Sulle rimozioni

di Paolo Repetto, febbraio 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Tony Judt è morto nell’agosto del 2010 di sclerosi laterale amiotrofica, la famigerata SLA. Era nato nel 1948, quindi era della mia leva, più vecchio di soli dieci mesi. All’epoca non ho trovato la notizia su alcun giornale (probabilmente leggo i giornali sbagliati), non l’ho sentita per televisione (ma questo è già più comprensibile, perché la televisione non la seguo, e magari gli hanno dedicato ampi servizi tra un pettegolezzo e l’altro), non l’ho nemmeno recuperata più tardi, nell’autunno o nell’inverno successivo (e questo invece fa pensare). Forse morire nel pieno dell’estate non giova, perché i collaboratori delle riviste letterarie o storiche sono in vacanza, e al loro rientro hanno altre cose cui pensare.

La storia è una sciocchezza.
Henry Ford

La verità è che nel 2010 di Tony Judt io nemmeno sospettavo l’esistenza. Eppure non sono di primo pelo, seguo le vicende culturali e i protagonisti meno conclamati sono un po’ la mia specialità. Ma Judt proprio mi mancava: e allora, se da un lato ammetto la mia colpevole ignoranza, dall’altro posso portare a parziale giustificazione il fatto che nemmeno per caso mi era capitato fino a poco tempo fa di imbattermi in lui in qualche recensione, neppure nelle note a piè di pagina (sono uno che legge anche le note).

Che Judt, ebreo con ascendenze esteuropee molto ramificate, inglese di seconda generazione e trapiantato poi in America, sia stato uno degli intellettuali più influenti dell’ultimo quarto di secolo l’ho scoperto solo nella quarta di copertina di un libro preso a metà prezzo, attratto dal titolo, “L’età dell’oblio”. Ma le quarte di copertina non sempre sono credibili. È quando ho scorso l’indice che ho capito di aver fatto tombola, di aver trovato la pepita che cercavo da un pezzo.

Naturalmente è seguita una corsa a recuperare tutti gli scritti pubblicati in Italia, a partire da Postwar, il suo capolavoro, una monumentale storia dell’Europa dal secondo dopoguerra agli inizi del nuovo millennio, che con ogni probabilità rimarrà insuperata, per il coraggio del disegno e per la completezza e la chiarezza della trattazione. A seguire sono arrivati Novecento, una lunga conversazione raccolta da un amico e uscita postuma, nella quale le vicende biografiche dell’autore sono occasione per ripercorrere la storia culturale di tutto un secolo, e Guasto è il mondo, un testamento spirituale, il lucido e commovente lascito di Judt alle nuove generazioni.

Qui voglio però soffermarmi sul libro-rivelazione, L’età dell’oblio. Il sottotitolo italiano è Sulle rimozioni del ‘900. Si tratta in effetti di una raccolta di articoli, apparsi per lo più sulla New York Rewiew of Books, dedicati a protagonisti o a momenti della vita politica e culturale del Novecento che sono stati “rimossi” in vari modi e per motivi diversi dalla coscienza collettiva. Judt parla un po’ di tutto, con estrema onestà ed eccezionale competenza: spazia dalla guerra fredda al conflitto israelo-palestinese, dalla disfatta francese del 1940 alle vicende della Romania post-comunista, fino all’azione politica di Giovanni Paolo II o alla crisi del Belgio. Racconta cose che credevo di conoscere, ma che alla luce della sua analisi rivelano aspetti totalmente insospettati. Il meglio lo dà comunque nei ritratti dei protagonisti: i “rimossi”, appunto, i “rinnegati”, i transfughi dallo stalinismo come Koestler, Orwell, Manès Sperber e Laszek Kolakowski; oppure quelli che non sono stati rimossi, ma marmorizzati in icone letterarie, Camus e Primo Levi ad esempio, e filosofiche, come Hanna Arendt; e quelli fatti silenziosamente sparire dalla cultura di sinistra dopo esserne stati per qualche decennio delle star, personaggi per intenderci come Garaudy e Althusser. Ma non risparmia, per altri versi, gli irriducibili nostalgici come Hobsbawm, che icone lo sono ancora oggi.

