Esco a fare un giro in moto

(Robert Edison Fulton Jr., One Man Caravan)

di Vittorio Righini, 9 marzo 2025

Non avrei mai immaginato di raccontare sulle pagine dei Viandanti un libro basato su un giro del mondo in moto. Ne ho letti moltissimi, amo le motociclette fin dalla giovane età, e non mi sono mai fatto mancare libri su marchi attuali e del passato, produttori scomparsi poi ricomparsi, racconti di gare e, naturalmente, quelli sui viaggi in moto, dal Ted Simon de I Viaggi di Jupiter al povero Bettinelli e al suo girare il mondo In Vespa, e altri ancora ma meno noti. Pur essendo tutti libri graditi, non mi sono mai entusiasmato al punto di volerne raccontare, tantomeno sul sito dei Viandanti, dove gli eventuali rari lettori difficilmente potrebbero condividere la mia passione per la moto, e di sicuro non al punto in cui mi ha condotto Robert Edison Fulton Jr. (che non è il figlio dell’inventore della lampadina, anche se proprio da quest’ultimo, amico del padre, deriva il suo nome, né il nipote di quello della nave a vapore), in questo suo racconto del 1932/1933, edito poi nel 1937.

 

L’autore (figlio di Bob Fulton, facoltoso commerciante di mezzi pesanti, il marchio Mack Trucks, fondatore della compagnia di autobus Greyhound e personaggio carismatico) Robert Edison Fulton Junior (1909-2004) fin da ragazzino ebbe grandi esperienze: nel 1921 volò da Miami all’Havana in uno dei primi voli commerciali al mondo; nel 1923 assistette all’apertura della tomba di Tutankhamon in Egitto; si laureò nel 1931 a Harvard in Architettura ma fin da ragazzino, mentre i suoi amici battevano palle sui campi di baseball, lui si recava in fabbrica dal padre a mettere le mani nei motori e a curiosare nella meccanica. Junior si trova in Inghilterra quando, nel 1931, decide di seguire il consiglio paterno: “vai a est, incontrerai luoghi, genti e pensieri diversi, che ti apriranno la mente”. Invitato a una cena con personaggi di spicco dell’aristocrazia inglese, e con un bicchiere di troppo in corpo, espone ai convitati il suo progetto: voglio fare il giro del mondo in moto. In realtà si pente subito della sua boutade, ma ormai il dado è tratto, non può tirarsi indietro, tantomeno dopo che il proprietario della fabbrica di motociclette inglesi Douglas, seduto al medesimo tavolo, gli propone di fornirgli una moto adattata alle esigenze del suo viaggio. A quel punto, non può più rifiutare. Fervono i preparativi, aggiungi un serbatoio, aggiungi un portapacchi, insomma 350 kg. di ferro da portarsi in giro a poche miglia orarie, ove vi sono strade, e soprattutto in mezzo al nulla, come vedremo nella maggior parte dei luoghi raccontati nel libro.

Junior nella vita sarà un inventore (copio e incollo da Wikipedia):

«Durante la seconda guerra mondiale, Fulton inventò il primo simulatore di volo aereo da terra, l’“Aerostructor”, ma quando i militari non furono interessati, lo modificò in un ausilio per l’addestramento per i mitraglieri aerei, il primo simulatore di tiro aereo fisso, chiamato “Gunairstructor”. Dopo la guerra, a causa del tempo impiegato per viaggiare per dimostrare il simulatore di tiro, progettò e costruì un aereo che era convertibile in un’automobile, chiamato “Airphibian”. Charles Lindbergh lo pilotò nel 1950 e fu la prima auto volante mai certificata come idonea al volo dalla Civil Aeronautics Administration (ora FAA). Sebbene non fu un successo commerciale (i costi finanziari della certificazione di idoneità al volo lo costrinsero a cedere il controllo della società ad un’azienda, che non lo sviluppò mai ulteriormente), ora si trova allo Smithsonian Air & Space Museum. Durante gli anni ‘50, dopo aver studiato il modo in cui i treni in Gran Bretagna raccolgono i sacchi della posta a lato dei binari, Fulton sviluppò il sistema di recupero superficie-aria Fulton, chiamato anche Skyhook per la Central Intelligence Agency (CIA), la Marina degli Stati Uniti e l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti. Era un sistema che veniva utilizzato per raccogliere le persone da terra con un aereo. Fu utilizzato dall’Aeronautica Militare U.S.A. fino al 1996. Un’invenzione gemella per i sommozzatori della Marina era chiamata Seasled.»

Una vita ricca e interessante, sicuramente frutto anche dal mix di culture cui si era accostato nel suo straordinario e giovanile viaggio in moto.

Nell’inverno del 1933 anche un altro grande narratore di viaggi lascia Londra e Hook von Holland per avviarsi verso Costantinopoli, ma a piedi. È Patrick Leigh Fermor, e nel suo viaggio, ben evidenzia (nel primo libro della trilogia) la prima parte in Olanda, Germania e Austria, con la descrizione della Germania all’inizio del Terzo Reich; al contrario, in questo libro l’Europa occidentale viene completamente ignorata; Junior non è Patrick, in tutti i sensi, l’Europa viene attraversata senza commenti, e solo all’arrivo in Grecia l’autore può cominciare a raccontare qualcosa: la polvere, soprattutto. Ma una volta arrivato in Grecia, è quella polvere l’aria nuova d’oriente, e Junior comincia a narrare. Butta via lo smoking e gli abiti da sera, e riparte, anche mentalmente. Molto interessante l’attraversamento della Turchia e delle sue regioni meno abitate, praticamente il primo assaggio di deserto, con i turchi, quelli che non hanno nulla, che sono sempre i più ospitali. Giù fino a Adana e Gaziantep, Alessandrina e poi la frontiera e la Siria. Antiochia, Aleppo, Homs e l’ingresso in Libano, Tripoli e Beirut. Il passaggio in Giordania, con una sosta a Damasco e un difficile e pericoloso deserto, poi l’Irak, fino alla complicata (all’epoca) Baghdad. Tutto questo in moto, signori, nel 1931… E poi in Pakistan fino a Karachi, poi in India, con una capatina (?!?) a nord, ai confini con L’Afghanistan, in uno dei posti più pericolosi all’epoca… il passaporto inglese di quei tempi, in una nota interna, ricorda ‘‘valido in tutti i paesi del mondo tranne l’Afghanistan’’; posto pericoloso oggi, pericoloso ai tempi di Kim, Kipling e di Junior. Ma l’autore ha 20 anni, passaporto americano, fegato e incoscienza da vendere, e rientra fino a Peshawar, per poi salire sul Khyber pass e ridiscendere in Afghanistan fino a Kabul.

La parte in India è tra le più belle del libro. Junior spesso racconta la storia dei luoghi e delle tribù, non è enciclopedico e completo come Fermor nei suoi libri, ma se ti vuole stupire ci riesce comunque. Spiccano alcune frasi che mi sono rimaste in mente. Un capitano inglese, (Watson), militare in India da una vita, dice a Junior:

Fulton, ha visto con quanta pazienza e fatica il cammello fa girare la ruota idraulica di quel bungalow? il cammello sta tutto il giorno con gli occhi coperti e solo a sera, quando viene allontanato dal pozzo, gli vengono tolti i paraocchi. Così non si renderà mai conto della sua forza né del frutto del suo lavoro. Gli indiani sono come quel cammello: possiedono un’enorme potere ma hanno gli occhi chiusi. Un giorno cadranno i paraocchi e allora succederanno grandi cose in questo paese”. E anche l’autore ogni tanto si lascia andare a battute sugli inglesi; nella località sperduta di Razmak, nel Waziristan (piccola regione montuosa tra il fiume Tochi e il fiume Indo, abitata dai peggio montanari possibili, che al confronto i Manioti raccontati da Fermor sono dei pacifisti), Junior viene ospitato al Razmak Club, il classico club inglese in mezzo al nulla… al che Junior scrive : “Scommetto che se tre inglesi facessero naufragio su un’isola deserta, due formerebbero un Club esclusivo e il terzo ne starebbe fuori” (nota vecchia battuta). Perdonatemi, ma questa vecchia abitudine inglese a mantenere certe tradizioni la trovo gradita.

Va detto che Junior non scrive per dare un appunto, non è un taccuino di viaggio per successivi coraggiosi viaggiatori motociclisti. Lui si muove sul filo del tempo: passa in certi paesi in un periodo in cui questi paesi sono felici di avere un ospite americano in visita (in Giappone verrà scortato da motociclisti locali, probabilmente gli stessi che qualche anno dopo combatteranno gli americani). Non si propone di fare un record, non è un viaggio immutabile che non può essere variato: ogni qualvolta subentra un problema grave, come le piogge monsoniche, Junior imbarca la moto in nave e proseguire il percorso via mare, o in treno se disponibile.

Dopo l’India c’è il folle viaggio fino a Khabul attraverso il Khyber pass, poi il ritorno in India del sud, e via nave a Sumatra, a Giava, poi a Singapore, nel Siam (nome della Thailandia fino al 1940 circa), la Cambogia, e poi una lunga, lenta e stentata esplorazione della Cina. Poi l’arrivo in Giappone, il viaggio da Nagasaki a Tokyo dove imbarca in nave per tornare negli Stati Uniti. Attraversa gli stati del sud degli USA e, nei pressi di Dallas, gli rubano la moto! non ha mai avuto nessun problema in tutti i paesi attraversati, e tornato a casa gli succede questa sfortuna, per lui una vera disgrazia. Ma nel giro di una settimana la Polizia trova la moto, e lui può ripartire per New York, la tappa definitiva del suo viaggio.

È sì un taccuino, ma di ricordi, riferiti a persone, fatti e luoghi; non è un libro per motociclisti, Junior non offre nessun consiglio ai futuri viaggiatori. Quando si guasta la moto, non spiega cosa si è rotto! e se anche offrisse suggerimenti per un viaggio in moto, i tempi non sarebbero più gli stessi, e i consigli sarebbero inutili. Anche se, a rileggere del valicare certi passi Afghani, o attraversare i deserti medio orientali, si potrebbe pensare di essere ai giorni nostri, con rischi più o meno uguali. Non nego che si potrebbe avere la sensazione che Junior abbia un atteggiamento coloniale di stampo inglese, con divertita superiorità rispetto alle culture incontrate, e tendente alla difesa col colonialismo, riconoscendone più i meriti che i demeriti; però nei suoi scritti c’è sempre garbo e rispetto per l’altrui cultura, curiosità e modestia. Siamo all’inizio degli anni ‘30, l’autore quando parte è poco più che ventenne, viene da una ricca famiglia americana e non conosce le privazioni… come non concedergli un certo aplomb.

A poco più di venti anni, Junior sfugge alle pallottole delle tribù Pashtun, ai banditi iracheni, soggiorna più volte nelle carceri turche, e si trova in mezzo a varie guerre civili. Eppure, apprezza e loda un the offerto in mezzo al nulla, da gente che non ha nulla, se non un buon sentimento di ospitalità, che contraddistingue la maggior parte dei poveri di tutto il mondo.

 

Altro che maturare, altro che crescere in fretta, il viaggio è una scuola di vita… Questo libro è per tutti gli amanti della letteratura di viaggio, va letto e riposto nell’angolo dei libri di pregio, perché noi, al giorno d’oggi, nemmeno ci possiamo sognare una simile avventura. E se non vi piacciono le moto, dimenticatele, qui la moto è davvero solo il mezzo, non certo il fine. (Non mi stupisce che poi nella vita Junior sia stato inventore: tutti quei km. su quel trabiccolo hanno comportato sicuramente riparazioni che un uomo privo della necessaria capacità meccanica non avrebbe potuto risolvere). Il libro contiene anche una serie di fotografie scattate dall’autore (ha usato a lungo anche la cinepresa, e al suo ritorno tutta questa documentazione di molti posti ai più sconosciuti lo aiutò a trovare un posto di lavoro alla Pan American Airlines).

One Man Caravan, di Robert Edison Fulton Jr., Elliot Edizioni, 2015

 

L’Emilio dei semplici

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2025

La prima lettura de l’Emilio di Rousseau (portata avanti con molta fatica, perché avevo forse diciassette anni, e il libro è di una noia mortale: ma all’epoca divoravo qualunque cosa potesse aiutarmi a crescere) mi lasciò francamente deluso. Cercavo un’educazione alla libertà e avevo di fronte uno che la concepiva così: “Non deve voler fare altro che quel che vogliamo che faccia: non deve muovere un passo senza che noi l’abbiamo previsto: né aprir bocca senza che noi sappiamo quel che egli sarà per dire”. E che riteneva diseducativa prima dei vent’anni la lettura di qualsiasi altro libro che non fosse il Robinson Crusoe. Va da sé che ho cancellato Rousseau dall’elenco dei miei maestri (l’ho riletto solo per cercare conferme negative). Oggi, sessant’anni dopo, mi rendo conto che ho potuto sottrarmi alle seduzioni della sua falsa rivoluzione pedagogica perché avevo già in saccoccia la lettura di ben altro Emilio, maestro nostrano misconosciuto, e anzi, vilipeso, tanto dalla critica letteraria quanto dalla pedagogia più “innovativa”: l’Emilio Salgàri (accento sulla penultima sillaba) da Verona.

Nelle migliaia di pagine che ho scritto negli ultimi trent’anni il nome di Salgari compare però raramente, e solo di sponda. L’ho ingiustamente trascurato, forse perché continuo a darlo per scontato, mentre anche per i lettori più attempati non lo è più da un pezzo. Eppure, se volessi indicare il pilastro portante della mia educazione dovrei fare riferimento proprio a lui.

L’incontro con Salgari non ha celebrato il mio rito di passaggio dall’infanzia all’adolescenza: prima erano già venuti Kim e Capitani coraggiosi, e anche I ragazzi della via Paal. Ma a partire dagli otto-nove anni ho iniziato a ricevere da Genova, mittente un cugino di una decina d’anni più anziano, i primi tomi dell’inesauribile saga salgariana. La fornitura è andata poi avanti sino alla piena adolescenza. Erano volumetti in genere piuttosto consunti e gualciti (anche mio cugino li leggeva già di seconda mano, la gran parte erano stati pubblicati prima della guerra), edizioni povere, in brossura, stampate su carta grossolana e in caratteri piccolissimi, per economizzare sul numero di pagine. Ma avevano magnifiche copertine, e alcuni erano anche arricchiti da illustrazioni, dentro o fuori testo, che non potevano non farti sognare. Prima di approdare alle medie mi ero già ripassato per intero tutto il ciclo della jungla nera e quello dei corsari, nonché quello della prateria. E alla fine delle medie avevo collezionato (anche materialmente) più di cinquanta titoli, la maggior parte dei quali conservo tuttora, e ai quali voglio pagare qui un piccolo e purtroppo inadeguato tributo.

Niente paura: non intendo fare un’analisi critica delle trame o della scrittura, ma solo rievocare l’effetto che le letture salgariane potevano avere su un ragazzino di quell’età. E per farlo prescindo dai titoli e dai cicli più conosciuti, quelli che ho citato sopra. Salgari ha infatti scritto moltissimo altro (più di duecento tra racconti e romanzi) e ha spaziato con le sue storie in ogni angolo della terra e in ogni epoca della storia. Si va da Le figlie dei faraoni e Cartagine in fiamme a Le meraviglie del Duemila, passando per le guerre anglo-spagnole, la rivoluzione americana, la rivolta dei boxer, la guerra russo-giapponese, e saltando dai deserti africani alla steppa siberiana, al Siam e alla Cina, dall’Artide all’Antartide, dal Perù allo Yucatan e all’Alaska, dall’India alla Persia, e naturalmente solcando tutti i mari e gli oceani che ci stanno in mezzo.

Potrei già fermarmi qui. Qualche anno fa ho chiesto ad un allievo dell’istituto che dirigevo se sapeva dove si trovasse l’Atlante, e mi ha risposto “Probabilmente in biblioteca”. Aveva le sue brave ragioni, non dovevo fargli una domanda del genere, era come chiedergli dove si trovano Tomsk e Irkutsk, o lo Xi Jiang, ma a me sembrava naturale lo sapesse: sono i luoghi dove si svolgono le vicende de Sull’Atlante, de Gli orrori della Siberia e de La scimitarra di Budda. Sono convinto che pochissimi – o forse nessuno – tra gli studenti liceali di oggi possiedono conoscenze geografiche pari a quelle che avevo io all’uscita dalle elementari. A casa leggevo Una sfida al polo e Al Polo australe in velocipede, e a scuola andavo poi a rintracciare i luoghi delle vicende sul grande planisfero e sulla fantastica carta murale delle esplorazioni (quella che fa bella mostra di sé oggi al capanno) che hanno mitigato la mia noia per cinque anni. Per non parlare della storia. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere cosa i miei studenti sapessero della rivolta dei boxer che mi aveva tanto intrigato ne I sotterranei della morte, temendo di sentirmi rispondere che erano una razza canina o un intimo maschile di Calvin Klein.

Basterebbe questo, dicevo. In realtà, non basta. Perché queste conoscenze, che peraltro non avrei potuto attingere a nessuna altra fonte, perché in casa non c’erano atlanti o enciclopedie o libri di storia, e che ho poi imparato ad affinare leggendo Verne e London e Dumas (perché a scuola, persino alle superiori, si guardavano bene dal trasmettermele), non erano affatto fini a se stesse, non si riducevano a un arido sapere enciclopedico, ma si traducevano immediatamente in modelli etici e in progetti di vita. All’epoca, un dodicenne che avesse visto i film di John Ford, letto i libri di Salgari, frequentato una scuola elementare nella quale ti insegnavano la calligrafia e un oratorio dove ti inculcavano il rispetto, aveva già appreso i fondamentali. Quel che veniva dopo erano variazioni sul tema. E intanto, per l’immediato, quelle conoscenze erano adrenalina cerebrale, tracce e fondali per i giochi collettivi nel bosco o al fiume e per quelli solitari in soffitta, con i soldatini mutilati (anch’essi eredità del parente genovese).

Salgari sgrossava alcune coordinate etiche, le stesse d’altra parte che si ritrovavano nei film di Ford e nei fumetti dell’Intrepido e del Vittorioso (e si, anche in quelli di Tex). Mostrava un’umanità divisa in buoni e cattivi, in persone oneste e leali e in farabutti infidi e malvagi, aggiungendo però che quasi mai le etichette e le immagini ufficiali corrispondono alla realtà: tanto che i suoi eroi sono o diventano nella quasi totalità dei ribelli, dei proscritti, dei perseguitati. Diceva insomma quello che gli uomini hanno sempre saputo, ma che la cultura dell’ultimo secolo sdegnosamente rifiuta in nome di un buonismo deresponsabilizzante e di un relativismo mal declinato, e che solo timidamente qualcuno comincia oggi ad accettare: che cioè l’indole di ciascun individuo non è forgiata dall’ambiente o delle contingenze storiche, ma determinata dalla natura, e l’ambiente e le contingenze possono al più accentuarne i tratti. Che la consapevolezza di questo dato di fatto è pienamente compatibile con il desiderio di vivere una vita più responsabile e di battersi per realizzare una società più giusta (non certo perfetta), e ne è anzi la condizione imprescindibile, perché consente di attrezzarsi spiritualmente, con sano realismo, contro gli scacchi e le disillusioni, e di perseverare. Le esperienze e le conoscenze maturate nei successivi sessanta e passa anni mi hanno aiutato a cogliere anche le sfumature, a leggere la storia e la società con criteri meno grossolani, ma direi che la sostanza è rimasta quella. Del resto, le conseguenze della lettura “politicamente corretta” le abbiamo quotidianamente sotto gli occhi.

Questo modo di pensare oggi non è affatto “mainstream”, collide decisamente con le tendenze della cultura dominante. Ne circola invece una versione stravolta, per la quale ciascuno si sente depositario di una sua “verità”, di una sua etica, di una sua memoria e di suoi diritti da opporre alle verità, ai diritti, alla memoria degli altri.

Salgari è stato naturalmente accusato dalla cancel culture di avere un approccio imperialista, quando basterebbe il ciclo della Malesia, l’eroe del quale è un asiatico mentre il perfido nemico è il colonizzatore inglese, a smentire questa accusa. Di essere razzista, mentre in realtà i protagonisti positivi dei suoi romanzi appartengono alle etnie più diverse, e spessissimo i loro antagonisti sono dei bianchi malvagi (vedi Le aquile della steppa, La favorita del Mahdi, La perla sanguinosa); e mentre ne I predoni del gran deserto il protagonista, un aeronauta che maneggia disinvoltamente tutte le tecnologie, sceglie alla fine di vivere con i tuareg del Sahara e di abbracciarne la cultura. Gli viene imputata anche la misoginia, senza considerare che in più di un’occasione sono le protagoniste femminili a condurre il gioco e a risolvere le situazioni (vedi Capitan Tempesta, o Jolanda, la figlia del corsaro Nero, o anche La scotennatrice).

Ora, questa mia difesa varrebbe tanto quanto le accuse che sono state mosse, se non si tenesse conto del clima intellettuale nel quale il veronese scriveva, e delle circostanze specifiche per cui lo faceva. Salgari scriveva all’epoca dei maggiori successi dell’imperialismo occidentale, celebrati con entusiasmo, salvo pochissime eccezioni, dal mondo della cultura, e in sostanza positivamente condivisi anche dai ceti popolari: e cercava di star dietro al gusto del pubblico, e di rispondere alle aspettative di chi finanziava le riviste sulle quali comparivano i suoi racconti. Scriveva cioè per sopravvivere, cosa che gli riusciva a stento, e quindi non ha senso attendersi da lui chissà quale spirito “alternativo”, anticapitalistico e anti-imperialistico. Oltretutto non sono sicuro che un Salgari meno anarcoide, più allineato agli odierni parametri della correttezza politica, mi sarebbe altrettanto piaciuto, e nemmeno mi interessa. So che mi ha raccontato un mondo tutt’altro che ideale, e che mi ha insegnato almeno che non bisogna mai arrendersi: io mi sono divertito, mi sono appassionato e ho continuato comunque a pensare con la mia testa.

Se invece la mettiamo sul piano della “qualità” letteraria il discorso certamente cambia. A cercare di rileggerlo oggi, infatti, fatta la tara alle suggestioni che una reimmersione nell’infanzia può evocare, Salgari riesce quasi indigeribile. E immagino lo sia tanto più per un nativo digitale, abituato a concentrarsi solo per lo spazio di un tweet. Non è Stevenson, e nemmeno Verne, non ha retto al tempo. D’altro canto, non ha mai ambito al Nobel, anche se come testimone dei temi della cultura popolare lo avrebbe meritato più di Dario Fo.

Anche sotto questo aspetto quindi le accuse che gli vengono rivolte dimostrano che non si è capito nulla dello spirito col quale scriveva e delle condizioni nelle quali lo faceva. Era pagato un tanto (in realtà, molto poco) a pagina, e questo spiega perché tirasse in lungo le vicende con ogni pretesto: così come si spiegano con la pubblicazione a puntate le molte incongruenze nelle quali cade. A volte era impegnato a scrivere due o tre storie contemporaneamente: è già molto non trovarne i protagonisti sballottati dall’una all’altra. Gli vengono imputate anche numerose imprecisioni o approssimazioni storiche (che volendo si possono trovare però persino in Tolstoj), la scarsa scorrevolezza, perché introduce continuamente lunghe dissertazioni di botanica, di zoologia, di geografia, di antropologia, e il ricorso massiccio al taglia e incolla, praticato pescando direttamente dalle enciclopedie dell’epoca, dai libri altrui o dal Giornale Illustrato dei Viaggi. La spiegazione è sempre la stessa, la necessità, il fiato degli editori costantemente sul collo (e del resto, la pratica del taglia e incolla è diffusissima negli ambienti culturali: con altri mezzi e con altro talento l’ha adottata anche Umberto Eco).

Chiarito ciò, la mia riconoscenza nei confronti di Salgari non muta di una virgola. Riguarda ciò che ha rappresentato, nella formazione mia e in quella di due o tre generazioni precedenti, non ciò che può rappresentare in assoluto nell’ambito della letteratura e della pedagogia. Riguarda il fascino che i suoi romanzi, a dispetto di tutti i loro limiti, esercitavano, il piacere immediato e i sogni e soprattutto la voglia di continuare a leggere, che sarebbe durata per tutta la vita, che riusciva a trasmettere. Per questo il mio tributo si ferma qui.

