Ritratto del viandante da cucciolo

di Marco Moraschi, 22 settembre 2018,da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Introduzione di Paolo Repetto

Lo schizzo autobiografico che segue non è un selfie realizzato con altri mezzi. Nasce da una precisa sollecitazione rivolta al suo autore: volevo capire qualcosa del rapporto che un “nativo digitale”, sia pure della primissima ora, ha intrattenuto con ciò che si lascia alle spalle, la scuola, e delle aspettative che ripone in ciò lo aspetta, la vita “adulta”. Da quando la scuola l’ho lasciata anch’io, dopo sessant’anni, non ho molte occasioni per frequentare e osservare da vicino questa generazione (e i figli per queste cose non fanno testo). Ciò che mi arriva è solo quanto riportano i giornali e la televisione, in qualche caso quanto gira sui social: fonti assolutamente inattendibili, che tuttavia riescono lo stesso a creare una sensazione di vuoto o di tristezza assoluta.

Marco lo conoscevo bene più di tre lustri fa, e posso assicurare che era davvero pestifero e ipercinetico come lui stesso si racconta. In seguito l’ho ri-visto saltuariamente, ogni volta stupendomi della trasformazione in atto, di come stesse incanalando in positivo tutta quell’energia. E non è un caso iso-lato: conosco diversi suoi coetanei che hanno fatto lo stesso percorso. Forse sono solo fortunato, o forse varrebbe la pena rivedere un po’ il discorso sull’influenza che la scuola e la famiglia possono ancora esercitare, alla faccia della loro conclamata crisi e dello strapotere degli altri canali formativi.

Per intanto, godetevi assieme a me questo pezzo: è raro ascoltare la voce di qualcuno che non si sente in credito con la vita, non cova rancori, non si atteggia a vittima della società, sa di doversi assumere delle responsabilità ed è pronto a farlo. È raro, ma non perché Marco sia un esemplare unico, da WWF: è solo perché questi qualcuno hanno un sacco di cose da fare, hanno progetti per sé e per gli altri, vogliono dare un senso alla propria esistenza, senza aspettare che arrivi loro con lo spirito santo, e quindi non possono e non vogliono concentrarsi sul proprio ombelico (che sta in mezzo alla pancia), e preferiscono far girare il cervello.

Magari non li vedremo in tivù, ma ci sono: e ciò è sufficiente a far saltare ogni alibi per l’atteggiamento rinunciatario col quale troppo spesso assistia-mo passivi allo sfascio. C’è speranza, finché circolano viandanti di questa specie.

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Non è ancora chiaro quando tutto ebbe inizio. Che le cose andassero male era già abbastanza evidente da alcuni mesi, quando quella povera donna di mia madre scoprì che doveva stare immobile nel letto se non voleva perdere la sua immensa creatura. Sicuramente, però, le cose precipitarono martedì 06 settembre 1994, alle 15.30 circa. A quell’ora di un pomeriggio di fine estate non si ha voglia nemmeno di digerire, figuriamoci di dare alla luce un figlio. Pensate quale sorpresa devono avere avuto in sala parto quando hanno scoperto che a nascere ero proprio io. Non che fossi tanto più bello degli altri, anzi, a giudicare dalle foto ero abbastanza rachitico, il figlio brutto di Mortimer Mouse. Però, insomma, ero proprio io. Naturalmente i miei genitori non potevano saperlo, che ero proprio io intendo, altrimenti mi avrebbero dato subito in adozione.

Fu quindi così che cominciò la mia vita. I primi tre anni non li ricordo, e forse meglio così. Pensate che imbarazzo ricordarsi le moine di nonni, genitori e amici che ti parlano come fossi il capostipite del genere homo, una scimmia antropomorfa con un cervellino di 510 cm3. I primi ricordi risalgono ai tempi dell’asilo, quando avevo almeno una fidanzata ed ero il bullo della sezione Coccinelle. A quanto mi dicono tiravo i giocattoli mentre gli altri mettevano in ordine, mi spalmavo lo stracchino in faccia come fosse schiuma da barba e sputavo nel piatto degli altri bambini per mangiare anche la loro porzione. Quali desideri volete che abbia un bambino così, vivevo più o meno alla giornata, ma fin da subito fu chiara una cosa: dovevo avere qualcosa da fare. Se la mia mente era impegnata in una qualunque attività, che trascendesse ciò che io ritenevo essere “la noia”, le persone intorno a me potevano almeno sperare di godersi la tranquillità che avevo loro tolto.

