di Paolo Repetto, 17 aprile 2026
Ho letto recentemente il saggio storico Villa e Zapata. Una biografia della rivoluzione messicana, di Frank McLynn. Ho ancora di queste malinconie. A suo tempo (che vuol dire almeno mezzo secolo fa) pensavo di conoscere più che a sufficienza le drammatiche vicende messicane, ma questo libro me ne ha rivelato aspetti che mi erano sfuggiti o che avevo considerato con uno spirito molto diverso. D’altro canto, è normale che accada: da allora è cambiato moltissimo il mondo e sono molto cambiato anch’io: ma alcune costanti, non solo nello specifico delle lotte sociali latino-americane, ma più ancora nel modo nostro di interpretarle, sembrano essere rimaste. La lettura mi ha rievocato infatti un’atmosfera e una temperie politica che magari possono apparire oggi lontanissime, ma che in realtà presentano intriganti analogie con quanto vedo accadermi attorno. In prima battuta vorrei pertanto accennare proprio a queste, sia pure sinteticamente. Del libro andrò a parlare dopo.
Ho parlato di analogie. Siamo onesti: per certi versi sessant’anni fa il clima culturale non differiva granché da quello attuale. Si berciava molto e si studiava poco, né più né meno come oggi. Una volta nel corso di un’assemblea chiesi ad un esagitato assistente universitario (poi diventato ordinario di storia contemporanea) con quali stati confinasse il Vietnam, e mi sentii rispondere: Cina, Cambogia, Birmania e Thailandia. Due su quattro erano sbagliati, e mancava clamorosamente il Laos. Non presi parte alla successiva manifestazione contro la guerra. Magari all’epoca ero già eccessivamente puntiglioso, ma non potevo marciare al fianco di chi nemmeno sapeva dove fosse il paese al quale offriva la sua solidarietà.
Eppure non era difficile. Si sentiva parlare tutti i giorni dei “corridoi” laotiani usati dall’esercito del Nord o dai Vietcong per infiltrarsi nelle zone controllate dagli americani, che a loro volta bombardavano in territorio laotiano per interromperli. Ma non era sufficiente, certi “dettagli” non venivano considerati rilevanti. L’assunzione della causa degli oppressi per lo più non si accompagnava, come non lo fa attualmente, ad un impegno serio di conoscenza storica e geopolitica, e nemmeno semplicemente geografica. Si traduceva troppo spesso in un abbraccio “fideistico”, che adottava i modi della tifoseria sportiva piuttosto che quelli dell’analisi critica.
Quando dico che è cambiato poco mi riferisco a questo atteggiamento, perché se proponessi oggi ai manifestanti proPal delle cartine mute del Vicino Oriente, invitandoli a riconoscere i diversi stati, come usavo fare coi miei studenti in ingresso alla terza superiore, otterrei probabilmente gli stessi risultati (percentuali di riconoscimento raramente superiori al 20%, pari a quelle del famigerato docente), o forse anche inferiori. Per il resto, per quel che concerne i contesti sociali e politici che fanno da sfondo, e le aspettative, e le modalità dell’informazione, so benissimo che tutto è molto diverso, e che le due situazioni non sono raffrontabili. Ma rimane il fatto che in entrambi i casi è molto difficile parlare di una autentica e profonda presa di coscienza politica, e direi neppure di un tentativo: io ci vedo piuttosto il ricorrente bisogno di intrupparsi dietro una bandiera, di individuare un nemico, la presunzione di cancellare i mali del mondo trovando una guida e identificando dei responsabili.
Quelli cui mi riferivo sopra, gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, erano i decenni dell’infatuazione terzomondista, durante i quali ci si ripeteva convintamente che la rivoluzione abortita in Occidente mezzo secolo prima (anche là dove ufficialmente sembrava aver trionfato) sarebbe stata fatta ripartire dai sottoproletariati asiatici, africani e sudamericani, e avrebbe travolto l’imperialismo, il neocolonialismo e i modelli culturali “borghesi” occidentali. Si imputavano da un lato all’Occidente tutte le colpe della miseria e del “sottosviluppo”, e si lamentava dall’altro che il socialismo reale sovietico avesse tradito il suo mandato rivoluzionario; mentre ai popoli del terzo mondo, dei quali e delle cui attese si sapeva in realtà ben poco, si attribuiva una sorta di innocenza primigenia. Ad ogni tentativo di riflessione un po’ più approfondita, ad ogni manifestazione di perplessità si rispondeva con uno slogan, che è il mezzo più sicuro per evitare di pensare in proprio.
Intendiamoci: il terzomondismo non era solo un’effimera moda culturale. Arrivava di lontano, o almeno dai primissimi anni del dopoguerra, che avevano visto compiersi nell’oriente estremo (Indocina e India), in quello vicino (Israele e Palestina) e nel nord-Africa (Algeria ed Egitto) dei cruenti processi di decolonizzazione, e avevano visto nascere uno schieramento piuttosto confuso ma dal peso teoricamente molto rilevante di paesi “non allineati” (si era in pieno clima di Guerra Fredda).
L’appoggio alle lotte di liberazione da parte delle sinistre europee (e nella fattispecie di quella italiana) era in apparenza unanime. Dico “in apparenza”, perché poi la sinistra tradizionale (in Italia leggi: PCI) era sdraiata sulla linea sovietica, che misurava l’appoggio sulle convenienze strategiche del momento, mentre quella extraparlamentare era divisa su mille distinguo. Per alcuni, ad esempio, candidata a ereditare il ruolo guida del cammino verso il socialismo era la Cina della Rivoluzione Culturale, ma altri rifiutavano il concetto stesso di “stato-guida”, ritenendo che le potenzialità rivoluzionarie fossero diffuse in tutto il mondo, nei movimenti in Europa come nei focolai di guerriglia dei paesi sottosviluppati, e che le lotte andassero si collegate, ma coltivandole ciascuna nel terreno suo proprio e con modalità differenti. C’era pertanto chi condannava la propensione a considerare possibile la rivoluzione solo nei paesi sottosviluppati, perché questa sottintendeva il venir meno di un serio impegno rivoluzionario in Europa. Altri, il filone “operaista”, rifacendosi direttamente a Marx faceva rilevare che là dove non esiste una classe operaia forte non può esistere nemmeno una coscienza di classe, e quindi la rivoluzione non è possibile. Altri ancora deprecavano che delegare il riscatto ai popoli emergenti fosse solo un modo per investirli dei propri sogni, quelli che non si era in grado o non si aveva il coraggio di perseguire, senza tenere conto delle condizioni in cui questi popoli operavano e le finalità che si prefiggevano.
Insomma, come sempre la sinistra trovava mille motivi per dividersi. L’unica cosa in cui tutti marciavano concordi era nel giustificare in nome di un nebuloso esito rivoluzionario qualsiasi autoritarismo, qualsiasi politica repressiva, qualsiasi negazione della libertà, cioè quelle stesse cose che in Occidente erano violentemente contestate agli istituti di potere. Al tempo stesso quasi tutti vagheggiavano una palingenesi che portasse a un sano “pauperismo”, nel mentre denunciavano la povertà delle popolazioni colonizzate.
In effetti, a guardare la cosa con le lenti colorate dell’ideologia le premesse sembravano esserci tutte. Dove i popoli colonizzati avevano da un pezzo formalmente conquistata o ottenuta l’indipendenza, in Asia e soprattutto nell’America Latina, le acque continuavano ad essere agitate da fortissime contraddizioni sociali, mentre in Africa la decolonizzazione stava vivendo la sua fase più calda, procedeva a ritmi accelerati e scontava i profondi rimescolamenti etnici operati in mezzo secolo di dominio europeo. Era inoltre in atto un riassetto totale delle economie occidentali, che erano state euforizzate ma al tempo stesso logorate dall’economia di guerra, e facevano scontare ora il ritorno ad un assetto normale alle masse lavoratrici, che a loro volta sembravano riscoprire una diversa coscienza sociale. Tutto questo poteva creare i presupposti, nella lettura più ottimistica, per una saldatura tra le lotte di classe in Europa (ma non solo: c’erano anche quelle nazionalistiche, vedi i casi dell’Irlanda del Nord e delle regioni basche) e quelle anti-imperialistiche nel resto del mondo.
