Come è nato il Capanno

di Paolo Repetto, 28 settembre 2018

Credo che anche la storia del Capanno, come quella del logo, meriti di essere raccontata.

È andata così. Quando ancora erano in vita i miei genitori avevo l’abitudine di trascorrere tutte le sere, subito dopo cena, una mezzoretta con loro (abitavano al piano inferiore). Si commentava la giornata, si programmavano i lavori, a volte semplicemente seguivo assieme a loro il telegiornale. All’epoca (parlo di venticinque e passa anni fa) ero affetto da una sorta di compulsione a disegnare, cosa che mi portavo dietro sin dall’infanzia. Era probabilmente un modo per isolarmi dagli altri e per evadere nei miei mondi fantastici. Riempivo di immagini qualsiasi superfice cartacea bianca, in ogni occasione: da studente le fonti maggiori di ispirazione erano naturalmente le lezioni di chimica e fisica, o la lettura in classe dei Promessi sposi, da insegnante sono diventati i consigli di classe, i collegi dei docenti, i convegni, le conferenze e i corsi di aggiornamento. Ho consumato centinaia di block notes che oggi rimpiango di aver buttato, e riciclato fogli protocollo usati per metà che andavano poi a ruba tra gli studenti (forse cercavano immagini compromettenti). Ho anche attraversato periodi diversi, come Picasso, passando col tempo da battaglie molto stilizzate a studi di figure umane, e poi alla cartografia e alla paesaggistica montana, per approdare da ultimo (dopo vent’anni ininterrotti di lavori di edilizia per ristrutturare e ampliare il caseggiato in cui abito attualmente – e dove risiedono anche mio fratello e mio figlio, e nei mesi estivi cognata e nipoti con rispettive famiglie), alla fase del disegno architettonico. Sempre all’insegna di una sorta di “realismo magico”.

Questa lunga premessa per dire che una sera di tardo autunno, mentre conversavo con mio padre, buttai giù uno schizzo di ciò che avrebbe potuto uscire dal recupero del cascinotto semidiroccato posto a guardia dei vigneti. Per me si trattava solo di un gioco, tanto che avevo preso a modello una di quelle case della prateria che si vedono nei fumetti di Tex. Quando diedi la buonanotte non me ne ricordavo nemmeno più. Lo schizzo rimase sul tavolo.

Il giorno seguente, al rientro da scuola, incontro sulle scale mio padre, che mi informa di aver già parlato col tecnico comunale, e che questi mi attende per chiarimenti. Ci metto un po’ a capire di cosa sta parlando, ma quando finalmente realizzo mi fiondo in Comune per chiarire l’equivoco e scusarmi. Il tecnico, che è un mio coetaneo, si fa una risata; in effetti quando mio padre gli aveva mostrato il mio disegno e gli aveva detto: “Questo è il progetto” era rimasto interdetto, ma conoscendo il suo uomo non aveva osato contraddirlo. Ora però mi spiega che se per caso fossi veramente intenzionato a recuperare la vecchia costruzione, e magari ad ampliarla, dovrei farlo subito, perché dall’inizio del prossimo anno entreranno in vigore norme molto più restrittive. Insomma, finisce che il giorno dopo gli porto le misure e la pianta in scala di ciò che vorrei realizzare, lui ci mette una firma e la settimana successiva ho l’autorizzazione. Non posso più tirarmi indietro.

I lavori ebbero inizio nel febbraio del ’92, complice un inverno piuttosto mite. Arrivavo, come ho già detto, da vent’anni di ristrutturazioni e avevo contratto una sorta di malattia del cemento. Disponevo dell’attrezzatura essenziale, compresa una betoniera, e di un sacco di materiale di recupero (travi, assi, infissi, mattonelle, ecc …) frutto dei lavori di rifacimento del tetto e dell’ultimo piano della casa. Per il resto dovevo affidarmi solo alle mie braccia e alla mia testa. Nella costruzione non ha messo mano alcun altro, tranne l’idraulico e mio figlio in occasione della posa dei travi del tetto. Ci ho lavorato ininterrottamente (che significa tutti i pomeriggi nei giorni di scuola e sin dal mattino negli altri, feste comandate comprese) per dieci mesi, senza trascurare nel frattempo la cura dei vigneti. Nel suo piccolo è stata un’impresa titanica, e non mi imbarazza usare questo termine perché i problemi logistici da superare erano davvero enormi. Non ero collegato alla rete elettrica, i materiali da costruzione non mi arrivavano direttamente sul posto, ma dovevo andare a recuperarli col trattore sullo stradone, trecento metri prima, ecc …). Ognuno dei blocchetti di cemento usati per la parte aggiuntiva, ciascuna piastrella per il pavimento o ondulina per il tetto, tutti i coppi e le bacchette di ferro e le reti per le armature, mi sono passati per le mani almeno cinque o sei volte: alla fine ci davamo del tu.

Ho finalmente inaugurato il capanno a novembre, il giorno del mio quarantaquattresimo compleanno, con una cena offerta agli amici. Un paio di anni dopo, a seguito delle mie vicissitudini familiari e con la nascita dei Viandanti, le cene sarebbero diventate rituali. Ma questa è un’altra storia.

Quella del capanno si può chiudere invece con un aneddoto (autentico). Le mie consuete visite del dopocena continuarono naturalmente anche durante i lavori e dopo. Una sera, mentre la conversazione languiva davanti alle immagini della fine della prima repubblica, mi trovai a disegnare un castello sul modello di quello bavarese di Ludwig. Appena mia madre se ne accorse, senza darlo a vedere mi sottrasse il foglio e mi sussurrò: “Per carità, se lo vede tuo padre …”.

*** Un paio di ragguagli “tecnici”. Il capanno è situato quasi all’ingresso della Valle del Fabbro, un avvallamento semicircolare che guarda a sud-ovest, un tempo interamente coperto di vigneti di dolcetto e di moscato, oggi del tutto incolto. La parte alta della valle segue la cresta della collina che porta all’osservatorio astronomico e, con un giro ampio, a Casaleggio: quella bassa si restringe fino a chiudersi in bosco piuttosto scosceso, cresciuto ai bordi di un ritale che sfocia direttamente nel Piota.

Il capanno è situato a metà costa, su un piccolo pianoro, ed è diviso in tre parti. Nella prima, corrispondente al cascinotto preesistente, sono stati ricavati una cucina e un piccolissimo bagno con doccia. La parte nuova (una cinquantina di metri quadrati circa) è suddivisa equamente in una sala-refettorio-biblioteca (quattro grandi scaffalature accolgono i libri doppi e tripli, ma anche i 43 splendidi volumi di una Treccani intonsa della quale ho liberato un amico) e in un ripostiglio per attrezzi. Quest’anno, proprio recentemente, ho aggiunto una tettoia che darà ricovero al vecchio Pasquali. Dalla finestra della cucina si vedono le Alpi Cozie, è centrata proprio sul Monviso, dal bagno il Tobbio, dal lato settentrionale la Valle del Fabbro. Sarebbe più esatto dire si vedevano, perché le piante messe a dimora venticinque anni fa (roveri, due cedri, una betulla) sono cresciute al punto da escludere quasi da ogni lato la vista. Ma l’aspetto più importante è l’isolamento: per trovarlo occorre andarci apposta, e sapere con precisione dov’è. Di questi tempi la cosa costituisce una garanzia.

 

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2. Il filo di Arianna

di Marco Moraschi, 28 settembre 2018, da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Al di là di un eventuale futuro distopico in cui sia possibile salvare la propria “coscienza” (qualunque cosa essa sia) sul cloud, come nel caso del libro citato da Edoardo, le implicazioni del ricambio delle parti che costituiscono un “tutto”, e che ne determinano il suo essere “originale”, sono forse più attuali di quanto possa sembrare in prima istanza. Mi vengono infatti in mente due condizioni normalissime della natura umana: la crescita e il ricambio cellulare. Quando guardiamo una foto di noi da bambini, stiamo guardando la foto di un organismo totalmente diverso da noi, nell’aspetto, nella composizione e nell’interazione delle sue parti. Il nostro corpo cambia forma e sostanza più volte nel corso della vita, l’Io bambino è diverso dall’Io adolescente, così come l’Io adulto è diverso dall’Io vecchio. È per questa ragione che, a mio avviso, non esiste una definizione univoca di morte (evidentemente non intesa in senso medico), in quanto un individuo muore più volte nel corso della sua vita e l’ultimo passo, quello definitivo, quando cioè ogni sospiro di vita cellulare svanisce, non è altro che un ulteriore gradino di un naturale processo che giunge a compimento e che si è in realtà verificato più e più volte. Il mio Io bambino, pestifero e agitato, è svanito ormai da molto tempo e, seppure non sepolto in qualche luogo, è certamente morto e defunto, senza che nessuno ne senta la mancanza come si fa con la perdita definitiva di una persona cara. Osservate che è morto non solo in senso “allegorico”, ma anche in senso fisico. Come spiega il professor Paolo Piton, docente di patologia generale all’Università di Ferrara: “In un essere umano adulto ogni giorno muoiono dai 50 ai 100 miliardi di cellule. In un anno la massa delle cellule ricambiate è pari alla massa del corpo stesso. Ma in un organismo, non tutte le cellule hanno la stessa durata di vita: in un corpo umano le cellule della pelle vivono in media 20 giorni, quelle dell’intestino 7 giorni, i globuli rossi 120 giorni, quelli bianchi 2 giorni e le cellule neuronali e muscolari per tutta la vita. […] Ogni giorno si ha quindi un ricambio cellulare perpetuo, con cellule giovani che vanno a sostituire quelle vecchie”.

Ogni traccia di ciò che ero 15 anni fa o più è pressoché svanita, in un ricambio delle parti che ricorda quello della nave di Teseo. Si può dire che io sia la stessa persona? Il Marco dei 4 anni è lo stesso di quello dei 24 anni? Si potrebbe obiettare che, come fa notare il professore, le cellule nervose e cognitive ci accompagnano per tutta la vita. In realtà, però, se ci pensate bene, un organismo è una cooperazione di cellule specializzate che lavorano insieme per un fine comune. Se pensate a un computer forse può essere più semplice capire ciò che intendo. Il PC sul quale sto scrivendo è composto da milioni di celle di memoria, da varie parti, dalla tastiera allo schermo, che lavorano insieme sotto la guida (pessima) di Windows 10. Se io decidessi di installare un altro sistema operativo, per esempio Ubuntu, il mio computer sarebbe formato dalle stesse parti di prima, che collaborano in maniera simile, ma differente rispetto a quanto facevano con il sistema operativo di casa Microsoft. Il mio computer, in quel caso, sarebbe lo stesso di prima? Così i miei neuroni sono connessi da sinapsi che permettono lo scambio di informazioni sotto forma di impulsi elettrici. Gran parte delle sinapsi presenti nel mio cervello all’età di 4 anni sono ormai mutate: alcune sono svanite, altre si sono rinforzate e altre ancora sono invece nate. Se quindi, come ha detto bene Edoardo, la coscienza altro non è che “un modo di reagire agli stimoli esterni determinato, in modo molto prosaico, da una combinazione di sostanze chimiche in varie proporzioni, e dalla presenza di una struttura che ha molto più in comune con la meccanica di quanto non abbia con la concezione cristiana dell’anima”, del mio Io bambino non solo non è rimasto più il corpo, ma nemmeno la coscienza. Sono quindi già morto almeno una volta, senza rendermene conto. Cos’è che fa di me sempre me stesso? Non lo so, Saramago diceva “dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”. Voi cosa siete?

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1. La Nave di Teseo

di Edoardo A. Pastore, 26 settembre 2018,da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Introduzione di Marco Moraschi

Come qualcuno mi fa notare, in questo periodo sono in vena di “pipponi mentali”, ma evidentemente sono in buona compagnia visto che il mio amico Edoardo si è premurato di farmi avere il suo. Naturalmente non poteva che innescare un meccanismo pericoloso, per il quale i pipponi mentali si richiamano a vicenda, ed è così che ho scritto un commento pipposo al suo pippone. Buona lettura.

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Il paradosso della nave di Teseo suppone che la nave appartenuta al famoso eroe venga tenuta ormeggiata al molo come un pezzo da museo. Col passare del tempo però, le parti di cui è composta che incominciano a deteriorarsi vengono sostituite con nuove parti, fino a quando, trascorsi gli anni, delle parti originali non rimane più traccia. La domanda insita in questo paradosso è: la nave le cui parti sono state interamente sostituite è ancora la nave originale oppure è una copia?

La prima volta in cui lessi questo paradosso, ritenni la risposta così scontata che non capii come qualcuno potesse essersi posto il problema: naturalmente la nave le cui parti sono state sostituite per intero non è più la nave originale, ma nient’altro che una riproduzione, in quanto vengono a mancare i presupposti stessi dell’originalità. Tecnicamente non sarebbe più stata del tutto originale anche se avessero sostituito una soltanto delle sue componenti, al massimo sarebbe stata una nave restaurata con metodo non conservativo. Qualora avessero voluto mantenerne l’originalità, infatti, avrebbero dovuto conservare le parti originali prendendo tutte le possibili precauzioni affinché non si deteriorassero (atmosfera protettiva, sostanze chimiche che ne ritardassero il deterioramento, ecc …).

Poco dopo, ripensando a questo paradosso, mi vennero però in mente implicazioni ben più profonde e di più difficile risoluzione, se lo si fosse trasposto sugli esseri umani e, nello specifico, al concetto di identità. Immaginiamo quindi un mondo futuro, un mondo in cui per mezzo della tecnologia sia possibile estendere la vita umana e la capacità di ricordare oltre limiti prima impensabili. Per ottenere ciò il mondo della fantascienza ci offre innumerevoli possibilità, ma prendiamone una in particolare: la sostituzione di tutti i tessuti umani, compresi quelli cerebrali, con una variante sintetica e molto più duratura. Questa tecnica prevede il potersi iniettare nel corpo delle nano macchine (ma anche virus o batteri modificati vanno bene lo stesso) le quali, una volta entrate in circolo, operano come segue: individuano una cellula e, dopo averne fatto una copia identica nell’aspetto e nelle funzioni, eliminano l’originale. Questo non avviene solo con i tessuti muscolari, scheletrici o connettivi, ma anche e soprattutto con quelli nervosi. Ne deriva che tutti gli ammassi cellulari nei quali sono custoditi i nostri ricordi, ma anche le complesse strutture che regolano la nostra reazione agli stimoli esterni, ovvero il carattere e gli atteggiamenti, vengano duplicati, e l’originale eliminato.

