Riconosciute assenze

s’intravvede, ma non si vede

di Fabrizio Rinaldi, 8 aprile 2018

L’applicazione della tecnologia digitale alle macchine fotografiche e l’uso diffuso di software di fotoritocco hanno semplificato il gesto del fotografare fino a generare una polluzione incontrollata di immagini, per lo più ordinarie, che ci sorbiamo nostro malgrado e che rispondono a un artificioso bisogno indotto dalla modernità: quello della “spettacolarizzazione di sé” e della condivisione in rete della propria squallida quotidianità.

Questa ossessione ha contribuito ad uniformare verso il basso molti aspetti del gesto fotografico, da quelli tecnici relativi al marcato bilanciamento dei colori e ai loro contrasti a quelli contenutistici, relativi alla scelta dei soggetti. Nel novantanove per cento dei casi ad essere ritratto è chi fotografa (selfie), oppure sono familiari, animali domestici, tramonti, edifici, o ancora, “eventi” che si pretendono tali solo perché l’immagine è opportunamente mirata a suscitare una qualche reazione emotiva (per lo più di pancia – o giù di lì).

L’inflazione d’immagini fa si che queste raramente rimangano nella memoria, poiché non suscitano particolari emozioni né in chi le produce, né in chi le guarda. Va così persa una peculiarità fondante del fotografare, ossia l’essere una raffigurazione concreta di un pensiero.

La semplificazione del processo fotografico pone interrogativi a chi, come me, vorrebbe continuare a scattare senza cadere nelle mediocrità del già visto e ambisce a produrre immagini che, almeno a livello personale, trasmettano una qualche tensione emotiva.

Vedere e fotografare, nell’accezione più pura, significa esser consapevole dell’“unicità” di ciò che si sta guardando, che è tale in un tempo concluso, ovvero in quel preciso momento, scegliere di fermare quell’istante e di fissarlo attraverso il mezzo fotografico. Questo gesto richiede una – seppur mediocre – padronanza tecnica, la capacità di mettere a fuoco e isolare il soggetto all’interno dello spazio che occupa, la percezione istintiva della quantità di luce necessaria ad evidenziare ciò che l’obiettivo inquadra, ma soprattutto una buona dose di lucidità e di distacco: ovvero un coinvolgimento emotivo controllato, almeno un po’. È senz’altro necessaria anche una certa presunzione nel riproporre soggetti che quasi sicuramente sono stati fotografati da altri molto più bravi. Basta fare una ricerca in rete per vedere foto davvero belle che fissano quel paesaggio, quel fiore o quello scorcio che ci apprestiamo a fotografare.

Quindi, dobbiamo prevedere nell’equipaggiamento una borraccia piena di presunzione. Ci tornerà utile quando, individuato il soggetto, ci verranno in mente le immagini scattate da fotografi più o meno titolati. Per una frazione di secondo esiteremo prima di schiacciare l’otturatore. Ma a quel punto, bevuto un sorso dalla borraccia, scatteremo la “nostra” foto che regalerà a noi – forse solamente a noi – un briciolo di emozione. Se poi non è paragonabile alle calle di Tina Modotti, ai panorami di Ansel Adams o ai nudi di Man Ray, chi se ne frega!

Piuttosto, una volta premuto l’otturatore avremo l’illusione d’aver fissato quel momento in un’immagine senza tempo: ma non è così.

Anzitutto perché, come detto prima, la memoria diffusa delle immagini è labile e a brevissimo termine, proprio per la quotidiana indigestione che ne facciamo: quindi presto scorderemo quei fotogrammi, che difficilmente si raccomanderanno nella memoria collettiva per una loro intrinseca rilevanza o per le loro qualità estetiche.

C’è poi l’aspetto connesso all’hardware su cui sono conservate le tanto care foto. Il tempo continua a scorrere per noi, ma anche per loro. Apparentemente le immagini rimangono inalterate, ma sia nei file digitali, sia nelle stampe fotografiche è in atto un continuo deterioramento. E a dispetto di ciò che si pensa, se sono immagazzinate in bit il deterioramento sarà ancor più veloce di quello delle fotografie cartacee: si potrebbe guastare l’apparecchio su cui sono conservate, potrebbero esser dimenticate e quindi in un secondo momento cancellate, o, in un continuo copia-incolla, è sufficiente la perdita di qualche “zero” o “uno” per rendere illeggibili i file.

La consapevolezza di questa precarietà, insieme all’importanza che diamo a ciò che viene inquadrato nel mirino della reflex, ci dovrebbero render maggiormente coscienti del “momento fluttuante” che ci accingiamo a fotografare. In questo modo dovrebbe risultare più facile realizzare foto che abbiano una possibilità di rimanere per un po’ nel ricordo, almeno nel nostro.

Quando metto mano alla macchina fotografica mi scopro ad inquadrare per lo più soggetti che escludono la presenza umana. Preferisco soffermarmi sulle tracce riconoscibili del suo passaggio: la sua interazione col territorio, le sue opere, le sue manipolazioni e le sue dimenticanze.

Cerco insomma la “pregnanza” umana che il manufatto, il paesaggio o l’edificio rivelano, che hanno assorbito – magari in tempi antichi – dai loro costruttori. Allora fotografo balconi, finestre, barche dismesse, legni e ferri abituati al lavoro umano, angeli di pietra che sorvegliano gli ingressi, fontane, porte, terrazzamenti e così via, alla ricerca della seduzione di cui l’autore ha impregnato – intenzionalmente o meno – quel manufatto. Oppure perseguo l’incanto inatteso che a volte il degrado e l’abbandono regalano alla materia creata dall’uomo: ad esempio le croste sui muri di vecchie case, sui quali il decadimento fa scaturire la bellezza di una semplice ed autentica disarmonia.

Ho difficoltà invece a fotografare volti: non per superstizione aborigena, ma per la convinzione che ritrarli presupponga un’esposizione del soggetto alla violenza inferta dallo scorrere del tempo e al giudizio estetico – inconscio o meno – di estranei.

C’è poi una personale tensione relativa alle reali intenzioni di chi fotografa e di chi è fotografato: quanto voglio rivelare del soggetto e di me in un’immagine? È un interrogativo rilevante in tutto il mondo fotografico, ma in particolare in quella di ritratto.

Il tempo è impietoso: la foto che ci ritrae oggi pare brutta, ma rivista tra dieci anni potrebbe persino indurci ad affermare che non eravamo male. Per questo i ritratti mi bloccano: hanno qualcosa di maligno, fissano un tempo che si allontana da noi, e ce lo ricordano.

Un’altra domanda che sorge quando guardiamo una nostra foto è: ma è così che mi vedono gli altri? Quesito lecito, che mette in luce la distonia con la nostra corporeità e con lo spazio scenico che occupiamo nella quotidianità.

Lo sguardo diretto sottende una sfida che spesso non voglio sostenere, perché implicitamente mette in discussione anche me. O meglio, riesco a ritrarre la persona solo quando tra me e chi inquadro c’è una rilevanza emotiva. Altrimenti lo scatto finirà in un semplice album familiare, ma di questo abbiamo già parlato.

In ogni gesto del fotografare, ogni volta che la macchina fa clic, c’è una certa violenza, che lo si voglia o no. L’atto stesso di fermare qualcosa è potenzialmente violento, anche se si tratta di una foto molto affettuosa. Io credo nel valore dell’idea indiana secondo cui fotografare una persona equivale a rubarne il volto. C’è una cosa degli aborigeni australiani che mi ha colpito molto: non hanno il permesso di guardare l’immagine di una persona morta. Dunque un morto non dovrà più comparire da nessuna parte, né in un libro, né in una foto. Per questo, quando qualcuno muore, si porta via tutto ciò che potrebbe ricordarlo, ogni sua immagine. Per lo stesso motivo gli aborigeni non amano farsi fotografare: perché sanno che la foto sopravvivrà loro oltre la morte, che ogni foto dura al di là della persona, oltre ogni fenomeno che loro possono cogliere, oltre l’istante in cui è stata scattata. È questo a spaventarli.
WIM WENDERS, Una volta, Contrasto 2015

Sai che non c’è una sola foto di Hillary sull’Everest in quella prima salita del ’53? Hillary aveva l’apparecchio e fotografò Tenzing, il contorno delle montagne intorno, ma non chiese a Tenzing di fargli una fotografia. Non è speciale questo? Hillary era lassù a nome collettivo, era solo un rappresentante della specie umana. Non so se gli venne la tentazione di passare a Tenzing l’obiettivo. So che non lo fece e per me quello scatto mancato è il più bello di tutti, il colpo di umiltà che dà la precedenza all’impresa, non a chi la compie.
NIVES MEROI
da ERRI DE LUCA, Sulla traccia di Nives, Feltrinelli 2016

In fotografia la creazione è un breve istante, un tiro, una risposta, quella di portare l’apparecchio lungo la linea di mira dell’occhio, catturare quello che ci aveva sorpresi nella piccola scatola a buon mercato afferrandolo al volo, senza artifici e senza sbavature. Si fa della pittura ogni volta che si prende una fotografia.
HENRI CARTIER-BRESSON, L’immaginario dal vero, Abscondita 2005

Collezione di licheni bottone

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Grazie per la risposta. ✨

Un medico a 4500 metri di quota

Una storia vera sotto forma di racconto

di Stefano Gandolfi, marzo 2018 (Tibet-Nepal, ottobre 2001), da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Steve viaggiò molto, dentro e fuori se stesso, nel mondo e nel proprio caos interiore.

Non viaggiò tanto come i viaggiatori di professione, come i cacciatori di visti sul passaporto, come i collezionisti di dogane e frontiere. Le vere frontiere da superare forse si riesce una sola volta nella vita a varcarle veramente, ed ancora più difficile risulta il non tornare più indietro.

Viaggiò comunque a sufficienza da stampare nel proprio DNA emozioni e ricordi che solo la dissoluzione della mente, l’Alzheimer o la morte potranno sottrargli.

 

Si trovò anche ad attraversare, in momenti e circostanze che ancora adesso oscillano fra sogno e realtà, i maestosi altipiani tibetani in una lungo raid su fuoristrada da Lhasa a Kathmandu, sempre al limite tra terra e cielo, a quote che a casa nostra sono dominio delle nevi e dei ghiacci. Conobbe strani e meravigliosi personaggi che gli spiegarono in una lingua sconosciuta ma perfettamente comprensibile come sia possibile avvicinarsi alle risposte cercate invano per tutta la vita, ammesso che qualcuno abbia dentro di se almeno ancora la volontà di porsi certe domande.

Conobbe la saggezza in volti devastati dall’ipossia, dalla fame, dalla brutalità dell’invasione cinese: in quegli occhi vide ostinatamente, spudoratamente la gioia, la serenità, l’accettazione del proprio destino, la consapevolezza che nel fluire del tempo e della vita il singolo individuo è un frammento insignificante che non può e non deve sprecare energie per cercare di cambiare ciò che è infinitamente superiore al più forte degli esseri umani: ovvero il significato del proprio viaggio che fin dalla nascita corre su binari prefissati e con una meta sconosciuta ma scritta nel codice genetico prima ancora di iniziare la fatica di vivere.

Ovviamente non poté assolutamente capire né accettare queste risposte, tanto erano estranee al modo di vivere al quale era stato educato e cresciuto e dal quale cercava di fuggire, ma senza avere gli strumenti per poterlo fare veramente.

Conobbe le montagne straordinarie dell’Himalaya, che toccò con mano, calpestò fin dove le circostanze del viaggio gli permisero di fare. Le vide dall’aereo di linea nel volo dal Nepal al Tibet, le vide dalle polverose piste sterrate della trans-himalayana, dai finestrini delle Toyota Land Cruiser che viaggiavano indifferenti fra valichi a 5300 metri di quota ed altipiani infiniti e misteriosi, tra cime maestose e senza nome perché non aveva senso dare loro un nome, salvo che per gli alpinisti cinesi ed europei, americani e giapponesi accomunati dalla frenesia di poter scalare vette ancora vergini e prestigiose per il proprio curriculum.

Le vide da un piccolo aereo turistico pilotato da un folle aviatore nepalese che lo portò così vicino al suo amato Everest da fargli temere per un attimo di atterrare in modo poco convenzionale al colle Sud ad ottomila metri di quota: ma una virata incredibile a 180 gradi quando erano ormai a non più di due chilometri in linea d’aria dalla parete sud gli permise di imprimersi in modo irreversibile nella mente l’immagine della “sua” montagna e di tornare incolume all’aeroporto di Kathmandu.

 

Vide le limacciose, sacre acque del Bhagmati, affluente del Bramhaputra, attraversare il quartiere induista di Kathmandu per raccogliere le ceneri dei cadaveri bruciati su cataste di legna e poi affidati al fiume nel loro ultimo viaggio; e vide la gente lavarsi nel fiume e raccogliere l’acqua per bere e per cucinare, la vide fare bucato nel fiume accanto alle pire fumanti.

 

Vide i bambini degli altipiani, figli delle tribù di nomadi e pastori, giocare con gli yak e con palle di stracci; indossavano maglie, felpe, pantaloni di incredibili e sgargianti colori con scritte occidentali, regali dei turisti che gli portavano gli abiti dei loro figli.

Li vide con la pelle scura, perché non avevano mai conosciuto il sapone. Ma erano sani e sembravano felici. Li vide aspettare in disparte, silenziosi, che alla fine dei pic-nic dei turisti si offrisse loro qualcosa da mangiare: e Steve si adattò a mangiare sotto il loro sguardo discreto, educato ed incuriosito dallo strano cibo degli occidentali, dal grana padano e dallo speck portato di scorta nel caso che il cibo locale non fosse di troppo gradimento.

Vide i templi ed i monasteri bhuddisti, distrutti dai bombardamenti cinesi e ricostruiti ostinatamente pietra su pietra dai monaci e dalle popolazioni dei villaggi vicini. Calpestò i loro pavimenti di legno, scivolosi e lisciati dal passaggio di migliaia di pellegrini, respirò l’odore del burro di yak, utilizzato per ogni scopo, come fondamento della loro alimentazione e come combustibile da bruciare nelle lampade votive: enormi recipienti di rame accoglievano centinaia di lumini che creavano un irreale, tenue illuminazione in ambienti privi di finestre e di corrente elettrica, e sullo sfondo le enormi statue delle divinità bhuddiste troneggiavano con quei sorrisi rassicuranti ma al tempo stesso inquietanti e così difficili da comprendere nel loro significato simbolico.

Vide i cieli incredibilmente azzurri come si possono vedere solo dove l’aria è estremamente rarefatta ed i colori sono così saturi, intensi da sembrare artificiali.

Vide i cilindri di preghiera, e Steve non si stancò mai di farli girare perché così anche lui contribuiva a far salire in cielo le preghiere contenute dentro di essi.

Vide il Potala, la residenza del Dalai Lama fino al giorno in cui dovette fuggire in India per proseguire in modo libero ad esercitare la sua influenza morale sul popolo tibetano. E rimase come tutti sgomento e senza fiato davanti alla maestosità dell’edificio: aveva paura di un impatto emotivo indebolito dalle centinaia di foto e di filmati visti e rivisti sul palazzo e su Lhasa, ma si rese conto subito che esserci veramente davanti annulla ogni immagine vista a casa ed ogni descrizione letta a tavolino. La stessa sensazione che aveva avuto in Perù visitando Machu-Picchu: pensava di conoscere ogni singola pietra del villaggio Inca e di non potersi emozionare più di tanto a vederlo dal vivo, invece l’impatto fu straordinario. Questo fa la differenza fra il viaggiare con la fantasia ed esserci davvero.

Vide i militari cinesi pattugliare armati la piazza del Jokhang, e comprese che lì, davanti al tempio più sacro del buddismo, avvennero fatti molto più sanguinosi che a Tien-an-Men, ma praticamente nessuno al mondo se ne accorse o volle accorgersene. Su quella piazza, a distanza di anni dal tentativo di resistenza tardivo, quasi patetico del popolo tibetano ma soffocato con violenza inaudita dai “liberatori”, ancora adesso era vietato “radunarsi” in gruppi di più di tre-quattro persone, pena il materializzarsi di una guardia del popolo a far cessare subito l’adunata sediziosa.

Vide molte altre cose e tante persone, ognuna delle quali meriterebbe un racconto ed una citazione, ma tutto ciò rimane indelebilmente nella sua memoria e questa è la cosa più importante: “ricordati tutto ciò che hai visto, perché tutto ciò che dimentichi ritorna a volare nel vento” disse un saggio apache.

Al termine di un ennesima lunga, faticosa e straordinaria giornata consumata su piste sterrate al limite dell’impraticabilità, dopo il guado di diversi torrenti ed infinite deviazioni per visitare un minuscolo monastero in uno dei villaggi più solitari e suggestivi dell’altipiano tibetano, la piccola carovana di Land Cruiser arrivò, come mai più in quel viaggio, vicina all’Everest.

Steve riuscì a convincere i compagni di viaggio a cambiare destinazione per la notte, d’accordo con la guida, e sul tardo pomeriggio arrivarono a Tingri. Villaggio di poche decine di case, a 4500 metri di altitudine, esattamente di fronte alla parete ovest dell’Everest. Il destino volle che della grande montagna non si vedesse nulla: nuvole basse coprivano completamente l’orizzonte e non si dissolsero né per il tramonto né la mattina dopo. Ma non aveva importanza: tutti sapevano che essa era là davanti a loro, non si poteva, forse, pretendere di averla a disposizione così facilmente. E forse l’averla sognata così intensamente ha lasciato nell’immaginazione di tutti un ricordo ancora più nitido e vivo che se la si fosse potuta vedere veramente.

