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La polvere in testa

di Fabrizio Rinaldi, 11 febbraio 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Nell’Antico Testamento Dio pronuncia la più definitiva delle sentenze: “Polvere eri e polvere tornerai”. Noi umani, sempre antropocentrici, lo riferiamo alla nostra fine, ma il verdetto riguarda tutti gli elementi dell’universo: anche la materia più dura e incorruttibile col tempo – magari molto tempo – si logora e si consuma, grazie all’attrito tra gli elementi. Particella dopo particella si trasforma in un microscopico pulviscolo che lentamente e incessantemente ricopre e avvolge tutto. Tutto il cosmo tornerà polvere, e in parte già lo è.

Dio muove il giocatore, questi il pezzo.
Quale dio dietro Dio la trama ordisce
di tempo e polvere, sogno e agonia?
JORGE LUIS BORGES, L’Artefice, Rizzoli 1982

Qui sulla terra la polvere fa di tutto per attirare la nostra attenzione: quando c’è bassa pressione scatta l’allarme per il pericolo delle polveri sottili; la polvere d’amianto ha fatto – e continuerà purtroppo a farla per parecchio – strage di persone ignare che la respiravano; la polvere che ricopre i quadri è croce per i collezionisti e delizia per i restauratori; quella spostata dal vento fa da cornice alle scene più tese ed emozionanti di moltissimi film western. Pure le stelle hanno la loro brava dose di polvere: grazie alle immagini provenienti dal telescopio Hubble abbiamo visto nubi di pulviscolo e gas che sono le nursery di futuri sistemi solari.

La polvere più familiare rimane però quella che si annida negli interstizi nascosti delle nostre abitazioni, quella che rimane attaccata alle dita quando prendiamo un libro da troppo tempo dimenticato nella libreria, o che intravvediamo svolazzare quando entra dalla finestra una lama di luce.

L’esercito della polvere è una specie di orda barbarica, composta da battaglioni di batteri (5000 specie diverse) e da truppe ausiliarie di funghi (almeno 2000 specie). Questi ultimi geolocalizzano la casa: la loro presenza al suo interno indica dove la casa è collocata. Entrano dalle finestre o si infiltrano attaccati a scarpe e vestiti, e raccontano l’habitat circostante. I batteri invece parlano per lo più di chi la casa la abita, umani e non.

La polvere ha comunque una composizione variegata. Non è razzista e accoglie di tutto: cellule morte di pelle umana e animale, granelli di cibo, fibre di coperte e vestiti, pollini di piante e fiori, cenere proveniente da fumi, scarichi di motori e stufe, peli, terra, particelle di legno, muffe, feci di acari. Tantissime di queste ultime, perché gli acari si nutrono delle nostre scorie organiche, le metabolizzano e naturalmente le espellono (un grammo di polvere può esser popolato da 1.000 famelici acari che espellono fino a 100.000 particelle di feci), immagino con loro grande soddisfazione, ma con conseguenze negative per noi, perché possono provocare reazioni allergiche.

La polvere domestica generalmente si presenta grigia, perché composta per lo più da pelle secca, che ha quel colore. Ma può assumere colorazioni molto più romantiche: grazie al suo potere di rifrazione della luce permette al cielo di presentarsi blu; al centro di ogni bianco e immacolato fiocco di neve c’è una sua quasi invisibile particella; i cangianti colori dell’aurora boreale sono dati dall’influenza reciproca di atomi di ossigeno e azoto con cariche differenti.

Nella polvere (o meglio negli elementi che la compongono) troviamo poi tracce della nostra storia: la presenza di determinati elementi è legata a noi e alle nostre tecnologie. Le attività umane hanno infatti accelerato la produzione di polveri sul nostro pianeta: noi tagliamo, limiamo, rompiamo, scaviamo, bruciamo … insomma, una buona parte del polverone che poi ricopre e logora ogni cosa la alziamo proprio noi.