Questo processo, tuttavia, è estremamente lento e graduale e colui che lo sta vivendo non si rende minimamente conto che esso sia in atto. Ne deriva che nell’arco di qualche tempo ogni singola cellula del corpo, comprese quelle che determinano la coscienza ed i ricordi, siano sostituite da copie sintetiche. Questa persona si comporterà esattamente come si comportava prima del processo, amerà le stesse persone, avrà gli stessi ricordi delle stesse esperienze, percepirà il mondo e reagirà agli stimoli esterni esattamente nello stesso modo in cui avrebbe reagito se nulla fosse accaduto. Sarebbe quindi questa persona la stessa di prima? Sì? No?

Ora, cosa cambierebbe se il processo si svolgesse diversamente? Ovvero, se la persona venisse duplicata istantaneamente e l’originale ucciso, senza che possa rendersene conto, nel momento stesso in cui la copia viene creata? Di primo acchito si potrebbe dire che sono due cose completamente diverse, ma i dubbi inizierebbero a sorgere nel momento stesso in cui ci si rendesse conto che la sola differenza che sussiste tra un processo e l’altro è che uno si verifica in maniera graduale e l’altro istantaneamente. D’altronde, in entrambi i casi tutto ciò che costituiva l’originale, ogni singolo elemento, è stato eliminato. È quindi la gradualità ciò che rende una situazione paragonabile ad un “upgrade” e l’altra un omicidio? Ricordo che entrambe le copie sono diverse dall’originale nella biologia, ma identiche in tutto e per tutto all’originale nel modo di comportarsi e ricordare e, soprattutto, identiche tra di loro.

Questo paradosso ci porta a considerazioni in merito a cosa ci rende ciò che siamo: è la coscienza? Ma cos’è la coscienza se non un modo di reagire agli stimoli esterni determinato, in modo molto prosaico, da una combinazione di sostanze chimiche in varie proporzioni, e dalla presenza di una struttura che ha molto più in comune con la meccanica di quanto non abbia con la concezione cristiana dell’anima (una sorta di “software” di natura non ben definita)?

Con questi presupposti, entrambe le situazioni sopra presentate dovrebbero apparirvi uguali: ma allora perché accogliereste con gioia ed eccitazione la possibilità di un notevole miglioramento della vostra condizione fisica (specie se indolore) e solo l’idea di poter essere prima duplicati, e poi uccisi, vi fa accapponare la pelle? Non dovrebbe essere la stessa cosa? Oppure la differenza non sta solo nel metodo, ma c’è qualcos’altro? Vi è forse la possibilità che la definizione di coscienza utilizzata come presupposto delle precedenti affermazioni sia da considerarsi errata?

Ora, facciamo un’altra ipotesi. Siamo nel secondo caso, ovvero in quello in cui venite duplicati e poi uccisi: ipotizziamo che nel processo qualcosa vada storto e voi, o meglio, il voi originale, sopravviva. Ci si ritroverebbe ad avere due di voi esattamente uguali in tutto e per tutto. Legalmente come dovreste essere visti? Chi dei due avrebbe diritto su cosa dell’altro? Immediatamente uno penserebbe che sia l’originale il vero depositario di tutti i diritti, ma ciò significa quindi che alla copia dovrebbe essere negato ogni diritto sugli averi dell’originale? D’altronde la copia ha faticato tanto quanto l’originale per ottenere ciò che possiede ed ama i figli e la moglie esattamente allo stesso modo. Si vuol quindi negare la possibilità alla copia di tornare a casa ad abbracciare i figli, coi quali condivide tutti i ricordi e che ha contribuito a crescere? Senza dimenticare il fatto che creare una copia di sé stesso era esattamente nelle intenzioni dell’originale.

Tempo fa lessi un libro intitolato “L’età dell’Oro” di John C. Wright. In questa storia, ambientata in un futuro lontano, l’uomo è divenuto immortale, in quanto la sua coscienza è “salvata” in un cloud, e si muove sulla Terra attraverso il controllo da remoto di un “manichino”, una sorta di robot all’interno del quale si ha l’impressione di essere in un vero corpo. Tuttavia, ciò è possibile soltanto finché si rimane sulla Terra, ovvero alla “portata” del sistema che offre questo prodigioso servizio. Chi volesse viaggiare nello spazio avrà quindi come unica opzione quella di trasferire la propria coscienza per intero all’interno di un corpo reale ed effettuare il backup di sé stesso di tanto in tanto, per mezzo di una comunicazione via laser, verso la stazione di “vita eterna” più vicina. Il padre del protagonista aveva fatto proprio questo: aveva trasferito la propria coscienza in un corpo reale, per poter lavorare alla costruzione di un’astronave lontana dalla Terra, ma proprio mentre stava lavorando si era verificato un incidente: la nave in costruzione era esplosa e lui era morto mentre il trasferimento non era ancora completato. Il problema è che ciò che di lui era già stato trasferito era autocosciente e possedeva la stragrande maggioranza dei ricordi originali. Ne deriva che il figlio, desideroso di mettere le mani sull’astronave, indice una feroce battaglia legale nei confronti di ciò che rimane del padre, per dimostrare che il padre non è più lui, in quanto ha perso una parte di sé. Di conseguenza, il figlio sarebbe da considerarsi ereditiere ed il padre tecnicamente e giuridicamente morto.

Quando lessi questo romanzo non potei fare a meno di fare un parallelismo con il mondo reale: è come se qualcuno che ha perso dei ricordi a causa di un incidente non fosse più ritenuto la stessa persona di prima, e venisse quindi privato di ogni diritto sui suoi possedimenti in favore dell’eventuale prole. Questo suona orribile e completamente immorale, ma ciò non vieta che un giorno, in una società profondamente diversa dalla nostra, i confini di ciò che determina ciò che siamo non vengano tracciati in una maniera del tutto dissimile a quella a cui siamo abituati.

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Ritratto del viandante da cucciolo

di Marco Moraschi, 22 settembre 2018,da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Introduzione di Paolo Repetto

Lo schizzo autobiografico che segue non è un selfie realizzato con altri mezzi. Nasce da una precisa sollecitazione rivolta al suo autore: volevo capire qualcosa del rapporto che un “nativo digitale”, sia pure della primissima ora, ha intrattenuto con ciò che si lascia alle spalle, la scuola, e delle aspettative che ripone in ciò lo aspetta, la vita “adulta”. Da quando la scuola l’ho lasciata anch’io, dopo sessant’anni, non ho molte occasioni per frequentare e osservare da vicino questa generazione (e i figli per queste cose non fanno testo). Ciò che mi arriva è solo quanto riportano i giornali e la televisione, in qualche caso quanto gira sui social: fonti assolutamente inattendibili, che tuttavia riescono lo stesso a creare una sensazione di vuoto o di tristezza assoluta.

Marco lo conoscevo bene più di tre lustri fa, e posso assicurare che era davvero pestifero e ipercinetico come lui stesso si racconta. In seguito l’ho ri-visto saltuariamente, ogni volta stupendomi della trasformazione in atto, di come stesse incanalando in positivo tutta quell’energia. E non è un caso iso-lato: conosco diversi suoi coetanei che hanno fatto lo stesso percorso. Forse sono solo fortunato, o forse varrebbe la pena rivedere un po’ il discorso sull’influenza che la scuola e la famiglia possono ancora esercitare, alla faccia della loro conclamata crisi e dello strapotere degli altri canali formativi.

Per intanto, godetevi assieme a me questo pezzo: è raro ascoltare la voce di qualcuno che non si sente in credito con la vita, non cova rancori, non si atteggia a vittima della società, sa di doversi assumere delle responsabilità ed è pronto a farlo. È raro, ma non perché Marco sia un esemplare unico, da WWF: è solo perché questi qualcuno hanno un sacco di cose da fare, hanno progetti per sé e per gli altri, vogliono dare un senso alla propria esistenza, senza aspettare che arrivi loro con lo spirito santo, e quindi non possono e non vogliono concentrarsi sul proprio ombelico (che sta in mezzo alla pancia), e preferiscono far girare il cervello.

Magari non li vedremo in tivù, ma ci sono: e ciò è sufficiente a far saltare ogni alibi per l’atteggiamento rinunciatario col quale troppo spesso assistia-mo passivi allo sfascio. C’è speranza, finché circolano viandanti di questa specie.

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Non è ancora chiaro quando tutto ebbe inizio. Che le cose andassero male era già abbastanza evidente da alcuni mesi, quando quella povera donna di mia madre scoprì che doveva stare immobile nel letto se non voleva perdere la sua immensa creatura. Sicuramente, però, le cose precipitarono martedì 06 settembre 1994, alle 15.30 circa. A quell’ora di un pomeriggio di fine estate non si ha voglia nemmeno di digerire, figuriamoci di dare alla luce un figlio. Pensate quale sorpresa devono avere avuto in sala parto quando hanno scoperto che a nascere ero proprio io. Non che fossi tanto più bello degli altri, anzi, a giudicare dalle foto ero abbastanza rachitico, il figlio brutto di Mortimer Mouse. Però, insomma, ero proprio io. Naturalmente i miei genitori non potevano saperlo, che ero proprio io intendo, altrimenti mi avrebbero dato subito in adozione.

Fu quindi così che cominciò la mia vita. I primi tre anni non li ricordo, e forse meglio così. Pensate che imbarazzo ricordarsi le moine di nonni, genitori e amici che ti parlano come fossi il capostipite del genere homo, una scimmia antropomorfa con un cervellino di 510 cm3. I primi ricordi risalgono ai tempi dell’asilo, quando avevo almeno una fidanzata ed ero il bullo della sezione Coccinelle. A quanto mi dicono tiravo i giocattoli mentre gli altri mettevano in ordine, mi spalmavo lo stracchino in faccia come fosse schiuma da barba e sputavo nel piatto degli altri bambini per mangiare anche la loro porzione. Quali desideri volete che abbia un bambino così, vivevo più o meno alla giornata, ma fin da subito fu chiara una cosa: dovevo avere qualcosa da fare. Se la mia mente era impegnata in una qualunque attività, che trascendesse ciò che io ritenevo essere “la noia”, le persone intorno a me potevano almeno sperare di godersi la tranquillità che avevo loro tolto.

Le mie prime gesta sono tutto sommato abbastanza banali, ho superato l’asilo con la media del 6 e le mie aspirazioni erano di diventare pompiere, allenatore di Pokemon e altri classici sogni dei bambini di quell’età. Le cose iniziarono a migliorare con le scuole elementari, quando trovai a tentare di educarmi due maestre straordinarie: Laura e Manuela, è giusto che i loro nomi vengano qui ricordati a futura memoria di ciò che hanno sofferto in quegli anni. Poco alla volta riuscirono a tirare fuori da quella peste esagitata un bambino abbastanza tranquillo, studioso e curioso. Dalla regia in verità mi suggeriscono che il processo non è probabilmente terminato, e che dietro un’apparenza tranquilla e diligente nascondo un carattere ribelle e anarchico. Visto che questo è il mio racconto, credete a me: sono fin troppo equilibrato. Ma torniamo alle elementari. Ho ricordi molto piacevoli di quel periodo, andavo d’accordo coi compagni di classe, venivo perfino invitato alle feste di compleanno degli altri bambini. È stato un periodo molto positivo, che credo abbia scolpito una buona parte dei pezzi di cui sono ora composto. Verso la quarta – quinta elementare, avevo aspettative per il mio futuro decisamente diverse rispetto ai primi tempi della scuola materna: desideravo diventare archeologo, paleoantropologo e zoologo erpetologo (lo so, non si è mai sentito nessun bambino dire “Voglio fare lo zoologo erpetologo”, ma ve l’ho detto fin dall’inizio che io sono io, no?).

Superata anche la quinta elementare, è iniziato un periodo abbastanza insulso della mia vita, poco stimolante, forse per confronto rispetto al periodo precedente. Intendiamoci, andavo sempre bene a scuola, che poi significa semplicemente che facevo il mio dovere, niente di straordinario, ma non ho ricordi piacevoli delle scuole medie. È un’età un po’ stupida in effetti, o per lo meno lo è stata per me e, combinazione, per tutti gli altri bambini che frequentavano la mia stessa scuola. Non offendetevi, per carità, ci siamo passati tutti. È un’età in cui non si è più bambini, ma non si è nemmeno ragazzi, si inizia ad essere maliziosi, a scoprire il sesso (non a farlo, per fortuna) e si tenta di entrare a gamba tesa nel mondo dei grandi senza averne i requisiti. Per fortuna dura solo tre anni. Da zoologo erpetologo il mio futuro lavorativo prevedeva in quel tempo di diventare sacerdote e, anzi, puntavo ai piani alti: volevo diventare papa. Dopo tanti anni, a vedere l’anticristo che sono diventato, viene da sorridere, ma tant’è: siamo la sommatoria delle infinitesime esperienze che viviamo. Sono fiero della persona che sono oggi e non cambierei un solo giorno. Nemmeno le scuole medie, tutto sommato ho avuto buoni professori, soprattutto quella di matematica (non se la prendano gli altri), che mi ha fatto scoprire la passione per le materie scientifiche.

E così si arriva al liceo. Prima del liceo, però, esattamente a metà tra la fine di un percorso e l’inizio di quello nuovo, è successo un altro fatto incredibile, il secondo della mia vita. Il primo è stato quando sono nato, ricordate? Il secondo il 24 agosto 2008, quando ero poco più di un bambino e all’improvviso mi sono scoperto uomo. Ero ancora immaturo, cristiano e senza barba, ma è stata quasi una seconda nascita, un rito di passaggio all’età adulta: ho conosciuto mia moglie. Tranquilli, i miei genitori non hanno programmato il mio matrimonio così in anticipo per liberarsi finalmente del loro secondogenito, mi sono semplicemente innamorato e fidanzato con una ragazza straordinaria. L’evento è incredibile per almeno tre ragioni, che è bene riassumere per capire chi sono. La prima è che, ormai lo avrete capito, anche se non lanciavo più i giocattoli, la mia testa era sempre la stessa ed è quindi incredibile che una ragazza si sia innamorata di me. La seconda è che fino ad allora non avevo mai guardato le ragazze, probabilmente in segno di protesta per essere nato in una famiglia con due sorelle. Ilaria era dunque la prima (a parte la fidanzata dell’asilo, è valida o no?). E la terza è che dopo più di dieci anni siamo ancora insieme. Incredibile, ve l’avevo detto.