In spiccioli: la convinzione dalla quale nasceva il terzomondismo era che il Sol dell’Avvenire non brillasse più sul vecchio occidente europeo e nordamericano, ma scaldasse i cuori dei popoli sino ad allora esclusi da una partecipazione attiva alla Storia. Col senno di poi era evidentemente una convinzione infondata, ma in quel clima poteva anche starci. Ciò che invece oggi offende l’intelligenza, perché la situazione globale con la quale ci si confronta è ben diversa, e all’orizzonte non si profilano rivoluzioni rigeneratrici, è la pervicacia nella demonizzazione dell’Occidente in nome di non si sa bene quali alternative di civiltà e di cultura.
Ma torniamo al terzomondismo modello anni Sessanta. La prima metà del decennio era stata caratterizzata dagli entusiasmi per il maoismo, condivisi da fior di intellettuali “impegnati” che si recavano in pellegrinaggio a celebrare il miracolo cinese (per saperne qualcosa leggetevi i libri di Renata Pisu), così come era già accaduto per l’URSS un quarto di secolo prima. Poi gli eccessi della rivoluzione culturale e la diplomazia del ping-pong avevano chiarito quali fossero la vera natura e i reali intenti del nuovo regime. Nel frattempo però i rivoluzionari del salotto di casa (i salotti televisivi non erano ancora di moda) avevano iniziato a rivolgere le loro speranze e il loro impegno verso i movimenti che agitavano l’America Latina: l’esempio almeno in parte riuscito della “rivoluzione” cubana sembrava poter essere esportato in tutto il continente, e addirittura fuori, e personaggi carismatici come il Che Guevara o Camilo Torres ne erano gli ambasciatori.
A cavallo del Sessantotto le formazioni guerrigliere operavano ormai un po’ ovunque negli ex-domini spagnoli e portoghesi, accendendo l’immaginazione e rinnovando le speranze: certo, poi si faceva tutto un fascio delle diverse etichette, si confondevano i Montoneros argentini (peronisti e cattolici di sinistra) con i Tupamaros uruguagi (marxisti), le Farc colombiane coi MIR venezuelano e cileno (socialisti dissidenti), l’Esercito di liberazione Boliviano (castrista) con Sendero Luminoso (maoista), che operava invece in Perù: e ancora, più tardi, il Fronte salvadoregno Farabundo Marti col sandinismo nicaraguense. E non solo di norma non si distinguevano le diverse matrici o le ascendenze ideologiche di questi movimenti (che in realtà erano tutte ricotte in una particolare salsa latino-americana), ma quando lo si faceva era solo in funzione delle beghe interne tra le varie fazioni del movimento nostrano. L’importante non era capire cosa stava davvero succedendo da quelle parti, ma trovare delle figure di riferimento “forti”, uomini o movimenti, delle icone compatibili con la nuova modalità “spettacolare” di comunicazione.
E della comunicazione volevo appunto parlare. Il terzomondismo “ideologico” arrivava alle masse attraverso tutti i possibili canali informativi. Non dico ci fosse dietro una orchestrata strategia promozionale, un disegno cosciente e intenzionale: ma si trattasse di scelte politiche (è il caso ad esempio della Feltrinelli) o di cavalcare opportunisticamente quello che oggi si chiamerebbe il sentiment collettivo, di fatto gruppi editoriali grandi o piccoli, o case di produzione cinematografica, viaggiavano tutti in quella direzione. Nella sostanza si creò e alimentò nei confronti della cultura latino-americana un interesse che coinvolgeva anche chi con la politica aveva un rapporto molto vago. C’era interesse per la musica, ad esempio, che a un livello popolare, da festival di partito, riconosceva gli Inti-Illimani, e ad uno un po’ più elitario Caetano Veloso, Gilberto Gil e Ima Sumac, (senza dimenticare gli omaggi “colti” nostrani tributati alle lotte rivoluzionarie da Luigi Nono); o per la pittura, con la scoperta di Siqueiros, di Diego Rivera e di Frida Kalo; ma anche (e oserei dire, soprattutto) per una scuola del fumetto avventuroso che vantava maestri come Alberto Breccia, Héctor Oesterheld, Sampayo, Solano Lopez, Del Castillo, o per vignettisti satirici come Copi, Quino e Mordillo,
Quel Terzo mondo spopolava però soprattutto nella letteratura. Dopo l’uscita e l’enorme successo di Cent’anni di solitudine (nel 1967, con l’unica stroncatura arrivata da Pier Paolo Pasolini) era partita la riscoperta di tutta la letteratura sudamericana, dai peruviani Mario Vargas Llosa (La città e i cani) e Manuel Scorza (Rulli di tamburi per Rancas) al paraguaiano Augusto Roa Bastos (Yo el Supremo), dal brasiliano Guimaraes Rosa (Grande Sertao), al messicano Carlos Fuentes (La morte di Artemio Cruz). Il realismo magico coniugato con l’impegno sociale raccontavano un continente soffocato dal tallone statunitense, che aveva semplicemente sostituito quello europeo, e una voglia di riscatto che rappresentava ai nostri occhi l’alternativa politica e letteraria: offrivano un modello narrativo, un punto di vista e uno scopo di vita diversi.
L’interesse per questi autori si era presto tradotto in una vera e propria moda. Per carità, si trattava di letterati di indubbio valore, ma che riletti oggi, spogliati di quella “simpatia ideologica” che rendeva la loro frequentazione quasi obbligatoria, non ci parlano più granché. E lo dice uno che riserva ancora a questi autori uno spazio significativo nella sua biblioteca (spazio purtroppo non più frequentato, da parecchio tempo, né dai miei figli né da mio nipote o dai conoscenti). Per questo, così come era nata quella moda è andata poi rapidamente tramontando, anche se l’interesse riemerge periodicamente per epigoni come Osvaldo Soriano, Paco Ignacio Taibo e Louis Sepulveda.
Se la letteratura stava diffondendo un’immagine nuova del terzo mondo latinoamericano presso un vasto pubblico di lettori, era però soprattutto il cinema a trasmettere questa immagine alle grandi masse, quelle degli spettatori. E non il cinema sudamericano, ma quello nostrano, segnatamente un filone che potremmo definire “impegnato” dello “spaghetti western”. Ciò comportava naturalmente un abbassamento della qualità del messaggio, che arrivava condizionato e molto spesso completamente neutralizzato da tutto ciò che mirava invece agli aspetti “spettacolari”: la necessità ad esempio di semplificare lo svolgersi delle vicende, di privilegiare le componenti avventurose e le sequenze movimentate, di affidare la spiegazione e la giustificazione degli eventi a luoghi comuni comprensibili a tutti, di banalizzare in schemi rozzi o in simboli elementari il complesso rapporto tra il bene e il male. Trattandosi in genere di produzioni a basso costo, la ricostruzione storica e quella ambientale riuscivano naturalmente alquanto approssimative, così come la coerenza delle trame e la qualità della recitazione. Ma non è questo ad interessarmi qui, quanto il fatto che proprio il cinema mi consente di approssimarmi ulteriormente all’argomento cui miravo sin dall’inizio: che sono poi la rivoluzione messicana e i suoi protagonisti.