Nel nostro immaginario associamo sempre la polvere a un avanzo del tempo, a uno scarto dell’esistente e all’oblio del vissuto; è sinonimo di trascuratezza, sporcizia e morte; sintomo di decadenza, di abbandono e di nostalgia. Ma è grazie alla polvere che possiamo costruire mattoni, vetro, ceramiche e cosmetici; ed è anche utile per fertilizzare i terreni e filtrare l’acqua. Senza di essa, senza la consunzione ci sarebbe solo un mondo virtuale (o forse è ciò a cui aspiriamo?), senza storie da narrare.

Vedere, desiderare e infine morire. Il tempo, il suo scorrere nelle nostre vene, diventa dominante. Lo splendore dell’attimo, la sua rivelazione abbagliante, ne sancisce la caducità. Il tempo corrode la vita e la esalta. Insieme alla conoscenza e al desiderio nasce anche l’amore per la fragilità dell’esistenza. Le cose si rovinano.
ROBERTO PEREGALLI, I luoghi e la polvere, Bompiani 2010

La polvere racconta le sue storie perché plasma lo spazio. Il tavolo della mia cucina è pieno di buchi e spaccature; il tagliere è logoro e consunto da quanto mia zia lo ha eroso con la mezzaluna; le tazze scheggiate raccontano di caffè bevuti durante concitate discussioni. Ma il logoramento e l’usura di un oggetto sono parte integrante di esso: ne aumentano addirittura il valore, almeno quello affettivo. L’oggetto che lentamente si deteriora ci guadagna in bellezza. Assumere questo punto di vista renderebbe forse meno amaro il nostro personale logoramento: proviamo a immaginare che la polvere nasconda anche un po’ il nostro invecchiamento, e allora la caducità stessa dell’esistenza potrà essere accettata con un po’ più di benevolenza.

Se siamo refrattari alla patina del tempo è proprio perché ci ricorda la nostra precarietà, la nostra naturale tendenza a esserne ricoperti. Ma è così che vanno le cose, per quanto noi ci sforziamo di opporre resistenza. È un circolo chiuso. Ci illudiamo che aspirapolvere, swiffer, scopa e strofinacci rendano le nostre abitazioni più salubri, di eliminare lo sporco facendo risplendere piastrelle, acciai e vetri. Ma la rumenta impolverata finisce nella pattumiera, poi in discarica, e di lì prima o poi il vento la disperderà nuovamente nel globo. È l’eterno ritorno della polvere sulle nostre teste.

Se a questo punto ancora non vi prude dappertutto provate a riflettere in maniera un po’ più seria sull’oggetto della nostra attenzione. È per arrivare a questo che l’ho sollevata. Tra i tanti luoghi che hanno segnato in maniera particolare la storia moderna due appaiono intrinsecamente legati alla presenza della polvere: a quella che ricadeva sui prigionieri, sulle baracche e sugli immacolati prati polacchi attorno ad Auschwitz (“siamo a milioni in polvere qui nel vento”) e a quella che annebbiava la vista e avvolgeva tutto durante il crollo delle Twin Towers. In entrambi quei luoghi le nubi di polvere contenevano resti umani che depositandosi ovunque avrebbero dovuto far meditare l’uomo sulla follia del suo comportamento.

Purtroppo non sembra che questo sia accaduto: ci ritroviamo ancora a vedere cretini e fascisti conclamati che manifestano impunemente il loro odio nei confronti di chi è fuggito dalla morte e dalla fame, e cretini e fascisti di fatto che mettono in dubbio le matrici dell’attacco terroristico, o al contrario inneggiano ad esso. Mi chiedo come sia possibile che non impariamo mai nulla dalla storia, perché si debbano sempre ripetere gli stessi errori. Evidentemente molti hanno davvero in testa, dentro la testa, solo della polvere: sembra che i crani di un sacco di persone, completamente vuoti di materia grigia, le abbiano consentito di adagiarsi col tempo su pregiudizi immotivati, su moralità discutibili e su prese di posizione qualunquiste. Il problema è che lì non si può arrivare con l’aspirapolvere, e neppure con gli strofinacci. E che nessuno ci prova nemmeno.