Piuttosto, vorrei aggiungere un paio di postille e di riflessioni che ho maturato proprio mentre stendevo questo pezzo.

•     La prima riguarda José il peruviano, che all’epoca era uno dei miei romanzi preferiti (anche perché sembrava lo avessi letto solo io). Bene, ho scoperto ultimamente che si tratta di un’opera postuma, pubblicata dal figlio Nadir sviluppando una trama già abbozzata dal padre. Avevo intenzione di provare a rileggerla, ma questa scoperta mi ha frenato. Preferisco lasciare intatta, anche se molto sbiadita, l’impressione che ne avevo riportato all’epoca.

•     Mentre leggevo Tra noi e la libertà, il racconto autobiografico di Sławomir Rawicz sulla fuga sua e di un gruppetto di compagni da un campo di lavoro sovietico in Siberia (ne è stato tratto anche un bel film, The Way Back, di Peter Weir), mi è parso che l’odissea dei fuggitivi ricordasse molto da vicino quella descritta ne Gli orrori della Siberia. Dubito che Rawicz abbia mai potuto leggere Salgari, ma in alcuni punti sembra che lui e gli altri cinque disperati abbiano seguito proprio lo stesso itinerario, incontrate le stesse difficoltà. Il che testimonia della preparazione del nostro, che la Siberia la conosceva solo sulle carte e dai giornali di viaggi. A meno che … L’unico precedente di narrazione di un’evasione dai gulag che io conosco è nelle Memorie di un rivoluzionario di Kropotkin, pubblicato nel 1899. Dal momento che il romanzo salgariano è stato pubblicato l’anno successivo, mi piace pensare che sia stato ispirato dalla conoscenza delle opere dell’anarchico russo.

•     C’è una indubbia attenzione di Salgari nei confronti delle nuove tecnologie emergenti, anche se è rivolta più agli aspetti emozionali che a quelli funzionali. Al polo australe in velocipede e Una sfida al polo rispondono naturalmente alle suggestioni e alle curiosità create dalle ultime grandi imprese di esplorazione, quelle polari: ma ciò che le rende particolari è il fatto che questa sfida si gioca coi mezzi tecnici più avanzati dell’epoca, le biciclette e le automobili, in realtà del tutto inadatte a quegli ambienti naturali.

Allo stesso modo, nel dittico dell’aria (I figli dell’aria e Il re dell’aria), che ricalca per molti aspetti le storie di Verne aventi come protagonisti Nemo e il Nautilus, e più ancora le vicende di Robur il conquistatore, si introduce una fantastica macchina volante, lo Sparviero, con la quale i protagonisti sfuggono dapprima ad una esecuzione in Cina e poi alla detenzione in un lembo estremo della Siberia. A differenza di Verne, però, Salgari non sembra affatto interessato ai dettagli tecnici e alla verosimiglianza del mezzo. Lo Sparviero evoca piuttosto le immagini di draghi preistorici che popolano gli odierni racconti fantasy.

•     Sui titoli e sulle copertine. Una parte della mia fascinazione per i romanzi salgariani va riconosciuta anche alle scelte dei titoli e alle copertine. Molte di queste ultime le ricordavo ancora, anche prima di riprendere in mano i volumi per scrivere queste righe. Non mi ero mai preoccupato però di verificare chi fossero gli illustratori. Ho trovato i nomi di Albertarelli, di D’Antona, di Della Valle e di altri maestri che avevo conosciuto negli stessi anni soprattutto attraverso i fumetti. Ho anche realizzato che lo stile delle immagini era esattamente lo stesso di quello dei manifesti cinematografici dell’epoca (e probabilmente erano gli stessi anche gli illustratori), il che contribuiva senz’altro a moltiplicare esponenzialmente le possibilità di fantasticare.

Quanto ai titoli, ne ho sperimentato la particolare forza evocatrice continuando a desiderare invano per anni Le selve ardenti, e fantasticandoci sopra. Quando finalmente sono arrivato a possederlo, ho atteso a lungo prima di leggerlo: un po’ perché avevo ormai parcheggiati in attesa un sacco di altri libri “più adulti”, ma soprattutto perché temevo che la storia si rivelasse non all’altezza di quelle che nel frattempo ero andato mentalmente costruendomi sollecitato da quel titolo straordinario. In effetti andò poi così, le aspettative furono un po’ deluse, ma il potere evocativo comunque rimane. Per rendersene conto è sufficiente fare il confronto con l’omologa titolazione di un altro libro che mi è rimasto carissimo, La foresta in fiamme, scritto da James Oliver Curwood. Questo mi dice di una foresta che brucia, l’altro di un mondo che può spaziare dalla fantasia di Dante a quella Tolkien, anche se il modello linguistico è in questo caso probabilmente D’Annunzio.

Con buona pace di Curwood, e dei non devoti di Salgari, almeno nei titoli non c’è confronto.

Il tesoro dell’isola

di Paolo Repetto, 24 gennaio 2025

Seconda stella a destra, questo è il cammino
E poi dritto fino al mattino
Non ti puoi sbagliare, perché
Quella è l’isola che non c’è
E ti prendono in giro se continui a cercarla
Ma non darti per vinto, perché
Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te
Edoardo Bennato

Il Re di Spagna fece vela cercando l’isola incantata
però quell’isola non c’era e mai nessuno l’ha trovata
svanì di prua dalla galea come un’idea.
Come una splendida utopia è andata via e non tornerà mai più.
Francesco Guccini

In un ipotetico (e sterminato!) indice dei nomi comparsi su questo sito, a ricorrere con maggiore frequenza sarebbe senz’altro quello di Robert Louis Stevenson. Non ci avevo mai fatto caso, ma ora mi rendo conto che è naturale, perché per la mia generazione e per le tre o quattro precedenti Stevenson è stato l’autore “di formazione” per eccellenza: L’isola del tesoro è il romanzo più letto e più amato da adolescenti e pre-adolescenti nell’ultimo secolo e mezzo (almeno fino a quando gli adolescenti hanno continuato a leggere). Non importa che lo abbiano letto in edizioni ridotte o in traduzioni approssimative, o addirittura che molti non abbiano proprio mai preso in mano il libro: lo hanno comunque conosciuto attraverso le innumerevoli versioni cinematografiche, radiofoniche o televisive che ne sono state tratte, o nelle svariate trasposizioni a fumetti.

Il perché di questo successo lo spiega l’autore stesso quando racconta come tutto è nato. Siamo nel 1881, Stevenson ha appena superato i trent’anni, è un intellettuale già affermato, ma gli è stata diagnosticata da poco una tubercolosi (all’epoca incurabile). L’anno precedente ha viaggiato in America, per ritrovare e sposare Fanny, una divorziata molto più anziana di lui conosciuta in Francia. Sentendo aggravarsi il male è poi tornato in Scozia, presso la casa dei genitori, e qui trascorre un inverno eccezionalmente piovoso (anche per gli altissimi standard locali di umidità) in un cottage nelle Highlands scozzesi, davanti al camino sempre acceso. Ad un certo punto si fa prestare matite ed acquerelli da Lloyd, il figlio dodicenne della sua compagna, che sta disegnando la mappa di un’isola, e ne disegna una a sua volta. Attorno alla mappa comincia poi ad immaginare trame che riversa in pagine da leggere la sera, davanti alla famiglia riunita (che tempi! Oggi guarderebbero L’isola dei Famosi). La vicenda è così affascinante che tutti, in primis il padre di Louis e il figlioccio Lloyd, partecipano attivamente, suggeriscono nuovi sviluppi, aggiungono particolari, inseriscono personaggi. Anche gli amici che arrivano in visita ne sono conquistati, e fanno sì che il racconto venga pubblicato a puntate su una rivista per ragazzi. Sarà poi raccolto in volume nel 1883. Ottenendo un successo strepitoso.

Ebbene: cosa ha di straordinario questa storia? Ha che il libro è nato ed è cresciuto all’insegna del divertimento puro. Non era stato commissionato da nessuno, l’autore non inseguiva il successo economico, si concedeva la più assoluta libertà inventiva, se ne infischiava dei codici vittoriani, tanto che la distinzione tra i buoni e i cattivi è parecchio sfumata (vedi la figura di Long John Silver). Era pensato per un dodicenne (e infatti aveva un dodicenne per protagonista), per fargli sognare un futuro, ma al tempo stesso offriva una almeno temporanea via di fuga dallo sconforto ad un malato trentenne e una occasione di nostalgia vivificante a un sessagenario.

Dovremmo praticare a scadenze trentennali la rilettura de L’isola del tesoro. È una rivendicazione di libertà: per Stevenson lo era nei confronti del male, della malattia, di un futuro che a quel punto sentiva come già segnato; per tutti noi potrebbe esserlo nei confronti delle gabbie del consumo e dello spettacolo che ci hanno (e ci siamo) costruite attorno, e delle nuove ortodossie linguistiche e sociali che ci vengono imposte (a proposito, in tutta la vicenda non c’è – a parte quella marginale della madre di Jim – una figura femminile che giochi un qualsivoglia ruolo. Mi chiedo come mai Stevenson non sia ancora stato iscritto nel libro nero del politically correct).

Jim Hawkins, il protagonista, non la vive naturalmente in questo modo. Si trova suo malgrado coinvolto in una vicenda più grande di lui, e poco alla volta, attraverso le avventure e le disavventure cui va incontro, matura un suo personalissimo codice etico, che lo porta ad esempio a simpatizzare per Long John Silver, pur avendo ben chiaro che si tratta di un malfattore, piuttosto che con il tronfio e ciarliero cavaliere Trelawney (e lascio immaginare quanto potessi condividere quella simpatia, a otto o nove anni, avendo in casa chi su una gamba sola faceva cose altrettanto formidabili. Silver mi forniva, anche di fronte ai miei compagni, un motivo di riscatto e di orgoglio per mio padre, la cui menomazione fino a quel momento mi aveva un po’ imbarazzato).

Jim comunque non è un ribelle, come non lo era d’altra parte Stevenson: non mette in questione ruoli, convenzioni, diseguaglianze sociali, ma valuta gli uomini per quello che valgono quando sono chiamati ad agire. Impara che si può affrontare la vita in molti modi, l’importante è darsi la possibilità di scegliere ed essere protagonisti delle proprie scelte.

Insomma, alla sua figura non vanno attribuiti significati cui Stevenson non ha mai pensato. Questi semmai gli sono stati attribuiti da tutti coloro che hanno sognato di viaggiare con lui sulla Hispaniola, me compreso. Jim è stato il precursore di TinTin, di capitan Miki, del piccolo sceriffo, degli eroi adolescenti che hanno popolato tra la fine dell’800 e la prima metà del secolo successivo l’immaginario letterario e quello fumettistico. Ma con una particolarità: è forse l’ultimo che ancora si sottrae al processo di “domesticazione” della gioventù avviato di lì a poco (o che era già in corso: Cuore è pubblicato quasi contemporaneamente a L’Isola del tesoro, ed è ambientato nello stesso anno in cui Stevenson scriveva il suo romanzo). Di questo processo ho comunque già parlato altrove (in Sterminate i nativi digitali) e per evitarvi noiose ricerche mi tocca ancora una volta autocitarmi:

«I giovani esistono solo se intesi (molto vagamente) come classe sociale. Anche questa però è un’invenzione recente, che non risale oltre Rousseau. Anzi, a dispetto di tutte le anticipazioni romantiche … fino ai primi del Novecento l’idea che la giovinezza potesse essere considerata come una età a sé stante della vita, con problemi ed esigenze specifiche che chiedevano specifiche risposte, aveva ancora una circolazione clandestina. Poi qualcosa si muove. Libri come Peter Pan, Il mago di Oz e I ragazzi della via Pal, o lo stesso Kim, pubblicati tutti nel primo decennio del ventesimo secolo, che parlano di ragazzi che escono dal guscio familiare o si organizzano autonomamente, sono sintomatici. Ma nello stesso periodo scatta anche immediata e subdola la reazione: le energie espresse da questa nuova autocoscienza adolescenziale vanno disciplinate, incanalandole in movimenti che possano essere tenuti sotto controllo e all’occorrenza strumentalizzati. I Rimbaud sono pericolosi. Allo scoppio della prima guerra mondiale boyscout e wandervogel tedeschi, ma anche i futuristi nostrani, corrono invece ad arruolarsi entusiasti.

Nel periodo tra le due guerre il concetto di una “condizione giovanile” che accomuna tutta una fascia d’età e alla quale spetta il compito di costruire un mondo nuovo viene enfatizzata e istituzionalizzata soprattutto dai regimi totalitari. È il periodo di “Giovinezza, giovinezza”, dei balilla e della gioventù hitleriana, del Komsomol sovietico, ed è in questi contesti che la gioventù acquisisce per la prima volta lo status di “valore in sé”. Ma si tratta di un “valore” definito e attribuito dall’alto.

Solo nel secondo dopoguerra questo riconoscimento si traduce in una “cultura giovanile” apparentemente autonoma (capace cioè di esprimere dall’interno i suoi codici, la sue finalità e le sue regole). Nella realtà, però, dietro il ribellismo e la presunta autocoscienza giovanile si compie la fase finale della domesticazione […].

Ecco cos’è accaduto: i giovani sono diventati un target. Un target innanzitutto economico, ma in seconda battuta, e in correlazione, anche politico. Industrializzazione e riarmo ne hanno fatto nei primi del Novecento dei soggetti privilegiati di interesse sociale. Ora vanno a costituire la fascia alla quale faranno sempre più appello non solo i pubblicitari ma anche gli aspiranti dittatori, i populisti, i nuovi redentori del mondo».

Non è certamente questo il caso di Jim Hawkins. Nella sua storia non ci sono insegnamenti morali o pretese pedagogiche, non c’è neppure alcun assunto “virtuoso” (amor di patria, difesa dei deboli, riscatto degli umili). Jim è spettatore partecipe della lotta che si scatena attorno ad una grande ricchezza, che è stata ammassata con rapine, saccheggi, omicidi. Divide con gli altri sopravvissuti il bottino finale, e in tal senso non si fa alcuno scrupolo. Vuole solo che le parti siano ben fatte e che nessuno cerchi di fregare gli altri, secondo un elementare senso di giustizia. Quanto all’avventura. non l’ha cercata per una qualche motivazione ideale o pratica, ma gli è capitata addosso, è venuta lei a cercarlo nella sua locanda. Lui è semplicemente stato bravo a cavalcarla, e questo fa si che qualunque lettore possa rispecchiarsi nella sua storia.

I significati vanno piuttosto cercati in quella che è la vera protagonista del romanzo: l’isola.

Per cominciare, l’isola c’è, checché ne pensino Bennato e Guccini. Intendo dire che quando Stevenson ne ha disegnata la mappa l’aveva già in mente da tempo: era convinto che esistesse anche fisicamente, e che davvero nascondesse un tesoro. Sembra infatti che nel corso del suo soggiorno a San Francisco, l’anno precedente la scrittura del libro, fosse venuto a conoscenza di una misteriosa vicenda. Nel 1819 una nave che trasportava verso le Filippine i tesori della cattedrale di Lima, messi in salvo dagli spagnoli per sottrarli all’avanzata delle truppe rivoluzionarie di Simon Bolivar, era stata arrembata e affondata da un veliero pirata. Malgrado i pirati fossero stati catturati qualche tempo dopo, il bottino era scomparso: ma dalle rivelazioni fatte da uno di loro prima di essere impiccato risultava potesse essere sepolto a Cocos Island, un’isoletta deserta situata duemilacinquecento miglia a occidente delle coste dell’America Centrale, all’altezza del litorale del Costarica. La caccia al tesoro era partita immediatamente, e torme di avventurieri erano approdate all’isoletta e avevano scavato in ogni dove, senza però trovare alcunché.

Questo è quanto con ogni probabilità Stevenson sapeva al momento in cui disegnava la mappa. La faccenda però si complicò ulteriormente quando lo scrittore, a caccia di climi più clementi coi suoi polmoni, si trasferì con tutta la famiglia nei Mari del sud, nella principale delle isole Samoa. Veleggiando lungo tutto l’arcipelago non dovette occorrergli molto per scoprire che a meno di duecento miglia dalla sua nuova dimora si trovava un’altra isola, anch’essa completamente disabitata, oggi denominata col nome polinesiano di Tafahi, ma in quegli anni conosciuta ancora come Cocos Island (a 15°85’ di latitudine sud e 173°71’ di longitudine). L’isola era addirittura visibile da Samoa ad occhio nudo, in giornate particolarmente limpide. Eppure Stevenson, che ha lasciato un diario dettagliato delle sue navigazioni nelle acque polinesiane, non la cita mai.

In effetti la cosa è strana: la nuova Cocos Island, infatti, pur essendo tre volte più lontana della prima dalle coste americane, si trova sulla rotta naturale dettata dalle correnti che da Capo Horn risalgono in direzione occidentale il pacifico. Una rotta che potrebbe essere stata plausibilmente seguita dai pirati per evitare la caccia delle navi spagnole sguinzagliate sulle loro tracce. A Stevenson questa ipotesi non dovrebbe essere parsa tanto peregrina; gli avrebbe fornito la spiegazione dei moltissimi fallimenti dei precedenti cercatori, indotti in errore dall’omonimia. E avrebbe motivato i suoi discreti silenzi e le sue frequenti uscite in mare, di più giorni, da solo o con compagni fidatissimi, annotate senza alcuna specifica delle mete e delle motivazioni. Naturalmente non risulta abbia mai trovato qualcosa, anche se qualcuno, ad esempio lo scrittore franco-tedesco Alex Capus, che sulla vicenda ha scritto un gustoso docu-romanzo (Cocos Island, Casagrande, 2009), si chiede da dove arrivasse la ricchezza ostentata, dopo la morte di Louis, dai suoi famigliari.

Ma anche queste sono solo congetture, intriganti quanto si vuole ma che non aggiungono “significati” al romanzo. L’isola che a me interessa esiste invece indipendentemente da ogni localizzazione o identificazione. Esiste intanto perché è un luogo letterario per eccellenza, soprattutto della letteratura per adolescenti. Io non ho fatto altro per anni che veleggiare da un’isola all’altra, partendo da quella di Peter Pan e da Lilliput per approdare a quella di Robinson Crusoe, passando poi appunto per Stevenson, per Mompracem, per l’Isola misteriosa di Verne, ma anche per quelle dei fumetti di Craveri, e proseguendo in compagnia di Melville e di Dumas. L’ho ritrovata persino a scuola, in Omero naturalmente, in Luciano di Samosata, in San Brandano, nell’Ariosto, e giù giù sino ad approdare alla Morante.

Insomma, ho fatto una scorpacciata di isole, e ancora oggi ne sono ghiotto. Credo dipenda da un lato dalla mia natura pelagica, dall’altro dal fatto che un’isola ha confini ben definiti, è circoscritta, si presta ad essere esplorata e mappata sistematicamente, soddisfacendo la mia smania di completezza, e al tempo stesso consente di muoversi da ogni lato verso uno spazio aperto. C’entrano anche senz’altro le suggestioni infantili, le immagini di isole lacustri di un calendario tedesco o svizzero d’anteguerra, regalatomi da mia zia e rimasto appeso in cucina per anni, o la descrizione fiabesca fatta da mio padre dell’isola Bella, dove aveva portato mia madre in viaggio di nozze. Si era nell’immediato dopoguerra, in bassa stagione, avevano l’albergo tutto per loro a un prezzo irrisorio (anche se tre soli giorni di permanenza furono sufficienti a bruciare le poche lire racimolate cucendo tomaie). Immagino abbiano pensato di vivere per un attimo nel sogno.

Ecco, qui entrano in gioco, sia pure da un ingresso laterale, i significati. Non voglio farla lunga, né forzare la lettura, e rovinarla a chi non l’avesse ancora intrapresa: ma prescindendo dalle mie personalissime esperienze, e dalla misteriosa ricerca di Stevenson, l’isola c’è perché è stata da sempre il luogo dell’utopia, ben prima che Tommaso Moro ne certificasse la natura. Le Esperidi e le isole Fortunate degli antichi, la terra dei Feaci o l’Atlantide di Platone, il paradiso terrestre dei monaci irlandesi di san Brandano, erano trasposizioni di sogni, di bisogni, di speranze. Nel loro caso direi soprattutto di rimpianti: la beata età dell’oro della narrazione mitica spiega in realtà il presente come decadenza da un’originaria condizione di felicità, quando dèi e uomini vivevano insieme sulla terra, mentre l’utopia moderna nasce dalla volontà di sfuggire all’angoscia del presente in un mondo immaginario. Le isole si sono comunque in entrambi i casi perfettamente prestate ad ospitare progetti di trasformazione collettiva o di rinascita individuale. E sono proprio questi progetti i tesori che una miriade di sognatori, di riformatori, di avventurieri, di esuli più o meno volontari, ha continuato in millenni di storia umana a perseguire.

Le isole sono però anche il luogo del disincanto. Ulisse ne trova a bizzeffe, e torna tuttavia, magari in qualche caso con un pizzico di rimpianto, a rimettere piede nella realtà della sua Itaca (che è un’isola anche quella, a dire il vero, ma non lo sembra). E così fanno tutti gli altri: Gulliver, Robinson, Jim, Ruggero. Tutti i turisti dell’utopia tornano disincantati perché o non hanno trovato il tesoro, o se l’hanno trovato ne hanno immediatamente scoperto i costi e la maledizione. I paradisi promessi al momento dell’approdo si rivelano, quando ci si spinge all’interno, inferni terrificanti. L’isola di Alcina o quella de Il signore delle mosche ce ne offrono due immagini esemplari.

Allora bisogna capirci. Il tesoro dell’isola non è propriamente l’utopia: è il sogno che alimenta la nostra volontà di cercala, quello mirabilmente narrato da Stevenson. E come ogni sogno che si rispetti non dovrebbe mai essere costretto a poggiare i piedi per terra, a snaturarsi e a piegarsi sotto il peso della realtà. A noi il tesoro non conviene trovarlo: deve rimanere sull’orizzonte, spostarsi in avanti mano a mano che procediamo. E a dispetto dell’esito della sua ricerca anche Jim Hawkins sembra pensarla così, se chiude con queste parole il suo racconto: “Neanche un tiro di buoi potrebbe riportarmi in quell’isola maledetta; e i miei più paurosi incubi sono quando sento i cavalloni tuonare lungo la costa, o balzo d’improvviso sul mio letto, con negli orecchi la stridula voce del capitano Flint: “Pezzi da otto! Pezzi da otto!”.

Raschiando il fondo del barile

di Vittorio Righini, 3 gennaio 2025

La Simenon.tm è una sussidiaria della GSL, Georges Simenon Limited, così come lo è la “Maigret”.

La prima si occupa di tutti i lavori di Sim (d’ora in avanti lo indicherò così) ma non di quelli letterari, cioè non dei romanzi e delle autobiografie, né dei Maigret, per i quali appunto c’è un’apposita sussidiaria, bensì solo di quelli a carattere di corrispondenza sia privata che professionale, resoconti, disegni, foto scattate da Sim (e non solo, come vedremo) e sceneggiature.

La GSL invece si occupa del “grosso” del materiale, cioè centottantatrè romanzi ufficiali a suo nome e un numero imprecisato di racconti (a suo nome o con pseudonimo), mentre il lavoro totale di Sim arriva a oltre circa cinquecento opere.

La Simenon.tm ha pensato bene di raschiare il fondo del barile, in particolare recuperando gli articoli di corrispondenza giornalistica scritti da Sim per molte famose testate francesi e internazionali, soprattutto nella prima parte della sua vita lavorativa. In effetti, ultimamente (diciamo negli ultimi sei anni), sono saltate fuori, dal sale nel fondo del barile, alcune sardine. E di queste sardine, qualcuna è andata a male, qualcuna no.

I titoli dei Sim.tm che sono usciti per i tipi di Adelphi (l’editore che detiene tutti i diritti per l’Italia), si differenziano da tutti gli altri Sim dell’Adelphi per un particolare formato: misurano 18 x 11 cm, quindi sono più piccoli dei prodotti tradizionali dell’editore milanese, le copertine sono azzurrine, con una foto abbozzata sullo sfondo, e ospitano spesso all’interno piccole fotografie in b/n.

