Archivi tag: Contro

Reazionario controvoglia

di Paolo Repetto, 2013

“Reazionario”, controvoglia o no, è un epiteto spregiativo. Da almeno due secoli marchia la posizione concettuale di chi oppone un totale rifiuto alla storia. Quello del reazionario infatti nemmeno rientra nella scala dei possibili atteggiamenti “interni” alla storia stessa, che si dispiegano per coppie di opposti, conservatore-rivoluzionario agli estremi, moderato-progressista al centro, spaziando dalla semiimmobilità all’accelerazione veloce, ma sono tutti pur sempre accomunati dalla “necessità” di una progressione verso il futuro. Il reazionario si pone invece fuori. Non solo vuole fermare la storia, ma addirittura vuole tornare indietro.

Che il termine venga utilizzato solo in una valenza negativa lo dimostra il fatto che neppure i movimenti storicamente ascritti alla reazione, quello fascista e quello nazista in particolare, si sono mai proposti e hanno mai accettato di essere interpretati come reazionari. Al contrario, si sono sempre qualificati come rivoluzionari (e a ragione, direi).

Io non voglio tornare indietro nella storia. Non ne avrei motivo. Della storia ho vissuto uno dei periodi più tranquilli, almeno per quanto concerne l’Europa, e il mio paese in particolare. Sulla mia pelle non sono rimaste cicatrici. Ad essere onesto avrei nulla da recriminare nei confronti del passato, ma anche poco da rimpiangere, se non una giovinezza non sempre spesa bene, come tutte le giovinezze. Ciò non significa che non conosca il repertorio infinito di tragedie che ha caratterizzato questi sessantacinque anni; ma sono cosciente del fatto che solo poco prima della mia nascita se ne compiva una quale mai il genere umano aveva vissuta, e che io me la sono scansata.

Ho scelto la titolazione del libretto proprio per questo motivo. Non riesco a rallegrarmi del fatto che se dura così per almeno altri vent’anni (o anche meno) mi sarò risparmiato l’orrore. Lascio dei figli, dei nipoti, e vorrei che l’orrore fosse evitato anche a loro: ma i segnali che scorgo all’orizzonte mi confortano poco. Non è facile spiegare la sensazione che provo; inoltre, so che va sottratta la tara della posizione dell’osservatore, che naturalmente vede sempre più buio il futuro mano a mano che quel futuro lo esclude. Non credo però si tratti solo di un effetto ottico.

Ho in primo luogo l’impressione di una smemoratezza collettiva, percepibile soprattutto nei più giovani, che hanno una vaghissima idea, quando ce l’hanno, di ciò che è accaduto prima della loro nascita. Il moltiplicarsi delle ricorrenze anniversarie, la creazione di una liturgia della memoria, anziché alimentare un interesse ed un raccordo vivo col passato si risolve in una ritualizzazione arida, spesso manipolata, che i giovani mostrano di subire con fastidio e passivamente. Questo perché la smemoratezza è anche, e prima ancora, delle generazioni più mature, per le quali sempre più imperiosa sembra la voglia di fermare il tempo, annullarne il trascorrere in un eterno presente. E non mi riferisco a fenomeni frivoli, anche se significativi, come quello del “giovanilismo”, che se non altro alimenta nuovi settori economici, dalla chirurgia estetica alle palestre, ma all’incosciente miopia di classi dirigenti, a livello mondiale, che non riescono ad alzare lo sguardo oltre i propri piedi. L’eterno presente è il regno dell’oblio, e l’oblio significa rilassarsi, abbassare la guardia, sottovalutare i segnali di un’accelerazione dello scivolamento nella barbarie che ormai si moltiplicano.

In genere, a chi manifesta questo tipo di preoccupazioni si fa notare che i profeti di sventura ci sono sempre stati, la Bibbia e i poemi omerici ne sono già pieni. Infatti. Quel che di norma non si dice, però, è che nella gran parte dei casi le sventure si sono poi avverate. Magari non è finito il mondo, ma milioni di esseri umani ne sono stati travolti, cancellati, umiliati. Io non so se agisca un’astuzia della ragione, qualche dubbio lo avrei, e comunque mi interessa anche poco: mi interessa che a loro, per le loro sofferenze, vada almeno il risarcimento della memoria; che questa memoria costituisca per noi, oggi, un monito e un impegno, e non si riduca a una distratta celebrazione; e che questo impegno consenta domani, a coloro che verranno, di vivere con dignità.

