Il gradiente dell’onesta liberazione

di Fabrizio Rinaldi, 24 giugno 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Quando cammino nei boschi, immancabilmente, l’occhio si sofferma su qualche fenomeno minuto che avviene la sotto, e mi distraggo dai propositi che mi avevano fatto intraprendere il percorso.

Non c’è verso, mi accade anche quando vado a funghi con mio padre: lui torna a casa col cesto pieno, io con uno, un solo esemplare di porcino, poiché magari mi fermo ad osservare le lumache mentre divorano tranquille l’ovulo che avrei dovuto raccogliere.

Non mi distraggo, invece, mentre passeggio in paese, tra le vetrine dei negozi stracolme di prodotti “indispensabili e irrinunciabili”, di cui mi importa meno che di una mosca sulla cacca di un cane.

Visto che non smanio per scarpe, abiti o cibo esposto, la mia attenzione si ferma sulle tipologie umane. Provo a immaginare delle storie cucite sui pochi indizi che gli incontri mi offrono: vecchi (magari non anagraficamente) rancorosi che ciattellano su questo o quell’altro, coppie già scoppiate (lo si vede da come, pur camminando uno accanto all’altro, fan di tutto per non sfiorarsi), amanti che fan di tutto invece per sfiorarsi pur nascondendolo, poveri affamati e ricchi ostentati. La casistica è infinita, ci sarebbe da scrivere fior di trattati sull’antropologia del quotidiano.

La natura umana attrae però meno il mio interesse. L’uomo agisce troppo velocemente, e io per carattere non reggo questa frenesia, ne sono infastidito e se posso la evito.

Al contrario, durante la passeggiata nel bosco, ignorando moglie e figlie che mi richiamano alla loro compagnia, sono costantemente attratto da ciò che lì succede: la foglia di una pianta che non conosco, le modalità di interazione delle formiche per sopravvivere in quel fazzoletto di terra che a loro parrà sterminato; una roccia sedimentaria che, di passeggiata in passeggiata, di anno in anno, si ricopre lentamente e inesorabilmente prima di licheni, poi di muschi, per ospitare infine felci e fiori.

Là in mezzo si può assistere ai passionali accoppiamenti delle libellule, con acrobazie che fanno apparire banali quelle descritte nel kamasutra, o vedere le femmine di insetto stecco che depositano le uova già fecondate senza neppure accoppiarsi, perché i maschi sono talmente rari che è meglio far da sé. Potere delle donne …

Ma anche l’osservazione di semplici accadimenti naturali offre costanti rimandi all’agire umano. Uno di questi sono gli infiniti, spesso impercettibili passaggi che portano un fenomeno a diventare qualcos’altro. Questi passaggi sono determinati da un complesso di spinte e di azioni-reazioni (ad esempio, la pressione, la temperatura, l’umidità, ecc …), che sono indicate come “gradienti”. Il termine, originario della matematica, è entrato poi in uso anche nelle scienze naturali, e ultimamente in quelle sociali. Un gradiente, dunque, è grosso modo un fattore di mutamento (sarebbe più corretto dire che è la “quantità”, la “rilevanza” di quel fattore). All’interno di un gradiente esistono interminabili progressioni che trasformano un elemento o un fatto in qualcos’altro.

Lungo il percorso nel bosco se ne possono osservare parecchi. Provo qui a individuarne qualcuno che aiuterà a prendere coscienza di come agiscono.

Il primo l’ho già descritto poco fa: è l’esempio base. Si va dalla nuda roccia fino alle fioriture, passando attraverso una sequenza di forme vegetative (licheni e muschi) sempre più complesse.

Mentre cammino mi accorgo che la vegetazione si fa più fitta, con foglie sempre più grandi; compaiono carpini e ontani neri, chiazze di ferrobatteri, felci: spunta anche una salamandra. È evidente che mi sto avvicinando ad una zona umida.

Se alzo poi lo sguardo vedo due taccole che, in un crescendo di nervosi gracchi, importunano con voli radenti il bel biancone che vorrebbe starsene fermo lassù, volando a spirito santo, ad osservare la sua preda: un lungo biacco steso su una rupe.

Qui in basso, a sua volta, un ragno è guidato dalle crescenti vibrazioni della sua tela, stesa tra due arbusti, fino ad arrivare alla farfalla intrappolata.

Insomma, identificare i gradienti permette di cogliere le infinite interazioni naturali che congiungono i diversi elementi della biodiversità in un groviglio di legami, e al tempo stesso rafforzano ogni singolarità specifica.

Ora, se imparassimo a valutare correttamente anche i gradienti sociali avremmo una consapevolezza ben maggiore dei fenomeni che ci coinvolgono: soprattutto ne coglieremmo le possibili derive, e le loro disastrose conseguenze. Con una, purtroppo tragica differenza: la conoscenza dei gradienti naturali di norma ci aiuta ad agire (non sempre: si pensi al problema ambientale), quella dei gradienti sociali sembra invece destinata a rimanere sterile. Voglio dire che era immaginabile, ad esempio, che persino un mediocre caporale, eletto democraticamente dal popolo tedesco, avrebbe potuto diventare la personificazione del male assoluto: e qualcuno in effetti lo ha anche fatto. Ma poi il caporale ha avuto via libera.

Nella società globalizzata le interconnessioni tra fenomeni sociali sempre più complessi e sempre più strettamente legati producono una moltiplicazione di gradienti. L’effetto di deriva è già ben visibile, nel controllo capillare dell’informazione, nella creazione di bisogni indotti e in una politica sfacciatamente mirata a soddisfare l’egoismo di pochi, a tacitare le aspirazioni di molti e ad ignorare i bisogni primari di altri, gli ultimi, quelli del mondo occidentale o quelli provenienti da paesi lontani.

Come viene mascherato o negato questo effetto? Semplicemente ignorando i gradienti, trattando le questioni come fenomeni singoli, separati e indipendenti gli uni dagli altri, con confini ben precisi. Questo illude di controllarli meglio: un mondo di confini impedisce le interazioni. I gradienti invece fondono fenomeni che pensiamo distinti, e che diventano impossibili da controllare e gestire nell’ambito miope della politica di “protezione” degli interessi egoistici e immediati.

È questa semplificazione che ha portato ad esempio ad avere in Italia un governo che si regge sul numero di follower in più rispetto all’avversario, piuttosto che sulle idee e le proposte di senso. Mentre gli italiani sono distratti dal respingimento dei barconi carichi di disgraziati, vengono ignorate questioni ben più importanti. E a giudicare dai sondaggi di voto, l’opera di distrazione riesce perfettamente.

Per fortuna sul lavoro ho quotidianamente la dimostrazione che l’integrazione e l’inclusione sono realtà – lente a sedimentarsi, ma sostanziali nell’affermarsi – che vanno al di là di Salvini e dei suoi appelli alla “pancia” degli italiani.

Le classi milanesi che vengono a trascorrere una settimana al mare, tra i borghi liguri e la macchia mediterranea, sono composte per lo più da bambini di origine straniera (a volte gli italiani si contano sulle dita di una mano) che non danno peso al colore della pelle o alle differenze culturali, ma sono interessati alle reciproche relazioni, alla scoperta del nuovo, alle differenze e alle complessità dei fenomeni che li circondano tutti, nessuno escluso.

Non è difficile capire che il futuro degli italiani sta proprio in queste classi multietniche, perché da esse usciranno i futuri dirigenti e politici. Ma non sarà un percorso facile, privo di ostacoli e di retromarce.

Gli Stati Uniti dopo secoli di discriminazione e di oppressione razziale hanno avuto un presidente “negro”: ma dopo di lui è arrivato Trump, segno che la maturità è ancora ben lontana.

Per questo sarebbe fondamentale un lavoro d’integrazione serio, che è cosa ben diversa dal “vogliamoci tanto bene”, e suppone una idea di “cittadinanza” che non appartiene nemmeno agli italiani.

Si dovrebbe ricominciare a parlare di regole, che sono la base di ogni civile interazione, e soprattutto a rispettarle, tutti quanti. Ciò che appare lontanissimo dagli intenti attuali. La “pancia” invoca solo soluzioni facili, non responsabilizzanti, e le attuali scelte politiche non fanno che assecondarla, riducendo il problema agli stranieri da espellere.

Mi sta diventando impossibile digerire il volto di chi ci governa, e tanto più quello di chi ne premia le scelte. Sono persino fisicamente a disagio e ho perso ogni voglia di provare a comunicare con chi non la pensa come me.

Pensavo che con Berlusconi avessimo toccato il fondo, che almeno si fossero prodotti degli anticorpi contro la mediocrità, il ciarlatanismo, le semplificazioni: invece oggi è forse peggio, perché al potere abbiamo degli sprovveduti totali, armati solo di presunzione, che sbandierano la loro ignoranza come una virtù e irridono i principi fondanti la nostra democrazia. E che sono purtroppo lo specchio veritiero del modo di pensare e di sentire della maggioranza.

C’entra qualcosa questo con i gradienti? Certo che c’entra. Chi ha combattuto Berlusconi per vent’anni ha continuato a illudersi che si trattasse di un’anomalia della storia, di un incidente di percorso della democrazia: senza ricordare che lo stesso si diceva cent’anni fa del fascismo, e poi del nazismo, e che quei principi sono stati messi sotto accusa per tutto questo ultimo secolo anche da chi il fascismo e il nazismo li combatteva.

Non possiamo continuare a raccontarci storie: della democrazia come noi la intendiamo, che non è solo uno dei modi di esercizio del potere politico, ma una scelta di vita e un modello di convivenza, non frega niente quasi a nessuno.

La “gente”, cui si è data “finalmente” la parola, bada a quello che ritiene il proprio immediato interesse ed è sorda ad ogni causa che implichi anche lontanamente un sacrificio: gli intellettuali cercano solo una effimera visibilità e per ottenerla si prestano a fare i giullari del potere; e il potere stesso, che una volta era ben identificabile nella distinzione tra oppressori e oppressi, ha assunto contorni talmente indefiniti e ambigui da rendere problematico anche ogni tentativo di resistenza.

Qual è allora il gradiente fondamentale, in questo bel panorama? È in-dubbiamente l’ignoranza. In termini di conoscenza, perché paradossalmente abbiamo avuto un aumento esponenziale delle conoscenze specialistiche, ma si è persa la capacità di interconnetterle: e in termini di desiderio di conoscenza, intesa come curiosità genuina, non finalizzata alla realizzazione economica o sociale, nei confronti degli altri o del mondo. Persino il ceto “intellettuale” ha creduto di poter scherzare con l’ignoranza, l’ha giustificata e coltivata. Mentre sarebbe bastato tenere d’occhio la piega che le cose stavano prendendo per capire dove ci stava portando la deriva. Salvini e Di Maio non nascono dal nulla. Sono solo gli esiti più clamorosi di un fenomeno di sbracamento culturale che ha investito tutta la società, e al quale nessuno ha opposto seriamente resistenza.

Per questo continuo a issare palizzate di principio attorno alle mie convinzioni: ma temo che ad un certo punto mi troverò completamente circondato, chiuso in un recinto di “sani principi”. E credo che questo stia accadendo ad un sacco d’altra gente. Non sappiamo come uscirne, cominciamo a disperare che sia ancora possibile.

L’unico dato positivo della situazione è che non siamo soli. Il male comune in questo caso non è un mezzo gaudio: ma a patto che sia avvertito appunto come comune, può indurre a unirsi per combatterlo.

Sarà bene che anch’io mi sforzi di mettere la testa fuori del recinto: può essere che veda altri volti spuntare da fortini e senta voci non stonate. Non sarà la liberazione universale, ma darà un po’ di senso ad una resistenza che rischia davvero di diventare pura ostinazione.

Collezione di licheni bottone

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Grazie per la risposta. ✨

Una memoria apologetica

Contro l’accusa di misoginia

di Paolo Repetto, 30 maggio 2018

Si dovrebbe sempre guardare con sospetto
a ciò che gli uomini hanno scritto sulle donne,
giacché sono allo stesso tempo giudici e parti in causa.
Immanuel Kant

Seduto di fronte alla finestra fingo di leggere Il gene egoista. In realtà sto origliando da qualche minuto la conversazione che si svolge qualche metro più in là tra Mara e una sua amica in visita. L’amica è appena uscita da una lunga convivenza.

“Sai, dice, mi sentivo come un libro letto e riposto nello scaffale”.

“Ti capisco, risponde Mara (come sarebbe, ti capisco?!), gli uomini sono così. Non sei mai l’unico dei loro interessi, e nemmeno il primo.”

“Beh, io non ero nemmeno più l’ultimo. Prima venivano i libri, gli amici, le escursioni, il lavoro, la politica, la macchina e tutto il resto. Per trovarmi nella lista dovevi girare la pagina. Ma è possibile che non si possa trovare un uomo tranquillo, casalingo, che ha piacere di accompagnarti da qualche parte, di condividere le tue compagnie, che si prende cura di te ed è sempre lì quando ne hai bisogno? Esisteranno, uomini così? Ne conosci?”

“Si, penso che esistano, eccome. Adesso non mi viene nessuno, ma forse ne conosco anche. Si che esistono. Uomini belli tranquilli, un po’ pantofolai, sempre solari.”

C’è una pausa silenziosa. Poi Mara riprende: “Ma tu, detto tra noi, con uno così, ci vivresti?”

“Oh beh, no, certamente.”

Fantastico.

Sono sospettato (qualche volta più o meno scherzosamente accusato) di misoginia. Si sa come vanno queste cose. È cominciata per celia, con io che stavo al gioco, ed è finita che sotto sotto ne sono convinti tutti, soprattutto perché non mi sono mai preso la briga di smentire, sapendo che sarebbe perfettamente inutile. Quando una convinzione ha preso piede ogni parola, ogni gesto sono interpretati in quella luce.

Mi si imputa come indizio di “machismo” persino il non tollerare alcuna forma di violenza nei confronti di una donna, fisica ma anche verbale. “Se in questi casi ti va subito il sangue alla testa (è accaduto) – mi è stato detto – è perché in fondo scatta un istinto di protezione nei confronti di un essere considerato “minore”, lo stesso che ci muove nei confronti dei bambini o addirittura degli animali. In realtà non sopporti la vigliaccheria dell’aggressore perché da un maschio pretendi un comportamento superiore.”

Può essere. Anzi, è senz’altro in parte vero: ma io ne attribuisco la radice al particolare modello di cultura assorbito nell’infanzia, e non solo all’istinto. Mi prudono le mani anche quando la vittima è un uomo, se c’è sproporzione di forze. Ho letto forse troppi libri di Jack London, e il Don Chisciotte che campeggia nel mio studio sta diventando, tolto Ronzinante, sempre più una mia fotografia (nella versione però della seconda parte, quella della vecchiaia).

Tutto sommato andrebbe bene così. Quella che mi viene attribuita è in fondo una misoginia veniale, sottile ma educata, il che in alcune situazioni può addirittura fare gioco. Ma a volte questa educazione sembra dare più fastidio di un atteggiamento violento. Alla luce della conversazione riportata poco sopra, che giuro di aver trascritto alla lettera, non vorrei mi fossero rinfacciate in futuro anche le mancate molestie sessuali. Con l’aria che tira non ci sarebbe da stupirsi.

 

Io vedo comunque le cose in maniera decisamente diversa, e vorrei dire la mia. Lo faccio adesso, uscendo per una volta da un riserbo che ritengo d’obbligo, e a dispetto anche del rischio di patetismo che c’è nel farlo alla mia età, perché penso sia venuto il momento di parlarne con un po’ di buon senso e di sano distacco. Voglio opporre la verità dei fatti all’immagine creata dalle apparenze. È un problema che ho sempre avuto. La mia prima ragazza mi confessò di essere rimasta a lungo in soggezione, prima di conoscermi veramente. Il mio atteggiamento nei confronti delle donne le sembrava altero, quasi scostante. Al dunque era rimasta invece piacevolmente sorpresa: non ero che un ruvidone impacciato, un orso bisognoso di affetto. Credo che in qualche misura la stessa impressione abbiano avuto tutte le altre.

Ma non voglio spingermi troppo in là. Niente outing, per intenderci. In questa particolare sede mi limiterò a smontare le accuse a mio carico legate a una dilettantesca attività di scrittura: nella fattispecie quelle di non aver mai scritto delle donne e di non aver parlato dei sentimenti che provo e dell’atteggiamento che tengo nei loro confronti. Sono cose diverse e vanno trattate separatamente. L’una perché è infondata, l’altra perché il fatto sussiste, ma ha delle motivazioni a mio parere più che valide.

Comincio dunque dalla prima.

L’accusa suona pressappoco così: “Hai scritto praticamente su tutto. Possibile che non abbia trovato uno spazio da protagonista per una donna, anche minimo?” Peggio: nelle tante minibiografie che ho proposto avrei abbozzato solo alcune figure femminili di sfondo, a margine delle vicende, o addirittura di ostacolo al loro svolgimento. Non penso sia una cosa grave, stante l’irrilevanza della mia opera, quindi non mi turba più di tanto: ma mi ha messo addosso una fastidiosa impellenza di spiegare perché le donne sono così poco presenti nella mia scrittura, e prima ancora di chiedermi se sia poi così vero. Va da sé che per farlo dovrò abbondantemente citare me stesso: ma non mi pare che in questa occasione debba fingere di scusarmi.

Per cominciare, non è vero che ho scritto di qualsiasi cosa tranne che delle donne. “C’ho li testimoni”, come direbbe il Belli. È tutto documentato e produrrò le prove. La verità è che se pure mi diverto a bistrattare un sacco di argomenti, in pratica tutto quello che mi passa per la testa, di norma quegli argomenti hanno poca attinenza col mondo femminile. Ad esempio, con tutta la buona volontà nella storia del fumetto western italiano riesco a farci entrare una sola disegnatrice e soggettista (Lina Buffolente, anche molto brava). Oggi magari non è più così, ma negli anni cinquanta, quando i fumetti li leggevo io, le cose stavano in questo modo: col risultato che nella letteratura disegnata dell’epoca le personalità femminili risultavano decisamente scialbe (o almeno, tali le percepivo). Infatti ho scritto in proposito: “Le donne del fumetto western possono essere raggruppate in due grandi categorie: quelle che sono in pericolo, e quelle che sono un pericolo. In entrambi i casi rappresentano un intoppo, e non è detto che le prime intralcino l’azione dell’eroe meno delle seconde. Il maggiore o minore rilievo dato alle figure femminili sembra dettato principalmente dalle fasce d’utenza alle quali gli editori si rivolgono: tutti gli eroi della Universo (Bufalo Bill, Rocky Rider, Liberty Kid) hanno la fidanzatina: quelli della Dardo sono in genere propensi alla vita di coppia, mentre alla Bonelli prevale un atteggiamento piuttosto misogino (Tex rimane sposato giusto il tempo per avere un erede, gli altri hanno al massimo brevi avventure). Maschilismo? Forse. Senz’altro la preoccupazione nei confronti dei primi di un attestato di “normalità”, particolarmente importante per un popolo e per un’epoca per i quali la norma è la coppia, la famiglia. Ma se il fumetto è sogno, evasione nella libertà, tanto vale sognare la libertà più grande, quella assoluta” (da Il West nel fumetto italiano, 1996).

Chi si è cibato come me di pane e fumetti nei primi quindici anni della sua vita converrà che non potevo dire niente di diverso.

 

L’infanzia e la prima adolescenza sono il periodo nel quale ci sbozziamo un’idea del mondo; quel che viene dopo sono solo aggiustamenti. Se a questa sbozzatura ha partecipato anche il cinema western siamo a posto. Nel western dei miei tempi, quello classico, le cose per le donne stavano anche peggio. Era dunque naturale che la pensassi così: Il west è cosa da maschi; anzi, da uomini; anzi, di più, da ‘veri uomini’. Da ragazzo non mi sono mai chiesto il perché: mi è sempre parso logico che fosse così. E quindi mal sopportavo la presenza femminile nel western, quella cosa per cui quando si arriva alla resa dei conti, e l’eroe deve muoversi per chiudere una buona volta la questione, oppure deve svignarsela alla svelta perché è circondato, lei gli si aggrappa e gli fa perdere tempo e concentrazione. Le donne mi sembravano incapaci di capire la gravità della situazione, di valutare l’opportunità o meno del momento per rivelazioni o recriminazioni. Ma c’era di peggio: di norma finivano per minare i legami virili, o addirittura li mutavano in inimicizie mortali”.

E tuttavia, quasi ad anticipare quello che sto cercando di dire ora, ho anche aggiunto: “Non è comunque nemmeno vero che il western classico negasse qualunque spazio alle donne. Ho in mente diversi film in cui comparivano come protagoniste, primo tra tutti Donne verso l’ignoto […] Nel manifesto campeggiava il volto di Robert Taylor, ma il cast era poi praticamente tutto femminile. Non nascondo che la cosa mi creò qualche perplessità, malgrado ci fossero anche gli indiani. Anzi, questo fatto le perplessità le aumentava, e credo di avere poi sofferto per tutta la durata della proiezione, al vedere quelle poveracce in balia di pellerossa, delinquenti, serpenti e piogge torrenziali. Il sacrificio di alcune di loro mi pesava più dello sterminio dell’intero settimo cavalleria. I timori comunque almeno in parte rientrarono: Robert Taylor ce la metteva tutta ad insegnare loro a guidare un carro e ad usare un fucile, oltre che a separarle durante liti furibonde, e alla fine le ragazze dimostravano di avere appreso bene la lezione. Ho dovuto ricredermi, come era già accaduto per Il forte delle amazzoni: è uno dei western più emozionanti del mio primo periodo. Ma questo non toglie che abbia continuato a considerare anomala la storia che raccontava […].

In verità non mancavano nemmeno le donne protagoniste. “Barbara Stanwick è stata La regina del Far West dal primo film in cui l’ho conosciuta, una regina il più delle volte schierata contro la legge, dura e fredda, salvo tardivi ravvedimenti o improbabili innamoramenti. Credo che questa parte le calzasse a pennello, perché almeno sulla scena non tollerava partner maschi o femmine che le facessero ombra.”

Ma bisogna anche ammettere che: “… dove all’immagine femminile era lasciato uno spazio da protagonista le donne non ne uscivano molto bene, e non penso fosse solo una percezione mia, legata ad un infantile fastidio per le gonne. Credo invece che serpeggiasse in questi film una malcelata paura del “matriarcato” della società americana. Si è ripetuto nell’epopea western quanto è ciclicamente accaduto ad ogni grande svolta della civiltà occidentale: nel momento in cui si stabilivano nuove regole tutti coloro che da tali regole non venivano affatto tutelati, e che quindi erano più recalcitranti, finivano demonizzati. In Barbara Stanwick si reincarnava il fantasma di Medea e di Clitennestra, delle streghe cinquecentesche o di lady Macbeth, anche quando le esigenze di cassetta imponevano la redenzione (leggi: sottomissione) finale. Solo così si può spiegare l’onnipresenza di un’attrice che sprizzava antipatia da tutti i pori”.

Il che mi ha portato a queste considerazioni: “Questa è indubbiamente misoginia bella e buona, una misoginia “razionale”, non istintiva ma intenzionale. E qui scattano i paradossi delle operazioni “educative”, che spesso sortiscono risultati contrari a quelli che si prefiggevano. Mentre le donne che viaggiavano verso l’ignoto o difendevano il fortino riuscivano alla fine a guadagnarsi la mia ammirazione, anche al netto del desiderio di proteggerle, la cattiveria della Stanwick mi suonava persino inverosimile: per un motivo assurdo, perché usurpava un ruolo, quello del cattivo, e un sentimento, quello dell’odio, che ritenevo fossero prerogativa solo dell’uomo.

Non mi è poi bastata una vita per convincermi del contrario”. (da La più grande avventura, 2015)

 

Come si vede, spazio alle donne ne ho concesso eccome: tra l’altro, qui ho riportato solo pochi brani di un intero capitolo. Lo stesso vale per la storia dell’anarchismo. Non ho raccontato protagoniste, ma ho riconosciuto alle donne un ruolo fondamentale: solo a quelle che lo hanno svolto, naturalmente. “Non mi è del tutto chiaro il meccanismo che porta in Russia nella seconda metà dell’800 una simile fioritura di figure femminili straordinarie (con l’eccezione della moglie di Bakunin, che tuttavia dal suo punto di vista qualche ragione l’aveva), da Marija Kovalevskaja a Vera Figner, a Marija Subbotina, a Sof’ia Perovskaja e ad una infinità d’altre: credo c’entri nell’immediato l’apertura alle donne di tutte le facoltà universitarie, anche di quelle scientifiche, ma che più in generale il fenomeno vada riferito ad una condizione femminile che almeno nelle classi agiate era paradossalmente più avanzata rispetto al resto dell’Europa […].

Comunque, il peso di questa presenza femminile è eccezionale nella prima fase rivoluzionaria, quella dell’andata al popolo, mentre va poi riducendosi progressivamente mano a mano che il movimento si organizza “politicamente” e che allo spontaneismo si sostituisce la disciplina di partito. Si ripete quello che accade in occasione di ogni grande passaggio rivoluzionario, primo tra tutti quello del cristianesimo: l’apporto femminile risulta inizialmente determinante, ma viene poi drasticamente ridimensionato o addirittura escluso quando si passa alla costruzione del nuovo ordine.

Ho aggiunto alla fine una constatazione fondata sulla verità storica: “Resta il fatto che i nostri giovanotti non avrebbero potuto incontrare alcuna donna simile in Italia. A differenza della stagione populista russa il nostro Risorgimento, che di rivoluzionario ha ben poco, vede le donne solo nei ruoli di cucitrici di bandiere, infermiere dietro le barricate o paraventi per i salotti cospirativi. Le uniche eroine sono quelle che seguono il compagno nelle sue peregrinazioni, come Anita Garibaldi, peraltro nemmeno italiana e che non avrebbe potuto fare altrimenti, o che prestano alla causa le loro armi di seduzione, come la contessa di Castiglione. E le cose non cambiano quando, fatta l’Italia, si passa a cercare di darle un senso. Tutto viene messo in discussione da mazziniani, radicali, anarchici e socialisti, tranne il fatto che le donne debbano rimanersene a custodire il focolare. E tutto sommato si direbbe che queste ultime accettino di buon grado questo ruolo. La figura femminile più rivoluzionaria della nostra letteratura ottocentesca è in fondo quella della Lupa di Verga. In tanta assenza, meno male che arrivano le russe.” (da Lo zio Micotto e le cattive compagnie, 2008)

 

C’è poi un testo che mi sembra particolarmente significativo, quello nel quale racconto la storia di André Gorz e della moglie Dorine. Qui non mi sembra proprio che lei rimanga sullo sfondo. Anzi. Credo di essere riuscito a leggerci molte delle cose che mi ritrovo adesso confusamente a ribadire: “(…) di amore hanno scritto quasi tutti, da sempre (in verità non hanno scritto dell’amore, ma dei tormenti, delle delusioni, dei tradimenti, ecc…, tutti corollari, per lo più negativi, dell’amore: oppure hanno teorizzato, spiegato, analizzato, smontato il sentimento nei suoi sintomi, nelle patologie, negli effetti collaterali, tanto più sentendosi autorizzati a discettarne quanto meno capaci di provarlo o di viverlo – riuscite a immaginare Sartre che scrive trenta pagine sull’amore!). Cos’è che li spinge? […] non lo so, e in linea di massima nemmeno mi interessa. Mi interessa invece, in questo caso specifico, capire cosa ha indotto proprio uno come Gorz a congedarsi scrivendo del suo amore.

Il senso di colpa, verrebbe da dire a tutta prima. Il libro è concepito come una sorta di tardivo risarcimento dovuto da André a Dorine, per non essere stato in grado di capire prima quanto importante fosse effettivamente il loro rapporto. Gorz si autoaccusa di scarsa sensibilità, di egoismo, e insiste lungo tutto il racconto in questo autò da fé. Intendiamoci: non l’ha mai tradita (se lo ha fatto non lo dice: ma in questo andrei sul sicuro). Era veramente cotto come una pera, quel tipo di cottura che non ti consente di immaginare nemmeno lontanamente la possibilità di un’altra donna. E Dorine era innamorata di lui, molto più saggiamente ma non per questo meno intensamente. Il senso di colpa riguarda qualcosa di più sottile. André era talmente innamorato da essere persino infastidito da questo amore, dalla perfezione di lei: aveva bisogno di sminuirla in qualche modo per non sentirsi inadeguato, per vincere la paura di non meritarla (“Avevo la sensazione di non essere alla tua altezza. Tu meritavi di meglio”). E’ per questo che nel primo saggio-romanzo l’ha descritta come fragile, insicura, dipendente da lui. La ama perché è esattamente l’opposto, ma ha voluto raccontarla, a sé e agli altri, in questa luce, quasi a difendersi dal sentimento che provava, e che razionalmente pativa come eccessivo. Ora confessa: “Tu eri ed eri sempre stata più ricca di me. Ti sei schiusa in tutte le tue dimensioni. Eri a tuo agio nella vita: mentre io avevo sempre avuto fretta di passare al compito seguente, come se la nostra vita non dovesse cominciare veramente che più tardi”. Come a dire: tu avevi già capito tutto, senza dover passare attraverso tutti i giri che io ho fatto: io lo sapevo, o quanto meno lo intuivo, e non ho mai voluto ammetterlo, perché questo avrebbe tolto senso a tutta la mia ricerca (“Tenevo conto delle tue critiche mugugnando, perché devi sempre avere ragione!”). E fin qui, se uno sente proprio il bisogno di questa confessione, ci sta anche. E’ invece il fatto che l’autofustigazione avvenga in pubblico, debba essere esibita, a darmi veramente fastidio”.

Vien da chiedersi perché dopo aver riletto queste righe non abbia deciso di lasciar perdere la mia “autodifesa”. Sto in fondo ripetendo quel che imputavo a Gorz. Ma non del tutto. Gorz aveva motivo di sentirsi in colpa, io francamente non credo di dovere delle scuse per essere come sono. Semmai, le dovrei per non essermi comportato sempre come tale.

Comunque, concludevo così: “La storia di André e Dorine mi sembrava così bella. Non ne sapevo quasi niente, avevo visto solo quella foto bellissima, mi aveva commosso il loro ultimo gesto. Tutto quello che racconta la Lettera lo potevo già immaginare da quei volti, e mi piaceva. La Lettera ha rovinato tutto: perché al centro non c’è lei, c’è sempre lui, che col pretesto della confessione parla di sé, di come ha sbagliato, di quanto è stato cieco, di quanto l’abbia amata e la riami ancora: ma, soprattutto, di quanto è capace di mettersi in discussione e di assumersi le sue responsabilità. Mi sembra un estremo atto di egoismo, e getta anche un’ombra su quella fine tanto romantica quanto drammatica. Quasi lui abbia voluto tenere fede ad un impegno pubblicamente preso.

So di essere ingiusto. André era davvero innamorato, ed era uomo molto migliore di quanto potrebbe sembrare io lo stimi. La sua ansia di far sapere a Dorine quanto bene le volesse era sincera. Ma porca miseria, per una volta che uno trova una donna che invece di lamentarsi e di mettergli i bastoni tra le ruote gli dice “Scrivi. Questo solo sai fare, e vuoi fare. E allora scrivi”, che è il gesto d’amore più grande che si possa immaginare, dal momento che non c’è sottinteso: io mi sacrificherò al tuo fianco, ma piuttosto: ti voglio così, mi piaci così, ti amo per quello che sei, non per come vorrei diventassi o cercherò di farti diventare; ripeto, uno che ha una donna così al fianco non capisce che non deve scusarsi di nulla, che lei lo ha scelto e lo ha amato per come era, e che non vuole le sue scuse, anzi le fanno male, perché allora significa che di lei non ha capito nulla.” (da Uomini che (si) amano troppo, in Resistenze e riabilitazioni, 2010)

 

Ci sono però oggettivamente degli ambiti (tra quelli di cui mi sono occupato io) nei quali un discorso imperniato sulle donne sarebbe solo una forzatura. In una storia dell’alpinismo, ad esempio, le figure femminili fanno folklore, ma nessuna ha mai violato per prima una cima. E in quella storia entrano, per forza di cose, solo le prime ascensioni. Ho accarezzato per un certo periodo l’idea di rievocare la figura della moglie di Attilio Tissi, Mariola, che arrampicava con lui ed era anche molto brava (era con Attilio al momento dell’incidente in cui questi perse la vita). Ma ho capito che non sarei mai venuto a capo dell’interrogativo che mi premeva e che stava all’origine del mio interesse: arrampicava per stare con lui, per compiacerlo, o perché era davvero stregata come il marito dalla montagna?

