I viaggi nel futuro del reverendo Swift

di Paolo Repetto, 1° novembre 2025

La falsità spicca il volo
e la verità la segue zoppicando.

Jonathan Swift

Ci voleva l’ennesima personalissima emergenza sanitaria per indurmi a rileggere I viaggi di Gulliver, In realtà non si è trattato di una rilettura, perché la prima volta, più di sessant’anni fa, avevo tra le mani una versione ridotta, tanto ridotta da farlo sembrare un libro di avventure. Mi sono trovato a leggere in effetti un libro completamente nuovo, e a rimpiangere di non averlo fatto prima.

Ci sarebbe molto da raccontare, e su cui meditare, ma ho scelto ad esemplificazione del tutto alcune pagine che trovo particolarmente gustose e attuali. Il resto, se volete e se ancora non lo avete fatto, potrete trovarlo in una delle almeno dieci traduzioni italiane attualmente circolanti. In quella di cui mi sono avvalso (nell’Economica Feltrinelli) sono circa trecentocinquanta pagine.

Nella terza parte del libro il protagonista racconta il viaggio che lo ha portato a Laputa, un’isola sospesa per aria. Laputa è una roccia volante, sul tipo di quella de Il castello dei Pirenei di Magritte, che poggia su una base piatta di diamante e che può essere manovrata dai suoi abitanti utilizzando un gigantesco e complicato magnete (la cosa fa presumere una passata altissima capacità tecnologica, che sembra però ormai del tutto svanita). Gli isolani sono tutti scienziati, astronomi e filosofi, che vivono perennemente (e letteralmente) con la testa fra le nuvole, dedicandosi a esperimenti e invenzioni assurdi e totalmente inutili, perché non hanno alcun rapporto con la vita reale. “Sembra che codesta gente sia tanto immersa nelle sue profonde meditazioni da trovarsi in uno stato di perpetua distrazione, dimodoché nessuno può parlare né udire i discorsi altrui se qualche impressione esterna non viene a scuotere i suoi organi vocali o uditivi”. L’“impressione esterna” è creata da un particolare servitore personale, il “batacchiario”, “munito di un bastoncello con una vescica gonfia fissata in cima, piena di piselli secchi o di sassolini […] ed è compito di questo famulo, quando due o più persone si radunano, batacchiare dolcemente la vescica sulla bocca di chi deve parlare, indi sull’orecchio destro della persona, o delle persone cui il discorso è rivolto”. E ancora, durante il passeggio “dare al padrone una lieve batacchiata sugli occhi”, per evitargli di capitombolare o di dare col capo in ogni palo, o di spingere gli altri o di essere spinto nella cunetta di scolo”.

La roccia volante domina dall’alto un’area di terraferma, il regno di Balnibarbi, un tempo fiorente e ora ridotto alla desolazione e alla miseria, proprio a causa delle innovazioni nei metodi di coltivazione dei campi e di costruzione degli edifici imposti dai laputiani.

Nella capitale di questo regno, Lagado, ha sede una celebratissima Accademia, alla cui visita Swift dedica il quinto capitolo. Il suo alter ego descrive il funzionamento dell’accademia ed elenca le “arti e scienze in cui si esercitavano quei dotti”. Nel corso della visita, che si protrae per più giorni, il viaggiatore incontra una serie di personaggi l’uno più strambo dell’altro, tutti accomunati dall’aspetto esaltato, dagli abiti sporchi e stracciati, dal fetore che emanano e dall’abitudine di scroccare mance e oboli, oltre che da una spiccata tendenza a trafficare con gli escrementi. Ci troviamo quello che si dedica da otto anni a estrarre dai cetrioli i raggi del sole, per stoccarli in fiale di vetro e usarli poi per riscaldare le estati inclementi; quello che vuole ricondurre gli escrementi umani al cibo originale che li componeva, separando i diversi elementi; quello che vuole trasformare il ghiaccio in polvere da sparo; l’architetto che ha inventato un metodo per costruire le case partendo dal tetto e il biologo che vuole sostituire la seta dei bachi con le ragnatele tessute da insetti; il medico che cura le coliche aspirando per via rettale con un mantice le ventosità intestinali, o viceversa, insufflando aria con lo stesso strumento. Insomma, un vero e proprio manicomio. Questo per la parte dell’istituto riservata alle invenzioni meccaniche. Ma ce n’è un’altra, assegnata agli studiosi delle scienze astratte, non meno allucinata: e inquietante.

In questa seconda sezione “lavorano” i progettisti del “sapere speculativo”. E qui l’incubo di Gulliver si proietta nel futuro. Il primo sapiente che incontra presiede, con quaranta allievi, a un gigantesco macchinario simile ad un enorme telaio: “Tutti sanno, disse, che i metodi comunemente adottati per arrivare alle diverse nozioni scientifiche e ideali sono faticosi e difficili; col suo nuovo sistema, invece, anche un ignorante poteva scrivere libri di filosofia o di poesia, trattati di politica e di matematica, senza bisogno di speciale vocazione né di studio: bastava una modesta spesa e un piccolo sforzo muscolare.

Nello spiegarmi ciò, egli mi fece vedere il meccanismo intorno a cui stavano i suoi scolari. Il professore mi avvertì che stava per mettere in moto la macchina: a un suo cenno, infatti, ciascun allievo prese in mano un manubrio di ferro (ve ne sono quaranta fissati lungo il telaio). Essi, facendolo girare, cambiarono totalmente la disposizione dei dadi, e perciò delle parole corrispondenti. Allora il professore ordinò a trentasei dei suoi scolari di leggere fra sé le frasi che ne risultavano, via via che le parole apparivano sul telaio; e quando trovassero tre o quattro parole che avessero l’apparenza d’una frase, di dettarle agli altri quattro giovinetti, che facevano da segretari. Questo esercizio fu ripetuto diverse volte, e col successivo capovolgersi dei cubi sempre nuove parole e frasi comparivano sulla macchina. Gli scolari si dedicavano a tale occupazione per sei ore del giorno.

[…] Il professore mi fece vedere diversi volumi in folio pieni di frasi sconnesse ch’egli aveva raccolto e di cui pensava fare un estratto, ripromettendosi di cavar fuori da codesto materiale, il più ricco del mondo, una vera enciclopedia scientifica e artistica. Egli sperava che codesto suo lavoro, spinto con energia, avrebbe toccata la massima perfezione, a patto che la popolazione consentisse a fornire il denaro necessario per impiantare cinquecento consimili macchine in tutto il regno, e che i sovrintendenti dei vari istituti mettessero in comune le loro personali osservazioni.”

Il bersaglio neppure troppo mascherato della satira di Swift è qui la Royal Society, fondata settant’anni prima sul modello prefigurato da Francesco Bacone; ma più in generale è l’ideologia del progresso che va affermandosi in tutta la cultura europea sotto le specie dell’Illuminismo. Swift non è un antiscientifico né un oscurantista. Rifiuta però ogni dogma, e quindi anche quello illuminista secondo cui la scienza e la ragione porteranno inevitabilmente al progresso umano. Quando queste diventano fini a sé stesse, – ci dice – slegate dall’etica e dalla realtà, si trasformano in un’altra forma di superstizione. La satira di Laputa anticipa quindi la critica alla tecnocrazia e all’alienazione dell’intelligenza che attraverserà la modernità.

Con la macchina per produrre poesia o trattati filosofici e scientifici, siamo in presenza dei primi vagiti dell’Intelligenza Artificiale. Mi sembra significativo che i testi nascano da combinazioni di lettere, e poi di paragrafi, e così via. Queste combinazioni non sono propriamente casuali, seguono da un certo punto in poi una loro logica quantitativa di ricorrenza, ma non quella della pregnanza o della consequenzialità di un concetto. Non molto diversamente da quanto accade per i discorsi dei nostri politici o per le recensioni dei nostri critici letterari.

Di per sé, la selezione e memorizzazione di combinazioni dotate di senso a partire da una base di dati casuali è teoricamente possibile, anche se del tutto improbabile. Presuppone un algoritmo in grado di sondare per un tempo infinito una massa di dati altrettanto infinita. Swift sembra qui anticipare l’idea del teorema della scimmia instancabile di Borel, per il quale una scimmia che prema a caso i tasti di una tastiera per un tempo infinitamente lungo quasi certamente riuscirà a comporre qualsiasi testo prefissato, compresa la Divina Commedia. Solo che oltre che instancabile la scimmia dovrebbe essere anche immortale.

Ma forse aveva in mente un’invenzione molto più vicina al suo tempo, la calcolatrice meccanica progettata sessant’anni prima da Leibnitz, che azionata con una manovella avrebbe dovuto realizzare attraverso un sistema di ruote dentate ogni tipo di operazione matematica elementare. E soprattutto aveva presente il fiasco della presentazione di questa macchina alla Royal Society, che portò all’abbandono del progetto.

“Passammo poi alla scuola delle lingue, dove tre professori discutevano insieme sul modo di perfezionare l’idioma del paese.

Il loro primo disegno era di rendere più conciso il discorso, riducendo tutti i polisillabi a monosillabi e sopprimendo i verbi e ogni altra parte del discorso, tranne i sostantivi: perché in realtà tutti gli oggetti di questo mondo si possono rappresentare con sostantivi.”

I futuristi non hanno inventato nulla. Anzi, erano già stati ampiamente superati dal progetto di riforma laputiano.

Infatti: “Ma il sistema di riforma più radicale doveva consistere, secondo loro, nel fare a meno addirittura delle parole, con grande risparmio di tempo e beneficio per la salute; perché è chiaro che ogni parola da noi pronunziata corrode i nostri polmoni e li danneggia, accorciando così la nostra esistenza. Ora, siccome le parole sono in conclusione i nomi delle cose, costoro proponevano semplicemente che ognuno portasse seco tutti gli oggetti corrispondenti all’argomento delle varie discussioni. E la riforma sarebbe certamente stata adottata, con notevole vantaggio della salute e del comodo generale, se il popolaccio, e specialmente le donne, non avessero minacciato di fare addirittura la rivoluzione qualora fosse loro vietato di parlare nella solita lingua, come i loro antenati avevano fatto fin lì: tanto il volgo è costante e irreconciliabile nemico della scienza!

Tuttavia, il nuovo metodo era adoperato da alcuni dei più illuminati e dotti personaggi, i quali se ne trovavano benissimo. Il solo inconveniente s’affacciava quando costoro dovevano trattare di parecchi e complicati argomenti, perché in tal caso erano costretti a portare addosso dei pesi enormi; a meno che non potessero permettersi il lusso di mantenere un paio di robusti facchini per codesto ufficio. Più d’una volta ho osservato due di codesti scienziati, curvi sotto il peso del loro fardello, fermarsi in mezzo alla strada per conversare, posare in terra il sacco e slegarlo; poi, dopo un’ora di colloquio, aiutarsi reciprocamente a ripigliare il carico sulle spalle e riprendere il cammino.

S’intende che, mentre per i discorsi più comuni ciascuno portava indosso tutti gli oggetti necessari per farsi capire, in ogni casa v’era poi una provvista di molti altri oggetti; e nei locali dove si doveva tenere qualche adunanza di adepti della nuova lingua, si trovava ogni sorta di cose capaci di sopperire alla più complessa conversazione artificiale. E si noti che questo nuovo sistema aveva anche il sommo pregio d’essere universale, cioé di fornire un idioma comune a tutti i popoli civili, come sono loro comuni, press’a poco, tutti gli utensili e gli oggetti d’uso; né gli ambasciatori avrebbero avuto più bisogno, così, di studiare le lingue straniere per trattare coi principi e coi ministri degli altri paesi.”

Fantastico! Questa si chiama concretezza del linguaggio. Certo, funziona solo per la denotazione, e immagino che Heidegger per tenere le sue lezioni o conferenze avrebbe dovuto viaggiare con una carovana di muli. Ma a pensarci bene ci stiamo già avviando, a dispetto delle apparenze, proprio verso un uso essenzialmente denotativo (che è in fondo la condizione comunicativa e relazionale da cui siamo partiti). Il che potrebbe essere un bene per la sopravvivenza della specie, ci si capirebbe meglio, ma non lo è certo per la sua evoluzione.

E infine, Gulliver approda dove viene “concretamente” impartito il sapere sommo:

“Visitai finalmente la scuola di matematica, in cui trovai un professore che adoperava, per l’istruzione dei suoi scolari, un metodo che in Europa nessuno sarebbe mai stato capace d’inventare. Ogni dimostrazione, proposizione o teorema veniva scritto sopra una piccola ostia, con uno speciale inchiostro di succo cefalico.

Lo studente inghiottiva l’ostia e stava digiuno tre giorni, nutrendosi solo d’un po’ di pane e acqua. Durante la digestione dell’ostia, il succo cefalico saliva al cervello e vi recava l’esercizio o il teorema desiderato.

Questo sistema non aveva dato, a quanto sentii riferire, risultati molto brillanti; ma ciò era dovuto solo al fatto d’essersi ingannati nel quantum, cioè nella dose del succo cerebrale; oppure anche al contegno maligno e ribelle degli scolari, i quali trovando nauseante il sapore dell’ostia, invece d’inghiottirla la sputavano da una parte, o dopo averla inghiottita la rivomitavano prima che potesse compiere il suo effetto, oppure anche non avevano la costanza di mantenere per tre giorni il regime d’astinenza necessario.”

Non sarà efficace, ma temo sia l’ultima possibilità che ci rimane. Magari aggiornando un po’ il sistema alle più recenti e sofisticate tecnologie: che so, inoculando ai nostri studenti per via endovena dei chips carichi di informazioni e di formule. Rimarrebbero degli asini comunque, ma almeno ci risparmieremmo i trucchi e le sceneggiate per copiare durante i compiti in classe e gli esami.

A questo punto sarà chiaro che Swift è tutto tranne un utopista. Semmai lo è al contrario. I quattro mondi in cui spedisce Gulliver sono il condensato di tutte le storture della società del suo tempo (e del nostro), e vengono esplorati seguendo lo schema perfettamente calibrato dei “mondi alla rovescia” (i lillipuziani sono un dodicesimo di Gulliver, i brobdingnaggiani sono dodici volte più grandi, in ossequio al modello duodecimale inglese: gli abitanti di Laputa sono tutto sommato degli asini irrazionali, mentre i cavalli che governano la Houyhnhnmland sono virtuosi e razionali, ma rigorosi sino alla crudeltà; e così via).

Alla fine I viaggi si rivelano essere un libello contro ogni fanatismo, che indica la via del buon senso comune non per fiducia nella natura umana ma anzi, per l’estrema sfiducia in una sua futura perfettibilità. Swift non crede nelle riforme né nelle rivoluzioni, e tantomeno in un nostalgico ritorno al passato. È un reazionario sui generis, che attacca tutti i pilastri della civiltà occidentale settecentesca, l’idea che la storia proceda verso il meglio, che la scienza porti verità, che la politica miri al bene comune; e ne ha ben donde: Come irlandese, sia pure protestante, e quindi appartenente alla classe dei dominatori, non può ignorare quanto è accaduto e quanto sta accadendo nella sua sfortunatissima isola, la miseria in cui vivono i suoi connazionali, il criminale disinteresse dell’amministrazione inglese, la corruzione che impera nelle istituzioni. Il suo pessimismo pesca però ancor più dal profondo, non nasce dalla situazione contingente in cui è immerso. Pensa che l’uomo sia intrinsecamente corrotto, ciò che in fondo pensava anche Kant, ma al contrario di quest’ultimo ritiene che ogni tentativo di riformarlo conduca al disastro o alla disumanizzazione. E qualche dubbio in proposito, se ci guardiamo attorno, riesce a sollevarlo.

Per quanto concerne poi le proiezioni sul futuro, occorre dire che malgrado il suo intento fosse di mettere alla berlina le fobie che angustiano i lapuziani (ad esempio, che la terra possa essere distrutta dalla coda di una cometa, o che il sole vada gradualmente esaurendo la sua energia) o l’assurdità dei loro progetti, paradossalmente in molti casi il nostro reverendo ci ha azzeccato. E non per un uso sfrenato della fantasia, ma perché evidentemente, a dispetto del suo sprezzo per le scienze e le tecnologie moderne, era anche molto informato. Ad esempio, attribuisce agli astronomi di Laputa la scoperta di due satelliti orbitanti attorno a Marte, scoperta che arrivò nella realtà solo un secolo e mezzo dopo la pubblicazione dei Viaggi. È molto probabile che Swift si rifacesse a una ipotesi già avanzata da Keplero, che a sua volta l’aveva formulata in base alla sua teoria che il numero dei satelliti del sistema solare segua una progressione geometrica. E addirittura, nell’indicarne le dimensioni e i tempi di percorrenza dell’orbita, applica proprio la terza legge di Keplero.

Persino quando satireggia i progetti più assurdi degli accademici di Lagado, quelli ad esempio del riciclo degli escrementi o dell’uso delle ragnatele in luogo della seta, non finisce molto lontano da quanto sta accadendo oggi. Per i primi al momento siamo ancora all’utilizzo per produrre non solo fertilizzanti, ma biometano, una fonte di energia rinnovabile: ma è presumibile che nei laboratori cinesi si stia già andando oltre. Quanto alle seconde, la seta di ragno, stanti le sue caratteristiche di eccezionale resistenza viene studiata per sviluppare materiali innovativi e ultrarobusti, da impiegare addirittura per i giubbotti antiproiettile. Solo l’esiguità della materia prima e la difficoltà di coltivare i ragni in allevamento impedisce oggi una produzione su larga scala, per cui si sta studiando di modificare geneticamente i bachi da seta, ibridandoli.

Questo significa che l’intenzione satirica non ha impedito a Swift di guardare avanti, sia pure con lucida e profonda angoscia. Non si è limitato a trattare come fantasie deliranti le promesse della tecnica, ma ha subodorato dove avrebbe potuto condurre il fanatismo che si stava sviluppando nei confronti di quest’ultima.

Del resto, una cosa simile ha fatto anche nella descrizione dei regimi politici e rapporti sociali vigenti negli altri stati che Gulliver visita. Ma lo scenario futurologico che più mi pare azzeccato rimane quello che vede i lapuziani ciondolare completamente rimbambiti per le strade dell’isola, seguiti dai “batacchiari”. È uno scenario che conosciamo benissimo: solo che anziché risucchiati dalle loro “profonde meditazioni” i moderni lapuziani lo sono dai monitor dei loro cellulari. E purtroppo non hanno batacchiatori a risvegliarli.

Ci sarebbe moltissimo altro da dire e da scoprire sul Gulliver: non vi si parla solo dei lillipuziani. Ma io non sono una scimmia instancabile, e il tempo che ho davanti è tutt’altro che infinito.

Per cui lascio a voi il piacere di farlo. Esistono ancora cose che possono riempirci intelligentemente la vita, e che spesso diamo troppo per scontate, mentre in realtà non le conosciamo affatto. Forse avremmo bisogno tutti quanti di “batacchiari” che ci facessero aprire ogni tanto gli occhi e rimettere in moto il cervello.