Tutto ciò non farebbe evidentemente di me un reazionario. Ma c’è qualcosa che mi spinge a leggere in un’ottica diversa il ruolo dei reazionari. Per un motivo comprensibilissimo, per il fatto di voler difendere il passato da un futuro che ai loro occhi si presentava fosco, i pensatori reazionari sono stati in genere gli analisti più lucidi della modernità e quelli più spietatamente preveggenti rispetto alle derive politiche, economiche e sociali che avrebbe comportato. A partire da De Maistre il pensiero reazionario ha sottoposto la società uscita dall’ancien regime ad una critica preventiva che andava ad evidenziare i problemi prima ancora che questi cominciassero a porsi o ad essere visibili.

Io non sono certamente mosso dallo stesso spirito di un Burke o di un Lamennais: semmai vale il contrario. Ma neppure mi riconosco in quello che sembra oggi animare i miei contemporanei, che paiono essersi arresi ad una sorta di ineluttabilità storica. Sono ancora convinto che la storia la facciamo noi, quotidianamente, con le nostre scelte, e che la nostra “insignificanza” a fronte di un mondo tanto vasto e complesso non ci solleva dalle nostre responsabilità.

E allora si, allora vorrei che potessimo scendere da quel treno blindato dello “sviluppo” sul quale nessuno ci ha caricato a forza, ma che ci ha attratti con i suoi specchietti e le sue offerte speciali e ci ha portati in un tunnel del quale non intravvediamo la fine. Vorrei che tutte le opportunità che in questi anni ci sono state concesse per migliorare la condizione umana, e che non abbiamo saputo sfruttare, fossero rimesse in gioco. Ciò che non è possibile per una singola vita, è almeno pensabile per un insieme relativamente sottratto al tempo quale l’umanità.

Al di là della professioni di intenti, però, si può fare concretamente qualcosa? Credo di si, penso sia ancora possibile opporre una resistenza alla deriva e all’accelerazione verso il buio. Non è il caso di immaginare grandi rivoluzioni o palingenesi, anzi, visti i risultati delle precedenti direi di lasciar proprio perdere. No, qui si tratta di difendere con i denti quel minimo di buono che, a dispetto proprio dei reazionari classici, la modernità ha anche apportato, e quello che le epoche precedenti ci avevano trasmesso. Se già Socrate, duemilacinquecento anni fa, poteva convenire con i suoi discepoli sui valori fondamentali che rendono la vita degna di essere vissuta, voglio poter continuare a farlo anch’io con mio nipote. I valori sono rimasti quelli, alla faccia del postmoderno, del mercato, della crescita e della globalizzazione. E allora, molto semplicemente, si tratta di rispettarli nel quotidiano rapporto con gli altri e con noi stessi; di chiederne, anzi, di pretenderne il rispetto dai nostri interlocutori, anche a costo di apparire fuori tempo; di affermarli attraverso un’esemplarità non conclamata, vissuta nella consapevolezza dei limiti propri e della propria funzione, ma senza fare di questi limiti un alibi per assolversi dalle responsabilità. Di vedere, in altre parole, se tornando indietro di qualche passo possiamo ritrovare la strada e lo slancio per uscire da questa palude.

In questo senso sono un reazionario, e rivendico questo titolo. Soltanto, sono uno che cerca di reagire non alla storia, ma a una possibile, e non improbabile, fine della storia.

 

Dietro la svastica

di Paolo Repetto, da Contro n. 7/8, 1980

Generalmente, quando vediamo sui muri le lugubri scritte nere siglate dalla svastica o dall’ascia bipenne, ci limitiamo a pensare: Imbecilli! Se il muro è quello di casa nostra aggiungiamo anche altro, ma il concetto in definitiva non cambia, e neppure l’atteggiamento di fondo nei confronti del fenomeno. Ormai abbiamo fatto il callo all’esistenza di questa imbecillità, è entrata nel negativo quotidiano come le olandesine volanti o gli orologi al quarzo. L’ atteggiamento muta invece quando conosciamo l’identità di chi ha scritto sul muro, quando l’”imbecillità” comincia ad avere un volto. Ci sentiamo affrontati dall’esistenza di un imbecille concreto molto più che da una presenza diffusa, ma incorporea. Non siamo più egualmente disponibili, in questo caso, ad accettarlo nel nostro quotidiano. È un po’ quello che succede per gli incidenti stradali: solo se c’è coinvolto un conoscente li avvertiamo nella loro effettiva gravità.

