Archivio dell'autore: Marcello Furiani

Senza vero desiderio di andare

di Marcello Furiani

Premessa. Scolpire con la lingua

di Paolo Repetto, 14 marzo 2020

Nella biblioteca virtuale che sto assemblando settimana dopo settimana (non c’era un disegno iniziale, mi accorgo solo ora che si va componendo da sola) propongo questa volta due brevi estratti di “Senza vero desiderio di andare” di Marcello Furiani (del quale sono già presenti sul sito sia le raccolte poetiche che i saggi), pubblicato nello scorso autunno. Nel “risvolto” on line è presentato come un romanzo, ma non si tratta di un romanzo: è qualcosa di più e qualcosa di diverso. Credo non ci sia un’etichetta adatta a classificarlo, e comunque non penso ci tenga ad essere etichettato e classificato. Per quel che mi riguarda, se fosse solo un romanzo nemmeno lo avrei letto. Negli ultimi trent’anni mi sono perso tutti i premi Strega e Viareggio e Goncourt e Cervantes e Man Booker, nonché i Campiello e Bancarella, sempre che ancora esistano, senza rammarichi o sensi di colpa. Semplicemente perché ho pochissimo tempo a disposizione e una pila altissima e traballante di altre cose in attesa. Per distrarmi o rilassarmi preferisco fare quattro salti nel passato attraverso le riletture, da Verne e Woodehouse a Camus e al Don Chisciotte. Bene, quella del “romanzo” di Marcello è stata in qualche modo una rilettura: volevo ritrovarci l’amico col quale ho condiviso uno spezzone della mia vita, e in effetti era lì, tutto intero, squadernato senza filtri o ritrosie o autocensure.

O meglio. Un filtro c’è, e mica tanto sottile. È quello del suo linguaggio. Fossi un critico letterario lo vivisezionerei e andrei a dire un sacco di inutili stupidaggini, perché la giustificazione delle sue scelte semantiche (di quelle lessicali, soprattutto, perché il registro compositivo è poi limpidamente classico) Marcello ce la offre già bella e pronta ed esauriente. “Io voglio una lingua precisa, esatta, variegata, screziata e cangiante. Anzi, voglio una lingua che inchiodi, che imbulloni, voglio parole che mettano alle strette, che mettano alle corde, capaci di imprimere, di radicare, di marchiare, di urticare. Voglio una lingua di parole rifondate, da maneggiare con cura, affilate e acuminate, arrotate e molate dall’etica e dalla fatica, parole da sudare, da espugnare, da guadagnare come un approdo, come un ormeggio, come la cima di una scalata.

Sì, io sono per la violenza della parola, visto che la parola dei poeti è esiliata, e quella dei visionari, degli allucinati, dei congedati, degli indifesi, degli intimiditi e intimoriti e sgomenti, tra manganelli e sfollagente, tra nuovo medioevo terminale e libero mercato imperante in odore di catastrofe”.

È proprio così. Confesso che questa lingua l’ho sempre sofferta, tanto nelle sue poesie come nei sui saggi. La trovavo esasperata, ed esasperante. Sono una persona tutt’altro che paziente e ho sempre seguito dettami semplificatori: se hai qualcosa da dire, dillo alla svelta. Senza girarci troppo attorno.

Ora forse ho capito. Sono partito alla lettura del libro di Marcello col proposito di reggere fino in fondo, perché la lealtà amicale me lo imponeva, se volevo poi poterne discutere: ma col mio solito spirito di corsa. Mi sono invece trovato poco alla volta a procedere disciplinando il passo su quello dell’autore, come camminassimo assieme in un viottolo di campagna, rallentando con lui, ascoltando le sue confessioni, fermandomi ogni tanto per lasciarlo sfogare, divertendomi anche, stavolta, nel vederlo affastellare roghi linguistici. Ho capito la differenza tra chi, come me, incalzato costantemente dalla fretta, si serve della lingua come materiale da costruzione, pur nella coscienza che non è solo quello, e chi, come Marcello, la usa come scalpello per fare emergere quello che sta dentro la materia. Io costruisco case (anzi, capanni): lui scolpisce statue. E lo fa scavando nei materiali più duri, nel granito, nella pietra.

I brani che propongo sono la dimostrazione che dalla pietra dura non si ricavano necessariamente solo statue equestri. Quando si ferma a sognare o a ricordare, depositando lo zaino carico di pur legittime indignazioni ed esecrazioni, Marcello riesce a scolpirci in altorilievo paesaggi interiori e scenari esterni che appaiono sorprendentemente animati.

Se scrivere non è solo la prosecuzione della chiacchera con altri mezzi, questo è scrivere.

da “Senza vero desiderio di andare”

di Marcello Furiani, 14 marzo 2020Senza vero desiderio di andare

19.

Le mie estati di ragazzo – trascorse nella campagna argillosa di un paese a una manciata dal mare – erano sconfinate e avvincevano sui sentieri polvere e sole, mentre i gatti si stendevano all’ombra di cespi di ginestre selvatiche o ai piedi dei ginepri.

Ero un ragazzo magro, scagliato a sfidare il sole di agosto intessendo disordinatamente i nervosi viottoli deserti costeggiati di piccoli botri, in quei giorni asciutti come visi scarni molati dal sole.

Passavano le ore, distese su giorni di sole, di niente, di vuoto, su un trascinato crocidare di rane dietro a siepi e sugli sciami inebriati delle api attorno ai fiori gridati. Una pace affilata ma senza dolore assediava gli albicocchi carichi come animali da soma.

Mai più negli anni le giornate da giugno a settembre mi sarebbero sembrate più lunghe. Né le sere così indolenti nel fiaccarsi, perché l’adolescenza imbastisce un tempo mitico: una folata di anni si dilata all’infinito e si vagheggia smisurata. Le estati della giovinezza durano una perennità, sono immortali come chi le attraversa: essere giovani è sentirsi immensi dentro una stanza, avvertire il sangue muoversi veloce, contare sul futuro senza sapere l’acino agro del cordoglio che contiene.

In quelle ore, sospinto da un desiderio cui non consegnavo un nome, andavo alla ricerca di qualcosa di indistinto che ancora non conoscevo, di un momento forse di lontananza, di un gesto che si aprisse oltre l’angoscia del finito, oltre il forse e il quasi di ogni giorno, il qui e l’ora di ogni istante, proteso da domande totali e fulminanti. E questo desiderio si traduceva nell’impeto di vederla tutta quella campagna, nell’attraversarla da cima a fondo, nel percorrerla come per averla dentro, nel valicarne confini e frontiere, estremità di pinete e piccoli bugni di colline.

Le strade erano una maglia strappata attraverso cui immaginare un’epifania, un ordito dischiuso davanti agli occhi da esplorare.

Credo che questa mia abitudine a camminare – a differenza della maggior parte delle consuetudini che svelano un’inerte pigrizia – discenda da quelle estati gonfie dei richiami di sirene nascoste dietro una radura o dall’altro versante di un’altura. Era un abbandonare la retta via, cedere alla malia, era disobbedienza di sangue indocile, occhio che non abbassa lo sguardo, superbia e vanità di clandestino, fuga da Cacania, esodo senza Itaca, cantilena di bastian contrario senza proprietà, senza bandiere, senza confini.

E forse qualcosa perdura ancora oggi di tutti i pomeriggi che ho passato a camminare per i boschi della mia adolescenza, sostando ai piedi di un rovere o scalando colline spingendo sui pedali di una bicicletta fino alla stanchezza che si allungava nelle ossa come un lago, di ogni sera consumata ad afferrare lo sguardo di ragazze che sapevano di erba recisa e di terra di sola andata. Tropici e lontananze, abissi e voglie, eldorado e atlantide che talora ritornano alla rinfusa con l’affanno di un esilio durato ottant’anni.

