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La tentazione dell’inutile

Un’introduzione alla storia dell’alpinismo

di Paolo Repetto,28 febbraio 2012

A Franco, capocordata da sempre
Ad Augusta, a Stefano e a Giorgio,
portatori sani del virus della montagna

Quella che segue non è una storia dell’alpinismo. È un abbozzo di storia del rapporto fisico e spirituale intrattenuto dall’uomo con le montagne, con particolare riferimento al XIX secolo. Come tale è ben lungi dal pretendere di essere esaustivo: anzi, l’intento era quello incuriosire, di offrire degli “assist” per approfondimenti che poi ciascuno porterà avanti come vuole. Spero di esserci almeno in parte riuscito, e soprattutto di non annoiare gli amici che vorrebbero raccoglierli.

E vanno gli uomini
Ri-scoperta e riappropriazione
L’assalto alla montagna
Finalmente in vetta
La montagna romantica
La montagna dipinta
La montagna illustrata
La montagna colonizzata
Mondi e monti lontani
Penne e piccozze
La guerra nell’Alpe
La guerra con l’Alpe
La morte dell’impossibile
Scendere a valle
Salire. Bibliografia essenziale per una letteratura dell’alpinismo
STORIA DELL’ALPINISMO
STORIA E ANTROPOLOGIA DELLA MONTAGNA
MONOGRAFIE SULLE PRINCIPALI VETTE
FILOSOFIA ED ETICA DELL’ALPINISMO
LETTERATURA ED ESTETICA DELL’ALPINISMO
BIOGRAFIE DI ALPINISTI
CLASSICI DELLA LETTERATURA ALPINISTICA
LETTERATURA ALPINISTICA MODERNA
NARRATIVA

E vanno gli uomini …

Amo di folle amore i monti fieri e sublimi!
[…] Non producono niente, sono inutili:
son solo belli, e la bellezza è un nulla
Ma io li amo più dei campi grassi e fertili
Ma lontani dal cielo – dove Dio non si vede.
Th. Gautier

Non si può chiudere questo racconto di viaggi, scoperte ed esplorazioni senza accennare a un risvolto solo apparentemente marginale: la conquista delle vette alpine[1]. È una vicenda particolare, rappresentativa di una estremizzazione, individuale o collettiva, dello spirito errabondo e conquistatore dal quale abbiamo preso l’avvio: ma esemplifica e testimonia anche la subordinazione progressiva della curiosità originaria a logiche economiche, strategiche e politiche che ne snaturano l’“innocenza”.

Mi soffermo su questa vicenda – anche se altrettanto significative, sia pure con ricadute diverse, potrebbero essere considerate l’esplorazione degli abissi marini, la corsa ai poli e la gara per lo spazio – intanto perché è maggiormente legata al periodo trattato nella mia narrazione, e poi perché quelli montani sono rimasti gli unici spazi abbordabili da tutti, nei quali il confronto con la natura ha conservato molte caratteristiche invariate; nei quali cioè quello spirito della sfida, ma anche della scoperta e della conquista, dal quale siamo partiti, ha ancora modo in qualche misura di esprimersi.

Questo a dispetto del fatto che l’interesse per la montagna e per la sua esplorazione non sia un carattere biologicamente radicato, e nemmeno si possa dire sia stato “storicamente” acquisito molto presto[2]; è piuttosto un portato della modernità, anche se non mancano le testimonianze di ascensioni impegnative affrontate in età medioevale o prima ancora in quella classica[3]. Vale il solito discorso: si possono retro-datare all’infinito i sintomi o gli indizi di una rivoluzione negli atteggiamenti mentali, ma in tal modo si forza il significato di avvenimenti occasionali e si perde di vista la novità prodotta dalla trasformazione.

In effetti, nella prima lunga fase di nomadismo che ha portato la specie umana a popolare tutti i continenti, e che in sostanza si è protratta sino al basso medioevo, le catene montuose non sono mai state considerate come mete: erano piuttosto degli ostacoli. Non si cercava la vetta, ma il valico. Gli storici antichi, da Erodoto a Strabone, ci raccontano drammatiche traversate di passi impervi piuttosto che epiche scalate. Lo scopo di eserciti, carovane commerciali, popoli migranti, pellegrini o viaggiatori solitari non era salire le montagne, ma lasciarsele alle spalle, compiendo rituali propiziatori prima di affrontarle e ringraziando per lo scampato pericolo dopo averle superate. Tutti i popoli dell’antichità, in qualsiasi parte del globo, hanno da sempre consacrato le vette a dimora della divinità (l’Olimpo, il Sinai, il Fuji, il Kailash, ecc.), per motivi facilmente intuibili, che vanno dalla maestà del paesaggio al mistero dell’ignoto, dal timore nei confronti di ciò che appare immensamente grande al fascino di cime che si nascondono tra le nubi e sembrano attingere, nel senso proprio di toccare, ad un’altra dimensione: e comunque ne vietavano la frequentazione agli umani. L’ostilità degli elementi, il pericolo costante e la difficoltà di sopravvivere alle alte quote costituivano già di per sé un notevole deterrente[4]: fino a tutto il XVI secolo i resoconti atterriti dei viaggiatori che valicano i passi alpini, da Benvenuto Cellini a Montaigne, da Francesco di Sales a John Evelyn, ci parlano solo dello spavento indotto dalle valanghe e dai crepacci. Ma la deterrenza veniva rafforzata e in qualche modo resa accettabile dalla superstizione. In tal senso, anche quando nel passaggio occidentale dall’età classica al medioevo il rapporto con la montagna ha cambiato nettamente segno, e le vette e tutto l’ambiente montano si sono popolati di presenze demoniache e le interdizioni si sono moltiplicate, si è rimasti nell’ambito del sacro: le divinità erano in fondo le stesse, anche se rilette in negativo dal monoteismo cristiano.

La salita in vetta costituiva comunque una “profanazione”, un gesto presuntuoso e sacrilego, sia in Oriente o nell’Occidente classico, dove si esigeva una devota reverenza per la dimora della divinità, sia nell’Occidente cristiano, che scorgeva in ogni dirupo e anfratto un ricettacolo di demoni e di mostri. Questo sacro timore finiva per investire, rovesciandosi in disprezzo, anche coloro che le montagne le abitavano, con le rare eccezioni riservate agli asceti o agli eremiti. I montanari sono stati bollati in tutte le epoche e nelle diverse aree come rozzi e primitivi, in qualche caso come subumani[5]: e le leggende relative all’uomo selvatico, universalmente presenti dalle Alpi alle Ande all’Himalaya, documentano la diffusione e la persistenza della considerazione negativa. Proprio tra queste genti, tra l’altro, che pure con la montagna e le sue insidie e i suoi misteri avevano maggiore dimestichezza, le superstizioni erano particolarmente diffuse: lungo tutto l’arco alpino sono centinaia i toponimi che rimandano alla presenza di giganti, di streghe, di draghi o di enormi serpenti, quando non addirittura del Diavolo in persona, magari esiliato nelle “ghiacciaie” per liberare i valichi (come accade ad esempio nel caso di San Bernardo e del passo omonimo), e tutto il massiccio del Monte Bianco era conosciuto fino al Settecento dai valligiani come “Montagnes Maudites”.

Ciò non toglie che vadano immaginati tra questi anche i primi salitori delle vette, trascinati dai lunghi inseguimenti di caccia o dalla ricerca di cristalli, o magari da rituali pagani sopravvissuti sotto le specie del folklore e del gioco.

Oltre alle interdizioni religiose, nel medioevo hanno senz’altro contribuito ad una particolare disaffezione nei confronti della montagna anche i cambiamenti climatici: l’irrigidimento del clima verificatosi tra il IX e il XIV secolo ha esteso i ghiacciai e resa decisamente più dura la vita oltre una certa altitudine[6]. In quest’epoca quindi, più che mai, e in Europa a differenza di quanto accade nelle altre parti del mondo[7], alle montagne vengono associati il male, il mistero e l’orrore, e la frequentazione delle zone che si trovano al di sopra dei limiti naturali della caccia o del legnatico viene letta non solo come un atto di sfida inutile e fine a se stesso, ma anche come un segnale di inclinazioni malefiche.

Se l’età medioevale sostituisce il demoniaco al divino, la vera e propria “desacralizzazione”, ovvero la sottrazione della montagna alla sfera religiosa, positiva o negativa che sia, e l’instaurazione di un rapporto se non laico, perché quello con la montagna non è mai tale, almeno disincantato, sono invece molto più tardi: occorre attendere l’età moderna[8].

Il primo alpinista moderno, sia pure solo in ispirito, è tuttavia un uomo medioevale. È Francesco Petrarca. L’aretino non compie una grande impresa: il Mont Ventoux, sul quale sale nel 1336, è in realtà un panettone dalla cima spelacchiata; l’ascesa è solo una lunga camminata, disturbata in prossimità dalla vetta da uno sferzante mistral. Ma è lo spirito quello che conta. Petrarca sale per il piacere di salire, di arrivare in vetta e di guardarsi attorno da lassù: “oggi, spinto solo dal desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza […][9]. Non ha la presunzione di “vincere” la montagna, perché si rende conto benissimo che la scalata è alla portata di tutti. Semmai vuole vincere la propria pigrizia, quella disposizione melanconica e inibente che chiama “accidia”, e che si nutre, a proprio alibi, anche dei tabù. Un pastore che lo incontra alle prime pendici del monte gli racconta di essere salito da giovane in vetta, e cerca di dissuaderlo: “ma cosa ci vai a fare? In cima non c’è niente”. E invece il Petrarca sulla cima trova se stesso, trova un significato proprio nello sforzo che si è imposto per violare un tacito divieto interiore. Nella lettera-relazione a Dionigi da Borgo San Sepolcro si affretta poi a rinnegare questo impulso, a deprecare la vanità delle aspirazioni umane: cita il celebre passo di Agostino ([…] e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, […] e trascurano se stessi) e cerca una giustificazione nel desiderio di approssimarsi di qualche metro a Dio. Ma la realtà è un’altra. Petrarca sa di aver compiuto un gesto di ribellione, di autonomia: ne ha un po’ paura, ma è arrivato comunque in vetta, e soprattutto lo racconta, lasciandoci il primo resoconto alpinistico della storia, inaugurando un genere e, con largo anticipo, una tendenza.

Dopo Petrarca, gli episodi di ascensioni testimoniate, alcune anche di difficoltà tecniche non indifferenti, si infittiscono, già a partire dall’ultima parte del medioevo. Le motivazioni sono le più disparate: può trattarsi di una pratica mistica o penitenziale (la salita nel 1368 di Bonifacio Rotario, che porta sulla vetta del Rocciamelone un trittico di bronzo), di un espediente militare (la traversata invernale del Kimmler Tauern compiuta da Rodolfo IV d’Austria nel 1363), di una curiosità estetico-scientifica (l’ascesa di Leonardo da Vinci al monte Bo), o di un gesto politico (la volontà di affermare un possesso integrale, fisico, e non solo teorico, del territorio sul quale si ha giurisdizione: la scalata del Mont Anguille, nel Delfinato, ordinata da Carlo VIII ad Antoine de Ville, nel 1492). Ma lo spirito dell’esplorazione fine a se stessa, quello per intenderci anticipato da Petrarca, è più tardo: si affermerà solo col Romanticismo. Per intanto la dissacrazione passa invece per un’altra via, quella della “riscoperta” scientifica della terra.

 

Ri-scoperta e riappropriazione

Nel 1555 Conrad Gessner, un naturalista svizzero, intraprende come gesto esplicito di sfida l’ascensione al monte Pilatus, vicino a Lucerna: va a gettare pietre in un lago che si riteneva abitato da draghi e da spiriti maligni[10]. Gessner è indubbiamente mosso dallo spirito antisuperstizioso della Riforma, ma è anche uno che scrive: “asserisco che è nemico della natura colui che non reputa le alte montagne degne di studio”. E, soprattutto, che quando aggiunge: “Le regioni più alte delle più elevate vette sembrano essere al di sopra delle leggi che regolano il mondo sottostante, quasi appartenessero ad una sfera diversa[11]” intende dire che le leggi fisiche operano in maniera diversa: la neve che sfida i raggi del sole, l’aria che è più limpida e rarefatta, i colori, la temperatura, ecc… Si apre un campo nuovo all’indagine, e non c’è posto per i draghi. Un amico di Gessner, Benedikt Marti, nella sua Courte description du Stockhorn et du Niesen (1557), oltre a ribadire la bellezza del paesaggio, la religiosità del silenzio, la salubrità dell’aria e dello stile di vita, arriva a proclamare la superiorità “civica” dell’uomo di montagna. Concetti analoghi sono rintracciabili in un poema del francese Jacques Peletier, La Savoye, del 1572. La montagna è innanzitutto il luogo della libertà, nel quale lo spirito può distendersi e spaziare: “Luoghi isolati, altezze vertiginose / gelidi paesaggi e sentieri gibbosi / Là dove, quanto più lo sguardo si trova prigioniero / più trova spazio e trova libertà[12].

Lo stesso spirito anima pochi anni dopo (1574) il “De Alpibus commentarius” di Josias Simler, altro svizzero, professore di esegesi neotestamentaria a Zurigo, che fornisce una descrizione storico-geografica di tutta la catena alpina. Simler dedica molta attenzione anche alle tecniche e ai problemi degli spostamenti in montagna, dando l’avvio ad una ricognizione, e quindi ad una secolarizzazione sistematica, del territorio, sia pure nei limiti di una conoscenza che è agli esordi: paradossalmente, infatti, in tutta la sua opera non viene mai citato il monte Bianco. È caduto un tabù, e se anche nel Seicento l’attenzione per il mondo alpino rallenta, perché una nuova repentina glaciazione prodottasi verso la fine del XVI secolo[13] si somma alle condizioni generali di insicurezza politica create dalla guerra dei Trent’anni e rende meno facili e frequenti gli spostamenti, la strada è ormai aperta. Sotto l’azione combinata della Riforma e della Controriforma, che mirano a sradicare ogni residuo di paganesimo superstizioso, delle scienze naturali che cercano di dare spiegazione dei fenomeni di cui parlava Gessner, e in particolare della nascente geologia, che proprio dallo studio delle rocce trae gli elementi per dilatare la profondità temporale del mondo, viene rimossa la patina protettiva di sacralità e si avvia la domesticazione delle cime.

La geologia come autonoma scienza della terra, svincolata da idee precostituite e da principi primi costitutivi dell’universo e dotata di metodi d’indagine propri, basati sull’esperienza in campo aperto e di ricerca sul terreno, nasce da un viaggio, da una fascinazione e da uno scarto[14]. Il viaggiatore è Thomas Burnet, un ecclesiastico inglese che compie nel 1671 il suo Grand Tour continentale, rimane affascinato dalle Alpi ed elabora sulla scorta di quell’esperienza una singolare teoria orogenetica, che viene enunciata nella Telluris theoria sacra del 1681. Secondo Burnet la terra era in origine perfettamente liscia e pianeggiante, e gli attuali rilievi e cicatrici, monti e fiumi, baratri e precipizi sono il risultato di una immane inondazione provocata dalla rottura della crosta terrestre. La terra non è dunque che un rozzo ammasso di rovine, un mondo in pezzi: ma proprio questo sfacelo è testimonianza della potenza divina.

Al di là della scontata conclusione, la teoria di Burnet contiene degli elementi di rivoluzionaria novità, soprattutto se confrontata con i Principia di Newton, apparso sei anni dopo, e con i cartesiani Principia Philosophiae di quarant’anni prima. Rispetto a entrambi, che trattavano il “problema montagne” (in sostanza: come si concilia il loro disordine con un cosmo perfettamente regolato da leggi eterne e immutabili? perché ci sono, a dispetto di un ordine universale che non le prevede?) da un punto di vista teorico-matematico, come variabili da far rientrare nel quadro ordinato di una lettura meccanicistica del mondo, e lo liquidavano o riconducendo la singolarità, l’irregolarità e la diversità dei fenomeni ad astratti modelli teorici, o attribuendole sbrigativamente ad atti divini non necessitanti di spiegazione, il vescovo inglese introduce il fattore “disordine”. Le montagne scompigliano il quadro, e non possono essere considerate solo un elemento di disturbo nella teoria, ma ne costituiscono addirittura la chiave. La rottura d’equilibrio postulata da Burnet all’origine della loro formazione, pur fissando la terra al momento in cui si era svolto l’evento catastrofico, ha il merito rispetto alla concezione di Newton di immettere comunque un cambiamento: è in qualche modo, molto timidamente, una storicizzazione. Le montagne sono riscoperte “nel tempo” e quel tempo non è ciclico, non è costituito dal ripetersi di eventi simili, ma lineare, profondo, irreversibile. Ciò che da Bacone in poi valeva per la storia umana, vale ora anche per quella naturale.

Ma c’è dell’altro: una concezione simile non può essere finalistica. Il mondo è un ammasso di rovine, non un’armoniosa costruzione. La potenza divina non opera necessariamente “al servizio” del mondo, finalizzata alla sua stabilità e al suo ordine: anzi, al contrario nel tempo la terra attraversa successive metamorfosi e alterazioni, ma il prodotto finale di ogni fase sono appunto solo rovine. Per capire tutto questo (Burnet non lo dice, ma lo pensa) le montagne bisogna vederle, conoscerle da vicino. Bisogna provare quello strano, contradditorio sentimento insieme di entusiastica attrazione e di fantastico terrore che fa dimenticare ogni estetica delle simmetrie per spingerti verso quella delle rovine.

Il nuovo concetto di “tempo della natura”, inconsapevolmente introdotto da Burnet nel momento in cui lo sgancia da quello umano, è comunque già maturo al momento della comparsa della Theory. Una dozzina di anni prima il danese Nicola Stenone ha fatto scandalo proponendo nei Prodomi[15] una lettura dell’origine dei fossili che prende spunto proprio dallo studio delle montagne. Ciò che si rinviene negli strati calcarei messi a nudo dalle frane o dall’erosione non sono giochini artistici cui si è abbandonato Dio, ma testimonianze di forme di vita antichissime, molte delle quali definitivamente scomparse, depositatesi nell’arco di tempi lunghissimi nei fondali marini e sollevate poi dai movimenti tellurici. Stenone è immediatamente costretto dalla reazione della chiesa danese a ritrattare le sue idee, ma queste vengono riproposte quasi contemporaneamente dall’inglese Hooke, e con diverso successo. Anche se ufficialmente, almeno sino ai primi dell’ottocento, la datazione dell’antichità del mondo rimarrà quella stabilita nel 1650 dal vescovo Ussher (per l’esattezza, il mondo è stato creato 4004 anni prima della nascita di Cristo)[16], di fatto gli studiosi, soprattutto quelli che come Burnet hanno l’occasione di un approccio diretto con le formazioni montuose più giovani, cominciano a pensare in termini di tempi ben più profondi. Nel 1695 Woodward pubblica il Saggio sopra la storia naturale della terra[17], col quale intende confutare l’ipotesi “catastrofista” di Burnet: ma nel farlo finisce a sua volta per mettere implicitamente in discussione il computo basato sulla interpretazione letterale della Bibbia.

Queste intuizioni sfoceranno, alla fine del secolo successivo, in due teorie orogenetiche contrapposte, il nettunismo di Werner e il plutonismo di Hutton. In questo dibattito lo studio delle montagne farà la parte del leone e fornirà la chiave interpretativa di tutta la storia della terra[18]: per il momento però importa cogliere un altro nuovo portato dell’approccio di Burnet. Lo scienziato deve andare alla montagna, se vuole comprendere davvero il senso profondo. Deve quindi farsi esploratore, e l’esplorazione, oltreché geografica, si fa storica. Nasce una nuova figura, quella del naturalista-viaggiatore, che si applica ad una indagine non più solo orizzontale, di superficie, ma verticale, di profondità e di altitudine, e quindi storica. Lo stesso Woodward pubblica nel 1696 un manualetto contenente Brevi istruzioni per fare osservazioni in ogni parte del mondo[19], nel quale si spiega cosa osservare, come e con quali strumenti. Ci aveva già pensato più di un secolo prima Bacone, e lo faranno cinquant’anni dopo anche Linneo, con l’Instructio peregrinatoris[20], e in Italia Lazzaro Spallanzani. Nel 1849 verrà pubblicato in Inghilterra addirittura un volume collettaneo di istruzioni, affidato per le diverse discipline ai più eminenti protagonisti degli studi scientifici, da John Herschel per l’astronomia a Hooker per la botanica, a Richard Owen per la zoologia. Lo stesso Darwin redige la parte relativa alla geologia. In tutte queste opere uno spazio sempre più considerevole, mano a mano che i protocolli delle diverse scienze si definiscono, è riservato alla vulcanologia e all’orogenetica.

 

L’assalto alla montagna

Il vero e proprio assalto alle vette scatta nel Settecento, ed è preceduto nella prima parte del secolo da un totale ribaltamento nella percezione del paesaggio montano: da luoghi del maleficio e del proibito le montagne si avviano a diventare gli scenari ideali di un più genuino rapporto con la natura, e conseguentemente, tra gli uomini. I fattori che concorrono al mutamento radicale di prospettiva sono svariati e complessi, e hanno incidenza diversa rispetto alle diverse culture. Alcuni sono di ordine squisitamente pratico, legati ad esempio all’opera di rilevazione cartografica del territorio avviata dai sovrani, in particolare da Luigi XIV e dal suo ministro Colbert, a fini amministrativi, strategici e fiscali. A cavallo tra il Sei e il settecento l’area alpina sud-occidentale è aspramente contesa tra la Francia e il Ducato di Savoia, con gli Svizzeri partecipi e preoccupati spettatori: risale a questo periodo la costruzione dei più importanti sistemi di fortificazione dei valichi e delle cime (da Fenestrelle a Exilles). La conoscenza del territorio si rivela in tal senso determinante: nella battaglia dell’Assietta i francesi perdono 6.000 uomini perché non hanno idea della conformazione del terreno dello scontro. Pur non comportando di per sé alcun coinvolgimento emozionale, la ricognizione “strategica” delle montagne contribuisce fortemente a laicizzarne l’immagine e ad abbattere i residui tabù psicologici e fisici (ad esempio, quello della impossibilità di sopravvivenza per lunghi periodi alle alte quote).

C’è poi il crescente successo della Svizzera (soprattutto di Ginevra) nella considerazione da parte dell’opinione pubblica (prima inglese e poi francese e germanica), che con effetto alone si allarga successivamente a tutta la zona alpina. I monti che fanno corona ai laghi e alle piccole e virtuose comunità calviniste sembrano preservare queste ultime dagli influssi negativi del resto del continente, appaiono come un baluardo della purezza religiosa e della libertà politica. E conseguentemente, con il diffondersi della moda del Grand Tour, che sguinzaglia in giro per l’Europa e porta a contatto con le Alpi i giovani irrequieti rampolli delle classi dominanti inglesi, le montagne vere, il regno delle nevi eterne, sono visti con uno sguardo nuovo, curioso e disincantato.

I viaggiatori d’oltremanica colgono dell’ambiente montano l’aspetto pittoresco, attraverso una percezione sentimentale che è stata educata lungo il XVII secolo dalla disposizione “libertina” nei confronti del nuovo e del diverso: quella che fa scrivere ad Addison, che inaugura idealmente nel 1701 l’elenco dei nuovi pellegrini settecenteschi, che le Alpi “sono interrotte da così tanti salti e precipizi da riempire la mente di una gradita forma di orrore e costituire uno degli scenari più irregolari e disarmonici della terra[21]. Si fa strada il sottile e ambiguo piacere dell’orrido. Addison stesso fa riferimento peraltro alle impressioni di un “gradevole stupore della mente” riportate dai viaggiatori che lo avevano preceduto negli ultimi anni del ‘600, come il vescovo Burnet o il letterato John Dennis (“Ho la sensazione di essere transitato, in senso letterale, sull’orlo della distruzione. La percezione di ciò produsse in me […] un delizioso orrore, una terribile gioia, e godendone immensamente, al tempo stesso tremavo”). Ma è lui a fissare lo stereotipo che informerà per tutto il secolo le lettere e i resoconti di viaggio dei “touristes” britannici, a prescindere dalla direzione che daranno alle loro impressioni. Thomas Gray riconcilierà il paesaggio alpestre con la presenza divina, alla maniera di Burnet (“ci sono scenari che indurrebbero un ateo a credere senza bisogno di altri argomenti”), mentre a Lady Montague “l’aspetto prodigioso delle montagne coperte di nubi eterne, le nubi sospese sotto i piedi […]”, tutto ciò sembrerà “solenne e dilettevole”. Il tutto mitigato appena da un realistico appunto, molto femminile: “se avessi sofferto meno per il freddo”.

La contemplazione meravigliata non tarda però a lasciare il posto all’azione esplorativa. Quattro decenni dopo Addison una bizzarra pattuglia di giovani scavezzacollo britannici, guidati da un aristocratico cultore della boxe, William Windham, e da un ricco borghese giramondo, Richard Pococke, spediti sul continente dalle rispettive famiglie per tenerli lontani dai guai, invece di limitarsi ad ammirare le Alpi dalle sponde del Lemano sale a calpestare le “nevi eterne”. Sfidando lo scetticismo dei valligiani guadagnano la Mer de Glace, scendono sul ghiacciaio e a dispetto dello spirito da bravata che li anima aprono la strada all’esplorazione vera e propria. Già l’anno successivo infatti la loro spedizione è ripetuta da uno studioso ginevrino decisamente più serio, Pierre Martel, che sale con lo scopo preciso di studiare la struttura del ghiacciaio e di fornirne una descrizione scientifica. Martel incarna un’ulteriore motivazione, quella fornita dal crescente interesse per la glaciologia, sia in rapporto alle controversie scientifiche di cui faremo cenno sia in ragione di un fenomeno, quello dell’avanzata dei ghiacciai, che aveva assunto una tangibile e preoccupante rilevanza pratica, dopo che nel 1712 un intero villaggio era stato inghiottito, con i suoi abitanti, da un improvviso sommovimento ed altri erano stati frettolosamente abbandonati.

Queste due ascensioni, delle quali lo stesso Martel pubblica più tardi a Londra una relazione congiunta (1742)[22], sono significative del duplice percorso lungo il quale si svilupperà d’ora innanzi l’approccio con la montagna. Quello britannico, “umanistico” e curioso prima, sportivo e avventuroso poi; e quello continentale, o franco-svizzero, scientifico e filosofico. Windham e Pococke salgono armati di pistole, pugnali e bottiglie di buon vino, e una volta sul ghiacciaio si divertono a saltare i crepacci; Martel è accompagnato da un pittore e da un biologo, si porta dietro un barometro, col quale calcola l’altitudine e i dislivelli, compie osservazioni naturalistiche, esegue rilievi topografici e abbozza una classificazione geografica delle cime circostanti il mare di ghiaccio, oltre a darne una prima rappresentazione iconografica.

La “seriosità” dell’approccio continentale si riscontra anche nei suoi esiti letterari e filosofici. Le montagne esordiscono da protagoniste nella letteratura dell’Europa continentale (mentre in Inghilterra rimangono a margine, a fare da sfondo o confinate nel genere “letteratura di viaggio”) nel 1732 con il poema Die Alpen, di Albert von Haller; vengono poi consacrate da Rousseau nella Nouvelle Héloïse del 1761 e trovano un appassionato cantore e propagandista nel pittore, naturalista, storico ed etnografo Marc-Theodore Bourrit. Haller ripropone tutti gli stilemi descrittivi del paesaggio montano già fatti circolare dagli inglesi, compreso il fascino esercitato dal “terrificante”: ma ci aggiunge lo stereotipo del montanaro povero e virtuoso, in contrapposizione al cittadino corrotto (laddove Windham, dieci anni dopo, descrive gli abitanti di Chamonix come imbroglioni, ostili e poco amanti della fatica)[23]. E sarà questo stereotipo a caratterizzare, soprattutto nella versione di Rousseau (che in verità amava assai poco la montagna e i montanari, ma aveva letto Haller) l’immagine letteraria del secondo settecento. (“Sulle alte montagne dove l’aria è pura e sottile, la respirazione è più agevole, il corpo più agile, lo spirito più sereno, i piaceri meno ardenti, le passioni più moderate. Le meditazioni assumono lassù non so che carattere grande e sublime, proporzionato agli oggetti che ci colpiscono, una non so che voluttà tranquilla che non ha niente di acre e di sensuale. Si direbbe che, alzandosi al di sopra del soggiorno degli uomini, ci si lascino tutti i sentimenti bassi e terrestri, e che a mano a mano che ci si avvicina alle regioni eteree, l’anima sia toccata in parte dalla loro inalterabile purezza[24]). A monte (è il caso di dirlo) c’è l’illuminismo, con l’interesse nuovo per la diversità dei costumi, delle leggi, delle credenze, e con l’uso polemico della contrapposizione.

È comunque l’approccio scientifico ad informare i primi veri tentativi di ascensione. Gli studi geografici e naturalistici, soprattutto quelli dedicati all’inesplorata dimensione dei ghiacciai, si moltiplicano nella seconda metà del secolo, e vanno ad inserirsi nella fioritura di interesse per la ricerca geologica e orogenetica. Nell’ottica di una scientificità finalizzata agli aspetti pratici, l’Enciclopedie riserva alla natura dei ghiacciai e alle cause della loro formazione uno spazio prevalente all’interno della trattazione delle montagne[25]: e anche la Royal Society, autorevolissimo indicatore degli interessi e delle sensibilità prevalenti nella ricerca, ospita numerose comunicazioni relative alle Alpi, incentrate però in particolare sul problema della misurazioni delle altitudini. Nel complesso la montagna viene letta come depositaria della storia geologica, una storia molto profonda, che rimanda ad ere incredibilmente lontane: ed essendo nel frattempo comparse opere che mettono in discussione l’interpretazione biblica dei tempi e dei modi della formazione della terra, il supporto “documentario” offerto dalla morfologia alpina diventa determinante. Nel 1741 Anton Lazaro Moro pubblica a Venezia De’ crostacei e degli altri marini corpi che si truovano sui monti, che conosce larga diffusione anche fuori d’Italia e può essere considerato l’atto battesimale della moderna paleontologia[26].

Con le acquisite credenziali di luoghi per eccellenza deputati allo studio dell’antichità della terra le montagne conoscono, soprattutto nella seconda metà del Settecento, un nuovo tipo di frequentazione. Ogni scienziato che si rispetti, quale che sia il campo di interesse specifico, dalla fisica alla biologia, alla mineralogia, deve pagare un qualche tributo alle cime.

In questo periodo due studiosi si distinguono per la continuità e la sistematicità dell’interesse dedicato all’orografia, alla geologia e in definitiva a tutte le peculiarità naturalistiche dell’ambiente alpino: Horace Benèdict de Saussure nelle Alpi Occidentali e Déodat de Dolomieux in quelle Orientali. Il primo soprattutto diventa, assieme a Bourrit, ma con intenti più scientificamente fondati, il promotore di un vero e proprio assedio al Monte Bianco, e ispirerà direttamente (anche mettendo in palio un premio) l’assalto finale. Il secondo incarna nella sua più compiuta fenomenologia la nuova figura dello scienziato-viaggiatore: nel corso di un quarto di secolo percorrerà le Alpi palmo a palmo, in una serie di escursioni condotte spesso in solitaria, animate da una determinazione ferrea e sorrette da un fisico instancabile.

 

Finalmente in vetta

Nel 1786 arriva la capitolazione di quella che è diventata la montagna simbolo e l’ossessione di De Saussure. I primi due salitori, Jacques Balmat e Michel Paccard, dovrebbero puntare secondo il mandato di De Saussure alla misurazione della pressione barometrica in vetta e alla conseguente determinazione dell’altitudine, piuttosto che alla conquista. In realtà non sono mossi dagli stessi intenti. Paccard, medico e naturalista dilettante, ha già effettuato diverse ascensioni significative mirate a verifiche sperimentali, e ha dato prova in più occasioni di una rara onestà intellettuale e di una motivazione scientifica genuina. Balmat, cercatore di cristalli, ha in mente solo il primato e la ricompensa. È inevitabile che ne nasca una diatriba sulla paternità della conquista, relativa in particolar modo all’individuazione della via. La prima salita del Monte Bianco è quindi all’origine anche della prima polemica, e inaugura un costume di antagonismi che accompagnerà poi sempre l’alpinismo.

L’anno successivo alla prima, De Saussure ripete l’ascensione portandosi dietro uno stuolo di studiosi e una strumentazione adeguata. Ma se l’ufficialità scientifica è stavolta pienamente rispettata (“Nel momento in cui raggiunsi il punto più alto della neve che sovrasta quella vetta la calpestai più con collera che con un sentimento di piacere. Del resto, il mio scopo non era soltanto quello di raggiungere il punto più alto; dovevo soprattutto compiere le osservazioni e gli esperimenti che, soli, davano un senso a quel viaggio”)[27], la conquista della cima è diventata in realtà da subito una gara sportiva. De Saussure stesso, e come lui Bourrit, al di là dei trionfali proclami rilasciati in nome della scienza all’indomani della salita di Paccard e Balmat, nei quali non mancano di sottolineare i loro rispettivi ruoli di ispiratori e di organizzatori, sono in realtà alquanto dispiaciuti di non essere stati della partita (e questo spiega il credito ingiustamente dato alla versione dei fatti di Balmat, che in effetti, non essendo uno scienziato, dava loro meno ombra). Pochi anni dopo lo stesso Alexander von Humboldt, prototipo dello scienziato puro, mosso solo dalla volontà di toccare con mano, di sperimentare sulla propria pelle, non riesce a celare, dietro il suo aplomb razionalistico, l’orgoglio di essere salito sul Chimborazo ad una altitudine mai toccata prima da altri uomini (e che non sarà superata per oltre mezzo secolo).

Questo spostamento di obiettivo è d’altro canto naturale: eseguite una volta le misurazioni, al massimo replicate una seconda per la conferma, la salita a scopo scientifico ha esaurito la sua significatività. E infatti la terza ascensione al Bianco è compiuta da un gentiluomo inglese, che il barometro non ce l’ha, ma vuole semplicemente provare a farcela. Quelle successive non fanno che confermare il prevalere di nuovi moventi alle scalate: il fascino romantico dell’avventura e l’imperativo della moda. Nel 1808 sale in vetta la prima donna, Marie Paradis, una valligiana amica di Balmat, e trent’anni dopo la prima nobildonna, Henriette d’Angeville, una regina dei salotti parigini[28]. In mezzo ci sono decine di altre salite, e nel 1820 anche la prima tragedia, con tre alpinisti sepolti da una valanga; ciò che invece di dissuadere dai tentativi di ascensione sembra aumentarne il richiamo, aggiungendo il fascino ambiguo del rischio. Nascono naturalmente anche le polemiche nei confronti di una moda che a molti appare assolutamente insensata: nelle riviste dedicate ai viaggi, che verso la metà del secolo si contano già a decine, e sulla stampa quotidiana, si comincia a giocare sugli effetti sensazionalistici. Quando gli incidenti e le tragedie si infittiranno la stessa regina Vittoria chiederà a Gladstone di intervenire in qualche modo per scoraggiare i cittadini inglesi dal mettersi a repentaglio per un assurdo capriccio: solo per sentirsi rispondere che sono liberi di giocarsi la pelle come vogliono, e che tutto sommato le Alpi sono una buona palestra per gente destinata a costruire degli imperi. Resta comunque ferma la dominanza inglese: trentasette delle prime cinquanta ascensioni, tra il 1786 e il 1854, sono di viaggiatori britannici: e tra il Monte Bianco e il Cervino, ma in pratica lungo tutta la fascia alpina occidentale, per le guide e per i valligiani chiunque ami scalare le montagne è “un inglese”.

L’Ottocento vede però anche nascere una nuova generazione di scienziati-alpinisti, per lo più franco-svizzeri, esemplarmente rappresentati da Louis Agassiz. Accompagnato da una pattuglia di studiosi giovanissimi Agassiz dimora per diverse estati successive sul ghiacciaio svizzero di Unteraar, in un pittoresco rifugio ricavato sotto una sporgenza rocciosa e destinato a diventare famoso come Hotel des Neuchatelais, per compiere studi sulla composizione e stratificazione del ghiaccio e soprattutto sui suoi movimenti, e a tempo perso scala vette come la Jungfrau e il Wetterhorn. Per certi aspetti la sua motivazione è più simile a quella di Wyndham che a quella di De Saussure: la vetta è un corollario, la vittoria è proprio la sopravvivenza al di sopra della quota delle nevi eterne. Con uno spirito analogo si muove James D. Forbes, vero e proprio esploratore, fisicamente poco adatto alla pratica alpinistica vera e propria, ma determinato a percorrere alla maniera di Dolomieu la fascia alpina occidentale dal Delfinato e dalla Savoia al massiccio del Bianco e al gruppo del Rosa, identificando e percorrendo tutti i valichi possibili. Come Agassiz, presso il cui hotel soggiorna anche per un breve periodo ma del quale non condivide le teorie sull’origine glaciale delle vallate alpine, Forbes vive la fase eroica, genuina e spensierata della nuova passione per la montagna, ancora indenne dai guasti della moda e dall’esasperazione competitiva. La prima parte del secolo offre un florilegio aneddotico e una galleria di personaggi incredibili, per l’incosciente entusiasmo col quale affrontano una natura tutt’altro che facile e per la strabiliante fortuna che li assiste in imprese che, stanti le condizioni, le conoscenze e l’equipaggiamento dell’epoca appaiono oggi eccezionali.

Nel corso delle sue peregrinazioni sui ghiacciai della Brenva e del Miage[29], Forbes conosce e frequenta anche alcuni dei pionieri dell’alpinismo italiano. Si tratta di personaggi come l’alagnino Giovanni Gnifetti, primo a raggiungere la cima del Rosa che oggi porta il suo nome, e il valdostano Georges Carrel, salitore dell’Emilius (quest’ultimo è in contatto anche con molti altri alpinisti inglesi, da Tyndall a Tuckett, a Coolidge, e con lo stesso Agassiz). In comune essi hanno, oltre alla passione per la montagna, il fatto di essere dei sacerdoti.

Il ruolo dei curati di montagna, dei canonici, degli abati, nella scoperta e nella “domesticazione” delle montagne è fondamentale[30], sia sotto il profilo dell’azione alpinistica vera e propria, sia per il ruolo svolto nella promozione dell’immagine dell’ambiente alpino. Il parroco svizzero Elie Bertrand, in una serie di Saggi sull’utilità delle montagne[31] pubblicati quasi un decennio prima de La Nouvelle Heloïse, sostiene che “i monti sono la testimonianza dell’armonia del mondo”: è il ribaltamento della teoria di Burnet e delle spiegazioni dei catastrofisti, oltre che di quelle di Voltaire. Ma è soprattutto il segno di un atteggiamento positivo verso la montagna che caratterizza tutto il mondo ecclesiastico delle vallate alpestri. Questo atteggiamento ha diverse spiegazioni: in primo luogo è legato ad una più ampia azione della Chiesa, di matrice controriformistica, volta a liquidare le sacche di credenze popolari paganeggianti o le forme di religiosità deviata che resistono in particolare proprio nelle vallate alpine, in ragione del lungo isolamento in cui queste ultime hanno vissuto e del fatto che in esse hanno trovato rifugio durante il medioevo alcuni tra i più importanti movimenti ereticali, dai valdesi ai dolciniani. Le autorità ecclesiastiche sono determinate a riprendere (o a prendere per la prima volta) il controllo di queste aree, e agiscono col tramite di un clero locale ben diverso da quello del seicento, formato attraverso percorsi culturali più severi e legato alla propria parrocchia da vincoli di origine e da obblighi di ufficio più stretti.

Mentre altrove il processo di secolarizzazione avviato dai sovrani illuminati estromette gradualmente il clero dai ruoli civili, in queste zone, e persino nell’area orientale delle Alpi, quella di pertinenza asburgica, avviene il contrario. Il clero rurale svolge mansioni di registrazione anagrafica, di prima conciliazione, di tramite con le autorità e la burocrazia di valle, oltre a curare la memoria storica e a vigilare sulla pubblica moralità. Queste nuove figure di sacerdoti, dotate di una cultura superiore ed impegnate anche nell’alfabetizzazione dei fedeli, finiscono per essere quasi necessariamente sensibili al nuovo spirito illuministico-scientifico, per cui spesso coltivano interessi naturalistici a buon livello, e trovano in essi lo stimolo all’esplorazione di montagne e ghiacciai.

C’è infine una terza ragione, legata allo spirito campanilistico. I curati si fondono in un tutt’uno con le popolazioni dei villaggi loro affidati, e ne sposano, o a volte addirittura ne stimolano, rivalità, ambizioni, retaggi. In più di una situazione li troviamo ad organizzare ascensioni, o a condurle in proprio, per conquistare le vette circostanti prima degli abitanti (e dei curati) dei villaggi vicini. È un movente tutt’altro che trascurabile, che ad un certo punto, quando si afferma l’alpinismo turistico e sportivo, assumerà anche significati economici. Il futuro di un paese o di una valle, la sua appetibilità turistica e quindi il suo sviluppo, sono legati anche alla fama delle sue guide e ai diritti di prelazione sulle vette che queste si sono conquistati.

Oltre ai curati, un ruolo fondamentale lo svolgono naturalmente i monaci, i canonici e gli abati dei diversi ospizi posti al culmine dei valichi alpini. I più attivi, e i più famosi, non fosse altro che per l’aura particolare costruita attorno a loro dalla letteratura romantica, sono naturalmente quelli dell’Ospizio del San Bernardo, che quotidianamente vivono a contatto con un ambiente selvaggio e al cospetto di scenari suggestivi, e finiscono inevitabilmente per subirne il richiamo[32]; ma lo stesso vale per quasi tutti i religiosi che vivono negli avamposti sparsi ai piedi o nel cuore delle montagne, che sono naturalmente portati ad esplorarle e a conquistarsi dalle vette uno sguardo d’assieme.

Sul piano della pratica “alpinistica”, poi, gli esempi di religiosi impegnati nell’ascensione alle vette sono innumerevoli, e riguardano l’intero arco della catena. Nella zona del Bianco abbiamo già incontrato nel 1779 l’abate Murith sulla vetta del Velan (3734 m): nel vallese opera Jean-Maurice Clément, salitore nel 1788 della Dent du Midi (3260 m), possessore di un’enorme biblioteca specializzata nei resoconti di viaggio e di esplorazione ed amico personale di De Saussure (che a casa di Clement quasi ci lascia la pelle, per essere stato colpito in testa proprio da uno dei tomi dei suoi Voyages dans les Alpes); nel salisburghese e poi nella valle dell’Isonzo si esercita l’alpinismo preromantico di Valentin Stanig, facente parte del gruppo dei primi salitori del Grossglokner, ma autore anche di numerosissime prime ascensioni in proprio. Nei Grigioni troviamo a partire dal 1792 Placidus Spescha, un monaco benedettino che segna decine di prime ascensioni oltre i tremila metri, tra le quali lo Stocgron (3418 m), quasi sempre in solitaria perché non trova nessuno che voglia accompagnarlo; che viene deportato in Tirolo per ragioni politiche (simpatizza per la rivoluzione) e ne approfitta per scalare le montagne di quella zona, trascinandosi dietro altri preti; che a settanta e passa anni compie l’ennesimo tentativo (ci aveva già provato altre sei volte) di vincere il Tödi (3614 m), arriva sotto la vetta e spinge a salirla i due cacciatori che lo avevano accompagnato; che scrive infine una Guida per intraprendere viaggi tra i monti piena di ottimi consigli, anche perché legati ad una incredibile serie di esperienze, e di incidenti, dal fulmine alle slavine, vissuti sulla propria pelle.

Potrei citare altre decine di esempi. Ma quel che importa è sottolineare come questi sacerdoti da un lato rappresentino e guidino la reazione locale alla nascita dell’alpinismo, fungendo da mediatori tra i touristes e la popolazione locale, offrendo informazioni, procurando le guide, spesso accompagnando loro stessi gli stranieri. E come siano anche i primi a cogliere il risvolto economico che l’alpinismo può indurre, i benefici che possono derivare alla popolazione delle comunità alpine[33]. Dall’altro, come testimonino quel particolare interesse per le montagne che caratterizza la politica della Chiesa, espresso inizialmente nelle iniziative di singoli mossi da un misto di interesse scientifico, di competitività e di spirito religioso, e che in seguito si definisce più ufficialmente, per il potenziale educativo e morale, e quindi di controllo, che la frequentazione organizzata della montagna può offrire. Se ne riparlerà a proposito dell’associazionismo.

La montagna romantica

Il successo della corsa al Monte Bianco si riverbera comunque ben presto, in termini tanto di promozione “alpinistica” che di ingresso nell’immaginario collettivo, sull’intera catena alpina. Prima del 1860 sono state ormai scalate tutte le principali vette oltre i quattromila, eccezion fatta per il Cervino[34]. Il resto lo fanno la pittura e la letteratura romantica, che scoprono la morbosa attrazione del pericolo e della fatica: la montagna torna mistero, ma mistero da violare e da svelare.

Sono i romantici a fare della montagna un autentico topos letterario, sia nell’ambito di una più generalizzata sensibilità per tutti gli aspetti della natura, sia per le valenze fortemente simboliche che la montagna e l’ambiente montano possono rivestire[35]. Col Romanticismo giunge a compimento quella rivalutazione che era iniziata alla fine del Seicento con Burnet e con i catastrofisti, e che porta a rileggere “in positivo” ciò che prima era visto come negativo, il disordine e la complessità della natura selvaggia e irregolare. Questi aspetti non vengono negati o minimizzati: vengono anzi enfatizzati. “Lontano in alto, trafiggendo il cielo infinito / il Monte Bianco appare – calmo, innevato e nitido – / i monti suoi vassalli ammassano attorno / le loro forme non terrene, ghiaccio e roccia … in che congerie orrenda / sono ammassate le sue forme! Ruvide, nude e alte, / spettrali, deturpate e infrante” scrive Shelley[36]. Ma l’enfasi sulla “congerie orrenda”, su caratteristiche come la solitudine tetra, i siderali silenzi, la verticalità densa di minacce, e sui contrastanti sentimenti che esse inducono è congeniale a quell’estetica del sublime che travalica ogni canone e si nutre non di statiche armonie e di regolarità geometriche, ma del dinamismo scomposto e dell’irregolarità[37].

Per i romantici questo tipo di percezione è riservato a pochi, solo agli animi capaci di un più alto sentire, che proprio per questo vivono a disagio nella quotidianità meschina e ripetitiva e trovano invece conforto negli spazi misteriosi e solitari, depositari di arcani e incanti, o anche semplicemente adatti ad una liberazione e ad una ripartenza per un’esistenza nuova, autentica. Shelley infatti aggiunge: “Questo deserto ha una sua lingua misteriosa / che insegna un dubbio terribile, o una fede così dolce, / così solenne e serena, che solo grazie ad essa / l’uomo può essere riconciliato alla natura; superbo monte, la tua voce può abrogare / vaste leggi di frode e di dolore; non tutti la comprendono / ma i saggi e i grandi e i buoni / l’interpretano, o la fanno sentire, o la sentono profondamente”. L’ambiente inquietante, irregolare, misterioso, diventa simbolo della perfezione originaria, primordiale, non contaminata dall’opera di “valorizzazione” dell’uomo: oppure specchio dell’animo irrequieto, testimone e partecipe del conflitto spirituale che lo spinge a fuggire la vista degli umani[38]. “Alfine eccomi in pace! – Che pace? Stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è tronchi¸ aspri e lividi macigni¸ e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati” fa dire Foscolo a Jacopo Ortis. “[…] La natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo regno tutti i viventi”: o almeno tutti coloro che non hanno l’animo predisposto a coglierne, nella solitudine e persino nella desolazione, la superiore grandezza.

Lo scenario montano, quello svizzero per la precisione, fa da sfondo all’opera più significativa di questo modo di sentire, il Frankenstein dell’altra Shelley, Mary. “Al tramonto scorgemmo catene immense e dirupate che ci dominavano da ogni parte, e udimmo il rumore del torrente che scorreva tra le rocce e si frangeva in mille cascate … mano a mano che ci portavamo più in alto la valle assumeva un aspetto meraviglioso”. Ma non è solo un fondale: per il protagonista è una sorta di grembo originario cui tornare: “Il peso che gravava sulla mia anima si alleggeriva mano a mano che mi addentravo nella gola dell’Arve. Le montagne e i vertiginosi strapiombi che mi circondavano da ogni parte, il rumore del torrente che infuriava tra le rocce e lo scroscio delle cascate intorno mi parlavano di una forza immensa come l’Onnipotente […] Persino i venti sussurravano con accenti sommessi e la natura materna mi invitava a non piangere più”. Per la sua creatura è un luogo d’elezione, il regno della desolazione dove trovano rifugio i reietti, i banditi dalla società. Entrambe le facce del “doppio” umano (tematica che sarà sviluppata poi da Stevenson e da Wilde), quella avida di conoscenza e quella oscura della trasgressione disumanizzante, sono chiaramente simboleggiate nell’ambivalenza dell’ambiente montano.

Non tutti, naturalmente, sono così entusiasti. Chateaubriand dice che “ai paesaggi di montagna si attribuisce un carattere sublime, che deriva probabilmente dalla grandezza delle cose. Ma … perché possiamo godere della loro bellezza, devono trovarsi nella giusta prospettiva; altrimenti tutto, forme, colori, proporzioni, svanisce. In mezzo alle montagne, poiché siamo vicini all’oggetto, e poiché il campo ottico è troppo ristretto, le dimensioni, necessariamente, si riducono […] La tanto decantata grandezza delle montagne è reale solo per la fatica che vi costa[39]. Da buon bretone preferisce evidentemente il mare: ma il suo stizzito disincanto, che si allarga anche agli abitanti, coglie nel segno quando mette in rapporto il piacere procurato dalla montagna con il suo costo in fatica e con la sensazione e l’orgoglio di esserselo pienamente guadagnato[40].

Nemmeno Hegel, prima di lui, si era fatto commuovere dalla “monotona rappresentazione” di “massi eternamente morti[41]. Forse pesano sul suo giudizio le aspettative create dai resoconti dei viaggiatori tedeschi che lo avevano preceduto: ma è anche vero che nell’economia del suo viaggio alle radici dello Spirito le montagne non rappresentano assolutamente nulla, non rivestono alcun significato simbolico o concettuale. Per Hegel la vita è essenzialmente attività, e l’attività ha da essere produttiva, e non c’è nulla di meno “produttivo” della scalata di un monte (ma anche della sua contemplazione).

Al tramonto della stagione romantica la montagna è comunque ancora protagonista in un delizioso racconto di Adalbert Stifter, Cristallo di Rocca (1845)[42]. Lo spunto è offerto da un’escursione compiuta dall’autore in compagnia di Friederich Simony, un geografo e geologo amante delle scalate e dei ghiacciai, un emulo di Agassiz. Simony gli parla di una meravigliosa grotta di ghiaccio che ha scoperto nelle sue peregrinazioni invernali sul ghiacciaio, e Stifter ne fa il luogo centrale di una vicenda piena di pathos e di incanto, nella quale la natura alpestre è rappresentata senza forzature o idealizzazioni, dura e pericolosa, ma non matrigna.

Qui la bellezza della montagna non è data dalla grandiosità, ma al contrario, da una quotidianità armoniosa e ripetitiva, che proprio per questo dà sicurezza. “Tutto l’anno, d’estate e d’inverno, s’affaccia sulla valle con le sue rocce sporgenti e le sue distese bianche”: se ne ha quindi una percezione ben diversa da quella del viaggiatore alpinista che la incontra all’improvviso e viene per violarla. Stifter descrive così la piccola comunità del villaggio: “tutti gli abitanti formano un mondo a sé. Si conoscono tutti per nome e sanno le storie di tutti dai tempi del nonno e del bisnonno, si affliggono tutti se uno muore, sanno come si chiama se uno nasce, parlano un linguaggio che differisce da quello del piano, hanno le loro liti, che appianano da sé, si aiutano tra loro e si riuniscono tutti quando avviene qualcosa di straordinario”. È, né più né meno, la comunità ideale cui facevano riferimento gli anarchici del Giura, che a quanto pare tanto utopisti non erano: non volevano cambiare il mondo, volevano semmai che non cambiasse.

In alcuni passaggi il racconto sembra ambientato in una boccetta di vetro natalizia, di quelle che capovolte creano l’effetto di caduta della neve: “possono comodamente guardare attraverso le finestre il paesaggio invernale, dove cadono lentamente i fiocchi di neve o un velo di nebbia fascia le montagne o scende all’orizzonte il freddo sole color sangue”. Ma altrove si ritorna alla prosa: “La montagna, oltre ad essere la meraviglia del paese, dà anche un utile reale agli abitanti, ché quando arriva una comitiva di alpinisti per darne la scalata partendo da quella valle, gli abitanti fanno da guida, ed essere stato una volta guida, aver sperimentato questo e quello, conoscere questo e quel punto, è un segno di distinzione che ognuno è fiero di mettere in mostra”.

Il romanticismo dei monti aspri, minacciosi e solitari ha fatto il suo tempo, e Stifter paradossalmente, mentre descrive un ambiente e un paesaggio che saranno quelli ripresi e diffusi per tutto il secolo a seguire da cartoline e calendari illustrati, ne decreta anche la fine, cominciando ad intravvedere le potenzialità turistiche ed economiche che alla montagna e ai suoi abitanti si schiudono (o volendo, che su di essi incombono).

All’evoluzione dell’immagine letteraria si accompagna quella della colonna sonora che viene associata all’ambiente alpestre. Luogo del silenzio per eccellenza, la montagna ha, per chi si rende disponibile ad ascoltarla, una sua voce, che non può essere trasmessa altrimenti che con la musica. Il romanticismo offre in questo senso la formula perfetta: assomma la disposizione ad interpretare ogni aspetto della natura secondo una superiore consonanza spirituale ad una acutissima sensibilità musicale.