Fine della pacchia

di Paolo Repetto, 23 agosto 2025

E tuttavia …. Devo tornare su Berselli e sulle “giovani promesse”. In Doppiozero trovo una recensione al suo libro appena riedito, scritta da Alessandro Banda. S’intitola Venerati stronzi. La leggo, mi piace, vado a cercare altri pezzi dello stesso autore. Una rivelazione.

Comincio da Il mio mercatino di Natale, sui mercati natalizi di recentissima e tutta inventata “tradizione”, come le sagre paesane estive. In questo caso si parla del mercatino meranese, frequentato anche da alcuni miei conoscenti quando non hanno la voglia o la benzina per arrivare fino a Salisburgo o addirittura a Danzica. Banda non ha bisogno di insaporire l’evento, è già abbastanza sapido di per sé: “Baracche, baracchette e baraccone lignee si disponevano ai due lati del Corso suddetto in una teoria pressoché infinita. Ognuna di queste baracche e baracchette e baraccone vendeva determinati prodotti, natalizi e affini. Per esempio candele al profumo di speck, stecche d’incenso automatico (si accendevano da sé non appena faceva buio), alberelli di Natale in vetroresina con lucine psichedeliche intermittenti incorporate, palle di Natale fluorescenti levigatissime, angeli di marzapane e angeli di panpepato, nonché angeli di biscotto e cannella. Poi, prodotto particolarmente fortunato, simpatici colbacchi in pelo di pony avelignese, guanti foderati di pelo di pony avelignese, pantofole di feltro, rivestite di pelo di pony avelignese, nonché sciarpe e scialli in pelo di pony (avelignese).

Erano tutti prodotti tipici meridianesi, che, come tutti i prodotti tipici di tutti i posti del mondo (tranne Hong Kong e Taiwan) venivano direttamente da Hong Kong e Taiwan. (A Hong Kong e Taiwan non perdono tempo con i loro propri prodotti tipici, occupati come sono a produrre quelli degli altri)”.

In effetti la ratio dei mercati di Natale (se di una ratio si può parlare) è esattamente all’opposto di quella che spinge a frequentare i mercatini dell’usato. Non è la speranza di imbattersi in qualcosa che avvii una personalissima “recherche”, o di rinvenire un oggetto (nel mio caso, naturalmente, un libro) del quale magari si ignorava l’esistenza o che si considerava ormai irreperibile, e che improvvisamente ci accorgiamo di aver sempre desiderato: è piuttosto l’adempimento dell’ennesimo rituale consumistico che si è sovrapposto ai vecchi rituali religiosi, una pratica che dà punteggio nella graduatoria “main stream”, e tanto più quanto più esotico. È insomma la voglia di poter dire: “ci sono stato anch’io”.

Trovo poi la segnalazione di un libro che parla dei trecento del battaglione sacro di Tebe (Eran trecento giovani e forti). Non solo mi era sfuggito il libro, ma avevo anche dimenticato il battaglione. Non lo avevo inserito nella rassegna di Trecento che ho postato pochi mesi fa. Il battaglione tebano era una formazione militare particolare, centocinquanta coppie di amanti (naturalmente omo, ma siamo nella Grecia classica, parliamo di rapporti di una natura completamente diversa).

Banda qui cita Plutarco: “Nessun amante tollererebbe di mostrarsi codardo di fronte al proprio amato, ed è esattamente per questo che un battaglione, composto da uomini reciprocamente legati da vincoli di passione, diventa invincibile e incrollabile”. Potrebbe essere un’idea per il nuovo esercito europeo. Tra l’altro, il lungimirante Epaminonda spostò il peso dell’attacco di quella formazione dalla tradizionale ala destra a quella sinistra, e questo gli consentì di confondere gli spartani a Mantinea e di sconfiggerli. Una sinistra combattente. Altro che battaglione Azov!

Sempre più piacevolmente incuriosito risalgo un po’ indietro, e leggo in successione un bel pezzo su Lucrezio (Lucrezio apocalittico), uno su Nicola Chiaromonte, uno su Saviane (Sergio Saviane e l’invenzione del mezzobusto). Le consonanze si moltiplicano.

Ma il bello deve ancora venire. Alessandro Banda ha in cantiere un libretto sull’arte di camminare in città, che dovrebbe titolarsi Il camminante malinconico e raccogliere una serie di considerazioni postate con cadenza settimanale. “Io non ho intenzione di occuparmi di camminate e camminatori in luoghi paradisiaci. No, per niente. A rigore non mi occuperò nemmeno di camminatori. È del camminante che parlerò… io intendo il camminante come uno che cammina in situazioni reali. Consuete. Quotidiane. Cittadine.”

E qui si entra direttamente nel nostro campo.

Da dove inizia Banda? Alla grande: va dritto al problema, al rapporto tra il camminante e le merde dei cani (La schiavitù canina), cui succede quello tra il camminante e i padroni dei cani (La celeberrima passeggiata Tappeiner); per poi tornare indietro a Rousseau e a Walser (Il patrono dei camminanti) e rimbalzare nell’oggi con L’invasione degli ultraveicoli, la Metafisica del Suv e Crisi e biciclette.

Trovo tutti questi quadretti pienamente condivisibili, e penso dovrebbero esserlo anche da parte dei più sedentari. In realtà, immagino che con essi Banda si sia fatto un sacco di nemici, che lo tempesteranno di tweet indignati: un po’ perché l’ironia non abita più i nostri lidi, un po’ perché la verità è costretta da sempre a navigare controcorrente; ma soprattutto perché nella “swipe era”, o sfera dei social media, a provare irrefrenabile l’imperativo di esprimersi sono gli imbecilli. Comunque, mi scuso subito: ho usato la locuzione “padroni dei cani”, che non è più considerata corretta. Avrei dovuto sostituirla con pet mate, compagni dei cani, a sottolineare il rapporto di amicizia e rispetto tra umani e animali. Questo tra l’altro spiega perché gli ex-padroni tendano a declinare, contestualmente alla proprietà, anche la responsabilità di rimuovere le deiezioni dei loro compagni. Speriamo non arrivino a volerne condividere anche l’interpretazione fecale della libertà.

Ragazzi, quanto bisogno avremmo non di uno, ma di mille Berselli!

Nel corso di questa divertente scorribanda, che viaggia tutta fuori dagli schemi del “politicamente corretto”, mi imbatto infine in interventi sparsi lungo una decina d’anni, che mi aggiornano sullo stato della scuola da quando l’ho lasciata. Avevo deciso di non tornare su questo argomento, non mi ci riconosco più: può sembrare strano per uno che per la scuola e nella scuola ha vissuto sessant’anni, ma la vedo ormai da una distanza siderale. Eppure, appena vi si fa cenno, e non per la solita manfrina celebrativa dell’inizio e della fine dell’anno scolastico, con tanto di interviste alle madri appena scese dal suv, qualcosa continua a scattare. E allora, qualche riflessione non guasta.

Su moltissime delle cose di cui Banda parla, prima tra tutte l’insensatezza dell’esame di maturità, concordo perfettamente.

Scrive: “La prima maturità classica fu superata dal cinquantanove per cento dei candidati. Il governo fascista corse allora ai ripari. Negli anni a seguire l’esame fu, more italico, annacquato e edulcorato. […] È da molti anni che i promossi superano il 99 per cento. Io sono contento di questi dati. Non sono un insegnante che boccia. Non ho la bava alla bocca quando metto un’ insufficienza. Non ne metto quasi mai. Ma, se un esame non opera un minimo di selezione, che senso ha? […]

La maturità no. Passano regolarmente tutti. Da anni. Da decenni. In trent’anni che insegno ho visto un solo respinto. Che poi ha fatto ricorso e l’ha vinto. Quindi nessuno in trent’anni”. (Maturità: persino Franz Kafka barò all’esame, 2020)

Quest’anno a ravvivare un po’ la scena è arrivata anche la sceneggiata del “gran rifiuto” (del voto, non della promozione), a denunciare l’assenza di “empatia” da parte degli insegnanti (quella ormai la mostrano solo i cani): rifiuto che è valso agli eroici nuovi martiri di Belfiore decine di migliaia di followers, viatico per entrare nel mondo dorato degli influencer.

La penso esattamente come Banda anche riguardo le riforme che si succedono ad ogni cambio di ministro, perché tutti vogliono lasciare la loro impronta. “Di riforme autentiche, nella scuola italiana post-unitaria, ce ne sono state unicamente due: quella del 1923 e quella del 1962. La cosiddetta riforma Gentile e la riforma che introduceva la scuola media unica.

Una presentata come fascistissima, ma in realtà, come riconobbe lo stesso Gentile in parlamento, d’impianto liberale, l’altra ispirata alla stagione riformista del centro-sinistra. Queste due riforme possono piacere o non piacere. Però nessuno può negare che nascessero da idee”.

Da allora: “Le riforme della scuola non sono riforme. Sono ritocchi parziali, spesso scoordinati e raffazzonati, tendenti ad un unico fine, triplicemente modulato: tagliare, tagliare, tagliare. Ore, posti di lavoro, siano cattedre o segreterie e dirigenze”.

Altre cose invece mi lasciano perplesso: ad esempio il fatto che Banda approvasse l’introduzione dello smartphone nelle aule (il pezzo in cui ne parla risale ad otto anni fa. Ma la cosa è coerente con la sua convinzione di fondo che ogni resistenza al nuovo nella scuola non abbia senso): “Non so i colleghi (anzi lo so, ma faccio finta di non saperlo, perché a scuola si procede così), ma io lo smartphone sono almeno sette anni che lo faccio usare. Se dico una cosa e gli alunni non mi credono, aggiungo: controllate in rete. Verificate le mie affermazioni in tempo reale, secondo l’abusata espressione”. (Lo smartphone a scuola, 2017)

Sette più otto quindici. Quindici anni fa eravamo in era pre-covid, ancora non era arrivata a compimento la pervasione totalizzante dei social, ma quale sarebbe stato l’uso futuro dello smartphone era già ben chiaro (chissà cosa pensa Banda della loro proibizione, in vigore dal prossimo anno. Al di là del fatto che rimarrà lettera morta). Non credo che oggi i suoi allievi si informino su Wikipedia: è più probabile che si affidino a qualche piattaforma di AI sfacciatamente condizionata e orientata. Ma soprattutto, non impareranno mai che la cultura non consiste in ciò che sai, ma nello sforzo che fai per arrivare a saperlo.

Non condivido affatto, poi, un atteggiamento generale che definirei “rinunciatario” nei confronti del ruolo della scuola, anche se ad avallarlo viene chiamato un “venerato maestro” (e riferimento costante di Banda): “Non vedo errore certo, irreparabile, se non nell’acconsentire ad avere un primo giorno di scuola. Da quel momento incomincia la sistematica vessazione”. (citazione da Giorgio Manganelli, ne Il primo giorno di scuola, 2017)

Mi spiace che Manganelli l’abbia vissuta come una vessazione sistematica. Forse la vivono così le menti davvero geniali, quelle che non sopportano i ritmi lenti imposti dal gruppo, o, al contrario, le menti meno sveglie, che non reggono nemmeno quei ritmi. Ma la gran parte dei ragazzi, magari per ragioni completamente diverse e con atteggiamenti ed esiti i più disparati, credo non l’abbiano vissuta così. Almeno fino a ieri, fino a quando la scuola la frequentavo, sul versante cattedra, anch’io.

Per questo mi suonano troppo liquidatorie queste affermazioni: “Perché lamentarsi che la scuola soffochi il genio? È esattamente quello il suo compito. Perché lamentarsi degli insegnanti impreparati, o ingiusti, o dai nervi labili? Sono come devono essere. Perché lamentarsi dello scadimento degli studi? Gli studi scadono da sempre, e sono scaduti da sempre, se è vero, com’è vero, che già Tacito e Petronio la stigmatizzano, quest’eterna decadenza degli studi […]. Sono sicuro che la lagna scolastica proseguirà. Con gli stessi argomenti. Con le stesse parole. Con le stesse identiche frasi, che si ripetono da duemila anni e che si ripeteranno per altri tremila.” (Il lamento dell’insegnante, 2015)

Non credo affatto che siamo di fronte alla “solita lagna”. Per chi ha vissuto nella scuola gli ultimi sessant’anni lo scadimento è quanto mai palpabile e reale, e corre a una velocità mai conosciuta prima. Non riguarda solo la realtà scolastica, naturalmente, ma la scuola ne è il primo e più evidente sensore. Può darsi si tratti di un normale adeguamento, della transizione ad una realtà culturale e sociale del tutto inedita, a modi completamente nuovi di trasmissione del sapere. Ma nessuno può negare che al momento ci si trovi davanti ad una istituzione allo sfacelo. Perché non è stato sempre così.

Sul muro della terrazza sovrastante la palestra, nell’istituto in cui ho insegnato per un quarto di secolo, campeggiava una scritta in caratteri cubitali: “La pacchia è finita, arrivano le vacanze”. Era l’unico luogo in cui all’epoca ci fosse concesso fumare, frequentatissimo dai tabagisti ma nella bella stagione anche dai non fumatori. Una piccola agorà dove, molto più che nell’aula magna, trovava espressione il libero pensiero. Faticai molto a convincere il preside a non fare cancellare la scritta, ma alla fine la spuntai. Non so che fine abbia fatto dopo il mio trasferimento.

Trovavo quelle parole estremamente significative. Al di là dell’intenzione beffarda, inconsciamente situazionista, esprimeva a mio giudizio una profonda verità: gli allievi a scuola in fondo si divertivano, e la pacchia non consisteva nella possibilità di fare una mazza, perché ancora non erano state inventati i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, i Bisogni Educativi speciali e tutte le altre immaginifiche sindromi attestate da psicologi compiacenti, cui non par vero coltivare nuovi orticelli (o meglio, i disturbi dell’apprendimento c’erano, e quelli tra noi più coscienziosi se ne accorgevano benissimo, e li tenevano nel debito conto, ma non era ancora partito lo squallido mercato delle certificazioni volute dai genitori per rifiutare ogni responsabilità educativa).

Posso affermarlo con cognizione di causa perché tutti gli allievi coi quali sono rimasto in contatto, e sono molti, me lo confermano: ma lo sapevo già all’epoca, altrimenti non sarebbe stato spiegabile perché cinque neo-maturi, all’indomani dell’orale conclusivo, chiedessero di potermi raggiungere nel luogo dove quell’anno facevo la maturità da commissario, in quel caso in Toscana. Erano disposti a dormire nei sacchi a pelo in un vecchio seminario abbandonato e a seguire il mattino le sessioni d’esame dei loro colleghi (soprattutto colleghe) toscani. Alla domanda: ma non avete niente di meglio da fare? la risposta fu: sentiamo già la nostalgia della scuola. E il bello è che erano sinceri. Ora, va precisato che quei cinque non erano affatto dei secchioni, viravano anzi parecchio sul lavativo: ma quando uno di loro, il re dei lavativi, una tarda sera, di ritorno dal mare dove avevamo trascorso tutto il pomeriggio e di fronte al paesaggio che ci su spalancava davanti, le colline di Volterra inondate dalla luce lunare, ruppe il nostro silenzio estatico citando Foscolo: “Lieta dell’aer tuo veste la Luna/ di luce limpidissima i tuoi colli”; ebbene, allora compresi che persino lui a scuola si era divertito e ne aveva tratto ciò che può rendere più ricca e piacevole la vita. Altro che soffocare il genio. Fino a ieri era così: io mi divertivo, loro anche. Diversamente, avrei cambiato subito mestiere. Non so se oggi questo è ancora possibile. Per tutti i motivi che Banda cita: perché è diverso il mondo, perché sono diversi i ragazzi, perché cercano altrove quello che un tempo trovavano nella scuola, perché quest’ultima, che era rimasta l’ultimo baluardo contro l’ingresso dei “Barbari” tanto auspicata do Baricco, è stata ridotta in pochi anni a parcheggio per una fascia d’umanità altrimenti ingestibile.

Penso che comunque in cuor suo queste cose Banda le sappia. Altrimenti non avrebbe descritto così il protagonista di un libro recensito in un altro intervento (Scuola di felicità, 2016): “È un insegnante vero, non un impiegato, non uno di quelli che viene per fare le ore, scrivere programmi, registri … Un insegnante che insegna qualcosa in più rispetto alla sua insignificante materia”.

E che senz’altro si diverte quanto i suoi allievi.

Indietro di un anno (o di un secolo?)

di Vittorio Righini, 4 luglio 2025

Prima di tutto, se avete tempo e voglia, leggete queste brevi paginette web:

https://www.ilfoglio.it/cultura/2024/01/23/news/la-cultura-odierna-del-censurare-tutto-cio-che-e-reazionario-6130056/

https://www.ilgiornale.it/news/crociata-contro-tesson-dei-templari-conformisti-2274090.html

Printemps des poètes: Sylvain Tesson accusé d’être une «icône réactionnaire», Rachida Dati défend sa «belle plume»  

I links che ho proposto servono, se mai ce ne fosse bisogno, a rammentarci che la sinistra francese è davvero spuntata. Parlo di quella “sinistra” perfettamente rappresentata da Fred Vargas (pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau, milionaria francese scrittrice di gialli basati sulle avventure del Commissario Adamsberg). La Vargas è purtroppo anche l’autrice di: La Verité sur Cesare Battisti, dove difende quell’ignobile personaggio. E che poi, quando Battisti ce lo rimandano e lui si dichiara colpevole, afferma che può dire quello che vuole, ma lei non ci crede, per lei è intoccabile: “Battisti è innocente, non mi scuso”.

Bene (anzi, male, anzi, malissimo). Ora, ultimamente lei e altri – meno noti – autori hanno attaccato Sylvain Tesson, uno dei pochi che non prende posizione, non si discosta né si accosta, uno che apprezza Louis-Ferdinand Celine (eresia!) qualunque sia il suo credo politico, come pure Jean Raspail (al rogo! al rogo!), altro autore pochissimo amato dalla gauche francese perché ha scritto Il Campo dei Santi (libro nel quale si ipotizza un collasso della economia occidentale per un esagerato afflusso di immigrati da paesi poveri).

Ma Tesson cosa c’entra? È uno che scrive di viaggi (e magari anche le introduzioni a libri di viaggio altrui, come appunto quelli di Raspail). Di avventure tutt’altro che convenzionali: l’ultima sua lo ha portato a navigare lungo le scogliere del nord, alla ricerca del mito delle fate. Ma è anche uno che se ne fotte della politica. E questo riallaccia il filo: lo scorso anno Tesson viene nominato presidente di un premio letterario, ma i “giusti” insorgono e scatta la resistenza. Lo si deve rimuovere dalla sua posizione perché “sembra uno di destra” (Mi piace il termine che viene usato per sostenere queste accuse, “amichettismo”: non lo conoscevo, è tipico di questi tempi e di certi ambigui personaggi, gli intellettuali-radical-chic).