Un piccolo “lodge”, una via di mezzo fra un rifugio alpino in stile tibetano ed un bed &breakfast molto spartano, diede ospitalità a Steve, a sua moglie Augusta ed ai loro compagni. Piccole stanze, tutte al piano terreno, disposte su tre lati di una corte quadrata, rigorosamente senza luce elettrica e con un unico bagno comune che difficilmente svanirà dal ricordo degli ospiti: praticamente cinque-sei latrine separate da murettini alti si e no mezzo metro; l’ultima, più appartata, era più larga per esigenze specifiche il che creava anche il rischio di caderci dentro se di notte, al buio, con una lampada frontale in testa e con una feroce emicrania da ipossiemia il coraggioso fruitore non stava ben attento a divaricare adeguatamente le gambe …

Dentro le stanze una candela accesa: una sfida all’intelligenza degli occidentali poco acclimatati; perché non si capì subito che anche il poco ossigeno consumato dalla candela era meglio conservarlo per irrorare il cervello. Un lavabo stile nostre campagne del secolo scorso ed un grosso recipiente termico per conservare l’acqua calda (riscaldata dall’enorme stufa della cucina) completavano l’arredo delle stanze: tutto l’essenziale, nulla di superfluo. Il pagliericcio non era neanche poi scomodo.

Ad un’estremità della corte, la grande stanza con la cucina, un’enorme stufa in mezzo ed il locale comune per mangiare, proprietari ed ospiti tutti insieme. Niente sedie; tappeti e cuscini per terra tutt’attorno a un lungo tavolo quasi al livello del pavimento; così che si finiva per mangiare comodamente e mollemente coricati in posizione orizzontale. Acqua e birra tibetana, cibo a volontà e probabilmente in quello sperduto lodge al altissima quota Steve e soci mangiarono meglio che in qualunque albergo di standard di lusso per i parametri cinesi, con un ospitalità che andava ben oltre i doveri dei gestori di un locale a pagamento.

Ma prima di mangiare, una ben strana esperienza toccò Steve nel cuore. Entrando nella grande sala, già con la mente un po’ annebbiata dall’ipossia, dalla stanchezza della giornata passata sui fuoristrada e dalle birre tibetane bevute poco prima, Steve venne accolto da Pino, il ragazzo di Torino che accompagnò il gruppo per tutto il viaggio.

Pino era un personaggio eccezionale, amava il Tibet, la filosofia buddista in modo totale ed era riuscito nel non facile obiettivo di coniugare la grande passione della sua vita con il lavoro, diventando accompagnatore turistico nella regione himalayana per conto di un importante tour operator italiano: da dieci anni passava almeno sei mesi all’anno fra Nepal e Tibet.

Conosceva perfettamente la lingua nepalese e tibetana, parlava con i monaci e si permetteva il lusso di spiegare loro alcuni aspetti della dottrina religiosa che essi stessi non conoscevano. Recitava i “mantra” insieme ai pellegrini che continuamente si incontravano nei villaggi e nei monasteri e spesso ne insegnava loro di nuovi. Era amico personale del Dalai Lama e più volte gli fece da interprete nelle sue visite in Italia. Aveva proposto a Steve un trekking intorno al Kailash, la montagna sacra dei tibetani, per vivere un’esperienza mistica e sportiva allo stesso tempo. Visitare quei luoghi con Pino era un privilegio che trasformava un viaggio turistico in una full-immersion nella più straordinaria filosofia di vita che Steve avesse mai conosciuto.

Dunque Pino aspettava Steve nella grande sala da pranzo, e gli chiese, quasi con imbarazzo, se non voleva fare qualcosa per la figlia più piccola dei proprietari: era malata, e i loro genitori sarebbero stati onorati se un medico venuto da così lontano avesse avuto la compiacenza di visitare la loro bambina.

Steve rimase sgomento: un medico occidentale, con tutto il suo bagaglio di grandi conoscenze scientifiche ma privo di ogni strumento, per non parlare della possibilità di effettuare o prescrivere esami, si sente istintivamente inadeguato nel suo compito e si trova di fronte, quasi con violenza, alla povertà spirituale della propria condizione, basata su presupposti fondamentalmente tecnologici. E quando ti ritrovi a disporre solo delle tue mani, degli occhi, della mente e forse del cuore, un grande disagio ti pervade.

Anche perché, Steve lo capì subito, per i suoi interlocutori lui era più di un medico, era un marziano, qualcuno venuto da un altro pianeta, probabilmente alla stregua di un dio, tanta era la differenza culturale, psicologica, tecnologica fra questi due mondi che si incontravano davanti alla grande madre di tutte le montagne: e la differenza non significava assolutamente inferiorità di qualcuno o superiorità di qualcun altro, significava semplicemente due modi totalmente diversi di vivere.

E mentre Steve masticava faticosamente questi concetti, si ritrovò davanti a tutta la famiglia riunita in cucina: la mamma teneva in braccio una bambina spaventatissima; poteva avere sei o sette anni, era visibilmente denutrita, aveva un aspetto sofferente, il colore della pelle era grigio, impossibile dedurre dalla cute o dagli occhi segni di itterizia o di anemia.

La bambina doveva essere visitata in braccio alla mamma, se no avrebbe pianto istantaneamente alla vista di questo stregone venuto da un altro mondo. E Steve, nei limiti del possibile, le toccò la pancia, le mise un orecchio sul cuore e sul torace, le guardò le sclere, cercò di valutare il tono muscolare e dei riflessi articolari, cercando di immaginare cosa avrebbe fatto un suo collega dell’ottocento, quali ragionamenti avrebbe sviluppato in una situazione forse normale per l’epoca …

La pancia era gonfia: “potrebbe avere un problema al fegato, chissà quale infezione intestinale, una malattia del sangue, un disturbo congenito del cuore …” disse a Pino affinché traducesse, ma più che altro per spezzare la tensione, per dire qualcosa, per non sembrare completamente impotente. Perché effettivamente così era.

“Bisognerebbe portarla al più presto a Shi-gatze, la città più vicina, perché possa effettuare degli esami in un ospedale cinese” aggiunse Steve (almeno a qualcosa si rendano utili, gli invasori, disse dentro di sé): Pino riferì e la risposta fu sconcertante: “fra cinque-sei mesi, quando sarà finito l’inverno e andranno in città per fare acquisti ai mercati, di cibo e di ogni altra cosa, porteranno la bambina all’ospedale”.

“Se sarà ancora viva…” Steve lo pensò solamente, ma era evidente la perplessità nei suoi occhi.

 

“Non giudicarli male – mreplicò subito Pino – so cosa stai pensando, ma devi capire cos’è il loro mondo e il loro modo di vivere: da secoli in queste terre si nasce, si vive, si muore nella totale indifferenza dell’umanità e nessun fattore esterno può influenzare, se non in male, la loro esistenza. Invasioni di popoli stranieri, dominazioni che cambiavano solo nella lingua e nell’aspetto dei nemici, istinto di sopravvivenza radicato ma anche realismo ed accettazione del proprio destino. Nessuno ti regala nulla né offre alcuna possibilità di cambiare la tua vita. Questi genitori amano sicuramente la loro bambina più di se stessi, ma sono perfettamente consapevoli che non possono modificare il suo destino. La loro vita è scandita da comportamenti, abitudini, eventi immutabili da molto prima che nascessero loro e i loro genitori, e che rimarranno tali anche dopo la loro morte.

Per loro andare nella grande città al di fuori del tempo previsto e dei motivi abituali costituisce non solo uno sforzo economico al di fuori delle loro possibilità, ma anche un cambiamento psicologico nelle loro tradizioni inconcepibile. Lo so che per noi occidentali tutto questo è inaccettabile, ma non possiamo neanche permetterci di venire qui per due-tre settimane e pensare di cambiare il loro modo di essere né tanto meno di giudicare le loro azioni.

Ti sono infinitamente riconoscenti per aver visitato la loro bambina, tu rimarrai impresso nei loro ricordi per tutta la vita per avergli concesso questo onore, ma loro con i soldi che spenderebbero per portare la bambina a Shi-gatze a farla curare dai cinesi garantiranno per almeno un anno la sopravvivenza agli altri figli, la possibilità di farli studiare e di dargli una chance di migliorare la loro vita …

Ma ora dobbiamo onorare i cibi che hanno preparato per noi: per loro sono l’equivalente di un banchetto nuziale, di una cerimonia straordinaria, non dobbiamo deluderli”.

Steve non disse nulla, ma meditò a lungo sulla concezione della vita nel suo mondo: si arrivano a spendere cifre incredibili per salvare la vita ad ultraottantenni affetti da almeno cinque-sei malattie croniche degenerative, la maggior parte delle quali correlate allo stile di vita di una società ricca che si puo ‘permettere il lusso di rovinarsi la salute per il troppo mangiare, la sedentarietà, il fumo, l’obesità e l’opulenza, bisogna sprecare risorse per curare gli eccessi e non le carenze. Poi capiti dall’altra parte del mondo e resti indignato se una bambina è destinata a morire nell’indifferenza e nell’accettazione di un destino che non è mai stato ne mai sarà benigno. Quella sera bevve molta birra tibetana prima di riuscire a tornare in sintonia con i suoi compagni, poi cominciò ad immergersi nel personaggio che doveva interpretare e raccontò, come tutti si aspettavano, la storia della conquista dell’Everest. Steve era un narratore affascinante e catturò a lungo l’attenzione di tutti con la struggente ed eroica sfida di George Mallory a quel pezzo di roccia proteso verso il cielo.

Se tu hai mai alzato gli occhi
in una fredda notte d’inverno
quando il cielo è terso
e le stelle si mischiano
come in un mare di latte incandescente.
Se un nodo è salito alla tua gola
di fronte a questo universo
assurdamente grande
tu hai nel cuore tutte le risposte
inespresse e impronunciabili.
ANONIMO

Alla fine della cena le donne del gruppo presero da parte le figlie più grandi della famiglia e valorizzarono la loro bellezza utilizzando tutte le armi della cosmesi occidentale. Per la prima volta, e forse unica nella loro vita, poterono truccarsi e non credettero ai loro occhi quando si specchiarono e si guardarono fra di loro. Le risate di tutti risuonarono fino a tardi e la felicità pervase la grande sala da cucina in questo strano connubio tra due mondi.

Nessuno vide più né seppe più nulla di quella bambina.

La vita riprese il suo corso ordinario, dopo gli strani eventi di quella sera passati a tentare di vedere l’Everest in mezzo alle nuvole ed a cercare il senso della vita stando attenti a non sprofondare in una latrina tibetana pagando il dazio alle troppe birre bevute.

La mattina dopo, all’alba, con l’Everest sempre sdegnosamente nascosto, i potenti motori dei Land Cruiser portarono lontano gli occidentali, a toccare il cielo sui valichi più alti del mondo, fra centinaia di file di bandierine di preghiera e di sciarpe di seta bianca lasciate in segno di devozione là dove la terra compie un ultimo sforzo per avvicinarsi agli dei prima di ripiegarsi verso il basso per buttarsi a capofitto verso le foreste nepalesi, verso il confine fra due mondi, verso la mitica incredibile frontiera fra il Tibet, ovvero la Cina, ed il Nepal, ovvero l’avamposto della società occidentale a ridosso della grande potenza orientale.

I cinesi, come tutti i dominatori, si permettono anche un distorto senso dell’ironia.

E così hanno deciso di chiamare “ponte dell’amicizia” quello stretto precario nastro di cemento sospeso sopra la gola del Dude-Khosi che in realtà separa fisicamente e militarmente due universi.

Il paesaggio sembrava assecondare, con i suoi cambiamenti, quella crescente inquietudine che pervadeva l’animo dei viaggiatori man mano che ci si avvicinava a Zangmu, paese di frontiera, avamposto del nulla, monumento all’assurdità della condizione umana: se Francis Ford Coppola avesse avuto bisogno di qualche ulteriore fonte di ispirazione, oltre al “Cuore di tenebra” di Conrad, per ambientare il suo “Apocalipse Now”, sicuramente poteva attingere a piene mani a Zangmu, alla sua popolazione, alla sua atmosfera.

Dopo il dissolversi nel nulla della cortina di ferro e lo smantellamento del muro di Berlino, nessuno può capire cos’è una frontiera se non passa da Zangmu e dal Ponte dell’Amicizia.

Dopo giorni interi sui grandi altipiani, dove l’orizzonte ed i pensieri del viaggiatore corrono verso l’infinito, quasi all’improvviso la terra si ripiega su se stessa aprendosi in una selvaggia profonda ferita provocata dallo scorrere delle acque del Dude-Khosi: un’enorme gola, con le pareti che cadono a picco, quasi verticali, verso il fiume che a malapena si riesce a distinguere centinaia di metri più in basso. Sul lato orientale della gola, i cinesi ed i nepalesi hanno costruito un’arditissima pista sterrata (chiamarla strada è decisamente esagerato) che con infiniti tornanti perde quota scendendo verso le foreste a sud dello spartiacque himalayano.

I cinquanta chilometri da percorrere in territorio cinese sono degni di un Camel Trophy: la parete della montagna frana continuamente e la pista, già di per sé stretta, spesso si riduce a permettere a malapena il passaggio di un veicolo con la ruote sull’orlo del baratro, zigzagando fra cumuli di detriti ammucchiati ai bordi della strada; diventò ben presto un’abitudine non vedere altro che il vuoto dai finestrini per i passeggeri seduti sul lato destro dei Land Cruiser; rivoli d’acqua che scendevano dalla parete non di rado si trasformavano in vere e proprie cascate ed il massimo divertimento dei piloti era di fermarsi proprio sotto questi diluvi per lavare i fuoristrada dalla polvere e dalla sabbia accumulati nel viaggio. Ma la cosa più straordinaria era il fatto che la pista, ovviamente, non era a senso unico, costituendo l’unica arteria stradale fra il Nepal e la Cina: di conseguenza ogni dieci-quindici metri si verificava un incrocio fra fuoristrada, camion, pulmini, mezzi militari e rare automobili civili che percorrevano ininterrottamente la strada dai due lati.

Un fluire lento, quasi immobile ma ostinatamente in movimento di veicoli che sfidava ogni legge della fisica e del buon senso. Vedere due enormi camion carichi all’inverosimile di masserizie, generi alimentari e quant’altro affiancarsi la dove lo sterrato accennava appena ad allargarsi, salire letteralmente sul fianco della montagna con due ruote, al limite del ribaltamento ed incrociarsi con le lamiere che stridevano toccandosi fu uno spettacolo indimenticabile che proseguì per ore, perché in queste circostanze si percorrevano a malapena dieci-quindici chilometri orari.

All’improvviso cominciarono ad apparire sui bordi della strada le prime case di Zangmu, abbarbicate alla parete della montagna lungo gli interminabili tornanti che tagliavano il fianco della gola. Quando la densità delle costruzioni aumentò, la pista sterrata diventò sempre più stretta, trasformandosi in un rivolo melmoso che raccoglieva a cielo aperto gli scarichi delle abitazioni e dove al caos del traffico di veicoli si sovrapponeva la costante presenza di bambini, polli, maiali, cani, uomini e donne indaffaratissimi e del tutto indifferenti agli inutili, continui, disperati suoni di clacson effettuati più per abitudine che per la speranza di ottenere strada.

Alberghetti di infimo livello, ristorantini per tutte le tasche, scambiatori di valuta clandestini ma che lavoravano tranquillamente sotto gli occhi di tutti, prostitute sulla soglia delle case, sui marciapiedi, venditori ambulanti di qualunque cosa in mezzo alla strada: questa la fotografia che ci si portava a casa da Zangmu.

Ma il vero capolavoro dell’assurdo si raggiungeva solo all’inizio della “no man’s land”: la cosiddetta terra di nessuno, un poco plausibile territorio neutro, non più cinese ma non ancora nepalese ove i fuoristrada tibetani erano obbligati a fermarsi ed a scaricare repentinamente gli stralunati viaggiatori con tutti i loro bagagli nel caos più totale. Frotte di bambini e ragazzini erano pronti a precipitarsi sulle valigie e sugli zaini per trasportare il tutto, ovviamente a pagamento, fino alla dogana cinese, distante due-tre chilometri. Ed ogni turista od escursionista doveva stare attento a non perdere di vista il proprio “facchino” per evitare brutte sorprese ai bagagli, mentre si faceva largo nella melma fra polli, maiali ed umanità varia.

La dogana cinese incuteva timore e si percepiva la vera dimensione politica della situazione: pur facendo parte di un viaggio organizzato il minimo disguido, un documento mancante, un cavillo interpretato male dai funzionari poteva in un istante creare problemi inimmaginabili e bloccare per ore l’intero gruppo in quella bolgia dantesca.

Per fortuna Pino, ben addentro ai meccanismi burocratici, riuscì a gestire bene il controllo dei passaporti e dei visti e finalmente Steve e compagni attraversarono, a piedi, il “ponte dell’amicizia”. Sul versante nepalese della “no man’s land” rivissero una situazione quasi speculare, anche se con minor tensione; purtuttavia i doganieri nepalesi, per non essere da meno dei colleghi cinesi, fecero di tutto per esasperare ogni dettaglio ed esaminare al microscopio ogni documento.

Dopo due ore finirono i controlli doganali e nuovamente furono tre chilometri da percorrere a piedi con i propri bagagli passati in una staffetta dai bambini cinesi a quelli nepalesi. Solo allora Steve comprese la vera dimensione del traffico commerciale fra i due paesi: una fiumana ininterrotta, per chilometri, di camion carichi di qualunque genere di alimenti, vestiti, elettrodomestici attendevano forse da giorni il sospirato visto per transitare verso la Cina. Decine di modestissime locande davano ospitalità a chi poteva permettersi il privilegio di non dormire nella cabina del camion; gli sguardi rassegnati ed annoiati degli autisti accompagnarono il percorso dei viaggiatori fino ai pulmini che li attendevano più a valle per iniziare la discesa verso Kathmandu.

E fu, all’improvviso, la foresta sub-tropicale monsonica, verde, esuberante, inquietante dopo le pietraie desolate ed infinite degli altipiani tibetani. E fu all’improvviso la guida a sinistra sulle strade nepalesi, retaggio della colonizzazione britannica: sempre dominazione straniera, diversa, ma dominazione. E furono tredici ore passate a percorrere centocinquanta chilometri, ma potevano essere anche i cinque anni-luce per raggiungere Alpha-Centauri. E fu, alla sera, una doccia calda in un lussuosissimo (o sembrava tale?) lodge nepalese poco a nord di Kathmandu. E fu, per pochi, interminabili ed indimenticabili secondi, il più stupefacente tramonto rosso fuoco sulla catena himalayana che turista od alpinista potesse mai aver visto nella sua vita. E il Tibet, già era diventato un sogno.