La stessa cosa vale per la storia della rivoluzione inglese o per quella dell’eresia: è indubbio che le donne partecipino, ma in ruoli secondari. Per non parlare poi della storia delle esplorazioni, dove fanno qualche fugace apparizione, ma per sparire subito, come la moglie di Livingstone: o di quella della rivoluzione scientifica, dove proprio non compaiono.

Quindi non si tratta di esclusioni malignamente volute: è che davvero nelle cose che mi hanno culturalmente intrigato le donne c’entrano poco. Ed è anche vero che non sono tutte come Mariola, somigliano piuttosto alla fidanzata di Rocky Rider, e in questo caso sono solo un problema. Non è colpa mia, poi, se la madre di Humboldt era una donna glaciale, come quella di Leopardi, e la moglie di Tocqueville una bigotta rompiscatole, quasi come quella di Darwin.

Veniamo ora alla letteratura. È vero, parlando della mia biblioteca ho accennato ad alcune impressioni negative: “Non mi vengono in mente libri ‘di passaggio’ al femminile: o meglio, senz’altro ce ne sono un sacco, da Jane Eyre in poi, fino allo splendido “Il cuore è un cacciatore solitario” della Carson Mc Cullers e a “I beati anni del castigo” di Fleur Jaeggy; ma mi sembrano tutti virati al triste. Voglio dire che, per quanto malinconici, i libri che trattano di infanzie e adolescenze maschili finiscono per mitizzarle in positivo: un’amicizia, un’esperienza, qualcosa insomma di cui avere nostalgia rimane […]. In quelli al femminile sembra invece di avvertire quando va bene un sospiro di sollievo per essere uscite da quell’inferno, familiare o scolastico o che altro, quando va male l’astio per un periodo al quale si fa risalire la responsabilità per l’attuale infelice condizione. Probabilmente le donne sono più realiste nella memoria, o vivono davvero peggio la loro infanzia e adolescenza, oppure scrivono più facilmente sull’onda di una frustrazione. O forse è solo un’impressione mia, generata dai miei soliti pregiudizi o da esperienze con donne che sembrava avessero sempre e solo riserve da fare sul nostro rapporto.”

Più oltre però non lesino gli apprezzamenti: “Nella letteratura inglese non si può prescindere dalla scrittura al femminile, nemmeno io ho il coraggio di farlo. Sono passato per Mary Shelley, per le Brontë, per Jane Austen, per la Barrett, su su fino ad arrivare alla Mansfield e a Virginia Woolf (e poi basta, però. Le voci femminili importanti sembrano fermarsi agli anni venti. Deve essere accaduto qualcosa alle donne inglesi). Beh, queste devi leggertele tutte, non si scappa. Magari scegliendo, “Ragione e sentimento” ad esempio, o “Jane Eire”, se vuoi farti un’idea. E per entrare in argomento puoi iniziare con “Flush”, della Woolf, e proseguire subito dopo con “Una stanza tutta per me”, che della scrittura al femminile è un po’ il manifesto.”

In definitiva confesso comunque di essere criticamente e psicologicamente disarmato davanti a quella scrittura: “Io non credo di essere il lettore più adatto a cogliere tutte le sfumature di una sensibilità femminile (te n’eri già accorta? Meglio così), per cui se mi chiedi cosa mi attiri veramente in queste autrici temo di darti delle spiegazioni deludenti. Ho l’impressione che tutte queste storie, anche quelle apparentemente più pacifiche della Austen, siano in realtà tese come corde di violino, giocate su un minimalismo dei fatti e un massimalismo della loro interpretazione che nella scrittura maschile sono assenti. Le storie al maschile sono più piane, più distese, anche quando sono infarcite di massacri e violenze e peregrinazioni: in quelle femminili il massacro è continuo, sottile, solo apparentemente incruento. La tensione non cade mai. E questo mi piace, lo capisco fino ad un certo punto, cioè capisco fino ad un certo punto come si possa vivere e pensare così, ma letterariamente mi piace.” (da Elisa nella stanza delle meraviglie, 2002)

Ultimamente poi ho lavorato a un ponderosissimo studio sulle cause e sui modi dell’esclusione femminile nell’ antichità classica, prendendo a riferimento le protagoniste della tragedia greca, da Clitemnestra ad Antigone a Medea. Il punto di vista è quello più generale della storia delle idee, non di una storia specifica delle donne, ma il risultato lo riassumo così: “La misoginia e il razzismo sono conseguenti il prevalere della razionalità? Si direbbe per la prima che proprio l’affermarsi del Logos “calcolante”, elemento specificamente maschile, abbia relegato la donna ad un ruolo secondario nella riflessione sulla realtà, in quanto portatrice per natura di un’altra forma di comprensione (o d’intuizione) del mondo: quella basata sulla sensibilità, sull’immaginazione, sul ricordo, sul sogno, sulla compartecipazione emotiva. Lo hanno sostenuto i maschi per millenni, e in qualche modo lo sostengono oggi anche le fautrici di una “filosofia della differenza”. I primi, naturalmente, a sottolineare che la disposizione conoscitiva femminile era inadatta alla comprensione del mondo in un’ottica strumentale, di trasformazione e miglioramento del mondo stesso: le seconde per rivendicare, di fronte allo sfascio provocato dalle derive dalla ragione strumentale, una capacità di adesione al mondo che potrebbe costituire la strada per una riappacificazione con lo stesso, uscendo dalla logica del dominio.” (da La vera storia della guerra di Troia, 2017).

 

Insomma, spero di aver ampiamente dimostrato che nel mio lavoro di ricerca le donne non sono state affatto trascurate. Compaiono per la parte che hanno effettivamente avuta.

Mi si potrebbe ancora obiettare, colpo di coda dell’accusa, che ho scritto molto su mio padre e quasi nulla su mia madre (la quale certi tratti in comune con le mogli di Darwin e di Tocqueville li aveva). Qui naturalmente il discorso cambia, entrano in gioco valori affettivi al posto di quelli culturali: ma la sostanza è che ho scritto su mio padre perché penso che il mio rapporto con lui si sia chiuso quasi in pari, e soprattutto credo di averlo capito fino in fondo, mentre mia madre rappresenta ancora per più aspetti un enigma, e qualcosa tra noi è rimasto in sospeso. Non mi piace avere debiti, mentre da parte sua ho sempre avuta l’impressione di aspettative non corrisposte, cosa che mi ha spinto spesso a non corrisponderle di proposito.

Questo ci porta finalmente, sia pure di sponda, al vero punto, che è poi il secondo: quello del mio rapporto con le donne. Non aspettatevi granché, perché nemmeno da ragazzo sopportavo chi veniva a raccontarmi i fatti suoi o attribuiva i punteggi: era una cosa che mi metteva a disagio, la giudicavo e ancora la giudico una intollerabile cafonaggine. Ne tratterò dunque in termini molto generici,

La presunta evidenza che mi viene contestata è che in tutte le mie storie o nelle mie riflessioni, e non solo in quelle che si celano dietro schermi più o meno “culturali”, non si dà un gran rilievo alle donne che hanno incrociato la mia vita o ne hanno condiviso una parte.

È un’impressione sbagliata. Io credo al contrario che la loro presenza incomba costante su tutto ciò che ho scritto così come su quello che ho fatto, mi abbia anzi fortemente condizionato (nel bene e qualche volta anche nel male). Non mi riferisco tanto a singole donne quanto all’idea, all’essenza del femminino. O meglio, a quello che per me è rimasto il suo “mistero”.

In questo mistero, beninteso, non c’è nulla di romantico. Non mi ha spalancato le porte del sublime: è rimasto un punto interrogativo. Una volta superati i pruriti e le paure dell’adolescenza ho continuato ad essere “genuinamente” curioso delle donne, ad essere intrigato dal loro modo di pensare, di agire e di reagire, tanto che sono andato a leggermi tutto quello che trovavo sui legami tra la loro fisiologia e la loro psiche, sull’evoluzione dei loro organi e dei loro ruoli, sui condizionamenti storici, quelle cose lì, insomma: e tutto sommato in mezzo a molte stupidaggini ho trovato anche delle cose intelligenti. Devo comunque ammettere che le donne, per parte loro, mi hanno molto aiutato, perché alla luce dei fatti hanno poi sempre tenuto comportamenti del tutto opposti a quelli teorizzati in quegli studi: il che ha contribuito a mantenere fresca e inappagata la mia curiosità, perché le analisi che ho letto erano davvero molto intelligenti, e ne ho tratto grandi benefici, ma del mistero non mi hanno rivelato nulla.

 

Ma in definitiva, cosa intendo per mistero? Che c’è di specifico in un comportamento femminile che vada oltre la normale e sacrosanta differenza esistente tra tutti gli individui? Qui si corre davvero il rischio dello psicologismo da due soldi. Non lo so cosa ci sia di “specifico” (e nemmeno so se l’aggettivo è corretto, perché sembra alludere all’esistenza di una “specie” femminile, anziché di un genere). Il mistero è proprio lì. Ho cercato per un sacco di tempo di affidarmi a quella che ritenevo una sensibilità ai caratteri e agli umori discretamente sviluppata, anche in virtù del lavoro che svolgevo, ma ho constatato che ciò che funzionava con i maschi con le donne non valeva affatto. E fin qui, è lapalissiano. Intendo dire però che non funzionavano proprio le categorie generali e che il mio bagaglio relazionale, per quanto prevedesse uno spettro amplissimo di comportamenti da assumere, era sempre inadeguato.

In tutto questo c’è un perché, che va al di là delle difficoltà di relazione eventualmente imputabili al sottoscritto. E qualche idea in proposito ce l’ho, banalissima ma fondata. Le diverse caratteristiche biologiche sono lì, incontestabili, ed è ovvio che da queste conseguano differenti ruoli. L’“investimento” nella riproduzione non è uguale per i due sessi, ciò che comporta per i maschi una minore polarizzazione dei loro interessi entro la sfera familiare. Mi ha colpito qualche giorno fa un quadretto colto su una scogliera, tanto semplice da riuscire perfettamente emblematico: un gabbiano maschio e una femmina, lui con la testa alta, fiero, lo sguardo fisso all’orizzonte, lei più dimessa, in atteggiamento quasi timido, e con lo sguardo costantemente puntato su di lui. Ma le cose non sono così semplici e automatiche, perché tra gli umani i ruoli sono variamente interpretati, per motivi che non attengono solo alle differenze individuali ma anche ai diversi portati storici e culturali: tanto che all’atto pratico questo schema, ferma restando la sua fondatezza teorica, si rivela del tutto inutile.

Insomma: la differenza non è solo biologica, riguarda le aspettative, ovvero il senso da dare all’esistenza; quindi si estende alle strutture logiche del pensiero, e dal momento che queste sono strettamente connesse al linguaggio, si manifesta nell’uso e nella accezione diversi di termini e concetti. Il che mi porta a concludere che la cosa migliore da farsi è accettare l’esistenza di un margine di scarto, di una differenza nelle frequenze di trasmissione che interferisce col senso dei messaggi. Il saperlo aiuta almeno in parte a decodificarli.

Faccio un esempio, uno solo, sperando di non cadere nel ridicolo. È difficile che una donna dica: “Voglio andare al cinema”. In genere chiede: “Vuoi andare al cinema?”, dove il punto interrogativo non significa necessariamente che si tratti di una domanda. Ora, quello che intende è evidente, ma il modo crea ambiguità. Metti caso uno non ne senta minimamente il desiderio: come deve rispondere? “No” oppure “No, ma se ti fa piacere andiamo” oppure ancora “No, ma se ti fa piacere vacci tu”? Tutte e tre le risposte sono sbagliate. Mentre alla prima formulazione si potrebbe rispondere semplicemente: “Vai”, e sarebbe chiusa lì. Ora, è chiaro che sto generalizzando e che l’esempio è stupido: ma spero renda l’idea. Non si tratta solo di una complicazione linguistica, c’è dietro tutta una complicazione di rapporto, che in genere non siamo attrezzati a gestire.

Io, perlomeno, lo sono molto poco. Davanti a una domanda posta in quei termini mi metterei a riflettere, mi piegherei alla seconda risposta perché mi parrebbe la più urbana e otterrei l’effetto peggiore. Senza aver capito nulla della domanda e meno ancora dell’effetto della risposta. E non credo di essere il solo: anzi, sono convinto che la stragrande maggioranza degli uomini di quello che una donna può volere, amare, temere, pensare capisca un accidente. Ci saranno anche quelli che lo sanno fare ma, parafrasando Mara, adesso non me ne viene in mente nessuno.

Sono invece convinto che le donne siano molto più brave a capire noi. O forse sono solo più interessate. Sta di fatto che le incomprensioni da parte maschile o femminile sono di tipo diverso: i maschi di norma proprio non capiscono, le donne capiscono benissimo ma non accettano quello che hanno capito.

Mi spingo più in là. Arrivo a dire che alla fine va bene così: non è poi così necessario capire tutto: è sufficiente avere abbastanza buon senso per convivere con tutti. E questo non è un modo elegante per filarmela. È esattamente ciò che penso. Per tornare al primo punto, si spiegano così anche le mie scelte di scrittura. Scrivo solo di quello che capisco, o presumo di capire, o vorrei capire, perché rimanda in qualche modo a un significato dell’esistenza che condivido. Le donne giustamente sembrano dargliene un altro, e quindi non ci rientrano. Ritengo comunque si commentino benissimo da sole, come nell’episodio che ho riportato in apertura, senza bisogno che lo faccia io.

 

Questo “décalage” rende impossibile un rapporto di amicizia? Al contrario. Naturalmente l’amicizia con una donna è completamente diversa da quella che può instaurarsi con un maschio: ci sono situazioni e attività nelle quali la presenza femminile è decisamente un ingombro, come nei film western, ma ci sono momenti nei quali puoi affidarti solamente ad un’amica, perché solo lei, a dispetto dello scarto di sintonia, o forse proprio in virtù di quello, è in grado davvero di ascoltarti. Capisce quello che tu non sei in grado di capire, che ti mette in crisi, e di norma è anche abbastanza schietta da non nascondertelo o edulcorarlo troppo. Sul fatto poi che possa trattarsi di vera amicizia, senza che debbano necessariamente esserci implicazioni, sottintesi o rimozioni sentimentali, non ho dubbi. È un legame che fortunatamente ho conosciuto e che conosco. Do per scontato che una persona verso la quale sei mosso da un sentimento così intenso come l’amicizia debba per forza piacerti, in senso assoluto, sia essa uomo o donna. Credo che a questo si riferissero davvero i greci parlando di eros. Ma le caratteristiche proprie dell’amicizia escludono la passione, incanalano altrimenti anche l’attrazione fisica: l’amicizia è anche un legame di pelle, ma è soprattutto un legame di stima, coinvolge il cervello. E la passione il cervello lo esclude a priori.

 

Ma, appunto: e le passioni? e il sesso? e l’amore? Credo o no nell’amore? Questo è un altro discorso. Intanto penso che occorrerebbe almeno aver chiaro di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Perché c’è “l’Amore”, che è un’invenzione letteraria e filosofica tutta occidentale, della quale a volerlo si potrebbe disquisire all’infinito (lo ha fatto splendidamente Denis de Rougemont ne L’amore e l’Occidente). E poi ci sono ‘gli amori’, gli incontri e i legami concreti, che con l’Amore hanno in realtà poco o nulla a che vedere, ma che noi troppo spesso vogliamo ricondurre in quella sfera: col risultato di misurare situazioni reali e individuali con un metro ideale e universale, ed esserne naturalmente delusi. Credo che il problema sia tutto qui. Spostiamo un fenomeno che ha radici chimiche e biologiche sul piano dell’etica, e poi ci meravigliamo di non riuscire ad avere risposte. Non sto dicendo che l’innamoramento, la passione, l’affetto, la fedeltà, l’abitudine e tutte quelle altre cose lì nascano solo da prosaiche combinazioni di atomi: voglio dire che le combinazioni di atomi ci sono (pensiamo solo all’importanza degli odori), agiscono normalmente in natura per tutte le specie animali, hanno una loro finalità, a quanto pare funzionano.

Per noi umani naturalmente la cosa è più complicata, perché ci abbiamo costruito sopra tutto un castello culturale, che appunto dalla natura ci isola: e abbiamo snaturato le reazioni chimiche, introducendo una serie di agenti esterni che le complicano, le inibiscono, le accelerano, le fanno precipitare e a volte impazzire. Del resto, siamo umani proprio per questo.

Sto andando fuori tema. Non ho intenzione di scrivere un trattato sull’amore, voglio solo dar conto di un mio atteggiamento nei confronti dell’universo femminile che credo sia stato spesso equivocato. Vado quindi a commentarlo per punti.

 

La passione. Parlare di questo sentimento (anche qui, il termine non è esatto, ma lo uso all’ingrosso) a settant’anni può sembrare abbastanza stupido. Verrebbe spontaneo dire che è una cosa cui si ripensa con nostalgia o, a seconda dei casi, con imbarazzo. In realtà non mi provoca né l’una né l’altra reazione. L’effetto è un altro. Anche se nelle mie riflessioni chiamo in causa volentieri etica e valori e coscienza e tutte quelle cose lì, ho l’impressione a volte di girare attorno al problema, fingendo di non sapere che poi al centro stanno dei sensi (ma anche dei sentimenti) che possono andare assolutamente fuori controllo, mandare per aria in un attimo tutte le tue belle difese culturali. Quando si dice accecati dalla passione non si usa solo una immagine. È perdita di controllo sui sensi. Per quanto razionale uno si picchi di essere non ci può far nulla, se non cercare di riportarli al più presto in fila. Il che non significa soffocare la passione, ma semplicemente provare a incanalarla in una direzione non distruttiva, per sé e per gli altri.

 

Questo vale di conseguenza anche per il sesso. Per me è associato alla serenità. Se la passione è il fattore scatenante, la serenità è la realizzazione, da non confondere con l’appagamento. Non è questione di placare i sensi, anzi, semmai lo stato di serenità invita ad una ricerca costante, alla coazione. No, sto parlando di quella gioia intrinseca all’incontro che può prescindere addirittura dalla consumazione. La gioia è quella di stare assieme nel più libero dei modi, che mettendoti letteralmente a nudo ti spinge alla totale sincerità, rendendo bello e ugualmente appagante tutto quello che avviene in tale condizione. Scoppiare a ridere assieme di qualcosa, ad esempio, nell’intimità più stretta, in maniera spontanea e complice, è la vetta del piacere sessuale.

E qui siamo già con un piede nel campo dell’amore, dove davvero vale il dettame di Wittgenstein: Quanto può dirsi, si può dire chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere. Lo disattendo, ma solo per un attimo. Io credo di essere stato diverse volte innamorato, i sintomi almeno erano quelli descritti nella letteratura, fisici e mentali: ma poi ogni volta erano diverse le motivazioni, le reazioni, i modi e l’intensità del coinvolgimento, al punto che non mi sono mai parse varianti di una stessa storia, ma proprio cose lontanissime tra loro. È naturale, ci mancherebbe altro, erano coinvolte delle persone, mica dei pesci rossi: ma allora come si fa a parlare di qualcosa che al momento non sei stato in grado di inquadrare, perché ti azzerava la salivazione e il lavoro neuronale, e dopo non lo hai fatto perché impegnato a leccarti le ferite o già buttato su un nuovo fronte? di cui insomma ti è sempre sfuggita non dico la logica, perché giustamente non c’è, ma anche ogni possibile costante illogica?

Può però esistere l’amore anche senza implicanze sessuali? Non lo so: per come la vedo io l’Amore, quello di cui ho parlato prima, senz’altro si – ma probabilmente i più direbbero che sto parlando d’altro.

 

E l’amore unico e eterno? Il mio vissuto dovrebbe farmi propendere per il no; ma non credo si tratti di una esperienza generalizzabile. In realtà ho visto più di una coppia conservare sino alla fine l’affiatamento, in un legame così intenso da provocare nel sopravvissuto il rifiuto di vivere: il che mi spinge a pensare il contrario. Ritengo comunque che non dipenda solo da una disposizione personale, o almeno, non solo da quella. È difficile che si realizzi la giusta combinazione dei tanti fattori psicologici e ambientali che entrano in gioco (il giusto incontro, ma anche il tempo, il luogo, le circostanze ….). E non starei neppure a discutere se si tratti davvero di amore o se subentri un’abitudine o una dipendenza reciproca: probabilmente l’amore è anche questo, immaginare un percorso che non può essere compiuto che assieme. In tal senso a dire il vero qualche dubbio ce l’ho: vincolare o addirittura affidare il senso della propria esistenza alla presenza di un altro suona un po’ come un atto di resa, o se vogliamo come una forma sottile di egoismo e di possesso (quella che stigmatizzavo in André Gorz). Ma ciascuno sceglie i propri modi di realizzazione. Forse questo non era il mio.

Di una cosa soltanto sono certo. Ancora oggi voglio un gran bene alle donne di cui sono stato innamorato. A tutte. Quindi non era solo questione di atomi. Vorrei vederle o saperle felici, non per sensi di colpa (che in qualche caso ci sono, ma non sono loro a motivarmi questo sentimento), o per sentirmi scaricato di ogni responsabilità, ma perché ciascuna è un pezzo fondamentale della mia vita, da ciascuna ho avuto e imparato molto, senz’altro più di quanto sia stato a mia volta in grado di dare. Ecco, probabilmente oggi sono in grado di apprezzarle veramente per come erano, e non per come erano in relazione a me e alle mie tempeste chimiche, anche se naturalmente quella componente sfuma di una tonalità particolare il ricordo. Ma non rimpiango nulla. Non mi chiedo “come sarebbe stato se …”, al più penso sia andata loro bene così.

Le ho spostate nella sfera dell’AMORE, o le ho semplicemente riposte nello scaffale?

 

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Grazie per la risposta. ✨

Vita e avventure di un mondo perduto

Vita e avventure di un mondo perdutoa cura di Paolo Repetto, 23 maggio 2018

Le origini di un impero tra storia e leggende

Sven Hedin e i misteri del lago errante

Carlo Piaggia, vagabondo del Nilo

Cercando l’Australia

Alexander von Humboldt

L’ultimo lago

Il viaggio al Tibet

Il milanese che valicò le Ande

l mito americano della Natura

Humboldt e l’alba dell’ecologia

La poesia di Wystan Hugh Auden

Donne con la  bussola

Ida Pfeiffer, la viaggiatrice solitaria

Le origini di un impero tra storia e leggende

di Paolo Novaresio

Dal 1960 il Mali è una Repubblica, ma la memoria popolare è tuttora rivolta ai secoli splendidi in cui era un vasto e potente impero.

Le interminabili genealogie dei re, tramandate dai canti e racconti epici fino ai nostri giorni, non sono sterili elencazioni ma storia viva e presente in cui spesso si intrecciano elementi magici e leggendari dovuti alla scarsità di documentazione scritta. La tradizione africana, infatti, viene tramandata soprattutto oralmente e tutto questo non fa che aumentare il fascino di questo Paese, della sua gente frazionata in decine di etnie diverse.

Zoumana Traoré dice di avere sessant’anni, abita a Gao ed è di origine Songhai, popolo che fondò il regno del Mali. Ai bei tempi faceva il meccanico per l’Air Mali e si arrangiava a portare a spasso i turisti nella zona. Ora Gao è isolata, irraggiungibile e pericolosa: di aerei neppure l’ombra, di turisti non ne parliamo.

Zoumana è ovviamente disoccupato, senza troppe ansie per il futuro, sopravvive al presente. Mentre sorseggia con metodo una birra mi racconta della storia di Gao, o almeno la sua personale versione, tramandata attraverso una serie di eventi simbolici che parlano di battaglie, re, eroi e magia: «Quando in Mali c’erano i francesi circolava una barzelletta. Si studiava la storia di Francia, quindi di conseguenza i nostri antenati erano i Galli – nos ancêtres les Gaulois – così si leggeva sui libri. Per un Songhai una discendenza piuttosto strana, non trovi?».

La tendenza a considerare l’Africa un continente senza storia, un esotico relitto dell’Eden, è un vizio duro a morire, anche se di origini recenti. In realtà solo da un paio di secoli gli Europei vedono l’Africa come un continente selvaggio. Per i Romani e per gli uomini del Medioevo e del Rinascimento, l’Africa evocava immagini di regni sontuosi e ricchezze straordinarie. Era la culla della sapienza e della civiltà. A Gao le tracce di questo illustre passato sono ben visibili.

Da ciò che resta del famoso Hotel Atlantide, con una breve passeggiata (due chilometri, fatali senza un cappello) si arriva di fronte alla tomba degli Askia, la dinastia che portò Gao al rango di capitale del vastissimo Impero Songhai.

La tomba è un mausoleo in terra cruda, in puro stile sudanese. Pare che l’iniziatore di questo stile sia stato un architetto e poeta andaluso che raggiunse il fiume Niger dal Cairo, al seguito della corte di Kankan Musa. Il mansa (re) del Mali era di ritorno da uno dei suoi famosi pellegrinaggi alla Mecca. Era l’anno 1325.

Oggi nei manuali in uso alle scuole secondarie di Bamako non si parla più di Galli e cerimonie druidiche, ma di imperi sudanesi. La loro storia passa attraverso interminabili genealogie di re e sovrani mitici: dal nostro punto di vista possono apparire sterili elencazioni ma per gli africani, discendenze e parentele tramandate dai canti e dai racconti epici, sono storia viva e presente. Tant’è che nel marzo del 1957, il dottor Kwame Nkrumah nella qualità di primo Presidente si prese una “licenza storica” e dette all’antica Costa d’Oro il nome di Ghana, il cui impero e sfera d’influenza erano in realtà situati assai più a nord.

Le rovine della presunta capitale del regno, Koumbi Saleh, si trovano addirittura nel territorio dell’odierna Mauritania.

In compenso, per rimescolare ulteriormente le carte nel discutere le modalità dell’indipendenza per l’Africa occidentale francese, i rappresentanti della Costituente di Dakar scelsero per i territori lungo il corso del Niger il nome di Mali, inoltrandosi in un pellegrinaggio ideale alle più profonde radici della storia della regione.

Non a caso Timbuktu, Gao, Djenné e le grandi città mercato del delta interno, conservano nel semplice svolgersi della vita, nelle caratteristiche della pianta urbana, nel carattere degli abitanti, la luminosa eredità dell’antico Mali.

L’odierna Repubblica del Mali copre una vasta frazione dei bacini dei due grandi fiumi dell’Africa occidentale, il Senegal e soprattutto il Niger.

Quest’ultimo attraversa il Mali per 1800 chilometri, asse privilegiato di comunicazione e insediamento, con la grande ansa verso nord che attraversa le sabbie del Sahara.

Il paragone col Nilo è d’obbligo: come il “padre dei fiumi”, il Niger scorre nel deserto, si impaluda in un grande delta interno ed è agitato da rapide fin quasi alla foce.

Come il Nilo, il Niger è stato via di penetrazione commerciale e militare e testimone di grandi civiltà. Dai tempi remoti che videro sorgere il regno di Ghana fino all’epoca attuale, il traffico di genti e merci non ha mai smesso di solcare il fiume. Il Niger riassume in sé la continuità della storia del Mali, dagli splendori passati alle speranze di oggi.

Il Paese può essere sommariamente diviso in tre grandi regioni naturali che corrispondono, in concreto, a due zone climatiche: quella sahariano-saheliana e quella sudanese.

La regione che costeggia il deserto appariva alle carovane che venivano dal Nord come la riva dell’oceano, da cui il nome Sahel (in arabo, letteralmente “sponda”). Una distesa piatta, uniforme, sabbiosa, con precipitazioni torrenziali e irregolari, vegetazione limitata a ciuffi di arbusti spinosi e a qualche acacia. È la terra dei pastori nomadi.

Più a sud, dopo aver lasciato Timbuktu, il Niger si allarga in un immenso delta interno. Un fitto reticolo di canali, affluenti e stagni è quel che resta di un vasto lago, prosciugatosi alcune migliaia di anni fa. La vegetazione è più rigogliosa, la terra fertile: gli arabi chiamarono questa regione, dall’Atlantico al Nilo, Bilad el-Sudan, la Terra dei Neri.

Il Sudan, sufficientemente irrorato dalle piogge, è adatto all’agricoltura e l’abbondanza dei raccolti permise l’insediamento sedentario di popolazioni urbane numerose e attive.

Fu proprio nelle città del delta interno che si sviluppò una nuova e originale dimensione di civiltà, legata a doppio filo al grande commercio carovaniero attraverso il Sahara.

L’oggetto principale di questo traffico era l’oro, estratto in notevoli quantità nelle regioni di Bouré e Bambouk e scambiato con sale, tessuti e rame. Il monopolio del commercio dell’oro fu uno dei fondamenti dello sviluppo dei regni di Ghana, Mali e Songhai.

I documenti commerciali, fortunosamente conservati negli archivi del Cairo, ci danno prova di come le monarchie lungo il Niger fossero inserite nel gigantesco sistema commerciale che, facendo perno sull’Egitto, si estese dopo l’anno Mille dalla Spagna alla Cina.

A riprova di questa tesi, ecco cosa scrive un mercante egiziano dell’ epoca a un suo socio e corrispondente al Cairo.

Sono appena giunto da Almeria in Spagna. Il vostro collega in affari della marocchina Fez mi ha mandato qui un lingotto d’oro, certamente proveniente dal Sudan, per comprare seta spagnola per voi. Ma non credo sia una buona idea, e vi mando invece l’oro. Al tempo stesso un amico del vostro collega d’affari mi ha consegnato una certa quantità di ambra grigia che vi mando sempre per questo mezzo. Vuole che gli mandiate cinque fiaschi di muschio per lo stesso valore. Vendete per piacere l’ambra grigia e comprate il muschio perché devo spedirlo subito.

Questa piccola operazione commerciale amichevole riguardava ambra grigia dall’Africa tropicale, muschio dall’Asia e oro proveniente dai mercati di Djenné e Timbuktu.

I compartimenti in cui si svilupparono i regni sudanesi non erano poi così stagni come si tende a credere. Le mappe commerciali dell’epoca danno forma a un quadro di viaggi sicuri e regolari, un commercio continuativo che faceva largo uso del credito a lunga scadenza e la cui rete garantiva la costante distribuzione di merci su distanze incredibili per l’epoca.

Ma che tipo di civiltà esprimevano questi sistemi monarchici? Quale potere rappresentavano i mansa del Mali? Nonostante le frequenti guerre di conquista, l’ordine sociale e politico non era mantenuto con la forza delle armi. L’autorità del re era rituale, di diritto e non di fatto. La figura del mansa garantiva l’armonia della società con le tradizioni e gli antenati, incarnava il bene materiale e spirituale del proprio popolo. La letteratura araba del tempo formicola di aneddoti e descrizioni ma poco ci dice sulla natura di questi regni e sulla loro origine.

Le prime tracce di un’istituzione di governo, facente capo a una dinastia, possono ravvisarsi già nel regno di Ghana, dalla metà del primo millennio della nostra epoca.

In pratica, la nascita delle monarchie nell’Africa occidentale subsahariana segue una cronologia parallela a quella dell’Europa anglosassone e francese. La penetrazione commerciale e culturale dell’islam a sud del Sahara, contribuì ad accelerare e modellare la trasformazione della discendenza in dinastia, del consiglio degli anziani in governo.

Il controllo del traffico commerciale, il grande volume e valore delle merci che affluivano ai mercati, la crescente domanda di oro, esigevano apparati di gestione più complessi e articolati. Il commercio inoltre stimolò una produzione di beni voluttuari, o comunque superiori alla stretta necessità, e si formarono nuove caste di artigiani e mediatori.

Nasce a questo punto la necessità di un controllo centralizzato che garantisca la sicurezza, diriga le specializzazioni e protegga l’integrità della stirpe nel contatto con nuove civiltà.

Le origini del regno del Mali hanno a che fare più con la leggenda che con la storia. L’accentrarsi del potere nelle mani del clan Keita, dietro l’aneddotica e la magia, è l’esempio storico di questo processo. Nel 1076 il regno di Ghana, saccheggiato dagli Almoravidi, dissolveva la sua fragile identità in un mosaico di domini locali. Tra questi il Sosso, che sotto la guida di Sumanguru, riuscì a conquistare il predominio. Ma il piccolo regno Keita non tardò a reagire e la sua riscossa ebbe in Sundiata un mitico protagonista.