Io vi invito a leggere qualche libro di Tesson (li ho letti tutti) per capire quanto davvero gliene frega della destra o della sinistra. La polemica montata nei suoi confronti non lo sfiora nemmeno: ignora bellamente chi lo accusa, appunto se ne fotte, e non spreca una parola in propria difesa. Un bacio invece alla ministra francese della Cultura Rachida Dati: anche lei se ne fotte delle critiche, e accetta con un battito di ciglia le dimissioni della organizzatrice del premio, Sophie Nauleau, già indignata speciale ed ora fuori dalle palle perché i suoi amici di sinistra la accusano di aver accettato Tesson senza pensarci.

Il fatto è che per queste persone non esistono scrittori di sinistra e di destra; esistono scrittori di sinistra e altri non allineati, che quindi vanno etichettati come di destra. Per loro è inutile leggere i precedenti ottimi libri di Tesson; se non scrivi un libro gradito alla sinistra, vuol dire che sei di destra. Ai tempi di Stalin si ragionava così, oggi vale anche in Francia.

Tutto risolto, dunque? No, perché la gauche ha vinto e ha fatto espellere Tesson dalla scorsa edizione. Il nuovo direttore del Premio ha giustificato il fatto spiegando che non si può mettere un letterato a dirigere un premio letterario … (questa l’avete capita, voi? io no).

Comunque. Copio e incollo, da Liberation. Ecco il testo integrale in francese:

«Circa 1.200 personalità della cultura hanno finalmente aderito alla petizione contro Sylvain Tesson, recentemente nominato patrono della Primavera dei Poeti. Questo testo, che ActuaLitté aveva rivelato ben prima della sua pubblicazione su Libération, muove guerra a un rappresentante dell’“estrema destra letteraria”. Proprio come Houellebecq o Yann Moix. Quindi, con gli stessi sostenitori? La petizione denunciava l’emergere di un’“icona reazionaria” come rappresentante dell’evento guidato da Sophie Nauleau, la direttrice artistica. Nonostante i nostri molteplici solleciti, ella non ha risposto alle nostre richieste di replica.

Su Facebook, l’evento continua a pubblicizzare i suoi programmi come se nulla fosse accaduto, mentre al di fuori dell’evento la polemica si è gonfiata come raramente accadeva prima: erano anni che la poesia non agitava folle o accendeva passioni in questo modo. Beh, la poesia… È chiaro che in questo forum sono più in gioco posizioni politiche, presunte o confermate.»

E la petizione dice, testuale:

«Avvertiamo che la nomina di Sylvain Tesson a patrono della Primavera dei Poeti 2024, lungi dall’essere casuale, rafforza la banalizzazione e la normalizzazione dell’estrema destra in ambito politico, culturale e nella società nel suo complesso. Chiudendo un occhio su ciò che rappresenta questo scrittore, la direttrice Sophie Nauleau e il suo consiglio di amministrazione stanno dimostrando questa normalizzazione all’interno delle istituzioni culturali, che respingiamo fermamente.»

Lo scrittore solo contro tutti? Niente affatto: il mondo della cultura francese non è tutto così allineato, e i firmatari della petizione sono accusati di essere woke, termine usato per ridicolizzare l’esasperato attivismo sociale e l’ossessione per le tematiche “progressiste”. E hanno suscitato anche l’ironia di alcuni, come Denis Olivennes, benemerito presidente di Editis: “Credo che dovremmo bandire Chateaubriand, Balzac, Flaubert, Baudelaire, Valéry e tanti altri dai libri di testo scolastici, tutti scrittori, tutti reazionari, come Sylvain Tesson, bruciare i loro libri e poi, per controllare il futuro, istituire un Ministero della Verità”, ha twittato… Bravo Olivennes!

E la Ministra: beh, siccome bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla, ecco le sue dichiarazioni per l’edizione 2025: «Questa ventisettesima edizione ha scelto il tema: “Poesia. Vulcanica”. Avete scelto di basare questa edizione sul tema del vulcano. È un’immagine che mi ispira, che si può associare al mio temperamento. Ma è anche associata al vostro, ovviamente. Trovo molto vulcanico poter portare la cultura al maggior numero possibile di persone», ha dichiarato la ministra Dati, durante una conferenza stampa.

Ritiro allora il bacio affrettatamente apposto prima.

Nel mentre, In viaggio con le Fate, l’ultimo interessante libro di Tesson, che narra un suo viaggio sulle scogliere del Nord Europa, dalla Galizia alle Shetland, per conoscere meglio e cercare di capire i miti delle Fate, in uscita in Italia a inizio 2025, è stato stranamente cancellato dal principale sito web commerciale, e non appare più in vendita o in previsione di uscita tradotto in italiano. Inquisizione o Unione Sovietica? o siamo solo vittime della superficialità di alcuni editori?

Io il libro l’avevo prenotato, poi è sparito … Comunque aspetto, uscirà prima o poi; nel frattempo l’ho – faticosamente – letto in francese. Tesson non scrive in modo semplice, almeno non per la mia modesta conoscenza della lingua.

Per il momento, se volete, potete trovare una bella intervista all’autore a proposito di questo libro su:

https://www.pangea.news/sylvain-tesson-fate-celti-intervista

Ora, immagino che per qualcuno passerò per uno di destra che fa politica sul sito dei Viandanti.

Non sono “di destra”, semplicemente non mi schiero in diatribe che hanno meno senso addirittura di quelle sul calcio, e me ne fotto più ancora di Tesson: ma mi disturba che mi tocchino in maniera così pretestuosa e becera un autore che amo. I fatti sono quelli che ho raccontato. Se poi l’argomento vi disturba fate jump, come dicono gli americani, saltatelo.

Porosità

di Vittorio Righini, 8 aprile 2025

Il titolo sembra fuorviante, ma alla fine è corretto. La lettura di Una voce dal profondo di Paolo Rumiz mi ha offerto l’opportunità di ritrovare e rileggere Napoli porosa del filosofo Walter Benjamin e di Asja Lacis, nome d’arte (Anna Liepina, regista teatrale, militante comunista lettone conosciuta da Benjamin a Capri) micro-libro (e con micro non intendo da tasca, ma da taschino) che mi comprò un amico nel 2021 alla libreria Dante & Descartes che, insieme alla libreria Colonnese, alla Langella e alla Neapolis, rappresentano quello che per me è il sogno di libreria ideale, e tutte a Napoli, una più incantevole dell’altra. Il libro è talmente piccolo che era finito in un anfratto della mia libreria, sommerso da tomi grandi, ho faticato a ripescarlo.

Rumiz – che ultimamente sono solito criticare per il suo pessimismo cosmico, che ha scritto negli ultimi tempi libri veritieri, ma negativi al punto che vien voglia di dire: ma perché, se leggo per distrarmi, devo distruggermi con tutti questi guai? lasciatemi un po’ di sano egoismo, e fatemi leggere – anche – di effetti positivi. Rumiz dicevo racconta fatti e suppone futuri bui con ragione, per carità: però è una lettura triste, che io non voglio affrontare, almeno non solo quella, e al tempo stesso non voglio ridurmi a leggere solo gialli o romanzi, o libri di nani e ballerine con musica di tricche e ballacche e putipù per distrarmi … fatemi anche sentire una sonata di Corelli, come dice Battiato, o un Sakamoto orchestrale, cioè fatemi leggere anche qualche libro che conduca a un po’ di luce, un barlume di speranza, un momento di felicità.

Il succitato libro di Rumiz alterna momenti interessanti ad altri meno, e la ragione è da addurre al fatto che è prevalentemente una raccolta di reportage scritti per La Repubblica tra il 2009 e il 2023. Ecco perché è alterno, ecco perché si muove come un terremoto sulle menti rilassate con forti scosse e lunghe pause di assestamento.

Però i paragrafi su Napoli e dintorni, su cui per me si incentra tutto il libro, sono geniale intuizione e condivisibile ragionamento.

E proprio oggi, 8 aprile 2025, è morto Roberto De Simone (al quale tra l’altro Rumiz dedica il libro), un personaggio che di Napoli ha rappresentato la poliedricità, il genio, la cultura. Così, niente di meglio che ripescare Napoli porosa per raccontare anche la diversità tra Napoli e la Sicilia.

Rumiz domanda a una cuoca perché si rimane a vivere tutta una vita in un posto alle pendici di un vulcano, con ciò che ne consegue: perché vale il rischio, risponde la cuoca. Perché sei in mezzo a un bellissimo Mediterraneo, di fronte a uno dei più bei golfi del mondo. Resti perché la lava rende la terra fertilissima ed è un valido materiale da costruzione. Infine resti, perché come dicono i partenopei “di qualcosa si deve pure murì”.

Il Vesuvio è come un termitaio, brulicante di vita sopra e sotto. Ma mentre risiedere alla base del vulcano è una scelta privata, (il vulcano è pericoloso ma nulla al confronto con la caldera), risiedere ai Campi Flegrei è una scelta obbligata. Infatti, sopra al più pericoloso dei vulcani sotterranei vive una umanità obbligata, che non potrebbe permettersi un trasloco, e che dagli ammonimenti dei vulcanologi non viene nemmeno sfiorata, se ha da pagare bollette, un mutuo, difendersi dalla camorra e da tutte le altre scadenze e balzelliche ci affliggono ogni giorno.

Eppure, se salta il tappo alla caldera succede una catastrofe di dimensioni inimmaginabili. E anche il migliore sismologo al mondo vi dirà si, potrebbe saltare, ma non chiedetemi quando; la Scienza ad oggi non conosce ancora il modo di predire il futuro sismico, ma può solo informare e cercare di prevenire. Ai Campi Flegrei già solo i nomi incutono terrore: Lago di Averno, Acheronte, Sibilla, Cuma e la Solfatara.

Ma veniamo alla porosità (qui mi appoggio al libro di Benjamin e a quello di Rumiz). Walter Benjamin (1892-1940) scrisse nel 1925 a Capri un articolo per un giornale tedesco, e nel 2020 la libreria Dante & Descartes di Napoli fece pubblicare un micro-libro con le aggiunte alla prima redazione. Per Benjamin, “porosità significa non solo, o non tanto, l’indolenza meridionale nell’operare, bensì piuttosto, e soprattutto, l’eterna passione per l’improvvisare”. Leggo che solo un tedesco, abituato a schemi, perimetri e regole, poteva accorgersi di questo modo di vivere, un locale non se ne rende conto perché per lui è scontato. Per Benjamin tutto si mischia, perfino la luce e l’ombra, che non sono in antitesi drammatica come in Sicilia. Un siciliano non avrebbe potuto scrivere “O sole mio”, il siciliano non ama così tanto il sole. Poi, c’è la mescolanza tra i vivi e i morti, che a Napoli permette ai vivi di chiedere ai morti i numeri del Lotto. Quando Maradona vinse lo scudetto sui muri di un cimitero scrissero: “cosa vi siete persi”, per la grande considerazione che si ha dei morti. Napoli è inclusiva, qui non ti sentirai mai un estraneo, la città vive nei bassi, che hanno un significato sia altimetrico che sociale. A Napoli, Kant non funziona, meglio seguire i sensi.

Benjamin definisce gli antri dei portoni, le scale verso l’esterno, i ballatoi, i cortili, come una altissima scuola di regia. E i partenopei escono di casa, la vita è nei vicoli, nei cortili e nelle piazze, davanti ai portoni, non tra le mura domestiche. Se in una famiglia viene a mancare il padre (parliamo del 1925, beninteso) il piccolo andrà in affido automatico, per un tempo determinato, alla famiglia del vicino … se non è porosità questa!

Asja Lacis infatti nota, passeggiando per Napoli con Benjamin, che la porosità non è solo architettonica, ma in tutte le cose, e questa visione condizionerà poi tutti i suoi lavori teatrali. Osservare Napoli nei suoi aspetti diversi ma uguali, opposti ma legati, crea questo amalgama detto porosità. Insomma, in questa città “lutto e gioco, sacro e profano, sonno e veglia lasciano cadere ogni loro differenza tracimando ogni confine e permeandosi”.

E si arriva al confronto con la Sicilia; musicalmente, per il Maestro Riccardo Muti, Napoli è un Sol Maggiore; per altri, la Sicilia è un La minore. I Siciliani elaborano il lutto, i napoletani lo sdrammatizzano. Eppure entrambi convivono con vulcani, terremoti e calamità naturali, ma i napoletani ci stanno alla brasiliana, musicando tutto, mentre i siciliani preferiscono il silenzio, la quiete.

Vittorini narra di donne siciliane disposte a mettersi a letto col marito malato, pronte a morire con lui; le napoletane reagiscono col lazzo, lo scongiuro, la pernacchia. I Siciliani rifuggono il sole, e il loro fatalismo lo si ritrova ad esempio nelle novelle del Verga, tristi e malinconiche, al contrario dei poeti napoletani, esuberanti e pragmatici.  

I siculi il sole lo trovano solo nella loro cucina, che è veramente solare. Eppure entrambi hanno avuto i Borboni e gli Spagnoli, ma forse in Sicilia l’influenza araba e la Chiesa cattolica hanno fatto più danni morali che altrove. Battiato sarebbe stato un intruso a Napoli, Bennato o Pino Daniele dei modesti siciliani.

In parte mi sento di dissentire: Roberto Alajmo, palermitano d.o.c. del 1959, nel suo delizioso libretto Palermo è una cipolla, racconta che anche i palermitani dialogano coi morti, si, forse in modo più intenso, ma anche loro lo fanno in forma molto scaramantica. I siciliani vanno a trovare i morti il 2 di novembre al cimitero, molti si portano una seggiola e qualcosa da mangiare, e inizia un monologo tra il vivo e la tomba capace di durare mezza giornata, con frasi tipo “Ninetta si sposò, Calogero ebbe un maschietto, i vicini emigrarono, lo zio è morto …”. Lo facevano in passato, nelle catacombe dei Cappuccini, dove gli scheletri dei morti venivano tenuti in piedi e completamente vestiti, e i parenti li andavano a trovare e a raccontare loro le novità. Racconta Leonardo Sciascia di un anziano, agonizzante e consapevole di esserlo, attorno al quale parenti e amici si stringevano senza scrupoli per raccomandarsi di trasmettere messaggi di saluto ai compagni trapassati. All’ennesima richiesta, il moribondo ebbe un moto di desolazione: “Per favore, scrivetemeli su un foglietto tutti ‘sti cose, chè sennò me li scordo”.

Sulla morte si scherza anche in Sicilia, si ride per non piangere. E in questo Napoli e Palermo sono assai vicine.

Adoro Napoli, adoro la Sicilia.

Fatalismo siciliano e pragmatismo napoletano, zero a zero, palla al centro.

Esco a fare un giro in moto

(Robert Edison Fulton Jr., One Man Caravan)

di Vittorio Righini, 9 marzo 2025

Non avrei mai immaginato di raccontare sulle pagine dei Viandanti un libro basato su un giro del mondo in moto. Ne ho letti moltissimi, amo le motociclette fin dalla giovane età, e non mi sono mai fatto mancare libri su marchi attuali e del passato, produttori scomparsi poi ricomparsi, racconti di gare e, naturalmente, quelli sui viaggi in moto, dal Ted Simon de I Viaggi di Jupiter al povero Bettinelli e al suo girare il mondo In Vespa, e altri ancora ma meno noti. Pur essendo tutti libri graditi, non mi sono mai entusiasmato al punto di volerne raccontare, tantomeno sul sito dei Viandanti, dove gli eventuali rari lettori difficilmente potrebbero condividere la mia passione per la moto, e di sicuro non al punto in cui mi ha condotto Robert Edison Fulton Jr. (che non è il figlio dell’inventore della lampadina, anche se proprio da quest’ultimo, amico del padre, deriva il suo nome, né il nipote di quello della nave a vapore), in questo suo racconto del 1932/1933, edito poi nel 1937.

 

L’autore (figlio di Bob Fulton, facoltoso commerciante di mezzi pesanti, il marchio Mack Trucks, fondatore della compagnia di autobus Greyhound e personaggio carismatico) Robert Edison Fulton Junior (1909-2004) fin da ragazzino ebbe grandi esperienze: nel 1921 volò da Miami all’Havana in uno dei primi voli commerciali al mondo; nel 1923 assistette all’apertura della tomba di Tutankhamon in Egitto; si laureò nel 1931 a Harvard in Architettura ma fin da ragazzino, mentre i suoi amici battevano palle sui campi di baseball, lui si recava in fabbrica dal padre a mettere le mani nei motori e a curiosare nella meccanica. Junior si trova in Inghilterra quando, nel 1931, decide di seguire il consiglio paterno: “vai a est, incontrerai luoghi, genti e pensieri diversi, che ti apriranno la mente”. Invitato a una cena con personaggi di spicco dell’aristocrazia inglese, e con un bicchiere di troppo in corpo, espone ai convitati il suo progetto: voglio fare il giro del mondo in moto. In realtà si pente subito della sua boutade, ma ormai il dado è tratto, non può tirarsi indietro, tantomeno dopo che il proprietario della fabbrica di motociclette inglesi Douglas, seduto al medesimo tavolo, gli propone di fornirgli una moto adattata alle esigenze del suo viaggio. A quel punto, non può più rifiutare. Fervono i preparativi, aggiungi un serbatoio, aggiungi un portapacchi, insomma 350 kg. di ferro da portarsi in giro a poche miglia orarie, ove vi sono strade, e soprattutto in mezzo al nulla, come vedremo nella maggior parte dei luoghi raccontati nel libro.

Junior nella vita sarà un inventore (copio e incollo da Wikipedia):

«Durante la seconda guerra mondiale, Fulton inventò il primo simulatore di volo aereo da terra, l’“Aerostructor”, ma quando i militari non furono interessati, lo modificò in un ausilio per l’addestramento per i mitraglieri aerei, il primo simulatore di tiro aereo fisso, chiamato “Gunairstructor”. Dopo la guerra, a causa del tempo impiegato per viaggiare per dimostrare il simulatore di tiro, progettò e costruì un aereo che era convertibile in un’automobile, chiamato “Airphibian”. Charles Lindbergh lo pilotò nel 1950 e fu la prima auto volante mai certificata come idonea al volo dalla Civil Aeronautics Administration (ora FAA). Sebbene non fu un successo commerciale (i costi finanziari della certificazione di idoneità al volo lo costrinsero a cedere il controllo della società ad un’azienda, che non lo sviluppò mai ulteriormente), ora si trova allo Smithsonian Air & Space Museum. Durante gli anni ‘50, dopo aver studiato il modo in cui i treni in Gran Bretagna raccolgono i sacchi della posta a lato dei binari, Fulton sviluppò il sistema di recupero superficie-aria Fulton, chiamato anche Skyhook per la Central Intelligence Agency (CIA), la Marina degli Stati Uniti e l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti. Era un sistema che veniva utilizzato per raccogliere le persone da terra con un aereo. Fu utilizzato dall’Aeronautica Militare U.S.A. fino al 1996. Un’invenzione gemella per i sommozzatori della Marina era chiamata Seasled.»