Le mie prime gesta sono tutto sommato abbastanza banali, ho superato l’asilo con la media del 6 e le mie aspirazioni erano di diventare pompiere, allenatore di Pokemon e altri classici sogni dei bambini di quell’età. Le cose iniziarono a migliorare con le scuole elementari, quando trovai a tentare di educarmi due maestre straordinarie: Laura e Manuela, è giusto che i loro nomi vengano qui ricordati a futura memoria di ciò che hanno sofferto in quegli anni. Poco alla volta riuscirono a tirare fuori da quella peste esagitata un bambino abbastanza tranquillo, studioso e curioso. Dalla regia in verità mi suggeriscono che il processo non è probabilmente terminato, e che dietro un’apparenza tranquilla e diligente nascondo un carattere ribelle e anarchico. Visto che questo è il mio racconto, credete a me: sono fin troppo equilibrato. Ma torniamo alle elementari. Ho ricordi molto piacevoli di quel periodo, andavo d’accordo coi compagni di classe, venivo perfino invitato alle feste di compleanno degli altri bambini. È stato un periodo molto positivo, che credo abbia scolpito una buona parte dei pezzi di cui sono ora composto. Verso la quarta – quinta elementare, avevo aspettative per il mio futuro decisamente diverse rispetto ai primi tempi della scuola materna: desideravo diventare archeologo, paleoantropologo e zoologo erpetologo (lo so, non si è mai sentito nessun bambino dire “Voglio fare lo zoologo erpetologo”, ma ve l’ho detto fin dall’inizio che io sono io, no?).

Superata anche la quinta elementare, è iniziato un periodo abbastanza insulso della mia vita, poco stimolante, forse per confronto rispetto al periodo precedente. Intendiamoci, andavo sempre bene a scuola, che poi significa semplicemente che facevo il mio dovere, niente di straordinario, ma non ho ricordi piacevoli delle scuole medie. È un’età un po’ stupida in effetti, o per lo meno lo è stata per me e, combinazione, per tutti gli altri bambini che frequentavano la mia stessa scuola. Non offendetevi, per carità, ci siamo passati tutti. È un’età in cui non si è più bambini, ma non si è nemmeno ragazzi, si inizia ad essere maliziosi, a scoprire il sesso (non a farlo, per fortuna) e si tenta di entrare a gamba tesa nel mondo dei grandi senza averne i requisiti. Per fortuna dura solo tre anni. Da zoologo erpetologo il mio futuro lavorativo prevedeva in quel tempo di diventare sacerdote e, anzi, puntavo ai piani alti: volevo diventare papa. Dopo tanti anni, a vedere l’anticristo che sono diventato, viene da sorridere, ma tant’è: siamo la sommatoria delle infinitesime esperienze che viviamo. Sono fiero della persona che sono oggi e non cambierei un solo giorno. Nemmeno le scuole medie, tutto sommato ho avuto buoni professori, soprattutto quella di matematica (non se la prendano gli altri), che mi ha fatto scoprire la passione per le materie scientifiche.

E così si arriva al liceo. Prima del liceo, però, esattamente a metà tra la fine di un percorso e l’inizio di quello nuovo, è successo un altro fatto incredibile, il secondo della mia vita. Il primo è stato quando sono nato, ricordate? Il secondo il 24 agosto 2008, quando ero poco più di un bambino e all’improvviso mi sono scoperto uomo. Ero ancora immaturo, cristiano e senza barba, ma è stata quasi una seconda nascita, un rito di passaggio all’età adulta: ho conosciuto mia moglie. Tranquilli, i miei genitori non hanno programmato il mio matrimonio così in anticipo per liberarsi finalmente del loro secondogenito, mi sono semplicemente innamorato e fidanzato con una ragazza straordinaria. L’evento è incredibile per almeno tre ragioni, che è bene riassumere per capire chi sono. La prima è che, ormai lo avrete capito, anche se non lanciavo più i giocattoli, la mia testa era sempre la stessa ed è quindi incredibile che una ragazza si sia innamorata di me. La seconda è che fino ad allora non avevo mai guardato le ragazze, probabilmente in segno di protesta per essere nato in una famiglia con due sorelle. Ilaria era dunque la prima (a parte la fidanzata dell’asilo, è valida o no?). E la terza è che dopo più di dieci anni siamo ancora insieme. Incredibile, ve l’avevo detto.