Ma c’è un’altra eventualità ancora, che coglie completamente spiazzati e lascia storditi, invalidando la nostra sbrigativa categoria di “imbecillità” e mettendo fuori causa anche l’istintiva avversione politica. Questo avviene quando chi ha scritto sul muro lo conosciamo molto bene, o almeno, credevamo di conoscerlo. Quando su costui ci eravamo fatta un’opinione, e non siamo ora disposti a liquidarla nell’ “imbecillità”, o a subordinarla alla contrapposizione politica. Siamo costretti in questo caso a riflettere, a cercare di capire cosa significhi realmente quel gesto per chi lo ha compiuto. Salvo accorgerci subito, se chi ha scritto appartiene ad un’altra generazione, di non avere in mano alcuno strumento adatto alla comprensione.

Questa esperienza dalle mie parti l’abbiamo fatta di recente. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo dovuto ammettere che pur vivendo un rapporto intergenerazionale apparentemente molto aperto, quale solo l’ambiente di un piccolo paese può consentire, non conosciamo affatto i nostri “fratelli minori”. Non siamo in grado di capire, cioè, al di là del fatto contingente delle scritte, che senso diano a tutto il resto, che progetti, che ideali, che modelli vadano perseguendo. E questo è grave. Perché anche qui è da cercare, almeno in parte, la spiegazione del sostanziale fallimento dei nostri sforzi per ridare fiato alla sinistra.

Cosa fare allora? Intanto possiamo tranquillamente evitarci di indagare o dibattere sulle caratteristiche psicosociali del “fascetto”. Ci pensa già l’Espresso a giocare su queste cose e a dedurne grottesche tipologie. Dobbiamo evitarlo sia perché si tratta oggettivamente di idiozie, sia anche perché il problema non può restare circoscritto alla presenza del neofascismo giovanile: deve allargarsi all’assenza sempre più diffusa di un impegno a sinistra, ai moventi di quello che appare, o si vuol fare apparire, come il “vuoto ideologico” della nuova generazione.

Certo, in questa prospettiva il discorso corre il rischio di diventare ingovernabile, ed al tempo stesso inutile. Ma a noi in realtà non serve esplorare i meandri della psicologia giovanile: per il momento sarebbe già sufficiente capire attorno a cosa o a chi si aggregano questi ragazzi, e come. I “perché” sono con ogni probabilità al di là della nostra portata (ma anche di coloro che ne sproloquiano in veste ufficiale). In questo senso azzardo alcune considerazioni, senz’altro troppo semplificatorie, che possono tuttavia servire da traccia per riflessioni future più serie.

Credo che i momenti primari di aggregazione siano ancora quelli propri alla generazione precedente: scuola, lavoro, vacanza, politica, musica, sport (in un ordine di importanza che varia a seconda delle situazioni specifiche). Mi sembra radicalmente cambiato, invece, l’atteggiamento nei confronti di ciascuno di questi momenti: vale a dire il modo di viverlo, di concepirlo, di utilizzarlo.

Prendiamo il caso della musica, che mi sembra prestarsi a possibilità più immediate di esemplificazione. Prescindendo dalla qualità dell’odierno “prodotto” musicale (che proprio in quanto prodotto vanifica le scale di valori, care purtroppo anche a gran parte della sinistra), è certo che le modalità di fruizione della musica, così come i significati che in essa si cercano o ad essa si attribuiscono sono profondamente diversi da quelli degli anni ‘60. Lo dimostra se non altro il venir meno di un fenomeno che aveva caratterizzato quel decennio, quello della proliferazione di piccole formazioni musicali di ispirazione rock, pop o jazzistica.

Alla base di quel fenomeno c’era senz’altro la spinta della moda di importazione anglosassone, l’illusione del facile e rapido successo, molto provincialismo musicale, nel senso di un bagaglio tecnico e di idee spesso del tutto inadeguato: ma c’era anche una legione di praticanti, di esecutori, più o meno bravi, animati dalla voglia di fare musica insieme. Non solo: c’era anche la specifica esigenza dei semplici ascoltatori di vivere “direttamente” la musica, buona o pessima che fosse, di essere coinvolti e partecipi dell’esecuzione (ricreando quella che Adorno, in relazione alla musica del salotto borghese, chiama “aura”). La musica insomma era fatta ed ascoltata come pretesto per una eccitazione ed una liberazione collettiva: questo almeno nelle intenzioni. Se poi il risultato, all’atto pratico, andasse in una direzione diversa e fosse alienante non ha importanza ai fini di quello che stiamo cercando. Sta di fatto che il concerto dal vivo appariva l’espressione musicale più compiuta, ed era vissuto come l’equivalente della manifestazione, quando non diventava il pretesto per la stessa.

