Piccoli Truman crescono

di Fabrizio Rinaldi, 4 settembre 2018da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Ma tu, che lavoro fai? Quando rispondo: coordino un gruppo di persone in una struttura educativa, quasi mai la spiegazione suscita una qualche curiosità nell’interlocutore. In genere è seguita da un silenzio quasi imbarazzato, dal momento che la domanda era stata posta per riempire del tempo durante una conversazione futile. È dunque un modo per liquidare velocemente discorsi inutili e dirottare l’attenzione dell’interlocutore verso altri, con cui commentare magari l’ultimo modello di SUV.

Ma non và sempre così. L’altro giorno il figlio adolescente di un’amica ha insistito: Sì, vabbé, ma che cosa fai tutto il giorno? Il suo era un interesse genuino, ma o non erano sufficientemente chiare le mie parole o non riusciva ad incasellarle nella sua griglia mentale dei mestieri: in fondo non era tra quelli manuali o ben riconoscibili. Allora m’è venuta alla mente un’immagine suggeritami da un collega: Hai presente il film “The Truman Show”? Ecco, io sono il regista di quel baraccone per bambini “Truman”. Ho colto nel suo sguardo lo sconcerto, ma qualcosa deve averlo capito. Cosa francamente non lo so, anche perché è un paragone un po’ azzardato: ma almeno mi sono liberato della sua curiosità.

La storia è nota: fin dalla nascita Truman è inserito in un programma televisivo che trasmette a sua insaputa ogni attimo della sua vita. Il bambino non sa di vivere dentro un mondo fittizio creato attorno a lui. Comincia a camminare, a parlare, si relaziona con gli altri, s’innamora, fino a quando prende coscienza che c’è altro oltre quel mondo, e vuole esplorarlo, ma tutti glielo impediscono.

Quando il film uscì molti ci lessero un preciso riferimento alla società attuale, nella quale i sentimenti, gli oggetti, la comunicazione e, in generale, le scelte quotidiane, sono ridotti a beni di consumo gestiti dalle aziende e dai governanti – in questo preciso ordine –,a fini di guadagno e di potere e a discapito dei reali bisogni e del benessere della comunità.

In effetti ci sono riferimenti al mito platonico della caverna, che narra di prigionieri cresciuti sin dalla nascita in quello spazio chiuso, incatenati con le spalle volte all’ingresso, ignari dell’esistenza di un altro mondo al di fuori. A loro è concesso solamente vedere le ombre della realtà esterna proiettate sulla parete di fondo come da una lanterna magica. Un giorno uno di essi viene liberato e condotto all’uscita, dove con un misto di paura e meraviglia scopre poco a poco le stelle, il verde dei boschi e infine la luce accecante del Sole. Resosi conto dell’inganno nel quale era vissuto decide di tornare nell’oscurità per far conoscere la verità ai suoi compagni: ma questi non gli credono, pensano che sia impazzito a causa di ciò che ha visto e alla fine lo uccidono. In pratica scelgono di continuare a vivere nella finzione piuttosto che affrontare i pericoli (e le responsabilità) comportati dalla verità.

Come nello show di Truman, i miei collaboratori ed io cerchiamo quo-tidianamente di governare quella caverna, che nel nostro caso è una struttura ricettiva per classi della scuola primaria o, in estate, per minori della stessa età: e facciamo sì che le “ombre” proiettate siano piacevoli, divertenti ed “educative”, secondo precetti e indicazioni condivisi non con loro, ma con adulti che credono d’interpretarne i desideri, le necessità e anche le frustrazioni.

Per il tempo del soggiorno, in genere, siamo bravi a predisporre una programmazione alternativa a quella scolastica, colma di attività di esplorazione e di conoscenza. Le “ombre” che mandiamo in “scena” sono escursioni nel territorio, laboratori manuali ed espressivi, giochi organizzati e guidati. Il tutto sta in piedi grazie ad un progetto educativo elaborato negli anni per permettere agli educatori di gestire la naturale tendenza dei bambini a sottrarsi alle regole imposte da altri: facciamo trascorrere loro un breve periodo in un contesto inusuale e contemporaneamente “straordinario”, che consente esperienze di autonomia e di responsabilizzazione che per molti rimarranno purtroppo uniche.

Qui hanno infatti l’opportunità di vivere in una comunità differente da quella scolastica, con coetanei che non conoscono e con cui, gioco forza, devono imparare a condividere i tempi, gli spazi e la reciproca presenza (aspetto diventato estraneo). Questo li porta a sperimentare anche frustrazioni e sentimenti raramente provati prima. Nel nostro “laboratorio” viene testata – e da noi governata– quella che Umberto Galimberti definisce la “risonanza emotiva dei comportamenti”: certi atti “trasgressivi”, magari tollerati nell’ambito familiare o addirittura in quello scolastico, in una collettività come la nostra non possono essere accettati, perché ne minerebbero il senso stesso. Quel freno che oggi molti ragazzi sembrano non conoscere più, a causa di un crescente analfabetismo emotivo, da noi si sviluppa quasi spontaneamente in virtù della forzata e ritualizzata condivisione di un’esperienza che inizia sin dai primi gesti del mattino, dallo svegliarsi e dal lavarsi i denti assieme.