Perché la chiarezza dell’estate è spietata e non, come credeva John Donne, “coraggiosa”: c’è indiscrezione nella luce che abbaglia i contorni e confonde il profilo delle cose, come in uno sguardo insistito che s’impunta a fissare un gesto. L’orizzonte si sfuma in un’immobilità indifferente che muta il tempo in spazio, la durata in distanza, il prima e il dopo in uno sprofondato presente dove è facile abbandonarsi all’inerzia senza domande, perché “se tutto il tempo è eternamente presente, tutto il tempo è irredimibile” (Thomas Stearns Eliot, Quattro quartetti, Burt Norton I.).

La luce è facile nella sua illusione di rischiarare ogni cosa, ogni recesso, ogni riparo e nel pensarsi come rimedio alla tenebra, difesa dall’opaco, soccorso alla mancanza. Ma l’ombra è segreto e mistero per cui nutrire riguardo, percorrendola con il solo bagliore del proprio sguardo e le uniche suole dei propri sandali, con il rischio di incespicare e di perdersi, saggiandone gli imprevisti e gravandosi delle ferite della sua intimità. Come quando, salendo l’erta di un monte, non si ha sapienza della vetta, ma si schiudono con fatica le pietre e gli arbusti dell’ascesa, e le schegge dell’arrampicata diventano la trama del sangue.

Ma, a ben vedere – dietro la frenesia di camminarla tutta questa campagna, oltre la smania di varcare ogni giorno immaginari confini, prima dell’impazienza di corteggiare un punto di non ritorno – credo che io fraintendessi la solitudine cui questo andare mi consegnava e che vagheggiavo con il puberale orgoglio del rifiuto di sedermi alla mensa di casa, laddove mi sembrava che le parole imbandite ammaestrassero alla rassegnazione, alla sottomissione, alla rinuncia. A quale sottomessa e rassegnata rinuncia intendessero istruirmi non era così trasparente, anzi, a dire il vero, ogni tentativo di dare forma alle origini dei miei rifiuti vacillava ancora prima di trovare una via, lasciandomi malfermo a metà strada tra il genio incompreso e il grullo sventato. Non che non avessi ragioni, ma il mio era solo istinto e non ragione, impulso e non riflessione. Peraltro l’essenza dell’adolescenza è quanto di più incerto e sconnesso si possa immaginare: pura aritmia di senso, vertigine che impasta scorie d’infanzia e lacerti di un avvenire sospirato e temuto, è tempo che rigetta la misura, fiera del pathos della sua solitudine, del suo furore dispersivo, delle sue sfide, della sua nobiltà d’intenti. Si esce e si rientra in se stessi un’infinità di volte, ci si affaccia al mondo come lumache dopo la pioggia per poi ritrarsi come lucertole tra le crepe di un muro amico.

Questa altalena di lumache e lucertole durò fino al giorno in cui cominciai a uscire di casa per salire lungo le gambe di ragazze di cui nemmeno ricordo il nome o l’odore: da allora non rientrai più nelle fenditure dei muri, più non sedetti al banchetto domestico dove la mortificazione della carne e del pensiero fluttuava nell’effluvio di cavoli e di bietole, più non mi rinvenne in gola quel farisaico reflusso da senso di colpa così simile a uno stagno d’acqua morta. Questo accadde perché il corpo delle donne, con le sue rotondità e le sue cavità, sembra fatto apposta per occultare confessioni, offuscare segreti, alveo di fiume dove annidare misteri. Nulla di più esatto per coltivare un’inesausta seduzione. Ambivalenza del femminile per un adolescente: da madre che trattiene ad amante che invita tra le lenzuola di un letto sconosciuto, da amorevole carceriera a inebriante musa del mare.

Ma non si pensi a un intreccio scorrevole e disinvolto, piuttosto fu un transito tutto laceramenti e sdruciture e crepe come in ogni educazione da autodidatta, dove si arraffa, si abbranca, si agguanta quello che la sorte ci mette a disposizione con la smania e l’inquietudine di chi avverte un’impazienza e non sa ancora come governarla ed è incapace di accomodamenti.

Eppure ancora oggi ricordo con una sorta di turbamento le mie fughe a piedi o in bicicletta lungo l’Appennino e la solitudine fiera che le fecondava di pensieri affioranti per la prima volta, mischiandosi con un respiro ora d’affanno, ora di quiete. Mi capita ancora talvolta quando cammino di inspirare un soffio di quello stato d’animo, di quell’aria dello spirito. Lo sguardo non è più quello di ieri, ma i pensieri si assiepano come allora nella mente, accordando il loro germogliare ai passi, il loro schiudersi alla cadenza dell’incedere. Solo nel vagabondare i miei pensieri trovano la strada per affacciarsi tra le siepi della coscienza, in questo girandolare senza un fine determinato, senza uno scopo risoluto.

*****

20.

[….] Altro motivo abituale delle lezioni di don Ippolito – a cui comunque andava riconosciuta una certa autorevolezza – era il concetto di libertà, strettamente correlato alla salvezza, anzi direi subordinato a quest’ultima: non esiste vera, autentica e sana libertà se non quella che ci fa scegliere di salvarci. La libertà che ci perde, che ci allontana dalla salvezza è solo arbitrio, abuso e profanazione di un dono ricevuto dall’alto, irriconoscenza, scelleratezza ed eresia. Ora, che si potesse chiamare libertà una libertà che di libero aveva solo il nome, che era libera sub condicione conferatur era un’obiezione che don Ippolito faceva fatica anche solo a comprendere: lo strizzare degli occhi e il rincaro della salivazione ribadivano che nella scala gerarchica dei suoi valori non c’era spazio per variazioni pur minime e il fatto che questa inflessibilità deprivasse ogni concetto della sua totalità non lo turbava affatto. Ma che libertà era una libertà che non poteva scegliere, che, in virtù di un bene decretato a priori, aveva la stessa libertà dei topolini di Pavlov?

L’unico uso plausibile della libertà – che cioè fa onore al concetto e lo declina senza inibizioni – è quello estremo, eccessivo, sfrenato e sregolato, in altre parole: puro e incorrotto, quindi spaventevole. La libertà, nel suo senso più ampio e compiuto, è deroga dalla regola, dal limite, finanche dall’etica, è fare i conti con tutto il possibile inclusa la follia: quando si parla di libertà, la si rivendica e la si reclama, bisognerebbe avere consapevolezza che si discute di un surrogato, di uno scampolo di quella condizione che non ammette confini e non conosce soglie davanti alle quali doversi fermare.

Per questo la vita della maggioranza delle persone si muove dentro argini e confini, è transennata da barriere, sconta divieti di sosta, di svolta e di inversione; per questo le loro giornate si modellano sulla ripetitività di gesti, parole e sentimenti che tengono a bada l’estro, la fantasia, la velleità, l’insubordinazione. Qualcuno dirà che la libertà e il suo esercizio sono – secondo etica e giustizia – vincolati alla libertà altrui e alla convivenza civile, ed è ovviamente vero, ma quello che mi preme dire appartiene a un altro punto di vista, è come una superficie iridescente che, illuminata, assume un ventaglio di tonalità differenti.

A ben guardare l’umanità che ha goduto di una libertà assoluta ne ha fatto generalmente un uso criminoso. È come se solo dietro a qualche tipo di sbarre, solo con una caviglia impedita da qualche catena, l’uomo possa avere della libertà un’idea nobile, un’immagine ideale, una visione elevata. Appena quell’asservimento si allenta come le maglie di un tessuto, ci si disperde – nel migliore dei casi – o si sbriglia quella feroce volontà di potenza, inestinguibile gioco di accumulo e prevaricazione, dove “i sùbiti guadagni / orgoglio e dismisura han generata”. Nulla, nell’epilogo di questo gioco, è sufficiente a opporsi al potere della soverchieria e agli uomini “cupidi di guadagno”: né l’etica, né l’umanità, né la paura: chi ha la forza di commettere un sopruso, ordinariamente, prima o poi lo compie. Perché non c’è acqua che disseti quella sete, quella bramosia di potere: quando l’uomo si scopre illimitato, diventa efficiente solo nell’esibire muscolarmente la propria intelligenza e la propria forza.