Prima della metà degli anni Sessanta nella narrazione cinematografica “classica” ai messicani era sempre stato riservato il ruolo di infidi e pusillanimi antagonisti o di vittime inermi delle diverse tirannidi. Con pochissime eccezioni (Viva Villa!, Messico insanguinato, Vamonos con Pancho Villa, …), che peraltro dalle nostre parti non mi risulta siano circolate. Negli anni Cinquanta erano poi arrivate alcune importanti pellicole ambientate in Messico: ma al centro c’erano sempre eroi nordamericani, come nel caso di Bandido! con Roberty Mitchum, e di Vera Cruz con Gary Cooper e Burt Lancaster. Oppure i protagonisti indigeni erano interpretati da grandi star hollywoodiane, come in Viva Zapata!, che vedeva un improbabile Marlon Brando nel ruolo del rivoluzionario del Morelos. Peggio ancora andava quando di mezzo c’erano le rievocazioni di Alamo (La battaglia di Alamo del 1955 e Alamo del 1960), o con film come I magnifici sette, nei quali i gringos non avevano ancora la pretesa di esportare la democrazia ma si sacrificavano per liberare dall’oppressione e dallo sfruttamento i poveri peones. Le cose non andavano diversamente anche nei primissimi anni Sessanta (Sierra Charriba, I Professionisti). Le vicende erano sempre più spesso ambientate in Messico, non fosse altro per ragione di costi, ma protagonisti continuavano ad esserne gli inossidabili eroi yankees.

La svolta arriva nella seconda metà dei Sessanta, paradossalmente con l’esplosione del western all’italiana e dei film di Sergio Leone. Dico paradossalmente perché nelle opere pre-sessantottine di quest’ultimo l’immagine del bandito messicano interpretato da Gian Maria Volontè risultava tutt’altro che positiva, contraddicendo anche le professioni ideologiche dell’attore: già in questi film venivano però ribaltati alcuni schemi rigidi del western americano. Il messaggio esplicitamente filo-rivoluzionario viene tuttavia piuttosto da alcuni imitatori di Leone, molto più politicizzati (Damiano Damiani, Sergio Sollima, Sergio Corbucci), o forse solo più veloci a fiutare il nuovo vento terzomondista. Si inizia nel 1966 con Qui en sabe e nell’anno seguente con Corri uomo corri. Poi nel ‘68 arriva Il mercenario e nel 1969 è la volta di El verdugo e di Tepepa. Nel 1970 ottiene un grande successo di botteghino Vamos a matar, companero. Finalmente nel 1971 è la volta della lettura di Leone, proposta in Giù la testa. Non so quanto intenzionalmente, ma in quest’ultimo film viene esemplificata attraverso la figura centrale del dinamitardo irlandese Sean la saldatura e l’analogia cui facevo cenno sopra tra i movimenti insurrezionali latino-americani e quelli europei.
Intanto però era già uscito Il mucchio selvaggio (1969), di Sam Peckinpah, nel quale il gruppetto degli yankees non entra in Messico per liberare gli oppressi o riparare torti, e finisce anzi col fare una strage di messicani al soldo di un cacicco avversario di Pancho Villa: strage sulla quale il regista si sofferma a lungo, quasi compiaciuto. Qui l’assunto è piuttosto ambiguo: alla fine vincono i “buoni”, nel senso che i fuorilegge americani vendicano la morte di un loro compagno messicano non in nome della rivoluzione, ma di un senso dell’onore e dell’amicizia tutto individuale; prima di farsi ammazzare tutti e di portarsi appresso mezzo villaggio passano però ad uno scalcinatissimo gruppo di indios il testimone della lotta e le armi per combatterla. Per questo, malgrado col terzomondismo c’entri davvero poco, il film ottiene un enorme successo trasversale, viene esaltato cioè tanto a destra quanto a sinistra (in effetti si tratta di un bellissimo film, che va ben oltre le mode).

Il raffronto con la cinematografia western italiana va invece fatto con due pellicole quasi contemporanee, di autori latino-americani: il brasiliano Antonio das Mortes di Glauber Rocha (che rende popolare la figura del Cangaceiro) e El Topo di Alejandro Jodorowsky. In questo caso l’apprezzamento arriva solo dalla sinistra, e rivisti oggi questi film denunciano impietosamente tutte le contraddizioni e le confusioni che regnavano nel terzomondismo nostrano.
In realtà non ero partito con l’idea di rievocare quella breve stagione di ubriacature tropicali. Doveva essere solo una premessa, ma mi ha preso la mano ed è diventata un pippone. Ho finito quindi per allungare il discorso anziché allargarlo e approfondirlo, mentre magari avrebbe avuto senso verificare quanto fossero sinceri certi entusiasmi e come è accaduto che si siano spenti così rapidamente: ma, ripeto, qui serviva solo ad introdurre l’argomento vero del mio pezzo: magari su questi temi potrò tornare in altra occasione.

Intanto, però, risalgo un attimo all’origine della mia particolare curiosità per la rivoluzione messicana. Non che la cosa possa interessare a qualcuno, ma mi pare significativa di come nascano certe infatuazioni, quelle profonde, non puramente modaiole, e di come condizionino poi la nostra disposizione futura, quali che siano i riscontri successivi.
Per me in principio ci sono stati un fumetto e un film. Il fumetto è l’avventura di Tex raccontata ne L’eroe del Messico (uscita in quattro albi a strisce nel 1949, quando ancora non avevo compiuto un anno. L’ho letta dieci anni dopo, nel numero 4 della serie albi giganti). In realtà quella storia non si richiama affatto alla rivoluzione di Villa e Zapata, ma ne inventa una, ambientata negli anni Sessanta dell’800 (quando il problema era semmai l’ingerenza francese e gli antagonisti erano Massimiliano d’Asburgo e Benito Juarez – vedi Vera Cruz). Inserisce però alcuni personaggi che per molti versi ricordano il presidente Francisco Madero e lo stesso Emiliano Zapata.
Nel fumetto l’eroe è al solito il gringo, un Tex rivoluzionario che partecipa da protagonista, coi suoi modi spicci, alla ribellione contro un potere dispotico: anzi, ne è addirittura la mente, lo stratega, è il consigliere del capo rivoluzionario Montales e del futuro presidente del Messico Manoel Perez. Un Tex che fa persino discorsi sociali e politici, che non vorrebbe uccidere i soldati perché anche loro sono vittime e uomini del popolo oppresso e che parla di giustizia e pace tra gli stati. Una lezione di moralità e di etica che in un ragazzino lascia il segno.

Il film è il già citato Viva Zapata!, realizzato nel 1952 da Elia Kazan (quello di Fronte del porto) su un soggetto di John Steinbeck. Anche questo l’ho visto quando avevo dieci anni, e a dire il vero non mi fece una grande impressione. Intanto raccontava una storia molto diversa da quella che avevo letto in Tex, poi Marlon Brando non mi piaceva, dava vita a un personaggio troppo sofferto e lacerato, e lo stesso Antony Quinn recitava una parte sgradevole (per la quale gli diedero l’Oscar): ma il nome e la figura di Zapata ti si imprimevano in testa, ed è stato questo film a spingermi a raccogliere le prime notizie storiche, ricavandole magari da vecchi numeri di Storia illustrata. I saggi veri e propri, come La rivoluzione messicana di Ricciu e Storia della rivoluzione messicana di Herzog, il reportage di John Reed, Messico in fiamme, e il racconto dell’amicizia di quest’ultimo con Pancho Villa contenuto in Ribelli!, di Pino Cacucci, sono venuti dopo. Ma Pancho ed Emiliano sono rimasti quelli. Tanto che ho persino chiamato Emiliano mio figlio.