Una vita ricca e interessante, sicuramente frutto anche dal mix di culture cui si era accostato nel suo straordinario e giovanile viaggio in moto.

Nell’inverno del 1933 anche un altro grande narratore di viaggi lascia Londra e Hook von Holland per avviarsi verso Costantinopoli, ma a piedi. È Patrick Leigh Fermor, e nel suo viaggio, ben evidenzia (nel primo libro della trilogia) la prima parte in Olanda, Germania e Austria, con la descrizione della Germania all’inizio del Terzo Reich; al contrario, in questo libro l’Europa occidentale viene completamente ignorata; Junior non è Patrick, in tutti i sensi, l’Europa viene attraversata senza commenti, e solo all’arrivo in Grecia l’autore può cominciare a raccontare qualcosa: la polvere, soprattutto. Ma una volta arrivato in Grecia, è quella polvere l’aria nuova d’oriente, e Junior comincia a narrare. Butta via lo smoking e gli abiti da sera, e riparte, anche mentalmente. Molto interessante l’attraversamento della Turchia e delle sue regioni meno abitate, praticamente il primo assaggio di deserto, con i turchi, quelli che non hanno nulla, che sono sempre i più ospitali. Giù fino a Adana e Gaziantep, Alessandrina e poi la frontiera e la Siria. Antiochia, Aleppo, Homs e l’ingresso in Libano, Tripoli e Beirut. Il passaggio in Giordania, con una sosta a Damasco e un difficile e pericoloso deserto, poi l’Irak, fino alla complicata (all’epoca) Baghdad. Tutto questo in moto, signori, nel 1931… E poi in Pakistan fino a Karachi, poi in India, con una capatina (?!?) a nord, ai confini con L’Afghanistan, in uno dei posti più pericolosi all’epoca… il passaporto inglese di quei tempi, in una nota interna, ricorda ‘‘valido in tutti i paesi del mondo tranne l’Afghanistan’’; posto pericoloso oggi, pericoloso ai tempi di Kim, Kipling e di Junior. Ma l’autore ha 20 anni, passaporto americano, fegato e incoscienza da vendere, e rientra fino a Peshawar, per poi salire sul Khyber pass e ridiscendere in Afghanistan fino a Kabul.

La parte in India è tra le più belle del libro. Junior spesso racconta la storia dei luoghi e delle tribù, non è enciclopedico e completo come Fermor nei suoi libri, ma se ti vuole stupire ci riesce comunque. Spiccano alcune frasi che mi sono rimaste in mente. Un capitano inglese, (Watson), militare in India da una vita, dice a Junior:

“Fulton, ha visto con quanta pazienza e fatica il cammello fa girare la ruota idraulica di quel bungalow? il cammello sta tutto il giorno con gli occhi coperti e solo a sera, quando viene allontanato dal pozzo, gli vengono tolti i paraocchi. Così non si renderà mai conto della sua forza né del frutto del suo lavoro. Gli indiani sono come quel cammello: possiedono un’enorme potere ma hanno gli occhi chiusi. Un giorno cadranno i paraocchi e allora succederanno grandi cose in questo paese”. E anche l’autore ogni tanto si lascia andare a battute sugli inglesi; nella località sperduta di Razmak, nel Waziristan (piccola regione montuosa tra il fiume Tochi e il fiume Indo, abitata dai peggio montanari possibili, che al confronto i Manioti raccontati da Fermor sono dei pacifisti), Junior viene ospitato al Razmak Club, il classico club inglese in mezzo al nulla… al che Junior scrive : “Scommetto che se tre inglesi facessero naufragio su un’isola deserta, due formerebbero un Club esclusivo e il terzo ne starebbe fuori” (nota vecchia battuta). Perdonatemi, ma questa vecchia abitudine inglese a mantenere certe tradizioni la trovo gradita.

Va detto che Junior non scrive per dare un appunto, non è un taccuino di viaggio per successivi coraggiosi viaggiatori motociclisti. Lui si muove sul filo del tempo: passa in certi paesi in un periodo in cui questi paesi sono felici di avere un ospite americano in visita (in Giappone verrà scortato da motociclisti locali, probabilmente gli stessi che qualche anno dopo combatteranno gli americani). Non si propone di fare un record, non è un viaggio immutabile che non può essere variato: ogni qualvolta subentra un problema grave, come le piogge monsoniche, Junior imbarca la moto in nave e proseguire il percorso via mare, o in treno se disponibile.

Dopo l’India c’è il folle viaggio fino a Khabul attraverso il Khyber pass, poi il ritorno in India del sud, e via nave a Sumatra, a Giava, poi a Singapore, nel Siam (nome della Thailandia fino al 1940 circa), la Cambogia, e poi una lunga, lenta e stentata esplorazione della Cina. Poi l’arrivo in Giappone, il viaggio da Nagasaki a Tokyo dove imbarca in nave per tornare negli Stati Uniti. Attraversa gli stati del sud degli USA e, nei pressi di Dallas, gli rubano la moto! non ha mai avuto nessun problema in tutti i paesi attraversati, e tornato a casa gli succede questa sfortuna, per lui una vera disgrazia. Ma nel giro di una settimana la Polizia trova la moto, e lui può ripartire per New York, la tappa definitiva del suo viaggio.

È sì un taccuino, ma di ricordi, riferiti a persone, fatti e luoghi; non è un libro per motociclisti, Junior non offre nessun consiglio ai futuri viaggiatori. Quando si guasta la moto, non spiega cosa si è rotto! e se anche offrisse suggerimenti per un viaggio in moto, i tempi non sarebbero più gli stessi, e i consigli sarebbero inutili. Anche se, a rileggere del valicare certi passi Afghani, o attraversare i deserti medio orientali, si potrebbe pensare di essere ai giorni nostri, con rischi più o meno uguali. Non nego che si potrebbe avere la sensazione che Junior abbia un atteggiamento coloniale di stampo inglese, con divertita superiorità rispetto alle culture incontrate, e tendente alla difesa col colonialismo, riconoscendone più i meriti che i demeriti; però nei suoi scritti c’è sempre garbo e rispetto per l’altrui cultura, curiosità e modestia. Siamo all’inizio degli anni ‘30, l’autore quando parte è poco più che ventenne, viene da una ricca famiglia americana e non conosce le privazioni… come non concedergli un certo aplomb.

A poco più di venti anni, Junior sfugge alle pallottole delle tribù Pashtun, ai banditi iracheni, soggiorna più volte nelle carceri turche, e si trova in mezzo a varie guerre civili. Eppure, apprezza e loda un the offerto in mezzo al nulla, da gente che non ha nulla, se non un buon sentimento di ospitalità, che contraddistingue la maggior parte dei poveri di tutto il mondo.

 

Altro che maturare, altro che crescere in fretta, il viaggio è una scuola di vita… Questo libro è per tutti gli amanti della letteratura di viaggio, va letto e riposto nell’angolo dei libri di pregio, perché noi, al giorno d’oggi, nemmeno ci possiamo sognare una simile avventura. E se non vi piacciono le moto, dimenticatele, qui la moto è davvero solo il mezzo, non certo il fine. (Non mi stupisce che poi nella vita Junior sia stato inventore: tutti quei km. su quel trabiccolo hanno comportato sicuramente riparazioni che un uomo privo della necessaria capacità meccanica non avrebbe potuto risolvere). Il libro contiene anche una serie di fotografie scattate dall’autore (ha usato a lungo anche la cinepresa, e al suo ritorno tutta questa documentazione di molti posti ai più sconosciuti lo aiutò a trovare un posto di lavoro alla Pan American Airlines).

One Man Caravan, di Robert Edison Fulton Jr., Elliot Edizioni, 2015

 

L’Emilio dei semplici

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2025

La prima lettura de l’Emilio di Rousseau (portata avanti con molta fatica, perché avevo forse diciassette anni, e il libro è di una noia mortale: ma all’epoca divoravo qualunque cosa potesse aiutarmi a crescere) mi lasciò francamente deluso. Cercavo un’educazione alla libertà e avevo di fronte uno che la concepiva così: “Non deve voler fare altro che quel che vogliamo che faccia: non deve muovere un passo senza che noi l’abbiamo previsto: né aprir bocca senza che noi sappiamo quel che egli sarà per dire”. E che riteneva diseducativa prima dei vent’anni la lettura di qualsiasi altro libro che non fosse il Robinson Crusoe. Va da sé che ho cancellato Rousseau dall’elenco dei miei maestri (l’ho riletto solo per cercare conferme negative). Oggi, sessant’anni dopo, mi rendo conto che ho potuto sottrarmi alle seduzioni della sua falsa rivoluzione pedagogica perché avevo già in saccoccia la lettura di ben altro Emilio, maestro nostrano misconosciuto, e anzi, vilipeso, tanto dalla critica letteraria quanto dalla pedagogia più “innovativa”: l’Emilio Salgàri (accento sulla penultima sillaba) da Verona.

Nelle migliaia di pagine che ho scritto negli ultimi trent’anni il nome di Salgari compare però raramente, e solo di sponda. L’ho ingiustamente trascurato, forse perché continuo a darlo per scontato, mentre anche per i lettori più attempati non lo è più da un pezzo. Eppure, se volessi indicare il pilastro portante della mia educazione dovrei fare riferimento proprio a lui.

L’incontro con Salgari non ha celebrato il mio rito di passaggio dall’infanzia all’adolescenza: prima erano già venuti Kim e Capitani coraggiosi, e anche I ragazzi della via Paal. Ma a partire dagli otto-nove anni ho iniziato a ricevere da Genova, mittente un cugino di una decina d’anni più anziano, i primi tomi dell’inesauribile saga salgariana. La fornitura è andata poi avanti sino alla piena adolescenza. Erano volumetti in genere piuttosto consunti e gualciti (anche mio cugino li leggeva già di seconda mano, la gran parte erano stati pubblicati prima della guerra), edizioni povere, in brossura, stampate su carta grossolana e in caratteri piccolissimi, per economizzare sul numero di pagine. Ma avevano magnifiche copertine, e alcuni erano anche arricchiti da illustrazioni, dentro o fuori testo, che non potevano non farti sognare. Prima di approdare alle medie mi ero già ripassato per intero tutto il ciclo della jungla nera e quello dei corsari, nonché quello della prateria. E alla fine delle medie avevo collezionato (anche materialmente) più di cinquanta titoli, la maggior parte dei quali conservo tuttora, e ai quali voglio pagare qui un piccolo e purtroppo inadeguato tributo.

Niente paura: non intendo fare un’analisi critica delle trame o della scrittura, ma solo rievocare l’effetto che le letture salgariane potevano avere su un ragazzino di quell’età. E per farlo prescindo dai titoli e dai cicli più conosciuti, quelli che ho citato sopra. Salgari ha infatti scritto moltissimo altro (più di duecento tra racconti e romanzi) e ha spaziato con le sue storie in ogni angolo della terra e in ogni epoca della storia. Si va da Le figlie dei faraoni e Cartagine in fiamme a Le meraviglie del Duemila, passando per le guerre anglo-spagnole, la rivoluzione americana, la rivolta dei boxer, la guerra russo-giapponese, e saltando dai deserti africani alla steppa siberiana, al Siam e alla Cina, dall’Artide all’Antartide, dal Perù allo Yucatan e all’Alaska, dall’India alla Persia, e naturalmente solcando tutti i mari e gli oceani che ci stanno in mezzo.

Potrei già fermarmi qui. Qualche anno fa ho chiesto ad un allievo dell’istituto che dirigevo se sapeva dove si trovasse l’Atlante, e mi ha risposto “Probabilmente in biblioteca”. Aveva le sue brave ragioni, non dovevo fargli una domanda del genere, era come chiedergli dove si trovano Tomsk e Irkutsk, o lo Xi Jiang, ma a me sembrava naturale lo sapesse: sono i luoghi dove si svolgono le vicende de Sull’Atlante, de Gli orrori della Siberia e de La scimitarra di Budda. Sono convinto che pochissimi – o forse nessuno – tra gli studenti liceali di oggi possiedono conoscenze geografiche pari a quelle che avevo io all’uscita dalle elementari. A casa leggevo Una sfida al polo e Al Polo australe in velocipede, e a scuola andavo poi a rintracciare i luoghi delle vicende sul grande planisfero e sulla fantastica carta murale delle esplorazioni (quella che fa bella mostra di sé oggi al capanno) che hanno mitigato la mia noia per cinque anni. Per non parlare della storia. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere cosa i miei studenti sapessero della rivolta dei boxer che mi aveva tanto intrigato ne I sotterranei della morte, temendo di sentirmi rispondere che erano una razza canina o un intimo maschile di Calvin Klein.

Basterebbe questo, dicevo. In realtà, non basta. Perché queste conoscenze, che peraltro non avrei potuto attingere a nessuna altra fonte, perché in casa non c’erano atlanti o enciclopedie o libri di storia, e che ho poi imparato ad affinare leggendo Verne e London e Dumas (perché a scuola, persino alle superiori, si guardavano bene dal trasmettermele), non erano affatto fini a se stesse, non si riducevano a un arido sapere enciclopedico, ma si traducevano immediatamente in modelli etici e in progetti di vita. All’epoca, un dodicenne che avesse visto i film di John Ford, letto i libri di Salgari, frequentato una scuola elementare nella quale ti insegnavano la calligrafia e un oratorio dove ti inculcavano il rispetto, aveva già appreso i fondamentali. Quel che veniva dopo erano variazioni sul tema. E intanto, per l’immediato, quelle conoscenze erano adrenalina cerebrale, tracce e fondali per i giochi collettivi nel bosco o al fiume e per quelli solitari in soffitta, con i soldatini mutilati (anch’essi eredità del parente genovese).

Salgari sgrossava alcune coordinate etiche, le stesse d’altra parte che si ritrovavano nei film di Ford e nei fumetti dell’Intrepido e del Vittorioso (e si, anche in quelli di Tex). Mostrava un’umanità divisa in buoni e cattivi, in persone oneste e leali e in farabutti infidi e malvagi, aggiungendo però che quasi mai le etichette e le immagini ufficiali corrispondono alla realtà: tanto che i suoi eroi sono o diventano nella quasi totalità dei ribelli, dei proscritti, dei perseguitati. Diceva insomma quello che gli uomini hanno sempre saputo, ma che la cultura dell’ultimo secolo sdegnosamente rifiuta in nome di un buonismo deresponsabilizzante e di un relativismo mal declinato, e che solo timidamente qualcuno comincia oggi ad accettare: che cioè l’indole di ciascun individuo non è forgiata dall’ambiente o delle contingenze storiche, ma determinata dalla natura, e l’ambiente e le contingenze possono al più accentuarne i tratti. Che la consapevolezza di questo dato di fatto è pienamente compatibile con il desiderio di vivere una vita più responsabile e di battersi per realizzare una società più giusta (non certo perfetta), e ne è anzi la condizione imprescindibile, perché consente di attrezzarsi spiritualmente, con sano realismo, contro gli scacchi e le disillusioni, e di perseverare. Le esperienze e le conoscenze maturate nei successivi sessanta e passa anni mi hanno aiutato a cogliere anche le sfumature, a leggere la storia e la società con criteri meno grossolani, ma direi che la sostanza è rimasta quella. Del resto, le conseguenze della lettura “politicamente corretta” le abbiamo quotidianamente sotto gli occhi.

Questo modo di pensare oggi non è affatto “mainstream”, collide decisamente con le tendenze della cultura dominante. Ne circola invece una versione stravolta, per la quale ciascuno si sente depositario di una sua “verità”, di una sua etica, di una sua memoria e di suoi diritti da opporre alle verità, ai diritti, alla memoria degli altri.

Salgari è stato naturalmente accusato dalla cancel culture di avere un approccio imperialista, quando basterebbe il ciclo della Malesia, l’eroe del quale è un asiatico mentre il perfido nemico è il colonizzatore inglese, a smentire questa accusa. Di essere razzista, mentre in realtà i protagonisti positivi dei suoi romanzi appartengono alle etnie più diverse, e spessissimo i loro antagonisti sono dei bianchi malvagi (vedi Le aquile della steppa, La favorita del Mahdi, La perla sanguinosa); e mentre ne I predoni del gran deserto il protagonista, un aeronauta che maneggia disinvoltamente tutte le tecnologie, sceglie alla fine di vivere con i tuareg del Sahara e di abbracciarne la cultura. Gli viene imputata anche la misoginia, senza considerare che in più di un’occasione sono le protagoniste femminili a condurre il gioco e a risolvere le situazioni (vedi Capitan Tempesta, o Jolanda, la figlia del corsaro Nero, o anche La scotennatrice).

Ora, questa mia difesa varrebbe tanto quanto le accuse che sono state mosse, se non si tenesse conto del clima intellettuale nel quale il veronese scriveva, e delle circostanze specifiche per cui lo faceva. Salgari scriveva all’epoca dei maggiori successi dell’imperialismo occidentale, celebrati con entusiasmo, salvo pochissime eccezioni, dal mondo della cultura, e in sostanza positivamente condivisi anche dai ceti popolari: e cercava di star dietro al gusto del pubblico, e di rispondere alle aspettative di chi finanziava le riviste sulle quali comparivano i suoi racconti. Scriveva cioè per sopravvivere, cosa che gli riusciva a stento, e quindi non ha senso attendersi da lui chissà quale spirito “alternativo”, anticapitalistico e anti-imperialistico. Oltretutto non sono sicuro che un Salgari meno anarcoide, più allineato agli odierni parametri della correttezza politica, mi sarebbe altrettanto piaciuto, e nemmeno mi interessa. So che mi ha raccontato un mondo tutt’altro che ideale, e che mi ha insegnato almeno che non bisogna mai arrendersi: io mi sono divertito, mi sono appassionato e ho continuato comunque a pensare con la mia testa.

Se invece la mettiamo sul piano della “qualità” letteraria il discorso certamente cambia. A cercare di rileggerlo oggi, infatti, fatta la tara alle suggestioni che una reimmersione nell’infanzia può evocare, Salgari riesce quasi indigeribile. E immagino lo sia tanto più per un nativo digitale, abituato a concentrarsi solo per lo spazio di un tweet. Non è Stevenson, e nemmeno Verne, non ha retto al tempo. D’altro canto, non ha mai ambito al Nobel, anche se come testimone dei temi della cultura popolare lo avrebbe meritato più di Dario Fo.