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In “Un inverno lunghissimo”

di Marcello Furiani, marzo 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Ogni sguardo non ne contiene interamente un altro, ogni dimora non è rifugio per ogni viandante sorpreso dalla tempesta, ogni oggetto si sottrae davanti alla parola che lo nomina. Su questo scarto misuriamo il vivere, la distanza non percorribile che ci separa dalle persone, dai luoghi, dagli oggetti. Noi non siamo nel mondo come enti naturali, ma lo abitiamo, e viviamo drammaticamente lo iato tra ciò che è e ciò che potrebbe essere e ciò che non è stato, lacerati tra il desiderio di ricondurre le cose a una comprensibilità e la coscienza dell’indifferenza innocente delle cose. È l’inverno senza rinascita dell’esilio, dove possiamo trovare, con una fatica priva di pietà, solo la nostra unicità, senza la quale non abbiamo voce né nome, senza la quale la profondità del simbolo è solo la miseria del segno.

L’autentico viandante, nel suo errare spoglio di alcun interesse concreto, dimentica se stesso, il proprio passato, non compiace la nostalgia né asseconda il rimpianto. Abbandona i ricordi in una vena esangue del proprio sanguinare, li custodisce, ma non se ne alimenta; per il suo cuore l’ieri non diventa la gruccia che sostiene il presente.

Non è viandante chi parte per tornare, né chi viaggia per fuggire, lasciando la propria anima nel ricordo di un viso o tra le mura di una casa natale, incapace di spartire il desiderio dalla nostalgia, di relegare il ricordo ai giorni trascorsi. Il tempo del viandante è un presente che basta a se stesso, dove – se il passato vi gettasse le ombre dei suoi colori e i fantasmi dei suoi odori – ieri e oggi si fonderebbero in un unico, struggente, mitico istante che annullerebbe le distanze del suo camminare.

Per ciò nessuno sguardo di donna, disabituando il suo cuore – così come nessun bagaglio pesandogli sulle spalle – lo attende né domani, né mai.

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La schiva dignità del ciavardello

di Fabrizio Rinaldi, 11 marzo 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

C’è un libro che, quando lo trovo in qualche mercatino, riacquisto sempre, senza ripensamenti: è la Guida pratica agli alberi e arbusti in Italia, edito da Selezione dal Reader’s Digest nel 1983, ormai fuori catalogo da decenni. Ne ho comprate almeno quattro copie, che ho poi regalato ad amici, pure loro esploratori dei boschi. Da anni, quando mi preparo lo zaino per un’escursione, uno dei primi equipaggiamenti che infilo dentro – prima ancora del panino e della borraccia – è la mia vecchia copia della Guida. In quel libro trovo descritte in modo accurato le caratteristiche della maggior parte degli alberi presenti nel nostro habitat, indicate le aree di diffusione e soprattutto raccontato l’uso che storicamente ne ha fatto l’uomo, con una particolare attenzione per le leggende. Il tutto illustrato da bellissimi acquarelli che aiutano a risolvere i dubbi quando s’incontrano specie poco conosciute.

Fa’ della natura la tua maestra.
WILLIAM WORDSWORTH

Nei boschi raccolgo foglie, che dovrebbero aiutarmi a fissare mentalmente il momento della loro raccolta. Presto però il ricordo svanisce, e rimangono solo le foglie rinsecchite, a farcire la mia sgualcita Guida: si va dal giurassico Ginko biloba alla splendida magnolia, dal coriaceo ranno al marginale ciavardello (di questo m’accorgo di averne un bel po’). Marginale, quest’ultimo, perché neppure nelle pagine dedicategli dalla Guida, che pure è dettagliata, si trovano particolarità che possano giustificare una specifica attenzione. L’uomo si è limitato solitamente a farne legna da ardere; indubbiamente un nobile uso, ma non paragonabile a quello riservato al flessuoso frassino, usato per gli archi o per gli sci, oppure a quello della quercia, col cui legno si fanno botti per il vino e ponti per navi che solcano i mari, e neppure a quello del castagno, per il quale si sono inventati infiniti impieghi, tra cui coprire i tetti delle case dei contadini.

Eppure quest’albero non è una specie rara, di quelle che impongono ricerche proibitive negli anfratti dei boschi, e neppure si tratta dei rarissimi ibridi tra rovere e lecci la cui ubicazione è tramandata ai soli iniziati dagli “eletti del sapere boschivo”, come fosse il segreto del santo Graal. Niente di tutto questo: il ciavardello è una pianta comune, le cui foglie hanno profondi lobi che somigliano alle mani di un bambino, ma in genere chi lo incontra lo confonde con un acero, con un biancospino o con un sorbo. È tipico della fauna umana che popola i boschi: sono tutti impegnati nella ricerca di funghi o di cinghiali, e non hanno occhi per chi svetta accanto a loro, verso il cielo, alla ricerca di luce.

Per la descrizione scientifica del Sorbus torminalis rimando alla Guida (per chi ce l’ha – anche grazie a me) o ad altri libri descrittivi (solo quelli davvero buoni) o all’“oracolo” Google.

Solo i tecnici forestali o i botanici apprezzano (quando lo fanno) la presenza di quest’albero nelle colline boscose, per le peculiarità che ha di consolidare il terreno e perché contribuisce ad arricchire la biodiversità, vivendo in associazione con il rovere, l’orniello, il ginepro, la lantana, la ginestrella e altri.

L’umile ciavardello non ha stimolato la sensibilità di poeti, scrittori o pittori. Neppure Mario Rigoni Stern, attento osservatore del bosco, lo ha mai citato, preferendogli l’elegante betulla, che gli ricordava la steppa russa della ritirata nel 1943, e il larice “perché vive sulle rocce, anche dove non c’è niente, è come quei montanari che resistono sulla montagna in una baita, malgrado tutto” (da Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, Ritratti Mario Rigoni Stern, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2000). D’altro canto, la dimenticanza è comprensibile: la pianta in questione non ha l’attrattiva dei carducciani cipressi o l’incanto delle ginestre leopardiane, non è il “pio castagno” del Pascoli o il “gigantesco rovere” di Gozzano. È un semplice e umile alberello che difficilmente raggiunge dimensioni ragguardevoli da esser notato dai poco attenti osservatori e vive per creare le condizioni ambientali idonee allo sviluppo di altre specie più esigenti di lui, come, appunto, il castagno e il rovere.

[…] se volete trovarvi,
perdetevi nella foresta.
GIORGIO CAPRONI, Opera in versi

E tuttavia, al di là dell’uso “povero” che l’uomo ne ha fatto e del quasi anonimato nel quale lo ha relegato, credo che anche il ciavardello meriti una piccola attenzione, proprio in ragione del suo contributo nell’arricchire la biodiversità boschiva. La mia, di tignosa attenzione, se l’è conquistata, oltre che per il nome così curioso, perché rappresenta al meglio le tantissime “esistenze in sordina” che popolano l’habitat nostrano. Ed è di queste che volevo parlare.

Andare per boschi – con o senza Guida – favorisce un pensiero divergente, libero e inatteso, che sfugge dagli stereotipi precostituiti, quelli dettati dal chiuso di una scuola o di un ufficio, o inoculati dal monitor e dal televisore. Questo vale tanto più oggi, e tanto più per i bambini, sin dalla prima infanzia. Si familiarizza con se stessi, si ha coscienza di sé, nel momento in cui si riconosce la propria immagine riflessa in uno specchio. Allo stesso modo si ha la vera consapevolezza di ciò che va oltre l’umana specie attraverso l’incontro diretto e le rappresentazioni simboliche che se ne danno: nei suoi primi disegni un bambino parte dal raffigurare prima se stesso, poi i suoi genitori, magari anche la casa, ma alla fine, inevitabilmente, l’albero. E l’albero gli detta nuovi parametri, soprattutto se lo ha conosciuto non ai giardini pubblici o in quello condominiale, nella versione addomesticata, ma nel suo naturale habitat. Ne ha una percezione diversa: esce dal guscio delle prevedibili geometrie umane, si confronta con differenti dimensioni ed alimenta in questo modo la sua stabilità emotiva, sperimentando assieme la paura verso il nuovo e il desiderio, nonostante tutto, di esplorarlo.

Tutto nella selva era così solenne che nell’animo del sensibile viandante sorgevano, come spontanee, mirabili immaginazioni. Quel dolce silenzio della foresta quanto mi rendeva felice!
ROBERT WALSER, La passeggiata, Adelphi 1993

Sono sensazioni ataviche. Sugli alberi, in epoche primitive, l’uomo trovava scampo dai predatori. Trovava prima di tutto un riparo. Ma non solo. L’albero offriva anche un diverso punto di vista, consentiva di scorgere altri orizzonti. E continua a farlo. Ancora oggi, in epoca di ascensori e di scale mobili, un bambino percepisce e conquista davvero la dimensione verticale quando si arrampica, prova a salire su una pianta, magari solo per nascondersi allo sguardo eccessivamente protettivo della madre. Quell’arrampicata è una dichiarazione d’indipendenza, è il primo atto di un processo di individuazione.

Già di per sé l’albero offre un’immagine simbolica di vitalità: rappresenta in maniera esemplare la necessità di un continuo rinnovamento per divenire fisicamente ancor più possente, stabilmente ancorato alle radici delle proprie certezze e sessualmente pronto a diffondere la propria genìa. È collegato metaforicamente sia al cielo che alla terra, il che sottintende un processo di crescita verso la perfezione, rappresentata dallo stadio adulto, umano o vegetale che sia.

Nell’odierno mondo bambino-centrico (ma in realtà bambino-fobico), che antepone la sicurezza fisica del fanciullo – sempre e comunque – alla naturale tendenza ad esplorare il mondo, quindi a mettersi potenzialmente in pericolo nel tentativo di conoscere ciò che lo circonda, l’albero rimane un’indomita sfida a cui, a dispetto di proibizioni, divieti e offerte “alternative”, difficilmente si riesce a sottrarlo.

Salire su un albero e divertirsi contraddice al principio che sta alla base della società attuale, ovvero alla mercificazione di tutto, compreso il gioco. Anziché lasciar liberi i bambini (ma anche gli adulti) di issarsi tra i rami della pianta dietro casa, si sono inventati i parchi avventura sugli alberi, dove è possibile andare da un esemplare all’altro attraverso camminamenti e passerelle, ponti in liane e corde fisse, col fine dichiarato di offrire un’esperienza “naturale” e originale in totale sicurezza, e con quello meno esplicito di spillare soldi vendendo emozioni illusorie e artificiali.

[…] sono un buon selvaggio dentro la foresta dei miei innumerevoli pensieri.
GIUSEPPE STRAZZI, Via lunga, Marna 1995

Il fatto è che sappiamo benissimo che le cose stanno così, ma poi li intruppiamo a Gardaland, per non privarli di ciò che hanno tutti gli altri, per non farne dei “diversi”. È una soluzione stupida e comoda, perché tacita i nostri rimorsi e ci permette di assolvere con un basso impegno di tempo (meno basso quello di denaro) al nostro dovere, o almeno, a quello che chi orchestra tutta la baracca ci ha convinto essere nostro dovere. E allora, anziché limitarci a deprecare gli inganni del consumismo potremmo cominciare ad incentivare la naturale propensione, investendo un po’ più di tempo e di energie in attività coi figli, libere, gratuite e all’aria aperta: questo non solo rafforza il legame genitore/figlio, ma alimenta in quest’ultimo l’indipendenza e la fiducia in se stesso, e libera il primo dagli eccessi di apprensione e da quel latente senso di colpa che proprio le strategie consumistiche mirano ad inculcargli. In altre parole, ci vuole davvero poco, tanto più per chi ha la fortuna di abitare in campagna, per tornare in sintonia con la natura.

La natura vissuta in semplicità, non quella esotica dei villaggi turistici o patinata delle riviste e dei documentari, ma quella che scorgi dalla finestra di casa, oltre ad incrementare la capacità di percezione sensoriale offre, a chi sa interpretarlo, un mondo alternativo di norme e di leggi che valgono da sempre, indipendentemente dai regimi politici e dai sistemi economici, e che aiutano i bambini a diventare un po’ più “selvatici”, nel senso più positivo del termine, quello dell’indipendenza di giudizio. Familiarizzare con ciavardelli (o roveri, scille, gheppi e chi più ne ha più ne metta) e non temere l’incontro col “lupo cattivo” o con gli altri pericoli che nel bosco potrebbero celarsi, tornerà utile ai nostri bambini per affrontare un mondo nel quale i pericoli ci sono davvero, nascosti nella quotidianità degli uffici, delle scuole e delle piazze, reali o virtuali.

Lo Stato vede tutto; nella foresta si vive nascosti. Lo Stato sente tutto; la foresta è il tempio del silenzio. Lo Stato controlla tutto; qui sono in vigore codici antichissimi. Lo Stato vuole sudditi ubbidienti, cuori aridi in corpi presentabili; la taiga trasforma l’uomo in un selvaggio e libera la sua anima. 
SYLVAIN TESSON, Nelle foreste siberiane, Sellerio 2012

Mi auguro che i “millennials” abbiano ancora la spensieratezza di mio padre – loro antico coetaneo – che come si vede nella foto era salito sull’albero, in contrapposizione con le figure femminili ancorate compostamente a terra, con le mani giunte in grembo, nella tipica posa pre-femminista da “madonne addolorate”.

Sfidare un albero è un rito di passaggio: chi vuole crescere – come l’albero – non deve sottrarsi. Era normale che un ragazzino salisse sugli alberi e nessuna delle donne nella foto sembra aver il benché minimo timore che mio padre possa cadere da lassù.

Oggi anche le mie figlie cominciano a familiarizzare con l’altezza esplorando gli alberi attorno casa. A questo punto la palla passa a me: e non riesco a starmene là sotto calmo e tranquillo, devo salire pure io, per vedere da lassù un mondo differente e vivere con loro questa esperienza, magari cercando tra le chiome del bosco il nostro ciavardello.

Collezione di licheni bottone

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Chissà cosa sognano i cani

di Paolo Repetto, febbraio 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Me lo ha chiesto mio nipote, mentre guardavamo Olaf correre in giardino, annusare, fermarsi  di botto, tornare indietro per una seconda sniffata. Dice che di notte russa come un cinghiale e ha degli strani scatti, muove le zampe come stesse fuggendo o rincorrendo qualcosa.

Non ho saputo rispondergli; o meglio, gli ho risposto con le solite banalità. Gli ho detto che sogna un mondo dove attorno agli ossi rimanga molta più polpa, dove i gatti non trovino sempre un albero su cui rifugiarsi e dove dentro la cuccia ci siano una bella coperta calda e poche pulci.

Mi è parso poco convinto, e mi sono reso conto che in effetti non stavo parlando di Olaf o degli altri cani suoi contemporanei. Stavo parlando dei miei cani, che non ho mai sentito russare perché di dormire in casa potevano appunto sognarselo, e per i quali un osso non era un giocattolo di plastica puzzolente, ma un evento da salutare con entusiasmo.

Ne ho avuti tre, tutti bastardini e tutti dotati di una personalità spiccatissima. Dolce, devota a mia madre e un po’ zoccola Cilla (ha sfornato sedici cuccioli, tutti di padre ignoto), spavaldo e dispettoso Ciccio, sul quale pendeva una taglia messa dai cacciatori, feroce e incazzosissimo l’incredibile Hulk, che per fortuna era grande poco più di un topo, ma aveva una buona percentuale di geni del foxterrier (entro il suo territorio aveva rispetto solo per me e per Chiara, all’epoca piccolissima, che poteva seviziarlo in ogni modo senza scatenare la minima reazione: per gli altri, se non facevano attenzione, scattava l’attacco a tradimento al polpaccio). Un quarto, Neal, l’ho condiviso con mio figlio: questo era di razza, un terranova di ottanta chili, e non permetterò a nessuno di affermare che i terranova sono cani intelligenti.

Ciascuno a modo suo si sono fatti amare, persino Hulk, che avrebbe invece preferito essere solo temuto. E credo che liberi di scorrazzare per il cortile e il giardino, a dare la caccia ai gatti e ai topi, o nel vigneto, dove stanavano donnole e faine, oltre che la selvaggina, abbiano tutto sommato vissuta bene la loro vita da cani.

Mi rivolgevo loro in dialetto per impartire ordini, e in italiano per i complimenti. Capivano al volo in entrambe le lingue e non chiedevano coccole, solo di potermi seguire quando andavo in campagna o al fiume. Ho usato qualche volta il guinzaglio soltanto per Neal, che essendo grosso come un orso poteva diventare pericoloso anche nelle manifestazioni d’affetto: ma in campagna lo lasciavo libero, e malgrado fosse un pacioccone seminava il terrore con la sua sola presenza. Per il resto piena fiducia. Ciccio spariva a volte per intere giornate, e tornava poi ammaccato per aver attaccato briga con tutti gli altri vagabondi come lui: ma non mi ha mai creato grane, e le sue se le sbrigava da solo.

La casa ha visto transitare anche tre o quattro generazioni di gatti, con le stesse regole dello ius soli. Ospiti abituali alle ore dei pasti (Nina, la gatta della mia infanzia, apriva da sola le porte attaccandosi alle maniglie), ma pigionanti esterni, nel magazzino o nella stalla, durante la notte, in cortile o nel giardino di giorno. Fino a quando sul territorio ha regnato Vito, che incuteva rispetto persino ad Hulk, tutta la zona attorno a casa è stata un paradiso. Al tramonto calava il coprifuoco e le rarissime volte in cui arrivavano gli echi di brevi scontri sapevi che qualche incauto aveva tentato di fare il furbo, ma non ci avrebbe riprovato. Dopo la sua scomparsa hanno cominciato a farsi avanti gli eredi (aveva sparso i geni in tutto il paese, creando una nuova razza rossiccia e semiselvatica) ed è scoppiata una snervante guerra civile, nella quale sono stato costretto più volte, nel cuore della notte, a intervenire.