Vado dunque finalmente alle impressioni nate dalla lettura di Villa e Zapata. Si tratta di un’opera di buon livello, densissima (oltre 500 pagine piene zeppe di nomi e di fatt)), che non fa sconti a nessuno. Segue tutta la vicenda della “rivoluzione messicana” e dei suoi antefatti, a partire dalla presa di potere di Porfirio Diaz, che instaurando un regime di terrore rimase in sella dal 1876 al 1910. Com’è (o dovrebbe essere) noto, nel 1910, in occasione di elezioni che nell’intento del dittatore avrebbero dovuto risolversi in un plebiscito, a Diaz si oppose Francisco Madero, che riuscì a coagulare attorno a sé, almeno temporaneamente e con parole d’ordine piuttosto generiche, diverse forze che erano già in fermento in varie parti del paese. Da quel momento si scatenò una tempesta che si lasciò dietro circa un milione e mezzo di vittime.
Ciò che balza immediatamente agli occhi è l’incredibile complessità della vicenda. Al di là del fatto che copra più di quindici anni, sono il numero e il continuo avvicendamento dei protagonisti a colpire. In scena non ci sono solo Villa e Zapata, e Madero e Diaz, ma c’è una folla di personaggi collaterali che si ritagliano spazi più o meno ampi e più o meno effimeri nella storia. Che si battono ora fianco a fianco e subito dopo l’uno contro l’altro, che si alleano e tradiscono e passano dall’altra parte con incredibile disinvoltura. Ecco, se un difetto si può imputare al libro è forse proprio l’eccesso di dettaglio: che di per sé non è un difetto, sarebbe anzi un pregio, ma che in alcuni punti rende un po’ difficile seguire gli sviluppi degli eventi e l’avvicendarsi dei protagonisti, ciascuno dei quali persegue una propria idea della rivoluzione in atto o un proprio tornaconto, economico o politico, di potere o di immagine.
Naturalmente mi guardo bene dal tentarne una sintesi: sarebbe impossibile. Devo dare quindi per scontati gli accadimenti (quelli più significativi si trovano riassunti, anche se un po’ confusamente, in diverse voci di Wikipedia) e passare subito alle considerazioni personali.
Ci si può chiedere dunque innanzitutto se si sia trattato di una vera rivoluzione, fermo restando che non esistono criteri per classificare un sommovimento sociale, quali che siano le sue proporzioni, come rivoluzionario o meno. O meglio, questa classificazione può variare a seconda che si considerino come criteri identificativi i modi, i fini, i livelli di coinvolgimento della popolazione o i risultati, quelli immediati ma soprattutto quelli a lungo termine (che possono essere sostanziali anche in presenza di un fallimento, o totalmente diversi rispetto agli intenti iniziali: e qui si apre una casistica infinita, che volendo finisce per comprendere tutto, dalla rivoluzione francese a quella bolscevica e a tutte le altre definite tali dalla storiografia moderna).
Credo che ragionando in termini di pura “tassonomia politica” questi fattori possano essere considerati tutti alla stessa stregua, ma che poi a determinare una valutazione storica siano appunto i risultati. E in base a questo criterio non sono molto convinto che quella messicana sia stata una vera rivoluzione, né per le modalità in cui si è svolta né per gli esiti che ha sortito. Ci vedo piuttosto lo scoppio in contemporanea di una miriade di ribellioni, ognuna circoscritta negli intenti ad un singolo territorio o a una singola etnia o a una particolare classe sociale, e solo occasionalmente, per convenienze tattiche più che per scopi comuni, procedente in parallelo con le altre.
In effetti agli inizi del secolo scorso il Messico non aveva ancora completata la transizione a “stato moderno”. Sotto il profilo istituzionale il paese era unito entro i vecchi confini del vicereame coloniale e aveva mutuato dai vicini settentrionali la struttura federale, ma i vari stati che lo componevano presentavano condizioni sociali, economiche e culturali tutt’altro che omogenee. In più erano gelosissimi delle loro autonomie, che in linea di massima rispecchiavano le primitive localizzazioni etniche, e consideravano il governo federale solo come un rapace e ingombrante residuato della dominazione coloniale. D’altro canto, è sufficiente dare un’occhiata alla conformazione geografica del territorio per intuirne la disomogeneità. Scendendo da nord il Messico si restringe ad imbuto, passando dai tremila e passa chilometri del confine con gli stati Uniti ai meno di duecento dell’istmo meridionale che separa l’Atlantico dal Pacifico, ed è percorso longitudinalmente da due catene montuose tra le quali si stendono pianure, deserti e altipiani, con cime che sfiorano i seimila metri. La varietà climatica, condizionata anche dalla progressiva contiguità con i due oceani, è totale, e va dalle temperature polari delle zone montane al caldo torrido dei deserti del nord, per passare al clima umido delle coste, a quello temperato dell’altipiano centrale e a quello tropicale dello Yucatan. Una situazione che ricorda quella del subcontinente indiano.
Ne derivano vocazioni economiche molto diversificate, che già in epoca preindustriale avevano caratterizzato fortemente le singole aree, e di conseguenza i modelli di vita e le forme della socialità. Dopo la conquista dell’indipendenza queste differenze erano state ulteriormente enfatizzate. Nelle pianure del Nord si era sviluppata un’economia più varia, basata sull’allevamento, sulle grandi haciendas produttrici di cotone, sui campi minerari, e stava affermandosi un’agricoltura mirata a soddisfare le richieste statunitensi, soprattutto quelle di frutta e legumi. Esistevano dunque aree agricole destinate principalmente alle coltivazioni per l’esportazione, regioni intere lasciate a pascolo per ogni tipo di allevamento, e segnatamente per quello di cavalli da trasferire anch’essi oltrefrontiera, e impianti minerari quasi sempre di proprietà di grandi “multinazionali” statunitensi. Ciò faceva sì tutta l’area fosse soggetta a forti pressioni politiche da parte dei potenti vicini, e che ogni tipo di rivolgimento fosse fortemente condizionato dall’atteggiamento che questi assumevano in proposito, indirettamente attraverso le forniture di armi e direttamente con le minacce di incursione.
Sotto il profilo sociale era poi cresciuta la contrapposizione tra i grandi latifondisti (gli haciendados) e i piccoli e medi proprietari terrieri, i rancheros, che perseguivano interessi contrapposti, i secondi, prevalentemente allevatori, per accaparrarsi sempre nuove terre da pascolo, i primi per conservare quelle che possedevano. Di fatto di volta in volta i ribelli si alleavano con gli uni o con gli altri.
Inoltre, nel Messico settentrionale buona parte delle terre erano state assegnate a titolo di buonuscita ai veterani delle guerre contro gli Yaqui nel Sonora e contro gli Apache nel Chihuahua. Ad una fascia di popolazione dunque particolarmente propensa a risolvere i propri problemi con la forza, che spesso e volentieri si raggruppava in bande agli ordini di sanguinari signori della guerra e si prestava a combattere al soldo dei diversi interessi in contrasto. Questi contadini-guerrieri non avevano atteso Proudhon per realizzare che la proprietà è un furto, l’avevano sperimentato sulla pelle degli indios cui avevano strappato le terre, e consideravano il furto, il saccheggio e la prevaricazione come una normale forma di rapporto economico. La consuetudine con i cavalli e con le armi ne faceva degli temibili combattenti, anche se tendenzialmente individualisti e poco inclini all’ordine e alle gerarchie. L’avversario in comune era comunque sempre il governo centrale, quindi la lotta si esprimeva in primo luogo contro i governatori imposti dalla capitale, scelti in genere tra i maggiorenti locali, e che a loro volta appena possibile cercavano di guadagnarsi il massimo possibile di autonomia.
La parte meridionale del paese, quella a sud della capitale, vedeva invece una situazione più definita. Da un lato c’erano le autonomie locali e i tradizionali diritti collettivi dei villaggi all’uso delle terre, dall’altro le grandi haciendas che tendevano a fagocitare le terre comunitarie e a introdurre monoculture per il mercato estero (soprattutto lo zucchero di canna, l’agave, il cotone e il caffè).