Ma non si dà libertà senza rischio di deriva, senza azzardo di perdizione, senza incognita di dannazione.

Non si tratta di rimpiangere l’ottusità di vincoli e divieti, la cui paura persuade gli animi alla viltà, inibisce la dignità, ingessa i pensieri dentro la stessa costrizione dei corpi, svilendo la maggioranza dei gesti – insieme alla codardia e alla corruzione del quieto vivere – a una qualità così misera e infelice da guastare il piacere di averli compiuti. Si tratta di prendere atto dell’ambivalenza mai soluta dell’umano, di quella contraddizione tragica – poiché inabile a risolversi in alcuna conciliazione – che confonde il giudizio e annebbia lo sguardo di chi ambirebbe sottoscrivere il bianco o il nero dell’esperimento umano, che confonde il bene con il male, il sacro con il blasfemo, che mescola le carte delle buone intenzioni con quelle delle minute meschinità, che assimila la sorte del giusto e dell’empio, abbandonati col tempo allo stesso oblio.

Lettera dal confine

di Marcello Furiani, 21 febbraio 2019

Sono per natura, per pigrizia, per snobismo, per presunzione, per elitarismo, per discrezione e per mille altre ragioni decenti o indecenti uno di passaggio, che cammina ai margini, che c’è e non c’è, intento più a pratiche solitarie – quali bere vino, leggere o ascoltare requiem e dies irae – che a marcare un territorio squadernando le sue ideuzze come un cane che entra in un giardino.

Il sentirsi ai bordi – anche quando apparentemente si vive un’esistenza integrata e appagante – credo sia una predisposizione, una vocazione con cui poco hanno a che fare gli eventi che segnano una vita: è un’inclinazione dell’animo, una pendenza del sangue che scorre lento, uno stare obliquo in mezzo a rette ortogonali.

Questo scarto e questa distanza hanno caratterizzato come un’impronta la mia vita, in un movimento pendolare e oscillatorio che, se da una parte mi tratteneva dall’aderire compiutamente a qualcosa con fede e pienezza, dall’altro conservava sempre dentro di me una radura vacante, un margine disponibile all’imprevisto e alla tentazione verso il discorde e l’inatteso. E ho sempre confusamente preservato questa possibilità, a rischio di apparire indeciso e irresoluto, se non addirittura svogliato e incapace di innamoramento. Il mio sentire si è appagato di sbocconcellare frammenti di idee e ideologie, di spilluzzicare schegge di principi e dottrine – ogni volta critico e diffidente verso ogni entusiasmo massimalista e ogni festosità fondamentalista – sempre re-stando sulla soglia, mai varcandola del tutto, come un ospite con il cappotto ancora sulle spalle indeterminato se partire o rimanere. Come chi è sempre di passaggio, il mio modo verbale non è stato la certezza o l’evidenza dell’indicativo, ma il dubbio o la possibilità del congiuntivo: beccheggiavo tra distanza e condivisione in cerchio a compagnie, fazioni, circostanze, episodi, amori, senza che mi si potesse assegnare una parte distinta nella sceneggiatura. Dove molti si muovevano per fede, apostolato, narcisismo o condanna, io – astro periferico – bordeggiavo, navigavo di bolina, cabotavo e strambavo, attratto e incerto, senza mai appendere il cappello a un qualsivoglia chiodo.

Ho sempre disertato ruoli di potere: assecondare il desiderio di dominio è come portare una divisa, annullarsi, dimettere libertà, dimissionare dignità, entrare in una parte dove ci si illude di possedere un senso e invece ci si asservisce solamente a un potere più grande. Figuriamoci – per penuria di talento – insinuarsi come un agglomerato di miceli spugnosi nelle fenditure dell’autorità, nelle crepe di ogni struttura di controllo, germinando se stessi attraverso spore. Insomma, aderire come un micète al potere dominante, all’opinione imperante, alla viltà prevalente: diventare fungo, farsi muffa.

E invece una falange mucida di mediocri tutti uguali, una schiera ma-leodorante di staffieri spersonalizzati, uno sciame appestante di ciambellani foggiati da identica matrice, uno stuolo lutulento di maîtres à penser rozzi e primitivi si sta riproducendo dissennatamente e si avvicenda intercambiabile come gli antechini, quei roditori che prolificano e muoiono in massa nella stagione dell’accoppiamento – dopo un’impennata dei livelli di ormoni dello stress e il collasso del sistema immunitario – o come i fuchi che sciamano intorno all’ape regina, per morire subito dopo l’accoppiamento a causa di un’eiaculazione esplosiva che gli distrugge il pene.

E, come branciconi, occupano ogni posto chiave del potere, tutte le sedie disponibili nella stampa, nella politica, nell’istruzione e nella cultura: dallo scanno alla destra del Padre al poggiapiedi sito nell’ultimo sottoscala o nella stanza di sbratto. Pronti a svaginare il politicamente scorretto per delegittimare ogni etica, stabbiando il terreno della mediocrità più dozzinale, sono portatori malati di un sapere rozzo e ridotto ai minimi termini, accattivante e demagogico, che ha l’unica funzione di livellare la coscienza e lo spirito critico e di uniformare gusti e pseudo opinioni per fare di quel che resta di ogni mente un perfetto ingranaggio dell’apparato.

Si muovono grevi e bercianti come scimmie urlatrici, ingarbugliano in un intrico sfigurato, in un groviglio maleodorante bene e male, morale e opportunismo, interesse e coerenza, onestà d’intelletto e mistificazione. Manipolano e rimestano tra gli istinti meno decorosi di chi li ascolta, come stercorari intenti a trasportare la loro pallottola di escrementi, coltivando un’accidia frivola che disconosce desiderio, senso di colpa, legge e castigo, legittimando ogni miseria intellettuale e ogni infamia morale.

Servitori di qualsiasi padrone, spesso più di uno per volta, questi Truffaldini proteiformi senza umanità sono più realisti del re, ben sapendo che la virtù dei servi è inversamente proporzionale al mantenimento della posizione eretta.
In un mondo appena decente occuperebbero i marciapiedi della Porta Pinciana di Roma a chiedere l’elemosina ai viandanti, come Belisario accecato da Giustiniano.

Per questo non sarò mai un uomo (o scrittore, o amante, o leader, fate voi) di successo. Mi manca la convinzione, la faccia di merda, l’impertinenza, l’ingenuità, il candore o la spudoratezza, la beata o colpevole inconsapevolezza.
Mi mancano tutti questi attributi per diventare un Mauro Corona che da alpinista veste la maschera da giullare in tv mettendo in scena la caricatura di se stesso o un Massimo Recalcati, che da studioso serio ha virato verso una tuttologia da guru, da maestro, da precettore spirituale, da sacerdote applicando categorie della psicanalisi a ogni cosa che si muova, che sia la scuola o Renzi, con esiti da commedia ridicolosa del Cinquecento. Per non menzionare personaggi alla Diego Fusaro – che per il solo merito di aver cucinato un uovo in camicia e aver pubblicato alcuni libri, viene insignito del titolo di filosofo – abile solo a ripetere meccanicamente i soliti slogan, tradendo l’oggetto dei suoi studi. Un esempio per tutti: Antonio Gramsci. Il Gramsci di Fusaro – che rende pappetta per sdentati le parole di Costanzo Preve – è anti-scientifico e nazionalista, è una filiazione diretta del gramscismo di destra teorizzato negli anni settanta da Alain De Besnoit: un Gramsci fascista, se teniamo fede alla definizione che lo stesso Besnoit fornisce al fascismo come, appunto, “variante del socialismo avversa al materialismo e all’internazionalismo”. Insomma, il marxismo di Fusaro è “immaginario”, per citare Raymond Aron.