I titoli ci sono stati offerti in dose di uno all’anno, come segue:

  • Il Mediterraneo in barca, 2019
  • Europa 33, 2020
  • A Margine dei Meridiani, 2021
  • Dietro le Quinte della Polizia, 2022
  • L’America in automobile, 2023
  • Una Francia sconosciuta, 2024

Proverò a dare una mia interpretazione di questi lavori, che vale per quel che vale, cioè ben poco: ma parte le oggettività in questi casi è solo questione di gusti. Non rispetterò l’ordine cronologico.

Una Francia sconosciuta, 2024 – 187 pagine (66 dedicate alle fotografie, circa 120 di testo)

Premetto che di fotografie fatte da Sim ce ne sono cinque o sei, le altre le ha scattate un fotografo di origine Ceca, Hans Oplatka, che lavorava con Sim nel settimanale Vu. Anni dopo i suoi temerari viaggi su una barchetta a motore e remi per i canali della Francia, Sim ripercorrerà con il fotografo, ma in auto, i viaggi fatti ai tempi in barca, ricavandone un bottino di duecento foto.

Le fotografie son ben fatte, e benché piccole risultano nitide e leggibili, nonostante la inadatta carta di stampa usata per questi minuscoli Adelphi. Il merito è di Oplatka, che il fotografo lo faceva di professione. Se si confrontano le sue foto con le poche fatte da Sim, le prime cinque o sei, o con quelle del libro illustrato Fotografie di Viaggio, (2007, foto di Sim e testo di Freddy Bonmariage), e di altri libri ancora come Il Mediterraneo in barca, si evince che Sim era appassionato in fotografia tanto quanto lo posso essere io, ma non era certo un professionista, anche se era abituato, da corrispondente giornalistico, ad uscire di casa con la macchina fotografica sulle spalle (o in tasca, una piccola Leica acquistata nel 1931 su consiglio di Oplatka) per cogliere i fatti salienti della cronaca, spesso nera, che doveva raccontare al pubblico (in ispecie i primi tempi per la Gazette de Liege). Va ascritta però a suo merito un’innovazione non da poco: pretese che i primi due Maigret avessero sulla copertina una foto a tutta pagina, che in tempi in cui l’editoria francese era dominata dal bianco delle copertine Gallimard, fu un notevole shock. E per le copertine, Sim non usava foto sue, ma di Germaine Krull, di Man Ray, di Robert Doisneau …e scusate se è poco.

Questo libretto raccoglie tre articoli giornalistici scritti tra il 1931 e il 1937, dal titolo:

  • Une France inconnue ou L’aventure entre deux berges, marins pour rire, marins quand meme, 1931
  • Au fil de l’eau, 1932
  • Long cours sur les rivieres et les canaux, 1937

Ai quali se ne aggiungono due successivi:

  • La France souriante, 1977
  • Una Francia sconosciuta o L’avventura tra due sponde, 2024

Sono tutti figli del viaggio di sei mesi, compiuto nel 1928 in barca, lungo parte dei 15.274 km. di vie navigabili in Francia a quei tempi (oggi solo una parte assai ridotta è ancora navigabile senza permessi da un’ utenza turistica, sul Canal du Midi, sul canale laterale della Loira, sulla Garonna e sul Canal de Bourgogne).

Sim viaggia su una barchetta di 4 o 5 metri, con un piccolo motore ausiliario da 3hp, e al traino lega una piccola canoa sulla quale carica attrezzatura e viveri. Si imbarca con la moglie Tigy, la domestica (e amante) Boule e Olaf, il cane di razza danese da 60 kg. Sim e Tigy dormono in barca, Boule e Olaf in una tenda sulla riva. Le difficoltà e le piacevolezze del viaggio, con aneddoti e con informazioni utili (soprattutto ai tempi) per la navigazione fluviale, sono il sale del racconto. Soprattutto, ci aiutano a capire l’uomo Sim, non lo scrittore e le sue fantasie. Per lo scrittore invece, chi conosce Maigret capisce da dove saltano fuori certi suoi romanzi con ambientazione fluviale (La Chiusa n. 1, La casa sul Canale, Il cavallante della Providence, La balera da due soldi e altro ancora), o perché tutte le domeniche Jules Maigret vuole andare a pescare in riva al fiume con la sua cara moglie, e poi a pranzo in trattoria.

Un solo aneddoto: quando ormeggiavano alla fonda, Sim ad un certo punto fischiava, segnale per Boule di preparare il caffè; poi Boule si metteva il vassoio in testa, e con l’acqua fino alla gola recapitava la calda bevanda a marito e moglie! che tempi, che tempi!!!

Sim, l’uomo più detestato dalle donne moderne, il più invidiato tra i moderni anziani …

Le ripetizioni tra i vari articoli non sono rare, e a volte davvero tediose, ma è lo scotto da pagare per non aver manipolato i testi originali, per cui io questo libretto lo consiglio, a me è piaciuto e nel mio indice di valutazione, che è in sardine da 1 a 5, do:

Il Mediterraneo in barca, 2019, 189 pagine, 24 foto in b/n scattate da Sim, provenienti dall’archivio Simenon, curato da sua moglie Tigy, che era, come scrive Matteo Codignola in una nota a fine libro, “meticolosa ma laconica”, perché le foto erano inserite negli album in ordine cronologico, ma prive totalmente di didascalie, tranne i nomi delle città in cui fece scalo la goletta.

I nove articoli giornalistici che compongono questo libro furono commissionati dal settimanale Marianne “grand hebdomadaire littéraire illustré”, che li pubblicò nell’estate del 1934 col titolo Mare Nostrum e il sottotitolo “La Méditerranée en goélette”.

Sim e Tigy, con la cuoca e cinque uomini di equipaggio, s’imbarcano su un brigantino-goletta battezzato “Araldo”, con equipaggio toscano, per fare il giro del Mediterraneo. Uno dei principali pregi del libro è che ci porta nelle baie e nei porti del Mediterraneo com’erano novant’anni fa circa, e l’occhio di Sim è critico e benevolo, innamorato dell’acqua (mare, laghi e soprattutto fiumi) e incuriosito dalla gente, che ritrae con un pennello a volte di crine, a volte di ferro, ma spesso con un’angolazione corretta. (Mi vengono in mente gli stupendi tre libri di Goran Schildt, che subito dopo la Seconda Guerra scende, via canali, dal Nord, e naviga tra le isole greche e turche e nel Mediterraneo)

Da Porquerolles, dove il viaggio inizia, a Arbatax, dove si conclude l’ultimo tratto di penna, è una analisi (giornalistica, appunto) nella quale si parla anche di sfruttamento della prostituzione, dei problemi delle famiglie rimaste senza un padre perché emigrato, della povertà in assoluto delle coste del Mare Nostrum, ma anche della qualità della vita, cosa che gli americani non comprenderanno mai. Il che si traduce in una tutt’altro che velata critica all’economia americana e alle sue basi.

Voto:

A Margine dei Meridiani, 2021, 223 pagine, 50 fotografie in b/n. Album del viaggio effettuato nel 1935 intorno al mondo.

Questo è forse il libro contenente la raccolta di articoli più confusi e disomogenei che abbia mai letto in Sim. L’interesse per la fotografia va scemando, non è più prioritario come in passato, lo sfocato a volte prevale, come sfocata è la realizzazione di questo lavoro.

Il libro consta di cinque racconti, il primo dei quali, dal titolo Il Paese del freddo (1933) è per me il meno peggio. Vi si narra la vita dei popoli dell’estremo nord, tra i pescatori delle Lofoten, i pastori Lapponi, e la bellezza del grande bianco contrapposto alla immensa notte del Nord.

Il Misterioso dramma delle Galàpagos, del 1935, è il resoconto del viaggio di Sim, per conto di Paris Soir, in quelle remote isole per indagare sul misterioso ritrovamento di due cadaveri, un anno dopo i fatti. Non essendo una storia di Sim, non essendoci un Maigret a dipanare la matassa, gli avvenimenti non hanno né capo né coda, e si mischiano in una confusione totale che solo nella realtà si può prefigurare, non nella penna di un romanziere: perché se fosse stata una storia sua avrebbe ricamato all’uncinetto gli indispensabili dettagli per agevolare il lettore.

Panama, ultimo crocevia del mondo (1939), parla della nascita quasi dal nulla di una città per motivi unicamente commerciali ed economici (il Canale), e degli sviluppi che ne derivano. Un articoletto non certo da prima pagina.

Tahiti o I gangster nell’arcipelago degli amori (1935) è totalmente incongruo. Stranamente, le foto di bellissime fanciulle poco vestite sono particolarmente riuscite, ma altre foto dei luoghi sono del tutto anonime. Sim ha vissuto a Tahiti nella casa in cui aveva abitato Murnau (l’autore e regista di Nosferatu e di molti altri capolavori dell’orrore dei primi anni del Novecento) per girare Tabù, ambientato in Polinesia, un film che creò enormi problemi al regista. I Tupapau, i fantasmi che avevano terrorizzato il regista, non è da escludere che abbiano turbato anche le notti di Sim; di certo l’uomo che ritornò in Francia era più maturo, più consapevole, e più pronto a scrivere i capolavori che seguirono in quegli anni.

Voto:

Dietro le quinte della polizia, 2022, 281 pagine, 37 foto in b/n

Non bisogna farsi tentare dal Sim romanziere; stiamo sempre scrivendo di articoli commissionati da quotidiani, settimanali, mensili, comunque giornalismo, non racconti. Nonostante la premessa, in questo libro, anche per dar corpo al contenuto, (che altrimenti si sarebbe ridotto alla metà) Sim inserisce brevi resoconti dei casi più difficili e curiosi. C’è sempre il solito ricercare l’aspetto umano in ogni criminale, ma in questo libro sono presentati anche i tratti della Parigi più misteriosa, lugubre e malfamata, almeno a quel tempo. Oggi è davvero tutto molto cambiato, le grandi città, tutte, sono pericolose se non si pone una minima attenzione, se non si evitano certi quartieri; ma nella rive gauche, quella narrata nel libro, ci si trova in zone piene di studenti, di localini non troppo costosi, di qualche vecchia bottega e di un certo fascino accogliente.

Il libro parte da un assioma:

  1. Maigret è Commissario al Quai des Orfevres;
  2. Sim ne è l’autore;
  3. Sim viene invitato a vivere qualche giorno nell’ambiente del Quai des Orfevres dei tempi (il 1931, poco dopo l’uscita di Pietr il Lettone, uno dei migliori lavori di Sim con Maigret);
  4. Sim deve quindi descrivere l’ambiente che tanto gli ha reso in termini di fama.

E in effetti lo fa, raccontando senza remore i bruschi metodi dell’epoca, ma con stima e con una tacita approvazione di quei vecchi metodi nei confronti del moderno lavoro del poliziotto.

Fondamentalmente questo libro mi dà poco, non scopro nulla di nuovo se non qualche breve e curiosa storia di cronaca giudiziaria, ma tutto sommato preferisco l’altra interpretazione, cioè quella romanzata da Sim nel Maigret Memorie, in cui un giovane e sfrontato cronista (George Sim) viene invitato a visitare il Quai des Orfevres e a conoscere internamente i metodi in esso usati, non più solo per sentito dire.

Voto:

Europa 33, 2020, 2ª ediz., 377 pagine, 67 foto in b/n.

Uno dei motivi che mi hanno fatto amare Sim è il suo profondo indagare l’essere umano ma, alla fine, non dare un giudizio. Se fate caso, per esempio, il colpevole, in un Maigret qualunque, una volta che è stato arrestato non è mai criminalizzato, ma anzi si tende ad avere un po’ di compassione per lui (esempio eclatante il romanzo – non Maigret – Lettere al mio giudice).

E in questa Europa del 1933 di storie da raccontare ce ne sono, di personaggi ancor di più. Sim si occupa in questo libro dei più disagiati, di quelli che fanno la “vera” fame, soprattutto nell’Europa dell’est, nell’ex impero zarista. Non tutte le fotografie (Sim non si fece accompagnare da un fotografo professionista, ma insieme a Tigy fu l’autore di tutte le immagini proposte) sono ben fatte, ma alcune sì, bisogna dargliene atto, e non tutti i personaggi e le storie raccontate sono così interessanti, ma narrano la storia vera dell’Europa che si avvia al secondo conflitto mondiale.

Avevo letto Sir Patrick Leigh Fermor, che nel primo libro della sua trilogia (Tempo di regali) attraversa la Germania e l’Austria nel dicembre del 1933, e lo fa con maggiore intensità e poetica di Sim; il suo è il resoconto di un viaggio, e anche quello di Sim lo è, ma con un taglio giornalistico. Poi, mentre Fermor impiega molto tempo camminando a piedi attraverso i campi e le fattorie e le città, e si immerge con rispetto e delicatezza in quella cultura in subbuglio con un viaggio lento, in modo mai aggressivo, Sim invece viaggia spedito, pagato dal giornale di cui è corrispondente, e le sue descrizioni sono meno poetiche, anche se pur sempre intense. Lui si definisce “un fabbricante di istantanee”, e trova grande accoglienza su Voilà, rivista ideata nel 1931 da Gaston Gallimard ed espressamente dedicata ai reportage d’autore.

Il libro ha anche una consistenza diversa rispetto agli altri della serie, con ben 377 pagine, perché il viaggio si dipana su più fronti, nell’arco di quasi sei mesi. Salta subito all’occhio la scarsa simpatia che Sim nutre verso il regime sovietico e le sue forme oppressive della libertà individuale. Dal Belgio alla Turchia, dalla Germania alla Polonia, dalla Lituania all’Ucraina e alla Georgia, Sim attraversa gran parte del vecchio continente da Nord a est, ben raccontando le numerose preoccupazioni e pulsioni che intaccano la serenità di quei popoli prima della guerra. È un ottimo libro a mio parere, tra i più seri nella serie del barile: forse è un po’ freddo, ma si merita un plauso.

Voto:

L’America in automobile, 2023, 185 pagine, 1 ill. b/n nel testo e 20 foto in b/n.

Sim si reca nel 1945 negli Stati Uniti, non per diletto, ma per filarsela dalle accuse di collaborazionismo e dalle minacce di epurazione subite alla fine della guerra. Naturalmente, con l’animo del curioso indagatore dell’animo umano, e del giornalista, si spinge in un viaggio dal Maine al Golfo del Messico, con una Chevrolet a noleggio, in compagnia della sua Tigy e del figlio Marc (1939-1999, nella vita un buon regista cinematografico), mentre la segretaria e l’istitutrice del figlio viaggiano su una Oldsmobile. Si stabilisce in Canada, nel Nouveau Brunswick (oggi New Brunswick, di lingua anglofona e francofona), un posto tranquillo e al riparo dalle grane francesi, ma il suo occhio è rivolto a sud, agli Stati Uniti, verso i quali prova una grande curiosità. Il libro altro non è che il diario del viaggio del 1946, circa 5.000 km. dal freddo del nord al caldo del sud e della Florida. Percorrendo prevalentemente la Route 1, l’autore si innamora di quei territori e delle loro genti, che trova, soprattutto nel sud degli USA, cordiali ed ospitali. (ma allora, Easy Ryder e tutte le storie simili che ci hanno propinato, cosa ce le hanno raccontate a fare? ah, forse perché lui, uomo bianco con famiglia bianca, arriva in Chevrolet, alloggia in Hotel, e agli occhi dei locali appare come un agiato turista in viaggio con famiglia? o forse erano semplicemente altri tempi? lasciamo perdere).

Sim vivrà dieci anni nel Nord America, cinque nel Minnesota, e in quegli anni produrrà alcuni dei migliori racconti di Maigret. Il libro a me è piaciuto poco, non amo gli Stati Uniti di oggi, forse quelli di allora erano diversi. Questo mi condiziona, e il voto ne è la conseguenza. Non fateci caso.

Voto:

Termina qui la mia piccola analisi dei reportage di Sim, ma ho letto che c’è ancora uno strato di sale in fondo al barile, e si prevedono nuove sardine in futuro. Non so, forse finiranno per rovinare il legno della botte. Per me così basta e avanza.

P.s.: mi scuso per aver giudicato in sardine, sono il primo che odia le classifiche, era solo per scherzare un po’…

I romanzi gialli e gli autori inglesi (parte ottava)

Wilkie Collins. Donne, diamanti e passeggiate oziose

di Paolo Repetto, 6 dicembre 2024

Appena ho accennato che su Wilkie Collins (1814-1889) avevo anch’io qualcosa da dire, a Vittorio non è parso vero ammollarmi l’ultimo capitoletto della sua rubrica. E così mi ritrovo a parlarvi di un libro letto tantissimi anni fa, e mai più riletto: ma anche di un autore che solo recentemente ho scoperto aver scritto dei gustosissimi diari di viaggio. Per cui questa recensione si dividerà in due parti, la prima dedicata al giallista e la seconda mirata a scoprire il viaggiatore.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 01

Dalle nostre parti Wilkie Collins non gode di grande notorietà, anche se moltissimi dei suoi romanzi e dei suoi racconti sono disponibili in italiano (il più famoso dei primi, La pietra di luna, è stato edito in ben tredici traduzioni diverse), Forse ha pesato sulla scarsa fortuna italica dell’autore proprio l’etichetta di antesignano della letteratura poliziesca, un genere che qui da noi continua ad essere considerato bene o male di serie B.

In realtà Collins non è un giallista: o almeno, lui non sapeva di esserlo, e credo che nemmeno ci avrebbe tenuto. Scriveva storie di fantasmi e di misteri, nel solco della tradizione romantica, e influenzato senza dubbio dal suo amico Charles Dickens: ma infarciva i contenuti di tematiche sociali e psicologiche, mentre il suo stile lo apparentava piuttosto ai pre-raffaelliti (con molti dei quali era in relazione di amicizia) che agli autori “realisti” suoi contemporanei. Proprio in relazione al tipo e all’oggetto della sua scrittura fu coniato il termine di “sensation novel”. Tuttavia può entrare di diritto nella nostra galleria per aver strutturato quasi tutte le sue opere, anche quelle che con la giallistica non hanno nulla a che fare, sul modello dell’indagine poliziesca.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 02L’opera più riuscita di Collins è considerata La donna in bianco (1860), che gioca tutto sulla misteriosa e inquietante somiglianza tra due donne che non si conoscono. La spiegazione del mistero arriverà solo al termine di una ricerca ricca di suspence e del susseguirsi di molteplici colpi di scena. La vera novità consiste però nel fatto che il romanzo ha la forma di un racconto corale, nel quale sono diversi testimoni a “deporre” circa la loro conoscenza dei fatti.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 03Qui prendiamo tuttavia in esame il romanzo forse più famoso, La pietra di Luna. La vicenda è assai complessa, anche in questo caso viene raccontata da più voci diverse, proposte attraverso le relazioni o le lettere di una decina di personaggi, e procede a ritroso: la verità la si scopre cioè frugando nel passato. C’è di mezzo un diamante grosso come un uovo, la Pietra di Luna appunto, trafugato in un tempio induista da un generale delle forze coloniali inglesi e lasciato in eredità ad una nipote. Ci sono un giovane onesto e un po’ sprovveduto, innamorato della ragazza, che ad un certo punto viene ingiustamente accusato di aver fatto sparire il prezioso, e un altro spasimante, una perfetta carogna, vero responsabile della sparizione. Ci sono anche tre bramini arrivati dritti dritti dall’India per recuperare il sacro talismano, che si muovono nell’ombra. Insomma, c’è tutto ciò serve che per farne un feuilleton con sfumature poliziesche (e infatti del romanzo sono state fatte varie versioni cinematografiche e televisive, una anche in Italia nel 1974, che all’epoca mi era parsa inguardabile – e tanto più probabilmente lo sarà oggi). Alla fine c’è naturalmente l’happy end, i misteri si sciolgono, i buoni hanno la loro rivincita, i bramini il loro diamante, lo spasimante sciagurato e fellone fa la fine che si merita.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 04È un bel libro? Onestamente, non lo so. L’ho letto quasi sessant’anni fa, e per questa occasione l’ho soltanto risfogliato. All’epoca digerivo mattoni di ogni peso e dimensione (ma anche questo come spessore non scherza): credo che oggi non riuscirei ad arrivare sino in fondo. Ricordo comunque l’impressione generale che ne avevo tratto, che era di una certa lentezza, ma la cosa non fa testo: arrivavo fresco della lettura di Salgari e di Kim, ero avido di azione e di avventura, e il modo in cui l’opera era strutturata, ma soprattutto la presenza di una storia sentimentale, con protagonista una figura femminile incapace di apprezzare, la buonafede del protagonista, di andare al di là delle apparenze, non aiutava certamente. Inoltre Collins scrive bene, ma non è Kipling o Stevenson, e nemmeno Dickens, che pure oltre che un amico era il suo mentore, e ne apprezzava lo stile. Io poi l’ho letto in una traduzione d’anteguerra (s’intitolava Il diamante indiano, il traduttore era Alfredo Pitta – l’ho ritrovata su Wikipedia), e anche se all’epoca allo stile badavo poco e Pitta era un eccellente traduttore, la trasposizione in italiano pesava parecchio (ho una mia teoria sulle trasformazioni minime subite dalla lingua inglese negli ultimi due secoli, al contrario di quanto è avvenuto per quella italiana.

Comunque, La Pietra di Luna conobbe alla sua uscita un incredibile successo, ma non fu una rivelazione: come ho anticipato Collins aveva già pubblicato anni prima quella che è probabilmente la sua opera più importante, La donna in bianco, e una serie di altri romanzi che gli avevano procurato una certa notorietà presso il grande pubblico.

E non era noto solo per le sue opere, ma anche per le sue stranezze. La natura non lo aveva trattato coi guanti. Era di statura men che mediocre, con una testa sproporzionatamente grande rispetto al corpo; inoltre un’evidente protuberanza gli deformava da un lato il capo. Era miope e goffo nei movimenti, e a partire dai trent’anni si rivelò affetto da una forma di diabete cui certamente non giovavano le abitudini di vita disordinate (l’alcool, l’amore per la buona cucina e per il sesso, il laudano. Quest’ultimo soprattutto: negli ultimi anni per lenire i crescenti dolori ne assumeva dosi che avrebbero stroncato un cavallo). Fin da giovanissimo sfidò tranquillamente tutte le convenzioni borghesi, nell’abbigliamento, nei rapporti (visse praticamente da bigamo, con una situazione sentimentale incasinatissima, ma che lui reggeva con estrema naturalezza), nelle tematiche affrontate. Nei suoi romanzi si parla ad esempio dei problemi connessi all’handicap fisico, di ossessioni sessuali narrate senza reticenze, dei lati oscuri dell’animo umano e di quello ipocrita della società vittoriana, delle conseguenze dei disturbi mentali e degli orrori della cronaca nera, ecc… Insomma, sembra che Collins abbia preso di petto la sua scarsa rispondenza ai canoni estetici e comportamentali dell’epoca per mettere questi ultimi in discussione senza troppi problemi, anzi, per infischiarsene tranquillamente. Ufficialmente era scapolo ma in realtà visse per trent’anni legato a due donne contemporaneamente, senza preoccuparsi dello scandalo: così come non si preoccupava delle critiche negative con le quali erano accolte ad esempio alcune sue commedie: se le rappresentazioni si rivelavano un fiasco, semplicemente riponeva il tutto nel cassetto e partiva a scriverne un’altra.

Torniamo però a La Pietra di Luna. Il romanzo fu pubblicato nel 1868 e secondo T.S. Eliot era “il primo, il più lungo e il migliore dei romanzi polizieschi inglesi”. Eliot giudicava infatti il sergente Cuff, colui che conduce l’inchiesta, come il detective perfetto, superiore a Sherlock Holmes, in quanto “persona viva e vera, brillante senza essere infallibile”. Altri invece hanno classificato l’opera come “romanzo epistolare”, esemplare raro nella tradizione letteraria britannica. E altri ancora come un preludio al decadentismo.

Insomma, questa recensione improvvisata credo mi indurrà a riprendere seriamente in mano il libro, per riscoprirlo. Per il momento però questo piacere lo lascio a voi.