Questo apparato in linea di massima regge e funziona: tant’è vero che abbiamo alti “indici di gradimento”. Anche qui – come in ogni programma televisivo e quasi in ogni lavoro – l’impegno e l’aderenza alle promesse fatte, sono misurati attraverso un questionario, di quelli con faccine più o meno felici. Si rileva in questo modo quanto i bambini, i genitori e gli insegnanti stessi siano rimasti soddisfatti dell’esperienza fatta. È un riscontro fondamentale: l’indice di gradimento è ormai diventato un despota che ha il potere di far vivere o morire un’attività lavorativa. E ne siamo tutti complici: quando consultiamo Tripadvisor per decidere dove cenare e troviamo un ristorante con recensioni negative, tendenzialmente lo escludiamo. Se altri come noi fanno altrettanto lo condanniamo alla chiusura.

I ribelli che ho sempre amato sono inguaribili utopisti, animati da un’utopia con la minuscola: non quella dei grandi ideali con cui cambiare il mondo e affermare la società perfetta, ma l’utopia dell’istintivo, insopprimibile bisogno di ribellarsi. E anche quando la sconfitta appare ormai ineluttabile, quando la realtà vorrebbe imporre loro l’accettazione di un compromesso per “salvare il salvabile”, continuano a battersi per quella che Victor Serge definiva “l’evasione impossibile”.
PINO CACUCCI, Ribelli!, Feltrinelli 2003

Comunque, alla fine del film, Truman sceglie di uscire dalla realtà fittizia e di immergersi in quella vera, sia pure consapevole degli ostacoli che lo attendono; mentre i nostri bambini, al termine della settimana, non possono scegliere, ma devono tornare dai loro familiari. In genere sono contenti di tornare nella loro caverna domestica, qualche volta no, perché troveranno una realtà che li spaventa, che non li accetta o da cui vorrebbero fuggire: ma purtroppo la regia di questo show non è affidata a loro.

Proprio questi bambini restano maggiormente impressi nella memoria. Sono i ribelli di Platone e i Truman, quelli che più creano scompiglio nel nostro baraccone, che contestano il modello creato a loro uso e consumo e si oppongono a una sceneggiatura che vorrebbe gestire anche il loro rifiuto di quel modello.

Non mi riferisco naturalmente a marmocchi viziati, che oppongono resistenza solo per una volontà di protagonismo maleducato coltivata in loro dalle famiglie. Quelli sono ben contenti di tornarsene a casa, dove possono spadroneggiare in mezzo a una premurosa indifferenza. Parlo di una sparuta minoranza, di coloro che apparentemente si rifugiano dietro un rifiuto ostinato, ma in realtà intravvedono negli spiragli offerti dalla settimana “diversa” una via di fuga da una condizione a volte davvero insopportabile. Nei loro confronti si crea una situazione paradossale. Da un lato siamo noi a far conoscere loro possibili “mondi” o esistenze alternative, dall’altro siamo ancora e sempre noi a stabilire le regole di appartenenza e di sopravvivenza in questi mondi. Questa potrebbe sembrare un’operazione subdola di “domesticazione” totale, di asservimento persino delle fantasie di fuga di quei poveri ragazzi. E noi potremmo apparire come gli esecutori della strategia più avanzata e totalizzante del sistema. Ma non la vedo così. Il paradosso rimane, ma ha un suo risvolto positivo.

Mi spiego. Questi bambini, tutti, i ribelli come gli entusiasti o i rassegnati, vivono davvero costantemente in una realtà virtuale, in un sogno indotto che a volte può assumere anche le sfumature dell’incubo, ma di norma ha un andamento rassicurante e accattivante. Si nutrono di televisione e dei prodotti che essa promuove, materiali e spirituali, di smartphone e di pseudoamicizie virtuali, di videogiochi che alimentano la convinzione che tutto sia lecito e innocuo, che non esistano responsabilità personali, che sia sufficiente un click per chiudere e per avviare un gioco diverso. Né più né meno, del resto, di come vivono i loro genitori. Teoricamente questi bambini dovrebbero trovare una voce discordante nella scuola: ma così com’è ridotta e concepita oggi, la scuola non fa altro che inseguire pateticamente la realtà esterna (vedi la corsa agli ammennicoli tecnologici – LIM e compagnia bella – per attrezzare le aule, mentre sono del tutto scomparse le vecchie carte geografiche). Le occasioni per un risveglio, per intravvedere un barlume di esistenza non conformista, sono ben poche. E ritengo che una di queste poche possiamo crearla, e già in parte la stiamo creando, proprio noi.