La disposizione odierna appare invece improntata alla passività e alla chiusura. Il far musica è delegato agli specialisti, l’ascolto mira più allo stordimento e all’estraniamento che non all’ eccitazione. È il caso della musica da discoteca, per la quale fondamentale è il volume di emissione, che innalza una barriera acustica impenetrabile; ma è il caso anche dell’ascolto “stereofonico”, incentrato sulla perfezione tecnica a livello di esecuzione e di riproduzione. Questo tipo di ascolto ha da essere necessariamente il più possibile “privato”, individuale o ristretto ad una piccola cerchia. È refrattario ad ogni partecipazione emozionale, presume silenzio e compostezza. D’altra parte, il rilancio dei concerti di massa, tentato la scorsa estate, si è dimostrato fallimentare: e comunque, al di là della disaffezione dimostrata dal pubblico, sono venute a galla una impostazione organizzativa ed un tipo di partecipazione ben diverse. I luoghi deputati all’ascolto sono ormai altri, spesso connessi alla vanità delle mode (l’impianto stereofonico in macchina, quando non sulla “Vespa”) e sempre scarsamente idonei alla socializzazione.

Considerazioni pressoché analoghe si potrebbero fare per lo sport, la scuola, le vacanze, ecc… La tendenza generale rilevabile in rapporto a questi, ma anche ad altri, nuovi, momenti di aggregazione (la passione motoristica, lo spinello, ecc …) è la stessa; paradossalmente, essi appaiono sempre più come luoghi o occasioni ulteriori di disgregazione, di solitudine e isolamento, ricercato o coatto. Questi ragazzi sono sempre più soli nella scuola, dove il “rinnovato ardore per gli studi” maschera solo una desolante carica antagonistica innescata dalla paura della disoccupazione; sono più soli in una pratica sportiva che tende a privilegiare i livelli specialistici, nella vacanza che deve forzatamente connotarsi (in direzione intelligente o freak o alternativa, ecc…, col risultato di essere tutto tranne una vacanza), nel frastuono del gruppo che cavalca le Vespe, nell’intimità dei club dello spinello o nello squallore dei cessi ferroviari, alla ricerca dei paradisi artificiali.

Sono infine più che mai soli nella ricerca di una identità e di un significato politico. In effetti, come fenomeno aggregante la partecipazione al gruppo o all’attività politica ha perso ogni vitalità. I ragazzi sono respinti sulla soglia dal clima di sbando, dalla confusione, dalle meschinità che il vuoto di idee e di prassi fa risaltare. E il loro conseguente disinteresse non investe solo la politica di vertice, quella che passa per i telegiornali, o gli annosi dibattiti ideologici, ma si allarga anche alle manifestazioni che potrebbero sembrare più vive e coinvolgenti: la politica locale, i problemi della scuola e del lavoro, ecc… Quelli che qualche interesse in proposito lo conservano, se non optano per la carriera nei ranghi di partito sembrano preferire soluzioni di semiclandestinità, meno impegnative (e scoccianti) agli occhi dei coetanei. Normalmente non parlano di politica, non sentono il bisogno di discutere le loro idee: preferiscono una segretezza che è in fondo una rivendicazione di individualità. O almeno lo sembra. Quando c’è comunicazione, essa avviene in ambiti ristretti. Attira l’idea di appartenere ad un gruppo esoterico, minoritario, chiuso; non si è tenuti a vivere e a professare le proprie idee nel quotidiano, ci si ritaglia semplicemente uno spazio ed un tempo politici ben delimitati.

In questo senso la scelta di una militanza a sinistra è senz’altro meno facile. Comporta un livello, sia pur minimo, di impegno anche nel quotidiano, e quindi una rinuncia o una presa di distanza nei confronti dei modelli correnti, pena l’esporsi alle accuse di incoerenza (“il privato è politico” non paga più molto). Su una personalità in formazione questi elementi hanno il loro peso: non saranno determinanti, senz’altro, ma spesso contribuiscono a favorire l’abbraccio di posizioni che in fondo non sono affatto capite o condivise. Basta magari una piccola spinta dall’esterno, la suggestione esercitata dall’adulto o dal compagno di scuola al momento giusto. E qui torniamo in ballo noi. La sinistra, al di là delle sclerotiche strutture giovanili dei partiti storici, prive di ogni credibilità, brilla per la sua assenza rispetto a questi particolari momenti. Non ha quindi diritto di stupirsi e di lamentarsi: perché, a differenza di quanto succede tra i compagni in crisi o rifluenti, che non hanno più il tempo di guardarsi attorno tanto sono impegnati a tastarsi, analizzarsi, commiserarsi interiormente, c’è dall’altro versante chi si da molto da fare. Coi risultati che abbiamo davanti agli occhi, e che vanno dalle stragi alle svastiche sui muri dei nostri paesi addormentati. Per forza: a furia di autoconvincerci che non dovevano più esserci missionari abbiamo lasciato il terreno ai miscredenti.