Anche sotto questo aspetto quindi le accuse che gli vengono rivolte dimostrano che non si è capito nulla dello spirito col quale scriveva e delle condizioni nelle quali lo faceva. Era pagato un tanto (in realtà, molto poco) a pagina, e questo spiega perché tirasse in lungo le vicende con ogni pretesto: così come si spiegano con la pubblicazione a puntate le molte incongruenze nelle quali cade. A volte era impegnato a scrivere due o tre storie contemporaneamente: è già molto non trovarne i protagonisti sballottati dall’una all’altra. Gli vengono imputate anche numerose imprecisioni o approssimazioni storiche (che volendo si possono trovare però persino in Tolstoj), la scarsa scorrevolezza, perché introduce continuamente lunghe dissertazioni di botanica, di zoologia, di geografia, di antropologia, e il ricorso massiccio al taglia e incolla, praticato pescando direttamente dalle enciclopedie dell’epoca, dai libri altrui o dal Giornale Illustrato dei Viaggi. La spiegazione è sempre la stessa, la necessità, il fiato degli editori costantemente sul collo (e del resto, la pratica del taglia e incolla è diffusissima negli ambienti culturali: con altri mezzi e con altro talento l’ha adottata anche Umberto Eco).

Chiarito ciò, la mia riconoscenza nei confronti di Salgari non muta di una virgola. Riguarda ciò che ha rappresentato, nella formazione mia e in quella di due o tre generazioni precedenti, non ciò che può rappresentare in assoluto nell’ambito della letteratura e della pedagogia. Riguarda il fascino che i suoi romanzi, a dispetto di tutti i loro limiti, esercitavano, il piacere immediato e i sogni e soprattutto la voglia di continuare a leggere, che sarebbe durata per tutta la vita, che riusciva a trasmettere. Per questo il mio tributo si ferma qui.

Piuttosto, vorrei aggiungere un paio di postille e di riflessioni che ho maturato proprio mentre stendevo questo pezzo.

•     La prima riguarda José il peruviano, che all’epoca era uno dei miei romanzi preferiti (anche perché sembrava lo avessi letto solo io). Bene, ho scoperto ultimamente che si tratta di un’opera postuma, pubblicata dal figlio Nadir sviluppando una trama già abbozzata dal padre. Avevo intenzione di provare a rileggerla, ma questa scoperta mi ha frenato. Preferisco lasciare intatta, anche se molto sbiadita, l’impressione che ne avevo riportato all’epoca.

•     Mentre leggevo Tra noi e la libertà, il racconto autobiografico di Sławomir Rawicz sulla fuga sua e di un gruppetto di compagni da un campo di lavoro sovietico in Siberia (ne è stato tratto anche un bel film, The Way Back, di Peter Weir), mi è parso che l’odissea dei fuggitivi ricordasse molto da vicino quella descritta ne Gli orrori della Siberia. Dubito che Rawicz abbia mai potuto leggere Salgari, ma in alcuni punti sembra che lui e gli altri cinque disperati abbiano seguito proprio lo stesso itinerario, incontrate le stesse difficoltà. Il che testimonia della preparazione del nostro, che la Siberia la conosceva solo sulle carte e dai giornali di viaggi. A meno che … L’unico precedente di narrazione di un’evasione dai gulag che io conosco è nelle Memorie di un rivoluzionario di Kropotkin, pubblicato nel 1899. Dal momento che il romanzo salgariano è stato pubblicato l’anno successivo, mi piace pensare che sia stato ispirato dalla conoscenza delle opere dell’anarchico russo.

•     C’è una indubbia attenzione di Salgari nei confronti delle nuove tecnologie emergenti, anche se è rivolta più agli aspetti emozionali che a quelli funzionali. Al polo australe in velocipede e Una sfida al polo rispondono naturalmente alle suggestioni e alle curiosità create dalle ultime grandi imprese di esplorazione, quelle polari: ma ciò che le rende particolari è il fatto che questa sfida si gioca coi mezzi tecnici più avanzati dell’epoca, le biciclette e le automobili, in realtà del tutto inadatte a quegli ambienti naturali.

Allo stesso modo, nel dittico dell’aria (I figli dell’aria e Il re dell’aria), che ricalca per molti aspetti le storie di Verne aventi come protagonisti Nemo e il Nautilus, e più ancora le vicende di Robur il conquistatore, si introduce una fantastica macchina volante, lo Sparviero, con la quale i protagonisti sfuggono dapprima ad una esecuzione in Cina e poi alla detenzione in un lembo estremo della Siberia. A differenza di Verne, però, Salgari non sembra affatto interessato ai dettagli tecnici e alla verosimiglianza del mezzo. Lo Sparviero evoca piuttosto le immagini di draghi preistorici che popolano gli odierni racconti fantasy.

•     Sui titoli e sulle copertine. Una parte della mia fascinazione per i romanzi salgariani va riconosciuta anche alle scelte dei titoli e alle copertine. Molte di queste ultime le ricordavo ancora, anche prima di riprendere in mano i volumi per scrivere queste righe. Non mi ero mai preoccupato però di verificare chi fossero gli illustratori. Ho trovato i nomi di Albertarelli, di D’Antona, di Della Valle e di altri maestri che avevo conosciuto negli stessi anni soprattutto attraverso i fumetti. Ho anche realizzato che lo stile delle immagini era esattamente lo stesso di quello dei manifesti cinematografici dell’epoca (e probabilmente erano gli stessi anche gli illustratori), il che contribuiva senz’altro a moltiplicare esponenzialmente le possibilità di fantasticare.

Quanto ai titoli, ne ho sperimentato la particolare forza evocatrice continuando a desiderare invano per anni Le selve ardenti, e fantasticandoci sopra. Quando finalmente sono arrivato a possederlo, ho atteso a lungo prima di leggerlo: un po’ perché avevo ormai parcheggiati in attesa un sacco di altri libri “più adulti”, ma soprattutto perché temevo che la storia si rivelasse non all’altezza di quelle che nel frattempo ero andato mentalmente costruendomi sollecitato da quel titolo straordinario. In effetti andò poi così, le aspettative furono un po’ deluse, ma il potere evocativo comunque rimane. Per rendersene conto è sufficiente fare il confronto con l’omologa titolazione di un altro libro che mi è rimasto carissimo, La foresta in fiamme, scritto da James Oliver Curwood. Questo mi dice di una foresta che brucia, l’altro di un mondo che può spaziare dalla fantasia di Dante a quella Tolkien, anche se il modello linguistico è in questo caso probabilmente D’Annunzio.

Con buona pace di Curwood, e dei non devoti di Salgari, almeno nei titoli non c’è confronto.

Il tesoro dell’isola

di Paolo Repetto, 24 gennaio 2025

Seconda stella a destra, questo è il cammino
E poi dritto fino al mattino
Non ti puoi sbagliare, perché
Quella è l’isola che non c’è
E ti prendono in giro se continui a cercarla
Ma non darti per vinto, perché
Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te
Edoardo Bennato

Il Re di Spagna fece vela cercando l’isola incantata
però quell’isola non c’era e mai nessuno l’ha trovata
svanì di prua dalla galea come un’idea.
Come una splendida utopia è andata via e non tornerà mai più.
Francesco Guccini

In un ipotetico (e sterminato!) indice dei nomi comparsi su questo sito, a ricorrere con maggiore frequenza sarebbe senz’altro quello di Robert Louis Stevenson. Non ci avevo mai fatto caso, ma ora mi rendo conto che è naturale, perché per la mia generazione e per le tre o quattro precedenti Stevenson è stato l’autore “di formazione” per eccellenza: L’isola del tesoro è il romanzo più letto e più amato da adolescenti e pre-adolescenti nell’ultimo secolo e mezzo (almeno fino a quando gli adolescenti hanno continuato a leggere). Non importa che lo abbiano letto in edizioni ridotte o in traduzioni approssimative, o addirittura che molti non abbiano proprio mai preso in mano il libro: lo hanno comunque conosciuto attraverso le innumerevoli versioni cinematografiche, radiofoniche o televisive che ne sono state tratte, o nelle svariate trasposizioni a fumetti.

Il perché di questo successo lo spiega l’autore stesso quando racconta come tutto è nato. Siamo nel 1881, Stevenson ha appena superato i trent’anni, è un intellettuale già affermato, ma gli è stata diagnosticata da poco una tubercolosi (all’epoca incurabile). L’anno precedente ha viaggiato in America, per ritrovare e sposare Fanny, una divorziata molto più anziana di lui conosciuta in Francia. Sentendo aggravarsi il male è poi tornato in Scozia, presso la casa dei genitori, e qui trascorre un inverno eccezionalmente piovoso (anche per gli altissimi standard locali di umidità) in un cottage nelle Highlands scozzesi, davanti al camino sempre acceso. Ad un certo punto si fa prestare matite ed acquerelli da Lloyd, il figlio dodicenne della sua compagna, che sta disegnando la mappa di un’isola, e ne disegna una a sua volta. Attorno alla mappa comincia poi ad immaginare trame che riversa in pagine da leggere la sera, davanti alla famiglia riunita (che tempi! Oggi guarderebbero L’isola dei Famosi). La vicenda è così affascinante che tutti, in primis il padre di Louis e il figlioccio Lloyd, partecipano attivamente, suggeriscono nuovi sviluppi, aggiungono particolari, inseriscono personaggi. Anche gli amici che arrivano in visita ne sono conquistati, e fanno sì che il racconto venga pubblicato a puntate su una rivista per ragazzi. Sarà poi raccolto in volume nel 1883. Ottenendo un successo strepitoso.

Ebbene: cosa ha di straordinario questa storia? Ha che il libro è nato ed è cresciuto all’insegna del divertimento puro. Non era stato commissionato da nessuno, l’autore non inseguiva il successo economico, si concedeva la più assoluta libertà inventiva, se ne infischiava dei codici vittoriani, tanto che la distinzione tra i buoni e i cattivi è parecchio sfumata (vedi la figura di Long John Silver). Era pensato per un dodicenne (e infatti aveva un dodicenne per protagonista), per fargli sognare un futuro, ma al tempo stesso offriva una almeno temporanea via di fuga dallo sconforto ad un malato trentenne e una occasione di nostalgia vivificante a un sessagenario.

Dovremmo praticare a scadenze trentennali la rilettura de L’isola del tesoro. È una rivendicazione di libertà: per Stevenson lo era nei confronti del male, della malattia, di un futuro che a quel punto sentiva come già segnato; per tutti noi potrebbe esserlo nei confronti delle gabbie del consumo e dello spettacolo che ci hanno (e ci siamo) costruite attorno, e delle nuove ortodossie linguistiche e sociali che ci vengono imposte (a proposito, in tutta la vicenda non c’è – a parte quella marginale della madre di Jim – una figura femminile che giochi un qualsivoglia ruolo. Mi chiedo come mai Stevenson non sia ancora stato iscritto nel libro nero del politically correct).

Jim Hawkins, il protagonista, non la vive naturalmente in questo modo. Si trova suo malgrado coinvolto in una vicenda più grande di lui, e poco alla volta, attraverso le avventure e le disavventure cui va incontro, matura un suo personalissimo codice etico, che lo porta ad esempio a simpatizzare per Long John Silver, pur avendo ben chiaro che si tratta di un malfattore, piuttosto che con il tronfio e ciarliero cavaliere Trelawney (e lascio immaginare quanto potessi condividere quella simpatia, a otto o nove anni, avendo in casa chi su una gamba sola faceva cose altrettanto formidabili. Silver mi forniva, anche di fronte ai miei compagni, un motivo di riscatto e di orgoglio per mio padre, la cui menomazione fino a quel momento mi aveva un po’ imbarazzato).

Jim comunque non è un ribelle, come non lo era d’altra parte Stevenson: non mette in questione ruoli, convenzioni, diseguaglianze sociali, ma valuta gli uomini per quello che valgono quando sono chiamati ad agire. Impara che si può affrontare la vita in molti modi, l’importante è darsi la possibilità di scegliere ed essere protagonisti delle proprie scelte.

Insomma, alla sua figura non vanno attribuiti significati cui Stevenson non ha mai pensato. Questi semmai gli sono stati attribuiti da tutti coloro che hanno sognato di viaggiare con lui sulla Hispaniola, me compreso. Jim è stato il precursore di TinTin, di capitan Miki, del piccolo sceriffo, degli eroi adolescenti che hanno popolato tra la fine dell’800 e la prima metà del secolo successivo l’immaginario letterario e quello fumettistico. Ma con una particolarità: è forse l’ultimo che ancora si sottrae al processo di “domesticazione” della gioventù avviato di lì a poco (o che era già in corso: Cuore è pubblicato quasi contemporaneamente a L’Isola del tesoro, ed è ambientato nello stesso anno in cui Stevenson scriveva il suo romanzo). Di questo processo ho comunque già parlato altrove (in Sterminate i nativi digitali) e per evitarvi noiose ricerche mi tocca ancora una volta autocitarmi:

«I giovani esistono solo se intesi (molto vagamente) come classe sociale. Anche questa però è un’invenzione recente, che non risale oltre Rousseau. Anzi, a dispetto di tutte le anticipazioni romantiche … fino ai primi del Novecento l’idea che la giovinezza potesse essere considerata come una età a sé stante della vita, con problemi ed esigenze specifiche che chiedevano specifiche risposte, aveva ancora una circolazione clandestina. Poi qualcosa si muove. Libri come Peter Pan, Il mago di Oz e I ragazzi della via Pal, o lo stesso Kim, pubblicati tutti nel primo decennio del ventesimo secolo, che parlano di ragazzi che escono dal guscio familiare o si organizzano autonomamente, sono sintomatici. Ma nello stesso periodo scatta anche immediata e subdola la reazione: le energie espresse da questa nuova autocoscienza adolescenziale vanno disciplinate, incanalandole in movimenti che possano essere tenuti sotto controllo e all’occorrenza strumentalizzati. I Rimbaud sono pericolosi. Allo scoppio della prima guerra mondiale boyscout e wandervogel tedeschi, ma anche i futuristi nostrani, corrono invece ad arruolarsi entusiasti.

Nel periodo tra le due guerre il concetto di una “condizione giovanile” che accomuna tutta una fascia d’età e alla quale spetta il compito di costruire un mondo nuovo viene enfatizzata e istituzionalizzata soprattutto dai regimi totalitari. È il periodo di “Giovinezza, giovinezza”, dei balilla e della gioventù hitleriana, del Komsomol sovietico, ed è in questi contesti che la gioventù acquisisce per la prima volta lo status di “valore in sé”. Ma si tratta di un “valore” definito e attribuito dall’alto.

Solo nel secondo dopoguerra questo riconoscimento si traduce in una “cultura giovanile” apparentemente autonoma (capace cioè di esprimere dall’interno i suoi codici, la sue finalità e le sue regole). Nella realtà, però, dietro il ribellismo e la presunta autocoscienza giovanile si compie la fase finale della domesticazione […].

Ecco cos’è accaduto: i giovani sono diventati un target. Un target innanzitutto economico, ma in seconda battuta, e in correlazione, anche politico. Industrializzazione e riarmo ne hanno fatto nei primi del Novecento dei soggetti privilegiati di interesse sociale. Ora vanno a costituire la fascia alla quale faranno sempre più appello non solo i pubblicitari ma anche gli aspiranti dittatori, i populisti, i nuovi redentori del mondo».

Non è certamente questo il caso di Jim Hawkins. Nella sua storia non ci sono insegnamenti morali o pretese pedagogiche, non c’è neppure alcun assunto “virtuoso” (amor di patria, difesa dei deboli, riscatto degli umili). Jim è spettatore partecipe della lotta che si scatena attorno ad una grande ricchezza, che è stata ammassata con rapine, saccheggi, omicidi. Divide con gli altri sopravvissuti il bottino finale, e in tal senso non si fa alcuno scrupolo. Vuole solo che le parti siano ben fatte e che nessuno cerchi di fregare gli altri, secondo un elementare senso di giustizia. Quanto all’avventura. non l’ha cercata per una qualche motivazione ideale o pratica, ma gli è capitata addosso, è venuta lei a cercarlo nella sua locanda. Lui è semplicemente stato bravo a cavalcarla, e questo fa si che qualunque lettore possa rispecchiarsi nella sua storia.

I significati vanno piuttosto cercati in quella che è la vera protagonista del romanzo: l’isola.

Per cominciare, l’isola c’è, checché ne pensino Bennato e Guccini. Intendo dire che quando Stevenson ne ha disegnata la mappa l’aveva già in mente da tempo: era convinto che esistesse anche fisicamente, e che davvero nascondesse un tesoro. Sembra infatti che nel corso del suo soggiorno a San Francisco, l’anno precedente la scrittura del libro, fosse venuto a conoscenza di una misteriosa vicenda. Nel 1819 una nave che trasportava verso le Filippine i tesori della cattedrale di Lima, messi in salvo dagli spagnoli per sottrarli all’avanzata delle truppe rivoluzionarie di Simon Bolivar, era stata arrembata e affondata da un veliero pirata. Malgrado i pirati fossero stati catturati qualche tempo dopo, il bottino era scomparso: ma dalle rivelazioni fatte da uno di loro prima di essere impiccato risultava potesse essere sepolto a Cocos Island, un’isoletta deserta situata duemilacinquecento miglia a occidente delle coste dell’America Centrale, all’altezza del litorale del Costarica. La caccia al tesoro era partita immediatamente, e torme di avventurieri erano approdate all’isoletta e avevano scavato in ogni dove, senza però trovare alcunché.

Questo è quanto con ogni probabilità Stevenson sapeva al momento in cui disegnava la mappa. La faccenda però si complicò ulteriormente quando lo scrittore, a caccia di climi più clementi coi suoi polmoni, si trasferì con tutta la famiglia nei Mari del sud, nella principale delle isole Samoa. Veleggiando lungo tutto l’arcipelago non dovette occorrergli molto per scoprire che a meno di duecento miglia dalla sua nuova dimora si trovava un’altra isola, anch’essa completamente disabitata, oggi denominata col nome polinesiano di Tafahi, ma in quegli anni conosciuta ancora come Cocos Island (a 15°85’ di latitudine sud e 173°71’ di longitudine). L’isola era addirittura visibile da Samoa ad occhio nudo, in giornate particolarmente limpide. Eppure Stevenson, che ha lasciato un diario dettagliato delle sue navigazioni nelle acque polinesiane, non la cita mai.

In effetti la cosa è strana: la nuova Cocos Island, infatti, pur essendo tre volte più lontana della prima dalle coste americane, si trova sulla rotta naturale dettata dalle correnti che da Capo Horn risalgono in direzione occidentale il pacifico. Una rotta che potrebbe essere stata plausibilmente seguita dai pirati per evitare la caccia delle navi spagnole sguinzagliate sulle loro tracce. A Stevenson questa ipotesi non dovrebbe essere parsa tanto peregrina; gli avrebbe fornito la spiegazione dei moltissimi fallimenti dei precedenti cercatori, indotti in errore dall’omonimia. E avrebbe motivato i suoi discreti silenzi e le sue frequenti uscite in mare, di più giorni, da solo o con compagni fidatissimi, annotate senza alcuna specifica delle mete e delle motivazioni. Naturalmente non risulta abbia mai trovato qualcosa, anche se qualcuno, ad esempio lo scrittore franco-tedesco Alex Capus, che sulla vicenda ha scritto un gustoso docu-romanzo (Cocos Island, Casagrande, 2009), si chiede da dove arrivasse la ricchezza ostentata, dopo la morte di Louis, dai suoi famigliari.