Qui la “rivoluzione” venne mantenuta in primo momento sul piano giuridico, con gli ostinati e ripetuti tentativi dei rappresentanti delle municipalità di far riconoscere dal governo federale i diritti e le autonomie dei villaggi: solo in un secondo momento, vista l’inutilità degli sforzi legali, sfociò nella rivolta armata. In questo caso però non si trattava di guerra per bande, ma di una lotta di popolo.
In mezzo, ma molto lontano, presente in pratica solo sotto le specie dell’esazione fiscale, stava il governo federale. Porfirio Diaz aveva cercato di spingere verso una forzata “modernizzazione” il paese, incentivando gli investimenti stranieri, limitando il più possibile ogni forma di autonomia e avviando faraonici progetti di opere pubbliche, sia infrastrutturali (ferrovie, porti) che di rappresentanza (sedi centrali e periferiche dell’amministrazione federale, teatri, ecc…). Ma lo aveva fatto usando i metodi tipici dei regimi, badando a intaccare il meno possibile gli interessi e i privilegi dei grandi haciendados, ignorando le rivendicazioni delle classi medie, cancellando di fatto i diritti consuetudinari delle comunità contadine e reprimendo nel sangue ogni parvenza di opposizione e di dissenso: col risultato di inimicarsi la stragrande maggioranza della popolazione.
Le cose sembrarono poter cambiare quando Francisco Madero, presentatosi come antagonista di Diaz alle elezioni del 1910 e uscitone ufficialmente sconfitto, aveva contestato i risultati dello spoglio, e per sfuggire alle ritorsioni si era rifugiato negli Stati Uniti, da dove aveva cominciato ad incitare a una lotta comune i molti che per le ragioni più svariate avevano interesse alla caduta di Diaz. Di qui era nato però l’equivoco, perché la figura di Madero era percepita da ciascuno secondo i propri desiderata, e presentava già di suo parecchie ambiguità.
Madero compariva nella gran parte dei saggi storici che avevo letto come la mente di una lotta della quale Villa e Zapata erano le braccia. È l’immagine che ho trovata ribadita tanto nei film americani che in quelli italiani di fine anni Sessanta, ed è totalmente ingiustificata. Madero era un ricchissimo proprietario terriero che propugnava le idealità liberali, ma non voleva assolutamente la rivoluzione. Si batteva contro la dittatura di Diaz per introdurre anche in Messico le forme istituzionali proprie dei regimi costituzionali europei e nordamericani, ma della riforma agraria, che per la maggioranza della popolazione messicana costituiva la rivendicazione principale, non gli importava affatto. E non esitò, in più di una occasione, a sconfessare l’operato sia di Villa che di Zapata, e addirittura a far mettere agli arresti il primo. Si fidava invece caparbiamente di generali dell’esercito regolare, che uno dopo l’altro miravano poi a rovesciarlo. A creargli un alone di leggenda fu senz’altro la sua drammatica morte.
Nella vicenda raccontata da Mc Lynn Madero rimane dunque sullo sfondo, e solo per un breve periodo, mentre i veri grandi protagonisti sono loro, Villa e Zapata. I due avevano in verità ben poco in comune: non le origini, non gli intenti, non il modo di battersi, non la coscienza politica. Combattevano dalla stessa parte, ma su fronti e con strategie e con finalità diversissime. E molto diverse erano le loro personalità, così come emersero senz’altro già nella conduzione della lotta, ma soprattutto nelle fasi in cui si trovarono momentaneamente a gestire quello che avevano ottenuto.

Villa è descritto da John Reed come “un uomo tremendo”. “È l’essere umano più naturale che abbia mai visto, nel senso che è molto vicino alla natura selvaggia dell’animale […]. Dice pochissime parole e sembra così tranquillo che ci si chiede se la sua non sia diffidenza […]. Se non sta sorridendo, ha tuttavia un’espressione gentile. In tutto eccetto che negli occhi, che non sono mai fermi e paiono pieni di energia e brutalità. Sono occhi incredibilmente intelligenti e insieme spietati.”
Uno dei suoi “segretari” lo paragonava a un giaguaro: “I suoi occhi erano sempre irrequieti, come per un pericolo incombente. Un animale selvaggio che è nella sua tana, ma deve stare attento a difendersi, non uno che sta per attaccare”.
Pancho (che in realtà si chiamava Doroteo) proveniva da una famiglia poverissima. Era rimasto orfano di padre a cinque anni e a sedici aveva sparato ad un haciendero che insidiava sua sorella. Questo almeno raccontava lui. Di certo c’è che prima dei vent’anni era entrato in una banda di fuorilegge, e nel giro di poco tempo ne era diventato uno dei capi. Sempre secondo il suo racconto già a quell’epoca agiva come un Robin Hood, e in questo una parte di vero c’è senza dubbio, non fosse altro perché doveva ingraziarsi i contadini e ottenerne l’appoggio e la protezione.
È difficile considerare Villa un vero rivoluzionario. Fino al momento in cui ebbe inizio la rivolta maderista contro Diaz era noto, almeno localmente, solo per azioni banditesche, saccheggi di haciendas, furti di cavalli, assalti a convogli di merci.
Dopo la sua adesione al maderismo maturò una lenta e nebulosa coscienza politica, favorita anche da alcune forti personalità con le quali venne a contatto, e per le quali nutriva un profondo rispetto (vedi ….). La progressiva politicizzazione non ebbe però mai del tutto la meglio sulla sua natura e sui suoi trascorsi. Sia in campo militare, quando azzardò a cimentarsi in vere e proprie battaglie e ne uscì sconfitto, sia in quello politico, quando si trovò a gestire il potere su tutto lo stato del Chihuahua e a condividere con Zapata quello sull’intero paese, fece scelte contraddittorie e non sempre in linea con le attese “rivoluzionarie” dei suoi simpatizzanti. D’altra parte non agiva sulla scorta di una qualsivoglia ideologia, ma di volta in volta sulla base dei problemi pratici che si presentavano.
John Reed scrisse che era un “bandito sociale”, e che il suo era un socialismo da dittatore. In realtà, col socialismo Villa non aveva molto da spartire. Se si guarda ai provvedimenti varati sotto la sua amministrazione la cosa risulta chiara. Gli espropri delle terre degli haciendados non erano finalizzate ad una futura riforma agraria, ma a dare compensi ai suoi veterani. Inoltre colpivano solo coloro che gli si erano schierati contro, mentre chi era rimasto neutrale o aveva foraggiato le sue truppe non ne era toccato. Allo stesso modo i prezzi calmierati per i generi alimentari principali erano una misura di emergenza, che non poteva diventare strutturale, pena il destabilizzare totalmente il mercato e far sparire completamente proprio quei prodotti.
Per non parlare poi delle sue posizioni rispetto all’altro sesso. Villa era un uomo eccessivo un po’ in tutto, anche nella vita sentimentale, se così si può definire il caos di mogli, amanti e concubine in cui andò a cacciarsi. Sempre secondo Reed, non aveva una grande opinione dell’intelligenza delle donne: “Non hanno una grande saldezza di mente. Non riescono a valutare se una cosa è giusta o no”.
Nutriva ben poca fiducia anche nei politici, mentre era in soggezione nei confronti degli intellettuali. Era quasi analfabeta, e soffriva molto la propria mancanza di istruzione; per questo considerava una priorità “rivoluzionaria” assoluta la scolarizzazione delle gioventù messicana (convinzione che lasciò poi in eredità alla classe politica post-rivoluzionaria). Ma al momento continuava a preferire la compagnia dei suoi vaqueros.