In realtà dubito persino che i miei cani e miei gatti sognassero. A spasso tutto il giorno, all’aria aperta estate e inverno, quando arrivava la sera crollavano come sassi. Persino Ciccio, che durante il giorno sembrava morso da una tarantola, piombava nel sonno del giusto: una volta per curiosità l’ho caricato su una carriola e gli ho fatto fare più giri del cortile senza che muovesse una palpebra.

Questo è il rapporto che ho sempre tenuto con i miei amici animali. Non ho mai preteso da un cane o da un gatto comportamenti che non fossero nella loro natura, e se qualche volta parlavo loro come con un umano non avevo la pretesa che capissero, mi bastava che ascoltassero (cosa che a differenza degli umani facevano sempre). Ho potuto rapportarmi così senz’altro per la situazione materiale in cui vivevo, la casa col terreno attorno, la campagna, ecc …, al centro di un paese dove non c’era modo di farsi investire da un’auto nemmeno a sdraiarsi sullo stradone (mio figlio a sei anni giocava a nascondino nei viottoli sino alle undici di sera): ma anche perché ho conosciuto un mondo nel quale i confini e i ruoli erano ben definiti, quello tra genitori e figli, ad esempio, tra insegnanti e allievi, tra giovani e anziani e, appunto, tra umani e animali (anche se a volte distinguere era davvero difficile).

Quei ruoli non li ho inventati io, sono quelli che detta la storia naturale. All’origine c’è una catena alimentare che funziona in un certo modo da centinaia di milioni di anni, e dalla quale discendono tutti gli altri rapporti e comportamenti. Ad un certo punto in questa catena si è inserito l’uomo, che ne ha modificato i meccanismi e l’ha adattata allo sue esigenze. In questo nuovo modello, chiamiamolo “culturale”, è evidente che i ruoli non li scelgono gli animali, sono gli umani a sceglierli per loro: ma anche prima della “domesticazione” i polli non avevano scelto di essere prede per le volpi e predatori per i lombrichi. Mettere in discussione queste evidenze mi sembra insensato: significa mettere in discussione tutta la storia evolutiva, e nella fattispecie quella dell’uomo, a partire dalla conquista del fuoco fino ad arrivare alla coltivazione della terra. Tutto ciò che caratterizza la “storia culturale” è una correzione di quella naturale, e allora o deprechiamo la comparsa della specie umana, e ci auguriamo che il suo passaggio su questa terra sia breve, oppure cerchiamo di valutare con un po’ di buon senso il suo rapporto con le altre specie. Certo, i nuovi ruoli sono dettati dalle esigenze umane, ma nella sostanza introducono solo una variabile nella scala gerarchica. Anziché esserci solo predatori o prede è entrata nel quadro anche una categoria intermedia, quella degli animali al servizio o al fianco dell’uomo.

A partire da questi dati di fatto, e senza dimenticare il buon senso, si può poi discutere di come questo rapporto sia stato interpretato, storicamente e individualmente. Ma c’è il rischio che ne esca un sermone. Quindi mi limito a un paio di riflessioni su ciò che vedo accadere attorno a me. Dove andrò a parare immagino lo si sia già capito.

 

Quello che vedo è un atteggiamento insensato e ipocrita.

È insensato perché pretende di attribuire agli animali un comportamento etico che è invece prerogativa degli umani (e neppure di tutti). Non che gli animali non abbiano i loro codici comportamentali, ma questi non si fondano sulla libertà di scelta, che è la base di ciò che noi appunto chiamiamo etica. Credo non lo pensi nessun etologo serio. I comportamenti degli animali sono determinati dall’istinto, anche quando sembrano sforare: siamo noi a leggere nelle loro manifestazioni di intelligenza e di affetto, che ci sono e che giustamente ci commuovono o ci sorprendono, una intenzionalità che sembra rimandare ad una autonomia morale. Confondiamo cioè una capacità intellettiva ed una “sensibilità” affettiva con l’esercizio di un libero arbitrio.

È difficile in questo rapporto mantenere le giuste misure. L’interazione con gli animali, soprattutto con alcune specie e soprattutto dopo la domesticazione, è sempre stata carica di ambiguità, e comunque improntata all’antropomorfizzazione, all’attribuzione ad essi di caratteri, qualità e sentimenti tipicamente umani. Già a partire da Aristotele la fisiognomica ha utilizzato tratti morfologici e comportamentali degli animali per creare parallelismi con quelli umani, che sono stati tradotti poi in letteratura spicciola e popolare dalle  favole di Fedro, di La Fontaine, di Perrault e dei Grimm. Addirittura fino alla metà dell’Ottocento si sono celebrati processi, sia ecclesiastici che penali, contro gli animali. Insomma, la tentazione di considerarli esseri pienamente senzienti e responsabili è sempre esistita.

Il problema è che nella nostra epoca questa tentazione ha imboccato una deriva inquietante. Quando tutti i valori e tutte le conoscenze sono considerati relativi, le linee di confine tra la realtà e la favola saltano, in ogni direzione. Sarà difficile ora ripristinarle per chi è cresciuto in un universo disneyano, circondato da pelouche di cani, gatti e orsetti e nutrito di fumetti, di cartoni animati, di film e di documentari che “umanizzano” gli animali. Non mi riferisco naturalmente solo al mondo di Topolinia, ma anche e soprattutto a film di animazione, da Bambi a L’Era Glaciale, e a quelli pseudo-naturalistici come Perri. E a letture adolescenziali come La collina dei conigli.

 

La novità è che questo mondo si configura come autonomo. È pensato a immagine e somiglianza di quello umano, ma popolato da animali. Mentre la letteratura precedente, ad esempio gli universi paralleli immaginati da La Fontaine, da Leopardi nei Paralipomeni o da Swift nel paese dei cavalli sapienti, raccontava gli uomini, e gli animali erano solo un travestimento satirico, nel mondo di Disney questa sorta di filtro che mantiene visibili le distanze non c’è. La caratterizzazione dei personaggi rispetta una certa convenzione fisiognomica e letteraria classica (i malviventi hanno volti di faina, i topolini, specie quelli di campagna, sono saggi, ecc …), ma gli sviluppi narrativi e l’ambientazione sono né più né meno quelli delle normali (insomma) vicende umane. E soprattutto, queste cose sono narrate per immagini in movimento, che coinvolgono più sensi e calamitano un’attenzione totale, disattivando ogni difesa critica. La sovrapposizione uomo-animale diventa così scontata e naturale che ad un certo punto non sappiamo (o non vogliamo) più distinguere tra i due mondi. (Va detto che i cartoons rivali, quelli della Warner ad esempio, presentano una situazione almeno in parte diversa. Lì i protagonisti mantengono intatte alcune delle loro peculiari caratteristiche animali: la caccia testarda di Silvestro a Titti e del Vilcoyote al Bip Bip, al di là di tutte le complicazioni e contaminazioni che vivacizzano la storia, rientra perfettamente nell’ordine naturale delle cose, nel rapporto predatore-preda).

 

Allo stesso modo, e più ancora, i film che vedono protagonisti gli animali (non solo quelli che ho citato prima, ma anche i vari Lassie e Rin tin tin e Flipper, o un classico come Il cucciolo, per rimanere a quelli della mia infanzia) hanno contribuito ad accreditarli di una complessità emozionale e di una attitudine razionale che, letteralmente, li “snaturano”. Non ho nulla contro Rin tin tin o contro Francis, il mulo parlante, che mi era anche particolarmente simpatico: ma mi sembra ineluttabile che una generazione già educata dal magnetismo dello schermo, grande o piccolo, a confondere e intersecare la dimensione reale con quella virtuale, vedendo in azione questi fenomeni e avendo nel contempo sempre minori occasioni di rapportarsi ad animali reali secondo le modalità naturali, finisca poi col perdere ogni senso della differenza.

E infatti. L’antropomorfizzazione mediatica ha persino trovato un supporto teorico nel pensiero “animalista” e “antispecista”. Qui la deriva diventa addirittura paranoide. Non è più questione di un rispetto che dovrebbe scaturire dal buon senso comune, e che oggettivamente è andato maturando nel tempo (Un ripensamento sul nostro rapporto col resto del regno animale era in corso da secoli: senza risalire sino a san Francesco, mi fermo alla Introduzione ai principi morali di Jeremy Bentham, nella quale già si parla di “diritti degli animali” – e siamo nella prima metà dell’Ottocento). Sulla scorta anche dell’interesse che si è diffuso in Occidente per il buddismo, sia pure in versione molto new age, è nata una vera e propria filosofia animalista che tende a rovesciare le posizioni nel rapporto. Non vale la pena spendere nemmeno una riga per personaggi come Peter Singer, il guru del movimento (quello di Liberazione animale), che arriva ad affermare che tra un bambino malformato e un vitello sano sia da salvaguardare quest’ultimo: ma temo che posizioni di questo tipo siano ormai più diffuse di quanto vorremmo credere. Anni fa una mia collega, affiliata alla LIPU (la Lega per la Protezione degli Uccelli) e disposta ad incatenarsi ad un albero per difendere un rifugio naturale, rifiutò sdegnosamente di sottoscrivere una petizione di Amnesty International per sottrarre alla pena di morte un condannato per reati politici: non voleva avere “implicazioni politiche”. Non è un caso singolo e raro di paranoia. La scelta di un animalismo integralista coincide frequentemente col rifiuto di assumere nei confronti degli umani qualsiasi responsabilità o di provare la minima compassione. D’altro canto, per intenderci, non è casuale che tra gli animalisti più convinti del secolo scorso ci fossero Hitler e Himmler.

 

 

Mi interessa molto di più però ragionare sull’ipocrita presunzione che sta sotto tutto questo, perché è un aspetto che tocca da vicino anche coloro che non professano un animalismo dottrinale. Coloro che semplicemente si rapportano ad un animale domestico negando i ruoli naturali. La presunzione è quella di una possibilità di conoscenza empatica che ci consente di entrare in sintonia profonda con specie diverse dalla nostra, e stravolge tutto l’ordine dei valori. Ora, è indubbio che un cane, un gatto, per qualcuno persino un boa, possano fare più compagnia di molti esseri umani: ma questo dipende dalla natura e dalla condizione di chi di questa compagnia ha bisogno. Gli animali sono solo un nostro specchio, non possono essere forzati a diventare degli interlocutori. Se ci appaiono a volte più intelligenti e più comprensivi degli umani è solo perché non ci contraddicono. E questo può anche gratificarci, ma non ci aiuta certo a crescere. Ci induce anzi a rifiutare le relazioni complesse, a scegliere la strada più comoda. Tanto è razionale dunque il rispetto loro dovuto, quanto è irrazionale la pretesa di stabilire con essi un rapporto alla pari (che spesso si sposa appunto con il rifiuto di rapportarsi ai propri simili, e di rispettarli), umanizzandoli e attribuendo loro una dignità etica di cui credo non sentano affatto il bisogno. L’esigenza di una compagnia è legittima, ma forse andrebbe prima cercata e coltivata con i conspecifici.

L’ipocrisia consiste nel volerci autoconvincere che l’attenzione esasperata nei confronti degli animali sia mossa da un altruistico amore. In realtà come ho detto sopra quello che si manifesta nel rapporto falsato è un atteggiamento molto egoistico: da un lato perché pretende appunto che gli animali rispondano alle nostre esigenze con un comportamento che è per loro innaturale, dall’altro perché il rapporto con gli animali è, almeno superficialmente, molto meno rischioso. L’animale non è mai in competizione con noi: la sua rimane comunque una completa dipendenza. E noi inneggiamo magari alla libera vita nei boschi, e poi costringiamo loro alla reclusione tra le quattro mura di un appartamento, li castriamo o li sterilizziamo, inibiamo ogni loro istinto di caccia e ogni capacità di sopravvivenza autonoma rimpinzandoli di porcherie addizionate con vitamine.

Non solo: questo amore è anche molto condizionato dalle mode. Basta considerare ad esempio quanti collie ci sono in giro oggi, mentre negli anni cinquanta, all’epoca del successo di Lassie, non si vedeva altro. In buona parte dei casi che conosco direttamente la compagnia di un animale è un ornamento, spesso un capriccio, talvolta persino uno status symbol. Non si spiega altrimenti il proliferare di levrieri afgani, di mastini tibetani, di ridgeback rodhesiani o di pitt-bull. Questo non c’entra con l’integralismo animalista, ma non ha nulla a che vedere nemmeno con l’amore.

Il fatto che gli animali non abbiano un comportamento etico non significa naturalmente che non dobbiamo assumerlo noi nei loro confronti. Ma questo dovrebbe andare da sé, conseguire da una corretta conoscenza di quale è il posto dell’uomo nella natura e dei doveri che ha nei confronti della stessa. Non sarà certo una carta dei diritti riconosciuta dall’ONU a far cambiare la mentalità e gli atteggiamenti. Anzi, aggiunge ipocrisia ad ipocrisia, nel momento in cui vengono sempre meno applicati e riconosciuti quelli degli esseri umani. Ancora una volta una parola di buon senso arriva da Kant che, pur non riconoscendo agli animali diritti derivanti dalla loro condizione di esseri viventi e senzienti, riteneva che l’uomo dovesse rispettarli perché la crudeltà nei loro confronti predisponeva ad un uguale comportamento verso i nostri simili. Io sarei ancora più esplicito: bisogna rispettarli perché ogni crudeltà, ogni mancanza di rispetto nei loro confronti è un segno di viltà e di assenza di dignità.

 

Ecco, il sermone alla fine è venuto fuori lo stesso. Ma voglio chiuderlo con un aneddoto. Una volta, ero ancora un ragazzino, ho organizzato una spedizione di commando per liberare un povero cane che stava alla catena da quando era nato, in un cascinale dall’altra parte della valle. Lo sentivo uggiolare tutto il santo giorno mentre lavoravo nel vigneto, e mi strappava il cuore. Con due amici ho allora studiato un piano: ci siamo attrezzati di tenaglioni per tranciare la catena e di lardo per rabbonirlo, e abbiamo atteso che il padrone, un uomo torvo e ferocissimo, si allontanasse per recarsi nei campi. La cosa si risolse in un disastro, perché quell’idiota alla nostra vista si mise ad abbaiare furiosamente, richiamando la figlia del contadino, e dovemmo battercela di corsa prima di essere riconosciuti. Di lontano, dall’albero sotto il quale ci eravamo nascosti, vedevamo il cane camminare ringhiando avanti e indietro per l’aia, trascinandosi dietro la catena, ma fiero del suo successo. Fu in quell’occasione che cominciai a dubitare che gli schiavi vogliano davvero essere liberati, o quantomeno a rendermi conto che ad un certo punto si immedesimano totalmente nel loro ruolo. Non so se stavo umanizzando il cane o animalizzando gli uomini: comunque, una lezione da quell’avventura l’ho tratta. Non ho mai più creduto nelle avanguardie rivoluzionarie.

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Al di là delle nuvole

di Fabrizio Rinaldi, 3 marzo 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Appartengo alla generazione che vedeva “Che tempo fa” del colonnello Bernacca. Con pacatezza, sobrietà e un eterno sorriso sulle labbra spiegava l’avvicinarsi di perturbazioni, elargiva consigli ironici e snocciolava termici tecnici come “isobare” e “pressione millibar”, che affascinavano la mia mente di bambino. Spostava su una lavagna grigia (così appariva nella tv in bianco e nero) quelle linee bianche, quelle lettere “A” e “B”, come se stesse spostando truppe su un campo di battaglia: ai miei occhi stava giocando a risiko. Ma potete vederlo voi stessi: consiglio di cercare su youtube “Le previsioni natalizie del Colonnello Bernacca (1968)”.

I miei genitori e nonni non sapevano nulla di cumulonembi, cirri e altocumuli, ma seguivano le previsioni di Bernacca per il sottile piacere di constatare poi che le aveva ceffate in pieno. Si fidavano molto di più del loro istinto: uscivano di casa per annusare l’aria e per guardare le nuvole, specie se c’era da tagliare l’erba o da vendemmiare.

Le nuvole le osservavano con occhi molto differenti da quelli romantici di cantori, di poeti e di pittori come William Turner, che passava giornate intere a contemplare il cielo e riempire i suoi taccuini di acquarelli (come quello che apre l’articolo) che ne raffiguravano ogni possibile configurazione. Il loro era lo sguardo esperto e concreto di chi ha imparato a leggere il linguaggio della natura perché da questo dipende la sua sopravvivenza, il portare o meno a casa il raccolto dei campi.

Esistono un’infinità di “segni” che, per chi sa guardare, possono aiutare a capire quale tempo verrà. Quando si approssima il bel tempo i ragni tessono la loro tela con fili lunghi, gli uccelli volano alti e cantano al mattino presto e il fumo sale verticalmente e si disperde rapidamente. Mentre in previsione di tempo brutto i ragni accorciano i fili della tela e restano inattivi, le api non escono dagli alveari, gli uccelli volano bassi e cantano poco e il fumo dal camino sale diagonalmente e si disperde lentamente. Certo, oggi questi segni sono difficilmente percepibili: quanti possono basarsi sulle api e sul canto degli uccelli, o sulle tele dei ragni? Ma soprattutto, che differenza fa, per chi poi trascorrerà tutta la giornata in un ufficio o dentro una fabbrica? “Bello” e “brutto” (o “cattivo”) tempo non esprimevano un giudizio estetico o etico su un fenomeno naturale. Erano riferiti principalmente alle implicazioni sui lavori agricoli.