Eravamo quindi rimasti al liceo. Se le medie sono state l’inferno (si fa per dire) e le elementari il paradiso, il liceo è quanto di più simile al purgatorio riesco a immaginare. È un posto sufficientemente bello per non essere chiamato inferno, ma sufficientemente difficile per non essere il paradiso. Un limbo a metà tra la “spensierata giovinezza” e l’età adulta, in cui cerchi di capire chi sei e a quale mondo appartieni. Per dovere di cronaca, essendo seri, occorre dire che ho trovato professori straordinari. Mi hanno insegnato a credere nelle mie capacità, mettendomi alla prova con corse a ostacoli e salti con l’asta. All’epoca non ne ero ovviamente così entusiasta, ma a posteriori i brutti ricordi svaniscono, un po’ come quando muore qualcuno: si finisce sempre per parlarne bene, “ah che brava persona che era”.

Al liceo ho sicuramente consolidato le basi del mio carattere, della mia personalità, dei miei interessi. Ho amato la matematica e l’italiano, ho imparato a leggere la storia e a indagare il pensiero con la filosofia, ad ascoltare tutto il mondo con l’inglese e a pesare il cuore delle persone creandomi un’identità. Se ci pensate non esiste un’altra età della nostra vita così straordinaria come il liceo. E quindi vi renderete conto da soli che è un gran peccato che il liceo sia … una scuola. Presi tra verifiche e interrogazioni non riusciamo a goderci questo periodo straordinario in cui tutto ciò che ci è richiesto è di esplorare tutti i campi del sapere. Non abbiamo bollette da pagare, non dobbiamo misurarci con i problemi del nostro futuro, è un periodo di formazione e basta, in cui diamo un nome a ciò che siamo e che possiamo diventare. A posteriori il consiglio che mi darei è di preoccuparmi meno dei voti: studierei per imparare, approfondirei le cose che mi piacciono e tralascerei un po’ di più quelle brutte e noiose, vorrei aver avuto meno ansia da prestazione, vorrei essermene fregato un po’ di più di apparire come lo studente modello, sempre preparato, sempre studioso, per dedicarmi un po’ di più a scrivere le mie passioni, senza il terrore finale di un giudizio. In quarta liceo pensavo che da grande avrei indossato il camice: sarei stato un medico. In quinta liceo sapevo, o per lo meno, credevo di sapere cosa avrei voluto fare, avrei studiato ingegneria. Se c’è qualche ragazzo di quinta liceo che sta leggendo questo racconto, aprite le orecchie: non permettete a nessuno di darvi consigli non richiesti.

Il mio ultimo anno di liceo è stato una cantilena ripetitiva: devi scegliere una facoltà che ti dia molte opportunità di lavoro, che non ti precluda “delle porte” a priori, che ti permetta di trovare stabilità economica, così potrai sposarti, farti una famiglia, avere dei bambini, rigorosamente un maschio e una femmina, ed essere felice per tutta la vita, nei secoli dei secoli. Amen. Ecco, non so se capite cosa intendo. Non ho sentito nessuno che mi abbia consigliato di seguire il mio cuore e fare semplicemente ciò che mi piace e mi rende felice. Ho ascoltato esperti di orientamento che mi hanno spiegato le mirabolanti imprese dei loro straordinari mestieri, senza che nessuno mi spiegasse davvero cosa si studia in una facoltà piuttosto che in un’altra. Intendiamoci, ho scelto di studiare ingegneria “in totale libertà e consapevolezza” come si suol dire, ma vorrei che qualcuno mi avesse detto prima quali materie avrei affrontato, quali sarebbero state le difficoltà e non solo i vantaggi di questa o un’altra scelta. La verità, purtroppo, è che l’orientamento è il business di chi la spara più grossa, abbiamo messo in competizione scuole e università, che cercano di accaparrarsi clienti per la loro sopravvivenza, in una sanguinosa lotta a somma zero. Dopo cinque anni di ingegneria sono ormai quasi alla fine del mio percorso di studi. In questo momento non mi sento di dire con certezza di aver fatto la miglior scelta che potessi fare. Sono abbastanza soddisfatto, forse più per alcune persone che ho incontrato durante questi anni di università che non per ciò che mi sembra di avere imparato, per la verità abbastanza poco. Se non avessi intrapreso questo percorso non avrei conosciuto alcuni tra i miei amici più sinceri, non avrei potuto apprezzare alcuni docenti illuminati (due?) che hanno acceso in me una scintilla. Magari non avrei un blog, non mi sarei appassionato alla divulgazione scientifica e chissà cos’altro. Sicuramente non avrei letto una frase scritta sulla porta di un gabinetto al Politecnico, frase peraltro prostituita su internet nell’eterno presente della rete: “Gli studenti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere”. All’università ho trovato molta terra, ma poca benzina.

Grazie per essere arrivati fin qui. Per ora. Vi farò poi sapere com’è andata.

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Nuovi iPhone: riflessioni a valle (o a monte?)

di Marco Moraschi, 16 settembre 2018,da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Il 12 settembre è andata “in onda” la cosiddetta “messa laica”, come qualcuno ama chiamarla, ovvero c’è stato il tanto atteso evento di pre-sentazione dei nuovi modelli di iPhone da parte di Apple. Dopo ormai molti anni che seguo in diretta gli eventi di presentazione dei nuovi prodotti tech, non potevo perdermi neanche questo, che infatti ho se-guito con interesse. Con interesse non perché io sia intenzionato ad ac-quistare l’ultimo modello di iPhone (anzi, non ne ho mai avuto uno), ma perché, da ingegnere e da appassionato, trovo interessante seguire l’evoluzione della tecnologia e dell’elettronica di consumo anno dopo anno. Per contro, occorre dire che, soprattutto in ambito smartphone, il mercato è diventato abbastanza noioso, con dispositivi che si assomi-gliano tutti e che si copiano l’un l’altro. Naturalmente anche quest’anno i nuovi iPhone sono i più tutto di sempre: i più belli, i più potenti, i più grandi. Sparito lo storico design con cui abbiamo conosciuto l’iPhone nel 2007, i nuovi iPhone hanno linee di design ispirate all’iPhone X visto lo scorso anno, ma con schermi più grandi, processori più potenti, nuove fotocamere e nuovi colori. Per dovere di cronaca occorre dire, però, che sono anche i più pesanti, i più invadenti e, last but not least, i più costosi.

Proprio questi ultimi punti, nonostante le novità presentate, credo debbano essere tenuti in considerazione per un bilancio che sia sincero. In un altro articolo ho già espresso le mie perplessità in merito al mondo degli smartphone, ma ci sono tuttavia alcuni punti che vorrei rimarcare e che traspaiono dalle ultime novità di casa Apple (come di tutte le altre case di produzione peraltro, il keynote Apple del 12 settembre è solamente il “casus belli“). Seguendo la presentazione ho infatti storto il naso in ben più di un’occasione; la più consistente è stata quando i nuovi iPhone sono stati presentati come dispositivi eccezionali per guardare film e fare editing video. Una premessa: non ne faccio una colpa ad Apple, se mi conoscete sapete anzi fin troppo bene che apprezzo molto l’operato di casa Apple per la sinergia tra hardware e software, che le permette di creare prodotti di eccezionale qualità e longevità. Le grandi aziende tecnologiche inseguono i trend del momento poiché ovviamente il loro obiettivo è vendere e fare profitti, non trattandosi di organizzazioni no-profit. Per chi tuttavia è un osservatore esterno viene invece naturale analizzare questi trend e chiedersi dove ci porterà questo lungo cammino fatto di piccole innovazioni. Torniamo quindi dove eravamo rimasti. Il trend attuale è sicuramente quello del mobile-first, tutto si sta spostando intorno alle piattaforme mobili che stanno passando dall’essere strumenti di fruizione dei contenuti a strumenti di creazione dei contenuti stessi. C’è tuttavia qualcuno che in questa logica perversa tenta di resistere, e il sottoscritto ne è un esempio; non perché voglia rigettare l’ingresso del digitale nella sua vita, per carità, ma semplicemente perché vorrebbe poter cogliere il meglio da ogni strumento che gli viene posto davanti, utilizzandolo per le funzioni per le quali è stato pensato inizialmente, senza stravolgimenti e forzature, in modo da trarre un reale beneficio dal suo utilizzo. Nella presentazione di Apple c’è stata qualche stortura di questo tipo, come, dicevamo, il fatto di utilizzare l’iPhone per guardare film o fare editing video. Il “cellulare” è nato con l’obiettivo di essere uno strumento utile per la comunicazione fuori casa; ben vengano alcune sue innovazioni seguenti, come il GPS per le mappe o la fotocamera integrata, ma pensare di utilizzare uno schermo di quelle dimensioni per guardare un film è francamente una stonatura. Vero è che le dimensioni degli smartphone sono aumentate a dismisura dalla loro invenzione, ma forse è proprio questo il problema, abbiamo perso di vista l’obiettivo per il quale sono nati (essere telefoni comodi da portare in giro) e quindi abbiamo iniziato ad aumentare le dimensioni dei loro display, affinché diventasse meno scomodo farci tutt’altro.

Mi chiedo inoltre quando e dove dovrei utilizzare lo smartphone per guardare un film: a casa? Sul treno? In piscina? Se la risposta è affer-mativa per la prima domanda allora c’è qualcosa che non va, perché a casa ci sono altri dispositivi molto migliori sui quali guardare un film, chiamasi computer e, ancor meglio, televisori. Se invece la risposta è affermativa alle altre due domande allora abbiamo nuovamente un problema, in quanto stiamo sprecando il nostro tempo, alimentando quelle orde di zombie che quotidianamente si vedono sui mezzi di tra-sporto: con le cuffiette e gli occhi incollati allo smartphone, ignari di qualunque altra cosa succeda loro intorno. Questa prima parte sugli smartphone più invadenti e più pesanti è già diventata sufficientemente lunga e apocalittica, proporrei quindi di passare all’ultima caratteristica: più costosi. Quest’ultima non è a mio avviso così trascurabile. Qualcuno potrebbe ribattere: se ti sembrano troppo costosi basta non comprarli! Ed effettivamente non ho alcuna intenzione di acquistare gli ultimi modelli. Di nuovo, inoltre, non facciamone una colpa ad Apple: i competitor fanno altrettanto e spesso in maniera ancora meno giustificata, ci sono fior fior di esperti di marketing che occupano gli uffici a Cupertino e inoltre, se nonostante i prezzi si continuano a vendere milioni di smartphone, significa evidentemente che non sono poi così tante le persone che trovano esagerati i loro prezzi. Trascurando chi acquista questi dispositivi per reali necessità lavorative (su le mani), per la maggior parte (maggior parte = non tutti) delle altre persone è probabilmente diventato un vezzo, simbolo di una rivalsa di successo che non si riesce ad ottenere in altri modi, di una insoddisfazione personale e di un’infelicità che non si riesce a colmare diversamente. Se per le classi più abbienti un iPhone è uno status symbol che si può ottenere con poca fatica, per molte altre persone è un costoso sacrificio che si ripaga facendo mostra di sé quando viene estratto dalla borsetta o dai pantaloni. Nel caso del modello più costoso presentato, stiamo infatti parlando di un esborso che supera i 1600€, ovvero più di una mensilità media in I-talia, che si attesta intorno a quota 1500€. Trattandosi di una media, è ovviamente “mediata” da chi ha stipendi molto più alti (decine di mi-gliaia di euro) e molto più bassi (sotto i 1000€ mensili). Ognuno con i propri soldi può ovviamente far ciò che vuole e infatti non si sta discu-tendo questo: tutti spendiamo soldi in maniera più o meno sensata se-condo i nostri gusti, che sono tutti diversi e opinabili. Il punto qui però è un altro: perché siamo arrivati a prezzi così folli per gli smartphone? Considerando il fatto che i giganti tech dispongono da soli di capitali superiori a quelli di molti stati sovrani (Apple e Amazon, per esempio, sono le prime due società al mondo ad aver superato una capitalizza-zione di 1000 miliardi di dollari USD) e che nel mondo il 99% della ric-chezza è in mano all’1% delle persone, visti inoltre i numeri di vendita, significa che molte persone, pur non potendo permetterselo, sono di-sposte a pagare queste cifre per l’acquisto degli smartphone. Perché? In definitiva, a parte qualche accenno qui sopra, non ho una risposta. Tutto ciò che mi sento di dire è che forse dobbiamo riconsiderare il nostro rapporto con la tecnologia, per non venirne infine fagocitati. Non è quindi forse un caso se il nuovo iPhone si chiama XS, che letto in inglese suona “Ex-Es”, fin troppo simile a “excess”, eccesso.


 

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Piccoli Truman crescono

di Fabrizio Rinaldi, 4 settembre 2018da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Ma tu, che lavoro fai? Quando rispondo: coordino un gruppo di persone in una struttura educativa, quasi mai la spiegazione suscita una qualche curiosità nell’interlocutore. In genere è seguita da un silenzio quasi imbarazzato, dal momento che la domanda era stata posta per riempire del tempo durante una conversazione futile. È dunque un modo per liquidare velocemente discorsi inutili e dirottare l’attenzione dell’interlocutore verso altri, con cui commentare magari l’ultimo modello di SUV.

Ma non và sempre così. L’altro giorno il figlio adolescente di un’amica ha insistito: Sì, vabbé, ma che cosa fai tutto il giorno? Il suo era un interesse genuino, ma o non erano sufficientemente chiare le mie parole o non riusciva ad incasellarle nella sua griglia mentale dei mestieri: in fondo non era tra quelli manuali o ben riconoscibili. Allora m’è venuta alla mente un’immagine suggeritami da un collega: Hai presente il film “The Truman Show”? Ecco, io sono il regista di quel baraccone per bambini “Truman”. Ho colto nel suo sguardo lo sconcerto, ma qualcosa deve averlo capito. Cosa francamente non lo so, anche perché è un paragone un po’ azzardato: ma almeno mi sono liberato della sua curiosità.

