questo senso azzardo alcune considerazioni, senz’altro troppo semplificatorie, che possono tuttavia servire da traccia per riflessioni future più serie.

Credo che i momenti primari di aggregazione siano ancora quelli propri alla generazione precedente: scuola, lavoro, vacanza, politica, musica, sport (in un ordine di importanza che varia a seconda delle situazioni specifiche). Mi sembra radicalmente cambiato, invece, l’atteggiamento nei confronti di ciascuno di questi momenti: vale a dire il modo di viverlo, di concepirlo, di utilizzarlo.

Prendiamo il caso della musica, che mi sembra prestarsi a possibilità più immediate di esemplificazione. Prescindendo dalla qualità dell’odierno “prodotto” musicale (che proprio in quanto prodotto vanifica le scale di valori, care purtroppo anche a gran parte della sinistra), è certo che le modalità di fruizione della musica, così come i significati che in essa si cercano o ad essa si attribuiscono sono profondamente diversi da quelli degli anni ‘60. Lo dimostra se non altro il venir meno di un fenomeno che aveva caratterizzato quel decennio, quello della proliferazione di piccole formazioni musicali di ispirazione rock, pop o jazzistica.

Alla base di quel fenomeno c’era senz’altro la spinta della moda di importazione anglosassone, l’illusione del facile e rapido successo, molto provincialismo musicale, nel senso di un bagaglio tecnico e di idee spesso del tutto inadeguato: ma c’era anche una legione di praticanti, di esecutori, più o meno bravi, animati dalla voglia di fare musica insieme. Non solo: c’era anche la specifica esigenza dei semplici ascoltatori di vivere “direttamente” la musica, buona o pessima che fosse, di essere coinvolti e partecipi dell’esecuzione (ricreando quella che Adorno, in relazione alla musica del salotto borghese, chiama “aura”). La musica insomma era fatta ed ascoltata come pretesto per una eccitazione ed una liberazione collettiva: questo almeno nelle intenzioni. Se poi il risultato, all’atto pratico, andasse in una direzione diversa e fosse alienante non ha importanza ai fini di quello che stiamo cercando. Sta di fatto che il concerto dal vivo appariva l’espressione musicale più compiuta, ed era vissuto come l’equivalente della manifestazione, quando non diventava il pretesto per la stessa.

La disposizione odierna appare invece improntata alla passività e alla chiusura. Il far musica è delegato agli specialisti, l’ascolto mira più allo stordimento e all’estraniamento che non all’ eccitazione. È il caso della musica da discoteca, per la quale fondamentale è il volume di emissione, che innalza una barriera acustica impenetrabile; ma è il caso anche dell’ascolto “stereofonico”, incentrato sulla perfezione tecnica a livello di esecuzione e di riproduzione. Questo tipo di ascolto ha da essere necessariamente il più possibile “privato”, individuale o ristretto ad una piccola cerchia. È refrattario ad ogni partecipazione emozionale, presume silenzio e compostezza. D’altra parte, il rilancio dei concerti di massa, tentato la scorsa estate, si è dimostrato fallimentare: e comunque, al di là della disaffezione dimostrata dal pubblico, sono venute a galla una impostazione organizzativa ed un tipo di partecipazione ben diverse. I luoghi deputati all’ascolto sono ormai altri, spesso connessi alla vanità delle mode (l’impianto stereofonico in macchina, quando non sulla “Vespa”) e sempre scarsamente idonei alla socializzazione.

Considerazioni pressoché analoghe si potrebbero fare per lo sport, la scuola, le vacanze, ecc… La tendenza generale rilevabile in rapporto a questi, ma anche ad altri, nuovi, momenti di aggregazione (la passione motoristica, lo spinello, ecc …) è la stessa; paradossalmente, essi appaiono sempre più come luoghi o occasioni ulteriori di disgregazione, di solitudine e isolamento, ricercato o coatto. Questi ragazzi sono sempre più soli nella scuola, dove il “rinnovato ardore per gli studi” maschera solo una desolante carica antagonistica innescata dalla paura della disoccupazione; sono più soli in una pratica sportiva che tende a privilegiare i livelli specialistici, nella vacanza che deve forzatamente connotarsi (in direzione intelligente o freak o alternativa, ecc…, col risultato di essere tutto tranne una vacanza), nel frastuono del gruppo che cavalca le Vespe, nell’intimità dei club dello spinello o nello squallore dei cessi ferroviari, alla ricerca dei paradisi artificiali.