Il primo approccio con la musica della montagna passa naturalmente attraverso il recupero di quegli strumenti, di quei suoni e di quelle melodie che caratterizzano la cultura delle popolazioni alpine, e che fino a tutto il settecento sono stati considerati troppo rozzi per poter essere associati alla grande musica, o vi sono entrati come curiosità e concessione bizzarra ad un gusto barbaro. Solo dopo Rousseau i canti di montagna, le composizioni tipiche (la ranz des vaches), gli strumenti musicali della tradizione vengono recuperati e integrati in un disegno molto più ampio di “riabilitazione” dell’ambiente naturale, antropologico e culturale montano. Nel 1805 vengono addirittura istituiti a Berna dei corsi di corno di montagna, che diventa anche il simbolo della confederazione elvetica.

Questi suoni, queste melodie sono dunque fatti propri e riproposti, in genere attraverso un’opportuna rielaborazione, ma spesso anche nella loro semplicità originaria, dalla musica “colta” romantica. Al di là dell’interesse per l’aspetto folklorico, che è connesso al recupero della cultura popolare, e quindi anche alla costruzione o ricostruzione di una identità nazionale, agisce nei romantici l’attenzione alla maestosità degli scenari e alle suggestioni sonore che dall’ambiente montano possono venire, tanto se inteso come territorio ostile, infido e pericoloso (il rumore della valanga) quanto nella sua accezione bucolica (la voce del ruscello affidata al pianoforte nei lieder di Die Schöne Mullerin, di Franz Schubert). L’approdo della montagna alla grande musica passa quindi per un doppio canale. Da un lato attraverso l’ambientazione: l’ambiente alpestre ritorna con regolarità, nelle forme musicali più diverse, dalla sinfonia alla sonata (la Pastorale di Beethoven, Die Berge di Schubert), al melodramma (il Guglielmo Tell di Rossini, il Manfred musicato da Schumann, l’Aroldo di Berlioz), al poema sinfonico (Una notte sul monte Calvo di Musorgskij, la Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss), alla romanza (Le chant du Berger di Meyerbeer); dall’altro, strettamente correlato al primo, attraverso l’utilizzo delle sonorità vocali e strumentali e delle tipicità melodiche. Haydn (e dopo lui moltissimi altri) introduce il corno di montagna, Mahler arriva a utilizzare i campanacci delle mucche nell’organico orchestrale.

La montagna ha inoltre spesso un ruolo fondamentale per l’ispirazione creativa: Richard Strauss e Mahler, per esempio, sono compositori che alla montagna non devono soltanto singole suggestioni, ma della sue atmosfere hanno bisogno per vivere e per pensare. Accade per i musicisti quel che vedremo accadere per i pittori: una volta viste le Alpi non riescono più a togliersele dal cuore. Quanto a farle entrare in quelli altrui, oltre ad ottenere un risultato “promozionale” la musica ha il valore di una consacrazione del ribaltamento di immagine: diventando metafora del sublime le montagne entrano a pieno diritto in quella dimensione spirituale alta e ristretta alla quale per sua natura la musica attinge.

 

La montagna dipinta

A partire dalla metà dell’‘800 (potremmo anche stabilire una data esatta, il 1853, che è per inciso proprio quella della pubblicazione di Cristallo di rocca), la montagna cessa di essere uno spazio di riferimento per eccentrici ed entra davvero nell’immaginario (e nel desiderio) collettivo. Il Monte Bianco comincia a godere di un’improvvisa popolarità anche tra le fasce sociali escluse dal Grand Tour, e tutto questo è dovuto all’intraprendenza di un giornalista, naturalmente inglese, Albert Smith, che consacra la propria esistenza al sogno di scalare la montagna e che una volta toccata la vetta se ne erge a profeta. Tornato in patria Smith affitta una sala e per nove anni, con duemila repliche, propone ai suoi concittadini uno spettacolo “panoramico” che ha per tema proprio la salita, con proiezioni di lanterna magica, camosci e cani vivi o imbalsamati, rifugi alpini di cartone e tutti gli ammennicoli che servono a creare un’atmosfera pseudo-alpina. Il successo è enorme, e gli emuli si moltiplicano. Solo due anni dopo arrivano in vetta le prime macchine fotografiche, e partono le prime mostre itineranti.

Qui occorre però aprire una parentesi e fare un passo indietro. Smith ha pubblicizzato il Monte Bianco presso il grande pubblico, ma non ne ha certo inventata l’iconografia. Allo stesso modo, la scoperta del paesaggio alpestre nella pittura non è prerogativa della sensibilità romantica. Anche in questo caso si possono trovare gli indizi di un mutamento nei modi della percezione già a partire dal medioevo, dallo stesso Giotto, anche se i paesaggi assumono una verosimile fisionomia alpina solo nel Rinascimento[43]. Ciò accade principalmente perché la fioritura italiana richiama dal Nord una quantità di artisti che per raggiungere la penisola, da qualunque paese provengano, devono valicare le Alpi. E si tratta di un’esperienza che lascia tracce profonde.

Lo constatiamo già con Albrecht Dürer, che mette sullo sfondo del suo autoritratto o di alcuni dipinti religiosi cime innevate e ghiacciai. Per Leonardo poi il paesaggio montano diventa un vero e proprio campo di ricerca, tanto da indurlo, come abbiamo già visto, a salire in vetta al monte Bo (che non si sa bene quale sia, perché con questo nome era indicato genericamente all’epoca tutto il massiccio del Rosa). Le sue montagne, quelle famosissime della Vergine delle Rocce ma soprattutto quelle che sono oggetto di studi specifici, realizzati con matite rosse, manifestano un’idea di intima potenza e contemporaneamente di equilibrio. Leonardo intuisce le forze che sommuovono dall’interno la terra, calcola quelle che la levigano dall’esterno e ne riproduce l’equilibrio, in una concezione armonica. Al contrario, la violenza delle forze naturali appare ancora incontrollabile nelle tele e nelle pale di Lucas Cranach e di Albrecht Altdorfer: l’atteggiamento protestante nei confronti di Dio si manifesta nel misto di stupefazione e di terrore di fronte alla potenza distruttiva che egli può scatenare. In compenso si avverte benissimo che quelle rappresentate sono montagne “culturali”, lette nella Bibbia piuttosto che conosciute.

In chi l’ha vissuta da vicino, in Brueghel il Vecchio ad esempio, la montagna diventa incantesimo (si veda Cacciatori sulla neve). Il passaggio delle Alpi lo ha impressionato al punto da indurlo, sulla via del ritorno, ad un soggiorno prolungato, per catturare in una corposa serie di studi e schizzi le immagini montane che riverserà nei fondali delle sue tele più suggestive.

Il gusto secentesco del paesaggio fa invece nuovamente sparire la montagna dietro le quinte: c’è piuttosto la ricerca di ambientazioni storiche ben definite, o ricreate e inventate, con una focalizzazione sui personaggi, sul primo piano. Soltanto i fiamminghi prestano attenzione allo sfondo: ma sono i panorami delle Fiandre o della Zelanda. Nel passaggio al Settecento lo sguardo degli artisti si apre nuovamente su prospettive spaziali più ampie, ma vengono predilette ambientazioni armoniche, equilibrate, idealizzate: il modello è quello dell’idillio campestre di Poussin. Le eccezioni, costituite da Salvator Rosa o da Vermeer, guardano più ad una natura marina di falesie e scogli che ad un ambiente montano. È tuttavia proprio il primo, che conosce in Inghilterra un grande successo postumo, a diffondere il gusto per paesaggi in cui rocce e rovine si confondono, quasi un corrispettivo visivo delle teorie catastrofiste di Burnet. Ne Il sogno di Giacobbe, ad esempio, le rocce hanno una funzione teatrale, scenografica, e non riflettono affatto il sentimento della natura: quello che viene evocato è piuttosto il senso di solitudine del protagonista.

In compenso, la scoperta dei ghiacciai avviene prima sulla tela che nei testi scientifici. Le immagini dei fronti dei ghiacciai corrispondono perfettamente a quell’ideale artistico di grandezza e semplicità che Winckelmann predicava invitando all’imitazione dei classici. A raffigurarli sono naturalmente pittori svizzeri come Felix Meyer o Ludwig Abuli, o il già citato Marc-Théodore Bourrit: ma a dare loro dignità di vero e proprio topos estetico è soprattutto Caspar Wolf. A dispetto di una concezione “spettrale” della montagna, e dei ghiacciai in particolare, Wolf tiene a bada il sentimentalismo e non scade nel gioco dell’orrore: i suoi paesaggi montani sono luminosi, aperti, immersi in una sorta di siderale silenzio. La sua pittura prelude a quella sorta di “riconsacrazione”, questa volta artistica, che delle montagne farà Caspar David Friedrich.

Il primo grande paesaggista alpino è comunque Jean-Antoine Link, che raffigura esclusivamente la catena del Bianco, da ogni possibile punto di vista. Link supera le rappresentazioni imprecise e fantasiose dei suoi predecessori, per fissare invece in innumerevoli acquarelli e tempere la realtà “geologica” delle montagne, i seracchi, le pareti, i nevai, le morene, i crepacci: lo fa con uno sguardo sobrio e libero da ogni costrizione canonica o stereotipo preromantico. La precisione e la definizione dei particolari sono frutto di lunghe e solitarie sedute di contemplazione e di trasposizione in schizzi della natura nella sua nudità. Linck non vuole esprimere alcuna particolare filosofia paesaggistica, alcuna simbologia; nelle sue rappresentazioni il senso è già intrinseco alla natura rappresentata. L’esatto opposto di quanto fa Friedrich.

Friedrich non è mai stato sulle Alpi, e lo si capisce subito: anche le sue vedute da Chamonix sul monte Bianco sono riprese da stampe dell’epoca. Eppure quell’idea “platonica” di montagna che cerca espressione (e tutto sommato la trova) nelle sue tele, e che non è mutuata da nessuna precedente modalità di rappresentazione, ma le riassume tutte, è entrata nell’immaginario collettivo a rappresentare non una forma, ma una essenza. Nella sua immaginazione le montagne coperte di ghiaccio bluastro si trasformano in una metafora del lontano, dell’inaccessibile: coglie leopardianamente della natura una certa frigidità, la tristezza e il vuoto, cose che nessun pittore che disegni dal vero coglierà mai. È il rapporto di attrazione-repulsione che abbiamo visto adombrato anche nella letteratura dell’epoca, in tutti i generi, che vanno dal romanzo gotico alla Shelley sino alle fiabe e alle leggende su misteriose (e malvagie) regine delle nevi.

William Turner invece le Alpi le ha attraversate, e come Brueghel ne ha tratto un’impressione indelebile. Nell’estate del 1802, a ventisette anni, quando già è considerato il miglior paesaggista inglese, lascia per la prima volta la Gran Bretagna per raggiungere il continente, e in particolare l’Italia. L’anno precedente ha scoperto i paesaggi montuosi della Scozia e del Galles, e le montagne lo hanno letteralmente affascinato. Ora, di fronte allo spettacolo grandioso e sempre diverso che giorno dopo giorno le Alpi gli offrono, non sa più da che parte guardare: riversa le sue emozioni in schizzi rapidissimi, in carboncini, in guazze e in acquerelli, che saranno poi in parte tradotti sulle tele, ma che meglio ancora trasmettono nella loro immediatezza il senso di gioia e di stupore che non lo abbandona per tutto il viaggio. Turner non può neppure immaginare quale successo avranno queste immagini; una volta tornato in patria dovrà dipingerne una miriade di copie per soddisfare le continue richieste dei clienti, e il suo sguardo entusiasta e nostalgico contribuirà in maniera determinante ad influenzare l’immaginario collettivo. E nemmeno immagina quanto la lezione cromatica e formale delle Alpi segnerà per sempre la sua tecnica.

Nessun pittore prima di lui, e nessuno dopo di lui, è in effetti riuscito a trasmettere in maniera così autentica ed immediata le sensazioni dettate dalla grandezza delle montagne, dalla loro anche brutale bellezza, dalla solitudine. Turner esplora nel dettaglio tutta la regione, e la sequenza dei suoi scorci diventa una sorta di diario fotografico di viaggio. Ma ciascuna immagine ha forza propria; ci parla ora della calma serena dei laghi di Thun, Brienz e Ginevra, ora dell’asprezza del Monte Bianco, della tortuosità delle gole, dei valichi innevati, dei massi erratici e dei pascoli. Il risultato complessivo è quello di una sommessa ma stupefacente epopea della natura alpestre. Le Alpi rimarranno per lui un ricordo così forte che trentaquattro anni dopo, ormai anziano, vorrà tornare nei luoghi che tanto lo avevano impressionato, con l’obiettivo di portare a compimento l’esplorazione dell’area del Monte Bianco e della Valle d’Aosta.

L’esecutore testamentario di Turner (non solo ideale, perché riceve questo mandato, per quanto concerne l’immensa collezione di schizzi e abbozzi e acquerelli ricavati dai viaggi sulle Alpi, direttamente dall’artista) è John Ruskin. Ruskin ha maturato proprio sulle tele di Turner un vero culto estetico per il paesaggio e per il mondo alpestre, prima ancora di incontrarli in Italia. Nel 1833, a 14 anni, soggiorna per la prima volta a Chamonix, e da questo momento le Alpi diventano per lui un appuntamento fisso e l’oggetto primo della sua celebrazione della bellezza. Non ha né il fisico né il carattere dell’alpinista, e non salirà mai oltre i tremila metri: ma non manca di percorrere in lungo e in largo tutta la catena occidentale, attraversando valichi e ghiacciai e interessandosi, oltre che alla natura, agli abitanti, alle tipologie abitative, alle tradizioni e ai mestieri artigianali. Guarda alle montagne come un artista e a chi le abita come un antropologo, ma anche come un riformatore politico, sociale e morale che elegge a modello proprio i ritmi e i modi della vita alpigiana. L’unica cosa che non lo interessa, e che anzi lo esaspera, sono le imprese degli scalatori: “Considerate le Alpi stesse, che così appassionatamente i vostri poeti hanno amato, come alberi da cuccagna, sui quali vi ritenete in dovere di salire per poi discenderne lanciando urla di gioia. Quando non potete neppure più urlare […] riempite il silenzio delle valli con il vostro fracasso e tornate a casa, rossi per l’orgoglio, e così felici da singhiozzare convulsamente per la vanità soddisfatta”.

Le pagine migliori dedicate da Ruskin all’estetica delle montagne si trovano nel quarto libro dei Modern Painters (1856) e nel Sesame and Lilies (1865). Ecco un frammento della descrizione del Cervino, che a ragione egli considerava il capolavoro delle Alpi: “Il luogo è così immutabile, così silenzioso, così al di là non solo della presenza dell’uomo ma anche di quella dei suoi pensieri, così sprovvisto di ogni vita di albero o di erba, e così incommensurabile nella sua raggiante solitudine di una morte maestosa, che sembra un mondo dal quale si sia ritirata ogni presenza umana e anche spirituale, e dove gli ultimi arcangeli, innalzando quei monti a monumenti funerari, si siano sdraiati nella luce del sole per un eterno riposo, ognuno avvolto in un drappo bianco […] Le pareti del Cervino […] non sono avanzi di guglie frastagliate che cedono, lastra per lastra, strato per strato, ad un’usura continua. Sono al contrario un monumento inalterabile, apparentemente scolpito da lunghissimo tempo, e di cui tuttavia le immense muraglie conservano la forma del primitivo aspetto. Si innalzano come un tempio egizio dal delicato frontone, dalle tinte sfumate, su cui da epoche remote si levano e tramontano i soli che proiettano sempre, da est a ovest, la stessa linea d’ombra […]”.

È l’occhio di un architetto, di un esteta e di uno storico dell’arte quello che si esercita sulla natura alpina. Soprattutto è l’occhio di chi le montagne le ha amate prima ancora di conoscerle davvero, attraverso le suggestioni letterarie o iconografiche; come tale non può fare a meno di leggerle col filtro costante della citazione, di caricarle del rimando ad altro. Ma questo, come abbiamo già visto, è appunto il destino della montagna, in ogni epoca: ciascuno vi trova esattamente ciò che vi porta[44].

Anche in quelle più remote. Il nuovo sguardo col quale si coglie la montagna non rimane infatti confinato alle Alpi. L’orizzonte cui volgerlo si dilata immediatamente. Agli inizi dell’Ottocento due intrepidi viaggiatori, Alexander von Humboldt e Aimée Bompland, rientrano in Europa reduci da un viaggio “alle regioni equinoziali” (vale a dire nell’America Latina) durato cinque anni. Hanno risalito fiumi, attraversato deserti, convissuto con giaguari, mosquitos e caimani, ma soprattutto hanno percorso in lungo e in largo la parte settentrionale della catena andina. Hanno anche stabilito un record di altitudine, scalando il Chimboranzo sino a 5.900 metri e arrestandosi solo a poche centinaia di metri dalla vetta. Tornano portando con sé decine e decine di “vedute” panoramiche, che andranno a formare l’Atlas pictoresque annesso agli studi compiuti da von Humboldt su ogni aspetto naturalistico, antropologico, geografico e politico delle aree visitate.

Humboldt ha idee particolari sull’uso della veduta. Il paesaggio deve trasformarsi per lui da idea estetica in concezione scientifica: in un indistinto nel quale gli oggetti convivono come avvolti in una leggera nebbia, che fa da collante per suggerire una organica armonia. E sono soprattutto le montagne, a partire dal Pico de Teide, a Tenerife, 3.700 metri scalati quasi di corsa, fino al Chimborazo e agli innumerevoli vulcani saliti sulle Ande e in Messico, a fornirgli il materiale più interessante per lo studio, ad esempio, della distribuzione della vegetazione alle diverse altitudini, o per quello delle stratificazioni rocciose. L’Atlas Pictorésque è redatto con queste finalità, ma acquisisce una sua autonomia estetica e diventa un classico dell’iconografia montana; assieme alla relazione di viaggio costituirà per i viaggiatori della prima metà del secolo una sorta di Bibbia. Non ce n’è uno (Darwin per primo) che non lo citi tra i suoi libri ispiratori.

L’esempio di Humboldt è contagioso. Tutta una schiera di studiosi e di pittori formatisi sui suoi testi si riversa in America latina. Sono in gran parte tedeschi, da Johann Moriz Rugendas a Carl Gustav Carus: ma sono anche statunitensi, primo tra tutti Frederic Edwin Church, che dai suoi viaggi sulle Ande trae tele di enormi dimensioni, come Nel cuore delle Ande e Monti dell’Ecuador, e le espone poi al grande pubblico in mostre-evento che riscuotono un grande successo (Smith ha fatto scuola molto rapidamente). Attraverso Humboldt, ma anche nella prospettiva di un buon ritorno economico, gli americani imparano a guardare con occhi nuovi la natura e il paesaggio che li circonda.

Anche la parte settentrionale del continente ha infatti le sue montagne, per molti versi più spettacolari delle Ande. Non hanno ancora conosciuto la popolarità delle Alpi perché per tutta la prima metà dell’800 continuano a costituire una barriera, e sono battute da personaggi ben diversi dagli aristocratici perdigiorno inglesi. A renderle famose e ad ammantarle di mito ci pensa però dopo la metà del secolo un gruppo di artisti che accompagna e a volte precede lo spostamento ad occidente della frontiera: i pittori della Hudson River School.

Il più prolifico e quotato è Albert Bierstadt, originario della Prussia ma trasferitosi presto in America, e di lì poi tornato a studiare pittura in Germania per qualche anno. Bierstadt è quindi cresciuto tanto alla scuola di Friedrick quanto a quella dei pittori dello Hudson: nei confronti di questi ultimi ha il vantaggio di una tecnica molto più raffinata, oltre che di uno sguardo “storicamente” educato. Il resto ce lo mette lui: si accoda ad una spedizione militare che attraversa il continente, poi gira per conto proprio a fotografare e a realizzare schizzi delle meraviglie naturali che incontra. Racconta gli spazi immensi della Sierra Nevada e della Yosemite Valley[45], dove tutto, dagli alberi alle pareti a picco è malato di gigantismo: e lo fa con uso sapiente, anche se un tantino esagerato, della luce. Il risultato è davvero spettacolare, e talmente emozionante che in seguito al successo riscosso dalle vedute della Yosemite tutta l’area sarà dichiarata parco nazionale[46]. Quella che riversa nelle sue numerosissime tele (più di quattrocento) è l’idea di una natura immane ma benevola, nell’ambito della quale le montagne non costituiscono un ostacolo ma una corona, una barriera protettiva posta a guardia di piccoli angoli di paradiso terrestre: ma ciò che a noi più importa, è che Bierstadt già a partire dal 1860 queste vedute le fa girare, le porta in tour per tutti gli States e poi in Europa, raggruppandole a costituire un fantastico diorama che incontra un notevole successo. Dopo l’operazione di Smith rispetto al Monte Bianco, questa è la consacrazione definitiva dell’uso spettacolare, e per ricaduta turistico, della veduta montana. Prelude immediatamente all’uso promozionale e pubblicitario.

 

La montagna illustrata

Infatti. Una volta violate le altitudini proibite, calpestate le cime vergini, dissacrata la montagna liberandola dei suoi sortilegi e dei suoi demoni e recuperandola ad una consuetudine non più timorosa e penitenziale, la si va ora a riempire di significati economici, culturali ed anche politici nuovi. L’ingresso della veduta montana nelle alte sfere dell’arte ha un suo corrispettivo a livello “popolare”, tra la metà del XVIII e quella del XIX secolo, nella proliferazione di immagini-souvenir, inizialmente piccole stampe ad acquaforte e bulino, destinate ai “signori escursionisti” che vogliono portarsi a casa un ricordo di quanto hanno visto, ma più ancora una sorta di certificazione del viaggio che hanno compiuto (quello che un tempo era il sigillo del pellegrino. Per i più arditi ci sono dei veri e propri “certificati di ascensione”, almeno relativi al Monte Bianco). Queste vedute, che privilegiano gli aspetti canonici del paesaggio alpino (le cascate, gli orridi, le cime, i panorami, gli alpeggi) si standardizzano velocemente e sono le immediate precorritrici della cartolina e della foto-ricordo. In fondo, gli acquarelli di Turner ne erano soltanto una versione di livello artistico superiore.

Quando la colonizzazione turistica e commerciale delle montagne si consolida, dopo la metà dell’800, le immagini passano ad assolvere anche ad un altro ruolo, quello della pubblicizzazione dei prodotti immediatamente legati al turismo di montagna (gli alberghi) o alle tradizioni alimentari (liquori, formaggi, ma anche profumi ed essenze). E ciò consente un’istruttiva lettura di come il nuovo mito positivo della montagna si intersechi con i sistemi di valori socio-culturali che scandiscono le tappe successive dell’avanzata del moderno.

In una prima fase l’immagine pubblicitaria punta essenzialmente a trasmettere un messaggio bucolico, caratterizzato da alcuni elementi fissi (vette e ghiacciai sullo sfondo, castelli arroccati o deliziosi masi in campo medio, pastorelli o animali, o il prodotto pubblicizzato, in primo piano) e comunque dall’assoluto protagonismo della natura. I nomi stessi dei prodotti suggeriscono la provenienza da luoghi di per sé garanti di purezza e genuinità, spacciano l’appartenenza ad una tradizione connaturata e strizzano l’occhio ad una idea di vita sana e morigerata, di virilità e salute degli abitanti che ne sono gli originari consumatori e produttori. Non solo: quel che viene venduto, proprio per la relazione con un ambiente comunque difficile, isolato rispetto alle normali vie di traffico, in qualche modo esotico, è anche un concetto di rarità. Quindi l’immagine risulta completamente ribaltata rispetto agli inizi del settecento: ciò che viene dalle montagne è genuino, è bello, è raro ed è quindi prezioso.

Con la nascita delle prime catene alberghiere e l’estensione delle reti ferroviarie parte verso la fine del secolo il reclutamento dei turisti. Il veicolo è in questo caso soprattutto il manifesto pubblicitario, che ha tra le caratteristiche peculiari quella di portare in primo piano proprio il luogo da pubblicizzarsi: la montagna non fa più da sfondo, ma diventa essa stessa protagonista dell’immagine. Si passa dalla pubblicizzazione dei derivati del mondo alpestre a quella dell’Alpe stessa: e ciò paradossalmente induce una ulteriore standardizzazione. Per esercitare un immediato richiamo l’immagine deve accordarsi il più possibile con lo stereotipo iconico della montagna ormai invalso: quello della piramide di roccia e ghiaccio. È Friedrich, piuttosto che Turner, a fornire il modello ideale: quello reale è offerto dal Cervino.

Quest’ultima immagine mitica della montagna è però giocata dalla pubblicità anche su un altro versante. Se all’assalto della montagna c’è l’uomo, e se è lui, nella veste eroica dell’alpinista e dell’esploratore, il protagonista, l’associazione simbolica si fa più sottile e si sovrappone alla rappresentazione naturalistica. Ad essere pubblicizzati non sono più luoghi o sapori, ma valori: anzi, uno specifico valore, quello della virilità. La moderna frequentazione della montagna è stata connotata da subito in senso molto “maschio”, ma questa virilità viene accentuata proprio nel periodo che stiamo considerando, di pari passo con la focalizzazione dell’interesse da parte del mondo alpinistico sulle difficoltà, sulle performances sportive, sulle tecniche, e con l’abbandono di ogni motivazione o pretesto naturalistico, scientifico o antropologico. Le immagini commerciali di liquori, ad esempio, o di energetici come il cioccolato, puntano sul doppio nesso virilità uguale ardimento e ardimento uguale rischio; il nesso ulteriore è quello col prodotto, che aiuta a superare il pericolo, o consente di celebrarlo degnamente una volta scampato.

In questa direzione l’immagine della montagna che viene proposta non è più quella idilliaca di un grembo accogliente, ma quella maschia di una palestra di ardimento, superba e bellissima, ma nemica. In fondo non è che la traduzione per il grande pubblico della filosofia di Lammer, di Rey, di Welzembach e di tutti i protagonisti dell’“alpinismo eroico” che andremo a conoscere, banalizzata quanto si vuole, ma efficace nel creare l’assuefazione ad un linguaggio icastico e nell’educare a valori perentori. E questa è la direzione che verrà percorsa, come vedremo, da un altro tipo di propaganda, quella politica, e soprattutto da quei sistemi totalitari che la propaganda impareranno ad utilizzare in maniera massiccia. La retorica del sacrificio, del coraggio e della conquista trovano nella montagna un repertorio sterminato: il gesto eroicamente virile dell’impresa sportiva è anche funzionale ad un addestramento militare.

Una parziale mediazione tra le due immagini pubblicitarie della montagna, quella eroico-sportiva e quella idillico-pastorale, che corrispondono poi all’immaginario diffuso e contribuiscono a loro volta a corroborarlo, verrà imposta a partire dagli anni trenta dalla comparsa del turismo sciistico. Lo sci è una pratica sportiva, e la sua immagine necessita di rimandi all’azione, alla velocità: ma, a differenza dell’alpinismo, non può far leva su una forte connotazione virile. Anzi. Lo sci di massa, quello turisticamente più significativo, promette le facili emozioni della discesa, non la dura conquista della salita: è aperto a tutti, non seleziona élites fisicamente e spiritualmente “superiori”: e deve quindi diversificare il messaggio, pubblicizzare la sua universalità inserendo nell’immagine presenze femminili e alludendo ad una possibile fruizione familiare. Anche gli sfondi debbono suggerire una libertà condizionata, quella di cui si gode sulle piste, e comunque una natura addomesticata, pendii rasati anziché dirupi o pareti. Da questa mediazione nasce una nozione completamente diversa dell’andare in montagna, agli antipodi di quella coltivata, ad esempio, in quegli anni da Julius Evola[47]. “L’alta montagna è luogo propizio al manifestarsi dell’impersonalità attiva, in quanto ci abitua ad un’azione che fa a meno degli spettatori, e di un eroismo che rifugge dalla retorica e dal gesto”.

Nell’iconografia della stampa periodica prevale invece decisamente la versione “tragico-spettacolare” dell’immagine della montagna. In tutta l’Europa sono diffuse già a partire dalla metà dell’Ottocento riviste “specializzate” come la Revue des Deux Mondes o il Giornale illustrato dei viaggi, o semplicemente popolari come Le Petit Journal e Le Petit Parisien in Francia, o La Tribuna illustrata e più tardi La Domenica del Corriere in Italia, che giocano sugli effetti di richiamo emozionale delle immagini di copertina: e la montagna, soprattutto i drammi che vi si consumano, si presta benissimo sotto questo profilo a suscitare forti sensazioni e ad alimentare altrettanto forti polemiche. I periodici illustrati dell’epoca ci vanno a nozze, proponendo tutte le possibili varianti della tragedia, corde spezzate, valanghe, assideramenti, ecc…, senza trascurare i pericoli legati alla fauna selvatica, assalti di lupi, aquile che rapiscono bambini, orsi, persino stambecchi impazziti. Riesce difficile oggi, a palati assuefatti a vivere in diretta gli eventi più drammatici e spettacolari, valutare il peso enorme che questa iconografia ha nella creazione di una sensibilità “borghese” o popolare per la montagna, quella che dopo la metà dell’ottocento rimpiazza l’aristocratico understatement dei touristes inglesi. Anche se qualche volta, molto più raramente, vengono celebrate le imprese alpinistiche, con bandiere nazionali sempre in bella vista, e durante i conflitti vengono raccontate le audaci imprese degli alpini, dei Chasseurs des Alpes o dei Kaiserjager, la reiterazione dell’immagine drammatica contribuisce a creare una distanza tra quel mondo di pazzi e di incoscienti che vanno a rischiare la pelle e il mondo normale; anziché avvicinare le masse alla fruizione alpinistica della montagna, le allontana. E nello stesso tempo, quando agisce in positivo, quando cioè crea interesse e curiosità, lo fa soprattutto negli animi più irrequieti, e prepara la strada ad una concezione “eroica” che tornerà a rappresentarsi la montagna come nemica.

Esemplare è la vicenda del Cervino. La tragedia della cordata di Whymper viene enfatizzata tanto dalla stampa inglese, che come abbiamo visto si fa portavoce della preoccupazioni per l’insana passione dei giovani britannici, sia da quella continentale, per motivi meno nobili: gli italiani per sottolineare che la vera vittoria è quella di chi è salito e ridisceso indenne, i francesi, gli svizzeri e i germanofoni per stigmatizzare come le richieste dei clienti britannici siano sempre più esasperate e la loro incoscienza di fronte al pericolo metta a repentaglio le vite delle povere guide. Gustave Doré dipinge un paio d’anni dopo la Sciagura sul Cervino, un dittico nel quale al momento della gloria e della superbia fa drammaticamente da contraltare quello della tragedia, rappresentata quasi come una punizione inflitta dalla potenza della montagna ai piccoli esseri umani che l’hanno profanata. È una sorta di prototipo al quale faranno riferimento tutti gli illustratori successivi, che tradurranno in un linguaggio iconico semplice e stereotipato la percezione romantica del mistero e del rischio. Lo faranno come portavoce di un perbenismo borghese che rifiuta l’idea del pericolo corso gratuitamente, ma nell’accondiscendere alla fame di spettacolarità dei lettori contribuiranno a costruire attorno alla montagna e ai suoi sfidanti un’aura in cui si mescolano pazzia, coraggio e sprezzo del pericolo, e della quale in fondo l’ambiente alpinistico si compiace. Tanto che ad un certo punto, da Lammer in poi, la farà volutamente propria.

 

La montagna colonizzata

Nel corso dell’800 le Alpi diventano il “terreno di gioco dell’Europa”, secondo la definizione di Leslie Stephen[48]: in realtà sono per tutta la prima metà del secolo, e quasi sino alla fine della seconda, il terreno di gioco dei rampolli dell’aristocrazia e della borghesia d’oltremanica a caccia delle emozioni offerte dal nuovo “turismo di montagna”. Ma a partire dagli anni sessanta comincia a cambiare il significato che al gioco viene dato: il “turismo di montagna” lascia il posto all’alpinismo. Nello stesso anno in cui Whymper vince il Cervino una cordata britannica scala il versante italiano della Brenva, e poco dopo è la volta della parete est del Rosa. Non si cercano più le cime, ma le vie più ardite alle cime; non ci si accontenta più di salire le normali al semplice scopo di raggiungere la vetta e gustare il panorama, ma ci si rivolge ai versanti ed alle pareti vergini, e ciò, assieme ad una professionalizzazione di sempre maggior livello delle guide, e successivamente anche alla rinuncia alle guide stesse, sancisce il passaggio dall’esplorazione allo sport. Il livello delle difficoltà affrontate sale dal terzo al quarto grado superiore, e l’attenzione si sposta sulle grandi pareti glaciali nelle Alpi Occidentali e su quelle di roccia delle Dolomiti. L’approccio sportivo ha ragione anche di quelle cime che per la loro difficoltà non erano state salite nel periodo precedente (il Dru, il Grépon, la Torre Winkler, ecc…).

I nomi associati a questi prime sono quasi tutti inglesi: ma Whymper, Mummery e gli altri britannici che una dopo l’altra cancellano l’inviolabilità delle vette alpine non si muovono in un’ottica “nazionale”. Sono battitori liberi, fieri senza dubbio di essere inglesi, convinti che solo gli inglesi possano riuscire in certe imprese: ma rappresentano se stessi. Anche in questo senso però le cose stanno cambiando, e lo si vede proprio in occasione dell’assalto all’ultima grande vetta. Nella gara per il Cervino, infatti, vinta da Whymper sulla guida valdostana Jean-Antoine Carrel per poche ore, la competizione si è spostata dal piano individuale a quello nazionale. I due nuovi stati formatisi tra il ‘60 e il ‘70, l’Italia e la Germania, devono inventarsi un’identità e sono determinati a riconsacrare in senso nazionalistico il “patrio suolo”, calpestandone in prima esclusiva ogni zolla. Mentre dietro Whymper non c’è nessuno, e al suo fianco ci sono spesso dei dilettanti incoscienti (anche se tra le vittime della caduta durante la discesa dal Cervino figurano una guida particolarmente esperta e uno degli alpinisti più forti dell’epoca, il reverendo Hudson), dietro Carrel c’è un futuro ministro delle finanze, che oltre a praticare l’alpinismo in proprio (è tra i primi salitori del Monviso) vede nel tricolore issato sulle poche vette ancora inviolate una via alla costruzione di un’identità italiana “forte”. Sarà proprio Quintino Sella a volere la fondazione del Club Alpino italiano, e a conferirgli i crismi di una istituzione che rappresenta un intero popolo e soprattutto una nuova “nazione”.

La vittoria di Whymper è per gli italiani un vero schiaffo: avevano preparato con ogni cura il tentativo alla montagna-simbolo dell’alpinismo, arrivando anche a soffiare all’inglese la migliore guida in circolazione. Ora debbono accontentarsi di “andare a issare lassù la nostra bandiera – come scrive Felice Giordano a Quintino Sella – altrimenti saremo non solo battuti, ma anche beffati”. L’abate Amé Gorret, uno dei partecipanti al tentativo dal versante italiano che viene ripetuto a tre soli giorni dalla prima scalata, dice: “Andavamo volontari per riscattare l’onore del nostro paese, era una spedizione di vendetta nazionale”.

Questo atteggiamento esasperato finisce per stravolgere tutte le regole che fino ad ora avevano governato la “competizione” alpina. La necessità di far risultato ad ogni costo diventa tale che qualche anno dopo, nel 1882, il Dente del Gigante verrà conquistato da una cordata italiana (tra l’altro, tutti membri della famiglia Sella) dopo che un gruppo di guide ha attrezzato per giorni il percorso: tanto che alpinisti come Mummery, che avevano tentato invano in precedenza la salita, parlano chiaramente di “un imbroglio”, e stigmatizzano il ricorso tipicamente italiano alle furberie.

Al di là della vicenda Cervino, che il clima sia cambiato lo dimostra proprio il passaggio a metà secolo dalla fase totalmente dilettantistica dell’alpinismo a quella organizzata. È questo infatti il periodo in cui nascono i vari club alpini nazionali: il primo è naturalmente quello inglese (1857), seguito nel volgere di poco più di un decennio da quelli svizzero, italiano, austriaco e tedesco. Ma mentre nel caso degli inglesi, che per le Alpi possono nutrire solo un interesse sportivo, lo spirito rimane quello ludico, di un consesso di aristocratici e dandy disponibile ad accogliere chiunque se lo sia meritato (e ne abbia i mezzi, perché la quota di iscrizione è piuttosto salata), indipendentemente dalla nazionalità, per gli altri entrano in ballo i motivi legati alla recente unificazione (per italiani e tedeschi), ad una sorta di diritto di prelazione (svizzeri) o addirittura all’urgenza di un riscatto di fronte a gravi rovesci internazionali (francesi e austriaci). Gli eccentrici dilettanti inglesi lasciano quindi gradualmente il posto ad una nuova generazione alpinistica, soprattutto germanica e italiana, tecnicamente e spiritualmente agguerrita, che dalla lotta con l’Alpe di Guido Rey passerà rapidamente alla lotta per l’Alpe. Le Alpi diventano lo scenario di una gara i cui protagonisti, a dispetto delle forti personalità individuali, devono portarsi in vetta il ruolo e le responsabilità di simboli nazionali, nei quali interi popoli si identificano; ma soprattutto di una competizione che ad un certo punto non avrà più come obiettivo una presa di possesso ideale, ma una rivendicazione fisica e politica.

La propaganda dei club alpini rivela da subito il nuovo “intento civile”. A quasi vent’anni dalla fondazione del club alpino italiano Quintino Sella scrive: “La nostra gioventù dell’Alta Italia mi pare da qualche anno più robusta, più ardita, più virile: all’ozio della città, nella state, sostituisce ormai l’aria pura dei monti, le ascensioni difficili, ove ci s’impara a indurare nelle fatiche ed a sentirci solidali”. La “politica alpina” mira a creare una classe dirigente dinamica e coraggiosa, dei lavoratori robusti, dei cittadini e dei soldati animati da amor di patria e cameratismo: e in tal senso sarà rivolta, a partire da fine secolo e limitatamente alle aree del primo sviluppo industriale, anche alle classi inferiori e al proletariato, con l’ulteriore intento di combattere l’alcoolismo diffuso e di promuovere abitudini di vita più compatibili con le esigenze del nuovo modo di produzione.

Anche il Club francese, che nasce immediatamente dopo la disfatta del 1870, manifesta nella sua carta d’intenti il proposito esplicito di “strappare i giovani all’ozio snervante delle città, condurli in montagna ed educarli mediante sane emozioni al culto della bellezza e della libertà, all’amore del sacro, della terra natale e delle sue meraviglie”. In questo senso tra le iniziative più caldeggiate c’è proprio quella della organizzazione di “carovane scolastiche”, gite o soggiorni in montagna che portino gli studenti a contatto diretto con la natura, con la fatica, con il senso del dovere e della disciplina. Il successo di queste iniziative sarà però scarso, e in Francia l’alpinismo organizzato rimarrà a lungo una pratica per pochi iniziati, reclutati, come in Inghilterra, attraverso una selezione in funzione delle ascensioni effettuate, sia pure su una base sociale più larga. Alla vigilia del primo conflitto mondiale il numero degli iscritti al sodalizio non supererà i settemila, contro gli oltre centomila dell’omologo tedesco.

Il risultato è che, nato in un contesto politico difficile e da uno scatto d’orgoglio patriottico, il club alpino francese si avvia a vivacchiare per mezzo secolo come un’istituzione di seconda serie, riflettendo in ciò lo scarso interesse che i francesi mostrano per il turismo alpinistico delle loro valli, almeno sino all’avvento dello sci. Il ritratto dell’alpinista che i francesi hanno presente è piuttosto quello disegnato da Alfonse Daudet in Tartarino sulle Alpi[49] che non quello dell’eroe conquistatore: “Sdirenato, la testa vuota come una zucca, le gambe ciondoloni, cadeva da tutte le parti, e le guide dovevano prenderselo una da un lato una dall’altro, e sostenerlo portandolo a braccia fino alla fine del muraglione di ghiaccio”. Dove in realtà il sarcasmo è rivolto, oltre e più che alla spacconeria dei connazionali, a quei gentlemen inglesi che inanellano cime una dietro l’altra per il solo gusto di spuntarne i nomi dalla loro lista: “Il pensiero di essere ammirato su quella vetta da tutti gli alpinisti di laggiù, le misses, il riso e le susine illustri coi loro occhialini occhialoni e cannocchiali puntati su di lui, richiamarono d’un colpo Tartarino alla coscienza e alla grandezza della propria missione. Saltò in piedi, e strappata dalle mani della guida la bandiera di Tarascona, la fece sventolare una due tre quattro cinque volte; ficcò quindi la piccozza dentro la neve, ci si mise a sedere sopra colla bandiera spiegata nel pugno e la faccia superba e calma: marmorea. Era sul tetto del mondo”.

Lo stesso Daudet ci aiuta però a comprendere l’atteggiamento “rilassato” dei francesi nei confronti della montagna: “Se mai avete trascorso una notte sotto le stelle sapete che, quando si dorme, un misterioso mondo si desta dalla solitudine e dal silenzio. Tutti gli spiriti della montagna vagano liberamente, e vi sono nell’aria fruscii, impercettibili rumori, quasi si udissero i rami crescere, l’erba spuntare. Di giorno sono gli esseri a vivere, di notte vivono le cose. Quando non si è abituati, si ha paura”. Tradotto in musica, questo è Debussy: è una concezione armonica, leggera, malinconica della vita, quella di un popolo che dopo Luigi XIV e Napoleone non ha più da dimostrare nulla, e soprattutto non ha più voglia di farlo. Confrontiamolo con questo brano di Lammer: “Che bel ritmo già in questa suddivisione di salita, riposo in vetta e discesa, la quale ultima può essere altrettanto ricca di tensione e di esperienza quanto la salita! L’epica serena si dilata nella drammatica tempestosa, indi la dolce e solenne lirica della cima, poi ancora lotta drammatica che si attenua in un finale epico-lirico […] Non si tratta di un’armonia a buon mercato: i pinnacoli più bizzarri, gli abissi più terrificanti, l’ululato della tempesta più violenta, le valanghe annientatrici si compongono in un’unità perfetta col più dolce raggio di sole, col velo più tenero di nebbia […]” Questo è Wagner: una visione conflittuale, eroica e tragica; quella di chi invece sente di dover dimostrare molto, a se stesso e al mondo.

I francesi hanno quindi nella seconda metà dell’800 una concezione “debussiana” della montagna, e sostanzialmente l’hanno mantenuta tale sino ad oggi. Ciò non toglie che la frase pronunciata da Pierre Gaspard al compimento della conquista della Meije (1877), unica impresa di rilievo a firma d’oltralpe in tutto l’ottocento: “Non saranno delle guide straniere ad arrivare per prime!”, sia la stessa che avrebbe voluto poter incidere Carrel sulle rocce sommitali del Cervino.

Nell’area germanica, al contrario, in entrambi gli atti di fondazione dei due diversi club (quello di Vienna e quello di Monaco, che di lì a poco saranno riunificati in un organismo unico, il DÖAV (Deutscher und Österreicher Alpenverein), si insiste su una presa di distanza dalle motivazioni politiche: il movimento alpinistico più forte è in effetti inizialmente quello austriaco, ispirato ad una concezione dell’alpinismo molto intellettualistica e ristretto ad una frequentazione altoborghese, che non trova grossi stimoli nazionalistici nella difesa dello status quo praticata dall’impero asburgico. Ma anche la “scuola di Monaco”, che ha una connotazione decisamente più “sportiva” e tende a facilitare e a propagandare l’avvicinamento alla montagna (impegnandosi ad esempio nella costruzione di rifugi), propugna un cameratismo che nasca sulla parete, e non negli uffici dell’anagrafe.

In realtà poi le implicazioni politiche sbucano fuori da ogni parte, prima tra tutte la rivendicazione dell’appartenenza storica delle Alpi orientali all’area germanica, opposta al nascente irredentismo italiano. Dopo la fusione tra i due sodalizi il club alpino diventa per forza di cose veicolo di un pangermanesimo declinato inizialmente solo nell’accezione “culturale”, ma destinato a tradursi in breve tempo in una istanza politica. In Austria inoltre è da subito forte la componente ideologica razzista, che riflette il sentimento della superiorità tedesca diffuso nell’impero delle undici etnie, e che si manifesta naturalmente nell’antisemitismo. Nello statuto del club vengono introdotti già ai primi del novecento, in largo anticipo rispetto alle leggi razziali naziste, dei “paragrafi ariani” che impediscono l’iscrizione agli ebrei. Il tentativo di creare una sezione staccata ebraica, che raccoglie migliaia di adesioni, viene liquidato con l’espulsione di tutti i “non ariani” dal club.

Il club alpino tedesco diventa in sostanza, a dispetto dell’apoliticità professata, la prima palestra delle ideologie razziali che vanno maturando nella Germania wagneriana ma più ancora nella Vienna di Karl Lueger, e che si sostanziano attraverso una lettura assolutamente forzata e impropria della filosofia di Nietzche. La montagna offre il pretesto per un arroccamento in “sfere non inquinate dall’impurità del moderno[50], dalla piatta uniformità della massa”; salire è approssimarsi al regno della divinità, marcare le distanze soprattutto nei confronti di coloro che sono ritenuti i subdoli portatori della disgregazione dei valori: “Mentre la nostra civiltà priva di cultura disintegra e isola ogni cosa, nella grande natura alpina che respira in Dio ogni singolo essere si fonde in un cosmo[51].

Mentre i diversi club alpini conducono per conto dei contrapposti nazionalismi una sorta di guerra a bassa intensità, il loro monopolio, se non sulle vette almeno sul terreno montano, subisce la concorrenza di altre organizzazioni, religiose e laiche, socialiste o conservatrici. In palio c’è il controllo di un numero sempre più significativo di persone, soprattutto di giovanissimi, che attraverso la scolarizzazione, il servizio militare, il recupero di tempo libero consentito dalle nuove professioni, la velocizzazione e la maggior facilità negli spostamenti, possono essere opportunamente guidate a scoprire il fascino della montagna, sottraendo l’alpinismo alla sia pur recente tradizione aristocratica ed elitaria. La soddisfazione espressa da Sella ricalca quasi parola per parola i propositi enunciati dall’Abbé Gorret, quello che abbiamo incontrato nella seconda salita al Cervino, che sostiene che l’andare per monti deve “sottrarre i giovani ai piaceri, ai divertimenti e alle gozzoviglie snervanti delle città”. Nascono, come abbiamo già visto, a margine del crescente movimento socialista e in opposizione all’alpinismo istituzionalizzato del club, associazioni sportive ed escursionistiche operaie: ma quelle che conoscono un maggiore successo e avranno per il futuro un peso importantissimo sono le associazioni giovanili.

Il movimento associazionistico giovanile più rilevante e più precoce è quello tedesco. Nel risorto Reich è lo stato stesso a creare direttamente o a ispirare attraverso la scuola e l’esercito la nascita di associazioni che cementino il cameratismo, inculchino e pratichino l’amor di patria e trasmettano una mentalità e un’educazione di tipo militare. Ma si sviluppa anche, già nei primissimi anni del novecento, una forma di associazionismo spontaneo, la Jugendbewegung, che recluta i suoi associati tra gli studenti delle superiori e che almeno nella fase iniziale riesce a mantenere una reale autonomia, scegliendosi i capi tra i giovani stessi. Una delle attività preminenti dell’associazione è quella escursionistica, da praticarsi appena possibile nella zona alpina e intesa come forma di autoeducazione alla natura, ma soprattutto come fuga dalle città e dalle famiglie. La spontaneità di questi sodalizi ha vita breve: la prima guerra mondiale chiama la gioventù a ben altre esperienze, e consente alle istituzioni di assumerne il controllo; dopo l’avvento del regime nazista finiranno fagocitate nel programma di addestramento e indottrinamento della gioventù hitleriana, o saranno soppresse.

La risposta inglese alla Jugendbewegung è lo scoutismo. A differenza di quella tedesca l’associazione creata da Baden-Powell non lascia nulla allo spontaneismo, ha anzi un ordinamento gerarchico e paramilitare. Inoltre non contempla, per ovvie ragioni, attività negli scenari alpini. Ma combinando l’educazione al contatto con la natura e allo spirito avventuroso con lo spirito di gruppo prepara, oltre che i dominatori coloniali, i futuri partecipanti alle grandi spedizioni himalayane. Il corpo degli scout, costituito a partire dal 1907, dopo soli due anni dopo accoglie anche le ragazze. L’apertura al mondo femminile è una caratteristica che sul continente rimarrà riservata alle associazioni di ispirazione confessionale o a quelle socialiste, mentre l’associazionismo laico rimane più maschilista.

In Italia la politica del CAI, almeno per quanto concerne la frequentazione sportiva della montagna, è pur sempre quella dell’associazione elitaria, anche se non manca la promozione dell’escursionismo popolare. Un’altra istituzione detiene nella penisola il controllo del mondo giovanile, ed è la Chiesa. La Chiesa, come abbiamo già sottolineato raccontando dei moltissimi abati e preti che partecipano alla prima fase dell’esplorazione delle vallate e dei ghiacciai alpini, manifesta un precoce interesse per il fenomeno di disincantamento e rivalorizzazione secolare delle montagne, paradossalmente riempiendone di croci e madonnine le cime. Questo interesse rimane vivo e induce diversi religiosi alla pratica alpinistica anche nella fase successiva, nella seconda metà dell’Ottocento e nel nuovo secolo: è sufficiente ricordare, tra moltissimi altri, oltre all’Abbé Gorret, l’Abbé Henry, alpinista formidabile[52], il prete-geologo-alpinista Antonio Stoppani e lo stesso don Eugenio Ratti, il futuro Pio IX, che compie diverse nuove ascensioni e che cercherà anche in tutti i modi di farsi accogliere nella spedizione polare del duca d’Aosta. Negli anni venti del novecento una delle figure più limpide del cattolicesimo laico e dell’antifascismo militante, Piergiorgio Frassati, sarà un alpinista appassionato. Questa frequentazione, come quella dei primordi dell’alpinismo, non rimane legata ad una passione individuale ma si sostanzia di una specifica finalizzazione educativa.

In questo senso la chiesa parte da una posizione di vantaggio: dispone di tutta una serie di punti d’appoggio, monasteri, abbazie, conventi, eremi, ospizi, oratori e canoniche sparsi alle pendici o spesso nella parte più alta delle vallate alpine, che supportano l’educazione e il convogliamento ad una pratica escursionistico-alpinistica molto allargata, ospitando gruppi parrocchiali provenienti anche dalle città della pianura. La maggior parte dei giovani che si accostano alla montagna sino a tutta la metà del ‘900, anche nel periodo fascista, lo fa attraverso questo tramite.

La concezione di base di tutte queste forme associazionistiche è la stessa che si era andata affermando già dal Settecento, a partire da Haller e da Rousseau: quella di una montagna risanatrice, spiritualmente e fisicamente, che educa al culto della bellezza, dell’ardimento, della lealtà e dell’amicizia. Cambiano invece le finalità rispetto alle quali viene declinata. La cultura cattolica dà naturalmente un’interpretazione molto più soft del rapporto con la montagna: mentre l’alpinismo classico si carica di valenze nazionaliste e si nutre di ideologie superomistiche, l’alpinismo cattolico si caratterizza come un alpinismo spirituale, pacifico; non propugna la lotta contro la montagna, ma la lotta che l’alpinista ingaggia quasi con il suo corpo, con il peso delle sue debolezze che lo tira verso il basso. A fronte della ricerca del rischio assoluto e dello sprezzo del pericolo, esaltati dalla scuola austro-tedesca, o del gioco temerario e un po’ incosciente dell’interpretazione anglosassone, l’alpinismo cattolico si caratterizza come un alpinismo della prudenza: “L’alpinismo vero non è già cosa da scavezzacolli, ma al contrario tutto e solo questione di prudenza, e di un po’ di coraggio, di forza e di costanza, di sentimento della natura e delle sue più riposte bellezze” scrive il futuro papa Pio XI.

Anche l’alpinismo inglese, che mantiene un profilo distaccato e superiore fino a che si tratta di Alpi, non tarda ad assumere una connotazione e una valenza “politica” quando il “gioco” si trasferisce dall’Europa all’Asia. Ai confini dell’impero coloniale l’assalto alle montagne entra a far parte tacitamente della strategia britannica di difesa “attiva”, basata sulla costante dilatazione delle zone di rispetto attorno alle aree direttamente governate. L’Himalaya diventa quindi “affare inglese”, e i suoi esploratori sono tutti quanti, più o meno consapevolmente, agenti di quello che viene appunto definito il “grande gioco”.

La diversione rispetto alle Alpi è peraltro già iniziata sin dagli anni ‘60, con l’avvio della esplorazione sistematica delle montagne del Caucaso[53]. Anche in questo caso, trattandosi di un’area di confine dell’impero russo, che sino alla prima guerra mondiale è appunto il rivale del dominio britannico nel “grande gioco” sullo scacchiere asiatico, l’interesse alpinistico si porta appresso dell’altro. Lo stesso vale per i primi approcci alle montagne africane, ai Monti della luna (la catena del Ruwenzori) raggiunti da J. H. Speke già negli anni cinquanta e visitati poi da Stanley alla fine degli ottanta. Dietro la ricerca delle sorgenti del Nilo c’è la corsa a “segnare” la maggior parte possibile del territorio, e la conquista delle vette lascia un segno particolarmente visibile, marca un diritto di prelazione su tutto ciò che di lassù lo sguardo può abbracciare. Al di là di questo, comunque, è lo spirito stesso dell’alpinismo a mutare: se Mummery era ancora un solitario e romantico vagabondo delle cime, Mallory, Irvine e tutti gli altri dopo di loro si muoveranno nel contesto di grandi spedizioni volute, organizzate e finanziate direttamente dai governi o da istituzioni culturali che a questi ultimi fanno capo.

 

Mondi e monti lontani

Fino alla prima metà del Settecento della regione himalayana si sapeva poco o nulla: l’area era resa praticamente inaccessibile, oltre che dalla conformazione del territorio, da impedimenti religiosi e politici, ed era rimasta quindi sempre esclusa dagli itinerari commerciali del medioevo. Le prime notizie attendibili si hanno a partire dagli inizi del settecento, quando la catena viene attraversata dal padre gesuita Ippolito Desideri, probabilmente il primo italiano ed europeo a mettere piede nel Tibet in tempi moderni, e comunque senz’altro il primo a lasciarne traccia. Il padre è inviato dalla Compagnia al di là dell’Himalaya per verificare le antiche notizie relative all’esistenza di una comunità cristiana in quelle zone. Naturalmente non trova alcun riscontro di una precedente evangelizzazione, ma da buon gesuita impara il tibetano, visita e studia a fondo le regioni del Kashmir e del Tibet e ne produce una descrizione che per i tempi è molto precisa.