Dopo un lungo periodo di guerra, la battaglia finale tra Sundiata e Sumanguru ebbe luogo sulle rive del Niger, fra le terre dei Sosso e quelle dei Malinké. La vittoria di Sundiata, risultato dei suoi poteri magici, aprì ai successori le porte di un dominio vastissimo: nasceva l’Impero del Mali, la cui struttura doveva essere in qualche modo simile al modello feudale europeo, dove i rapporti di vassallaggio implicavano le relazioni tra i vari lignaggi.

Tra i grandi re del Mali la storia ricorda soprattutto mansa Kankan Musa, autore di un famoso pellegrinaggio alla Mecca. In quell’occasione la quantità di oro immessa sul mercato del Cairo dal re e dal suo seguito fu tale che il prezzo crollò verticalmente e per 12 anni non si ristabilì un indice corretto. Sotto Kankan Musa, il Mali raggiunse il massimo dello splendore. Dal Cairo e da Alessandria una nutrita schiera di poeti, architetti, letterati e medici venne a stabilirsi alle corti di Timbuktu e Djenné. Le grandi città universitarie lungo il Niger divennero poli di attrazione della cultura del tempo, una cultura originale e viva il cui rapporto con l’islam non fu mai di dipendenza, bensì un fecondo scambio di dottrine.

La ricchezza del mansa era favoleggiata come immensa. Il geografo arabo Ibn Battuta soggiornò lungamente alla corte di un successore di Kankan Musa ed ebbe a osservare con stizza che a tanta ricchezza non corrispondeva uguale munificenza.

Accompagnato nei suoi alloggiamenti, in luogo di oro e seta trovò “tre focacce, un pezzo di bue fritto in olio locale e una zucca di latte cagliato acido”. Per un re che governava una terra di “quattro mesi di viaggio in lunghezza e altrettanti in larghezza” era decisamente un po’ poco. Al deluso Ibn Battuta che sognava doni e appannaggi principeschi, sembrò più l’accoglienza tradizionale di un capo tribale che di un principe islamico. Non aveva torto, in effetti in Africa occidentale l’islam fu interpretato in forma del tutto particolare. Di fronte a una classe di notabili e mercanti che osservavano, pur superficialmente, i dettami dell’ortodossia, stava il mondo rurale, tenacemente chiuso nelle sue credenze animiste.

Il declino del Mali fu lento e irreversibile. Le incursioni di Tuareg, Mossi e Fulani si moltiplicarono. Nel 1435 i Tuareg saccheggiarono Timbuktu. A est il nascente impero Songhai conquistò Gao e vi pose la capitale. Il Mali si smembrò in una quantità di piccoli regni e l’egemonia che il regno di Mali aveva esercitato per oltre due secoli sul Sudan si trasferì naturalmente all’impero Songhai. Poi, nel 1594 un corpo di spedizione calò dal Nord e giunse a saccheggiare Gao. Un migliaio di mercenari marocchini e spagnoli, armati di cannoni e fucili, bastarono a sbaragliare le forze del Songhai.

Al posto di quelli che erano stati i grandi imperi dell’Africa occidentale rimase un gruppo di popoli frazionati e divisi, pronti a vendersi l’un l’altro. Il traffico degli schiavi verso le Americhe – nei 250 anni che seguirono – svuotò letteralmente il Sudan del potenziale umano necessario a costituire una società civile. Il clima di terrore e di insicurezza degradò profondamente le strutture sociali e all’autorità legittima si sostituì il potere. Le linee di sviluppo della storia africana furono tagliate alle radici. La schiavitù distrusse la cultura e la civiltà dell’Africa. La ricostruzione di una variante moderna delle grandi civiltà perdute è il grande enigma del futuro africano.

Sven Hedin e i misteri del lago errante

di Paolo Novaresio

 “Da un anno intero io non ho potuto ridere per colpa tua, perché tu mi hai mentito, io non ho avuto nessuna gioia da te, le mie lacrime sono scorse come un fiume. Dio non ha voluto che fossimo amici. Le tue pupille e le tue ciglia sono fra le più belle che esistano”. Sven Anders Hedin

La monotona melodia risuonava da più di un secolo sulle labbra degli abitanti del Lop Nor, il lago errante perduto nel cuore dell’Asia. Sven Hedin, o He-Dani come lo chiamavano gli indigeni, la trascrisse puntualmente nel suo giornale di viaggio. Era l’undici giugno del 1899 e la breve estate continentale concedeva notti tiepide e cieli limpidi.  Hedin era partito un anno prima da Stoccolma per la sua seconda grande spedizione in Asia centrale.

Nel primo viaggio l’esploratore svedese si era addentrato nelle sconosciute distese desertiche del Taklamakan, nel cuore del Turkestan orientale. Inesperto e quasi privo di mezzi, aveva rischiato di morire di sete nel deserto, com’era successo a gran parte dei suoi compagni.

Questa volta invece il suo bagaglio era proporzionato all’impresa: 1130 kg di attrezzature eccellenti, ripartite in ventitré casse e contenenti un letto smontabile, un battello in tela di fabbricazione inglese (pieghevole e così leggero da poter essere trasportato da un uomo solo), quattro macchine fotografiche e un’intera biblioteca. Le due spedizioni compiute da Sven Hedin alla fine dell’Ottocento attraversando i deserti del Taklamakan e di Gobi e l’altopiano del Tibet

Non mancavano gli occhiali da ghiaccio: Hedin ne aveva con sé ben cinquantotto paia. Le scorte di cibo sarebbero state sufficienti per due anni.

Il ricco corredo di strumenti di misurazione dimostrava che il salto di qualità dal tipo di esplorazione classica a quella moderna era ormai un fatto compiuto. Il nuovo esploratore partiva, infatti, con uno scopo ben preciso, volto alla ricerca scientifica: raccogliere e analizzare dati sui territori attraversati.

Il 19 febbraio 1901 Hedin festeggiava il suo trentaseiesimo compleanno in una zona inesplorata del deserto di Gobi. Il giorno prima una tremenda bufera di sabbia aveva cancellato ogni traccia e confuso l’orizzonte delle dune.

Gli uomini esausti vagavano alla ricerca di una sorgente, un punto imprecisato, sperduto chissà dove nel micidiale mare di sabbia.

Ancora un giorno, forse poche ore, e i cammelli, da dodici giorni senz’acqua, avrebbero cominciato a morire l’uno dopo l’altro. E gli uomini non avrebbero tardato a seguire la medesima sorte. Tuttavia quel giorno Hedin ebbe il più bel regalo di compleanno che a suo dire gli fosse mai capitato: improvvisamente uno dei suoi uomini scivolò per caso su un grande ammasso di ghiaccio.

Era la sorgente, gelata dalle temperature polari di fine inverno, che durante la notte raggiungevano i venti gradi sotto zero. Hedin distribuì il ghiaccio triturato ai cammelli e ai cavalli sfiniti: i loro occhi, disse, brillavano di contentezza. Placata la sete, gli uomini scavarono grandi buche che, riempite di brace ardente, vennero poi ricoperte di sabbia. Sdraiandosi sulla terra calda, era possibile strappare qualche ora di sonno al gelo della notte. Su quella antica via carovaniera si era probabilmente avventurato, quasi seicento anni prima, Marco Polo.

Ormai l’oasi di Altimisch Bulak era a poche decine di chilometri ma Hedin piegò verso sud, in direzione dell’antico bacino prosciugato del Lop Nor. Pochi mesi prima, vagando a tentoni in una tempesta di sabbia, uno dei membri della spedizione aveva scoperto per caso le rovine di un antico insediamento urbano. Hedin presumeva che il fortunoso ritrovamento fosse la chiave per svelare i segreti dell’antica città di Loulan, in passato fiorente centro carovaniero sulle sponde del gran lago.

Ben presto gli scavi diedero i primi risultati: monete cinesi, una lampada in rame, un frammento di legno scolpito a forma di pesce (ciò che testimoniava la passata esistenza dell’acqua). Ma non bastava, Hedin era testardo: “Queste rovine io voglio costringerle a parlare e non intendo partirmi di qui a mani vuote”, scrisse nel suo diario. Dalla sabbia emersero i resti di un tempio dedicato a Budda e, infine, la grande scoperta. In una casupola d’argilla, a sessanta centimetri di profondità, Hedin trovò 200 manoscritti e molti bastoncini coperti di caratteri cinesi. Quei pezzetti di carta consumata dal tempo contenevano la spiegazione del mistero del Lop Nor.

I sinologi russi e tedeschi che in seguito li decifrarono, confermarono che l’intuizione di di Hedin era esatta: la città di Loulan era davvero situata sulle sponde del lago. Prima della sua distruzione a causa di un’inondazione, nel IV secolo, la città era un importante centro commerciale dell’impero cinese, in cui confluivano le merci (soprattutto grano) che venivano distribuite per tutta la regione. Hedin si imbatté anche in una ruota, che faceva supporre l’esistenza di una rete carrozzabile. La scoperta era importante non solo dal punto di vista storico, ma anche da quello geofisico, poiché dimostrava le migrazioni del lago errante, il Lop Nor. Hedin fece accurate livellazioni della regione, che era assolutamente piatta: misurato su una distanza di trentadue chilometri, il dislivello non era che 11 centimetri.

Proseguendo l’esplorazione Hedin si trovò ben presto in un vero e proprio labirinto di acque. Il paesaggio era mutato drasticamente, nell’arco di una sola settimana: un nuovo lago di circa 50.000 metri quadrati si era formato per infiltrazione, quasi sotto gli occhi dell’esterrefatto esploratore.

In certi punti l’acqua zampillava fino a un metro di altezza, mista a grosse bolle d’aria. Il lago si stava progressivamente spostando verso nord.

A sud la sponda si prolungava in depositi di fango, sabbia e piante in putrefazione, mentre a nord il forte vento scavava le superfici asciutte, preparando al lago un nuovo letto. Così la vegetazione, la vita animale e gli abitanti seguivano il Lop-Nor in queste sue peregrinazioni periodiche.

“In avvenire sarà possibile determinare la lunghezza del periodo di queste oscillazioni; per ora non sappiamo altro di certo che nell’anno 265, ultimo anno di regno dell’imperatore Yuan Tis, il Lop Nor si trovava nella parte settentrionale del deserto”. Con queste parole Hedin sapeva di aver trasformato una leggenda in una serie di dati scientifici, commensurabili e in certa misura prevedibili. Gli antichi segreti del Lop Nor erano finalmente stati svelati.

L’ultimo saluto del grande lago fu un vero e proprio uragano di sabbia, il temuto kara-buran. Per due giorni Hedin fu costretto a rimanere rinchiuso nella sua yurt, la grande tenda mongola adibita a quartier generale.

Alla tremula luce di una lampada cinese l’esploratore aggiornò il suo diario di viaggio con le nuove eccitanti scoperte. Poi cominciò a organizzare la parte più problematica del viaggio: raggiungere l’altopiano tibetano e penetrare nella misteriosa città santa di Lhasa, preclusa agli stranieri.

Per entrare a Lhasa, Hedin meditava di travestirsi da pellegrino mongolo, con l’aiuto di un autentico Lama incontrato nella città di Urga, che acconsentì ad accompagnare la carovana lungo il pericoloso itinerario. Hedin tentava intanto di imparare il mongolo.

La spedizione lasciò la regione del Lop nel maggio del 1901, in assoluto incognito. Ma Hedin, nonostante la voluminosa pelliccia gialla e le scarpe a punta rialzata, non riuscì a ingannare le sentinelle tibetane.

Fu fermato e rimandato indietro per ordine personale del Dalai Lama.

La marcia per sottrarsi all’autorità tibetana, verso ovest e il Ladak, fu lunga e piena di patimenti. L’esploratore scrisse nei suoi appunti: “Quando verso il tramonto il cielo comincia ad offuscarsi ad oriente, mi pare che la notte voglia stendere il suo velo sopra il paese del Dalai Lama e proteggere con le sue tenebre i misteri che racchiude…”

Nel maggio del 1902 la spedizione arrivò a Kashgar, con la primavera al massimo splendore. Poco più di un mese dopo Hedin rivedeva le coste svedesi. Le sue peregrinazioni erano durate tre anni e tre giorni.

I granelli di sabbia del Gobi, annotò, “ancor oggi cascano dal mio giornale di viaggio”.

Carlo Piaggia, vagabondo del Nilo

di Paolo Novaresio

Chi era Carlo Piaggia? Un esploratore, un cacciatore, un mercante? Certo, tutto questo e anche qualcosa in più. È difficile inquadrare la sua personalità nell’affollata platea degli esploratori del bacino del Nilo.

Sicuramente, come molti altri, Piaggia era spinto da una curiosità divorante per il nuovo, e agitato da un’irrequietezza di fondo che lo trascinava a fuggire dal quotidiano. L’Africa fu per lui la grande occasione di un’esistenza diversa. La semplice e sincera confessione di Joseph Thomson, il viaggiatore scozzese che attraversò le steppe dei Masai fino alla regione dei Grandi Laghi equatoriali, sembra attagliarsi perfettamente alla sua figura: “Sono destinato a essere nomade. Non sono un fondatore di imperi, né un missionario, e neanche un vero scienziato. Voglio solo tornare in Africa per continuare i miei vagabondaggi”.

Carlo Piaggia partì per l’Africa nel 1851, all’età di ventiquattro anni.

Proveniva da una famiglia di contadini di Lucca: era sprovvisto di cultura accademica e scientifica ma in compenso dimostrava un’incredibile versatilità negli affari pratici, che gli consentiva di imparare qualunque lavoro in poco tempo. Nell’ambiente vivace e cosmopolita di Alessandria d’Egitto, Piaggia si trovò perfettamente a suo agio: fece il pescatore di conchiglie nel mar Rosso, il legatore di libri, il cappellaio, il verniciatore, l’armaiolo e altri mestieri diversi.

L’itinerario seguito da Carlo Piaggia per raggiungere da Khartoum le immense regioni del Bahr al-Ghazal dove abitavano i temuti Azande, detti “niam-niam”.

Nel 1856 lo troviamo a Khartoum, in compagnia di un gruppo di mercanti bolognesi e francesi, intento alla caccia dei marabù (le cui piume erano allora esportate in Europa come articolo di lusso). Fu allora che Piaggia scoprì la sua indole di viaggiatore. Lasciò Khartoum e si mise a risalire il corso del Nilo, attraversando le grandi paludi che il fiume forma alla confluenza con il Sobat, e giungendo fino all’avamposto di Gondokoro, dove erano sorte le prime missioni cattoliche. Piaggia vagabondò per ben tre anni su e giù per il fiume, a caccia di elefanti, entrando in diretto contatto con la sordida realtà del traffico degli schiavi.

A ovest del Nilo si estendevano le immense regioni del Bahr al-Ghazal, il Fiume delle Gazzelle, soglia di accesso all’impenetrabile cuore del continente, allora completamente sconosciuto all’Europa (ma non ai mercanti di schiavi musulmani). Le notizie che giungevano ai villaggi lungo il Nilo parlavano di animali misteriosi e popolazioni di cannibali con la coda.

Dai tempi di Erodoto la conoscenza di quelle terre non era progredita di un solo passo. Piaggia tornò in Italia, ma non vi restò a lungo.

Il demone della scoperta lo aveva ormai catturato.

Qualche tempo dopo rieccolo a Khartoum, che allora funzionava come trampolino di lancio per le spedizioni dirette verso l’interno del continente.

Dopo lunghe trattative riuscì ad aggregarsi a una carovana di mercanti di avorio: in cambio della sua guida, una scorta armata lo avrebbe accompagnato fino ai primi villaggi dei temuti Azande, detti “niam-niam” e considerati cannibali (ne abbiamo parlato in Cannibali, leggende e verità).

Prima di partire, in un paio di settimane, aveva raccolto materiale e provviste. Ben poca roba, a quanto risulta: cinquanta chili di biscotti, un po’ di riso, zucchero, caffè, fiammiferi, candele, pochi metri di tela di cotone bianco, filo da cucire e “una piccola tenda da viaggio, una cassetta di ferri per la riparazione delle armi da fuoco, cento libbre di piombo da caccia, palle, un migliaio di capsule, una trentina di scatole di polvere da caccia, i ferri da falegname, un cannocchiale, un termometro e una bussoletta tascabile”.

Il bagaglio di un artigiano più che di un esploratore di terre ignote.

Le popolazioni locali ostacolarono duramente la marcia della colonna, che si salvò a stento da un incendio appiccato dagli indigeni alle erbe della savana. Dopo un mese la carovana arrivò ai limiti del territorio dei famigerati Niam-Niam.

Il comandante dei soldati fece firmare a Piaggia un documentò che lo scaricava di ogni responsabilità e tornò immediatamente indietro.

Piaggia rimase solo e ben presto fu avvicinato dal capo di un vicino villaggio, che lo accolse amichevolmente. Fu alloggiato in una capanna costruita apposta per lui e per le mogli che senz’altro, nella sua posizione, sarebbe stato suo diritto avere.

Piaggia restò fra i “niamniarri”, come li chiamava lui, per più di un anno e mezzo. All’inizio aveva una gran paura di essere mangiato dai suoi ospiti (vedeva ovunque inquietanti segni di antropofagia), poi si tranquillizzò e si tuffò con zelo nella nuova vita. Per ingannare il tempo andava a caccia di uccelli rari per le sue collezioni, discuteva con i fabbri del luogo sui metodi più pratici per lavorare il ferro e costruì con mezzi di fortuna un mulino per macinare le sementi. La novità destò grande entusiasmo nel villaggio, ma pochi giorni dopo il re ordinò di distruggere il macchinario, in quanto invenzione foriera di inquietanti novità, poiché “le donne non sanno più cosa fare, invece di restare nelle capanne vanno nei boschi… e  la donna quando non lavora va in cerca dell’uomo”.

Nel frattempo gli abiti e gli stivali di Piaggia erano andati a brandelli e l’esploratore dovette  adattarsi a vestire di pelli e a camminare con sandali di cuoio di bufalo da lui stesso confezionati. Intanto, giorno dopo giorno, Piaggia annotava sul suo taccuino tutto ciò che vedeva, disegnando come gli riusciva sagome di capanne, pipe, scudi e utensili. Forse le sue descrizioni dei Niam-Niam appaiono oggi ingenue e imprecise, prive di metodo scientifico, ma restano comunque una testimonianza importante per l’atteggiamento di rispetto e simpatia che ne guida lo stile.

Era la prima volta che un viaggiatore bianco si adattava per così lungo tempo, in totale isolamento dal mondo esterno, ad affrontare la vita quotidiana e i problemi di un popolo considerato primitivo. Gli appunti di Piaggia furono largamente sfruttati dall’esploratore baltico Schweinfurth, che si recò pochi anni dopo in quelle regioni. L’opera di Schweinfurth, intitolata “Nel cuore dell’Africa”, ebbe un grande e immediato successo editoriale.

Invece Carlo Piaggia, poco istruito e incapace di bella letteratura, non riuscì mai a far pubblicare i suoi voluminosi manoscritti.

Eppure Piaggia fu, più di altri, cronista attento e acuto: dei Niam-Niam annotò le tecniche dì estrazione del ferro e di fusione del minerale in forni di terra cruda, le usanze alimentari, le relazioni sociali e le pratiche religiose, descrivendo anche la fauna della zona e le caratteristiche del territorio (la definizione “foresta a galleria” è di sua invenzione). I suoi rapporti con gli africani furono sempre ottimi.

Il ritorno con la carovana dei mercanti fu un disastro: i soldati razziavano e uccidevano uomini, donne e bambini, lasciandosi dietro terra bruciata.

Infine, sulla via di Khartoum, la barca di Piaggia naufragò nel Nilo: alcuni uomini furono divorati dai coccodrilli e molte delle collezioni ornitologiche e parte degli appunti andarono irrimediabilmente perduti.

Dopo un breve soggiorno in Italia, Piaggia tornò per l’ultima volta in Africa, deciso a proseguire i suoi viaggi nell’interno. Poche cose colpiscono il viaggiatore africano come il baobab, che con la sua mole gigantesca e contorta si erge ìn mezzo alle distese di erba gialla che· si prolungano all’infinito verso l’orizzonte. Sotto uno di quegli alberi maestosi, chissà dove, giace ancor oggi Carlo Piaggia, morto di febbri sulla pista che dalle pianure del Sudan meridionale corre verso le montagne etiopiche e le gole del Nilo Azzurro.

Cercando l’Australia

di Paolo Novaresio

 «Vi è ragione di ritenere che un continente molto esteso possa trovarsi a sud della rotta seguita recentemente dal capitano Wallis…». Il messaggio, tradotto in linguaggio burocratico, era scritto su un plico sigillato, che fu consegnato in via riservata al capitano Cook. L’Australia. Tra i pochi grandi miti geografici scampati al razionalismo tagliente dell’età dei Lumi, la Terra Australis conservava un posto di prestigio.

James Cook, nato in Inghilterra nel 1728, animato da una prepotente vocazione per gli oceani inesplorati, partì per il primo dei suoi tre viaggi di scoperta nel 1768, finanziato dalla Royal Geographic Society.

A sua disposizione: cento tra marinai e soldati di equipaggio, un gruppo di astronomi per studiare il passaggio di Venere sul disco solare previsto a Tahiti, due botanici, pittori e cartografi per rilevare le eventuali nuove terre scoperte, destinate a popolare le cartine geografiche dell’epoca.

La nave si chiamava  “Endeavour”, cioè Tentativo, ed era una carboniera di 368 tonnellate di stazza, ristrutturata e perfettamente attrezzata per le attività di ricerca ed esplorazione. Il compito di Cook era racchiuso nelle sommarie indicazioni che il capitano aveva ricevuto dall’Ammiragliato: navigare verso sud, fino al 40° parallelo, poi puntare a ovest.

E tenere gli occhi aperti, perché laggiù, forse, si sarebbe trovata l’Australia.

La prima tappa di Cook fu Tahiti, allora tappa d’obbligo per i navigatori del Pacifico. Grossa isola dagli attracchi sicuri, benedetta dalla natura e sognata dall’Europa esotizzante, che amava il “buon selvaggio” e leggeva avidamente Rousseau.

Tahiti fu circumnavigata in barca e battuta palmo a palmo a piedi da Cook e dai suoi uomini, che con centinaia di schizzi e acquerelli ne disegnarono l’intero profilo, la costa e i porti naturali. Ogni aspetto della vita dei tahitiani fu accuratamente studiato, secondo i canoni puntigliosi dettati dagli scienziati illuministi e con tutto il rispetto che l’Europa del settecento poteva garantire a una cultura non europea.

Joseph Banks, il futuro presidente della Royal Geographic Society, che aveva voluto a tutti i costi partecipare all’impresa, annotò meticolose descrizioni del regime alimentare delle popolazioni locali, che mangiavano frutti dell’albero del pane, pesce, qualche maiale, banane, frutti selvatici e cucinavano la carne di cane in rudimentali forni di pietra: “Il cane del mare del Sud”, annotò impassibile Banks, “ha un gusto buono quasi quanto quello dell’agnello inglese; e a suo vantaggio si deve dire che vive quasi interamente di verdure; probabilmente i nostri cani non avrebbero un sapore così buono”. A Tahiti c’erano anche oche e tacchini, probabile eredità della spedizione inglese di un anno prima.

Mentre Banks si occupava della gastronomia locale, Cook spendeva le proprie energie nel tentativo di rendere meno traumatica e invadente possibile la sua presenza sull’isola. Tanto per cominciare, vietò immediatamente al suo equipaggio di barattare con gli indigeni oggetti di ferro.

La nave di Wallis, infatti, durante la precedente sosta a Tahiti, aveva rischiato di affondare perché in un mese i marinai avevano clandestinamente estratto tanti chiodi di ferro da compromettere lo scafo: dato che a Tahiti bastava un chiodo per ottenere qualunque cosa, comprese le ragazze dell’isola, la minaccia era più che reale.

Cook cercò anche di premunirsi contrò i furti, per i quali i tahitiani mostravano un’insistente inclinazione e un’abilità tale “da coprire di vergogna il miglior tagliaborse d’Europa”.

Nel frattempo il gruppo di scienziati a bordo non perdeva tempo: furono studiate le canoe, le lenze da pesca e le stoffe degli indigeni, ricavate da fibre vegetali con risultati giudicati da tutti sorprendenti.

Cook fece incetta di grandi scorte di viveri freschi, per variare la dieta dei marinai durante la navigazione.

Prima di lasciare l’Inghilterra, con singolare lungimiranza per l’epoca, alla carne salata e ai biscotti, il capitano aveva aggiunto crauti e minestra in tavolette, senza esitare a ricorrere a punizioni corporali per chi rifiutava le razioni.

In virtù di questa saggia politica alimentare, a differenza di quasi tutti gli equipaggi impegnati in lunghe traversate marine, gli uomini non si ammalarono di scorbuto. In compenso, metà di loro prese la sifilide mentre la nave era ferma a Tahiti.

Come il capitano ebbe cura di precisare, la malattia era stata portata sull’isola da spedizioni precedenti.  Il paradiso in Terra aveva subito la prima, fatale corruzione.

L’Endeavour lasciò Tahiti dopo qualche mese di esplorazioni e di osservazioni astronomiche, avventurandosi verso la costa ovest della Nuova Zelanda.

I paradisi polinesiani erano ormai un altro mondo: in Nuova Zelanda la spedizione fu accolta dalle canoe da guerra degli indigeni maori, da cui dovette difendersi facendo uso delle armi da fuoco.

I rilevamenti si fecero difficili e pericolosi, ma Cook riuscì a circumnavigare interamente la nuova terra, dimostrando che si trattava di due isole e non di una sola, come si credeva.

Il momento cruciale era giunto. Non restava che eseguire gli ordini segreti dell’Ammiragliato. Cook si inoltrò nell’oceano verso occidente.

Senza saperlo, stava per entrare in uno dei tratti di mare più pericolosi del mondo: il labirinto di secche e bassifondi della Grande Barriera corallina australiana. L’Endeavour si incagliò nelle rocce madreporiche, rischiando di affondare.

Il capitano la pilotò faticosamente fino alla sconosciuta costa orientale dell’Australia, poco più a sud di dove oggi si trova Sydney.

La costa est del nuovo continente fu rilevata con una precisione senza precedenti, collezionando una serie di osservazioni e dati che sono ancora oggi validi.

Riparata la nave e ripreso il mare, dopo due mesi di navigazione Cook riuscì a raggiungere il possedimento olandese di Batavia (Giava).

E infine, dopo più di tre anni di viaggio, a missione compiuta, l’Endeavour giunse in vista delle coste inglesi.

James Cook sarebbe salpato ancora due volte, per circumnavigare l’Antartide e poi per esplorare le coste dell’America Settentrionale fino allo stretto di Bering. Non furono i rischi e gli imprevisti della navigazione a sorprenderlo. Per uno strano gioco del destino, morì proprio per mano di quei “buoni selvaggi” che tanto amava e rispettava: fu ucciso alle isole Hawaii il 14 febbraio del 1779.

Alexander von Humboldt

di Paolo Novaresio

L‘uomo bianco faceva sempre domande, qualunque cosa vedesse. Raccoglieva testimonianze e scriveva, scriveva. Al ritorno avrebbe svelato all’Europa i segreti affascinanti della natura equatoriale del Nuovo Mondo. Quella notte, però, il 6 aprile 1800, vinse lo stupore. La luna illuminava la sommità di Tepu-Mereme, la “roccia dipinta”, rivestendola di un’aurea surreale. Chi mai aveva potuto tracciare quei segni sui massi di granito che emergono dal fitto della vegetazione soffocante dell’alto Orinoco? Figure di corpi celesti, serpenti e coccodrilli erano scolpiti su strapiombi irraggiungibili. Furono gli indios Tamanac a spiegare sorridendo allo straniero bianco che all’epoca delle Grandi Acque i loro padri arrivavano fino a quell’altezza in canoa. Lo straniero si chiamava Friedrich Heinrich Alexander, barone von Humboldt.

Nato a Berlino, età anni 28, altezza metri 1.70, capelli bruno-chiari, occhi grigi, grande naso, fronte aperta segnata da cicatrici di vaiolo… viaggia per acquisizione di sapienza”. Così recita e lo descrive il passaporto francese, ottenuto pochi anni prima a Parigi, capitale scientifica e intellettuale del tempo e sua patria d’adozione.

Oggi il mondo ha quasi dimenticato la grande opera di Humboldt, il progetto di sistemazione organica del sapere geografico, basata su una strategia generale dello studio della natura. Ma allora, al ritorno dal grande viaggio nel Nuovo Mondo, Humboldt era uno degli uomini più famosi e stimati d’Europa. Moltissimi i luoghi che portano tutt’oggi il suo nome: più di quelli dedicati a qualunque altro scienziato ed esploratore. Quattordici città negli Stati Uniti, una in Canada. Montagne in Australia, Antartide, Nuova Zelanda. La grande corrente fredda al largo delle coste peruviane. Il più esteso ghiacciaio della Groenlandia e uno dei mari sulla superficie della luna.

Neppure un monumento, invece, a Cumaná, la sonnolenta cittadina del Venezuela dove Humboldt sbarcò insieme al botanico Aimé Bonpland per intraprendere il più grande viaggio privato della storia. Eppure Cumaná, dove avvenne il primo incontro di Humboldt con la natura equatoriale lungamente sognata, fu forse il più amato dallo scienziato prussiano, che non scordò mai quel luogo: “Cumaná e la sua terra polverosa si riaffacciano ancor oggi nella mia mente, più sovente di tutti i meravigliosi scenari delle Cordigliere”.

Dopo sei anni di studio e di preparazione, e molti tentativi infruttuosi, il giovane scienziato poteva finalmente contemplare il cielo tropicale, ricco di meteore e stelle cadenti: per gli indios nient’altro che i riflessi delle pietre d’argento del leggendario lago Parima. Da Cumaná la spedizione si addentrò nei llanos, le desolate praterie che si stendono tra la costa e l’Orinoco.

Il caldo torrido, con temperature fino ai 50° (Humboldt riempì il cappello di foglie per avere un po’ di sollievo), l’orizzonte infinito e polveroso, confuso dai miraggi, misero a dura prova la resistenza dei viaggiatori. Dopo la stagione delle piogge, che trasformavano i llanos in un immenso acquitrino, erano rimaste grandi pozze fangose. Qui Humboldt ebbe modo di studiare una delle più stupefacenti creature del Nuovo Mondo, l’anguilla elettrica dell’Amazzoni, che può dare scosse fino a 650 volt, sufficienti a stordire e uccidere un uomo. Per catturarle vive senza pericolo gli indios fecero entrare a forza un branco di cavalli nell’acqua. Alcuni, terrorizzati e storditi dalle scosse elettriche, annegarono, ma cinque grosse anguille furono catturate vive. Humboldt le studiò accuratamente, sperimentando suo malgrado la loro potenza elettrogena.

Superati i llanos, la spedizione raggiunse il Rio Apure, uno dei primi affluenti dell’Orinoco. La guida di Humboldt, nel dedalo di corsi d’acqua della foresta amazzonia, fu un frate francescano spagnolo, abituato da anni alla vita nella giungla. Padre Bernardo Zea condusse i due scienziati a una delle poche spiagge dell’Orinoco dove deponevano le uova le grandi tartarughe note in loco come arrau. Dalle uova, mediante bollitura, gli indios ricavavano un olio limpido e di ottimo sapore. Humboldt calcolò che su quella sola spiaggia si radunavano a deporre le uova almeno 330.000 tartarughe.

Il viaggio procedeva verso l’interno, lungo il corso dell’Orinoco. La navigazione era resa penosa dal crudele tormento degli insetti, soprattutto sciami di zanzare, le cui punture provocavano ferite dolorose e infezioni. Poco più avanti si stendevano le pericolose rapide di Maypures e Atures, lunghe più di quaranta miglia. Un labirinto di acque spumeggianti fra i massi di granito. Per superare l’ostacolo fu approntata una canoa più piccola, sulla quale fu stipato tutto il materiale scientifico, i bagagli, gli erbari e le gabbie con le scimmie e gli uccelli. “Oltre le Grandi Cateratte inizia una terra sconosciuta”, scrisse Humboldt, “il paese delle favole e delle visioni fantastiche”. E aldilà delle montagne la tradizione poneva i miti dell’Eldorado e del lago di Parima. Dopo tre secoli dalla scoperta la conoscenza geografica della regione non era quasi per nulla progredita.

A un certo punto Humboldt lasciò l’Orinoco per un piccolo affluente che seguì fino a trovarsi a dieci miglia dal Rio Negro, il più grande tributario del Rio delle Amazzoni. La canoa e i bagagli furono trascinati a braccia attraverso la foresta fino al fiume. Le acque del Rio Negro erano limpide e fresche. In pochi giorni la spedizione raggiunse il Casiquiare, un canale naturale che collega i due grandi sistemi fluviali dell’Amazzonia, il bacino dell’Orinoco e quello dell’Amazzoni.