Sono infine più che mai soli nella ricerca di una identità e di un significato politico. In effetti, come fenomeno aggregante la partecipazione al gruppo o all’attività politica ha perso ogni vitalità. I ragazzi sono respinti sulla soglia dal clima di sbando, dalla confusione, dalle meschinità che il vuoto di idee e di prassi fa risaltare. E il loro conseguente disinteresse non investe solo la politica di vertice, quella che passa per i telegiornali, o gli annosi dibattiti ideologici, ma si allarga anche alle manifestazioni che potrebbero sembrare più vive e coinvolgenti: la politica locale, i problemi della scuola e del lavoro, ecc… Quelli che qualche interesse in proposito lo conservano, se non optano per la carriera nei ranghi di partito sembrano preferire soluzioni di semiclandestinità, meno impegnative (e scoccianti) agli occhi dei coetanei. Normalmente non parlano di politica, non sentono il bisogno di discutere le loro idee: preferiscono una segretezza che è in fondo una rivendicazione di individualità. O almeno lo sembra. Quando c’è comunicazione, essa avviene in ambiti ristretti. Attira l’idea di appartenere ad un gruppo esoterico, minoritario, chiuso; non si è tenuti a vivere e a professare le proprie idee nel quotidiano, ci si ritaglia semplicemente uno spazio ed un tempo politici ben delimitati.

In questo senso la scelta di una militanza a sinistra è senz’altro meno facile. Comporta un livello, sia pur minimo, di impegno anche nel quotidiano, e quindi una rinuncia o una presa di distanza nei confronti dei modelli correnti, pena l’esporsi alle accuse di incoerenza (“il privato è politico” non paga più molto). Su una personalità in formazione questi elementi hanno il loro peso: non saranno determinanti, senz’altro, ma spesso contribuiscono a favorire l’abbraccio di posizioni che in fondo non sono affatto capite o condivise. Basta magari una piccola spinta dall’esterno, la suggestione esercitata dall’adulto o dal compagno di scuola al momento giusto. E qui torniamo in ballo noi. La sinistra, al di là delle sclerotiche strutture giovanili dei partiti storici, prive di ogni credibilità, brilla per la sua assenza rispetto a questi particolari momenti. Non ha quindi diritto di stupirsi e di lamentarsi: perché, a differenza di quanto succede tra i compagni in crisi o rifluenti, che non hanno più il tempo di guardarsi attorno tanto sono impegnati a tastarsi, analizzarsi, commiserarsi interiormente, c’è dall’altro versante chi si da molto da fare. Coi risultati che abbiamo davanti agli occhi, e che vanno dalle stragi alle svastiche sui muri dei nostri paesi addormentati. Per forza: a furia di autoconvincerci che non dovevano più esserci missionari abbiamo lasciato il terreno ai miscredenti.

 

Compagno, se ci sei batti due fogli

di Paolo Repetto, da Contro n. 4, 1980

Mi permetto ancora un breve intervento su quello che avrebbe dovuto essere il dibattito sullo stato della nuova sinistra e sul suo ruolo, auspicato e lanciato qualche mese fa da questo giornale. Dico “avrebbe dovuto essere”, perché in effetti l’iniziativa si è arenata subito, e al momento sembra che i compagni non abbiano alcuna intenzione di farla marciare.

Ora, non mi nascondo che la cosa potrebbe anche sembrare positiva, visto che i dibattiti, assieme al colera, alle inchieste e ai congressi vanno ormai annoverati tra le calamità endemiche del nostro paese, e che ci si “dibatte” a sinistra, al centro, nel sindacato, sull’ecologia, sulla masturbazione, sulla Panda, ecc… , coi risultati che si conoscono. Sono anche convinto che sia senz’altro difficile prendere ancora seriamente in considerazione uno “strumento d’analisi” che è stato usato persino da Craxi (!!), quando faceva Livingstone alla ricerca delle sorgenti ideologiche del suo partito (le ha poi ritrovate nel petrolio arabo). In linea di massima, quindi, ogni dibattito che non si fa potrebbe essere considerato un successo, un trionfo del buon senso e della serietà. E tuttavia, confesso di aver nutrito una mezza speranza che questa volta la noia e il sospetto, e soprattutto quel pizzico di “puzza al naso” che la banalizzazione e l’abuso osceno del dibattere hanno indotto, potessero essere ancora superati. Credevo cioè che di fronte alla possibilità di dimostrare come il riflusso abbia portato con sé solo i sugheri i compagni si sarebbero sentiti stimolati ad un ripensamento e ad un tentativo serio di analisi sul perché e sul come del loro essere nella sinistra.