Ma anche queste sono solo congetture, intriganti quanto si vuole ma che non aggiungono “significati” al romanzo. L’isola che a me interessa esiste invece indipendentemente da ogni localizzazione o identificazione. Esiste intanto perché è un luogo letterario per eccellenza, soprattutto della letteratura per adolescenti. Io non ho fatto altro per anni che veleggiare da un’isola all’altra, partendo da quella di Peter Pan e da Lilliput per approdare a quella di Robinson Crusoe, passando poi appunto per Stevenson, per Mompracem, per l’Isola misteriosa di Verne, ma anche per quelle dei fumetti di Craveri, e proseguendo in compagnia di Melville e di Dumas. L’ho ritrovata persino a scuola, in Omero naturalmente, in Luciano di Samosata, in San Brandano, nell’Ariosto, e giù giù sino ad approdare alla Morante.

Insomma, ho fatto una scorpacciata di isole, e ancora oggi ne sono ghiotto. Credo dipenda da un lato dalla mia natura pelagica, dall’altro dal fatto che un’isola ha confini ben definiti, è circoscritta, si presta ad essere esplorata e mappata sistematicamente, soddisfacendo la mia smania di completezza, e al tempo stesso consente di muoversi da ogni lato verso uno spazio aperto. C’entrano anche senz’altro le suggestioni infantili, le immagini di isole lacustri di un calendario tedesco o svizzero d’anteguerra, regalatomi da mia zia e rimasto appeso in cucina per anni, o la descrizione fiabesca fatta da mio padre dell’isola Bella, dove aveva portato mia madre in viaggio di nozze. Si era nell’immediato dopoguerra, in bassa stagione, avevano l’albergo tutto per loro a un prezzo irrisorio (anche se tre soli giorni di permanenza furono sufficienti a bruciare le poche lire racimolate cucendo tomaie). Immagino abbiano pensato di vivere per un attimo nel sogno.

Ecco, qui entrano in gioco, sia pure da un ingresso laterale, i significati. Non voglio farla lunga, né forzare la lettura, e rovinarla a chi non l’avesse ancora intrapresa: ma prescindendo dalle mie personalissime esperienze, e dalla misteriosa ricerca di Stevenson, l’isola c’è perché è stata da sempre il luogo dell’utopia, ben prima che Tommaso Moro ne certificasse la natura. Le Esperidi e le isole Fortunate degli antichi, la terra dei Feaci o l’Atlantide di Platone, il paradiso terrestre dei monaci irlandesi di san Brandano, erano trasposizioni di sogni, di bisogni, di speranze. Nel loro caso direi soprattutto di rimpianti: la beata età dell’oro della narrazione mitica spiega in realtà il presente come decadenza da un’originaria condizione di felicità, quando dèi e uomini vivevano insieme sulla terra, mentre l’utopia moderna nasce dalla volontà di sfuggire all’angoscia del presente in un mondo immaginario. Le isole si sono comunque in entrambi i casi perfettamente prestate ad ospitare progetti di trasformazione collettiva o di rinascita individuale. E sono proprio questi progetti i tesori che una miriade di sognatori, di riformatori, di avventurieri, di esuli più o meno volontari, ha continuato in millenni di storia umana a perseguire.

Le isole sono però anche il luogo del disincanto. Ulisse ne trova a bizzeffe, e torna tuttavia, magari in qualche caso con un pizzico di rimpianto, a rimettere piede nella realtà della sua Itaca (che è un’isola anche quella, a dire il vero, ma non lo sembra). E così fanno tutti gli altri: Gulliver, Robinson, Jim, Ruggero. Tutti i turisti dell’utopia tornano disincantati perché o non hanno trovato il tesoro, o se l’hanno trovato ne hanno immediatamente scoperto i costi e la maledizione. I paradisi promessi al momento dell’approdo si rivelano, quando ci si spinge all’interno, inferni terrificanti. L’isola di Alcina o quella de Il signore delle mosche ce ne offrono due immagini esemplari.

Allora bisogna capirci. Il tesoro dell’isola non è propriamente l’utopia: è il sogno che alimenta la nostra volontà di cercala, quello mirabilmente narrato da Stevenson. E come ogni sogno che si rispetti non dovrebbe mai essere costretto a poggiare i piedi per terra, a snaturarsi e a piegarsi sotto il peso della realtà. A noi il tesoro non conviene trovarlo: deve rimanere sull’orizzonte, spostarsi in avanti mano a mano che procediamo. E a dispetto dell’esito della sua ricerca anche Jim Hawkins sembra pensarla così, se chiude con queste parole il suo racconto: “Neanche un tiro di buoi potrebbe riportarmi in quell’isola maledetta; e i miei più paurosi incubi sono quando sento i cavalloni tuonare lungo la costa, o balzo d’improvviso sul mio letto, con negli orecchi la stridula voce del capitano Flint: “Pezzi da otto! Pezzi da otto!”.

Raschiando il fondo del barile

di Vittorio Righini, 3 gennaio 2025

La Simenon.tm è una sussidiaria della GSL, Georges Simenon Limited, così come lo è la “Maigret”.

La prima si occupa di tutti i lavori di Sim (d’ora in avanti lo indicherò così) ma non di quelli letterari, cioè non dei romanzi e delle autobiografie, né dei Maigret, per i quali appunto c’è un’apposita sussidiaria, bensì solo di quelli a carattere di corrispondenza sia privata che professionale, resoconti, disegni, foto scattate da Sim (e non solo, come vedremo) e sceneggiature.

La GSL invece si occupa del “grosso” del materiale, cioè centottantatrè romanzi ufficiali a suo nome e un numero imprecisato di racconti (a suo nome o con pseudonimo), mentre il lavoro totale di Sim arriva a oltre circa cinquecento opere.

La Simenon.tm ha pensato bene di raschiare il fondo del barile, in particolare recuperando gli articoli di corrispondenza giornalistica scritti da Sim per molte famose testate francesi e internazionali, soprattutto nella prima parte della sua vita lavorativa. In effetti, ultimamente (diciamo negli ultimi sei anni), sono saltate fuori, dal sale nel fondo del barile, alcune sardine. E di queste sardine, qualcuna è andata a male, qualcuna no.

I titoli dei Sim.tm che sono usciti per i tipi di Adelphi (l’editore che detiene tutti i diritti per l’Italia), si differenziano da tutti gli altri Sim dell’Adelphi per un particolare formato: misurano 18 x 11 cm, quindi sono più piccoli dei prodotti tradizionali dell’editore milanese, le copertine sono azzurrine, con una foto abbozzata sullo sfondo, e ospitano spesso all’interno piccole fotografie in b/n.

I titoli ci sono stati offerti in dose di uno all’anno, come segue:

  • Il Mediterraneo in barca, 2019
  • Europa 33, 2020
  • A Margine dei Meridiani, 2021
  • Dietro le Quinte della Polizia, 2022
  • L’America in automobile, 2023
  • Una Francia sconosciuta, 2024

Proverò a dare una mia interpretazione di questi lavori, che vale per quel che vale, cioè ben poco: ma parte le oggettività in questi casi è solo questione di gusti. Non rispetterò l’ordine cronologico.

Una Francia sconosciuta, 2024 – 187 pagine (66 dedicate alle fotografie, circa 120 di testo)

Premetto che di fotografie fatte da Sim ce ne sono cinque o sei, le altre le ha scattate un fotografo di origine Ceca, Hans Oplatka, che lavorava con Sim nel settimanale Vu. Anni dopo i suoi temerari viaggi su una barchetta a motore e remi per i canali della Francia, Sim ripercorrerà con il fotografo, ma in auto, i viaggi fatti ai tempi in barca, ricavandone un bottino di duecento foto.

Le fotografie son ben fatte, e benché piccole risultano nitide e leggibili, nonostante la inadatta carta di stampa usata per questi minuscoli Adelphi. Il merito è di Oplatka, che il fotografo lo faceva di professione. Se si confrontano le sue foto con le poche fatte da Sim, le prime cinque o sei, o con quelle del libro illustrato Fotografie di Viaggio, (2007, foto di Sim e testo di Freddy Bonmariage), e di altri libri ancora come Il Mediterraneo in barca, si evince che Sim era appassionato in fotografia tanto quanto lo posso essere io, ma non era certo un professionista, anche se era abituato, da corrispondente giornalistico, ad uscire di casa con la macchina fotografica sulle spalle (o in tasca, una piccola Leica acquistata nel 1931 su consiglio di Oplatka) per cogliere i fatti salienti della cronaca, spesso nera, che doveva raccontare al pubblico (in ispecie i primi tempi per la Gazette de Liege). Va ascritta però a suo merito un’innovazione non da poco: pretese che i primi due Maigret avessero sulla copertina una foto a tutta pagina, che in tempi in cui l’editoria francese era dominata dal bianco delle copertine Gallimard, fu un notevole shock. E per le copertine, Sim non usava foto sue, ma di Germaine Krull, di Man Ray, di Robert Doisneau …e scusate se è poco.

Questo libretto raccoglie tre articoli giornalistici scritti tra il 1931 e il 1937, dal titolo:

  • Une France inconnue ou L’aventure entre deux berges, marins pour rire, marins quand meme, 1931
  • Au fil de l’eau, 1932
  • Long cours sur les rivieres et les canaux, 1937

Ai quali se ne aggiungono due successivi:

  • La France souriante, 1977
  • Una Francia sconosciuta o L’avventura tra due sponde, 2024

Sono tutti figli del viaggio di sei mesi, compiuto nel 1928 in barca, lungo parte dei 15.274 km. di vie navigabili in Francia a quei tempi (oggi solo una parte assai ridotta è ancora navigabile senza permessi da un’ utenza turistica, sul Canal du Midi, sul canale laterale della Loira, sulla Garonna e sul Canal de Bourgogne).

Sim viaggia su una barchetta di 4 o 5 metri, con un piccolo motore ausiliario da 3hp, e al traino lega una piccola canoa sulla quale carica attrezzatura e viveri. Si imbarca con la moglie Tigy, la domestica (e amante) Boule e Olaf, il cane di razza danese da 60 kg. Sim e Tigy dormono in barca, Boule e Olaf in una tenda sulla riva. Le difficoltà e le piacevolezze del viaggio, con aneddoti e con informazioni utili (soprattutto ai tempi) per la navigazione fluviale, sono il sale del racconto. Soprattutto, ci aiutano a capire l’uomo Sim, non lo scrittore e le sue fantasie. Per lo scrittore invece, chi conosce Maigret capisce da dove saltano fuori certi suoi romanzi con ambientazione fluviale (La Chiusa n. 1, La casa sul Canale, Il cavallante della Providence, La balera da due soldi e altro ancora), o perché tutte le domeniche Jules Maigret vuole andare a pescare in riva al fiume con la sua cara moglie, e poi a pranzo in trattoria.

Un solo aneddoto: quando ormeggiavano alla fonda, Sim ad un certo punto fischiava, segnale per Boule di preparare il caffè; poi Boule si metteva il vassoio in testa, e con l’acqua fino alla gola recapitava la calda bevanda a marito e moglie! che tempi, che tempi!!!

Sim, l’uomo più detestato dalle donne moderne, il più invidiato tra i moderni anziani …

Le ripetizioni tra i vari articoli non sono rare, e a volte davvero tediose, ma è lo scotto da pagare per non aver manipolato i testi originali, per cui io questo libretto lo consiglio, a me è piaciuto e nel mio indice di valutazione, che è in sardine da 1 a 5, do:

Il Mediterraneo in barca, 2019, 189 pagine, 24 foto in b/n scattate da Sim, provenienti dall’archivio Simenon, curato da sua moglie Tigy, che era, come scrive Matteo Codignola in una nota a fine libro, “meticolosa ma laconica”, perché le foto erano inserite negli album in ordine cronologico, ma prive totalmente di didascalie, tranne i nomi delle città in cui fece scalo la goletta.

I nove articoli giornalistici che compongono questo libro furono commissionati dal settimanale Marianne “grand hebdomadaire littéraire illustré”, che li pubblicò nell’estate del 1934 col titolo Mare Nostrum e il sottotitolo “La Méditerranée en goélette”.

Sim e Tigy, con la cuoca e cinque uomini di equipaggio, s’imbarcano su un brigantino-goletta battezzato “Araldo”, con equipaggio toscano, per fare il giro del Mediterraneo. Uno dei principali pregi del libro è che ci porta nelle baie e nei porti del Mediterraneo com’erano novant’anni fa circa, e l’occhio di Sim è critico e benevolo, innamorato dell’acqua (mare, laghi e soprattutto fiumi) e incuriosito dalla gente, che ritrae con un pennello a volte di crine, a volte di ferro, ma spesso con un’angolazione corretta. (Mi vengono in mente gli stupendi tre libri di Goran Schildt, che subito dopo la Seconda Guerra scende, via canali, dal Nord, e naviga tra le isole greche e turche e nel Mediterraneo)

Da Porquerolles, dove il viaggio inizia, a Arbatax, dove si conclude l’ultimo tratto di penna, è una analisi (giornalistica, appunto) nella quale si parla anche di sfruttamento della prostituzione, dei problemi delle famiglie rimaste senza un padre perché emigrato, della povertà in assoluto delle coste del Mare Nostrum, ma anche della qualità della vita, cosa che gli americani non comprenderanno mai. Il che si traduce in una tutt’altro che velata critica all’economia americana e alle sue basi.

Voto:

A Margine dei Meridiani, 2021, 223 pagine, 50 fotografie in b/n. Album del viaggio effettuato nel 1935 intorno al mondo.

Questo è forse il libro contenente la raccolta di articoli più confusi e disomogenei che abbia mai letto in Sim. L’interesse per la fotografia va scemando, non è più prioritario come in passato, lo sfocato a volte prevale, come sfocata è la realizzazione di questo lavoro.

Il libro consta di cinque racconti, il primo dei quali, dal titolo Il Paese del freddo (1933) è per me il meno peggio. Vi si narra la vita dei popoli dell’estremo nord, tra i pescatori delle Lofoten, i pastori Lapponi, e la bellezza del grande bianco contrapposto alla immensa notte del Nord.

Il Misterioso dramma delle Galàpagos, del 1935, è il resoconto del viaggio di Sim, per conto di Paris Soir, in quelle remote isole per indagare sul misterioso ritrovamento di due cadaveri, un anno dopo i fatti. Non essendo una storia di Sim, non essendoci un Maigret a dipanare la matassa, gli avvenimenti non hanno né capo né coda, e si mischiano in una confusione totale che solo nella realtà si può prefigurare, non nella penna di un romanziere: perché se fosse stata una storia sua avrebbe ricamato all’uncinetto gli indispensabili dettagli per agevolare il lettore.

Panama, ultimo crocevia del mondo (1939), parla della nascita quasi dal nulla di una città per motivi unicamente commerciali ed economici (il Canale), e degli sviluppi che ne derivano. Un articoletto non certo da prima pagina.

Tahiti o I gangster nell’arcipelago degli amori (1935) è totalmente incongruo. Stranamente, le foto di bellissime fanciulle poco vestite sono particolarmente riuscite, ma altre foto dei luoghi sono del tutto anonime. Sim ha vissuto a Tahiti nella casa in cui aveva abitato Murnau (l’autore e regista di Nosferatu e di molti altri capolavori dell’orrore dei primi anni del Novecento) per girare Tabù, ambientato in Polinesia, un film che creò enormi problemi al regista. I Tupapau, i fantasmi che avevano terrorizzato il regista, non è da escludere che abbiano turbato anche le notti di Sim; di certo l’uomo che ritornò in Francia era più maturo, più consapevole, e più pronto a scrivere i capolavori che seguirono in quegli anni.

Voto:

Dietro le quinte della polizia, 2022, 281 pagine, 37 foto in b/n

Non bisogna farsi tentare dal Sim romanziere; stiamo sempre scrivendo di articoli commissionati da quotidiani, settimanali, mensili, comunque giornalismo, non racconti. Nonostante la premessa, in questo libro, anche per dar corpo al contenuto, (che altrimenti si sarebbe ridotto alla metà) Sim inserisce brevi resoconti dei casi più difficili e curiosi. C’è sempre il solito ricercare l’aspetto umano in ogni criminale, ma in questo libro sono presentati anche i tratti della Parigi più misteriosa, lugubre e malfamata, almeno a quel tempo. Oggi è davvero tutto molto cambiato, le grandi città, tutte, sono pericolose se non si pone una minima attenzione, se non si evitano certi quartieri; ma nella rive gauche, quella narrata nel libro, ci si trova in zone piene di studenti, di localini non troppo costosi, di qualche vecchia bottega e di un certo fascino accogliente.

Il libro parte da un assioma:

  1. Maigret è Commissario al Quai des Orfevres;
  2. Sim ne è l’autore;
  3. Sim viene invitato a vivere qualche giorno nell’ambiente del Quai des Orfevres dei tempi (il 1931, poco dopo l’uscita di Pietr il Lettone, uno dei migliori lavori di Sim con Maigret);
  4. Sim deve quindi descrivere l’ambiente che tanto gli ha reso in termini di fama.

E in effetti lo fa, raccontando senza remore i bruschi metodi dell’epoca, ma con stima e con una tacita approvazione di quei vecchi metodi nei confronti del moderno lavoro del poliziotto.

Fondamentalmente questo libro mi dà poco, non scopro nulla di nuovo se non qualche breve e curiosa storia di cronaca giudiziaria, ma tutto sommato preferisco l’altra interpretazione, cioè quella romanzata da Sim nel Maigret Memorie, in cui un giovane e sfrontato cronista (George Sim) viene invitato a visitare il Quai des Orfevres e a conoscere internamente i metodi in esso usati, non più solo per sentito dire.

Voto:

Europa 33, 2020, 2ª ediz., 377 pagine, 67 foto in b/n.

Uno dei motivi che mi hanno fatto amare Sim è il suo profondo indagare l’essere umano ma, alla fine, non dare un giudizio. Se fate caso, per esempio, il colpevole, in un Maigret qualunque, una volta che è stato arrestato non è mai criminalizzato, ma anzi si tende ad avere un po’ di compassione per lui (esempio eclatante il romanzo – non Maigret – Lettere al mio giudice).

E in questa Europa del 1933 di storie da raccontare ce ne sono, di personaggi ancor di più. Sim si occupa in questo libro dei più disagiati, di quelli che fanno la “vera” fame, soprattutto nell’Europa dell’est, nell’ex impero zarista. Non tutte le fotografie (Sim non si fece accompagnare da un fotografo professionista, ma insieme a Tigy fu l’autore di tutte le immagini proposte) sono ben fatte, ma alcune sì, bisogna dargliene atto, e non tutti i personaggi e le storie raccontate sono così interessanti, ma narrano la storia vera dell’Europa che si avvia al secondo conflitto mondiale.