L’elenco del bestiario è infinito, ma mi fermo qui per indulgenza e sfinimento.
Perché, forse, non è nemmeno saggio – né divertente – occuparsi della servitù.

Quello che maggiormente è irritante e ignobile è la mistificazione che passa attraverso il linguaggio.

Oggi le parole non dicono più nulla, perché nulla vogliono dire: in un mondo che non distingue, non discerne e non riconosce tutto ha lo stesso valore, cioè nessuno: borseggiando le parole e depredando il linguaggio si smercia fiele di vacca per salsa di gambero.

Ma la parola è “all’inizio”, è fondativa. E ognuno di noi è responsabile della propria parola, il cui valore è nella versatilità, nella premura, nell’accuratezza e nella potenza di pensiero che elargisce. Dalla qualità delle parole che pratichiamo dipende la qualità della vita.

Io vorrei una lingua precisa, esatta, variegata, screziata e cangiante. Anzi, voglio una lingua che inchiodi, che imbulloni, voglio parole che mettano alle strette, che mettano alle corde, capaci di imprimere, di radicare, di marchiare, di urticare. Voglio una lingua di parole rifondate, da maneggiare con cura, affilate e acuminate, arrotate e molate dall’etica e dalla fatica, parole da sudare, da espugnare, da guadagnare come un approdo, come un ormeggio, come la cima di una scalata.

Sì, io sono per la violenza della parola, visto che la parola dei poeti è esiliata, e quella dei visionari, degli allucinati, dei congedati, degli indifesi, degli intimiditi e intimoriti e sgomenti, tra manganelli e sfollagente, tra nuovo medioevo terminale e libero mercato imperante in odore di catastrofe.


La costruzione che distrugge per poter dare forma al mondo

ovvero la forma di un pensiero critico

di Marcello Furiani, 30 aprile 2018

A parzialissima risposta – peraltro non richiesta – del saggio (o analisi, dissertazione, relazione, studio …) Discesa dal Monte Analogo di Paolo Repetto, vorrei portare alcune riflessioni di tipo metodologico su un tema – il pensiero critico – che a mio avviso soccorre l’intelletto nel comprendere e valutare ciò che si legge. Se – come sosteneva Adorno scrivendo del fenomeno nazista – agire e pensare criticamente significa pensare contro regole che si sono stabilizzate in secoli di tradizione filosofica e scientifica, ne consegue che un linguaggio che si è strutturato su un pensiero e all’interno di una cultura che ha generato nel suo stesso cuore l’orrore, difficilmente potrà darne criticamente conto e ragione. E qui anticipo la mia tesi: spetta a un linguaggio altro, quello poetico e artistico, la possibilità di arrivare a quella forma di testimonianza che è sottratta ad altri linguaggi. Pensiero debole? Tutt’altro: pensiero forte, fortissimo; e vediamo perché.

Ma procediamo con ordine.

Non intendo ricercare una sua definizione esaustiva o dilungarmi sui modelli applicativi che negli ultimi decenni si è cercato di costruire per educare a uno spirito critico (di sfuggita sottolineo soltanto quanto sia limitante racchiudere il pensiero critico entro i confini di un modello, vincolarlo a un preciso algoritmo). E nemmeno ripercorrere il metodo socratico descritto da Platone, che può considerarsi l’origine del pensiero critico comunemente inteso.

Innanzitutto una notazione di carattere etimologico: l’origine di quella che è considerata la più alta e qualificante attività umana è curiosa. Infatti, il termine pensiero deriva dal latino pensum che, nel suo senso proprio, indicava la quantità di lana pesata attribuita alle filatrici di epoca romana e, solo nel suo senso più esteso, significava una generica questione su cui meditare o riflettere. È interessante notare come la concezione latino-occidentale del pensiero abbia un’origine fondamentalmente pratica e manuale, mentre la vicina civiltà greca aveva sviluppato e radicato – già a partire dai poemi di Omero – il concetto ben più strutturato di noûs (intelletto, mente, ragione) più legato alla percezione puramente intellettuale e immediata della realtà da parte del soggetto pensante.

Il pensum era quindi la materia prima, più grezza, designante metaforicamente un elemento o un tema che doveva essere secondariamente trattato, elaborato, conferendogli così una nuova forma. Possiamo in ciò rilevare la peculiarità attribuita al pensiero come qualcosa di straordinariamente semplice che concepisce e confeziona oggetti complessi: l’attività del pensiero si esplica nel comporre oggetti, ovvero pensare significa pensare oggetti composti e compositi. Da questo punto di vista, l’attività del pensiero è ciò che si situa a monte degli oggetti pensati, pur essendo composto della loro stessa sostanza.

Esistono, come sapete, molte critiche: critica letteraria, critica d’arte, critica filosofica e via dicendo. E poi ci sono le sub-critiche: critica filologica, critica formale, critica stilistica, critica sociologica ecc.

Io vorrei soffermarmi su come si forma oggi un pensiero critico, su ciò che struttura oggi un pensiero critico, partendo dal luogo specifico della filosofia.

Michel Foucault in un saggio del 1963 su Bataille[1] – quindi ormai più di cinquant’anni fa – affermava che la filosofia non è altro ormai che la forma sovrana e primaria del nudo linguaggio filosofico: si tratta quindi secondo Foucault di un’attività divenuta ormai autoreferenziale, una sorta di vagabondaggio all’interno del linguaggio stesso che può pervenire fino al vuoto, in assenza di un oggetto concreto su cui possa fare presa e attrito. Sembra così che negli ultimi decenni del secolo scorso la filosofia abbia affrontato – come ha scritto Jean-Luc Nancy[2] – la questione radicale del senso, appunto, negandolo, fino a quasi negare se stessa, scavando in profondità la propria fine, decostruendo il suo proprio senso.

Emerge dunque la necessità per la filosofia di dislocarsi, fino al punto sul quale essa possa trovare, o meglio fare, ancora problema, travasarsi nel luogo di una qualche sua trasformazione, il luogo in cui essa possa convertirsi in critica: potremmo dire mettersi in esilio rispetto alla sua stessa tradizione e alle sue pratiche abituali. Non si tratta – come proverò a illustrare – di approntare una sorta di kit di strumenti, di corredo, di equipaggiamento in dotazione per affrontare questo o quell’oggetto, e cioè gli arnesi della critica letteraria, della critica d’arte e via dicendo perfezionati con gli utensili delle critiche secondarie o sub-critiche. Ma si tratta di un mutamento strutturale che trasforma la filosofia stessa.

Eppure la filosofia nella sua storia ha avuto un grande attrito sul mondo, tanto grande da animare in sé un’immane volontà di potenza: Robert Musil ha scritto, ha potuto scrivere che “i filosofi sono dei violenti che non dispongono di un esercito e perciò si impadroniscono del mondo rinchiudendolo in un sistema[3]. In altre parole, potremmo dire, come nella metafisica, la filosofia ha negato la verità del mondo in cui viviamo, il mondo delle apparenze, rinviando la verità, come dice Nietzsche, “a un mondo sopra il mondo[4], perché questo è infatti il significato letterale della parola metafisica: al di là della fisica.