Per una conoscenza più approfondita occorre però attendere la metà dell’800[54], quando il Servizio Geologico dell’India avvia un imponente lavoro di rilevazione a fini strategici di tutta la zona confinaria settentrionale della colonia indiana (con una decisa tendenza a sconfinare), che porterà a una determinazione abbastanza esatta dei lineamenti geografici della regione. È in questa occasione che viene data per la prima volta notizia dell’Everest (1856), mentre viene compiuta nel Karakorum la rilevazione del K2 ed ha luogo (nel 1861) la prima vera e propria spedizione sul ghiacciaio del Baltoro.

A precedere o a completare il lavoro del servizio geologico ci sono naturalmente le iniziative di esploratori e avventurieri, private o commissionate dal governo coloniale. Tra i primi i fratelli tedeschi Hermann, Adolf e Robert Schlagintweit, discepoli di Humboldt, che dopo essersi fatti le ossa nelle Alpi scalando il Monte Rosa ricevono dalla Compagnia delle Indie l’incarico di una prospezione generale dei sistemi montuosi che chiudono a nord il Deccan. Durante l’esplorazione dell’Himalaya, nel 1854, Adolf e Robert raggiungono sul monte Kamet la ragguardevole quota di 6770 metri. Adolf prosegue poi da solo e viene ucciso nel Turkestan, mentre gli altri due fratelli fanno ritorno in patria e scrivono una relazione dei loro viaggi che suscita nel mondo germanico una curiosità, non solo sportiva.

Le esplorazioni a carattere dichiaratamente alpinistico hanno inizio più tardi, verso la fine del secolo. Con la conquista nel 1882 della prima vetta nel Karakorum, il Pioneer Peak (6890 m) da parte di William Conway, ha inizio una vera e propria gara a battere i record di altitudine. L’anno successivo la spedizione Graham al Nanda Devi ha ancora un carattere misto scientifico-alpinistico, ma non manca di corteggiare una delle vette più alte e delle montagne più belle della catena himalayana. Ormai si punta decisamente agli ottomila. Nel 1895 è lo stesso Mummery a guidare una spedizione al Nanga Parbat; raggiunge e supera quota settemila, ma muore poi con due sherpa nel tentativo di passare sull’altro versante. Con questa tragedia il Nanga Parbat inaugura la sua sinistra fama: prima di essere conquistato, nel 1953, ha già fatto trentun vittime. Al volgere del secolo è ancora un alpinista inglese, Douglas Freshfield, ad effettuare il primo periplo documentato del Kangchenjunga: con lui c’è, come fotografo ufficiale, l’italiano Vittorio Sella.

Un’altra montagna tanto appetita quanto maledetta è il K2. È stata raccontata nella sua bellezza solo alla fine degli anni ottanta, dal colonnello Younghusband, il primo a forzare il passo Mustang nella sua marcia su Lhasa, e conosce già un tentativo di ascensione nel 1902, da parte di Aleister Crowley e di Oscar Eckenstein; la spedizione arriva ad una quota di circa seimilaseicento metri, ma è costretta a ritirarsi per il maltempo[55]. Nel 1909 una spedizione italiana guidata dal duca degli Abruzzi, ed accompagnata dall’immancabile Vittorio Sella, scopre una via di salita lungo lo sperone est della montagna, ancora oggi noto come “Sperone degli Abruzzi”. Ripiega poi sul Chogolisa, senza raggiungere la vetta ma arrivando a settemilacinquecento metri, primato di altitudine dell’epoca. Il Karakorum diventa la catena degli italiani, presenti ancora negli anni immediatamente successivi con spedizioni esplorative dirette da Mario Piacenza e da Filippo de Filippi.

Non c’è però solo l’Himalaya. La fine del secolo vede una corsa affannosa a porre il sigillo su tutte le vette di un qualche rilievo sparse per il mondo. Nell’America settentrionale la prima ascesa del Mc Kinley viene effettuata (spedizione Hudson Stuck) nel 1913[56], mentre nel 1897 una spedizione del Duca degli Abruzzi ha salito con condizioni climatiche proibitive il Monte Saint Elias (la prima ripetizione si avrà solo cinquant’anni dopo).

In quella meridionale la vetta dell’Aconcagua, dopo essere stata tentata già nel 1883 da una spedizione tedesca (del geologo ed esploratore Paul Gussfeld, che arriva a 6.500 m), è raggiunta per la prima volta dalla guida svizzera Matthias Zurbriggen, membro di una spedizione britannica (Briton Edward Fitzgerald).

In Africa il primo europeo ad esplorare a fondo il massiccio del Ruwenzori è Henry Morton Stanley, nel 1889, ma la cima è raggiunta solo nel 1906 dall’ennesima spedizione del Duca degli Abruzzi. Il picco Uburu del Chilimangiaro è salito invece già nel 1889 dai tedeschi Meyer e Purtscheller, subito dopo la creazione della colonia del Tanganika. La prima ascensione al monte Kenia è del 1899.

Il plateau sommitale dello Kinabalu, il monte più alto del sud-est asiatico, era stato raggiunto fin dal 1851 da un funzionario della amministrazione coloniale inglese, ma la vetta è toccata solo nel 1888.

Allo scoppio della prima guerra mondiale rimangono inviolate in pratica solo le vette himalayane superiori ai settemilacinquecento metri. Il limite non è nemmeno più psicologico, ma puramente fisico.

La guerra interrompe solo momentaneamente la corsa. Nel frattempo l’Himalaya ha inaugurato un modello di alpinismo che si è portato appresso motivazioni nuove: ma né l’uno né le altre, fino a secolo inoltrato, vengono accettati nell’ambiente alpinistico ortodosso. Quando nel 1920 si comincia a parlare di una spedizione “pesante” all’Everest, con una organizzazione quasi militare, nell’Alpine Club si grida allo scandalo. Si avverte che una cosa del genere chiuderà per sempre l’epoca dell’alpinismo classico, al quale, essendone stata quasi unica protagonista, l’associazione inglese è profondamente legata. In effetti è così, anche se i segni del cambiamento erano già avvertibili in quanto stava accadendo sulle Dolomiti.

Tentativi come quello di Mummery e quello di Crowley sono in fondo ancora la trasposizione dello spirito alpino in un ambiente diverso; ma quello del Duca degli Abruzzi appartiene già ad una dimensione e a uno spirito totalmente nuovi. Il teatro himalayano non presenta soltanto problemi tecnici, ma anche e soprattutto problemi logistici: le distanze, le altitudini, i tempi sono dilatati su una scala enorme, le possibilità di rifornimento sono remote, occorre soggiornare a lungo in quota, tanto per l’avvicinamento che per l’acclimatazione. C’è inoltre il problema della mancanza di ossigeno, e dei suoi devastanti effetti fisici e psicologici, e ci sono condizioni climatiche estreme, da sopportarsi per periodi lunghissimi. Si impone la necessità di una organizzazione per trattare con le autorità locali, per coordinare le linee di rifornimento, per organizzare i campi in quota e spingere sherpa e portatori sempre più in alto.

L’utilizzo di questi ultimi è qualcosa che cozza completamente con il contemporaneo rifiuto dell’uso delle guide sulle Alpi. E l’interazione con le popolazioni locali, insieme alla violazione di tabù, alla dissacrazione dei luoghi, porta ad un rivoluzionamento dei costumi e delle economie, alla rottura di equilibri, alla disgregazione culturale di mondi rimasti a lungo immobili, che proprio per le particolari condizioni ambientali sono spesso molto fragili e delicati. Infine, in queste imprese la prestazione del singolo individuo o della singola possibile cordata non hanno più senso: è la squadra a vincere, nel caso, è la disponibilità di attrezzature e materiali sempre migliori. È il trionfo dell’organizzazione e della tecnica. Hanno ragione di scandalizzarsi, gli aristocratici e conservatori membri dell’Alpine club: in effetti si tratta di qualcosa di completamente diverso da ciò che essi cercano e vedono nell’alpinismo.

Cambia anche l’immagine della montagna. L’Himalaya non viene conosciuto dagli occidentali con la preventiva mediazione della pittura, come le Ande e le Montagne Rocciose, ma direttamente attraverso la fotografia. E la fotografia, soprattutto quella in bianco e nero, la lastra al nitrato d’argento, rispetto all’immagine dipinta crea un’atmosfera decisamente più fredda. Nella pittura c’è rumore, nella fotografia c’è silenzio. Il dipinto parla, la fotografia mostra. Alle altitudini himalayane poi, anche quando la fotografia è in movimento, nelle prime immagini cinematografiche, si respira un’atmosfera diversa, in senso sia letterale che metaforico. I movimenti sono più lenti, ogni cosa appare ovattata: Mallory e Irvine che partono dall’ultimo campo, prima di sparire sull’Everest, sembrano muoversi sulla luna. Gli spazi, le dimensioni, sono enormi; al confronto quelli alpini, che tanto entusiasmavano nell’Ottocento, sono fazzoletti. E c’è la distanza: le Alpi in fondo per gli occidentali sono lì, alla portata di tutti. Come vedremo è sufficiente possedere una bicicletta per raggiungerle: le montagne asiatiche rimangono invece, almeno sino alla seconda metà del Novecento, un sogno proibito per quasi tutti. Sono tanto remote da poter ospitare mondi perduti, la favolosa Shangri-la o le dimore sotterranee dei mitici arii: ma appartengono alla dimensione del sogno, appunto, sono altro dalla quotidianità possibile dell’escursione o della scalata nel calcare o nel ghiacciaio.

Appena chiusa la parentesi bellica, in un periodo nel quale le altre potenze, vincitrici e vinte, si leccano le ferite, gli inglesi tornano dunque all’attacco. Dalla loro base indiana indirizzano verso l’Everest tre successive spedizioni, nel 1921, nel 1922 e nel 1924. Ma i tempi non sono maturi. Non è ancora previsto il ricorso all’ossigeno. Nel corso di un tentativo alla vetta lungo la parete Nord George Mallory ed Andrew Irvine, i due alpinisti più forti, scompaiono dopo aver superata la quota di ottomila e cinquecento metri. Il mistero della loro fine, e più ancora il dubbio su un loro possibile arrivo in vetta, alimenterà la letteratura alpinistica per tutto il secolo successivo. Ci sono anche polemiche, inevitabilmente: ma ormai, dopo il carnaio della guerra, le tragedie della montagna hanno un impatto ridimensionato. Si polemizza semmai sull’organizzazione, sulla logistica, sul mancato risultato: e le figure degli alpinisti diventano oggetto di una mitizzazione mediatica che gioca volentieri con le scomparse premature. In più, non ci si può tirare indietro proprio quando gli altri incombono. Alla fine degli anni venti tornano infatti nel Karakorum gli italiani, sia pure con missioni geografico-esplorative, quella di Aimone di Savoia Aosta nel 1929 e quella di Giotto Dainelli nel 1930. Nel 1934 una spedizione internazionale diretta dal geologo Dyrenfurth tocca le prime vette oltre i 7200 m, conquistando il Sia Kangri (7422 m). Ma, soprattutto, si muove la macchina da guerra alpinistica tedesca, in parallelo con quanto accade nel frattempo sulle Alpi.

Si comincia nel 1929 dal Kangchenjunga, che viene preso d’assalto per tre anni consecutivi, con il solo risultato di diverse vittime e di ritirate dovute a maltempo, malesseri o defezioni. Si cambia poi obiettivo: dal 1932 è la volta del Nanga Parbat. La prima spedizione non sale molto, ma torna casa integra. Due anni dopo, invece, nel 1934, il tentativo si conclude in tragedia, con la morte per assideramento di tre alpinisti, tra i quali Willo Welzembach, e di sei sherpa. I tedeschi ci riprovano nel 1937, con un enorme spiegamento di mezzi, che comprende anche l’uso dell’aviazione, ma l’esito è ancora una volta tragico: una valanga uccide sette alpinisti e nove sherpa. Si ripete nel 1938, e stavolta il nemico è il maltempo. Infine nel 1939 un’ennesima spedizione guidata da Heinrich Harrer, reduce dalla salita della nord dell’Eiger, è bloccata dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Harrer stesso finisce in un campo di prigionia in India, dal quale evaderà per rifugiarsi in Tibet.

Alla fine degli anni trenta entrano in scena anche le spedizioni statunitensi. L’obiettivo è il K2. Nel 1938 raggiungono la quota di 7800 m, l’anno successivo toccano gli 8200 m, ma registrano anche la prima di una serie di vittime che faranno di questa montagna la più pericolosa del mondo. Poi è nuovamente guerra vera.

Sullo spostamento di interesse verso le montagne asiatiche, e in particolare verso la catena himalayana, non influiscono solo la ricerca di vette e terreni nuovi d’alpinismo (come potrebbe essere per il caso di Mummery) o la voglia di cimentarsi con altezze quasi doppie rispetto a quelle delle Alpi, o ancora gli interessi politici inglesi: agisce anche un clima spirituale e ideologico particolare, che caratterizza gli ultimi anni del ottocento e la prima parte del secolo successivo. Del nazionalismo abbiamo già parlato, e ci si tornerà ancora per quelli che saranno i suoi funesti sviluppi. Allo stesso modo si è fatto cenno a componenti ideologiche come il razzismo, anch’esse gravide di esiti drammatici. Ma accanto, e spesso a monte di queste, c’è una temperie più vaga e indeterminata, diffusa senza distinzioni nei diversi strati o ambienti sociali, quasi un presentimento del declino che incombe sull’Occidente. Nell’ambito artistico-letterario questa atmosfera prende il nome di Decadentismo, e il termine può essere esteso ad ogni aspetto del sociale: implica una pressante ricerca di senso, legata allo smarrimento di fronte ai primi cedimenti della certezza scientifica e ai primi conflitti sociali moderni. Comporta soprattutto un ostentato rifiuto della razionalità, e la ricerca di spiegazioni e di emozioni nelle pieghe oscure dell’occultismo, nella teosofia, nelle “corrispondenze” segrete e magiche. Tutto questo viene a combinarsi perfettamente con la necessità di costruirsi un’epica da parte dei popoli recentemente unificati, di giustificare la loro lunga assenza dal palcoscenico della storia, di riscattare o inventare una tradizione. Trova il terreno più fertile, naturalmente, in Germania: ma l’alone copre tutta l’Europa.

Nella seconda metà dell’800 si diffondono in tutto l’Occidente società esoteriche che fanno riferimento, nella simbologia e nella pratica, alla montagna. Una rete intricatissima di rimandi fa discendere dagli studi di indoeuropeistica coltivati da Schlegel, da Shopenhauer e da Max Muller l’elaborazione di una mitologia “ariana” e l’anelito a ricostruire l’unità perduta delle genti “arie”, la cui culla è identificata nelle montagne inaccessibili che stanno al centro dell’Asia[57]. Questo indurrà, a partire dai primi del novecento, molti europei (uno di questi è senza dubbio Crowley) a guardare alla zona himalaiana con un interesse che va ben oltre quello alpinistico. Soprattutto in Germania miti come quello del popolo della “terra cava” verranno fatti propri prima da società iniziatiche e poi addirittura dal regime nazista. Le spedizioni himalayane degli anni Trenta sono dettate principalmente dalla ossessiva volontà di Hitler di trovare una “fonte perenne di sangue ariano”, che contrasti la crescente ibridazione del popolo tedesco. È addirittura fondata la Deutsches Ahnenerbe (Eredità tedesca degli antenati), una società di studi che organizza in cinque anni più di cento spedizioni scientifiche, non solo in Asia, per effettuare ricerche storiche e archeologiche e studiare i costumi di gruppi etnici eredi presunti di antiche culture[58]. L’ultima di queste spedizioni è proprio quella che vede coinvolto Harrer.

 

Penne e piccozze

Dobbiamo ora fare nuovamente un passo indietro. Se agli inizi dell’800 si afferma una vera e propria “pittura di montagna”, che fiorisce nell’area del romanticismo nordeuropeo (inglese, tedesco e scandinavo) e viene rinverdita verso fine secolo dalle opere dei divisionisti italiani (Segantini in primis), a cavallo del secolo successivo nasce anche una “letteratura di montagna”. Anche se rimane confinata nel genere diaristico, adattato alla nuova formula del “récit d’ascension”, questa letteratura esercita un influsso notevole soprattutto sulle giovanissime generazioni, ed è destinata ad avere un impatto che prescinde dal reale valore artistico. Consente tra l’altro di leggere attraverso le diverse concezioni dell’alpinismo, e più in generale del rapporto con la montagna, ciò che va maturando nelle contrapposte culture europee. In questo senso due opere sono particolarmente significative, per il successo che hanno conosciuto, e quindi per l’influenza che hanno esercitato, e per la differente impostazione del rapporto.

La prima è Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso (1895), di Albert Frederick Mummery, destinata ad essere il filtro di lettura dell’alpinismo per le giovani generazioni anglosassoni[59]. È un libro che più anglosassone non si può, pieno di humor e di autoironia, ma al tempo stesso capace di trasmettere una concezione “dilettantistica” nel senso più alto e più letterale del termine, quello di un puro piacere estetico e spirituale e di un rapporto insieme confidenziale, leale e riverente con l’ambiente. Mummery non ingaggia epiche battaglie, non ci pensa nemmeno a sfidare o ad attaccare la montagna: la studia e cerca “dolcemente” di salirla, anche quando, come nel caso del Grépon, di dolce la montagna non ha proprio nulla (ma Mummery la ripaga con la sua ironia, sintetizzandone così le successive immagini: una montagna inaccessibile; la più difficile scalata delle Alpi; una facile ascensione per signore!). Vuole divertirsi, rimanendo in armonia con un ambiente che gli piace, provando gusto nell’arrampicata e lasciando a valle ogni condizionamento o finalità ideologici. E ha della montagna una visione cosmopolita, che lo porterà infatti a cercare altre emozioni nel Caucaso prima e in Himalaya dopo (e a lasciarci la pelle). Non scala le montagne perché “deve”, per un imperativo categorico, ma perché sono lì, come avrebbe detto il suo discepolo Mallory: sono belle, promettono emozioni e allora tanto vale provarci. L’alpinismo come puro gioco, ma non per questo eticamente meno solido (o forse proprio per questo; la bellezza del gioco sta proprio e solo nel vincere rispettando le regole).

Mummery sarà anche uno dei primi a scalare senza guide, ma fino a quando lo fa col suo fidato e inseparabile Alexander Burgener non ha alcun ritegno ad attribuirgli la maggior parte del merito, anche se di fatto è in genere lui a guidare la cordata. Il tenore del racconto di Mummery, e verosimilmente il suo modo di vivere le situazioni, è questo: “La mia posizione stava diventando molto seria. È cosa nota (attestata da tutte le autorità ecclesiastiche delle valli di Susa, Zermatt e Anzasca) che chiunque ha scorto uno Spirito muore certamente entro le ventiquattro ore! Dissi a Burgener che, stando così le cose, non c’era alcun vantaggio a fare ritorno; infatti o si trattava veramente di Spiriti, ed allora fatalmente saremmo morti, o non si trattava di Spiriti, e allora potevamo benissimo proseguire il nostro cammino. Le guide accettarono il dilemma, ma espressero l’opinione che, anche nel caso peggiore, scalare una montagna con la prospettiva di essere buttati giù da uno Spirito malevolo non era precisamente un’allegria[60].

Quello di Mummery è forse il momento più equilibrato e limpido della “conquista” delle montagne. La sua moderazione è senz’altro anche voluta; può tranquillamente minimizzare le imprese, ben sapendo che chi legge avrà poi modo di verificare direttamente la realtà e il livello delle difficoltà affrontate. Ma senza dubbio esprime e riassume al meglio lo spirito col quale per oltre un secolo i suoi connazionali, da Windham in poi, avevano percorso in lungo e in largo le valli alpine. “Sebbene forse l’alpinismo non sia più pericoloso di altri sport, suscita sicuramente un senso più vivo del pericolo, in verità del tutto sproporzionato rispetto al rischio reale”. Il suo understatement verrà attaccato violentemente dagli alpinisti di nuovo stampo sfornati dai club alpini tedeschi, quasi rappresentasse una forma di irrisione sprezzante per quelle vette e per quelle sfide mortali che stanno invece diventando per loro lo strumento di dimostrazione di una superiorità razziale. Con Mummery, che pure sotto molti aspetti è un innovatore e un precursore, possiamo davvero dire che si chiude l’alpinismo classico di conquista, quello la cui finalità era ancora raggiungere la vetta per la via più logica.

Ben diversa è infatti la concezione della montagna che troviamo in Fontana di giovinezza (1922)[61] di Guido Lammer, comparso un quarto di secolo dopo il libro di Mummery e intriso di forti tensioni ideali, di gusto estetizzante, di esaltazione virile. Intanto, prima ancora che come resoconto di imprese alpine il libro si propone come un saggio spirituale e filosofico. La montagna offre lo sfondo ideale a chi vuole confrontarsi col rischio, con la morte, con la solitudine, ma soprattutto con se stesso, con le proprie paure e con il proprio anelito al trascendente. “Per me il risultato supremo è il modo dell’attività sportiva, l’essere senza guida, il giocare la vita”. E rispetto a questo assunto la montagna è lo sfondo, appunto, un pretesto, un fichtiano non io cui contrapporsi per spremere da sé il meglio, per costruire la propria vita come un’opera d’arte. “Quasi ogni ascensione è un’opera d’arte vissuta, è come una materia già artisticamente formata: questo vale specialmente per le ascensioni grandiose, turgide di pericoli e d’avventura e soprattutto per i viaggi d’esplorazione”. Lammer non racconta la montagna: la interpreta. La montagna è il luogo non contaminato dall’azione uniformante dell’uomo e lontana dalle meschinità del mondo, lo scenario perfetto per compiere gesta eroiche, la palestra per la costruzione di una personalità superiore, che emerga dalla mediocrità della massa. “Non conosco altra attività umana la quale, come il cimento con le difficoltà della montagna, prosciughi spesso sino agli estremi residui e tenda variamente in mille nuove complicazioni tutte le energie del corpo e molte dell’intelletto e dell’anima. Difficilmente in altre circostanze i nostri sentimenti vengono così sconvolti, la nostra volontà così duramente forgiata come in questo duello col monte”. Tanto più è tale, quindi, quanto più è difficile, pericolosa, repulsiva. Non esiste una bellezza della montagna, quanto piuttosto la bellezza “artistica” del gesto compiuto in montagna. Questa tentazione di pensarsi come diversi rispetto ai comuni mortali, nel senso almeno di dotati di un coraggio, di uno sprezzo del pericolo, di una forza, di una resistenza superiore, ma anche di una sensibilità, di una purezza testimoniata dalla gratuità del gesto, dello sforzo e del rischio affrontato, appartiene in realtà a tutti coloro che praticano l’alpinismo, ma è di norma tenuta nascosta; qui viene invece proclamata come il senso ultimo dell’alpinismo. “Per una lunga vita, giovane e adulto, io ho venerato solo l’individualità, ho lavorato a scalpellare la mia personalità”.

Si van ben oltre la concezione sportiva, qui si parla di sfida esistenziale: «Ogni qual volta attraverso lo sforzo e il terrore riuscii a conquistarmi una prima ascensione oppure una nuova via, vidi splendere davanti a miei occhi queste parole di fiamma: “ora io sono diventato più forte dell’onnipotenza divina”». È evidente che Nietzsche ispira ogni singola parola del libro, e si potrebbe leggere Fontana di giovinezza come una sorta di compendio divulgativo del credo nietzschiano, in una interpretazione distorta, esasperata ed esaltata. La montagna è essenzialmente “nemica”, nella concezione di Lammer: e non nemica fredda e inerte, ma personificata: «nel centro dell’azione compaiono “eroi” veramente drammatici, uomini che lottano, soffrono, gioiscono […] ed avversari realmente drammatici, esseri demoniaci come nelle fiabe: la strega dei crepacci in agguato, il lanciatore di blocchi gigantesco, la fata malvagia delle valanghe, il mostro delle tormente, il mago della vertigine che stordisce i sensi, l’aquila delle folgori di Giove, i neri corvi delle nebbie di Wodan».

C’è anche una terza via, quella che trova forse la migliore espressione nell’austriaco Julius Kugy. Non a caso Kugy arriva alla montagna animato non dalla volontà di lotta ma dallo spirito scientifico, dall’amore per la botanica, né più né meno di quanto De Saussure o Dolomieu lo fossero da quello per la geologia: anche fisicamente non incarna l’immagine ascetica ed atletica propagandata da Lammer (è un omone massiccio e tozzo). Il titolo del suo ultimo libro, “Dal tempo passato[62], riassume perfettamente la sua nostalgia per un’epoca, e non solo per una montagna, che appare nel ricordo ricca di certezze e densa di sentimenti genuini. La montagna non viene da Kugy né sfidata né dominata: è percorsa e vissuta con delicatezza e serenità, goduta e ringraziata per le gioie che offre, affrontata con il rispetto che merita, sempre in compagnia delle guide. La conquista della cima non è mai un’ossessione, non diventa un imperativo morale, anche perché Kugy ha altre passioni, la musica e la botanica in primis, che equilibrano ed armonizzano il suo sentimento.

Eppure quest’uomo ha salito, partendo dalle Alpi Giulie, nel corso di una serie innumerevole di campagne, tutte le vette più importanti della catena alpina. Il suo alpinismo, a dire il vero, non sembra tanto appartenere ad un altro tempo, quanto essere fuori dal tempo: è romantico, ma è anche positivo, è disincantato e talvolta distaccato, come quello inglese, ma è anche caldo, eticamente ispirato, portatore di valori come quello italiano o tedesco; solo molto più equilibrato. In opposizione a Lammer, che ringraziava l’alpinismo di avergli fatto “sorseggiare il più dolce dei godimenti che la vita possa offrire: aver bagnato le labbra alla coppa della morte”, egli scrive: “I monti non devono essere i nostri nemici. La base dell’alpinismo deve essere sempre il puro amore della natura e dei monti, un’intima penetrazione nella loro vita, nella loro essenza, nella loro anima. Certe arrampicate disperate che oggi si usano sono contrarie al mio modo di sentire. Io amo l’equilibrio, la salute, in una parola il bene della vita[63]. Kugy rifiuta il concetto stesso di “sport alpino”, la ricerca delle difficoltà fini a se stesse, la conquista della vetta come affermazione personale e superomistica, per valorizzare invece la bellezza del camminare, del contemplare, del muoversi con lentezza sulla roccia e sul ghiaccio, per godere davvero di tutto ciò che un’ascensione può offrire. Per questo, al contrario di Lammer, che tra le due guerre risulta con Fontana di giovinezza l’autore più letto in Germania dopo Dio e Hitler, e dello stesso Mummery, che ai primi del Novecento è un autore di culto per gli alpinisti di tutto il mondo, anglosassone e non, Kugy rimane un autore “per pochi”: così come di pochissimi è rimasto il suo modo di rapportarsi alla montagna.

 

La guerra nell’Alpe

L’atmosfera che si respira in montagna ai primi del Novecento è dunque ben diversa da quella di un secolo prima. La rincorsa tedesca al recupero militare e industriale nei confronti dell’Inghilterra ha i suoi risvolti anche nell’alpinismo. La “corsa agli armamenti” si traduce nell’ingresso della tecnica nella pratica alpinistica. Il chiodo, il moschettone, la corda doppia, i ramponi, l’abbigliamento specialistico rivoluzionano le modalità dell’approccio e aprono ad una ulteriore ricerca delle difficoltà. A questo si aggiunge l’allenamento specifico e sistematico praticato soprattutto a partire dalla “scuola di Monaco”. L’età dell’oro dell’alpinismo classico di stampo inglese, che rifuggiva da ogni mezzo artificiale, si chiude per lasciare il posto all’età del ferro e della tecnica. Non senza polemiche, naturalmente: sulla liceità dell’uso del chiodo c’è un dibattito aspro, che vede da un lato i “puritani” come Paul Preuss, capace di scalare in libera assoluta il Campanile Basso, dall’altro chi è disposto a compromessi in nome della sicurezza o del “divertimento”. Naturalmente sarà quest’ultima posizione a trionfare, e da un timido uso delle corde e dei chiodi si passerà ben presto all’elaborazione di una vera e propria tecnica di arrampicata artificiale. Ma le polemiche sono anche legate alle sempre più accentuate rivalità nazionalistiche, che arriveranno all’esplosione con la prima guerra mondiale.

Ci sono due figure di alpinisti, entrambi marcatamente “italiani” che riassumono molto bene la coesistenza tra le diverse concezioni, le loro differenze e insieme il filo che le lega. E tanto più si prestano in quanto spesso e volentieri si ritrovano a scalare assieme.

L’alpinismo conservatore, rigorosamente praticato con le guide, concepito come pratica elitaria, è rappresentato da Guido Rey. Rey non può essere collocato tra i grandi alpinisti: o almeno, non è tra quelli che aprono vie e prospettive nuove. Arrampica con le guide (anche se quello di confessare la propria assoluta dipendenza dalle stesse appare un po’ un vezzo, perché in realtà compie alcune ascensioni non facili in solitaria) e mantiene un suo distaccato aplomb nei confronti della novità e della “trasgressione”, anche quando non disdegna il ricorso alle tecniche di arrampicata più recenti. È un pronipote dei Sella, “ricco e romantico”, come viene definito in una recente enciclopedia dell’alpinismo, che conosce prima e dopo il conflitto mondiale una grandissima fama, anche internazionale, tale da procurargli la qualifica di socio onorario dell’Alpine Club e la Legion d’Onore francese. La sua celebrità è legata senz’altro più ai suoi “récits d’ascension” che alle imprese in parete: opere come Alpinismo acrobatico (1914) sono per tutta una generazione alpinistica italiana l’equivalente di quel che rappresenta Fontana di Giovinezza per i tedeschi. Eppure, a rileggerle oggi, grondano retorica e lirismo declamatorio da ogni pagina, e non basta la giustificazione di un amore immenso per la montagna a riscattarle letterariamente.

Rey ha una concezione ottocentesca, aristocratica, dell’alpinismo. La montagna diventa nella sua rappresentazione un avversario mitico e proteiforme da sottomettere e l’alpinista un san Giorgio votato alla lotta e al sacrificio: la frase conclusiva della dedica di Alpinismo acrobatico: “Io credetti e credo nella lotta con l’Alpi utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede” (che tra l’altro è stata il motto del CAI fino alla fine del secolo scorso) riassume perfettamente i valori che Rey si porta appresso nello zaino e che, praticati necessariamente al livello più alto nel confronto con la montagna, segnano lo spartiacque tra l’eroe semidivino e l’uomo comune: “Montanvert è il vestibolo di uno dei templi più grandi e più venerati dell’Alpi: il punto di contatto, la frontiera tra una piccola oligarchia di alpinisti e una grande repubblica di non alpinisti […] lì si incontrano quelli che scendono dalle pericolose cime con quelli che salgono dalla valle senza alcun desiderio di arrivare più in alto”.

Ad incarnare il nuovo atteggiamento, ribelle, polemico e dissacratorio nei confronti di ogni tabù, nessuno invece meglio di Tita Piaz, una delle più famose, forse la più famosa in assoluto, tra le guide italiane delle Alpi orientali. Intanto Tita è una guida molto particolare: sceglie lui i clienti, invece di essere scelto, fa solo le ascensioni che gli piacciono e chiarisce da subito che il protagonista sarà lui[64]. Poi non esita di fronte a nulla, per arrivare a quello che gli preme. Dopo aver realizzato una traversata volante tra la torre di Misurina e la Guglia De Amicis, quest’ultima mai violata, aggrappato come una scimmia ad una corda sospesa, così commenta: “Non ho mai preteso di negare per lo meno la comicità di un tale sistema di scalare le montagne; non ho mai chiesto che esso venisse preso sul serio, ho riconosciuto il più ampio diritto di critica a tutti: ma per l’amor del cielo, non lapidatemi se una volta ho dimostrato praticamente come Darwin non avesse avuto torto a spendere la sua vita per costruire l’albero genealogico della specie umana, cominciando dai gorilla”. Col che si fa una risata di tutte le polemiche, ma dice anche che ormai il fine giustifica qualsiasi mezzo[65].

Piaz testimonia però anche l’uscita della rivalità italo-tedesca dai limiti di una competizione sportiva: un po’ perché da buon valligiano di Fassa sente fortissima la contrapposizione di confine tra le due culture (e tra i due nazionalismi); un po’ perché è proprio la sua indole a ribellarsi al “perbenismo” e alla mistica che la concezione germanica dell’alpinismo va propugnando. Sempre a proposito della guglia De Amicis scrive: “I filistei mi gridarono addosso il loro piccino livore di omuncoli. I puritani dell’alpinismo videro nella pazzesca scalata un pericoloso pervertimento sportivo. I rocciatori seri fecero dell’ironia, dichiarando l’impresa funambolismo da palestra, indegna di un rocciatore come Piaz, ma i più ameni furono i nostri pangermanisti purosangue, i maschi vestali dell’intero progresso umano, che vi scorsero un’inequivocabile manifestazione di irredentismo, e proposero alla Sezione Centrale dell’Alpenverein delle sanzioni esemplari contro un simile ribaldo […]”.

La “guerra” sul fronte alpino (e alpinistico) comincia quindi ben prima del 1915, non conosce interruzione durante le operazioni militari vere e proprie e prosegue poi, è il caso di dire “con altri mezzi” e a dispetto di tutte le alleanze e simpatie politiche, nel ventennio che intercorre tra i due conflitti. In un primo momento, e limitatamente alle Alpi Orientali, l’iniziativa rimane nelle mani degli alpinisti di lingua tedesca, che come abbiamo visto privilegiano l’arrampicata tecnica, su roccia, veloce e verticale, rispetto alle lunghe ascensioni su ghiacciaio. Sino alla guerra personaggi come Preuss e Dülfer saranno in questo settore i dominatori assoluti, rinunciando, secondo i dettami della “scuola di Monaco”, a servirsi delle guide dolomitiche, superando il quinto grado e realizzando imprese che rapportate all’epoca appaiono incredibili, il primo senza alcun ausilio artificiale, il secondo facendone un uso “eticamente” tollerabile. Ad essi rispondono sul fronte italiano Piaz e Angelo Dibona, che al di là della qualifica conservano ben poco della figura della guida, e sono invece ormai alpinisti professionisti. Per questo breve periodo il vecchio e il nuovo convivono ancora, come accade per molti altri aspetti della società e della cultura.

 

La guerra rallenta naturalmente l’attività alpinistica, ma non rappresenta solo una parentesi di sospensione: crea infatti le condizioni per un diverso rapporto delle masse con l’ambiente montano. Dispiegandosi il fronte italo-austriaco essenzialmente nell’area alpina orientale[66], centinaia di migliaia di uomini che non avevano mai visto prima una montagna vera da vicino vengono a contatto loro malgrado con le Alpi e scoprono luoghi di una bellezza incomparabile. L’esperienza e l’occasione non sono di quelle che invoglino, ma qualcosa del fascino delle Alpi si trasmette: maledette o rimpiante, entrano comunque di prepotenza nell’immaginario popolare. Inoltre, la rilevanza strategica di valli e montagne fino a quel momento quasi irraggiungibili produce una moltiplicazione dei collegamenti, la costruzione di strade carrozzabili, ponti, gallerie che renderanno successivamente queste zone accessibili allo sport e al turismo. Allo stesso modo, la necessità di facilitare l’accesso delle truppe a posizioni dominanti porta ad attrezzare numerosissime vie ferrate, aprendo ad un tipo di fruizione che dieci anni prima sarebbe sembrata disonorevole e scandalosa.

Nell’immaginario patriottico entrano certamente, sotto l’impulso della propaganda bellica, le truppe di montagna, che per preparazione, addestramento e spirito di corpo costituiscono l’élite delle forze armate dell’uno e dell’altro schieramento. Nel corso delle ripetute offensive vengono compiute da ambe le parti imprese alpinistiche notevoli, che al pari di quelle aviatorie si prestano in modo eccellente all’uso propagandistico: i protagonisti sono individui eccezionali che operano in contesti speciali, lontani dal carnaio degli assalti frontali e dal fango e dalla rassegnata disperazione delle trincee. L’eroe più celebrato nell’epopea austriaca del dopoguerra, assieme al Barone Rosso, è Sepp Innerchofler, un alpinista di prim’ordine che viene ucciso al termine di una scalata quasi impossibile compiuta per sorprendere alle spalle gli italiani. E al quale, peraltro, i nemici stessi che lo hanno abbattuto, i nostri alpini, tributano l’onore delle armi andando a recuperarne il corpo, e rischiando a loro volta la pelle, per poterlo seppellire sul monte Paterno, teatro della sua performance. È un residuo di cavalleria che fa della “guerra bianca” una guerra speciale, reso possibile dal fatto che a fronteggiarsi sono uomini che molto spesso si conoscono, se non di persona almeno di fama, e si stimano, perché amano in fondo le stesse cose. L’ambiente in cui operano si presta poi all’azione individuale o di piccoli gruppi, e impone lunghe pause tra un’azione e l’altra, o soste invernali di mesi e mesi. In esso si muovono alpinisti del calibro di Andreoletti, Giuseppe Gaspard, Gunther Langes e Antonio Berti, e le azioni militari diventano spesso delle vere e proprie performances di arrampicata[67]. Questi personaggi, queste imprese, lasciano una traccia indelebile nell’ambiente alpinistico del dopoguerra, soprattutto in quello germanico, fornendo dei modelli di riferimento nei quali il valore sportivo e la determinazione individuale si coniugano opportunamente con il senso della disciplina e con quello dell’appartenenza nazionale[68].

Le elevate quote altimetriche toccate dalla linea del fronte comportano di combattere in condizioni fisiche, ambientali e meteorologiche estreme, alle quali in precedenza era ritenuto impossibile sopravvivere. In inverno i combattimenti cessano quasi del tutto e la lotta contro il maltempo e gli assideramenti è assai più importante della lotta stessa contro il nemico. I combattenti incappano anche, per colmo di sfortuna, in due inverni tra i più freddi e nevosi del secolo, e sono impegnati a difendersi dalla neve, a guardarsi dalle valanghe e a mantenere i collegamenti con il fondovalle per non lasciar venir meno i rifornimenti di cibo e di legna. Si organizzano con la costruzione di baracche, di ricoveri, di caverne nella roccia e di teleferiche per i rifornimenti, o addirittura, come fanno gli austriaci, costruendo sotto il ghiacciaio della Marmolada chilometri di gallerie e ricoveri per uomini, viveri e munizioni, nei quali la temperatura si mantiene attorno allo zero anche quando all’esterno ci sono venti gradi di meno.

Le esigenze militari inducono inoltre a lasciar cadere ogni pregiudiziale antitecnicistica e ad adottare una mentalità performativa: in guerra ciò che importa è il risultato, e a tal fine viene fortemente incrementata la ricerca di soluzioni tecniche. Sotto il profilo militare, questo significa che alla natura non viene risparmiato proprio nulla, e le montagne sono sfregiate in ogni modo, bucherellate da gallerie e camminamenti, tagliate da trincee, incatenate da reti di teleferiche, devastate da bombardamenti e scoppi di mine che in alcuni casi cambiano per sempre il volto del paesaggio. Applicato all’alpinismo si traduce da un lato in innovazioni o miglioramenti nell’equipaggiamento, attraverso lo studio dei materiali (corde, chiodi, ramponi, piccozze, abbigliamento, sistemi di assicurazione, alimentazione), dall’altro in nuovi sistemi di rilevazione e nell’aggiornamento della cartografia.

Ma non è tutto: l’esperienza bellica produce conseguenze anche sul piano psicologico. Per chi ha vissuto per anni esposto ad un livello di rischio altissimo e continuativo la percezione delle soglie cambia drasticamente: quello che era ritenuto insensato ed inaccettabile fino a dieci anni prima viene ora affrontato senza remore, anzi, con una sorta di euforia.

Infine, tramonta completamente un costume, quello del ricorso alle guide. Il conflitto segna infatti la fine della loro epoca d’oro: la crisi economica del dopoguerra dirada quella clientela facoltosa e insieme capace e motivata che aveva animato sin dagli esordi l’alpinismo, e lo aveva anzi reso possibile. Per l’economia alpina legata al turismo di ascensione è un bruttissimo periodo, che verrà superato solo nella seconda metà degli anni trenta, quando farà la sua comparsa un nuovo modello di fruizione della montagna, quello dello sci e del turismo di massa.

 

La guerra con l’Alpe

Ciò che accade dopo il primo conflitto mondiale ha qualcosa al tempo stesso di epico, di tragico e di sconcertante. Si parla di “alpinismo eroico”, ma si pensa ad una forma di esaltazione talvolta prossima all’invasamento. Il modello vittoriano dell’alpinismo colto e aristocratico, per il quale “andare in montagna è uno sport, come la pesca e la caccia, come il cricket o il canottaggio” (Leslie Stephen), è definitivamente accantonato a favore della sfida all’impossibile e della ricerca della “bella morte” lanciate dalla scuola di Monaco. Gli inventori del rapporto sportivo con la montagna, gli inglesi, si ritraggono da una competizione che stravolge ogni precedente assunto etico. Continuano a frequentare le Alpi come terreno di allenamento, anche ad alto livello: ma il loro interesse e le loro ambizioni si sono già spostati altrove. Per motivazioni analoghe, rafforzate dalle resistenze “corporative” opposte dalle guide locali, appaiono defilati anche i francesi e gli svizzeri, che non accettano di buon grado il trasferimento del modello dolomitico nei santuari storici dell’alpinismo, le guglie e le pareti nord del gruppo del Bianco e dell’Oberland.

Sul “terreno di gioco” rimangono dunque i germanofoni e gli italiani. L’attività da parte degli alpinisti austriaci e tedeschi diventa frenetica, quasi a cercare una sorta di rivincita rispetto alla perdita di una vasta area alpina e a riaffermare, soprattutto a se stessi e a dispetto di una sconfitta ritenuta sleale (la pugnalata alle spalle), il convincimento di una superiorità razziale, nazionale e culturale. Sono loro, cresciuti alla scuola del “mordi e fuggi”, dell’arrampicata pura, tecnica, veloce e marcatamente competitiva, a interpretare un nuovo tipo di rapporto con la montagna e a dettarne le regole.

L’esasperazione nazionalistica contagia anche l’alpinismo italiano, che non avrebbe in realtà nulla da riscattare, ma si impegna in una competizione a tratti persino rabbiosa con quello germanico. Sotto il profilo sportivo i risultati di questa rivalità sono indubbiamente eccezionali, con un numero impressionante di vie nuove di estrema difficoltà collezionate da un gruppo di fuoriclasse dell’arrampicata[69]: ma sul piano della cultura alpinistica il discorso cambia. Il Club Alpino Italiano è uno dei primissimi sodalizi ad essere fagocitati nell’orbita della politica del regime fascista. Pur senza arrivare ai deliri mistico-eroici dell’omologo tedesco, l’alpinismo ufficiale italiano fa proprie le istanze nazionalistiche del regime, la vena di rivalsa legata alla “vittoria mutilata”, la chiamata della gioventù all’ardimento e al sacrificio: e nemmeno si astiene dalle notazioni razziste. C’è persino un’elaborazione autoctona delle teorie razziali e superomistiche, quella incarnata da Julius Evola, che affonda le radici in un esoterismo più raffinato rispetto a quello tedesco, ed attinge pertanto anche nei confronti dell’alpinismo ad esiti meno devastanti: ma è un modello che tanto per scelta quanto per necessità rimane confinato a pochi “iniziati”[70].

Per quanto concerne il DÖAV, abbiamo già visto come non solo i suoi indirizzi siano in linea con le finalità del regime nazista, ma addirittura le abbiano anticipate e in qualche modo anche create. In un articolo comparso agli inizi degli anni venti sul suo organo ufficiale si legge: “L’alpinismo fu una scuola dura e seria in preparazione della guerra. La piccozza e lo scarpone sul campo di battaglia furono altrettanto importanti del fucile e della baionetta”. È una sintesi perfetta di quello che il nazismo chiederà.

L’avvento dei regimi totalitari favorisce e stimola dunque, dall’una e dall’altra parte, l’uso strumentale dell’alpinismo a sostegno delle ideologie razziali e imperialistiche sulle quali gli stessi si fondano. Ma c’è un terzo fattore che entra in gioco nella costruzione del modello della nuova società totalitaria, e che coinvolge di sponda l’ambiente alpinistico: è la crescente “sensibilità ambientale”, destata degli sconquassi ormai evidenti della rivoluzione industriale, che nasce nei paesi anglosassoni ma in Germania ha una sua particolare declinazione. Non è un caso che sia un tedesco, e che sia proprio Ernst Haeckel, considerato uno dei teorici fondatori del razzismo germanico[71], ad introdurre il termine “ecologia”[72].

Nel sostrato ideologico comune ai due fascismi (con tutte le distinzioni e le differenze qualitative e quantitative del caso), al mito del sangue (Blut) si sposa infatti quello del suolo (Boden), inteso quest’ultimo sia come imperativo del ripristino dei “sacri confini” della patria (e qui i due regimi vengono a confliggere, perché esistono aree territoriali per le quali le rivendicazioni si sovrappongono) sia come impegno alla valorizzazione del territorio e incentivo al radicamento dei suoi abitanti. Nel caso italiano il fascismo persegue una “valorizzazione” più prosaica, finalizzata a recuperare alla produttività vaste zone incolte o sottoutilizzate (la politica delle bonifiche, il mito dell’autarchia); in quello tedesco c’è un’accezione più “arcadica”, legata appunto alla diffusione di una mentalità proto-ecologista, ad un vincolo più tradizionalmente radicato con la terra d’origine, che comporta un’attenzione particolare all’ambiente.

È significativa in questo senso la presenza ai vertici del Reich di un ministro dell’agricoltura come Walther Darré, che nel testo “La nuova nobiltà di sangue e suolo” del 1930 (Neuadel aus Blut und Boden), teorizza un rinnovamento spirituale e razziale tramite una riconversione all’economia agraria, il distacco dall’industria e il ritorno ad un rapporto più diretto con la natura[73]. In pratica Darré vagheggia il ripristino delle condizioni economiche e ambientali precedenti la rivoluzione industriale, che è esattamente il contrario di quanto vorrebbe Mussolini. La sua posizione alla fine risulta sconfitta, perché anche il Terzo Reich punta decisamente a riconquistare la supremazia industriale: ma per intanto la politica “ruralista” di Darré si concretizza nella destinazione di una notevole fetta del territorio tedesco ad area naturalistica protetta (viene rimboschita, ad esempio, e in buona parte completamente reinventata la Selva Nera, attraversata da una miriade di percorsi escursionistici) e in una speciale attenzione verso le zone per eccellenza incontaminate, quelle montane. Ne consegue naturalmente che su queste zone vada rivendicato un diritto: e il diritto si acquisisce non solo conquistando le vette, ma vincendone ogni resistenza, ogni spigolo e ogni parete.

Mentre l’attenzione per l’alpinismo in Germania è motivata dalla combinazione di tutti questi fattori (educazione alla virilità, componente razziale, preparazione militare, superomismo e diritto al dominio, sensibilità ambientale), e quindi rispecchia un sentire in qualche modo diffuso, in Italia, per la natura comunque elitaria dell’associazionismo alpinistico e per la situazione di ritardo economico, gli elementi di base per una sensibilizzazione popolare nei confronti della montagna (e della natura in genere) mancano totalmente[74]. Al di là di qualche isolata iniziativa per allargare alla massa la pratica alpinistica[75], la politica del regime si risolve principalmente nell’uso cerimoniale delle vittorie (le medaglie d’oro) e in quello propagandistico dei personaggi. L’attenzione mediatica riservata agli alpinisti è tra le due guerre pari a quella per i ciclisti, per i calciatori e per i giganti del ring.

Il fatto è che sulla percezione della montagna continua a pesare in Italia una radicata ambiguità. In un paese che vanta quasi ottomila chilometri di coste, e nel quale la distanza dalla spiaggia più vicina è raramente superiore ai duecento chilometri, è naturale che il divertimento e la vacanza si identifichino col mare. L’Italia è però anche un paese innervato da oltre duemila e cinquecento chilometri di massicci e di catene montuose, che occupano il 35% del territorio: eppure l’associazione della montagna con l’idea del divertimento è solo recente, ed è legata quasi esclusivamente agli sport invernali. La montagna non sciistica, estiva, quella che consente a tutti di praticare di un minimo di alpinismo, rappresenta nella prima parte del Novecento un tipo di vacanza ancora elitario, riservato a ceti benestanti e colti. E fino alla metà del secolo l’immagine della montagna rimane addirittura associata a necessità di salute (diffusione di sanatori o di stabilimenti di cure termali) e quella dei suoi abitanti a carenze psichiche o a deformità congenite.

L’alpinismo eroico italiano degli anni trenta è quindi in buona misura un’operazione d’immagine. A differenza di quanto accade in Germania, dove la strumentalizzazione è forse ancor più marcata, ma gioca su una forma di partecipazione diffusa, di consonanza già acquisita, l’icona dello scalatore indomito e temerario, incurante del rischio, votato alla vittoria o alla morte, non rispecchia il sentire e tantomeno l’essere degli italiani. Più che indurre all’emulazione, funge come altre immagini sportive da motivo di consolatorio orgoglio: anche un popolo di piagnoni trova sempre un Bartali o un Carnera che lo riscatta. La “lotta con l’Alpe”, che già era bandita da Guido Rey in una versione molto meno esasperata rispetto a quella teutonica, viene poi interpretata con sfumature diverse dai più forti alpinisti italiani degli anni trenta, o almeno dai più famosi: Comici, Boccalatte e Gervasutti.

 

Emilio Comici non è un “vitalista” faustiano dello stampo di Lammer, anche se molte frasi del suo “Alpinismo eroico” parrebbero scritte dal tedesco: “È bello, immensamente bello arrampicare tutto libero, su una parete che strapiomba, vedere fra mezzo alle tue gambe il vuoto, e sentirsi di poterlo dominare con le tue solo forze. Io quando arrampico da solo guardo sempre in giù per inebriarmi del vuoto, e canto dalla gioia. Se non ho fiato per cantare, perché il passaggio difficile me lo stronca, allora il canto continua muto nel mio interno[76]. È piuttosto un esteta. Ama la plasticità del gesto, e nelle foto che lo ritraggono in azione si coglie una ricerca plateale di teatralità: “Io intendo l’alpinismo soprattutto come arte… come, per esempio, la danza o, se vuoi, l’arte del violino… Perché se sei padrone assoluto della tecnica dell’arrampicare, puoi facilmente dare espressione ai tuoi sentimenti, proprio come nella musica e nella danza”. La sua vis teatrale, frutto paradossale di introversione e sensibilità, lo rende perfettamente idoneo a incarnare il supereroe da stampa popolare nel quale l’uomo della strada vorrebbe identificarsi, capace di imprese e di uno stile di vita sempre al limite (almeno per i parametri del tempo), che nella versione italiana non esclude anche un contorno di soldi e bella vita. Comici è forse il primo alpinista italiano a monetizzare i suoi successi e l’immagine di “uomo ragno” che gli è stata costruita addosso, collezionando conferenze e sponsorizzazioni: il che lo fa entrare in una dimensione totalmente nuova, quella dell’alpinismo professionistico.

Gabriele Boccalatte parrebbe dei tre quello maggiormente ancorato al modello ottocentesco, mentre in realtà l’assoluta libertà dagli schemi e la naturale leggerezza del gesto ne fanno un precursore degli arrampicatori contemporanei[77]. Non è un asceta dell’alpinismo, e nemmeno un superuomo; ha una vita completa, è un concertista di buon livello e arrampica molto spesso con la sua compagna, Ninì Pietrasanta. Non gli interessano le prime o le ripetizioni difficili per sé, vuole solo che si tratti di salite belle. Il suo è un estetismo interiore, tanto quanto quello di Comici è esteriore[78].

Gervasutti rappresenta invece la potenza, la forza della volontà. “Osa, osa sempre e sarai simile ad un dio[79]. Arriva dalle Dolomiti e porta nelle Alpi occidentali una tecnica che fa invecchiare immediatamente tutti i vecchi parametri di difficoltà. Ha una personalità difficile, tormentata, irrequieta: al termine di una delle sue imprese più eclatanti scrive: “[…] ci stendiamo al sole. Fa caldo e abbiamo una gran voglia di dormire. Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria. La meta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno diventato realtà. Credo che sarebbe molto più bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa, lottare continuamente per raggiungerla e non ottenerla mai”. Gervasutti è quello che in maniera più convinta accetta e vive la sfida con i tedeschi, a partire da quella persa sulla Nord delle Grandes Jorasses. Diventa l’alfiere dell’alpinismo italiano anche fuori dai “sacri confini”, andando ad arrampicare e ad aprire nuove vie nelle Alpi francesi e a salire vette inviolate sulle Ande. Lo fa coniugando le proprie motivazioni interiori con quelle politiche e propagandistiche del regime fascista: “Noi viviamo di sensazioni, intese nel senso più nobile della parola. Ognuno ha le proprie, altrimenti la vita sarebbe inutile e vuota. Ma per vivere compiutamente bisogna pure arrischiare qualcosa. Il Duce ha insegnato così”.

Nell’uso propagandistico di queste figure il regime non incontra granché resistenza. In qualche caso approfitta del disinteresse degli alpinisti per la politica, in qualche altro del loro sincero consenso. Non tutti però si lasciano strumentalizzare. Vedremo che c’è chi non nasconde il proprio dissenso, come Riccardo Cassin, chi rifiuta di essere coinvolto nella fiera celebrativa, come Ettore Castiglioni, e chi semplicemente va per la propria strada, come Giovan Battista Vinatzer, rinunciando ad ogni notorietà e conquistandosi, forse proprio per questo, la stima e la simpatia di tutti coloro che arrampicano con lui. Tutto sommato, trattandosi di un ambiente particolare, caratterizzato da un livello culturale molto alto e da un sentire sensibilissimo alla libertà e all’indipendenza personale, la reazione all’allineamento agli scopi del regime potrebbe sembrare sin troppo tiepida: ma non credo si possa parlare, al di là della fascistizzazione del sodalizio ufficiale, di una reale acquiescenza. Per il momento gli alpinisti il loro spazio di libertà se lo ritagliano individualmente sulle montagne: quando verrà il momento, sempre sulle montagne, sapranno anche difenderlo.