 Le due settimane di navigazione sul Casiquiare, il cui corso era praticamente inesplorato, furono le peggiori di tutto il viaggio. Il cielo era sempre coperto di nuvole, notte e giorno. La foresta, alta e impenetrabile, chiudeva il fiume in una morsa verde. I due scienziati erano costretti a dormire sulla piroga, già carica all’inverosimile. È difficile immaginare la difficoltà di procedere in quell’ambiente ostile trascinandosi dietro bagagli, attrezzature, il carico di campioni botanici e 14 uccelli e 11 mammiferi vivi,  con un equipaggio di nove persone stipato in uno spazio ristretto. La foresta era tanto umida da rendere impossibile accendere un fuoco. E non offriva cibo: Humboldt fu costretto a mangiare semi di cacao crudi e, una volta, un ignobile pasticcio di formiche. Una notte un giaguaro si portò via, senza il minimo rumore, il grosso mastino che faceva la guardia al centro del campo. Infine la biforcazione dell’Orinoco fu raggiunta.

Dalle carte geografiche spariva il lago Parima ed entrava, accuratamente rilevato, il Casiquiare. Il villaggio semiabbandonato di Esmeralda era l’unico luogo abitato della regione. Qui Humboldt vide preparare il curaro, il letale veleno estratto dalla corteccia della liana Strychnos. Un uomo colpito da una freccia avvelenata moriva in poco più di dieci minuti. Da Esmeralda la spedizione decise di tornare indietro fino a Cumaná.

Il viaggio però non era ancora terminato. Humboldt si recò di nuovo a Cuba, poi attraversò la Cordigliera andina dalla Colombia al Perù. Da Lima, passando per il Messico, fece ritorno in Europa nel 1804, dopo cinque anni di assenza.

 

L’ultimo lago

di Paolo Novaresio

Il conte Teleki von Szeck era un nobile asburgico di rango: bon vivant, piuttosto bene in carne (gli africani lo chiamavano Bwana Tumbo, il “Signor Pancia”), di carattere socievole e buon conversatore. Celibe fino alla fine dei suoi giorni, spese la propria vita tra occasioni mondane, impegni politici, battute di caccia e viaggi. Era immensamente ricco. Benché buon scrittore, come testimoniano le sue lettere al principe Rodolfo, non scrisse una sola riga sul viaggio che lo rese famoso, probabilmente per pura indolenza.

La molla che fece scattare il desiderio di un viaggio in Africa non fu certo spinta dalla brama di gloria: Teleki era restio ad assumersi impegni troppo gravosi e voleva semplicemente divertirsi, collezionando trofei di caccia. La regione del lago Tanganyka, sua prima meta, era già selvaggia a sufficienza per i suoi scopi.

Fu quasi a malincuore che cedette ai consigli del suo illustre amico, il principe Rodolfo d’Asburgo: trasformare una battuta di caccia in un viaggio di scoperta verso terre ancora sconosciute. Come compagno di viaggio e suo luogotenente il conte scelse Ludwig von Hönhel, uno sconosciuto ufficiale di marina.

Teleki era l’aristocratico e lo sponsor, di carattere brillante e determinato, ai limiti della testardaggine. Von Hönhel aveva origini modeste, era un appassionato lettore di libri di viaggio e sognava da sempre l’avventura africana: Teleki gli stava offrendo la più grande occasione della sua vita.

Nonostante le differenze di estrazione sociale e di carattere, i due divennero amici: in ogni caso il loro accordo fu sempre perfetto, poiché la gerarchia imponeva a von Hönhel il ruolo di subalterno. Il loro viaggio, concluso con la scoperta del grande lago battezzato Rodolfo (oggi Lago Turkana), segna il distacco tra la grande epoca dell’esplorazione africana e la modernità.

IL VIAGGIO

Nell’ottobre del 1886 von Honel giunse a Zanzibar per predisporre la logistica e assumere le famose guide locali Jumbe Kimemeta e Qualla Idris. Teleki partì da Pangani, sulla costa dell’odierna Tanzania. La spedizione, equipaggiata con circa trecento armi da fuoco, contava oltre 670 effettivi ed era così composta: 450 portatori, 200 Zanzibariti (con compiti più specializzati), 9 guide, 9 soldati e 7 asinai. Inoltre seguivano il corteo 25 asini, una mandria di 21 vacche e 60 tra pecore e capre.

Per trovare i fondi per l’impresa Teleki vendette una grossa proprietà terriera e un diamante di grande valore storico, già appartenuto ai suoi antenati.

Le spese complessive ammontarono a 130.000 Corone, equivalenti in valore a 40 chilogrammi d’oro (ovvero, alla quotazione attuale, 1.600.000 Euro).

IL MATERIALE

Oltre al materiale da campo, agli effetti personali e alle scorte di viveri, nel bagaglio della classica spedizione ottocentesca in Africa figuravano stoffe, fili metallici, perline di vetro a altri articoli usati come doni e merci di scambio durante il percorso. Teleki ne acquistò quantità inverosimili, tanto che questa voce costituiva oltre la metà del carico al seguito della spedizione.

Ecco una lista sommaria degli articoli destinati ad accattivarsi la simpatia degli indigeni:

600 pezze di cotone bianco merikani (circa 18 chilometri di stoffa)

250 pezze di cotonina indiana blu scuro (7 metri l’una per un totale di 1750 metri)

100 pezze di tessuto rosso vivo bendera assilia (28 metri l’una per un totale di 2800 metri) varie pezze di tessuto di prima e seconda qualità di manifattura araba

perline maasai (da 1/12 a 1/8 di pollice di diametro) di colore rosso, blu, bianco, 2285 kg.

perline Parigi del diametro di un pisello

perline bianche comuni

anelli di vetro (murtinarok) verde, blu, marrone chiaro, circa 1/2  pollice

perline rosso chiaro e blu turchese per la gente del Kilimanjaro

una quantità di grosse perline assortite (mboro)

perline marrone chiaro, blu, bianche (dette perline orientali, introdotte da poco nel commercio dalla casa Filonardi)

filo di ferro (1/5 di pollice), circa 3500 chili

filo d’ottone e rame robusto, 525 chili

406 chili di polvere da sparo (in piccole casse da 11 libbre l’una)

molte migliaia di capsule per fucili ad avancarica

stagno

piombo

filo di ferro fine

conchiglie cauri (Cyprae moneta)

coltelli

occhiali

libri illustrati

marionette

filo dorato

braccialetti e anelli

pugnali

sciabole da marina e cavalleria

vari altri articoli.

Qualche giorno dopo la partenza gli esploratori cercarono di stilare un inventario, assegnando ad ogni portatore il suo fardello, pari a circa 35 chilogrammi.

Dal diario di Ludwig von Hönhel:

“Allora iniziammo ad occuparci della revisione dell’equipaggiamento della spedizione, accatastato in un mucchio talmente consistente nel mezzo dell’accampamento da impedire l’accesso alle nostre tende.

Avevamo:

  • tende, tavoli, sedie, letti, valige piene di vestiti, strumenti, etc.: 65 ca richi
  • armi e munizioni: 35 carichi
  • articoli di uso quotidiano (sapone, tabacco, zucchero, tè, caffè, etc.): 44 carichi
  • equipaggiamento per guadare fiumi e paludi (cavi robusti): 2 carichi
  • medicine, bendaggi, filtri: 3 carichi
  • razzi ed esplosivi: 2 carichi
  • alcool: 1 carico
  • materiale per illuminazione: 3 carichi
  • seghe da legna, pale, asce: 4 carichi
  • utensili, ricambi, corde: 3 carichi
  • lubrificanti per fucili, etc.: 1 carico
  • riso: 5 carichi
  • cognac, vino, aceto: 4 carichi
  • imballaggi: 2 carichi
  • stoffe: 90 carichi
  • fili metallici: 80 carichi
  • cauri, catenelle di metallo, etc.: 5 carichi
  • moneta di rame(per la zona costiera): 3 carichi
  • battello smontabile in 6 parti di metallo, battello smontabile in 2 parti di tela: 22 carichi

Totale  470 carichi

Teleki e von Hönhel raggiunsero il lago Turkana il 5 marzo del 1888, un anno dopo la partenza da Zanzibar. Durante il percorso la spedizione perse oltre i due terzi dei componenti, fuggiti col proprio carico o uccisi in combattimento con tribù ostili. Teleki perse nel viaggio circa 30 chili del proprio peso.

Sulle carte geografiche dell’Africa scompare l’ultimo Ignoto.

Comincia la spartizione coloniale del continente.

 

Il viaggio al Tibet di Padre Cassiano Beligatti

di David P. Gelman

1738-1745. Portavano la parola e l’evangelo del Cristo in capo al mondo, patendo umiliazioni, difficoltà, soprusi. Non hanno avuto troppo successo visto che si sono trovati dinanzi la diffidenza e poi l’aperta ostilità dei religiosi di Lhasa.

Trecendo anni fa i monaci cappuccini giunsero in Tibet, impegnati nella paziente quanto indefessa opera di diffusione del cattolicesimo, senza tuttavia tentare di imporlo o di prevaricare.Tra loro padre Cassiano Beligatti.

Il suo Viaggio al Tibet, pubblicato da Edizioni Il Polifilo (www.ilpolifilo.it) ci appare oggi come  un autentico viaggio nel tempo, caratterizzato da un’insolita franchezza e modestia. Lo sguardo di padre Beligatti è privo di supponenza e pregiudizi: lo spirito di osservazione è quello del vero reporter.

Il suo giornale di viaggio coglie l’essenziale, portandoci alle soglie di un luogo in cui la spiritualità e la divinità ordinano e presiedono il mondo. Per questo il Viaggio al Tibet è un libro importante e ancora attuale.

Noi, profani e improvvisati viaggiatori, non possiamo che avvertire un’eco lontana, seppur consistente, di quel mondo. Anche noi ci siamo recati in quei luoghi, pur senza raggiungere Lhasa, la meta finale. Ci siamo andati assai più comodamente, atterrando sulla coda di un monsone, all’aeroporto di Katmandu. E non abbiamo animo di chiamare la nostra: avventura, se paragonata con quella di padre Beligatti. Trecento anni fa i monaci cappuccini, e oggi noi. Cos’è cambiato in quei luoghi? Tutto e niente.

L’uomo moderno ha il privilegio di entrare e uscire da quel mondo misterioso, che la leggenda narrava abitato da giganteschi serpenti. Un mondo in cui tutto parla di pace, armonia, tolleranza. L’atmosfera che immediatamente avvolge il viaggiatore è preludio a percorsi dello spirito che possono segnare l’esistenza. O più semplicemente rendersi indimenticabili.

In quei luoghi, per ciò che abbiamo visto e avvertito, curiosando fra templi, statue di pietra e divinità di ogni sorta, aleggia una spiritualità diffusa, percepibile, autentica e condivisa dalla gente. Il medioevo asiatico laggiù è ancora di casa.

Ma torniamo al Viaggio al Tibet e al suo autore. Chi era padre Beligatti? In verità della sua vita si hanno scarse notizie. Nacque e morì a Macerata (1708-1785)  e nel 1725 vestì l’abito religioso. Nel 1738 partì per la missione in Tibet e vi rimase due anni, quindi passò in Nepal e nel Bengala. Operoso e modesto, autore di fondamentali opere storiche ed etnografiche riguardanti gli usi, i costumi e le religioni dei territori che lo videro missionario, Beligatti scrisse anche un Alphabetum Tibetanum e due grammatiche: una della lingua indostana, l’altra dell’idioma sanscrito in caratteri malabarici. Diverse altre sue opere, in parte ancora inedite, si conservano nella Biblioteca comunale Mozzi Borgetti di Macerata.

Dell’indimenticabile reportage di padre Beligatti, riportiamo, senza commentarli, alcuni brani.

A pagina 18

… Provvisti dell’occorrente i missionari partirono, e dopo un lungo e dificile viaggio arrivarono a Lhasa nel gennaio del 1741. Fu lor fatta buona accoglienza, specialmente dal re, e, dopo aver appresa la lingua del paese, si dettero a predicare, ma con frutti piuttosto scarsi. Ben presto poi i religiosi tibetani cominciarono a veder di malocchio il favore che i missionari godevano presso il re. Nacque fermento che andò man mano crescendo finché un bel giorno parecchie centinaia, di preti buddhisti, raccoltisi dai vari conventi di Lhasa e dei dintorni, invasero il palazzo reale, e rimproverarono al re il suo contegno. Questi, atterrito, temendo di fare la fine dei suoi tre predecessori, uccisi appunto per odio dei lama, dichiarò ipso facto i padri decaduti dalla sua grazia; impose loro di non predicare nel Tibet se non ai mercanti venuti di fuori…

A pagina 23

… I missionari… si posero in cammino alla spicciolata per raccogliersi poi tutti al porto di Lorient, che doveva essere il luogo d’imbarco… il viaggio attraverso la Francia. Compiuto sempre a piedi, fu assai molesto e malagevole; i frati patirono spesso la fame, e dovettero perlopiù adattarsi a dormire nelle stalle, perché ben di rado i conventi li ospitavano, ma con mille pretesti li mandavano altrove, ed essi erano sempre scherniti, insultati e fatti segno a mille scherzi grossolani…

A pagina 31

… Traversato il fiume Bagmati entrarono in Nepal, e valicata un’alta montagna trovarono il fiume Kakokù, che dovettero passare a guado 9 volte, e viaggiando in mezzo a foreste di pini e d’ippocastani, dopo essre passati per il castello di Kuà giunsero il 6 febbario a Bahagdaon, capitale del regno del medesimo nome, dove da qualche tempo i cappuccini avevano un ospizio. Furono bene accolti dal re e trattati con somma famigliarità, e il Beligatti s’intrattiene a parlare delle prove ricevute della benevolenza regale…

A pagina 33

… La città di Bhagdaon numera 12.000 famiglie. Le genti sono cortesi e affabili: la religione dominante è quella dei brahmani; …La città di Kathmandu conta 18.000 famiglie, e la città di Patan ne conta 24.000…  

A pagina 48

… Il satu non è altro che la farina dell’orzo mondo alquanto abbrustolito prima di macinarlo nelle macinette a mano. La carne è molto abbondante nel Tibet avendo quantità di montoni voltati, e macellando ancora lo yak, specie di bove selvatico; ma fuori dei benestanti non ne fanno grand’uso, per mancanza di legna per cuocerla, la qual mancanza sia stata la cagione dell’uso ch’anno gli tibetani di mangiare la carne cruda…

A pagina 73

… Il giorno del Santo Natale, avemmo la consolazione di dire una messa per ciascuno… che ci recò singolare consolazione. Questo stesso giorno il padre prefetto volle regalarci una pozione, che sogliono fare gli religiosi del Tibet nei tempi più freddi, qual pozione chiamano condè; è composta di decozione di tè, di birra, di zucchero, latte, e un poco di butirro insieme lungamente bollito; lo bevemmo più per compiacere il buon vecchio, che per inclinazione, ma sia lui che la più parte di noi, ne trovammo l’utile di scaricare gli nostri stomachi delle flemme ammassatevi nel viaggio. Dopo il mezzogiorno fummo rammaricati per un accidente che accorse. Gli mulattieri lasciarono alla campagna tutte le loro bestie,quali entrarono a pascolare in un prato riserbato, per lo che furono tutte confiscate…

A pagina 76

… Due giorni prima che noi arrivassimo al lago, la lamessa era partita per Lhasa. Gli tibetani hanno per questa lamessa la stessa venerazione che hanno per il Gran Lama, credendola informata da uno spirito di Cianciub…. Quando esce va sempre sotto baldacchino e è preceduta da due incensieri fermati sopra due muli ne quali gli religiosi brugiano continuamente profumi. Vive celibe facendo voto di castità; ciononostante circa 5 anni prima del nostro arrivo sortì da essa una lamessina, quale per quante diligenze che usarono, pure non poterono impedire che non si rendesse pubblica, lo che raffreddò un poco la venerazione…

Il milanese che valicò le Ande

Vita di Antonio Raimondi,  l’esploratore e cartografo ottocentesco divenuto eroe in Perù

di Marco Boscolo

 Un paese che si libera dal peso del colonizzatore straniero ha la necessità di scrivere la propria storia e di celebrare i costruttori del nuovo Stato. Servono a questo le liturgie pubbliche, i libri e i monumenti. Come le tombe di pietra e marmo che dall’inizio dell’Ottocento raccontano la storia della Repubblica peruviana nel cimitero intitolato al Presbítero Matías Maestro di Lima. Tra i 766 mausolei ce n’è uno che colpisce il visitatore italiano più attento. È quello dove riposa un milanese che ha lasciato l’Italia del Risorgimento per esplorare un “paradiso tropicale” ancora sostanzialmente ignoto e diventare il primo cartografo del nuovo Perù. Il suo nome è Antonio Raimondi e per capire perché oggi è celebrato come un eroe nazionale, con scuole intitolate a suo nome in ogni angolo della cordigliera peruviana, non c’è occasione migliore della mostra che il Museo delle Culture di Milano gli ha dedicato.

La storia di Antonio Raimondi comincia veramente a due passi dalla madunina. Nasce infatti il 19 settembre 1824 in Corsia del Duomo, lo slargo direttamente a nord del Duomo che oggi è parte integrante della sistemazione a piazza dell’area. In età avanzata scriverà di essere “nato con una precisa inclinazione ai viaggi e allo studio delle scienze naturali” e di sognare “dalla prima fanciullezza le splendide regioni della zona torrida”. Sostiene che all’età di tredici anni ha preferito impiegare i soldi ricevuti dalla madre per comprarsi la Storia naturale di Georges-Louis Leclerc de Buffon, punto di riferimento per i naturalisti d’Europa all’epoca. Legge avidamente i resoconti di viaggio di scienziati del Settecento, come Alexander von Humboldt e Louis Antoine de Bougainville, ma anche di esploratori, come James Cook e Cristoforo Colombo. “Nelle mie letture seguivo sulla carta gli itinerari percorsi da quegl’illustri viaggiatori e mi pareva di visitare con essi le numerose isole dell’Oceania le vaste selve dell’America tropicale, apparendomi allo sguardo come in uno specchio i più bei panorami, così pieni di vita, come offre soltanto la zona del nostro globo compresa fra i tropici”. A Pavia, mentre assiste ai corsi sui banchi dell’Università (senza laurearsi), o mentre si sofferma sulle collezioni dell’Orto Botanico di Brera, il suo pensiero è già fissamente altrove.

È la politica a trattenerlo dal prendere il mare verso l’America Latina. Siamo in pieno fervore risorgimentale, con un’Italia divisa, oppressa a nord dall’occupazione austriaca, bloccata dal potere clericale al centro e guidata paternalisticamente dai Borboni nel Meridione. Nel 1848, l’anno in cui, per usare l’immagine di Alexis de Tocqueville, il vulcano della rivoluzione erutta in tutt’Europa, Antonio Raimondi è sulle barricate della sua Milano durante le Cinque Giornate. Ha 24 anni e, come molti suoi coetanei, è percorso da ideali liberali: scacciare lo straniero è la giusta causa da combattere. Il fallimento della liberazione può forse farlo vacillare, ma non lo abbatte. L’anno successivo, infatti, è tra le fila garibaldine a combattere per la Repubblica Romana nata con il ritiro di papa Pio IX dalla città eterna. È solo quando anche quest’atto eroico si infrange contro le armi dell’esercito francese – giunto in aiuto alla Chiesa – che Antonio Raimondi si decide per la partenza. A bordo del brigantino L’Industria salpa da Genova alla volta del Perù: non farà più ritorno in patria.

È un’epoca caratterizzata dallo spirito enciclopedico della scienza: in Italia e in Europa si gettano le basi di alcune delle più importanti collezioni etno-antropologiche.

Raimondi arriva al porto del Callao, nei pressi di Lima, il 28 luglio del 1850. Ha con sé la Storia Naturale di Buffon – un po’ come Charles Darwin vent’anni prima era sbarcato alle Galapagos con la Teoria della Terra di James Hutton –, qualche strumento scientifico da campo e una volontà di ferro. A parte questo però, Raimondi, anche se di buona famiglia, deve trovarsi di che vivere. L’occasione si presenta quasi subito grazie a Cayetano Heredia. Il Perù è indipendente da poco meno di trent’anni e deve ricostruire tutte le istituzioni pubbliche necessarie allo sviluppo e alla gestione del nuovo Stato. Heredia, grazie alla sua fama di medico eccellente, è incaricato dal governo per dirigere il Colegio de la Indipendencia, la futura Facoltà di Medicina di San Fernando di Lima. Intuendo nel giovane italiano le doti del naturalista di razza, gli affida il compito di ordinare la collezione mineralogica: è l’inizio di un’amicizia e della carriera accademica di Raimondi, che presto comincia a insegnare Storia Naturale.

Con lo stipendio che gli garantisce di che vivere, Raimondi può cominciare realizzare il suo vero sogno: esplorare ogni angolo del Perù. La scelta del paese non è stata casuale, perché, come scrisse più tardi esagerando un pochino, “la sua proverbiale ricchezza, il suo vasto territorio, che sembra riunire in sé gli arenili della costa, gli aridi deserti dell’Africa, i vasti altipiani, le monotone steppe dell’Asia, le alte vette della cordigliera, le fredde regioni polari, gli intricati boschi di montagna e la lussureggiante vegetazione, mi spinsero a preferire il Perù come campo di esplorazione e studio”. Dal 1851, per quasi vent’anni, non perde occasione di allargare le sue conoscenze del territorio. Nel corso delle sue 19 campagne esplorative, Raimondi si comporta come il perfetto naturalista dell’epoca, abbracciando tutte le discipline scientifiche. Le sue raccolte parlano da sole: 3.000 minerali e rocce, 4.000 insetti, 400 esemplari di mammiferi e rettili, 1.265 uccelli, 2.000 fossili, 2.000 molluschi, 72 teschi umani, 300 reperti etnografici, 500 semi, 20.000 piante e 2.000 tra conchiglie, denti e uova fossili. Numeri che dicono dello spirito enciclopedico della scienza dell’epoca, quando in Italia e in Europa si costituiscono alcuni dei grandi musei di Storia naturale moderni e si gettano le basi di alcune delle più importanti collezioni etno-antropologiche.

I viaggi oltre la cordigliera delle Ande, nelle aree più remote dell’Amazzonia come negli aridi deserti o lungo la costa pacifica appagano la sete di conoscenza di Raimondi. Nel corso della sua vita raccoglie note in 195 taccuini, alcuni dei quali dedicati a temi specifici, tutti impreziositi dai suoi splendidi acquerelli. Vi annota tutto quello che gli strumenti e il suo occhio attento gli permettono di catturare. A tratti sembra un lavoro maniacale, come quello che farà qualche decennio dopo Alexandre Yersin, lo scopritore del bacillo della peste, che sceglie anche lui i tropici preferendoli all’instabilità politica della Francia. Così, per mano di un italiano con lo spirito d’avventura, il Perù indipendente comincia a fare la conoscenza di se stesso e delle sue ricchezze. L’idea di scienza che ha Raimondi, infatti, è enciclopedica alla maniera illuminista, sempre intesa come strumento per un futuro fatto di progresso e miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità. Nei suoi rilievi cartografici, quindi, non mancano mai riferimenti precisi alle risorse naturali: giacimenti di metalli preziosi sì, ma soprattutto di carbone, salnitro e guano, risorse indispensabili per lo sviluppo del paese. Grazie alla conoscenza del territorio che acquisisce viaggiando, Raimondi diventa una specie di consulente tuttologo per il governo. Ogni volta che c’è da progettare un ponte o una ferrovia viene consultato in qualità di esperto. La sua perizia anche negli aspetti che oggi diremmo ingegneristici è testimoniata dai disegni tecnici che ha realizzato, come quelli che riguardano un progetto di una fabbrica per la fusione dei metalli del 1875.

Dal 1862 i viaggi di Raimondi assumono un nuovo significato. Viene incaricato ufficialmente dal governo di realizzare un progetto grandioso: un’esplorazione sistematica per la realizzazione della prima carta geografica completa del Perù. Sarà composta di 38 fogli pubblicati tra il 1887 e il 1897 dall’editore parigino Erhard e, come sottolineato da una mostra sull’esplorazione peruviana tenuta a Lima nel 2015, è la “radice della cartografia nazionale” del Perù. Oltre all’importanza dello strumento in sé per lo sviluppo del paese, la grande mappa ha anche un’altra funzione nella storia peruviana: riallacciare i fili della storia con il passato pre-coloniale. Raimondi, infatti, non solo applica tutta la sua maniacale precisione nell’indicare emergenze fisiche, geologiche e quant’altro ci si aspetti da una carta di questo tipo, ma vi segnala anche i toponimi indigeni come origine dei nomi attuali delle principali città e dei villaggi. Per esempio, dà la stessa importanza a Lima e Cuzco, in quanto capitali del paese in due diversi momenti storici. Dagli appunti dei 195 taccuini di campo, inoltre, Raimondi comincia a preparare, con l’aiuto di una vera e propria redazione multidisciplinare, un’opera finanziata dal governo e intitolata semplicemente El Perù che avrebbe dovuto essere una grandiosa enciclopedia del paese indipendente.

La mappa di Raimondi tornò utile a Hiram Bingham, soprattutto il 24 luglio del 1911, il giorno della scoperta di un sito archeologico di straordinaria importanza: Machu Picchu.

Un altro aspetto delle esplorazioni di Raimondi è quello legato all’antropologia e all’archeologia. Nell’incontrare le popolazioni indigene ne annota usi e costumi, raccoglie esempi di artigianato e di abbigliamento come parte integrante del grande affresco del Perù che sta cercando di dipingere. In questo ambito, pur rimanendo un uomo dell’Ottocento, convinto della superiorità della civilizzazione di stampo europeo, non ha mai sentimenti di esclusione per le diverse popolazioni indigene, ma le reputa parte integrante della complessità e della varietà del Perù suo contemporaneo. Quando visita Cuzco avviene un cortocircuito tra ciò che vede e quello che ricorda dell’Italia: “Alla fine sono arrivato nella Roma d’America, in questa grande città di memorie che ci chiama Cuzco, dove non si può fare un passo senza imbattersi in una testimonianza della sua antica civiltà”. Raimondi, forse spinto dalla sua profonda fede nel progresso, vede una continuità tra i fasti dell’antico impero Tahuantisuyo (Inca, in lingua quechua) e le potenzialità di sviluppo del Perù in cui vive.

Purtroppo il futuro dorato immaginato da Raimondi non si realizzerà. Il paese indipendente fatica a trovare un equilibrio interno e i rapporti esteri sono ruvidi. Già nel 1864, c’è una scaramuccia con la Spagna per il controllo delle isole Chincha, un enorme deposito di guano al largo della città di Pisco, a sud di Lima. Ma è la Guerra del Pacifico (1879 – 1883) a giocare un ruolo determinante. Nello scontro con il Cile, il Perù perde il dipartimento di Tarapacá, una regione esplorata ovviamente anche da Raimondi e ricca di giacimenti di salnitro e minerali. Con essa se ne va una grossa fetta delle risorse del paese e il Perù, sfiancato e sull’orlo della bancarotta, deve rivedere i piani per il proprio futuro, compresa la pubblicazione dell’opera di Raimondi, che si blocca la terzo tomo del 1880. L’esploratore milanese, intanto, comincia a sentire il peso degli anni e la responsabilità di provvedere alla propria famiglia (si è sposato solo nel 1869, al termine dei suoi viaggi, e ha avuto tre figli). Continua il suo lavoro di insegnante, finché una lunga malattia non se lo porta via il 26 ottobre 1890. Di tutta l’eredità scientifica che ha lasciato, probabilmente a Raimondi sarebbe piaciuto sapere che la sua grande carta geografica tornò utile all’archeologo americano Hiram Bingham, soprattutto il 24 luglio del 1911, il giorno della scoperta di un sito archeologico di straordinaria importanza: Machu Picchu.

 

l mito americano della Natura

Raccontata come un Eden, l’America prima di Colombo era molto diversa da come la immaginiamo.

di Matteo Cossu

Il mito della natura incontaminata, della ‘Great American wilderness’, è profondamente radicato nella cultura occidentale. Il continente americano pre-colombiano è spesso dipinto come un luogo selvaggio, scarsamente popolato: un mondo dove la presenza umana era appena percepibile. L’attrazione per questo mito pervade molta della letteratura statunitense del XIX secolo. Le descrizioni di natura incontaminata fanno da sfondo al mito eroico del pioniere. Basti pensare a un libro come Walden e alle altri odi alla natura di Thoreau. Thoreau cantava di una natura intonsa, selvaggia, sconfinata, e la immaginava ancora più primordiale nei secoli precedenti alla venuta degli occidentali.

L’idea della grande America selvatica non ha solo giocato un ruolo rilevante nella percezione culturale della natura, ma ha anche influenzato generazioni di studiosi e attivisti ambientali. Nel 1950, John Bakeles in The Eyes of Discovery, parlava della sua opera come di un libro ‘che presentava le visioni, i suoni e gli odori di un’America in uno stato inalterato. Quarant’anni esatti più tardi, Kirkpatrick Sale pubblicava Conquest of Paradise dove affermava che erano stati gli europei a cambiare l’ambiente, trasformando la natura sulla scia di Colombo e dei conquistadores. Similmente, un anno dopo, Shetler (in un libro pubblicato dallo Smithsonian) sosteneva che:

L’America pre-colombiana era ancora un Eden, un regno naturale integro. I nativi erano trasparenti rispetto all’ambiente, vivendo come elementi naturali dell’ecosfera. Il loro mondo, quello che Colombo chiamò il Nuovo Mondo, era di impercettibile disturbo umano.

Ma era davvero così? L’impatto delle popolazioni native sull’ambiente era stato così trascurabile? Oggi sappiamo che la popolazione sia nel nord che nel sud America raggiungeva cifre paragonabili e, per alcuni studiosi, persino superiori a quelle raggiunte in Europa.

Il dibattito demografico

Quando l’Ammiraglio John Smith esplorò le coste del Massachussets nel 1614, i suoi rapporti descrivevano una terra “così rigogliosa di giardini e campi di mais, diffusamente abitata da gente forte e ben proporzionata”. Ma appena sei anni dopo, quando i pellegrini del Mayflower sbarcarono sulle stesse coste, trovarono solo miseria e morte. Thomas Morton, un commerciante inglese, scrive della sua visita nel 1622: “gli Indiani morivano in massa dentro le loro case, i teschi e le ossa sparsi in diversi posti delle loro abitazioni erano uno spettacolo [degno di] una nuova Golgota”.

L’incongruenza delle fonti, generò ben presto un dibattito antropologico che continua al giorno d’oggi. Le stime demografiche pre-colombiane erano molto difficili da ottenere, e i primi studiosi essenzialmente tirarono ad indovinare. Nel 1910, l’antropologo James Mooney incrociò fonti di esploratori e primi coloni con studi sulla capacità agricola delle popolazioni indigene, e concluse che in tutto il Nord America, viveva appena un milione persone. Mooney era rispettatissimo all’epoca e per molti anni le sue conclusioni non vennero mai messe in discussione. Per questo ci volle un periodo di grande fermento culturale come la fine degli anni Sessanta per rivisitare questa stima. E infatti nel 1966, alla luce del suo lavoro a stretto contatto con molte comunità di nativi americani, l’etnografo-storico Henry Dobyns, pubblicò stime decisamente più alte: al tempo del primo contatto europeo, a nord del Rio Grande vi sarebbero state tra le dieci e le dodici milioni di persone. Dobyns ricevette durissime critiche, ma anziché ricredersi, circa 20 anni dopo ripubblicò ulteriori ricerche e aumentò il limite superiore fino a diciotto milioni.

Dobyns (assieme ad altri antropologi come Alfred Crosby), rivelò così l’esistenza di dinamiche ignote fino ad allora. Secondo le sue stime, negli anni direttamente successivi ai primi contatti europei, si consumò la più grande epidemia della storia, direttamente responsabile di una decimazione delle popolazioni pari a oltre il 90%. Ai tempi, negli anni tra i ‘60 e gli ‘80, non esistevano metodi scientifici che potessero confermare le ipotesi degli antropologi, ma qualche mese fa un gruppo di ricercatori dell’università di Adelaide, ha pubblicato un articolo su Science Advances, sul DNA di 92 mummie e scheletri pre-colombiani, tutte datate tra i 500 e gli 8600 anni fa. Lo studio ha dimostrato l’estinzione pressoché totale, nella popolazione odierna, delle linee genealogiche individuate nelle mummie. Uno scenario concordante con le teorie di Dobyns.