La storia è nota: fin dalla nascita Truman è inserito in un programma televisivo che trasmette a sua insaputa ogni attimo della sua vita. Il bambino non sa di vivere dentro un mondo fittizio creato attorno a lui. Comincia a camminare, a parlare, si relaziona con gli altri, s’innamora, fino a quando prende coscienza che c’è altro oltre quel mondo, e vuole esplorarlo, ma tutti glielo impediscono.

Quando il film uscì molti ci lessero un preciso riferimento alla società attuale, nella quale i sentimenti, gli oggetti, la comunicazione e, in generale, le scelte quotidiane, sono ridotti a beni di consumo gestiti dalle aziende e dai governanti – in questo preciso ordine –,a fini di guadagno e di potere e a discapito dei reali bisogni e del benessere della comunità.

In effetti ci sono riferimenti al mito platonico della caverna, che narra di prigionieri cresciuti sin dalla nascita in quello spazio chiuso, incatenati con le spalle volte all’ingresso, ignari dell’esistenza di un altro mondo al di fuori. A loro è concesso solamente vedere le ombre della realtà esterna proiettate sulla parete di fondo come da una lanterna magica. Un giorno uno di essi viene liberato e condotto all’uscita, dove con un misto di paura e meraviglia scopre poco a poco le stelle, il verde dei boschi e infine la luce accecante del Sole. Resosi conto dell’inganno nel quale era vissuto decide di tornare nell’oscurità per far conoscere la verità ai suoi compagni: ma questi non gli credono, pensano che sia impazzito a causa di ciò che ha visto e alla fine lo uccidono. In pratica scelgono di continuare a vivere nella finzione piuttosto che affrontare i pericoli (e le responsabilità) comportati dalla verità.

Come nello show di Truman, i miei collaboratori ed io cerchiamo quo-tidianamente di governare quella caverna, che nel nostro caso è una struttura ricettiva per classi della scuola primaria o, in estate, per minori della stessa età: e facciamo sì che le “ombre” proiettate siano piacevoli, divertenti ed “educative”, secondo precetti e indicazioni condivisi non con loro, ma con adulti che credono d’interpretarne i desideri, le necessità e anche le frustrazioni.

Per il tempo del soggiorno, in genere, siamo bravi a predisporre una programmazione alternativa a quella scolastica, colma di attività di esplorazione e di conoscenza. Le “ombre” che mandiamo in “scena” sono escursioni nel territorio, laboratori manuali ed espressivi, giochi organizzati e guidati. Il tutto sta in piedi grazie ad un progetto educativo elaborato negli anni per permettere agli educatori di gestire la naturale tendenza dei bambini a sottrarsi alle regole imposte da altri: facciamo trascorrere loro un breve periodo in un contesto inusuale e contemporaneamente “straordinario”, che consente esperienze di autonomia e di responsabilizzazione che per molti rimarranno purtroppo uniche.

Qui hanno infatti l’opportunità di vivere in una comunità differente da quella scolastica, con coetanei che non conoscono e con cui, gioco forza, devono imparare a condividere i tempi, gli spazi e la reciproca presenza (aspetto diventato estraneo). Questo li porta a sperimentare anche frustrazioni e sentimenti raramente provati prima. Nel nostro “laboratorio” viene testata – e da noi governata– quella che Umberto Galimberti definisce la “risonanza emotiva dei comportamenti”: certi atti “trasgressivi”, magari tollerati nell’ambito familiare o addirittura in quello scolastico, in una collettività come la nostra non possono essere accettati, perché ne minerebbero il senso stesso. Quel freno che oggi molti ragazzi sembrano non conoscere più, a causa di un crescente analfabetismo emotivo, da noi si sviluppa quasi spontaneamente in virtù della forzata e ritualizzata condivisione di un’esperienza che inizia sin dai primi gesti del mattino, dallo svegliarsi e dal lavarsi i denti assieme.

Questo apparato in linea di massima regge e funziona: tant’è vero che abbiamo alti “indici di gradimento”. Anche qui – come in ogni programma televisivo e quasi in ogni lavoro – l’impegno e l’aderenza alle promesse fatte, sono misurati attraverso un questionario, di quelli con faccine più o meno felici. Si rileva in questo modo quanto i bambini, i genitori e gli insegnanti stessi siano rimasti soddisfatti dell’esperienza fatta. È un riscontro fondamentale: l’indice di gradimento è ormai diventato un despota che ha il potere di far vivere o morire un’attività lavorativa. E ne siamo tutti complici: quando consultiamo Tripadvisor per decidere dove cenare e troviamo un ristorante con recensioni negative, tendenzialmente lo escludiamo. Se altri come noi fanno altrettanto lo condanniamo alla chiusura.

I ribelli che ho sempre amato sono inguaribili utopisti, animati da un’utopia con la minuscola: non quella dei grandi ideali con cui cambiare il mondo e affermare la società perfetta, ma l’utopia dell’istintivo, insopprimibile bisogno di ribellarsi. E anche quando la sconfitta appare ormai ineluttabile, quando la realtà vorrebbe imporre loro l’accettazione di un compromesso per “salvare il salvabile”, continuano a battersi per quella che Victor Serge definiva “l’evasione impossibile”.
PINO CACUCCI, Ribelli!, Feltrinelli 2003

Comunque, alla fine del film, Truman sceglie di uscire dalla realtà fittizia e di immergersi in quella vera, sia pure consapevole degli ostacoli che lo attendono; mentre i nostri bambini, al termine della settimana, non possono scegliere, ma devono tornare dai loro familiari. In genere sono contenti di tornare nella loro caverna domestica, qualche volta no, perché troveranno una realtà che li spaventa, che non li accetta o da cui vorrebbero fuggire: ma purtroppo la regia di questo show non è affidata a loro.

Proprio questi bambini restano maggiormente impressi nella memoria. Sono i ribelli di Platone e i Truman, quelli che più creano scompiglio nel nostro baraccone, che contestano il modello creato a loro uso e consumo e si oppongono a una sceneggiatura che vorrebbe gestire anche il loro rifiuto di quel modello.

Non mi riferisco naturalmente a marmocchi viziati, che oppongono resistenza solo per una volontà di protagonismo maleducato coltivata in loro dalle famiglie. Quelli sono ben contenti di tornarsene a casa, dove possono spadroneggiare in mezzo a una premurosa indifferenza. Parlo di una sparuta minoranza, di coloro che apparentemente si rifugiano dietro un rifiuto ostinato, ma in realtà intravvedono negli spiragli offerti dalla settimana “diversa” una via di fuga da una condizione a volte davvero insopportabile. Nei loro confronti si crea una situazione paradossale. Da un lato siamo noi a far conoscere loro possibili “mondi” o esistenze alternative, dall’altro siamo ancora e sempre noi a stabilire le regole di appartenenza e di sopravvivenza in questi mondi. Questa potrebbe sembrare un’operazione subdola di “domesticazione” totale, di asservimento persino delle fantasie di fuga di quei poveri ragazzi. E noi potremmo apparire come gli esecutori della strategia più avanzata e totalizzante del sistema. Ma non la vedo così. Il paradosso rimane, ma ha un suo risvolto positivo.

Mi spiego. Questi bambini, tutti, i ribelli come gli entusiasti o i rassegnati, vivono davvero costantemente in una realtà virtuale, in un sogno indotto che a volte può assumere anche le sfumature dell’incubo, ma di norma ha un andamento rassicurante e accattivante. Si nutrono di televisione e dei prodotti che essa promuove, materiali e spirituali, di smartphone e di pseudoamicizie virtuali, di videogiochi che alimentano la convinzione che tutto sia lecito e innocuo, che non esistano responsabilità personali, che sia sufficiente un click per chiudere e per avviare un gioco diverso. Né più né meno, del resto, di come vivono i loro genitori. Teoricamente questi bambini dovrebbero trovare una voce discordante nella scuola: ma così com’è ridotta e concepita oggi, la scuola non fa altro che inseguire pateticamente la realtà esterna (vedi la corsa agli ammennicoli tecnologici – LIM e compagnia bella – per attrezzare le aule, mentre sono del tutto scomparse le vecchie carte geografiche). Le occasioni per un risveglio, per intravvedere un barlume di esistenza non conformista, sono ben poche. E ritengo che una di queste poche possiamo crearla, e già in parte la stiamo creando, proprio noi.

Non sto parlando di una istigazione all’anarchismo, alla ribellione, al rifiuto delle regole. Tutt’altro. Sto parlando di educazione alla vera libertà, che è essenzialmente responsabilizzazione personale nelle scelte.

Vediamo cosa accade nella sostanza. Nella nostra azione coesistono due piani. Uno è quello della “normalizzazione”. Di fronte alle esplosioni di ribellione, ad esempio, cerchiamo di far rientrare tutto nel “gioco delle parti”: adeguiamo le “ombre”, facendole diventare ancor più ingannevoli e accattivanti, affinché il bambino attenui il desiderio di evadere dallo show. È il nostro lavoro, è il compito per il quale siamo qui, e che non si esaurisce nell’opera di “contenimento”. Non siamo dei parcheggiatori.

Del moto di ribellione rimane traccia in schede che evidenziano le “non conformità”, e che dovrebbero prevedere anche adeguate strategie “correttive”. E fin qui, rientra tutto in una sceneggiatura politicamente corretta, che anzi sarebbe doverosa, più ancora che corretta, se poi qualcuno davvero questi bambini li ascoltasse, e non si limitasse a certificarne la devianza da uno standard. Il problema è che nella maggioranza dei casi ciò non accade: e non accade non solo per trascuratezza o per incompetenza, che pure hanno la loro parte, ma per un vizio d’origine del sistema. Il sistema non è attrezzato a capire, ma solo a classificare.

È a questo punto che possiamo lavorare sul secondo piano. Abbiamo di fronte degli individui che vivono una situazione eccezionale, insolita, nella quale si chiede loro non di ottenere dei risultati, ma di esprimersi, non di mettersi in competizione, ma di collaborare: in sostanza, di divertirsi. E di farlo in modalità diverse da quelle cui sono normalmente abituati, alle quali sono stati avviati dalla famiglia e persino dalla scuola (da noi l’uso dello smartphone o dei videogiochi se lo scordano).

Se non lo fanno, se non stanno al gioco, e non per mania di protagonismo ma perché quel gioco appare loro futile, totalmente estraneo alla realtà in cui quotidianamente vivono, sta a noi, fuor di copione, dimostrare che futile e falsa, e comunque non unica, è invece proprio quella realtà. In sostanza, che la realtà non è quella già data, già scritta nelle pagine della sceneggiatura, ma quella che ciascuno riesce a costruirsi con l’impegno e con l’assunzione di responsabilità nei confronti di se stesso e degli altri. Questo non li renderà più felici, ma senz’altro li sorprenderà e li renderà un po’ più consapevoli, e desiderosi di scoprire altro.

Non c’è un metodo per ottenere questo risultato, non ci sono teorie pedagogiche a soccorrerci. Serve invece crederci, e mostrare sinceramente che ci si crede ai nostri ospiti: serve, insomma, l’esemplarità. Se non si crede in questa possibilità di dare a questa esperienza un senso più alto di quello della semplice vacanza, se non si è i primi ogni volta a “divertirsi”, nel significato etimologico del termine, che è quello di uscire dai percorsi già tracciati e imposti, allora conviene fare un altro mestiere.

Ogni settimana siamo chiamati a reinterpretare daccapo un copione prestabilito che rischia di ingabbiarci, di uccidere in noi ogni entusiasmo. L’interpretazione deve essere sempre eccellente, come se fosse la prima volta, affinché i nuovi ospiti considerino tutto ciò che offriamo come una loro esclusiva. La messa in scena per l’accoglienza deve essere calorosa, le spiegazioni accattivanti e le attività proposte le più coinvolgenti e didatticamente corrette. È quanto si aspettano tutti, i bambini, i genitori, i docenti che ospitiamo. È ciò che siamo tenuti a dare, e dobbiamo farlo con professionalità.

Ma possiamo fare di più, per noi e per loro. Sta a noi riconoscere le voci dissonanti dei Truman che risuonano nel buio della caverna, seguire lo scompiglio che provocano e governarlo: ma non troppo.

È il riconoscere le nostre ombre che ci permette di evadere.

Quindi, caro Truman, ti aspettiamo lunedì.

Bisognerebbe allenare e abituare gli adulti a capire i bambini. Un antico proverbio cinese dice: l’unica costante del mondo è la mutazione. Se uno cerca di fermarla si ferma lui e invecchia male. Fino a un certo punto gli adulti dovrebbero insegnare ai bambini, poi dovrebbero imparare da loro a conoscere il mondo. Il mondo reale, non quello artificiale degli affari.
BRUNO MUNARI, Da cosa nasce cosa, Laterza 2008

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Alla fiera dell’extra-mondo

di Fabrizio Rinaldi, 3 agosto 2018da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Libri appartenuti al nonno comunista o fascista, uniti nella comune dismissione, lenzuola del corredo della zia zitella, tazzine della nonna, falsi cimeli di guerra, suppellettili della casa di campagna, mobili tarlati. È ciò che si può scovare nelle innumerevoli fiere dell’antiquariato fiorite in ogni città o paese sperduto, scandite ormai da precisi calendari. Al punto che i miei blitz vacanzieri sono motivati in primo luogo proprio dai mercatini di cianfrusaglie presenti nei luoghi da vedere.