Com’è difficile
nella calura estiva
credere alla neve!
ABBAS KIAROSTAMI, Un lupo in agguato, Einaudi 2003

Quando meteo.it e 3Bmeteo non esistevano non potevano arrivare sui cellulari (anche perché non esistevano nemmeno) i loro catastrofici annunci di imminenti cicloni, temporali o tempeste siberiane in questa stagione, oppure di caldo tropicale e tempeste di sabbia sahariana in estate. Se nevicava non c’era spazio per allarmismi, c’era solo da prendere la pala e spalare. Quando faceva caldo, si zappava all’alba e al tramonto, per il resto si stava sotto un albero, magari col fiasco di vino a contemplare – allora sì – le nuvole.

Non sono qui per rivangare i bei tempi passati (perché non lo erano), ma a sottolineare la totale differenza dell’approccio nei confronti dei fenomeni atmosferici e dello spirito col quale si affrontavano le avversità, e questo a dispetto di una sempre maggiore consapevolezza dei cambiamenti climatici in corso.

È venuto totalmente meno il pragmatismo che caratterizzava i nostri nonni e genitori. Per un qualsiasi fenomeno che vada leggermente oltre la norma ci chiudiamo a riccio in casa, anziché prenderlo per ciò che è realmente, invece di pigliare l’iniziativa e affrontarlo con praticità e un briciolo di positività.

A questo punto spero che al lettore venga un dubbio: “Stiamo parlando di nuvole o di altro”? E infatti, mi riferisco alle nuvole, ma più in generale alle notizie fasulle che vengono vomitate dai media, al libero corso dato a manifestazioni di intolleranza, verbale e non, sempre più violente, allo spazio riservato a politici che di tutto parlano per non dire assolutamente nulla, o a elezioni che ai più appaiono totalmente inutili.

Ho divagato parecchio perché questo accade quando si vuol parlare di politica: c’è una diffusa tendenza a sottrarsi dal sostenere le preferenze in quell’ambito, un po’ per disinteresse, un po’ perché in difficoltà nell’argomentare le proprie idee e un po’ per timore del giudizio degli altri. Allora ci si sottrae preferendo animate disquisizioni sul tempo che fu, sull’opportunità o meno di aggiungere al piatto consigliato zenzero o curcuma (imprescindibili toccasana moderni); persino si disserta con maggior partecipazione su millantate pratiche sessuali o, appunto, sulle perturbazioni che “attanagliano l’Italia”.

Le previsioni meteo davano e danno una stima più o meno approssimativa del tempo atmosferico: si può prestare loro credito o meno, e comportarsi di conseguenza, ma il tempo rimane comunque quello. Le previsioni elettorali, in genere attendibili come quelle meteorologiche, hanno invece lo scopo preciso di orientare il voto, di creare l’effetto gregge: non hanno nulla a che vedere con l’informazione, mentre sono uno strumento di pura propaganda. Quando non ottengono l’effetto opposto. Se dovessi comportarmi in base ai possibili scenari che mi sono stati prospettati in questi lunghissimi mesi domani me ne starei a letto.

Andrò invece a votare, come ho sempre fatto, non fosse altro per rispetto verso chi non ha potuto farlo e ha combattuto per poterlo fare: ma ancor di più delle altre volte prima di entrare nella cabina elettorale dovrò turarmi il naso, e una volta dentro scegliere il meno peggio di montanelliana memoria.

Prima però alzerò gli occhi al cielo per vedere com’è. Sono giorni che nevica, spero che il ragno ora possa tessere una lunga ragnatela.

Post Scriptum del 5 marzo: Visto il cielo plumbeo, il ragno ha raggomitolato i suoi fili per farsi una calda coperta. L’aspetta ancora una lunga e grama bassa pressione, molto bassa.

Collezione di licheni bottone

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Fotografia e Utopia

Postilla a “Il racconto nell’album fotografico

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2018

Il pezzo di Fabrizio sulla fotografia ha casualmente incrociato lungo il mio percorso di letture un breve saggio di Pietro Bellasi comparso trentacinque anni fa su Prometeo (rivista che ancora esiste, o almeno esisteva sino ad un paio d’anni fa). Il saggio riguarda la miniaturizzazione e offre un sacco di spunti interessanti, dei quali cercherò di approfittare per altre occasioni. Ma uno in particolare concerne la fotografia, e mi sembra cadere a fagiolo: se si detiene il potere sull’interpretazione di ciò che è accaduto (o semplicemente si può mentire al proposito) si ha il controllo del presente e del futuro. Non riporto le parole di Bellasi perché l’autore baroccheggia alquanto e in realtà non dice, ma suggerisce. O almeno, a me ha suggerito questo.

Dunque. La fotografia ci racconta la realtà, ma una realtà che siamo noi a scegliere, al momento dello scatto, e poi al momento della conservazione. Allontana la realtà quel tanto nel tempo e nello spazio da rendercela accettabile. Infatti la miniaturizza, e quindi cela i difetti, li nasconde: ma cela anche gli effetti, li ferma, li cristallizza, li tacita. In pratica riduce il formato e azzera il rumore. Fabrizio dice che “congela” un istante, e che quindi, per effetto del confronto col presente, racconta anche lo scorrere del tempo. Io credo piuttosto che il tempo proprio lo escluda, perché il tempo è movimento, e lo scorrere del tempo produce un rumore, per quanto impercettibile, attraverso il quale appunto lo si coglie. E quel rumore nella fotografia non c’è.

Per questo penso che la fotografia sia ciò che più si avvicina all’Utopia. Non ci rappresenta la realtà quale noi la ri-creiamo, come può fare ad esempio la pittura, ma la realtà quale ci si impone: solo che siamo noi a sceglierne le dimensioni, a “domesticarla” sottraendola alla storia e avvicinandola alla perfezione. L’Utopia (quella con la maiuscola, che si pone come meta, e non come percorso) è appunto una realtà domesticata e fissata una volta per tutte, cristallizzata. Ecco, pensiamo ad esempio alla fotografia paesaggistica, meglio ancora a quella di montagna: ci consente di cogliere bellissimi paesaggi in un assieme, cosa che difficilmente riusciamo a fare nella realtà, perché lo sguardo si focalizza di momento in momento su punti diversi, o è distratto dagli altri sensi, dai suoni, dai profumi. Nella foto questi paesaggi, catturati e costretti in un formato ridotto, siamo in grado in qualche modo di dominarli, mentre nella realtà ne siamo dominati. Non c’è il rumore delle valanghe, o del vento, a dirci che siamo in loro balia. Ma lo stesso vale, al contrario, per i particolari che ci colpiscono in un volto, in una figura, in una costruzione, soprattutto per quelli che percepiamo come “negativi”. Dal vivo si impongono, sviano il nostro sguardo dal contesto: nella fotografia, miniaturizzati, vengono riassorbiti dall’assieme.

Paradossalmente questo accade anche con la macrofotografia, pur se parrebbe il contrario. Rendere visibili le cose quasi invisibili è anch’esso un modo per dominarle. Insomma, la fotografia ci consente di ricondurre ogni aspetto del mondo a scala umana, per poterlo fermare, fissare e controllare.

La fotografia ci nasconde dunque la realtà? No, ma certamente le riserva un trattamento cosmetico. Sempre, nelle foto dell’album di famiglia ma anche in quelle di cronaca. Persino le terrificanti immagini che arrivano dai teatri di guerra, persino quelle che sono arrivate dai campi di sterminio, sono state scelte per una loro valenza estetica prima ancora che documentaria. Le due cose hanno finito magari per coincidere, ma è indubbio che noi finiamo per memorizzare piuttosto le immagini che le storie che stanno loro dietro.

Dove ci porta tutto questo? Da nessuna parte. Sono solo riflessioni indotte da una coincidenza particolare, o che a me è parsa tale. Non cambiano una virgola del mio rapporto con la fotografia, né immagino di quello di Fabrizio o di chiunque altro. Ma forse potrebbero illuminarlo da un’angolatura un po’ diversa.

 

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La fotografia immemore

di Fabrizio Rinaldi, 25 febbraio 2018

Dobbiamo muoverci e pensare ad una velocità sempre maggiore: questo ci chiedono i ritmi imposti dalla modernità. In realtà la nostra mente non è evolutivamente preparata alla brusca accelerazione impressa negli ultimi cento anni, pochissimi se paragonati all’intero arco della storia antropica. Il risultato è dunque che siamo sempre meno capaci di concentrarci e, nella fattispecie, di fissare qualche ricordo negli interstizi cerebrali. Ad ogni istante l’attenzione è già attratta dall’immagine successiva, e i neuroni, fra uno stimolo e l’altro, ballano danze tribali, mai un lento.

Il problema lo abbiamo parzialmente risolto “esternalizzando” i ricordi. Con la possibilità di fotografare – oggi soprattutto, con l’ausilio di quel prolungamento del corpo che è diventato il cellulare – li demandiamo a immagini che dovrebbero fungere da supporto e promemoria. Ma questa pratica snatura completamente quelle che erano la sostanza e la funzione del ricordo.

Il primo limite delle immagini che archiviamo è paradossalmente proprio la loro potenziale illimitatezza: per quanto oculati e sobri possiamo essere nella scelta delle cose e delle situazioni da fissare, la possibilità di scattare all’infinito induce comunque una bulimia, alimentata dalla paura di perderci qualcosa di speciale: e in questo modo nulla è più speciale, tutto si confonde in una babele di immagini delle quali, per quanto esistenti, ci dimentichiamo per forza di cose immediatamente. L’altro limite, quello che qui m’interessa indagare, ed è comunque connesso strettamente al primo, sta nel fatto che l’immagine “seriale” conserva quasi nulla della pienezza del ricordo, in qualche modo lo congela, a discapito appunto delle emozioni, del calore (anche fisico) e di quant’altro quell’istante ha procurato in chi ha fotografato. Nella foto rimane solamente la parvenza dell’evento, il suo fantasma.

Ora, possiamo anche accettare l’idea di affidare ad una protesi esterna (per il momento), ad un prolungamento “artificiale” dei nostri organi e dei nostri sensi anche la memoria: lo stiamo facendo in fondo dall’inizio della storia, col cavallo e con la ruota, con il fuoco e con il libro, ed è proprio la caratteristica che ci connota come umani. Ma per gli oggetti della memoria, perché conservino senso, è fondamentale evidenziare il contesto in cui nascono, poiché il valore che diamo loro è connesso alla capacità che hanno di trasmetterci un messaggio, un’emozione, un brivido. La semplice esistenza di un’immagine di per sé è inutile, se non passa attraverso la cruna dell’emozione che procura: se il sussulto non c’è, significa che in realtà, al di là dell’apparenza, non ha senso lasciar traccia.

La macchina fotografica è uno strumento meccanico e viene usata per contribuire ad una memoria vivente. La foto è un promemoria tratto da una vita mentre viene vissuta.
JOHN BERGER, Capire la fotografia, Contrasto 2014

Questo è altrettanto vero per la musica, per la letteratura e per ogni altra creazione “culturale”, compresi gli oggetti d’uso nella quotidianità, ma vale in particolare per la fotografia, proprio per la sua intrinseca caratteristica e funzione, quella di “fermare” l’istante in cui è creata. Se ciò che s’intravvede in un’immagine non suscita un’emozione (non necessariamente positiva, potrebbe essere anche di disgusto) significa che siamo in presenza della mediocrità: detto senza tanti sotterfugi, non vale la pena conservarla. Può sembrare un atteggiamento un po’ drastico, ma nella profusione di stimoli che riceviamo credo che la mente – per sua stessa autodifesa – debba attuare una selezione di cosa trattenere e cosa eliminare. Lo chiamerei semplice istinto di sopravvivenza.

Il vero oggetto da preservare e da veicolare è il significato che attribuiamo all’immagine. E deve essere ben identificabile, a prescindere dal carattere sociale, documentativo, intimista o provocatorio di quest’ultima.

Lo sono, ad esempio, i contenuti connessi a fotografie come quelle di Che Guevara con lo sguardo verso l’infinito, di John F. Kennedy sorridente un attimo prima d’esser ucciso o della ragazza afgana di Steve McCurry. Anche chi non conosce la storia del soggetto fotografato non può non esserne colpito: se ha un minimo di sensibilità riesce a leggerci speranze, paure e sogni che sono anche i suoi. Per questo quelle immagini sono entrate nel patrimonio culturale collettivo, sono diventate icone popolari: allo stesso modo in cui lo sono state per secoli certe riproduzioni di dipinti a carattere religioso.

La trasfigurazione o, a seconda dei punti di vista, la deriva iconica è oggi sicuramente inferiore rispetto a pochi decenni fa: la profusione di immagini fa si che ognuna venga fagocitata da quelle successive, finisca rapidamente in dissolvenza e si limiti a scalfire per un attimo appena la nostra memoria visiva. Ricordo ad esempio la foto del bimbo con maglietta rossa e scarpette blu trovato morto sulla spiaggia turca: la sua drammatica potenza avrebbe dovuto scuotere le coscienze, tacitare coloro che vogliono respingere chi fugge da fame e guerre. Non è accaduto niente di tutto questo: come prevedibile, è stata vampirizzata dai media per qualche giorno, e altrettanto velocemente rimossa. La foto risale ormai ad alcuni anni fa e, nonostante i buoni propositi, non ha corrotto l’inclinazione dell’uomo ad esser meschino ed egoista.

Ma nel disordine iconografico attuale la fotografia può ancora rivendicare il diritto di trasmettere messaggi, l’orgoglio di essere un mezzo di espressione, e non di condizionamento e di rimbambimento, per l’umanità? L’apparecchio fotografico (in tutte le sue forme, reflex, compatta o smarthphone) ha fatto il percorso solito delle tecnologie: nel momento in cui è arrivato alla portata di tutti ha finito per prestarsi non tanto ad un riscatto, ma a diventare specchio della bassezza, della vacuità, dell’arroganza e del desiderio edonistico. Non sto rimpiangendone un uso “aristocratico” che non c’è mai stato, ma semplicemente disapprovando il fatto che come per tutto il resto, dall’automobile agli occhiali, la democratizzazione del possesso non si sia accompagnata ad una educazione all’uso.

E tutto appare sempre e soltanto una volta,
e di quell’una volta, la foto fa poi un sempre.
Soltanto attraverso
la fotografia il tempo diventa visibile,

e nel tempo tra
la prima fotografia e la seconda

appare la storia,
che senza queste due foto sarebbe caduta nell’oblio
di un altro sempre.
WIM WENDERS, Una volta, Contrasto 2015

La fotocamera è in fondo oggi il mezzo popolare più semplice ed immediato per soddisfare uno dei bisogni primari: quello di affermare e reiterare la nostra esistenza rendendoci (apparentemente) immortali attraverso un’immagine che ci rappresenti, o che veicoli un messaggio: che è poi “il” messaggio per eccellenza. “Guardami, esisto ed esisterò grazie a ciò che stai guardando”.

Negli ultimissimi tempi questo aspetto è stato enfatizzato dalla facilità con la quale si possono propagare le immagini, per quanto banali e scontate, attraverso i vari canali offerti da internet. E il problema sta proprio qui. L’analfabetismo visivo di ritorno induce a diffondere acriticamente qualsiasi contenuto: nei soggetti “immortalati” emergono le manchevolezze più che le eccezionalità, sono evidenziate le limitatezze più che le potenzialità. L’attenzione che caratterizzava ciò che era destinato a futura memoria ha lasciato il posto alla trascuratezza nei confronti di ciò che si sa avere vita effimera. In assenza di una prospettiva futura si cerca di riempire il più possibile, sia pure di ciarpame, il presente.

Tutto questo non ha nulla a che vedere con ciò che intendo per fotografia: credo che il senso e le finalità di quest’ultima siano ben altri, anche per chi non l’affronta con taglio “professionistico”, ma solo con la coscienza di una necessaria “serietà”.

Uno dei possibili percorsi rimane la narrazione del quotidiano, un quotidiano che è naturalmente differente da quello immortalato da Modotti, Cartier Bresson, Newton o Salgado. Qui vale più che mai la volontà, e ovviamente poi la capacità, di cogliere nel contesto attuale le possibilità di insinuare dei dubbi, di uscire dai canoni prospettici omologati e omologanti, di creare una curiosità attiva e non un’attitudine voyeristica.

Siamo assillati da figure pseudo-iconiche che dovrebbero suscitare emozioni effimere e artificiali, infiltrarsi nelle nostre coscienze sociali e politiche: ai comuni amanti della fotografia rimane però la genuina propensione ad immortalare ciò che comunemente li circonda, in una tensione sottesa non ancora imbrigliata dai messaggi consumistici.

Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore.
HENRI CARTIER-BRESSON, L’immaginario dal vero, Abscondita 2005

Questo significa rallentare il ritmo, anche nella produzione di fotografie, e rivalorizzare il quotidiano cogliendo piccoli momenti privati (che a volte è bene che rimangano tali) e caricandoli di significato.

Voglio proporre, a corredo ed esemplificazione di ciò che ho scritto, l’immagine con la quale l’ho aperto: è il frutto di una ricerca personale, artigianale, intima, dietro la quale non c’è la pretesa di produrre capolavori ad uso di altri: c’è solo la potenza di uno sguardo “storto” che interroga il fotografo e lo sfida su molti perché, mentre contemporaneamente difende l’intimità femminile e ne esalta i lineamenti e la freschezza.

Credo di aver avuto una cospicua dose di fortuna, quantomeno nell’esser riuscito a cogliere la tensione dell’attimo. Per il resto, si tratta appunto di coltivare l’attenzione per ciò che ai più appare irrilevante, e di tradurla in un giusto spazio nell’inquadratura dell’obiettivo (fisico o concettuale che sia).

In un’epoca contraddistinta dall’ossimoro di immortalare immagini che scordiamo poco dopo – accantonate come stracci vecchi –, questa foto è riemersa nella mia mente per le forti implicazioni emotive che mi suscitò un tempo e per gli interrogativi che ancora oggi mi pone. È a suo modo anch’essa un’icona, del tutto personale: in questo senso continua a spronarmi a cercare quello sguardo in chi o cosa mi circonda.

Ne ho bisogno. Ne abbiamo tutti bisogno.