Forse mi ero fatto delle illusioni, forse, va a sapere, il ripensamento si presenta ponderoso, e allora dobbiamo aspettarci, senza fretta, dei parti teorici di grossa levatura. Vorrei sperarlo: ma in verità ci credo poco. Ho l’impressione invece che la sfiducia e l’afasia si siano veramente impadronite dei compagni. Che anche coloro che non si sono dati alla meditazione trascendentale o all’apicoltura intensiva siano ridotti ad una militanza abitudinaria, vadano avanti per forza d’inerzia.

L’impressione non nasce solo da questo fatto assolutamente contingente del mancato dibattito: si è maturata anche nei contatti personali, negli incontri, nei tentativi di aggancio, di ricostituzione di un tessuto umano e politico della nuova sinistra locale meno sfilacciato di quello attuale. C’è molta stanchezza, veramente, in giro. Si incontra troppa gente che non capisce come per uscire da questo torpore occorra riscoprire la necessità, magari anche solo ad uso personale, dell’impegno concreto, rivedendone senz’altro i termini, legandolo al privato quanto si vuole, evitando di connotarlo in senso missionario o penitenziale, ma dando un senso a questa benedetta esistenza, a questo trascorrere dei giorni e delle leggi speciali.

E molti hanno magari paura di fare discorsi inutili, o scontati, o utopistici, e per questo non parlano. È anche vero, ci sono già quelli che parlano troppo e inutilmente, basta accendere il televisore o aprire un qualsiasi giornale: ma non è diventando muti che li si combatte. Diventando muti li si lascia solo parlare. e anche se dicono cazzate diventano loro i padroni del discorso. Invece bisogna togliere loro la parola proprio parlando, gridando, sussurrando, sibilando, usando il linguaggio in tutte le sue potenzialità, distruttive e creative. Parlando soprattutto tra noi, incontrandoci, discutendo, dibattendo. Può darsi che serva a poco o niente, ma cristo, perlomeno ci si prova.

Bisogna ritrovare la forza di arrabbiarsi. Ogni volta che appaiono Andreotti o Longo o Emilio Fede o Costanzo o tutti gli altri sul video le viscere debbono rivoltarsi, il cibo deve andare di traverso, il colesterolo deve salire; ogni volta che leggiamo le loro dichiarazioni o i commenti alle loro dichiarazioni sul giornale un senso di nausea deve scendere fino al nostro stomaco. Se ci abituiamo a digerirli con il cappuccino o con la cena siamo spacciati. Loro non cercano altro: vogliono essere assimilati. Gliene frega assai del consenso: quello è un problema che al più può ancora interessare Berlinguer. Non vivono mica sul consenso: vivono sulla paura, sull’ignoranza, sugli interessi capillarmente diffusi, sulla malafede e sulla rassegnazione e sui silenzi nostri.

Che c’entra questo col dibattito? C’entra eccome! Il dibattito dovrebbe servire se non altro a scaldarci, a risvegliarci, a rispolverare vecchie ire e vecchie speranze, a mandare in culo il telegiornale, il tam tam e il telefilm serale, a riprendere contatto con la realtà senza esserne fagocitati o annichiliti, vedendola non come ciò che è e si impone, ma come ciò che va cambiato. A trovare, nella coincidenza o nella discordanza d’idee con altri compagni, stimoli e indicazioni. A ridarci un parametro sul quale misurare e rifiutare e irridere i vaniloqui dei segretari politici, delle triadi sindacali, dei sommi pontefici, dei procuratori capi e via dicendo.

Quanto ai primi interventi, magari erano poco stimolanti, presuntuosi, vaghi, noiosi, tutto quel che si vuole. Ma c’erano, che diavolo, non fosse altro per essere controbattuti o ridicolizzati; insomma, un senso, positivo o negativo, lo avevano, una indicazione, da elaborare o da rifiutare, la davano. Invece, niente! Sembra che chiunque possa ormai azzardare qualsiasi oscenità, fare qualsiasi proposta, non succede niente! E allora questo spiega tutto: spiega Piccoli ed Evangelisti, spiega il morto quotidiano da eroina e tutto il resto. Che sia davvero già troppo tardi?