La passione per i mercatini l’ho ereditata da mio padre. Lui però mi supera in spregiudicatezza – è un integralista del tutto gratis – e contempla uno spettro molto più ampio di siti dove trovare chincaglierie – i dintorni dei cassonetti dei rifiuti. Lì trova elettrodomestici che con la sostituzione di un filo tornano a funzionare perfettamente, fumetti scartati di qualche ex-ragazzo disilluso, lampade inguardabili, la cui rottamazione è perfettamente giustificata, ma alle quali riesce a ridare dignità con piccolissime modifiche: la mia cucina è illuminata da un’anonima lampada da terra cui ha aggiunto come cappello una museruola per mucche: è al limite del buon gusto, ma la trovata mi piace. Una volta ha scovato una grande scatola in legno per caricatori di mitragliatrice (cosa diavolo se ne faceva il proprietario!) che oggi trova un utilizzo più degno in bagno come contenitore per la carta igienica. Ultimamente però l’attività di ricerca e riabilitazione dell’obsoleto è in crisi, perché siamo tutti vittime della dittatura della raccolta differenziata e gli oggetti ingombranti finiscono direttamente in discarica. Sono finiti i bei tempi in cui ai bordi delle strade si scovavano eccedenze di traslochi … anche se sui limiti del rispetto degli italiani per l’ordine si può sempre far conto.

A questa frustrazione mio padre pone rimedio oggi vagando nei mercatini della zona, ma non ne ricava le stesse soddisfazioni.

Io, vivendo nell’era della “rumenta controllata”, non miro ai bidoni, ma ai banchi. Ho una predilezione per i libri a pochi euro, ma non disdegno neppure le tavolate di inverosimili suppellettili e le piazzuole dei mobili: ho arredato casa con credenze, poltrone, piattaie e tavoli scovati proprio lì.

In questi luoghi cerco tracce di ricordi, reali o idealizzati, concretizzati in un oggetto che alluda ad un passato ai più sconosciuto. Per me si tratta in realtà di un “trapassato” perché sono troppo “giovane” per averlo vissuto. Disdegno invece ciò che ricorda gli anni ’70 e ’80, quelli della mia infanzia: mobili in formica, lampadari a palla, insegne luminose, tutto ciò che è di plastica. Eppure c’è gente che compra anche le statuine dei puffi …

Forse la mia mente ha una naturale repulsione per l’orrido, di qualunque epoca. O forse non sono un vero cultore del vintage e sicuramente non lo sarò mai.

Mi è capitato invece  di acquistare un “prete” all’imbarazzante cifra di dieci euro. Per chi non lo sapesse questo oggetto non ha nessun rapporto con la sfera religiosa. Era una semplice struttura in legno – come si vede nella foto – che in inverno, nelle gelide camere delle case di campagna, veniva fatta scivolare per qualche minuto sotto le lenzuola, a protezione di un contenitore di brace bella calda. Teoricamente serviva a scaldare il letto, qualche volta finiva per mandarlo a fuoco. Non l’ho mai visto in uso e credo che anche i vecchi lo usassero con molta, moltissima parsimonia e prudenza per le possibili conseguenze. L’ho acquistato esclusivamente per la sua bellezza estetica, ma confesso che la tentazione di sperimentarlo è forte.

Anni fa in un mercatino in Provenza ho comprato per pochi euro una brocca di terracotta dalla linea semplice, piacevole al tatto e capiente, che oggi dispensa del buon vino durante le cene con amici. Magari i moderni attrezzi di casa avessero la sobrietà e la “gentilezza” nello stile che ha quel pezzo. Il corrispettivo odierno sono invece gli spremiagrumi a forma di ragno!

Non ci deve essere un’arte staccata dalla vita: cose belle da guardare e cose brutte da usare. Se quello che usiamo ogni giorno è fatto con arte (non a caso o a capriccio) non avremo niente da nascondere. 
BRUNO MUNARI, Arte come mestiere, Laterza 2008

L’eleganza del prete e quella della brocca sono testimonianza di quanto i vecchi contadini sapessero coniugare il gusto delle linee semplici con la funzionalità dell’oggetto, che molto spesso era creato da loro stessi (vedi i mestoli in legno realizzati in inverno, davanti alla stufa) o dal vicino di casa. Erano esempi di progettazione d’interni “a chilometro zero”: sarebbero tanto di moda oggigiorno.

Gli oggetti vengono attivati – cioè si destano e rilevano la propria utilità e il proprio valore – solo nel momento in cui si focalizza l’attenzione su di essi. Quando il momento di attenzione si conclude, gli oggetti escono dal palcoscenico della nostra consapevolezza immediata, cedendo il posto ad altre cose. Tornano a essere «ordinari».

LEONARD KOREN, Wabi-Sabi Altri pensieri, Ponte alle Grazie 2015

Se fossimo in Giappone avremmo dato un nome a questa estetica, ci avremmo scritto su dei trattati, sarebbero nate delle filosofie. Ma siamo in Italia, quindi niente. Loro lo hanno fatto secoli fa. Hanno chiamato wabi-sabi l’estetica centrata su semplicità, modestia, imperfezione e transitorietà. Tutti elementi che caratterizzavano la maggior parte degli oggetti presenti nelle case dei contadini di un tempo e che oggi ritroviamo, insieme a tantissima rumenta, nei mercatini dell’usato.

Quando compriamo in un mercatino, ferme restando le nostre personalissime inclinazioni o motivazioni, ci allineiamo quindi in realtà ad una tendenza in crescita: dare una sorta di dignità e significato ad oggetti che altrimenti finirebbero in discarica. Questo comporta una gratificazione supplementare, oltre a quella del possesso. Stiamo agendo in maniera “ecologicamente corretta”, e ci terremmo che la cosa fosse riconosciuta.

Sotto sotto, però, agisce anche l’illusione di trovare in mezzo a tanta paccottiglia “l’affare”, di entrare in possesso per pochi euro di un oggetto che ne varrebbe molti di più. Capita molto raramente: di solito il venditore non è uno sprovveduto, e quando crediamo di aver trovata la chimera ci portiamo a casa una patacca.

A volte, invece, ci si imbatte in venditori colpevolmente sprovveduti. Accade soprattutto per i libri. Paolo l’altro giorno ha comprato per un euro una copia praticamente nuova de I Sanssôssí di Augusto Monti – dico un euro! – mentre io ne ho spesi una trentina quando lo acquistai più di dieci anni fa. Ha realizzato un colpaccio: un bellissimo volume, scritto da una figura poco conosciuta ma importantissima nella cultura piemontese della prima metà del secolo scorso. Poco importa che ne possieda già altre due copie.

L’oggetto libro merita però un discorso a parte.

Chi li vende generalmente dà l’impressione di aver acquisito dimestichezza con la carta stampata attraverso Le Ore, piuttosto che sui volumi che propone agli acquirenti. Questa è una fortuna per chi ama i testi non comuni, i titoli scomparsi da tempo dalle librerie o dai cataloghi, le edizioni giunte all’ultima spiaggia prima del macero.

Se ha un occhio davvero allenato individua immediatamente nelle file o nelle pile gli oggetti di possibile interesse, quelli che gli mancano o quelli dei quali è già in possesso, ma in edizioni diverse, e che possono riservare sorprese.

Il volume usato racconta infatti anche le storie dei precedenti proprietari: dediche, sottolineature, segnalibri scordati dentro, sono parte di un passato altrui che creano un ponte con le vite di sconosciuti.

I libri scovati nelle bancarelle a pochi euro inducono, però, altre riflessioni, un po’ malinconiche. Anzitutto di tipo economico: il libro acquistato solo alcuni anni prima, magari a un prezzo elevato, viene oggi svenduto a pochi soldi: quindi il valore monetario dell’oggetto libro è praticamente nullo, tranne che per i testi da collezionisti. E questo mi tocca da vicino, perché temo che prima o poi anche la mia modesta collezione, accumulata investendo una cospicua parte dei miei stipendi, finirà per essere svenduta.

Ma c’è anche una speranza, un’esile speranza.

L’immagine d’apertura, tratta dal film Blade Runner 2049, allude ad un ipotetico futuro nel quale un padre andrà alla fiera dell’extra-mondo, e comprerà al figlio, invece del topolino, ologrammi, giochi virtuali o replicanti dismessi.

In quell’epoca interamente consacrata al sapere digitale, il libro di carta circolerà solo entro una piccolissima nicchia di amatori: ma esisteranno ancora spacciatori di sapere cartaceo, magari considerati come folli utopisti, fuori dal mercato e potenzialmente persino pericolosi.

Per un momento, forse, quel bambino si distrarrà dall’offerta di oggetti impalpabili, per avvicinarsi al banco che offrirà pile di libri invecchiati, ma piacevoli al tatto e all’olfatto – spero che almeno quei sensi non saranno completamente atrofizzati. Si ritroverà a sfogliare libri appartenuti a chissà quante persone, magari anche a me, e ad immergersi in un tempo e in un universo alternativi.

Mi auguro dunque che i miei discendenti abbiano la bontà di non mandare la mia biblioteca alla discarica, ma al limite – se proprio non dovesse rivestire per loro alcun interesse – la cedano, la regalino magari, a qualche futuro bancarellista.

Anche spolpata pezzo a pezzo, potrebbe procurare gioia a qualche amante di libri. Forse proprio a quell’ipotetico bambino attratto dall’oggetto libro.

È una piccola illusione d’immortalità. L’unica a cui ambisco.


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Elogio dei telefoni stupidi

Ovvero come tornare offline può renderci più felici

di Marco Moraschi, 21 luglio 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Lo chiamano “dumb-phone movement”, ed è un trend in crescita. Nasce dalla contrapposizione, più evidente in inglese, tra lo “smartphone” (smartphone, ovvero “telefono intelligente”) e il “dumb-phone” (“telefono stupido”). Sembra nascere sempre di più in molte persone, infatti, il desiderio di distaccarsi dal mondo digitale della distrazione di massa, per tornare alle origini di un rapporto più umano con le persone, sicuramente più presente nell’era pre-smartphone. Il nostro attaccamento a questo dispositivo tecnologico, solo in apparenza “intelligente”, è dovuto a quella che molti studiosi chiamano FOMO, ovvero “Fear Of Missing Out”: la paura di essere tagliati fuori. Ok, ma tagliati fuori da cosa? La paura è quella di non essere aggiornati con le ultime notizie, di perdersi ciò che avviene sui Social e sulla rete, di non leggere subito le e-mail che ci arrivano, di rimanere esclusi da una società in cui tutti nuotano (annegano?) nel digitale, in cui tutti possiedono uno smartphone, un profilo Facebook, Instagram, Twitter, … la paura di perdere delle opportunità che grazie al digitale sono nate negli ultimi vent’anni. Ma proprio questa FOMO ci sta invece facendo perdere ciò che da sempre contraddistingue l’essere umano, ovvero la capacità di comunicare e dialogare con le persone, di stabilire un contatto che con le e-mail e i tweet non è possibile ottenere, in quanto essi ci danno solamente l’illusione del confronto.

Sarà capitato anche a voi: ogni volta che cerchiamo di leggere un libro, di sederci a riflettere, di fare due passi all’aria aperta, finiamo per prendere in mano il telefono. Ci convinciamo che c’è qualcosa di molto più urgente da fare in quel momento: cercare su Google informazioni su qualcosa di assolutamente irrilevante che abbiamo sentito o letto di sfuggita negli ultimi dieci minuti, leggere il feed delle notizie, sempre uguali e tristi come l’ultima volta che le abbiamo consultate, “scrollare” la bacheca di Facebook o di Instagram perché anche se non c’importa nulla di ciò che postano o scrivono gli altri, magari c’è qualche novità o qualche scoop che non ci hanno detto. Il problema è che, anche se ci rendiamo conto di quanto tempo sprechiamo nel tentativo di rincorrere vanamente l’ultima notizia e l’ultima foto su Instagram, non riusciamo a farne a meno. Non riusciamo a farne a meno. C’è sempre questa maledetta paura di restare esclusi da qualcosa, non sappiamo bene cosa, ma il nostro cervello è entusiasta all’idea di vedere l’icona rossa di una nuova notifica, di una nuova e-mail, di una risposta a un nostro tweet, che imperterriti proseguiamo la nostra corsa alla ricerca di questa agognata e intima soddisfazione. A ben guardare, occorre precisare che non è nemmeno tutta colpa nostra: i nostri smartphone, con le loro linee di design, i loro schermi nitidi, le icone colorate e i suoni piacevoli, sono appositamente studiati per farci trascorrere davanti ad essi più tempo possibile. E la colpa, se vogliamo, non è nemmeno di chi li progetta o sviluppa le loro applicazioni: il fine ultimo di un’azienda, ci piaccia o no, è generare profitto, e chi lavora nel settore del digitale sa perfettamente che più tempo le persone passano davanti a uno schermo con il suo dispositivo o la sua applicazione, più alti saranno i suoi guadagni.

Ogni volta che prendiamo in mano il telefono, non solo distogliamo la nostra attenzione da ciò che stavamo facendo in precedenza, ma diventa poi più difficile ritornare a concentrarci sulla nostra attività perché il nostro cammino mentale è stato disorientato. Secondo alcuni studi, addirittura, non solo prendere in mano il telefono ci distrae, ma anche averlo semplicemente a portata di mano può essere un freno alla nostra concentrazione e immaginazione, perché i nostri sensi rimangono vigili nel caso lo schermo dovesse illuminarsi per l’arrivo di una nuova notifica. Scoprire in un istante il titolo della canzone in riproduzione alla radio, seguire minuto per minuto gli aggiornamenti politici, meteo, quotazioni di borsa, poter ascoltare potenzialmente qualsiasi brano sia mai stato registrato nella storia della musica mentre siamo sulla metropolitana. Le possibilità che il digitale ci offre sono infinite. Letteralmente. Tutto è possibile, qui e ora. Qualunque informazione desideriamo, la abbiamo a portata di click in un secondo. Non c’è mai stata un’epoca così straordinaria per la conoscenza. Come ha detto lo scrittore Donald Miller: “Nell’era dell’informazione, l’ignoranza è una scelta”. Il punto è: siamo sicuri di averne così bisogno? O meglio, di averne bisogno in ogni momento della nostra vita? Siamo sicuri che ciò che abbiamo ottenuto in cambio della nostra privacy sia valso davvero la pena? Il “dumb-phone movement” propone proprio questo: mettere da parte i nostri cellulari super intelligenti, smart e pieni di funzioni (leggi distrazioni), per riprendere in mano la nostra vita. Per posare ogni tanto il nostro computer e uscire a fare una passeggiata, uscire fuori a cena con amici trascorrendo la serata a parlare insieme, senza guardare lo schermo dei nostri cellulari che ci mostrano ciò che succede altrove. Ritornare a giocare con i nostri figli, e non tenerli buoni facendoli giocare a qualche giochino stupido sul tablet, ma aiutandoli a scoprire il mondo e a meravigliarci insieme a loro di quanto è bello. Andare a un concerto e guardarlo dal vivo con i nostri occhi, non attraverso il piccolo schermo del nostro telefono, affinché il ricordo rimanga vivo e impresso nella nostra mente.