Ormai ci illudiamo di vivere un eterno presente, nel quale sono legittimate tutte le violenze e i costi umani di un obiettivo sono considerati irrilevanti, e dove non ha senso prefigurare una qualsiasi prospettiva futura. Ma qualcosa di certo il futuro ce lo riserva: la polvere seppellirà tutte le nostre presunzioni.

Almeno questo lo dobbiamo sapere.

Consigli di lettura:
Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere, Bompiani 2010
Joseph A. Amato, Polvere, Garzanti 2012
Fabio Crocetti, L’eminenza grigia, Quodlibet 2014


Contare fino a dieci

di Paolo Repetto, 2003

Le manifestazioni per la pace mi sembravano un tempo un po’ patetiche, qualche volta magari ipocrite, ma sostanzialmente innocue. Devo confessare che le seguivo in genere con scarso interesse, anche se venti e passa anni fa ho persino partecipato ad una delle prime marce da Perugia ad Assisi, trascinandomi appresso tre o quattro sventurati studenti. In quell’occasione coprimmo a piedi, per la mia solita sbadata buona fede, l’intero percorso (a differenza degli altri marciatori, che affrontavano solo l’ultimo tratto – e già questo vuol dire qualcosa). In verità era stato più un pretesto per scappare di casa che il frutto di un’adesione convinta, e infatti non ascoltammo gli oratori – anche perché arrivammo mezza giornata dopo – e nemmeno ricordo chi fossero.

Le stesse manifestazioni hanno invece cominciato a infastidirmi da quando si sono infoltite di studenti in magno, di ragazzine tetragone alla storia e alla geografia, di sbandieratori professionisti e di saltimbanchi di passaggio. Mi riferisco naturalmente alle manifestazioni nostrane, perché riconosco che altre, ad esempio quelle americane dei tempi del Vietnam, un senso ed un effetto pratico lo hanno avuto, soprattutto perché si accompagnavano ad attività di resistenza alla guerra più concrete, boicottaggi, diserzioni, controinformazione, ecc… Da noi, in assenza di conflitti che ci vedessero impegnati in ruoli diversi da quello del portamazze, il pacifismo da corteo è sempre stato dapprima smaccatamente partigiano e unilaterale, sotto l’egida del vecchio PCI, poi è diventato il terreno di gioco dei radicali e da ultimo ha ridato una chance di presenza politica alla Chiesa o alle varie chiese più o meno new age che stanno si stanno diffondendo nel paese. È anche esistito, a onor del vero, un pacifismo d’élite, quello appunto originario della Perugia-Assisi, cui va riconosciuta se non altro la coerenza e il purtroppo vano tentativo di sottrarsi all’abbraccio dei partiti: ma è cosa del passato, di poche personalità forgiate tra l’altro proprio dall’ultima guerra mondiale, e di peso specifico, oltreché politico, decisamente modesto. Non è un giudizio ingeneroso, ma una considerazione realistica: un conto è la stima per gli uomini, un altro l’apprezzamento delle loro idee. A mio giudizio infatti il problema del pacifismo non concerne solo la ricaduta pratica, ma lo stesso assunto di partenza. E qui vado a cacciarmi nei guai.

Vediamo di procedere con ordine. Dicevo di come si vedono di lontano le cose. Oggi, in occasione della locale marcia della pace, sono costretto a vederle da vicino, perché volente o nolente ci sono stato tirato dentro. E da dentro le cose appaiono diverse, nel senso che sono peggio. Intanto la necessità di contatti con il comitato promotore ti porta ad avere sentore di tutti i latenti – ma mica tanto – conflitti ideologici e dei contrasti personali che stanno dietro un’organizzazione di questo tipo, delle conseguenti mediazioni alchemiche che devono essere operate e dell’inevitabile appiattimento di ogni posizione o interpretazione originale sulla banalità degli slogan più o meno ufficiali.