Collezione di licheni bottone

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Gli abiti vecchi dell’imperatore

di Paolo Repetto, febbraio 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

La pubblicazione nelle Edizioni dei Viandanti di alcune raccolte poetiche ha suscitato perplessità. Nulla di personale contro la poesia, – ha detto un’amica – ma se non volete ridurre le edizioni del sodalizio a una vetrina per gli adepti, e testimoniare invece una particolare “militanza”, trovo che l’intimismo di questi versi sia poco in linea con gli intenti che dichiarate. O quanto meno, mi riesce difficile capire con che criterio vengono scelte le cose da pubblicare.

Ha ragione, almeno per quanto concerne i criteri. Ufficialmente non ce ne sono, e sarei quasi tentato di dire che questo è il bello delle edizioni dei Viandanti, l’assoluta indipendenza delle scelte da qualsiasi calcolo di mercato o vincolo ideologico, che per una volta non è solo professata, ma reale. Ma le cose, in effetti, sono un po’ più complesse. Non-dipendenza non significa non-senso, perché altrimenti le nostre edizioni diverrebbero davvero un contenitore dell’indifferenziato: mentre un senso ce l’hanno, ed è quello che già l’amica indicava, ma anche qualcosa di più. Che credo di dover chiarire.

La presenza di testi poetici nelle nostre edizioni non va certamente giustificata, perché il rapporto del Viandante con la poesia è scontato. Il ritmo del verso, diceva Wordsworth, è dettato direttamente da quello del cuore e disciplinato da quello delle gambe. E Steiner scrive: “Nella metrica e nelle convenzioni poetiche occidentali, il piede, il battito, l’enjambement tra i versi o le stanze ci ricordano l’intimità tra il corpo umano che cammina sulla terra e le arti dell’immaginazione”. Piuttosto ritengo utile dare ragione di quelle particolarissime scelte, e questo riesce meno semplice, perché le scelte in realtà sono state istintive, e quindi io stesso mi sono posto la domanda solo a posteriori. È stato comunque un esercizio utile: mi ha costretto ad ammettere che quando ci si riferisce ad atteggiamenti culturali, come la passione per un particolare autore o la predilezione per un genere, non si dovrebbe parlare di istinto, perché in realtà si tratta di una reazione acquisita e, appunto, “culturalmente” motivata.

Al solito, per dare una spiegazione all’amica, e prima di tutto a me stesso, sono risalito sino alle distinzioni più elementari: è nel mio carattere, non riesco a dare nulla per scontato. Ma direi che in un periodo di confusione come questo anche ribadire ciò che sembra ovvio è tutt’altro che inutile. Provo quindi a ricostruire il ragionamento che ho fatto, partendo dalle mie personalissime preferenze e idiosincrasie. In questo modo allungo di parecchio il percorso, ma prendo al balzo l’occasione per riflettere con calma su un argomento che mi sta a cuore da un pezzo.

Non ho mai scritto poesie (non è del tutto vero: ne ho scritta una a sei anni, sull’autunno, ma credo che non conti). Non lo faccio perché non so mai dove dovrebbe finire il verso, fosse per me andrei avanti sin oltre il termine della riga. Nemmeno nei compiti in classe rispettavo i margini del protocollo, mi sembrava uno spreco, e ancora oggi soffro dello stesso horror vacui, così che quando scrivo al computer uso la spaziatura più ridotta possibile.

La scrittura poetica non è evidentemente nelle mie corde. E tuttavia provo una reverente ammirazione per chi sa distillare le parole, rompere le sequenze logiche e sintattiche e andare a capo prima che il margine lo imponga. Il che significa che la mia formazione scolastica molto tradizionale mi fa identificare un discrimine formale tra poesia e prosa; e questo discrimine è segnato dalla scelta dei termini e del metro, dall’organizzazione dei versi e persino dalla resa grafica. Isolare una parola sulla pagina bianca, invertire il rapporto tra pieni e vuoti, significa praticare una diversa modalità espressiva e suggerirne una di lettura. È una distinzione semplicistica e scontata, ma da qualcosa bisogna pur partire se si vuol definire un terreno comune di interpretazione e di confronto.

Nella sostanza sto dicendo questo: la poesia non nasce in automatico dall’attivazione di sensori particolari. Presuppone naturalmente una sensibilità acuta nel cogliere il mondo (è il ritmo del cuore), ma questo vale (o dovrebbe valere) allo stesso modo per ogni forma di letteratura, per la musica, per la pittura, ecc. Anche in tutti questi altri ambiti la sensibilità è una condizione necessaria: ma non è sufficiente. A fare la differenza è la capacità di tradurre la sensibilità secondo le convenzioni di un particolare codice (è la disciplina delle gambe): suoni, segni, parole possono essere diversamente usati e posizionati nel tempo o nello spazio, per dire cose diverse o per dire le stesse cose in maniera differente. Ma persino le rotture, le scelte, per intenderci, “di avanguardia”, suppongono un codice da infrangere.

L’importanza del codice è nel segnale che invia al lettore, allo spettatore o all’ascoltatore: gli suggerisce in pratica quale atteggiamento assumere di fronte ad un testo, a un’opera, a una composizione. Poi naturalmente ciascuno legge, vede o ascolta come vuole, ma se apre I promessi Sposi è chiaro che deve cercare un rapporto con la lettura diverso da chi sfoglia i Canti di Leopardi. Allo stesso modo, come autore posso decidere di andare a ruota libera, senza alcun metro, senza punteggiatura, scrivendo i versi da destra a sinistra o dal basso all’alto, oppure seguendo i bordi della pagina come Palazzeschi (e lo stesso vale per i segni sulla tela, o per le note sullo spartito): ma quello che poi chiedo al lettore è di non aspettarsi comunque Guerra e Pace, di leggermi con una disposizione diversa. Volenti o no, l’idea che quando parliamo di poesia (non uso “scrittura in versi” perché il codice contemporaneo non prevede necessariamente la versificazione) parliamo di qualcosa di distinto dalla prosa, indipendentemente dal fatto che certe pagine di prosa siano cento volte più poetiche di molte composizioni in versi, questa idea, dicevo, c’è.

Dalla poesia ci attendiamo di conseguenza non una narrazione ma una evocazione, non una dimostrazione filosofica o una informazione scientifica ma un innesco per la nostra immaginazione, per le nostre emozioni e magari per le nostre riflessioni (il discorso varrebbe in realtà solo per la poesia contemporanea, non certo per Omero o Lucrezio o Foscolo: ma questo ci porterebbe a rileggere la storia della letteratura dalle origini ad oggi, e non è proprio il caso). Magari tale disposizione non varrà per tutti, ma credo che la maggioranza dei lettori (e degli autori) intenda la poesia in questo modo e vi cerchi questi stimoli: e per una volta mi trovo in sintonia con la maggioranza. La poesia dunque (qui uso il termine nella sua accezione più generica, che si estende ad ogni modalità di espressione artistica) è frutto di una sensibilità particolare per le cose, ma vede la luce solo quando passa per strumenti adeguati a rappresentare quella sensibilità, ovvero a farne partecipi gli altri.

Nel caso specifico della scrittura quegli strumenti sono le parole (ma anche gli spazi). Le parole sono un materiale da costruzione che assume, a seconda dell’ambiente e dell’uso che si intende farne, diversa forma e sostanza: possono diventare mattoni, pietre, tavole di legno, blocchi di ghiaccio, ed essere assemblate in modo da costruire edifici completamente diversi, castelli, grattacieli, palazzi, ville o condomini popolari, o anche tende, capanne ed igloo. Si può farlo con varie tecniche: in prima persona, fingendo la voce di un terzo o di un gruppo, oppure assemblando a casaccio, tipo flusso di coscienza, per cui il risultato finale sarà un po’ sbilenco e approssimativo: ma la sostanza rimane quella. Ora, quando il risultato del disegno “architettonico” è una compiuta costruzione, e le parole messe in fila in un ordine più o meno preciso e dettagliato raccontano un fatto, una storia, parliamo di scrittura in prosa.

Le parole possono però essere usate anche in maniera diversa. Possono evocare, anziché narrare. Scegliendo i materiali giusti e distribuendoli in un certo modo, tale magari da abbozzare un semplice perimetro, come per certe rovine classiche, si può rappresentare alla fantasia una casa (ma anche un villaggio, una città). Non è necessario darne l’esatta configurazione, quante camere, quante porte, com’è il tetto. È sufficiente suggerire che lì c’è una dimora, quindi una famiglia, quindi una vita o più vite con le loro storie. Se il lettore avesse tutte le informazioni dettagliate, di storie potrebbe ricostruirne solo una: con tutte le variabili che vogliamo, ma solo quella. Ma con la poesia non ha bisogno di conoscere nulla di preciso. Non gli interessano gli ambienti, ma la funzione, l’atmosfera. Se è una casa che si vuole evocare, deve poter essere intesa come propria da chiunque, da un esquimese come da un bantu o da uno svizzero. Non solo: la poesia annulla le distanze spaziali, tra culture diverse, ma anche quelle temporali, tra diverse epoche. Per cui riconosciamo in Archiloco o nel commiato di Ettore gli stessi sentimenti che nutriamo noi (o almeno, alcuni di noi).

La cosa vale in linea di massima per tutta la letteratura (come per l’arte, e per la musica), ma nel caso della poesia, proprio perché quest’ultima richiama sentimenti, emozioni, e non narra vicende situate in un preciso contesto storico o geografico o politico, vale in assoluto. Sto banalizzando la poetica dell’indefinito di Leopardi, ma grosso modo credo che proprio così vada interpretata.

Quindi: la poesia suppone che le parole mi rappresentino con immediatezza quasi musicale un’immagine, mi trasmettano già col semplice loro suono un’emozione, o mi suggeriscano un’idea; non siano cioè incise solo sul bianco della pagina, ma arrivino direttamente nel mio animo. Che passino attraverso esso per commuovere anche la mente. La prosa le usa invece in maniera tale che, ricevute attraverso la mente, arrivino poi ad emozionare l’animo.

Non vado oltre perché rischio di offendere davvero l’intelligenza del lettore. Volevo solo dire che credo nell’esistenza della poesia, penso che si manifesti sotto spoglie diverse, ma sia comunque riconoscibile, e sono convinto che incontrarla sia una delle esperienze migliori che ci possano capitare. Per questo parlavo più sopra di reverente ammirazione: potrei aggiungere anche gratitudine, perché si tratta di una delle conquiste più pure dell’uomo, non ha controindicazioni e non produce effetti collaterali (se non in animi già malinconicamente predisposti).

Reverente non significa però incondizionata. E qui veniamo al dunque. Non bastano la dichiarazione d’intenti dell’autore (in genere molto esplicita, e demandata già al titolo o al sottotitolo, che è appunto “Poesie”) o l’attribuzione del bollino doc della critica patentata per farmi scattare in piedi. Credo si debba avere chiara in mente la distinzione tra ciò che entra nell’empireo poetico e ciò che ne rimane fuori, sia pure con un ruolo importante nella storia della letteratura. Quindi, per limitarci all’ultimo secolo, in presenza di Saba o del primo Montale avverto, come si diceva una volta, il respiro della Musa, mentre davanti a D’Annunzio mi tolgo tanto di cappello, ne ammiro la perizia pirotecnica, ma rinuncio a pretendere che i suoi versi mi commuovano. Di lì in avanti poi, soprattutto quando si entra nella contemporaneità, e a meno che il poeta si chiami Caproni, le cose diventano un po’ più complicate. All’emozione si sostituisce troppo spesso lo sconcerto, accompagnato dalla sgradevole sensazione che lo scopo del poeta fosse proprio questo. Il che imporrebbe di rivedere tutti i criteri, di adeguarli alla nuova situazione.

Ora, non mi sono imbarcato in questo chiarimento per discettare di poesia e non poesia. Volevo solo parlare del mio rapporto con la scrittura in versi, segnatamente con quella più recente, per motivare le scelte “editoriali”. La mia è dunque una personalissima versione dei fatti, fondata non su una critica storica o testuale per la quale non possiedo gli strumenti, ma sulla immediatezza delle impressioni da lettore. Certo, non posso fingere di non aver insegnato per anni letteratura: ma assicuro che in quella veste ce l’ho messa tutta per mantenere, nei limiti del possibile, un approccio “oggettivo”. Ritengo anche che nel ventesimo secolo la scrittura in versi, un tempo di uso ordinario, sia diventata una scelta felicemente anacronistica, nel senso che si sottrae ai condizionamenti del tempo e delle mode culturali. Ma questo accade solo quando il gioco è leale.

Mi sono trovato, nello svolgere il mio lavoro, a confrontarmi con esperienze letterarie recenti (non solo in versi) validate dalla critica, e come tali già assunte nel pantheon delle antologie scolastiche, che in realtà non mi convincevano affatto. Avrei potuto tranquillamente scansarle, dal momento che il programma di letteratura dell’ultimo anno era vastissimo e consentiva molta discrezionalità: in genere si faticava persino ad arrivare ai poeti “laureati” della prima metà del Novecento. Ma non mi andava di scegliere le soluzioni di comodo.

Ho le mie fisime, e una era quella di fornire una informazione il più possibile completa, perché si trattava comunque di documenti, di segnali di tendenza, l’altra quella di non imporre i miei gusti agli allievi: ma confesso che in questo caso c’era anche un intento maligno, perché pensavo che quelle cose potessero rappresentare un’utile vaccinazione. Non c’era bisogno di forzarle. Mi limitavo a presentare certi testi premettendo che di fronte alla poesia contemporanea bisogna inforcare occhiali diversi, così come si fa davanti a un quadro di Rotcho o a una “scultura” di Palladino, e cercando di suggerire quali caratteristiche dovessero presentare le lenti. Qualcuno mi seguiva perplesso, i più capivano che il meno convinto ero proprio io.

Che cosa non mi convinceva? Dovrei spendere un altro sacco di parole per spiegarlo, e credo quindi che a questo punto sia più efficace proporre un esempio. Prendiamo un poeta che la critica ha consacrato come un maestro del secondo novecento: Andrea Zanzotto. Scelgo quasi a caso da “La beltà” (dico “quasi” perché il caso Zanzotto è esploso veramente, in una mia classe, complice un allievo sin troppo affascinato dalla poesia):

“Chiamarlo giro o andatura rettilinea,
a che sé dicenti scienze e patti e convenzioni far capo?
Perché tutte queste iperbellezze
ipereternità sono
tutte sanissime e strette in solido
ma vagamente trasverse perverse
indicano spunti di lievi o grosse per-tras-versioni
madrinature ognuna fantastizzanti
seduzioni censure o altri innesti clivaggi,
il loro afrore in stagione o fuori stagione
abbacina allergizza – e poi eritemi sfavillanti. (….)”

Mi fermo qui perché è il primo punto che trovo. Ma va avanti così per un’altra cinquantina di versi. Non ho saltato né aggiunto niente. E giuro che questa non l’ho mai propinata ai miei allievi, anche se sentivo che avrei dovuto farlo, per chiarire un po’ le cose (non certo il senso) e cancellare certe sudditanze. Avrei potuto comunque essere anche più sadico: avrei potuto trascrivere per il lettore un paio di strofe da “Pasqua di maggio”, oppure scegliere a caso, senza quasi, da Sanguineti.

Dunque, se qualcuno mi sa decrittare o “contestualizzare” questi versi si faccia avanti. Non per sparare stupidaggini sulla grammatica originaria del significante, ma per spiegarmi molto semplicemente di che cavolo Zanzotto sta parlando e perché lo fa in questo modo. E comunque, se anche quel qualcuno ci fosse, che senso avrebbe? Perché un libro di poesie dovrebbe essere venduto assieme a una confezione di aspirine? O letto come una rivista per enigmisti esperti? Cosa si vuole dimostrare? Che “componendo o scomponendo incessantemente se stessa, la parola sembra instaurare nel testo infiniti punti di fuga che la rilanciano continuamente, pur mantenendola ferma in tutta la sua pienezza e plasticità, anche se incrinata o infranta, in un al di là senza fondo di senso” come ci erudisce il prefatore alla raccolta, Stefano Agosti? E allora? I nostri figli o nipoti hanno provveduto senza tante scene, e senza aver mai letto un libro di poesie, a triturare il linguaggio, liofilizzarlo, farlo deflagrare, privarlo di ogni peso. E adesso?

“Un al di là senza fondo di senso”! No: qui c’è puzza di imbroglio. Prendetela un po’ come volete ma di fronte a

“Di tante coperte, ti prego,
Di lane aiutami sapori fiutati fumi
E là egli fa le previsioni-luna idoleggia pasqueggia
Col riconoscitivo incantarsi di tutto
In rosa in sé
Incastrarsi”

sono convinto che nessuno tranne Stefano Agosti possa trovare un senso, e meno che mai provare un piacere. E se nessuno lo ammette non è per reverenziale rispetto, ma solo per timore di apparire blasfemo.

Tutto questo non va affatto a difesa della poesia. Anzi, è il motivo per cui in fondo nel nostro paese nessuno, se non i critici e gli aspiranti poeti in cerca di un modello, ne legge più. In genere incolpiamo di questa disaffezione la tivù, oggi anche gli smartphone: ma tutto sommato la narrativa e la saggistica continuano ad essere lette. Non solo: in Inghilterra un volume postumo di poesie di Ted Hughes, il marito di Silvia Plath, ha venduto pochi anni orsono seicentomila copie. Sarei curioso di sapere quante ne ha vendute il Meridiano di Zanzotto, anche se non è il numero di copie vendute a decretare la qualità di un’opera: alla fine però qualcosa vorrà dire.