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Io volevo invece parlare di Wilkie Collins come scrittore di libri di viaggio. Per farlo devo fornire qualche ulteriore ragguaglio sulla sua biografia. La fortuna di Collins, che aveva cercato dapprima la sua strada nella pittura (era figlio e fratello di pittori affermati) senza ottenere grossi risultati, fu incontrare nel 1851 Charles Dickens, che conquistato dalla verve, dall’intelligenza e anche dalla spregiudicatezza del nostro lo invitò a scrivere sulla rivista letteraria della quale era editore e direttore. La collaborazione divenne ben presto un’amicizia destinata a durare a lungo, incrementata anche dallo stabilirsi di un rapporto di parentela indiretta (il fratello minore di Wilkie aveva sposato la figlia di Dickens) e cementata soprattutto dai viaggi che i due intrapresero assieme.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 06Collins aveva già viaggiato in precedenza, girando appena adolescente con la famiglia per un anno e mezzo in Italia in Francia, e tornando a più riprese sul continente negli anni successivi. Nel 1850, seguendo una moda che aveva preso piede nell’isola, aveva percorso insieme ad un amico, Henry Brandling, un itinerario a piedi attraverso la Cornovaglia. Brandling avrebbe poi illustrato il diario dato alle stampe da Wilkie col titolo Rambles beyond Railways (Passeggiate oltre la ferrovia), e proprio la lettura di quel diario aveva spinto Dickens a cercare di conoscerne l’autore. Nell’estate del 1853 l’amicizia tra i due era ormai così consolidata da indurli a partire, assieme al pittore Augustus Egg, per un lungo viaggio in Svizzera e in Italia, del quale entrambi lasciarono un resoconto attraverso le lettere.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 07Di qualche anno posteriore (1857) è invece la pubblicazione di un libro scritto a quattro mani, The Lazy Tour of Two Idle Apprentices (tradotto in italiano quarantacinque anni dopo come Il pigro viaggio di due apprendisti oziosi). Vi si racconta la vacanza spensierata che i due letterati si erano concessi, presumibilmente un paio d’anni prima, vagabondando senza alcuna meta prefissata dalla Cumbria allo Yorkshire, spostandosi in treno per fare tappa nelle diverse stazioni e girovagando poi su carrozzini o a piedi per le campagne circostanti. “I giovani fuorviati che così si sottrassero al loro dovere verso la padrona da cui avevano ricevuto molti favori (ndr: la letteratura), erano spinti dalla bassa idea di fare un viaggio perfettamente ozioso, in qualsiasi direzione. Non avevano intenzione di andare da nessuna parte in particolare; non volevano vedere nulla, non volevano sapere nulla, non volevano imparare nulla, non volevano fare nulla. Volevano solo essere oziosi”. Sono talmente decisi a lasciarsi alle spalle le grane del lavoro e lo stress della metropoli da assumere persino per l’occasione del viaggio identità nuove, scegliendosi nomi ad hoc. Dickens diventa pertanto Mr Francis Goodchild, Collins Mr Thomas Idle. E questo, ai fini della narrazione, consente a entrambi di essere liberamente sia autoironici che critici l’uno dell’altro, sottolineando e accentuando reciprocamente manie e difetti.

In realtà il racconto dei due apprendisti oziosi sembra soprattutto un pretesto offerto agli autori per introdurre intermezzi di storie del fantastico, del mistero e del soprannaturale, narrate durante le soste del viaggio: anche se poi alcuni episodi, come l’ascensione sotto la pioggia alla montagna nera di Carrok Fells e la successiva discesa nella nebbia più fitta sono davvero pezzi da antologia dello humor britannico, degni del miglior Jerome.

Il libro è diviso in cinque capitoli, ciascuno dei quali ha una sua autonomia narrativa (dovuta anche al fatto che originariamente la storia era stata pubblicata a puntate su una rivista) ed è giocato sul contrasto tra i caratteri dei due: l’uno (Goodchild), iperattivo e nevrotico, portato a trasfigurare visionariamente gli accadimenti e gli incontri e a cogliere i particolari: “Goodchild era laboriosamente pigro, e si sarebbe preso su di sé qualsiasi quantità di fatica e lavoro per assicurarsi di essere pigro; in breve, non aveva un’idea migliore dell’ozio di quella che fosse un’inutile industria”; l’altro (Idle), indolente e tranquillo, realista e poco o nulla incline all’avventura. “Thomas Idle, d’altro canto, era un pigro del tipo irlandese o napoletano puro; un pigro passivo, un pigro nato e cresciuto, un pigro coerente, che praticava ciò che avrebbe predicato se non fosse stato troppo pigro per predicare; un intero e perfetto crisolito di ozio.

Qui ci starebbe ora una bella tirata sull’idea di “ozio”, paragonabile in qualche maniera a quella latina di Cicerone e di Orazio, coltivata da altri scrittori inglesi come Stevenson e appunto Jerome: ma ve la risparmio, credo di averne già abbondantemente trattato in un altro pezzo (cfr. Per strada senza ombrello). Nel libro di cui sto parlando è naturalmente Collins a teorizzarla e a spingerla sino alle sue implicazioni più radicali: “Questi due avevano spedito il loro bagaglio personale in treno: tenendo solo uno zaino a testa. Idle ora si applicava a rimpiangere costantemente il treno, a seguirlo attraverso i meandri della Guida di Bradshaw e a scoprire dove si trovava ora, e dove ora, e dove ora, e a chiedersi a cosa servisse camminare, quando si poteva procedere a un ritmo del genere. Era per vedere il paese? Se era quello lo scopo, guardatelo dai finestrini della carrozza. C’era molto di più da vedere lì che qui. Inoltre, chi voleva vedere il paese? Nessuno. E ancora, chi camminava? Nessuno. I ragazzi partivano per camminare, ma non lo facevano mai. Tornavano e dicevano di averlo fatto, ma non lo facevano. Allora perché avrebbe dovuto camminare? Non avrebbe camminato. Lo giurava su questa pietra miliare!”.

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A dispetto dei caratteri contrastanti, o forse proprio in ragione di essi, i due risultano perfettamente complementari. Dickens-Goodchild marcia instancabile e inossidabile al suo ritmo, vede mete interessanti ovunque ed escogita sempre nuove occasioni per testare il livello della propria “laboriosa” oziosità. Collins Idle oppone resistenza passiva, ma è troppo pigro anche per resistere, e finisce costantemente coinvolto. “Goodchild (che aveva già iniziato a dubitare di essere pigro: come è sempre il suo modo di fare quando non ha niente da fare) aveva letto di una certa vecchia collina o montagna nera del Cumberland, chiamata Carrock, o Carrock Fell; ed era giunto alla conclusione che sarebbe stato il trionfo culminante dell’Ozio scalarla. Thomas Idle, soffermandosi sulle pene inseparabili da quella conquista, aveva espresso i più forti dubbi sull’opportunità, e persino sulla sanità mentale, dell’impresa; ma Goodchild aveva vinto la sua battaglia, e se ne andarono.”

A condurre il gioco della narrazione, almeno per la parte diaristica, è però lui. Lo si desume dal fatto che è quasi sempre lui a proporre sconsolate considerazioni su ciò che sta accadendo, e a stigmatizzare così l’iperattivismo del compagno: “Non sei capace di divertirti. Non sai nemmeno cosa sia. Di ogni cosa fai un lavoro. Quando un altro si bagnerebbe la punta del piede nell’azione o nelle emozioni, tu ci sprofondi dentro. Un uomo che non può fare niente a metà mi sembra terribile”.

Le note paesaggistiche, antropologiche o di costume sembrano invece venire dagli occhi e dalla penna di Dickens: “L’oste non era abbastanza pigro, non era affatto pigro, il che era un suo grande difetto, ma era un bell’esemplare di uomo del nord, o di qualsiasi altro tipo di uomo. Aveva una guancia rubiconda, un occhio luminoso, una corporatura robusta, una mano immensa, una voce allegra e parlante e uno sguardo dritto, luminoso e ampio”.

Oppure “Buone case resistenti alle intemperie, calde e piacevoli, ben intonacate di calce bianca, punteggiano scarsamente la strada. Bambini puliti che escono per guardare, portando altri bambini puliti grandi quanto loro. Raccolto ancora in giro e molto piovuto; qua e là, raccolto ancora non mietuto. Giardini ben coltivati annessi ai cottage, con abbondanza di prodotti forzati fuori dal loro duro terreno. Angoli solitari e selvaggi; ma le persone possono nascere, sposarsi e seppellirsi in tali angoli, e possono vivere e amare ed essere amate, lì come altrove, grazie a Dio! (Osservazione del signor Goodchild)”.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte ottava 09E ancora: “Qui, di nuovo, c’erano stazioni con niente in funzione se non una campana, e meravigliosi rasoi di legno piazzati in alto su grandi pali, che radevano l’aria. In questi campi, i cavalli, le pecore e il bestiame erano ben abituati al meteorite tonante, e non ci facevano caso; in quelli, erano tutti insieme a correre e una mandria di maiali li inseguiva. La campagna pastorale si oscurò, divenne carbonifera, fumosa, infernale, migliorò, peggiorò, migliorò di nuovo, divenne aspra, divenne romantica; era un bosco, un ruscello, una catena di colline, una gola, una brughiera, una città cattedrale, un luogo fortificato, una landa desolata. Ora, miserabili abitazioni nere, un canale nero e torri nere e malate di camini; ora, un giardino curato, dove i fiori erano luminosi e belli; ora, una landa desolata di orribili altari tutti in fiamme; ora, i prati umidi con i loro anelli delle fate; ora, la macchia rognosa di terreno edificabile incolto fuori dalla città stagnante, con l’anello più grande dove la settimana scorsa c’era il Circo. La temperatura cambiò, il dialetto cambiò, la gente cambiò, i volti si fecero più affilati, i modi si fecero più corti, gli occhi più astuti e duri”.

Per concludere però torno a Collins: “Sdraiato sul divano, Thomas non fece alcun tentativo di superare le ore, ma lasciò passivamente che le ore lo attraversassero. Laddove altri uomini nella sua situazione avrebbero letto libri e migliorato le loro menti, Thomas dormiva e riposava il suo corpo. Laddove altri uomini avrebbero meditato ansiosamente sulle loro prospettive future, Thomas sognava pigramente la sua vita passata. L’unica cosa solitaria che fece, che la maggior parte delle altre persone avrebbe fatto al suo posto, fu di decidere di apportare alcune modifiche e miglioramenti al suo modo di esistere, non appena gli effetti della sventura che lo aveva colpito fossero tutti passati. Ricordando che la corrente della sua vita fino a quel momento era fluita in un fluido flusso di pigrizia, occasionalmente turbata in superficie da una leggera increspatura passeggera di operosità, le sue idee attuali sull’argomento dell’auto-riforma lo portarono, non come il lettore potrebbe essere portato a immaginare, a progettare progetti per una nuova esistenza di intraprendenza e impegno, ma, al contrario, a decidere che non sarebbe mai più stato attivo o industrioso, se solo avesse potuto evitarlo, per tutta la sua futura carriera”.

A dispetto di quanto si vorrebbe pensare, una enunciazione di questo tenore non è affatto improbabile o esagerata, non c’è alcuna forzatura letteraria. Mi ha immediatamente fatto tornare alla memoria la dichiarazione d’intenti pronunciata da un amico che di Thomas Idle avrebbe potuto essere il gemello, in una notte di capodanno di molti anni fa festeggiata al Capanno, quando gli riuscì di rialzare la testa tra due lunghi abbiocchi: “Ho deciso: – disse – dal prossimo anno non lavoro più”. Che, considerati i precedenti, è considerata la miglior battuta del secolo scorso.

Il libro nel suo assieme invece mi ha fatto ricordare proprio quelle notti, e il profumo genuino e intenso di amicizia che vi si respirava, Ce n’è abbastanza per essere grato per sempre a Thomas Idle.

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Andare e tornare per strade contorte

di Fabrizio Rinaldi, 24 novembre 2024

Solo lungo vie secondarie e deviazioni
si può raggiungere la meta.
Sven Lindqvist, Nei deserti, Ponte alle Grazie 2002

Viaggiare, per molti, significa “vacanza”: una fuga dalla routine verso l’agognata meta, che sia una spiaggia, una vetta o un qualsiasi luogo dove concedersi l’ozio. Ma per chi, come me, fa il pendolare per scelta e necessità, lo spostarsi è la perenne condizione per recarsi al lavoro e, al contempo, per fare altro. È in questo viaggio forzato che trovo le mie personalissime evasioni mentali e una pausa dalla frenesia del quotidiano.

Vivere nei boschi, in una casa piuttosto isolata, lontano dal caos cittadino e dai borghi assopiti, mi consente di impostare un ritmo di vita che si avvicina alla mia natura: più lento, più consapevole di ciò che mi accade attorno. Almeno, ci provo. Non sempre ci riesco, spero di farcela almeno fino a quando le gambe reggeranno il salire fino alla provinciale quando la neve e il ghiaccio impediscono di portare l’auto sotto casa. Ironia della sorte, oggi il cambiamento climatico fa sì che nevicate e gelate siano eventi eccezionali, non la normalità di appena quindici anni fa. E così mi ritrovo, paradossalmente, a sperare nel perpetuarsi di questi cambiamenti al fine di salvaguardare il mio volontario isolamento (cosa mi tocca sperare!).

Abitare a un centinaio di chilometri dal lavoro è, fra l’altro, il mio modo per mantenere una giusta distanza dalle incombenze professionali e anche da quelle domestiche: una sorta di rigenerazione che mi consente di non essere assorbito da nessuna di queste due dimensioni in modo eccessivo. C’è qualcosa di insopportabilmente claustrofobico nell’avere tutto troppo vicino, troppo a portata di mano. È vero anche che ciò implica una piccola evasione dall’uno e dall’altro mondo, ma questo è il mio modo di tirare dritto.

Il pendolarismo, però, non è senza costi: cantieri eterni, strade interrotte, viadotti fatiscenti, code su code e continui aerosol di smog. Ogni viaggio diventa un calcolo incerto sul percorso più scorrevole, un compromesso tra tempo e pazienza. Così, quando posso, scelgo strade secondarie, quelle che si snodano tra i boschi incolti e i paesi sempre più deserti dell’entroterra ligure.

Non sto qui a fare la disamina della bellezza paesaggistica incontrata e delle ignorate potenzialità ambientali, culturali e strategiche dell’appennino, perché c’è chi lo ha fatto molto meglio di me, raccontandolo in un poderoso volume che invito a leggere per scoprirne i percorsi: Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti.

Andare e tornare per strade contorte 02

Il mio tragitto passa per Cremolino e Cassinelle, poi diviene una sequenza di curve fra boschi di castagno, faggio e rovere nella zona di Bandita. Dopo Cimaferle, la strada si fa più esposta e senza sponde, ove la distrazione è un’opzione non consigliabile. Alla Maddalena, immancabilmente, il termometro segna la temperatura più bassa del tragitto (lo scorso inverno, una mattina il cruscotto segnava -18°C, un preludio artico alle incombenze lavorative). Attraverso il centro “dis”-abitato del Sassello, poi arrivano le gole che sfociano a Stella (ha dato i natali al presidente partigiano Pertini, per il resto nulla di ché), per giungere infine ad Albisola, e da lì percorro l’Aurelia fino a Pietra Ligure. Per molti il tratto costiero è quello più suggestivo, con la vista sul mare e la luce del sole che si riflette su di esso; per me, invece, è il primo tratto a essere il più intenso, quello in cui si è veramente soli, senza incroci, senza città.

Gli incontri, su quelle strade poco trafficate, in realtà non mancano: lepri che passano rapide, volpi che si nascondono tra i rami, cinghiali che attraversano repentinamente, caprioli che sembrano osservarmi. Spesso il succiacapre se ne sta sull’asfalto fino all’ultimo istante prima di alzarsi in volo. Un paio di volte ho incrociato lo sguardo di un lupo, pendolare pure lui nel cercare una terra da conquistare: un attimo e poi la sua figura si è dileguata tra gli alberi. Giusto per ricordarmi che sono io l’ospite che attraverso il suo territorio. E pure sgradito.

Il viaggio per strade disagevoli è così una parentesi di autorigenerazione che richiede pazienza e attitudine alla solitudine. È qui, nella lentezza forzata della strada storta, che ritrovo il piacere della pausa: ogni svolta segna un distacco dalla frenesia che pervade la maggior parte dei nostri giorni. È come leggere un libro di poesie dove ogni verso ispira pensieri che altrimenti, semplicemente, non emergerebbero.

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[…] le Alpi sono solo la cornice esterna del paese. Gli Appennini invece ne sono l’anima, lo stomaco, la colonna vertebrale. E sono lunghi quasi il doppio. Senza di loro, la patria si affloscerebbe come uno Zeppelin senza gas nella pancia.
Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli 2007

Però non viaggio mai del tutto da solo. Durante questi percorsi ascolto la mia selezione di brani adatti per il viaggio (ai tempi dei cd avevo assemblato una personalissima “razione kappa” adatta alla contingenza, ora mi affido a Spotify), oppure accendo la radio sintonizzata perennemente su Radio3, ma durante i viaggi notturni della pandemia ho iniziato a seguire molti podcast e ora sono diventati i miei compagni più fedeli. Parto con una raffica delle ultime puntate di Non hanno un amico con le freddure di Luca Bizzarri, di Timbuctu di Marino Sinibaldi e di Cose (molto) preziose di Loredana Lipperini (questi ultimi reduci da Fahrenheit di Radio3). Continuo con Copertina di Matteo B. Bianchi, Il posto delle parole di Livio Partiti, la trasposizione della trasmissione televisiva La torre di Babele di Corrado Augias, Mirabilia di Alessandro Calzolaro e Chiedilo a Barbero dello storico più iconico del momento.

Curva dopo curva, episodio dopo episodio, il viaggio si trasforma in una conversazione con queste voci e con i loro ascoltatori, che a loro volta stanno attraversando un proprio “bosco”, forse metaforico, forse reale, ma che, seppur distanti, sono lì con me, lungo quei tornanti.

Il bosco e il podcast diventano così simboli opposti e complementari. Da un lato ci sono le colline e le strade secondarie che mi connettono con un mondo naturale, privo di filtri, colmo di stimoli, sorprendente con i suoi scorci sul paesaggio e negli incontri furtivi con i suoi abitanti. Dall’altro il podcast, che mi fa sentire dentro una comunità selezionata, piena di cultura mainstream, accuratamente tarata su di me. È come se viaggiassi tra due poli: la comunità organica del bosco e quella mentale degli intellettuali. Quella vegetale è aperta all’ignoto e pronta ad accogliere l’inusuale, mentre quella culturale, per quanto rassicurante, mi sembra inevitabilmente soffocante: i miei gusti si trasformano anch’essi in merce, ciò che ascolto è finalizzato ad assecondare le mie piste precostituite, divenendo come le strade contorte che percorro, tanto abituali che quasi non mi rendo conto di farle ogni giorno.

Il rischio di una personalizzazione eccessiva è in agguato. La possibilità di creare una programmazione su misura rischia di generare “bolle” informative sempre più confortevoli, allontanandoci da quei punti di vista diversi, a volte persino stridenti, necessari per fornire un contraltare, un dubbio che possa incrinare le certezze o, al contrario, consolidare le convinzioni. In fondo è pure di questo che abbiamo bisogno: applicare il metodo sperimentale galileiano alle nostre convinzioni al fine di confrontarle e sottoporle a prove di forza, affinché possano emergere in un distillato di valori con cui ritemprarci. A volte è fondamentale cambiare strada per scoprire nuovi scorci che altrimenti resterebbero ignoti.

Vivo così una perenne dialettica tra il desiderio di appartenenza e il bisogno di indipendenza: è una costante ricerca di equilibrio, di quell’acme in cui lasciarmi ispirare senza isolarmi, ascoltare senza chiudermi, appartenere senza smarrirmi. Mi chiedo quanto io sia aperto davvero all’imprevisto, al pensiero diverso, alla voce sconosciuta. Per questo, a volte, spengo tutto e lascio spazio al silenzio, un compagno imprevedibile e, forse, più sfidante di qualsiasi altro.

Come scriveva Friedrich Nietzsche in Ecce Homo “Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi qualsiasi come”. E il mio perché è proprio questo: la pervicace ricerca di significati che vadano oltre l’apparenza, affinché sia maggiormente sopportabile la difficoltà della ripetitività, nella convinzione nietzschiana che ciascuno è artefice del proprio destino e dei valori a cui affidarsi.

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Si vorrebbe sempre essere: essere stati, mai. E ci ripugna di non poter vivere contemporaneamente in due luoghi, quando l’uno o l’altro vivono nel nostro pensiero. Possiamo metterci in viaggio. Ma mentre la meta si avvicina e diventa reale, il luogo di partenza si allontana e sostituisce la meta nell’irrealtà dei ricordi; guadagniamo una, e perdiamo l’altro. La lontananza è in noi, vera condizione umana.
Mario Soldati, America primo amore, Mondadori 1959

Si suol dire che le strade sono una perfetta metafora della vita: partenza, tragitto e arrivo lungo un percorso a tratti tortuoso, con salite e discese, intervallato da ostacoli, interruzioni, cambi di direzione, incidenti, nebbia, pioggia, neve, ecc … Ciò che fa la differenza è il personale stile di guida, il modo in cui ciascuno affronta le curve e come schiaccia sul pedale.

Si può scegliere di pigiare sull’acceleratore per contendere il traguardo a chi è percepito come un competitore: ma questa opzione raramente appaga e di norma il traguardo non lo si raggiunge. Anche perché il contendente vero è il tempo, e a mettersi in gara con esso si finisce immancabilmente in riserva.

A volte le vie terminano in vicoli ciechi che impongono la retromarcia, di reimpostare tutto il percorso per uscire dal ginepraio in cui ci si è cacciati. Con o senza Google Maps, è necessaria molta umiltà per imboccare la via giusta che porta a destinazione. Questa, fra l’altro, non resta fissa: muta e si sposta, a volte sparisce per riapparire sotto forme diverse.

Mentre transito ai 60 all’ora davanti all’ennesimo autovelox quando il limite, assurdo in un rettilineo nel bosco, è di 30, mi viene in mente che il nuovo codice stradale prevede multe molto più salate. Possibile che non ci siano altre soluzioni rispetto a quelle sanzionatorie? Ricordo che all’inizio del mio peregrinare coprivo in poco più di un’ora lo stesso tratto che ora percorro in oltre due. Com’è possibile? Sarebbe troppo semplice additare lo sfacelo infrastrutturale all’attuale ministro dei trasporti (che peraltro si occupa di tutto tranne che di questo). È solo l’ultimo in una tradizione secolare di incompetenza. In pratica è dai tempi dei romani che in questo paese non si dedica un interesse adeguato alla viabilità. Loro dovevano spostare velocemente merci e truppe nel loro immenso impero. Non voglio sperare che per avere delle strade decenti sia necessario vedere delle centurie marciare al comando di politici in cerca di consenso al grido di “Ave Meloni” in direzione dell’Ucraina, della Cina o dei “barbari” immigrati di turno.

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Faccio la mia passeggiata,
essa mi porta un poco lontano
e a casa; poi, in silenzio e senza
parole, mi ritrovo in disparte.
Robert Walser, Poesie, Ed. Casagrande 2000

Tornando al mio viatico, se al mattino percorrere le strade mancine dell’appennino è uno svelamento di ciò che mi attende e una riflessione sul da farsi (lavorativamente parlando, ma non solo), alla sera ripercorrere le stesse carreggiate non è semplicemente un’inversione di marcia, ma un nuovo viatico inframezzato dall’ascolto di Fahrenheit, dai podcast e dai silenzi fra un cantiere stradale e l’altro.

È facile fare un parallelismo fra il riandare a ritroso i tornanti e lo scendere dal Tobbio dopo una sempre più faticosa salita (l’ultima volta le mie ragazze mi hanno deriso dalla vetta per quasi venti minuti prima che riuscissi, arrancando, a raggiungerle). Se l’andata è sinonimo di apertura verso differenti stimoli e idee su cui riflettere, il ritorno dà forma a una sorta di discesa intima, che predispone alla chiarezza e, a tratti, al distacco necessario per guardare in prospettiva ciò che il giorno ha portato.

Tornare significa sottrarre, allontanarsi, lasciare alle spalle per trattenere solo l’essenziale e fare valutazioni sui traguardi raggiunti, ma in questo caso l’elenco degli spostamenti tracciati da Google Maps non consente di tirare le fila, anzi evidenzia le centinaia di ore trascorse a rimuginare, a macinare chilometri, ad ascoltare podcast, ma anche a procrastinare il prendere decisioni.

Il tornare indietro non è dunque un mero tirare dritto verso il mio rifugio nel bosco, ma un rituale necessario affinché il sedimento dell’ipocrisia, delle frustrazioni, dei dubbi, del superfluo si depositi sul fondo della damigiana e il travaso in bottiglia avvenga senza smuovere troppo. Altrimenti resta il torbido in bocca.