Memore della propria sfortunata infanzia, l’istruzione e i bambini erano il suo chiodo fisso. Se però un’utopia coltivava, non era certo quella liberal-democratica di Madero o quella anarchica di Malatesta: era quella di una nazione istruita e armata, col Messico suddiviso in colonie militari, trasformato in una immensa accademia (l’Alfieri avrebbe detto in una immensa caserma), governato in maniera vagamente socialista, in cui gli uomini avrebbero lavorato per tre giorni la settimana e dedicato gli altri tre all’addestramento militare. Un misto tra il modello prussiano e quello svizzero, ispirato da una concezione della vita come gioco di guerra e da un neppur troppo recondito desiderio di rivincita nei confronti dell’ingombrante vicino statunitense, che più volte nel secolo precedente aveva umiliato il Messico col suo espansionismo.

Emiliano Zapata arrivava invece da una famiglia contadina relativamente benestante, che possedeva terre proprie ma era anche usufruttuaria di terreni della comunità. Non aveva conosciuto un’infanzia difficile come quella di Villa, ma aveva introiettato da subito lo spirito comunitario che sopravviveva nelle regioni messicane meridionali ed era entrato molto presto a far parte dei suoi organismi istituzionali, trovandosi a configgere quindi con le grandi haciendas che cercavano costantemente di ampliare i loro possessi a scapito delle terre dei villaggi. In queste vesti aveva partecipato alle delegazioni che andavano a rappresentare e a rivendicare i propri diritti davanti al presidente/dittatore Diaz, senza ottenere altro che vaghe promesse. Si era quindi convinto che fosse necessario difendere quei diritti, e prima di tutto quel che ancora restava della autonomia amministrativa del Morelos, con tutti i mezzi, all’occorrenza anche con la ribellione. A differenza di Villa aveva maturato una coscienza politica, anche se solo nel senso della difesa del diritto consuetudinario e dell’autonomia dal potere centrale, quindi in una direzione conservatrice.
Anche in questo caso, se di una impronta socialista si può parlare, è piuttosto quella di un socialismo pre-moderno, che poco ha a che vedere con la lettura quasi marxista che ne è stata data successivamente. Qui non si tratta di una rivoluzione anti-capitalista, ma di una resistenza mirata a mantenere o a ripristinare un assetto sociale ed economico pre-capitalistico.
La sua ideologia, a volerla considerare tale, non contemplava la conquista degli apparati di potere dello stato e nemmeno ambiva ad imporsi a livello nazionale. Zapata diffidava del governo federale e delle sue rappresentanze periferiche, di tutti i suoi funzionari, militari o civili che fossero. Non amava assolutamente le città, che erano i luoghi dove si concentrava il potere, e pur non essendo un luddista aveva in sospetto tutto ciò in cui si identificava la modernità, prima tra tutto la ferrovia (è significativo che in due foto di gruppo riportate nel libro, nelle quali compare in compagnia di Villa e di altri capi rivoluzionari, sembri sempre guardare con diffidenza e con evidente disagio nell’0biettivo). Anche se diversi intellettuali, soprattutto anarchici, erano accorsi tra le sue file, pur rispettandone le idee non si fece assolutamente condizionare. Era lui stesso per molti versi un anarchico, per la sua avversità allo stato e per l’amore per la semplicità, ma era ben lontano dai tratti puritani e ascetici dell’anarchismo europeo. Amava invece la bella vita, non quella dei palazzi e dei salotti, ma quella della tradizione rurale messicana, le carte, le donne, i combattimenti dei galli, le corride, i cavalli, la piazza del mercato. Ed era rispettoso, sin troppo, della tradizione familiare, al punto da sopportare le intemperanze del fratello maggiore Eufemio, un ubriacone lussurioso, avido e assolutamente incapace, che non faceva che creargli dei guai (in questo c’è un parallelismo con Villa, che conobbe gli stessi problemi col fratello Hipòlito).
Era in sostanza un uomo d’ordine, inteso alla sana maniera contadina (e degli anarchici autentici come Elisée Reclus): alieno dagli eccessi e determinato nelle decisioni. Con i banditi che cercavano di aggregarsi e confondersi nelle sue milizie era inflessibile, e doveva esserlo, perché nel Morelos il banditismo era particolarmente esteso e i peggiori farabutti si spacciavano per combattenti zapatisti, rischiando di alienargli il favore delle popolazioni. Quando conquistavano una città i suoi uomini non si abbandonavano al saccheggio, come quelli di Villa spesso invece fecero, ma la presidiavano ordinatamente, rispettosi dell’ordine. Cosa di cui la borghesia urbana, e la stampa che ne rappresentava la voce, gli diede sempre atto.
Quanto a personalità, Zapata non avrebbe potuto essere più diverso da Villa. In comune i due avevano l’abilità come cavallerizzi e la fama di seduttori, ma mentre per il secondo cavalcare e sedurre erano solo la naturale e normale espressione di un modello tradizionale di vita, nei comportamenti del primo c’era anche un calcolato ma non volgare esibizionismo, che ne faceva un uomo da rodei e che contribuiva ad aumentarne l’autorevolezza presso i corregionali. Per il resto erano agli antipodi: Zapata curava molto la sua eleganza, anche in maniera un po’ stravagante, ci teneva alla compostezza, all’autocontrollo, e credeva nella sacralità della parola data; Villa tendeva agli eccessi, agli scatti d’ira, era umorale e vendicativo, ed era tanto desideroso di comparire (si fece ritrarre in diversi filmati e concesse un sacco di interviste) quanto l’altro era riservato e schivo con la stampa (e più che mai con la cinepresa). Inoltre Villa era disponibile ai compromessi (cambiò più volte sponda, e arrivò ad accettare una sorta di buonuscita dal suo impegno rivoluzionario sotto forma di una grande hacienda), e politicamente era molto più ingenuo e passionale; Zapata, al contrario, era un irriducibile, non venne mai a patti, e si muoveva con cautela e con sospetto, giustamente non fidandosi delle professioni di amicizia e di lealtà dei diversi “alleati” o degli impegni presi dai funzionari governativi.
In definitiva, l’utopia di Zapata, al di là delle rielaborazioni fattene dopo la sua morte, era quella di un mondo di villaggi contadini autonomi, non soggetti a capi o a caudillos né alla classe militare, all’interno dei quali le famiglie e i clan si autogovernassero e coltivassero autarchicamente le proprie terre, in libera e spontanea associazione con le altre unità. Un’ideologia nostalgica, volta al passato e molto lontana dal comunismo e dal socialismo.

Ad accomunare almeno in un risvolto biografico i due più famosi capi rivoluzionari (ma in definitiva anche Madero e tutti gli altri meno noti) ci pensarono poi i loro nemici. Zapata fu ucciso nel 1919, dopo essere stato attirato in un agguato da un doppiogiochista. Ad ordire il suo assassinio era stato lo stesso presidente dell’epoca, Venustiano Carranza.
Villa fu ucciso nel 1924, anche lui in un agguato, ordit0 dal nuovo presidente Alvaro Obregòn, che aveva già fatto assassinare nel 1920 Carranza e fu a sua volta ucciso nel 1928. Il più sanguinario, Victoriano Huerta, soprannominato “lo sciacallo”, cercò di sfuggire a questa sorte, rifugiandosi negli Stati Uniti, ma morì in galera nel 1916 in circostanze poco chiare.
Attorno, contro o al fianco dei primi due si muoveva una variopinta schiera di personaggi, ciascuno a suo modo ambiguo o eccessivo, e tutti o quasi destinati a fare la stessa loro stessa fine. Ai nemici storici che ho già citato sopra si aggiunge un nugolo di protagonisti tutt’altro che minori, come ad esempio Tomas Urbinas e Rodolfo Fierro, per citarne due passati alla storia per la loro ferocia. Alcuni di loro partono come compagni di lotta e finiscono come irriducibili nemici. Altri fanno percorsi indipendenti, e conducono lotte localizzate in particolari territori, fanno patti, stringono alleanze temporanee e di comodo.