Non sto parlando di una istigazione all’anarchismo, alla ribellione, al rifiuto delle regole. Tutt’altro. Sto parlando di educazione alla vera libertà, che è essenzialmente responsabilizzazione personale nelle scelte.

Vediamo cosa accade nella sostanza. Nella nostra azione coesistono due piani. Uno è quello della “normalizzazione”. Di fronte alle esplosioni di ribellione, ad esempio, cerchiamo di far rientrare tutto nel “gioco delle parti”: adeguiamo le “ombre”, facendole diventare ancor più ingannevoli e accattivanti, affinché il bambino attenui il desiderio di evadere dallo show. È il nostro lavoro, è il compito per il quale siamo qui, e che non si esaurisce nell’opera di “contenimento”. Non siamo dei parcheggiatori.

Del moto di ribellione rimane traccia in schede che evidenziano le “non conformità”, e che dovrebbero prevedere anche adeguate strategie “correttive”. E fin qui, rientra tutto in una sceneggiatura politicamente corretta, che anzi sarebbe doverosa, più ancora che corretta, se poi qualcuno davvero questi bambini li ascoltasse, e non si limitasse a certificarne la devianza da uno standard. Il problema è che nella maggioranza dei casi ciò non accade: e non accade non solo per trascuratezza o per incompetenza, che pure hanno la loro parte, ma per un vizio d’origine del sistema. Il sistema non è attrezzato a capire, ma solo a classificare.

È a questo punto che possiamo lavorare sul secondo piano. Abbiamo di fronte degli individui che vivono una situazione eccezionale, insolita, nella quale si chiede loro non di ottenere dei risultati, ma di esprimersi, non di mettersi in competizione, ma di collaborare: in sostanza, di divertirsi. E di farlo in modalità diverse da quelle cui sono normalmente abituati, alle quali sono stati avviati dalla famiglia e persino dalla scuola (da noi l’uso dello smartphone o dei videogiochi se lo scordano).

Se non lo fanno, se non stanno al gioco, e non per mania di protagonismo ma perché quel gioco appare loro futile, totalmente estraneo alla realtà in cui quotidianamente vivono, sta a noi, fuor di copione, dimostrare che futile e falsa, e comunque non unica, è invece proprio quella realtà. In sostanza, che la realtà non è quella già data, già scritta nelle pagine della sceneggiatura, ma quella che ciascuno riesce a costruirsi con l’impegno e con l’assunzione di responsabilità nei confronti di se stesso e degli altri. Questo non li renderà più felici, ma senz’altro li sorprenderà e li renderà un po’ più consapevoli, e desiderosi di scoprire altro.

Non c’è un metodo per ottenere questo risultato, non ci sono teorie pedagogiche a soccorrerci. Serve invece crederci, e mostrare sinceramente che ci si crede ai nostri ospiti: serve, insomma, l’esemplarità. Se non si crede in questa possibilità di dare a questa esperienza un senso più alto di quello della semplice vacanza, se non si è i primi ogni volta a “divertirsi”, nel significato etimologico del termine, che è quello di uscire dai percorsi già tracciati e imposti, allora conviene fare un altro mestiere.

Ogni settimana siamo chiamati a reinterpretare daccapo un copione prestabilito che rischia di ingabbiarci, di uccidere in noi ogni entusiasmo. L’interpretazione deve essere sempre eccellente, come se fosse la prima volta, affinché i nuovi ospiti considerino tutto ciò che offriamo come una loro esclusiva. La messa in scena per l’accoglienza deve essere calorosa, le spiegazioni accattivanti e le attività proposte le più coinvolgenti e didatticamente corrette. È quanto si aspettano tutti, i bambini, i genitori, i docenti che ospitiamo. È ciò che siamo tenuti a dare, e dobbiamo farlo con professionalità.

Ma possiamo fare di più, per noi e per loro. Sta a noi riconoscere le voci dissonanti dei Truman che risuonano nel buio della caverna, seguire lo scompiglio che provocano e governarlo: ma non troppo.

È il riconoscere le nostre ombre che ci permette di evadere.

Quindi, caro Truman, ti aspettiamo lunedì.

 

Bisognerebbe allenare e abituare gli adulti a capire i bambini. Un antico proverbio cinese dice: l’unica costante del mondo è la mutazione. Se uno cerca di fermarla si ferma lui e invecchia male. Fino a un certo punto gli adulti dovrebbero insegnare ai bambini, poi dovrebbero imparare da loro a conoscere il mondo. Il mondo reale, non quello artificiale degli affari.
BRUNO MUNARI, Da cosa nasce cosa, Laterza 2008

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