Un altro Viandante ci ha lasciati. Ci ha lasciati attoniti per quanto è stata repentina la sua scomparsa, pieni di domande, di questioni che avremmo voluto discutere, di attese per le sue puntuali delucidazioni. Non potremo più sedere con lui al tavolo del bar, o passeggiare per via Dante infervorati nella discussione. Non potremo parlargli, ma Beppe ci parlerà ancora attraverso gli scritti suoi che andremo a ripescare e a proporre nel futuro prossimo. Per il momento però ci sembra giusto condividere le sobrie e sincere parole di commiato rivoltegli suCittà Futurada Pier Luigi Cavalchini. Pensiamo sintetizzino perfettamente l’immagine che gli amici avevano di lui, ciò che ha significato per chi lo frequentava o con lui collaborava, ed esprimano il senso di vuoto che la sua perdita ha prodotto.
Beppe Rinaldi ci ha lasciati. Se n’è andato in un altro “infinito” uno dei pilastri portanti della nostra redazione. Siamo costernati e, al tempo stesso, fieri di avere avuto un collaboratore, un amico, un esperto di Scuola, di Filosofia e di mille altri argomenti che ci ha onorato della sua presenza e della sua disponibilità. Un collega di valore che in più occasioni abbiamo avuto modo di apprezzare e, qualche volta, invidiare. Perché la sua facilità di apprendimento, la sua conoscenza smisurata, l’ampiezza dei suoi interessi, la capacità di fare di ogni secondo di vita un “momento prezioso e irripetibile” sono davvero perle rare. Così come la sua capacità di farsi capire, di spiegare concetti difficili e, per i più, complessi al limite della incomprensione. Per lui no. Non era così. E la capacità di leggere a fondo e memorizzare libri, di apprezzare audiovisivi di vario tipo, dalla musica più impegnata alla folk-music, dai film d’ “Essais” del Circolo del Cinema alle Commedie all’Italiana, ne sono una tangibile conferma. Tutto per lui aveva valore culturale e contribuiva a formare le coscienze, possibilmente collettive, cercando di superare il “particulare” da lui definito, in molte occasioni, nazional popolare. […] Si dice “che la terra ti sia lieve” … in questo caso ci sentiamo di aggiungere …. “ti sia lieve e soffice” … tanto da permettere che le tue idee, i tuoi scritti, le tue parole, continuino a risuonare e a ricordare che un altro mondo è possibile. Per questo tu hai vissuto e per questo ti ricordiamo con immenso affetto.
Pier Luigi Cavalchini, 07 luglio 2026
Aggiungo anche un messaggio arrivato sul sito il giorno precedente la scomparsa di Beppe, e che gli avevo immediatamente girato. Mi piace pensare sia l’ultima cosa che ha letto.
Ho, con colpevole ritardo, letto l’articolo di G. Rinaldi su Blade Runner. È una delle cose incredibilmente più profonde, intelligenti, interessanti che abbia mai letto. Sono ossessionato, affascinato, ispirato e sedotto da quel film da 44 anni, forse non ho mai nemmeno capito perché, al netto della ovvia passione per la fantascienza. Adesso scopro spiegazioni, forse non necessarie, ma straordinarie. Psicologia, o meglio psicoanalisi, pura. Poi ne parleremo. Se ti capita, fai i miei complimenti all’autore!
I “coccodrilli” si scrivono in attesa che qualche grossa personalità del circuito culturale o mediatico si decida a schiattare. In genere vi si assemblano episodi e aneddoti più o meno rilevanti della vita del morituro, ma soprattutto sviolinate, così da essere pronti per la pubblicazione un istante dopo la morte.
Questo evidentemente non è un coccodrillo. Innanzitutto il protagonista sta benissimo, e poi si tiene volentieri lontano dagli “eventi” e dal cicaleccio intellettuale che impazza sulle riviste e sui teleschermi e non ci tiene alle sviolinate. Preferisce una vita ritirata in un paesino sperduto nell’appennino, evitando inutili protagonismi, razionando con parsimonia i contatti umani, per lasciar spazio al lavoro delle braccia nel suo frutteto e del pensiero nella sua testa, zeppi entrambi di sterpaglie da estirpare, governare e contenere.
Questo scritto vuol essere dunque solo un augurio di lunga vita ad un amico che ha incrociato le strade di molti pellegrini del pensiero, accompagnandoli lungo i più diversi sentieri, da quello scolastico a quelli che portano al Tobbio, passando magari per le mostre di pittori sconosciuti – non a lui! – o per i libri di autori ignorati o dimenticati.
L’altro giorno sono andato a trovarlo. Era al Capanno, intento a piazzare i pali per un pergolato su cui dovrebbe crescere la vite canadese e a riutilizzare vecchie travi per farne le panchine su cui siederà, all’ombra, a chiacchierare con i selezionati amici che andranno a trovarlo.
La “C” maiuscola il Capanno l’ha conquistata di diritto perché, dopo sua la costruzione in solitaria da parte del protagonista, è diventato un luogo ove da anni si consumano pranzi frugali, si conciliano il cibo, la parola e il giusto silenzio, si beve del buon vino e si tenta di fare chiarezza nelle idee e nelle azioni.
Il Capanno è un “gompa”, un “buen ritiro”: lì è possibile disciplinare il moto perpetuo e disordinato delle idee con la lenta concretezza imposta dalla terra, alla quale, per avere dei frutti, è necessario inchinarsi.