La verità è che parole d’ordine generiche e fumose come “la pace senza se e senza ma” finiscono per mettere assieme, oltre ai succitati nuovi soggetti sociali, la più improbabile accozzaglia di motivazioni, di provenienze, di modi e di scopi che si possa immaginare. Raccolgono vetero-comunisti, gruppi parrocchiali, buddisti nostrani, frequentatori di centri sociali, di monasteri, di mercatini biologici e di organizzazioni ambientaliste, oltre naturalmente agli assessori e ai rappresentanti di partito e a tutti quelli che non possono mancare perché le assenze si notano. Gente che non ha assolutamente niente in comune, se non il telefonino, e che ha visioni del mondo – quando ce l’ha – totalmente contrastanti e inconciliabili. Ben venga allora la pace, dirà qualcuno, se ha il potere di mettere d’accordo tante teste diverse!

Un accidente. Quale accordo? Su cosa debba essere la pace e su come la si possa ottenere? Basta vedere quante bandiere e insegne di ogni sorta di appartenenza e di militanza colorano il corteo per rendersi conto del paradosso. Le guerre si fanno proprio al seguito delle bandiere, si fanno quando ciascun individuo rinuncia a pensare e a partecipare a titolo personale, e si intruppa al seguito di uno stendardo. Quando accetta che in luogo del “ci sono anch’io”, mescolato e disperso in mezzo a tutti gli altri, ma proprio per questo unito ad essi, si dica “ci siamo anche noi”, riconoscibili, visibili, distinti, fieri magari di aver ottenuto la prima fila e il primo piano televisivo. È vero, un corteo senza bandiere non fa colore: ma se il problema è questo, allora sono molto meglio le sfilate del carnevale.

Quello che sto dicendo potrà apparire superficiale e cinico, e non nego che un po’ lo sia. Ma non vorrei essere frainteso. Non sto mettendo in dubbio la legittimità del manifestare a favore della pace: sto solo chiedendomi se un certo tipo di manifestazioni universalistiche, forzatamente unitarie e a loro modo integraliste, producano qualche risultato, almeno a livello di una maggiore consapevolezza individuale, o non inducano invece un generale svaccamento. Non è difficile immaginare la risposta. Sono fermamente convinto che il far male le cose sia sempre peggio del non farle, e che la stessa coscienza che ci induce a pensare che qualcosa va fatto debba anche imporci di farlo come meglio possiamo. Ciascuno ha il diritto di desiderare la pace, ma ogni diritto postula dei doveri, e il primo dovere in questo caso è quello di essere seri con se stessi e con il bene desiderato; di sapere, cioè, che cosa veramente si vuole.

Ed è qui che torna in ballo l’assunto di base, e mi gioco definitivamente la reputazione. Desiderare la pace per sé e per gli altri è legittimo e sacrosanto, ci mancherebbe altro. Non mi azzardo ad aggiungere che è anche naturale, perché in effetti non lo è. In natura la legge è quella della competizione, e la competizione è conflitto. Ma a dispetto degli eco-integralisti non sempre ciò che è naturale è meglio di ciò che è frutto di artificio, del prodotto culturale. Il desiderio di pace è un frutto della cultura, e della volontà umana che le sta dietro. Pace in terra agli uomini di buona volontà, recita il vangelo, declassandola un po’ a regalo da carta-Bennet. La versione corretta dovrebbe suonare invece “dagli” uomini di buona volontà. La pace può venire solo dal concorso delle buone volontà di tutti uomini. Il problema è che non tutti gli uomini questa volontà ce l’hanno altrettanto buona. Alcuni ne hanno un po’ meno, altri sono proprio stronzi, geneticamente malvagi. E occorre partire da questo dato di fatto, e non fingere di ignorarlo, se davvero si vuol realizzare quel poco di pace che già sarebbe auspicabile, e che non c’è.

All’atto pratico questo significa una cosa molto semplice: volere la pace non implica adottare sempre e soltanto la resa incondizionata come forma di lotta. Significa volere davvero la soluzione pacifica e dare all’antagonista l’opportunità di capirne i vantaggi, ma essere anche preparati a scontrarsi con un testone e a ridurlo all’impotenza. Per rimanere in tema evangelico, se ho capito bene il personaggio e lo spirito che lo anima, quando Gesù ci invita a porgere l’altra guancia intende dire che non dobbiamo lasciarci andare ad una reazione istintiva e rabbiosa, ma concedere al nostro avversario il tempo di realizzare che si sta comportando male e magari di pentirsi: che dobbiamo insomma contare sino a dieci, come mi raccomandavano i miei genitori. Non dice però che dobbiamo offrirci come pungiball per i suoi allenamenti al male. Quindi, se davvero voglio la pace offro l’altra guancia, ma se vedo che l’amico ci ha provato gusto alla prima e si prepara a colpire nuovamente lo prevengo e lo dissuado, e conto sino a dieci quando è lungo per terra, come io interpretavo la raccomandazione.