Come può un telefono stupido aiutarci a raggiungere questo obiettivo? Per comprenderlo, elenco qui di seguito alcuni vantaggi che ha un tale dispositivo:

  • Distraction-free. Non si possono installare applicazioni come Facebook, Twitter e Instagram. Si potrebbe ribattere che basterebbe disinstallarle anche dai nostri moderni smartphone, ma il solo fatto che questa possibilità esista (cioè poter accedere ai Social tramite il browser, o poter reinstallare queste app in pochi secondi) è per molti di noi, me compreso, deleteria. Sono poche le persone che hanno una volontà di ferro, specialmente nelle situazioni dove sembra non essere così necessario. Spesso tendiamo a sopravvalutare le nostri reali capacità di resistere alle tentazioni, con il risultato che, chi prima chi dopo, ci ricaschiamo puntalmente. Se non posso installare queste applicazioni e il browser non è sufficientemente avanzato da potersi connettere velocemente e con una buona esperienza d’uso ai rispettivi siti internet, sono sicuro che terrò lontano queste distrazioni. Avere tutto a portata di mano, come su uno smartphone, e scegliere quando lasciarmi distrarre e quando no, è un lusso che non posso permettermi.
  • È uno stimolo. Avere continuamente a disposizione ogni informazione che vogliamo, per esempio le indicazioni stradali per andare da una località a un’altra, sta disabituando la nostra mente a memorizzare le informazioni, con il risultato che abbiamo perso l’arte della memoria, come fa notare spesso il mentalista Vanni De Luca. Se in passato infatti eravamo abituati, per lavoro e/o necessità, a memorizzare molte informazioni, come un’arringa da esporre in tribunale nel caso di Cicerone (uno dei primi a fornirci efficaci tecniche di memorizzazione), oggi facciamo enorme fatica a ricordare anche solo un numero civico o di telefono, per non parlare delle date di compleanno dei nostri amici, attività che abbiamo vergognosamente delegato a Facebook. Un telefono stupido queste informazioni non può semplicemente fornircele, o sicuramente non in maniera agevole, trasformando un’apparente carenza in un utilissimo esercizio per la memoria (o volete sprecare i traguardi che il nostro cervello ha raggiunto in migliaia di anni di evoluzione darwiniana?). Uno stimolo ulteriore arriva dal fatto che abbiamo perso la capacità di annoiarci. Quando siamo in fila dal medico, o alle poste, oppure in viaggio sul treno, “ammazziamo il tempo” con futili attività pescate a caso dal nostro smartphone: non ci annoiamo più. Ma il “dolce far nulla”, come starsene mani nelle mani in attesa del nostro turno, è una delle attività più prolifiche per la nostra mente! Solamente quando la nostra mente è libera da qualunque attività è in grado di mettere realmente in moto l’intelletto e la fantasia. E non dovremmo stupirci se la maggior parte delle idee ci vengono la notte quando non riusciamo a dormire o mentre siamo nella doccia. Dobbiamo permettere più spesso alla nostra mente di non essere intrappolata da vincoli che non aggiungono alcun valore significativo alle nostre attese. Torniamo ad annoiarci, chissà che la nostra prossima idea per un’azienda non nasca proprio da un pensiero fugace comparso all’improvviso mentre eravamo sul tram, che mai avremmo avuto se anziché viaggiare tra i pensieri fossimo stati passivamente a guardare le ultime foto su Instagram di una influencer.
  • Meno preoccupazioni. Se ce lo rubano, se cade o lo perdiamo, poco importa. Costa poco, non abbiamo perso granché. Non ci sono dati personali sopra, a parte il registro chiamate e i messaggi scambiati; la nostra vita è altrove. Possiamo portarlo in spiaggia, a correre, sulla metro senza la continua preoccupazione di avere con noi un dispositivo di grande valore e che contiene molte informazioni personali. Non avendo applicazioni come Facebook, Twitter, Instagram che scambiano continuamente dati in background, la batteria dura molto di più. Non dobbiamo più preoccuparci di cercare una presa a metà giornata o di portarci dietro una powerbank, la batteria durerà per tutto il tempo che abbiamo bisogno.
  • È più comodo. Pensate ai nostri attuali smartphone: diagonale da 5,5” in media per un peso oltre i 160 grammi. Non sono più “mobile phones” (telefoni cellulari portatili), ma piccoli mattoncini che a fatica stanno nelle nostre tasche e appesantiscono borse e borselli. Il loro peso, le loro dimensioni e il tempo che trascorriamo a “spippolare” sono poco confortevoli, e ciò è sempre più spesso causa di patologie come il tunnel carpale o infiammazioni a nervi e articolazioni della mano.
  • Siamo più presenti. Senza tutte queste distrazioni e preoccupazioni, possiamo finalmente tornare a concentrare l’attenzione su ciò che conta davvero: la natura umana. Minuto dopo minuto, consultando Facebook e i nostri smartphones, senza rendercene conto, buttiamo via parecchie ore al giorno, che potremmo impiegare diversamente, magari facendo una passeggiata all’aria aperta, uscendo a cena con gli amici, o facendo l’amore con la persona che amiamo. Fate una prova: a fine giornata controllate nelle impostazioni della batteria quanto tempo lo schermo del vostro smartphone è rimasto acceso, mediamente leggerete un tempo che va dalle 2 alle 4 ore. Significa che quel giorno avete guardato lo schermo del vostro telefono per almeno 2 ore! Pensate a quante cose in più potreste fare ogni giorno se aveste a disposizione tutto quel tempo: finire di leggere il libro che avete da tempo iniziato, o finire di scrivere quello rimasto a metà nella vostra testa, mettervi in forma andando in palestra o in bicicletta, o semplicemente dedicarvi di più alla vostra famiglia. Non è strabiliante?

Gli smartphone hanno sostituito moltissime cose: l’iPod dei primi anni duemila e i giradischi di tempi più lontani, le sveglie sul comodino, la radio e i giornali che annunciavano le notizie ogni mattina. Non è necessariamente un male in tutti i casi, e non si vuole demonizzare il digitale: è una tecnologia stupenda, uno strumento nelle nostre mani che ci sta permettendo di raggiungere traguardi e risultati prima impensabili. Ma dobbiamo usare lo stesso principio che applichiamo quando facciamo una dieta: di mangiare abbiamo certamente bisogno, non possiamo e non dobbiamo farne a meno, ma forse mettere il barattolo della Nutella in un posto scomodo e non facilmente accessibile, magari sopra a un mobile, non può che farci bene. Qualche volta prenderemo la scala per arrivarci, qualche volta desisteremo, ma, in fin dei conti, ne sarà valsa la pena. Alla fine della mia vita voglio poter ricordare con piacere i momenti che ho condiviso con le persone che amo, le piccole e quotidiane esperienze che fanno di me un essere umano. Il mio tempo è prezioso e limitato; non voglio sprecarlo inseguendo l’infinito stream di notizie, di tweet, di post e di foto che affollano la rete. Non voglio correre il rischio di perdermi il primo passo di mio figlio, il sorriso di una signora sulla metropolitana, o il rumore dei miei piedi che camminano sulla neve perché ero intento a guardare il mio telefono anziché il mondo che avevo attorno. Come disse Henry David Thoreau, non voglio scoprire, in punto di morte, di non essere vissuto. Grazie. …


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Il ritorno dell’acchiappatore nella segale

di Fabrizio Rinaldi, 30 giugno 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Se davvero avete voglia di sentire questa storia … vi dico subito che il “cacciatore nella segale” non è un ricercatore di rarissime specie di frumenti, il cui uso è riservato a pochi sapienti, come qualcuno – spero pochi – può aver ipotizzato.

È sulla cattiva strada anche chi, al sentir parlare di “ritorno”, pensa ad un’ambientazione western.

Il mio titolo allude invece alla traduzione letterale di quello del libro più famoso di Jerome David Salinger: The catcher in the ray, in italiano diventato Il giovane Holden.

Quanto al “ritorno”, sta a significare che fisicamente è tornata fra le mie mani la copia del libro che avevo letto e prestato anni fa. È questa eventualità, decisamente rarissima, che vado ad analizzare: il fortunato caso in cui, dopo parecchio tempo, i libri prestati tornano al legittimo proprietario.

Di norma i casi sono due: o il libro ti viene restituito in tempi ragionevoli o, più sovente, puoi ritenerlo perduto.

In quest’ultimo caso la nostra memoria, forse per difendersi dal torto subito, fa un’operazione non so quanto inconscia: cerchiamo di dimenticare a chi abbiamo prestato il prezioso libro, anzi, di scordarci proprio di quel libro, di averlo posseduto e di averlo letto.

È una reazione che s’innesca per proteggere e preservare ciò che riteniamo più importante, cioè il legame con l’altra persona, rispetto al quale il libro, per quanto amato, passa in secondo piano.

Ma non è così facile. La mente non si lascia ingannare per troppo tempo, e il dolore – anche fisico – per l’assenza del libro in questione ristagna, e ogni tanto riemerge.

I “percorsi mentali” che intraprende un lettore assiduo diventano dopo un po’ dei sentieri, segnalati da stupa non di pietre, ma di libri letti. Questi libri identificano il viaggiatore letterario più della carta d’identità: questa invecchia, mentre il piacere di aver letto Pessoa, Chatwin, Rigoni Stern e Sbarbaro rimane sempre vivo. Certi autori segnano il carattere come le cicatrici la pelle. Ora, proprio perché l’identità del lettore rimane immutata, la tendenza è quella di ripercorrere gli stessi passi lungo le mulattiere letterarie, sedersi ogni tanto sulle pile di libri che siamo certi di possedere ed accorgersi che la pila è più bassa del solito. Frugando nella libreria personale alla ricerca del libro che è tornato alla mente scopriamo che non si trova dove dovrebbe essere. Lo cerchiamo in altri ripiani, ma non c’è verso: il libro, di cui ricordiamo il colore della copertina, le frasi sottolineate, addirittura l’odore, è definitivamente sparito.

Allora ci sforziamo, inutilmente, di ricordare a chi lo abbiamo dato, fino poi ad arrenderci, incolpando magari l’avanzare dell’età. In realtà non credo sia questa a farci scordare il beneficiario della nostra fiducia. La mente cancella la persona a cui avevamo dato il libro, come se avesse compreso che evidentemente non era all’altezza della nostra stima, e la rimuove dalla memoria.

Non è questo il mio caso. Io ricordavo invece benissimo la beneficiaria.

Quando abbiamo a che fare con il mondo femminile tutto si complica – e non credo valga solo per me. Entrano in gioco i sentimenti, specie quelli adolescenziali: all’epoca provavo per questa persona un’infatuazione di quelle che lasciato il segno, anche se è vero che col tempo ci si ricorda più dell’infatuazione che della persona.

Nonostante abbia avuto occasione ogni tanto di incontrarla, non le ho mai chiesto indietro il mio Holden, perché temevo mi dicesse che non rammentava di averlo ricevuto o, peggio ancora, di averlo letto. Sarebbe evaporata l’idea di lei che mi ero costruito e che si era scolpita nella mia mente. Mi piaceva pensare che quel libro l’avesse letto e che quell’oggetto fosse rimasto l’unico tramite del nostro rapporto, di un rapporto beninteso totalmente idealizzato e mai concretizzato.

Sono un povero idiota!

Questo è il guaio con le ragazze. Ogni volta che fanno una cosa carina, anche se a guardarle non valgono niente o se sono un po’ stupide, finisce che quasi te ne innamori, e allora non sai più dove diavolo ti trovi. Le ragazze. Cristo santo. Hanno il potere di farti ammattire. Ce l’hanno proprio.
J. D. SALINGER, Il giovane Holden, Einaudi 1961

Il ritorno a casa del mio Holden non è stato del tutto fortuito. Se ne è fatta intermediaria mia moglie, che casualmente è collega della ragazza. Le è bastato chiedere il libro indietro per ottenerlo immediatamente: una semplice richiesta, quella che a me era parsa impossibile per anni.

Mia moglie ha avuto l’opportunità unica di farmi un regalo del tutto inaspettato, permettendomi di tornare in possesso della copia sottolineata dell’Holden. Ma ha avuto anche l’occasione di sfrugugliare nella mia vita adolescenziale, e di verificare quale tipo d’interesse eventualmente la tizia in questione avesse provato o potesse ancora provare per me, e io per lei: insomma, ha attivato quel gusto sommerso di indagare nel passato del proprio compagno che non è esclusivo, ma è senz’altro tipico delle donne, e che prescinde dal fatto che ci siano sospetti di rimpianti o meno. Ha realizzato un capolavoro. Spero non mi fraintenda – anzi, sono certo che non lo farà –, ma è innegabile che il modo in cui si sono sviluppati gli eventi le abbia offerto un grosso vantaggio in quella eterna partita a scacchi che è il matrimonio.

Il cerchio intanto si è chiuso: un’assenza sofferta è divenuta presenza tranquillizzante nella mia libreria. Ho eliminato la copia surrogato acquistata dopo lo smarrimento e ho reintegrato al suo posto la vecchia edizione Einaudi un po’ sgualcita, con il quadrato bianco in copertina.

La ragazza, ormai donna e madre, Il giovane Holden lo ha letto e riletto (lo ha confermato a mia moglie), e lo dimostra anche lo stato di consunzione del libro. Per un feticista dell’oggetto libro sarebbe un colpo al cuore, mentre per me ha acquisito un valore infinitamente maggiore che se fosse rimasto a dormire inutile per tutti questi decenni nello scaffale della letteratura americana.