Danni involontari

La suscettibilità delle popolazioni native americane alle malattie europee era dovuta a diversi fattori. Uno dei più importanti era l’assenza di diffuse pratiche di allevamento. Per la maggior parte, le comunità native in America si sostenevano con l’agricoltura e con la caccia. D’altra parte invece, in Europa, l’allevamento aviario, di suini, bovini, e ovini era praticato da millenni, e aveva portato alla diffusione, e alla conseguente immunizzazione, da diverse malattie zoonotiche, malattie cioè che ‘saltavano’ di specie per aggredire l’uomo: praticamente tutte le grandi epidemie, dal vaiolo al morbillo hanno questa origine.

Nel maggio del 1539, Hernando de Soto sbarca nella baia di Tampa con nove navi, più di 600 uomini e 220 cavalli. Secondo le ricostruzioni di Charles Hudson, un antropologo che ha dedicato la sua carriera a ricostruire il percorso di de Soto, la spedizione incontrò in quello che è oggi l’Arkansas, “città ben popolate” e “insediamenti così ravvicinati da potersi scorgere tutti insieme, tutti difesi da colline artificiali, fossati e schiere di arcieri”. De Soto passò anche attraverso a estesi campi di mais, zucche e fagioli.

Lo spagnolo morì nel 1542, e nessun europeo visitò quei luoghi per oltre un secolo. Nel 1682, quando Réné-Robert Cavelier, Sieur de la Salle esplorò le stesse zone, trovò condizioni ben diverse. Dei cinquanta insediamenti visitati dallo spagnolo, ne descrisse solo dieci, forse ri-occupati da nuove tribú.

La missione di de  Soto non era certo pacifica. Nei quattro anni passati tra quello che oggi è il sud degli Stati Uniti e le aree intorno al Mississippi, la compagnia distrusse, uccise e derubò tutto ciò che incontrò sul suo cammino. Ma il peggior danno causato dall’hidalgo avvenne a sua completa insaputa: de Soto si accompagnava a un gruppo che lo avrebbe dovuto aiutare contro ogni avversità: guide, mercenari, ingegneri, e… maiali. Recenti analisi di antico DNA mitocondriale hanno stabilito che i maiali domestici arrivarono in Europa al seguito dei primi agricoltori provenienti dal Vicino Oriente circa 7500 anni fa. Con gli animali, arrivarono anche le malattie: da solo, il maiale è responsabile di antrace, brucellosi, leptospirosi, teniasi, trichinosi e tubercolosi. Se si considera la loro vorticosa riproduzione e la possibilità di trasmettere malattie a tacchini selvatici e cervi (due specie centrali nell’alimentazione dei nativi), i maiali di de Soto erano, a tutti gli effetti, delle armi biologiche.

La natura indigena

La deforestazione e l’agricoltura intensiva sono due dei principali fattori dell’impatto antropogenico sull’ambiente. Prima del contatto colombiano, in America entrambe queste attività venivano compiute attraverso l’appiccamento regolare di fuochi controllati. In diverse misure, i nativi americani usavano il fuoco per creare terreni coltivabili, per mantenere ‘aperte’ le foreste, e per favorire la crescita di nuovi germogli attraendo quindi le specie da cacciare. Lo dimostra il fatto che diversi studiosi hanno trovato tracce di incendi controllati dalle zone sub-artiche fino al deserto di Sonora. Le caratteristiche e gli impatti di questi incendi dolosi variavano a seconda delle regioni e localmente dipendevano da fattori demografici e ambientali, ma in ogni caso avevano impatti non trascurabili addirittura su scale continentali.

In Nord America, gli incendi delle popolazioni native non solo plasmarono le foreste creando praterie, ma cambiarono attivamente la composizione degli ecosistemi forestali, creando condizioni favorevoli a specie utili alle comunità. Fragole, mirtilli, lamponi e altre bacche, ma anche varie specie di pino, e querce, sono quasi certamente un subclimax ecologico di origine antropogenica, create (e mantenute) attraverso il fuoco. Già nel 1958, il padre fondatore del concetto di “cultural landscape” Carl O. Sauer, da studi sulle precipitazioni medie e composizione dei suoli, concluse che la maggioranza dei biomi a bassa vegetazione del Nuovo Mondo erano di origine antropogenica.

La piccola era glaciale

Tra circa la metà del 1500 e per i 250 anni successivi, il mondo si ritrovò in un ciclo climatico di temperature significativamente più basse. Le conseguenze furono globali, e l’Europa non fu da meno. Si ghiacciò il Tamigi, il Corno d’Oro e parte del Bosforo. Interi villaggi alpini furono spazzati via dall’avanzata dei ghiacciai. Nel 2003, un paleo-climatologo e biologo marino, William Ruddiman, pubblicò un articolo in cui argomentava essenzialmente che l’impatto dell’uomo non è mai stato trascurabile, e che molte delle anomalie climatiche possono trovare spiegazione in eventi legati agli uomini. La piccola era glaciale non fa eccezione, e Ruddiman ipotizzava che fosse correlata al cambio d’uso della terra avvenuto dopo il contatto colombiano sia nel nord che nel sud America. In breve, il declino delle popolazioni americane portò a una riforestazione, da lì a una minore emissione di CO2 e quindi alla conseguente diminuzione dell’effetto serra e all’abbassamento delle temperature globali.

L’impatto umano sull’ambiente non è semplicemente un processo di degrado o cambiamento in risposta a un aumento di popolazione o di fattori industriali, agricoli o economici. Anche piccole popolazioni possono avere conseguenze drammatiche nel tempo. L’impatto umano è interrotto da periodi di inversione, riabilitazione ecologica e diversificazione di linee temporali, con l’insorgenza di nuove condizioni aumentano, diminuiscono o in certi casi addirittura si evolvono nuove specie. L’impatto può essere costruttivo, benigno o degenerativo, ma è bene notare che questi termini, e quindi la naturalità di un sistema, sono tutti concetti soggettivi.

Hernando de Soto si aggirò in Nord America per quattro anni e in nessun racconto del suo viaggio descrisse mai la specie che la nostra cultura associa maggiormente alle grandi praterie: il bisonte. Un secolo dopo, mentre attraversava gli stessi territori di de Soto, La Salle descrisse invece abbondanti mandrie di bisonti al pascolo nelle terre circostanti i fiumi. Considerando il repentino crollo della presenza umana e osservando il problema da un punto di vista ecologico, si può spiegare questa discordanza solo individuando nei nativi la specie chiave. In ogni ecosistema, le specie chiave esercitano una grande influenza stabilizzante su tutta una comunità ecologica, nonostante la loro relativamente piccola abbondanza numerica. Esercitando la caccia, è possibile quindi che i nativi americani limitassero le popolazioni di molte specie, favorendone altre. Questa dinamica era comune sia ai bisonti, che a diverse specie di cervi. Da studi di strati archeologici, si evince per esempio che il numero di cervi nell’America del nord aumentò drasticamente circa 500 anni fa in contemporanea con l’arrivo degli europei e il tracollo dei nativi. Il piccione migratore, una specie estinta che per anni fu usata come esempio della distruzione degli ecosistemi da parte dell’uomo, era praticamente una rarità prima del contatto colombiano. A man a mano che la frontiera dei coloni si spostava verso Ovest, essa veniva anticipata da un’ondata microbiologica e virale che, sterminando gli indigeni, causava un conseguente rimescolamento e riequilibrio degli ecosistemi, che andava a tutti gli effetti adattandosi a un impatto umano significativamente minore che in precedenza.

Longfellow inneggiava alla ‘forest primeval’ nel suo poema epico Evangeline: A Tale of Acadie. Se con quel termine intendeva boschi liberi da presenze umane, allora – come si è visto dalle ultime ipotesi di scienziati, antropologi che abbiamo riassunto in questo articolo – è possibile che lo fossero maggiormente nel 1800 che non nel 1500.

Humboldt e l’alba dell’ecologia

di Federico Nejrotti

Alexander von Humboldt, fratello minore del filosofo Wilhelm von Humboldt, nasce a Tegel nel 1769 da una ricca famiglia prussiana che gli assicura un’ottima educazione. Dopo la morte del padre rimane in balia di una madre iperprotettiva, che non manifesta particolare sensibilità per la passione per il viaggio di Alexander e gli permette di visitare solo i grandi centri culturali europei. Proprio per questo motivo, quando nel 1796 la madre muore, Alexander non perde un attimo di tempo e comincia a organizzare la sua prima spedizione: non senza intoppi, si imbarca per il Venezuela insieme al botanico Aimé Bonpland.

Viaggia per due anni, percorre il corso del fiume Orinoco, lotta ferocemente con delle anguille elettriche e nel novembre del 1800, ancora assieme a Bonpland, parte per Cuba ed esplora le Ande. Un giorno viene a sapere che la spedizione del capitano Nicolas Baudin, partita da Nantes e finita per dirigersi in Australia, sarebbe passata tra Guayaquil, in Ecuador, e Lima, in Perù. Senza esitazioni decide di aprirsi un varco nella foresta amazzonica per riuscire ad arrivare esattamente in tempo per imbarcarsi. Giunta a Quito, in Ecuador, nel gennaio del 1802, la compagnia viene a sapere che le notizie sulla spedizione di Baudin erano tutte sbagliate: il capitano si stava dirigendo verso Capo di Buona Speranza. Colto clamorosamente in fallo, Humboldt non si perde d’animo e decide di passare i mesi successivi a scalare tutti i vulcani della zona. Non contento, cinque mesi dopo si dirige cento miglia a sud di Quito e con tipico aplomb prussiano scala il Chimborazo, la cima più distante dal centro della Terra.

Sarebbe ingenuo cercare di sbrigare le tappe di Alexander von Humboldt in così poche righe: d’altronde dopo le Ande ha esplorato il Messico, gli Stati Uniti, si è fatto di nuovo un giro in Europa e infine ha toccato gli estremi orientali della Russia. Persino Andrea Wulf, con la sua straordinaria biografia The Invention of Nature, è riuscita appena a sfiorare la vastità delle terre calpestate da Humboldt nonostante avesse a disposizione trecentocinquanta pagine. Ma la cosa che più conta è come tutti quei viaggi abbiano permesso ad Humboldt di ottenere una visione totalizzante della natura, e di intuire una astrusa e misteriosa armonia globale che lega ogni singola manifestazione di vita sulla Terra. Proprio per questo non stupisce che sia stato Humboldt uno dei primi grandi personaggi a chiedersi se l’uomo, in pieno impeto pre-industriale, non stesse rischiando di interferire con il naturale corso di questa armonia.

Quando le foreste vengono distrutte

Le traversate amazzoniche di Humboldt non gli hanno permesso soltanto di raccogliere un inventario botanico invidiabile, ma soprattutto di acquisire una singolare consapevolezza di violenza, pervasività e ingordigia dell’imperialismo coloniale europeo. Così scrive in Personal Narrative:

Quando le foreste vengono distrutte, come succede ovunque in America a causa della fretta imprudente dei coltivatori europei, le sorgenti vengono interamente prosciugate, o diminuiscono drasticamente di numero. I letti dei fiumi, rimanendo asciutti per parte dell’anno, diventano torrenti ogni volta che la pioggia cade abbondante. Le praterie e i muschi scompaiono sotto i rami accatastati ai lati delle montagne, l’acqua che scende sotto forma di pioggia non trova impedimento al suo passaggio: e invece che aumentare progressivamente il livello dei fiumi attraverso filtrazioni costanti, scava violenta ai lati delle colline, portando con sé il terreno smosso e formando queste inondazioni improvvise, che devastano le pianure.

Nel 1804, concluso il suo tour del sud America, Humboldt decide, insieme ad Aimé Bonpland, di fare una tappa a Washington per conoscere Thomas Jefferson, presidente degli Stati Uniti e scienziato. Accolto calorosamente, trascorrerà con lui una settimana in cui il principale tema di dibattito sarà l’intersezione tra natura e politica: per Jefferson l’unico modo per ottenere felicità e indipendenza è attraverso un repubblicanesimo agrario, una totale concentrazione sui valori della terra, così profonda e sentita da convincere Jefferson che i veri membri del Congresso dovrebbero essere proprio i contadini, “veri rappresentanti degli interessi americani”. Le discussioni tra i due riguarderanno spesso temi legati all’America del colonialismo spagnolo e alle politiche estere degli Stati Uniti. A questo riguardo Humboldt non ha dubbi: oltre che per l’enorme stima nei confronti di Jefferson, è in nome di una scienza libera che decide di fornire al presidente tutte le informazioni raccolte durante i suoi viaggi: credeva infatti che la crescita della comunità scientifica internazionale dovesse trascendere gli interessi nazionali.

Durante la settimana a Washington, Humboldt approfondisce assieme a Jefferson le assurdità perpetrate dagli imperialismi coloniali. Gli racconta della “insaziabile avarizia” spagnola per oro e legname: il vero carburante dell’era coloniale, così ambito che, nel 1664, in Sylva, a Discourse of Forest Trees, John Evelyn scrive: “sarà meglio finire l’oro prima del legname”, con riferimento alle innumerevoli industrie messe in moto dalla sua lavorazione.

Di passaggio dal Lago Valencia, in Venezuela, Humboldt per esempio studia il progressivo prosciugamento del lago, attribuito dai locali a un misterioso “buco sotterraneo”. Analizzando le sabbie rinvenute nella zona e paragonando i ritmi di evaporazione a quelli europei, la conclusione di Humboldt è lapalissiana: la deforestazione della zona da parte degli europei ha privato il lago di un fattore preziosissimo per il proprio fragile ecosistema. Poco distante, nella valle di Aragua, troverà intere popolazioni ridotte alla fame perché obbligate a sostituire le coltivazioni per il sostentamento agricolo con quelle di indigofera tinctoria, una pianta da cui viene estratta una tinta blu particolarmente ambita dai commercianti europei. Queste coltivazioni, nota Humboldt, avevano rapidamente prosciugato la fertilità del terreno e reso inospitale l’intero territorio.

Che si trattasse di pratiche agricole o di interventi infrastrutturali – come le dighe piazzate nella rete fluviale senza cognizione di causa – Humboldt intuì per primo l’impatto dell’uomo sull’armonia della natura e cominciò a sospettare, e a scrivere, che l’incoscienza di quegli anni avrebbe potuto causare danni irreparabili per le generazioni future. Nel successivo lavoro di rielaborazione dei dati raccolti, Humboldt cominciò a unire i puntini per scoprire – o meglio, accorgersi – che le stesse pratiche sfruttate dai coloni spagnoli erano state replicate in Europa, e avevano allo stesso modo disturbato l’ecosistema. Si trattava dei primi studi sul cambiamento climatico antropogenico.

Naturgemälde: la natura è un tutt’uno vivente Qualche tempo prima di formulare questi pensieri, ancora immerso nella foresta amazzonica, Humboldt vive la sua epifania: sulla vetta del Chimborazo, infatti, vive un momento quasi estatico, in cui con un “singolo sguardo” riesce a comprendere la natura nella sua interezza, da un punto di vista fisico, ma anche spirituale. Tornato all’altezza del mare, Humboldt dipinge il Naturgemälde, una mappa del vulcano corredata di informazioni sulla distribuzione geografica delle piante, un “dipinto della natura come insieme” che corrisponde a una vera rivoluzione copernicana per la scienza naturale: gli ecosistemi non sono composti di compartimenti stagni, ma sono parte di un insieme vivente su scala globale. Gli equilibri sono fragili e strettamente interdipendenti. Dall’insetto più piccolo fino alla vetta più alta, ogni elemento contribuisce alla conservazione della natura, e ogni interferenza è un duro colpo a questo innato e costante sforzo.

Nel mondo i disastri ambientali si moltiplicano ogni anno, tra fenomeni di intensa siccità e violente inondazioni, e sta cominciando a prendere paurosamente piede la definizione di “rifugiato ambientale”.

È proprio nella visione unificata del Naturgemälde che Humboldt inizia a concepire il progetto delle isoterme, le linee metereologiche che uniscono i punti della terra e del mare che hanno la stessa temperatura, e che unite ai dati raccolti da Humboldt durante le sue spedizioni non fanno che confermare la sua teoria: la natura è un vero e proprio organismo vivente, non una risorsa inerte alle azioni dell’uomo. Queste riflessioni e scoperte non sono altro che l’inizio di un percorso molto più grande di Humboldt, quasi si trattasse di una presa di coscienza umana, più che individuale, e che nei secoli successivi finirà per influenzare tutto il mondo della scienza, e non solo. Nelle decadi seguenti John Muir, padre del movimento ambientalista americano, sarà mosso dalle stesse aspirazioni di Humboldt per la preservazione di una natura in quanto tutt’uno. Muir si batterà per la conservazione di intere foreste e contribuirà alla protezione delle sequoie americane inaugurando parchi e riserve naturali, come quelle dello Yosemite National Park.

Due secoli dopo, a cavallo del nuovo millennio, la missione di Humboldt è in seria difficoltà: il sistema Terra sta passando i suoi anni più caldi da quando abbiamo cominciato a registrare la sua temperatura e le calotte polari, proprio in questi giorni, stanno registrando ritmi di scioglimento inspiegabilmente anomali. Il 2016 è stato anche l’anno del superamento definitivo dei limiti di carbonio per l’atmosfera terrestre, che ha toccato le quattrocento parti per milione: una soglia sotto la quale, probabilmente, non scenderà mai più. Nel mondo i disastri ambientali si moltiplicano ogni anno, tra fenomeni di intensa siccità e violente inondazioni, e sta cominciando a prendere paurosamente piede la definizione di “rifugiato ambientale,” ovvero colui costretto a migrare dalle condizioni estreme imposte dal riscaldamento globale e dal cambiamento climatico.

Le istituzioni di tutto il mondo stanno lentamente prendendo parte a un processo di cambiamento che sarà ancora lungo e faticoso: il Trattato Climatico di Parigi, firmato da oltre centonovanta nazioni del mondo e ratificato da più di cento, mira a contenere l’innalzamento delle temperature globale a 1.5C° sopra i livelli pre-industriali. La brutta notizia è che non rispettare questi accordi potrebbe, questa volta definitivamente, significare conseguenze irreparabili per l’intera umanità, senza distinzione di razza, sesso, religione o classe sociale. Quella peggiore è che Donald Trump, il nuovo Presidente della prima economia del mondo sembra non credere a nulla di tutto questo.

  

La poesia di Wystan Hugh Auden

Un ricordo di quella che Brodskij definì “la più grande mente del ventesimo secolo”

di Flavio Santi

Quando si pensa alla più grande mente del ventesimo secolo, i primi nomi che si affacciano sono quelli di scienziati (Einstein, Heisenberg), statisti (Gandhi, Churcill), magari pittori (Picasso), musicisti (Stravinskij), architetti (Le Corbusier), financo filosofi (Simone Weil). Difficilmente si pensa a un poeta. Ma proprio in questi termini (“la più grande mente del ventesimo secolo”) parla di Wystan Hugh Auden il poeta russo Iosif Brodskij nel saggio “Per compiacere un’ombra”, tratto da Fuga da Bisanzio e opportunamente posto sulla soglia della recente edizione Adelphi delle Poesie scelte di Auden, nella versione di due maestri della traduzione, Massimo Bocchiola e Ottavio Fatica.

“La più grande mente del ventesimo secolo”. Che un ingegno acuto come Brodskij – premio Nobel per la letteratura nel 1987, forse il più grande poeta russo della seconda metà del Novecento – si spinga a tanto avrà un significato, una spiegazione, un punto d’appoggio. Non sarà il semplice frutto di un commosso omaggio amicale. Chi conosce i saggi di Brodskij sa che il russo pratica un profondo scavo critico, mai arreso a slogan o a facili soluzioni. E dunque? Che un poeta sia la più grande mente del ventesimo secolo è una bella rivincita per chi crede nella poesia. Auden non è il semplice “cronista” che intravide Eugenio Montale (un’entrata a gamba tesa che complicò, tra l’altro, la fortuna del poeta in Italia), ma ben altro.

Nel testo originale l’aggettivo è greatest: la greatness è fatta di intuito e buon senso, visione e retroguardia, acribia e cialtroneria, fango e arcobaleno. La più “grande” mente non significa la più intelligente. Né la più geniale. Questa grandezza poi non deriva romanticamente dalla pura e semplice conduzione di vita di Auden. Che fece quel che doveva fare, senza strafare per altro: non visse molto, in fondo, appena sessantasei anni (1907-1973), fu inglese nell’accezione più classica e blasonata (fu oxoniense), e poi americano, ma anche austriaco (d’estate, a Kirchstetten, in un cottage seminascosto ai passanti, in fondo a una via ribattezzata “Audenstrasse”); vide la Guerra di Spagna e la Seconda guerra mondiale; viaggiò in Germania, Cina, Islanda, Italia; bevve molto whiskey e fumò molte sigarette.

La grandezza, naturalmente, risiede nelle poesie. Le poesie di Auden formano un mondo a sé, autonomo, dotato di gravità propria e proprio ossigeno. Come in ogni mondo, c’è tutto. Referti epocali:

Dall’Archeologia

è dato trarre almeno una morale:

cioè che tutti i nostri libri

di scuola mentono.

Di quella che chiamano Storia

non c’è da menar vanto,

fatta com’è di quanto

c’è in noi di criminale;

la bontà è senza tempo.

Preveggenze brucianti come in questo “Blues del profugo”:

Questa città avrà, mettiamo, dieci milioni di anime,

C’è chi vive in palazzi e chi in topaie,

Ma per noi non c’è posto, mia cara, no non c’è.

Avevamo una patria, e ci pareva bella,

Se guardi sull’atlante è sempre quella:

Adesso non ci andremo, cara, no, non andremo là.

Scalpellature epigrammatiche:

Ora che i porci son rifatti uomini

Ed è propizio il cielo e quieto il mare,

Tutti a casa possiamo ritornare.

Slanci fulminanti:

Vai, macchinista, accelera e vai

Dove splende il sole sulla Springfield Line.

Vola come un aereo e non frenare;

Non prima di New York, Stazione Centrale.

Campiture mozzafiato:

Oh la valle d’estate dove col mio John

Presso il fiume profondo camminavamo tanto

Mentre i fiori dal basso e gli uccelli lassù

Parlavan con debolezza di amore ricambiato.

Mi chinai sulla sua spalla: “Oh Johnny, giochiamo”;

Ma scuro in volto come il tuono se n’è andato.

L’Orazio anglosassone, si è detto. Del poeta latino Auden possiede la caratteristica, insieme banale e lussureggiante, di essere uomo e umanità, singolarità e sintesi, uno e folla. Wystan (Wystan era il nome di un principe medievale venerato come santo dalla Chiesa anglicana) Hugh Auden è ora una delle (tante) carrozze di un lungo, forse interminabile convoglio, ora la locomotrice di testa; ora l’apprendista, ora il mago. Tutto ciò risalta ancora meglio nella tensione di una partitura quasi sussurrata:

Splendi: che nessuno stanotte

Di soprassalto desto

Solo nel letto al buio pesto

Si senta augurare con furore

La morte al suo amore.

Amore e morte. Cosa c’è di più universale e, al tempo stesso, unico?

Anche qui la cognizione della morte

Le dà un amore struggente.

Fa breccia il fervore dell’amante:

Che hai in mente piccioncino, coniglietto;

Come le piume crescono i pensieri, impasse della vita;

Di far l’amore o di contare soldi,

O d’arraffare gioie, piani degni d’un ladro?

Così come il suo speculare, lo strazio:

Ah, ma di che tarlo di colpevolezza,

Di che dubbio maligno

Sono vittima?

Perché tu poi, sfrontato

Facesti ciò che mai avrei voluto

Confessando un altro amore;

E io sentendomi indesiderato

A testa bassa me ne andai?

Fino a coagularsi nella poesia forse più celebre (per via del film Quattro matrimoni e un funerale), “Funeral Blues”, che riportiamo per intero:

Fermate gli orologi, staccate il telefono,

Zittite il cane con un osso succulento,

Tacciano i pianoforti e tra tamburi afoni

Esca la bara, vengano i dolenti.

Gemano sorvolando gli aeroplani,

Scribàcchino il messaggio Lui È Morto,

Mettete crespo al collo dei piccioni

Guanti neri di cotone i vigili ora portino.

Lui era il mio Nord, Sud, Ovest, Est,

I giorni di lavoro e i dì di festa,

Meriggio e mezzanotte, voce e canto;

Credevo amore eterno ma s’è infranto.

Le stelle ormai inservibili, spegnete una a una,

Smantellate il sole e imballate la luna,

Spazzate il bosco e svuotate il mare;

Nulla di buono ormai c’è da sperare.

Poesia in cui, non a caso, tornano insieme amore e morte. Ora, la morte ha vari modi di camuffarsi per presentarsi a noi senza farci impazzire. Uno di questi è sub specie temporis, sotto forma di tempo (“Il Tempo che non puoi debellare”). Le poesie di Auden sono piene di tempo. Percepito, misurato, pensato, subìto, meteorologico, astrale, epocale. Come si è visto, “Funeral blues” comincia con gli orologi. “In memoria di W.B. Yeats” attacca con una gelata invernale:

È scomparso nel cuore dell’inverno:

Gelati i ruscelli, gli aeroporti quasi deserti,

La neve sfigurava i monumenti;

Sprofondava il mercurio in bocca al giorno moribondo.

Ecco, secondo tutti gli strumenti

Il giorno in cui morì era un giorno buio e freddo.

Altri travestimenti della morte sono più ameni (ma sempre toccati da un soffio rabbrividente):

Ormai cresciuti, ricordiamo sere come questa

A zonzo insieme nel frutteto senza vento

Dove il torrente corre sulla ghiaia, lontano dal ghiacciaio.

[…]

A qualcuno i rumori dell’alba

Daranno libertà; non questa pace che nessun uccello

Può contraddire: breve ma sufficiente per qualcosa

Di compiuto è già quest’ora, di amato o di subìto.

Contro la morte ci sono soluzioni praticabili? Per evitarla no di certo, come sappiamo tutti noi. Ma si può renderla tollerabile, quasi amichevole, se non amica. Come? Con il buon senso, il senso comune. Anche qua la scintilla scaturisce dal saggio di Brodskij, da un teatralissimo scambio di battute: “Il migliore scrittore russo è Cechov”. “Perché?”. “È l’unico […] che abbia un briciolo di senso comune”. È il senso comune – inesauribile risorsa – che fa pronunciare ad Auden parole come queste:

Facile è fare la domanda difficile;

Domandare all’incontro

Con una semplice occhiata d’intesa

Questi dove vanno

E come stanno questi:

Facile è fare la domanda difficile,

Semplice atto di volontà confusa.

Oppure riflessioni come questa, al limite dell’idiot savant:

Se noi, caro, sappiamo di non saperne più

Di loro sulla legge,

Se io non più di te

So quello che si deve e non si deve

Salvo che ognuno conviene

Con gioia o dispiacere

Che la legge è

E che tutti lo sanno.

O confezionare autoritratti, come qua dove Yeats visita la tomba di Yeats ed è come se stesse parlando davanti a uno specchio (basta sostituire l’Irlanda dell’originale con Inghilterra):

“Eri sciocco come noi: il tuo talento sopravvisse a tutto;

Alla congrega delle donne ricche; al fisico degrado;

A te stesso; la folle Irlanda t’inferse la poesia.

Ora l’Irlanda ha sempre il suo clima e la follia

Perché la poesia non fa accadere niente; sopravvive

Nella valle del suo dire ove il burocrate

Mai metterebbe becco; sbocca a sud

Dalle tenute dell’isolamento e dagli assidui crucci,

Scabre città in cui si crede e muore; sopravvive,

Un modo di accadere, una bocca.

Chiudiamo con le parole finali del saggio di Brodskij perché tutto è già stato detto lì, inno bifronte al sublime e al senso comune: “lo vidi l’ultima volta a Londra nel luglio 1973, a una cena da Stephen Spender. Wystan, seduto a tavola con una sigaretta nella destra e un bicchiere nella sinistra, dissertava sul tema del salmone freddo. Poiché la sedia era troppo bassa, la padrona di casa provvide a infilargli sotto la persona due squinternati volumi dell’Oxford English Dictionary. Pensai allora che davanti ai miei occhi stava l’unico uomo che avesse il diritto di usare quei volumi come sedile.”

Donne con la  bussola

di Paola Rinaldi

Viaggio è maschile o maschilista? Seppure non siano poche le donne che hanno contribuito alla cartografia, alla geografia e all’esplorazione, le storie dei piedi rosa che hanno stretto i lacci e camminato per il mondo sono rimaste nell’ombra per secoli. Da Freya Stark a Louise Arner Boyd, da Léonie d’Aunet a Ida Pfeiffer, sono state centinaia le donne che hanno avuto il coraggio di rovesciare gli stereotipi ed esplorare luoghi lontani.

«La storia di Ulisse e Penelope descrive sotto forma di metafora quanto tramandato dalla notte dei tempi: l’uomo fatto per il movimento, l’avventura, e la donna per la stanzialità», spiega la professoressa Luisa Rossi, docente di Storia della geografia e delle esplorazioni presso l’università di Parma e autrice del libro L’altra mappa. Esploratrici, viaggiatrici, geografe.

«Nomi femminili si incontrano nella storia della letteratura, della medicina, della pittura e di molte altre discipline culturali, mentre la geografia, sapere territoriale e strategico, è rimasta a lungo appannaggio di chi governava o faceva le guerre, e dunque degli uomini».

Nonostante tutto, le donne si sono fatte largo tra i pregiudizi. Geografe da tavolino o viaggiatrici?

Sarebbe stato più “logico” il primo ruolo, proprio perché sedentario, ma per rivestirlo occorrevano competenze di preparazione scientifica, come il latino, che le donne non possedevano. Un tempo, alle figlie venivano insegnati il ricamo e i mestieri legati alla vita domestica piuttosto che le discipline tecnico-scientifiche. Per questo motivo, l’unico modo a disposizione di una donna interessata a conoscere il mondo era partire. Nelle motivazioni del partire risiede la prima differenza tra il viaggio maschile e quello femminile: il primo era commissionato dai governi o dalle compagnie commerciali, il secondo era spontaneo e generalmente dettato da una sete di sapere personale.

La diversità si riflette anche nel bagaglio?

Certo. Basti pensare all’orientalista Giuseppe Tucci, grande viaggiatore e studioso italiano che – scopriamo dai suoi diari – era partito per il Tibet con una ricca attrezzatura, mentre nello stesso periodo Alexandra David-Néel raggiunge Lhasa con un fagottino.

Chi erano le esploratrici?

Erano donne come altre, forse con un pizzico di coraggio in più, con uno spiccato desiderio di conoscenza che le spingeva ad abbandonare tutto e scoprire il mondo. Alcune intraprendevano un viaggio religioso, perché era più semplice giustificarlo agli occhi della famiglia, per poi appassionarsi e diversificare le mete. Solitamente, appartenevano a un ceto medio-alto con una discreta istruzione, anche se non manca qualche operaia. Molte viaggiavano con il marito, ma sono tante anche quelle che hanno viaggiato da sole, in condizioni difficilissime.

Mary Montagu ha scritto: “Il mondo raccontato dagli uomini è vero solo a metà”. C’è differenza tra sguardo maschile e femminile?

Sicuramente i resoconti di viaggio sono molto diversi.

Quelli redatti dagli uomini sono più tecnici, quelli scritti dalle donne sono più particolaristici e maggiormente attenti alla dimensione sociale.

Mary Montagu era una viaggiatrice inglese, che nel primo Settecento ha raggiunto Costantinopoli insieme al marito ambasciatore. È la prima ad accorgersi che le donne turche praticavano l’inoculazione del vaiolo ai loro figli, pratica che lei descrive minuziosamente e porta in Inghilterra.

Nessun viaggiatore prima di lei lo aveva notato. Gli uomini hanno sicuramente scoperto il mondo, ma le donne hanno arricchito questa conoscenza con dettagli che prima non erano emersi.

Questo è stato apprezzato?

Sì, anche se forse le donne sono state più stimate come scrittrici che come geografe. Ancora oggi è più facile trovare una donna impegnata nei servizi sociali piuttosto che nell’urbanistica all’interno di un’amministrazione pubblica: la conoscenza e la gestione del territorio è ancora questione di potere, e pertanto in larga misura nelle mani degli uomini. Ma il cammino femminile, anche se lento, sicuramente continua.