Questo ci porta su un terreno minato, lo capisco bene, lungo una strada che parrebbe condurre sino alle guerre preventive. Non è affatto così. Io sono più ottimista rispetto agli uomini di quanto lo siano i teorici della resa incondizionata (che è la maniera più brusca ma anche più esplicita per definire la “pace senza se e senza ma”): non credo nella loro bontà, ma credo nel loro buon senso, o almeno nel fatto che la maggioranza lo possieda, e preferisca fin dove è possibile evitare il conflitto, se non altro per una rispettabilissima paura. Ma fin dove è dignitosamente possibile, e non oltre. Quindi rifiuto priori di perdere tempo con chi rilegge la storia ipotizzando miracolosi approcci di pace ad Hitler (non me lo sto inventando, è una delle posizioni presenti in questa manifestazione: e d’altro canto era anche quella di certo pacifismo anglosassone alla Bertrand Russel) e ritiene per l’oggi sempre e comunque non solo possibile, ma addirittura senza alternative, la mediazione. Questo non ha più niente a che vedere col pacifismo, questa è idiozia.

Forse sto forzando i toni, ma non tollero che vengano ridotte a pagliacciate le poche idee serie che ancora sopravvivono. Il pacifismo serio non ha niente a che fare naturalmente con le mode, ma nemmeno con le posizioni assiomatiche né con le professioni religiose o ideologiche: nasce da una disposizione di carattere, ma per crescere deve nutrirsi di conoscenza storica e di consapevole realismo biologico. Funziona, se correttamente usato, come strumento: perde ogni possibilità di azione concreta quando diventa uno scopo.

Proviamo ad applicare queste distinzioni alla situazione attuale, quella che ci ha indotti a mobilitarci. C’è differenza tra l’affermare che la guerra non ha mai risolto i conflitti e il sostenere che “questa” guerra non ha altra motivazione se non l’egemonia economica e strategica degli Stati Uniti, così come tante altre che l’hanno preceduta nel secolo scorso. Nel primo caso non si ritiene mai giustificata alcuna azione militare, sia pure di risposta ad una aggressione o di resistenza, e si mettono sullo stesso piano gli aggrediti e gli aggressori, fornendo pretesti al sarcasmo degli opinionisti di regime: nel secondo si smonta l’apparato di condizionamento dell’opinione pubblica mondiale montato dagli USA sull’attacco alle Twin Towers, si fa opera di controinformazione e magari si insinua qualche dubbio anche nelle coscienze più lobotomizzate dal martellamento televisivo. Certo, nella sostanza, rispetto a questo particolare momento, si arriva alla stessa conclusione, e cioè che questa guerra non s’ha da fare. Ma non mi sembrano indifferenti i percorsi e i modi attraverso i quali ad essa si perviene, perché quei modi sono parte integrante del convincimento che deve animarci.

