La polvere in testa

di Fabrizio Rinaldi, 11 febbraio 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Nell’Antico Testamento Dio pronuncia la più definitiva delle sentenze: “Polvere eri e polvere tornerai”. Noi umani, sempre antropocentrici, lo riferiamo alla nostra fine, ma il verdetto riguarda tutti gli elementi dell’universo: anche la materia più dura e incorruttibile col tempo – magari molto tempo – si logora e si consuma, grazie all’attrito tra gli elementi. Particella dopo particella si trasforma in un microscopico pulviscolo che lentamente e incessantemente ricopre e avvolge tutto. Tutto il cosmo tornerà polvere, e in parte già lo è.

Dio muove il giocatore, questi il pezzo.
Quale dio dietro Dio la trama ordisce
di tempo e polvere, sogno e agonia?
JORGE LUIS BORGES, L’Artefice, Rizzoli 1982

Qui sulla terra la polvere fa di tutto per attirare la nostra attenzione: quando c’è bassa pressione scatta l’allarme per il pericolo delle polveri sottili; la polvere d’amianto ha fatto – e continuerà purtroppo a farla per parecchio – strage di persone ignare che la respiravano; la polvere che ricopre i quadri è croce per i collezionisti e delizia per i restauratori; quella spostata dal vento fa da cornice alle scene più tese ed emozionanti di moltissimi film western. Pure le stelle hanno la loro brava dose di polvere: grazie alle immagini provenienti dal telescopio Hubble abbiamo visto nubi di pulviscolo e gas che sono le nursery di futuri sistemi solari.

La polvere più familiare rimane però quella che si annida negli interstizi nascosti delle nostre abitazioni, quella che rimane attaccata alle dita quando prendiamo un libro da troppo tempo dimenticato nella libreria, o che intravvediamo svolazzare quando entra dalla finestra una lama di luce.

L’esercito della polvere è una specie di orda barbarica, composta da battaglioni di batteri (5000 specie diverse) e da truppe ausiliarie di funghi (almeno 2000 specie). Questi ultimi geolocalizzano la casa: la loro presenza al suo interno indica dove la casa è collocata. Entrano dalle finestre o si infiltrano attaccati a scarpe e vestiti, e raccontano l’habitat circostante. I batteri invece parlano per lo più di chi la casa la abita, umani e non.

La polvere ha comunque una composizione variegata. Non è razzista e accoglie di tutto: cellule morte di pelle umana e animale, granelli di cibo, fibre di coperte e vestiti, pollini di piante e fiori, cenere proveniente da fumi, scarichi di motori e stufe, peli, terra, particelle di legno, muffe, feci di acari. Tantissime di queste ultime, perché gli acari si nutrono delle nostre scorie organiche, le metabolizzano e naturalmente le espellono (un grammo di polvere può esser popolato da 1.000 famelici acari che espellono fino a 100.000 particelle di feci), immagino con loro grande soddisfazione, ma con conseguenze negative per noi, perché possono provocare reazioni allergiche.

La polvere domestica generalmente si presenta grigia, perché composta per lo più da pelle secca, che ha quel colore. Ma può assumere colorazioni molto più romantiche: grazie al suo potere di rifrazione della luce permette al cielo di presentarsi blu; al centro di ogni bianco e immacolato fiocco di neve c’è una sua quasi invisibile particella; i cangianti colori dell’aurora boreale sono dati dall’influenza reciproca di atomi di ossigeno e azoto con cariche differenti.

Nella polvere (o meglio negli elementi che la compongono) troviamo poi tracce della nostra storia: la presenza di determinati elementi è legata a noi e alle nostre tecnologie. Le attività umane hanno infatti accelerato la produzione di polveri sul nostro pianeta: noi tagliamo, limiamo, rompiamo, scaviamo, bruciamo … insomma, una buona parte del polverone che poi ricopre e logora ogni cosa la alziamo proprio noi.

Nel nostro immaginario associamo sempre la polvere a un avanzo del tempo, a uno scarto dell’esistente e all’oblio del vissuto; è sinonimo di trascuratezza, sporcizia e morte; sintomo di decadenza, di abbandono e di nostalgia. Ma è grazie alla polvere che possiamo costruire mattoni, vetro, ceramiche e cosmetici; ed è anche utile per fertilizzare i terreni e filtrare l’acqua. Senza di essa, senza la consunzione ci sarebbe solo un mondo virtuale (o forse è ciò a cui aspiriamo?), senza storie da narrare.