Le ultime cose, Novecento e Guasto è il mondo, Judt le ha scritte (in realtà le ha dettate) quando la SLA se lo stava ormai mangiando, nella consapevolezza di avere davanti pochissimo tempo: e questo parrebbe spiegare la schiettezza dei suoi giudizi, la capacità di non fare sconti a nessuno. Ma gli articoli raccolti ne L’età dell’oblio sono precedenti, a volte anche di parecchio, e mostrano la stessa totale assenza di sudditanze ideologiche o di spirito di consorteria. A trent’anni Judt diceva pane al pane come io, che pure passo per essere piuttosto ruvido e disallineato, ho cominciato davvero a fare solo dopo i cinquanta. O meglio, sapeva distinguere il pane raffermo, quello che avrebbe fatto immediatamente la muffa, da quello che sarebbe rimasto commestibile per sempre. Il rammarico per non averlo conosciuto prima è quindi doppio.

Cosa ho trovato nei saggi di Judt? Innanzitutto delle conferme. Le conferme di sensazioni che da anni mi porto dietro e cerco malamente di esternare. Come quella relativa all’ignoranza storica che la mia generazione ha volutamente coltivato. Quando Judt scrive che “non solo non siamo riusciti a imparare granché dal passato […] ma ci siamo convinti che il passato non ha nulla di interessante da insegnarci” riassume in due righe tutta la decostruzione “postmoderna” della storia e della cultura occidentali. E quando constata che “musei, santuari, iscrizioni, ‘patrimoni dell’umanità’, persino parchi storici tematici – e, aggiungerei io, ricorrenze, celebrazioni, commemorazioni ufficiali, giornate della memoria – non migliorano la comprensione e la consapevolezza del passato, ma sono solo surrogati”, tocca il nodo centrale: abbiamo abolito la storia, che è scomoda e ingombrante, in quanto ti sbatte in faccia le responsabilità, per rifugiarci nella memoria, che al contrario della prima è selettiva e gratificante, e consente a ciascuno, dal suo punto di vista particolare, di sentirsi vittima. La storia crea una coscienza critica, la memoria si trasforma facilmente in culto, e produce mostri, perché è ovviamente di parte, suggestionabile e manipolabile. La recente vicenda polacca, la negazione e la proibizione “per decreto” di ogni accenno al coinvolgimento diretto dei polacchi nello sterminio degli ebrei, è solo l’ultimo di questi mostri. Oggi stiamo allevando miliardi di irresponsabili idioti, che si trincereranno ciascuno nell’appartenenza a una qualche minoranza, di genere o di trans-genere, etnica, culturale, religiosa, per rivendicare i torti subiti e/o cancellare quelli perpetrati.

Questo sta accadendo. “Invece di insegnare ai bambini la storia recente, li accompagniamo nei musei e a visitare i monumenti”. La cancellazione dell’insegnamento della storia la stiamo già pagando. C’è una classe politica emergente (a livello mondiale, non solo nazionale) che sembra avere come denominatore comune il rifiuto di confrontarsi col passato, persino con quello più prossimo. Ed è perfettamente in linea con l’atteggiamento diffuso nella cosiddetta società civile. Il modello è quello della play station: si schiaccia un tasto, si cancella tutto e riparte un nuovo game, nel quale si possono ripetere gli stessi errori, gli stessi movimenti, senza aver imparato nulla da quello precedente. Vengono riproposti identici gli slogan che un secolo fa hanno portato l’Europa alla rovina, e non per imitazione, perché nemmeno si conosce il modello originale, o per continuità ideologica, ma semplicemente perché si cavalcano le stesse spinte autodistruttive.

Sto riferendomi essenzialmente alla cultura europea, perché in realtà è l’unica impregnata di “senso storico”, da Erodoto in giù. Questo senso storico nasce dalla curiosità di fronte a un mondo precocemente desacralizzato, dallo stupore attivo, disincantato, nei confronti della natura, dalla convinzione che gli uomini sono padroni del proprio destino, lo modellano, fanno “la storia”. E questa attitudine è indiscutibilmente europea. “Ogni anno – scriveva Erodoto – mandiamo le nostre navi, rischiando le nostre vite e spendendo molto denaro, fin sulle coste dell’Africa, per chiedere: chi siete? quali sono le vostre leggi? qual è la vostra lingua? Loro non hanno mai mandato una nave per chiedercelo”.