 

Ida Pfeiffer, la viaggiatrice solitaria

di Paola Rinaldi

Se il viaggio avesse il volto di una donna, probabilmente l’ovale di Ida Pfeiffer sarebbe quello che gli somiglia di più.

Nata a Vienna nel 1797, sin da piccola, Ida divorava libri che parlavano di evasione, irrequietezza, cambiamento, viaggio come uscire “fuori” dal quotidiano. Quinta di sei fratelli, a soli 9 anni si ritrova ad affrontare il dolore per la morte prematura del padre e, a 22 anni, viene costretta dalla madre a unirsi in matrimonio per convenienza con un vedovo, molto più anziano di lei, dal quale ha due figli e dal quale si separa. Nel frattempo, in lei cresce il desiderio di conoscere il mondo: studia le lingue, le mappe geografiche, le piante, gli usi e i costumi dei popoli.

Intorno al 1842, ormai quarantacinquenne e madre di due figli diventati adulti, inizia a girare il mondo per soddisfare la sua curiosità e allontanarsi dalla limitata realtà femminile viennese. Siccome in quell’epoca l’unico pellegrinaggio consentito alle donne era quello in Terra Santa, Ida sceglie Gerusalemme, ma in circa nove mesi tocca anche Egitto e Malta. Da quel momento, il suo amore per i viaggi è siglato per sempre: la viaggiatrice solitaria percorre oltre 140 mila miglia marine e 20 mila miglia inglesi via terra.

Tra le regioni visitate c’è anche l’Oriente: Ida decide di andare controcorrente e visita di persona quella terra di sogni e spiritualità che aveva conosciuto solo attraverso la lettura. “In quella mischia ero davvero sola e confidavo solo in Dio e nelle mie forze. Nessuna anima gentile mi si avvicinò”, scrive nel suo diario di viaggio.

Da Smyrna il viaggio continua via mare per Rodi, Cipro e Beirut.

Donna coraggiosa e tenace, Ida intraprende cinque lunghi viaggi nella sua vita. In Egitto, visita le Piramidi di Giza e impara a cavalcare un dromedario; in Islanda preleva campioni di piante e rocce che, secondo alcuni racconti, ha successivamente venduto ad alcuni musei; in Brasile, visita la foresta pluviale per conoscere le condizioni di vita degli indigeni, usando i loro mezzi di trasporto. I suoi pellegrinaggi la portano dappertutto e le permettono di scrivere tredici diari, tradotti in sette lingue, ricavati dagli appunti che ogni notte scriveva a matita per raccontare la giornata appena trascorsa.

Muore a Vienna, poco tempo dopo essere rientrata dal suo ultimo viaggio in Madagascar.

Quello di Ida Pfeiffer ricorre più di ogni altro nome femminile nella documentazione ufficiale della geografia ottocentesca, persino in pubblicazioni sino ad allora “antifemministe” come quelle della Società geografica di Parigi e di Londra. In uno dei suoi due lungi giri intorno al mondo (uno intrapreso nel maggio 1846 per due anni e sette mesi, il secondo effettuato tra il marzo 1851 e il maggio 1855), riesce a entrare in un noto villaggio di cacciatori di teste del Borneo, raccontato in maniera dettagliata nei suoi resoconti.

Ida dimostra una grande maturità culturale, perché – se per chiunque sarebbe stato difficile giudicare con freddezza il rituale di quei popoli – lei ha la freddezza di asserire: “Ci meravigliamo tanto di questa pratica, ma quante teste sono appese nei saloni di Versailles?”. Come dire: “Quante guerre e quanti morti sono costati i nostri palazzi e i nostri agi?”.

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Qui ci sono i draghi

di Fabrizio Rinaldi, 15 maggio 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Le più antiche mappe europee sono in Valcamonica, su una roccia di 2,5 metri per 3 con incisi campi coltivati, sentieri e torrenti. Sicuramente di non semplice consultazione come Google Maps, ma già allora apparivano chiare le due caratteristiche principali dalla moderna cartografia: l’utilizzo di simboli per rappresentare le caratteristiche di un territorio e la visione prospettica dall’alto, dovuta all’abitudine dei popoli di montagna di vedere tutto dalla cima.

La presenza di un punto elevato da cui guardare il mondo è di estrema importanza, tanto da essere uno dei tratti distintivi: senza una “visione” dalla sommità di un colle o di una montagna, non si rintracciavano i riferimenti spaziali necessari per orientarsi, tanto nel territorio concretamente calpestato quanto nella sua rappresentazione su roccia, pergamena o carta.

Nel Medio Evo e nella prima età moderna le mappe divennero uno strumento indispensabile per coloro che si spostavano da un feudo all’altro per scambiare merci, ma soprattutto per i naviganti, i quali si inoltravano in mari e in territori inesplorati, indicati sulla pergamena da ampi spazi bianchi.

Durante la Grande Guerra si iniziò ad utilizzare la fotografia come supporto per la stesura delle carte. Al rilevamento aereo si aggiunse, dopo il secondo conflitto mondiale, anche il telerilevamento mediante satelliti artificiali. Di lì, con ulteriori innovazioni tecnologiche, siamo arrivati alla geolocalizzazione odierna, consentita da qualsiasi smartphone.

Un’infografica potrebbe riassumere bene l’evoluzione della cartografia, passata appunto dalla roccia a Google Maps, ma non ne ho trovate in rete di soddisfacenti e non sono abbastanza bravo da costruirne una io.

Comunque, la prima cosa da rilevare nell’iconografia geografica (e non) odierna è la tendenza a raffigurare concetti, dati ed eventi con simboli, icone e grafici che nei colori accattivanti e nel tratto alludono ad un mondo infantile. In pratica ci trattano come bambini. Predomina la semplificazione, giustificata dal fatto che si vogliono rendere facilmente comprensibili concetti che non lo sono affatto: dalla relatività all’economia, dalla psicologia alla tecnologia dei computer. Non a caso Steve Jobs, l’inventore di Macintosh, era ossessionato dalla “pulizia” grafica dei suoi prodotti, sia del software che dell’hardware.

Ora, tutto questo è vero, ma al di là della tendenza del momento e di ciò che può sottendere, non me la sento di condannare un’evoluzione che, usata intelligentemente, consente di affrontare luoghi e saperi sconosciuti. Senza questa, molti di noi si fermerebbero già alla partenza.

Le mappe mentali, ad esempio, sono il pane quotidiano per molti studenti, che in esse sintetizzano più concetti inerenti ad un argomento: la speranza è che questo li aiuti a memorizzarli meglio e a far chiarezza (se mi baso su quel che vedo, qualche dubbio lo avrei). Graficamente si parte dal concetto principale, al centro del foglio, e da esso si tracciano linee che portano alle parole chiave attinenti più prossime: da queste se ne propagano altre, e se le connessioni sono corrette si arriva fino a eviscerare nel dettaglio l’argomento affrontato.

Io stesso prima di una riunione traccio una mappa mentale degli argomenti che affronterò col mio gruppo di lavoro. Se le questioni le sintetizzo come punti di una lista, non ottengo altrettanti dettagli. La sintesi degli argomenti disegnati in forma di un “neurone” ci è più congeniale, forse perché riproduce qualcosa che è presente nel nostro cervello.

Come quella dei concetti, anche la raffigurazione del territorio passa inevitabilmente attraverso simboli che dovrebbero essere universalmente comprensibili. Le mappe utilizzate da chi pratica l’orienteering non riportano i nomi dei luoghi, ma sono estremamente precise e usano segni convenzionali e colori specifici e funzionali al tipo di terreno rappresentato. L’interpretazione della simbologia permette di orientarsi in un territorio, leggerne le caratteristiche e ricavarne le informazioni necessarie.

E ho anche iniziato a considerare le praterie, poco distanti dalla città in cui sono nato, la mia terra natale, e ho cominciato ad amarle non perché attirano l’attenzione come i monti o la costa, ma perché la respingono sfidando la capacità di mantenerla sveglia.
WILLIAM LEAST HEAT–MOON, Prateria, Einaudi 1994

La maggior parte delle mappe contiene però toponimi connessi al territorio, e chi le utilizza fa riferimento proprio a questi.

È interessante l’indagine sui toponimi raccontata anni fa da William Least Heat-Moon nel libro Prateria. Da una piccola zona del Kansas nella quale non c’era altro che erba alta e qualche casa isolata, un luogo all’apparenza senza alcuna storia, l’autore riuscì a estrarre personaggi e avvenimenti, ricostruendo il rapporto a volte conflittuale tra l’uomo e la natura (cicloni, siccità, alluvioni). Nei nomi dei luoghi resistono storie, magari piccole, ma che diversamente sarebbero scomparse.

Una ventina di anni fa ho partecipato ad una ricerca degli antichi toponimi nel territorio del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo. Intervistando i vecchi del luogo riuscimmo a risalire ai nomi di colli, vallette, rii e ruderi di antiche case, che stavano per essere dimenticati e non comparivano nelle carte ufficiali, sia in quelle del Parco che nelle più vecchie IGM del territorio.

Oggi la memoria orale di quella società e della sua storia è andata perduta, perché anche gli ultimi superstiti della comunità contadina che avevamo intervistato sono scomparsi. Quel lavoro ha però salvato i nomi legati al territorio e li ha connessi alla storia passata. Sono scomparse le voci, ma rimane la parola.

L’immagine qui riprodotta è indicativa di quanti toponimi avesse un ristretto territorio, quindi di quante storie ci fossero da raccontare.

Proprio in quel fazzoletto di terra nacque la “leggenda” dei Viandanti delle Nebbie. Il sogno era quello di tornare ad una idea positiva e propositiva dell’esistenza, di recuperare modalità di rapporto semplici e leali, di ricostituire una tessuto di amicizia e una comunità di ideali. Avevamo individuato i ruderi delle cascine Nègge come luogo in cui rifugiarci e da cui far partire tutto. È rimasto un sogno. È rimasta per molti di noi la Camelot da cercare.

Tutto questo nelle mappe dell’epoca digitale non trova spazio. Abbiamo mappe del terreno molte accurate, che però si fermano solamente alla superficie: senza la terminologia storica vanno perse le connessioni all’uso che l’uomo ha fatto di quello spazio nel tempo.

Già ora, se penso alla mia zona, mi chiedo quanti ancora conoscano “La Caraffa” come piccolo nucleo di case, e non la identifichino invece con il Brico e il Basko.

Nelle mappe che leggeremo in futuro sulle nostre appendici telefoniche i toponimi collegati all’uso del territorio saranno soppiantati – perché ormai del tutto superflui e obsoleti – dalle indicazioni di dove poter mangiare kebab, acquistare scarpe, vedere qualcosa, ecc … Saranno costruite ad hoc sulla base del nostro “profilo”, degli interessi rivelati dai nostri acquisti e dai nostri spostamenti.

Per chi però ancora volesse incontrare l’inesplorato, basterà introdurre un “filtro” all’oracolo Google: mascherando tutto ciò che è “consumabile” si potranno trovare nuove terre incognite. Magari sullo schermo apparirà l’antica frase latina hic sunt dracones (“qui ci sono i draghi”) e ricominceremo a ridare nomi a sentieri, strade, boschi e pianure. Magari qualcuno di questi posti lo chiameremo Camelot o, addirittura, Nègge.

Collezione di licheni bottone

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Essere obiettivo

di Fabrizio Rinaldi, 30 aprile 2018

In fotografia la creazione è un breve istante, un tiro, una risposta, quella di portare l’apparecchio lungo la linea di mira dell’occhio, catturare quello che ci aveva sorpresi nella piccola scatola a buon mercato afferrandolo al volo, senza artifici e senza sbavature. Si fa della pittura ogni volta che si prende una fotografia.
HENRI CARTIER-BRESSON, L’immaginario dal vero, Abscondita 2005

Il racconto nell’album fotografico

C’era sempre una presenza discreta nelle gite, nelle feste e nelle ricorrenze: una macchina fotografica al collo di mio padre. Negli anni Settanta lo ricordo sempre con quella reflex mentre scattava foto ai familiari.
Autodidatta, come me, aveva una vera passione per quella piccola scatoletta: inquadrava, scattava e portava a svilupparne il rullino dal fotografo. …

Fotografia e utopia (di Paolo Repetto)

Il pezzo di Fabrizio sulla fotografia ha casualmente incrociato lungo il mio percorso di letture un breve saggio di Pietro Bellasi comparso trentacinque anni fa su Prometeo (rivista che ancora esiste, o almeno esisteva sino ad un paio d’anni fa) …

La fotografia immemore

Dobbiamo muoverci e pensare ad una velocità sempre maggiore: questo ci chiedono i ritmi imposti dalla modernità. In realtà la nostra mente non è evolutivamente preparata alla brusca accelerazione impressa negli ultimi cento anni, pochissimi se paragonati all’intero arco della storia antropica …

Che i digitali diventino analogici

I bambini ospitati a turni settimanali nella struttura educativa dove lavoro vivono un altro modo di fare scuola. Sperimentano attività e fanno esperienze (le escursioni naturalistiche, ad esempio) che non sono previste nel contesto scolastico abituale …

Riconosciute assenze

L’applicazione della tecnologia digitale alle macchine fotografiche e l’uso diffuso di software di fotoritocco hanno semplificato il gesto del fotografare fino a generare una polluzione incontrollata di immagini, per lo più ordinarie, che ci sorbiamo nostro malgrado e che rispondono a un artificioso bisogno indotto dalla modernità: quello della “spettacolarizzazione di sé” e della condivisione in rete della propria squallida quotidianità…

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La costruzione che distrugge per poter dare forma al mondo

ovvero la forma di un pensiero critico

di Marcello Furiani, 30 aprile 2018

La costruzione che distruggeA parzialissima risposta – peraltro non richiesta – del saggio (o analisi, dissertazione, relazione, studio …) La discesa dal Monte Analogo di Paolo Repetto, vorrei portare alcune riflessioni di tipo metodologico su un tema – il pensiero critico – che a mio avviso soccorre l’intelletto nel comprendere e valutare ciò che si legge. Se – come sosteneva Adorno scrivendo del fenomeno nazista – agire e pensare criticamente significa pensare contro regole che si sono stabilizzate in secoli di tradizione filosofica e scientifica, ne consegue che un linguaggio che si è strutturato su un pensiero e all’interno di una cultura che ha generato nel suo stesso cuore l’orrore, difficilmente potrà darne criticamente conto e ragione. E qui anticipo la mia tesi: spetta a un linguaggio altro, quello poetico e artistico, la possibilità di arrivare a quella forma di testimonianza che è sottratta ad altri linguaggi. Pensiero debole? Tutt’altro: pensiero forte, fortissimo; e vediamo perché.

Ma procediamo con ordine.

Non intendo ricercare una sua definizione esaustiva o dilungarmi sui modelli applicativi che negli ultimi decenni si è cercato di costruire per educare a uno spirito critico (di sfuggita sottolineo soltanto quanto sia limitante racchiudere il pensiero critico entro i confini di un modello, vincolarlo a un preciso algoritmo). E nemmeno ripercorrere il metodo socratico descritto da Platone, che può considerarsi l’origine del pensiero critico comunemente inteso.

Innanzitutto una notazione di carattere etimologico: l’origine di quella che è considerata la più alta e qualificante attività umana è curiosa. Infatti, il termine pensiero deriva dal latino pensum che, nel suo senso proprio, indicava la quantità di lana pesata attribuita alle filatrici di epoca romana e, solo nel suo senso più esteso, significava una generica questione su cui meditare o riflettere. È interessante notare come la concezione latino-occidentale del pensiero abbia un’origine fondamentalmente pratica e manuale, mentre la vicina civiltà greca aveva sviluppato e radicato – già a partire dai poemi di Omero – il concetto ben più strutturato di noûs (intelletto, mente, ragione) più legato alla percezione puramente intellettuale e immediata della realtà da parte del soggetto pensante.

Il pensum era quindi la materia prima, più grezza, designante metaforicamente un elemento o un tema che doveva essere secondariamente trattato, elaborato, conferendogli così una nuova forma. Possiamo in ciò rilevare la peculiarità attribuita al pensiero come qualcosa di straordinariamente semplice che concepisce e confeziona oggetti complessi: l’attività del pensiero si esplica nel comporre oggetti, ovvero pensare significa pensare oggetti composti e compositi. Da questo punto di vista, l’attività del pensiero è ciò che si situa a monte degli oggetti pensati, pur essendo composto della loro stessa sostanza.

Esistono, come sapete, molte critiche: critica letteraria, critica d’arte, critica filosofica e via dicendo. E poi ci sono le sub-critiche: critica filologica, critica formale, critica stilistica, critica sociologica ecc.

Io vorrei soffermarmi su come si forma oggi un pensiero critico, su ciò che struttura oggi un pensiero critico, partendo dal luogo specifico della filosofia.

Michel Foucault in un saggio del 1963 su Bataille[1] – quindi ormai più di cinquant’anni fa – affermava che la filosofia non è altro ormai che la forma sovrana e primaria del nudo linguaggio filosofico: si tratta quindi secondo Foucault di un’attività divenuta ormai autoreferenziale, una sorta di vagabondaggio all’interno del linguaggio stesso che può pervenire fino al vuoto, in assenza di un oggetto concreto su cui possa fare presa e attrito. Sembra così che negli ultimi decenni del secolo scorso la filosofia abbia affrontato – come ha scritto Jean-Luc Nancy[2] – la questione radicale del senso, appunto, negandolo, fino a quasi negare se stessa, scavando in profondità la propria fine, decostruendo il suo proprio senso.

Emerge dunque la necessità per la filosofia di dislocarsi, fino al punto sul quale essa possa trovare, o meglio fare, ancora problema, travasarsi nel luogo di una qualche sua trasformazione, il luogo in cui essa possa convertirsi in critica: potremmo dire mettersi in esilio rispetto alla sua stessa tradizione e alle sue pratiche abituali. Non si tratta – come proverò a illustrare – di approntare una sorta di kit di strumenti, di corredo, di equipaggiamento in dotazione per affrontare questo o quell’oggetto, e cioè gli arnesi della critica letteraria, della critica d’arte e via dicendo perfezionati con gli utensili delle critiche secondarie o sub-critiche. Ma si tratta di un mutamento strutturale che trasforma la filosofia stessa.

Eppure la filosofia nella sua storia ha avuto un grande attrito sul mondo, tanto grande da animare in sé un’immane volontà di potenza: Robert Musil ha scritto, ha potuto scrivere che “i filosofi sono dei violenti che non dispongono di un esercito e perciò si impadroniscono del mondo rinchiudendolo in un sistema[3]. In altre parole, potremmo dire, come nella metafisica, la filosofia ha negato la verità del mondo in cui viviamo, il mondo delle apparenze, rinviando la verità, come dice Nietzsche, “a un mondo sopra il mondo[4], perché questo è infatti il significato letterale della parola metafisica: al di là della fisica.

Platone ha per primo affermato che la filosofia è un’arte mortale, non solo perché deve vincere negli uomini il timore della morte, ma perché mette a morte il mondo della realtà sensibile, delle apparenze, sacrificandolo all’idea. È questo il grande tema che percorre tutto il Fedone, in cui si dichiara esplicitamente che la filosofia è l’arte del morire, del mettere a morte cioè il corpo, che è terroso, opaco e ci impedisce di conoscere, di assumere una conoscenza vera, ci trascina nel limo, nel disordine delle sensazioni.

Anche Hegel, più di duemila anni dopo Platone, ha ribadito – a partire dalla Fenomenologia dello spirito – l’irrilevanza del mondo delle apparenze, vale a dire del questo e qui sensibile, in quanto inattingibile al linguaggio che appartiene a ciò che è universale. In altre parole, il linguaggio può parlare solo dell’universale e quindi ciò che non è universale non concerne il sapere e viene espulso dal campo del sapere.

Ma non cogliere la singolarità della cosa significa anche la negazione della singolarità del soggetto che si misura con la cosa, del soggetto che esprime istanze – continua Hegel – che sono solo un “incomposto fermentare[5]: una materia informe, che fermenta, si agita, ribolle, quelle che sono le passioni, i sentimenti di un soggetto.

La filosofia, prima della crisi degli ultimi decenni del secolo scorso, ha preteso dunque di ordinare il mondo, le cose, gli uomini e nella sua iattanza non ha certo conosciuto la critica. Quando la filosofia ha pronunciato questa parola – la parola critica – è perché con essa, come ha fatto Kant, ha aperto un tribunale della ragione, che deve decretare ciò che è conoscibile ed è lecito conoscere. Ciò che per essa è inconoscibile – vale a dire extra-moenia, fuori dalle mura – affonda letteralmente, scrive Kant, “in un vasto oceano tempestoso dove regnano nebbie grosse e ghiacci prossimi a liquefarsi[6].

Platone, come abbiamo visto, affida alla filosofia il compito di imparare a morire. Franz Rosenzweig apre proprio il suo grande libro intitolato La stella della redenzione su questo tema: di fatto dunque con un atto di accusa di fronte all’estremismo della volontà di potenza della filosofia, che si spinge, come abbiamo visto fino al tentativo di vincere la morte esorcizzandola nel pensiero. La conoscenza per il filosofo prende il suo inizio in Platone come in Hegel proprio dalla morte, in cui si approda alla conoscenza del tutto che sembra essere il fine della filosofia: il totem del totum[7], parafrasando Adorno. Dunque, prosegue Rosenzweig, in essa domina l’aspirazione o l’illusione di rigettare la paura che attanaglia ciò che è terrestre, strappare alla morte il suo aculeo velenoso, togliere all’Ade il suo miasma pestilente: la terra partorisce i morenti, la filosofia nega la paura della morte, il luogo della caducità e così nega anche la terra, non soltanto il corpo che viene ripudiato e trascurato in favore dello spirito, ma la terra stessa in cui si muove il soggetto appunto dotato di corpo e di spirito.

Nel Fedone Socrate va lieto verso la morte che lo libera dalla prigione del corpo e della sua terrosa opacità che ostacola la conoscenza: è la morte del filosofo. Sembra però che questa morte non riguardi però il soggetto Socrate, e nemmeno Critone il suo amico o gli altri amici che assistono a questa morte, ma si riferisca a tutti quelli che sono fatti di terra, di quella terra che partorisce i morenti, di quella terra negata.

Viene alla mente il grande racconto di Tolstòj La morte di Ivan Il’ič: anche Ivan ha studiato filosofia e di fronte alla morte ne contesta le conclusioni. Ivan sa che Caio è un uomo e che gli uomini sono mortali e che Caio è mortale: questo sillogismo gli sembrava ora giusto per Caio, ma non per lui. Perché Caio è un uomo in genere, non è questo uomo, non è più un Io, è un neutro. Ma lui, Ivan, è diverso, con le sue relazioni, i suoi amori, i rimorsi, i ricordi, le colpe e le omissioni. “Era stato forse per Caio quell’odore di palla di cuoio a spicchi che Vanja tanto amava? […] era stato forse Caio a sentire il fruscio della veste di seta della madre?[8]

All’Io che vuole vivere la filosofia prospetta la morte, la spersonalizzazione della morte. La filosofia esalta questa morte, prosegue ancora Rosenzweig, questa morte neutralizzata come la propria prediletta, come la nobile occasione per sottrarsi alle angustie della vita. La filosofia propone questa morte, perché la filosofia è innamorata, scrive Rosenzweig, dell’“illud[9], cioè di questo neutro in cui naufraga il soggetto, in cui affonda l’io.

Anche dopo la caduta dei fondamenti, anche dopo l’erosione della metafisica annunciata da Nietzsche con l’esaltazione del mondo delle apparenze, della magnifica iridescenza “del ventre del serpente della vita[10], la filosofia ha mantenuto la sua volontà di potenza.

E con questa entra nel XX secolo.

Si pensi che Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus chiude in poche decine di pagine tutte le proposizioni che corrispondono a tutti gli “stati di fatto” di cui si può parlare. Sul resto, su ciò che eccede la sequenza di proposizioni contenute in queste decine di pagine si deve tacere. “Il mio lavoro” scrive Wittgenstein “consiste in due parti: di quello che ho scritto e inoltre di tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella importante[11]. Questa seconda parte deve di fatto rimanere muta: Wittgenstein ha inteso tracciare un limite al pensiero, o meglio un limite all’espressione dei pensieri: la critica era per lui esattamente questo limite, questo nec ulterius, questo non oltre. Ha tracciato un limite al linguaggio e “tutto ciò che è oltre questo limite” ha scritto “sarà semplicemente non-senso[12].

Questo ci porta direttamente nel XXI secolo alla filosofia analitica anglosassone. È una filosofia che – come afferma Susan Neiman[13] – impone di dimenticare le questioni relative alla vita e alla morte, al bene e al male: vale a dire le questioni da cui è nata la domanda filosofica. Sembra che il fine della ricerca sia la legittimazione linguistica di ogni affermazione interna alla disciplina filosofica stessa. È curioso, ma assistiamo oggi all’incrocio tra questa filosofia e l’eredità dell’esoterica ontologia heideggeriana. Entro i limiti stabiliti dal linguaggio, per una schiera di nuovi filosofi l’affermazione dell’essere della cosa è un’affermazione aproblematica, non lascia alcun cono d’ombra: si passa a una cosalità immediata, diretta.

E quindi, nella dissoluzione dell’estremismo dell’ermeneutica, c’è questo assolutismo ontologico che in realtà si riduce, come avrebbe detto Adorno, al “miseramente ontico[14], all’affermazione pura e semplice di ciò che esiste. E cosa rimane delle questioni relative alla vita e alla morte, al tempo, alla gioia e al dolore, cosa persiste dell’inquietudine che spinge a pensare, come dice Bataille, che “ciò che è significa ben più di ciò che è[15], cioè che se esiste un impensabile e un irrappresentabile è proprio questo che dobbiamo cercare di pensare e di rappresentare? Questa inquietudine, che ha abbandonato la filosofia tradizionale, ha costruito una diversa modalità di scrittura filosofica: quella del saggio critico, che è stata teorizzata da Gyȍrgy Lukàcs, poi da Walter Beniamin, da Adorno e poi ancora, più vicini a noi, da Elias Canetti, da Maurice Blanchot, insieme a Freud e i grandi scrittori della modernità come Musil, Proust, Thomas Mann e altri.

La filosofia saggistica – o più propriamente il pensiero saggistico – non ha più la pretesa di ormeggiare alla banchina di una verità assoluta. È qui lo scatto: non esiste più la totalità, non esiste più la volontà di potenza di chiudere in un sistema una visione esaustiva del mondo che intende discernere il vero dal non senso. Il pensiero saggistico si muove, come l’arte, nel dominio dell’incerto. Ha detto Leibniz: “Credevo di essere arrivato in porto, e sono stato rigettato in mare aperto”.

Ne LArte del romanzo di Kundera si dice che parallelamente, mentre Cartesio stabiliva le regole del ben pensare, Cervantes con il suo Don Chisciotte decretava il sapere dell’incertezza, direi una legittimità dell’incerto[16]. Fenomeno, qualche secolo dopo, espresso compiutamente in quel grande romanzo che è L’uomo senza qualità di Musil, in cui l’uomo è un insieme di qualità senza un centro che le unifichi, nella scomparsa di quella totalità umana e poetica che non ci compete più, né più ci appartiene.

In qualche modo, il pensiero critico cerca di saldare, di riunire questi due saperi: quello della sistematizzazione razionale e quello dell’incerto, del dubbio, dell’inquietudine. Il pensiero saggistico-critico cerca costantemente di trovare la verità nell’arte – come nelle apparenze del mondo (critica quindi non solo letteraria, artistica, ma anche delle formazioni e delle realtà del mondo) – quindi proprio là dove questa sembra negarsi, cerca la verità nella negazione e della negazione, cerca comunque una verità possibile, anche se relativa, insorgendo contro una filosofia immanente delle cose, adagiata su di esse, fondamentalmente priva di responsabilità.

Ecco, questo è secondo me il grande tema: la responsabilità del pensiero in rapporto al mondo; quando noi parliamo, scriviamo, esprimiamo un pensiero assumiamo una responsabilità immensa, perché non c’è più nulla che la garantisca come nella metafisica. Ora ogni espressione deve assumersi la responsabilità di ciò che esprime, ognuno che traccia un segno su un foglio, su una tela e via dicendo deve assumersi la responsabilità di ciò che proietta nel mondo.

La dimensione della responsabilità emerge in termini ineludibili nel momento in cui si recide un rapporto di corrispondenza tra la realtà e la sua rappresentazione, tra l’immagine il “correlato oggettivo[17] direbbe Eliot, si rompe cioè una sorta di patto mimetico: io dipingo questo fiore e questo fiore corrisponde a qualcosa. Ma Mallarmé dice che la parola fiore non ha alcun odore e che quel fiore non è più un fiore[18]. In questa frattura, già intravista da Saussurre, che affermava che tra significato e significante non c’è alcun rapporto necessario[19] – e che Steiner definisce la vera rivoluzione che caratterizza la modernità[20] – è l’autore a definire il senso della sua opera e se ne assume la responsabilità. Nelle arti questa responsabilità diventa politica: quando Mallarmé dice “dare una parola più pura al linguaggio della tribù[21] intende rompere con i linguaggi standardizzati e con quelle degenerazioni che Flaubert – definendole le “legioni dei diavoli[22] – considerava il male assoluto, cioè la frase fatta, il luogo comune, la chiacchiera.

Oggi assistiamo a una deriva culturale negli ultimi decenni che ha fatto crescere esponenzialmente la semplificazione come dinamica del pensiero, una semplificazione che mortifica e avvilisce ogni possibilità di chiarire un argomento, di acquisire elementi di conoscenza, di costruirsi una competenza, di comprendere diversi punti di vista, tanto meno di problematizzare, finendo per esaltare un’assenza di pensiero o un non-pensiero unico corrotto e involgarito, un’omologazione incolta e illetterata che costituisce un brusio di fondo che fabbrica una nuova legione diabolica e una nuova standardizzazione del linguaggio in cui il senso si inabissa, si estingue la capacità di dirimere, cioè di fare critica. Tutto rischia di scorrerci addosso senza lasciare traccia, senza piantare semi, dove nulla diventa una qualità dell’esperienza, nulla entra nella costruzione della propria identità, nulla ci ferisce o ci salva. E mi riferisco qui non solo alle cosiddetta cultura di massa, ma anche e soprattutto a quella nuova tendenza di far filosofia, la popsophia, la filosofia alla Peppa Pig, tanto per capirci, frequentata da intellettuali griffati[23] che pensano di fare veramente filosofia sovrapponendo il vocabolario di Heidegger a Beautiful, l’analitica esistenziale a Un posto al sole e il decostruzionismo ai Teletubbies, senza alcuna coscienza critica. Ma elevare il discorso da bar a riflessione, però, non è una conquista del pensiero: è una triviale ricerca di consenso, un’adesione acritica all’esistente, travestita da politicamente scorretto, così tanto di moda oggi nella mistificazione di chi pensa che impiantare le parole in luogo delle cose significhi trasformarne la natura[24]. “Logica ed etica sono sostanzialmente la stessa cosa” – diceva Otto Weininger – “un dovere verso se stessi[25].

A proposito della lettura, per esempio, Geoge Steiner ha scritto: “Leggere bene significa correre grossi rischi. Significa rendere vulnerabile la nostra identità, il nostro autocontrollo […] chi ha letto le Metamorfosi di Kafka e riesce a guardarsi allo specchio senza indietreggiare è forse capace, tecnicamente, di leggere i caratteri stampati, ma è analfabeta nell’unico senso che conti realmente[26].

Inoltre osserviamo i danni enormi che la desertificazione della conoscenza storica del pensiero ha provocato, tra cui averci inchiodato a un eterno presente, direi addebitando il tempo di un eterno presente. Ma a questo proposito dice Eliot nei Quattro quartetti: “se tutto il tempo è eternamente presente, tutto il tempo è irredimibile[27], cioè tutto si scioglie, si polverizza, si liquefa, nuota in una palude, negando il fondamento di ogni critica, ossia la considerazione della temporalità, delle parentele temporali, delle stratificazioni storiche.

La rinuncia alla verità, dopo la fine della metafisica, si è declinata spesso come rinuncia al senso che è stato delegato ad altri saperi, quelli legati alla tecnica e alla sua potenza, rispetto alla quale la filosofia come professione sembra mostrare un’assoluta sudditanza. Il saggio non-accademico si muove altrimenti, si disloca altrove rispetto alle filosofie del limite e della rinuncia, si esilia da esse, propone un pensiero che si costruisce intorno agli oggetti senza la pretesa di esaurirli. Incorpora nel suo movimento le tensioni e le contraddizioni che attraversano il reale e che emergono come tali nel suo corpo in opere che appaiono, come dice Adorno, “corrugate o addirittura dilaniate[28].