La stessa perseveranza che mette nelle faccende manuali Paolo la impiega per governare le idee che gli fioriscono nella mente: è tutto un lavorio di ragionamenti, di approfondimenti e di riflessioni che richiedono poi un impegno certosino di sforbiciatura e limatura, per arrivare a quel pensiero ordinato che vuole traspaia dalle sue parole. Forse quando termina di scrivere uno dei suoi “Quaderni dei Viandanti” prova la stessa sensazione che avrà assaporato suo nonno in vigna, dopo una giornata nei campi, quando stanco ma appagato per il lavoro meticoloso e accurato si sedeva sotto una vite e si fumava una sigaretta, soddisfatto anche dell’aspetto estetico di ciò che aveva realizzato.
Nell’ora che ho trascorso con lui mi ha snocciolato tutta una serie di nuovi progetti, passando dal pergolato al pezzo che vorrebbe scrivere su Leopardi e l’Islanda, dal tetto da sistemare alle considerazioni sul cibo e la scrittura, un piano di lavoro che terrebbe occupato chiunque per i prossimi dieci anni. Non importa quando troverà il tempo per dedicarsi a tutte queste cose, magari alcune le tralascerà per buttarsi su altri progetti: non ha fretta e non deve dimostrare nulla, sa che non è necessario e sarebbe superfluo.
Non smette invece, e credo non lo farà mai, di individuare sempre nuovi lavori – manuali o intellettuali, su un piano di pari dignità – che gli consentano di continuare il suo viaggio e di soddisfare la sua curiosità, mai appagata e rivolta in tutte le direzioni. Si tratti di libri (scovati in qualche mercatino) su esploratori che nessuno ricorda più, o di possibili migliorie da realizzare attorno al Capanno, oppure d’inseguire autori, ai più sconosciuti, che lo stimolino a pensare, a Paolo preme la continua ricerca di ciò che non conosce. E vuole anche renderne partecipi gli altri.
La complessità del percorso e i ragionamenti che lo scandiscono si traducono negli scritti in nitidezza di concetto, in chiarezza di parole e in un’inappuntabile logica. Chi legge viene accompagnato per mano a capire dove si vuol arrivare.
Non so se tra i suoi progetti ci sia pure quello di scrivere poesie (probabilmente no). Ma forse tutto ciò che ha scritto (e scriverà) è un unico testo poetico: ragionamenti, scelte e ripensamenti sono armonizzati in versi liberi di filosofia e di biologia, raccolti in odi che cantano la storia comune come pure la Storia con la maiuscola, racchiusi in sonetti che raccontano viaggi nell’immaginario.
E a proposito: durante il nostro ultimo incontro ha accennato ad un viaggio che intende fare ripercorrendo l’Appennino fino ad arrivare in Sicilia. Non è stato necessario accennare a “La leggenda dei monti naviganti” di Paolo Rumiz, perché era del tutto superfluo. Magari ne rifarà solamente un pezzo, e farà un viaggio sicuramente differente, alla maniera del Viandante, ma con lo stesso spirito che mosse Rumiz quando percorse la colonna vertebrale dell’Italia: scoprire paesi e climax in via d’estinzione.
Sono certo che pure a lui sia venuto in mente quel libro quando ha iniziato a progettare quel viaggio, ma non ho ritenuto necessario accennare esplicitamente al quel volume. La comprensione tra due persone che reciprocamente si stimano non ha bisogno di parole. Il non detto vale più di ciò che è esplicitato.
Coloro che hanno la sua fiducia sono vicini ai suoi valori e al suo modo di concepire un’esistenza dignitosa e moralmente accettabile. Sono a volte su linee temporali differenti – anche molto –, ma hanno un vissuto, un’impostazione di pensiero simile ai suoi. Paolo ha scelto queste persone per coltivare assieme a loro il sistema di valori da cui sono nati i Viandanti delle Nebbie.
Nel farlo non ha cercato proseliti, ma ha aiutato gli altri a ragionare con la propria testa. Non gli interessa convincere, ma confrontarsi, e ciò è possibile solo con un pensiero divergente rispetto al suo.
Credo che le visite a Paolo siano ormai quasi un rito. Se ne sente il bisogno dopo un po’ di privazione, per avere la personale dose di LSD di pensiero. Da ogni incontro sgorga una valanga di idee costruttive, e cambia la percezione dell’agire quotidiano. Si fa un pieno di stimoli che possono tradursi in altri scritti dei Viandanti, o semplicemente ti permettono una visione differente della realtà.
Le dosi di Paolo creano dipendenza? Sì, perché alimentano la voglia di un pensiero divergente. E questo è un bisogno che in molti sentiamo, una necessità quasi vitale per sfuggire all’omologazione.
Se ne potrebbe fare a meno? Certo, prima o poi avverrà. Ma rimarrà chi ha vissuto con lui questo tempo, e le cose che ha scritto alimenteranno ancora altre discussioni, magari in generazioni nuove, nei figli e nei nipoti dei Viandanti di oggi.
Sono sicuro che se Paolo potesse raccoglierli sotto il pergolato del Capanno riuscirebbe ad imporre anche a loro di essere seri, di ragionare con la propria testa, e magari a chiarire loro un po’ le idee, come di frequente succede oggi a noi.