Europea, ma non indiscriminatamente “occidentale”: perché l’occidente moderno nasce da un incrocio tra modelli di pensiero apparentemente incompatibili, che ancora non hanno trovato una armonica composizione e forse non la troveranno mai, e che in questo perenne confronto di volta in volta prevalgono o soccombono, spesso enfatizzando i loro aspetti peggiori. La cultura americana, all’interno della quale Judt ha lavorato per l’ultima parte della sua vita, ha ad esempio da sempre intrattenuto con la storia un rapporto piuttosto freddo. La brutale liquidazione che ne faceva Henry Ford rispecchia, sia pure in misura parossistica, e tenuto conto che arrivava da un grande ammiratore di Hitler, una attitudine diffusa, direi addirittura generalizzata. In fondo gli americani discendono da quei pellegrini che assieme all’Europa volevano lasciarsi alle spalle anche la sua storia. Quei pellegrini non leggevano Erodoto, ma la Bibbia.

D’altra parte, per tutti coloro che vogliono fondare mondi o imperi nuovi la storia è sempre stata un ingombro. Qin Shi Huang, l’imperatore della muraglia, cancellò alla fine del terzo secolo a.C. in un unico grande rogo di opere e di autori tutta la memoria precedente, proprio nello stesso periodo in cui in Occidente veniva creata la biblioteca di Alessandria. La stessa fu distrutta prima dai cristiani e poi dagli arabi, in entrambi i casi come premessa all’instaurazione di un nuovo ordine. Ogni volta, sino ad arrivare a Hitler e alla rivoluzione culturale cinese, si è ripetuto lo stesso tragico rituale: falò di libri per azzerare il passato e il suo ricordo. Oggi non è più nemmeno necessario ricorrere al fuoco. Il nuovo ordine è già instaurato, e non deve ricorrere alla violenza per imporsi. Dispone di mezzi più raffinati.

La strisciante amnesia collettiva passa per i modi in cui la storia viene trasmessa, a cominciare appunto dall’insegnamento. Arrivato alla quinta elementare, mio nipote è ancora lì a gingillarsi con i Sumeri e gli Hittiti. Gli hanno spalmato la storia antica su tre anni, per dargli il tempo di farsi le ossa: col risultato è che ne ha già sin sopra i capelli, se pronunci la parola Storia gli parte un tic nervoso. Ultimamente l’ho aiutato a fare delle ricerche sull’abbigliamento e sull’alimentazione di tutte le popolazioni dell’antichità preromana, compresi i cinesi, gli indiani e i giapponesi: una roba che lo ha impegnato per un mese. Non fregava niente a me, che pure la storia antica la amo, figuriamoci a lui. È come se tra mille anni per capire la nostra epoca si studiassero Versace o Vizzani.

In compenso sa nulla delle guerre persiane o dei conflitti tra Sparta e Atene, e non ha mai sentito nominare Temistocle, Milziade ed Epaminonda. Conosce Leonida solo perché hanno fatto uno stupidissimo film sui trecento delle Termopili, raccontati come fossero tartarughe Ninjia. Sembra che a parlargli di guerre e massacri ed eroismi e viltà e tradimenti si finisca sempre per offendere qualcuno, per dire cose “politicamente scorrette”. Judt dice: “Si è rivelato un grave errore sostituire una storia carica di dati con l’intuizione che il passato sia un insieme di menzogne e pregiudizi da correggere: pregiudizi a favore dei bianchi e dei maschi, menzogne sul capitalismo o sul colonialismo, o su qualunque altra cosa”. La battaglia di Maratona è diventata il primo simbolo eclatante dell’imperialismo occidentale, le scoperte geografiche sono solo l’antefatto del colonialismo, e così via. A furia di ripetere che non e siste una storia, ma tante storie, e che occorre raccontarle tutte, si finisce per non raccontarne nessuna. “Seminiamo confusione, più che capacità di discernimento, e la confusione è nemica del sapere. Prima di potersi confrontare con il passato chiunque – si tratti di un bambino o di un laureato – deve sapere cosa è accaduto, in quale ordine e con quale esito”. Temo che mio nipote non sarà mai in grado di capire da dove arriva, e meno che mai dove rischia di finire.