Se la dialettica era destinata a risolvere la contraddizione, Benjamin propone una dialettica sospesa, arrestata, in cui gli estremi emergono e aprono una tensione critica che non può e non deve avere soluzione, anzi significano proprio nella loro inesausta tensione. Benjamin afferma che in questa immagine dialettica si realizza “l’ora della conoscibilità[29] – come è emersa anche in Proust – segnando ancora una volta la complicità di questa filosofia critica con le forme e i saperi artistici che Platone aveva voluto espellere dalla Repubblica. Il saggio si pone così come una scrittura e una modalità di conoscenza critica proprio in quanto ha appreso a ibridare immagine e concetto per recuperare al pensiero filosofico quella compatibilità e quella contiguità con l’esperienza umana che la filosofia sembrava aver perduto.

Si tratta di continuare a confrontarsi con la pluralità conflittuale del mondo, quella complessità che si afferma, secondo Nietzsche, nelle forme antinomiche e contraddittorie del tragico. Si tratta di trasformare l’infinito e indifferente scorrere di interpretazioni nuovamente in conflitto delle interpretazioni, per cogliere il senso di un mondo lacerato e il senso delle opere che questa lacerazione provano a raccontarla.

È necessario che il pensiero pensi anche contro se stesso. Altrimenti la filosofia, come ha detto Adorno, si illude di conoscere ciò che pensa semplicemente assimilandolo a sé, ma così essa conosce propriamente se stessa e solo se stessa e non il mondo.

L’arte di per sé procede criticamente, traducendo quella che convenzionalmente viene definita ispirazione dell’artista, la visione della madeleine proustiana, all’interno di regole linguistiche e sintattiche, operando una violenza su se stessa. E il critico, a sua volta, opera una violenza per ritrovare la madeleine, per rinvenire quell’ispirazione che l’artista ha dovuto nascondere dentro le procedure sintattiche. Ed è un processo polemico: da polemos, la guerra che Eraclito diceva essere il padre del mondo[30].

Certo, molte sono le cose inesprimibili, molte sono le cose prive di espressione: è l’Ausdrucklose, il privo d’espressione di Benjamin. L’Ausdrucklose indica il passaggio dall’idea del bello a quella del vero, il punto di sospensione dell’opera, il luogo in cui il contenuto si trova in uno stato di sospesa incertezza, presente immobile rispetto al tempo fluido della narrazione e, tuttavia, oscillante tra il mito che si disegna come passato e la redenzione che si dispiega come futuro. È l’apparizione dentro l’opera dell’origine, di ciò che storicizza il suo tempo, il quale – proprio perché si dà come un continuum – si rivela in realtà immobile: il divenire precipita nel suo telos e si annulla. Arrestarlo nell’Ausdrucklose è il compito della critica[31].

Il pensiero si legittima soltanto in quanto si assume la responsabilità di cercare di esprimere l’inesprimibile, anche per approssimazione, anche se è necessario procedere alla frantumazione di “una totalità falsa e aberrante[32], dice ancora Benjamin. È quella che Kafka chiama, in un’espressione paradossale ma illuminante, “la costruzione che distrugge per poter dare forma al mondo[33]. Viene a mancare la certezza propria della metafisica, ma anche la certezza perentoriamente pretesa dei nuovi realisti. Io credo che solo dall’incontro tra filosofia e poesia possa nascere una modalità di indagine su ciò che non ha espressione e questo colloquio deve potersi attuare nelle zone d’ombra, dove non è una logica dialettica che potrà far parlare l’opera d’arte. Se è vero che esiste un dissidio tra filosofia e poesia, in quanto quest’ultima non è vincolata alla verità, oggi una filosofia che si identifichi con la scienza è inimmaginabile, a meno di non costringere la filosofia in un’angusta analisi logico-linguistica, invece di volgerla a interrogare le opere d’arte intorno all’inespresso e all’inesprimibile, mettendo a frutto la capacità della filosofia, in quanto estetica, di accogliere e svolgere il senso non-discorsivo presente nelle creazioni artistiche, la cui verità è irriducibile sia alla composizione meramente formale sia al messaggio rinvenuto nell’opera.

Un romanziere, Imre Kertész, presentando un suo libro di scritti critici ha affermato: “Non considero saggi nel senso tradizionale del termine gli scritti che seguono. Parlerei piuttosto di approssimazioni, anche se naturalmente questo genere letterario non esiste. Da una parte vorrei sottolineare il fatto che nessuno di questi lavori esaurisce il proprio oggetto, ma riesce al massimo ad approssimarsi ad esso, dall’altro vorrei evidenziare che essi affrontano – sebbene da un altro punto di vista – lo stesso argomento delle mie opere narrative: l’inavvicinabile”[34].

Un solo passo verso l’inavvicinabile, nel senso racchiuso nelle increspature di un’opera – sia questa un libro, un quadro, un film, un’architettura o nelle pieghe delle realtà – vale la sfida che il pensiero critico lancia nei confronti del pensiero della certezza: la verità non è netta, ma ha, come ha scritto Hermann Melville, “confini sfrangiati[35].

Muoversi su questi confini è compito del pensiero critico.

 

Tre post scriptum

  1. Su Maffesoli: vorrei cavarmela con una battuta: è un sociologo, debole in filosofia.
  1. Su Alessandro Baricco: è autoreferenziale fino all’acidità da reflusso gastroesofageo, post italocalvinista di riporto, ben attento a non deplorare mai nulla, a rassicurare sui conflitti e sulle contraddizioni della postmodernità. Il suo è un composto di cibo masticato, impastato e imbevuto di quella saliva che tutto concilia, scolora le oscurità, annulla virtù e talento, contrabbanda la rapidità con l’efficienza, la banalità per complessità e rende tutto commestibile in questo luna park del consumo. Bolo per analfabeti di ritorno, altro che l’ascia di Kafka.
  1. Sul postmoderno e, tra le righe, ancora su Maffesoli: Nell’esperienza greca il mito è vissuto come un tentativo di colmare il dolore della distanza dall’origine, ma anche come la consapevolezza che non c’è mai un vero ritorno all’origine. Nella modernità i miti sono diventati domestici, sono tutt’al più cani da compagnia, più spesso false idee comodamente acquattate nella pigrizia del nostro pensiero. Basta pensare al ruolo che nella città greca aveva il teatro, la tragedia. La città teatro contro la città ipermercato. C’è una connessione tra spazio simbolico e rappresentanza del conflitto, da una parte, e forma dell’agire politico, dall’altra. Nel mondo greco prendere posizione, decidere è tragico, perché non c’è soluzione conciliativa, non c’è mediazione razionale. Il conflitto, che non è sanabile, quindi tragico, è solo rappresentabile.

Ogni conflitto nella modernità è, invece, risolubile attraverso la risarcibilità, poiché tutto è ridotto a misura del denaro, slegato per definizione a qualsiasi concetto di valore, nel politeismo dei valori che è indifferenza a ogni valore, che è un infischiarsene degli dei. E della tragedia non conserva nemmeno la memoria. Il conflitto irriducibile può essere rappresentato, trasformato nella rappresentazione e nello spazio simbolico del racconto; il conflitto moderno è, invece, irrappresentabile, perché è del tutto contingente, cioè, filosoficamente, non necessario, non essenziale.

La modernità ha preteso di realizzare il mito, di far coincidere inizio e fine, uomo e Dio. E l’Altro è dissolto, svanito; ma senza vera alterità non c’è vero conflitto e senza conflitto vero non c’è trasformazione della realtà e creazione dello spazio simbolico. La rappresentazione tragica, invece, esprime il senso della irriducibilità dell’altro a se stessi e la creazione di uno spazio per contenerlo.

Si diceva: condizione postmoderna. Vorrei far notare come da allora ci sia stato un profluvio di questo prefisso post tutte le volte che “il presente rivolge lo sguardo su se stesso per cercare di auto comprendersi[36], di darsi un’identità. La prosa sociologica, antropologica, politica, psicoanalitica, letteraria, filosofica è un’alluvione di post: post-industriale, post-democrazia, post-fordismo, post-umano, post-edipico, post-comunismo, post-fascismo, post-ideologico, post-strutturalismo ecc., per finire, appunto, a post-moderno.

Noi siamo quelli che vengono dopo, siamo i postumi. Postŭmus, nell’antica Roma, era il figlio che nasceva dopo la morte del padre.

Il fatto che ogni epoca interpreti se stessa nell’orizzonte del dopo è ovvio, ma oggi il nostro dopo non è “un dopo storico- relativo, ma un dopo assoluto[37]. Un dopo, appunto, che ha i tratti inquietanti e perturbanti del postumo; viviamo un’esistenza postuma, come se ci stessimo aggirando tra rovine in un dialogo tra morti.

Vediamo ora che cosa vuol dire essere postumi in questa percezione del dopo che ho appena descritto. Venire dopo la morte del padre non significa semplicemente o soltanto “essere senza padre, ma essere generato da un padre morto[38], significa essere la traccia della sua assenza. Un presente postumo non contempla più un legame dialettico col passato, né come suo superamento, né come sua conferma, né come suo rinnovamento, né come sua rifioritura in altra forma. Viene meno ogni figura di eredità, quindi di donazione. Il presente si specchia nella sua impotenza, nella malinconia dolente della percezione del venir meno di chi lo ha generato.

E allora comprendiamo che della democrazia, dell’umano, del fascismo, del comunismo, della modernità ecc. resta soltanto quel post, cioè rimane un guscio vuoto, una svuotata e stremata definizione di sé e del proprio tempo sulla base di un’impotenza a essere umani, comunisti, fascisti, padri ecc.

Ci si definisce facendo appello a una possibilità storica estinta e si assume questa impossibilità come proprio stesso essere.  È la figura della possibilità, è il possibile che si è corroso, che è tramontato, non la sua realizzazione.

Nel suo saggio L’esausto su Samuel Beckett Gilles Deleuze, rimarcando la differenza tra “stanco” ed “esausto” scrive: “Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l’esausto esaurisce tutto il possibile. Lo stanco non può più realizzare, ma l’esausto non può più possibilizzare[39].

Ecco, siamo trasmigrati da un paradigma dell’essere, dove lo scopo era la realizzazione dell’umano, a un paradigma del divenire prosciugato di senso, dove ci si muove velocemente ma senza uno scopo, dove mezzi e fini si confondono deponendo ogni preoccupazione etica, dove la realtà visibile è quella virtuale nella scomparsa del confine tra fantastico e reale e nell’insistente cura dell’immagine che mortifica ogni contenuto. E dentro questo scenario si muovono corpi inabili a trasformarsi in nulla, tantomeno in simboli, corpi che parlano un linguaggio incenerito e sembra non percepiscano più nemmeno il proprio sentire, corpi senza memoria (perché l’oblio è la condizione necessaria affinché il desiderio, unico motore della società dei consumi, possa rinnovarsi senza intoppi né ritardi), puri consumatori di merci, sedotti e arresi all’inganno della facilità che conduce al balbettìo e all’idiozia.

[1] Cfr. Michel Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli, 2004.

[2] Cfr. Jean-Luc Nancy, Decostruzione del cristianesimo, Volume 1, Cronopio, 2007.

[3] Robert Musil, L’uomo senza qualità, pag. 243

[4] Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 1970, p. 34.

[5] Georg W. Friedrich Hegel, Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia, 1960, vol. I, pag. 8.

[6] Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Laterza, 2007, p. 199.

[7] Cfr. Theodor W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, 2004, pag. 339.

[8] Lev Tolstòj, La morte di Ivan Il’ič, Mondadori, pag.

[9] Franz Rosenzweig, La stella della redenzione, Marietti, 1985, pag. 3.

[10] Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi (1887-1888), Adelphi, 1979, pag. 11.

[11] Ludwig Wittgenstein, Lettere a Ludwig von Ficker, Armando, 1974, pag. 72.

[12] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, 1974, in Prefazione.

[13] Cfr. Susan Neiman, In cielo come in terra. Storia filosofica del male, Laterza, 2013.

[14] Theodor W. Adorno, Dialettica negativa, cit., pag. 11.

[15] Georges Bataille, L’abate C., ES, 2008, pag. 102.

[16] Cfr. Milan Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, 1988.

[17] Cfr. Thomas Stearns Eliot, Amleto e i suoi problemi in Il bosco sacro, Bompiani, 1995.

[18] Cfr. Stèphane Mallarmé, Erodiade, ES, 1997.

[19] Cfr. Ferdinand de Saussurre, Corso di linguistica generale, Laterza, 1978.

[20] Cfr. George Steiner, Vere presenze, Garzanti 1992, pag. 95.

[21] Stèphane Mallarmé, La tomba di Edgar Poe, v. 6, in Sonetti, SE, 2002.

[22] Cfr. Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni, Adelphi, 1980.

[23] Mi riferisco ai più feroci fautori della popsophia, come Simone Regazzoni, Salvatore Patriarca, Leonardo Arena, Marcello Ghilardi, autori di opere che consegnano il discorso filosofico alle perversioni di un mercato editoriale dove il profitto a qualunque costo ha spesso il sopravvento sull’eleganza e la ricercatezza della qualità.

[24] Cfr. a questo proposito un illuminante articolo di Nicla Vassallo, Sopravvivere al pop pensiero, Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2008.

[25] Otto Weininger, Sesso e carattere, Feltrinelli, 1978, pag. 25.

[26] George Steiner, Linguaggio e silenzio, Garzanti, 2001, pag. 142.

[27] Thomas Stearns Eliot, Quattro quartetti, Burt Norton I, Garzanti, 1979, vv. 4-6.

[28] Theodor W. Adorno, Beethoven. Filosofia della musica, Torino, Einaudi, 2001, pag.275.

[29] Walter Benjamin, I “passages” di Parigi, Einaudi 2010, pp. 1237-1238.

[30] Cfr. Eraclito, in G. Colli, La sapienza greca, Adelphi, Milano, 1980, fr. 14

[31] Il discorso benjaminiano sul carattere critico dell’Ausdrucklose arriva a definirsi compiutamente attraverso l’esplicito riferimento a Hölderlin, a partire dal saggio Le due poesie di Hölderlin, raccolti in Metafisica della gioventù, Einaudi, 1982.

[32] Walter Benjamin, Le affinità elettive di Goethe, in Angelus Novus, Einaudi, 1981, pp. 221-222.

[33] Franz Kafka, Il silenzio delle sirene. Scritti e frammenti postumi, Feltinelli, 1984, p. 83.

[34] Imre Kertész, Il secolo infelice, Bompiani, 2012, p.

[35] Cfr. Herman Melville, Billy Budd, Feltrinelli, 2014.

[36] Rocco Ronchi, Come fare. Per una resistenza filosofica, Feltrinelli 2012, pag. 39.

[37]Ivi, pag. 40.

[38] Ivi, pag. 42.

[39] Gilles Deleuze, L’esausto, Cronopio, 2005, pag. 9.

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Una dose di pensiero divergente

di Fabrizio Rinaldi, 30 aprile 2018

I “coccodrilli” si scrivono in attesa che qualche grossa personalità del circuito culturale o mediatico si decida a schiattare. In genere vi si assemblano episodi e aneddoti più o meno rilevanti della vita del morituro, ma soprattutto sviolinate, così da essere pronti per la pubblicazione un istante dopo la morte.
Questo evidentemente non è un coccodrillo. Innanzitutto il protagonista sta benissimo, e poi si tiene volentieri lontano dagli “eventi” e dal cicaleccio intellettuale che impazza sulle riviste e sui teleschermi e non ci tiene alle sviolinate. Preferisce una vita ritirata in un paesino sperduto nell’appennino, evitando inutili protagonismi, razionando con parsimonia i contatti umani, per lasciar spazio al lavoro delle braccia nel suo frutteto e del pensiero nella sua testa, zeppi entrambi di sterpaglie da estirpare, governare e contenere.
Questo scritto vuol essere dunque solo un augurio di lunga vita ad un amico che ha incrociato le strade di molti pellegrini del pensiero, accompagnandoli lungo i più diversi sentieri, da quello scolastico a quelli che portano al Tobbio, passando magari per le mostre di pittori sconosciuti – non a lui! – o per i libri di autori ignorati o dimenticati.
L’altro giorno sono andato a trovarlo. Era al Capanno, intento a piazzare i pali per un pergolato su cui dovrebbe crescere la vite canadese e a riutilizzare vecchie travi per farne le panchine su cui siederà, all’ombra, a chiacchierare con i selezionati amici che andranno a trovarlo.
La “C” maiuscola il Capanno l’ha conquistata di diritto perché, dopo sua la costruzione in solitaria da parte del protagonista, è diventato un luogo ove da anni si consumano pranzi frugali, si conciliano il cibo, la parola e il giusto silenzio, si beve del buon vino e si tenta di fare chiarezza nelle idee e nelle azioni.
Il Capanno è un “gompa”, un “buen ritiro”: lì è possibile disciplinare il moto perpetuo e disordinato delle idee con la lenta concretezza imposta dalla terra, alla quale, per avere dei frutti, è necessario inchinarsi.
La stessa perseveranza che mette nelle faccende manuali Paolo la impiega per governare le idee che gli fioriscono nella mente: è tutto un lavorio di ragionamenti, di approfondimenti e di riflessioni che richiedono poi un impegno certosino di sforbiciatura e limatura, per arrivare a quel pensiero ordinato che vuole traspaia dalle sue parole. Forse quando termina di scrivere uno dei suoi “Quaderni dei Viandanti” prova la stessa sensazione che avrà assaporato suo nonno in vigna, dopo una giornata nei campi, quando stanco ma appagato per il lavoro meticoloso e accurato si sedeva sotto una vite e si fumava una sigaretta, soddisfatto anche dell’aspetto estetico di ciò che aveva realizzato.
Nell’ora che ho trascorso con lui mi ha snocciolato tutta una serie di nuovi progetti, passando dal pergolato al pezzo che vorrebbe scrivere su Leopardi e l’Islanda, dal tetto da sistemare alle considerazioni sul cibo e la scrittura, un piano di lavoro che terrebbe occupato chiunque per i prossimi dieci anni. Non importa quando troverà il tempo per dedicarsi a tutte queste cose, magari alcune le tralascerà per buttarsi su altri progetti: non ha fretta e non deve dimostrare nulla, sa che non è necessario e sarebbe superfluo.
Non smette invece, e credo non lo farà mai, di individuare sempre nuovi lavori – manuali o intellettuali, su un piano di pari dignità – che gli consentano di continuare il suo viaggio e di soddisfare la sua curiosità, mai appagata e rivolta in tutte le direzioni. Si tratti di libri (scovati in qualche mercatino) su esploratori che nessuno ricorda più, o di possibili migliorie da realizzare attorno al Capanno, oppure d’inseguire autori, ai più sconosciuti, che lo stimolino a pensare, a Paolo preme la continua ricerca di ciò che non conosce. E vuole anche renderne partecipi gli altri.
La complessità del percorso e i ragionamenti che lo scandiscono si traducono negli scritti in nitidezza di concetto, in chiarezza di parole e in un’inappuntabile logica. Chi legge viene accompagnato per mano a capire dove si vuol arrivare.
Non so se tra i suoi progetti ci sia pure quello di scrivere poesie (probabilmente no). Ma forse tutto ciò che ha scritto (e scriverà) è un unico testo poetico: ragionamenti, scelte e ripensamenti sono armonizzati in versi liberi di filosofia e di biologia, raccolti in odi che cantano la storia comune come pure la Storia con la maiuscola, racchiusi in sonetti che raccontano viaggi nell’immaginario.
E a proposito: durante il nostro ultimo incontro ha accennato ad un viaggio che intende fare ripercorrendo l’Appennino fino ad arrivare in Sicilia. Non è stato necessario accennare a “La leggenda dei monti naviganti” di Paolo Rumiz, perché era del tutto superfluo. Magari ne rifarà solamente un pezzo, e farà un viaggio sicuramente differente, alla maniera del Viandante, ma con lo stesso spirito che mosse Rumiz quando percorse la colonna vertebrale dell’Italia: scoprire paesi e climax in via d’estinzione.
Sono certo che pure a lui sia venuto in mente quel libro quando ha iniziato a progettare quel viaggio, ma non ho ritenuto necessario accennare esplicitamente al quel volume. La comprensione tra due persone che reciprocamente si stimano non ha bisogno di parole. Il non detto vale più di ciò che è esplicitato.
Coloro che hanno la sua fiducia sono vicini ai suoi valori e al suo modo di concepire un’esistenza dignitosa e moralmente accettabile. Sono a volte su linee temporali differenti – anche molto –, ma hanno un vissuto, un’impostazione di pensiero simile ai suoi. Paolo ha scelto queste persone per coltivare assieme a loro il sistema di valori da cui sono nati i Viandanti delle Nebbie.
Nel farlo non ha cercato proseliti, ma ha aiutato gli altri a ragionare con la propria testa. Non gli interessa convincere, ma confrontarsi, e ciò è possibile solo con un pensiero divergente rispetto al suo.
Credo che le visite a Paolo siano ormai quasi un rito. Se ne sente il bisogno dopo un po’ di privazione, per avere la personale dose di LSD di pensiero. Da ogni incontro sgorga una valanga di idee costruttive, e cambia la percezione dell’agire quotidiano. Si fa un pieno di stimoli che possono tradursi in altri scritti dei Viandanti, o semplicemente ti permettono una visione differente della realtà.
Le dosi di Paolo creano dipendenza? Sì, perché alimentano la voglia di un pensiero divergente. E questo è un bisogno che in molti sentiamo, una necessità quasi vitale per sfuggire all’omologazione.
Se ne potrebbe fare a meno? Certo, prima o poi avverrà. Ma rimarrà chi ha vissuto con lui questo tempo, e le cose che ha scritto alimenteranno ancora altre discussioni, magari in generazioni nuove, nei figli e nei nipoti dei Viandanti di oggi.
Sono sicuro che se Paolo potesse raccoglierli sotto il pergolato del Capanno riuscirebbe ad imporre anche a loro di essere seri, di ragionare con la propria testa, e magari a chiarire loro un po’ le idee, come di frequente succede oggi a noi.

Collezione di licheni bottone

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Il bibliomane di serie B

di Paolo Repetto, 30 aprile 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Prima di affrontare le derive maniacali della bibliofilia sono andato ad accertarmi che non ci avesse già pensato Umberto Eco. Che lo avesse fatto, in realtà, ero sicuro: dovevo solo verificare la piega che aveva data al discorso, e se rimaneva qualche margine.

Come sospettavo Eco aveva già trattato il tema addirittura in una lectio magistralis alla Fiera del libro di Torino (ma anche in sacco d’altre occasioni), dicendo molte delle cose che avrei voluto dire io, e facendolo naturalmente meglio. Ma un margine lo ha lasciato, perché nei suoi interventi parla di una cosa un po’ diversa da quella che io avevo in mente. Eco fa infatti riferimento alla bibliofilia come è classicamente intesa, ovvero all’amore per i testi rari o per quelli in qualche modo impreziositi da fattori estrinseci (autografi, dediche, annotazioni, oppure prime edizioni, tirature ritirate dal commercio, ecc.). Io invece vorrei trattare di qualcosa di molto più terra terra, che nulla ha a che vedere col valore antiquario o con qualsiasi altro “plusvalore” caricato sulle opere. Esiste anche una patologia secondaria, decisamente più a buon mercato.

In sostanza, la domanda che mi pongo è: cosa induce uno come me a crearsi una dotazione libraria che va ben oltre il possesso delle opere lette o di quelle che prevede ragionevolmente di leggere?

Per farmi capire parto da un esempio concreto. Proprio ieri ho preso a Borgo d’Ale una ventina di libri d’occasione (quasi tutti a un euro). Di questi volumi solo un paio comparivano da tempo tra i miei desiderata. Gli altri li ho acquistati per i motivi più diversi, che provo a sintetizzare.

Due sono libri di viaggi. Uno (Inuk) proprio non lo conoscevo. Fa parte di una vecchia collana Garzanti della quale avevo già trovato alcuni pezzi interessanti e che mi piacerebbe completare. In realtà non è propriamente un libro di viaggi, ma un piccolo saggio di antropologia. Il missionario che lo ha scritto ha comunque viaggiato molto nell’estremo Nord. L’altro (Colombo, Vespucci, Verrazzano) lo possedevo identico, ma è una bella edizione della UTET, e ho pensato che potrebbe essere gradito a qualcuno dei miei amici.

Quattro sono biografie: Le Memorie della mia vita di Giolitti, il Casanova di Gervaso nella edizione Rizzoli con cofanetto, una biografia di Matilde di Canossa e lo Stalin di Robert Conquest. È quasi certo che non avrò il tempo di leggerne nessuno: ma intanto, mentre nel pomeriggio restauravo gli sbreghi della sovracoperta del Giolitti gli ho dato un’occhiata, e ho trovato cose interessanti, che dovrò approfondire. Autobiografico è anche il racconto dell’esperienza del gulag che Gustav Herling fa in Un mondo a parte, e questo ho già iniziato a leggerlo (era tra quelli che cercavo).

Poi ci sono due volumi di Mark Twain, il Viaggio in paradiso e una raccolta di racconti (Lo straniero misterioso). Quest’ultimo già lo avevo in una edizione più recente ma non rilegata, che diventa ora disponibile per eventuali donazioni. Twain lo prendo ormai ad occhi chiusi, è una scoperta continua.

Altri due volumi riguardano la storia dell’ebraismo. Una ennesima Storia dell’antisemitismo, che ad un primo rapido assaggio ha promesso bene, e Vento Giallo, di David Grosmann, scritto ai tempi della prima intifada, prima ancora che Grosmann perdesse il figlio nel corso di un’azione militare. L’argomento, e i modi della sua trattazione, appaiono però tutt’altro che datati.

Ci sono poi un saggio su Hitler (Il mistero Hitler), uno sul fascismo rivoluzionario (La rivoluzione in camicia nera) e una storia del mondo miceneo. Il secondo è già sul mio comodino.

Tre sono monografie di una collana d’arte che sto ricomponendo poco alla volta (quella di Skira), e tre sono testi di filosofia: due di Bertrand Russell e uno di Popper. Russel è stato importante nella mia formazione: la sua Storia della filosofia occidentale mi aveva riconciliato col pensiero filosofico dopo le mezze delusioni del liceo: con Anarchismo, socialismo, sindacalismo mi aveva invece aiutato a guarire dalle infatuazioni politiche giovanili. Ora prendo i suoi libri quasi per dovere, e non tutti li leggo (questi sì, però, perché se conosco un po’ l’autore i Ritratti a memoria dovrebbero essere una fonte di gossip straordinaria, e i Saggi scettici una doccia di buon senso). Anche Popper, sia pure in una ristampa di Euroclub, non guasta mai.

Infine, quattro pezzi già presenti nella mia biblioteca in copie plurime. Una vecchia edizione dei Canti leopardiani, quella curata da Calcaterra, in una veste elegante e ben conservata, e che si impone comunque anche solo per l’apparato di note. Un Passaggio a nord-ovest un po’ ingiallito dal tempo ma molto vintage, con due splendide mappe nei retri della copertina; e da ultimi Foto di gruppo con signora e Il mestiere di vivere, nella edizione einaudiana rilegata grigia, che andrà a sostituire quelle in brossura. Potevo lasciarli lì?

Proviamo ora a fare un bilancio. C’è una logica, negli acquisti che ho fatto?

A prima vista no, assolutamente. Non disegnano alcun percorso, solo un procedere disordinato in cinquanta direzioni diverse, per nulla coerenti o conseguenti tra loro, e non rispondono ad alcun reale bisogno. La logica arriva dopo: si costruisce a posteriori.

Accade questo.

Se ho urgenza di un libro, il che significa semplicemente venire a conoscenza, attraverso recensioni o rimandi o indicazioni di amici, di un testo che può interessarmi, lo compro. Avendo abbastanza chiaro ciò che davvero può essermi utile, e non coltivando altre passioni dispendiose, me lo posso permettere. Questo è il dato positivo della mia condizione attuale: ma c’è anche un risvolto negativo.

Per molti anni il primo piacere procuratomi da un libro desiderato è stato quello dell’attesa. Mi crogiolavo in calcoli e ricalcoli per farlo rientrare in budget sempre troppo ristretti. Ai tempi del liceo stornavo in letteratura gli striminziti buoni-pasto che i miei mi passavano per i due giorni di rientro scolastico pomeridiano (mi rifacevo abbondantemente con la cena). Poi, con una famiglia sulle spalle e una vita ancor tutta da costruire, ho istituito una voce di spesa da coprire con entrate straordinarie, che erano tali solo in quanto tutt’altro che frequenti, e soprattutto con tagli ai bisogni superflui (il gioco consisteva nel far sembrare superflui i bisogni). In questo modo un ulteriore godimento arrivava, al momento dell’acquisto, dalla sensazione di possedere qualcosa che in realtà non avrei potuto permettermi.

Nel frattempo avevo affinato tutta una serie di altre strategie, amici o amiche impiegati in grandi case editrici che mi rifornivano del nuovo a metà prezzo, remainder’s, promozioni dei club del libro, librerie dell’usato, ecc., dando avvio a quella spirale per cui, a prezzo scontato, diventano appetibili anche le cose non “urgenti”.

Ebbene, questo alone di contorno oggi non c’è più. Continuo ad essere fissato col metà prezzo, sono quasi un azionista del Libraccio di Alessandria e spendo senz’altro il triplo di quanto spenderei in un rapporto normale con i libri, ma la magia, il godimento di tenere tra le mani ciò che sembrava fuori della mia portata, quello è scomparso.

Ho dovuto sostituirlo con qualcos’altro. E qui entrano in scena i mercatini. Come esiste una logica del mercato esiste anche una logica del mercatino. Nel mercato, come in libreria, vai a cercare di norma (almeno, quelli come me) il conosciuto: nel mercatino cerchi invece proprio l’inaspettato. Tu non sai di desiderare una copia del Don Chisciotte di grande formato, con illustrazioni ottocentesche: anche perché ne possiedi già due o tre edizioni diverse, una in lingua originale. E invece quando lo vedi lì, ad un prezzo irrisorio rispetto al suo reale valore, ti rendi conto che non puoi rischiare che vada a far tappezzeria in una casa nella quale i libri sono una suppellettile, o peggio ancora, finisca invenduto e rovinato dalle intemperie. Te lo porti a casa, e là comincia il vero problema, perché devi scovargli una collocazione adeguata, e questo significa mettere a soqquadro i ripiani della letteratura ispanica e riposizionare un sacco di volumi. Alla fine comunque una soluzione si trova sempre. E può anche accadere che ti venga voglia, mentre lo stai sfogliando e ti compiaci della tua buona azione, di rileggerlo daccapo, e di scoprire che è una cosa diversa da quella che ricordavi.

Il piacere sommo nasce però da un altro tipo di acquisizione. Mettiamo ad esempio che dalla bancarella ad un euro ti strizzi l’occhio I proscritti, di von Salomon. Ne hai sentito parlare, soprattutto come di un testo ostracizzato dall’establishment politicamente corretto, ma non avevi capito che si tratta di una sorta di autobiografia piuttosto che di un romanzo. Non lo avevi preso in considerazione proprio per questo motivo, e non per la presunta scorrettezza: al prezzo di un caffè, tuttavia, e visto il perfetto stato del volume, lo si può imbarcare. A casa naturalmente lo sfogli, e ti rendi conto che hai in mano una di quelle storie nelle quali potrebbe comparire all’improvviso Corto Maltese, di quelle mai raccontate, o che comunque non hai mai trovato nella storiografia ufficiale. Finisce che il libro lo divori, ma solo per avvertire una nuova fame. Per la breccia aperta su un periodo e su un’area che conoscevi solo confusamente passano delle sinapsi, si attiva un circuito, si affollano le reminiscenze, tornano alla mente altri titoli che potrebbero avvalorare o ampliare quel racconto. Non solo. Ti accorgi anche che la vicenda incrocia in più punti percorsi già intrapresi molti anni fa, e va insomma ad integrare, ad infittire la rete di connessioni che copre sempre più strettamente gli scaffali della tua biblioteca.