Vuol dire che noi italiani abbiamo un problema con la poesia. Ne abbiamo un po’ con tutto ciò che concerne la bellezza, forse la natura e la storia ce ne hanno concessa troppa, ma nei confronti della poesia il problema sembra essere particolarmente accentuato. Certo, ci si può appellare a profonde ragioni storiche, non ultimo il fatto che con una popolazione che un secolo fa contava ancora l’ottanta per cento di analfabeti la poesia, soprattutto quella da leggersi in privato, è sempre stata riservata a piccole élites. Per la stragrande maggioranza degli italiani (al contrario di quanto accadeva nei paesi nordici o protestanti, dove saper leggere, e quindi accedere direttamente alle Scritture, è stata precocemente una condizione imprescindibile per l’ appartenenza religiosa e per quella civica) l’alfabetizzazione è arrivata tardi, imposta quasi come una pratica coloniale, assieme alla leva militare obbligatoria. E a lungo è stata disertata: a dispetto dell’obbligo formale mio padre frequentava la scuola un paio di mesi l’anno, quelli stretti tra la sospensione e la ripresa dei lavori agricoli e le nevicate invernali. Ci siamo alfabetizzati in fondo solo con la televisione, ovvero proprio attraverso il primo di quegli strumenti “comunicativi” che l’alfabetizzazione nella sostanza la negano.

C’è però anche una responsabilità oggettiva dei nostri intellettuali, che entro il loro confino elitario si sono spesso e volentieri crogiolati. Anche qui, certo, si possono accampare alcune motivazioni oggettive: la smania futurista di modernizzare un paese arretrato partendo da una rivoluzione del linguaggio, o la prudenza ermetica imposta dalla censura fascista, che hanno spinto in una direzione sempre più lontana dal linguaggio corrente. Ma il problema vero nasce dal fatto che una volta usciti dalla porta la gran parte dei nostri poeti non sono più rientrati. Hanno fatto conventicola e se la sono raccontata tra loro, ammiccando e giocando a chi sapeva celare meglio l’indizio, la chiave di lettura, in un circolo vizioso all’interno del quale nessuno in realtà ascoltava l’altro, ma tutti si congratulavano vicendevolmente, e i critici pascolavano.

Il risultato è evidente: mentre da Kipling e Wilde fino a Yeats, a Austen, e persino ad Eliot, che scrivevano nella prospettiva di un’utenza trasversale di milioni di persone, i poeti inglesi erano indotti più o meno consapevolmente a cercare di farsi capire da tutti, per Gatto o Sinisgalli era molto più importante dimostrare di appartenere alla schiera iniziatica che si scambiava messaggi cifrati. Non ne siamo più usciti: la distanza creata da una generazione di ermetici e da un’altra di de-costruttori non è stata recuperata, e meno che mai lo sarà oggi, con la barbarie mediatica che già ha fatto irruzione.

È una lettura semplicistica, ma me ne assumo la responsabilità: è comunque quanto una militanza assidua di lettore e di insegnante mi ha fatto capire. Dire che il problema, sempre che un problema lo si voglia considerare, è molto più complesso, è solo un modo per evitarlo o addirittura negarlo.

Questo ci riporta finalmente al punto dal quale eravamo partiti. Ovvero: perché ritengo fosse doveroso dare una dignità “editoriale” alle poesie di Mario Mantelli e di Tonino Repetto (non diciamo farle conoscere, perché le edizioni dei Viandanti non hanno questa presunzione).

La dignità editoriale si configura semplicemente nel disporre queste poesie in un certo ordine, con una certa uniformità di caratteri, scolpite in nero su pagine bianche così che nella loro compattezza e similitudine e insieme diversità creino alla fine un racconto, nella loro apparente estemporaneità offrano un quadro d’assieme. Non aggiunge nulla alla dignità poetica e civile che hanno già in sé, ma in qualche modo la certifica. È una attestazione di merito. E allora vediamo quali sono ai nostri occhi i meriti.

Se volessimo tenerci stretti al simbolo del viandante potremmo dire che in entrambi il filo portante è il viaggio. Nelle ultime due raccolte Mantelli si muove per l’Italia in esplorazioni il cui raggio si allarga di mano in mano, dalle vie alessandrine alle piazze toscane, guidato dall’ininterrotto stupore per l’incantesimo della bellezza (e dal rammarico per le sue contaminazioni). Repetto viaggia invece da fermo, interrogandosi nella clausura della sua camera sulle mete dei passanti frettolosi sotto la pioggia o sui passeggeri degli autobus intravisti dietro i finestrini appannati, o guardando dalla banchina della stazione i viaggiatori che scendono a incontrare il buio della notte. Il tema è senz’altro pertinente, anche se viene declinato in modalità così diverse (e anche se, in effetti, il viaggio costituisce solo un involucro, e i contenuti sono ben altri).

Sappiamo benissimo però che il criterio non è questo. Una traccia, una metafora di viaggio possiamo trovarla in qualsiasi composizione poetica (forse persino in Zanzotto). Il criterio vero è quello del linguaggio. Riguarda la capacità di esprimere queste cose, quali che siano, abbiano o meno attinenza tra loro, nella maniera più diretta. Di ridare cioè peso al linguaggio, di costruire con il linguaggio, anziché farlo deflagrare. In entrambi i casi la scelta di una modalità espressiva non semplice, ma di semplice eleganza, è un atto di estrema urbanità. Sottintende il desiderio di incontrare il lettore su un piano immediato, empatico, ma non puramente emozionale: e il piano non può essere quello terra, disturbato dai rumori della strada, e nemmeno il trentesimo, raggiungibile solo con gli ascensori manovrati dalla critica (mi appare per un attimo Stefano Agosti come liftboy). Deve essere raggiungibile da chiunque con le proprie gambe, perché l’empatia viaggia solo su un binario bidirezionale. Leggo le poesie di Mario, avverto qualcosa che mi coinvolge, mi metto a pensare. Quando scrive:

e all’improvviso
aspettando al semaforo mi accorgo
(con dispiacere; ma già, che mi credevo?)
che tutto questo è il mondo
e la sua spiegazione.

mi rimanda a tutti i semafori rossi che mi hanno imposto o consentito di riflettere un attimo, ogni volta trasmettendomi la stessa sua mesta sorpresa, e lo fa con i termini e con le immagini essenziali. Soprattutto, si fa capire. Eccome.

Allo stesso modo quando Tonino dice:

Non cela segreti la superficie
dei giorni inerti opachi uguali

oppure

la luce, quando arriva,
ferisce gli occhi partorisce
le immagini di sempre

e ancora

una porta si apre
dove il giorno è qualsiasi

riconosco una urgenza interiore di senso che è esattamente la mia, e che viene puntualmente disattesa da ciò che sta fuori.

Ma poi:

Padrona delle forze, più allettante
del muretto di un viottolo campestre
la primavera mi ridà la corda.
Le cose prendono lo statuto di persone
e tutto si ricompone.

constata l’uno, e l’altro:

Si svegliano pallidi i giorni
nel vecchio paesaggio,
camminano scalzi,
riprendono il viaggio.

Semaforo verde.

C’è molto di più in queste poesie, ma sarà oggetto, lo spero, di altre riletture. Qui mi importava solo rispondere alla domanda più immediata e impegnativa: perché. Il perché è questo. Credo che la riabilitazione del linguaggio, sia in senso proprio che in senso figurato, sia l’intervento più urgente da operarsi per la nostra cultura malata, per la nostra socialità agonizzante. È un intervento inderogabile, preliminare ad ogni altra scelta. Per fare diagnosi, per prescrivere terapie e medicamenti c’è bisogno di gente che parli chiaro, che attribuisca alle parole il giusto peso, che sappia allinearle nella maniera più semplice senza impoverire la gamma delle sfumature, che le pronunci senza ammiccare o alludere, e senza intimorire.

Dicevo che in queste poesie c’è eleganza: è l’esatto contrario della volgarità. C’è sostanza, che è l’esatto contrario della vacuità. C’è voglia di mettersi in gioco, e non di esibirsi, che è pudore. Ci sono esattamente tutte le qualità di cui avvertiamo lancinante l’assenza nel quotidiano. Queste poesie ci rinnovano la speranza che qualcuno continui a resistere all’abbrutimento, e offrono un esempio semplice, praticabile, immediato di come è possibile farlo. In linea con quello che il sito vorrebbe trasmettere.

Sono cose che non pesano nel bagaglio del viandante, perché si reggono da sole: anzi, aiutano il viandante a reggersi.


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Grazie per la risposta. ✨

Sulle rimozioni

di Paolo Repetto, febbraio 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Tony Judt è morto nell’agosto del 2010 di sclerosi laterale amiotrofica, la famigerata SLA. Era nato nel 1948, quindi era della mia leva, più vecchio di soli dieci mesi. All’epoca non ho trovato la notizia su alcun giornale (probabilmente leggo i giornali sbagliati), non l’ho sentita per televisione (ma questo è già più comprensibile, perché la televisione non la seguo, e magari gli hanno dedicato ampi servizi tra un pettegolezzo e l’altro), non l’ho nemmeno recuperata più tardi, nell’autunno o nell’inverno successivo (e questo invece fa pensare). Forse morire nel pieno dell’estate non giova, perché i collaboratori delle riviste letterarie o storiche sono in vacanza, e al loro rientro hanno altre cose cui pensare.

La storia è una sciocchezza.
Henry Ford

La verità è che nel 2010 di Tony Judt io nemmeno sospettavo l’esistenza. Eppure non sono di primo pelo, seguo le vicende culturali e i protagonisti meno conclamati sono un po’ la mia specialità. Ma Judt proprio mi mancava: e allora, se da un lato ammetto la mia colpevole ignoranza, dall’altro posso portare a parziale giustificazione il fatto che nemmeno per caso mi era capitato fino a poco tempo fa di imbattermi in lui in qualche recensione, neppure nelle note a piè di pagina (sono uno che legge anche le note).

Che Judt, ebreo con ascendenze esteuropee molto ramificate, inglese di seconda generazione e trapiantato poi in America, sia stato uno degli intellettuali più influenti dell’ultimo quarto di secolo l’ho scoperto solo nella quarta di copertina di un libro preso a metà prezzo, attratto dal titolo, “L’età dell’oblio”. Ma le quarte di copertina non sempre sono credibili. È quando ho scorso l’indice che ho capito di aver fatto tombola, di aver trovato la pepita che cercavo da un pezzo.

Naturalmente è seguita una corsa a recuperare tutti gli scritti pubblicati in Italia, a partire da Postwar, il suo capolavoro, una monumentale storia dell’Europa dal secondo dopoguerra agli inizi del nuovo millennio, che con ogni probabilità rimarrà insuperata, per il coraggio del disegno e per la completezza e la chiarezza della trattazione. A seguire sono arrivati Novecento, una lunga conversazione raccolta da un amico e uscita postuma, nella quale le vicende biografiche dell’autore sono occasione per ripercorrere la storia culturale di tutto un secolo, e Guasto è il mondo, un testamento spirituale, il lucido e commovente lascito di Judt alle nuove generazioni.

Qui voglio però soffermarmi sul libro-rivelazione, L’età dell’oblio. Il sottotitolo italiano è Sulle rimozioni del ‘900. Si tratta in effetti di una raccolta di articoli, apparsi per lo più sulla New York Rewiew of Books, dedicati a protagonisti o a momenti della vita politica e culturale del Novecento che sono stati “rimossi” in vari modi e per motivi diversi dalla coscienza collettiva. Judt parla un po’ di tutto, con estrema onestà ed eccezionale competenza: spazia dalla guerra fredda al conflitto israelo-palestinese, dalla disfatta francese del 1940 alle vicende della Romania post-comunista, fino all’azione politica di Giovanni Paolo II o alla crisi del Belgio. Racconta cose che credevo di conoscere, ma che alla luce della sua analisi rivelano aspetti totalmente insospettati. Il meglio lo dà comunque nei ritratti dei protagonisti: i “rimossi”, appunto, i “rinnegati”, i transfughi dallo stalinismo come Koestler, Orwell, Manès Sperber e Laszek Kolakowski; oppure quelli che non sono stati rimossi, ma marmorizzati in icone letterarie, Camus e Primo Levi ad esempio, e filosofiche, come Hanna Arendt; e quelli fatti silenziosamente sparire dalla cultura di sinistra dopo esserne stati per qualche decennio delle star, personaggi per intenderci come Garaudy e Althusser. Ma non risparmia, per altri versi, gli irriducibili nostalgici come Hobsbawm, che icone lo sono ancora oggi.

Le ultime cose, Novecento e Guasto è il mondo, Judt le ha scritte (in realtà le ha dettate) quando la SLA se lo stava ormai mangiando, nella consapevolezza di avere davanti pochissimo tempo: e questo parrebbe spiegare la schiettezza dei suoi giudizi, la capacità di non fare sconti a nessuno. Ma gli articoli raccolti ne L’età dell’oblio sono precedenti, a volte anche di parecchio, e mostrano la stessa totale assenza di sudditanze ideologiche o di spirito di consorteria. A trent’anni Judt diceva pane al pane come io, che pure passo per essere piuttosto ruvido e disallineato, ho cominciato davvero a fare solo dopo i cinquanta. O meglio, sapeva distinguere il pane raffermo, quello che avrebbe fatto immediatamente la muffa, da quello che sarebbe rimasto commestibile per sempre. Il rammarico per non averlo conosciuto prima è quindi doppio.

Cosa ho trovato nei saggi di Judt? Innanzitutto delle conferme. Le conferme di sensazioni che da anni mi porto dietro e cerco malamente di esternare. Come quella relativa all’ignoranza storica che la mia generazione ha volutamente coltivato. Quando Judt scrive che “non solo non siamo riusciti a imparare granché dal passato […] ma ci siamo convinti che il passato non ha nulla di interessante da insegnarci” riassume in due righe tutta la decostruzione “postmoderna” della storia e della cultura occidentali. E quando constata che “musei, santuari, iscrizioni, ‘patrimoni dell’umanità’, persino parchi storici tematici – e, aggiungerei io, ricorrenze, celebrazioni, commemorazioni ufficiali, giornate della memoria – non migliorano la comprensione e la consapevolezza del passato, ma sono solo surrogati”, tocca il nodo centrale: abbiamo abolito la storia, che è scomoda e ingombrante, in quanto ti sbatte in faccia le responsabilità, per rifugiarci nella memoria, che al contrario della prima è selettiva e gratificante, e consente a ciascuno, dal suo punto di vista particolare, di sentirsi vittima. La storia crea una coscienza critica, la memoria si trasforma facilmente in culto, e produce mostri, perché è ovviamente di parte, suggestionabile e manipolabile. La recente vicenda polacca, la negazione e la proibizione “per decreto” di ogni accenno al coinvolgimento diretto dei polacchi nello sterminio degli ebrei, è solo l’ultimo di questi mostri. Oggi stiamo allevando miliardi di irresponsabili idioti, che si trincereranno ciascuno nell’appartenenza a una qualche minoranza, di genere o di trans-genere, etnica, culturale, religiosa, per rivendicare i torti subiti e/o cancellare quelli perpetrati.

Questo sta accadendo. “Invece di insegnare ai bambini la storia recente, li accompagniamo nei musei e a visitare i monumenti”. La cancellazione dell’insegnamento della storia la stiamo già pagando. C’è una classe politica emergente (a livello mondiale, non solo nazionale) che sembra avere come denominatore comune il rifiuto di confrontarsi col passato, persino con quello più prossimo. Ed è perfettamente in linea con l’atteggiamento diffuso nella cosiddetta società civile. Il modello è quello della play station: si schiaccia un tasto, si cancella tutto e riparte un nuovo game, nel quale si possono ripetere gli stessi errori, gli stessi movimenti, senza aver imparato nulla da quello precedente. Vengono riproposti identici gli slogan che un secolo fa hanno portato l’Europa alla rovina, e non per imitazione, perché nemmeno si conosce il modello originale, o per continuità ideologica, ma semplicemente perché si cavalcano le stesse spinte autodistruttive.

Sto riferendomi essenzialmente alla cultura europea, perché in realtà è l’unica impregnata di “senso storico”, da Erodoto in giù. Questo senso storico nasce dalla curiosità di fronte a un mondo precocemente desacralizzato, dallo stupore attivo, disincantato, nei confronti della natura, dalla convinzione che gli uomini sono padroni del proprio destino, lo modellano, fanno “la storia”. E questa attitudine è indiscutibilmente europea. “Ogni anno – scriveva Erodoto – mandiamo le nostre navi, rischiando le nostre vite e spendendo molto denaro, fin sulle coste dell’Africa, per chiedere: chi siete? quali sono le vostre leggi? qual è la vostra lingua? Loro non hanno mai mandato una nave per chiedercelo”.

Europea, ma non indiscriminatamente “occidentale”: perché l’occidente moderno nasce da un incrocio tra modelli di pensiero apparentemente incompatibili, che ancora non hanno trovato una armonica composizione e forse non la troveranno mai, e che in questo perenne confronto di volta in volta prevalgono o soccombono, spesso enfatizzando i loro aspetti peggiori. La cultura americana, all’interno della quale Judt ha lavorato per l’ultima parte della sua vita, ha ad esempio da sempre intrattenuto con la storia un rapporto piuttosto freddo. La brutale liquidazione che ne faceva Henry Ford rispecchia, sia pure in misura parossistica, e tenuto conto che arrivava da un grande ammiratore di Hitler, una attitudine diffusa, direi addirittura generalizzata. In fondo gli americani discendono da quei pellegrini che assieme all’Europa volevano lasciarsi alle spalle anche la sua storia. Quei pellegrini non leggevano Erodoto, ma la Bibbia.

D’altra parte, per tutti coloro che vogliono fondare mondi o imperi nuovi la storia è sempre stata un ingombro. Qin Shi Huang, l’imperatore della muraglia, cancellò alla fine del terzo secolo a.C. in un unico grande rogo di opere e di autori tutta la memoria precedente, proprio nello stesso periodo in cui in Occidente veniva creata la biblioteca di Alessandria. La stessa fu distrutta prima dai cristiani e poi dagli arabi, in entrambi i casi come premessa all’instaurazione di un nuovo ordine. Ogni volta, sino ad arrivare a Hitler e alla rivoluzione culturale cinese, si è ripetuto lo stesso tragico rituale: falò di libri per azzerare il passato e il suo ricordo. Oggi non è più nemmeno necessario ricorrere al fuoco. Il nuovo ordine è già instaurato, e non deve ricorrere alla violenza per imporsi. Dispone di mezzi più raffinati.