La strumentalizzazione politica dell’alpinismo non ne fa in Italia una pratica diffusa a livello popolare, come è da sempre in Austria o è divenuta dai primi del Novecento in Germania, mentre crea senza dubbio uno zoccolo di scalatori di ottimo livello e impone, sotto la pressione del confronto e nell’urgenza di sbandierare risultati, una mentalità alpinistica per certi aspetti sin troppo prosaica e disinvolta. La base dei praticanti si allarga, in termini sia numerici che di coinvolgimento sociale o territoriale, ma la distanza tra un’eccellenza ormai semiprofessionistica e la truppa dei dilettanti risulta ancor più marcata. L’alpinismo italiano non ne esce insomma con una identità forte: ma questo non fa che rispecchiare la natura di un popolo da sempre individualista e anarcoide.

Il bagaglio tecnico maturato da tedeschi e italiani nella zona dolomitica viene dunque trasferito alla fine degli anni ‘20 sulle grandi montagne occidentali e all’arrampicata su ghiaccio. L’antesignano di questo trasferimento è Willo Welzenbach, senza dubbio il più forte alpinista tedesco tra le due guerre, che dopo essersi fatto le ossa sulle vie di misto delle Alpi orientali si volge all’Oberland Bernese e dà inizio ad una straordinaria campagna di superamento delle pareti nord. Al di là delle sue straordinarie capacità alpinistiche, Welzenbach è emblematico del nuovo spirito tedesco, proprio perché tra tutti i protagonisti di questa breve ed intensa stagione appare il più equilibrato, il meno emozionalmente squinternato. Eppure quest’uomo, che ha un regolare lavoro e quattro settimane di ferie l’anno, in quindici anni di attività sale 949 cime e compie 43 nuove ascensioni, queste ultime tutte di eccezionale livello. Significa aver dedicato alla montagna tutti i fine settimana e tutti i giorni di ferie, estate e inverno, con la pioggia o col bel tempo, averne fatto il significato unico dell’esistenza. Significa anche aver minuziosamente programmata la propria attività, aver redatto piani stagionali delle salite, quote di risultati da ottenere, calcoli di dislivelli e di difficoltà. A questo proposito, Welzenbach è anche il primo a proporre una scala delle difficoltà (quella appunto che contempla una progressione sino al sesto grado). Un approccio alla montagna a questo punto lucidamente pianificato, ma al di sotto del quale c’è una concezione non meno forsennata di quella di Lammer. Involontariamente, Welzenbach suggerisce un po’ l’idea di quella che sarà la follia lucidamente perseguita dalla Germania hitleriana (che peraltro si manifesta anche direttamente in campo alpinistico, con le spedizioni al Nanga Parbat).

La progressione in artificiale e l’uso di nuovi materiali (soprattutto i chiodi da ghiaccio) consentono a lui e ai suoi numerosissimi emuli di superare limiti risalenti all’epoca di Mummery e di restringere velocemente il campo a quelli che vengono definiti gli ultimi grandi problemi delle Alpi: le pareti Nord del Cervino, delle Grandes Jorasses e dell’Eiger. Con gli anni Trenta ha inizio pertanto una gara esaltante e dissennata, che rischia di trasformare la passione alpinistica in una folle corsa al suicidio, ma che produce anche performances davvero degne del Walhalla.

Prima a cadere è la Nord del Cervino, che viene salita nel 1931 dai fratelli austriaci Franz e Toni Schmid. Nella loro storia c’è tutto l’alpinismo anni Trenta, tutta la sua distanza dal vecchio “gioco” un po’ snobistico dei viaggiatori inglesi. I due fratelli arrivano da una discreta pratica dolomitica, ma non hanno alle spalle un curriculum particolarmente significativo. Caricano sulle loro biciclette tutta l’attrezzatura, peraltro piuttosto datata, partono da Monaco di Baviera, arrivano dopo tre giorni a Zermatt (sotto la pioggia), salgono per la Nord con un solo bivacco (ancora con condizioni atmosferiche avverse), ridiscendono fradici sino al bivacco (dove dormono per due giorni mentre fuori infuria la tempesta), riguadagnano Zermatt, inforcano nuovamente le biciclette e tre giorni dopo (pedalando sotto la pioggia) sono nuovamente a Monaco. È difficile stabilire se siano stati più bravi o fortunati, dal momento che la via percorsa si sviluppa sotto un’incessante gragnuola di pietre, e che ad un certo punto si sono cacciati in una situazione di non ritorno, dalla quale cui l’unica via d’uscita è la vetta: ma indubbiamente il piglio, la determinazione, la rapidità, il coraggio anche incosciente col quale la salita è effettuata si prestano a creare un modello, tanto nuovo quanto pericoloso. E in effetti, malgrado non siano neppure i primi, la risonanza dell’impresa è enorme, e gli imitatori fioriscono a frotte.

Il prossimo fronte sul quale questi ultimi possono cimentarsi è la Nord delle Grandes Jorasses: a partire dal 1931 la parete è oggetto di innumerevoli attacchi, da parte di cordate francesi, austriache ed italiane. L’assalto è tutt’altro che incruento. Nel 1934 quattro cordate, una italiana con Gervasutti e Chabod, una francese ed una tedesca si trovano contemporaneamente in parete, impegnate a scavalcarsi reciprocamente per toccare per prime la cima. Quando il tempo volge al peggio tre abbandonano, mentre quella tedesca persiste nel tentativo, “fortemente decisa – come scrive Renato Chabod –, a imprimere sulla sconfitta parete la croce uncinata”. Uno degli alpinisti, Rudolf Haringer, viene tramortito da un fulmine e precipita; l’altro, Rudolf Peeters, rimane in parete sei giorni e viene salvato in extremis, ma ci riprova l’anno successivo, e stavolta arriva in vetta con Martin Meier. Il loro successo non viene riconosciuto da tutti, perché la via seguita non conduce direttamente alla cima principale. Ci pensano tre anni dopo gli italiani Cassin, Tizzoni ed Esposito a tracciare l’itinerario diretto lungo lo sperone Walker.

Rimane la terribile parete Nord dell’Eiger, che per gli alpinisti austriaci e tedeschi diventa una vera ossessione, alimentata dalla propaganda del regime nazista, e che esige uno spropositato tributo di sangue. In tre anni ci sono sette morti appesi in parete, e il comitato centrale del club alpino svizzero arriva ad annunciare che le guide non saranno tenute a soccorrere eventuali alpinisti in difficoltà. Nel 1936, dopo che altri tre tentativi si sono conclusi in tragedia, è la volta di due giovanissimi alpinisti bavaresi, Andreas Hinterstoisser e Toni Kurz, che hanno a lungo preparato l’impresa e ci provano durante una licenza. Trovano in parete un’altra coppia, due scalatori austriaci, e decidono di salire di conserva, mentre in tutta la Germania la radio di Goebbels propone in diretta quello che dovrà essere il trionfo dei “ragazzi del Reich”. Si mette male subito, il tempo e la montagna si mostrano inclementi, ma gli scalatori non ripiegano. L’epilogo è tragico per tutti e quattro, con l’ultimo che rimane appeso per giorni, in agonia, a pochi metri dai soccorritori che non riescono a raggiungerlo. Solo due anni dopo la parete è scalata da una cordata mista tedesca ed austriaca, della quale fa parte Heinrich Harrer.

Alla fine degli anni trenta i più importanti ed evidenti “problemi delle Alpi” sono di fatto risolti. L’alpinismo classico è già tramontato da un pezzo: la guerra verrà a porre fine anche a quello “eroico”. I “problemi”, per un bel pezzo, saranno altri.

Mentre l’alpinismo classico è iconograficamente narrato da immagini statiche, pittoriche o fotografiche che siano, in armonia tutto sommato con la plasticità dell’ambiente, a partire dal primo dopoguerra l’immaginario collettivo della montagna è dettato, prima ancora che dai libri di Lammer, sempre più dal cinema. I primi documenti cinematografici relativi a scalate arrivano già assieme al nuovo secolo. Dai brevissimi spezzoni girati nel 1901 sul versante svizzero del Cervino si passa in dieci anni a veri e propri documentari, realizzati portando sin sulla vetta della montagna una ingombrantissima attrezzatura del peso di oltre trenta chili[80]. Nel frattempo Vittorio Sella racconta con la cinepresa la spedizione del Duca degli Abruzzi al K2 (1909). Si tratta inizialmente di documenti destinati ad una utenza molto ristretta: nelle produzioni mirate al consumo popolare il materiale girato negli ambienti montani si riduce a poco più che cartoline turistiche, nelle quali le montagne fungono solo da pretesto e da sfondo: ma per intanto, il solo ingresso del cinema nel regno dei ghiacciai e della roccia calcarea ne cambia la percezione.

Una divulgazione più ampia di immagini cinematografiche alpine è indotta durante il conflitto dalla propaganda bellica: la documentazione cinematografica militare privilegia il realismo di sentieri, salite, cordate, ecc., e forma una nuova generazione di fotografi e cineasti che imparano a lavorare in alta quota. Non a caso, dopo la guerra ci sarà soprattutto in area tedesca una notevole fioritura della filmografia di montagna.

A partire dagli anni Venti, infatti, registi come Arnold Fanck, con Il monte del destino del 1924, e La montagna sacra del 1926, e soprattutto Luis Trenker (che esordisce come attore nei film di Fanck e interpreterà anche tutti quelli realizzati come regista), a partire da Montagne in fiamme, del 1931 fino a Il grande ribelle, del 1933 – che tra parentesi piace molto a Goebbels e allo stesso Hitler – e poi a La grande conquista del 1938 e a Il ribelle della montagna del 1939, sviluppano accanto ai temi mielosi del “repertorio” montano quello della mistica dell’eroismo alpino, che si incontra con quella dell’eroismo militare. Le immagini di alpinisti indomiti, che affrontano la furia degli elementi e il rischio estremo per far trionfare su terrificanti pareti di ghiaccio e di roccia la propria volontà di conquista, sono perfettamente congeniali all’ideologia e alla propaganda naziste. Ma si va anche oltre. In un film di Trenker rievocativo della conquista del Cervino, La sfida, si avalla la versione secondo la quale Whymper avrebbe tagliato la corda che reggeva i suoi quattro compagni. In un colpo solo si scredita tutto l’alpinismo britannico dell’età dell’oro.

Il cinema è giustamente considerato da Goebbels l’arma propagandistica più efficace, e questo induce il regime a patrocinare direttamente i bergfilm e a mettere a disposizione risorse finanziarie, pubblicitarie e umane straordinarie. Trenker e Leni Riefensthal, ottima alpinista e protagonista fissa dei film di montagna, prima di diventare lei stessa regista, sono forse gli attori più popolari del cinema tedesco tra le due guerre. Dal punto di vista spettacolare si tratta di opere di sicuro effetto, con immagini girate direttamente in parete e con l’utilizzo di mezzi tecnici d’avanguardia per l’epoca. Ma i costi non sono soltanto finanziari, perché durante la lavorazione la percentuale degli incidenti, spesso mortali, è altissima.

Nella promozione della versione eroica della montagna non troviamo, a differenza che nella prima metà dell’Ottocento, la pittura. Le ragioni sono evidenti: l’immaginario visivo è ormai determinato da altre fonti, quelle che abbiamo sopra descritte, l’illustrazione, la stampa, i calendari, ma soprattutto, verso la fine del secolo, la fotografia. Ciò non toglie che nella seconda metà dell’800, e fino almeno alla prima guerra mondiale, ci sia una vera e propria esplosione di pittura di montagna, eguagliata per quantità forse solo dalle marine. La veduta montana, l’ambientazione alpestre rispondono ai gusti estetici della società borghese, oltre ad offrire anche ai pittori amatoriali un’infinità di soggetti di facile effetto. Si diffonde quindi quella produzione di maniera che riempirà i salotti buoni delle famiglie benestanti, allo stesso modo in cui le stampe o le illustrazioni dei calendari riempiranno le case delle classi meno abbienti. Anche il manierismo riesce comunque ad esprimere autori ed opere di notevole livello, sia quando interpreta col filtro di Ruskin la sacralità estetica della montagna (la produzione anglosassone, e soprattutto Elija Walton) sia quando accetta la sfida del realismo fotografico esaltando le luci e i colori, come nel caso della paesaggistica elvetica e del vedutismo di Alexandre Calame.

Al di là di questo, però, si opera una trasformazione nella pittura di montagna, ed è l’alpinismo stesso ad indurla. Una volta violate e conquistate, o rese facilmente accessibili dai nuovi mezzi di trasporto, le vette non sono più le stesse, non trasmettono gli stessi sentimenti. Non c’è più spazio per il titanismo romantico, che in fondo si crogiola nella sconfitta, mentre adesso sono le vette a cadere. Viene meno anche il gusto dell’esotico e del pittoresco, perché le montagne sono ormai uno spettacolo alla portata di tutti. Per quanto concerne il realismo documentario c’è la concorrenza della fotografia, che anche nei limiti imposti dal bianco e nero fornisce una documentazione incomparabilmente più ampia e più puntuale nel dettaglio. Viene intrapresa quindi la via di una ricerca cromatica o di forme che prescinde da finalità di rappresentazione informativa o emozionale, e al limite anche dal soggetto stesso rappresentato. Lo si vede soprattutto in Arnold Böcklin. Le montagne tornano a caricarsi di simbologie, come in Friedrich, ma in questo caso sono simbologie oscure e inquietanti.

Più solare è invece, al di qua delle Alpi, Giovanni Segantini, che utilizzando i colori puri del divisionismo restituisce l’atmosfera dell’alta montagna, le tonalità nitide e chiare di cieli e nevai. Sotto una superficie distesa e composta la sua pittura è però densa di malinconia: nel famoso trittico “Nascere, vivere, morire” la primavera, l’estate e l’inverno della vita sono rappresentati attraverso i mutamenti stagionali dello scenario e delle semplici e primitive occupazioni dei contadini, ma la cornice montana rimane silenziosa spettatrice sullo sfondo, estranea al tempo che scorre in primo piano: un simbolismo giocato proprio sul racconto fatalisticamente oggettivo della quotidianità.

Il passaggio finale si ha con Ferdinand Hodler: anche a lui preme raccontare il destino degli uomini, ma lo fa o stagliandoli contro una luce naturale quasi magica, o addirittura progressivamente escludendoli dall’immagine e cogliendo l’insieme della montagna in un’unica linea, attraverso la caratteristica ricorrente del ripetersi di forma e colore, secondo un suo personale “principio del parallelismo”: il che ci riporta alle origini, a Giotto, e chiude il cerchio[81].

 

Dopo, infatti, c’è l’astrattismo, che con le montagne non ha più nulla a che vedere. O meglio: non ha a che vedere con quello di cui abbiamo parlato sinora, mentre potrebbe rappresentare benissimo ciò che oggi è diventata la montagna, e lo sguardo col quale la si coglie.

Il processo che aveva avuto inizio centosessant’anni fa all’Egyptian Hall di Londra, dove Albert Smith esponeva il suo diorama dell’Ascensione al monte Bianco, è arrivato a compimento oggi con la possibilità di attraversare tutto il massiccio del Bianco senza fare un passo. La funivia più alta del mondo consente di arrivare con un’ora di viaggio dall’aeroporto di Caselle alla stazione di partenza, e di essere un’ora dopo ad oltre quattromila metri, su una terrazza panoramica con vista sulla vetta. La montagna che ci viene incontro mentre stiamo seduti nella cabina è non solo addomesticata, ma piena di cicatrici, segnata da impianti di risalita, ristoranti, rifugi, alberghi, parcheggi di fondovalle, bivacchi d’appoggio, strade di servizio. La sua fisionomia è stravolta, i suoi scenari si stanno velocemente standardizzando, come tutto il resto del nostro mondo e delle nostre vite. Si può scendere sulla vetta del Cervino da un elicottero, anziché salirci lungo la Cresta del Leone. L’idea di montagna sulla quale si fondava l’alpinismo, che al netto di tutte le intenzioni delle quali la si caricava aveva un fondamento quanto mai concreto, solido e immutabile, è diventata un’astrazione. Certo, esistono anche luoghi quasi incontaminati, ma proprio per questo sono meta sempre più frequente di chi ancora si illude di sfuggire all’omologazione, e nel farlo se la porta appresso e ne diventa lo strumento. Si ripete su scala di massa quel che è avvenuto nell’ottocento per piccole élites. L’alpinismo non è certo il maggior responsabile di questo scempio: ne è anzi inorridito, e per quanto possibile cerca di frenarlo. Ma è altrettanto vero che ne è stato, per oltre un secolo, l’avanguardia.

 

Questo, e tutto il resto, ciò che accade dopo l’Eiger attorno e sopra le montagne, non rientra più nostro racconto. La mia introduzione alla storia dell’alpinismo potrebbe tranquillamente chiudersi qui, con il confronto tra due scuole di pensiero (e soprattutto d’azione) che a lungo si fronteggiano e cedono poi entrambe il passo al nuovo. Il nuovo sono le sponsorizzazioni, la performance fine a se stessa, gli ottomila con l’ossigeno prima, senza ossigeno dopo, le concatenazioni a raffica di vie, le salite di corsa al Cervino e le discese con gli sci dall’Everest, fino all’arrampicata libera sulle facciate dei palazzi. Non è di questo che volevo parlare.

Aggiungerò quindi, per dovere di completezza, una breve appendice sul ruolo della montagna nella seconda guerra mondiale e sugli ultimi sessant’anni di alpinismo, ma sarà pura cronaca. In effetti, soprattutto quest’ultima parte non mi interessa molto. La mia concezione dell’alpinismo è rimasta ferma a un secolo fa, a quella di Mummery; il mio modello umano di alpinista è Kugy: l’alpinismo è anche una pratica sportiva, ma è soprattutto un piacere, e per essere tale non deve cercare il pericolo eccessivo, deve calcolare le difficoltà, e utilizzare più che la forza l’intelligenza e la forza di volontà. Se praticato in questo modo, non ha bisogno di cercare motivazioni e di darsi un’etica: le porta già con sé.

 

La morte dell’impossibile

Per un paio d’anni, verso la fine del secondo conflitto mondiale, “salire in montagna” assume un significato ben diverso da quello sportivo o turistico. La montagna, e le Alpi soprattutto, diventa la zona operativa delle formazioni partigiane, un rifugio per renitenti e sbandati, una via verso la salvezza per ebrei e oppositori del regime che cercano scampo in Svizzera.

A differenza che nel primo conflitto le Alpi sono solo per un brevissimo periodo scenario di una guerra regolare, e questo a dispetto della intensa preparazione che a partire dal 1935 il regime fascista da un lato e il governo francese dall’altro avevano avviato. La lezione della grande guerra, nella quale le formazioni alpine altamente specializzate avevano svolto un ruolo cruciale, ha indotto infatti gli stati maggiori a ripensare le strategie difensive. Tutta la zona di confine è stata attrezzata sui due versanti con opere di fortificazione e sono state rese accessibili anche le postazioni più impervie. Sul piano dell’addestramento specifico delle truppe, nel 1935 è stata aperta la scuola militare di alpinismo di Aosta, mentre in Francia già funzionava dal 1932, a Chamonix, l’École de Haute Montagne (EHM).

La militarizzazione anche simbolica e propagandistica della montagna segue a ruota. Nel giugno del 1935 gli allievi della scuola militare di Aosta prestano il giuramento di fedeltà alla patria sulla vetta del Monte Bianco, e due anni dopo si svolge sempre sul Bianco una imponente esercitazione dimostrativa. I francesi replicano nel 1938, con una manovra di massa di tutte le loro truppe d’alta montagna e un “grand rassemblement” sulla cima del Bianco.

Tutta questa preparazione alla resa dei conti si rivela inutile. La guerra alpina dura due settimane, nel giugno del 1940, e vede gli italiani impegnare per il tentativo di occupazione della Savoia una forza tre volte superiore rispetto a quella francese, ma ottenere alla fine una penetrazione di pochissimi chilometri, a prezzo di un alto numero di caduti. I problemi più grossi sono dati dalla temperatura e dal maltempo, che mettono a nudo la scarsa preparazione e l’inadeguato equipaggiamento dei soldati italiani.

La montagna torna invece protagonista, questa volta non per due settimane ma per due anni, dopo l’armistizio dell’8 settembre. In realtà sul versante francese delle Alpi Marittime e del massiccio del Bianco il maquis aveva già cominciato ad organizzarsi nella primavera del 1943. Nell’autunno anche quello italiano comincia a popolarsi dei primi gruppi armati, e dopo una iniziale diffidenza i due movimenti finiscono per cooperare. Sono soprattutto i partigiani italiani, dopo i rastrellamenti della primavera e dell’estate del ‘44, a trovare rifugio in terra di Francia, in una zona che a dispetto di massicce e cruente azioni di “bonifica” da parte tedesca rimane sostanzialmente terra di nessuno. La conoscenza del territorio e l’abitudine alla pratica alpinistica di molti capi si rivela fondamentale per la sopravvivenza delle formazioni partigiane. Quelle che riescono a sfuggire ai rastrellamenti sono guidate da personaggi come Nuto Revelli, che ha una formazione militare alpina, o Livio Bianco, che ha trascorsi di alpinismo di buon livello.

Il massiccio del Bianco, e più in generale l’Alta Savoia, sono anche teatro di alcuni episodi di guerra ad altissima quota. Una vera e propria battaglia si svolge attorno al Rifugio Torino, e in un’altra occasione le truppe tedesche sono costrette ad abbandonare Chamonix. Ma la norma degli scontri è quella della guerra per bande, e l’azione dei resistenti ha essenzialmente lo scopo di disturbare le linee di comunicazione tedesche e di rappresentare, anche simbolicamente, una presenza minacciosa nelle retrovie, oltre che di dare di assistenza ai profughi e ai renitenti. Quest’ultimo ruolo viene svolto con efficacia da alcuni dei nomi più prestigiosi dell’alpinismo italiano degli anni trenta. Ettore Castiglioni facendo base in una baita in Valpelline, sopra Aosta, guida verso la Svizzera attraverso le montagne centinaia di profughi, oppositori del regime, tra i quali la futura “regina di Maggio” e Luigi Einaudi, ed ebrei[82]. Lo stesso fanno Riccardo Cassin e Vittorio Ratti[83] nelle Alpi Centrali, e ad essi si uniscono Gino Soldà e l’ormai anziano Tita Piaz. Leopoldo Gasparotto[84] diventa il comandante delle formazioni di Giustizia e Libertà per la Lombardia, viene catturato e torturato dai tedeschi, finisce nel campo di Fossoli, dove organizza fughe di detenuti e dove alla fine viene ucciso. Attilio Tissi opera nel Bellunese, dove ha l’incarico di distribuire ai partigiani le armi lanciate dagli alleati: anche lui viene catturato e torturato per un mese, ma alla fine riesce a scamparla[85]. L’elenco potrebbe allungarsi parecchio, ma credo che questi nomi bastino a far intendere non solo quale parte attiva abbiano svolto gli alpinisti nell’unico episodio non infamante della nostra storia recente, ma soprattutto come la lotta per libertà sia in fondo congenita in chi ama questo mondo.

 

Come ogni dopoguerra anche l’ultimo è caratterizzato da importanti novità tecniche: si comincia bene, con l’utilizzo delle nuove suole in gomma Vibram, che in effetti rivoluzionano l’approccio ad ogni tipo di percorso, limando mezzi gradi nella scala delle difficoltà e aprendo le vie meno difficili ad una frequentazione molto più allargata, per arrivare poi invece all’introduzione dei chiodi a pressione, e in qualche caso addirittura all’uso del compressore, che consentono di violare in artificiale ciò che la natura da sempre aveva vietato. Il resto lo fanno i nuovi materiali plastici, le corde in sintetico, sempre più leggere, i tessuti impermeabili e termici.

Queste novità hanno una ricaduta importante sull’alpinismo di punta, favorendo prima gli exploit oltre gli ottomila e consentendo da ultimo il ritorno a perfomances di altissimo livello con equipaggiamento leggero; ma rivoluzionano anche quello di massa, consentendo a un numero crescente di appassionati di affrontare in sicurezza livelli di difficoltà superiori.

L’avvicinamento alla montagna passa anche, letteralmente, per le possibilità di accesso. In questo senso lo sviluppo delle reti ferroviarie e stradali di comunicazione (e per quanto concerne l’alpinismo extraeuropeo quello delle linee aeree) consente a chiunque di frequentare, anche per periodi brevissimi, rifugi e vette. L’aumento del tempo libero, con l’introduzione della settimana corta e delle ferie pagate, fa il resto.

Una serie di vicende tragiche risveglia l’attenzione dei vecchi e dei nuovi media, che alla maniera di quelli ottocenteschi cercano soprattutto la polemica. D’altro canto proprio l’aumentata frequentazione e l’eccesso di confidenza creato dalla fiducia nelle attrezzature moltiplica la possibilità di incidenti. Ma ormai l’idea di un tributo annuale di vite da versarsi alla montagna, così come alle autostrade, è universalmente accettata: per gli eroi della verticale, poi, essendo nel frattempo diventato l’alpinismo uno sport professionistico, sembra quasi che la morte in parete sia inserita a contratto. Fa molto più notizia la sopravvivenza di alpinisti estremi come Cassin o Bonatti che la scomparsa della gran parte dei loro colleghi.

 

Sul piano di quella che è ancora negli anni cinquanta pura competizione nazionale il dominio tedesco per cause di forza maggiore si allenta (anche se la vecchia scuola austriaca esprime ancora alcune individualità di caratura altissima), e salgono alla ribalta soprattutto gli alpinisti francesi. La scuola francese era rimasta nell’ombra negli anni trenta, ma aveva allevato una generazione di rocciatori fortissimi, con una grande propensione alla verticalità e alle imprese invernali, ma soprattutto al lavoro in cordata. Ora si risveglia dal letargo: uomini come Rebuffat, Lachenal, Terray, Desmaison, Couzy, Livanos portano l’alpinismo francese ai vertici su ogni terreno, d’estate e d’inverno, in Europa e fuori. A favorirli sono appunto le caratteristiche di gruppo, la capacità di conciliare e valorizzare al massimo, ai fini della complementarità, le differenze di attitudine e le diverse propensioni.

Anche la scuola italiana continua ad esprimere personalità eccezionali, del livello di un Bonatti o di un Mauri, capaci di exploit indifferentemente sul calcare o sul ghiaccio, in Alpe o in Himalaya: ma è sempre caratterizzata dalle polemiche e dalle rivalità interne, che guastano persino risultati importanti come quello del K2.

Nelle spedizioni extraeuropee tornano infine in gioco gli inglesi, i quali tuttavia, una volta conseguito sulla vetta più alta quel successo che la morte di Mallory aveva reso obbligato, mantengono un certo distacco e tornano al vecchio terreno di gioco alpino. Nei limiti consentiti dall’evolvere della tecnica e dell’attrezzatura cercano di conservare intatto lo spirito di Mummery o di Geoffrey Winthrop Young.

 

Potremmo definire quella iniziata nel primo dopoguerra la fase coloniale o imperialistica dell’alpinismo: la corsa a piantare la bandiera per primi su qualsiasi altura significativa in ogni parte del globo, a stabilire o a sancire una sorta di primato occidentale sul mondo e di superiorità etnica o nazionale all’interno dell’occidente. Questa corsa conosce un’accelerazione esasperata che legittima l’utilizzo di qualsiasi tecnica artificiale, e termina solo negli anni cinquanta, quando in rapida successione vengono conquistate tutte le vette superiori agli ottomila metri, Si comincia con l’Annapurna, nel 1950, salito appunto dai francesi Herzog e Lachenal; si prosegue nel 1953 con il più alto, l’Everest, scalato da Hillary e Tenzing, e con il più crudele, il Nanga Parbat, quello cui i tedeschi avevano pagato negli anni trenta un tributo di ventotto vittime, che viene vinto con un’incredibile ultima tratta di diciotto ore in solitaria dal formidabile austriaco Hermann Buhl. Nel 1954 cadono quello considerato più difficile, il K2, salito da Compagnoni e Lacedelli, e il Cho Oyu vinto dagli austriaci Tichy e Jochler, insieme allo sherpa Pasang Dawa Lama.

Il Kanchenjunga, terza vetta più alta, viene salito nel 1955 dagli inglesi George Band e Joe Brown, che hanno alle spalle trecentodieci portatori e trenta sherpa d’alta quota. Nello stesso anno i francesi Lionel Terray e Jean Couzy, seguiti da altri sei compagni un giorno dopo, salgono il Makalu. La cima del Lhotse è raggiunta da Ernst Reiss e Fritz Luchsinger, alpinisti di punta della forte spedizione svizzera diretta da Albert Eggler, nel maggio 1956. Nello stesso anno c’è il primo exploit di una spedizione non europea: dopo due tentativi falliti i giapponesi raggiungono la vetta del Manaslu con Toshio Imanishi e lo sherpa Gyaltsen Norbu. A seguire, in rapida successione: nel 1956 gli austriaci Moravec, Larch e Willenpart salgono la vetta del Gasherbrum II; nel 1957 altri austriaci, tra cui Kurt Diemberger ed Hermann Buhl, sono sulla vetta del Booad Peak, con una spedizione molto leggera, senza portatori nel tratto finale; nel 1958 arrivano anche gli americani, primi sul Gasherbrum I; nel 1960 ancora sei alpinisti austriaci, tra i quali Diemberger, sul Dhaulagiri, questa volta con abbondanza di mezzi, compreso un piccolo aereo per i rifornimenti in alta quota (che peraltro si schianta). Rimane solo il Shisha Pangma, che i cinesi hanno riservato per sé e che scalano nel 1964, in piena rivoluzione culturale, portando in vetta dieci alpinisti, e impiegandone centoventicinque.

Malgrado siano ancora occupati nella ricostruzione postbellica, i governi europei si buttano nella corsa organizzando vere e proprie spedizioni di stampo militare, che impegnano centinaia di portatori, richiedono un grande sforzo logistico, prevedono l’uso sistematico dell’ossigeno, la preparazione delle vie con corde fisse e una serie di campi avanzati da piazzarsi progressivamente. Sfruttano in fondo le esperienze organizzative maturate durante il conflitto, si avvalgono di uomini rotti ormai ad ogni disagio e a vivere le situazioni più rischiose, utilizzano i materiali testati per sei anni sotto il fuoco. Ne nascono indubbiamente delle grandi imprese, anche sotto il profilo umano, ma la parentela con l’alpinismo classico è piuttosto laterale. L’impressione è che in questa corsa ci sia l’affanno a conquistarsi un pezzo di gloria e a liberarsi finalmente di un problema, e che dell’elemento ludico, del piacere di cui parlavano Kugy e Rey, ma anche Comici, e della passione pur ambigua di Lammer non sia rimasta nemmeno l’ombra.

 

La “decolonizzazione” parte negli anni sessanta. Ormai non rimane più nulla da conquistare: l’alpinismo può conservare un significato solo se scopre o si inventa una nuova dimensione etica. Questa dimensione viene individuata nel “rispetto” per la montagna, nella sua riconsacrazione attraverso un approccio più naturale, meno invasivo. È quello che viene definito, da uno storico dell’alpinismo, un “Nuovo Mattino”. Contribuisce a indurre questo ripensamento l’entrata in scena degli americani, non in virtù di una loro particolare sensibilità ecologica (anche se Thoreau, Emerson e Muir sono indubbiamente su questa direzione dei precursori) ma perché non hanno alle spalle alcuna tradizione alpinistica, e non si preoccupano quindi né di rispettarla né di dissacrarla. Sono portatori di un individualismo anarchico, in una connotazione però assai diversa da quella degli italiani: la loro irriverenza non è mai astiosa o polemica; semplicemente, se ne infischiano. E assieme a loro arriva sulle montagne anche l’eco dello spirito del sessantotto, delle lotte di liberazione, del terzomondismo, da ultimo della new age. È il compimento di un ciclo, e il ciclo è lo stesso che abbiamo già visto svolgersi nel racconto delle esplorazioni e della colonizzazione.

Il modello dominante torna dunque ad essere dopo gli anni cinquanta quello dell’alpinismo anglosassone, ma in due versioni diverse. Gli inglesi, che hanno riscoperto le Alpi con personaggi come Chris Bonington e Dough Scott, praticano un’etica molto severa quanto a protezioni, e quindi accettano una componente di rischio elevatissima. Non è cosa da tutti, perché include anche tutte le altre componenti tradizionali dell’alpinismo: freddo, fatica e paura. E infatti, rimane circoscritta ad una élite di puristi.

Gli americani portano invece, con Gary Hemmings e con la sua brigata di hippies cresciuta nella Yosemite Valley, una ventata innovativa, alle cui spalle c’è una trasformazione radicale di mentalità. Intanto rifiutano l’arrampicata artificiale come mezzo sleale, in nome di performance condotte in perfetta armonia con la natura, cosa che può attuarsi solo attraverso l’arrampicata libera. Di conseguenza bandiscono il chiodo ad espansione e riducono anche all’essenziale l’uso dei chiodi tradizionali, a favore delle moderne protezioni veloci (stopper, eccentrici, poi friends, etc.). La parete deve essere lasciata come la si è trovata. Infine rivalutano l’arrampicata a bassa quota, innalzandola da pratica complementare di allenamento ad attività fine a se stessa. Sono tuttavia americani, e si portano appresso, anche quando cercano la wilderness, un connaturato tecnicismo (micronut, cliff, etc), che aggira “quantitativamente” il nodo dell’artificiale, nel senso che è molto meno invasivo, ma “qualitativamente” non sposta granché il discorso. E questo aspetto in Europa viene colto, e malignamente rinfacciato dai puristi. Tutto sommato comunque il modello yosemitico, meno spartano, animato più dalla voglia di divertimento immediato che dall’etica del sacrificio, si sposa meglio col nuovo spirito dei tempi e incontra un successo ben maggiore di quello inglese. Col risultato, però, di creare in molti casi dei puri fenomeni di moda, o di inaugurare pratiche che con l’alpinismo hanno in comune solo la verticalità.

Quando questo modello viene invece adottato (ma per taluni aspetti si potrebbe anche dire anticipato) con senso critico e indipendenza nelle scelte, come modo di pensiero ed abito etico piuttosto che come canone tecnico e stilistico, i risultati sono eccezionali (sto pensando a Messner, alla determinazione e alla velocità delle sue realizzazioni alpine e himalayane). I gradi della scala Welzenbach saltano come birilli, a dispetto di resistenze e polemiche. Non è tanto il progresso tecnologico, a questo punto, a fare la differenza, quanto quello atletico e soprattutto quello psicofisico. L’allenamento in arrampicata, e anche quello alla scalata su ghiaccio, una volta coniugato ad una buona acclimatazione mentale e fisica alle quote più alte rende percorribili in velocità vie che erano considerate vent’anni prima di difficoltà estrema ed erano rimaste prerogativa di pochi eletti, spostando sempre più lontano la linea d’orizzonte dell’impossibile. Proprio questo balzo in avanti, però, che si traduce prima in ripetizioni invernali o in solitaria di itinerari proibitivi, poi nella corsa agli ottomila senza ossigeno e infine nelle concatenazioni e combinazioni più peregrine e massacranti (due o tre ottomila in successione, con trasbordo in elicottero, salite classiche e discese con gli sci o col parapendio, maratone ai limiti della troposfera, ecc.) distrugge il confine tra l’alpinismo e lo spettacolo circense o l’esibizione ginnica.

Anche la nuova etica dell’alpinismo, d’altra parte, vive davvero solo lo spazio di un mattino. Le istanze sincere di cambiamento si riducono rapidamente ad atteggiamenti vuoti e modaioli, e hanno una ricaduta commerciale piuttosto che comportamentale. L’esplosione dell’arrampicata sportiva in falesia induce al contrario il ritorno al chiodo ad espansione e all’attrezzatura sistematica del percorso, in nome di una visione puramente estetica e sportiva che necessita di arrampicare con protezioni sicure. Questo crea l’abitudine mentale a considerare “palestra” ogni parete, e tale abitudine non tarda ad essere trasferita in montagna, soprattutto nelle Alpi occidentali (nelle Dolomiti incontra molta più resistenza).

Ci troviamo pertanto di fronte oggi a quello che potrebbe essere definito l’ennesimo “ultimo problema delle Alpi”, e che rischia stavolta di esserlo sul serio. La parola d’ordine che circola ormai in maniera sempre più insistente e inquietante è “risanamento”: che significa mettere in sicurezza, riattrezzandole a spit, le grandi vie classiche, per consentire un “consumo” rapido e sicuro delle pareti e garantire il divertimento a tutti. È un progetto assurdo, che parrebbe aver nulla a che vedere con l’alpinismo, ma che nasce comunque da un’esasperazione e da uno stravolgimento della performance che serpeggiano nell’ambiente alpinistico. Il virus è diffuso in alto, ma qualche linea di febbre l’abbiano un po’ tutti. Non sarebbe male, ogni tanto, magari al momento in cui scendiamo dall’auto o lasciamo il rifugio per affrontare una salita, fermarci a riflettere su come siamo bardati e sullo spirito con quale ci stiamo muovendo. Qualora ci scoprissimo disposti a prenotare o a pagare il biglietto per salire in giornata il Petit Dru, sarebbe ora di tornare a casa.

 

Scendere a valle

Non sono un alpinista, neppure mediocre, se per poter essere considerato tale occorre vantare un ricco palmares di quattromila. Sarò salito si e no cinque o sei volte oltre quella quota. In compenso amo la montagna, e se vedo una cima voglio arrivarci, se incrocio una roccia che tira in verticale mi piace salirla, ho esperienza di corde e di rifugi, e più ancora di letteratura alpinistica: ma tutto si ferma lì. Le mie credenziali per tirare le somme della vicenda che ho raccontato sono davvero scarse, se si esclude il coraggio di averci provato. Ma forse, al contrario, è davvero questa la miglior condizione per farlo: uno sguardo “laico” su un’attività che troppo spesso, da ludica che dovrebbe essere, è diventata e continua ad essere vissuta come religiosa.

Non c’è dubbio che dal punto di vista naturalistico, che è quello della specie, l’alpinismo rappresenti uno spreco insensato: di tempo, di energie, di uomini e di mezzi. Non è nemmeno uno strumento di selezione positiva, anzi: paradossalmente ad essere scartati dalla selezione sono in questo caso quasi sempre i più arditi e i più forti. Meno che mai è un’attività che arreca un qualche beneficio collettivo: quando va bene non metti a repentaglio la vita di altri, compagni, soccorritori, ecc. e ti porti a casa una scaglia di roccia come souvenir. A voler essere generosi si può pensare che si scarichino su pareti e ghiacciai energie e tensioni che a valle potrebbero essere perniciose: e questo forse, sempre dal punto di vista della specie, un qualche vantaggio lo porta. C’è comunque da chiedersi se quella che ho sommariamente descritta non sia la storia di una insana passione, indotta da un progressivo aumento del benessere e della sicurezza di vita. Quando la percentuale di precarietà e di rischio nella vita quotidiana scende sotto una certa soglia i più sensibili, quindi i più irrequieti, ne patiscono l’assenza, e sono indotti a ricrearne in qualche modo le condizioni. Gli alpinisti sarebbero quelli che lo fanno nella maniera socialmente meno dannosa, perché in fondo mettono in gioco e a rischio solo se stessi.

In realtà non penso che si tratti solo di questo. Ci deve essere molto di più per spingere qualcuno non tanto a rischiare (questo lo fanno anche gli idioti che si gettano in piscina dalla finestra, o che si sdraiano sui binari: e comunque, quanto al rischio, c’è in ogni attività, dal guidare un’auto o una bicicletta al buttarsi in mare) quanto a faticare, a patire il freddo, a esporsi al congelamento, ecc.

Su questo tema si sono già sbizzarriti milioni di appassionati, ciascuno portando la sua brava motivazione, e devo dire che quelle che ho letto mi sono sembrate tutte altrettanto convincenti. Ma si trattava comunque di motivazioni individuali. Ciò che a me interessa, e che in queste pagine ho cercato di indagare, è invece il secondo livello, quello nel quale le singole motivazioni si sommano e danno origine ad un fenomeno sociale e culturale. L’assunto era questo: l’alpinismo non scaturisce da una naturale spinta biologica. Questa spinta non esiste in natura perché non risponde ad alcuna strategia di sopravvivenza o riproduttiva. Nessuno stambecco ha mai sentito il bisogno di salire in vetta al Gran Paradiso, pur vivendo appena mille metri più in basso. Il desiderio di scalare una montagna appartiene solo all’uomo: può essere giustificato, a seconda delle epoche, in maniere diverse, con motivazioni politiche, religiose, scientifiche, nazionalistiche, superomistiche, sportive, economiche o legate al successo: ma è comunque frutto di una elaborazione culturale. In due sensi: nel primo perché l’assenza di fini concreti in un’azione che richiede sacrificio, impegno, dispendio energetico, e al limite anche assunzione di rischio, è misura della distanza di questa azione dai dettami dell’istinto. Nel secondo perché penso che l’affermazione vada presa anche alla lettera; non è un caso se la gran parte degli alpinisti ha un livello di cultura superiore, e se un tempo la cosa poteva dipendere dalla diversa disponibilità di tempo e di denaro nelle differenti classi sociali, oggi questo discrimine non esiste più.

L’alpinismo è dunque una forma di cultura, per un verso soggetta al variare dei climi culturali, storicizzata, per l’altro legata ad un modo d’essere “naturalizzato” degli umani, effetto reversivo dell’evoluzione. I modi della variazione li abbiamo visti: provo ora ad enucleare sinteticamente quelle che proprio nello scrivere queste pagine mi sono parse essere le matrici costanti, indipendenti dai tempi.

  1. a) L’irrequietezza. Non ci piove. È un bisogno connaturato (questo sì) all’uomo quello di andare un po’ più in là. È un problema di spazio, già a livello primitivo. Come ogni animale l’uomo ha bisogno di spazio per sopravvivere: ma a differenza di ogni altro animale, e in ragione del suo eccezionale successo evolutivo, ne ha necessità poi anche per vivere. In un pianeta che si avvia a diventare sovraffollato gli spazi orizzontali sono praticamente ormai tutti occupati. Rimangono solo, almeno in parte, quelli verticali. Siamo animali sociali, ma non gregari: almeno, alcuni di noi non lo sono. Hanno bisogno del contatto, ma ne hanno altrettanto di uscire dal gruppo. Lammer centrava il problema quando diceva che la solitudine era la condizione e la molla dell’alpinismo. Solo, avrebbe dovuto usare gli articoli indeterminativi.
  2. b) Il confronto con se stessi, la necessità di conoscersi. Siamo talmente condizionati dal ruolo, dall’ambiente, dalla famiglia, dal lavoro, che non sappiamo quasi nulla di noi stessi. A volte ce ne accorgiamo, e desideriamo metterci alla prova. Soprattutto, vorremmo capire quali sono i nostri limiti. L’alpinismo ti offre condizioni estreme, nelle quali non ti puoi raccontare palle. Vai o non vai. E non è detto che il responso debba essere sempre positivo. Solo, è importante che sia chiaro: questo fa per me, questo no; fin qui ci arrivo, più in là no. Può darsi che ci siano altri modi altrettanto efficaci per conoscersi: ma la situazione nella quale ti mette l’alpinismo è senz’altro la più semplice e la più pulita. Non consente trucchi.
  3. c) Il rapporto con la natura. La nostra cultura ha steso sulla terra una seconda pelle. Tutto ciò che facciamo è condizionato dall’artificio, o è addirittura virtuale. L’alpinismo (quello vero, naturalmente) non si concede alcun artificio (e non classifico come tali le misure di sicurezza; diverso è il discorso dell’attrezzatura dei percorsi). Ti immerge in una situazione nella quale il manico lo tiene la natura. Il rapporto si ribalta: ti devi affidare ad essa (clima, tenuta del terreno su cui arrampichi), sei nelle sue mani. È un ritorno nel suo grembo.
  4. d) Ma alla fine, non sarà la competitività la vera molla dell’alpinismo? Se la cultura è sublimazione degli istinti, lo sport è la sublimazione per eccellenza dell’aggressività e della competizione. Massimo Mila, che ha scritto sulla montagna pagine bellissime, dice che è inutile girarci attorno: arrivare per primo su una vetta che non è mai stata toccata da altri, o salire una via che non è mai stata percorsa, è il sogno di ogni alpinista. Il confronto non è solo con se stessi, ma anche con gli altri. In effetti, le vicende che abbiamo incontrato in queste pagine parlano di uomini che hanno cavalcato cime vergini o tracciato itinerari inediti: sono loro che hanno fatto la storia dell’alpinismo. Io la trovo tuttavia una componente non necessaria, e forse neppure sufficiente. Può darsi che segni la differenza tra fare dell’alpinismo o andare in montagna: ma se così fosse, l’alpinismo sarebbe davvero solo uno sport. Penso che ci sia già soddisfazione completa nell’arrivare in vetta, indipendentemente dal fatto che qualcun altro vi sia stato prima (meglio, naturalmente, se non vi ha piantato una croce o costruito un cippo).

 

E qui, finalmente, mi fermo. Fossi davvero su una vetta, ora proverei quel sentimento che più di ogni altro penso appartenga agli alpinisti. Io lo definirei “struggimento”, i Romantici parlavano di “sehnsucht”: l’angoscia sottile che prende quando si arriva a vedere il mondo da un punto che lo fa apparire fantastico, e si sa di non poter rimanere lì per sempre, o tornarci ogni volta che si vorrà. È la percezione della nostra finitezza spaziale e temporale rispetto all’infinità e all’eternità di quanto ci circonda: un sentimento che ci turba, ma ci fa anche ringraziare la natura per averci, sia pure per un attimo, fatti sentire partecipi di tanta meraviglia.

Quando ricordo però che Gervasutti parla di “amarezza per il sogno diventato realtà”, e non accenna affatto al guardarsi attorno, il dubbio ritorna: forse davvero non sono un alpinista, forse sono solo un sognatore, e ho raccontato fino ad ora un mio sogno. E allora me ne scuso con chi mi ha letto, ma io il sogno me lo tengo.