Questo convincimento si fonda sulla consapevolezza che il problema non è in realtà rappresentato dalla guerra, questa o altre che siano, ma da un progetto strategico globale, di controllo del mondo intero e delle sue risorse, che si esplica nelle forme più disparate e capillari, e del quale la guerra è solo uno dei momenti più appariscenti, ma certamente non il più efficace e nemmeno il più distruttivo, e gli USA stessi sono alla fin fine solo pedine, come noi. Ci sono bombardamenti effettuati con armi ben più intelligenti di quelle del Pentagono, martellamenti più subdoli ma altrettanto devastanti, dei quali sono vittime i nostri corpi e i nostri cervelli, e quando dico nostri mi riferisco a sei miliardi e passa di esseri umani, ma soprattutto a quel miliardo che la guerra crederà di averla vinta. In realtà “questa” guerra noi la perdiamo tutti i giorni, nel momento in cui consideriamo come ineluttabile e irrinunciabile, o addirittura esportabile, un certo standard di vita, un certo livello di benessere; conseguentemente, lo si voglia o no, accettiamo che la nostra esistenza di produttori e di consumatori sia risucchiata nel processo di autonomizzazione di quelli che un tempo erano gli strumenti del sogno occidentale, la scienza e la tecnica, divenuti oggi valori autoreferenziali nel segno di una crescita illimitata. L’aspetto più tragico di questa guerra, e insieme il più paradossale, è costituito dal fatto che gli attaccati e le loro milizie, le sinistre internazionali, non hanno nemmeno ancora individuato il vero nemico, e continuano a battersi soltanto contro le forze ausiliarie, i frombolieri del capitale, senza rendersi conto che i colpi veri arrivano dalle artiglierie di quella che ancora viene considerata la neutralità del Progresso.

Prevengo la vostra obiezione. Il modo migliore per non affrontare un problema è sempre stato quello di non considerarlo il vero problema, e di risalire tanto a monte da perdere di vista ogni possibilità pratica di azione. Non è questo che intendo fare. Intendo parlare di strategie che mi sembrano più efficaci e più serie rispetto alle marce per la pace, o almeno rispetto a quelle marce per la pace che possono diventare grandi momenti di aggregazione e di visibilità, ma rischiano di rimanere perfettamente fini a se stessi. Se il problema non è questa specifica guerra, che pure c’è e per carità va in ogni modo osteggiata, se il problema non è neppure l’imperialismo americano, che pure c’è e si fa sentire ed è proconsole dell’impero della crescita, e quindi va combattuto con ogni mezzo, se il problema vero è per l’appunto l’autoperpetuazione della crescita, allora vanno studiate ed adottate strategie di contenimento e di rovesciamento di questo dominio, ed elaborate proposte realisticamente alternative alla progressione illimitata. E l’unico modo per essere realisti, rispetto a questo, è accettare l’idea che riduzione dello sviluppo non significa soltanto più equa redistribuzione, significa proprio regressione del livello di benessere, o almeno di quello che qui da noi chiamiamo così. Non è sufficiente pensare che se le risorse fossero distribuite in modo meno scandaloso si ovvierebbe al problema della fame: occorre rendersi conto che tra quelli che beneficiano dello scandalo ci siamo comunque anche noi, e che dobbiamo assaltare il palazzo d’inverno non per spartire le suppellettili o ricavarne dei mini appartamenti, ma per liquidare quella forma di potere e sottrarci al suo dominio.

Tradotto in termini concreti, tutto questo significa ad esempio autolimitazione nei consumi di ogni tipo, praticata a partire magari dalla sottrazione al nuovo e capillare strumentario della sorveglianza (bancomat, carte di credito, telepass, carte premio, telefonini, utenze le più svariate, ecc…), il che consentirebbe almeno la sparizione progressiva dagli schermi radar delle centrali di controllo, o attraverso il rifiuto di ogni forma di spettacolarizzazione del proprio agire, individuale e collettivo (il che ribalta la logica della visibilità sulla quale si fondano queste marce e l’intero agire politico della odierna sinistra, nelle sue componenti moderate come, in maniera solo in apparenza diversa, in quelle movimentiste o autonomistiche, dietro l’ipocrita assunto che o si gioca questo gioco o si scompare – come se sparire significasse solo “non apparire”). Significa anche, ad esempio, capire che optando per il consumo equo o solidale o per quello biologico si compie una scelta lodevolissima ma non si risolve il problema, perché questo sposta soltanto l’ordine dei fattori, senza cambiare il risultato. Non è questione di consumare papaya non trattata o commercializzata da reti alternative, ma se sia proprio necessario consumare papaya o qualsivoglia altro prodotto messo in circolo e imposto dalla globalizzazione. Perché in questo modo la pretesa, peraltro legittima, di mangiare cose più genuine e di respirare un’aria più pulita rischia di tradursi in un ulteriore elemento di spinta alla autonomizzazione dello sviluppo, se prescinde dalla necessità di emanciparsi dallo stesso: tale pretesa riposa infatti pur sempre sul convincimento che la crescita scientifico-tecnologica sarà in grado di consentirci anche questo lusso, di mangiare tutti e meglio producendo e inquinando meno. Significa anche rendersi finalmente conto che in quest’ottica le lotte connesse alla dinamica dei rapporti di produzione, quelle per intenderci in difesa dell’occupazione e delle conquiste sociali e sindacali, sono lotte di retroguardia, semplici operazioni di disturbo, marginali e irrilevanti rispetto al vero conflitto, e comunque ancora interne alla logica dello sviluppo illimitato. Le contraddizioni sono ormai evidenti, esplodono ogni volta che a confrontarsi sono le esigenze dell’occupazione e quelle della salvaguardia ambientale, e nascono dall’ostinazione ad interpretare a misura d’uomo un sistema di crescita che da un pezzo si è dato parametri diversi, nei quali l’uomo non rientra più come fine e a breve non rientrerà nemmeno come mezzo.