Per inciso, non funziona meglio nemmeno con quelli che vengono contrabbandati come tentativi di “attualizzare” lo studio e la divulgazione della storia, sintonizzandoli sulle potenzialità dei nuovi media e sulle mutate modalità di attenzione, oltre che sugli atteggiamenti “corretti”. Gli esempi si sprecano. In un programma televisivo che ambisce a livelli alti, Paolo Mieli chiama ogni giorno uno storico di grido e tre giovani neolaureati o ricercatori a trattare un argomento o un personaggio storico. L’ipocrisia sottesa alla presenza dei ragazzi è addirittura sfacciata. Sono interpellati un paio di volte in tutta la trasmissione, devono esprimere in mezzo minuto un parere di cui palesemente a nessuno, né al conduttore né all’ esperto, interessa un fico secco, e per il resto fanno le belle statuine, ad ascoltare il primo che interroga, facendo però capire che già conosce la risposta, e il secondo che risponde senza mai problematizzare quanto asserisce. Ora, delle due l’una: o i ragazzi sono lì perché sanno, e allora li lasci parlare, e semmai discuti poi le loro opinioni o interpretazioni, o non sanno, e allora approfitti per verificare il grado della loro ignoranza, quali possono essere le lacune diffuse di conoscenza della loro generazione. Metterli lì per abbassare l’età media in studio e dimostrare che gli argomenti e la disciplina coinvolgono anche i giovani è solo un espediente mediatico meschino.

Non varrebbe nemmeno la pena poi di parlare della riduzione della storia a pretesto per i festival e per gli “eventi”. Rientra nell’ambiguo culto della memoria di cui parlavo sopra. Ogni anniversario, ogni ricorrenza è occasione per costruirci sopra un baraccone che soddisfi assieme la vanità e la venalità degli esperti e la cattiva coscienza degli spettatori. Dietro ogni manifestazione di questo genere c’è da una parte un libro da vendere, una mostra da reclamizzare, una carriera da promuovere, dall’altra l’idea che la conoscenza possa essere comprata un tanto a biglietto nel “market(t)ing” del sapere, come in una moderna vendita delle indulgenze. E che a questa mercificazione nulla debba sottrarsi.

Ma la storia non viene cancellata solo per imbecillità o per venalità. L’imbecillità è semmai una conseguenza della cancellazione, la venalità una deriva che partendo dal privato ha investito anche tutto ciò che una volta apparteneva alla “vita pubblica”. La storia viene rimossa per viltà, oltre che per calcolo. Raccontare le vicende storiche contemporanee, come fa Judt, cercando di essere il più possibile obiettivi e indifferenti ai ricatti della “correttezza politica”, al netto delle tare che vanno senz’altro messe in conto, dei margini di opinabilità, di parzialità, di incompletezza che dobbiamo contemplare, è un atto di grande coraggio. Soprattutto se lo fai in America. Significa di norma mettersi contro tutti, vittime o carnefici che siano, e candidarsi all’impopolarità. Ad esempio, l’analisi che Judt fa del conflitto israelo-palestinese senz’altro non piace a nessuna delle parti in causa, e questo forse costituisce la miglior garanzia che si tratti di un’analisi corretta.

La seconda cosa che ho trovato nei suoi libri è dunque il coraggio. Ce ne vuole molto per raccontare un periodo nel quale si è protagonisti e insieme spettatori diretti, e farlo non attraverso la lente deresponsabilizzante del microscopio, spezzettandola in tante vicende particolari, ma proiettandola in cinerama, tentandone una interpretazione, o quanto meno una descrizione globale. Significa andare in controtendenza rispetto all’atteggiamento “decostruzionista” imperante, che ha ridotto la storia ad un’arida somma di cahiers de doléance. Questo coraggio Judt se lo può permettere, oserei dire, per l’incredibile capacità di padroneggiare tutti gli ambiti della storia del Novecento: ma il suo rifiuto della specializzazione in favore di una storia “globale” non nasce solo dalla consapevolezza di essere bravo. Judt persegue una narrazione globale perché questo è il solo modo per conservare alla storia un senso, inteso non come spiegazione ma come assemblaggio critico di esperienze trasmissibili, e per recuperare una qualche dignità a tutte indiscriminatamente le vittime. Una volta “destrutturata”, la storia, così come i cibi, perde invece ogni sapore, ogni valore nutritivo.