Ogni giorno il mio pendolarismo diventa così un’esperienza a sé, fatta di salite e di discese, dell’andare a gestire problemi (sul lavoro mi definiscono ironicamente il Signor Wolf, di Pulp fictioniana memoria), ma anche di un tornare con la convinzione di aver imbottigliato del vino buono.

Si srotolano così gli ultimi tornanti fino alla discesa che conduce all’intimità casalinga, ove a volte le dinamiche da reggere non sono meno complicate. Che poi “reggere” non è il termine corretto, rende forse più l’idea “esser travolti” dalle vicende familiari, specie quando a casa ci sono tre donne, fra cui una consorte psicoterapeuta con la fascinazione del mondo bioenergetico (o signur!) e due preadolescenti cellular-dipendenti, in piena fase di rifiuto del genitore che vorrebbe ostinatamente riuscire a insufflare delle regole di buon senso.

In certi casi la resa è un’opzione necessaria e il sonno ha la meglio su tutto.

Collezione di licheni bottone

Andare e tornare per strade contorte 06

Thalatta! Thalatta!

di Paolo Repetto, 15 novembre 2024

Mare, mare, mare
ma che voglia di arrivare
(da Mare mare di Luca Carboni,
cover dell’Anabasi di Senofonte)

Questo intervento nasce da una circostanza insolita, un estemporaneo reading nel quale si proponevano brani in prosa, poesie e testi di canzoni aventi per oggetto il mare. Per una peregrina associazione d’idee (peregrina perché ero capitato lì per caso e l’argomento non mi intrigava granché) mi è tornato in mente un piccolo saggio letto diversi anni fa, e poi dimenticato (non del tutto, evidentemente): si tratta di Terra e Mare, di Carl Schmitt. Ho citato la circostanza solo per ribadire un concetto cui sono molto affezionato, e cioè che occorre profittare positivamente davvero di tutto, lasciando sempre aperta la porta della conoscenza (o della reminiscenza), perché le cose passano lì davanti, e trovando aperto a volte entrano, anche senza essere esplicitamente invitate.

Ma veniamo a Carl Schmitt. Il personaggio è controverso: era un filosofo del diritto molto vicino, almeno nella fase nascente, al nazismo, del quale ambiva a diventare una sorta di guida spirituale. Diciamo che voleva “legittimare” il nazismo in punta di diritto, assunto decisamente improbo, vista la considerazione che del diritto, in tutte le sue accezioni, individuali o internazionali, i nazisti avevano. La cosa non garbava assolutamente a Himmler e alle sue SS, per cui il filosofo venne progressivamente emarginato, e quasi esiliato in patria, sino a tutto il secondo conflitto mondiale (una sorte molto simile a quella di Ernst Junger, col quale scrisse poi, nel 1953, un libro a quattro mani, Il nodo di Gordio). Schmitt peraltro non si ricredette e non rinnegò mai le sue posizioni originarie, limitandosi a sottolinearne la distanza da quelli che furono poi gli esiti “giuridici” del regime. Nel dopoguerra ha subito il destino di diversi altri suoi colleghi altrettanto e forse più compromessi, primo tra tutti Heidegger, che dopo un periodo di quarantena sono stati riesumati e reinterpretati. La riscoperta è avvenuta soprattutto all’interno di un filone di pensiero filosofico-politico che fa riferimento genericamente alla sinistra, ma che ormai, dopo che la conclamata fine delle appartenenze ha sdoganato tutto, dovremmo definire più propriamente post-moderno (quello per intenderci che va da Toni Negri ad Agamben, a Vattimo, allo stesso Cacciari, e che paradossalmente arriva a comprendere la “nouvelle droite” francese e il suo “maître à penser” Alain de Benoit).

Thalatta! Thalatta 02Terra e mare è stato scritto da Schmitt nel 1942, in un periodo nel quale il giurista, attento a non crearsi ulteriori problemi discettando di politica, si era dedicato piuttosto agli studi storici, e cercava conferme a una sua lettura quasi gnostica della storia: conferme che non aveva difficoltà a trovare, stante l’infuriare del conflitto e la convinzione di essere in presenza di cambiamenti epocali. Lo faceva presumendo per sé una condizione da iniziato, quella di chi va oltre la pura conoscenza dei fatti e delle vicende contingenti, e si spinge fino a riconoscere la trama segreta (che definisce ripetutamente “arcana”) entro la quale gli eventi si inseriscono e vanno letti. Di chi in sostanza cerca una verità esoterica, nascosta e negata anche agli “addetti ai lavori”, agli storici più qualificati. È un’interpretazione che sotto certi aspetti non esiterei a definire “complottista”, e questo è forse il motivo per cui avevo rimosso il testo: non manca tuttavia di offrire spunti di riflessione che, opportunamente depurati, possono rivelarsi fecondi.

Ci torno su dunque prescindendo per quanto possibile dal passato di Schmitt, dalle sue responsabilità e da qualsiasi giudizio sulle implicazioni politiche del suo pensiero: mi interessa solo seguire la sua particolare versione della storia dell’umanità.

Come premessa Schmitt rispolvera, sia pure in chiave metaforica, la teoria presocratica dei quattro elementi naturali, terra, acqua, aria e fuoco, che stanno all’origine della vita e che a suo parere condizionano la storia, quella naturale ma anche quella culturale. Questo a dispetto del fatto che la scienza abbia destituito di ogni fondamento la natura di sostanza semplice dei quattro elementi classici. “Nella nostra riflessione storica – scrive – possiamo attenerci ai quattro elementi, che per noi sono nomi semplici e intuitivi, caratterizzazioni generali che rinviano a differenti grandi possibilità dell’esistenza umana. […] Gli elementi di cui parlerò qui di seguito non sono dunque da intendere come grandezze meramente naturalistiche”.

Ho parlato di chiave metaforica, ma sono convinto che in qualche modo alle “proprietà” degli elementi primordiali Schmitt credesse veramente. Nel senso, almeno, che riteneva fondamentale l’influsso da questi esercitato non solo sui singoli individui, ma su intere comunità, su interi popoli. Che esistessero cioè «popoli “autoctoni” – cioè nati sulla terra – e popoli “autotalassici” – cioè foggiati esclusivamente dal mare, che non hanno mai calcato la terra e per i quali la terraferma non rappresentava altro che il confine della loro esistenza puramente marittima». E il ricorso ad un senso della natura precedente il “disincanto”, la “dissacrazione” del mondo avviata da Platone e Aristotele prima, e proseguita da Galileo, da Copernico e da tutta la scienza moderna poi, è perfettamente funzionale al percorso che il politico-giurista vuole disvelare.

Secondo Schmitt infatti l’antagonismo tra popoli “di terra” e popoli marittimi è il motore della storia delle civiltà, e il senso di questa storia lo si può intravedere analizzando le fasi dell’ostilità radicale tra ordinamenti tellurici e acquei.

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Ora, è evidente che in linea generale l’uomo ha carattere essenzialmente terraneo. È figlio della terra, “cammina e si muove sulla solida terra […] e ciò determina il suo punto di vista, le sue impressioni e il suo modo di vedere il mondo”. Ma possiamo davvero dire “che l’esistenza umana e l’essere umano sono, nella loro essenza, puramente terrestri, e hanno solo la terra come riferimento? In fondo, nelle reminiscenze remote, spesso inconsce degli uomini, l’acqua e il mare rappresentano il misterioso fondamento originario di ogni vita”. Non solo; anche le recenti ricostruzioni evoluzionistiche ci attribuiscono un’origine oceanica, e sopravvivono ancora oggi “uomini-pesce la cui intera esistenza, l’immaginario e la lingua sono riferiti al mare” (cita ad esempio i navigatori polinesiani, i Canachi, ecc …). Questo apre scenari diversi. Ma non bisogna pensare a una determinazione ambientale, “perché – scrive Schmitt – se l’uomo non fosse altro che un essere interamente determinato dal suo ambiente, non vi sarebbe alcuna storia umana intesa come agire umano e deliberazione umana. Invece l’uomo ha la forza di conquistare storicamente la sua esistenza e la sua coscienza […] gode della libertà d’azione, e in determinati momenti storici può scegliere addirittura un elemento quale nuova forma complessiva della sua esistenza storica, decidendosi e organizzandosi per esso attraverso la sua azione e la sua opera”. Come e quando ciò sia avvenuto è appunto quel che Schmitt vuole raccontare.

Thalatta! Thalatta 04L’evidenza di una conflittualità primordiale tra i due ordini Schmitt la trova già nella narrazione biblica, laddove si fa riferimento a più riprese all’epica lotta tra Behemoth, bestia terrestre, e Leviathan, mostro marino. Non insiste poi sui riferimenti che potrebbe rintracciare anche nella mitologia greca, ma passa direttamente alla protostoria, con la vicenda di Creta, civiltà marittima che impone il suo controllo sul Mediterraneo orientale, e alla storia, con Atene che sconfigge soprattutto sul mare la potenza terranea persiana. Per contro Roma, civiltà “terrestre”, trionfa qualche secolo dopo sulla marittima Cartagine (ma solo in virtù di un rapidissimo adeguamento alla nuova “guerra ibrida”, combattuta sia per terra che sul mare). E dopo il crollo dell’Impero d’occidente, è Bisanzio con le sue navi a fungere da freno (ovvero, come dice Schmitt, da katechon) alle forze storiche avversarie. Nel frattempo a nord e nel Mediterraneo sudorientale si affermano altre potenze marinare: i vichinghi e i pirati saraceni. Poco più tardi le crociate saranno guidate da condottieri che sono espressione di una cultura militare e politica tutta terranea, ma a trarne il maggior profitto sarà la potenza marittima veneziana (stranamente Schmitt ignora quella genovese).

Il bilancio complessivo vede però prevalere fino a questo punto la civiltà terranea. Venezia stessa rimane pur sempre una civiltà costiera, che dispone quasi esclusivamente di navi a remi adatte al piccolo cabotaggio: gli scontri navali si risolvono in abbordaggi e nei combattimenti corpo a corpo sulle tolde delle navi, e soprattutto la navigazione non si spinge negli oceani, ma rimane ancorata al Mediterraneo. Esattamente come accadeva ai tempi di Temistocle e di Euribiade.

In sostanza, non cambia la visione del mondo: per tutto il medioevo il mare non rappresenta un elemento “alternativo” sul quale un popolo può basare le proprie fortune. Il vero cambiamento si ha invece nel XV secolo, con le scoperte geografiche, e prima ancora con le innovazioni che le rendono possibili: tra tutte l’adozione di vele orientabili che consentono di navigare anche controvento, ma anche tecniche costruttive che rivestono gli scafi di un fasciame a prova di oceano o che consentono di governare la nave con timoni a ruota, liberando il ponte. Anche sul piano militare la battaglia navale diventa un’altra cosa, grazie al posizionamento di bocche da fuoco a bordo delle imbarcazioni da guerra, per cui gli scontri si svolgono a distanza e non necessitano più di una superficie che simuli la terra.

A consentire il vero slancio verso il mare è dunque la scoperta di un nuovo mondo, che dischiude gli oceani e offre immensi spazi di conquista: e a questa corsa partecipano, in maniera e misura diversa, tutti i paesi europei, anche se sarà poi solo l’Inghilterra a raccogliere fino in fondo la sfida del mare.

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Cronologicamente Schmitt riconosce una priorità agli olandesi, attribuendo con una certa forzatura alla loro cantieristica la svolta tecnica decisiva (e nella sua ottica questa attribuzione appare giustificata). Tributa poi un romantico omaggio agli uomini che giovandosi di tali innovazioni portano le nuove tecnologie, le nuove ambizioni e il conseguente nuovo punto di vista in ogni angolo del mondo: i pirati, i corsari e i balenieri. Può sembrare una divagazione bizzarra, ma ha anch’essa un suo perché. I balenieri sono per Schmitt, lettore appassionato di Moby Dick, gli eroici scopritori di acque e terre sconosciute, che affrontavano il Leviatano coi loro arpioni nei mari freddi del nord, si fondevano con l’elemento marino e ne conoscevano gli abissi. “Era un combattimento mortale fra due esseri viventi che, senza essere pesci nel senso zoologico, si muovevano entrambi nell’elemento del mare”, nel quale si creava “un intimo legame di amicizia-ostilità tra il cacciatore e la sua preda”.

Quanto ai pirati e ai corsari di tutte le nazioni, sottolinea che tanto gli ugonotti francesi che i puritani inglesi e i calvinisti olandesi, tra i quali soprattutto per due secoli furono arruolati gli “scorridori” dei mari, professavano lo stesso credo protestante e avevano un comune nemico politico, ossia la Spagna, la potenza mondiale cattolica. Ora, il protestantesimo, e massime il calvinismo con la sua idea di predestinazione, ha una vocazione individualista-universalista che trascende lo spazio della comunità, istituendo un rapporto diretto tra il singolo e Dio. Ciò significa che sul singolo ricade una maggiore responsabilità, ma anche che questa ultima è connessa a una maggiore libertà, a una reale possibilità di scegliere il proprio destino (e qui Schmitt pesca più o meno direttamente da Max Weber). Tutto questo produce una serie di risvolti economici, politici e giuridici che vedremo.

Insomma: per Schmitt i popoli cattolici hanno un rapporto con la terra assai più intenso rispetto a quelli protestanti, che sono invece aperti al mare e all’industria. In questo senso, come l’etica protestante ha sospinto lo spirito capitalistico, analogamente può dirsi che l’élite protestante, motivata dalla forte presunzione di una propria “superiorità” morale e spirituale, ha fornito il supporto ideologico e le energie umane alla scelta per il mare.

Esiste anche una connessione significativa tra elemento marittimo e capitalismo. Quest’ultimo nasce dall’arricchimento derivante dal “capitalismo di rapina”. Gli inglesi divengono ricchi navigatori anche in virtù delle grassazioni dei loro corsari, e l’Inghilterra decide infine per il mare, per il capitalismo, per la “deterritorialità” e la “destatualità”, per l’universalismo, non solo ereditando la tradizione marittima e le imprese oceaniche di tutti gli altri popoli europei, ma saccheggiandone le ricchezze necessariamente affidate al trasporto via mare.

Fin qui, come si è visto, lo spunto usato da Schmitt per reinterpretare la storia universale non è affatto originale. Fa riferimento a Hegel, che nei Lineamenti di filosofia del diritto naturale e scienze della terra rigettava il determinismo ambientale proposto ad esempio da Montesquieu (per il quale i diversi caratteri degli uomini e dei popoli sono legati agli influssi del clima e della conformazione del suolo), e considerava invece fondamentale l’opposizione terra-mare per accedere a un livello di interpretazione storico-filosofica più alto e universale. Hegel scriveva ad esempio: «Come per il principio della vita familiare è condizione la terra, cioè il “fondo” e il “terreno› stabile”, così per l’industria l’elemento naturale che la anima verso l’esterno è il “mare”. Nella brama di guadagno, esponendo al pericolo il guadagno stesso, l’industria si eleva a un tempo al di sopra di esso, e soppianta il radicarsi nella zolla e nella cerchia limitata della vita civile, i suoi godimenti e desideri, con l’elemento della fluidità, del pericolo e del naufragio. In tal modo, inoltre, attraverso questo superiore mezzo di collegamento, l’industria ingloba delle terre lontane all’interno del traffico commerciale – cioè di un rapporto giuridico che introduce il contratto –, e in questo traffico rinviene al tempo stesso il massimo mezzo di civilizzazione. Qui il commercio riceve il proprio significato cosmostorico».

L’originalità di Schmitt sta dunque solo nella valutazione che dà di questo processo storico e del suo temporaneo esito, che non è altrettanto positiva di quella di Hegel, e apre comunque altri scenari. Va considerato, tra parentesi, che per entrambi i filosofi tedeschi la vicenda inglese è emblematica, ma mentre Hegel parla di un’Inghilterra all’epoca sua alleata della Prussia, e per molti aspetti riferimento alto di civiltà, Schmitt la vede invece come la potenza nemica per eccellenza del suo Reich. Non parla di “perfida Albione”, ma insomma, non mostra nemmeno una calda simpatia. D’altro canto, qui le simpatie c’entrano poco: deve trattarla per quello che rappresenta nel quadro dialettico che sta tratteggiando.

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Con l’Inghilterra infatti siamo per Schmitt di fronte a un caso unico. La sua peculiarità, la sua unicità consistono nel fatto che “l’Inghilterra compì una trasformazione elementare in un momento storico e in un modo del tutto differenti da quelli delle precedenti potenze marittime, trasferendo cioè veramente la sua esistenza dalla terra all’elemento del mare. Essa così non vinse soltanto molte battaglie navali e molte guerre […], ma anche […] una rivoluzione di immensa portata, una rivoluzione spaziale”.

Analogamente a quanto già fatto nei confronti degli elementi, qui Schmitt si svincola dalle concezioni della spazialità proprie delle scienze naturalistiche. La concezione dello spazio, scrive, muta a seconda dell’osservatore, delle sue esperienze, della sua vita: un contadino, un marinaio o un aviatore hanno evidentemente dello spazio esperienze ben diverse. Anche in questo caso, nulla di particolarmente originale: Jules Michelet, ad esempio, aveva già trattato ampiamente questo tema un secolo prima, ne La mer. Ma per il giurista tedesco le differenze di sguardo sono ancora più grandi e profonde quando si tratta nel complesso di popoli diversi e di diverse epoche della storia dell’umanità. Lo spazio viene infatti costruito e costantemente ridefinito dallo sprigionarsi delle energie storiche. Cambia a seconda dei parametri che si adottano per misurarlo, dei tempi necessari per percorrerlo e dei modi in cui lo si fa. A dimostrazione porta gli esempi di grandi rivoluzioni spaziali avvenute nell’antichità. Quella di Alessandro il Grande, che violò le porte dell’oriente e mise a contatto ravvicinato delle culture prima contrapposte. Quella di Giulio Cesare, che conquistò la Gallia e la Britannia dilatando uno spazio politico che un secolo dopo copriva tutte le coste meridionali del Mediterraneo e arrivava a settentrione all’Atlantico. Quella determinata dalla comparsa sulla scena mondiale dell’Islam, che costrinse per secoli l’Europa a rinchiudersi in se stessa e in un rapporto quasi esclusivo con l’economia (e la cultura) della terra. Quella infine prodotta dalle crociate, a partire dal XII secolo, che riaprì i traffici commerciali e culturali col Vicino Oriente, avviando così nuovi traffici commerciali, e indusse una volta ancora un cambiamento nel concetto di spazio.

Nulla di tutto ciò è tuttavia paragonabile, per Schmitt, a quanto avviene nei secoli XVI e XVII. Non si tratta più soltanto di un adeguamento “quantitativo” nella percezione della spazialità, ma di una vera e propria rivoluzione spaziale, con tutto quello che comporta sotto il profilo culturale. La scoperta di mondi nuovi al di là dell’oceano fornisce la definitiva conferma della sfericità del globo terrestre e prelude anche alla rivoluzione copernicana, all’eliocentrismo, alla definizione delle orbite terrestri, all’idea di un universo infinito, alla formulazione della legge di gravità. Anzi, secondo Schmitt l’ordine andrebbe invertito: è proprio il rivoluzionamento del concetto di spazio ad aver consentito la scoperta di un nuovo continente e di nuovi oceani, piuttosto che il contrario. Altri prima di Colombo avevano toccato le coste americane, ma senza che questo originasse la coscienza di una “scoperta”. La scoperta implica infatti energie spirituali e consapevolezza storica superiori rispetto a ciò che viene scoperto: “Occorre una trasformazione dei concetti di spazio che abbracci tutti i livelli e gli ambiti dell’esistenza umana”.

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Qui Schmitt approda al campo di ricerca che gli è più congeniale. Questo rivoluzionamento del concetto di spazio cambia lo stato giuridico (il nomos) delle terre scoperte (e di chi le abita), che vengono conquistate, spartite e sfruttate dai popoli europei schiavizzando o addirittura eliminando le popolazioni indigene. Lo fanno invocando quali giustificazioni giuridiche la diffusione del cristianesimo prima e la civilizzazione di genti barbare dopo: “Da tali giustificazioni nacque un diritto internazionale cristiano-europeo, ossia una comunità dei popoli cristiani d’Europa contrapposti al resto del mondo. Questi popoli costituirono una famiglia delle nazioni, un ordinamento interstatale” che prevedeva un diritto internazionale dal quale i popoli non cristiani erano esclusi, o rappresentavano al più un oggetto. “L’epoca delle scoperte può essere definita altrettanto bene – e forse in modo ancora più esatto – come l’epoca della conquista di terra da parte dell’Europa”.

Il nuovo diritto non è dunque più quello della medioevale res publica cristiana. I popoli che hanno aderito alla riforma non riconoscono la spartizione (la raya) tracciata dall’autorità papale, e portano avanti una ridefinizione del nomos, del diritto terrestre e marittimo, che culmina in quello che diverrà lo jus publicum europaeum, il nuovo diritto internazionale, dettato dalla potenza inglese in quanto dominatrice dei mari.

Insomma, gli europei considerano i territori d’oltreoceano come terra aperta alla conquista, nella quale non valgono le stesse regole e le stesse autorità valide nel vecchio continente. Questi territori sono intesi, si potrebbe dire, più come una continuazione del mare che come un’appendice del suolo europeo, e in quanto tali consentono libero corso alle ambizioni dei nuovi soggetti politici che si affacciano alla ribalta della storia.

Sto semplificando molto, ma la sostanza dell’analisi di Schmitt è questa. Il disconoscimento dei poteri ai quali faceva riferimento la normativa precedente, il papato e l’impero, determina una crisi di legittimità. L’idea di una casa comune cristiana, sulla quale bene o male tutto il medioevo si era retto, si dissolve, e ciò innesca situazioni di conflitto che sono diverse nelle cause, nei modi e negli esiti da quelle del mondo antico e medioevale. Dapprima almeno ufficialmente questi conflitti mantengono un carattere di scontro religioso (la guerra dei trent’anni, ad esempio), ma assumono poi via via le valenze di guerre civili.

Ora, per comporre queste conflittualità cruente e indiscriminate (l’hobbesiano bellum omnium contra omnes) si afferma sempre più lo Stato “moderno”, che regolamenta gli scontri e definisce la linea amico/nemico, sulla base però di una inimicizia orientata all’appropriazione territoriale. La politica dello stato è una politica di potenza, e funziona giocoforza a detrimento di altre entità statali-territoriali, perché la potenza, nella prospettiva continentale. si misura essenzialmente nella quantità di territorio controllato. Regolamentare gli scontri non significa dunque liquidarli. Significa “formalizzarli”, dettare regole per la loro conduzione (ad esempio, una guerra si inizia con una dichiarazione di guerra e si chiude con un armistizio), per quanto possibile senza coinvolgere i civili e facendo un uso moderato della violenza: in pratica al nemico viene riconosciuto uno status giuridico, ne vengono considerate, anche se non accettate, le ragioni. Tutto questo naturalmente in linea teorica, perché poi la dicotomia amico/nemico può essere estesa fino all’annientamento fisico dell’avversario. È comunque evidente che queste regole valgono solo fino a quando l’elemento di riferimento rimane la terra, sulla quale hanno senso dei confini e le distinzioni che questi impongono. La violenza viene dunque limitata nel Vecchio Continente, ma può esplodere senza vincoli sul mare e nei territori extraeuropei.

Ecco che si chiarisce allora il ruolo dei pirati e dei corsari di cui sopra. Hanno aperto un fronte nuovo, i primi scorrazzando per i mari come nemici di tutti, hostes humani generis, i secondi facendolo come “imprenditori privati”, autorizzati da lettere di corsa rilasciate dai loro governi ad arrembare le navi nemiche. Gli uni e gli altri hanno annunciato la grande trasformazione, anticipando il nuovo equilibrio tra elementi e tra continenti.

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In sostanza: il mare – che appare infinito, illimitato e sempre uguale a se stesso – a differenza della terra rimane libero per la pesca, la navigazione pacifica e la belligeranza. Rimanda in fondo allo stato di natura. La guerra che si combatte su di esso è guerra indiscriminata di preda e di distruzione, coinvolge tutto il naviglio battente bandiera nemica e persino le navi di paesi neutrali che commercino col nemico. La guerra terrestre mirava invece alla conquista di territorio e dunque a preservarne la popolazione, le risorse e l’ordine pubblico. Anche un’occupazione temporanea tendeva pur sempre alla conservazione dell’ordine sociale e dell’ordinamento giuridico vigente, se in linea con lo standard europeo.