Magari parrà che io stia auspicando un nuovo ascetismo, o una scelta savonaroliana, ma le cose non stanno affatto così. Non è in questione un ritorno al medioevo o all’età preindustriale, sto parlando solo di freno alla crescita, e quindi indubbiamente anche di una regressione, ma solo ad un livello di consumi che appare oggi, per ciascuno di noi, anche prescindendo dagli yacht o dagli elicotteri o dalle Ferrari dei più accreditati servi della crescita, assolutamente assurdo. E mi rendo anche conto che non basta praticare questo stile di vita, ma occorre diffonderlo, propagandarlo: non per questo credo tuttavia che sia necessario piegarsi all’obbligo della visibilità. Possiamo anzi cominciare proprio di qui a liberarci, boicottando ogni apparizione televisiva. Ci sono altri mezzi, quello radiofonico ad esempio, che per l’esiguità dei costi possono essere gestiti in proprio, e magari creare già di per sé un diverso stile comunicativo, ma sono lasciati oggi in mano ai venditori di canzonette, o peggio ancora al Vaticano e ai radicali. Non si tratta quindi di rifiutare la tecnica, ma di scongiurarne l’autocratico dominio, di evitare di essere fagocitati nel vortice della sua autoreferenzialità, e di sfruttarne quindi gli strumenti più maneggevoli e meno pericolosi. Gli appelli per le grandi manifestazioni, per le occasioni di incontro, di disobbedienza, di opposizione, possono passare di lì. E se l’affluenza sarà minore, se andranno persi quelli che avrebbero partecipato per potersi rivedere, tanto di guadagnato. È ora di liberarsi di questa ossessione dei numeri, e della riduzione della democrazia a scontro di cifre.

E questa guerra, allora? lasciamo che si faccia? Francamente, sono convinto che la faranno comunque, anche se manifestassimo in venticinque milioni. E che sia assurdo, e anche colpevolmente ingenuo, pensare che i governi e i poteri non possano non tener conto delle cifre della mobilitazione. Sai quanto gliene può fregare dei nostri slogan, quando sono certi di averci in mano col ricatto del “benessere”. Credo anzi che in questo modo non solo la passeranno liscia, ironizzando anche sulle malinconiche sfilate multicolori, ma addirittura si sentiranno più tranquilli per la prossima occasione, che non tarderà a presentarsi: mentre sarebbe forse bastato identificare due o tre multinazionali colluse col settore delle armi, con quello del petrolio, con le sponsorizzazioni del presidente americano o con i suoi affari, cioè in pratica tutte, e lanciare campagne internazionali di boicottaggio dei loro prodotti nei settori più pacifici di consumo, per creare anche nel fronte dei guerrafondai qualche spaccatura e qualche interessato ripensamento. Avrebbe potuto essere il primo piccione, e in caso di risultati positivi si sarebbe trascinato appresso anche il secondo, lo smascheramento cioè della coazione al ciclo produzione-consumo come atto di guerra, e dell’intero sistema di sviluppo che su essa si fonda come nemico.