È quanto accade di norma in storie del genere, ma in questo caso gli individualismi, i colpi di scena e i voltafaccia sono tali e tanti da farne una vicenda unica e difficilmente classificabile.
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Non rimane quindi che chiedersi cos’è rimasto di quella rivoluzione. Una continuità ideale con la lotta rivoluzionaria è stata rivendicata, a partire dalla metà degli anni ‘80, dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale, operante nel Messico meridionale, nello stato del Chiapas. Originariamente si trattava di un gruppo rivoluzionario di matrice marxista-leninista che aveva abbracciato le lotte dei contadini indigeni e che negli anni Novanta promuoveva azioni armate di resistenza contro l’autoritarismo del governo centrale, chiamando alla rivoluzione tutto il popolo messicano. Col tempo però il gruppo ha modificato parzialmente i propri obiettivi, trasformandosi in movimento per il riconoscimento dei diritti civili, sociali e di autodeterminazione delle popolazioni indie. I risultati concreti sono stati oggettivamente scarsi, ma il gruppo divenne molto celebre e per un certo periodo ha costituito un riferimento per tutte le sinistre mondiali, soprattutto grazie al carisma del suo leader, il “subcomandante Marcos” (sub-comandante perché “obbediva alla sua gente”), diventato un’icona globale, paragonabile a quella del “Che” Guevara (con passamontagna e pipa al posto del sigaro e del basco). Oggi gli zapatisti controllano ancora parzialmente il Chiapas, dove hanno fondato delle comunità autonome governate in regime decisionale collettivo, ma sono quasi scomparsi dall’interesse delle sinistre mondiali.

Purtroppo, però, al di là di questo, la realtà odierna del Messico evidenzia piuttosto un tragico campionario di lasciti negativi. Dalla guerra civile, durata sino ai primi anni Venti, era uscito vincitore il “partito rivoluzionario” istituzionale, di ispirazione ortodossamente maderista: un movimento cioè ispirato da una borghesia urbana che intendeva gestire la transizione del paese ad un capitalismo moderno, andando a sostituire al potere l’aristocrazia terriera degli hacendados. In quello stesso periodo, partendo da presupposti analoghi, in Europa fiorivano le varie versioni del fascismo. In Messico non si arrivò agli stessi esiti solo perché almeno nominalmente il “partido revolucionario nacional” si è mantenuto favorevole alle elezioni e alla democrazia: di fatto però ha governato il paese fino ai primi del nuovo millennio con un regime a partito unico, reprimendo ogni forma di dissidenza, svuotando di contenuti le autonomie regionali e lasciando invece lievitare un livello incredibile di corruzione. Oggi il Messico è tra i paesi più corrotti e violenti non solo dell’Occidente, ma di tutto il globo, e detiene una serie di tristi record, a partire da quello dagli omicidi.
Il governo “rivoluzionario” ha poi scatenato negli anni Trenta una feroce campagna di scristianizzazione, che è andata ben oltre la liquidazione dei poteri e delle ricchezze della chiesa cattolica e dello sfruttamento che questa operava soprattutto sulla classe contadina. Si è trattato di una vera e propria crociata laica, il cui scopo di fondo era quello di trasferire il fervore devozionale e superstizioso in un culto del progresso tecnologico e del liberismo economico. Questa campagna, che ha toccato punte particolarmente cruente, ha fatto a sua volta esplodere ripetute rivolte dei “cristeros” contro i divieti, le persecuzioni e le secolarizzazioni, tutte soffocate nel sangue. Oggi il Messico è un paese ufficialmente laico e tollerante nei confronti di ogni professione di fede: ma il vuoto lasciato dalle istituzioni cattoliche è stato velocemente riempito dalle confessioni e dai riti più disparati, che si ibridano, come già era stato per il cristianesimo, con le pratiche sciamaniche e con i culti solari pre-colombiani.

Il Messico è diventato nel frattempo, soprattutto dopo la guerra civile spagnola, terra d’esilio e di rifugio per dissidenti in fuga dai fascismi e dai socialismi reali dominanti in Europa: ma un rifugio tutt’altro che sicuro, come dimostrano le vicende di Trotskji e di molti anarchici, vittime dello stesso clima di complotti e tradimenti che aveva caratterizzato tutto il periodo rivoluzionario e che continuava a coinvolgere anche gli esponenti delle classi più colte e del mondo della letteratura e dell’arte.
A questo si aggiunge la progressiva soggezione che il paese ha maturato nei confronti del potente vicino nordamericano. Anche se i governi succedutisi nell’ultimo secolo hanno sempre rivendicato una totale autonomia dalla politica statunitense, e non hanno mancato di denunciarne i ripetuti interventi predatori e le interferenze, di fatto la produzione agricola e mineraria del paese ha trovato un suo naturale sbocco sempre più oltreconfine. E soprattutto gli Usa sono diventati la terra del sogno per quella enorme fetta di popolazione che non regge a condizioni di lavoro primitive e soprattutto ad una vita priva di qualsiasi sicurezza.
Il lascito più disastroso è stato infatti senza dubbio quello della violenza diffusa. Le bande rivoluzionarie si sono spesso riciclate in associazioni criminali, che ancora oggi tengono in ostaggio con estorsioni e mattanze l’intero paese, gestiscono la fetta più consistente del traffico di droga dall’America del sud verso gli Stati Uniti e hanno in mano anche buona parte dell’economia legale (un chilo di limoni, ad esempio, che frutta a un produttore quattro pesos, viene rivenduto sul mercato a cinquanta: tutta la differenza finisce nelle tasche dei cartelli mafiosi). Della vecchia militanza hanno mantenuto solo l’assuefazione alla violenza, quella creata dalle esecuzioni in massa di centinaia di nemici catturati o arresisi, dai massacri di civili scatenati dopo la presa di città e villaggi, dagli omicidi a sangue freddo di alleati o compagni di lotta perpetrati anche dagli “eroi” della rivoluzione, spesso per futilissimi motivi.

Ma la violenza non è prerogativa solo delle bande criminali: anche le istituzioni non hanno mai mostrato alcuna esitazione a esercitarla. Nel 1968, pochi giorni prima dell’inaugurazione delle Olimpiadi, l’esercito ha massacrato centinaia di studenti che manifestavano pacificamente nella Piazza delle tre Culture. Cinquant’anni dopo la polizia ha fatto letteralmente sparire quarantatré studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, rapiti mentre si recavano ad una manifestazione. E quando non agiscono in proprio., le autorità si guardano bene dall’intervenire per stroncarla. Nella sola Ciudad Juárez, nel Chihuahua, la patria di Pancho Villa, in dieci anni sono scomparse e sono state ritrovate poi assassinate trecentosettanta donne, senza che sia stato individuato alcun colpevole.
Questo clima crea oggi una serie di reazioni a catena. che si espandono come un’onda su tutto il corpo sociale. Gli effetti chiunque può andare a verificarli su qualsiasi fonte che non sia l’ufficio messicano del turismo, per cui li tralascio e spendo invece almeno due parole su ciò che può essere ascritto in positivo.
Si è visto che su un piano immediatamente pratico i cambiamenti sono stati operati più in orizzontale che in profondità. Le vecchie élites sono state sostituite da quelle nuove; qualcuno ci ha molto guadagnato, in termini di denaro o di fama, ma la gran parte della popolazione non ha conosciuto alcun miglioramento.