Vedere, desiderare e infine morire. Il tempo, il suo scorrere nelle nostre vene, diventa dominante. Lo splendore dell’attimo, la sua rivelazione abbagliante, ne sancisce la caducità. Il tempo corrode la vita e la esalta. Insieme alla conoscenza e al desiderio nasce anche l’amore per la fragilità dell’esistenza. Le cose si rovinano.
ROBERTO PEREGALLI, I luoghi e la polvere, Bompiani 2010

La polvere racconta le sue storie perché plasma lo spazio. Il tavolo della mia cucina è pieno di buchi e spaccature; il tagliere è logoro e consunto da quanto mia zia lo ha eroso con la mezzaluna; le tazze scheggiate raccontano di caffè bevuti durante concitate discussioni. Ma il logoramento e l’usura di un oggetto sono parte integrante di esso: ne aumentano addirittura il valore, almeno quello affettivo. L’oggetto che lentamente si deteriora ci guadagna in bellezza. Assumere questo punto di vista renderebbe forse meno amaro il nostro personale logoramento: proviamo a immaginare che la polvere nasconda anche un po’ il nostro invecchiamento, e allora la caducità stessa dell’esistenza potrà essere accettata con un po’ più di benevolenza.

Se siamo refrattari alla patina del tempo è proprio perché ci ricorda la nostra precarietà, la nostra naturale tendenza a esserne ricoperti. Ma è così che vanno le cose, per quanto noi ci sforziamo di opporre resistenza. È un circolo chiuso. Ci illudiamo che aspirapolvere, swiffer, scopa e strofinacci rendano le nostre abitazioni più salubri, di eliminare lo sporco facendo risplendere piastrelle, acciai e vetri. Ma la rumenta impolverata finisce nella pattumiera, poi in discarica, e di lì prima o poi il vento la disperderà nuovamente nel globo. È l’eterno ritorno della polvere sulle nostre teste.

Se a questo punto ancora non vi prude dappertutto provate a riflettere in maniera un po’ più seria sull’oggetto della nostra attenzione. È per arrivare a questo che l’ho sollevata. Tra i tanti luoghi che hanno segnato in maniera particolare la storia moderna due appaiono intrinsecamente legati alla presenza della polvere: a quella che ricadeva sui prigionieri, sulle baracche e sugli immacolati prati polacchi attorno ad Auschwitz (“siamo a milioni in polvere qui nel vento”) e a quella che annebbiava la vista e avvolgeva tutto durante il crollo delle Twin Towers. In entrambi quei luoghi le nubi di polvere contenevano resti umani che depositandosi ovunque avrebbero dovuto far meditare l’uomo sulla follia del suo comportamento.

Purtroppo non sembra che questo sia accaduto: ci ritroviamo ancora a vedere cretini e fascisti conclamati che manifestano impunemente il loro odio nei confronti di chi è fuggito dalla morte e dalla fame, e cretini e fascisti di fatto che mettono in dubbio le matrici dell’attacco terroristico, o al contrario inneggiano ad esso. Mi chiedo come sia possibile che non impariamo mai nulla dalla storia, perché si debbano sempre ripetere gli stessi errori. Evidentemente molti hanno davvero in testa, dentro la testa, solo della polvere: sembra che i crani di un sacco di persone, completamente vuoti di materia grigia, le abbiano consentito di adagiarsi col tempo su pregiudizi immotivati, su moralità discutibili e su prese di posizione qualunquiste. Il problema è che lì non si può arrivare con l’aspirapolvere, e neppure con gli strofinacci. E che nessuno ci prova nemmeno.

Ormai ci illudiamo di vivere un eterno presente, nel quale sono legittimate tutte le violenze e i costi umani di un obiettivo sono considerati irrilevanti, e dove non ha senso prefigurare una qualsiasi prospettiva futura. Ma qualcosa di certo il futuro ce lo riserva: la polvere seppellirà tutte le nostre presunzioni.

Almeno questo lo dobbiamo sapere.

Consigli di lettura:
Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere, Bompiani 2010
Joseph A. Amato, Polvere, Garzanti 2012
Fabio Crocetti, L’eminenza grigia, Quodlibet 2014


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