 

Salire. Bibliografia essenziale per una letteratura dell’alpinismo

STORIA DELL’ALPINISMO

AA VV – Alpinismo italiano in Karakorum – Museomont. – To 1991
AA VV – Dal Polo al K2 – Museomontagna, To 1984
AA VV – De Saussure e il Monte Bianco – Museomontagna, To 1987
Amy, Bernard – L’alpinismo – Dall’Oglio, Milano
Ardito, Stefano – Le grandi scalate – Newton Compton, 2014
Ballu, Yves – Gli alpinisti – Mursia, Milano 1987
Ballu, Yves – Naufragio sul Monte Bianco – Vivalda, Torino 2000
Buscaini, G. Metzeltin, S.– Patagonia – Corbaccio 1998
Camanni, Enrico – Di roccia e di ghiaccio –Laterza 2003
Camanni, Enrico –Nuovi mattini – Vivalda 1998
De Agostini, A. M. – Ande Patagoniche – Vivalda 1999
De Filippi, Filippo – La spedizione nel Karakoram – Zanichelli 1981
De Filippi, F.–La spedizione del Duca degli Abruzzi al Sant’Elia– Milano 1996
Desio, Ardito – La conquista del K2 – Marsilio, Venezia 1988
Engel, C. E. – Storia dell’alpinismo – Einaudi 1965
Fantin, Mario – Tricolore sulle più alte vette – Tamari, Bologna 1970
Fleming, Fergus – Cime misteriose – Carocci, Roma 2001
Ferrari, Marco A. – Freney 1961 – Vivalda 1998
Ferrari, Marco A.– Le prime albe del mondo – Laterza 2014
Frison-Roche, Roger – Storia dell’alpinismo – Corbaccio, Milano 1993
Franco, J.- Terray, L. – Battaglia per lo Jannu – Tamari, Bologna 1969
Garobbio, A. – Rusconi, G. – L’alpinismo – Sansoni, Firenze
Heckmair, Anderl – I tre ultimi problemi delle Alpi – CDA 2001
Herzog, M. – Le grandi avventure dell’Himalaya – De Agostini, 1983
Herzog, Maurice – Annapurna, I primi ottomila – Corbaccio 1994
Holzel, T., Solkeld, A. – Il mistero della conquista dell’Everest– S&K.1999
Keay, J. – Quando uomini e montagne si incontrarono – Neri Pozza 2005
Kurz, Marcel – Alpinismo invernale – Vivalda, Torino 1994
Joutard, Philippe – L’invenzione del Monte Bianco – Einaudi 1993
Lopez Marugan, A. – Corde ribelli – CDA, 2001
MacFarlane, R. – Come le montagne conquistarono gli uomini – Mondadori 2005
Masciandri, F. – Storia dell’alpinismo europeo – Com. Naz. Sc. Alp. 1989
Motti, Gian Piero – Storia dell’alpinismo – Vivalda, Torino 1997
Monzino, Guido – Spedizioni d’alpinismo in Africa – Mondadori
Monzino, Guido – Spedizioni d’alpinismo in Groenlandia – Mondadori
Monzino, Guido – Italia in Patagonia – Martello 1958
Pesci, Eugenio – La scoperta dei ghiacciai – CDA/Vivalda 2004
Shipton, E. – Quel mondo inesplorato – CDA/Vivalda 2002
Sposito, Livio – Il mondo dall’alto – Sperling & K. 2000
Spreafico, G. – Enigma Cerro Torre – CDA &Vivalda 2006
Tenderini, Mirella – Le nevi dell’Equatore – CDA 2001
Zannini, Andrea – Tonache e piccozze – CDA/Vivalda 2004

STORIA E ANTROPOLOGIA DELLA MONTAGNA

AA VV – La Montagna. Grande Enciclopedia Illustrata – De Agostini, Novara 1987
AA VV – L’uomo e le Alpi – Vivalda, Torino 1993
AA VV – Rapporto sullo stato delle Alpi – CDA, Torino 1998
Bocca, M. – Centini, M.– Le vie della fede attraverso le Alpi –Pr/Verl, 1994
Camanni, Enrico – Storia delle Alpi – Bibl. dell’Immagine, MI 20017
Dainelli, G. – Le alpi. L’ambiente naturale. L’ambiente umano – Utet, 1963
Guichonnet, Paul – Storia e civiltà delle Alpi – Jaka BooK 1984
Mari, A. – Kindl, U. – La montagna e le sue leggende – Mond. 1988
Maraini, Fosco – Segreto Tibet – Bari 1951
Neale, Jonathan – Le tigri delle nevi – CDA & Vivalda 2004
Ries, Julien – Montagna sacra – Jaka Book, 2010
Tenderini, Silvia –Locande, ospizi, alberghi sulle Alpi – CDA/Viv 2002
Tenderini, S. – La montagna per tutti – CDA/Vivalda 2004
Tenderini, S. – Ospitalità sui passi alpini – CDA/Vivalda 2005

MONOGRAFIE SULLE PRINCIPALI VETTE

AA VV – K2 – Museomontagna, Torino 1994
AA VV – Free K2 – Pescara 1991
Ardito, Stefano – Le regine d’Africa – Vivalda, 2003
Bernardi, Alfonso – Il Gran Cervino – Zanichelli, Bologna
Bernardi, A. – Il Monte Bianco. Un secolo di alpinismo – Zanich, 1966
Bernardi, Alfonso – La grande Civetta – Zanichelli, Bologna 1969
De Agostini, Alberto M. – Ande patagoniche – Vivalda, Torino 1999
Fantin, Mario – Cervino 1865-1965 – Tamari, Bologna 1965
Fava, Cesarino – Patagonia. Terra dei sogni infranti – CDA 1999
Ghiglione, Pietro – Monte Bianco – De Agostini, Novara 1978
Gillman, Peter – Everest – Vallardi 1994
Gogna, Alessandro – Grandes Jorasses, sperone Walker – Tamari, 1994
Gugliermina, F. – Il Monte Bianco esplorato – Tamari, 1991
Mazzotti, Giuseppe – Grandi imprese sul Cervino – L’Eroica, MI 1934
Messner, R. – Annapurna. Cinquant’anni di un ottomila – Vivalda 2000
Miotti, Giuseppe – Bernina, questo sconosciuto – Vivalda 1998
Rey, Guido – Il Monte Cervino – Viglongo, Torino 1962
Unswort, Walt. – Everest – Mursia 1991

FILOSOFIA ED ETICA DELL’ALPINISMO

Ardito, Fabrizio – Di pietra e acqua – Vivalda 2000
Berhault, P. – Giani, B. – Il gesto e la pietra – Ivrea 1986
Bernbaum, G. – Le montagne sacre del mondo – Leonardo, Milano 1991
Biancardi, Armando – La voce delle altezze – Cappelli, Bologna
Bianchi, Marco – Montagne con la vetta – Vivalda 1999
Bonatti, Walter – Un modo di essere – Dall’Oglio, Milano 1989
Camanni E – Nuovo mattino. Il singolare sessantotto degli alpinisti– Vivalda 1998
Camanni, Enrico – Sogni scelti per alpinisti classici – Vivalda 1995
Del Zotto, Giancarlo – Alpinismo moderno – Il Castello
Diemberger, Kurt – Gli spiriti dell’aria – Vivalda 1999
Diemberger, Kurt – Cime e segreti – Zanichelli, Bologna 1982
Edlinger, P. – Ferrand, A. – Lemoine, M. – Arrampicare – Zanichelli, 1985
Edlinger, P. – Kosicki, G. – Rock Games – Zanichelli
Evola, Julius – Meditazioni delle vette – Ed, del Tridente, La Spezia 1974
Ferrari, Marco A. – Attraverso il decennio dei cambiamenti – Vivalda, 1994
Forno, Oreste – Il paradiso può aspettare – Mountain Promotion 2001
Forno, Oreste – Sherpa, conquistatori senza gloria – Dall’Oglio 1990
Forno, Oreste – Compagni di cordata – Mountain Promotion 1998
Gherzi, Andrea – La musica delle montagne – CDA 2000
Giglio, Pietro – La montagna dei preti alpinisti – Vivalda, Torino 2000
Gobetti, Andrea – Una frontiera da immaginare – Dall’Oglio, 1976
Gogna, Alessandro – Cento nuovi mattini – Zanichelli 1981
Gogna, Alessandro – La parete – Zanichelli, Bologna 1981
Gogna, Alessandro – Rock story – Il Melograno, Genova 1983
Gogna, Alessandro – Un alpinismo di ricerca – Dall’Oglio, Milano 1975
Kugy, Julius – La montagna che strega – Vivalda, 1998
Livanos, George – Al di là della verticale – Tamari, Bologna 1964
Mazzotti, Giuseppe – Alpinismo e non alpinismo – Treviso 1946
Messner, Reinhold – L’avventura alpinismo – Athesia, 2005
Messner, Reinhold – La montagna è il mio mondo – Corbaccio 2009
Mestre, M. – Le Alpi contese. Alpinismo e nazionalismi – CDA/Viv 2003
Mila, Massimo – Scritti di montagna –Einaudi, Torino 1997
Miotti, Giuseppe – Il ritorno del classico – Vivalda, 2002
Motti, Gian Piero – I falliti – Vivalda, Torino 2000
Prada, Sandro – Alpinismo romantico – Tamari, Bologna, 1974
Rebuffat, Gaston – Gli orizzonti conquistati – Zanichelli, 1988
Reinhard, Karl – Montagna vissuta. Tempo per respirare – Vivalda 2001
Rey, Guido – La fine dell’alpinismo – ed. Montes, Torino 1939
Simpson, Joe – Ombre sul ghiacciaio – CDA, Torino 2004
Stenico, M. – Alpinismo Perché – ed. Ghedina 1981
Zolla, Elèmire – Lo stupore dell’infanzia – Adelphi, Milano 1991

LETTERATURA ED ESTETICA DELL’ALPINISMO

AA VV – Le seduzioni della montagna – Electa 1998
AA VV – Le cattedrali della terra – Electa 2000
AA VV – Le montagne della satira – Museomontagna, Torino 1994
AA VV – Le montagne della pubblicità – Museomontagna, Torino,1989
AA VV – Ritratto di alpinista –Museomontagna, Torino 1992
AA VV – John Ruskin e le Alpi – Museomontagna, Torino 1990
AA VV – Il Monte Bianco nelle immagini e nelle relazioni dell’800 – Torino 1986
AA VV – Alpi gotiche – Museomontagna, Torino 1998
AA VV – Alpi Giapponesi – Museomontagna, Torino 1998
AA VV. – Simbolico e concreto – Museomontagna, Torino 1999
AA VV – Ecuador. Le Alpi dipinte – Museomontagna, Torino 1998
Audisio, A. – Rinaldi, R – Montagne e letteratura – Museomontagna, 1983
Audisio, A. – Rinaldi, R – Letteratura dell’alpinismo – Museomont, 1985
Camanni Enrico – La letteratura dell’alpinismo – Zanichelli, 1975
Christoffel, U– La montagne dans la peinture – CL. ALP. SUISSE, 1963
Dumas, Alexandre – In viaggio sulle Alpi – Vivalda 1998
Festi, R. – Manzati, E. – Le Dolomiti nei manifesti – Ivrea 1990
Garimoldi, G., Jalla, D. – Alpi di sogno – Silvana, Milano 2006
Gherzi, Andrea – La musica delle montagne – CDA/Vivalda 2003
Giardina, Andrea – Le parole della montagna – Baldini & Castoldi 2003
Mazzotti, Giuseppe – La montagna presa in giro – L’Eroica, Varese 1936
Mazzotti, G. – La montagna nel manifesto pubblicitario – Canova, 1959
Pesci, Eugenio – La montagna del cosmo – CDA, Torino 2001
Schama, Simon – Paesaggio e memoria – Mondadori, Milano 1997

BIOGRAFIE DI ALPINISTI

AA VV – Guido Rey. Dall’alpinismo alla letteratura – Museomont, 1986
AA VV – Ai limiti del mondo. Alberto De Agostini– Museomont., 1992
AA VV – Sant’Elia 1897. Il Duca degli Abruzzi – Museomont, 1997
AAVV – L’ultima scalata – Newton Compton 2010
AAVV – Sul tetto del mondo – Newton Compton 2009
Bonington, Chris – Ho scelto di arrampicare – Vivalda, Torino
Borgognoni, A. – Titta Rosa, G. – Scalatori – Hoepli, Milano 1985
Camanni, E. – Ribola, D. – Spirito, P. – La stagione degli eroi – Vivalda. 1994
Camanni, E. – Cieli di pietra. La vera storia di Amé Gorret – Torino 1997
Camanni, E. – Il desiderio di infinito. Vita di Giusto Gervasutti – Laterza, 2017
Casara, Severino – Preuss, l’alpinista leggendario – Milano 1970
Casara, Severino – L’arte di arrampicare di Emilio Comici – Hoepli, 1957
Cassarà, Emanuele – Un alpinismo irripetibile – Dall’Oglio, Milano
Cassin, Riccardo – Capocordata. La mia vita di alpinista – Vivalda 2001
Cassin, Riccardo – Cinquant’anni di alpinismo – Dall’Oglio, Milano 1977
De Amicis, Ugo – Piccoli uomini e grandi montagne – Treves, 1924
Ferrari, Marco A. – Il vuoto dietro le spalle – Vivalda 2000
Ferrari, Marco. A. – La storia di Ettore Castiglioni – TEA 2008
Gervasutti, Giusto – Il fortissimo – Il Melograno, Milano 1985
Hiebeler, Toni – Tra cielo e inferno – Tamari, Bologna
Kugy, Julius – Dalla vita di un alpinista – L’Eroica, Milano 1932
Livanos, George – Cassin. C’era una volta il sesto grado – Dall’Oglio, 1984
Maestri, Cesare – Arrampicare è il mio mestiere – Garzanti, Milano 1961
Mazzarelli, Paola – G. W. Young, l’ultimo alpinista vittoriano – Vivalda
Mazzarelli, Paola – Il setacciatore delle Alpi – Vivalda
Messner, R.- Hofler, H. – Hermann Buhl in alto senza compromessi– Vivalda 1998
Messner, Reihnold – La libertà di andare dove voglio – Garzanti, 1992
Miotti, Giuseppe – Sulle tracce di Piero Ghiglione – Vivalda
Rebuffat, Gaston – La montagna è il mio mondo – Vivalda, Torino, 1997
Roberts, Eric – Willo Welzenbach – Vivalda 1992
Tenderini, M – Gary Hemming, Una storia degli anni sessanta– Vivalda, 1994
Trenker Luis – Eroi della montagna – Dall’Oglio, 1982

CLASSICI DELLA LETTERATURA ALPINISTICA

Boccalatte, G. – Piccole e grandi ore alpine – L’Arciere/Vivalda, 1992
Bonatti, Walter – I giorni grandi – Zanichelli, Bologna 1971
Bonatti, Walter – Montagne di una vita – Baldini e Castoldi, 1995
Bonatti, Walter – Le mie montagne – Rizzoli, Milano, 1983
Bonatti, Walter – Il caso K2 – Baldini e Castoldi, 1996
Bonington, C. – Ho scelto di arrampicare – Vivalda 1997
Buhl, Hermann – È buio sul ghiacciaio – Il Melograno, Milano 1984
Buzzati, Dino – Le montagne di vetro – Vivalda
Buzzati, Dino – Sulle Dolomiti – 2005
Cassin, Riccardo – Mc Kinley – CDA, Torino
Cassin, Riccardo – In Grigna! – Domus 2005
Castiglioni, Ettore – Il giorno delle Mesules – Vivalda 1993
Chabod, R. – La cima di Entrelor – Zanichelli 1969
Comici, Emilio – Alpinismo eroico – Vivalda, 1996
D’Angeville, Henriette – La mia scalata al Monte Bianco 1838 – Vivalda 2000
De Amicis, Edmondo – Nel regno del Cervino – Vivalda, Torino 1998
De Amicis, Ugo – Alpe mistica – Milano 1926
Desmaison, Renèe – La montagna a mani nude – Dall’Oglio, 1972
Desmaison, R – 342 ore sulle Grandes Jorasses – Dall’Oglio, 1973
Diemberger, Kurt – K2. Il nodo infinito – Dall’Oglio, Milano 1988
Diemberger, Kurt – Tra zero e ottomila – CDA, Torino 1995
Dingle, G. – Hillary, P. – La traversata dell’Himalaya – De Agostini 1985
Dumler, Helmut – Le tre cime di Lavaredo – Tamari, Bologna 1972
Frison-Roche, Roger – Primo di cordata – Vivalda, Torino 1994
Gervasutti, Giusto – Scalate nelle Alpi – SEI, Torino 1966
Gervasutti, G. – Scalate nelle Alpi – CDA/Vivalda 2005
Gervasutti, G. – Il Fortissimo – Il Melograno, MI 1985
Harrer, Heinrich – Parete Nord – Mondadori 1999
Hillary, Edmund – Arrischiare per vincere – Dall’Oglio, Milano
Klucker, Christian – Memorie di una guida alpina – Tararà, Verb. 1999
Kugy, Julius – Dal tempo passato – Libreria Adamo, Gorizia 1982
Javelle, Emilio – Ricordi di un alpinista – Canova, Treviso 1947
Lammer, Eugen Guido – Fontana di giovinezza – Vivalda, Torino 1999
Maestri, Cesare – …E se la vita continua – Baldini e Castoldi 1996
Maestri, Cesare – Duemila metri della nostra vita – Garzanti 1972
Maraini, Fosco – Gasherbrum IV – Vivalda, Torino 1996
Marchi, Rolly – Le mani dure – Vivalda 1997
Mauri, Carlo – Quando il rischio è vita – La Sorgente 1975
Muyr, John – La mia prima estate sulla Sierra – Vivalda, 1997
Mummery, A. F. – Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso – Torino 1965
Piaz, Titta – Mezzo secolo d’alpinismo – Il Melograno, Milano 1986
Rebuffat, Gaston – Tra la terra e il cielo – Bietti, Milano 1965
Rebuffat, Gaston – Stelle e tempeste – Zanichelli, Bologna 1981
Rey, Guido – Alpinismo acrobatico – CDA, Torino 2001
Samivel – Amatore d’abissi – Zanichelli, Bologna 1984
Stephen, Leslie – Il terreno di gioco dell’Europa – Vivalda 1999
Terray, Lionel – I conquistatori dell’inutile – Dall’Oglio, Milano 1977
Tilman, H.W. – Uomini e montagne – CDA, 2001
Tyndall, J – Un gentleman in cima al Weisshorn – Domus 2005
Zurbriggen, Mattia – Dalle Alpi alle Ande – Vivalda, 2001
Wymper, E. – Scalate nelle Alpi La conquista del Cervino –Viglongo, 1963

LETTERATURA ALPINISTICA MODERNA

Ardito, Stefano – Le grandi scalate – Newton Comp. 2014
Ardito, Stefano – Dodici quattromila e mezzo – Vivalda, Torino
Ardito, Stefano – Il primo orso non si scorda mai – Vivalda, Torino
Ardito, Stefano – Ramponi all’ascolana – Vivalda
Bizzarro, Paolo – Vietato volare – CDA Vivalda 2005
Boardman, P. – Montagne sacre – Dall’Oglio, Milano 1983
Boardman, P. – La montagna di luce – Dall’Oglio, Milano 1978
Boivin, Jean Marc – L’uomo dei ghiacci – Dall’Oglio, Milano 1985
Bonicelli, Piero – Pukajirka ‘81 – CEDIS, Bergamo 1983
Bonington, Chris – Annapurna parete sud – Dall’Oglio, Milano 1973
Bonington, Chris – Everest parete sud-ovest – Dall’Oglio, Milano 1975
Brevini, Franco – Rocce – Mondadori 2004
Brevini, Franco – Ghiaccio – Mondadori 2002
Bukreev, A. – Weston, G.– Everest 1996 – CDA & Vivalda 2004
Calcagno, Gianni – Stile Alpino – Vivalda, Torino 2000
Camanni, Enrico – La guerra di Joseph – Vivalda, Torino 1998
Cassin, R. – Nangeroni, G. – Lhotse ‘75 – Zanichelli, Bologna 1977
Cesen, Tomo – Solo – Dall’Oglio, Milano 1991
Cognetti, Paolo – Otto montagne – Einaudi, Milano 1916
Drury, Bob – Una stagione da eroi – Corbaccio, 2001
Ferrari, Marco A. – In viaggio sulle Alpi – Einaudi Milano 2009
Ferrari, Marco A. – Alpi segrete –Laterza 2012
Ferrari, Marco A. – La via del lupo – Laterza 2014
Ferrari, Marco A. – Il sentiero degli eroi – Rizzoli 2016
Giovannini, Franco – Tibet e dintorni – CDA 1999
Gogna, Alessandro – Mezzogiorno di pietra – Zanichelli
Harrer, Heinrich – Sette anni in Tibet – Mondadori 1998
Haston, D. – Verso l’alto – Dall’Oglio, Milano 1978
Hiebeler, Toni – Eiger, parete Nord – Tamari, 1972
Kammerlander, Hans – Malato di montagna – Corbaccio 2000
Kammerlander, Hans – Discesa al successo – Publilux 1991
Krakauer, Jon – Aria sottile – Corbaccio 1998
Jackson M. – Stark E. – Tende tra le nuvole – TEA 2005
Lauwaert, Anna – La via del drago – CDA, Torino 2003
Lightner, Sam – Altitudini sconosciute – Il Saggiatore, 2001
Mazzotti, G. – La grande parete – Nuovi Sentieri, Belluno
Messner, Reinhold – Corsa alla vetta – De Agostini 1986
Messner, Reinhold – Tutte le mie cime – Zanichelli 1995
Messner, Reinhold – Il settimo grado – De Agostini 1992
Messner, Reinhold – Nanga Parbat in solitario – De Agostini, 1979
Messner, Reinhold – Orizzonti di Ghiaccio – De Agostini, Novara 1983
Messner, Reinhold – Due e un ottomila – Dall’Oglio 1977
Messner, Reinh. –Sopravvissuto: i miei 14 ottomila –De Agostini, 1987
Messner, Reinhold – Ritorno ai monti – Athesia, Bolzano 1971
Messner, Reinhold – Il limite della vita – Zanichelli 1989
Moro, Simone – Cometa sull’Annapurna – Corbaccio 2003
Norgai, Tiensin – Lo sherpa – Corbaccio 2006
Perlotto, Franco – Giungla verticale – Vivalda, Torino 1998
Pieropan, Gianni – Due soldi di alpinismo – Tamari, Bologna 1970
Pietrasanta, Ninì – Pellegrina delle Alpi – CAI, MI 2011
Reinhart, Karl – Yosemite – Dall’Oglio, Milano 1986
Ryan, Tom. – Con te in cima al mondo – Sperling&K. 2011
Simpson, Joe – La morte sospesa – Vivalda, Torino 1994
Simpson, J. – Queste storie di fantasmi. Storie vere di un sopravvissuto – Torino 1994
Thurman, R. – Wise, T. – La montagna sacra – Neri Pozza 2000
Unterkircher, Silke – L’ultimo abbraccio della montagna – BUR 2012
Wingall, Sidney – La spia sul tetto del mondo – Pratiche, Milano 2001
Zannini, Gianfranco – Arrampicate di confine – Vivalda, Torino, 1998

NARRATIVA

Bertolotto, G. – Il camoscio bianco –ArabaFenice 2010
Buzzati, Dino – Barnabò delle montagne – Mondadori, Milano 1981
Cagna, A. – Alpinisti ciabattoni – Baldini e Castoldi, Milano 2000
Daudet, Alphonse – Tartarino sulle Alpi – Rizzoli 2002
Daumal, René – Il monte Analogo – Adelphi 1968
Frison–Roche, Roger – Primo di cordata – Garzanti 1960
Haushofer, Marlene – La parete – E/O, Roma 1989
Stifter, Adalbert – Cristallo di rocca – Adelphi 1984

NOTE

[1] Questo saggio è nato come capitolo finale dello studio “In capo al mondo e ritorno”, dedicato ai viaggi di scoperta, alle esplorazioni e alla colonizzazione europea del mondo nell’età moderna. Non ho ritenuto di modificarne l’incipit per l’edizione separata.

[2] È significativo il fatto che l’unico nome latino rimasto per un monte delle Alpi sia quello del Mons Vesulus, il Monviso. Seneca definisce coloro che ammirano le Alpi intelletti incostanti e insensibili. Strabone dice però che anche i Romani, nella loro politica di sottomissione delle popolazioni alpine, cercavano “la gloria delle cime”.

[3] La prima scalata “certificata”, in questo caso da Tito Livio, sembra essere quella di Filippo di Macedonia al monte Emo, in Tessaglia, nel 181 a.C.

[4] Livio e Silio Italico parlano del terrore deli uomini di Annibale, Claudiano di quelli di Stilicone durante le campagne di quest’ultimo nelle Alpi Centrali.

[5] Con qualche eccezione. Strabone, ad esempio, vedeva nella rozzezza dei montanari, se mitigata e combinata con l’intelligenza degli abitanti delle pianure, una virtù.

[6] Le piccole glaciazioni si ripeteranno nel XVII e nel XVIII secolo, spingendo a valle gli insediamenti e facendo scomparire interi villaggi e vaste zone di pascolo. Una leggenda alpina racconta che le zone dei ghiacciai fossero un tempo fertili, abitate e coltivate, e che siano state ricoperte dai ghiacci per punizione divina.

[7] I soggetti prevalenti nella pittura cinese del periodo Sung (corrispondente alla parte centrale del nostro Medioevo) sono i corsi d’acqua e le montagne, perché queste due entità incarnano non solo i due poli della natura, ma anche quelli della sensibilità umana: e sono poli entrambi positivi. Secondo un detto di Confucio “l’uomo di cuore si incanta davanti alla montagna: l’uomo di spirito gode dell’acqua”.

[8] Le Alpi continuano tuttavia ad essere interessate anche durante il Medioevo da un traffico costante. Per l’intero periodo rimangono aperti quasi tutti i passi già frequentati in epoca romana, dal Col di Tenda al Monginevro, al Grande e al Piccolo San Bernardo, al Moncenisio, allo Spluga e al Brennero. A percorrerli sono eserciti che scendono in Italia, papi con il loro seguito che si recano a concili, pellegrini che si muovono a volte in processioni di massa, mercanti che viaggiano con carovane di muli. I disagi che costoro incontrano sono dati dalla scarsa o nulla manutenzione dei percorsi, mentre i pericoli, oltre che dai fenomeni naturali, valanghe, tempe-ste di neve, fulmini, precipizi, arrivano dal diffuso banditismo o dagli animali (soprattutto dai lupi). Ad attenuare questa pericolosità c’è il diffondersi dei castelli, costruiti in genere all’imbocco delle valli, di ospizi, al culmine dei passi, e di abbazie, eremi e monasteri, nelle zone più alte e recondite delle vallate.

[9] Epistulae Familiares, VI, 1

[10] E non è l’unico. Nel suo Itinera per Helvetiae alpinas regiones, pubblicato nel 1723, il naturalista Jacob Scheuchzer fa un censimento di tutti i draghi svizzeri, dandone per scontata l’esistenza e annoverandone diverse decine, classificati per dimensioni e caratteristiche.

[11] C. Gessner, Libellus de lacte et operibus lactariis.Cum epistola ad Jacobum Avenium de montium  admiratione, Zurigo 1541

[12] Peletier sottolinea anche la differente disposizione che abitanti e viaggiatori hanno nei confronti dei luoghi: “I savoiardi che l’onesto avvenire / ammonisce quietamente alle fatiche / restando in pace guardano gli stranieri / andare e venire, ciechi ai pericoli / Sono a casa loro, e per restarvi faticano / guardando quelli che, per faticare, restano”. Una rappresentazione icastica di quello che sarà il rapporto tra gli alpigiani e gli alpinisti nel XIX e nel XX secolo.

[13] Il precedente periodo di riscaldamento climatico, tra la metà del XV e la fine del XVI secolo, aveva molto favorito la frequentazione delle Alpi, e di conseguenza il mutamento della loro percezione. Il traffico di viaggiatori era aumentato, imponendo anche il ripristino e la manutenzione di numerose vie di valico, ed erano state riscoperte, ad esempio, località termali già note ai Romani.

[14] In effetti, il vero fondatore della geologia moderna è considerato James Hutton, che pubblica la sua Theory of the Earth nel 1785, ad un secolo dal libro di Burnet. Hutton è fra i primi a comprendere il ruolo fondamentale degli agenti esogeni nel modellamento della superficie terrestre e intuisce il ruolo determinante del fattore tempo in geologia, facendo risalire l’antichità della Terra a molti milioni di anni.

[15] Nicola Stenone, De solido intra solidum naturaliter contento dissertationis prodromus Firenze, 1669. Stenone interpreta correttamente la natura dei fossili come resti di animali vissuti precedentemente, e sulla base dei suoi criteri interpretativi riesce a fornirne anche una scala crono-logica. L’adozione sistematica del principio stratigrafico secondo il quale gli strati geologici sovrapposti rappresentano una successione nel tempo lo porta a conclusioni in grado di rivoluzionare le idee sulla formazione e l’evoluzione della Terra.

[16] Iames Ussher, Annales Veteris Testamenti, a prima mundi origine deducti, 1650

[17] John Woodward, Essai toward a Natural History of the Eart, 1695

[18] I plutonisti, seguaci delle teorie di James Hutton, pensavano che le rocce (basalti e graniti) fossero di origine magmatica, formate cioè da depositi di lava, creati e mescolati da una attività vulcanica e tellurica continuativa. In ciò essi si opponevano ai cosiddetti nettunisti, legati alle teorie di Abraham Gottlob Werner, che ritenevano che le rocce si fossero formate per sedimentazione in un grande oceano che dopo il diluvio aveva ricoperto la terra. Hutton sosteneva che la fuoriuscita del calore terrestre attraverso periodiche eruzioni vulcaniche avesse determinato un innalzamento del suolo; che i successivi processi erosivi avessero ridotto l’altezza dei rilievi e trasportato i detriti in mare; e che per il calore interno della Terra, i sedimenti marini si sarebbero fusi nuovamente e sarebbero stati spinti nuovamente verso l’alto, iniziando in tal modo un nuovo ciclo.

[19] John Woodword, Brief Instructions for making Observations in all Parts of the World, 1696

[20] Carl Nilsson Linneo, Fundamenta botanica et Instructio peregrinatoris, 1736

[21] Joseph  Addison, Remarks on several parts of Italy, 1702

[22] Oggi tradotta in: Eugenio Pesci, La scoperta dei ghiacciai, Torino 2001

[23]Distanti dal vacuo affanno degli affari /e dal fumo delle città, essi vivono in pace / tempra le forze fisiche la loro vita attiva, / ignorano la noia che fa crescere la pancia. / Li desta e ne quieta gli animi il lavoro / che salute e piacere rendono più lieve. / Nelle loro vene scorre sangue sano, non viziato / da veleni ereditari, né viziato dall’ansia …

[24] J.J. Rousseau, Nouvelle Héloïse, 1761, parte I, lett. XIII

[25] Nella voce “Géographie”, vol. VII

[26] La vera natura dei fossili era già stata intuita addirittura nel VI secolo a.C. dai filosofi naturalisti greci (in particolare da Senofane). Successivamente Eratostene aveva dedotto dalla presenza di fossili marini in luoghi lontani dal mare che le linee costiere dovevano essersi spostate col tempo. Nel Medioevo tuttavia era invalsa la teoria che fossero prodotti da una vis plastica intrinseca alla Terra, quasi degli “scherzi della natura”, o al limite che si trattasse dei resti di animali uccisi dal Diluvio universale. L’antica teoria che si trattasse di resti fossilizzati di animali e piante era stata ripresa in Italia da Leonardo da Vinci alla fine del ‘400 e nel XVI secolo da Girolamo Fracastoro.

[27] Honoré Benedict De Saussure, Voyages sur les Alpes, Neuchâtel 1796

[28]Quel cielo così straordinario, quel caos di montagne immani, quelle nubi traforate e sormontate da picchi grigiastri, la neve eterna, il silenzio solenne di quel deserto, l’assenza di qualunque rumore, di qualunque essere vivente, di vegetazione […] tutto si unisce per creare l’illusione di un mondo nuovo, di essere trasportati alle ere primigenie. Per un attimo ho creduto di assistere allo spettacolo della creazione che sorge dal grembo del caos”. (Henriette. d’Angeville, Mon excursion au Mont Blanc, 1838)

[29] Narrati in Travels through the Alps of Savoy, 1843

[30] Cfr. Andrea Zannini, Tonache e piccozze, CDA-Vivalda 2004

[31] Elie Bertrand, Essais sur les usages des montagnes, 1754

[32] Da tener presente anche che a partire dal 1817 sul colle e sulle vette più prossime vengono installate apparecchiature di misurazione meteorologica, i cui dati vengono rilevati e pubblicati dai religiosi dell’ospizio.

[33] Gnifetti nelle Nozioni topografiche del Monte Rosa inserisce una descrizione della Val Sesia che ha tutte le caratteristiche di un depliant pubblicitario. Carrel sulla “Feuille d’annonce d’Aoste”, primo giornale valdostano, scrive: “Viaggiatori che cercate nuovi divertimenti, lasciate la monotonia delle pianure e visitate le alte Alpi”.

[34]   Tra le principali il Grossblochner nel 1800, la Punta Giordani del Rosa e il Breithorn nel 1801, l’Ortles nel 1804, la Jungfrau nel 1811, il Bernina nel 1829. Ultime a cadere sono il Pelmo nel 1857, il Monviso nel 1861 e le Grandes Jorasses nel 1863.

[35] Con la mediazione, però, di personaggi che assommano nella loro vita e nella loro opera tanto l’illuminismo scientifico che il romanticismo: primo tra tutti Goethe. “Monti enormi mi circondavano, abissi mi stavano davanti, torrenti vorticosi rovinavano a valle; sotto di me scrosciavano i fiumi, il bosco e la montagna echeggiavano, ed io vedevo, operanti insieme e creatrici, nelle profondità della terra, tutte le imperscrutabili energie, ed ecco, di sopra alla terra e di sotto al cielo, il brulicar delle generazioni di diversissimi esseri”. (I dolori del giovane Werther)

[36] Percy.B. Shelly, Il Monte Bianco, 1816

[37] La montagna ben rappresenta ciò che Kant identificava nei due volti del sublime, quello matematico che nasce dalla contemplazione della natura immobile, atemporale, dove l’uomo, non la natura, è parte attiva attraverso la propria ragione e morale, e quello derivato dalla forza della natura, ove l’uomo è drammaticamente succube, concezione quest’ultima che ha ispirato intere generazioni di artisti e poeti romantici. La dimensione spirituale, per Kant, nasce attraverso la contemplazione dello spettacolo naturale dove la mente prende coscienza del proprio limite razionale e riconosce la possibilità di una dimensione sovrasensibile.

[38] Ma già Petrarca scriveva: “Per alti monti e selve aspre trovo / qualche riposo: ogni abitato loco / è nemico mortal de gli occhi miei.” (Canzoniere, Di pensier in pensier, di monte in monte)

[39] René de Chateaubriand, Viaggio sul Monte Bianco, 1806

[40] L’atteggiamento di Chateaubriand riflette un più generalizzato atteggiamento francese, se non di indifferenza, di disincanto o di fredda compostezza nei confronti del fascino della montagna. Lo ritroviamo in Stendhal, in George Sand, in Sainte-Beuve, in Victor Hugo.

[41] G.W.F. Hegel, Diario di viaggio sulle Alpi Bernesi, 1797

[42] Inserito nel 1853 nella raccolta di racconti Bunte Steine (Pietre colorate).

[43] Nell’iconografia medioevale la centralità è riservata evidentemente alla figura umana, anche perché si tratta in genere di santi. Lo sfondo montano, che troviamo appunto da Giotto al Beato Angelico a Benozzo Gozzoli, è sommariamente schematizzato in semplici e confuse geometrie. La prima rappresentazione realistica delle Alpi la troviamo in una pala d’altare di Conrad Witz, La pesca miracolosa (del 1444). Nel Rinascimento sono soprattutto i pittori veneti, da Giorgione a Cima da Conegliano, a inserire nel panorama le cime del Cadore o delle Dolomiti, sia pure interpretandole o reinventandole molto liberamente.

[44] Tra le altre cose che Ruskin si porta appresso c’è una certa conoscenza dell’arte cinese. Anche se nell’800 non sono più di moda, le “cineserie” diffuse dal gusto rococò hanno lasciato una traccia nell’arredo delle dimore aristocratiche o altoborghesi e nella fantasia dei giovani che le abitano. “Uomini di cuore”, i romantici sono colpiti, ma anche un po’ inquietati, da rappresentazioni che quasi escludono la presenza umana e che tolgono peso alla montagna, facendola galleggiare costantemente sopra una coltre di nebbie. Gli stessi acquarelli di Turner sembrano debitori di questa leggerezza.

Allo stesso modo, sembra debitrice delle Centoun vedute del monte Fuji, di Hokusai, la rappresentazione ossessiva nelle tele di Cèzanne della montagna di Saint Victoire, unica presenza montana di rilievo nella pittura impressionista, a dispetto della teorizzazione del plein air. La montagna simbolo del Giappone, che ha da sempre mantenuto la sua importanza sacrale, tanto da aver dato vita ad una vera e propria religione delle montagne (lo Shu gen do) ricorre in pratica nell’opera di tutti gli artisti giapponesi, è imprescindibile.

[45]In questo momento sono qui, in quello che io chiamo il giardino dell’Eden. Il luogo più splendido in cui io sia mai stato”.

[46] Quello che Bierstadt fa per Yosemite, testimoniarne al grosso pubblico l’esistenza e la bellezza, e quindi nei limiti del possibile preservare quest’ultima, Thomas Moran, suo contemporaneo e concorrente, lo farà in seguito per Yellowstone.

[47] Julius Evola, Meditazioni delle vette, 1972

[48] Leslie Stephen, The Playground of Europe, 1871

[49] Alphonse Daudet, Tartarin sur les Alpes, 1885

[50]L’alpinismo, così poliedrico, è un elisir magico per salvarci, per ovviare allo storpiamento dovuto alla divisione moderna del lavoro”. (Eugen Guido Lammer, Fontana di giovinezza, 1922)

[51] ibidem

[52] E autore di L’alpinismo e il clero valdostano (1905)

[53] La cima est dell’Elbrus (5.621 m), era già stata scalata per la prima volta nel 1829 da una spedizione russa. I primi alpinisti occidentali a raggiungerla sono gli inglesi A.W. Moore, Charles Comyns Tucker e Douglas Freshfield, nel 1868.

La vetta ovest, la più alta (5642 m),viene scalata per la prima volta nel 1874, da una cordata di quattro inglesi con guida russa.

[54] L’esplorazione dell’Himalaya e del Karakorum ebbe inizio, nel XIX secolo, ad opera di singoli viaggiatori, Tra questi, nella prima metà del secolo possono essere ricordati Thomas Manning (1811-12), i fratelli Alexander, James e Patrick (1812-23), William Moorcroft e George Trebeck (1812-29), J. Baillie Fraser (1814-15), G.Thomas Vigne (1835-38), A. Cunningham (1847) e Richard Strachey (1848).

[55] La vita di Aleister Crowley sarebbe incredibile anche se raccontata in un romanzo. Mago, teosofo, consumatore di droghe in quantità industriali, truffatore, affiliato a società segrete e cacciato per malversazioni, è stato per un certo periodo, una decina d’anni, anche un formidabile arrampicatore. Nel corso della spedizione al K2, quando a 6400 un alpinista viene colpito da edema polmonare Crowley è l’unico a intuire la gravità della situazione e a imporre al resto del-la squadra di ritirarsi e portare il malato a valle. Nel 1905 partecipa ad un’altra spedizione, al Kanchenjunga, che si conclude con la morte di quattro membri, travolti da una valanga. In questa occasione il suo comportamento è opposto, non si muove in soccorso dei colleghi, giustificandosi poi col fatto che sono stati loro a provocare l’incidente, e la sua carriera alpinistica è stroncata con infamia.

[56] In precedenza, nel 1903, Frederick Cook aveva sostenuto di aver scalato per primo il monte, ma si scoprì in seguito che l’affermazione era falsa.

[57] Attraverso la mediazione delle teorie razziali di De Gobineau si arriva al pensiero “ariosofico” di Guido Von List e di Lanz von Liebenfels. Nel 1871 il romanziere britannico Ed¬ward Bul-wer-Lytton, nel suo The Coming Race, descrive una razza superiore (“Vril-ya”) che vive sotto la superficie terrestre e progetta di con¬quistare il mondo con la sua energia psicocinetica (“Vril”). Il francese Louis Jacolliot traduce la fantasia di Lytton in termini pseudo-scientifici nel suo Les Traditions Indo-Européeenes (1876), legando il “Vril” ai popoli della mitica Thule. Un tocco ulteriore viene apportato trent’anni dopo dal nazionalista indiano Tilak, che in The Arctic Home of the Vedas attribuisce ad una migrazione degli abitanti di Thule verso sud la nascita del popolo ariano. L’idea di una razza iperborea superiore finisce per innestarsi in Germania sulla linea del superomismo nietzchiano, creando un cocktail esplosivo di fantasia e pseudoscienza. Molti tedeschi si convincono di essere i discendenti degli Iperborei Ariani, e soprattutto di esse-re destinati a diventare i padroni del mondo. Tra questi il generale Basil Hausofer, futuro sponsor di Hitler, che fonda la sovietà Vril, dedita alla meditazione e alla ricerca delle origini ariane. Da questa scaturisce la Società Thule, fondata con intenti culturali ma presto, nelle mani del barone von Sebottendorf, anti-semita e anti-comunista sfegatato, divenuta organizzazione politica. Da essa ha origine nel 1919 il “Partito dei Lavoratori Tedeschi”, che l’anno successivo avrà alla sua testa Hitler.

[58] Un forte stimolo alle ricerche dell’Ahnenerbe è dato dalle teorie dell’esploratore svedese Sven Hedin, che tra il 1893 e il 1908 compie numerosi viaggi in Tibet, rimanendo affascinato dalla cultura buddista e riscontrando in essa affinità con l’originario spirito germanico.

[59] Prima di quello di Mummery, il libro di alpinismo più famoso fu senza dubbio quello di Edward Whymper, Scalate nelle Alpi (1871), che ebbe una diffusione popolare enorme, aiutata anche dalle numerose conferenze che l’autore tenne nei college e nelle sale pubbliche di tutta l’Inghilterra.

[60] Albert F. Mummery, My climbs in the Alps and Caucasus, 1895

[61] G. Lammer, Jungborn: Bergfahrten und Höhengedanken eines einsamen Pfadsuchers,1922

[62] Julius Kugy, Aus vergangener Zeit, 1943

[63] Julius Kugy, Aus dem Leben eines Bergsteigers (Dalla vita di un alpinista), 1925

[64] Guido Rey lo descrive così: “Piaz non è una guida come le altre: sarei per dire che non è una guida. È l’esponente di una formula nuova di alpinismo, il maestro di tutta questa scuola di arrampicate brevi ma intense che si svolgono sul confine tra il difficile e l’impossibile” (Alpinismo acrobatico).

[65] Così la racconta Guido Rey: “Gli dà ombra una guglia intatta, umanamente inaccessibile? Piaz riesce su una vetta vicina: di lassù, a tradimento, lancia per aria una corda che avvince al collo la superba e, afferrata la corda con piedi e mani, strascinandosi sospeso sulla profonda valle, giunge sulla guglia e le dà un nome. Egli ha compiuto in quel girono una delle più belle follie dell’alpinismo!” (Alpinismo acrobatico)

[66] Il fronte attraversa i gruppi montuosi più elevati delle Alpi orientali, dall’Ortles Cevedale all’Adamello e alla Presanella: scende di quota in val d’Adige,tocca il Pasubio e la zona di Asiago, risale lungo la catena dei Lagorai, distendendosi poi dalla Marmolada sino alle Alpi Carniche.

[67] Come la conquista del passo della Sentinella o gli assalti al monte Cristallo e a Cima Trafoi nel gruppo dell’Ortles, o la presa del Corno di Cavento nell’Adamello, o la conquista, da parte di una pattuglia d’alpini, della Marmolada d’Ombretta (3153 m).

[68]L’impegno alpinistico e sciistico dei militari in montagna si attesta all’interno di quegli esercizi fisici collettivi che si caratterizzano come forme di una esemplare liturgia nazionale. In tal modo appartenenze nazionali e consapevolezze patriottiche si imprimono sul corpo fisico di quegli ufficiali e di quei soldati che superano difficili passaggi su roccia per eseguire ricognizioni e per individuare posizioni tatticamente rilevanti da conquistare e da presidiare. […]

Lo sport si configura come un elemento che contribuisce a definire e a qualificare l’identità delle élites e delle masse tra il tardo Ottocento e il primo Novecento, passando attraverso la fa-se cruciale dal 1914 al 1918. Questo intreccio di ideologia, cultura e corporeità risalta in modo esplicito negli anni del conflitto aperto ma si riflette – almeno nel caso italiano – negli anni del dopoguerra e del fascismo sia sul piano delle percezioni dell’alpinismo che su quello delle sue acquisizioni tecniche ed operative”. (Alessandro Pastore, Alpinismo e storia d’Italia dall’Unità alla Resistenza, 2001)

[69] Alcune di queste salite (Vinatzer in Marmolada, Carlesso alla Trieste, Andrich alla Punta Civetta, Comici alla Grande, Cassin ancora alla Trieste) rappresentarono dal punto di vista dell’arrampicata libera il livello massimo raggiunto, almeno in Dolomiti, fino agli anni ‘70.

[70] Julius Evola, Meditazioni delle vette. La via interiore alla montagna, 1972

[71] La sua formula secondo la quale “l’ontogenesi segue la filogenesi” fornisce un pretesto scientifico alla teoria sulla superiorità della razza ariana. Infatti le etnie prive di determinati caratteri sarebbero su questa base ad uno stadio evolutivo inferiore. A suo parere le differenze sulle “razze” non sono solo legate a caratteristiche fisiche, ma anche alle potenziali capacità intellettive e «la differenza fra la ragione di un Goethe, di un Kant, di un Lamarck o di un Darwin, e quella del selvaggio più basso… è molto maggiore della differenza di grado esistente fra la ragione di quest’ultimo e quella dei mammiferi “più razionali”, le scimmie antropoidi».

[72] Haeckel utilizza il termine “ecologia” nel 1866, definendola come studio dell’economia della natura e delle relazioni degli animali con l’ambiente organico e inorganico.

[73] Dal 1931 Darré dirige l’“Ufficio per la razza e le colonie”, nell’ambito delle SS.

[74] Negli anni venti, comunque, anche in Italia qualcosa comincia a muoversi, grazie soprattutto all’estensione della pratica sciistica amatoriale. Una sensibilità ambientale e una nuova attenzione alla montagna trovano riscontro nel 1923 nella creazione del primo grande parco italiano, il Parco nazionale d’Abruzzo.

[75] Già a metà degli anni venti nasce ad esempio una speciale sezione del Club Alpino, l’ESCAI, dedicata all’escursionismo scolastico.

[76]La prima cosa che si deve curare nell’arrampicamento, è lo stile” (in Alpinismo eroico, p. 138).

[77] Anche nel metodo di allenamento sulle palestre di roccia delle valli piemontesi, Boccalatte è un anticipatore.

[78] Gabriele Boccalatte, Piccole e grandi ore alpine, 1939. Lo stile del suo unico libro è come il suo alpinismo: pulito, onesto, concreto.

[79] Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, 1945

[80] Cervino. (Ascensione sulla via normale), 1911, realizzato da Mario Pazienza, che gira anche nello stesso anno Ascensione al Dente del Gigante. Nel 1913 viene girato da una troupe inglese un altro “Cervino”, che verrà programmato anche nelle sale pubbliche.

[81] Hodler afferma: “La mia particolarità consiste nel combinare monumentalità e leggerezza”. Nelle sue tele sono rappresentate continuamente le cime dell’Eiger, del Mönch e della Jungfrau, irradiate da una luce che è energia luminosa allo stato puro.

[82] Castiglioni muore nel marzo del 1944, a soli trentacinque anni di età, sulle Alpi svizzere. Dopo una prima detenzione in Svizzera con successiva espulsione, viene catturato nuovamente oltre il confine e rischia l’internamento in un campo di prigionia. Riesce a fuggire nella notte, senza pantaloni e senza scarponi, con i ramponi legati ai piedi scalzi. Verrà ritrovato tre mesi dopo, appena oltre il confine, morto congelato.

[83] Vittorio Ratti viene ucciso in uno degli ultimissimi scontri, il 26 aprile 1945.

[84] Gasparotto aveva partecipato nel 1929 ad una delle prime spedizioni italiane nel Caucaso. L’anno precedente insieme a Castiglioni aveva sfiorato la grande impresa, compiendo un serio tentativo alla parete nord delle Grandes Jorasses, Altrettanto pionieristica la spedizione sulle coste orientali della Groenlandia, nel 1934.

[85] Tissi, come Livio Bianco, morirà in montagna, durante una scalata, pochi anni dopo la fine della guerra.

 

In cerca di guai

di Paolo Repetto, 2009

26 maggio 2009. Segnatevelo, perché è rimasto nella storia. Nella mia senz’altro.

Tutto nasce dall’idea di far fare al “progetto montagna” un salto di qualità. È un’iniziativa in corso nel mio istituto già da un paio d’anni, promossa da due insegnanti patiti di alpinismo, ai quali non è sembrato vero trovare finalmente l’interlocutore giusto. Abbiamo realizzato fino ad ora solo uscite giornaliere sui sentieri dei dintorni, alle cime classiche del nostro Appennino, Tobbio, Figne e Punta Martin, e i ragazzi hanno risposto con entusiasmo (a Punta Martin erano centoventi). Questa volta vogliamo portarli invece ad un vero rifugio alpino, e di lì magari, il giorno successivo, ad una vetta facile. La meta, essendoci io di mezzo, è quasi scontata: sarà il Livio Bianco, sopra Valdieri, mentre la vetta potrebbe essere il monte Matto, del gruppo dell’Argentera. Per la gran parte degli allievi, soprattutto per le ragazze, sarà la prima vera notte in montagna e la prima volta sopra i tremila.

Sull’onda del successo delle puntate precedenti abbiamo raccolto un sacco di adesioni: sessanta ragazzi, accompagnati da cinque insegnanti, due maschi e tre femmine, più il sottoscritto.

La faccenda si è però rivelata piuttosto complessa. Il rifugio ufficialmente sino a giugno non apre, e per accogliere settanta persone fuori stagione deve potersi organizzare (legna, cibo, coperte, ecc). In più ci si è messo un inverno insolitamente lungo, per cui abbiamo dovuto spostare la data per ben due volte. Il progetto originario prevedeva l’uscita per il venticinque aprile, approfittando del ponte: ma in val di Gesso c’era ancora un metro di neve e tutto è slittato, prima di venti giorni, poi di un mese. Già questa storia delle date è significativa. Con tutta la nostra esperienza non siamo stati in grado di tener conto delle condizioni invernali della montagna.

Alla fine comunque arriva il gran giorno. Il mattino del 26 maggio nessuno manca all’appello, malgrado il cielo sia nero e le previsioni lascino poche speranze. Durante il viaggio verifico la composizione della truppa e comincio seriamente a preoccupami. Qualcosa forse non ha funzionato nella comunicazione, perché trovo che ne fanno parte ragazzi e ragazze palesemente poco adatti a questa esperienza. Avrei dovuto metterla giù dura io; gli insegnanti, soprattutto i due maschi, sono degli entusiasti, porterebbero in vetta anche un moribondo: le loro colleghe sono piene di buona volontà, ma non hanno alcuna esperienza di queste cose.

Siamo partiti sotto la minaccia della pioggia e all’arrivo a Sant’Anna di Valdieri, tre ore dopo, la minaccia è diventata concreta: acqua a dirotto. Il pullman ci sbarca sotto una tettoia: dovrà tornare a riprenderci domani sera. Dopo un’ora di conciliaboli che non portano a nulla, con gli occhi sempre volti al cielo a cercare un segno di miglioramento che non arriva, troviamo un locale per tenere un’assemblea all’asciutto e decidere sul da farsi. È una colonia estiva, non so bene di chi, che ci viene aperta da una custode mossa a compassione davanti a sessanta pellegrini infreddoliti. Si tratta di decidere alla svelta, per poter eventualmente richiamare il pullman. Il buon senso dovrebbe dettare l’unica soluzione possibile, ma non è facile. Soprattutto, non ho la collaborazione dei due altri presunti responsabili, che sono propensi a tentare il tutto per tutto, confidando in un cambiamento del tempo, e sembra non abbiano timori per le zavorre che ci portiamo appresso. È il secondo errore: in casi come questo le assemblee sono la cosa peggiore cui affidarsi. La responsabilità, morale e penale, ricade tutta su di me, e dovrei essere io ad assumerla, ragionando e decidendo per tutti.

Invece, come temevo, ragazzi e insegnanti sono tutti per provarci, e quindi, terzo errore, obtorto collo decido di assecondarli. Confesso però che anch’io covo ancora la speranza che in giornata le cose si mettano al meglio, e temo che un ulteriore rinvio faccia cadere del tutto la motivazione.

 

Naturalmente le cose volgono subito al peggio. La pioggia si intensifica già a partire dalle prime rampe, il sentiero diventa immediatamente un ritale, si procede con i piedi costantemente nell’acqua e non ci sono scarponi che tengano (per quelli che li hanno: molte delle ragazze, a dispetto di raccomandazioni e circolari scritte e memorandum, si sono presentate alla partenza con scarpette leggere da ginnastica).

I ritmi di marcia sono molto diversi, per cui diventa impossibile tenere sotto controllo il gruppo. Dopo mezz’ora il serpentone si è completamente sfilacciato e i vari pezzi arrancano sul sentiero sempre più distanziati. Non si vede, ma lo si può benissimo immaginare. In testa alcuni ragazzi evidentemente filano come razzi, in coda, soprattutto tra le ragazze, qualcuna appare già stremata. Salgo da ultimo, come le ambulanze, e non smetto di incitarle e consolarle, mentre piove sempre più forte.

Il tutto comincia a somigliare sinistramente alla ritirata di Russia. Solo che non posso nemmeno più decidere di tornare indietro, i cellulari non hanno campo. Intanto, venti metri sotto il sentiero il Gesso si è ingrossato e ruggisce da far paura; ma nemmeno si riesce a vederlo, tanto fitta è la pioggia.

Quando scorgo un paio un paio di ragazze sedute a lato, su un masso sporgente, con l’acqua che ruscella loro addosso, comincio a rendermi conto del guaio in cui ci stiamo cacciando. Carico i loro zaini sopra il mio, le faccio alzare e letteralmente le spingo in avanti. Avevo previsto di salire in tre ore in tutta tranquillità (altro imperdonabile errore di ottimismo, perché il dislivello è superiore ai mille metri), ma ne son già trascorse più di due e non siamo nemmeno ancora a metà. Spero che almeno qualcuno sia già arrivato al rifugio. Nel frattempo ho letteralmente arpionato per un braccio un ragazzo che mi sembrava frastornato (solo dopo ho saputo che ha delle difficoltà, e non solo fisiche) e lo trascino di forza. Nella parte più alta, dove la valle è spoglia e si apre, e il percorso dovrebbe farsi più dolce, la situazione se possibile si aggrava. Quando incontriamo dei ruscelli ingrossati che incrociano il sentiero devo mettermi a valle, l’acqua ai polpacci, per consentire alle ragazze di passare con un minimo di sicurezza.

Poi inizia a tuonare. Si sentono i fulmini scaricare sulle creste attorno, si scorgono i bagliori in mezzo alla cortina d’acqua. Qualcuno cade anche molto vicino, seguito da un boato terrificante. Sembra cerchino i massi erratici sparsi per i pascoli. E grandina. Sarebbe una situazione inquietante anche se fossi solo: con sessanta ragazzi sulle spalle sento il cuore contrarsi e rimpicciolirsi come una testa di daiacco, potrebbe entrare in una scatola di cerini. Nemmeno mi accorgo più dei tre zaini e del rimorchio umano che ho agganciato.

Sotto l’erta finale, a mezzora dal rifugio, decido di lasciare le retrovie e di accelerare. Il povero cristo che mi trascino appresso sembra sempre più un automa: inciampa, perde l’equilibrio, scivola, ma non cade: lo tengo talmente stretto per il braccio che mi confesserà, molto tempo dopo, di aver portato il livido per mesi.

Supero due o tre gruppetti di semiumani fradici e arrivo in cima di volata. Gli altri sono tutti dentro, una cinquantina, stipati attorno all’enorme stufa, giacche e maglie e pantaloni appesi ovunque, a fumare umidità.

Bevo un sorso di una bevanda calda, mi denudo la parte alta del corpo, mi faccio prestare una giacca a vento asciutta dal gestore e mi precipito nuovamente fuori, seguito da uno degli insegnanti. Quando ritrovo le ragazze sembrano non essersi mosse. Una di loro, figlia di una docente dell’istituto, è letteralmente paralizzata dalla paura dei fulmini: non riesce a camminare. Mi carico nuovamente di zaini, dopo averli alleggeriti di mezzo quintale di lattine, e le faccio ripartire, trascinandomi dietro stavolta la studentessa impaurita. Nello stato in cui mi trovo probabilmente le incuto più paura io che non la tempesta, e comunque non le lascio molta scelta. Mezz’ora dopo siamo tutti al rifugio. Facciamo la conta: nessun disperso. Bene o male tutti hanno raccattato qualche indumento di ricambio quasi asciutto, e al calore della stufa fanno sciogliere la tensione. Il resto lo fa la cena. Minestrone caldo e stufato di carne. Al tavolo degli accompagnatori anche un paio di bottiglie di vino.

In attesa del suono della ritirata, mentre gioco a carte con i colleghi, un ragazzo mi apostrofa: “Ma preside, davvero è nuovamente sceso per tirar su le ragazze? Lei è un grande.” È vero: un grande, anzi un grandissimo idiota. A freddo comincio a fare mente locale. È una delle cazzate più grosse che io abbia fatto nella mia vita. Fosse accaduto qualcosa, sempre sperando che non accada domani, avrebbero potuto darmi l’ergastolo per manifesta irresponsabilità e procurata strage. Sarebbe stata una condanna sacrosanta. E comunque, è certo che non sono adatto a gestire situazioni di questo genere, e fossi stato a capo di un reparto nella prima guerra mondiale sarei finito come Kirk Douglas in Orizzonti di gloria. Il cuore non è ancora uscito dalla scatoletta. Naturalmente non mi riesce di prendere sonno, anche perché nelle camerette e camerate attorno va avanti per tutta la notte una gran caciara, e i più casinisti sono proprio i miei insegnanti.

 

Il mattino seguente il tempo non è affatto cambiato, piove solo un po’ meno fitto. Naturalmente di tentare altro non se ne parla, e alle nove siamo pronti per ridiscendere. Con le giacche e le scarpe ancora fradice riprendiamo il sentiero: e di nuovo ci accompagnano la grandine e i fulmini, malgrado sia uscito nascostamente all’alba per recitare le rogazioni (le ricordo ancora: A fulgure et tempestate, libera nos domini …). In discesa però bene o male vanno tutti. Dopo altre tre ore di cuore in gola siamo nuovamente nei locali della colonia, in attesa che il pullman venga a riprenderci. La custode comincia ad essere seccata, mi guarda scuotendo la testa e sembra pensare: ma questo, da dove esce. Sono esausto, quasi non riesco a credere che sia andato tutto liscio (insomma!), e quando un paio di ragazze vengono a dirmi di aver lasciato il beauty al rifugio o di aver perso il berrettino sul sentiero le mando allegramente a stendere.

Nel primo pomeriggio finalmente si riparte. Una sosta per mettere qualcosa sotto i denti, e alle sei siamo a casa. I genitori, allertati, sono tutti davanti alla scuola: sembrano aspettare il ritorno dei superstiti di un naufragio (in effetti, un po’ così lo è). Poi capiamo: veniamo a sapere che il giorno precedente nella Val di Gesso e in quelle vicine, in pratica in quasi tutto il cuneese, si è verificata una vera e propria alluvione, che ha provocato persino tre morti. “Davvero!? – diciamo – Non ce ne siamo accorti.”

Tre giorni dopo incontro a scuola la madre della ragazza andata in panico durante la salita. Le chiedo come sta la figlia. Risposta: “Mi ha detto di non aver mai fatto tanta fatica, di non aver mai provato tanta paura, di non essersi mai divertita tanto! Ricorderà quest’avventura per tutta la vita”. Anch’io, garantito.

 

p.s. Per la cronaca. Al contrario dell’autostima, il mio cuore sembra non aver subito danni permanenti. Nemmeno il cervello: però non credo più nelle rogazioni. Nessuno dei genitori ci ha denunciati. Nessuno dei ragazzi ha accusato il benché minimo raffreddore. Quest’ultima cosa ci ha lasciati stupefatti. Ma forse la spiegazione è arrivata una settimana dopo, assieme ad una fattura del gestore del rifugio per dodici bottiglie di vino non comprese nel prezzo, ordinate direttamente e nascostamente dai ragazzi, e naturalmente non pagate.

Avevano in corpo l’antigelo.

Humboldt controcorrente

di Paolo Repetto, dicembre 2006

Queste pagine nascono da una conferenza tenuta nel maggio 2005 agli studenti del corso di Storia della Scienza dell’Università di Genova. Il testo originale è stato successivamente ampliato e corredato di note, ma la sostanza e il tono dell’approccio sono rimasti invariati.

 A che sopportare tanto: insetti, liane, pioggia, umidità
e gli scontenti sguardi degli indiani?
Non per via dello stagno, della iuta,
del rame, del caucciù. Lui era un sano,
che inconsapevolmente con sé trascinava la malattia,
un disinteressato ambasciatore del saccheggio, un mero corriere
che non capiva di essere venuto ad annunciare la distruzione
di tutto ciò che nei suoi “Ritratti della natura”,
fino all’età di novant’anni,
appassionatamente dipinse.
da Mausoleum. Trentasette ballate dalla storia del progresso
di H. M. Enzesberger

 

Humboldt? Chi era costui?