Platone ha per primo affermato che la filosofia è un’arte mortale, non solo perché deve vincere negli uomini il timore della morte, ma perché mette a morte il mondo della realtà sensibile, delle apparenze, sacrificandolo all’idea. È questo il grande tema che percorre tutto il Fedone, in cui si dichiara esplicitamente che la filosofia è l’arte del morire, del mettere a morte cioè il corpo, che è terroso, opaco e ci impedisce di conoscere, di assumere una conoscenza vera, ci trascina nel limo, nel disordine delle sensazioni.

Anche Hegel, più di duemila anni dopo Platone, ha ribadito – a partire dalla Fenomenologia dello spirito – l’irrilevanza del mondo delle apparenze, vale a dire del questo e qui sensibile, in quanto inattingibile al linguaggio che appartiene a ciò che è universale. In altre parole, il linguaggio può parlare solo dell’universale e quindi ciò che non è universale non concerne il sapere e viene espulso dal campo del sapere.

Ma non cogliere la singolarità della cosa significa anche la negazione della singolarità del soggetto che si misura con la cosa, del soggetto che esprime istanze – continua Hegel – che sono solo un “incomposto fermentare[5]: una materia informe, che fermenta, si agita, ribolle, quelle che sono le passioni, i sentimenti di un soggetto.

La filosofia, prima della crisi degli ultimi decenni del secolo scorso, ha preteso dunque di ordinare il mondo, le cose, gli uomini e nella sua iattanza non ha certo conosciuto la critica. Quando la filosofia ha pronunciato questa parola – la parola critica – è perché con essa, come ha fatto Kant, ha aperto un tribunale della ragione, che deve decretare ciò che è conoscibile ed è lecito conoscere. Ciò che per essa è inconoscibile – vale a dire extra-moenia, fuori dalle mura – affonda letteralmente, scrive Kant, “in un vasto oceano tempestoso dove regnano nebbie grosse e ghiacci prossimi a liquefarsi[6].

Platone, come abbiamo visto, affida alla filosofia il compito di imparare a morire. Franz Rosenzweig apre proprio il suo grande libro intitolato La stella della redenzione su questo tema: di fatto dunque con un atto di accusa di fronte all’estremismo della volontà di potenza della filosofia, che si spinge, come abbiamo visto fino al tentativo di vincere la morte esorcizzandola nel pensiero. La conoscenza per il filosofo prende il suo inizio in Platone come in Hegel proprio dalla morte, in cui si approda alla conoscenza del tutto che sembra essere il fine della filosofia: il totem del totum[7], parafrasando Adorno. Dunque, prosegue Rosenzweig, in essa domina l’aspirazione o l’illusione di rigettare la paura che attanaglia ciò che è terrestre, strappare alla morte il suo aculeo velenoso, togliere all’Ade il suo miasma pestilente: la terra partorisce i morenti, la filosofia nega la paura della morte, il luogo della caducità e così nega anche la terra, non soltanto il corpo che viene ripudiato e trascurato in favore dello spirito, ma la terra stessa in cui si muove il soggetto appunto dotato di corpo e di spirito.

Nel Fedone Socrate va lieto verso la morte che lo libera dalla prigione del corpo e della sua terrosa opacità che ostacola la conoscenza: è la morte del filosofo. Sembra però che questa morte non riguardi però il soggetto Socrate, e nemmeno Critone il suo amico o gli altri amici che assistono a questa morte, ma si riferisca a tutti quelli che sono fatti di terra, di quella terra che partorisce i morenti, di quella terra negata.

Viene alla mente il grande racconto di Tolstòj La morte di Ivan Il’ič: anche Ivan ha studiato filosofia e di fronte alla morte ne contesta le conclusioni. Ivan sa che Caio è un uomo e che gli uomini sono mortali e che Caio è mortale: questo sillogismo gli sembrava ora giusto per Caio, ma non per lui. Perché Caio è un uomo in genere, non è questo uomo, non è più un Io, è un neutro. Ma lui, Ivan, è diverso, con le sue relazioni, i suoi amori, i rimorsi, i ricordi, le colpe e le omissioni. “Era stato forse per Caio quell’odore di palla di cuoio a spicchi che Vanja tanto amava? […] era stato forse Caio a sentire il fruscio della veste di seta della madre?[8]

All’Io che vuole vivere la filosofia prospetta la morte, la spersonalizzazione della morte. La filosofia esalta questa morte, prosegue ancora Rosenzweig, questa morte neutralizzata come la propria prediletta, come la nobile occasione per sottrarsi alle angustie della vita. La filosofia propone questa morte, perché la filosofia è innamorata, scrive Rosenzweig, dell’“illud[9], cioè di questo neutro in cui naufraga il soggetto, in cui affonda l’io.

Anche dopo la caduta dei fondamenti, anche dopo l’erosione della metafisica annunciata da Nietzsche con l’esaltazione del mondo delle apparenze, della magnifica iridescenza “del ventre del serpente della vita[10], la filosofia ha mantenuto la sua volontà di potenza.

E con questa entra nel XX secolo.

Si pensi che Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus chiude in poche decine di pagine tutte le proposizioni che corrispondono a tutti gli “stati di fatto” di cui si può parlare. Sul resto, su ciò che eccede la sequenza di proposizioni contenute in queste decine di pagine si deve tacere. “Il mio lavoro” scrive Wittgenstein “consiste in due parti: di quello che ho scritto e inoltre di tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella importante[11]. Questa seconda parte deve di fatto rimanere muta: Wittgenstein ha inteso tracciare un limite al pensiero, o meglio un limite all’espressione dei pensieri: la critica era per lui esattamente questo limite, questo nec ulterius, questo non oltre. Ha tracciato un limite al linguaggio e “tutto ciò che è oltre questo limite” ha scritto “sarà semplicemente non-senso[12].

Questo ci porta direttamente nel XXI secolo alla filosofia analitica anglosassone. È una filosofia che – come afferma Susan Neiman[13] – impone di dimenticare le questioni relative alla vita e alla morte, al bene e al male: vale a dire le questioni da cui è nata la domanda filosofica. Sembra che il fine della ricerca sia la legittimazione linguistica di ogni affermazione interna alla disciplina filosofica stessa. È curioso, ma assistiamo oggi all’incrocio tra questa filosofia e l’eredità dell’esoterica ontologia heideggeriana. Entro i limiti stabiliti dal linguaggio, per una schiera di nuovi filosofi l’affermazione dell’essere della cosa è un’affermazione aproblematica, non lascia alcun cono d’ombra: si passa a una cosalità immediata, diretta.

E quindi, nella dissoluzione dell’estremismo dell’ermeneutica, c’è questo assolutismo ontologico che in realtà si riduce, come avrebbe detto Adorno, al “miseramente ontico[14], all’affermazione pura e semplice di ciò che esiste. E cosa rimane delle questioni relative alla vita e alla morte, al tempo, alla gioia e al dolore, cosa persiste dell’inquietudine che spinge a pensare, come dice Bataille, che “ciò che è significa ben più di ciò che è[15], cioè che se esiste un impensabile e un irrappresentabile è proprio questo che dobbiamo cercare di pensare e di rappresentare? Questa inquietudine, che ha abbandonato la filosofia tradizionale, ha costruito una diversa modalità di scrittura filosofica: quella del saggio critico, che è stata teorizzata da Gyȍrgy Lukàcs, poi da Walter Beniamin, da Adorno e poi ancora, più vicini a noi, da Elias Canetti, da Maurice Blanchot, insieme a Freud e i grandi scrittori della modernità come Musil, Proust, Thomas Mann e altri.

La filosofia saggistica – o più propriamente il pensiero saggistico – non ha più la pretesa di ormeggiare alla banchina di una verità assoluta. È qui lo scatto: non esiste più la totalità, non esiste più la volontà di potenza di chiudere in un sistema una visione esaustiva del mondo che intende discernere il vero dal non senso. Il pensiero saggistico si muove, come l’arte, nel dominio dell’incerto. Ha detto Leibniz: “Credevo di essere arrivato in porto, e sono stato rigettato in mare aperto”.