Prima ancora che insegnata la storia va quindi correttamente raccontata, ricostruita, difesa. Quando le vicende europee della seconda metà del Novecento saranno riscritte, tra trenta o tra cento anni, alla luce di elementi nuovi, di documenti che al momento sono ancora secretati o di sviluppi attualmente imprevedibili, potrà essere chiarito e dettagliato lo svolgimento dei fatti, addirittura potrà esserne ribaltata l’interpretazione: ma il significato attuale di questi ultimi, la loro verità sostanziale, è nel modo in cui oggi ci condizionano, nelle conseguenze che hanno sulla nostra vita, nell’incidenza che hanno sul nostro modo di pensare, sulle scelte verso le quali ci orientano. Questo indipendentemente dal fatto che li conosciamo con esattezza o meno.

Nel bilancio globale a Judt interessano soprattutto i “costi umani”: sono quelli valutabili in termini di sfiducia in sé e negli altri, perdita della speranza, privilegi, diseguaglianze, ingiustizie, sfruttamento, corruzione, che possono essere testimoniati nella dimensione effettivamente percepita solo da chi questa percezione la vive. Se proviamo ad immaginare a quali fonti potrà attingere lo storico che tra mezzo secolo volesse raccontare il clima diffuso oggi nel nostro paese, a come viene raccontata la quotidianità dai giornali, dalla televisione e dal web, c’è da farsi prendere dallo sconforto. Altro che vita in diretta: avrebbe accesso solo alla morbosità della cronaca nera, all’autoreferenzialità di politici, giornalisti, attori, sportivi che ruotano da una trasmissione all’altra, a un dibattito urlato che funge da pretesto per parlarsi addosso, all’esplosione di una libertà di parola che delle parole nega ogni significato. La vita vera, i milioni di persone che lavorano, che hanno aspettative diverse dall’apparire per un attimo sul teleschermo o paure diverse da quelle fomentate dalla demagogia elettorale, quelle fonti non la considerano nemmeno, o la traducono in statistiche. Ci sono cose che non lasciano tracce documentali e vanno quindi raccontate a caldo, prima che le persone che ne sono protagoniste e vittime diventino soltanto dei numeri, e le loro voci anneghino nel silenzio del tempo. Prima che la “decantazione” prodotta dal trascorrere degli anni operi una selezione disumanizzante.

Perché questo accadrà. Chi riscriverà in futuro la storia europea della seconda metà del Novecento dovrà necessariamente privilegiare fatti, protagonisti e vicende legati alle trasformazioni più gravide appunto di sviluppi futuri, le punte di enormi iceberg che rimarranno comunque sommersi. Tutto il resto andrà alla deriva e finirà nella grande discarica lunare dei sogni, delle speranze, delle sofferenze della quale parla Ariosto. Non ci sarà nemmeno più il soccorso testimoniale dell’arte e della letteratura, piegate come sono ormai completamente alle esigenze e ai dettami del mercato. Ma proprio quelle future scorie oggi sono indispensabili per leggere la mappa dell’ultimo tratto di strada percorso, per capire dove siamo arrivati e dove potremmo andare, per valutare se non sia il caso di tornare indietro per un tratto, e se ancora siamo in tempo a farlo. Per questo motivo credo oggi il primo compito dello storico sia proprio quello di raccontare le aspirazioni, le speranze e le sofferenze di cui è o è stato partecipe. Non lo farà nessun altro.