La trasformazione agisce ancor più in profondità. Come abbiamo già visto sottolineare da Hegel, l’opzione per un’espansione marittima si è rivelata assolutamente funzionale alla rivoluzione industriale. Le innovazioni tecniche hanno senz’altro facilitato anche gli spostamenti via terra, ma per la traversata e la conquista dei mari sono addirittura cruciali. Il controllo e il dominio progressivo dell’elemento marino si sono immediatamente legati al progresso dell’equipaggiamento tecnico, che ha diminuito i rischi, sollecitato l’azzardo e alimentato la fiducia in una libertà senza limiti. Tradotto in concreto, questi stimoli e le risposte che hanno dettato hanno costituito il volano per le scoperte industriali che tra Settecento e Ottocento hanno valso all’Inghilterra il primato tecnologico ed economico.

L’epoca del libero commercio fu anche l’epoca del libero dispiegarsi della superiorità industriale ed economica dell’Inghilterra. Libero mare e libero mercato mondiale si unirono in una idea di libertà di cui solo l’Inghilterra poteva essere il latore e il custode”. Un’idea di libertà che si traduceva anche nell’aspettativa (non solo da parte degli inglesi, ma di tutto il mondo in via di industrializzazione), legata al rapido incremento della ricchezza, di un Paradiso terrestre millenario.

E tuttavia, durante la fase quasi bisecolare di dominio sul mondo, un dominio che sembrava definitivo, la rivoluzione industriale stava producendo anche una rivoluzione rispetto all’essenza stessa dell’isola e una mutazione antropologica della sua gente: “Da grande pesce il Leviatano si trasformò in macchina […]. La macchina mutò il rapporto dell’uomo con il mare. La temeraria specie di uomini che fino a quel momento aveva fatto la grandezza della potenza marittima perse il suo antico significato. […] Tra l’elemento del mare e l’esistenza dell’uomo si frappose un dispositivo meccanico”.

Secondo Schmitt altro è misurarsi col mare in un corpo a corpo, altro è invece un dominio meccanizzato, dovuto alla tecnologia navale sviluppata. “L’esistenza puramente marittima – il segreto della potenza mondiale britannica – era stata colpita nella sua essenza […]. Il mare rimase un forgiatore di uomini, ma l’azione di quella spinta che aveva trasformato un popolo di pastori in corsari diminuì, e a poco a poco cessò”.

E così, già all’alba del ventesimo secolo lo spazio d’azione delle grandi potenze si era talmente ampliato da non consentire più un predominio marittimo britannico. Si affacciavano sulla scena altri concorrenti, aventi alle spalle un potenziale industriale ben maggiore (gli Stati Uniti, ad esempio, ma anche la stessa Germania). Soprattutto però si stavano aprendo le altre due dimensioni, quella dell’aria con l’invenzione degli aeroplani e le applicazioni dell’elettricità, e quella del fuoco con i motori a combustione e con le bombe deflagranti e detonanti.

Sugli sviluppi futuri Schmitt è molto prudente. Non dimentichiamo che scrive in Germania, nel bel mezzo del conflitto più spaventoso che l’umanità abbia mai conosciuto, mentre la Luftwaffe è appena uscita sostanzialmente sconfitta dalla battaglia aerea d’Inghilterra e l’Operazione Barbarossa ha bruciato oltre mezzo milione di veicoli e milioni di uomini sul fronte russo. Sono avvenimenti che confermano da un lato e smentiscono dall’altro le sue idee sul dominio dell’aria e della potenza di fuoco. Mentre già intravede il fallimento del progetto tedesco di espansione territoriale sul continente, gli riesce difficile immaginare un nuovo assetto dell’ordine mondiale.

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Si limita quindi a constatare che il nuovo stadio della rivoluzione spaziale ha già prodotto un ulteriore mutamento del concetto di spazio. “Oggi non concepiamo più lo spazio come una mera dimensione in profondità, vuota di qualsiasi contenuto pensabile. Lo spazio è diventato per noi il campo di forze dell’energia, dell’attività e del lavoro dell’uomo.” Il che, scritto ottanta anni fa, mostra una notevole capacità di preveggenza, se consideriamo che il fattore produttivo principale oggi è il lavoro immateriale, il traffico di informazioni che avviene appunto attraverso lo spazio aereo.

Inoltre “rispetto all’epoca dei velieri per l’uomo il mondo del mare è mutato elementarmente. Oggi, in tempo di pace, qualsiasi armatore può sapere giorno per giorno e ora per ora in quale preciso punto dell’oceano si trova la sua nave in mare aperto. Ma, se le cose stanno così, viene a cadere anche quella separazione di terra e mare su cui si fondava il legame durato sinora tra dominio marittimo e dominio mondiale”.

Insomma: “Cresce, inarrestabile e irresistibile, il bisogno di un nuovo nomos del nostro pianeta. Lo invocano le nuove relazioni dell’uomo con i vecchi e i nuovi elementi, e lo impongono le mutate dimensioni dell’esistenza umana”. In tutto questo “molti vedono solo un disordine privo di senso, laddove in realtà un nuovo senso sta lottando per il suo ordinamento”.

Che il mutamento si sia verificato, e che sia stato radicale quanto e forse molto più di quello del XVI secolo, è indubbio. Che un nuovo senso si sia affermato, è già più discutibile: o almeno, si è senz’altro affermato, ma sarebbe assai difficile anche per Schmitt riconoscerlo. Direi che se gli antesignani dobbiamo coglierli, invece che nei corsari, nei filibustieri della finanza e nei pirati informatici, allora il futuro si annuncia davvero fosco.

Dovremmo cominciare a prendere in considerazione un quinto “elemento”, ignoto ai filosofi antichi: un virus spirituale malefico e istupidente, capace di convogliare ogni umana volontà di potenza in una voluttà di suicidio di tutta la specie.

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La cosa buffa, o preoccupante, a seconda di come la si vuol vedere, è che in realtà non intendevo fare l’esegesi della Weltanschauung di Schmitt. Spero lo si sia capito, perché altrimenti dovrei vergognarmi del risultato. Non rientrava nel mio progetto iniziale e nemmeno è nelle mie forze. Oltretutto, Schmitt non è affatto tra i miei autori di riferimento. È capitato però che, rileggendo Terra e Mare, mi sia reso conto di aver completamente trascurato in un precedente scritto sulla rivoluzione industriale inglese (Perché l’Inghilterra?) l’aspetto di cui vi si parla: che non sarà determinante quanto lo vorrebbe Schmitt, ma è comunque tutt’altro che trascurabile. Volevo dunque fare parziale ammenda di questa lacuna e nel contempo offrire un po’ di informazione a chi non conoscesse il libro. Ma soprattutto volevo giustificare alcune considerazioni che il reading prima e la rilettura di Terra e Mare poi hanno indotto.

Devo ammettere però che l’argomento mi ha preso la mano e a quel punto le mie considerazioni, che non riguardavano la storia del mondo, ma alcuni particolari aspetti del carattere, del mio e di quello di popoli che un poco conosco, sono passate in second’ordine. Mi limito dunque ad accennarle, ripromettendomi magari di tornarci su in altra occasione. Basterà questo comunque a rendere evidente che non sono in grado di abbandonarmi a una riflessione senza filtrarla attraverso le esperienze letterarie. È così, non posso farci nulla.

Sul mio rapporto col mare

Amo nuotare, ovunque, ma tanto più in mare. Dal momento che lo faccio quasi sempre in Liguria, quando mi spingo un po’ più al largo approfitto per abbandonarmi a galleggiare a morto, rivolto indietro a considerare l’arco dei primi contrafforti appenninici che chiudono lo sguardo a poche centinaia di metri, a volte a poche decine, dalla riva. Confronto quella barriera naturale con l’immagine che ho davanti, un orizzonte piatto e aperto e invitante, che una suggestione culturale mi fa percepire persino leggermente incurvato. E mi chiedo spesso da cosa sono maggiormente attratto. Da un lato c’è la sicurezza della terraferma, tanto più di una riva difesa alle spalle da una recinzione orografica che crea identità territoriale, racchiude un mondo che conosco e che mi è famigliare, anche se tecnicamente ne vivo al di fuori. Anzi, questa distanza mi porta a percepirne forse ancora meglio il particolare carattere aspramente “terrigno”. Dal lato opposto si apre la possibilità di fuga verso altri mondi, quali che siano, dove non valgono le stesse regole, le stesse consuetudini, lo stesso “nomos” direbbe Schmitt, che vale sulla mia terra. La possibilità di essere “un uomo libero, un orgoglioso nuotatore che fendeva l’acqua in cerca di un nuovo destino”, come Il Clandestino di Conrad. Ancora oggi, quando l’età mi ha tolto ogni voglia di sperimentare il nuovo e il diverso, e sempre più volentieri mi rifugio nella sicurezza del consueto, mi capita di rivolgermi la stessa domanda: magari ad una distanza sempre minore dalla riva, per cui la risposta parrebbe già implicita: ma ancora sto a chiedermi se il mio sia stato, al netto di esiti tutt’altro che clamorosi, uno spirito avventuroso o uno tranquillo, talassico o terraneo.

Se provo a interrogare le scienze naturali o quelle psicologiche ricevo risposte contraddittorie, almeno rispetto alle mie esperienze. Per la biologia il contatto e la vicinanza con l’acqua aumentano il rilascio di dopamina e serotonina, le sostanze chimiche collegate alla felicità. Per lo psicologo l’acqua non solo simboleggia la vita, ma anche la rinascita. Il movimento del mare e la sua immensità hanno un effetto quasi ipnotico, che genera una sensazione di tranquillità e benessere che ci permette di rigenerarci. In effetti, anche in molte religioni il mare viene considerato simbolo di purificazione. Per la psicanalisi poi il mare è una delle immagini più frequenti dell’inconscio, di quello personale come di quello collettivo. E via di questo passo.

Devo avere un metabolismo un po’ bizzarro, perché le sensazioni che il mare mi trasmette sono diverse. Su di me l’effetto è adrenalinico, non certo di tranquillità, ma di voglia di solcarlo, di penetrarlo. Non resisto cinque minuti sulla spiaggia, devo entrare in acqua e spingermi al largo. Byron descrive perfettamente questa pulsione ne Il pellegrinaggio del giovane Aroldo:

E io ti ho amato, Oceano,
e la gioia dei miei svaghi giovanili,
era di farmi trasportare dalle onde
come la tua schiuma;
fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
una vera delizia per me.
E se il mare freddo faceva paura agli altri,
a me dava gioia,
Perché ero come un figlio suo,
E mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine,
E giuravo sul suo nome, come ora.

(e tra l’altro l’ha anche tradotta in vere imprese natatorie, come la traversata dei Dardanelli, ripetuta un secolo e mezzo dopo, a settant’anni, da Patrick Leigh Fermor, e da Charles Sprawson. Io, molto più modestamente, mi spostavo da Quarto a Bogliasco)

In gioventù ho anche navigato, sia pure per un breve periodo, e non su una nave da crociera ma imbarcato come mozzo (all’epoca la dizione, non so se ancora politicamente corretta, era “piccolo di camera”) su una petroliera: ebbene, la sensazione era la stessa: la voglia di andare avanti, di vedere altro mare. Non si trattava certo di una sfida, il natante su cui viaggiavo non era una barchetta a vela ma un mastodonte più che sicuro. Era piuttosto la strana sensazione di stare immerso in qualcosa che visto da riva, come scrive Michelet,” soprattutto quando c’è calma piatta e le onde si frangono tranquille e regolari sulla rena, ti trasmette il senso dell’instancabile eternità”, dalla quale non puoi che essere escluso: mentre visto da dentro, quando lo percorri, non appare più come quell’entità infinita ed eterna che ti respinge e ti annichilisce, ricordandoti la tua diversità. Ho anche constatato di non soffrire affatto il rollio o il beccheggio delle onde, neppure quando in mezzo a una tempesta erano particolarmente accentuati. Ancora dal giovane Aroldo:

Sull’acqua ancora una volta. Malgrado tutto sull’acqua!
E le onde sotto di me scalpitano come un destriero
Che conosce il suo cavaliere. Sia benvenuto il loro mugghiare!
Ovunque mi portino mi guidino rapide!

A quanto pare ho nelle vene un po’ di sangue inglese.

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… e sul mio rapporto con l’Inghilterra

Qui mi soccorre la lettura di Terra e Mare. Ho sempre nutrito una grande ammirazione per lo spirito inglese, a dispetto di quanto ne dice mia figlia, che vive sull’isola, ne è cittadina, ma non ha dei suoi connazionali una grande opinione. La mia ammirazione ha una matrice letteraria, senz’altro, perché la letteratura inglese è quella cui ho maggiormente attinto sin da ragazzo e che ha alimentato alla grande la mia fame giovanile di viaggi e di avventura. Il riferimento obbligato in questo caso è naturalmente Stevenson. “Per un ragazzo di dodici anni traversare la Manica è come cambiare cielo; per un uomo di ventiquattro traversare l’Atlantico significa appena un lieve cambiamento di alimentazione. Ma io ero ormai uscito fuori dall’ombra dell’Impero Romano, che ci ha dominato dalla culla con le rovine dei suoi monumenti, le cui leggi e la cui letteratura ci assediano da ogni parte, piene di divieti e di costrizioni.” Schmitt avrebbe visto in queste parole una conferma della sua analisi.

Naturalmente parlo dell’Inghilterra di ieri, o perlomeno dell’immagine di sé che quel paese fino a ieri riusciva a trasmettere. Mi son fatto l’idea (e quando mi faccio un’idea rimane ben radicata) che quello inglese sia un popolo che ha saputo mediare tra la volontà di fuga e di rottura e l’attaccamento alla terra e alle convenzioni. Ha attraversato gli oceani non per dimenticare la sua isola, ma per espanderla, per portarne un pezzo altrove, e magari per rigenerarla. Credo anche che il suo rapporto col mare sia stato in gran parte determinato dalle condizioni di temperatura e di violenza di quest’ultimo. Il mare inglese, lo dico per esperienza diretta, non è fatto per starci ammollo ma per essere affrontato: le sue onde, le sue correnti e le sue maree vanno conosciute e rispettate. Conrad ne era consapevole, tanto da scrivere che “Il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza”. Ma questo non implica un rifiuto, anzi: “Scoprii quanto ero uomo di mare, nel cuore, nella mente e, per così dire, nel corpo: un uomo esclusivamente di mare e di navi; il mare, l’unico mondo che contasse, e le navi, un banco di prova di virilità, di carattere, di coraggio, di fedeltà e d’amore”. Anche qui mi riconosco.

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Infine: sui popoli di terra e su quelli di mare

Ricordo che mentre leggevo Il Mare di Michelet mi erano tornati in mente proprio i versi di Byron. Mi erano tornati in mente perché l’incipit del libro di Michelet trasmette un’immagine ben diversa: “Un coraggioso marinaio olandese, fermo e freddamente osservatore, che trascorre la sua vita in mare, dice francamente che la prima impressione che si riceve è la paura. L’acqua, per tutti gli esseri terrestri, è l’elemento non respirabile, l’elemento dell’asfissia. Barriera fatale, eterna, che separa irrimediabilmente i due mondi”.

E continua su questo tono, sottolineando come “Gli orientali vedono solo l’abisso amaro, la notte dell’abisso. In tutte le lingue antiche, dall’India all’Irlanda, il nome del mare ha come sinonimo o analogo il deserto e la notte. […] La massa immensa in estensione, enorme in profondità, che copre la maggior parte del globo, sembra un mondo di tenebre. Questo è soprattutto ciò che colse e intimidì i primi uomini […]”.

Quanto al rapporto con l’acqua marina, è l’esatto contrario di quello di Byron: “L’acqua del mare non ci rassicura in alcun modo con la sua trasparenza. Non è la simpatica ninfa delle sorgenti, delle limpide fontane. È opaca e pesante; colpisce forte. Chiunque vi si avventuri si sente fortemente spinto in alto. È vero che aiuta il nuotatore, ma lo controlla; e questi si sente come un bambino debole, cullato da una mano potente, che potrebbe facilmente spezzarlo”.

Il libro è poi in realtà tutto un peana ai doni del mare, ai benefici per la salute e per l’economia, ecc …. Ma con un rispetto che non è quello di Conrad. Intanto “Le piccole libertà audaci che ci prendiamo sulla superficie dell’elemento indomabile, la nostra audacia nell’incontrare questo profondo sconosciuto, sono poche, e non possono fare nulla per il giusto orgoglio che il mare mantiene, in realtà, chiuso, impenetrabile”.

Del resto anche Hegel aveva già affermato che “Il coraggio di fronte al mare deve essere insieme astuzia, perché ha a che fare con ciò che è astuto, con l’elemento più malsicuro e mendace. Questo infinito piano è assolutamente morbido, non resiste affatto ad alcuna pressione, neanche al soffio: ha l’aria infinitamente innocente, remissiva, amabile, carezzevole, ed è appunto questa cedevolezza che cambia il mare nel più pericoloso e formidabile elemento”.

Insomma, si direbbe che i popoli continentali, anche quelli che hanno avuto dei cantori del mare come Victor Hugo, Jules Verne o Pierre Loti, e sono bagnati su tre lati, col mare non abbiano mai conquistato la stessa confidenza degli inglesi. Questo vale tanto per i francesi (quando soggiorna in Bretagna e in Normandia, Michelet constata che i pescatori sono tutti ugonotti) e per gli spagnoli (i loro più grandi navigatori, Colombo e Magellano, arrivano da fuori) che per gli italiani: un po’ meno per i portoghesi e per gli olandesi. Per Hegel, e anche per Schmitt, in quanto tedeschi la cosa è già più comprensibile (ma ad Hegel non piacevano nemmeno le montagne, non piaceva nulla che non fosse immediatamente ric0onducibile sotto il dominio della ragione). Per quanto concerne gli italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, in fondo questi ultimi si sono storicamente formati sulle acque relativamente più tranquille del Mediterraneo. Dei santi conviene tacere, ma anche i nostri poeti non mostrano una particolare dimestichezza con l’elemento marino. Quando raramente ne parlano, come Montale in Maestrale, lo fanno dalla riva, avendo di fronte un mare placido:

S’è rifatta la calma
nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
il cammino ripiglia.

La domanda a questo punto torna ad essere: gli inglesi sono diventati un popolo talassico per forza di cose, dal momento che vivevano su un’isola (ma allora i sardi? o gli abitanti dei Caraibi), o per una scelta spirituale, come in fondo afferma Schmitt e come già argomentava Michelet? (“La razza inglese – scrive quest’ultimo – ha riacquistato una forza straordinaria e un’attività estrema. Il suo rinnovamento lo deve prima al suo grande business (niente di sano come il movimento), poi, va detto, anche al cambiamento delle sue abitudini. Adottò un’altra dieta, un’altra educazione, un’altra medicina; tutti volevano essere forti per agire, commerciare, vincere.”)

Ma soprattutto: non è che il rapporto col mare agisca sui singoli individui come fa a livello delle popolazioni, e che anche là dove non è la causa sia quanto meno l’indizio di una precisa scelta esistenziale? Non c’è alcun giudizio di valore dietro questa domanda. Solo verrei capire se anch’io, sotto sotto, sono un calvinista.

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La breve bibliografia qui suggerita raccoglie sia i libri ai quali ho fatto diretto riferimento nel pezzo, sia alcuni di quelli che, senza comparire, lo hanno ispirato.

George Byron, Il pellegrinaggio del giovane Aroldo, Kessinger 2010
Joseph Conrad, La linea d’ombra, Rizzoli 2008
Joseph Conrad, Il Clandestino, De Agostini 1982
Friedrich Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Bompiani 2006
Victor Hugo, I lavoratori del mare, Mursia 2016
Raffaele La Capria, Ferito a morte, Bompiani 1961
Pierre Loti, Pescatore d’Islanda, Nutrimenti 2010
Jules Michelet, Il Mare, Elliot 2019
Eugenio Montale, Ossi di Seppia, Mondadori 1951
Vittorio G. Rossi, Oceano, Mondadori 1957
Vittorio G. Rossi, Terra e acqua, Mursia 1988
Carl Schmitt, Terra e mare, Adelphi 2002
Senofonte, Anabasi, Rizzoli 2008
Stenio Solinas, Percorsi d’acqua, Ponte alle Grazie 2004
Charles Sprawson, L’ombra del massaggiatore nero, Adelphi 1995
Robert L. Stevenson, Nei Mari del Sud, Editori Riuniti 2002
Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari, Einaudi 2018

P.S. Una curiosità linguistica. Il mare è designato esclusivamente da un sostantivo maschile solo in italiano e in islandese. In inglese, in francese, in olandese, persino nel greco antico è al femminile, in spagnolo lo stesso termine può essere declinato in entrambi i generi. Vorrà dire qualcosa?

Ariette 22.0: Cartolina dall’Andalusia

di Maurizio Castellaro, 17 agosto 2024

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Tra 1200 e 1400 la corazzata della Reconquista spagnola ha lentamente preso possesso della penisola iberica, strappando agli arabi una città dopo l’altra, in infiniti assedi. L’identità della nazione spagnola si è forgiata nella forza della stessa fede armata che ha mosso le Crociate in Terra Santa. Anche la Spagna in fondo era diventata terra straniera, dopo cinque secoli di dominazione araba. La normalizzazione cattolico-romana della penisola è uno dei tanti trionfi raccolti nella storia dall’alleanza tra trono e altare. Dal lato religioso l’Inquisizione, i pogrom, gli autodafè hanno smascherato le false conversioni dei moriscos e dei marrani. Dal lato politico e sociale la difesa della limpieza de sangreha discriminato ed escluso dalla crescita economica e sociale chi non avesse il giusto pedigree religioso. Conseguente e inevitabile in questa prospettiva l’espulsione forzata dei musulmani ed ebrei che avevano creduto nella possibilità di una coesistenza coi cristiani. Ne è uscita fuori una Spagna indebolita ma in purezza, inizialmente benedetta dai fiumi di ricchezze provenienti dalle colonie americane. Una nazione che, prima di passare la mano, si è celebrata per almeno un paio di secoli nelle sue chiese scintillanti costruite sopra le antiche moschee e nei palazzi costruiti sopra le rovine degli alcazar. Eppure ritorno dal mio viaggio in Spagna portandomi nella memoria soprattutto i visionari giochi d’acqua e di luce del palazzo Nasride dell’Ahlambra a Granada, i lamenti e ritmi “blues” del flamenco inventato dai rom emarginati e costretti a tornare a vivere nelle caverne, o il pensiero di Spinoza, l’ebreo portoghese perseguitato ed esule, che ancora oggi riesce a re-insegnarci la beatitudine. Può sembrare un paradosso andare in Spagna e rimanere ammaliati soprattutto da ciò che la Spagna ha cercato inutilmente di distruggere o di espungere da sé con tutte le sue forze. Ma forse è proprio questa la cosa più interessante e piena di futuro che la Spagna riesce ancora ad insegnarci oggi.

Courrier des livres

di Paolo Repetto, 15 agosto 2024

Li ho ordinati martedì sera, sono arrivati giovedì mattina. Dalla Germania.

In linea di principio sono contrario agli acquisti di libri on-line, e credo la cosa valga per tutti i bibliofili stagionati come me (dove bibliofilo non sta solo per amante della lettura, ma per amante del libro come oggetto, e come oggetto posseduto). C’è di mezzo senz’altro la nostalgia per le librerie d’antan, quelle dove andavi a curiosare, a sfogliare, a chiacchierare col libraio o con gli altri frequentatori abituali. Erano occasioni importanti, dalle quali scaturivano conoscenze, gustosi pettegolezzi e a volte anche solide amicizie. Purtroppo però le librerie d’antan, così come i princìpi, non ci sono più. Le pochissime rimaste sono in genere “a tema” (femminismo, lgbt, ecologismo, ecc …), in linea con le nuove religioni secolari, e persino quelle dedicate all’alpinismo o ai viaggi sembrano rivolgersi a un pubblico di devoti piuttosto che di bibliofili. D’altro canto, entrare oggi in una libreria legata a un gruppo editoriale o a una catena della grande distribuzione equivale ad entrare in un supermercato, e giustamente chi ci lavora ha con i libri lo stesso rapporto che hanno i commessi dell’Esselunga con gli ingredienti delle zuppe surgelate. Allora, tanto vale: invece di sfogliare un libro ne leggi sullo schermo gli estratti, e un minuto di navigazione in rete, sia pure facendo lo slalom tra gli scogli della pubblicità, ti procura tutte le informazioni e le recensioni che desideri. Nel mio caso si aggiunge poi il fatto che mi interessa sempre meno quanto di nuovo viene pubblicato, mentre sono ancora in caccia di titoli che nel tempo mi sono passati sotto gli occhi, che ho annotato in memoria o sui miei taccuini, e che per motivi diversi non ho mai acquisito (ma la memoria è talmente satura e i taccuini sono tanti che i titoli saltano fuori di norma solo per caso).