Ne LArte del romanzo di Kundera si dice che parallelamente, mentre Cartesio stabiliva le regole del ben pensare, Cervantes con il suo Don Chisciotte decretava il sapere dell’incertezza, direi una legittimità dell’incerto[16]. Fenomeno, qualche secolo dopo, espresso compiutamente in quel grande romanzo che è L’uomo senza qualità di Musil, in cui l’uomo è un insieme di qualità senza un centro che le unifichi, nella scomparsa di quella totalità umana e poetica che non ci compete più, né più ci appartiene.

In qualche modo, il pensiero critico cerca di saldare, di riunire questi due saperi: quello della sistematizzazione razionale e quello dell’incerto, del dubbio, dell’inquietudine. Il pensiero saggistico-critico cerca costantemente di trovare la verità nell’arte – come nelle apparenze del mondo (critica quindi non solo letteraria, artistica, ma anche delle formazioni e delle realtà del mondo) – quindi proprio là dove questa sembra negarsi, cerca la verità nella negazione e della negazione, cerca comunque una verità possibile, anche se relativa, insorgendo contro una filosofia immanente delle cose, adagiata su di esse, fondamentalmente priva di responsabilità.

Ecco, questo è secondo me il grande tema: la responsabilità del pensiero in rapporto al mondo; quando noi parliamo, scriviamo, esprimiamo un pensiero assumiamo una responsabilità immensa, perché non c’è più nulla che la garantisca come nella metafisica. Ora ogni espressione deve assumersi la responsabilità di ciò che esprime, ognuno che traccia un segno su un foglio, su una tela e via dicendo deve assumersi la responsabilità di ciò che proietta nel mondo.

La dimensione della responsabilità emerge in termini ineludibili nel momento in cui si recide un rapporto di corrispondenza tra la realtà e la sua rappresentazione, tra l’immagine il “correlato oggettivo[17] direbbe Eliot, si rompe cioè una sorta di patto mimetico: io dipingo questo fiore e questo fiore corrisponde a qualcosa. Ma Mallarmé dice che la parola fiore non ha alcun odore e che quel fiore non è più un fiore[18]. In questa frattura, già intravista da Saussurre, che affermava che tra significato e significante non c’è alcun rapporto necessario[19] – e che Steiner definisce la vera rivoluzione che caratterizza la modernità[20] – è l’autore a definire il senso della sua opera e se ne assume la responsabilità. Nelle arti questa responsabilità diventa politica: quando Mallarmé dice “dare una parola più pura al linguaggio della tribù[21] intende rompere con i linguaggi standardizzati e con quelle degenerazioni che Flaubert – definendole le “legioni dei diavoli[22] – considerava il male assoluto, cioè la frase fatta, il luogo comune, la chiacchiera.

Oggi assistiamo a una deriva culturale negli ultimi decenni che ha fatto crescere esponenzialmente la semplificazione come dinamica del pensiero, una semplificazione che mortifica e avvilisce ogni possibilità di chiarire un argomento, di acquisire elementi di conoscenza, di costruirsi una competenza, di comprendere diversi punti di vista, tanto meno di problematizzare, finendo per esaltare un’assenza di pensiero o un non-pensiero unico corrotto e involgarito, un’omologazione incolta e illetterata che costituisce un brusio di fondo che fabbrica una nuova legione diabolica e una nuova standardizzazione del linguaggio in cui il senso si inabissa, si estingue la capacità di dirimere, cioè di fare critica. Tutto rischia di scorrerci addosso senza lasciare traccia, senza piantare semi, dove nulla diventa una qualità dell’esperienza, nulla entra nella costruzione della propria identità, nulla ci ferisce o ci salva. E mi riferisco qui non solo alle cosiddetta cultura di massa, ma anche e soprattutto a quella nuova tendenza di far filosofia, la popsophia, la filosofia alla Peppa Pig, tanto per capirci, frequentata da intellettuali griffati[23] che pensano di fare veramente filosofia sovrapponendo il vocabolario di Heidegger a Beautiful, l’analitica esistenziale a Un posto al sole e il decostruzionismo ai Teletubbies, senza alcuna coscienza critica. Ma elevare il discorso da bar a riflessione, però, non è una conquista del pensiero: è una triviale ricerca di consenso, un’adesione acritica all’esistente, travestita da politicamente scorretto, così tanto di moda oggi nella mistificazione di chi pensa che impiantare le parole in luogo delle cose significhi trasformarne la natura[24]. “Logica ed etica sono sostanzialmente la stessa cosa” – diceva Otto Weininger – “un dovere verso se stessi[25].

A proposito della lettura, per esempio, Geoge Steiner ha scritto: “Leggere bene significa correre grossi rischi. Significa rendere vulnerabile la nostra identità, il nostro autocontrollo […] chi ha letto le Metamorfosi di Kafka e riesce a guardarsi allo specchio senza indietreggiare è forse capace, tecnicamente, di leggere i caratteri stampati, ma è analfabeta nell’unico senso che conti realmente[26].

Inoltre osserviamo i danni enormi che la desertificazione della conoscenza storica del pensiero ha provocato, tra cui averci inchiodato a un eterno presente, direi addebitando il tempo di un eterno presente. Ma a questo proposito dice Eliot nei Quattro quartetti: “se tutto il tempo è eternamente presente, tutto il tempo è irredimibile[27], cioè tutto si scioglie, si polverizza, si liquefa, nuota in una palude, negando il fondamento di ogni critica, ossia la considerazione della temporalità, delle parentele temporali, delle stratificazioni storiche.

La rinuncia alla verità, dopo la fine della metafisica, si è declinata spesso come rinuncia al senso che è stato delegato ad altri saperi, quelli legati alla tecnica e alla sua potenza, rispetto alla quale la filosofia come professione sembra mostrare un’assoluta sudditanza. Il saggio non-accademico si muove altrimenti, si disloca altrove rispetto alle filosofie del limite e della rinuncia, si esilia da esse, propone un pensiero che si costruisce intorno agli oggetti senza la pretesa di esaurirli. Incorpora nel suo movimento le tensioni e le contraddizioni che attraversano il reale e che emergono come tali nel suo corpo in opere che appaiono, come dice Adorno, “corrugate o addirittura dilaniate[28].

Se la dialettica era destinata a risolvere la contraddizione, Benjamin propone una dialettica sospesa, arrestata, in cui gli estremi emergono e aprono una tensione critica che non può e non deve avere soluzione, anzi significano proprio nella loro inesausta tensione. Benjamin afferma che in questa immagine dialettica si realizza “l’ora della conoscibilità[29] – come è emersa anche in Proust – segnando ancora una volta la complicità di questa filosofia critica con le forme e i saperi artistici che Platone aveva voluto espellere dalla Repubblica. Il saggio si pone così come una scrittura e una modalità di conoscenza critica proprio in quanto ha appreso a ibridare immagine e concetto per recuperare al pensiero filosofico quella compatibilità e quella contiguità con l’esperienza umana che la filosofia sembrava aver perduto.

Si tratta di continuare a confrontarsi con la pluralità conflittuale del mondo, quella complessità che si afferma, secondo Nietzsche, nelle forme antinomiche e contraddittorie del tragico. Si tratta di trasformare l’infinito e indifferente scorrere di interpretazioni nuovamente in conflitto delle interpretazioni, per cogliere il senso di un mondo lacerato e il senso delle opere che questa lacerazione provano a raccontarla.

È necessario che il pensiero pensi anche contro se stesso. Altrimenti la filosofia, come ha detto Adorno, si illude di conoscere ciò che pensa semplicemente assimilandolo a sé, ma così essa conosce propriamente se stessa e solo se stessa e non il mondo.