Rinvenimenti di questo tipo mi mandano in fibrillazione. È come quando acquisti un attrezzo agricolo nuovo. Appena mi sono dotato, recentemente, di una motosega leggera, di quelle che si usano con una sola mano, ho scoperto attorno a me tutto un mondo vegetale che chiedeva di essere potato, capitozzato, sistemato. Mi sono aggirato per due giorni nel bosco e nel frutteto invaso da un sacro fuoco amputatorio. Ho dovuto frenare l’entusiasmo per non cimare anche gli steccati e i pali delle pergole. Allo stesso modo, un libro apparentemente superfluo può resuscitarne mille altri.

In alcuni casi certamente l’acquisizione non è del tutto casuale. Si tratta spesso di libri che consideravi “minori” o marginali rispetto ai tuoi interessi, ma che comunque già avevano con quelli una connessione. Per altri invece la sorpresa è totale: sono cose che magari hai preso solo per arrivare ad una cifra tonda, e appena varcata la soglia dello studio cominciano inaspettatamente a dialogare a destra e a sinistra con i vicini di ripiano.

 

Si è ribaltato tutto. Questo è accaduto. Prima l’offerta rispondeva a uno stimolo, ora lo crea. A ben considerare è il meccanismo tipico della società dei consumi (compreso il tre per due euro), che induce bulimia, eccita la curiosità, anziché soddisfarla, e porta alla dispersione. Ma non è del tutto così. Perché i libri, o almeno i libri che raccolgo io, non sono un prodotto usa e getta. Al contrario, li recupero dagli scarti nei quali qualcuno li aveva gettati, li sottraggo al macero, in vista di un “consumo”, anzi, di un impiego, molto lento. E si integrano perfettamente nella polifonia che arriva dai miei scaffali.

Ecco che una logica si disegna: prendo solo ciò che “sento” essere possibili tessere di quel grande mosaico del sapere che ho in testa, dalle quali mi attendo frammenti di immagine inaspettati e rivelatori. Ogni nuovo tassello contribuisce a definire la mappa, ma non la completa: piuttosto la espande in altre direzioni.

 

 

È vero però che in questa bulimia gioca anche un’altra componente: la sindrome collezionistica, quantitativa. Ho tanti libri perché mi piace averne tanti, e per quanti già ne possieda, e a dispetto del fatto che non so più dove ficcarli, vorrei possederne di più. Un amico mi raccontò, mezzo secolo fa, di aver visto in casa di Franco Antonicelli oltre ventimila volumi, stipati per ogni dove, persino nel bagno (oggi sono patrimonio di una fondazione a lui intitolata). Di Antonicelli sapevo poco, ma quella rivelazione lo ha fatto balzare in testa alle mie classifiche: dove peraltro è rimasto, dopo che naturalmente mi sono affrettato a cercare notizie e a leggere le cose sue. Credo sia stato lui, indirettamente, a convincermi che quella era la mia strada. Ventimila era un numero molto alto, ma possibile. E così, una delle mete che mi proponevo a vent’anni era di arrivare a possedere una biblioteca come la sua.

Quando parlo di un movente “quantitativo” non intendo comunque un accumulo indiscriminato: la quantità è interna e funzionale ad una qualità. Da anni raccolgo ormai quasi solo saggistica, e non tutta. Per alcune aree il mio interesse è molto tiepido (l’economia) o quasi nullo (la psicanalisi, il mondo dello spettacolo, la critica d’arte “militante”, ecc.), ma anche negli altri ambiti sono alquanto selettivo. Ad esempio, non prenderei i libri di Zichichi o di Alberoni nemmeno se l’euro lo dessero a me.

La quantità ha anche una sua valenza estetica (in senso kantiano, di percezione sensoriale). Può sembrare strano ma è così. Paperone godeva a tuffarsi tra i dollari del suo deposito. Anch’io mi immergo, e godo a guardare i dorsi dei miei libri, che sono tante madeleine. L’unico rammarico è di non averli tutti in un’unica sala: potrei far scorrere lo sguardo ininterrottamente per ore, fermandolo ogni tanto, e dicendo: “Ah, eccoti!”

 

 

La coazione all’accumulo (librario), assieme all’origine contadina (o come diretta conseguenza di quest’ultima), è tra le ragioni che mi hanno sempre impedito di aderire convintamente ad ogni concezione “comunistica”. Come contadino non ho mai creduto nella collettivizzazione della terra, come giovane romantico inorridivo all’idea di una comunione delle donne, ma soprattutto come bibliofilo non potevo assolutamente concepire un possesso comune dei libri. E nemmeno ho fatto molto affidamento sulle biblioteche pubbliche (che peraltro dalle mie parti non esistevano). Quando un libro o un attrezzo per i lavori agricoli o per il fai da te mi servono voglio averli disponibili subito e a tempo indeterminato. Ho quindicimila libri (Antonicelli è ancora lontano, devo darmi una mossa o smettere di fumare, per cercare di campare altri vent’anni), tre motoseghe, tre trapani, due decespugliatori, una decina di serie di chiavi inglesi e cacciaviti e brugole di tutte le misure. Sono le mie protesi.

Ciò non mi ha comunque impedito di far circolare i miei libri (e di mettere a disposizione degli altri le mia attrezzature). Ho tenuto per anni un libro mastro dei prestiti, sono arrivato ad avere contemporaneamente in giro una sessantina di volumi, molti non li ho più visti tornare: ma questo non toglie che quei libri continuino ad essere miei. Quando non mi affanno troppo per riaverli è perché penso possano essere più utili a chi li ha in uso che a me: e in quel caso, se capita l’occasione, non ho problema a ricomprarli.

La cosa davvero importante, in definitiva, è che la tessera sia già stata inserita nel mosaico, abbia già coperto il suo spazio bianco, la sua piccola porzione di terra incognita. Parafrasando Ungaretti, è la mia testa la biblioteca più affollata.


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Mappe

di Paolo Repetto, aprile 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Nell’ultimo mese ho letto due libri che già nel titolo parlano di mappe: Le dieci mappe che spiegano il mondo e La storia del mondo in dodici mappe. Il primo tratta di geopolitica e individua dieci aree critiche, di possibile scontro futuro. Il secondo racconta invece come il mondo è stato rappresentato a partire dall’antichità, e spiega tanto le scelte di metodo nella rappresentazione quanto quelle di contenuto. Uno ci dice come siamo messi, l’altro come ci siamo arrivati.

Le mappe tirano (letteralmente): sono stati editi recentemente diversi atlanti dei paesi fantastici, dei luoghi sognati e di quelli letterari, dei luoghi maledetti e di quelli insoliti e curiosi, ecc …, che sono in realtà dei pretesti per cartografare la geografia del bizzarro. Ma in effetti, al di là della loro occasionale e transitoria popolarità, le mappe offrono una significativa metafora della nostra conoscenza, dei suoi progressi e dei suoi limiti (e, nei casi sopra citati, delle sue stravaganze).

Una mappa non è il mondo, ma è una descrizione del mondo. Riassume ciò che noi vediamo, o ci interessa vedere, o vorremmo vedere. Possiamo considerare mappe anche i modelli di rappresentazione visiva utilizzati in ogni tipo di scienza: il classico schema fisico dell’atomo o una sequenza del genoma arrivano a descrivere ciò che non potremo mai vedere. Come ogni descrizione, naturalmente, la mappa è più o meno ingannevole e imprecisa, e comunque sempre incompleta. Quella geografica può dirti ad esempio che distanza c’è tra un luogo e l’altro, se il territorio è pianeggiante o montuoso, se è savana o foresta o deserto, persino se in genere se piove o fa bello o è caldo o freddo, ma non ti dice se ci sono zanzare, o serpenti tra l’erba, o ponti traballanti, cose che ai fini del comportamento, dell’equipaggiamento e dei tempi di percorrenza da mettere in conto fa una bella differenza. Lo stesso vale per quelle scientifiche: anche le rappresentazioni visive della struttura del DNA o delle particelle atomiche non indicano uno stato della materia, fotografano un istante di un suo percorso.

Io volevo parlare però delle rappresentazioni grafiche, oggi anche quelle digitali, del territorio. Ho sempre amato le mappe, e le carte geografiche in generale, senza attendere che tornassero di moda. Ho disegnato quella de L’isola del tesoro già a otto anni, e ho scoperto sessant’anni dopo che Stevenson per scrivere il suo capolavoro era partito proprio da una mappa fantastica creata assieme al padre. Ho riempito album interi, alle elementari, cercando di ricostruire la topografia di Mompracem, ho imitato le cartine essenziali dell’Arizona disegnate da Galeppini per Tex, ho tracciato quelle dei percorsi di lunghe camminate negli Appennini e nelle Alpi. Oggi ho diversi scomparti pieni di carte stradali di tutto il mondo, di itinerari sentieristici dei parchi e delle vallate alpine, di carte nautiche e militari, di riproduzioni di antichi portolani, e più in generale di carte politiche e fisiche, di diverse epoche e su diverse scale (una, molto grande, rappresentante l’Europa e datata 1848, campeggia in una parete del mio studio), di planetari e di mappe del cielo di entrambi gli emisferi. Oltre naturalmente a innumerevoli atlanti, compresi quelli storici e quelli dedicati alla geografia fantastica.

Che senso ha questa passione? Voglio dire, al di là della mia specifica compulsione maniacale alla raccolta, cosa cerca uno in queste carte?

Credo che il tutto sia legato all’ansia del controllo totale (la sindrome di dio). Da quando ho capito, molto presto, che non avrei potuto comunque vedere tutto il mondo, cosa impossibile anche a volercisi dedicare a tempo pieno, ho risolto di concentrarmi sulla sua rappresentazione. Ho seguito in fondo l’esempio di Ariosto e ho preso alla lettera Schopenhauer: il mondo come rappresentazione, e anche come volontà, perché sulla mappa il mondo uno lo ricostruisce come vuole. Lo possiede, e allo stesso tempo se ne sta fuori. Un vero controllo si può esercitare solo dall’esterno. E solo su ciò di cui si è unici e assoluti creatori.

Al di là comunque dell’improbabile lettura psicanalitica, le carte hanno sempre esercitato su di me un’attrazione per il loro carattere illustrativo, iconografico, a partire dalle suggestioni cromatiche. In quelle grandi, scientifiche, segnatamente in quelle fisiche, a raccontare il mondo sono le diverse sfumature di colore, dal bruno al verde fino al giallastro dei deserti. Quando ancora tappezzavano le pareti delle aule le avevi davanti agli occhi tutti i giorni, per anni: non potevi uscire dalla quinta elementare senza avere impresse nella memoria le dorsali marrone scuro, con frequenti chiazze bianche, delle Montagne Rocciose e delle Ande, delle Alpi e dell’Himalaya, le linee azzurre del Nilo o del Rio delle Amazzoni, la macchia blu profondo della fossa delle Marianne. Anche il più zuccone dei miei compagni distingueva il Caucaso dai Pirenei, competenza che oggi non possiamo chiedere alla gran parte dei nostri parlamentari.

Lo stesso valeva per la geografia politica: credo esistesse per i colori da assegnare ai singoli stati una convenzione, per cui l’Italia era in genere verde, la Spagna gialla, la Francia marroncina e l’Inghilterra (ma anche la Svezia), chissà perché, rosa. Il più appropriato era il verde intenso dell’Irlanda, mentre alla Germania, est e ovest, veniva riservato un lilla molto anonimo.

Erano, tranne che per l’eccezione irlandese, sempre tonalità di colore decisamente tenui, per consentire la lettura delle scritte. Col tempo le tinte si sono sbiadite, e in una carta europea della metà del secolo scorso che ho recuperata in un mercatino il continente appare unificato da una colorazione quasi indifferenziata. Avrebbe potuto essere la metafora di un sogno, invece lo è soltanto della sua progressiva insignificanza. L’associazione cromatica facilitava comunque di molto il riconoscimento e la memorizzazione: nessuno confondeva la Cecoslovacchia gialla con l’Ungheria rosa (in questo caso ero convinto dipendesse dagli allevamenti di maiali). Ma bisogna ammettere che il quadro era molto più semplice, soprattutto nell’est europeo e nell’Asia centrale.

La convenzione si applicava naturalmente anche nelle carte d’Italia, nelle quali il rosa se lo assicuravano la Liguria e la Puglia, mentre il verde spettava di diritto nella variante più intensa alla Valle d’Aosta e in quella pastello alla Lombardia. Il Piemonte era vestito di un triste grigioverde, forse in memoria del militarismo sabaudo.

Guardare una carta, meglio ancora un planisfero, è come vedere il mondo da un satellite, ma in realtà è molto più coinvolgente, perché non ci sono nubi a nascondere la superfice e i colori sono netti e intensi, mentre dal vero si stenta a distinguere la terraferma dell’oceano. Ho visto alcuni nuovi atlanti corredati di carte ricavate dalla rilevazione fotografica, e sono un vero pianto: ci si capisce niente e non stimolano la fantasia. Viene meno proprio la caratteristica fondamentale della carta, che è quella di darti le indicazioni di massima e lasciarti poi libero di immaginare e ricostruire il tutto. Peggio che mai le mappe satellitari del web, che ti paracadutano direttamente nei luoghi, ancorandoti brutalmente alla realtà. Provate a visitare le cascate del Niagara o le Victoria Falls con Google Earth, magari in 3D: viste virtualmente perdono ogni fascino, ogni mistero. L’abissale ignoranza e l’assoluto disinteresse delle nuove generazioni per la geografia non sono casuali.

Nel tipo di rappresentazione geografica che maggiormente mi intriga ci sono però anche altre attrattive, peculiari soprattutto di quelle che più comunemente sono classificate appunto come mappe, per distinguerle dalle carte geografiche. Sto parlando di quelle cartine particolari, a volte molto schematiche, altre volte ricchissime, che non pretendono di fornire una qualche descrizione scientifica o politica del territorio, ma ne danno una interpretazione emozionale, dettata da paure, ambizioni, speranze, complotti, missioni. Quella dell’isola del tesoro è senz’altro la più famosa, ma potrei ricordare le decine di altre sulle quali ho viaggiato e fantasticato, da quella della Terra di Mezzo disegnata dallo stesso Tolkien alle carte redatte dal capitano Rogers in cerca del passaggio a nord-ovest, alle infinite varianti dell’isola di Utopia. Queste sono mappe animate, dove ogni elemento fisico diventa un segnale e un simbolo, ogni fiume un confine o una via, i sentieri portano al pericolo o alla salvezza. Ciò che in esse conta è che forniscano i dati veramente essenziali per costruire una determinata storia. I segni devono essere semplici, chiari, inequivocabili, indicazioni concrete per un orientamento a vista: qui le montagne, con le gobbette o piramidi, qui la foresta, con i tre alberelli, qui il fiume, col ponticello che lo attraversa o con le pietre del guado, là il villaggio o il fortino, e poi, finalmente, la fatidica crocetta che indica il tesoro (o la tana del nemico da espugnare). In alto a sinistra, o in basso a destra, la rosa dei venti.

A dieci anni ero già riconosciuto dal gruppo come cartografo ufficiale, qualifica che rafforzava la mia ambizione a guidare ogni banda paesana. Nessuno sapeva disegnare rose dei venti come le mie, o bruciacchiare i bordi della carta e antichizzarla col fumo e macchie di grasso, oppure ideare simboli e riferimenti segreti sempre nuovi. Mappavo tutto, e una volta, partendo da una carta in scala 1:5000 dell’IGM, ottenni una rappresentazione del territorio di Lerma che lo faceva sembrare il mondo di Narnia. Può apparire un’abilità di scarso rilievo, invece era fondamentale: c’è una bella differenza tra entrare nelle cantine del castello e avventurarsi nei sotterranei della Fortezza Maledetta, tra giocare nel boschetto della Cavalla ed essere dispersi nella Foresta Tenebrosa, tra fare il bagno al Piota e affrontare le Rapide della Morte.

Darei qualunque cosa per ritrovare quella mappa: nella memoria, e non solo nella mia, è impressa come un capolavoro. Forse anche perché è rimasta l’ultima, o forse perché più in là non si poteva davvero andare. Ma non si tratta solo di questo: il fatto è che c’erano indicati, con le crocette, anche i luoghi dove avevamo sepolto il tesoro, un sacchetto di monete fuori corso che magari oggi varrebbero una fortuna, e nascosto le armi, tra le quali anche il mio Bengala a canne sovrapposte. Che io sappia nessuno è più andato a recuperarli. Il tempo era scaduto.

Abbiamo seppellito un mondo e il pezzo migliore della nostra vita, e da allora, malgrado tutti gli sforzi, non siamo riusciti a ritrovarli. La verità è che, alla faccia del revivalismo, non siamo più capaci di leggere le mappe.


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Dell’arte come esemplarità

di Paolo Repetto, 2 maggio 2018

28 aprile 2018

bentrovato. sarò brevissimo. facendo seguito a quanto anticipato telefonicamente, sarebbe mia intenzione organizzare una mostra, non troppo convenzionale, avente come tema il dolore (ovviamente nelle molteplici accezioni e sfumature). Alcuni lavori sono già esistenti, altri in fase di realizzazione … e di condivisione … critica. Se a te facesse piacere sarei lieto di averti come compagno di avventura nelle vesti che tu ritieni più consone.

Ti allego il minicatalogo che ha realizzato mio figlio in occasione della mostra Artevicenza 2018 alla quale ho partecipato, confidando in un tuo contributo critico e, perché no, in un incoraggiamento (dato il momento …). Ti saluto e ti auguro un buon primo maggio. Roberto

Carissimo Roberto,

ho letto la tua mail e ho visto il catalogo, e stasera riesco finalmente a risponderti con un po’ di calma. Se ho capito bene gradiresti un mio coinvolgimento “critico” nell’iniziativa che stai varando. Sono senz’altro lusingato dall’offerta, ma devo manifestarti alcune perplessità, che non riguardano il merito delle tue opere, ma qualcosa di molto più complesso che sta loro alle spalle.

Da quello che ho visto, tu interpreti l’arte come una forma di testimonianza e di denuncia. Uno strumento per scuotere e svegliare le coscienze, per mantenerle vive e vigili di fronte al male del mondo. Non è un caso che il tema della tua ricerca sia il dolore. Tutto questo nelle intenzioni va benissimo. Ma, al di là della tua personalissima presa ed espressione di coscienza, che naturalmente ha comunque un valore di per sé, ritieni che negli altri possa sortire qualche effetto? E, ciò che soprattutto mi preme, che sia questo il senso dell’arte?

Io qualche dubbio lo avrei. Intanto, sugli effetti. Tutta l’arte contemporanea (la faccio iniziare dall’Espressionismo, ma volendo si può risalire anche un po’ indietro, agli impressionisti) si propone come arte di denuncia. In un primo momento solo dei limiti del nostro sguardo, poi dell’indifferenza o del sonno della nostra coscienza. Si è tradotta quindi in una operazione continua di avanguardia, il che se ci pensi bene è un controsenso, è l’equivalente di quella immagine manzoniana per cui se tutti si alzano in punta di piedi per vedere meglio è come se tutti rimanessero coi talloni a terra. Le avanguardie sono tali solo se dietro arriva il grosso: un esercito di sole avanguardie è un assurdo. Può scompigliare, se tutto va bene, momentaneamente il nemico. Se tutto va bene, dicevo: perché c’è anche il rischio che le avanguardie si disperdano nella loro fuga in avanti, e finiscano per fare una loro guerra sterile, diventando fini a se stesse e autoreferenziali. Soprattutto quando intervengono altri fattori, che nel nostro caso possono essere ad esempio la subordinazione alle regole di un mercato multiforme o la presenza di altre tecniche di produzione o di modalità d’uso dell’immagine che hanno un impatto ben maggiore.

Mi spiego meglio. Tu hai scelto come tema il dolore. Scelta lodevolissima, ce n’è tanto nel mondo e non ne abbiamo mai sufficiente coscienza. Per parlarne, per indurre alla riflessione, hai in mente una mostra, che è comunque un evento, e come tale rientra nel circuito di una serie infinita di eventi, molti dei quali peraltro incentrati sullo stesso tema (esiste, ho scoperto, anche un festival della disperazione). Non dico che ne fai biecamente “spettacolo” come nei salotti della tivù pomeridiana, o nelle spregevoli pubblicità delle fondazioni caritative: anzi, l’intento sarebbe esattamente l’opposto, sarebbe quello di incidere con un segno che non sia leggero e ruffiano, che urtichi magari chi lo vede e gli imponga di grattarsi l’anima attorno alla puntura. Ma quale pensi sia, in definitiva, il risultato? Siamo talmente sommersi da immagini e da speculazioni sul dolore, così come, allo stesso modo, sulle ferite all’ambiente, sulla violenza dilagante, sull’imbecillità trionfante, da esserci ormai assuefatti: e in più, anche quando rimaniamo consapevoli che tutta questa bruttura esiste realmente, che non è solo un ingrediente morboso per giochini virtuali, sappiamo che ci viene proposta attraverso le regole di un mercato, che viene trattata e commercializzata come un qualsiasi prodotto industriale da consumarsi alla veloce. Qualsiasi “evento”, mostra, festival, convegno di premi Nobel o sagra paesana, è uno scaffale da supermarket, allo stesso modo di una trasmissione televisiva o di un sito sul web, indipendentemente dal fatto che la merce esposta rechi un’etichetta col prezzo o meno.

Aspetta a sbuffare. So di dire cose ovvie, ma forse meno ovvia è la direzione verso la quale vado a parare. E comunque, a questo punto sarebbero legittime almeno un paio di tue obiezioni. Le anticipo io, così sgombriamo il terreno da fraintendimenti e arriviamo poi al punto chiave. La prima obiezione riguarda il fatto che l’arte è inserita da sempre, e non solo da oggi, in un circuito commerciale. Lo era ai tempi di Fidia, e prima ancora, così come lo è stata nel Rinascimento e in ogni altra epoca. È verissimo: l’artista ha sempre risposto alle richieste di committenti, fossero la chiesa o i potenti o i benestanti di turno. Forse oggi è cambiato solo il meccanismo, per cui è ormai l’offerta a condizionare la domanda, e ciò rende l’artista in apparenza più libero. Ma in realtà lo rende solo superfluo. Un tempo la funzione dell’artista era cruciale: era l’unico produttore di immagini, e quelle immagini avevano un potere comunicativo e condizionante immenso, quale che fosse la causa che promuovevano. Oggi la produzione di immagini è alla portata di tutti, e il moltiplicarsi di queste ultime ne cancella paradossalmente il peso.

Non solo: un tempo quelle immagini, proprio per lo scopo al quale erano subordinate, dovevano essere “accattivanti”. Dovevano piacere, prima e piuttosto che far pensare: tanto meglio funzionavano quanto più erano esteticamente gradevoli, ovvero accettabili rispetto al senso comune diffuso del “bello”. Persino quelle orrifiche, gli inferni di Bosch o i giudizi universali, giocavano sulla bellezza del contrappasso, dell’assurdo conclamato e speculare rispetto a quel senso comune. Erano comunque inserite in un gioco equilibrato di specchi, in trittici che risolvevano il male o la meschinità del reale entro una superiore armonia celeste. Alcune di quelle immagini finivano però per trascendere gli scopi della committenza, e qualche volta persino gli intenti dell’autore, per assumere e per trasmettere un significato che andava ben oltre le contingenze politiche e religiose e il sottofondo culturale nel quale erano nate. Per motivi diversi, ma tutti riconducibili poi ad uno soltanto, quelle immagini testimoniavano l’esistenza nell’animo degli uomini di una aspettativa di bellezza che vinceva il trascorrere del tempo e dei gusti. E su questo tornerò.

Passo invece alla seconda obiezione, che riguarda lo specifico della modalità espressiva. È chiaro, siamo assuefatti alle istantanee dell’orrore rubate dai reporter di guerra, ai documentari sulla miseria, sulla sofferenza, sull’ingiustizia, sulla violenza, sulla catastrofe ambientale al punto da riuscirne a volte persino infastiditi. Ma la pittura racconta in modo diverso: quella come la tua richiede ad esempio uno sforzo di decodificazione, di interpretazione, insomma, una complicità: non dovrebbe avere a che vedere con l’assuefazione alle immagini. Dovrebbe giocare sullo “scandalo” non dei contenuti, ma delle forme in cui questi contenuti vengono suggeriti. Di qui Burri e Manzoni, e le performance sadiche della Biennale o le “provocazioni” di Documenta, insomma, tutta quella roba li, concettuale o concettuosa o semplice paccottiglia, di cui si è riempito tutto il secondo Novecento. Ebbene, credi che qualcuno si scandalizzi ancora? Quando poi, quotidianamente, la realtà va ben oltre ogni possibile e pensabile provocazione, oltre ogni paventabile e profetizzabile orrore?

Questo a mio giudizio vale, pur con tutti i dovuti distinguo, anche per la tua scelta espressiva. Le tue piccole continue tracce ematiche escono sconfitte dalla quantità industriale di sangue sbattuto in faccia allo spettatore in una qualsiasi sequenza di un telefilm proposto all’ora dei pasti. D’accordo, il contesto è ben diverso, dovrebbero andare a contrapporsi proprio a quella esibizione spettacolare, grottesca e banalizzante del tragico: ma, non avertela a male, non è così. Non lo è più. Temo che le tue opere saranno digerite senza difficoltà alcuna da stomaci assuefatti a ben altro, e che non si andrà oltre il “mi piace”, il “non mi piace” o il “che cavolo mi rappresenta?”.

E questo ci porta al dunque. Non vorrei essere frainteso. Non ti sto dicendo di lasciar perdere e di dedicarti ad altro (l’ho fatto con un tuo compagno, si, proprio lui, Mirco, tanti anni fa, e ancora oggi ironicamente me lo rinfaccia – ma io rimango convinto di quel che dicevo). Sto semplicemente sostenendo che per me l’arte, oggi più che mai, dovrebbe tornare al suo vecchio ruolo. Che è poi quello di testimoniare la possibilità della bellezza. L’arte è (dovrebbe essere) il regno della libertà, quindi entro i suoi confini ciascuno dovrebbe sentirsi libero di testimoniare ciò che vuole (quali siano, e se ci siano, questi confini, è un discorso troppo complicato per lo spazio di una lettera: sappi comunque che per me esistono, anche se non seguono affatto le linee tracciate dalla critica ufficiale). Ma si è liberi solo quando si possiedono i mezzi, ovvero le competenze, che consentano una scelta vera, e quando si ha un’idea di cosa fare della propria libertà. Bene: le competenze tu le hai. Hai sensibilità, ha una cultura artistica alle spalle, hai padronanza tecnica. Puoi scegliere di fare ciò che vuoi: e dai anche l’impressione di saperlo, quello che vuoi.

Ma qui, se me lo consenti, mi inserisco io, che ho scelto un altro ruolo, quello in cui mi hai conosciuto, di insegnante “pungolatore”: e ti suggerisco di alzare lo sguardo da terra, dove certamente non puoi vedere altro che fango e polvere e tracce di sangue, e di provare a guardare ad altezza d’uomo, o magari anche un po’ più in su (ma non troppo, perché allora l’uomo lo perdi di vista). Cosa rimane di tutta la produzione artistica del passato? O meglio, cosa percepiamo come “artistico”, che nel senso comune vale tout court come “bello”, al di là del condizionamento dei canoni culturali entro i quali siamo stati educati, o delle particolari sfumature di gusto con le quali ogni epoca colora la sua percezione? Perché rimango affascinato nella stessa misura, anche se non allo stesso modo, da una statua di Prassitele, da un Budda thailandese o da un totem degli indiani Abenaki? Perché credo esista un “gusto” universale, una idea “originaria” di bellezza comune a tutti gli uomini, che è stata ed è declinata in varie maniere, ma è comunque immediatamente (cioè senza mediazioni) percepibile, prima e a dispetto di qualsiasi analisi. È la stessa idea di bellezza che mi pervade fino allo struggimento davanti ad uno stupendo scenario naturale, sia esso il mare o un deserto o una vallata alpina, e che ha indotto lo stesso sentimento probabilmente già nei primi sapiens. Questa idea esiste, a dispetto di tutto il relativismo dei valori estetici e il decostruzionismo e il postmodernismo predicati negli ultimi decenni. Potrei persino cercare di spiegarla (è fatto molto bene in un libro che ho letto di recente, Una bellissima domanda, di Frank Wilczec) chiamando in causa una disposizione biologica per certi equilibri cromatici o volumetrici, per certi rapporti di tonalità sonore, per certe combinazioni chimiche di sapori o odori, ecc… Ma mi basta sapere che esiste, che ha a che fare con l’equilibrio e l’armonia, e ci dice che noi proprio quello vorremmo. Questo desiderio, questo struggimento, la sensazione che ci stiamo perdendo qualcosa di meraviglioso, giustamente connaturata al nostro status di esseri transitori, ci suggeriscono una direzione. Vedere, riconoscere, amare il bello, ci stimola a raggiungerlo, a realizzarlo a difenderlo. Diventa un valore etico.

Questo credo sia lo scopo dell’arte (non necessariamente quello degli artisti, che possono anche perseguirlo inconsapevolmente, mentre credono di essere alla ricerca d’altro): far intravvedere un mondo migliore, delle alternative a ciò che in questo, in quello reale, non funziona. A documentare l’orrore, il negativo, ci pensano già i telegiornali e tutti i loro corollari. Anzi, l’orrore “sono” i telegiornali. E chi vuole coglierlo non ha bisogno, a mio parere, di essere costretto alla riflessione. Dovrebbe bastargli guardarsi attorno. L’arte deve invece parlarmi d’altro. E quando è davvero tale, lo fa anche l’arte contemporanea. Non è necessario scomodare Raffaello o il beato Angelico. In una composizione geometrica di Mondrian i colori sono distribuiti secondo una perfetta proporzionalità di quello che potremmo chiamare il loro peso specifico. Ne consegue una sensazione di equilibrio che appaga il mio occhio, ma non addormenta la mia coscienza. Crea un parametro ideale al quale rapportare tutta la realtà che sta fuori, e che mi consente di cogliere più evidenti, e meno tollerabili, gli squilibri. Kandinsky getta poi una pietra sulla composizione, e i colori schizzano sulla tela da tutte le parti: ma il loro rapporto “quantitativo”, il loro equilibrio, rimane lo stesso, e io lo percepisco. Il che significa che quando poi guardo al mondo che mi circonda non pretenderò che i colori siano divisi da linee, muri, confini, intruppati negli stessi poligoni, ma solo che siano distribuiti in maniera armonica.

Sto parlando di una tensione verso l’ideale che un tempo si chiamava utopia, e che oggi non abbiamo più il coraggio di chiamare così per l’abuso e lo strazio che del termine è stato fatto. Ecco, l’arte per me deve essere la garante di questa tensione, deve fare si che non venga mai meno, e che conservi al tempo stesso la consapevolezza di essere sogno, perché non si trasformi in incubo. Deve raccontare la bellezza in ogni sua possibile manifestazione, per non consentire a che ci rassegniamo a perderla. Vedi, sarò sacrilego, ma non credo affatto che Guernica sia il miglior manifesto possibile contro gli orrori della guerra (al di là del fatto che nemmeno un decimo di coloro che lo conoscono, che l’hanno visto almeno una volta, sa a che guerra e a che episodio si riferisca). Credo invece che se abituassimo sin dalla culla i nostri pargoletti a conoscere e riconoscere il Bello (pensa alle illustrazioni di Dulac o di Rackam per i libri di fiabe, o di Doré per il Don Chisciotte; pensa ai film di John Ford) e arginassimo un po’ i danni creati dal cinema, dalla televisione, da internet, dalle visite scolastiche al Parlamento, opponendo loro una “estetica positiva”, una estetica dell’esemplarità, ne faremmo degli esseri felicemente disadatti. E il manifesto migliore contro la guerra diverrebbe la Primavera del Botticelli. Il dolore lo conosceranno, purtroppo per loro, molto presto. Forse dovremmo offrire degli spiragli di idealità, per affrontarlo.

Ti renderai conto, a questo punto, che i margini per un mio “intervento critico” rispetto alla tua opera sono piuttosto ridotti. E non solo rispetto alla tua opera, ma a tutto ciò cui oggi è riconosciuto lo statuto artistico, anche al netto delle operazioni più sfacciatamente commerciali o della paccottiglia contrabbandata dalle gallerie. Ciò non significa affatto che non sia interessato a discuterne: ma sulle mie convinzioni sono rigido come i Cinque stelle. Mi auguro comunque che il nostro dialogo non si interrompa qui: una delle forme più alte di bellezza è rappresentata dai dialoghi di Platone, dove si, è vero, tutti in realtà sono già d’accordo sin dall’inizio, ma le argomentazioni con le quali si raggiunge e si giustifica questo accordo rimangono affascinanti. In scala (molto) ridotta, questo può valere per qualsiasi dibattito.

A presto, Paolo

 

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