Avevo letto Sir Patrick Leigh Fermor, che nel primo libro della sua trilogia (Tempo di regali) attraversa la Germania e l’Austria nel dicembre del 1933, e lo fa con maggiore intensità e poetica di Sim; il suo è il resoconto di un viaggio, e anche quello di Sim lo è, ma con un taglio giornalistico. Poi, mentre Fermor impiega molto tempo camminando a piedi attraverso i campi e le fattorie e le città, e si immerge con rispetto e delicatezza in quella cultura in subbuglio con un viaggio lento, in modo mai aggressivo, Sim invece viaggia spedito, pagato dal giornale di cui è corrispondente, e le sue descrizioni sono meno poetiche, anche se pur sempre intense. Lui si definisce “un fabbricante di istantanee”, e trova grande accoglienza su Voilà, rivista ideata nel 1931 da Gaston Gallimard ed espressamente dedicata ai reportage d’autore.

Il libro ha anche una consistenza diversa rispetto agli altri della serie, con ben 377 pagine, perché il viaggio si dipana su più fronti, nell’arco di quasi sei mesi. Salta subito all’occhio la scarsa simpatia che Sim nutre verso il regime sovietico e le sue forme oppressive della libertà individuale. Dal Belgio alla Turchia, dalla Germania alla Polonia, dalla Lituania all’Ucraina e alla Georgia, Sim attraversa gran parte del vecchio continente da Nord a est, ben raccontando le numerose preoccupazioni e pulsioni che intaccano la serenità di quei popoli prima della guerra. È un ottimo libro a mio parere, tra i più seri nella serie del barile: forse è un po’ freddo, ma si merita un plauso.

Voto:

L’America in automobile, 2023, 185 pagine, 1 ill. b/n nel testo e 20 foto in b/n.

Sim si reca nel 1945 negli Stati Uniti, non per diletto, ma per filarsela dalle accuse di collaborazionismo e dalle minacce di epurazione subite alla fine della guerra. Naturalmente, con l’animo del curioso indagatore dell’animo umano, e del giornalista, si spinge in un viaggio dal Maine al Golfo del Messico, con una Chevrolet a noleggio, in compagnia della sua Tigy e del figlio Marc (1939-1999, nella vita un buon regista cinematografico), mentre la segretaria e l’istitutrice del figlio viaggiano su una Oldsmobile. Si stabilisce in Canada, nel Nouveau Brunswick (oggi New Brunswick, di lingua anglofona e francofona), un posto tranquillo e al riparo dalle grane francesi, ma il suo occhio è rivolto a sud, agli Stati Uniti, verso i quali prova una grande curiosità. Il libro altro non è che il diario del viaggio del 1946, circa 5.000 km. dal freddo del nord al caldo del sud e della Florida. Percorrendo prevalentemente la Route 1, l’autore si innamora di quei territori e delle loro genti, che trova, soprattutto nel sud degli USA, cordiali ed ospitali. (ma allora, Easy Ryder e tutte le storie simili che ci hanno propinato, cosa ce le hanno raccontate a fare? ah, forse perché lui, uomo bianco con famiglia bianca, arriva in Chevrolet, alloggia in Hotel, e agli occhi dei locali appare come un agiato turista in viaggio con famiglia? o forse erano semplicemente altri tempi? lasciamo perdere).

Sim vivrà dieci anni nel Nord America, cinque nel Minnesota, e in quegli anni produrrà alcuni dei migliori racconti di Maigret. Il libro a me è piaciuto poco, non amo gli Stati Uniti di oggi, forse quelli di allora erano diversi. Questo mi condiziona, e il voto ne è la conseguenza. Non fateci caso.

Voto:

Termina qui la mia piccola analisi dei reportage di Sim, ma ho letto che c’è ancora uno strato di sale in fondo al barile, e si prevedono nuove sardine in futuro. Non so, forse finiranno per rovinare il legno della botte. Per me così basta e avanza.

P.s.: mi scuso per aver giudicato in sardine, sono il primo che odia le classifiche, era solo per scherzare un po’…

I romanzi gialli e gli autori inglesi (parte ottava)

Wilkie Collins. Donne, diamanti e passeggiate oziose

di Paolo Repetto, 6 dicembre 2024

Appena ho accennato che su Wilkie Collins (1814-1889) avevo anch’io qualcosa da dire, a Vittorio non è parso vero ammollarmi l’ultimo capitoletto della sua rubrica. E così mi ritrovo a parlarvi di un libro letto tantissimi anni fa, e mai più riletto: ma anche di un autore che solo recentemente ho scoperto aver scritto dei gustosissimi diari di viaggio. Per cui questa recensione si dividerà in due parti, la prima dedicata al giallista e la seconda mirata a scoprire il viaggiatore.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 01

Dalle nostre parti Wilkie Collins non gode di grande notorietà, anche se moltissimi dei suoi romanzi e dei suoi racconti sono disponibili in italiano (il più famoso dei primi, La pietra di luna, è stato edito in ben tredici traduzioni diverse), Forse ha pesato sulla scarsa fortuna italica dell’autore proprio l’etichetta di antesignano della letteratura poliziesca, un genere che qui da noi continua ad essere considerato bene o male di serie B.

In realtà Collins non è un giallista: o almeno, lui non sapeva di esserlo, e credo che nemmeno ci avrebbe tenuto. Scriveva storie di fantasmi e di misteri, nel solco della tradizione romantica, e influenzato senza dubbio dal suo amico Charles Dickens: ma infarciva i contenuti di tematiche sociali e psicologiche, mentre il suo stile lo apparentava piuttosto ai pre-raffaelliti (con molti dei quali era in relazione di amicizia) che agli autori “realisti” suoi contemporanei. Proprio in relazione al tipo e all’oggetto della sua scrittura fu coniato il termine di “sensation novel”. Tuttavia può entrare di diritto nella nostra galleria per aver strutturato quasi tutte le sue opere, anche quelle che con la giallistica non hanno nulla a che fare, sul modello dell’indagine poliziesca.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 02L’opera più riuscita di Collins è considerata La donna in bianco (1860), che gioca tutto sulla misteriosa e inquietante somiglianza tra due donne che non si conoscono. La spiegazione del mistero arriverà solo al termine di una ricerca ricca di suspence e del susseguirsi di molteplici colpi di scena. La vera novità consiste però nel fatto che il romanzo ha la forma di un racconto corale, nel quale sono diversi testimoni a “deporre” circa la loro conoscenza dei fatti.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 03Qui prendiamo tuttavia in esame il romanzo forse più famoso, La pietra di Luna. La vicenda è assai complessa, anche in questo caso viene raccontata da più voci diverse, proposte attraverso le relazioni o le lettere di una decina di personaggi, e procede a ritroso: la verità la si scopre cioè frugando nel passato. C’è di mezzo un diamante grosso come un uovo, la Pietra di Luna appunto, trafugato in un tempio induista da un generale delle forze coloniali inglesi e lasciato in eredità ad una nipote. Ci sono un giovane onesto e un po’ sprovveduto, innamorato della ragazza, che ad un certo punto viene ingiustamente accusato di aver fatto sparire il prezioso, e un altro spasimante, una perfetta carogna, vero responsabile della sparizione. Ci sono anche tre bramini arrivati dritti dritti dall’India per recuperare il sacro talismano, che si muovono nell’ombra. Insomma, c’è tutto ciò serve che per farne un feuilleton con sfumature poliziesche (e infatti del romanzo sono state fatte varie versioni cinematografiche e televisive, una anche in Italia nel 1974, che all’epoca mi era parsa inguardabile – e tanto più probabilmente lo sarà oggi). Alla fine c’è naturalmente l’happy end, i misteri si sciolgono, i buoni hanno la loro rivincita, i bramini il loro diamante, lo spasimante sciagurato e fellone fa la fine che si merita.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 04È un bel libro? Onestamente, non lo so. L’ho letto quasi sessant’anni fa, e per questa occasione l’ho soltanto risfogliato. All’epoca digerivo mattoni di ogni peso e dimensione (ma anche questo come spessore non scherza): credo che oggi non riuscirei ad arrivare sino in fondo. Ricordo comunque l’impressione generale che ne avevo tratto, che era di una certa lentezza, ma la cosa non fa testo: arrivavo fresco della lettura di Salgari e di Kim, ero avido di azione e di avventura, e il modo in cui l’opera era strutturata, ma soprattutto la presenza di una storia sentimentale, con protagonista una figura femminile incapace di apprezzare, la buonafede del protagonista, di andare al di là delle apparenze, non aiutava certamente. Inoltre Collins scrive bene, ma non è Kipling o Stevenson, e nemmeno Dickens, che pure oltre che un amico era il suo mentore, e ne apprezzava lo stile. Io poi l’ho letto in una traduzione d’anteguerra (s’intitolava Il diamante indiano, il traduttore era Alfredo Pitta – l’ho ritrovata su Wikipedia), e anche se all’epoca allo stile badavo poco e Pitta era un eccellente traduttore, la trasposizione in italiano pesava parecchio (ho una mia teoria sulle trasformazioni minime subite dalla lingua inglese negli ultimi due secoli, al contrario di quanto è avvenuto per quella italiana.

Comunque, La Pietra di Luna conobbe alla sua uscita un incredibile successo, ma non fu una rivelazione: come ho anticipato Collins aveva già pubblicato anni prima quella che è probabilmente la sua opera più importante, La donna in bianco, e una serie di altri romanzi che gli avevano procurato una certa notorietà presso il grande pubblico.

E non era noto solo per le sue opere, ma anche per le sue stranezze. La natura non lo aveva trattato coi guanti. Era di statura men che mediocre, con una testa sproporzionatamente grande rispetto al corpo; inoltre un’evidente protuberanza gli deformava da un lato il capo. Era miope e goffo nei movimenti, e a partire dai trent’anni si rivelò affetto da una forma di diabete cui certamente non giovavano le abitudini di vita disordinate (l’alcool, l’amore per la buona cucina e per il sesso, il laudano. Quest’ultimo soprattutto: negli ultimi anni per lenire i crescenti dolori ne assumeva dosi che avrebbero stroncato un cavallo). Fin da giovanissimo sfidò tranquillamente tutte le convenzioni borghesi, nell’abbigliamento, nei rapporti (visse praticamente da bigamo, con una situazione sentimentale incasinatissima, ma che lui reggeva con estrema naturalezza), nelle tematiche affrontate. Nei suoi romanzi si parla ad esempio dei problemi connessi all’handicap fisico, di ossessioni sessuali narrate senza reticenze, dei lati oscuri dell’animo umano e di quello ipocrita della società vittoriana, delle conseguenze dei disturbi mentali e degli orrori della cronaca nera, ecc… Insomma, sembra che Collins abbia preso di petto la sua scarsa rispondenza ai canoni estetici e comportamentali dell’epoca per mettere questi ultimi in discussione senza troppi problemi, anzi, per infischiarsene tranquillamente. Ufficialmente era scapolo ma in realtà visse per trent’anni legato a due donne contemporaneamente, senza preoccuparsi dello scandalo: così come non si preoccupava delle critiche negative con le quali erano accolte ad esempio alcune sue commedie: se le rappresentazioni si rivelavano un fiasco, semplicemente riponeva il tutto nel cassetto e partiva a scriverne un’altra.

Torniamo però a La Pietra di Luna. Il romanzo fu pubblicato nel 1868 e secondo T.S. Eliot era “il primo, il più lungo e il migliore dei romanzi polizieschi inglesi”. Eliot giudicava infatti il sergente Cuff, colui che conduce l’inchiesta, come il detective perfetto, superiore a Sherlock Holmes, in quanto “persona viva e vera, brillante senza essere infallibile”. Altri invece hanno classificato l’opera come “romanzo epistolare”, esemplare raro nella tradizione letteraria britannica. E altri ancora come un preludio al decadentismo.

Insomma, questa recensione improvvisata credo mi indurrà a riprendere seriamente in mano il libro, per riscoprirlo. Per il momento però questo piacere lo lascio a voi.

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I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 05

Io volevo invece parlare di Wilkie Collins come scrittore di libri di viaggio. Per farlo devo fornire qualche ulteriore ragguaglio sulla sua biografia. La fortuna di Collins, che aveva cercato dapprima la sua strada nella pittura (era figlio e fratello di pittori affermati) senza ottenere grossi risultati, fu incontrare nel 1851 Charles Dickens, che conquistato dalla verve, dall’intelligenza e anche dalla spregiudicatezza del nostro lo invitò a scrivere sulla rivista letteraria della quale era editore e direttore. La collaborazione divenne ben presto un’amicizia destinata a durare a lungo, incrementata anche dallo stabilirsi di un rapporto di parentela indiretta (il fratello minore di Wilkie aveva sposato la figlia di Dickens) e cementata soprattutto dai viaggi che i due intrapresero assieme.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 06Collins aveva già viaggiato in precedenza, girando appena adolescente con la famiglia per un anno e mezzo in Italia in Francia, e tornando a più riprese sul continente negli anni successivi. Nel 1850, seguendo una moda che aveva preso piede nell’isola, aveva percorso insieme ad un amico, Henry Brandling, un itinerario a piedi attraverso la Cornovaglia. Brandling avrebbe poi illustrato il diario dato alle stampe da Wilkie col titolo Rambles beyond Railways (Passeggiate oltre la ferrovia), e proprio la lettura di quel diario aveva spinto Dickens a cercare di conoscerne l’autore. Nell’estate del 1853 l’amicizia tra i due era ormai così consolidata da indurli a partire, assieme al pittore Augustus Egg, per un lungo viaggio in Svizzera e in Italia, del quale entrambi lasciarono un resoconto attraverso le lettere.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 07Di qualche anno posteriore (1857) è invece la pubblicazione di un libro scritto a quattro mani, The Lazy Tour of Two Idle Apprentices (tradotto in italiano quarantacinque anni dopo come Il pigro viaggio di due apprendisti oziosi). Vi si racconta la vacanza spensierata che i due letterati si erano concessi, presumibilmente un paio d’anni prima, vagabondando senza alcuna meta prefissata dalla Cumbria allo Yorkshire, spostandosi in treno per fare tappa nelle diverse stazioni e girovagando poi su carrozzini o a piedi per le campagne circostanti. “I giovani fuorviati che così si sottrassero al loro dovere verso la padrona da cui avevano ricevuto molti favori (ndr: la letteratura), erano spinti dalla bassa idea di fare un viaggio perfettamente ozioso, in qualsiasi direzione. Non avevano intenzione di andare da nessuna parte in particolare; non volevano vedere nulla, non volevano sapere nulla, non volevano imparare nulla, non volevano fare nulla. Volevano solo essere oziosi”. Sono talmente decisi a lasciarsi alle spalle le grane del lavoro e lo stress della metropoli da assumere persino per l’occasione del viaggio identità nuove, scegliendosi nomi ad hoc. Dickens diventa pertanto Mr Francis Goodchild, Collins Mr Thomas Idle. E questo, ai fini della narrazione, consente a entrambi di essere liberamente sia autoironici che critici l’uno dell’altro, sottolineando e accentuando reciprocamente manie e difetti.

In realtà il racconto dei due apprendisti oziosi sembra soprattutto un pretesto offerto agli autori per introdurre intermezzi di storie del fantastico, del mistero e del soprannaturale, narrate durante le soste del viaggio: anche se poi alcuni episodi, come l’ascensione sotto la pioggia alla montagna nera di Carrok Fells e la successiva discesa nella nebbia più fitta sono davvero pezzi da antologia dello humor britannico, degni del miglior Jerome.

Il libro è diviso in cinque capitoli, ciascuno dei quali ha una sua autonomia narrativa (dovuta anche al fatto che originariamente la storia era stata pubblicata a puntate su una rivista) ed è giocato sul contrasto tra i caratteri dei due: l’uno (Goodchild), iperattivo e nevrotico, portato a trasfigurare visionariamente gli accadimenti e gli incontri e a cogliere i particolari: “Goodchild era laboriosamente pigro, e si sarebbe preso su di sé qualsiasi quantità di fatica e lavoro per assicurarsi di essere pigro; in breve, non aveva un’idea migliore dell’ozio di quella che fosse un’inutile industria”; l’altro (Idle), indolente e tranquillo, realista e poco o nulla incline all’avventura. “Thomas Idle, d’altro canto, era un pigro del tipo irlandese o napoletano puro; un pigro passivo, un pigro nato e cresciuto, un pigro coerente, che praticava ciò che avrebbe predicato se non fosse stato troppo pigro per predicare; un intero e perfetto crisolito di ozio.”

Qui ci starebbe ora una bella tirata sull’idea di “ozio”, paragonabile in qualche maniera a quella latina di Cicerone e di Orazio, coltivata da altri scrittori inglesi come Stevenson e appunto Jerome: ma ve la risparmio, credo di averne già abbondantemente trattato in un altro pezzo (cfr. Per strada senza ombrello). Nel libro di cui sto parlando è naturalmente Collins a teorizzarla e a spingerla sino alle sue implicazioni più radicali: “Questi due avevano spedito il loro bagaglio personale in treno: tenendo solo uno zaino a testa. Idle ora si applicava a rimpiangere costantemente il treno, a seguirlo attraverso i meandri della Guida di Bradshaw e a scoprire dove si trovava ora, e dove ora, e dove ora, e a chiedersi a cosa servisse camminare, quando si poteva procedere a un ritmo del genere. Era per vedere il paese? Se era quello lo scopo, guardatelo dai finestrini della carrozza. C’era molto di più da vedere lì che qui. Inoltre, chi voleva vedere il paese? Nessuno. E ancora, chi camminava? Nessuno. I ragazzi partivano per camminare, ma non lo facevano mai. Tornavano e dicevano di averlo fatto, ma non lo facevano. Allora perché avrebbe dovuto camminare? Non avrebbe camminato. Lo giurava su questa pietra miliare!”.

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A dispetto dei caratteri contrastanti, o forse proprio in ragione di essi, i due risultano perfettamente complementari. Dickens-Goodchild marcia instancabile e inossidabile al suo ritmo, vede mete interessanti ovunque ed escogita sempre nuove occasioni per testare il livello della propria “laboriosa” oziosità. Collins Idle oppone resistenza passiva, ma è troppo pigro anche per resistere, e finisce costantemente coinvolto. “Goodchild (che aveva già iniziato a dubitare di essere pigro: come è sempre il suo modo di fare quando non ha niente da fare) aveva letto di una certa vecchia collina o montagna nera del Cumberland, chiamata Carrock, o Carrock Fell; ed era giunto alla conclusione che sarebbe stato il trionfo culminante dell’Ozio scalarla. Thomas Idle, soffermandosi sulle pene inseparabili da quella conquista, aveva espresso i più forti dubbi sull’opportunità, e persino sulla sanità mentale, dell’impresa; ma Goodchild aveva vinto la sua battaglia, e se ne andarono.”