Digitando su qualsiasi motore di ricerca solo “Humboldt”, o “von Humboldt”, compare in genere sul monitor il viso affilato e spirituale di Wilhelm, illustre filologo e filosofo, precursore dello studio linguistico descrittivo e della fonosemantica, che però con la nostra storia ha a che vedere solo marginalmente. Per conoscere il volto di Alexander, che è il fratello minore e quello che a noi interessa, è invece necessario precisare anche il nome[1]. E non è solo una questione di precedenza anagrafica.

Dirò di più. Se aveste cercato vent’anni fa, quando Internet ancora non esisteva, sulla migliore delle enciclopedie, vi sarebbe andata peggio. Su Alexander von Humboldt avreste trovato quasi nulla. Spesso era citato solo come fratello di Wilhelm. Nei manuali scolastici di Filosofia accade ancora oggi.

Se invece non avete mai fatto nulla di tutto questo, e quindi l’oggetto del nostro incontro vi è perfettamente sconosciuto, non sentitevi in imbarazzo. Siete in buona compagnia. La “Humboldt-Renaissance”, che pure in questi ultimi anni c’è stata, non ne ha fatto un personaggio popolare, e non solo da noi, ma nemmeno in patria.

Posso testimoniarlo con un aneddoto personale. Diversi anni fa, reduce da una camminata nella Foresta Nera che terminava sul lago di Costanza – tra parentesi: la Foresta Nera è un enorme falso, è stata per la gran parte ripiantata verso la fine dell’800, ma vale comunque la pena. E poi, si cammina sui passi di Nietzsche! –, mi sono ritrovato in quella splendida città con qualche spicciolo in tasca e mezza giornata libera. Ho deciso di dedicare gli uni e l’altra alla ricerca di opere di Humboldt in lingua originale (non conosco il tedesco, ma all’epoca ancora mi ripromettevo di impararlo). La mia mania per il grande viaggiatore durava già da un pezzo, ma era difficilissimo procurarsi le sue opere. In Italia poi risultava praticamente inedito.

Mi presento dunque a un libraio, in quella che mi sembra una libreria ben fornita , e chiedo in francese se ha per caso qualche scritto di Alexander von Humboldt. Capita allora una cosa stranissima, mai successa prima – frequento librerie ormai da mezzo secolo – e che non si è mai più ripetuta. Il libraio si commuove. Come pronuncio quel nome mi fissa con occhi improvvisamente lucidi e mormora, tra il commosso e il mortificato: «Sono almeno vent’anni che non sento richiedere un’opera di Humboldt, e deve essere un francese a cercarla!». Preciso che sono italiano e la sorpresa e la commozione aumentano: quasi mi abbraccia! Mi spiega poi con un po’ di imbarazzo di non avere nulla e dubita persino che potrò trovare qualcosa, perché a sua memoria non ci sono riedizioni recenti dell’opera di Alexander. Uno dei più grandi uomini della cultura tedesca, completamente cancellato. Vorrei farmi spiegare il perché, ma il francese di entrambi non promette una gran conversazione.

Per la cronaca, non è poi andata come temeva il libraio sentimentale. Rovistando per librerie antiquarie e dell’usato mi sono imbattuto addirittura in una prima edizione del secondo volume del Kosmos, quella tedesca del 1847, affogata in un cestone in mezzo a un po’ di tutto. L’ho portata via per dieci marchi, cinque euro di oggi. Il che in parte confermava quanto il mio amico libraio aveva detto: Humboldt si trovava solo tra i libri vecchi, e per di più svenduto.

 

Ma ora chiudo la parentesi personale: il perché della damnatio memoriae nei confronti di Humboldt avremo modo di indagarlo in seguito. Torniamo invece al nostro personaggio: e qui confesso di provare un po’ di soggezione.

Humboldt è infatti un uomo che nel corso della sua vita ha conosciuto Federico il Grande, Napoleone, Metternich, Jefferson, Madison, Nicola I, Pitt, Hamilton, Simon Bolivar, Luigi Filippo e Bismark tra i politici, e poi Goethe, Herder, Schiller, Cuvier, Laplace, Gay Lussac, Forster, Beethoven, Walter Scott, Arago, Agassiz, Mutis e una infinità di altri letterati, artisti e uomini di scienza. Non solo li ha conosciuti, li ha anche affascinati, sbalorditi con l’ampiezza e la profondità della sua cultura, e potrei citare decine di giudizi entusiasti.

A Humboldt sono dedicati, soltanto negli USA, i nomi di ben otto città, e poi in tutto il mondo baie, catene, monti, ghiacciai, fiumi, saline, parchi, depressioni, un’importantissima corrente oceanica e persino un mare sulla Luna.

È uno che a trent’anni ha percorso quindicimila chilometri in cinque anni nell’America del Sud, del Centro e del Nord, e a sessant’anni altri quindicimila (in sei mesi) tra Siberia e Asia Centrale. Che a sessantaquattro anni ha iniziato a scrivere quel Kosmos che doveva essere l’opera della sua vita e l’ha portata a termine a novanta, venti giorni prima di morire.

Humboldt è nato nello stesso anno di Napoleone ed è morto in quello in cui Darwin pubblicava L’origine della specie: nel frattempo ha conosciuto tutti, ha visto tutto e si è occupato di quasi tutto, scrivendo decine di volumi e decine di migliaia di lettere. È evidente che non basteranno una cinquantina di pagine a rendere un po’ di giustizia a uno che ha vissuto fino a novant’anni, e in quella maniera. A me importa però farlo almeno conoscere. A creargli attorno la dovuta curiosità spero provvedano la sua stessa incredibile biografia e l’eccezionalità delle sue opere[2].

Un’infanzia poco brillante

Il nostro Alexander nasce a Berlino nel 1769, secondogenito di una famiglia appartenente alla migliore nobiltà prussiana (gli Junker). Il padre, Georg, è un brillante ufficiale, innalzato da Federico II ad alte cariche di corte per meriti sia militari che intellettuali; la madre, Marie Elisabeth von Colomb, proviene da una famiglia calvinista benestante di origine francese. Il fratello maggiore, Wilhelm, era nato due anni prima.

Gli Humboldt vivono nel castello di Tegel, a pochi chilometri da Berlino: la loro dimora è frequentata dai personaggi più illustri del giovane stato prussiano, a partire dall’erede al trono, e da letterati famosi come Goethe. Georg è un infatti un uomo espansivo e gioviale, culturalmente molto aperto e curioso, al contrario della moglie che ha un carattere duro e freddo. L’infanzia di Alexander e il salotto degli Humboldt si chiudono però bruscamente nel 1779, quando il padre muore all’improvviso. Il ragazzino, che è già piuttosto chiuso e malinconico di suo, si ritrova a convivere a soli dieci anni con una madre bigotta e austera, poco incline all’affetto e convinta che sotto sotto il secondogenito sia un po’ ritardato. La vita nel castello di Tegel diventa ben tetra, tanto che Alexander lo ricorderà per sempre come il «castello della noia».

Come nel caso di Leopardi, il gelo della genitrice cementa il sodalizio tra i due fratelli, in uno strano miscuglio di attaccamento e competizione da parte di Alexander e di preoccupato affetto da parte di Wilhelm. L’imbarazzo che comunque trapela dietro questo rapporto, sincero ma sempre un po’ elusivo, si trasferirà successivamente anche a quello con la moglie di Wilhelm, nei confronti della quale peraltro Alexander svilupperà una devozione fraterna. La difficoltà nel coltivare relazioni normali, a dispetto della sua generosità e disponibilità, sarà il destino di Alexander per tutta la vita, e peserà su di lui anche dopo la morte.

L’opinione della madre non era del tutto infondata, almeno dal suo punto di vista. A sentire il fratello pare che Alexander avesse una memoria prodigiosa e una volontà di ferro, ma non fosse particolarmente veloce nell’apprendere. Lui stesso ammette di essersi intellettualmente «sviluppato infinitamente più tardi di mio fratello Wilhelm – e di – aver incontrato vere difficoltà per assimilare anche le nozioni più semplici». C’entrano probabilmente le carenze affettive, forse anche la sindrome del fratello minore, oltre ad altri problemi che vedremo. Qualcosa di inquietante, comunque, in questo ragazzino che disegna animali sui muri e colleziona insetti e minerali, per una madre fredda, e per di più ugonotta, oggettivamente c’è.

Oggi lo si definirebbe diversamente abile, e nel suo caso nessuna definizione potrebbe risultare più vera: pur apprendendo con fatica, Alexander lo fa organizzando perfettamente tutto quello che immagazzina. La sua lentezza, come accadde per John Franklin[3], diventa una forza e col passare del tempo sarà vinta da una volontà e da una capacità di concentrazione eccezionali.

Ancor più, però, l’inquietudine materna è probabilmente legata alla natura particolare della sensualità di Alexander, alla sua “diversità”, controllata e blindata dal rigido cerimoniale prussiano, ma non abbastanza da sfuggire alla pur fredda attenzione di una calvinista. La voglia di evasione e il desiderio del viaggio nasceranno in Alexander proprio dalla necessità di uscire dal clima soffocante dell’ambiente familiare e in generale di quello prussiano. Appena fuori dalla Germania, e soprattutto in Francia, sente di poter respirare più liberamente. A questo secondo aspetto della sua personalità va ricondotto l’imbarazzo discreto ma evidente del fratello e della cognata.

Tornando invece alle difficoltà, è da tenere presente che da subito Alexander si trova a condividere con Wilhelm i precettori, scelti tra il fior fiore dell’intelligencija tedesca del tempo. Segue quindi lezioni concepite per un allievo di due anni più anziano (e si parla degli anni dell’adolescenza), oltre che già speciale e avanti di suo. Non meraviglia che possa incontrare qualche difficoltà a stare al passo.

I precettori saranno fondamentali nel destino degli Humboldt. Il primo, Joachim Heinrich Campe, è un giovane imbevuto dello spirito francese dei Lumi, destinato a diventare uno dei fondatori della moderna pedagogia. Ha scritto una Storia della scoperta dell’America per i ragazzi e fa leggere ai due fratelli cose tipo Il giovane Robinson, che lasciano una traccia indelebile soprattutto nell’animo di Alexander e ne segneranno il destino.

Il secondo, Christian Kunth, è anch’egli un brillante studioso figlio dell’Illuminismo. È meno avvincente di Campe (noiosissimo – racconterà in seguito Wilhelm –; le sue lezioni di storia facevano nascere il desiderio di essere Adamo, vissuto quando la storia in pratica non era iniziata), ma è dotato di solide basi classiche che trasmette agli allievi. Dopo la morte di Georg costituirà per i fratelli Humboldt il riferimento “familiare” più importante e si trasferirà con loro a Berlino, quando verrà il momento di frequentare l’ambiente universitario.

Tengono inoltre corsi specifici per loro, o per un gruppo ristretto del quale essi fanno parte, Johann Jacob Engel, diffusore e volgarizzatore delle idee dei Lumi, e Christian Wilhelm Dohm, filosofo, storico e statista, che trasmette loro le nozioni fondamentali dell’economia politica e della geografia. Tutto questo avviene quando Alexander non ha ancora compiuti i sedici anni.

A diciassette lo troviamo già introdotto negli ambienti culturali berlinesi che davvero contano; non quelli tradizionali, legati a una nobiltà sclerotica, ma quelli vivacissimi ruotanti attorno all’intelligencija ebraica, che presso i principi tedeschi gode di grande prestigio e di una ufficiosa emancipazione.

A Berlino ci sono in questo periodo Moses Mendelssohn e soprattutto Marcus Herz, la cui giovane e bellissima moglie Henriette anima un cenacolo frequentato dalle menti più brillanti dell’epoca[4]. Il rapporto tra Alexander e Henriette è subito “speciale”: i due entrano in una tale intimità da scambiarsi lettere in ebraico, almeno per quel poco che Henrietta apprende da Alexander. Ma Alexander è anche l’unico che, pur sentendosi lusingato per tale dimostrazione di amicizia, non le fa una corte spietata. Nemmeno vuole entrare in quella lega per la virtù che il fratello ha fondato proprio con Henriette, e che vorrebbe riproporre gli ideali dell’antica cavalleria. È molto geloso del suo status privilegiato di “confidente”.

Al di là della natura del rapporto con Henriette, basato su quella speciale sintonia che può nascere solo quando non vi siano implicazioni sentimentali, è da sottolineare come la frequentazione dell’ambiente ebraico da parte di Alexander, a differenza di quanto accade per quasi tutti gli intellettuali suoi contemporanei, sia senza riserve. Pare anzi che egli trovi una motivazione ulteriore alla sua amicizia nella rottura del tabù, nel riconoscimento di una scala di valori depurata di ogni pregiudizio razziale, di ogni sospetto o rifiuto nei confronti della diversità, e fondata solo su parametri intellettuali. Che è in fondo un modo per chiedere a sé e agli altri rispetto e accettazione anche per la diversità propria.

Anni di formazione

Dopo un semestre all’università di Francoforte sull’Oder (1787), dove la madre lo vorrebbe impegnato in studi amministrativi e giuridici, e dove stringe una delle amicizie più importanti della sua vita, quella con Wilhelm Gabriel Wegener, Alexander torna per un anno a Berlino. Qui legge Kant ma soprattutto si avvicina alle opere del naturalista Carl Ludwig Willdenow. Il rapporto con quest’ultimo lo rafforza definitivamente nella scelta di dedicarsi agli studi scientifici, scelta che già era largamente presagibile per l’interesse manifestato sin da ragazzino per ogni aspetto della natura.

Finalmente nel 1789, a vent’anni, raggiunge il fratello a Gottinga, fiore all’occhiello delle cittadelle universitarie tedesche, soprattutto in ragione dell’apertura all’influenza inglese (siamo nell’Hannover ed esiste un legame dinastico di questa regione con la monarchia inglese).

Gottinga è all’epoca davvero un crocevia internazionale. Oltre ad essere il centro dell’illuminismo scientifico tedesco, dove insegnano personaggi come Georg Christoph Lichtemberg per la fisica, Johann Friedrich Blumenbach per le scienze naturali e Christian Gottlob Heyne per l’archeologia, è anche aperta a moltissimi studenti provenienti da altri paesi europei, o agli studiosi inglesi, francesi o italiani più innovatori, invitati a tenere corsi o seminari (Alessandro Volta è tra questi). Ciò ne fa uno spazio privilegiato del confronto di idee e della libertà di pensiero, che gli studenti traducono anche in prassi quotidiana.

Non è un caso che proprio a Gottinga fiorisca nei primi anni novanta un nutrito gruppo di sostenitori della Rivoluzione francese. La frequentazione e la prossimità con la cultura inglese determinano d’altro canto nell’ambiente universitario una spiccata connotazione empiristica, a differenza di quanto accade negli altri atenei tedeschi, piuttosto influenzati invece dal razionalismo francese. Alexander fa propria questa mentalità, e soprattutto dà un taglio ai condizionamenti della madre, procurandole l’ennesima delusione e inverando le sue pessimistiche aspettative: si butta, infatti, anima e corpo nelle discipline che davvero lo interessano, quelle legate alle scienze naturali.

Nello stesso anno, dopo un’escursione lungo il Reno, scrive un trattato sulle rocce basaltiche[5] che gli procura le credenziali per frequentare alla pari i protagonisti del rinascimento scientifico tedesco.

Humboldt si è trovato, in effetti, a bazzicare una delle società culturalmente più vivaci del suo tempo. Dal suo punto di vista la cultura tedesca di fine Settecento era molto arretrata rispetto a quella inglese e a quella francese, e non mancò di rimarcarlo in ogni occasione. Ma questo riguardava in realtà solo lo stato dell’insegnamento scientifico: per il resto è sufficiente tenere presente che questo è il periodo di Kant, di Hegel, di Fiche, di Schelling e di Herder.

A Gottinga Alexander ha soprattutto l’occasione di conoscere Georg Adam Forster, genero del docente di archeologia classica Heyne. Quello con Forster è uno degli incontri chiave della sua vita. Il giovane naturalista aveva seguito dal 1772 al 1775 il padre, aggregato come botanico alla seconda spedizione di James Cook. Al ritorno aveva pubblicato, battendo sul tempo lo stesso Cook e suscitando le ire dell’ammiragliato inglese, una relazione scientifico-narrativa del viaggio, che aveva ottenuto una strepitoso successo di pubblico e ne aveva fatto il modello e l’eroe di una intera generazione, soprattutto tedesca[6]. Foster, nutrito di idee illuministiche, diverrà successivamente un paladino della tolleranza religiosa e delle libertà individuali. Con lui il giovane Humboldt si reca tra il 1789 e il 1790 in Olanda, Inghilterra e Francia. A Londra incontra il famoso scienziato e botanico Joseph Banks, anch’egli già viaggiatore al seguito di Cook e all’epoca presidente della Royal Society, oltre che fondatore del Giardino botanico. A Parigi è invece spettatore delle primissime fasi della Rivoluzione e da questa esperienza ricava una forte impressione di libertà e di eguaglianza, destinata a segnarlo per tutta la vita.

I primi viaggi

Rientrato in Germania, desideroso di ampliare le proprie conoscenze naturalistiche ma anche di mettere a frutto quelle che già possiede, si iscrive all’Accademia mineraria di Freiberg, Qui nell’anno 1790-1791 segue i corsi del noto mineralogista Abraham Gottlob Werner[7] ma si dedica anche a studi sul magnetismo terrestre e fa tesoro degli insegnamenti pratici di analisi del territorio impartiti da Carl Freiesleben.

Contemporaneamente avvia una serie di esperimenti di fisiologia, elettrologia e chimica. Ad attirarlo è comunque soprattutto la botanica, che decide da subito di studiare da un punto di vista inedito e di grande originalità, quello delle associazioni vegetali e delle loro variazioni in base al clima, all’altitudine, alla latitudine e all’attività delle società umane.

Le frequenti discese in miniera che fanno parte del corso pratico gli consentono di osservare con particolare interesse la flora sotterranea e di descriverla[8]. Sta già avviandosi così lungo quel cammino che lo porterà a fondare, al ritorno dal viaggio americano, la nuova disciplina della geografia botanica o fitogeografia e a segnare il passaggio da una geografia intesa a descrivere la natura a una geografia intesa a spiegarla.

Appena terminato il corso, Alexander viene assunto nel Dipartimento minerario prussiano e lì si fa immediatamente notare per la competenza e per lo slancio che mette nel suo lavoro. Dopo soli sei mesi viene nominato direttore delle miniere di Franconia (1793) e comincia a spostarsi per lavoro non solo in Germania, ma in Polonia, nelle regioni baltiche, in Austria. Viaggia poi lungo il Reno, nel Brabante, e nella seconda metà del 1795 nella parte settentrionale della penisola italiana e in Savoia (si reca anche a Como per conoscere personalmente Alessandro Volta, al quale espone le proprie idee sull’elettro-magnetismo e dal quale viene incoraggiato)[9]. Sempre nello stesso anno è in Svizzera, dove incontra Horace-Bénédict de Saussure, il grande esploratore e scalatore delle Alpi.

Mi dilungo su questi particolari, soprattutto sull’incredibile rete di rapporti che il giovane Humboldt tesse già in questi anni, non per pedanteria, ma per sottolineare da un lato la poliedricità del personaggio, che si occupa attivamente di tutto, dall’altro l’estrema facilità di incontro e di scambio esistente all’epoca, a dispetto delle difficoltà e della lentezza delle comunicazioni.

Voglio spendere anche due parole sul tipo di attività svolta come sovrintendente alle miniere. Anziché intascare la sua prebenda e darsi ai salotti cittadini, Alexander prende molto sul serio il suo lavoro. Continua a scendere con estrema frequenza in miniera, come da studente, e si preoccupa della messa in sicurezza delle gallerie. Arriva a inventare personalmente quattro tipi di lampade di sicurezza e una rudimentale maschera antigas, ma soprattutto fonda la Libera Scuola Mineraria Reale, una scuola tecnica per i minatori, non obbligatoria e aperta a tutti, finanziata con le proprie tasche. Soprattutto, crea l’abbozzo di una sorta di sistema mutualistico o assicurativo per i minatori.

Il nostro ha però altro per la testa: tutto questo lavoro e tutti questi studi costituiscono per lui solo un tirocinio preparatorio per mettere mano al progetto della sua vita. Quando alla fine del 1796 muore la madre, Alexander eredita una discreta fortuna e si sente finalmente libero di abbandonare il servizio statale per dedicarsi esclusivamente agli studi naturalistici e all’ideazione di un grande viaggio, da compiere naturalmente a proprie spese, nelle zone tropicali della terra.

È la svolta della sua vita. Dà le dimissioni, respingendo con cortesia ma con altrettanta fermezza i tentativi dell’amministrazione di trattenerlo anche con l’offerta di eccezionali condizioni di autonomia, e si reca nell’estate del 1797 a Jena, presso il fratello, dove trascorre un periodo di intensi contatti con Goethe e Schiller. Dei due condivide la visione della natura come complesso unitario e dinamico, ma ha poi idee tutte sue per quanto concerne le modalità della conoscenza naturalistica e la metodologia di studio che è, principalmente, quella di una immersione totale e di una “comprensione” globale.

Con perfetta coerenza, alla fine del 1797 compie ancora un’escursione scientifica nelle alpi tirolesi, per tenere allenati la gamba e l’occhio. Stavolta è in compagnia di un vecchio compagno dell’accademia mineraria, il geologo Leopold von Buch, col quale sembra divertirsi un mondo. Scrive di lui:

È come se arrivasse dalla luna. Negli incontri di società è un disastro, fa le cose più strane. Entra in una casa e comincia a ispezionare pareti e suppellettili, ignorando praticamente gli attoniti abitanti. Ma è un vero pozzo di scienza”.

Il viaggio è ormai il chiodo fisso: la Prussia e la stessa Europa gli vanno strette, anche se non ha ancora ben chiaro cosa intende davvero fare. Tra il 1797 e il 1799 le mete dei suoi progetti cambiano più volte, condizionate dalla situazione politica e dagli inconvenienti più incredibili. In un primo momento pensa all’India e soprattutto alla regione himalayana; poi viene invitato ad aggregarsi a una spedizione che dovrebbe risalire il Nilo, organizzata da un eccentrico inglese. Si reca, infatti, a Parigi, giusto in tempo per sapere che l’inglese è stato imprigionato.

Nella capitale francese si è nel frattempo trasferito con un ruolo di rappresentanza politica il fratello Wilhelm e questo aiuta Alexander a entrare in contatto con i massimi scienziati francesi dell’epoca. Non solo viene accolto, ma nel giro di breve tempo diventa popolare nell’ambiente scientifico, per la solidità delle conoscenze ma più ancora per l’entusiasmo e per l’incredibile versatilità. Sono personaggi del calibro di Cuvier, di Saint-Hilaire, di Laplace, di Lamarck: e a questi va aggiunto Bougainville, che sta facendo progetti per una nuova spedizione attorno al mondo, ed invita Alexander ad aggregarsi.

Anche quando Bougainville viene giubilato e la spedizione è affidata ad un altro navigatore, Nicolas Baudin, l’invito rimane valido. Alexander questa volta è davvero convinto che sia fatta. Nel frattempo ha incontrato un altro dei membri della spedizione, il botanico e pittore Aimé Bonpland arruolato come medico di bordo, e ha stretto amicizia con lui.

Esasperati da un ennesimo rinvio, i due decidono di ripiegare sull’Egitto, dove è in pieno svolgimento la campagna napoleonica. Lasciano Parigi per dirigersi a Marsiglia, sperando di raggiungere l’armata con un passaggio navale in Algeria e con una traversata terrestre nordafricana. Anche questa però va buca. La flotta inglese incrocia nel Mediterraneo, e dai porti francesi non si salpa. È necessario spostare nuovamente l’obiettivo. E questa volta è davvero deciso, si va nelle Americhe, partendo dalla Spagna. In oltre due mesi di cammino a piedi, nell’inverno del 1799, i due compari si spostano da Marsiglia a Madrid, arrivando nella capitale spagnola alla fine di febbraio.

I tentativi fatti in questo periodo da Alexander per arrivare a una meta sembrano gli assalti di una squadra di rugby. Prova da tutte le parti, si infila in tutti i varchi, cozza ogni volta contro la difesa dell’imprevisto, della politica, ma non demorde. E alla fine trova la strada per la meta.

A Madrid Alexander mette subito in campo la sua intraprendenza e le sue conoscenze, arriva a far conoscere negli ambienti di corte le sue competenze e tocca i tasti giusti per ottenere un permesso di imbarco e di viaggio nelle Americhe spagnole.

Il viaggio è reso, infatti, possibile dall’interesse e dal supporto del ministro Raphael d’Urquijo, che decide di sfruttare l’entusiasmo e le indubbie capacità del naturalista prussiano per meglio conoscere i possedimenti d’oltremare, con particolare riguardo alla situazione idrografica del Rio delle Amazzoni, dell’Orinoco, del Casiquiare e del Rio Negro. Si tratterà per Humboldt e Bonpland di ampliare, completare e approfondire le conoscenze esistenti, compilando tabelle di latitudine, misurando le altezze delle montagne, rilevando le formazioni geologiche, stabilendo le sorgenti dei fiumi e fissandone il corso, raccogliendo ovunque dati meteorologici e astronomici, e inoltre campioni di rocce, piante, semi, frutti e animali da inviare in Europa – presso le grandi istituzioni scientifiche di Parigi – per analizzarli, studiarli, confrontarli e ordinarli. Unica condizione: tenersi lontani dalle fortificazioni militari, sia nei porti che nell’entroterra, e non occuparsi di problemi politici.

Alle regioni equinoziali

I due salpano finalmente il 5 giugno da La Coruña, diretti in Venezuela, a bordo del brigantino Pizarro. Si portano appresso un ingombrante armamentario di strumenti geodetici, magnetici e astronomici.

La dotazione appare in bella mostra nel dipinto forse più famoso relativo alla spedizione, quello di Eduard Ender che ritrae i due esploratori al campo. Comprende due barometri, un ipsometro, un teodolite, un sestante a specchio con un orizzonte artificiale, un sestante tascabile pieghevole, un ago declinatorio, un igrometro a capello, un eudiometro, una bottiglia di Leida, un cianometro e due orologi, due telescopi e diversi termometri che li seguiranno lungo gli oltre quindicimila chilometri percorsi nel Nuovo Mondo. Humboldt dà un’enorme importanza agli strumenti. È stato lui a sceglierli personalmente, facendoli arrivare da Parigi e da Londra, e sarà lui, nel corso di tutta la spedizione, a curarne la taratura e la manutenzione. Humboldt però non è un feticista della strumentazione scientifica. Quando, molti anni dopo, altri giovani scienziati esploratori cercheranno di ripercorrere il suo cammino, sarà ben lieto di farne loro dono e di istruirli personalmente sul loro uso, ritenendo, a giusta ragione, che per essere comparabili misurazioni e osservazioni dovessero essere eseguite con gli stessi strumenti, ancorché ormai obsoleti.

Alexander ha ormai idee chiare sullo scopo da dare al suo viaggio: trarne la maggior quantità possibile di conoscenze nel maggior numero di campi di osservazione, e desumerne una sintesi interpretativa “globale”. Come scrive all’amico geologo Freiesleben, non si limiterà alla raccolta di piante e fossili e allo studio dell’astronomia, ma cercherà di cogliere lo schema di interazione reciproca delle forze naturali e di scoprire l’influenza dell’ambiente geografico sugli animali e sulle piante. Di svelare, insomma, «elementi sull’armonia della natura».

Sono indubbiamente idee ambiziose nello stile del personaggio, ma sono anche sorrette dalla consapevolezza di possedere ormai una solida preparazione concettuale e di aver maturato una cospicua esperienza sul campo, oltre che da un entusiasmo fuori del comune. Questo farà di Humboldt il prototipo dell’esploratore poliedrico, capace non solo di percorrere gli spazi, ma di coglierne e ogni aspetto e ogni peculiarità.

Già al primo scalo, effettuato dalla Pizarro alle Canarie dopo una decina di giorni di navigazione, esplode la febbre dell’esplorazione. Nel breve periodo di permanenza a Tenerife i due naturalisti effettuano ricerche climatologiche, correggono altimetrie e coordinate di posizione, e soprattutto salgono sul cratere del Pico del Teide (3718 metri). Lì Humboldt ha l’intuizione che darà vita in seguito alla fitogeografia. Guardando dalla sommità del cratere, dopo essere sceso all’interno e aver effettuato tutte le rilevazioni di rito, coglie le linee di distribuzione della vegetazione e le trascrive mentalmente sulla carta. Nel corso del viaggio applicherà questa lettura innovativa alle montagne della catena andina, ma il Pico del Teide rimarrà, anche nelle carte prodotte al ritorno, il modello esemplificativo per eccellenza.

Ripartiti da Tenerife, dopo una traversata durata ventidue giorni approdano, il 16 luglio 1799, a Cumaná, in Venezuela, è la prima tappa nel nuovo mondo. I due sembrano bambini capitati improvvisamente nel modo dei balocchi. Humboldt descrive magistralmente la sensazione di chi è attratto da mille cose e quasi non sa scegliere da dove cominciare. Scrive al fratello:

Siamo finalmente qui, nel paese più divino e meraviglioso. Ci sono piante straordinarie, anguille elettriche, tigri, scimmie, pappagalli e molti, moltissimi indigeni puri, mezzi selvaggi, una razza di uomini molto bella e molto interessante. Ci aggiriamo fino ad ora come dei pazzi. Bonpland assicura che perderà la testa se le meraviglie non cesseranno presto. Io sento che qui sarò felice”.

Si dedicano durante il giorno a botanizzare, scoprendo subito una miriade di piante sconosciute o almeno mai descritte o classificate, rilevano, misurano, e poi la notte si perdono davanti a una volta celeste incredibilmente ricca di astri e costellazioni sconosciute. Proprio come bambini arrivano a cascare dal sonno, a dormire come ghiri malgrado la temperatura e gli insetti, pronti a ripartire il giorno successivo. Questo entusiasmo li accompagnerà per tutto il resto del viaggio, anche quando si saranno abituati alle nuove latitudini e longitudini; accompagnerà soprattutto Humboldt, perché Bonpland qualche distrazione o qualche momento di stanchezza ogni tanto se li concederà. Alexander, mai.

Per circa quattro mesi fanno la spola tra la costa e l’interno, determinando altimetrie, coordinate e ridisegnando in pratica la mappa della regione. Ma ogni occasione è buona per un exploit scientifico. La notte fra l’11 e il 12 novembre, ad esempio, osservano uno sciame di meteoriti delle Leonidi: la descrizione che Humboldt ne fa pone le basi per il successivo riconoscimento della periodicità di tali eventi. Alla fine di novembre, ormai completamente acclimatati, lasciano Cumaná per dirigersi a Caracas. Bonpland viaggia a piedi, per proseguire le sue ricerche botaniche, Humboldt lo precede via mare per curare le relazioni con le autorità spagnole. Ha, infatti, cominciato a concepire quella che sarà l’impresa esplorativa per eccellenza del viaggio, la risalita del corso dell’Orinoco, motivata ufficialmente dalla ricerca del Casiquiare, un canale naturale che dovrebbe collegare l’Orinoco stesso al Rio Negro, affluente del Rio delle Amazzoni.

Ottenute le autorizzazioni, nel febbraio 1800 abbandonano la costa e risalendo l’Apure si inoltrano nel bacino dell’Orinoco. In quattro mesi percorrono, a bordo di una piroga di dodici metri per uno, 2.800 chilometri di foresta selvaggia e inesplorata, giungendo sino al tanto discusso canale e dimostrando l’esistenza del collegamento tra i due maggiori bacini fluviali dell’America del Sud. Per tutto questo periodo sono tormentati dal calore torrido, costantemente tra i 35 e i 40 gradi, e soprattutto dai moustiques o mosquitos, i terribili insetti che non danno tregua giorno e notte e contro i quali poco valgono le frasche agitate o i fuochi notturni. Non possono nemmeno trovare refrigerio nelle acque del fiume, infestate da caimani ferocissimi e dai piranha. Quando cambia qualcosa è perché si abbattono sulla foresta violentissimi scrosci di pioggia tropicale.

Bonpland comincia a essere soggetto periodicamente ad accessi febbrili, che lo accompagneranno poi per tutta la vita, mentre Humboldt è gonfio come un pallone per le punture degli insetti, ma pare vaccinato contro ogni malattia. Non solo, in nome della scienza non si risparmia alcuna esperienza, meno che mai quelle più pericolose: afferra le anguille elettriche (Gymnotus electricus) per verificare l’intensità della loro scossa rimanendone tramortito per diversi giorni e assaggia il curaro per scoprire se le sue proprietà venefiche agiscano anche per ingestione. Per sua fortuna non è così.

Riguadagnata la costa e ritemprate le forze, alla fine di novembre del 1800 i due amici salpano per Cuba, dove si trattengono per tre mesi. Humboldt si dedica in questa occasione più alle osservazioni politiche che a quelle scientifiche e manifesterà tutta la sua disapprovazione per il regime schiavile e per la pessima amministrazione dell’isola da parte degli spagnoli, al suo ritorno in Europa, nel Saggio politico sull’isola di Cuba.

La notizia che una squadra navale guidata da Nicolas Baudin dovrebbe toccare le coste occidentali sudamericane e puntare poi a una ricognizione del Pacifico, induce nella primavera dell’anno successivo gli esploratori a tornare sul continente, per cercare di congiungersi alla spedizione. Nell’aprile del 1801 sono dunque nuovamente a Cartagena e di qui si inoltrano attraverso le Ande per guadagnare Lima.

Dopo aver risalito il Rio Magdalena e aver attraversato la prima dorsale andina, arrivano a Santa Fè di Bogotà, accolti trionfalmente dalle autorità e da tutta la popolazione. Ormai sono famosi in tutto il continente, e hanno il loro daffare a onorare gli innumerevoli impegni mondani nei quali sono coinvolti da politici e uomini di scienza.

A Humboldt la mondanità e la celebrità non dispiacciono, ama essere al centro dell’attenzione ed è naturalmente inorgoglito da questo ruolo di re dei salotti, ma riesce a dosare equamente la mondanità e il lavoro scientifico. Mentre Bonpland si riprende dall’ennesimo accesso malarico, va in esplorazione al lago di Guatavita e scopre i resti fossili di un mastodonte.

Lasciata Bogotà, al termine di un viaggio lungo ed estenuante nel corso del quale valicano il Paso de Quindio, uno dei più alti passi andini, scalano il Puracé (4910 m) e attraversano il deserto gelido di Pasto, i viaggiatori raggiungono Quito il 6 gennaio 1802. L’entusiasmo attorno a loro è crescente e li spinge a sempre nuovi exploit. Si fermano a Quito sei mesi, e durante questo periodo scalano primi europei, entrambe le cime del vulcano Pichincha (4960 e 4794 m.). Il 23 giugno, Alexander, Aimé e il loro nuovo amico Carlos Montúfar, figlio del governatore, tentano di scalare il Chimborazo (6310 m). Giungono presumibilmente a quota 5900 m, dopo che le guide indigene li hanno mollati da un pezzo, si fermano solo davanti a un crepaccio non superabile e al sangue che comincia a colare copioso dalle orecchie e dal naso di Carlos e di Aimé. Da questo tentativo derivano alla scienza la prima precisa descrizione dei sintomi del mal di montagna e ai due esploratori una fama che varca l’oceano e rimbalza in Europa. Per mezzo secolo deterranno il record di altitudine raggiunta durante una scalata.

Ormai sono prossimi alla meta. Lungo il Riobamba scendono a Cuenca, mancando di un soffio Machu Pichu, poi a Cajmarca, per arrivare infine a Trujillo, dove hanno il primo contatto col Pacifico. A Lima si fermano due mesi, ma di Baudin naturalmente non si vede neppure l’ombra. Non perdono tuttavia il loro tempo: nel corso dei diversi spostamenti compiono rilevamenti sull’architettura e sulle opere ingegneristiche degli Incas, molte delle quali vengono descritte nel dettaglio per la prima volta. Sono testimoni di almeno un paio di grandi eruzioni vulcaniche, che puntualmente registrano e descrivono, e di terremoti devastanti. Humboldt studia inoltre le proprietà fertilizzanti del guano, premessa per il futuro sfruttamento industriale della sostanza e per la sua massiccia esportazione in Europa. Il 9 novembre 1802, mentre si trova a Callao (Perù) osserva e descrive il passaggio di Mercurio. Scopre e misura, nello stesso periodo, la corrente marina fredda che lambisce le coste peruviane provenendo dal polo australe, e che prenderà il suo nome.

Una traversata piuttosto agitata, da Callao a Guayaquil e di qui ad Acapulco, li deposita sulla costa occidentale del Messico, dove è in corso l’eruzione del Cotopaxi. Nella Nuova Spagna soggiornano per quasi un anno per svolgere studi naturalistici, storici e geo-politici[10]. Per quanto concerne i primi, Humboldt si concentra sullo studio dei vulcani, per gli altri si interessa dell’architettura religiosa e del calendario degli Aztechi, ed esprime una ammirato stupore per le capacità di sistemazione e di gestione del territorio delle antiche popolazioni. Mitiga anche, sia pur di poco, l’atteggiamento critico assunto in precedenza nei confronti dell’amministrazione coloniale.

Nel marzo del 1804 intraprende la via del ritorno. Un breve soggiorno a Cuba e lo sbarco in territorio statunitense. I due viaggiatori visitano Filadelfia, Baltimora e Washington, dove sono ricevuti personalmente dal presidente Jefferson. Preceduti da una fama ormai consolidata, non deludono gli ammiratori e gli studiosi che si affollano attorno a loro, mossi da una grande curiosità. Humboldt soprattutto tiene banco nei convegni e nelle conversazioni scientifiche e stupisce gli interlocutori per l’ampiezza delle sue conoscenze, per la facilità con la quale si esprime in quattro lingue diverse e per le incredibili doti di affabulatore. Il segretario al Tesoro, Albert Gallatin, descrive così un suo incontro con Humboldt:

Ha parlato più di Lucas, Finley e me messi assieme, e due volte più veloce di chiunque, mescolando il tedesco, il francese, lo spagnolo e l’inglese. Ero incantato, e ho ingurgitato in meno di due ore più informazioni di quelle che avevo raccolto negli ultimi due anni in tutto ciò che ho letto o sentito. Ha poco più di trent’anni e ti evita persino la necessità di parlare, perché capta in maniera precisa le idee che tu vorresti sviluppare prima che tu abbia pronunciate tre parole. Al di là delle conoscenze che ha acquisito in questo viaggio, l’estensione delle sue letture e la profondità del suo sapere scientifico sono stupefacenti”.

Humboldt a sua volta è affascinato dalle istituzioni statunitensi, dal livello della cultura e dell’economia, ma soprattutto dal clima di libertà e di democrazia che si respira nella neonata repubblica: ma non manca di rilevare la macchia costituita dalla sopravvivenza dello schiavismo.

Il soggiorno negli Stati Uniti è comunque breve. I due esploratori sono richiamati in Europa, più che dalla nostalgia o dagli affetti, dalla necessità di mettere ordine nell’enorme materiale accumulato durante il viaggio, per la maggior parte già inviato nel vecchio continente (e in parte purtroppo anche disperso) e di tracciare un bilancio scientifico dell’impresa. Prendono quindi definitivamente la via del mare e riapprodano in Europa il 3 agosto 1804.

Durante l´intera spedizione attraverso l´America latina, Humboldt e Bonpland hanno percorso 9650 km, in parte a piedi, in parte a cavallo o in canoa. Il viaggio esplorativo che li ha portati attraverso il territorio delle odierne Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Cuba e Messico è risultato fisicamente assai impegnativo e pericoloso, ma in tutto questo periodo Alexander non ha mai accusato un malore serio e non è stato vittima di alcun infortunio (mentre in Europa era sovente soggetto a terribili emicranie). Non è ricorso ai portatori indigeni, ha marciato per la gran parte del tempo a piedi nudi, ha provato personalmente l’effetto delle scosse tremende date dalle anguille elettriche, ha assaggiato il curaro, si è trovato a faccia a faccia con giaguari, coccodrilli e ragni velenosi. Non si è lamentato, non si è fermato mai. Ha continuato a correre da una parte all’altra, a osservare, misurare e conoscere con lo stesso entusiasmo del primo giorno. Indossando sempre invariabilmente, la sua logora e improbabile redingote.

Il periodo parigino

Quando arriva a Bordeaux nell’agosto del 1804, dopo più di cinque anni di assenza, il naturalista tedesco è accanto a Napoleone, l´uomo più famoso del mondo. Non ha alcuna intenzione di riposarsi: le fatiche del viaggio possono trovare un senso solo con la pubblicazione dei risultati. Approfitta della celebrità per tenere conferenze su conferenze di fronte ai più qualificati consessi scientifici, nel frattempo si adopera per trovare una sistemazione economica per Bonpland e editori e istituzioni che sponsorizzino le sue opere a venire.

Ha fortuna nel primo caso, perché riesce a ottenere l’interessamento dell’imperatrice Joséphine, che affida a Bonpland la sovrintendenza dei giardini della Malmaison e il compito di riprodurvi la flora tropicale che lei stessa, creola, aveva conosciuto nella sua adolescenza. Per quanto concerne la pubblicazione, stante anche le sue esigenze sulla qualità grafica, le dimensioni dei tomi oltre alla mole del materiale, dovrà attingere alle tasche proprie. Ha, infatti, bisogno non solo di collaboratori, che troverà tra gli scienziati francesi più famosi dell’epoca ma anche e soprattutto illustratori per l’iconografia e le mappe e incisori ramai, che devono essere pagati. Nessun editore ha il coraggio di correre il rischio e alla fine il lavoro autoprodotto, gli dissiperà quasi completamente il capitale.

Per oltre un ventennio Humboldt vive prevalentemente a Parigi che all’epoca è la capitale europea della cultura e della scienza. È l’unico luogo dove può essere concepita e portata a termine un’impresa scientifica ed editoriale come la sua[11].

Per Humboldt sono anni di formidabile attività di sistemazione, di rielaborazione dei dati raccolti e delle osservazioni compiute, e sono con ogni probabilità i migliori della sua vita. Le collaborazioni si tramutano spesso in profonda affinità e amicizia con i più grandi scienziati parigini, tra i quali il fisico e matematico Pierre-Simon Laplace, il fisico e chimico Jean-Baptiste Biot, il chimico Louis-Jacques Thénard, il mineralogista Hippolyte-Victor Collet-Descostils, il chimico Jean-Antoine Chaptal, il fisico e astronomo François Arago e il chimico e fisico Joseph-Louis Gay-Lussac.

Viene meno, invece, la collaborazione di Bonpland, che dopo aver perso, con la caduta di Napoleone, l’impiego alla Malmaison e dopo essersi imbarcato in una vicenda sentimentale complessa, decide di tornare in America. Lì, dopo una vita avventurosa e sfortunata, che lo porta a creare giardini botanici in Argentina e in Paraguay, ma anche a una sorta di detenzione lunga dieci anni, morirà nel 1858, senza aver più rimesso piede in Europa.

Con Arago e con Gay Lussac, Humboldt stringe amicizie destinate a durare per tutta la vita e a casa di entrambi sarà a lungo ospitato, quando le spese di pubblicazione del Voyage gli renderanno difficile permettersi un appartamento proprio. Intanto, proprio con Gay-Lussac torna nel 1805 in Italia, per rivedere il fratello che è stato trasferito a Roma ma soprattutto per compiere importanti studi sul magnetismo terrestre e cercare ulteriori riscontri alla sua nuova teoria vulcanologica. Arriva sino a Napoli, dove col vecchio compagno Leopold Von Buch assiste ad una eruzione del Vesuvio[12]. Rientrato a Parigi riprende, questa volta senza più interruzioni, se si esclude la convulsa parentesi della caduta di Napoleone nella quale svolge un’importante opera di intermediazione politica, il lavoro di stesura della sua grande opera[13]. Di giorno lavora all´elaborazione delle sue ricerche, di notte frequenta i migliori circoli intellettuali della società parigina, dalle serate di Cuvier al salotto di Madame Récamier, dove solitamente domina la conversazione.

Ma nel 1827 la felice “vacanza” parigina ha termine. Già dal 1805 Alexander è stato nominato ciambellano del regno di Prussia e membro dell´Accademia delle scienze, Akademie der Wissenschaften. Ha trascorso qualche breve periodo in patria, ma è riuscito a evitare il rientro definitivo accampando di volta in volta la necessità di lavorare alla sua opera o i vantaggi diplomatici che la sua rete di conoscenze parigine può comportare. Ora deve però cedere alle ripetute sollecitazioni della corte prussiana: Federico Guglielmo III non è più disposto a pagare un vitalizio a uno scienziato che risiede costantemente all’estero e Alexander è praticamente sul lastrico. Si stabilisce pertanto a Berlino e dà subito inizio a una feconda attività di rinnovamento della cultura scientifica del suo paese.

Nell’inverno 1827-1828 tiene un ciclo di conferenze sulla conformazione fisica del globo all’Università di Berlino, con un successo tale che dopo i primi incontri deve essere trovata una nuova sede, capace di contenere la crescente folla di ascoltatori entusiasti. L’anno successivo fonda la Società geografica di Berlino (aprile 1828) e organizza il Primo Congresso degli scienziati tedeschi (settembre 1828). Nel giro di pochi anni rifonda completamente l’università tedesca indirizzandola verso un rigore scientifico e un ordinamento delle discipline che anticipano l’impostazione positivista di Auguste Comte[14].

Nelle steppe dell’Asia centrale

Queste sue iniziative richiamano l’attenzione del ministro russo Cancrin, che nel 1829 gli propone di compiere un viaggio in Siberia e Asia centrale. Si tratta di un viaggio a scopo prevalente di prospezione mineraria, voluto dallo zar Nicola I per valutare il potenziale di incremento delle attività estrattive della Russia. Alexander ha già sessant’anni ma accetta, anche nella speranza di realizzare il suo vecchio sogno, quello di raggiungere l’area himalayana. La partenza viene fissata nell’aprile dello stesso anno e l’itinerario, percorso a bordo di carrozze, troike e slitte per quasi 15.000 km, lo porta oltre gli Urali, nelle steppe siberiane, al di là dei monti Altai, fino al confine con la Cina.

Sul piano pratico la spedizione ha successo, viene persino scoperta la prima miniera di diamanti al di fuori dei tropici, e sono importanti anche i risultati conseguiti sotto il profilo prettamente scientifico. Humboldt può studiare la natura del mar Caspio e fare esperimenti sulla composizione chimica delle sue acque, descrive diverse famiglie di pesci, raccoglie piante, misura altitudini, temperature e magnetismo, prende campioni di minerali diversi e rari e rinviene i resti fossili di un mammut (così come nelle Ande aveva scoperto i resti di un mastodonte). Riscontra anche interessanti parallelismi tra le formazioni geologiche dell’Asia centrale e quelle andine, e proprio questo lo porta a scoprire, a individuare per semplice induzione (se c’è questo, dovrebbe esserci anche quest’altro) prima ancora di aver effettuato le prospezioni, giacimenti di platino e miniere di diamanti.

Nella catena delle Ande come nelle montagne dell’Europa centrale una formazione sembra richiamare la presenza dell’altra. Rocce della stessa natura si configurano in forme analoghe[15].

Non solo molte delle sue teorie sono confermate, ma, più in generale, la sua già vastissima visione del mondo ne esce ulteriormente allargata. Ad accompagnarlo sono chiamati il mineralogista Gustav Rose e il botanico zoologo Christian Gottfried Ehrenberg, ai quali viene affidata buona parte del lavoro pratico-analitico, mentre Humboldt riserva per sé le osservazioni astronomiche e geomagnetiche, nonché la costruzione della rappresentazione fisico-geografica dei luoghi visitati[16].

Al contrario di quella sudamericana questa non è però una spedizione libera. Humboldt si è impegnato di fronte allo zar a non commentare la situazione politica del paese. Questo non gli impedisce però di vederne l’estrema povertà e di patirne il clima di oppressione. Lungo tutto il viaggio è sorvegliato a vista da poliziotti e funzionari. Commenterà i controlli con le parole: «non potevo fare un passo, senza che mi trascinassero via come fossi stato malato». È in imbarazzo, perché è venuto a patti con una potenza la cui tirannia considerava particolarmente odiosa e nonostante i risultati della spedizione siano apprezzati dagli scienziati russi ed egli stesso venga ricevuto con tutti gli onori alla corte di San Pietroburgo, non riuscirà mai a valutare in maniera positiva questa esperienza.

Gli ultimi anni a Berlino

Con la spedizione siberiana si chiude definitivamente la carriera di Humboldt scienziato-esploratore, mentre emerge in primo piano il filosofo. Nel 1834 scrive a Varnhagen von Ense, uno degli amici berlinesi più cari:

Ho in mente un´idea: racchiudere in un´opera tutto il mondo materiale, tutto ciò che oggi sappiamo delle apparizioni della volta celeste e della vita sulla Terra”.

Questa idea la coltiva in realtà sin dall’epoca delle conferenze di Berlino e lo terrà impegnato fino agli ultimi giorni della sua vita. Gli anni successivi al viaggio in Russia sono densi di impegni e di incarichi ufficiali, che consentono a Humboldt di recarsi parecchie volte a Parigi in missione diplomatica, ma soprattutto a rivedere i suoi vecchi amici, ogni volta più rari. Ma la sua maggiore e più appassionata sollecitudine è rivolta alla stesura dell’opera di definitiva sistemazione sistematica conclusiva, il Kosmos.

Stanno venendo meno anche gli affetti familiari. La cognata Carolina è morta nel 1829, alla vigilia del suo viaggio in Russia; il fratello scompare nel 1835. Il castello di Tegel è sempre più il luogo della tristezza e della solitudine, a dispetto delle visite degli ammiratori che la sua popolarità continua a procurargli. Questo non gli impedisce tuttavia di partecipare ancora attivamente alla vita culturale e politica del suo paese e dell’Europa tutta. A corte, soprattutto dopo la morte Federico Guglielmo III, col quale esisteva un vincolo di vera amicizia, deve guardarsi dall’inimicizia dei conservatori e dei puritani, che non gli perdonano il suo spirito da “giacobino francese” e il suo dichiarato anticlericalismo: ma non se ne preoccupa più di tanto. Nel 1842 si oppone strenuamente all’adozione di una legge che vorrebbe discriminare i sudditi ebrei e promuove lui stesso un’altra legge che abolisce la schiavitù su tutto il suolo prussiano. Nel 1848, quando a Berlino vengono alzate le barricate, si schiera idealmente ma apertamente al fianco dei rivoluzionari, tanto da far balenare in qualcuno l’idea di affidare proprio a lui un’eventuale carica presidenziale. Partecipa fisicamente alle esequie in onore dei Märzgefallenen, i caduti di marzo vittime della reazione, compiendo un gesto di aperta dissociazione nei confronti della corona: solo le sue relazioni a corte e la fama internazionale gli evitano di essere esiliato come rivoluzionario. Ancora nel 1857, a ottantotto anni, si impegna per l´abolizione della seconda servitù della gleba in Prussia.

Muore all´età di novant’anni a Berlino, il 6 maggio 1859, ancora perfettamente lucido (tanto da far pubblicare, venti giorni prima, una supplica sui giornali, nella quale chiede ad ammiratori e conoscenti di non scrivergli, di non sollecitare pareri o consigli, per consentirgli di portare a termine, nel poco tempo che gli rimane, la stesura del Kosmos. Non gli è rimasto alcun congiunto. Viene sepolto nella tomba di famiglia degli Humboldt nel parco dello Schloss Tegel a Berlino.

Una volta aveva così definito così la morte: «La morte è la fine di quella condizione di noia che chiamiamo vita». In realtà, penso che pochi si siano annoiati meno di lui. Ha inseguito per tutta la sua esistenza un sogno, mantenendosi però sempre perfettamente lucido, tanto lucido da aver anticipato la gran parte dei modelli e dei protocolli scientifici contemporanei. Ha affrontato con indifferenza quella che ad altri sarebbe parsa una rovina economica: per lui era il migliore degli investimenti. È un modello di ricercatore sentimentale, con tutti i limiti scientifici di questa condizione, ma anche con la grandezza che essa comporta.

Il Kosmos

Gli ultimi trent’anni della sua vita, Alexander von Humboldt li dedica alla redazione di quello che può essere considerato uno straordinario testamento umano, filosofico e scientifico: il Kosmos. Era naturale che arrivato a un certo punto decidesse di tirare le fila dell’immensa messe di conoscenze maturate attraverso l’osservazione e l’esperienza diretta o tramite la rete fittissima dei suoi corrispondenti[17]. La cosa straordinaria è che questa decisione arriva a sessanta e passa anni.

L´opera è tra le più ambiziose che mai siano state pubblicate nel mondo scientifico. Per Stephen Jay Gould è anche la più importante opera di divulgazione scientifica di tutti i tempi[18]. Con essa Humboldt cerca di cogliere e di rendere intelligibile anche al grande pubblico la struttura dell´Universo, sulla base della somma e dell’integrazione delle conoscenze più avanzate della sua epoca.

Il principale impulso che mi ha spinto è stato l’esigenza di comprendere i fenomeni fisici nelle loro connessioni generali, e rappresentare la natura come un unico grande complesso, mosso e animato da forze che provengono dall’interno[19].

Non è un’opera di divulgazione, perché ogni aspetto della natura è affrontato a livelli di approfondimento disciplinare alto, ma non è nemmeno una fatica riservata agli specialisti. Sotto certi aspetti è un’impresa decisamente anacronistica, perché rimanda alle grandi summe medioevali o classiche: ma per altri è modernissima, perché anticipa il modello attuale dell’approccio interdisciplinare.

I cinque tomi di Kosmos, Entwurf einer physischen Weltbeschreibung (Il cosmo, progetto di una descrizione fisica del mondo), vengono pubblicati tra il 1845 e il 1862. Il quinto volume uscirà quindi postumo. Tutti e cinque i volumi raggiungono entro i primi dieci anni una tiratura di 87.000 copie, cosa sensazionale per i tempi e a fronte di un costo non indifferente. All’uscita dei primi due si formano code e si registrano disordini fuori delle librerie, Alexander racconta a un amico persino di tentativi di corruzione per avere la precedenza nell’acquisto. Nel giro di poco tempo vengono tradotti in quasi tutte le lingue d´Europa.