Eravamo quindi rimasti al liceo. Se le medie sono state l’inferno (si fa per dire) e le elementari il paradiso, il liceo è quanto di più simile al purgatorio riesco a immaginare. È un posto sufficientemente bello per non essere chiamato inferno, ma sufficientemente difficile per non essere il paradiso. Un limbo a metà tra la “spensierata giovinezza” e l’età adulta, in cui cerchi di capire chi sei e a quale mondo appartieni. Per dovere di cronaca, essendo seri, occorre dire che ho trovato professori straordinari. Mi hanno insegnato a credere nelle mie capacità, mettendomi alla prova con corse a ostacoli e salti con l’asta. All’epoca non ne ero ovviamente così entusiasta, ma a posteriori i brutti ricordi svaniscono, un po’ come quando muore qualcuno: si finisce sempre per parlarne bene, “ah che brava persona che era”.

Al liceo ho sicuramente consolidato le basi del mio carattere, della mia personalità, dei miei interessi. Ho amato la matematica e l’italiano, ho imparato a leggere la storia e a indagare il pensiero con la filosofia, ad ascoltare tutto il mondo con l’inglese e a pesare il cuore delle persone creandomi un’identità. Se ci pensate non esiste un’altra età della nostra vita così straordinaria come il liceo. E quindi vi renderete conto da soli che è un gran peccato che il liceo sia … una scuola. Presi tra verifiche e interrogazioni non riusciamo a goderci questo periodo straordinario in cui tutto ciò che ci è richiesto è di esplorare tutti i campi del sapere. Non abbiamo bollette da pagare, non dobbiamo misurarci con i problemi del nostro futuro, è un periodo di formazione e basta, in cui diamo un nome a ciò che siamo e che possiamo diventare. A posteriori il consiglio che mi darei è di preoccuparmi meno dei voti: studierei per imparare, approfondirei le cose che mi piacciono e tralascerei un po’ di più quelle brutte e noiose, vorrei aver avuto meno ansia da prestazione, vorrei essermene fregato un po’ di più di apparire come lo studente modello, sempre preparato, sempre studioso, per dedicarmi un po’ di più a scrivere le mie passioni, senza il terrore finale di un giudizio. In quarta liceo pensavo che da grande avrei indossato il camice: sarei stato un medico. In quinta liceo sapevo, o per lo meno, credevo di sapere cosa avrei voluto fare, avrei studiato ingegneria. Se c’è qualche ragazzo di quinta liceo che sta leggendo questo racconto, aprite le orecchie: non permettete a nessuno di darvi consigli non richiesti.

Il mio ultimo anno di liceo è stato una cantilena ripetitiva: devi scegliere una facoltà che ti dia molte opportunità di lavoro, che non ti precluda “delle porte” a priori, che ti permetta di trovare stabilità economica, così potrai sposarti, farti una famiglia, avere dei bambini, rigorosamente un maschio e una femmina, ed essere felice per tutta la vita, nei secoli dei secoli. Amen. Ecco, non so se capite cosa intendo. Non ho sentito nessuno che mi abbia consigliato di seguire il mio cuore e fare semplicemente ciò che mi piace e mi rende felice. Ho ascoltato esperti di orientamento che mi hanno spiegato le mirabolanti imprese dei loro straordinari mestieri, senza che nessuno mi spiegasse davvero cosa si studia in una facoltà piuttosto che in un’altra. Intendiamoci, ho scelto di studiare ingegneria “in totale libertà e consapevolezza” come si suol dire, ma vorrei che qualcuno mi avesse detto prima quali materie avrei affrontato, quali sarebbero state le difficoltà e non solo i vantaggi di questa o un’altra scelta. La verità, purtroppo, è che l’orientamento è il business di chi la spara più grossa, abbiamo messo in competizione scuole e università, che cercano di accaparrarsi clienti per la loro sopravvivenza, in una sanguinosa lotta a somma zero. Dopo cinque anni di ingegneria sono ormai quasi alla fine del mio percorso di studi. In questo momento non mi sento di dire con certezza di aver fatto la miglior scelta che potessi fare. Sono abbastanza soddisfatto, forse più per alcune persone che ho incontrato durante questi anni di università che non per ciò che mi sembra di avere imparato, per la verità abbastanza poco. Se non avessi intrapreso questo percorso non avrei conosciuto alcuni tra i miei amici più sinceri, non avrei potuto apprezzare alcuni docenti illuminati (due?) che hanno acceso in me una scintilla. Magari non avrei un blog, non mi sarei appassionato alla divulgazione scientifica e chissà cos’altro. Sicuramente non avrei letto una frase scritta sulla porta di un gabinetto al Politecnico, frase peraltro prostituita su internet nell’eterno presente della rete: “Gli studenti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere”. All’università ho trovato molta terra, ma poca benzina.

Grazie per essere arrivati fin qui. Per ora. Vi farò poi sapere com’è andata.

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