Al di là delle nuvole

di Fabrizio Rinaldi, 3 marzo 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Appartengo alla generazione che vedeva “Che tempo fa” del colonnello Bernacca. Con pacatezza, sobrietà e un eterno sorriso sulle labbra spiegava l’avvicinarsi di perturbazioni, elargiva consigli ironici e snocciolava termici tecnici come “isobare” e “pressione millibar”, che affascinavano la mia mente di bambino. Spostava su una lavagna grigia (così appariva nella tv in bianco e nero) quelle linee bianche, quelle lettere “A” e “B”, come se stesse spostando truppe su un campo di battaglia: ai miei occhi stava giocando a risiko. Ma potete vederlo voi stessi: consiglio di cercare su youtube “Le previsioni natalizie del Colonnello Bernacca (1968)”.

I miei genitori e nonni non sapevano nulla di cumulonembi, cirri e altocumuli, ma seguivano le previsioni di Bernacca per il sottile piacere di constatare poi che le aveva ceffate in pieno. Si fidavano molto di più del loro istinto: uscivano di casa per annusare l’aria e per guardare le nuvole, specie se c’era da tagliare l’erba o da vendemmiare.

Le nuvole le osservavano con occhi molto differenti da quelli romantici di cantori, di poeti e di pittori come William Turner, che passava giornate intere a contemplare il cielo e riempire i suoi taccuini di acquarelli (come quello che apre l’articolo) che ne raffiguravano ogni possibile configurazione. Il loro era lo sguardo esperto e concreto di chi ha imparato a leggere il linguaggio della natura perché da questo dipende la sua sopravvivenza, il portare o meno a casa il raccolto dei campi.

Esistono un’infinità di “segni” che, per chi sa guardare, possono aiutare a capire quale tempo verrà. Quando si approssima il bel tempo i ragni tessono la loro tela con fili lunghi, gli uccelli volano alti e cantano al mattino presto e il fumo sale verticalmente e si disperde rapidamente. Mentre in previsione di tempo brutto i ragni accorciano i fili della tela e restano inattivi, le api non escono dagli alveari, gli uccelli volano bassi e cantano poco e il fumo dal camino sale diagonalmente e si disperde lentamente. Certo, oggi questi segni sono difficilmente percepibili: quanti possono basarsi sulle api e sul canto degli uccelli, o sulle tele dei ragni? Ma soprattutto, che differenza fa, per chi poi trascorrerà tutta la giornata in un ufficio o dentro una fabbrica? “Bello” e “brutto” (o “cattivo”) tempo non esprimevano un giudizio estetico o etico su un fenomeno naturale. Erano riferiti principalmente alle implicazioni sui lavori agricoli.

Com’è difficile
nella calura estiva
credere alla neve!
ABBAS KIAROSTAMI, Un lupo in agguato, Einaudi 2003

Quando meteo.it e 3Bmeteo non esistevano non potevano arrivare sui cellulari (anche perché non esistevano nemmeno) i loro catastrofici annunci di imminenti cicloni, temporali o tempeste siberiane in questa stagione, oppure di caldo tropicale e tempeste di sabbia sahariana in estate. Se nevicava non c’era spazio per allarmismi, c’era solo da prendere la pala e spalare. Quando faceva caldo, si zappava all’alba e al tramonto, per il resto si stava sotto un albero, magari col fiasco di vino a contemplare – allora sì – le nuvole.

Non sono qui per rivangare i bei tempi passati (perché non lo erano), ma a sottolineare la totale differenza dell’approccio nei confronti dei fenomeni atmosferici e dello spirito col quale si affrontavano le avversità, e questo a dispetto di una sempre maggiore consapevolezza dei cambiamenti climatici in corso.

È venuto totalmente meno il pragmatismo che caratterizzava i nostri nonni e genitori. Per un qualsiasi fenomeno che vada leggermente oltre la norma ci chiudiamo a riccio in casa, anziché prenderlo per ciò che è realmente, invece di pigliare l’iniziativa e affrontarlo con praticità e un briciolo di positività.

A questo punto spero che al lettore venga un dubbio: “Stiamo parlando di nuvole o di altro”? E infatti, mi riferisco alle nuvole, ma più in generale alle notizie fasulle che vengono vomitate dai media, al libero corso dato a manifestazioni di intolleranza, verbale e non, sempre più violente, allo spazio riservato a politici che di tutto parlano per non dire assolutamente nulla, o a elezioni che ai più appaiono totalmente inutili.

Ho divagato parecchio perché questo accade quando si vuol parlare di politica: c’è una diffusa tendenza a sottrarsi dal sostenere le preferenze in quell’ambito, un po’ per disinteresse, un po’ perché in difficoltà nell’argomentare le proprie idee e un po’ per timore del giudizio degli altri. Allora ci si sottrae preferendo animate disquisizioni sul tempo che fu, sull’opportunità o meno di aggiungere al piatto consigliato zenzero o curcuma (imprescindibili toccasana moderni); persino si disserta con maggior partecipazione su millantate pratiche sessuali o, appunto, sulle perturbazioni che “attanagliano l’Italia”.

Le previsioni meteo davano e danno una stima più o meno approssimativa del tempo atmosferico: si può prestare loro credito o meno, e comportarsi di conseguenza, ma il tempo rimane comunque quello. Le previsioni elettorali, in genere attendibili come quelle meteorologiche, hanno invece lo scopo preciso di orientare il voto, di creare l’effetto gregge: non hanno nulla a che vedere con l’informazione, mentre sono uno strumento di pura propaganda. Quando non ottengono l’effetto opposto. Se dovessi comportarmi in base ai possibili scenari che mi sono stati prospettati in questi lunghissimi mesi domani me ne starei a letto.

Andrò invece a votare, come ho sempre fatto, non fosse altro per rispetto verso chi non ha potuto farlo e ha combattuto per poterlo fare: ma ancor di più delle altre volte prima di entrare nella cabina elettorale dovrò turarmi il naso, e una volta dentro scegliere il meno peggio di montanelliana memoria.

Prima però alzerò gli occhi al cielo per vedere com’è. Sono giorni che nevica, spero che il ragno ora possa tessere una lunga ragnatela.

Post Scriptum del 5 marzo: Visto il cielo plumbeo, il ragno ha raggomitolato i suoi fili per farsi una calda coperta. L’aspetta ancora una lunga e grama bassa pressione, molto bassa.

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