Qualcosa però è accaduto nell’atteggiamento delle classi popolari. È venuta meno la sudditanza morale, l’accettazione del proprio destino, tutto il vecchio bagaglio di abitudini che il secolare giogo coloniale aveva indotto e che dopo l’indipendenza non era stato minimamente scalfito dalle politiche della classe creola al potere. Nel corso di tre lustri di costante emergenza la rivoluzione ha determinato intensi rimescolamenti culturali, spostando grandi masse da un capo all’altro del paese, e spesso anche fuori, mettendole a contatto con costumi e con modelli di vita diversi e creandone di per sé di nuovi, dissacrando antichi tabù, aprendo opportunità di rapide scalate sociali, magari attraverso attività delinquenziali che nel calderone rivoluzionario trovavano una loro legittimazione. Ha cancellato l’antica capacità di sopportazione, per cui oggi, a dispetto di tutto, la società civile si ribella al dominio dei cartelli del narcotraffico, e questo spiega l’attuale scatenamento della violenza. Ha intaccato anche la vecchia morale sessuale, la cristallizzazione dei ruoli di genere, inducendo le donne, che della rivoluzione avevano cominciato a sentirsi protagoniste, a non rassegnarsi più alla posizione totalmente subalterna loro assegnata sin da prima della cristianizzazione: non a caso la gran parte di quella violenza è rivolta proprio verso le donne.

Insomma, qualcosa in definitiva è cambiato, ma quasi sempre in direzioni che nei programmi dei rivoluzionari non erano affatto previste. Mi domando allora se il prezzo in vite pagato per ottenere questi risultati non sia stato eccessivo, e in che misura i cambiamenti siano davvero frutto di quelle lotte, e se non sarebbero stati egualmente realizzati attraverso una naturale e meno cruenta trasformazione, quella nel bene e nel male indotta dal progresso tecnologico, dagli sviluppi dei nuovi media e persino, se vogliamo, dai nuovi bisogni e dai nuovi modelli creati dalla società dei consumi e dello spettacolo.
Per concludere, azzardo un messaggio da vecchio e malinconico utopista ai giovani aspiranti rivoluzionari (a quelli seri, s’intende, se ancora ce ne sono; non a quelli che vanno a cazzeggiare in tivù non alla marmaglia che cerca solo pretesti per dimostrarsi di esistere). É vero che le rivoluzioni non sono pranzi di gala, come insegnava il vecchio Mao. Ma è possibile che debbano risolversi tutte in orge cannibalesche? Che le spinte ideali da cui prendono avvio finiscano sempre per tradursi in vendette, in interessi particolaristici, nello scatenamento dei peggiori istinti? Che gli idealisti non si rendano conto che ogni idea, come scende dall’iperuranio e mette piede a terra, si sporca immancabilmente di fango? E che una volta caduti loro, come immancabilmente avviene, i discepoli non faranno che accapigliarsi per dividersi le spoglie?
Sono domande stupide, perché non hanno risposta, e se ne hanno una non è di quelle che fanno onore al genere umano. Ma forse rifletterci su ogni tanto, chiedersi a che prezzo e fino a che punto può valere la pena, visti i prevedibili risultati, aiuterebbe a cercare soluzioni meno devastanti dei problemi, a capire che buttando all’aria tutto non si crea un ordine migliore, ma solo un disordine diverso, e a volte peggiore.
Si badi bene. Non sto dicendo che ribellarsi è sbagliato: anzi, ci sono situazioni che non possono e non devono essere tollerate, per sé e per gli altri. Costi quello che costi. Spartaco ne è l’esempio più immediato. Aveva chiaro in testa ciò che voleva: tornare libero alla sua terra. La situazione gli è poi sfuggita di mano, la sua ribellione aveva assunto dimensioni non prevedibili, forse aveva alimentato ambizioni eccessive, e a quel punto non era più affatto chiaro cosa occorresse fare. Qui sta il nodo. Quando dalla ribellione si passa alla rivoluzione deve essere ben chiaro non solo dove si vuole andare a parare, ma come, e con chi, e nel raro caso di un esito positivo, come poi gestirlo. E se chi è in quel momento al nostro fianco vuole le stesse nostre cose. Bisogna evitare che il cambiamento per il quale ci si andrà a battere sia solo una riproposizione degli stessi mali sotto altre specie. Ci si assume una responsabilità collettiva. Non è un pranzo di gala, ma nemmeno una sfilata di mode prêt à porter dettate dagli stilisti ideologizzanti di grido.
Insomma: “rivoluzione” è una parola impegnativa, un pentasillabo con un dittongo in mezzo. Andrebbe trattata, e usata, con maggior cautela e rispetto.

Ma potevo chiudere senza infilarci il mio consueto aneddoto personale?
Non sono mai stato in Messico, lo conosco solo attraverso le letture che suggerisco in calce e i film di cui ho parlato prima. Ma ho conosciuto dei messicani, ed è stato un incontro assai istruttivo.
Qualche anno fa è approdata in Italia una consistente comitiva (più di cento persone), reclutata tutta tra gli abitanti della città di Lerma de Villada, nell’Estado de México. All’origine della visita c’era una proposta di gemellaggio col mio paese, la Lerma piemontese, che peraltro io stesso avevo suggerito all’amministrazione comunale (insieme a quella da inoltrare alla Lerma di Castiglia y Leon, in Spagna – ignorata). Il gemellaggio era naturalmente solo il pretesto per una scorribanda turistica che ha toccato poi mezza penisola, ma è stato comunque un avvenimento che per un paio di giorni ha risvegliato il paese (i messicani sono piuttosto esuberanti).
Protagoniste istituzionali, culturali, umane della visita sono state in assoluto le donne. Erano loro a dettare l’agenda. I maschi viaggiavano a rimorchio, e questo lo si notava subito, già nei rapporti interni ai nuclei famigliari, ma lo si è visto ben chiaro all’atto della cerimonia ufficiale. Prima del pranzo offerto dal mio comune, infatti, alcune rappresentanti della cultura e delle istituzioni dei nostri cugini messicani hanno velocemente tracciato la storia e illustrato le caratteristiche della loro città (che ha più di centomila abitanti), per lasciare poi la parola al sindaco, un distinto signore che si è lanciato in quella che minacciava di essere una lunga tiritera di ringraziamenti e formalità. Ad un certo punto però la sua vice, una donna non meno volitiva che affascinante (mi perdonino le femministe d’assalto), profittando di una breve pausa dell’oratore si è alzata e ha lanciato il grido di guerra: Vamos a comer, compañeros. Tutte le sue colleghe all’unisono si sono levate in piedi, e quando il sindaco ha abbassato il braccio rimasto levato nel bel mezzo della concione l’intera comitiva era già seduta a tavola nel salone accanto. È stato fantastico. Ho capito allora che se dovesse scoppiare un’altra rivoluzione e i maschi si sterminassero a vicenda, come avevano cominciato a fare nella prima, il Messico avrebbe già pronta una classe dirigente capace finalmente di porre fine alle lotte e cominciare a lavorare sul serio per i cambiamenti.
Bibliografia
Ed ecco i miei suggerimenti di lettura:
WILLIAM DOUGLAS LANSFORD – Pancho Villa – Della Volpe, 1967
FRANCESCO RICCIU – La rivoluzione messicana – Dall’Oglio, 1968
EDGCUMB PINCHON – Zapata l’invincibile – Feltrinelli, 1970
JESUS SILVA HERZOG – Storia della rivoluzione messicana – Longanesi, 1975
JOHN WOMACK JR. – Morire per gli indios. Storia di Emiliano Zapata – Mondadori, 1977
FRANK MCLYNN – Villa e Zapata. Una biografia della Rivoluzione messicana – Il Saggiatore, 2003
PACO IGNACIO TAIBO II. – Un rivoluzionario chiamato Pancho – Marco Tropea, 2007
MASSIMO DE GIUSEPPE – La rivoluzione messicana – Il Mulino, 2013
RAFAEL MUNOZ – Viva Pancho Villa! – HOEPLI, 2020
JOHN STEINBECK – Viva Zapata! – Bompiani, 2021