Humboldt spiega nell’introduzione che da sempre, anche quando ha dovuto volgersi per lunghi periodi a qualche singola disciplina in modo esclusivo, ha cercato di studiare e di apprendere in funzione di uno scopo più alto e di un sapere più universale. Il paragone tra le varie discipline permette, infatti, di scoprire le leggi generali della natura e del funzionamento del mondo e risponde a un bisogno connaturato alla mente umana, quello di penetrare in profondità nei fenomeni naturali, ma soprattutto di coglierne continuità, legami e corrispondenze, per darsi una spiegazione unitaria del mondo e per dare un senso alla presenza e al ruolo umano nel mondo stesso. Il rischio è che questo bisogno spinga a cercare spiegazioni facili e immediate. Ciò non avviene solo nel caso delle risposte religiose ma può verificarsi anche per quelle scientifiche: da osservazioni e deduzioni incomplete possono nascere concezioni affrettate ed errate della natura del cosmo. Di qui la necessità di mantenere sempre aperto il capitolo della conoscenza naturalistica, di aggiornarla costantemente attraverso nuove esperienze, osservazioni, verifiche, di mantenere un atteggiamento umile e interlocutorio nei confronti dei saperi già acquisiti.

Nel primo volume, dopo le considerazioni introduttive, nelle quali discute i limiti di una descrizione fisica per comparti disciplinari, Humboldt presenta una visione d’insieme dei fatti naturali, il “quadro della natura” come lui lo definisce. Descrive cioè il mondo fisico quale appare agli organi di senso, partendo dall’immensamente grande – le costellazioni –, passando per la descrizione del sistema solare e approdando a quella del pianeta terra, sotto l’aspetto geologico, idrografico, meteorologico, botanico e zoologico. Fa insomma un riassunto dei risultati principali dell’osservazione della natura, proposti in modo scientificamente obiettivo ma soprattutto interconnessi tra loro[20].

Nel secondo volume tratta invece dell’influsso del mondo esteriore sulla facoltà dell’immaginazione, di come la bellezza e l’armonia del cosmo abbiano indotto sin dall’antichità la descrizione poetica e la pittura, dei diversi atteggiamenti, dalla domesticazione alla contemplazione, che l’uomo ha assunto nei confronti della natura. Racconta come l’osservazione e la contemplazione della natura abbiano avuto influssi differenti su popoli diversi in diverse epoche storiche, e come conoscenza e fantasia abbiano interagito. Descrivere la natura non significa per lui limitarsi a riferire i risultati dell’osservazione, ma anche analizzare come ciò si riflette nella vita interiore dell’uomo, come questo riflesso si riempia spesso e volentieri di miti e simboli e di come da ciò si sviluppi un’attività artistica. Kosmos significa ordine e allo stesso tempo bellezza. L’obiettivo del naturalista è quindi comprendere la natura e contemporaneamente trasmetterne la bellezza.

In questo volume viene abbozzata anche una storia dello sviluppo delle conoscenze scientifiche, dall’antichità alla scienza positivistica, passando attraverso l’Islam e le grandi esplorazioni transoceaniche. Mancano totalmente accenni allo sviluppo della scienza in Cina, in India e nell’America precolombiana, ma questo vuoto è ampiamente giustificato dallo stato delle conoscenze dell’epoca.

Il terzo, il quarto e il quinto volume riprendono invece quel quadro della natura che nel primo era rappresentato in una forma non mediata dalla strumentazione e dall’atteggiamento scientifico, esponendo più dettagliatamente i risultati delle osservazioni scientifiche relative al cosmo, nel III° volume, e al pianeta terra negli ultimi due.

La parte dell’opera che meglio ha retto al tempo è naturalmente il secondo volume. Le conoscenze riversate negli altri sono state ampiamente e rapidamente superate dagli sviluppi della scienza di fine Ottocento e del secolo scorso, e in parte lo erano già al momento della pubblicazione dell’opera. Per quanto si tenesse aggiornato, e per quanto spesso le sue intuizioni andassero oltre i risultati specifici delle varie discipline, Humboldt non poteva reggere il passo che la specializzazione aveva preso attorno alla metà dell’Ottocento. Ciò non toglie che anche la parte più prettamente scientifica del Kosmos sia percorsa da intuizioni appena accennate, da ipotesi cautamente avanzate (c’è ad esempio un’anticipazione, sia pur timida, della teoria della deriva dei continenti) che ci fanno intravedere quanto Humboldt fosse arrivato vicino alle risposte che cercava. C’è da chiedersi come avrebbe reagito, se fosse sopravvissuto pochi mesi ancora, al terremoto provocato da L’origine della specie. Se un poco ho imparato a conoscerlo, credo che avrebbe accolto la rivelazione evoluzionistica con entusiasmo, e sarebbe morto più sereno.

La forma espositiva adottata da Humboldt è volutamente aliena da tecnicismi scientifici o filosofici: utilizza quel registro retorico quasi colloquiale che tanto successo aveva riscosso nelle conferenze berlinesi, perché in fondo il pubblico cui si rivolge è lo stesso. È una scelta stilistica mirata e giustificata a più riprese dall’autore nelle sue corrispondenze ma risponde anche a un suo modo d’essere e di concepire l’essenza e l’uso della conoscenza. Humboldt ritiene che le competenze scientifiche di base, quelle sufficienti a consentire il salto di qualità e a pervenire alla sintesi, possano essere ricondotte alla portata di tutti senza nulla sacrificare dell’ampiezza e della precisione: il suo lavoro sta lì a dimostrarlo, mescolando le citazioni di autori classici, di studiosi di varie civiltà e culture del passato con le testimonianze degli scienziati contemporanei e con i ricordi, spesso piacevolmente autoironici, delle esperienze personali maturate nel corso dei viaggi e di una vita di ricerca.

In realtà, ciò che gli importa trasmettere non sono tanto le conoscenze, delle quali ammette e sottolinea spesso i limiti, ma l’entusiasmo per una curiosità che da sempre ha animato l’uomo, che quelle conoscenze ha prodotto e che dovrà indurlo per il futuro ad ampliarle o a superarle.

Lo scienziato

È difficile tracciare un bilancio dell’attività scientifica di Humboldt e coglierne appieno l’importanza. Ha riversato i suoi interessi e le sue inesauribili energie in tali e tante direzioni, sia pure avendo in mente un tracciato unitario, da scoraggiare qualsiasi tentativo di sintesi.

Nel corso del viaggio americano, lui e Bonpland hanno aperto nuove dimensioni in quasi tutti i campi del sapere scientifico. Hanno fissato meridiani e paralleli, preparato mappe geografiche, studiato sessantamila piante di cui un decimo erano totalmente sconosciute, introdotto la fitogeografia, scoperto correnti marine e descritto fenomeni celesti, osservato eruzioni vulcaniche, terremoti e maremoti, sezionato rettili e uccelli, rinvenuto resti fossili, prodotto rilevazioni topografiche di siti archeologici, ecc. Hanno davvero rivoluzionato la conoscenza del loro tempo.

Sia prima del viaggio, ma soprattutto dopo, nel fecondo periodo parigino, troviamo Humboldt coinvolto, magari solo come coprotagonista o mentore, in tutte le esperienze scientifiche più significative che illuminano l’alba della chimica e della fisica moderne. Mi limito pertanto a indicare alcuni dei più importanti contributi scientifici originati dalla spedizione e successivamente rielaborati, ma soprattutto a sottolineare la loro rilevanza rispetto al mutamento ottocentesco della concezione della natura e del mondo.

Humboldt ha constatato e comprovato l´indebolimento del campo magnetico terrestre dai poli all´equatore. La sua tesi sulle “tempeste magnetiche” esposta al ritorno in Europa all’ambiente scientifico parigino, ha suscitato immediate controversie, ma i rilevamenti successivi l’hanno sostanzialmente confermata anche nel dettaglio. Ha fornito in pratica a Gauss i materiali di osservazione per determinare prima la misura assoluta del campo magnetico, e in seguito le variazioni del campo in base al tempo e ad altri fattori. Ha ricondotto insomma il magnetismo, che si prestava in precedenza (e per qualche tempo nell’ambiente idealistico tedesco si presterà ancora) a interpretazioni parascientifiche, nell’ambito dei fenomeni naturali.

Per quanto concerne la geologia ha sfruttato le dirette osservazioni dei vulcani del nuovo mondo, molti dei quali studiati in piena attività, per dimostrare che questi presentano normalmente stratificazioni lineari, che a occhio nudo coincidono con le divisioni del sottosuolo. Esaminando la struttura delle montagne, che costituiva per lui uno degli argomenti di maggior interesse, ha potuto quindi leggere la morfologia generale della terra. I ripetuti movimenti tellurici, anche particolarmente devastanti, di cui è stato testimone nel breve soggiorno americano gli hanno poi fornito un’ulteriore chiave di lettura.

I fenomeni geologici della superficie terrestre agiscono sulla nostra fantasia come racconti dei tempi passati. La loro forma è la loro storia.

Il suo progressivo convincimento dell’origine vulcanica delle rocce, che in precedenza erano considerate depositi sedimentari delle acque, ha archiviato definitivamente l’ipotesi del nettunismo.

Nel campo della biologia ha elaborato una serie di modelli metodici per studiare gli organismi e più in particolare le piante, non solo come oggetti in sé, ma anche in relazione alla temperatura, all’umidità, alla latitudine, all’altitudine e al loro modo di vivere, se isolati o in società. Lo ha guidato l’intuizione sopravvenuta durante le ascensioni del Pico de Teide e del Chimborazo, destinata a trasformarsi in vera e propria ipotesi scientifica. Il risultato è la costruzione di mappe illustrative della vegetazione altitudinale che indicano il variare delle specie vegetali con il variare del clima. Da queste mappe il naturalista tedesco ha sviluppato, al suo ritorno in Europa, l’idea della possibilità di interconnettere altitudine, latitudine e vegetazione, dando vita alla fitogeografia, ma ha poi allargato il campo, estendendo l’intuizione a tutti gli altri fattori meteorologici e climatici, e applicandola anche alla lettura della distribuzione antropica.

Isobare, isoterme, isocline, ecc., sono un’invenzione di Humboldt (compila il primo atlante tematico) finalizzata alla “leggibilità” del mondo e nel contempo sono anche una rete che il mondo lo ingabbia: al contrario di quanto avviene per meridiani e paralleli, che sono pure linee culturali, immaginate dall’uomo per una finalità pratica, qui abbiamo delle linee dettate all’uomo dalla natura. Queste linee riguardano a dire il vero non tanto la natura, quanto lo sguardo dell’uomo sulla natura, quello sguardo che si traduce scientificamente nella “Geografia”.

La geografia non è un’invenzione di Humboldt ma nell’accezione moderna nasce indubbiamente con lui. Da racconto rapsodico del mondo diventa «lo sguardo sul mondo dall’alto» e questo spiega anche la spinta a salire le montagne alimentata tra l’altro dall’eco dei recenti exploit di De Saussure sul Monte Bianco. Di lassù si colgono tutte le linee idrografiche e orografiche e l’assetto del territorio si disvela, ma si coglie anche la bellezza dello spettacolo: si combinano scienza ed estetica. Nella radice della parola Kosmos, quella che alla fine Humboldt ha scelto per compendiare la sua idea del mondo e della conoscenza umana del mondo, c’è un rinvio al senso arcaico di cosmesi, di “ornamento”: ci sono quindi una valenza quantitativa, quella del tutto, ed una qualitativa, quella della bellezza del tutto.

La geografia humboldtiana ha inoltre una terza valenza, quella politica: la conquista, sotto forma di conoscenza, degli spazi è strumento del crescere di una coscienza comune, dell’unificazione cosmopolita dell’umanità. Per Humboldt quindi la storia della contemplazione della natura e la storia della conquista del mondo sono un tutt’uno: sono la storia della civiltà.

Allo “sguardo dall’alto” non si perviene comunque attraverso la semplice “contemplazione” estetica: se vedo una linea devo anche saperla riconoscere. La contemplazione passa dunque attraverso e si concretizza nella osservazione: e per farlo deve avvalersi di strumenti che potenzino la sensibilità e di parametri che la uniformino. Come si è già visto, Humboldt è particolarmente attento alla strumentazione scientifica: la considera un prolungamento dei sensi, che gli consente di focalizzare l’attenzione sui fenomeni, ma anche e soprattutto di accedere attraverso i suoi vari corrispondenti a quanto non ha potuto vedere di persona. Richiede e raccoglie dati a tutti e su tutto. Sembra mosso da una compulsione a misurare, a comparare e a collezionare. Ma la sua non è semplice mania collezionistica: i fatti parziali sono sempre considerati nel loro rapporto col tutto, e perché siano comparabili è necessario che vengano rilevati con uno “sguardo” uniforme. Se tutti usano la stessa strumentazione, la stessa taratura, si potrà “misurare il mondo”, e questa misura non sarà solo matematica. Così come un mucchio di mattoni, disposti in un certo ordine, fanno una casa, una serie di dati, se interpretati, messi in relazione e interconnessi, danno una conoscenza, che a questo punto non è più quantitativa, ma qualitativa. Per questo sollecita un continuo perfezionamento delle strumentazioni, educa al loro uso i suoi emuli più giovani, propugna l’adozione di unità di misura universali.

Infine, altrettanto fondamentale è l’influsso sull’estetica del paesaggismo. Dai suoi viaggi Humboldt riporta, oltre alle mappe e alle carte, un grandissimo numero di disegni, soprattutto vedute, e a questi principalmente affida la divulgazione del nuovo modello interpretativo della natura. Ora, il disegno induce, anzi obbliga a una modalità di percezione estremamente soggettiva (lo fa anche la fotografia, certo, ma in maniera decisamente diversa): c’è quanto l’autore effettivamente vede (che dipende dalla sua educazione visiva e dalla sua naturale sensibilità), o sceglie di vedere (in base ai paradigmi di osservazione che ha adottato); quanto è in grado di tradurre nel disegno questa visione (e questo dipende dalla sua abilità tecnica); quanto infine riesce a trasmettere ai suoi lettori (e questo attiene alla sensibilità al gusto altrui).

La “veduta”, o “panorama”, passa con Humboldt, e fino ad un certo punto suo malgrado, dalla concezione “romantica” (e aristocratica) a quella “borghese” (e positivistica). “Panorama” sta a indicare tanto ciò che c’è, che sussiste, quanto ciò che noi ci vediamo. Significato e significante insieme. Ma c’è di più. Dallo sguardo di Humboldt, dall’“alto” delle sue cognizioni scientifiche, ciò che c’è viene necessariamente percepito nella sua manipolabilità. In fondo nasce alla scienza come geologo, o meglio ancora come ingegnere minerario. Non si limita a guardare, ma radiografa la realtà: ne conosce, o ne indovina, la composizione chimica, fisica, i principi biologici: non vede solo, “conosce”. E se si hanno in mano i principi, si ha anche la possibilità di agire su di essi.

Quest’ottica Humboldt la trasmette non solo nelle mappe tematiche o nelle rappresentazioni di spaccati orografici, ma anche nelle modalità della rappresentazione vedutistica. Il suo Kosmos (inteso sia come insieme dell’opera che come apparato illustrativo) mostra la natura come unità del paesaggio riferita alla posizione e allo sguardo dell’osservatore. Non ci presenta una natura da esposizione – quella ad esempio dei paesaggisti francesi del Settecento che rimane comunque scenografia immobile, sfondo per un movimento che è solo umano – ma un insieme colto nel suo pieno e selvaggio rigoglio e, soprattutto, nella sua immensità. La sua concezione della “veduta” prelude in qualche modo, anche se ancora è disciplinata dai limiti della finalità didascalica, alla pittura di Friedrich e a quella di Turner, ma negli esiti se ne discosta decisamente[21]. Mentre in Friedrich vengono materialmente raffigurati gli osservatori, sempre ripresi di spalle, a convogliare il nostro sguardo – e comunque in qualche modo protagonisti –, e in Turner ogni indizio di presenza umana scompare, risucchiato o schiacciato da un’unica indefinibile, indecifrabile e a malapena rappresentabile forza naturale, Humboldt liquida dal quadro l’uomo come agente, per farne uno “spettatore”. Vale a dire che la natura che descrive è la natura vista dall’uomo, nel tentativo di una comprensione che lo colloca come “superiore”. Cerca di introdurre un “punto di vista” scientifico, paragonabile a quello della prospettiva (anche se non necessariamente proiettato in avanti), o di realizzare un’“ottica dall’alto”, la cui metafora è il volo in mongolfiera, o l’ascensione alpinistica. Lo scopo è di mettere ordine in ciò che si vede, di ricomporlo in una “sintesi”, per cogliere l’armonia del tutto[22].

Il fatto di escludersi dal quadro ha a che fare con questo concetto. Una figura in movimento guasterebbe l’equilibrio del tutto (che non è immobile, ma che ha tempi di movimento lunghissimi, impercettibili all’umano). Gli stessi disegni di Humboldt e di Bonpland relegano le figure umane in un ruolo marginale e piccolissimo, ricordando molto la pittura paesaggistica cinese.

Attraverso una serie di mediazioni il paesaggio inizia quindi negli scritti e nelle rappresentazioni vedutistiche di Humboldt a trasformarsi da idea estetica in sapere scientifico. Il sapere poetico e pittorico si trasforma in questa maniera in scienza della natura, senza per questo perdere la sua funzione evocativa. Pur essendo un appassionato creatore e collezionista di mappe, di carte e di tavole tematiche, Humboldt si rende conto che l’astrazione simbolica della cartografia si limita a trasmettere un’informazione e non una “visione”. Consente solo uno sguardo “geometrico”, che permette triangolazioni, proiezioni, congiunzione di punti, schematizzazioni, ma nulla ci dice del brulicare di vita che caratterizza lo spazio reale. È necessaria pertanto, per accedere a una vera scienza della natura, una rappresentazione che possa mediare tra la concretezza apparentemente disordinata della natura stessa e la fredda astrazione cartografica, che commuova l’animo non nel senso romantico, ma in quello kantiano. «Il paesaggio è ciò che residua, ciò che resta fuori dalla logica cartografica, dalla riduzione del mondo a una tavola. Ecco perché il paesaggio presuppone un rilievo, un punto di vista elevato da cui guardare». (Franco Farinelli[23])

Al contrario dell’immagine cartografica, che ci dà degli oggetti una rappresentazione simbolica e separata, li distingue e li delimita, nel paesaggio non si danno limitazioni o confini: è un indistinto, nel quale gli oggetti convivono come avvolti in una leggera nebbia, che fa da collante per un’organica armonia. Il risultato pittorico cercato da Humboldt rimanda e prelude piuttosto a quello dell’“impressione” fotografica[24], quella ottenuta su lastra ai primordi della fotografia, che suppone tempi lunghi di posa, ricerca di condizioni di luce appropriate, distanze e angoli visuali obbligati. L’effetto è lo stesso: una patina leggera, immagini irrigidite, un po’ pietrificate dai tempi di esposizione: come se la ragione fosse finalmente riuscita a mettere ordine in una natura indisciplinata e a disporla per la foto di gruppo.

Il filosofo

Humboldt è, assieme a Goethe, l’ultimo intellettuale a tutto tondo (dai contemporanei era paragonato ad Aristotele) e già questo lo colloca fuori epoca. Il suo atteggiamento conoscitivo ha un equivalente da noi solo in Leopardi, fatta salva la diversità delle esperienze, e anche gli esiti di questa disposizione non sono poi molto dissimili. È un figlio postumo dell’Illuminismo (più specificamente dell’Enciclopedie), che si assenta dalla scena culturale europea per un tempo sufficiente a fargliela trovare completamente mutata, mentre lui è stato cresimato dal viaggio nella sua militanza razionalistica. Come Leopardi non è considerato dai suoi contemporanei (e nemmeno dai posteri) un filosofo, ma probabilmente a differenza del recanatese, non teneva molto a questa considerazione.

Quel che è singolare è che non viene percepito nemmeno come un vero e proprio scienziato (e questo magari gli spiaceva di più), perché va in controtendenza rispetto al nuovo statuto specialistico dello scienziato, alla divaricazione tra le due culture che si avvia nella prima metà dell’800. È acclamato piuttosto come un savant, anzi, come il più grande dei savants della sua epoca: il che già spiega in parte l’oblio nel quale è finito, perché esistono storie della scienza e storie della filosofia, ma non storie della “sapienza”. Tra l’altro il termine savant pone l’accento sul bagaglio dell’erudizione, ma non dice nulla di una attiva partecipazione all’accrescimento del sapere, che nel caso di Humboldt è invece indiscutibile. In realtà, visto a posteriori il suo enciclopedismo è tutt’altro che un limite: è quello che oggi viene propugnato quando si parla della necessità di saperi trasversali o interdisciplinari (come a dire che tutte le teorie cognitive odierne sono la riscoperta dell’acqua calda).

Forse è anche giusto non considerarlo un filosofo, nell’accezione “professionale” del termine, che gli andrebbe comunque stretta: ma va tenuto ben presente che questo non gli ha impedito di confrontarsi alla pari, e magari con qualche carta in più per quanto concerne la padronanza scientifica della materia, con le filosofie “naturalistiche” del suo tempo. Quello che gli è mancato per iscriversi nella confraternita è la riconduzione dei dati a sistema: ma, a parte il fatto che questo sistema, a ben guardare, lo si può desumere dall’insieme della sua opera, è proprio il fatto di non voler “sistematizzare” che gli consente di evitare il semplicismo di una filosofia della natura chimerica e sentimentale (paragonabile per molti versi a certo odierno fondamentalismo ecologico) e al tempo stesso di non cadere nel riduzionismo scientifico.

Humboldt vive la più romantica delle esperienze, conosce e frequenta gli esponenti più insigni del romanticismo tedesco, diventa lui stesso per molti giovani pronti all’avventura un modello di eroe romantico, ma non è un romantico. Non lo è perché non condivide la tensione drammatica tra la finitezza dell’esistere e l’infinitezza della natura che nutriva lo struggimento e lo sradicamento romantico (della Sehnsucht). Il fratello Wilhelm, un illuminista convertito al romanticismo, dice di lui che non “comprende” la natura, nel senso che ogni giorno fa in essa delle scoperte. In effetti, quella di Humboldt è una progressiva “conoscenza”, che in qualche modo lo allontana dalla possibile definitiva “comprensione”. Lui stesso afferma che la comprensione dell’unità della natura è un processo costantemente in fieri. «Siamo ben lontani dal capirla: possiamo soltanto affidarci ad analogie e indizi». Detto questo, ci dà sotto con l’osservazione e con lo studio. Se il problema è capire i meccanismi di funzionamento della natura, è solo questione di tempo e di buona volontà, senza dimenticare comunque che ogni vera conoscenza è sempre parziale e perfettibile: intanto c’è la soddisfazione, la meraviglia intrinseca ad ogni nuova scoperta. Se è invece “comprenderla” nel senso di riconoscere in essa il manifestarsi di qualcosa che la trascende, terreno o celeste che sia, allora è il problema a essere mal posto, e a risultare fuorviante.

Dal canto suo Humboldt si impegna a “conoscere” la natura, cominciando ad esempio con l’evidenziare quelle linee “naturali” di cui abbiamo già parlato, isobare, isoterme, ecc., che nulla hanno a che vedere con la reti artificiali stese dagli uomini sul mondo, i meridiani e i paralleli, o con quelle politiche. Attraverso esse traccia dei confini indefiniti (la bruma dei suoi “paesaggi”), “elastici” perché possono sempre essere spostati dall’azione della natura nel tempo, o da quella degli uomini, e all’interno dei quali comunque il margine di interazione di questi ultimi con la natura è molto ampio, e in questo modo aggira il problema. Perché fa esattamente, il contrario di quanto intendono fare i romantici e i filosofi dell’idealismo, che il confine vogliono definirlo, ma solo per tentare di superarlo.

Le consonanze con i romantici naturalmente non mancano. Condivide con Hölderlin la nostalgia per la perduta unità con la natura, ma ha anche chiaro che solo da quello strappo poteva nascere la consapevolezza che costituisce lo specifico umano: e da buon illuminista, dovendo scegliere, non ha dubbi sul preferire un rapporto mediato dalla conoscenza razionale. Anche con Novalis (peraltro, uno dei pochi che non conobbe personalmente) trova affinità, soprattutto nel progetto di una “enciclopedia romantica delle scienze”, dove possano combinarsi il criticismo kantiano con tutte le discipline scientifiche. Il problema è che per Novalis a monte di tutto sta un segreto dell’Universo che all’uomo rimane inaccessibile, e a Humboldt l’idea di segreti destinati a rimanere tali non piace, gli puzza di metafisica.

A dispetto della grande amicizia e della stima reciproca che lo lega a Goethe, non è nemmeno in linea con la concezione naturalistica di quest’ultimo, pur condividendone l’organicismo e l’idea di una morfologia universale. Quella di Goethe è una visione panteistica, per la quale nella natura e nell’uomo si manifesta Dio. Occorre quindi indagare l’intima produttività di matrice divina. Ma l’uomo, che è parte di questo tutto organico, non riesce a coglierne la totalità (perché guarda dall’interno). Goethe ricerca l’Urfhänomen, il fenomeno originario da cui discendono sia lo spirito che la materia, e proprio per questo, per la necessità di ricondurre il tutto ad una causa unitaria, rimane nettuniano sino alla fine. Non accetta l’idea che sia stata necessaria una “rivoluzione” vulcanica, preferisce pensare che ad agire in natura siano forze dolci. Humboldt le forze che modellano la superficie terrestre le ha viste in azione, e non gli hanno lasciato dubbi.

Più evidente è invece il debito con Schelling, soprattutto col secondo momento del pensiero di quest’ultimo. La filosofia della natura di Schelling indaga l’essenza dei fenomeni, recuperando l’ordo rerum, ordo idearum di Spinoza. Il mondo delle cose è in rapporto con un principio superiore alla casualità degli eventi. E fin qui, bene o male, Humboldt lo segue: anche lui ritiene che l’insieme sia superiore al semplice accumulo delle parti. Ma quando si arriva a parlare di una “logica intelligente” nell’attività produttiva della natura (la versione originale dell’odierno “disegno intelligente”) comincia a frenare. In sostanza, Humboldt si tiene prudentemente lontano dalle idealistiche “filosofie della natura”. Liquida le ardite speculazioni dei suoi contemporanei come «saturnali di un sapere puramente ideale della natura», e il riferimento è soprattutto a Fichte, e più ancora a Hegel, che letteralmente detesta.

Non è questione […] di ridurre l’insieme dei fenomeni sensibili a un piccolo numero di principi astratti, aventi la loro base nella sola ragione. La fisica del mondo, come io intendo esporla, non ha la pretesa di elevarsi alle pericolose astrazioni di una scienza puramente razionale della natura; è una geografia fisica unita alla descrizione degli spazi celesti e dei corpi che riempiono questi spazi. Estraneo alle profondità della filosofia puramente speculativa, il mio saggio sul Kosmos è la contemplazione dell’universo, fondata su un ragionato empirismo, vale a dire sull’insieme dei fatti registrati dalla scienza, e sottomesso alle operazioni dell’intelletto che compara e combina […] Lo scopo ultimo delle scienze sperimentali è quello di risalire all’esistenza di leggi, e di generalizzarle progressivamente. Tutto ciò che va al di là non rientra nel dominio della fisica del mondo, e appartiene a un genere di speculazione più elevata[25].

Per sé rivendica un ruolo di manovalanza sperimentale, che gli consente di rimanere coi piedi per terra, ma soprattutto di poggiarli sulla concretezza dei fatti. «Io non mi avventuro in una sfera nella quale non saprei muovermi in libertà».

Ma a questo punto, stanti tutti i distinguo che ne fanno un isolato nella cultura romantica, cos’è in sostanza la natura per Humboldt? Dalle premesse metodologiche, sulle quali mi sono sin troppo dilungato, discende una visione olistica della natura (o viceversa). La natura è per Humboldt un complesso dinamico e unitario, all’interno del quale i fenomeni presentano caratteri coerenti e relazioni comuni, e sono regolati da leggi fisiche valide universalmente, qualunque sia la zona in cui si manifestano. Si tratta di una posizione organicista, la quale presume che l’organismo possieda dei requisiti e delle peculiarità che derivano dall’integrazione, e non solo dall’aggregazione delle singole componenti. In altre parole, nella sua interezza va visto come qualche cosa di diverso e di più della somma delle parti. L’ordine naturale viene così a somigliare a un organismo complesso, simile al corpo umano, all’interno del quale ogni elemento può essere compreso solo in quanto partecipe e dipendente dal tutto. È l’idea dell’esistenza di un equilibrio generale della natura che trascende il gioco delle singole forze, senza tirare in ballo entità superiori.

Humboldt è il primo esploratore a immergersi con una esplicita finalità scientifica in un ambiente – quello tropicale – che fino alla sua epoca era rimasto sotto questo profilo totalmente sconosciuto, e che brulicava di forme di vita del tutto ignote alla botanica e alla zoologia. L’incontro con una natura così stupefacentemente diversa da quella europea lo porta a svellere il cardine sul quale da secoli erano impiantate tutte le concezioni e le visioni naturalistiche: il finalismo, ossia la convinzione che la natura sia stata creata per l’uomo, per i suoi scopi e per essere da lui utilizzata. Al finalismo erano rimasti ancorati i maggiori naturalisti dell’epoca, compresi Buffon e Joseph Banks, cui abbiamo accennato più sopra. Humboldt dimostra l’inconsistenza della vecchia dottrina e mette a nudo la sua inadeguatezza per la comprensione del mondo e dei suoi fenomeni. Il finalismo è, a suo parere, uno strumento riduttivo, perché gli scopi umani non possono erigersi a guida per la comprensione dei fini della natura. La concezione finalistico-utilitaristica, in altri termini, non penetra le leggi naturali. Non svela le connessioni e gli intimi rapporti tra i fenomeni, ma riduce il mondo a un utensile gigantesco. L’ambiente, egli scopre invece, non è un mezzo passivo per la vita, ma un insieme attivo grazie al quale essa è possibile. Molti organismi vivono, hanno vissuto e hanno cessato di vivere, eppure non sono mai stati conosciuti dall’uomo, né sono mai stati da lui utilizzati: milioni e milioni di esseri animati esistono completamente indifferenti agli interessi, agli obiettivi e ai destini degli uomini.

L’illuminazione di Humboldt non nasce da una particolare sensibilità per l’ambiente tropicale, anzi il turgore eccessivo della natura se da un lato in un primo momento lo eccita, diventa poi un elemento di disturbo, quasi lo infastidisce[26]. Per quanto lo concerne, ama botanizzare persino nel giardino zoologico di Berlino e scoprire cose nuove dove la “cultura” umana parrebbe non aver lasciato spazio alla natura. Questo gli dà anzi maggior conferma della forza della natura stessa. Oltretutto, la foresta lussureggiante cela quello che a lui interessa di più, quello che sta sotto (in fondo è un ingegnere minerario). A volte sembra leggere il paesaggio ai raggi X, cogliendo le vene minerali che lo percorrono. Ma è l’idea di tanta ricchezza “inutile” dal punto di vista umano, all’epoca non sfruttata e non sfruttabile, a imporsi.

Il problema di Humboldt sta proprio nell’impostazione dello sguardo, che mira a cogliere l’unità nella diversità “fermando” le impressioni, e gli impedisce poi di fare il passo decisivo. Forse è l’accumulo di impressioni ricavate dal viaggio sudamericano, la varietà dei panorami incontrati, a non consentirgli il colpo di genio, a non farlo attingere a quel principio unificatore razionale che sarà identificato da Darwin nell’evoluzionismo. Humboldt ha girato il continente sudamericano in lungo e in largo, ma gli è mancato lo spazio ristretto delle Galapagos, dove l’unità è palese, la variazione è minima e al tempo stesso indiscutibile ed evidente, e il processo si rivela in tutta la sua chiarezza. Il fatto è che Humboldt si propone di rintracciare l’unità nella diversità e l’armonia tra cose dissimili, Darwin parte dall’unità per spiegare la diversità. Il primo è uno di quegli spiriti irrequieti che vogliono mettere a posto tutto, il secondo uno di quelli quieti, che invece mettono disordine. La differenza sta dunque nell’atteggiamento col quale si rapportano alla natura che vanno indagando. Humboldt vuole arrivare a un quadro completo del mondo, vuole pervenire a una prospettiva totale, dall’alto, come appunto dalla cima di una montagna o da una mongolfiera, il che consente di vedere l’insieme, ma non ciò che si muove. Darwin, al contrario, procede per induzione, coglie la natura dal basso, attraverso i particolari e nelle sue trasformazioni. Potremmo definirle una visione geografica e una visione storica del mondo.

Su questo passo mancato pesa quindi una resistenza di fondo, che definirei in parte ambientale, legata cioè tanto all’imprinting illuministico quanto all’arretratezza dell’ambiente universitario tedesco nel quale si è formato, in parte caratteriale. L’evoluzionismo offre un modello superbo di spiegazione, ma non certo un modello di spiegazione “ordinata”. Questa fa sì, ad esempio, che pur avendo maturata una coscienza della profondità dei tempi, quella necessaria a produrre la conformazione geologica terrestre, Humboldt non abbia poi il coraggio di trarne sino in fondo le conseguenze: anche se il fatto stesso di raccontare il Kosmos procedendo dalla formazione (e non dalla creazione) dell’universo sino alla presenza dell’uomo è l’inconsapevole anticipazione di un modello attualissimo, evoluzionistico, di storia dell’uomo.

Allo stesso modo, quando cerca le tracce dell’attività dell’uomo sulla natura non può evitare di constatare quanto la natura agisca “direttamente”, prima e al di là dell’“impressione” e delle sue conseguenze culturali, sull’uomo. Il suo contatto col mondo semiprimitivo delle regioni equatoriali, lo porta a constatare che l’uomo originario, lungi dallo stereotipo tanto illuministico quanto romantico del “buon selvaggio”, è più vicino al mondo animale che a quello del diritto naturale. Questo implica che la struttura di fondo dei comportamenti umani sia determinata non solo e non tanto dalla natura esterna, ma da quella interna. Ma senza la mediazione evoluzionistica un simile determinismo è inaccettabile, non spiega nulla della coscienza, della cultura, della storia: non ci sarà un “disegno intelligente”, ma l’intelligenza, beh, quella è l’unico dio al quale Humboldt si sente di sacrificare.

L’unità che cerco di rintracciare nello sviluppo dei grandi fenomeni dell’universo è quella che offrono le composizioni storiche. Io credo che la descrizione dell’universo e la storia degli uomini siano situati allo stesso grado di empirismo: ma sottomettendo i fenomeni fisici e gli avvenimenti al lavoro del pensiero, e risalendo attraverso il ragionamento alle cause, ci si addentra sempre più in quell’antica credenza che le forze inerenti la materia e quelle che governano il mondo morale esercitano la loro pressione sotto l’imperativo di una forza primordiale, e secondo movimenti che si rinnovano periodicamente, anche se ad intervalli ineguali. Sono questa necessità delle cose, questo incatenamento occulto, ma permanente, questo ritorno periodico nello sviluppo progressivo delle forme, dei fenomeni e degli avvenimenti, a costituire la natura, che obbedisce ad un primo impulso dato[27].

Rimane il rifiuto ogni concezione teleologica, tanto di quella implicita nella filosofia della storia di Hegel che di quella su cui si fonda la filosofia della natura di Schelling. E anche di quella più “laica” e generica del progresso. Per quanto concerne la continuità del Progresso, infatti, anche se tutto sembra confermarla, non esiste nessuna necessità, nessuna ineluttabilità. Il progresso è legato alla conoscenza e alla volontà umana, quindi è passibile in ogni momento di arresti o addirittura di inversioni di tendenza. La sua idea di progresso riguarda comunque il sapere, non la tecnica. La tecnica che gli interessa è quella al servizio della difesa della vita, della sicurezza, o della ricerca scientifica (lo strumentario di osservazione e rilevazione).

Dopo tutto quel che si è detto è evidente che Humboldt non ha un gran rapporto con Dio. Il solito Wilhelm scrive, in una lettera alla moglie: «Circa la religione, non si vede né che ne abbia una né che gli manchi». E aggiunge: «La sua testa e la sua sensibilità non sembrano arrivare al confine in cui ciò – l’esistenza di Dio – viene deciso». La verità è che a quel confine Alexander non vuole proprio arrivarci, semplicemente non gli interessa. Per lui non ci sono né un Dio né una volontà intrinseca al mondo, o se ci sono costituiscono comunque l’oggetto di un’altra indagine. È un agnostico che, al solito, viene tacciato di essere ateo. Il suo problema non è Dio ma semmai tutta l’accozzaglia di religiosi (lui la chiama la pretaille), cattolici, luterani o calvinisti che siano, che se ne fanno scudo per schiavizzare in vari modi i loro simili.

È probabile che quando pensa a Dio gli torni in mente la madre, calvinista piuttosto bigotta e fredda, e quindi a giusta ragione ne diffida.

E infine, che parte ha l’uomo in questo quadro armonico dell’ordine naturale? L’uomo come abbiamo visto è sottoposto alle leggi della natura, ma agisce a sua volta su di esse attraverso l’evoluzione della sua cultura e della sua storia. Per Humboldt non c’è nulla di innaturale in questa “retroazione”, che si esplica da un lato nella domesticazione di piante e animali, nella produzione agricola, mineraria e artigiana e nel commercio, dall’altro, e di conseguenza, nelle istituzioni politiche, economiche e sociali. Innaturale è solo il distorcimento di queste attività, quando siano finalizzate allo sfruttamento, alla discriminazione o alla soggezione. È una concezione che potrebbe apparire semplicistica, e invece è solo semplice, e permette di stabilire pochi punti fermi da difendere con coerenza. Gli uomini sono tutti uguali, la libertà (di pensiero e di parola, ma anche di commercio e di iniziativa economica) è il loro bene più prezioso e la democrazia è l’istituzione che meglio lo garantisce, per cui ogni forma di assolutismo e di oppressione va combattuta. Nulla di originale, come si può vedere, non fosse che sono idee propugnate da uno junker prussiano, parente di Von Bulov e amico prima di Metternich e poi di Bismark, espresse alla corte prussiana e difese tanto attraverso gli scritti che con l’impegno diretto, in innumerevoli battaglie condotte contro le discriminazioni nei confronti delle donne e degli ebrei, e contro la schiavitù.

Questo significa che Humboldt nutre nell’animale uomo e nelle sue scelte future una fiducia incondizionata? Non esattamente, crederlo sarebbe fare un torto alla sua intelligenza. Lui stesso dice di essere stato un tempo affascinato dalle teorie di Condorcet, ma di essersi liberato presto di questo fascino. No, la sua fiducia la ripone nella natura. Sarà la forza spontanea di questa a ristabilire gli equilibri, laddove già siano o vengano ulteriormente turbati. Agirà dall’interno dell’uomo, spingendolo ad armonizzare il quadro sociale, ma anche dall’esterno, per salvaguardare l’ordine pur nel pulsare della diversità.

Non sarà un filosofo particolarmente profondo, ma è senz’altro il vero padre dell’ecologia.

L’uomo

Dopo più di trent’anni sto finalmente saldando, sia pure in minima parte, il debito contratto già alla prima lettura, anzi, alla prima menzione di Alexander von Humboldt. L’ho fatto con notevole ritardo, in un momento in cui la riscoperta del personaggio, consacrata dalla riedizione delle opere a cura di Enzensberger, dalle biografie che cominciano a essere tradotte o scritte anche in italiano, e da una mostra che ha circolato qui da noi, seppure in sordina, nel 2009, rendono superfluo, ai fini della conoscenza, il mio lavoro. Ma superfluo non è affatto per me, che conservo l’orgoglio fanciullesco di aver praticato il grande scienziato tedesco quando ancora era un perfetto sconosciuto, sia pure illustre.

Ho scoperto Humboldt come alpinista (le vie della conoscenza sono davvero infinite!), e questa scoperta l’ho già raccontata altrove.

Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremila settecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto[28].

Da allora non ho più smesso di seguirne le tracce, di cercarlo o di trovarlo per caso coinvolto in tutto ciò che mi andava progressivamente appassionando. È diventato quasi un gioco chiedermi: Avrà detto o scritto qualcosa in proposito? Un gioco ricco di soddisfazioni, perché la risposta è quasi sempre positiva.

Humboldt è una di quelle persone che rimpiangi di non aver potuto conoscere, e che anzi, rimpiangi e basta, perché hai l’impressione non ne nascano più. Con tutte le sue qualità e con tutti i suoi difetti. Il ritratto ironico, e persino caricaturale, che ne fa Daniel Kehlmann ne La misura del mondo [29] non dovrebbe essere molto lontano dal vero. Ne viene fuori un rompiscatole un po’ saccente, che mette il becco in tutto ed è perennemente affaccendato. Ma mentre leggevo il romanzo e mi dicevo che in fondo era proprio quello l’Humboldt che avevo imparato a conoscere da anni, attraverso gli scritti suoi e quelli su di lui, capivo anche che i suoi difetti erano diventati per me un motivo in più di simpatia.

Credo che la ragione della mia simpatia per quest’uomo, che evidentemente va molto al di là di un interesse storico o scientifico, stia nella sua genuinità. Humboldt non sa (e non vuole) nascondere nulla. Non si impone di essere trasparente, lo è e non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che potrebbe essere diverso. È vanesio come un bambino, gli piacciono le onorificenze, vuole la gloria, ma prima di tutto vuole sinceramente conoscere, capire. È logorroico, interviene in ogni discussione, ma solo perché ha davvero sempre qualcosa da dire. Parla molto, ma è anche capace di ascoltare. Ha delle idee e delle certezze, e vuole proporle, ma soprattutto confrontarle, ed è disposto a metterle in dubbio, e quando è il caso, a cambiarle. Parte per il viaggio in Sudamerica convinto nettuniano, ne torna quasi vulcanista (ma anche Darwin parte fissista, e torna evoluzionista: l’importanza del viaggio!).

Non deroga comunque sui principi. È stato ritratto talvolta come persona fredda, capace di rapportarsi agli altri (e alla natura stessa) solo con la testa. Io sono di tutt’altro parere, e ho a disposizione fior di aneddoti a conferma della mia opinione[30]; ma se anche così fosse, la capacità di dominare le emozioni non è forse un pregio, e non è forse la condizione che consente una reale coerenza coi propri principi per tutta una vita? Humboldt attraversa varie stagioni del pensiero, da quella illuministica a quella romantica, fino a quella positivistica, e non si lascia mai condizionare. È attento e sensibile a ogni concreta novità, a ogni avanzamento nel campo della conoscenza scientifica, ma non si accoda ad alcuna corrente. Le correnti, semmai, le scopre.

Mi piace perché sa quello che vuole, senza per questo risultare spocchiosamente monolitico. Sa anche molto bene quello che non vuole, e lo dice chiaramente. Si propone degli obiettivi concreti e, per quanto impegnativi, possibili, così da non avere alibi qualora non dovesse raggiungerli. Infatti, li raggiunge sempre. È ossessionato dalla puntualità, la sente come un dovere, una forma di rispetto nei confronti degli altri, ma soprattutto nei confronti del proprio tempo. Non si sente autorizzato a perderlo, fuori ci sono un sacco di cose che aspettano di essere fatte o investigate[31].

Mi piace anche perché è un personaggio scomodo suo malgrado. Per questo prima parlavo di genuinità. Non ci tiene affatto a essere scomodo, anzi. Pensa, dice e fa quello che gli sembra più giusto e più naturale per il bene di chi gli sta attorno e dell’umanità tutta; ma in questo modo attraversa la sua epoca, e le diverse società che la caratterizzano, un po’ a mezz’aria, in costante asincrono.

Intanto è profondamente onesto e leale, in un ambiente nel quale la concorrenza, le gelosie e le rivalità sono sempre più spietate[32]. Anche dopo che Bonpland si è chiamato fuori dal lavoro editoriale, tornandosene in America, pubblica tutto il materiale scientifico della spedizione a nome di entrambi. Questo a dispetto di un’indubbia tendenza al protagonismo, quella che giustifica la sua fanciullesca gioia per i riconoscimenti ufficiali, le medaglie, ecc. Oltretutto lo fa a proprie spese, dilapidando in pratica tutto il patrimonio ricevuto alla morte della madre. Allo stesso modo attribuisce senza alcun problema ai suoi amici o corrispondenti la paternità di idee, di esperienze e di scoperte che magari aveva contribuito a far nascere o aveva lui stesso suggerito[33].

È sincero. Quando nel 1804 conosce Simon Bolivar, che gli chiede un parere sulla situazione sudamericana, risponde che le condizioni per una rivoluzione ci sono, ma manca un leader, e non ne vede nessuno all’orizzonte. Vent’anni dopo riconoscerà onestamente di non aver saputo riconoscere la grandezza di quell’uomo, ma ribadirà anche che, a dispetto degli entusiasmi di chi li aveva fatti incontrare, era ciò che pensava.

In patria viene definito un Hofdemokrat, un democratico di corte, quello che oggi sarebbe un radical chic o un “garantito”. Ma la sua fede democratica non è per niente un atteggiamento alla moda. La sposa a vent’anni, quando incontra la Rivoluzione francese, e non la abbandonerà sino a novanta. Col passare del tempo appare sempre più disorientato e deluso, a mano a mano che vede cadere gli ideali che hanno riscaldato l’ultimo decennio del Settecento: ma non arretra di un passo nelle sue convinzioni.

Piuttosto, come il suo contemporaneo Tocqueville, Humboldt non è propriamente un democratico: è prima di tutto un libertario. Quello che non sopporta è lo schiavismo, la privazione della libertà e prima ancora la negazione della dignità dell’uomo. La società americana gli piace perché sono tutti (o quasi: e questo lo stigmatizza, nelle lettere a Jefferson) liberi, non perché tutti possono partecipare al potere. Pur nella sua ingenuità non è così naif da credere nella democrazia totale. Vuole condizioni di partenza, almeno su un certo piano, uguali per tutti, quindi uguaglianza di fronte alla legge, istruzione diffusa in tutte le classi sociali, tolleranza estesa tra gli individui e tra i popoli. Da buon illuminista è ottimista sul fatto che gli uomini, una volta davvero liberi, saranno capaci di rapportarsi gli uni agli altri in maniera intelligente. Ma sono gli individui a interessarlo, non il demos. E anche questo, con qualche riserva sull’intelligenza degli uomini, mi trova perfettamente in sintonia.

La mia simpatia ha infine a che fare anche con la sua presunta omosessualità: o meglio, col modo in cui la gestisce. Premesso che di per sé non mi importa un accidente delle inclinazioni sessuali di chicchessia, voglio parlarne proprio perché oggi c’è una forma di rivendicazione dell’omosessualità che riesce disturbante, per quanto è urlata e mediaticamente esposta. Humboldt su questo tema è estremamente riservato, com’è giusto, e ciò non contraddice per niente la trasparenza cui accennavo prima. Semplicemente, ritiene siano un po’ fatti suoi, o più semplicemente ancora non è del tutto consapevole della sua “diversità”. Non si tratta di una rimozione o di un tentativo di mascheramento. Potrebbe essere considerata piuttosto una sublimazione.

Il fatto è che Humboldt è cresciuto nel culto classico dell’amicizia virile, magari in una moderna versione teutonica, di quel tipo cioè di rapporto che si instaura nelle situazioni “di frontiera” (pensate a Willer, Carson e Tiger), che ha caratterizzato tutta l’epica antica e che continua a caratterizzare quella moderna, soprattutto quella cinematografica. Lui la frontiera la cerca sempre, nei viaggi, negli studi, ci si trova a proprio agio e ne condivide con entusiasmo lo spirito di cameratismo. Non so quali limiti possa toccare l’investimento affettivo di Humboldt in questi sodalizi, ma so per certo che l’amicizia è il primo in assoluto nella scala dei suoi valori etici. Per lui l’amicizia è sacra e comporta quello stato del rapporto nel quale non si ha alcun ritegno a chiedere, perché si ha la consapevolezza di essere pronti a dare a nostra volta. Con Bonpland, che pure lo ha mollato nel bel mezzo della redazione del Voyage, rimane in contatto per tutta la vita e si adopera con tutte le forze per ottenerne la liberazione nel periodo in cui l’amico viene “sequestrato” per anni da un dittatore paraguaiano. Alla morte di Arago, pur avendo ormai superato da un pezzo gli ottant’anni ed essendo oberato dal lavoro per portare a termine il Kosmos, si sobbarca la prefazione all’edizione completa delle opere, dicendo «Era un amico, glielo devo».

Anche nei rapporti a più bassa intensità conserva la stima di tutti quelli che ha conosciuto, al di là di ogni possibile divergenza di opinione politica o scientifica, perché si rapporta con loro sulla base di una completa franchezza e onestà. Metternich, che da giovane ha condiviso con lui addirittura la camera a Gottinga ai tempi dell’università, ma che certamente era agli antipodi per quel che riguarda le idealità, gli scrive poco prima di morire:

Mio caro barone, il mondo è in una situazione molto pericolosa. Il corpo sociale è in fermento: mi fareste un gran favore se poteste spiegarmi di che tipo è questa fermentazione, se spiritosa, acida o putrida. Ho paura che il verdetto volga verso l’ultima di queste tipologie.

 

Cerca la risposta, o l’approvazione, dell’uomo e dell’amico, non certo quella dello scienziato o dell’opinionista politico. Persino Bismarck, che rappresenta tutto ciò che Humboldt ha maggiormente in odio, che lo giudica un vecchio rompiscatole e che stenta a digerirne l’ostinazione democratica, non può fare a meno di provare per lui simpatia e di affermare: «Credo di potermi onorare della sua amicizia».

Questo è ciò che per certo conosciamo delle attitudini affettive di Humboldt: il resto è pettegolezzo psicanalitico. Come Epicuro, considera l’amicizia il bene immortale che fa vivere un uomo come un dio tra gli uomini, e in essa convoglia ed esprime tutto ciò che attiene alla sfera dei sentimenti. Non possiamo che condividere, invidiarlo, e magari cercare di imitarlo.

Questa sua indole, naturalmente, non lo sottrae alla maldicenza e alla malevolenza. Semmai ve lo espone ancora di più. Par di sentire i commenti, negli austeri circoli berlinesi: «Quell’Humboldt, uno scapestrato. E pensare che suo fratello …».

Già, il fratello. Mi riesce facile immaginare il rapporto con quel fratello sempre un po’ “più”: filosofo principe del linguaggio nel paese di Herder, brillante diplomatico e burocrate zelante, sposo e suddito perfetto e fedele, legato alla famiglia, alla patria e al sovrano, sempre preoccupato per le “intemperanze” del suo congiunto. Che dice di Alexander:

Io lo amo infinitamente per la straordinaria bontà del suo cuore e del suo carattere, e per l’estremo attaccamento che ha nei miei confronti […] – ma – Vedrete anche i suoi difetti, che sono in parte la conseguenza, ma anche la fonte di alcune delle sue migliori qualità; ma per esperienza personale so che li perdonerete […].

Che si prodiga per far riammettere nei ranghi di corte, alla caduta di Napoleone, quel “giacobino francese” che i conservatori volevano fosse esiliato, ma che si sente molto più tranquillo quando è lontano, magari con un oceano di mezzo, e che si affanna, a dire il vero senza troppa convinzione, a giustificarne i comportamenti eterodossi anche agli occhi della moglie.

Temo che in questo rapporto l’amicizia abbia davvero poco spazio. C’è affetto, senz’altro: ma manca l’elemento chiave, la reciprocità della stima. E questo, il timore costante di dispiacere al fratello, di danneggiarlo in qualche modo, nel momento stesso in cui è stimolato a emularne per altra via la fama e il successo, è forse l’unico vero condizionamento che guasta a lungo la serenità di Alexander.

Potrei chiudere qui. Avrete capito, a questo punto, il perché della mia infatuazione per Humboldt: ma non vi nascondo che all’origine c’è anche l’ammirazione per quella che Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly ha definito «una tempra di finissimo acciaio».

Io l’ho descritta così: «Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar.

Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!»[34].

Alla faccia dell’understatement! Spero anche che adesso vi sia chiaro come mai, a dispetto dei successi, dei riconoscimenti, della stima e della fama che gli erano stati tributati da una parte e più ancora dall’altra dell’oceano, prima che il suo secolo arrivi a chiudersi Alexander è già stato rimosso dal pantheon della cultura germanica e in quello successivo scompare anche dalle enciclopedie.

È, come ho già detto, un personaggio fuori tempo; ma non di quelli che sono in anticipo o in ritardo sulla loro epoca; è proprio fuori dal tempo, nel senso che non c’è mai entrato del tutto.

È un illuminista nel paese che sta facendo del romanticismo la sua bandiera culturale. È un democratico nella Germania che si avvia a essere prussiana e poi nazista. È un cosmopolita nell’Europa dei nascenti nazionalismi. È un omosessuale nel secolo della restaurazione religiosa e dell’omofobia vittoriana. È un antirazzista, in un mondo che cerca giustificazioni biologiche al dominio occidentale. È un amico degli ebrei, mentre si afferma, a destra e a sinistra, un antisemitismo sempre più esacerbato. Basterebbe molto meno, in Germania o in qualsiasi altra parte del mondo, ma questi ingredienti creano un cocktail veramente micidiale, assolutamente indigeribile, allora e forse anche oggi. Spero solo che non lo sia diventato anche per voi. Per me, io ho finito.

Vorrei però accomiatarmi con un paio di consigli.

Primo. Trovatevi il vostro Humboldt. Una figura o un’idealità cui fare costante riferimento, un interesse che possa accompagnarvi per tutta la vita. Se è quello giusto non rischierà di tradursi in una monomania, ma vi aprirà le porte per viaggi e scoperte in tutte le direzioni.

Secondo. Adesso andate a cercarvi una biografia seria di Humboldt, quella di Beck se conoscete il tedesco, quella di Minguet se capite il francese, o quella di Focher se volete faticare meno, e imparate davvero a conoscerlo. Ne vale la pena.