A condurre il gioco della narrazione, almeno per la parte diaristica, è però lui. Lo si desume dal fatto che è quasi sempre lui a proporre sconsolate considerazioni su ciò che sta accadendo, e a stigmatizzare così l’iperattivismo del compagno: “Non sei capace di divertirti. Non sai nemmeno cosa sia. Di ogni cosa fai un lavoro. Quando un altro si bagnerebbe la punta del piede nell’azione o nelle emozioni, tu ci sprofondi dentro. Un uomo che non può fare niente a metà mi sembra terribile”.

Le note paesaggistiche, antropologiche o di costume sembrano invece venire dagli occhi e dalla penna di Dickens: “L’oste non era abbastanza pigro, non era affatto pigro, il che era un suo grande difetto, ma era un bell’esemplare di uomo del nord, o di qualsiasi altro tipo di uomo. Aveva una guancia rubiconda, un occhio luminoso, una corporatura robusta, una mano immensa, una voce allegra e parlante e uno sguardo dritto, luminoso e ampio”.

Oppure “Buone case resistenti alle intemperie, calde e piacevoli, ben intonacate di calce bianca, punteggiano scarsamente la strada. Bambini puliti che escono per guardare, portando altri bambini puliti grandi quanto loro. Raccolto ancora in giro e molto piovuto; qua e là, raccolto ancora non mietuto. Giardini ben coltivati annessi ai cottage, con abbondanza di prodotti forzati fuori dal loro duro terreno. Angoli solitari e selvaggi; ma le persone possono nascere, sposarsi e seppellirsi in tali angoli, e possono vivere e amare ed essere amate, lì come altrove, grazie a Dio! (Osservazione del signor Goodchild)”.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 09E ancora: “Qui, di nuovo, c’erano stazioni con niente in funzione se non una campana, e meravigliosi rasoi di legno piazzati in alto su grandi pali, che radevano l’aria. In questi campi, i cavalli, le pecore e il bestiame erano ben abituati al meteorite tonante, e non ci facevano caso; in quelli, erano tutti insieme a correre e una mandria di maiali li inseguiva. La campagna pastorale si oscurò, divenne carbonifera, fumosa, infernale, migliorò, peggiorò, migliorò di nuovo, divenne aspra, divenne romantica; era un bosco, un ruscello, una catena di colline, una gola, una brughiera, una città cattedrale, un luogo fortificato, una landa desolata. Ora, miserabili abitazioni nere, un canale nero e torri nere e malate di camini; ora, un giardino curato, dove i fiori erano luminosi e belli; ora, una landa desolata di orribili altari tutti in fiamme; ora, i prati umidi con i loro anelli delle fate; ora, la macchia rognosa di terreno edificabile incolto fuori dalla città stagnante, con l’anello più grande dove la settimana scorsa c’era il Circo. La temperatura cambiò, il dialetto cambiò, la gente cambiò, i volti si fecero più affilati, i modi si fecero più corti, gli occhi più astuti e duri”.

Per concludere però torno a Collins: “Sdraiato sul divano, Thomas non fece alcun tentativo di superare le ore, ma lasciò passivamente che le ore lo attraversassero. Laddove altri uomini nella sua situazione avrebbero letto libri e migliorato le loro menti, Thomas dormiva e riposava il suo corpo. Laddove altri uomini avrebbero meditato ansiosamente sulle loro prospettive future, Thomas sognava pigramente la sua vita passata. L’unica cosa solitaria che fece, che la maggior parte delle altre persone avrebbe fatto al suo posto, fu di decidere di apportare alcune modifiche e miglioramenti al suo modo di esistere, non appena gli effetti della sventura che lo aveva colpito fossero tutti passati. Ricordando che la corrente della sua vita fino a quel momento era fluita in un fluido flusso di pigrizia, occasionalmente turbata in superficie da una leggera increspatura passeggera di operosità, le sue idee attuali sull’argomento dell’auto-riforma lo portarono, non come il lettore potrebbe essere portato a immaginare, a progettare progetti per una nuova esistenza di intraprendenza e impegno, ma, al contrario, a decidere che non sarebbe mai più stato attivo o industrioso, se solo avesse potuto evitarlo, per tutta la sua futura carriera”.

A dispetto di quanto si vorrebbe pensare, una enunciazione di questo tenore non è affatto improbabile o esagerata, non c’è alcuna forzatura letteraria. Mi ha immediatamente fatto tornare alla memoria la dichiarazione d’intenti pronunciata da un amico che di Thomas Idle avrebbe potuto essere il gemello, in una notte di capodanno di molti anni fa festeggiata al Capanno, quando gli riuscì di rialzare la testa tra due lunghi abbiocchi: “Ho deciso: – disse – dal prossimo anno non lavoro più”. Che, considerati i precedenti, è considerata la miglior battuta del secolo scorso.

Il libro nel suo assieme invece mi ha fatto ricordare proprio quelle notti, e il profumo genuino e intenso di amicizia che vi si respirava, Ce n’è abbastanza per essere grato per sempre a Thomas Idle.

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Andare e tornare per strade contorte

di Fabrizio Rinaldi, 24 novembre 2024

Solo lungo vie secondarie e deviazioni
si può raggiungere la meta.
Sven Lindqvist, Nei deserti, Ponte alle Grazie 2002

Viaggiare, per molti, significa “vacanza”: una fuga dalla routine verso l’agognata meta, che sia una spiaggia, una vetta o un qualsiasi luogo dove concedersi l’ozio. Ma per chi, come me, fa il pendolare per scelta e necessità, lo spostarsi è la perenne condizione per recarsi al lavoro e, al contempo, per fare altro. È in questo viaggio forzato che trovo le mie personalissime evasioni mentali e una pausa dalla frenesia del quotidiano.

Vivere nei boschi, in una casa piuttosto isolata, lontano dal caos cittadino e dai borghi assopiti, mi consente di impostare un ritmo di vita che si avvicina alla mia natura: più lento, più consapevole di ciò che mi accade attorno. Almeno, ci provo. Non sempre ci riesco, spero di farcela almeno fino a quando le gambe reggeranno il salire fino alla provinciale quando la neve e il ghiaccio impediscono di portare l’auto sotto casa. Ironia della sorte, oggi il cambiamento climatico fa sì che nevicate e gelate siano eventi eccezionali, non la normalità di appena quindici anni fa. E così mi ritrovo, paradossalmente, a sperare nel perpetuarsi di questi cambiamenti al fine di salvaguardare il mio volontario isolamento (cosa mi tocca sperare!).

Abitare a un centinaio di chilometri dal lavoro è, fra l’altro, il mio modo per mantenere una giusta distanza dalle incombenze professionali e anche da quelle domestiche: una sorta di rigenerazione che mi consente di non essere assorbito da nessuna di queste due dimensioni in modo eccessivo. C’è qualcosa di insopportabilmente claustrofobico nell’avere tutto troppo vicino, troppo a portata di mano. È vero anche che ciò implica una piccola evasione dall’uno e dall’altro mondo, ma questo è il mio modo di tirare dritto.

Il pendolarismo, però, non è senza costi: cantieri eterni, strade interrotte, viadotti fatiscenti, code su code e continui aerosol di smog. Ogni viaggio diventa un calcolo incerto sul percorso più scorrevole, un compromesso tra tempo e pazienza. Così, quando posso, scelgo strade secondarie, quelle che si snodano tra i boschi incolti e i paesi sempre più deserti dell’entroterra ligure.

Non sto qui a fare la disamina della bellezza paesaggistica incontrata e delle ignorate potenzialità ambientali, culturali e strategiche dell’appennino, perché c’è chi lo ha fatto molto meglio di me, raccontandolo in un poderoso volume che invito a leggere per scoprirne i percorsi: Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti.

Andare e tornare per strade contorte 02

Il mio tragitto passa per Cremolino e Cassinelle, poi diviene una sequenza di curve fra boschi di castagno, faggio e rovere nella zona di Bandita. Dopo Cimaferle, la strada si fa più esposta e senza sponde, ove la distrazione è un’opzione non consigliabile. Alla Maddalena, immancabilmente, il termometro segna la temperatura più bassa del tragitto (lo scorso inverno, una mattina il cruscotto segnava -18°C, un preludio artico alle incombenze lavorative). Attraverso il centro “dis”-abitato del Sassello, poi arrivano le gole che sfociano a Stella (ha dato i natali al presidente partigiano Pertini, per il resto nulla di ché), per giungere infine ad Albisola, e da lì percorro l’Aurelia fino a Pietra Ligure. Per molti il tratto costiero è quello più suggestivo, con la vista sul mare e la luce del sole che si riflette su di esso; per me, invece, è il primo tratto a essere il più intenso, quello in cui si è veramente soli, senza incroci, senza città.

Gli incontri, su quelle strade poco trafficate, in realtà non mancano: lepri che passano rapide, volpi che si nascondono tra i rami, cinghiali che attraversano repentinamente, caprioli che sembrano osservarmi. Spesso il succiacapre se ne sta sull’asfalto fino all’ultimo istante prima di alzarsi in volo. Un paio di volte ho incrociato lo sguardo di un lupo, pendolare pure lui nel cercare una terra da conquistare: un attimo e poi la sua figura si è dileguata tra gli alberi. Giusto per ricordarmi che sono io l’ospite che attraverso il suo territorio. E pure sgradito.

Il viaggio per strade disagevoli è così una parentesi di autorigenerazione che richiede pazienza e attitudine alla solitudine. È qui, nella lentezza forzata della strada storta, che ritrovo il piacere della pausa: ogni svolta segna un distacco dalla frenesia che pervade la maggior parte dei nostri giorni. È come leggere un libro di poesie dove ogni verso ispira pensieri che altrimenti, semplicemente, non emergerebbero.

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[…] le Alpi sono solo la cornice esterna del paese. Gli Appennini invece ne sono l’anima, lo stomaco, la colonna vertebrale. E sono lunghi quasi il doppio. Senza di loro, la patria si affloscerebbe come uno Zeppelin senza gas nella pancia.
Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli 2007

Però non viaggio mai del tutto da solo. Durante questi percorsi ascolto la mia selezione di brani adatti per il viaggio (ai tempi dei cd avevo assemblato una personalissima “razione kappa” adatta alla contingenza, ora mi affido a Spotify), oppure accendo la radio sintonizzata perennemente su Radio3, ma durante i viaggi notturni della pandemia ho iniziato a seguire molti podcast e ora sono diventati i miei compagni più fedeli. Parto con una raffica delle ultime puntate di Non hanno un amico con le freddure di Luca Bizzarri, di Timbuctu di Marino Sinibaldi e di Cose (molto) preziose di Loredana Lipperini (questi ultimi reduci da Fahrenheit di Radio3). Continuo con Copertina di Matteo B. Bianchi, Il posto delle parole di Livio Partiti, la trasposizione della trasmissione televisiva La torre di Babele di Corrado Augias, Mirabilia di Alessandro Calzolaro e Chiedilo a Barbero dello storico più iconico del momento.

Curva dopo curva, episodio dopo episodio, il viaggio si trasforma in una conversazione con queste voci e con i loro ascoltatori, che a loro volta stanno attraversando un proprio “bosco”, forse metaforico, forse reale, ma che, seppur distanti, sono lì con me, lungo quei tornanti.

Il bosco e il podcast diventano così simboli opposti e complementari. Da un lato ci sono le colline e le strade secondarie che mi connettono con un mondo naturale, privo di filtri, colmo di stimoli, sorprendente con i suoi scorci sul paesaggio e negli incontri furtivi con i suoi abitanti. Dall’altro il podcast, che mi fa sentire dentro una comunità selezionata, piena di cultura mainstream, accuratamente tarata su di me. È come se viaggiassi tra due poli: la comunità organica del bosco e quella mentale degli intellettuali. Quella vegetale è aperta all’ignoto e pronta ad accogliere l’inusuale, mentre quella culturale, per quanto rassicurante, mi sembra inevitabilmente soffocante: i miei gusti si trasformano anch’essi in merce, ciò che ascolto è finalizzato ad assecondare le mie piste precostituite, divenendo come le strade contorte che percorro, tanto abituali che quasi non mi rendo conto di farle ogni giorno.

Il rischio di una personalizzazione eccessiva è in agguato. La possibilità di creare una programmazione su misura rischia di generare “bolle” informative sempre più confortevoli, allontanandoci da quei punti di vista diversi, a volte persino stridenti, necessari per fornire un contraltare, un dubbio che possa incrinare le certezze o, al contrario, consolidare le convinzioni. In fondo è pure di questo che abbiamo bisogno: applicare il metodo sperimentale galileiano alle nostre convinzioni al fine di confrontarle e sottoporle a prove di forza, affinché possano emergere in un distillato di valori con cui ritemprarci. A volte è fondamentale cambiare strada per scoprire nuovi scorci che altrimenti resterebbero ignoti.

Vivo così una perenne dialettica tra il desiderio di appartenenza e il bisogno di indipendenza: è una costante ricerca di equilibrio, di quell’acme in cui lasciarmi ispirare senza isolarmi, ascoltare senza chiudermi, appartenere senza smarrirmi. Mi chiedo quanto io sia aperto davvero all’imprevisto, al pensiero diverso, alla voce sconosciuta. Per questo, a volte, spengo tutto e lascio spazio al silenzio, un compagno imprevedibile e, forse, più sfidante di qualsiasi altro.

Come scriveva Friedrich Nietzsche in Ecce Homo “Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi qualsiasi come”. E il mio perché è proprio questo: la pervicace ricerca di significati che vadano oltre l’apparenza, affinché sia maggiormente sopportabile la difficoltà della ripetitività, nella convinzione nietzschiana che ciascuno è artefice del proprio destino e dei valori a cui affidarsi.

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Si vorrebbe sempre essere: essere stati, mai. E ci ripugna di non poter vivere contemporaneamente in due luoghi, quando l’uno o l’altro vivono nel nostro pensiero. Possiamo metterci in viaggio. Ma mentre la meta si avvicina e diventa reale, il luogo di partenza si allontana e sostituisce la meta nell’irrealtà dei ricordi; guadagniamo una, e perdiamo l’altro. La lontananza è in noi, vera condizione umana.
Mario Soldati, America primo amore, Mondadori 1959

Si suol dire che le strade sono una perfetta metafora della vita: partenza, tragitto e arrivo lungo un percorso a tratti tortuoso, con salite e discese, intervallato da ostacoli, interruzioni, cambi di direzione, incidenti, nebbia, pioggia, neve, ecc … Ciò che fa la differenza è il personale stile di guida, il modo in cui ciascuno affronta le curve e come schiaccia sul pedale.

Si può scegliere di pigiare sull’acceleratore per contendere il traguardo a chi è percepito come un competitore: ma questa opzione raramente appaga e di norma il traguardo non lo si raggiunge. Anche perché il contendente vero è il tempo, e a mettersi in gara con esso si finisce immancabilmente in riserva.

A volte le vie terminano in vicoli ciechi che impongono la retromarcia, di reimpostare tutto il percorso per uscire dal ginepraio in cui ci si è cacciati. Con o senza Google Maps, è necessaria molta umiltà per imboccare la via giusta che porta a destinazione. Questa, fra l’altro, non resta fissa: muta e si sposta, a volte sparisce per riapparire sotto forme diverse.

Mentre transito ai 60 all’ora davanti all’ennesimo autovelox quando il limite, assurdo in un rettilineo nel bosco, è di 30, mi viene in mente che il nuovo codice stradale prevede multe molto più salate. Possibile che non ci siano altre soluzioni rispetto a quelle sanzionatorie? Ricordo che all’inizio del mio peregrinare coprivo in poco più di un’ora lo stesso tratto che ora percorro in oltre due. Com’è possibile? Sarebbe troppo semplice additare lo sfacelo infrastrutturale all’attuale ministro dei trasporti (che peraltro si occupa di tutto tranne che di questo). È solo l’ultimo in una tradizione secolare di incompetenza. In pratica è dai tempi dei romani che in questo paese non si dedica un interesse adeguato alla viabilità. Loro dovevano spostare velocemente merci e truppe nel loro immenso impero. Non voglio sperare che per avere delle strade decenti sia necessario vedere delle centurie marciare al comando di politici in cerca di consenso al grido di “Ave Meloni” in direzione dell’Ucraina, della Cina o dei “barbari” immigrati di turno.

Andare e tornare per strade contorte 05

Faccio la mia passeggiata,
essa mi porta un poco lontano
e a casa; poi, in silenzio e senza
parole, mi ritrovo in disparte.
Robert Walser, Poesie, Ed. Casagrande 2000

Tornando al mio viatico, se al mattino percorrere le strade mancine dell’appennino è uno svelamento di ciò che mi attende e una riflessione sul da farsi (lavorativamente parlando, ma non solo), alla sera ripercorrere le stesse carreggiate non è semplicemente un’inversione di marcia, ma un nuovo viatico inframezzato dall’ascolto di Fahrenheit, dai podcast e dai silenzi fra un cantiere stradale e l’altro.

È facile fare un parallelismo fra il riandare a ritroso i tornanti e lo scendere dal Tobbio dopo una sempre più faticosa salita (l’ultima volta le mie ragazze mi hanno deriso dalla vetta per quasi venti minuti prima che riuscissi, arrancando, a raggiungerle). Se l’andata è sinonimo di apertura verso differenti stimoli e idee su cui riflettere, il ritorno dà forma a una sorta di discesa intima, che predispone alla chiarezza e, a tratti, al distacco necessario per guardare in prospettiva ciò che il giorno ha portato.

Tornare significa sottrarre, allontanarsi, lasciare alle spalle per trattenere solo l’essenziale e fare valutazioni sui traguardi raggiunti, ma in questo caso l’elenco degli spostamenti tracciati da Google Maps non consente di tirare le fila, anzi evidenzia le centinaia di ore trascorse a rimuginare, a macinare chilometri, ad ascoltare podcast, ma anche a procrastinare il prendere decisioni.

Il tornare indietro non è dunque un mero tirare dritto verso il mio rifugio nel bosco, ma un rituale necessario affinché il sedimento dell’ipocrisia, delle frustrazioni, dei dubbi, del superfluo si depositi sul fondo della damigiana e il travaso in bottiglia avvenga senza smuovere troppo. Altrimenti resta il torbido in bocca.

Ogni giorno il mio pendolarismo diventa così un’esperienza a sé, fatta di salite e di discese, dell’andare a gestire problemi (sul lavoro mi definiscono ironicamente il Signor Wolf, di Pulp fictioniana memoria), ma anche di un tornare con la convinzione di aver imbottigliato del vino buono.

Si srotolano così gli ultimi tornanti fino alla discesa che conduce all’intimità casalinga, ove a volte le dinamiche da reggere non sono meno complicate. Che poi “reggere” non è il termine corretto, rende forse più l’idea “esser travolti” dalle vicende familiari, specie quando a casa ci sono tre donne, fra cui una consorte psicoterapeuta con la fascinazione del mondo bioenergetico (o signur!) e due preadolescenti cellular-dipendenti, in piena fase di rifiuto del genitore che vorrebbe ostinatamente riuscire a insufflare delle regole di buon senso.

In certi casi la resa è un’opzione necessaria e il sonno ha la meglio su tutto.

Collezione di licheni bottone

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