Così non entro quasi più nelle librerie, anzi, le evito: odio vedere “mercificato” così spudoratamente ciò che un tempo era l’oggetto delle mie attese, dei miei desideri, dei miei piaceri, e che ritenevo appartenesse ad una dimensione superiore – non che i libri anche prima non fossero merce, ma lo erano con altra dignità. Mi irritano gli accostamenti insensati nelle vetrine e i criteri di visibilità sugli scaffali, le promozioni palesemente mirate solo al mercato, la rapidissima obsolescenza dei titoli, tutte cose che non badano alla qualità ma solo al consumo e al ricambio: credo che a breve sulla quarta di copertina troveremo anche la data di scadenza, come sui tappi del latte. I titoli o le case editrici sono ormai solo etichette dietro le quali vengono proposti prodotti altrettanto intercambiabili delle birre o dei detersivi.

La frequentazione la riservo piuttosto ancora ai mercatini. Dall’ultimo di Predosa sono venuto via con quarantasei volumi, due borsoni della Coop che pesavano mezzo quintale: ho stentato a riguadagnare il parcheggio. Vi ho trovato la conferma del convincimento maturato in una ormai pluridecennale militanza: occorre frequentare i mercatini poveri, quelli dove l’espositore paga quindici o venti euro (a Ovada il costo per tenere banco è di settantacinque: e infatti …). Solo lì puoi trovare figli, cognate o mogli che si disfano a basso costo, con una presenza una tantum, della biblioteca del marito (mai trovato un marito che si liberasse di quella della moglie), e che ti consentono di entrare in possesso di preziosissimi volumi della Fondazione Valla o de La Nuova Italia a un euro l’uno. In questo caso gioielli come gli scritti di Seneca “Sulla natura”, di Basilio di Cesarea o di Gregorio di Nissa, che chiaramente non leggerò mai, ma che solo a sfogliarli, o a guardarli, a sapere di possederli, danno un indicibile piacere. E poi saggi di Aby Warburg o di Ernst Curtius e di un sacco di altri “veri maestri” oggi ingiustamente negletti. Insomma, ho speso l’equivalente di tre pizze con birra media e mi son portato a casa un tesoro: che ho dovuto quasi fare entrare di soppiatto, perché mia moglie ha posto un veto sulle nuove acquisizioni, non essendoci più un centimetro di spazio in cui alloggiarli.

Al mercatino comunque non trovi le cose che cerchi: al contrario, trovi cose delle quali in genere ignoravi l’esistenza, fai delle scoperte, testi che col tempo “potrebbero rivelarsi” interessanti e che per intanto sono già appetibili per il prezzo.

La ricerca sul web è tutta un’altra faccenda. Navighi con una disposizione completamente diversa da quella con cui ti aggiri tra i banchi dell’usato. Vai in caccia di qualcosa di preciso, e quasi invariabilmente lo trovi. Certo, il sottile piacere connesso al desiderio, la soddisfazione di una ricerca che ti è costata fatica e si conclude positivamente, la gioia di un inaspettato ritrovamento: tutte queste cose te le scordi, ma anche nelle librerie-supermercato non hanno più alcun posto. Finisci allora per tagliare la testa al toro, digitare un titolo o un autore e accorgerti che ciò che pensavi ormai introvabile te lo offrono in cinquanta, e che se un’opera non è mai stata tradotta in italiano e non te la senti di affrontarla in inglese o addirittura in tedesco è disponibile magari in francese, scontatissima. A quel punto la linea di principio va a farsi benedire, e fai l’ordinativo. Trentasei ore dopo ti recapitano a casa cinque volumi, in arrivo direttamente da Berlino, con una spesa di spedizione di due euro e mezzo.

Di questi appunto volevo parlare. Quattro sono taccuini di viaggio, ma questa è l’unica cosa che li accomuna. Sono piuttosto l’esemplificazione perfetta di come si possa viaggiare e si possano poi raccontare i viaggi in maniera molto diversa. Il quinto è una raccolta di brevi biografie di viaggiatori particolarmente “eccentrici”, fuori dagli schemi, che ha anticipato, purtroppo sino a ieri a mia insaputa, se non i soggetti almeno l’idea di fondo che ispirava molte delle cose che ho scritto.

Courrier des livres 02Voyages in Alaska, di John Muir, contiene i resoconti di tre viaggi di esplorazione compiuti dal naturalista americano tra il 1879 e il 1890. Di Muir avevo letto già altri tre libri, gli unici tradotti in Italia, e quindi sapevo pressappoco cosa attendermi: devo dire che ho ricevuto molto di più. Ho capito ad esempio di chi erano figli i racconti di Jack London, che ha saccheggiato da queste pagine molti protagonisti, umani e non, e ha preso lo spunto per diverse storie. Credo abbia vissuto la sua breve avventura di cercatore d’oro col libro di Muir nello zaino.

In Alaska Muir ha compiuto ben sette viaggi, gli ultimi con spedizioni ufficiali mirate soprattutto ad ampliare i territori di competenza degli Stati Uniti. Per questo si è limitato a raccogliere e a proporre i diari di questi tre, realizzati invece alla sua maniera, senza alcun supporto logistico, senza una precisa programmazione, senza un adeguato equipaggiamento, senza armi. Era particolarmente interessato ai ghiacciai, sul cui ruolo nel modellare il territorio formulò una teoria che si è poi rivelata assolutamente esatta. Nei primi viaggi si dichiara però intento soltanto all’ascolto e alla preservazione del “canto del mondo”.

Chi ha già letto La mia prima estate sulla Sierra e Mille miglia in cammino fino al golfo del Messico – dicevo – non trova molto di nuovo, se non la natura dei paesaggi. E deve mettere senz’altro in conto, per quanto concerne lo stile, l’entusiasmo pionieristico del nascente ecologismo d’oltre oceano, ispirato al trascendentalismo di Emerson. Voglio dire che i continui sbigottimenti e le urla di gioia e le danze nelle quali esprime l’eccitazione per gli spettacoli naturali alla lunga riescono un po’ fastidiosi, ma senz’altro corrispondono a un sentire, a una riconoscenza, ad una immedesimazione del tutto genuini e sinceri. Ne ha ben donde, del resto, perché a folgorarlo sono i panorami della Yosemite Valley, della Sierra Nevada o della Glacier Bay.

Si può scrivere della natura anche in questi termini, magari facendosi trasportare un po’ dall’eccesso, senza necessariamente scadere in una trita liturgia, in atteggiamenti devozionali. Ecco, Muir viaggia sempre a un livello spirituale altissimo, quasi mistico, ma mai religioso. Una lettura da consigliare vivamente, magari guidata, per evitare interpretazioni distorcenti, agli odierni fondamentalisti ecologici e ai cultori dell’integralismo animalista.

Courrier des livres 03Leggendo le prime pagine di Un petit tour dans l’Hindou Kouch (1958), di Eric Newby, ho avuto l’impressione di un deja vù. La situazione iniziale mi ha ricordato immediatamente Tre uomini in barca, di Jerome, e subito dopo Una passeggiata nei boschi, di Bill Bryson: due scriteriati, assolutamente digiuni di alpinismo e animati solo dall’incoscienza inglese, si mettono in testa di compiere alcune ascensioni sui settemila dell’Afghanistan, per la precisione nella regione più remota del paese, il Nuristan. Lo fanno dopo soli tre giorni di iniziazione all’arrampicata in Inghilterra, e con una organizzazioner logistica che rende improbabile persino l’avvicinamento a quelle montagne. Ad un certo punto ho temuto che il tutto si risolvesse in una solenne buffonata, in un rovesciamento esasperato e speculare dell’understatement inglese: invece, mano a mano che procedevo a seguire le loro disavventure, i dejà vu si sono moltiplicati e hanno rivelato la loro vera natura.

L’avventura di Newby e del suo socio ha luogo nel 1956. Una quindicina di anni prima lo stesso loro itinerario era stato percorso dalla coppia Annemarie Schwarzenbach (che lo racconta in La via per Kabul), e Ella Maillart (La via crudele, 1947). Alla fine degli anni Quaranta quattro scriteriati francesi amanti dell’arte orientale intraprendono un viaggio quasi simile muovendo dal Nordafrica, e lo raccontano poi in Dal Nilo al Gange, di Pierre Rambach. Nei primi anni Cinquanta è Nicolas Bouvier a percorrere a ritroso con un compagno la via della seta, attraversando i Balcani, l’Anatolia, la Persia e l’Afghanistan. E dopo Newby, soprattutto negli anni Settanta, sono decine i convertiti all’esotismo new age che si avventurano in quella direzione. Con tutti questi resoconti in memoria, sarebbe strano ora se non riconoscessi luoghi, situazioni, personaggi. Anche se ciascuno queste cose le ha raccontate a modo suo. Newby senz’altro in una maniera tutta particolare.

Gli unici suoi libri tradotti in italiano sono Amore e guerra negli Appennini e L’ultima regata del grano. Questo, che probabilmente è il migliore, almeno per gli amanti della letteratura di viaggio, non è mai stato preso in considerazione, nemmeno in questo ultimo periodo di revival del genere. Credo di poterne dare una spiegazione. Il mondo e l’umanità che Newby descrive, sia pure filtrati attraverso una dose massiccia di humor, sono tutt’altro che attraenti. Tra Istanbul a Kabul lui e il suo compagno non incontrano che miseria, disorganizzazione, e le rovine di un passato che doveva essere stato prospero, ma che sembra non aver lasciato traccia negli animi. È vero che mette in conto tutte le disavventure che gli capitano alla impreparazione sua e del suo compagno, e le legge con la cifra di un umorismo che spesso ricorda Wodehouse: ma non può non testimoniare la desolazione materiale e spirituale di quei luoghi. A volte gli è sufficiente un’osservazione casuale, senza commenti: Due nomadi passavano con un cammello, seguiti a quattro o cinquecento metri da una ragazza molto giovane carica di un fardello, che barcollava per la spossatezza. Nessuno dei due uomini le prestava la minima attenzione, ma in compenso ci salutarono calorosamente al passaggio.

Credo dunque che la ragione per la quale il libro non è ancora stato tradotto in italiano stia nella sua apparente “scorrettezza politica”. Oggi verrebbe senza dubbio accusato di proporre una visione razzista, colonialistica, imperialista, semplicemente perché dice le cose come stavano negli anni Cinquanta (e probabilmente adesso stanno anche peggio). In realtà nell’atteggiamento di Newby non ho colto traccia alcuna della supponenza e dello snobismo che spesso (molto spesso) i viaggiatori inglesi portavano nel loro bagaglio: è troppo occupato a combattere con la dissenteria, con la polvere, con le cimici che si coricano con lui, con i suoi continui qui pro quo dovuti alla non conoscenza delle lingue locali (si getta in un pozzo nero, irritato dall’inerzia degli “indigeni”, per salvare un bambino che se la sta ridendo dietro il muro di casa) per tranciare giudizi. Anche quando commenta, in più occasioni: Cavolo, siamo in pieno medioevo, non lo fa con spocchia, ma da antico entusiasta lettore di Walter Scott.

In compenso, solo a titolo di cronaca, i due dopo un paio di attacchi a vuoto riescono ad arrivare in vista della vetta del monte Samir (di 5.809 metri, ma all’epoca era stimato oltre i seimila, ed era considerato dagli afgani inespugnabile), ma il loro exploit verrà considerato, sotto il profilo alpinistico “insignificante”. La montagna sarà espugnata tre anni dopo.

Courrier des livres 04Courrier de Tartarie (News from Tartary: A Journey from Peking to Kashmir, 1936) di Peter Fleming è la narrazione di un viaggio compiuto dall’autore a metà degli anni Trenta, pressappoco negli stessi luoghi visitati da Newby ma in direzione opposta, procedendo da est ad ovest, in compagnia dell’onnipresente Ella Maillart (che ha raccontato la stessa vicenda in Oasi proibite). Difficile immaginare due caratteri e due approcci al viaggio altrettanto diversi: a leggere i due resoconti parrebbero aver attraversato mondi completamente differenti.

Il viaggio, iniziato nel febbraio 1935, dura sette mesi e si snoda per 5600 chilometri da Pechino al Kashmir. Lo scopo è verificare cosa sta accadendo in un’area particolarmente turbolenta e quasi sconosciuta, il Turkestan cinese (o Tunganistan, ma oggi Xinjiang), situata al confine tra l’India, la Cina e la Russia.

Fleming (che tra l’altro è fratello del più celebre Jan, quello di James Bond) è uno storico tenuto in grande considerazione in Inghilterra, molto meno dalle nostre parti. L’unica traduzione in italiano di un suo scritto di viaggio (Avventura brasiliana, Longanesi, 1950) risale a settanta anni fa, e non è più stata ristampata. Varrebbe la pena proporre oggi anche questo diario asiatico, non fosse altro per confrontarlo con la versione della Maillart, ma soprattutto con la coeva descrizione fatta da Sven Hedin degli stessi luoghi e delle stesse vicende politiche.

A differenza del libro di Newby, questo è il resoconto dettagliato di tappe, spostamenti, distanze, incontri, redatto con uno stile molto più distaccato, e meno coinvolgente, nel quale l’umorismo britannico, assai trattenuto, è rivolto quasi esclusivamente agli altri. Un umorismo molto aristocratico: leggere un propagandista, un uomo con interessi intellettuali acquisiti, è noioso quanto cenare con un vegetariano.

È evidente anche che Fleming non prova simpatia per le popolazioni che incontra, e le valuta col metro dei vantaggi o degli inconvenienti che possono procurare agli interessi britannici, ancora nell’ottica del Grande Gioco (all’epoca è un agente dell’MI6, il servizio di spionaggio: del resto, ai loro servizi segreti sono legati un po’ tutti i personaggi, inglesi, russi, tedeschi, che negli anni Trenta si aggirano da quelle parti). L’autore rivendica però ripetutamente la sua posizione quasi da “osservatore esterno”: Non so nulla, e mi interessa meno, della teoria politica; la furfanteria, l’oppressione e l’inettitudine, come perpetrate dai governi, mi interessano solo nelle loro manifestazioni concrete, nel loro impatto sull’umanità: non nelle loro nebulose origini dottrinali.

Ciò non significa che il libro non sia interessante, anzi, sul piano della conoscenza dei costumi e dei caratteri di quei popoli è molto più ricco di quello di Newby: ma non è, a mio parere, altrettanto divertente.

Courrier des livres 05Courrier des Andes è il titolo francese dato a Three Letters from the Andes (1991) di Patrick Leigh Fermor. Non ho ancora capito se ne esiste una traduzione italiana, a giudicare dagli esiti della ricerca in rete parrebbe di no. Paddy Fermor si aggrega nel 1955 ad una piccola spedizione esplorativa che non si pone traguardi particolarmente ambiziosi. È una sorta di ospite d’onore, e si comporta come tale. Lascia siano gli altri a scalare qualche vetta e fare le rilevazioni scientifiche, mentre inventa per sé un ruolo di custode della stufa da campo, di cronista ufficiale dell’avventura e di soprattutto di motivatore (ruolo questo che gli veniva automaticamente riconosciuto, state la sua esuberanza, da chiunque gli si accompagnasse, dai partigiani greci ai frequentatori dei circoli inglesi.). Le lettere cui si riferisce il titolo inglese sono indirizzate alla moglie Joan.

Si tratta palesemente di una operazione di recupero, intesa a sfruttare la popolarità che il viaggiatore inglese stava conoscendo alla fine del secolo scorso. Fermor naturalmente rimane se stesso, la sua scrittura continua ad essere estremamente pulita e raffinata, ma al di là di qualche gustoso aneddoto o di qualche acuta osservazione sui costumi e sui comportamenti delle popolazioni andine non ha molto da offrirci. Il testo dà l’impressione di essere stato buttato giù di getto, senza passare attraverso le innumerevoli riscritture che per Paddy erano abituali: e questo è forse il suo maggior pregio.

Courrier des livres 06Infine il quinto, Voyageurs excentriques, di John Keay (1982). Keay è conosciuto in Italia per due bellissimi libri di taglio storico Quando uomini e montagne si incontrano (1977) e La via delle spezie (2005), pubblicati entrambi nella benemerita collana Il cammello Battriano di Neri Pozza. Il primo soprattutto mi aveva a suo tempo affascinato, ma quando l’ho letto io, nel 2005, in Inghilterra era considerato un classico da quasi trent’anni. Eccentric Travellers, uscito nei primi anni Ottanta, in Italia non è mai stato tradotto. Ed è strano, perché ha tutti i requisiti per essere considerato a sua volta un piccolo classico. Racchiude gli schizzi biografici di sette viaggiatori pochissimo noti dalle nostre parti (immagino invece conosciutissimi in Inghilterra) e ciascuno a suo modo davvero singolari. Lo avessi letto prima, mi sarei risparmiato probabilmente lo scritto su Charles Waterton (L’inventore dei capelli a spazzola). Ma forse è stato meglio così: Waterton me lo sono guadagnato tutto e adesso lo sento davvero mio. Gli altri andrò a conoscerli meglio con calma.

Non posso negare che la lettura mi abbia suscitato un po’ d’invidia, qualche rammarico e alcune considerazioni. Avevo parlato dell’eventualità di un’operazione “divulgativa” di questo tipo già mezzo secolo fa con un amico, docente di storia delle esplorazioni geografiche. Non aveva bocciato l’idea, ma mi aveva fatto notare che nel nostro panorama editoriale, a differenza che in quello anglosassone o d’oltralpe, non c’era molto spazio per queste cose. Una collana miscellanea da lui stesso all’epoca diretta esigeva contributi ineccepibili sotto il profilo del protocollo storiografico, ovvero zeppi di note, di citazioni puntualmente identificabili, di riferimenti bibliografici, ecc. …: tutte cose sacrosante in vista di una preparazione all’attività storiografica, ma che risultano di norma scoraggianti per una lettura amatoriale (e tanto più dissuasivi per una scrittura non “accademica”). Aveva solo parzialmente ragione, come ha dimostrato successivamente proprio il successo de Il cammello battriano di Stefano Malatesta, ma aveva toccato anche un tasto reale, quello di una attitudine della cultura italiana al rispetto ossequioso dei “canoni” di genere, della quale mi rendo conto d’essere io stesso imbevuto.

Il che ci porta alla vera ratio di questo pezzo. Sempre diversi anni fa, in risposta ad un mio scritto comparso anche su Luomoconlavaligia (Perché non esiste in Italia una letteratura del viaggio), una collaboratrice del sito smontava le mie argomentazioni asserendo che erano frutto di una preconcetta esterofilia e sostenendo che in realtà la letteratura di viaggio era diffusissima in Italia e vantava una lunga e gloriosa tradizione. Per dimostrare quanto azzardate fossero entrambe queste affermazioni era sufficiente consultare il catalogo delle edizioni Payot, specializzate nell’editoria di viaggio e dal quale ho attinto tutti i titoli presentati sopra, e rendersi conto che negli anni Novanta del secolo scorso offrivano un solo titolo in traduzione dall’italiano, a fronte degli oltre centoventi presenti (e non per sciovinismo, perché la stragrande maggioranza erano traduzioni di opere inglesi). In quello delle edizioni La Découverte, altra collana specializzata, non ne compariva uno.

Ma basterebbero anche a mio giudizio le assenze che ho dovuto colmare trent’anni dopo cercando le traduzioni in un’altra lingua, o i ritardi coi quali sono stati presentati al pubblico italiano classici del viaggio ottocentesco come Eothen, di William Kinglake, il Viaggio all’interno dell’Africa di Mungo Park o il Viaggio a Timbouctu di René Caillié. Inoltre, in realtà nel mio articolo facevo riferimento non tanto alla letteratura, ma ad una più ampia “cultura del viaggio”.

Ora, non nego che anche in Italia, sia pure come sempre di riflesso, sia aumentato l’interesse per la letteratura di viaggio: di sicuro c’è che se ne scrive (e forse se ne legge) molta di più. Ma ho l’impressione che questo abbia poco a che vedere con una vera “cultura del viaggio”. Sembra infatti che si viaggi quasi solo in funzione del poterne scrivere, e che per giustificare la scrittura si cerchino soprattutto performance da sballati o da guinness dei primati, nelle quali si esaurisce poi tutto l’interesse: giri del mondo in monopattino o in vasche da bagno motorizzate, vie classiche, religiose o storiche percorse camminando all’indietro o ad occhi chiusi: insomma, buffonate. Oppure che ci si muova al traino delle mode e delle mete del momento, quelle “certificabili” con la progressione su Instagram o certificate ufficialmente dai grossi barnum messi in piedi per sfruttare il trend (dal camino di Compostela alla via Francigena e similari), col risultato di intrupparsi in un traffico che non ha nulla da invidiare a quello dei marciapiedi delle città cinesi. Questo accade ovunque, certamente, così come è vero che ovunque si voglia andare si è già stati preceduti dalla folla: ma rimango dell’idea che chi ha potuto crescere nutrendosi di una tradizione che il viaggio lo dava per scontato, che ad esso associava l’arricchimento spirituale (e magari anche materiale), l’apertura mentale, l’autoconsapevolezza, e non solo la fuga, l’esilio, la forzata migrazione, lo strazio del distacco, insomma, tutta la piagnucolosa retorica dell’“addio monti” che da noi sino a ieri ha dettato i canoni del sentire, ebbene, costui riesca a viaggiare ancora oggi con uno spirito diverso.

Magari mi sbaglio, magari siamo ormai tutti uniformati a consumare chilometri anziché a provare emozioni e curiosità genuine: ma avrei voluto poter leggere anch’io prima dei vent’anni Newby, e persino Peter Fleming.

Due biografie monumentali

di Vittorio Righini, 9 luglio 2024

Ho avuto modo di leggere di recente due biografie monumentali (oltre 600 l’una e oltre 450 pagine l’altra) e farmi un’idea di entrambe, grazie al confronto emozionale che mi hanno fornito.

La prima è La Vita a Modo Mio di Wilfred Thesiger, autore di due tra i migliori libri sul deserto e sul mondo arabo, su regioni poco esplorate e su popoli dimenticati. La biografia è uscita in Italia di recente.

Due biografie monumentali 02 Wilfred ThesigerWilfred Thesiger

Il primo dei due libri di cui sopra è Sabbie Arabe, che The Observer ha definito “un classico della letteratura di viaggio, scritto in un linguaggio volutamente carica di risonanze epiche”. Sono d’accordo, l’Empty Quarter, in lingua locale Rub el-Khali, è uno dei deserti più ostici da attraversare, e la parte sud è la più inospitale. È il più grande deserto sabbioso contiguo del mondo, con 650.000 chilometri quadrati di sabbia e pietra, ed è così inospitale e con pochissime oasi da renderlo quasi inabitato. Non c’è da stupirsi che sia chiamato “il quartiere vuoto”, che è una perfetta traduzione dell’arabo “Rub al Khali”. Ricopre un terzo della penisola arabica, estendendosi sui territori di quattro paesi: Oman, Arabia Saudita, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Il famoso T.E. Lawrence, per noi comunemente Lawrence d’Arabia, lo traversò in modo memorabile trent’anni prima di Thesiger (1915/1945). Lo fece non certo per diletto e ce ne ha lasciato ampia memoria scritta.