Bibliografia minima[35]

Opere di Alexander Von Humboldt

Viaggio alle regioni equinoziali del nuovo continente (ant.), Quodlibet, 2014
Viaggio alle regioni equinoziali del nuovo continente, Fratelli Palombi, 1986
Die Reise nach Sudamerika, Lamuv, Göttingen, 1994
Voyage dans l’Amérique équinoxiale, La Découverte, Paris, 1993
Abenteuer eines Weltreisenden, Prisma, Wien, 1980
Cosmos, Utz, Paris, 2000
Kosmos (Zweiter band), J. G. Cotta’fcher, Stuttgard, 1847
Kosmos. Ed. Magnus Enzensberger – Die Andere Bibliothek, 2004
Cosmos – Essai d’une description physique du monde, Tip. Carlo Turati, Milano 1846
L’amerique espagnole en 1800, Calman-Levy , Paris, 1990
Saggio politico sul regno della Nuova Spagna, Edipuglia, 1992
Ensayo polìtico sobre la isla de Cuba, Fund. F. Ortiz, L’Habana, 1998
Aus Mèinem Leben, C. H. Beck Verlag , Munchen, 1987
Uber das Universum, Insel Verlag, Frankfurt, 1995
Quadri della natura, La Nuova Italia, Firenze, 1998
L’invenzione del Nuovo Mondo (Saggio critico sulla storia della geografia del nuovo continente), La Nuova Italia, Firenze, 1992
Reise durchs Baltikum nach Russland und Sibirien, Erdman, Stuttgard, 1983
Ansichten der natur, Reclam, Stuttgard, 1969
A.v. Humboldt – Aimé Bonpland – Correspoondance, L’harmattan, Paris, 2005

Opere su Alexander von Humboldt

BLUMBERG, Hans, La leggibilità del mondo, Il Mulino, 1984
DUVIOLS, Jean Paul, MINGUET, Charles – Humboldt, savant-citoyen du monde, Gallimard, Parigi, 1994
FARINELLI, Franco, L’invenzione della terra, Sellerio, 2007
FOCHER, Federico, Alexander von Humboldt. Schizzo biografico dal vivo, IL PRATO, Padova, 2009
GASCAR , Pierre, Humboldt l’explorateur, Gallimard, Parigi, 1985
HOSSARD, Nicolas, Aimé Bompland, médicin, naturaliste, explorateur en Amérique du Sud, L’Harmattan, Parigi, 2001
KEHLMAN, Daniel, La misura del Mondo, Feltrinelli, 2005
KRATZ, Otto, Alexander Von Humboldt, Callwey, Munchen, 2000
MINGUET, Charles, Alexander von Humboldt,  Maspero, Parigi, 1969
QUAINI, Massimo, La mongolfiera di Humboldt, Diabasis, 2002
VON HAGEN, Victor, Scienziati-esploratori alla scoperta del Sudamerica, Rizzoli, 1986

I doni di Humboldt

(postfazione 2018)

Come ho già ricordato nel testo[36], ho “scoperto” Alexander von Humboldt mezzo secolo fa. Sarà infantile rivendicare questa “priorità”, ma davvero ci tengo, per motivi sentimentali e non per millantare meriti che non avrebbero senso[37]. Me lo ha fatto incontrare una passione sportiva: prima che come naturalista, geografo o filosofo ho conosciuto infatti Humboldt come alpinista. Se una qualche continuità culturale c’era, era con la storia delle esplorazioni di Lewis e Clarke che mi aveva affascinato da ragazzino al cinema, con le avventure raccontate nei romanzi di Verne che avevano infiammato la mia adolescenza e con le imprese di Wymper che mi stavano segnando la giovinezza.

Proprio in un vecchio libro di Verne compariva un breve accenno all’ascensione al Chimborazo. È stato sufficiente a mettere in moto la ricerca di notizie su quel viaggiatore formidabile, e poi, quando ho cominciato a conoscerlo un po’ meglio, quella dei suoi scritti. La caccia si sarebbe protratta a lungo (in realtà dura ancora oggi), perché all’epoca trovare in Italia qualcosa di e su Humboldt non era affatto facile. La prima biografia completa (Alexander von Humboldt, di Charles Minguet, Maspero 1969) l’ho fotocopiata per intero alla biblioteca universitaria, con uno stratagemma (sono oltre cinquecento pagine). Solo più tardi, alla fine degli anni Settanta, ho cominciato a procurarmi sulle bancarelle o nelle librerie parigine vecchie edizioni delle sue opere. E anche lì, dove Humboldt aveva trascorso buona parte della sua vita, quella più produttiva, e successivamente in Germania, dove pure era nato e per oltre mezzo secolo era stato considerato quasi un monumento vivente, dovevo constatare che non veniva ristampato da almeno un secolo.

Quanto più scoprivo l’eccezionalità del personaggio, tanto più mi stupiva la difficoltà di seguirne le tracce: ma per altri versi questo mi permetteva di considerarlo quasi un feudo personale. Così per anni Humboldt è stato oggetto di lezioni-spettacolo a beneficio esclusivo dei miei allievi dell’ITIS: decine di periti meccanici, in un buco della provincia profonda, conoscevano vita e miracoli di uno scienziato esploratore che alla maggior parte degli storici era pressoché sconosciuto. Ai ragazzi piaceva, senz’altro perché drammatizzavo un po’ le sue avventure, ma credo soprattutto per quell’aura di conoscenza “iniziatica” che lo ammantava, dal momento che non ne trovavano menzione da alcuna altra parte: più di uno, quando il lavoro li ha portati poi a girare il mondo, mi ha testimoniato lo stupore che destava in Francia, in Germania e nell’America Latina il fatto che in Italia lo si conoscesse.

Insomma, mentre da un lato questo oblio mi spiaceva, temevo dall’altro che fosse rotto nella maniera sbagliata. Fino agli anni novanta comunque i miei timori si sono rivelati infondati: Humboldt sembrava proprio non interessare a nessuno. Solo negli ultimi due decenni gli è stata resa un po’ di giustizia. Le sue opere sono oggi tutte disponibili. In Germania è stata avviata una riedizione completa dei suoi scritti, il Cosmos è stato ritradotto ovunque (tranne che in Italia) e nell’ anno in corso (2018) è prevista anche una riedizione delle tavole più significative. Persino la corrispondenza, una mole incredibile di contatti e rapporti con tutti i maggiori spiriti del suo tempo, cresciuta a dismisura nell’arco di più di settant’anni, è in fase di pubblicazione (prevedo che non saranno menoQueste pagine sono state inserite a di venti volumi).

In questo risveglio di interesse non vedo tuttavia solo lati positivi. La verità è che la riscoperta attuale di Humboldt appare mirata più ad alimentare un “mercato culturale” dell’effimero in forte crescita che a stimolare una curiosità intellettuale profonda, da coltivarsi con serietà. E la qualità del prodotto e il rigore della ricerca naturalmente sono per il mercato l’ultimo dei problemi.

Anche la relativa “popolarità” procurata al nostro da una nuova biografia recentemente pubblicata (L’invenzione della natura, di Andrea Wolf, Luiss Edizioni) è piegata ad un disegno di attualizzazione che ne sta facendo un uomo per tutte le stagioni[38]. Nell’ultimo ventennio la frusta redingote di Humboldt è stata infatti stiracchiata un po’ da tutte le parti: antesignano dell’ecologia, ispiratore del concetto di wilderness, precursore del pensiero postmoderno e del paradigma scientifico anti-positivista, militante democratico e antirazzista, simbolo dell’orgoglio omosessuale, da ultimo addirittura preconizzatore della nascita di Internet.

Ora, la poliedricità di Humboldt sembra facilmente prestarlo a tutte le interpretazioni, ma in realtà non ne avvalora nessuna. Un po’ perché proprio per la vastità degli interessi e per la complessità del carattere il personaggio non può essere costretto in alcuna singola rappresentazione iconica, e un po’ perché il modo migliore per comprenderlo sarebbe invece quello di riconsegnarlo al suo tempo e di leggerlo in quel contesto. Voglio dire, in sostanza, che considerare Humboldt avanti di un paio di secoli rispetto ai suoi contemporanei è una forzatura, ed è cosa che gli fa torto. Credo che sia ora semmai di ridargli il posto che gli compete, e che gli era ampiamente riconosciuto dai suoi contemporanei (lo appellavano “il nuovo Aristotele”), nella cultura del suo tempo[39].

Questo vale per tutti i multiformi lati della sua personalità e i campi del suo interesse. Mi limito ad alcuni esempi. Proprio l’aspetto che aveva acceso la mia fantasia, quello dell’alpinismo, mi sembra particolarmente emblematico, perché testimonia l’appartenenza di Humboldt ad un mondo ancora pre-alpinistico. Nelle storie dell’alpinismo Humboldt compariva sino a ieri solo in qualche nota a piè di pagina, a dispetto della eccezionalità della sua ascensione al Chimborazo e del fatto di essere rimasta per mezzo secolo la maggiore altitudine raggiunta in montagna da sempre. Questo perché le motivazioni e i modi dell’ascensione erano ben lontani da quelli, ad esempio, del suo contemporaneo De Saussure. L’aspetto agonistico dell’impresa, quello che scatena a partire dalla metà del Settecento la corsa alle cime alpine, nell’economia del suo racconto rimane sempre in secondo piano. Non che Humboldt non vada giustamente orgoglioso del suo record e non lo sottolinei: ma le difficoltà tecniche, le caratteristiche del percorso e le scelte conseguenti, vi hanno uno spazio limitatissimo. E questo non è dovuto solo al fatto che le salite andine sono in genere solo delle lunghissime camminate. Oserei dire che sale il Chimborazo, come già aveva fatto al Pico de Teide o per altri vulcani andini, con un atteggiamento molto più vicino a quello che ha portato Petrarca sul Mont Ventoux che a quello dei moderni performers, e con un equipaggiamento non molto dissimile. Il che, nell’ottica più recente di un rapporto “ecologico” con la montagna ce lo può anche far sentire molto moderno, ma non è certo frutto di una consapevolezza “moderna” della montagna.

Non si tratta qui evidentemente di sminuire il personaggio, vista anche la mia lunga devozione. Si tratta semmai di restituirgli ciò che davvero gli appartiene. E in questo senso la componente di novità va correttamente dimensionata per quanto concerne tutti gli atteggiamenti, a partire da quello scientifico e filosofico[40].

Va ribadito ad esempio che H. non rivoluziona la biologia, anche se elabora una serie di strumenti per studiare gli organismi, e più in particolare il mondo vegetale, nelle loro correlazioni con l’ambiente. Il suo punto di partenza è la Metamorfosi delle piante di Goethe, che sosteneva la derivazione delle infinite specie vegetali diffuse sulla terra da un unico archetipo, la «pianta-tipo» originaria. La tassonomia proposta da Linneo non è sufficiente a spiegare tale varietà: si limita a descriverla e a congelarla, mentre nella concezione di Goethe la varietà dei generi e delle specie vegetali non è statica, non è fissata una volta per tutte, ma è il risultato della loro adattabilità ambientale[41]. Humboldt sposa questa concezione, ma non gli interessa poi il risvolto metafisico, che per Goethe era invece fondamentale: non cerca l’anima del mondo, vuole semplicemente dimostrarne l’unità, evidenziare l’interconnessione di tutti i fenomeni. In tale senso usa il termine “armonia”. E per fare questo ricorre alle misurazioni, alle comparazioni, alle analisi “quantitative”.

L’elemento di novità sta dunque nel cercare di conciliare una visione organicistica della natura, che si oppone a quella meccanicistica di Cartesio e di Newton, e in definitiva degli stessi Linneo e Buffon, con gli strumenti che proprio quest’ultima ha elaborato. “La natura va misurata e analizzata, senza mai dimenticare che la nostra risposta al mondo naturale si debba in gran parte basare sui sensi e sulle emozioni”. E, aggiungerei, sulla storia della evoluzione delle conoscenze stesse. In questo senso l’apporto di Humboldt è indiscutibile. Ma è anche evidente come l’idea moderna di Wilderness, della quale gli si vuole attribuire la paternità, sia quanto di più lontano si possa immaginare dalla sua concezione. Humboldt non ama la natura selvaggia, ma l’ordine della natura, che è equilibrio, “armonia” appunto, e che va riconosciuto anche sotto la sua selvatichezza. Ma l’ordine della natura contempla anche la presenza degli umani e gli esiti delle loro attività. Questo è il nodo centrale, se vogliamo l’elemento di maggiore originalità: l’equilibrio naturale va riconosciuto e compreso proprio per fare si che queste attività siano con esso compatibili, non lo compromettano. Di qui le riflessioni sui danni ambientali irreparabili provocati da uno sfruttamento scriteriato, che costellano il racconto del viaggio americano e che tornano poi nel Cosmos. Humboldt non stigmatizza lo sfruttamento delle risorse, ma la sua applicazione insensata[42]. Questo è il messaggio che vuole trasmettere ai posteri.

E ancora. Nel termine “armonia”, nel significato in cui è usato da Humboldt, non è implicita alcuna visione edenica della natura[43]. Non si dà una valutazione “morale” positiva dello stato naturale, da contrapporre, alla maniera di Rousseau, a quella negativa data della cultura. Il mondo è “armonico” solo nel senso che è governato da una interrelazione tra tutti i fenomeni, che questa interrelazione è a sua volta governata da leggi, e che queste leggi non sono imperscrutabili. Ma a differenza dei Romantici Humboldt pensa che questa “armonia” non possa essere colta attraverso una sapere empatico, alla Schiller, bensì attraverso l’uso di una ragione “ben temperata”, duttile e flessibile. Che non è poi così lontana da quella ragione “calcolante” messa sotto accusa dal decostruzionismo.

In sostanza Humboldt non è un post-moderno, ma un illuminista, nella versione kantiana, anche se Kant è uno dei pochissimi grandi del suo tempo che non ha conosciuto personalmente (ritengo che abbia conosciuto poco anche le sue opere). Lascia l’Europa quando il grande filosofo è ancora vivo e si è appena imposto, e torna dopo la sua morte, quando già comincia ad essere “revisionato” o messo in discussione dagli idealisti. Ma è partito kantiano e kantiano ritorna, e lo rimarrà sino alla fine.

Il che, per quanto mi concerne, non è un limite, ma un grandissimo merito.

[1] Questo accadeva ancora 15 anni fa, al momento in cui questa mini-biografia è stata scritta. Oggi in realtà accade il contrario: lo spazio dedicato su Wikipedia ad Alexander è quadruplo rispetto a quello riservato al fratello.

[2] Per chi volesse approfondire la conoscenza della vita, delle opere e dei viaggi di Alexander rimando alla bibliografia finale, che comprende ad alcune ottime biografie scritte da studiosi francesi, tedeschi e anglosassoni. Purtroppo nessuna di queste è stata tradotta in italiano. Nel frattempo, proprio ultimamente, ne è uscita una molto bella redatta da uno storico della scienza italiano, Federico Focher, che vale senz’altro la pena leggere.

[3] Cfr. la bellissima biografia romanzata di Franklin, La scoperta della lentezza, scritta da Sten Nadolny, Garzanti, 1985.

[4] La storia di Henriette Hertz e dei cenacoli ebraici di Berlino a fine Settecento è narrata in AA VV, Ebrei in Germania, Feltrinelli 1987.

[5] Mineralogische Beobachtungen über einige Basalte am Rhein

[6] Georg Foster, Viaggio attorno al mondo, Laterza 1986

[7] cfr. il dibattito tra nettuniani e plutonisti. La teoria nettuniana, sostenuta da Werner, fa derivare le rocce dalla precipitazione dei minerali presenti nelle acque di un oceano che un tempo ricopriva tutta la terra. Il platonismo o vulcanismo, teoria proposta dallo scozzese James Hutton, ritiene che la crosta terrestre si è formata per l’azione del magma incandescente presente nelle viscere del pianeta, che si manifesta attraverso i fenomeni tellurici e vulcanici.

[8] I frutti di queste ricerche vengono pubblicati nel 1793 col titolo Florae fribergensis specimen plantas cryptogamicas praesertim subterraneas exhsibens, suscitando interesse e consenso tra i maggiori naturalisti, primo tra tutto Goethe.

[9] Nel 1797 Humboldt pubblicherà un’opera in due volumi che raccoglie i suoi studi sul galvanismo, e che tenta nuove spiegazioni dei fenomeni elettromagnetici.

[10] Gli studi sul Messico saranno raccolti nell’Essai politique sur le royame de la Nouvelle Espagne. Il saggio è ricchissimo di informazioni inedite sulla geografia e sulla geologia del Messico, ma comprende le descrizioni delle condizioni politiche, sociali ed economiche nonché abbondanti statistiche sulla popolazione. La deprecazione che H. formula in quest´opera nei confronti della schiavitù rimarrà tuttavia inascoltata, mentre le sue descrizioni delle miniere d´argento messicane attireranno numerosi investimenti di capitale straniero. (giustificando i versi di Enzensberg citati in esergo in questo scritto).

[11] I numerosi scritti all’interno dei quali va sviluppando le sue idee naturalistiche, fisiche, geografiche e sociali vengono accorpati nel monumentale Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent, fait en 1799, 1800, 1801, 1802, 1803 et1804 par Alexandre de Humboldt et Aimé Bonpland. Rédigé par Alexandre de Humbold, steso tra il 1805 e il 1834 in 35 volumi di grande formato con apparati illustrativi realizzati dai migliori artisti, incisori e cartografi europei dell’epoca. Tra le più note opere che vi sono comprese – scritte personalmente da Humboldt o da lui curate – le Ideen zu einer Geographie der Pflanzen, nebst einem Naturgemälde derTropenländer (1807), l’Essai politique sur le royaume de la Nouvelle Espagne (1811), il De distributione geographica plantarum, secundum coeli  temperiem et altitudinem montium (1817), il Voyage de Humboldt et Bonpland. Première partie. Relation Historique (1814-1825) e l’Essai politique sur l’Ile de Cuba (1826).

In totale 16 volumi sono dedicati alla botanica, 2 all’anatomia e alla zoologia, sei alla geografia, tre alle misurazioni e alle statistiche, tre al racconto del viaggio. Di ogni opera vengono edite serie distinte, realizzate con carta di diversa qualità e illustrazioni di differente costo, tutte a colori, parte in bianco e nero e parte a colori, oppure tutte in bianco e nero, mentre alcuni volumi vengono pubblicati in formato ridotto con impianto illustrativo limitato.

[12] In questa occasione, nel recarsi da Torino a Genova passa anche dalle mie parti, soggiornando probabilmente a Novi o a Voltaggio.

[13] Funge in pratica da interprete e guida per il sovrano prussiano, ma ha soprattutto il merito di essere intervenuto per salvare alcuni monumenti e musei parigini che rischiavano la distruzione.

[14] La riforma del sistema universitario tedesco è in realtà opera, nel suo complesso, del fratello Wilhelm: ma Alexander dà un impulso decisivo alla nascita e all’ordinamento delle nuove facoltà scientifiche.

[15] Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent.

[16] Risultato di questo viaggio sono i Fragmens de géologie et de climatologie asiatiques (1831) e L’Asie Centrale. Recherches sur les chaines de montagnes et la climatologie comparée (1843).

[17] Nel corso della sua esistenza Humboldt scrisse o ricevette oltre centomila lettere. Si è calcolato che la pubblicazione integrale della sua sola corrispondenza in uscita occuperebbe una ventina di volumi. Per la stesura del Kosmos si avvale della collaborazione dei migliori specialisti nelle varie discipline, ai quali richiede contributi scritti che a volte raggiungono le dimensioni di veri e propri piccoli saggi. Per l’effetto della contemplazione della natura sull’immaginario poetico, ad esempio, riceve aiuti dai fratelli Grimm e da Ernest Curtius.

[18] J. Gould, Church, Humboldt e Darwin

[19] Kosmos, I

[20] Il modello esplicito di riferimento è per Humboldt l’Historia naturalis di Plinio il Vecchio. Da essa mutua anche l’ordine della descrizione, dall’immensamente grande all’immensamente piccolo: ma questa scelta non ha assolutamente a che fare con l’idea di un ordine gerarchico interno alla natura, e meno che mai dell’esistenza di livelli diversi di “realizzazione” o di “consapevolezza” della materia, comune invece a tutte le concezioni naturalistiche del Romanticismo.

[21] Nel secondo volume del Kosmos Humboldt preconizza quella che dovrà essere la funzione “scientifica” del vedutismo: «È mia convinzione che la pittura del paesaggio fiorirà in maniera meravigliosa, nuova e mai vista prima, quando artisti validi usciranno più spesso dagli stretti confini del mediterraneo, quando sarà loro concesso di abbracciare con la freschezza spontanea di un animo giovane e puro l’immensa varietà della natura nelle umide valli dei tropici». Verrà preso alla lettera. C’è tutta una generazione di pittori, tedeschi e non, che dopo aver ascoltato o letto Humboldt si sguinzaglia per il nuovo continente, soprattutto nell’America meridionale, a caccia di panorami pittoreschi. Colui che forse meglio interpreta l’invito è l’americano Frederic Edwin Church, che dopo aver letto tutte le opere di H., viaggiato a più riprese nell’America del Sud e ripetuto addirittura l’ascensione del Chimborazo dipinge opere grandiose come Le montagne dell’Equador e Il cuore delle Ande. Quest’ultima, dopo aver ottenuto un enorme successo negli Stati Uniti viene inviata in Europa proprio perché H. possa vederla, ma arriva un mese dopo la sua morte. Tra i tedeschi, quelli che più si avvicinano alla sua concezione del vedutismo sono Johann Moriz Rugendas, che pubblica nel 1835 il Voyage pittoresque dans le Brésil, un’opera che si rivela complementare a quella di H., ed Edouard Hildebrandt, un altro protetto di H., più volte citato ed elogiato nel Kosmos. Possono essere considerati discepoli indiretti anche Albert Bierstad e Carl Gustav Carus, sia pure con qualche cedimento agli effetti spettacolari nel primo e al sentimentalismo nel secondo. Nessuna consonanza esiste invece con l’interpretazione metafisica della natura «Il divino è dovunque, anche in un granello di sabbia», col misticismo scontroso e luterano di Carl Jasper Friedrich.

[22] Nella prefazione di Ansichten der Natur dice: «La ricchezza della natura invita ad accumulare le immagini, e questo affollamento disturba l’ordine e l’effetto generale del quadro». Il termine Ansichten, quadro nel senso di “insieme”, ricorre frequentissimo nel linguaggio di H., perché racchiude l’idea di un’unità nella complessità.

[23] Franco Farinelli, L’invenzione della Terra, Sellerio 2007

[24] Nella lettera del 1834 a Varnhagen von Ense dove annuncia l’inizio della stesura del Kosmos scrive: «Un libro sulla natura deve fare l’impressione della natura stessa», dove la convergenza tra libro e natura si realizza per l’appunto nell’impressione.

[25] Dall’introduzione al Kosmos.

[26] Nella prefazione di Ansichten der Natur dice: «La ricchezza della natura invita ad accumulare le immagini, e questo affollamento disturba l’ordine e l’effetto generale del quadro». Il termine Ansichten, quadro nel senso di “insieme” ricorre frequentissimo nel linguaggio di Humboldt, perché racchiude l’idea di un’unità nella complessità.

[27]Dall’introduzione al Kosmos.

[28] Paolo Repetto, Elisa nella stanza delle meraviglie, Viandanti delle Nebbie, 2004

[29] Daniel Kehlman, La misura del mondo, Feltrinelli 2006

[30] Basterebbe l’affetto mostrato nei confronti di un cane randagio, raccolto nei llanos, che accompagna per un tratto della spedizione sull’Orinoco i due esploratori, e fa poi una brutta fine, sbranato da un giaguaro. Per cercarlo nella foresta H. mette a repentaglio la propria vita. O ancora, l’episodio da libro Cuore, ma autentico, dei cento franchi regalati con estrema discrezione a una povera sconosciuta, una fanciulla parigina, per evitarle di sacrificare la chioma per un tozzo di pane. È la fanciulla stessa a seguire non vista il misterioso benefattore, a scoprire il suo nome e a raccontare il fatto.

[31] Questo è il motivo per cui più di una volta va a pescare il povero Bonpland, molto più schiavo del richiamo della natura, in qualche capanna indigena o nei postriboli delle città sudamericane. Non è né scandalizzato dalla promiscuità razziale né moralmente indignato. Semplicemente, ha fretta.

[32] Per averne un’idea, è illuminante la lettura di Costantinopoli 1786: la congiura e la beffa, di Paolo Mazzarello (ed. Bollati Boringhieri, 2004).

[33] Realizza assieme a Gay Lussac la sintesi dell’acqua, e con lo stesso e con Arago tutta una serie di esperimenti fondamentali sulla composizione dell’atmosfera, sul magnetismo terrestre e sull’acustica, arrivando a determinare la velocità del suono. Non rivendicherà mai alcuna particolare attribuzione di merito per queste attività.

[34] Paolo Repetto, Elisa nella stanza delle meraviglie,Viandanti delle Nebbie, 2004.

[35] Sono indicate solo le opere che al momento possiedo. La bibliografia tedesca su A. von Humboldt, è in realtà oggi sterminata.

[36] Queste pagine sono state inserite a mo’ di post-fazione in calce a “humboldt controcorrente”, pubblicato nell’estate 2018 sulla rivista “Altronovecento”).

[37] Tengo anche a sottolineare che una prima versione di questo breve saggio è stata redatta nel 1997, ed ha circolato in forma “privata”, in successive edizioni dei Viandanti delle Nebbie, a partire dal 2001. La forma definitiva risale al 2010. Per la presente occasione sono stati rivisti solo la bibliografia e l’apparato delle note.

[38] È sufficiente un breve giro in rete per rendersi conto di come le recensioni al libro della Wulf abbiano offerto occasioni per dire qualsiasi stupidaggine. Ad Humboldt viene ad esempio attribuita dagli esperti dell’ultima ora un’escursione nelle Alpi svizzere in compagnia di De Saussure, che sarebbe avvenuta nell’inverno del 1789 e nel corso della quale i due avrebbero messo a punto il cianometro, uno spettro di misurazione dell’intensità del blu del cielo. Ora, al di là del fatto che non esiste alcun accenno a questo fantomatico primo incontro nella corrispondenza e nelle opere, una semplicissima verifica, o magari la lettura del libro recensito, permetterebbe di constatare che in quel periodo H. era in tutt’altre faccende impegnato, e in tutt’altro luogo. Qualche appunto però può essere mosso anche alla Wulf: è poco probabile che nel 1794 le armate di Napoleone potessero avanzare sulla superfice ghiacciata del Reno, non perché il ghiaccio non tenesse, ma perché a quella data Napoleone non aveva armate, ed era anzi agli arresti domiciliari (pag. 28). Allo stesso modo, è difficile immaginare H. sulla vetta del Chimborazo ad “assorbire il panorama sottostante”, quando si è appena detto che in vetta non è arrivato e che il vulcano era nascosto da una densissima nebbia (pag. 5).

[39] Massimo Quaini scrive in “Alexander von Humboldt cartografo e mitografo” (ne L’invenzione del nuovo mondo, La Nuova Italia 1992): “La sua è una lezione che richiede non solo una grande sensibilità geografica, ma anche, e in maniera non sussidiaria, una grande sensibilità storica, filologica e più in generale filosofica … Nell’esperienza di Humboldt il viaggiatore e lo storico, il cartografo e il mitografo, lo scienziato e l’artista, il geografo e il filosofo continuano a illuminarsi a vicenda. Un’esperienza per molti versi irripetibile, soprattutto se la si riconduce a quella determinata totalità culturale, ma che contiene, anche nel suo significato complessivo, messaggi oggi riproponibili, purché non si tradisca lo spirito unitario che la caratterizza” (la sottolineatura è mia).

Quell’irripetibile, riferito tanto al particolare tipo di esperienza (il viaggio) quanto ai risultati scientifici che ne conseguono, è da tenere ben presente. L’atteggiamento conoscitivo di Humboldt. che mira ad una unità superiore della cultura, era quello già implicito nello spirito dell’Enciclopedie, e con questa infatti si pone in continuità. È un atteggiamento che non apre una nuova epoca, ma ne chiude una vecchia (il che spiega anche, per buona parte, l’oblio).

[40] Tralascio di tornare sulla portata e sul senso delle posizioni democratiche e anti-razziste di Humboldt, che penso di aver già trattato a sufficienza nel testo senza troppo “decontestualizzarle”. Lo stesso vale per la lettura da darsi della sua omosessualità. Credo che Humboldt non abbia evitato di sbandierarla solo per un rispetto umano che, stante l’epoca, sarebbe comunque più che giustificabile: sono convinto che la sublimasse, in termini molto classici, difficilmente conciliabili con quelli post-moderni. La ricerca di testimonial per ogni causa sempre più indietro nel tempo è senz’altro legittima, a patto che venga rispettato il significato effettivo della testimonianza.

[41] La concezione che H. ha della conoscenza della natura deve forse più a Buffon che a Linneo. Certo, la classificazione, ma quello che gli importa è soprattutto l’effetto d’insieme. Non gli schemi, ma il quadro (non a caso, il titolo Ansichten …).

[42] Parla dell’America dei primi dell’Ottocento ma sembra raccontare il nostro paese, e in fondo lo stato dell’ambiente in tutto il mondo odierno. “Quando le foreste vengono distrutte, come hanno fatto ovunque in America i coloni europei con incauta avventatezza, le sorgenti si prosciugano, i letti dei fiumi, restando asciutti per parte dell’anno, si trasformano in torrenti ogniqualvolta abbondanti piogge cadono sulle alture. Venendo a sparire dai fianchi delle montagne, con il sottobosco, zolle erbose e muschio, l’acqua che cade sotto forma di pioggia non è impedita nel suo corso, e invece di far salire il livello dei fiumi con infiltrazioni progressive, durante i grandi diluvi scava solchi sui fianchi delle colline, trascina giù la terra non più trattenuta e provoca quelle inondazioni improvvise che devastano il paese”.

[43] In natura vige secondo Humboldt, tanto nel mondo animale che in quello vegetale, la guerra continua, la lotta per lo spazio e per le risorse. Per quanto crudele non è una lotta insensata, anzi, è necessaria per mantenere equilibrata la diffusione delle varie specie.

 

Sarà per la prossima vetta

di Mauro Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Da giorni programmavo la grande escursione, da giorni tentavo d’immaginare come sarebbe stata, e sia pure inconsciamente stavo stringendo un rapporto di sempre maggior fiducia col mio compagno: quel compagno che, fino alla proposta di salire la Grande Tetè de By (3588 m.), avevo considerato solo come un simpatico capo. Venne dunque la data dell’escursione, e tutto cambiò in brevissimo tempo. Lui aveva deciso di variare destinazione per motivi meteorologici e, anziché alla Grande Tetè de Bym nella Valle di Ollomont, ora eravamo diretti verso la Valle di Ala: l’obiettivo era l’Uia di Ciamarella (3676 m.). Il nostro rapporto è definitivamente cambiato durante il viaggio. Siamo entrati in confidenza parlando un po’ di tutto, ma in special modo di abitudini personali, come il modo di fare colazione, e di musica: un abbinamento strano, ma che si è rivelato efficace, forse perché molto spontaneo.

Diamo inizio alla nostra avventura verso le otto. Sgranchiamo un po’ le gambe, atrofizzate dal viaggio in auto, prepariamo l’attrezzatura, scarichiamo i liquidi accumulati in un angolino appartato e, alzando lo sguardo alla vetta, un po’ impauriti dalla sua maestosità e scettici per la sua distanza, stringiamo i lacci degli scarponi. Si parte senza avere un’idea di quando si potranno slacciare. Come sempre nei primi passi si tira già il fiato, ma noi continuiamo imperterriti a parlare, a osservare e a descriverci vicendevolmente il paesaggio, selvaggio e incantevole. Talvolta, alzando il naso dal duro sentiero che ci costringe a fare molta attenzione, ci permettiamo di spaziare oltre la vegetazione che ci circonda. Il tempo non è dei migliori, nubi fitte e rabbiose decorano il cielo fino a coprirlo completamente. Una fitta nebbia si addensa e poi subitamente si dilegua su e giù per il pendio, quasi ad inseguirci e travolgerci. Il sentiero continua ad essere aspro, sia per le pietre, alcune da evitare ed altre da utilizzare come scalino, sia per la pendenza, e sale lungo tornanti brevi e ripidi. Ma ecco la prima sorpresa. Nel silenzio della nebbia si sentono strani rumori, quasi come un bussare alla porta, ma non si scorge nulla. Intanto inizia a piovigginare, una fastidiosa pioggerellina che solletica il viso e le gambe, le uniche due parti non coperte dalla mantella. Schhh!! Zitto!! Guarda lì sopra!! Finalmente capiamo da dove provenivano i rumori di prima. A pochissimi metri da noi si sta svolgendo uno splendido spettacolo: due giovani stambecchi si prendono a cornate saltando di pietra in pietra e, anche se ci hanno ben visti e studiati, non si curano per nulla della nostra vicinanza, quasi fossero rassicurati dal riparo che può offrire loro la nebbia. Scattata una o due foto decidiamo di proseguire, ma il nostro cammino di lì a poco è nuovamente interrotto da un altro stambecco, un maschio adulto, che si sofferma un po’ a guardaci e poi quasi ci saluta con uno strano verso, prima di scappare via veloce.

Verso le dieci raggiungiamo la prima tappa, il rifugio Gastaldi. Siamo accolti freddamente dai gestori, parecchio scortesi e poco propensi a dare consigli sull’ascesa al ghiacciaio e quindi alla cima. Mangiamo un paio di panini e riprendiamo il sentiero. A fatica individuiamo fra le pietre la via giusta, e subito la pioggia torna a farci compagnia, più insistente di prima. Ormai zuppi e sconfortati da quel che sembra aspettarci, ci chiediamo se vale la pena proseguire. È la prima delle scelte che dovremo fare, la prima di quelle decisioni che si possono prendere solo di comune accordo. In questi casi è indispensabile la fiducia reciproca, e questo lo capirò meglio più tardi. Concordiamo sull’opportunità di proseguire almeno fino ai piedi del ghiacciaio. Mentre saltiamo da una pietra all’altra e scrutiamo l’intera pietraia in cerca degli “ometti”, all’improvviso siamo sfiorati da timidi raggi di sole, che si fanno sempre più intensi, fino a quando tutto il cielo si apre in un confortante azzurro. Percorriamo allora velocemente i tre salti di morena ed arriviamo al nostro ghiacciaio. Eccolo, maestoso e affascinante, ma pericoloso e ricco di trappole; nessuna traccia umana, nessun segno che lasci intuire una via di passaggio. Ci si presenta la necessità di un’altra scelta: attraversare questo ghiacciaio vergine o abbandonare la salita. Rinfrancati e incoraggiati dal sole non impieghiamo molto a liberarci dai dubbi: attraverseremo il ghiacciaio. Mentre allacciamo i ramponi e liberiamo le piccozze decidevamo di non legarci in cordata. Avanzando assicurati in situazioni di questo tipo, pensiamo, se uno finisse in un crepaccio l’altro non solo non potrebbe salvarlo, ma rischierebbe di seguirlo: così invece ognuno penserà a sé, sperando bene anche per l’altro. Così, un passo incerto e prudente dopo l’altro, attraversiamo il ghiacciaio, cercando assieme la via, comunicandoci di quando in quando impressioni e sensazioni. Si tiene sempre lo stesso passo, cadenzato, a ritmo con il cuore, col fiato e soprattutto con la mente; la cosa più importante, infatti, per escursioni di questo tipo sono la tenacia, la forza d’animo e l’autoconvincimento. Attraversato il ghiacciaio continuiamo su per una cresta, a destra un salto di qualche centinaio di metri, a sinistra una ripida pietraia franosa, che porta dritta tra i seracchi: ora è l’adrenalina del rischio che ci aiuta a posare un pesante scarpone di cuoio davanti all’altro. All’improvviso, a distrarci per un attimo dalla tensione e dalla concentrazione si alza in volo da dietro una guglia l’aquila, la regina della montagna, colei che raramente si concede allo sguardo; timida e quasi scocciata si allontana velocemente, fino a diventare un minuscolo scarabocchio nero nel cielo azzurro. Riprendiamo. Raddoppiando l’attenzione, perché la cresta si fa sempre più sottile. Ma al termine della cresta troviamo davanti a noi una parete pressoché verticale, di una roccia particolarmente difficile e rischiosa, fatta di scaglie che si sbriciolano filtrando acqua. Siamo di fronte alla terza scelta della giornata, rischiare e puntare alla vetta, o abbandonare a pochi metri e iniziare il ritorno. Rimaniamo a lungo lì, aggrappati alle rocce, combattuti tra il timore del rischio e lo stimolo dell’orgoglio, cercando nel frattempo di individuare un’altra via per aggirare l’ostacolo; ma niente, non c’è un’altra via. E allora il problema si riduce a questo: vale la pena rischiare la vita per salire sulla vetta vera e propria? Ci mettiamo un po’ di tempo, ma alla fine decidiamo di no; abbandoniamo, e sia pure un po’ amareggiati, ma convintissimi d’aver fatto la scelta giusta, torniamo giù a passo rapido e sciolto. Affrontiamo nuovamente la cresta, scattiamo qualche foto e ci buttiamo per il ghiacciaio, questa volta con minore prudenza, calcolando anche il fatto che con il sole la neve diventa più molle ed il rischio di scivolare sul ghiaccio duro aumenta. Superata la grande morena decidiamo di non ripetere il sentiero della salita, ma di percorrerne un altro che non passi dal rifugio. Il ritorno ci regala ancora un paio di sorprese; ci troviamo infatti a dover attraversare il torrente che dal ghiacciaio scende a valle con due soli balzi, cosa non facile con uno zaino da quindici chili sulle spalle. La seconda sorpresa ce la regala un gruppo di una quindicina di stambecchi che bruca tranquillamente il prato attorno al sentiero. Rituffandoci nella nebbia fitta arriviamo alla macchina, esausti, alle otto e mezza. Siamo noi stessi stupiti da quanto siamo riusciti a fare. In undici ore abbiamo superato 2000 metri di dislivello. Questo ci compensa ampiamente della vetta mancata. Sciacquiamo i nostri piedi distrutti nelle gelide acque del torrente, lì a fondovalle, e poi via per il ritorno a casa, da chi probabilmente già da qualche ora si sta preoccupando per noi.

Questa avventura mi ha lasciato più di un ricordo. È stata un’esperienza d’alta montagna che mi ha fatto crescere dal punto di vista pratico, come escursionista, ma mi ha fatto capire anche altre cose. Innanzi tutto quanto sia importante fidarsi delle persone con cui si vivono esperienze importanti e che possono anche essere pericolose. Poi che quando un uomo si pone dei limiti non è detto che lo faccia sempre per paura o per pigrizia; a volte prendere coscienza di un limite da non superare significa semplicemente scegliere in favore della vita, e l’alternativa non è eroica, ma solo insensata. Infine ho capito che l’uomo ha un vero e proprio bisogno psicologico di vivere certe sensazioni, ma anche che queste non devono essere legate necessariamente ad uno sport estremo. Queste sensazioni possono essere vissute anche nella propria mente, con la fantasia, nella vita di tutti i giorni, magari scoprendo il valore di un’amicizia. È possibile mettere in circolo l’adrenalina con forti emozioni sentimentali, per amore, o per rabbia, o semplicemente per una felicità che può arrivare da qualsiasi rapporto o accadimento. È la passione per la vita che ci dà una ragione per vivere …

 

Svizzera

di Paolo Repetto, 1997

Siamo seduti sotto il pergolato. Franco è reduce da un giro per la Svizzera, e ne porta evidenti i segni. Esordisce partendo dall’unica cosa che la Svizzera non ha: il mare. Per Franco quello stesso mare che è stato lievito della civiltà occidentale (il Mediterraneo) sembra ora risucchiarla. Un mare morto che esala miasmi di putrescenza, impesta le terre che lo circondano, contamina gli uomini e il loro pensiero. Mi viene in mente l’immagine di un buco nero, che divora la materia circostante. In effetti, vien da pensare ad una implosione, che succede all’esplosione di cinquemila anni fa. Ma cosa accade, in definitiva, attorno a questo mare? Per Franco il problema sta nell’abuso della parola. La parola ha costituito il seme della civiltà, il suo abuso ne determina l’inaridimento e il crollo. I popoli che vivono attorno al mare hanno finito per giocare con le parole, staccandole dal loro significato concreto, attivo, funzionale, per farne strumento di retorica e di autocompiacimento. La parola-lavoro ha lasciato il posto alla parola-divertimento, e questa al bla-bla. Dopo aver svolto un ruolo distruttivo, ma razionalizzante, il discorso non si è assunto la responsabilità della ricostruzione. Si è innamorato di se stesso, ha cominciato a girare a vuoto, libero da ogni peso, volano della frivolezza e, a seguire, della stupidità. Fiumi di parole, deserti di senso: hanno vinto i sofisti, Socrate è stato sconfitto.

Tutto questo, secondo Franco, è constatabile non appena si valichino le Alpi. Al di là hai la sensazione che le parole rispecchino ancora una realtà attiva. Un uso parco del linguaggio ha il suo riscontro nella capacità di realizzare; certo, non è tutto oro, e vai a sapere quali ingiustizie e drammi e soperchierie stanno dietro i giardini di Berna e di Basilea. Ma almeno, i giardini ci sono (aperti al pubblico, gratuiti, ordinati, funzionali, ecc…). Lontani dal mare, protetti dalle sue esalazioni dal baluardo delle Alpi, in questo caso “ben vietate”, gli svizzeri coltivano testardamente il senso del bello, del pulito, e questa non è un’ossessione, ma una dimensione naturalmente, felicemente vissuta. È inutile, è stupido invocare tutti i “contro” che possono essere elencati, che indubbiamente ci sono: sta di fatto che si avverte un’atmosfera ben diversa da quella che quotidianamente viviamo, e che ci soffoca e ci stomaca.

 

Scendere

di Paolo Repetto, 1997

Ho capito che salire il Tobbio stava diventando per me un rito quando ho cominciato ad amare la discesa. Lo confesso: ormai salgo al Tobbio soprattutto in funzione del piacere di tornare a valle. Scendo appagato, con la coscienza di chi ha compiuto il suo dovere e può vivere più serenamente quel che resta del giorno, o della settimana. Mi piace calarmi dalle nuvole, recuperare ai piedi l’asfalto, agli occhi ed alla mente gli orizzonti angusti della quotidianità. Mi piace perché scendo ogni volta dal Tobbio con una rinnovata carica di genuina intolleranza, di quella sana cattiveria che rimane l’unico antidoto per sopravvivere ai miasmi e ai tafani dell’imbecillità stagnante a fondo-valle.

 

Ragionare

di Paolo Repetto, 1997

Stiamo scendendo per la direttissima. Sulla sinistra un sole malato cerca riposo dietro la Colma. La temperatura è già rigida, ma stranamente non ci buttiamo a rompicollo per il crinale, come di regola ci accade. In giornate come questa l’aura del Tobbio è veramente sacrale, non si lascia profanare dalla fretta e dagli impegni domestici. L’ascensione ha sortito il suo effetto purificante: ora siamo nel paradiso delle idee. Franco è ispirato: sostiene che il razionalismo greco è qualcosa di assolutamente originale nella sua laicità. Osservo che ciò è vero sino ad un certo punto, perché anche la civiltà cinese, col confucianesimo, presenta qualcosa di simile. Non sembra molto convinto (quando non è molto convinto, cioè sempre, Franco ciondola la testa: le rare volte in cui è d’accordo la drizza, e gli si illuminano gli occhi). E infatti: – eh, si, abbastanza simile, tuttavia …(ci siamo) non è la stessa cosa, perché il confucianesimo raccomanda il rispetto delle antiche credenze religiose, e la pratica devota, limitandosi a razionalizzare l’etica, mentre il razionalismo occidentale spazza via le prime e rifonda totalmente la seconda. E poi, gente, (tipico intercalare vallosiano) basta guardare ai risultati: il confucianesimo ha prodotto venticinque secoli di immobilismo politico, sociale, tecnologico, ecc. A prescindere dalla valutazione se ciò sia da considerarsi o meno negativo, la differenza degli esiti balza agli occhi. Non so cosa aggiunga ancora, perché quel termine, immobilismo, mi ha fatto scattare una scintilla.

Mentre scendo, rumino, e appena prendiamo fiato sul pianoro mezzano ho pronta la mia tesi. Dunque, la laicizzazione (razionalizzazione) greca è figlia della mobilità, dello spostamento. A ben considerare, infatti, questo fenomeno nasce (e di lì poi si diffonde) nell’area della colonizzazione ionica, quindi in una zona che trova la sua centralità non nella terra, ma nel mare: e il mare è nell’antichità luogo degli spostamenti per eccellenza. La rottura con la tradizione, o quantomeno la diminuzione del rispetto per essa, è decisamente legata alla colonizzazione. Spostandosi dai luoghi sacri per eccellenza, dalle dimore degli dei e dei lari, vien meno la sacralità annessa agli avvenimenti mitici: si agisce in aree e in atmosfere desacralizzate, a contatto magari con credenze altre, che mostrano la corda ad occhi nuovi e non condizionati. Per quanto si tenti di risacralizzare, vien meno la profondità nel tempo della tradizione. Questo atteggiamento viene mantenuto anche in occasione del ritorno in patria (non a caso i sofisti sono quasi tutti provenienti dalla Ionia, e sono considerati istigatori all’ateismo).

La storia si ripete, dopo due millenni, con la scoperta del nuovo mondo e la secolarizzazione che ne consegue (vedi la nascita del libertinismo, e comunque la spinta che la vicenda dà alla rivoluzione scientifica). Non è secondario poi il fatto che molti degli spostamenti di questo periodo siano indotti dalla volontà di sottrarsi ad una particolare tradizione religiosa. Infine, lo stesso fenomeno possiamo riscontrarlo con l’ebraismo, l’altra matrice della cultura europea. Gli ebrei, gli sradicati per eccellenza, finiscono per costituire l’elemento desacralizzante negli ultimi due secoli.

Siamo in fondo al sentiero, è quasi buio e spira un’arietta che non ha soggezione di magliette e camicie. Non c’è tempo per approfondire il discorso, è ora di tornare. Saliamo dunque in macchina, partiamo e facciamo a balzelloni, col motore gelato, i primi tornanti. Solo dopo qualche minuto, quando l’auto comincia a filare silenziosa e i vetri si disappannano, Franco tossicchia e ricomincia: tuttavia …

 

Salire

di Paolo Repetto, 1997

Mi pongo questo problema. Il Tobbio, e la montagna in genere, la letteratura, e la cultura in genere, sono dunque solo dei compensativi, falsi scopi rispetto ad un’esistenza che si rivela man mano più vuota ed arida? Me lo pongo proprio mentre sto salendo al Tobbio, con calma, e discuto di letteratura con Franco. La risposta che mi dò è che probabilmente le cose stanno così.

Pur tuttavia, dice Franco … (Franco non dice mai “pur tuttavia”, ma è come lo dicesse sempre). Dopo un altro paio di tornanti conveniamo che un senso tutto questo ce l’ha comunque, perché consente di trascorrere il tempo, riempiendolo bene o male, anziché lasciarlo passare, subendolo (patior). Trans-currere, correre attraverso, usato come transitivo, implica che mentre scalo, cammino, leggo, sono io ad agire, magari per interposta persona, o per spazi evocati: è un ex-sistere, sottrarsi all’immobilità omologante dell’essere, e non un ad-sistere, e meno ancora un recitare nello spettacolo. Non sono dunque tutti assimilabili i comportamenti dell’uomo: perché alcuni, quelli “attivi”, producono una consapevolezza (o ne sono frutto, il che è lo stesso) che si traduce in buona disposizione sociale, comprensione, ecc: gli altri producono solo antagonismo e asocialità.

 

Dalla vetta

di Paolo Repetto, 1997

A chi gli chiedeva perché si ostinasse a voler salire l’Everest, George Mallory rispondeva: perché è lì. Fatte le debite proporzioni, la risposta di Mallory spiega perfettamente il rapporto che un sacco di persone, me compreso, hanno col Tobbio. Ti vien voglia di salire sul Tobbio perché è lì, incontestabilmente. Non puoi fare a meno di vederlo, ovunque tu sia nel raggio di una cinquantina di chilometri. Ogni volta che torni verso casa è la prima sagoma che scorgi, inconfondibile. Sai di essere sulla strada giusta. Lo rivedi e ti chiedi: chissà come sarà, lassù. Ti viene voglia di salirci, lassù, di andare a vedere com’è. E se anche ci sei stato la settimana prima, o due giorni prima, ti vien voglia lo stesso, perché sai che domani sarà diverso, sarà diverso il tempo, sarai diverso tu, saranno altri quelli che incontrerai in cima o lungo il sentiero. Tutto qui. Non ho mai trovato una pepita d’oro tra le rocce del Tobbio, né il colpo di fulmine nel rifugio, e neppure sono stato illuminato sulla direttissima. Ho trovato quello che ci portavo, entusiasmo qualche volta, rabbia qualche altra, speranze, delusioni. Non le ho scaricate lì, da buon ecologista, ma stranamente nella discesa ero più leggero. Sapevo di aver fatto la cosa giusta, una volta tanto.

La sacralità di una montagna non è proporzionale alle sue dimensioni, alla sua altitudine o alla sua inaccessibilità, ma piuttosto al significato che essa riveste per le popolazioni che vivono alla sua ombra o nel raggio della sua visibilità, o per gli individui che la salgono. In questo senso, sempre avendo chiare le proporzioni, e con un po’ di ironia, la sacralità del Tobbio non ha nulla da invidiare a quella del Kailas o del Meru. Il difetto di esotismo è pienamente compensato dalla paterna confidenza, mista al senso di rispetto, che spira dai suoi costoni. Il Tobbio è diverso, è speciale, e la sua diversità è avvertita da sempre, tanto da aver rivestito di un’aura di leggenda una vetta accessibile e modesta.

L’eccezionalità del Tobbio è legata ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E il suo stagliarsi nitido, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

La riconoscibilità è la prima caratteristica del Tobbio, forse la principale, ma non è l’unica. Ribaltando il punto di osservazione, trasferendolo a fianco della chiesetta sommitale, si gode di un panorama a trecentosessanta gradi che bordeggia il mar Ligure, in certe giornate eccezionali partendo dalla Corsica, sale lungo la cresta delle Marittime, incrocia il Monviso, si allarga al Bianco e al Rosa, e si stempera nelle Retiche, fino al Bernina. Un vero ombelico del mondo, o almeno di questa piccola fetta. Per un fortunato gioco di cortine naturali non si scorgono di lassù le cicatrici e le croste lasciate dall’uomo sulla pelle della terra, cave, autostrade, discariche, gallerie, e anche il peso della sua stupidità appare per un momento ridimensionato. Realizzi che il Tobbio è lì da prima che la nostra specie potesse scorgerlo, e ci sarà ancora quando non potrà più farlo.

Ma soprattutto ti sorprendi a pensare che altri, un paio d’ore o un paio di secoli prima, hanno visto ciò che tu stai vedendo, e senz’altro hanno provata la stessa emozione, perché diversamente non si sarebbero presa la briga di salire. Ed è questo, probabilmente, che ti fa scendere più leggero.

 

Fight gravity

Combatti la gravità che ti porta a fare ciò che non vorresti

di Guido Pizzorno, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Che strane rocce sono queste. Montagne senza vetta; facce di pietra dagli enormi occhi incavati, le guance rigate da profonde rughe e lacrime millenarie. Emergono misteriose dalle colline verdi che sanno di mare. Perché mi attraggono e, insieme, mi ripugnano? Mi ritrovo a cercarle, nel fitto intrico di rami e sentieri, chino sotto lo zaino, che spesso si incastra e mi trattiene. Poi, all’improvviso, enormi, le posso toccare, ruvide e fredde, ancora umide della notte d’inverno.

La cintura, il nodo, l’attrezzatura. Soffio un po’ di calore nelle scarpette troppo strette, perché siano più gentili; ne pulisco accuratamente la suola.

Salgo, con il terrore tra le dita contratte, il cuore impazzito in gola. Mi affaccio alla luce, oltre la linea degli alberi, dove il sole incendia la roccia e il cielo è più vicino. Attimi lunghissimi tra gli anelli luccicanti, lasciando dietro di me una sottile bava colorata, unico legame con la normalità, unica concessione della follia.

Non così! Non di lì! Le mani cercano invano una salvezza; lo sforzo inutile per rimanere incollato; il sangue arrossa la pelle bianca di magnesio: E il volo, quando tutto si sospende e si allontana, sino alla frenata e all’urto giù in basso. Sono ancora qui, ad aspettare che tutto si calmi, che il respiro ritorni regolare, che i muscoli si rilassino, che le urla si plachino. Poi salgo, salgo, cado e risalgo. Arrampico perché voglio essere libero, perché voglio essere forte, perché voglio essere bello, perché non voglio avere paura. E voglio salire più in alto.

Piano piano gli appigli si fanno più piccoli, gli appoggi solo ombre sulla roccia. Metro dopo metro, giorno dopo giorno, divento più forte, più bello, più libero e salgo anche dove la pioggia non bagna più. Mi muovo come la rana, che cerca lo slancio raccogliendosi, mi muovo come la lucertola, che inarca la schiena potente, poi calo furtivo appeso alla mia tela di ragno.

Ci aggiriamo per cenge e risalti, orgogliosi del tintinnare dei ferri, i Nuovi Guerrieri di Andea e Giovannino; seguiamo linee dai nomi curiosi; poi ci stendiamo, con le dita tramortite, a godere del sole tiepido del Silenzio, mentre i reni filtrano la fatica e la mente si libera della paura. Non ci basta mai, cari, pazzi, inquieti amici miei, che tenete la mia vita tra le mani callose e mi accompagnate verso sera alternando risate, birra e farinata, non ci basta mai.

E allora partiamo ad ogni Nuovo Mattino su macchine strapiene, in furgoni esausti e cigolanti, alla ricerca di nuovi spazi, di nuove emozioni, di altri enormi giocattoli di pietra da addomesticare. Esploriamo la Valle, visitiamo il Caporale e il sergente dell’Orco; ci spingiamo sino all’Arco sul Lago, ai bianchi Calanchi e alle pareti sul Fiume Verde. Sempre alla ricerca, e sempre in fuga, incontriamo altri vagabondi che, come noi, hanno le unghie rotte e gli avambracci dolenti, e che vivono le nostre stesse vite in una lingua diversa.

Così, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Anche perché, come ha detto Wolgang, se un giorno salissimo la Via, che cosa ci resterebbe ancora da fare?