L’arte di per sé procede criticamente, traducendo quella che convenzionalmente viene definita ispirazione dell’artista, la visione della madeleine proustiana, all’interno di regole linguistiche e sintattiche, operando una violenza su se stessa. E il critico, a sua volta, opera una violenza per ritrovare la madeleine, per rinvenire quell’ispirazione che l’artista ha dovuto nascondere dentro le procedure sintattiche. Ed è un processo polemico: da polemos, la guerra che Eraclito diceva essere il padre del mondo[30].

Certo, molte sono le cose inesprimibili, molte sono le cose prive di espressione: è l’Ausdrucklose, il privo d’espressione di Benjamin. L’Ausdrucklose indica il passaggio dall’idea del bello a quella del vero, il punto di sospensione dell’opera, il luogo in cui il contenuto si trova in uno stato di sospesa incertezza, presente immobile rispetto al tempo fluido della narrazione e, tuttavia, oscillante tra il mito che si disegna come passato e la redenzione che si dispiega come futuro. È l’apparizione dentro l’opera dell’origine, di ciò che storicizza il suo tempo, il quale – proprio perché si dà come un continuum – si rivela in realtà immobile: il divenire precipita nel suo telos e si annulla. Arrestarlo nell’Ausdrucklose è il compito della critica[31].

Il pensiero si legittima soltanto in quanto si assume la responsabilità di cercare di esprimere l’inesprimibile, anche per approssimazione, anche se è necessario procedere alla frantumazione di “una totalità falsa e aberrante[32], dice ancora Benjamin. È quella che Kafka chiama, in un’espressione paradossale ma illuminante, “la costruzione che distrugge per poter dare forma al mondo[33]. Viene a mancare la certezza propria della metafisica, ma anche la certezza perentoriamente pretesa dei nuovi realisti. Io credo che solo dall’incontro tra filosofia e poesia possa nascere una modalità di indagine su ciò che non ha espressione e questo colloquio deve potersi attuare nelle zone d’ombra, dove non è una logica dialettica che potrà far parlare l’opera d’arte. Se è vero che esiste un dissidio tra filosofia e poesia, in quanto quest’ultima non è vincolata alla verità, oggi una filosofia che si identifichi con la scienza è inimmaginabile, a meno di non costringere la filosofia in un’angusta analisi logico-linguistica, invece di volgerla a interrogare le opere d’arte intorno all’inespresso e all’inesprimibile, mettendo a frutto la capacità della filosofia, in quanto estetica, di accogliere e svolgere il senso non-discorsivo presente nelle creazioni artistiche, la cui verità è irriducibile sia alla composizione meramente formale sia al messaggio rinvenuto nell’opera.

Un romanziere, Imre Kertész, presentando un suo libro di scritti critici ha affermato: “Non considero saggi nel senso tradizionale del termine gli scritti che seguono. Parlerei piuttosto di approssimazioni, anche se naturalmente questo genere letterario non esiste. Da una parte vorrei sottolineare il fatto che nessuno di questi lavori esaurisce il proprio oggetto, ma riesce al massimo ad approssimarsi ad esso, dall’altro vorrei evidenziare che essi affrontano – sebbene da un altro punto di vista – lo stesso argomento delle mie opere narrative: l’inavvicinabile”[34].

Un solo passo verso l’inavvicinabile, nel senso racchiuso nelle increspature di un’opera – sia questa un libro, un quadro, un film, un’architettura o nelle pieghe delle realtà – vale la sfida che il pensiero critico lancia nei confronti del pensiero della certezza: la verità non è netta, ma ha, come ha scritto Hermann Melville, “confini sfrangiati[35].

Muoversi su questi confini è compito del pensiero critico.

 

Tre post scriptum

  1. Su Maffesoli: vorrei cavarmela con una battuta: è un sociologo, debole in filosofia.
  1. Su Alessandro Baricco: è autoreferenziale fino all’acidità da reflusso gastroesofageo, post italocalvinista di riporto, ben attento a non deplorare mai nulla, a rassicurare sui conflitti e sulle contraddizioni della postmodernità. Il suo è un composto di cibo masticato, impastato e imbevuto di quella saliva che tutto concilia, scolora le oscurità, annulla virtù e talento, contrabbanda la rapidità con l’efficienza, la banalità per complessità e rende tutto commestibile in questo luna park del consumo. Bolo per analfabeti di ritorno, altro che l’ascia di Kafka.
  1. Sul postmoderno e, tra le righe, ancora su Maffesoli: Nell’esperienza greca il mito è vissuto come un tentativo di colmare il dolore della distanza dall’origine, ma anche come la consapevolezza che non c’è mai un vero ritorno all’origine. Nella modernità i miti sono diventati domestici, sono tutt’al più cani da compagnia, più spesso false idee comodamente acquattate nella pigrizia del nostro pensiero. Basta pensare al ruolo che nella città greca aveva il teatro, la tragedia. La città teatro contro la città ipermercato. C’è una connessione tra spazio simbolico e rappresentanza del conflitto, da una parte, e forma dell’agire politico, dall’altra. Nel mondo greco prendere posizione, decidere è tragico, perché non c’è soluzione conciliativa, non c’è mediazione razionale. Il conflitto, che non è sanabile, quindi tragico, è solo rappresentabile.

Ogni conflitto nella modernità è, invece, risolubile attraverso la risarcibilità, poiché tutto è ridotto a misura del denaro, slegato per definizione a qualsiasi concetto di valore, nel politeismo dei valori che è indifferenza a ogni valore, che è un infischiarsene degli dei. E della tragedia non conserva nemmeno la memoria. Il conflitto irriducibile può essere rappresentato, trasformato nella rappresentazione e nello spazio simbolico del racconto; il conflitto moderno è, invece, irrappresentabile, perché è del tutto contingente, cioè, filosoficamente, non necessario, non essenziale.

La modernità ha preteso di realizzare il mito, di far coincidere inizio e fine, uomo e Dio. E l’Altro è dissolto, svanito; ma senza vera alterità non c’è vero conflitto e senza conflitto vero non c’è trasformazione della realtà e creazione dello spazio simbolico. La rappresentazione tragica, invece, esprime il senso della irriducibilità dell’altro a se stessi e la creazione di uno spazio per contenerlo.

Si diceva: condizione postmoderna. Vorrei far notare come da allora ci sia stato un profluvio di questo prefisso post tutte le volte che “il presente rivolge lo sguardo su se stesso per cercare di auto comprendersi[36], di darsi un’identità. La prosa sociologica, antropologica, politica, psicoanalitica, letteraria, filosofica è un’alluvione di post: post-industriale, post-democrazia, post-fordismo, post-umano, post-edipico, post-comunismo, post-fascismo, post-ideologico, post-strutturalismo ecc., per finire, appunto, a post-moderno.

Noi siamo quelli che vengono dopo, siamo i postumi. Postŭmus, nell’antica Roma, era il figlio che nasceva dopo la morte del padre.

Il fatto che ogni epoca interpreti se stessa nell’orizzonte del dopo è ovvio, ma oggi il nostro dopo non è “un dopo storico- relativo, ma un dopo assoluto[37]. Un dopo, appunto, che ha i tratti inquietanti e perturbanti del postumo; viviamo un’esistenza postuma, come se ci stessimo aggirando tra rovine in un dialogo tra morti.

Vediamo ora che cosa vuol dire essere postumi in questa percezione del dopo che ho appena descritto. Venire dopo la morte del padre non significa semplicemente o soltanto “essere senza padre, ma essere generato da un padre morto[38], significa essere la traccia della sua assenza. Un presente postumo non contempla più un legame dialettico col passato, né come suo superamento, né come sua conferma, né come suo rinnovamento, né come sua rifioritura in altra forma. Viene meno ogni figura di eredità, quindi di donazione. Il presente si specchia nella sua impotenza, nella malinconia dolente della percezione del venir meno di chi lo ha generato.