Judt ci riesce. Faccio un esempio. In Postwar dedica uno spazio notevole agli spostamenti di massa dell’immediato ultimo dopoguerra, ai milioni di profughi tedeschi o ex alleati dei tedeschi che fuggono dai paesi già controllati o assoggettati alle potenze dell’Asse, e che a loro volta incrociano i milioni di reduci da trasferimenti e migrazioni forzate, dai campi di concentramento e di lavoro, alcuni, pochissimi, persino dai campi di sterminio. Una volta stabilito che le responsabilità dei primi sono oggettivamente diverse, per il consenso tributato alle politiche di regimi criminali, o quantomeno per i loro silenzi, rimane il fatto che questa tragica esperienza è trasversale, tocca una molteplicità di popoli e paesi lasciando in ciascuno le stesse cicatrici profonde. E il ricordo di questa esperienza, sedimentato magari per anni in fondo agli animi, può tornare a galla in ogni momento, dove se ne dia la minima occasione, come hanno dimostrato le guerre iugoslave di fine secolo o dimostrano i separatismi attuali. Per questo occorre diffidare della riduzione della storia a “memoria”. Perché nella memoria queste esperienze vengono vissute come singole, eccezionali, e come tali sono fondative di una “diversità” che ha solo crediti da rivendicare.

Ora, non ci piove, la storia è sempre raccontata dai vincitori, i quali naturalmente lo fanno a loro modo, a propria gloria e giustificazione. È quasi naturale che sia così. Ma di una narrazione “globale” agli sconfitti rimane almeno l’ossatura, attorno alla quale le vicende potranno poi essere ricostruite, riviste magari da altri angoli prospettici. Questo accade in continuazione. Parcellizzare, segmentare la storia non consente invece neppure quel minimo di consolazione riparatoria dovuta alle vittime, tardiva e inutile quanto si vuole per esse, ma di monito ai posteri. E naturalmente rende impossibile ogni revisione.

Quando si dimenticano i costi in termini di libertà, ma più ancora nei termini “banali” di vite stroncate, bruciate, rese impossibili, che sono pagati da tutti alla storia, prevale alla fine l’idea hegeliana di una “ragione” nascosta che giustifica ogni orrore, versione laica della salvezza in un ipotetico aldilà. L’idea viene assolta, e quando proprio non se ne può fare a meno viene rimossa: assieme a tutti coloro che a quell’idea sono stati sacrificati.

Il compito di testimoniare in diretta gli orrori della storia e i guasti prodotti dalla sua riduzione a memoria dovrebbe spettare agli intellettuali, e la riflessione su questo ruolo ricorre in tutta l’opera di Judt, a partire da L’età dell’oblio. Judt stigmatizza l’odierno atteggiamento rinunciatario della classe intellettuale, dopo che per quasi tutto il secolo scorso la stessa si era almeno sforzata di tenere sveglia l’opinione pubblica, di sensibilizzarla. Non tutti naturalmente, anche nel Novecento, si sono fatti carico fino in fondo di questa responsabilità: gli unici conseguenti sono stati in realtà gli eterodossi, coloro che hanno rifiutato di allinearsi ai diversi poteri del momento, e che in luogo di essere riconosciuti sono finiti in genere ostracizzati. Judt non viaggia all’ingrosso, non mette tutti sullo stesso piano: distingue tra il coraggio, da riconoscere e onorare comunque indiscriminatamente, e la lucidità e l’onestà delle motivazioni. Sa che si può arrivare a prendere coscienza per diverse strade, e che l’origine e il livello raggiunto da questa coscienza determineranno poi il modo stesso in cui si farà opposizione, la sua efficacia. Non fa ad esempio sconti a Koestler, sottolinea come il suo anticomunismo fosse di matrice ben diversa da quello di un Orwell: ma rimane il fatto che per testimoniare la verità, sia pure la sua particolare versione della verità, anche Koestler ha affrontato prima la galera, e addirittura una condanna a morte, e poi l’ostilità livida dei suoi colleghi “ortodossi”.