Due biografie monumentali 03

L’altro libro è Quando gli Arabi vivevano sull’acqua. Questo secondo lavoro è altrettanto mirabile quanto il primo, soprattutto perché tratta di una zona veramente ignota a molti di noi, il sud della Mesopotamia, la terra chiusa dal Tigri e dall’Eufrate. Nel 1951, quando Thesiger vi si recò in esplorazione, il Tigri e l’Eufrate erano ancora fiumi degni di tal nome in quanto a portata, e in primavera, con lo scioglimento delle nevi sui monti della Persia e della Turchia, si creavano paludi che resistevano a lungo. Un mondo acquatico, popolato da flora e fauna vari. Gli Arabi si spostavano remando su barche a bordo basso, pescando e costruendo abitazioni, casoni e magazzini con i giunchi. Insomma, leggere di un mondo arabo basato sull’acqua è stato davvero una sorpresa, originale e interessante. In entrambi i libri la scrittura è colta ma scorrevole, il racconto è originale e interessante.

Così quando è stata tradotta in italiano la biografia di Thesiger, La Vita a Modo Mio, (è quella da oltre seicento pagine) mi sono precipitato ad acquistarla, nonostante il prezzo proibitivo che usualmente pratica Edizioni Settecolori per i suoi libri di narrativa, non solo di viaggio (tra questi Peter Hopkirk, Peter Fleming, Paul Morand e altri ancora).

Ho iniziato a leggerlo nel settembre dello scorso anno, mentre ero in viaggio in Grecia con Paolo Repetto. Lui aveva portato due libri brevi: uno lo divorò in un paio di giorni, l’altro, a quanto pare molto palloso, lo mollò immediatamente. Non mi rimaneva che passargli la biografia e leggere altre cose che avevo con me. Alla fine del viaggio Paolo era ai due terzi della lettura, e volle tenerlo ancora una settimana: ma non mi era parso particolarmente entusiasta.

In questa prima parte dell’estate ho ripreso in mano il libro, dal punto in cui lo avevo lasciato a Salonicco, con immutate illusioni di trovarlo avvincente.

Ma vediamo intanto in breve il personaggio.

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Thesiger è nato ad Addis Abeba nel 1910. Educato con rigore e fermezza a Eton e a Oxford, è stato campione di boxe universitario e ottimo sportivo; un grande fisico sempre allenato, alto, magro, forte. Prima della Seconda Guerra Mondiale ha fatto parte della Sudan Defense Force, “un’unità delle forze ausiliarie coloniali britanniche creata nel Sudan anglo-egiziano nel 1925, per assistere la polizia locale nei compiti di sicurezza interna e mantenere l’integrità territoriale. Durante la guerra ha preso parte prima alla campagna dell’Africa orientale e poi ha combattuto in Nord Africa, nella campagna del deserto occidentale”. È rimasto nel SDF dal 1935 al 1940, per poi passare appunto, allo scoppio della guerra, alle ‘Forze di Difesa del Sudan, aiutando a organizzare la resistenza abissina contro gli occupanti italiani. Tra i vari riconoscimenti e titoli, gli è stato assegnato il DSO, cioè la medaglia del Distinguished Service Order, per aver catturato Agibar e la sua guarnigione di 2.500 soldati italiani. Successivamente ha prestato servizio presso lo Special Operations Executive in Siria e presso lo Special Air Service durante la campagna del Nord Africa, raggiungendo il grado di Maggiore. Dal 1943 al 1945 ha funto da consigliere politico del principe ereditario Asfa Wossen dell’Etiopia. Era un personaggio orgoglioso ed eccentrico, benestante, che veniva da una famiglia facoltosa. Ciò gli ha permesso di viaggiare in luoghi lontani e semi sconosciuti senza problemi economici.

Dopo la guerra, in qualità di socio emerito della Royal Astronomical Association inglese e di innumerevoli altre organizzazioni culturali, si e è dedicato ai viaggi nei paesi africani e arabi, e ha vissuto prevalentemente in Kenya. È morto nel 2003 a Croydon, vicino a Londra, dove è sepolto come Sir Wilfred Patrick Thesiger.

Tornando al libro, giunto nella lettura quasi a metà, l’ho chiuso e accantonato. La motivazione, me ne rendo conto, è molto personale, ma nessuno mi paga per leggere, quindi lo faccio solo se quello che leggo mi piace. E quello che stavo leggendo mi piaceva poco.

Sir Thesiger spesso dopo cena diceva ai suoi boys: toh, esco e mi faccio un leone! Se trovava le femmine le ammazzava tutte, e il giorno dopo ci riprovava, finché non eliminava il maschio. Provava un grande piacere a sparare a qualunque cosa si muovesse, dalla rara gazzella del deserto al leone appunto, dal becco selvatico del Sahara alle capre del Tassili. Un giorno i servitori gli portarono due cuccioli di leone, ai quali aveva probabilmente ucciso la madre la sera prima, e lui li allevò amorosamente finché, a nove mesi, erano diventati un impiccio e un pericolo per i locali. Con un certo dispiacere (!) dovette abbatterli. Non sono più riuscito a leggere una pagina.

Se sembro sentimentale me ne dispiace, ma non posso cambiare; se mi dite che erano altri tempi, credo che non cambi nulla, io sono sempre stato contrario alla caccia indiscriminata, la sola caccia che accetto è quella ancestrale per procurarsi il cibo. Mangio carne? si, con gusto, carne allevata s’intende. Ma no, a sparare proprio non provo nessun piacere.

L’altro aspetto per me non particolarmente invitante è la narrazione relativa a certi luoghi dove Thesiger ha vissuto: luoghi che non ho mai avuto intenzione di visitare, per un certo disinteresse verso quelle zone. Faccio un esempio: ci saranno un centinaio di pagine sulla Dancalia, ho dovuto cercarla sulle mappe, nel nord dell’Etiopia. Viene presentata come segue (sul web, copio e incollo): «In passato definita “la terra del diavolo” per i suoi paesaggi infuocati, aride distese di sale e vulcani perennemente attivi e i geyser sulfurei alimentati da acque roventi, la Dancalia è uno dei luoghi più inospitali del pianeta e allo stesso tempo uno dei più suggestivi e affascinanti». Non ne sono particolarmente affascinato, ho come l’impressione che se un libro narra di un luogo che mi piace, lo leggo molto più volentieri. Per il resto della sua vita non vi so dire, mi sono fermato nella lettura e il mio giudizio, ovviamente, è basato sulla prima metà del libro.

A merito di Thesiger va ascritto che la sua grandezza letteraria risiede anche nella descrizione delle culture di alcuni popoli dell’Africa orientale, frutto di un’indagine veramente minuziosa e completa, che è rimasta di riferimento per gli studi successivi. Il problema di alcuni dei rappresentanti di questa nobile stirpe di eruditi inglesi del secolo scorso credo fosse la mancanza di umiltà, condita a un pizzico di snobismo, forgiato probabilmente dalle vergate ricevute sui banchi di Eton e Oxford. La fascetta di copertina, a firma di un giornalista del The Times, dice: “la più avvincente biografia mai letta”. Non sono d’accordo, e pur non sconsigliandone la lettura, io l’ho riposto.

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L’altra autobiografia che ho letto, frutto di un fortunato acquisto al mercatino dell’usato di Predosa, è di Heinrich Harrer. La mia sfida al destino. Dall’Eiger al Tibet, dall’Alaska al Ruwenzori. Un’avventura lunga una vita.

Due biografie monumentali 06 bisHeinrich Harrer

“Heinrich Harrer nasce a Huttenberg, un paesino della Carinzia, nel sud dell’Austria, nel luglio del 1912, quindi in pieno Impero Austro-Ungarico. Il padre lavora alle Poste, la madre casalinga, poi ci sono altri tre fratelli più giovani. Dopo svariati successi nel mondo dello sport sulla neve, nel 1933 si iscrive all’Università di Graz e studia geografia. Grazie alla sua capacità sportiva, e alla sua adesione alle SA di Hitler (Sturm Abteilungen, squadre d’assalto), senza la quale sarebbe stato boicottato, viene convocato nella squadra di sci alpino per le olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen del 1936. Nel 1937, con l’Anschluss (l’annessione forzata) dell’Austria alla Germania, passa alle SS (le famigerate Schutz-Staffein, squadre di protezione).”

Non indossa mai la divisa delle SS perché parte nel 1938 per una spedizione preliminare al Nanga Parbat in Himalaya. Della sua militanza nelle SS dice: “Ero giovane. Lo ammetto, ero estremamente ambizioso e mi era stato chiesto se avessi voluto diventare l’istruttore di sci delle SS. Devo dire che approfittai subito dell’occasione. Devo anche dire che se mi avesse invitato il Partito Comunista, mi sarei unito a loro. E se mi avesse invitato il diavolo in persona, sarei andato con il diavolo”.

Il suo più grande desiderio è quello di scalare le vette più ardite ed entrare nella storia dell’alpinismo. Prima di partire per il Nanga Parbat, con l’amico e scalatore Fritz Kasparek, progetta una impresa a detta di molti quasi impossibile: scalare la parete nord dell’Eiger, in Svizzera. Una montagna non particolarmente alta (3.967 mt.), ma quasi invalicabile dal lato nord. Incontrano casualmente durante l’arrampicata due scalatori tedeschi, Ludwig Vorg e Andreas Heckmair e insieme riescono, sebbene in mezzo ad un sacco di avversità (ben narrate nel libro Parete Nord) a raggiungere la vetta il 24 luglio. Una grande impresa, perché l’Eiger nord solo due anni prima aveva portato alla morte due alpinisti tedeschi, mentre altri, alcuni italiani compresi, avevano rinunciato prima della vetta. Questa impresa è il trampolino di lancio verso il lungo viaggio che lo aspetta in Himalaya. La Fondazione Himalayana Tedesca, finanziata dal partito nazionalsocialista, che crede al valore d’immagine delle grandi imprese non per scopo scientifico o sportivo, ma per inneggiare ancora di più al Furher, si affretta ad ingaggiarlo.

Due biografie monumentali 07 Eiger parete nordEiger, parete Nord

Raccomandato alla Fondazione da Himmler stesso, Harrer è inserito in una spedizione guidata da Peter Aufschnaiter, alpinista di grande esperienza, che nel 1938 dovrebbe studiare i migliori passaggi per arrivare in cima al Nanga Parbat, in previsione di una successiva spedizione tedesca in grande stile del 1939. Prima di partire sposa però Hanna Charlotte Wagener, figlia del grande esploratore tedesco Alfred Wagener, che rimane incinta. Quando il padre è già in India nasce un figlio, Peter, che incontrerà il genitore solo molti anni dopo.

Mentre la spedizione attraversa l’India scoppia la Seconda Guerra Mondiale. La nave che dovrebbe rimpatriarli non arriva in tempo, così sono catturati dagli inglesi a Karachi, all’epoca appartenente all’India Britannica, e deportati al campo di Ahmednagar, vicino a Bombay (attuale Mumbay). I ripetuti tentativi di fuga del gruppo convincono gli inglesi a trasferirli al campo di Dehra Dun, a nord, non troppo distante dal Nepal e dal Tibet, paese neutrale nel quale Harrer e Aufschnaiter sperano di approdare. (è curioso notare che il Dalai Lama, quando fuggì definitivamente dal Tibet nel 1959, venne ospitato per un certo periodo proprio a Dehra Dun, prima di essere trasferito definitivamente a Dharamsala, sempre nel nord dell’India, a un centinaio di km. dal confine con il Tibet, oggi Cina). Tornando a Harrer, nel 1944, al quinto tentativo di fuga, lui e altri cinque riescono a fuggire. Harrer e Aufschnaiter optano per il Tibet, mentre gli altri compagni puntano a sud e al Giappone.

Due biografie monumentali 08Mappa dell’India Britannica e paesi circostanti nel 1909

I due decidono di puntare su Lhasa e dopo un lungo, pericoloso e stentatissimo viaggio a piedi, varcano il confine della città il 15 gennaio del 1946. A poco a poco, grazie anche al fatto che Aufschnaiter ha studiato il tibetano, i due avventurieri si guadagnarono la fiducia e il rispetto dei cittadini, mostrandosi umili e rispettosi, quindi integrandosi anche svolgendo mansioni utili alla comunità.

Due biografie monumentali 09Vista laterale di Lasha e del Potala

Da qui in avanti, la fonte migliore è il libro Sette Anni in Tibet, più completo del riassunto fatto nell’autobiografia di cui sto parlando. Harrer entra davvero in confidenza con il Dalai Lama, e la loro amicizia durerà tutta la vita. Nel 1950, al momento della prevista invasione cinese, Harrer si ritira in India, mentre Aufschnaiter rimane a vivere fino alla sua scomparsa poco distante da Lhasa. Harrer scriverà: “Ovunque vivrò, proverò nostalgia del Tibet. Spesso penso di poter ancora sentire le grida delle oche selvatiche e delle gru e il battito delle loro ali mentre volano sopra Lhasa al freddo chiaro di luna. Il mio più sincero desiderio è che la mia storia possa creare un po’ di comprensione per un popolo la cui volontà di vivere in pace e in libertà ha conquistato così poca simpatia in un mondo indifferente”.

Nel periodo successivo al 1950, dopo il rientro in Austria, comincia a ricevere inviti: la sua fama lo mette al centro dell’attenzione, e gli sono offerti viaggi in varie parti del mondo. Invitato a New York, al termine del ciclo di conferenze compie tre scalate in Alaska a tre vette inviolate, poi nelle Ande, in Africa, in Oceania. Esplora alcune zone amazzoniche del Brasile, per incontrare delle tribù locali che vivono come al tempo della pietra. Nel 1957 esplora il Suriname e la Guyana Francese con l’ex Re dei Belgi Leopoldo III, assistendo anche a un (fallito) lancio di un satellite dal centro spaziale di Kourou. Entrambi contraggono la malaria, al tempo poco conosciuta, e sono curati per lungo tempo in ospedali europei, arrivando entrambi a un passo dalla morte. Esplora parte del Borneo, poi la Nubia e il Sudan per incontrare il bellicoso popolo Hadendoa. Nel 1962 scala una delle vette più ardue al mondo, la Cartsensz Pyramid o Puncak Jaya, in Indonesia, di quasi 4.900 metri. Sempre nel 1962, è graziato dalla sorte: non si imbarca per un ritardo a Bangkok, sul volo 771.

Due biografie monumentali 10Il palazzo del Potala

Il volo Alitalia 771 è un Douglas DC-8-43 partito da Sydney che dovrebbe percorrere le tratte di Darwin, Bangkok, Bombay, Karachi e Teheran prima di atterrare a Roma, con 94 passeggeri a bordo. L’aereo si schianta in avvicinamento a Bombay, probabilmente per un errore umano. Nessun superstite.

Tornando alla biografia di Harrer, la trovo più avvincente, più scorrevole rispetto a quella di Thesiger, sebbene sia scritta in modo meno ricercato, più semplice.

Le prime 150 pagine, dalla sua infanzia fino alla partenza dal Tibet, sono pagine che si divorano, letteralmente. La parte successiva, soprattutto il periodo delle interviste, delle conferenze e delle apparizioni pubbliche è senz’altro più monotona, poi Harrer riprende a narrare di esplorazioni nelle zone più sperdute del mondo, veramente in stile Eric Shipton, e il racconto torna ad essere avvincente.

Durante una esplorazione all’interno della Papua Nuova Guinea cade in una cascata e viene salvato per miracolo. Le molte fratture e le successive operazioni al torace si faranno sentire a lungo, ed è l’unico grave incidente in tutta la sua lunga vita. Interessante il paragrafo sulla visita ai pigmei delle Andamane, così come a quelli del Congo; altrettanto interessante il capitolo sul Buthan e sul piccolo Tibet, il Ladakh.

Una delle straordinarie caratteristiche di Harrer consiste nell’essere uno sportivo a tutto tondo, al punto che nel 1955 scopre casualmente il golf, ci si dedica intensamente, nel 1959 diventa campione austriaco (!), tre anni dopo presidente del golf club Kitzbuhel. Probabilmente, se avesse fatto corsa, ippica o canottaggio avrebbe prevalso comunque.

Rivede alcune volte, in giro per il mondo, l’amico Dalai Lama. L’ultima volta a casa sua, a Huttenberg nel 2002, per il suo novantesimo compleanno. Harrer muore il 7 gennaio 2006 a 93 anni. Il Dalai Lama così ne omaggia la memoria: “Sono particolarmente addolorato perché Heinrich Harrer era un amico personale. […] Quando l’ho incontrato per la prima volta nel 1949 proveniva da un mondo che non conoscevo. Ho imparato molte cose da lui, in particolare sull’Europa. […] Voglio cogliere questa opportunità per esprimere la mia immensa gratitudine e il mio apprezzamento per aver creato così tanta consapevolezza sul Tibet e sul popolo tibetano attraverso il suo famoso libro Sette anni in Tibet e le numerose conferenze che ha tenuto nel corso della sua vita. Il suo amore e rispetto per il popolo tibetano sono molto evidenti nei suoi scritti e nei suoi discorsi. […] Riteniamo di aver perso un fedele amico dell’Occidente, che ha avuto l’opportunità unica di sperimentare la vita in Tibet per sette lunghi anni prima che il Tibet perdesse la sua libertà. Noi tibetani ricorderemo sempre Heinrich Harrer e ci mancherà moltissimo”.

Oggi il celebre alpinista austriaco riposa nel cimitero della sua città natale, a Hüttenberg, dove ha sede l’Heinrich Harrer Museum. che contiene circa 4500 pezzi portati in Austria dall’esploratore dai i suoi tanti viaggi nel mondo, moltissimi di origine tibetana. Invece la collezione di antichità, costruita nel corso degli anni anche con l’aiuto della terza fedelissima moglie, Katharina Haarhaus, confidenzialmente Carina, era stata venduta al Museo etnografico di Zurigo, per una scelta di carattere economico. Harrer voleva infatti garantirsi una tranquilla vecchiaia. Al tempo stesso molti capolavori dell’arte del mondo diventavano visibili a tutti, all’interno di un Museo, e non rimanevano relegati nelle stanze del collezionista. Questo atteggiamento era stato particolarmente apprezzato dal Dalai Lama, perché più si parlava di Tibet, più si cercava di risvegliare le coscienze contro gli invasori cinesi. Purtroppo, la convinzione intima di Harrer, e cioè che il Dalai Lama un giorno sarebbe tornato libero nel suo palazzo del Potala, non si è realizzata e non si realizzerà in futuro.

Due biografie monumentali 11Heinrich Harrer e un giovane Dalai Lama

La prima cosa che distingue Harrer da Thesiger, oltre alla nazionalità, è l’origine popolare: un’infanzia contadina presso il nonno, ma con una visione del mondo fuori dai suoi ristretti confini, alimentata da curiosità e entusiasmo. Il suo primo e unico interesse era raggiungere il gotha dell’alpinismo, ma non nel senso stretto della parola, cioè entrare nell’elite aristocratica di quello sport, bensì nell’ottenere formidabili risultati nelle scalate. La sensazione che ho avuto è che lui fosse un ottimo alpinista, ma non un fenomeno dell’arrampicata. Non un Herzog, un Hillary, un Messner per intenderci. La sua scalata alla Nord dell’Eiger rappresenta il punto più alto (non metricamente) da lui raggiunto, e si tratta di una prima assoluta su di una parete difficilissima e mortale. In seguito però, vuoi per gli avvenimenti che glielo hanno impedito, vuoi per una certa ruggine provocata dai sette tranquilli anni trascorsi in Tibet, non ha più ritrovato la grinta che aveva da giovanissimo. Harrer mi ricorda un po’ Eric Shipton. Come Shipton (lui davvero autore della più bella autobiografia che io abbia letto, dal titolo Quel mondo inesplorato, libro che non deve mancare sullo scaffale degli appassionati del genere), anche Harrer si gode le valli intorno ai picchi più elevati, ammira le vette anche dalle stanze dei suoi rifugi, studia le popolazioni autoctone senza ambire obbligatoriamente ad arrivare alla vetta.

Harrer ha certo un carattere particolare, e non perché cambia tre mogli, pure in tempi in cui non era così comune come oggi. A merito del film Sette Anni in Tibet va ascritto che l’atteggiamento assai poco simpatico che Brad Pitt interpreta all’inizio, poi nel viaggio e nella fuga, è probabilmente molto veritiero: il cambiamento caratteriale viene mostrato solo durante i sette anni nel Tibet. Semplicemente, come scrive lui in un passo citato prima, pur di partire per un viaggio in montagna, con la sua ambizione avrebbe accettato anche l’offerta del diavolo, scavalcando qualunque regola morale, il che non lo rendeva certo simpatico.

Harrer ha un rapporto di rispetto con le popolazioni che incontra, sia nel viaggio in fuga dall’India, sia nella sua lunga permanenza a Lhasa. Anche Thesiger ha un rapporto protettivo e rispettoso verso le popolazioni che descrive, in questo entrambi si integrano nelle realtà locali con facilità. Poi, a parte il dettaglio che Harrer non va a caccia (o almeno non ne parla mai) e che rispetta gli animali, le differenze stanno nei luoghi dove si svolge la loro storia, e nel linguaggio usato. Harrer scrive in modo più semplice e immediato, Thesiger è più raffinato e colto, sicché le origini dei due vengono alla luce. Fondamentalmente, Harrer opera su tre piani distinti: da giovane è un alpinista, con la mezza età diventa esploratore e negli ultimi anni, prima di ritirarsi, un etnologo; questa tripla definizione la si percepisce soprattutto in questa sua lunga biografia.

I luoghi descritti dai due autori sono certo ostili, ma per loro sono ospitali, e in tutta onestà io nutro una grande passione per il plateau himalayano rispetto a quello africano: così non mi è difficile schierarmi dalla parte dell’austriaco.

Last but not least, come scrivono gli inglesi (questa magari potevo risparmiarmela …), Sette Anni in Tibet ha avuto una notevole influenza su di me. Quando ereditai dai miei cari la casa di campagna in cui vivo tuttora, trentacinque anni fa circa, trovai in un mobile una copia di questo libro (prima edizione Garzanti, del 1953). Era appartenuto a mio zio, Aldo Montorzi, Tenente Colonnello dell’Esercito Italiano, marito della sorella di mia madre, teatino duro come una roccia da fuori, ma buono come il pane dentro, che rimase alcuni anni prigioniero di guerra in India. Lo aveva comprato (presumo) perché nel libro c’erano molti riferimenti ai campi di prigionia inglesi in India, e lui ne sapeva … abbastanza. Questo libro, anche se a volte un po’ romanzato, narra in modo mirabile un’avventura straordinaria. La prefazione dell’edizione inglese è opera di Peter Fleming, autore di narrativa di viaggio, inglese, a me poco gradito per il modo ampolloso e snob di scrivere (e per la brutta abitudine di cacciare le tigri, in questo collega di Thesiger), che ospita Harrer a Londra con tutti gli onori al suo ritorno in Europa, e verso il quale l’austriaco prova molto rispetto.

L’altro libro, molto fortunato e apprezzato, è Parete Nord e racconta la conquista della Nord dell’Eiger (Il Ragno Bianco credo sia il titolo della prima edizione di Parete Nord); un libro di puro alpinismo, consigliabilissimo. Il terzo libro, Ritorno al Tibet (un ritorno a Lhasa nel 1982), invece è una operazione un po’ forzata, utile solo (e comunque non è poco) a denunciare la tirannia cinese in Tibet. In realtà il paragrafo dedicato a questo viaggio, inserito nella biografia di Harrer, è già esaustivo sull’argomento. Ci sono altri libri, ma li ho trovati solo in inglese, e quello sul Buthan solo in tedesco; non so se esistono traduzioni in italiano dei seguenti:

  • Lost Lhasa (1953)
  • Tibet is My Country (1961) – an autobiography of the Dalai Lama’s older brother, Thubten Jigme Norbu, as told to Harrer
  • I Come from the Stone Age (1965)
  • Ladakh: Gods and Mortals Behind the Himalayas (1980)
  • Return to Tibet: Tibet After the Chinese Occupation (1998)
  • Denkich an Bhutan (2005)

Concludo andando in fuorigioco, ma solo perché penso a quanti luoghi, quante località, se notate, sono state citate in queste poche pagine. Penso a Harrer che si iscrive all’Università e sceglie Geografia, un percorso di studi che ho seguito anch’io.

Allora penso che a mia figlia di trentatré anni (mio figlio, lo ammetto, è più curioso e competente), che se chiedo dov’è Crotone mi risponde in Cambogia. Per questo motivo invito i quattro o cinque lettori di questo articolo a ricordarsi la sera, prima di coricarsi, di Mariastella Gelmini, che quindici anni addietro, nelle vesti di Ministro della Pubblica Istruzione, ritenne che l’insegnamento della geografia fosse una spesa inutile per le casse dello stato.