La strisciante amnesia collettiva passa per i modi in cui la storia viene trasmessa, a cominciare appunto dall’insegnamento. Arrivato alla quinta elementare, mio nipote è ancora lì a gingillarsi con i Sumeri e gli Hittiti. Gli hanno spalmato la storia antica su tre anni, per dargli il tempo di farsi le ossa: col risultato è che ne ha già sin sopra i capelli, se pronunci la parola Storia gli parte un tic nervoso. Ultimamente l’ho aiutato a fare delle ricerche sull’abbigliamento e sull’alimentazione di tutte le popolazioni dell’antichità preromana, compresi i cinesi, gli indiani e i giapponesi: una roba che lo ha impegnato per un mese. Non fregava niente a me, che pure la storia antica la amo, figuriamoci a lui. È come se tra mille anni per capire la nostra epoca si studiassero Versace o Vizzani.

In compenso sa nulla delle guerre persiane o dei conflitti tra Sparta e Atene, e non ha mai sentito nominare Temistocle, Milziade ed Epaminonda. Conosce Leonida solo perché hanno fatto uno stupidissimo film sui trecento delle Termopili, raccontati come fossero tartarughe Ninjia. Sembra che a parlargli di guerre e massacri ed eroismi e viltà e tradimenti si finisca sempre per offendere qualcuno, per dire cose “politicamente scorrette”. Judt dice: “Si è rivelato un grave errore sostituire una storia carica di dati con l’intuizione che il passato sia un insieme di menzogne e pregiudizi da correggere: pregiudizi a favore dei bianchi e dei maschi, menzogne sul capitalismo o sul colonialismo, o su qualunque altra cosa”. La battaglia di Maratona è diventata il primo simbolo eclatante dell’imperialismo occidentale, le scoperte geografiche sono solo l’antefatto del colonialismo, e così via. A furia di ripetere che non e siste una storia, ma tante storie, e che occorre raccontarle tutte, si finisce per non raccontarne nessuna. “Seminiamo confusione, più che capacità di discernimento, e la confusione è nemica del sapere. Prima di potersi confrontare con il passato chiunque – si tratti di un bambino o di un laureato – deve sapere cosa è accaduto, in quale ordine e con quale esito”. Temo che mio nipote non sarà mai in grado di capire da dove arriva, e meno che mai dove rischia di finire.

Per inciso, non funziona meglio nemmeno con quelli che vengono contrabbandati come tentativi di “attualizzare” lo studio e la divulgazione della storia, sintonizzandoli sulle potenzialità dei nuovi media e sulle mutate modalità di attenzione, oltre che sugli atteggiamenti “corretti”. Gli esempi si sprecano. In un programma televisivo che ambisce a livelli alti, Paolo Mieli chiama ogni giorno uno storico di grido e tre giovani neolaureati o ricercatori a trattare un argomento o un personaggio storico. L’ipocrisia sottesa alla presenza dei ragazzi è addirittura sfacciata. Sono interpellati un paio di volte in tutta la trasmissione, devono esprimere in mezzo minuto un parere di cui palesemente a nessuno, né al conduttore né all’ esperto, interessa un fico secco, e per il resto fanno le belle statuine, ad ascoltare il primo che interroga, facendo però capire che già conosce la risposta, e il secondo che risponde senza mai problematizzare quanto asserisce. Ora, delle due l’una: o i ragazzi sono lì perché sanno, e allora li lasci parlare, e semmai discuti poi le loro opinioni o interpretazioni, o non sanno, e allora approfitti per verificare il grado della loro ignoranza, quali possono essere le lacune diffuse di conoscenza della loro generazione. Metterli lì per abbassare l’età media in studio e dimostrare che gli argomenti e la disciplina coinvolgono anche i giovani è solo un espediente mediatico meschino.

Non varrebbe nemmeno la pena poi di parlare della riduzione della storia a pretesto per i festival e per gli “eventi”. Rientra nell’ambiguo culto della memoria di cui parlavo sopra. Ogni anniversario, ogni ricorrenza è occasione per costruirci sopra un baraccone che soddisfi assieme la vanità e la venalità degli esperti e la cattiva coscienza degli spettatori. Dietro ogni manifestazione di questo genere c’è da una parte un libro da vendere, una mostra da reclamizzare, una carriera da promuovere, dall’altra l’idea che la conoscenza possa essere comprata un tanto a biglietto nel “market(t)ing” del sapere, come in una moderna vendita delle indulgenze. E che a questa mercificazione nulla debba sottrarsi.

Ma la storia non viene cancellata solo per imbecillità o per venalità. L’imbecillità è semmai una conseguenza della cancellazione, la venalità una deriva che partendo dal privato ha investito anche tutto ciò che una volta apparteneva alla “vita pubblica”. La storia viene rimossa per viltà, oltre che per calcolo. Raccontare le vicende storiche contemporanee, come fa Judt, cercando di essere il più possibile obiettivi e indifferenti ai ricatti della “correttezza politica”, al netto delle tare che vanno senz’altro messe in conto, dei margini di opinabilità, di parzialità, di incompletezza che dobbiamo contemplare, è un atto di grande coraggio. Soprattutto se lo fai in America. Significa di norma mettersi contro tutti, vittime o carnefici che siano, e candidarsi all’impopolarità. Ad esempio, l’analisi che Judt fa del conflitto israelo-palestinese senz’altro non piace a nessuna delle parti in causa, e questo forse costituisce la miglior garanzia che si tratti di un’analisi corretta.

La seconda cosa che ho trovato nei suoi libri è dunque il coraggio. Ce ne vuole molto per raccontare un periodo nel quale si è protagonisti e insieme spettatori diretti, e farlo non attraverso la lente deresponsabilizzante del microscopio, spezzettandola in tante vicende particolari, ma proiettandola in cinerama, tentandone una interpretazione, o quanto meno una descrizione globale. Significa andare in controtendenza rispetto all’atteggiamento “decostruzionista” imperante, che ha ridotto la storia ad un’arida somma di cahiers de doléance. Questo coraggio Judt se lo può permettere, oserei dire, per l’incredibile capacità di padroneggiare tutti gli ambiti della storia del Novecento: ma il suo rifiuto della specializzazione in favore di una storia “globale” non nasce solo dalla consapevolezza di essere bravo. Judt persegue una narrazione globale perché questo è il solo modo per conservare alla storia un senso, inteso non come spiegazione ma come assemblaggio critico di esperienze trasmissibili, e per recuperare una qualche dignità a tutte indiscriminatamente le vittime. Una volta “destrutturata”, la storia, così come i cibi, perde invece ogni sapore, ogni valore nutritivo.

Prima ancora che insegnata la storia va quindi correttamente raccontata, ricostruita, difesa. Quando le vicende europee della seconda metà del Novecento saranno riscritte, tra trenta o tra cento anni, alla luce di elementi nuovi, di documenti che al momento sono ancora secretati o di sviluppi attualmente imprevedibili, potrà essere chiarito e dettagliato lo svolgimento dei fatti, addirittura potrà esserne ribaltata l’interpretazione: ma il significato attuale di questi ultimi, la loro verità sostanziale, è nel modo in cui oggi ci condizionano, nelle conseguenze che hanno sulla nostra vita, nell’incidenza che hanno sul nostro modo di pensare, sulle scelte verso le quali ci orientano. Questo indipendentemente dal fatto che li conosciamo con esattezza o meno.

Nel bilancio globale a Judt interessano soprattutto i “costi umani”: sono quelli valutabili in termini di sfiducia in sé e negli altri, perdita della speranza, privilegi, diseguaglianze, ingiustizie, sfruttamento, corruzione, che possono essere testimoniati nella dimensione effettivamente percepita solo da chi questa percezione la vive. Se proviamo ad immaginare a quali fonti potrà attingere lo storico che tra mezzo secolo volesse raccontare il clima diffuso oggi nel nostro paese, a come viene raccontata la quotidianità dai giornali, dalla televisione e dal web, c’è da farsi prendere dallo sconforto. Altro che vita in diretta: avrebbe accesso solo alla morbosità della cronaca nera, all’autoreferenzialità di politici, giornalisti, attori, sportivi che ruotano da una trasmissione all’altra, a un dibattito urlato che funge da pretesto per parlarsi addosso, all’esplosione di una libertà di parola che delle parole nega ogni significato. La vita vera, i milioni di persone che lavorano, che hanno aspettative diverse dall’apparire per un attimo sul teleschermo o paure diverse da quelle fomentate dalla demagogia elettorale, quelle fonti non la considerano nemmeno, o la traducono in statistiche. Ci sono cose che non lasciano tracce documentali e vanno quindi raccontate a caldo, prima che le persone che ne sono protagoniste e vittime diventino soltanto dei numeri, e le loro voci anneghino nel silenzio del tempo. Prima che la “decantazione” prodotta dal trascorrere degli anni operi una selezione disumanizzante.

Perché questo accadrà. Chi riscriverà in futuro la storia europea della seconda metà del Novecento dovrà necessariamente privilegiare fatti, protagonisti e vicende legati alle trasformazioni più gravide appunto di sviluppi futuri, le punte di enormi iceberg che rimarranno comunque sommersi. Tutto il resto andrà alla deriva e finirà nella grande discarica lunare dei sogni, delle speranze, delle sofferenze della quale parla Ariosto. Non ci sarà nemmeno più il soccorso testimoniale dell’arte e della letteratura, piegate come sono ormai completamente alle esigenze e ai dettami del mercato. Ma proprio quelle future scorie oggi sono indispensabili per leggere la mappa dell’ultimo tratto di strada percorso, per capire dove siamo arrivati e dove potremmo andare, per valutare se non sia il caso di tornare indietro per un tratto, e se ancora siamo in tempo a farlo. Per questo motivo credo oggi il primo compito dello storico sia proprio quello di raccontare le aspirazioni, le speranze e le sofferenze di cui è o è stato partecipe. Non lo farà nessun altro.

Judt ci riesce. Faccio un esempio. In Postwar dedica uno spazio notevole agli spostamenti di massa dell’immediato ultimo dopoguerra, ai milioni di profughi tedeschi o ex alleati dei tedeschi che fuggono dai paesi già controllati o assoggettati alle potenze dell’Asse, e che a loro volta incrociano i milioni di reduci da trasferimenti e migrazioni forzate, dai campi di concentramento e di lavoro, alcuni, pochissimi, persino dai campi di sterminio. Una volta stabilito che le responsabilità dei primi sono oggettivamente diverse, per il consenso tributato alle politiche di regimi criminali, o quantomeno per i loro silenzi, rimane il fatto che questa tragica esperienza è trasversale, tocca una molteplicità di popoli e paesi lasciando in ciascuno le stesse cicatrici profonde. E il ricordo di questa esperienza, sedimentato magari per anni in fondo agli animi, può tornare a galla in ogni momento, dove se ne dia la minima occasione, come hanno dimostrato le guerre iugoslave di fine secolo o dimostrano i separatismi attuali. Per questo occorre diffidare della riduzione della storia a “memoria”. Perché nella memoria queste esperienze vengono vissute come singole, eccezionali, e come tali sono fondative di una “diversità” che ha solo crediti da rivendicare.

Ora, non ci piove, la storia è sempre raccontata dai vincitori, i quali naturalmente lo fanno a loro modo, a propria gloria e giustificazione. È quasi naturale che sia così. Ma di una narrazione “globale” agli sconfitti rimane almeno l’ossatura, attorno alla quale le vicende potranno poi essere ricostruite, riviste magari da altri angoli prospettici. Questo accade in continuazione. Parcellizzare, segmentare la storia non consente invece neppure quel minimo di consolazione riparatoria dovuta alle vittime, tardiva e inutile quanto si vuole per esse, ma di monito ai posteri. E naturalmente rende impossibile ogni revisione.

Quando si dimenticano i costi in termini di libertà, ma più ancora nei termini “banali” di vite stroncate, bruciate, rese impossibili, che sono pagati da tutti alla storia, prevale alla fine l’idea hegeliana di una “ragione” nascosta che giustifica ogni orrore, versione laica della salvezza in un ipotetico aldilà. L’idea viene assolta, e quando proprio non se ne può fare a meno viene rimossa: assieme a tutti coloro che a quell’idea sono stati sacrificati.

Il compito di testimoniare in diretta gli orrori della storia e i guasti prodotti dalla sua riduzione a memoria dovrebbe spettare agli intellettuali, e la riflessione su questo ruolo ricorre in tutta l’opera di Judt, a partire da L’età dell’oblio. Judt stigmatizza l’odierno atteggiamento rinunciatario della classe intellettuale, dopo che per quasi tutto il secolo scorso la stessa si era almeno sforzata di tenere sveglia l’opinione pubblica, di sensibilizzarla. Non tutti naturalmente, anche nel Novecento, si sono fatti carico fino in fondo di questa responsabilità: gli unici conseguenti sono stati in realtà gli eterodossi, coloro che hanno rifiutato di allinearsi ai diversi poteri del momento, e che in luogo di essere riconosciuti sono finiti in genere ostracizzati. Judt non viaggia all’ingrosso, non mette tutti sullo stesso piano: distingue tra il coraggio, da riconoscere e onorare comunque indiscriminatamente, e la lucidità e l’onestà delle motivazioni. Sa che si può arrivare a prendere coscienza per diverse strade, e che l’origine e il livello raggiunto da questa coscienza determineranno poi il modo stesso in cui si farà opposizione, la sua efficacia. Non fa ad esempio sconti a Koestler, sottolinea come il suo anticomunismo fosse di matrice ben diversa da quello di un Orwell: ma rimane il fatto che per testimoniare la verità, sia pure la sua particolare versione della verità, anche Koestler ha affrontato prima la galera, e addirittura una condanna a morte, e poi l’ostilità livida dei suoi colleghi “ortodossi”.

Da vero uomo di sinistra, nell’unico senso in cui questa locuzione non si riduce ormai a un’etichetta stinta, quello improntato all’onestà intellettuale, alla rigorosità, all’impegno nel dovere che precede e legittima la rivendicazione del diritto, Judt fa le pulizie prima di tutto in casa propria. Ciò che più lo irrita è la facilità con cui la stragrande maggioranza degli intellettuali più o meno organici alle grandi formazioni storiche, quelli “sdraiati sulla linea”, come avrebbe detto Marcello Venturi, e quelli che dalla linea dissentivano, ma non dal metodo e dalla direzione, ha fatto passare sotto un silenzio complice il sacrificio di migliaia di innocenti alla ragione ideologica (un nome per tutti, Sartre: ma solo perché è il più famoso. In Italia la lista sarebbe lunghissima).

Questa specifica e sofferta indignazione nei confronti della cultura “progressista” è un altro sentimento che, nel debito rapporto di scala, ci accomuna. Judt vede dietro le bocche cucite un ottuso cinismo, io credo che spesso questo atteggiamento sia stato dettato anche dalla viltà, nel caso di Sarte probabilmente da entrambi: ma nell’una o nell’altra ipotesi il silenzio (quando non l’appoggio incondizionato) rimane egualmente inaccettabile per intellettuali che si atteggiavano a difensori della libertà, a profeti della futura vittoria e dell’emancipazione del proletariato (di un proletariato che poi in realtà nemmeno conoscevano, e per quel poco che lo conoscevano lo disprezzavano profondamente). La rozza ricetta staliniana, per cui per fare una frittata era necessario rompere tante uova, ha continuato a caratterizzare per decenni i menù “rivoluzionari”. Le stragi di uova si sono ripetute per tutto il Novecento, in ogni continente, e hanno continuato ad essere più o meno apertamente giustificate come ineluttabilità storica, o minimizzate come incidenti di percorso. E quando alla fine la frittata è bruciata è stata velocemente sostituita con altri piatti, la nouvelle cuisine della storiografia. Fermi restando gli stessi cuochi. “Che cosa succede quando il proletariato smette di funzionare da motore della storia? Per mano dei professionisti degli studi culturali e sociali […] bastava sostituire “lavoratori” con “donne”; o studenti, o contadini, o neri, o – alla fine – gay, o di fatto qualunque gruppo avesse buoni motivi per essere insoddisfatto dell’ orientamento del potere e dell’autorità”.

Non è finita qui. Una volta chiaro che le ricette non funzionavano, perché non incontravano tutti i gusti, anzi, quasi nessuno, la soluzione non è stata provare a cambiare gli ingredienti o i tempi, ma demolire la cucina. Sono così finite sotto accusa le conquiste di trenta secoli di civiltà occidentale, di cui proprio la storia documenta i costi ma testimonia anche l’eccezionalità, e che costituivano malgrado tutto il risultato tangibilmente più alto dell’avventura umana: questo in nome di particolarismi che si danno una ragion d’essere sganciandosi dal comune percorso, anziché impegnarsi a ricostruirne più dettagliatamente le tappe. Insomma, invece di prendere atto di non essere stati capaci di leggere la storia, e assumersi delle responsabilità, i cantori del post-moderno hanno furbescamente preferito negare alla storia ogni credibilità. Gettandola in questo modo in balìa di chiunque voglia appropriarsi del passato per giustificare o legittimare una condizione o un comportamento del presente. È un tema del quale ho già parlato sin troppe volte, per cui eviterò di ripetermi. Lascio parlare invece Judt. “La manipolazione della storia è stata un tratto caratteristico comune delle società chiuse del ventesimo secolo, di destra e di sinistra. La falsificazione del passato è la forma più antica di controllo del sapere: se si detiene il potere sulla interpretazione di ciò che è accaduto (o semplicemente si può mentire al proposito), si ha il controllo del presente e del futuro”. Per cui lo storico ha una responsabilità civica, deve difendere e garantire quella dimensione della conoscenza senza la quale non può esserci comunità civile. “Il lavoro dello storico è spiegare cosa abbia significato un fatto accaduto a determinate persone nel momento in cui si è verificato, dove si è verificato e con quali conseguenze”.

E quindi, i milioni di uova rotte, di vite sprecate? Puzzavano, e sono state sbrigativamente gettate nella pattumiera della storia.

Ma poi arriva qualcuno come Judt, e alza il coperchio.

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