I libri vanno infatti affidati a chi riteniamo degno della loro lettura. Certo, la separazione è dolorosa, spesso si ha il presentimento che possa essere definitiva. Ma a volte proprio la loro assenza induce a nuove letture, fa posto ad altri libri, apre a connessioni letterarie diverse e a nuovi sentieri. Un libro troppo sacralizzato rischia di creare dei recinti e di chiudertici dentro: la distanza, magari anche solo momentanea, rende più laico il rapporto.

Il ritrovamento dell’Holden mi ha ad esempio incoraggiato a rileggerne alcune parti. Ho realizzato quanto sia, a tratti, lontano dal mio modo d’essere di oggi, ma ho anche compreso il perché all’epoca mi piacque tanto. La lettura non suscita più l’entusiasmo ingenuo di allora, non la stessa identificazione. I decenni trascorsi si sentono. Però hai molto più chiaro ciò che il libro ti ha trasmesso, e in questo caso ha trasmesso a milioni di altri lettori.

Io abito a New York, e pensavo al laghetto di Central Park, vicino a Central Park South. Chi sa se quando arrivavo a casa l’avrei trovato gelato, mi domandavo, e se era gelato, dove andavano le anitre? Chi sa dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chi sa se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelapesca dove. O se volavano via. 
J. D. SALINGER, Il giovane Holden, Einaudi 1961

Il ragazzo che si chiede dove vattelappesca vadano le anatre d’inverno, quando il lago gela, fa quello che tutti i giovani in un modo o nell’altro fanno (o almeno, facevano): si pone delle domande apparentemente assurde, dei quesiti senza risposta, che lo inducono comunque a immaginare un mondo differente, un pensare ed un agire non “conformi” . Gli adulti non si pongono questo genere di domande perché devono badare alle esigenze quotidiane, hanno la mente piena di apprensioni e ben poco tempo per fantasticare sul dove vadano le anatre d’inverno.

Ma non sempre. Io, per mia fortuna, non ho smesso di cercarle ogni tanto, quelle maledette anatre …

Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia. 
J. D. SALINGER, Il giovane Holden, Einaudi 1961

Lo so che è una pazzia. Lo so benissimo anch’io, come so che Holden è sostanzialmente un inconcludente, uno che attende che il mondo gli passi accanto per afferrarne qualche brandello, senza avere la benché minima idea di cosa realizzare nella vita.

Ma come si fa a resistere all’assurda e poetica immagine che va a scovare per descrivere il mestiere che vorrebbe fare, un mestiere unico nel suo genere: l’acchiappatore nella segale, colui che trattiene i bambini che corrono nella direzione sbagliata, verso il dirupo. Ci sono degli innocenti, inconsapevoli del pericolo che sta loro davanti, più fragili ancora del protagonista (che è tutto dire). E lui fa la differenza, con un gesto semplice ma decisivo, perché comprende quale possa essere la deriva, e agisce.

Lo fa a suo modo, acchiappandoli prima che la voragine delle scelte di vita sbagliate li inghiotta. Ai bambini offre una seconda possibilità, una differente visione di sé stessi e della situazione in cui si stanno cacciando. Ammette anche i suoi limiti, quando afferma appunto “Lo so che è una pazzia”. Sa che nessuna altra opportunità potrà salvarli, senza una volontà di cambiamento da parte loro.

Esistono ancora acchiappatori capaci di suggerire una visione difforme del comune pensiero? Lo spero tanto, perché altrimenti la segale che abbiamo davanti agli occhi ci impedirà di vedere il burrone verso cui ci dirigiamo.

Io intanto mi piazzo in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco


Collezione di licheni bottone

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Centouno motivi (e altrettanti modi) per salire il Tobbio

di Paolo Repetto, 29 giugno 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Del Tobbio ho scritto già innumerevoli volte, ma forse l’ho dato sempre per scontato. Ora, scontato in una qualche misura lo è, per me che lo scorgo in ogni stagione dalle finestre dello studio e della camera da letto, e anche per chi, se pure non lo ha quotidianamente presente, lo ha frequentato abbastanza da iscriverlo nella geografia della propria mente: ma non lo è per chi non lo ha ancora salito, o lo ha solo intravisto di lontano, o addirittura non lo ha visto mai. E allora, mi sono detto stamattina, bisogna provvedere.

La voglia di scrivere questo pezzo mi è venuta mentre stavo salendo in perfetta solitudine, in una splendida giornata di sole, a parecchi mesi dall’ultima ascensione. Una volta non era così, andavo almeno una volta la settimana, era diventato quasi un rituale. Ho smesso quando mi sono accorto che rischiava di diventare davvero tale, che cominciavo a sentirlo più come un dovere che come un piacere, e che questo era l’esatto contrario di un sano rapporto col monte. Non ho dovuto sforzarmi molto. Le gambe avevano preso a marcare la fatica della salita, le ginocchia a soffrire le percussioni della discesa. Ora ci torno solo quando sono veramente ispirato, e neppure sempre, perché ai conti con le gambe e le ginocchia si sono sommati quelli più generici con l’età, e il disavanzo cresce a ritmi da debito italiano.

Dunque, pensavo: i dati essenziali li fornisce già il catalogo redatto per la mostra 51 vedute del monte Tobbio, venti e passa anni fa. Ci sono le motivazioni degli appassionati, dall’ottocento ad oggi, un sacco di immagini che mostrano la montagna in tutti gli abiti stagionali, le statistiche, i percorsi possibili, la fauna, la flora, persino una breve storia della chiesetta e del rifugio. Cosa manca, allora? Oggettivamente non manca nulla, dagli aficionados il Tobbio è stato studiato e descritto quanto l’Everest dai collezionisti di ottomila: ma soggettivamente, per quanto riguarda il mio personalissimo rapporto col monte, manca una sintesi che metta assieme tutti i tasselli di cui parlavo sopra: e che offra a me motivo di chiudere una volta per sempre la frequentazione scritta. Non quella fisica, naturalmente.

Non posso quindi prescindere da quanto sul Tobbio ho già detto. E dal momento che l’età non pesa solo sulle gambe, ma induce anche una certa pigrizia nella scrittura, mi torna comodo riproporre integralmente in apertura un “ritratto” abbozzato appunto venti anni fa. Ormai lo faccio spesso, pur sapendo che quando si scade nell’autocitazione si evidenzia una perdita di freschezza: ma il fatto è che non mi piace ripetere le stesse cose, anche perché senz’altro lo farei peggio. Il brano si intitola “Dalla vetta”, ed è comparso nella raccolta “Appunti per una riforma della filosofia yamabushi”.

 

“A chi gli chiedeva perché si ostinasse a voler salire l’Everest, George Mallory rispondeva: perché è lì. Fatte le debite proporzioni, la risposta di Mallory spiega perfettamente il rapporto che un sacco di persone, me compreso, hanno col Tobbio. Ti vien voglia di salire sul Tobbio perché è lì, incontestabilmente. Non puoi fare a meno di vederlo, ovunque tu sia nel raggio di una cinquantina di chilometri. Ogni volta che torni verso casa è la prima sagoma che scorgi, inconfondibile. Sai di essere sulla strada giusta. Lo rivedi e ti chiedi: chissà come sarà, lassù. Ti viene voglia di salirci, lassù, di andare a vedere com’è. E se anche ci sei stato la settimana prima, o due giorni prima, ti vien voglia lo stesso, perché sai che domani sarà diverso, sarà diverso il tempo, sarai diverso tu, saranno altri quelli che incontrerai in cima o lungo il sentiero. Tutto qui. Non ho mai trovato una pepita d’oro tra le rocce del Tobbio, né il colpo di fulmine nel rifugio, e neppure sono stato illuminato sulla direttissima. Ho trovato quello che ci portavo, entusiasmo qualche volta, rabbia qualche altra, speranze, delusioni. Non le ho scaricate lì, da buon ecologista, ma stranamente nella discesa ero più leggero. Sapevo di aver fatto la cosa giusta, una volta tanto.

La sacralità di una montagna non è proporzionale alle sue dimensioni, alla sua altitudine o alla sua inaccessibilità, ma piuttosto al significato che essa riveste per le popolazioni che vivono alla sua ombra o nel raggio della sua visibilità, o per gli individui che la salgono. In questo senso, sempre avendo chiare le proporzioni, e con un po’ di ironia, la sacralità del Tobbio non ha nulla da invidiare a quella del Kailas, del Fuji o del Meru. Il difetto di esotismo è pienamente compensato dalla paterna confidenza, mista al senso di rispetto, che spira dai suoi costoni. Il Tobbio è diverso, è speciale, e la sua diversità è avvertita da sempre, tanto da aver rivestito di un’aura di leggenda una vetta accessibile e modesta.

L’eccezionalità del Tobbio è legata ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E il suo stagliarsi nitido, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

La riconoscibilità è la prima caratteristica del Tobbio, forse la principale, ma non è l’unica. Ribaltando il punto di osservazione, trasferendolo a fianco della chiesetta sommitale, si gode di un panorama a trecentosessanta gradi che bordeggia il mar Ligure, in certe giornate eccezionali partendo dalla Corsica, sale lungo la cresta delle Marittime, incrocia il Monviso, si allarga al Bianco e al Rosa, e si stempera nelle Retiche, fino al Bernina. Un vero ombelico del mondo, o almeno di questa piccola fetta. Per un fortunato gioco di cortine naturali non si scorgono di lassù le cicatrici e le croste lasciate dall’uomo sulla pelle della terra, cave, autostrade, discariche, gallerie, e anche il peso della sua stupidità appare per un momento ridimensionato. Realizzi che il Tobbio è lì da prima che la nostra specie potesse scorgerlo, e ci sarà ancora quando non potrà più farlo.

Ma soprattutto ti sorprendi a pensare che altri, un paio d’ore o un paio di secoli prima, hanno visto ciò che tu stai vedendo, e senz’altro hanno provata la stessa emozione, perché diversamente non si sarebbero presa la briga di salire. Ed è questo, probabilmente, che ti fa scendere più leggero”.

 

L’essenziale c’è già tutto, e mi rendo conto che avrei potuto benissimo riproporre semplicemente il pezzo e chiuderla lì, evitando la ridondanza. Ma la salita di stamattina è stata lunga, l’ho presa piuttosto bassa: in compenso ho avuto tanto tempo per riflettere, per riesumare episodi, aneddoti, sensazioni che non voglio nuovamente perdere, e che tenterò di riversare in queste pagine. Quindi tengo come testo base della mia dichiarazione d’amore per il Tobbio quello di vent’anni fa, mentre il resto, ciò che andrò ad aggiungere, sono solo postille e corollari.

Il primo motivo che cito nella professione di fede è di carattere ontologico. Il Tobbio merita di essere salito perché esiste, e perché è fatto in un certo modo. Tutte le alture dei dintorni meritano senz’altro uno sforzo per cavalcarle: ma nessuna offre la stesse gratificazioni. Con la sua conformazione, che lo fa sembrare una montagna vera, o almeno è in linea con l’idea che abbiamo sin da piccoli di una montagna, il Tobbio sembra sfidarti. Lo si vede spuntare un po’ dovunque: incombe da vicino sui laghi della Lavagnina, si staglia dietro le prime colline dalla piana della Caraffa, e più remoto dai contrafforti collinari alle spalle di Ovada. Insomma, non si può fare a meno di vederlo, fermo lì, che aspetta. Ti aspetta.

Immaginate quale sfida sia stata per me che, ripeto, me lo trovavo di fronte nel nitore dell’alba ad ogni risveglio e illuminato da una luce rosacea ad ogni tramonto. Eppure, il primo tentativo di salirlo fu un disastro. L’occasione era quella di un breve campeggio alle Capanne di Marcarolo, con il viceparroco (lo stesso che fece da arbitro alle olimpiadi lermesi) e una decina di amici. La ricordo come un’esperienza orribile, perché assieme a mio fratello, che non aveva più di sette o otto anni, dormimmo per due notti in una tenda a telo unico senza pavimento, con una sola coperta in due. Credo sia stata l’unica volta in vita nostra in cui ci siamo abbracciati, per cercare di combattere il freddo. Quando affrontammo la salita non avevamo la minima idea del sentiero (eravamo sul versante del ponte Nespolo). Attaccammo i contrafforti in ordine sparso e nel giro di dieci minuti eravamo già dispersi lungo tutto il costone. A metà, forse anche prima, io e Gianni rinunciammo. Non fummo gli unici: arrivarono in vetta solo in tre, compreso il viceparroco, e mi chiedo ancora oggi come abbiamo fatto a ritrovarci tutti, a fine pomeriggio, in riva al Gorzente.

Prima di arrivare ad una salita vera trascorsero altri dieci anni. Questa volta ero con una ragazza, e fu subito passione. Ma per la montagna. Quella della gita al Tobbio da proporre alle fanciulle con cui flirtavo divenne una consuetudine. Non c’erano secondi fini, pensavo davvero di offrire loro un’esperienza eccezionale: ma inconsciamente ne avevo fatto una sorta di test di compatibilità. Devo ammettere che risultò fin troppo selettivo. Ricordo che una delle ragazze, ancora stravolta dall’acqua e dal vento che avevamo beccato sulla cima, mi disse che davvero era stata un’esperienza eccezionale, ma che la considerava anche irripetibile: e mi diede il benservito.

Andò meglio con i miei studenti. Fin dai primi anni di insegnamento propagandai la gita al Tobbio come sacrificio propiziatorio per l’esame di maturità, da replicarsi in caso di esito positivo come rito di ringraziamento. Avevo anche cominciato a capire che ad alcuni, non solo alle ragazze, la scarsa abitudine alla fatica poteva creare qualche difficoltà, e ad affinare le mie doti di motivatore. Tanto che ad un certo punto furono gli studenti stessi a chiedere di ripetere il rito, o di anticiparlo anche ai primi anni di corso. Col tempo poi, e con la loro uscita dalla scuola, il Tobbio divenne l’occasione per cementare sentimenti veri d’amicizia. I Viandanti sono nati lungo i suoi costoloni.