Da vero uomo di sinistra, nell’unico senso in cui questa locuzione non si riduce ormai a un’etichetta stinta, quello improntato all’onestà intellettuale, alla rigorosità, all’impegno nel dovere che precede e legittima la rivendicazione del diritto, Judt fa le pulizie prima di tutto in casa propria. Ciò che più lo irrita è la facilità con cui la stragrande maggioranza degli intellettuali più o meno organici alle grandi formazioni storiche, quelli “sdraiati sulla linea”, come avrebbe detto Marcello Venturi, e quelli che dalla linea dissentivano, ma non dal metodo e dalla direzione, ha fatto passare sotto un silenzio complice il sacrificio di migliaia di innocenti alla ragione ideologica (un nome per tutti, Sartre: ma solo perché è il più famoso. In Italia la lista sarebbe lunghissima).

Questa specifica e sofferta indignazione nei confronti della cultura “progressista” è un altro sentimento che, nel debito rapporto di scala, ci accomuna. Judt vede dietro le bocche cucite un ottuso cinismo, io credo che spesso questo atteggiamento sia stato dettato anche dalla viltà, nel caso di Sarte probabilmente da entrambi: ma nell’una o nell’altra ipotesi il silenzio (quando non l’appoggio incondizionato) rimane egualmente inaccettabile per intellettuali che si atteggiavano a difensori della libertà, a profeti della futura vittoria e dell’emancipazione del proletariato (di un proletariato che poi in realtà nemmeno conoscevano, e per quel poco che lo conoscevano lo disprezzavano profondamente). La rozza ricetta staliniana, per cui per fare una frittata era necessario rompere tante uova, ha continuato a caratterizzare per decenni i menù “rivoluzionari”. Le stragi di uova si sono ripetute per tutto il Novecento, in ogni continente, e hanno continuato ad essere più o meno apertamente giustificate come ineluttabilità storica, o minimizzate come incidenti di percorso. E quando alla fine la frittata è bruciata è stata velocemente sostituita con altri piatti, la nouvelle cuisine della storiografia. Fermi restando gli stessi cuochi. “Che cosa succede quando il proletariato smette di funzionare da motore della storia? Per mano dei professionisti degli studi culturali e sociali […] bastava sostituire “lavoratori” con “donne”; o studenti, o contadini, o neri, o – alla fine – gay, o di fatto qualunque gruppo avesse buoni motivi per essere insoddisfatto dell’ orientamento del potere e dell’autorità”.

Non è finita qui. Una volta chiaro che le ricette non funzionavano, perché non incontravano tutti i gusti, anzi, quasi nessuno, la soluzione non è stata provare a cambiare gli ingredienti o i tempi, ma demolire la cucina. Sono così finite sotto accusa le conquiste di trenta secoli di civiltà occidentale, di cui proprio la storia documenta i costi ma testimonia anche l’eccezionalità, e che costituivano malgrado tutto il risultato tangibilmente più alto dell’avventura umana: questo in nome di particolarismi che si danno una ragion d’essere sganciandosi dal comune percorso, anziché impegnarsi a ricostruirne più dettagliatamente le tappe. Insomma, invece di prendere atto di non essere stati capaci di leggere la storia, e assumersi delle responsabilità, i cantori del post-moderno hanno furbescamente preferito negare alla storia ogni credibilità. Gettandola in questo modo in balìa di chiunque voglia appropriarsi del passato per giustificare o legittimare una condizione o un comportamento del presente. È un tema del quale ho già parlato sin troppe volte, per cui eviterò di ripetermi. Lascio parlare invece Judt. “La manipolazione della storia è stata un tratto caratteristico comune delle società chiuse del ventesimo secolo, di destra e di sinistra. La falsificazione del passato è la forma più antica di controllo del sapere: se si detiene il potere sulla interpretazione di ciò che è accaduto (o semplicemente si può mentire al proposito), si ha il controllo del presente e del futuro”. Per cui lo storico ha una responsabilità civica, deve difendere e garantire quella dimensione della conoscenza senza la quale non può esserci comunità civile. “Il lavoro dello storico è spiegare cosa abbia significato un fatto accaduto a determinate persone nel momento in cui si è verificato, dove si è verificato e con quali conseguenze”.

E quindi, i milioni di uova rotte, di vite sprecate? Puzzavano, e sono state sbrigativamente gettate nella pattumiera della storia.

Ma poi arriva qualcuno come Judt, e alza il coperchio.

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