E allora comprendiamo che della democrazia, dell’umano, del fascismo, del comunismo, della modernità ecc. resta soltanto quel post, cioè rimane un guscio vuoto, una svuotata e stremata definizione di sé e del proprio tempo sulla base di un’impotenza a essere umani, comunisti, fascisti, padri ecc.

Ci si definisce facendo appello a una possibilità storica estinta e si assume questa impossibilità come proprio stesso essere.  È la figura della possibilità, è il possibile che si è corroso, che è tramontato, non la sua realizzazione.

Nel suo saggio L’esausto su Samuel Beckett Gilles Deleuze, rimarcando la differenza tra “stanco” ed “esausto” scrive: “Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l’esausto esaurisce tutto il possibile. Lo stanco non può più realizzare, ma l’esausto non può più possibilizzare[39].

Ecco, siamo trasmigrati da un paradigma dell’essere, dove lo scopo era la realizzazione dell’umano, a un paradigma del divenire prosciugato di senso, dove ci si muove velocemente ma senza uno scopo, dove mezzi e fini si confondono deponendo ogni preoccupazione etica, dove la realtà visibile è quella virtuale nella scomparsa del confine tra fantastico e reale e nell’insistente cura dell’immagine che mortifica ogni contenuto. E dentro questo scenario si muovono corpi inabili a trasformarsi in nulla, tantomeno in simboli, corpi che parlano un linguaggio incenerito e sembra non percepiscano più nemmeno il proprio sentire, corpi senza memoria (perché l’oblio è la condizione necessaria affinché il desiderio, unico motore della società dei consumi, possa rinnovarsi senza intoppi né ritardi), puri consumatori di merci, sedotti e arresi all’inganno della facilità che conduce al balbettìo e all’idiozia.

[1] Cfr. Michel Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli, 2004.

[2] Cfr. Jean-Luc Nancy, Decostruzione del cristianesimo, Volume 1, Cronopio, 2007.

[3] Robert Musil, L’uomo senza qualità, pag. 243

[4] Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 1970, p. 34.

[5] Georg W. Friedrich Hegel, Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia, 1960, vol. I, pag. 8.

[6] Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Laterza, 2007, p. 199.

[7] Cfr. Theodor W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, 2004, pag. 339.

[8] Lev Tolstòj, La morte di Ivan Il’ič, Mondadori, pag.

[9] Franz Rosenzweig, La stella della redenzione, Marietti, 1985, pag. 3.

[10] Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi (1887-1888), Adelphi, 1979, pag. 11.

[11] Ludwig Wittgenstein, Lettere a Ludwig von Ficker, Armando, 1974, pag. 72.

[12] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, 1974, in Prefazione.

[13] Cfr. Susan Neiman, In cielo come in terra. Storia filosofica del male, Laterza, 2013.

[14] Theodor W. Adorno, Dialettica negativa, cit., pag. 11.

[15] Georges Bataille, L’abate C., ES, 2008, pag. 102.

[16] Cfr. Milan Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, 1988.

[17] Cfr. Thomas Stearns Eliot, Amleto e i suoi problemi in Il bosco sacro, Bompiani, 1995.

[18] Cfr. Stèphane Mallarmé, Erodiade, ES, 1997.

[19] Cfr. Ferdinand de Saussurre, Corso di linguistica generale, Laterza, 1978.

[20] Cfr. George Steiner, Vere presenze, Garzanti 1992, pag. 95.

[21] Stèphane Mallarmé, La tomba di Edgar Poe, v. 6, in Sonetti, SE, 2002.

[22] Cfr. Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni, Adelphi, 1980.

[23] Mi riferisco ai più feroci fautori della popsophia, come Simone Regazzoni, Salvatore Patriarca, Leonardo Arena, Marcello Ghilardi, autori di opere che consegnano il discorso filosofico alle perversioni di un mercato editoriale dove il profitto a qualunque costo ha spesso il sopravvento sull’eleganza e la ricercatezza della qualità.

[24] Cfr. a questo proposito un illuminante articolo di Nicla Vassallo, Sopravvivere al pop pensiero, Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2008.

[25] Otto Weininger, Sesso e carattere, Feltrinelli, 1978, pag. 25.

[26] George Steiner, Linguaggio e silenzio, Garzanti, 2001, pag. 142.

[27] Thomas Stearns Eliot, Quattro quartetti, Burt Norton I, Garzanti, 1979, vv. 4-6.

[28] Theodor W. Adorno, Beethoven. Filosofia della musica, Torino, Einaudi, 2001, pag.275.

[29] Walter Benjamin, I “passages” di Parigi, Einaudi 2010, pp. 1237-1238.

[30] Cfr. Eraclito, in G. Colli, La sapienza greca, Adelphi, Milano, 1980, fr. 14

[31] Il discorso benjaminiano sul carattere critico dell’Ausdrucklose arriva a definirsi compiutamente attraverso l’esplicito riferimento a Hölderlin, a partire dal saggio Le due poesie di Hölderlin, raccolti in Metafisica della gioventù, Einaudi, 1982.

[32] Walter Benjamin, Le affinità elettive di Goethe, in Angelus Novus, Einaudi, 1981, pp. 221-222.

[33] Franz Kafka, Il silenzio delle sirene. Scritti e frammenti postumi, Feltinelli, 1984, p. 83.

[34] Imre Kertész, Il secolo infelice, Bompiani, 2012, p.

[35] Cfr. Herman Melville, Billy Budd, Feltrinelli, 2014.

[36] Rocco Ronchi, Come fare. Per una resistenza filosofica, Feltrinelli 2012, pag. 39.

[37]Ivi, pag. 40.

[38] Ivi, pag. 42.

[39] Gilles Deleuze, L’esausto, Cronopio, 2005, pag. 9.

In “Un inverno lunghissimo”

di Marcello Furiani, marzo 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Ogni sguardo non ne contiene interamente un altro, ogni dimora non è rifugio per ogni viandante sorpreso dalla tempesta, ogni oggetto si sottrae davanti alla parola che lo nomina. Su questo scarto misuriamo il vivere, la distanza non percorribile che ci separa dalle persone, dai luoghi, dagli oggetti. Noi non siamo nel mondo come enti naturali, ma lo abitiamo, e viviamo drammaticamente lo iato tra ciò che è e ciò che potrebbe essere e ciò che non è stato, lacerati tra il desiderio di ricondurre le cose a una comprensibilità e la coscienza dell’indifferenza innocente delle cose. È l’inverno senza rinascita dell’esilio, dove possiamo trovare, con una fatica priva di pietà, solo la nostra unicità, senza la quale non abbiamo voce né nome, senza la quale la profondità del simbolo è solo la miseria del segno.

L’autentico viandante, nel suo errare spoglio di alcun interesse concreto, dimentica se stesso, il proprio passato, non compiace la nostalgia né asseconda il rimpianto. Abbandona i ricordi in una vena esangue del proprio sanguinare, li custodisce, ma non se ne alimenta; per il suo cuore l’ieri non diventa la gruccia che sostiene il presente.

Non è viandante chi parte per tornare, né chi viaggia per fuggire, lasciando la propria anima nel ricordo di un viso o tra le mura di una casa natale, incapace di spartire il desiderio dalla nostalgia, di relegare il ricordo ai giorni trascorsi. Il tempo del viandante è un presente che basta a se stesso, dove – se il passato vi gettasse le ombre dei suoi colori e i fantasmi dei suoi odori – ieri e oggi si fonderebbero in un unico, struggente, mitico istante che annullerebbe le distanze del suo camminare.

Per ciò nessuno sguardo di donna, disabituando il suo cuore – così come nessun bagaglio pesandogli sulle spalle – lo attende né domani, né mai.