La terza fase fu quella familiare. Emiliano salì in vetta a sei anni in meno di un’ora, percorrendo da primo tutto il sentiero. Non fu immediatamente contagiato dalla mia malattia, e attese parecchio prima di tornarci: ma da quando a sua volta è padre ha riscoperto il valore unificante di quelle salite, e mio nipote vanta senz’altro tra i suoi coetanei il maggior numero di ascensioni. Di Chiara ho una bella foto davanti al rifugio: a meno di tre anni aveva fatto metà del percorso sulle proprie gambe. Elisa lasciò secco un amico continuando a girare come una trottola attorno al rifugio, dopo aver macinato, anche lei attorno ai quattro/cinque anni, tutta la salita. E dieci anni dopo ha annichilito me quando, a un certo punto del sentiero, mi ha detto: “Beh, io adesso vado”, e mi ha lasciato a guardarla svanire rapidamente in alto.

Ma non c’erano solo i famigliari. Sono moltissime le persone che ho accompagnato in cima. Andavo orgoglioso di essere considerato un esperto dei sentieri e delle condizioni ottimali di salita. Mi piaceva anche il fatto che, diversamente da quanto accadeva con gli studenti e con i famigliari, rispetto ai quali esisteva comunque un (motivato) sospetto di coercizione, in questo caso i postulanti si rivolgessero a me spontaneamente. Non provavo quindi sensi di colpa nel vederli magari arrancare, ma sentivo solo la responsabilità di far loro adeguatamente apprezzare ciò che stavano facendo.

Alcune di quelle spedizioni sono rimaste memorabili, nel senso che ancora oggi trovo ogni tanto qualcuno me le ricorda. Di una salita notturna prenatalizia, lungo il sentiero completamente innevato, rammento la fila delle luci, nel buio totale, qualche tornante più in basso. In quell’occasione ci eravamo muniti di lanterne vere anziché di torce elettriche, e le vedevo avanzare lente, là in fondo, mentre con altri due sherpa carichi di legna e di cibarie guadagnavo il rifugio, per accendere la stufa. Un’immagine da antica fiaba.

Nel corso di un’altra escursione la figlia di una coppia di amici si slogò malamente una caviglia. Eravamo più prossimi alla vetta che alla base, per cui decisi di caricarmela sulle spalle e portarla in cima. Per fortuna, anche se aveva ormai superata l’adolescenza, non pesava più di cinquanta chili. La parte difficile venne però al ritorno, quando dovetti scendere al buio, con la povera ragazza appollaiata sulle mie spalle, cercando di non catapultarla di lassù sulle pietre del sentiero. L’ho poi incontrata dopo trent’anni, naturalmente senza riconoscerla, mentre lei mi aveva identificato subito: e ho scoperto che quell’episodio era ancora impresso nella sua memoria, ricordava particolari che a me riuscivano completamente nuovi e aveva persino epicizzato una vicenda in realtà solo un po’ faticosa.

L’impresa vera però, quella di cui vado giustamente fiero, è stata di portare in vetta al Tobbio la mia vicina di casa, l’ex-fornaia Pina. Nel periodo in cui frequentavo settimanalmente la montagna la trovavo ogni volta, al rientro, a chiedermi dal suo terrazzino notizie sul percorso, e a rammaricarsi di non essere mai salita al Tobbio, anzi, di non averlo nemmeno visto da vicino. E io continuavo a ripeterle che non è mai troppo tardi, fino a quando decisi, prima che lo diventasse davvero, di prenderla in parola. Alla cosa ostavano sia la stazza, oltre il quintale, sia l’età, non più giovanissima, ma riuscii a convincere anche i suoi familiari (e fu questa la parte più difficile). Avrei dovuto filmare quella salita. In poco più di tre ore Pina, un po’ tirata dal marito, un po’ spinta dai figli, un po’ arringata e stimolata dal sottoscritto, arrivò in vetta. Aveva superato ogni limite umano di fatica, era stravolta ma raggiante. Quando la sedemmo in macchina dopo altre tre ore di discesa confessò che a quel punto avrebbe potuto tranquillamente anche morire. Invece è ancora viva e vegeta, e ha raccontato la sua salita al Tobbio a mezza provincia, prendendosi il gusto maligno di rimproverare a chi mai ci ha provato: “Ma come, se sono andata su persino io!”.

 

Nelle salite di cui ho parlato sino ad ora la motivazione più forte era quella del proselitismo: far conoscere a più persone possibile il piacere che quella montagna può offrire, senz’altro per gli spettacoli naturali che ti squaderna davanti, ma soprattutto per la fatica che impone per conquistarli: studenti, famigliari, semplici conoscenti, sono sempre scesi con la coscienza di avere ottenuto una vittoria, non sulla montagna, ma su se stessi.

Salendo con gli amici, invece, gli stimoli sono completamente diversi. Non devi convincere o rassicurare o spronare nessuno, puoi abbandonarti al piacere della conversazione, dello scherzo, magari, perché no, anche dell’assoluto silenzio, quando ti rendi conto che le parole guasterebbero l’atmosfera. In questo caso si può anche arrischiare la novità, la ricerca di qualche passaggio inedito e più complesso. Un anno abbiamo risalito con Fabio praticamente tutti i canaloni, da ogni versante, scoprendo che anche il Tobbio può riservare scariche di adrenalina. Arrampicando lungo una cascatella ghiacciata finii di sotto, in una conca d’acqua sufficiente ad infradiciarmi tutto, e dovetti praticamente correre sino alla vetta per accendere la stufa e scongelare gli indumenti che indossavo. Con Giuseppe siamo invece saliti un giorno in cui ghiacciava anche il respiro, rischiando di volar via sul verglass ad ogni passo. Con Franco poi credo di aver davvero sperimentato ogni possibile versione del Tobbio, con qualche incursione anche nel paranormale.

Messa così sembra però che io sia sempre salito in compagnia. È vero il contrario. Almeno i due terzi delle mie ascensioni si sono svolte in solitaria. Salire il Tobbio è bello comunque, e con la compagnia giusta può diventare addirittura esaltante, perché la cadenza lenta del passo favorisce lo scorrere di riflessioni, osservazioni, domande, ecc. Ma il monte stesso si rivela un ottimo interlocutore quando lo avvicini da solo.

Le ascensioni solitarie sono anzi quelle che rispondono al più vasto spettro di motivazioni. A volte, come stamattina, è lo splendore della giornata a farti decidere. Pensi: se è bello qui, chissà come deve essere lassù. In altri casi la cosa parte da dentro, hai una motivazione petrarchesca (“Solo e pensoso …”), un bisogno di solitudine mesta, oppure, al contrario, celebri con la salita una qualche gioia, quasi a volerla condividere con il più discreto degli ascoltatori. Talvolta, soprattutto ultimamente, è l’espediente per fare un bagno nei ricordi: ogni pietra del sentiero può suscitarne uno. Ma i motivi possono essere anche più prosaici: io uso spesso il Tobbio come termometro del mio stato di salute, e l’effettuare una buona salita ha anche un effetto terapeutico, tanto sul fisico che sul morale.

Non mancano naturalmente anche le motivazioni agonistiche, meno confessabili per uno che vuol passare per una persona seria, e quindi da soddisfare in segretezza. Per un certo periodo mi ero incaponito ad effettuare salita e discesa in cinquanta minuti, (che non è poi un grande exploit: Sergio, il figlio di Franco, impiegherebbe la metà del tempo – ma Sergio appartiene a un’altra razza, era un fuoriquota già a dieci anni) e ho trattato il Tobbio come un avversario, cercandone i punti deboli, forzando i passaggi, studiando le linee di percorrenza più dirette. Alla lunga com’era logico ha vinto lui, ma alla sua maniera magnanima, facendomi riscoprire i veri piaceri della salita. Ci siamo immediatamente riconciliati.

Un significato diverso bisogna però riconoscere ad altri tipi di performance alle quali il Tobbio ti induce, non sportive ma, come si dice oggi, di survival. Se sali dopo una nevicata che ha coperto con una coltre di due metri anche gli sparuti pini della fascia bassa, sprofondando ad ogni passo e impiegandoci magari quattro ore, conosci una montagna completamente diversa. Lo stesso accade per una salita compiuta in immersione totale nella nebbia più fitta, che rende irriconoscibili anche i riferimenti più evidenti, quei passaggi che hai compiuto centinaia di volte. Non temi di esserti perso, sai benissimo che volgendoti in discesa da qualche parte comunque finirai, in un rituale o su una strada, ma il non riconoscere le cose note ti inquieta, mina le tue certezze di avere comunque in mano la situazione: e d’altra parte ti fa intravvedere, proprio perché nasconde quelle reali, le altre infinite possibilità d’essere del paesaggio.

Ciò che più ti sorprende, però, è trovare anche in situazioni un po’ esasperate altri con la tua stessa motivazione. L’ennesima conferma che il Tobbio è anche un luogo privilegiato di incontri. È privilegiato perché difficilmente ci trovi degli imbecilli. L’imbecille di norma non ama una fatica che gli appare del tutto gratuita, quindi preferisce rimanere a valle. E comunque, mal che vada, se anche ce lo trovi difficilmente è a suo agio; la stanchezza un po’ lo inibisce, l’ambiente non si presta all’esercizio della stupidità e anche gli interlocutori sono poco disponibili a tollerarla.

Esiste invece, al contrario, una sorta di comunità di frequentanti, i puri, i “sublimi maestri perfetti” della tradizione catara, che magari si sono incrociati solo un paio di volte, ma rimangono in costante contatto spirituale, anche attraverso il diario di vetta. Ogni volta che salgo vado a verificare l’ultima presenza di Michele Magnone, che invariabilmente risale al giorno prima o al giorno stesso. Michele lascia pochissimi segni, ma inconfondibili: temperatura, situazione meteorologica, vento. Nessun commento. Sale tutti i giorni, con qualsiasi condizione atmosferica, da un paio di decenni. Un’assenza di quindici giorni, qualche anno fa, era giustificata da un’escursione nel gruppo del Monviso. Si era preso una vacanza. Michele ha stracciato tutti i record, ma non cerca affatto un posto nel Guinnes dei primati, altrimenti sarebbe appagato da un pezzo. Nemmeno aspira ad un ruolo di guru, o ad una visibilità conferita dalla stranezza, anche se suo malgrado ha delle fans che gli chiedono il selfie. Il Tobbio gli è proprio entrato in vena, e un po’ di merito, o di responsabilità, a seconda dei punti di vista, ce l’ho anch’io, perché è con me che ha cominciato a salire, mezzo secolo fa.

L’incontro non lo cerchi, ma sotto sotto te lo aspetti. Rappresenta un valore aggiuntivo. Non solo perché è sempre possibile, a volte sorprendente, a volte commovente, ma per come avviene. Non senti la rarefazione dell’aria, lungo i sentieri o sulla vetta, in fondo sono solo poco più di mille metri: ma agisce una rarefazione del linguaggio. Gesti e parole si riducono a quelli essenziali, come accade in alta montagna, senza però che a dettarli sia alcuna urgenza o difficoltà. In sostanza, non c’è spazio per sparare palle o cretinate, ma ce n’è a sufficienza per comunicare in maniera sentita e spontanea, sia con i vecchi conoscenti che con gli sconosciuti. Non ricordo di essere mai sceso pensando “Ma che razza di idioti!”, cosa che invece mi accade troppo spesso in pianura.

La community funziona a volte in maniera sorprendente. Un giorno, approdato in vetta in mezzo a una tormenta di neve, ho trovato nel rifugio un gruppo ligure stretto attorno alla stufa. Al momento della presentazione ho colto delle espressioni di stupore, fino a che una delle escursioniste mi ha chiesto: “Ma è quel Paolo Repetto?” Mi sono fatto spiegare la cosa ed è venuto fuori che il mio nome era abbastanza conosciuto nei club tobbistici d’oltre-appennino, non fosse altro per l’iniziativa di recupero del rifugio portata avanti col CAI di Ovada, ma che le mie attività ascensionali erano confuse con quello di un omonimo ovadese, un bravissimo e sfortunato ragazzo che per un certo periodo venne a sfogare le sue crisi sentimentali sul Tobbio, salendo persino tre volte in un giorno e lasciando sul quaderno di vetta delle poesie di Baudelaire e di Mallarmé. Si era pertanto diffusa in quel di Voltri la voce che mi fossi bevuto il cervello, e quando ho chiarito la faccenda mi sono parsi tutti riconfortati.

Penso però a questo punto di aver postillato sin troppo, e di doverci dare un taglio. Riassumo quindi, molto sinteticamente, poche altre banalissime considerazioni.

Uno dei motivi più evidenti che giustificano la diffusa devozione per il Tobbio è che si tratta di un monte per tutte le stagioni. L’ideale sarebbe salirlo almeno quattro volte l’anno, in condizioni climatiche diverse, per coglierne almeno in parte la gamma di sfumature, sensazioni, colori, suoni, odori. E di ripetere l’operazione tutti gli anni, per cogliere anche le variazioni nostre, e gli umori, stagionali e non. È l’esatto contrario della terapia del lettino dello psicanalista: costa molto meno e risulta senz’altro più efficace.

Un altro motivo sta nel fatto che si tratta comunque, se si rispettano i sentieri e non si lasciano in giro immondizie, della pratica meno devastante oggi possibile nei confronti della natura. Non si inquina l’aria, non si erode nulla, non si tagliano alberi e non si disturbano animali. Questo naturalmente vale per una pratica corretta. A scoraggiare quelle scorrette dovremmo quindi impegnarci, con l’esempio ma non solo, tutti quanti. Se invadono anche questo spazio (“loro”, fuoristradisti, pubblicitari, antennisti, logistici, ennevalichisti, valorizzatori del territorio, il futuro insomma) non ci rimane più nulla.

Un ultimo riguarda il fatto che salendo sul Tobbio si ripete un gesto possibile tale e quale dieci o venti o centomila anni fa, e che spero possa essere ancora compiuto tra altri diecimila. Le condizioni sono più o meno le stesse, la maggiore funzionalità odierna dell’equipaggiamento è compensata dalla minore abitudine a camminare o a sopportare le temperature. Non so se i primi sapiens fossero interessati a salire le montagne, avevano disponibile per le loro esplorazioni tutto un mondo più comodo e più ricco di opportunità per la sopravvivenza. Se qualcuno però lo ha fatto è quello di cui ho visto stampata l’ombra, stamattina, contro il muro esterno del rifugio. Non c’era nessun altro, ma non ero solo.

Non poteva essere che lui.


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