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Il bibliomane di serie B

di Paolo Repetto, 30 aprile 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Prima di affrontare le derive maniacali della bibliofilia sono andato ad accertarmi che non ci avesse già pensato Umberto Eco. Che lo avesse fatto, in realtà, ero sicuro: dovevo solo verificare la piega che aveva data al discorso, e se rimaneva qualche margine.

Come sospettavo Eco aveva già trattato il tema addirittura in una lectio magistralis alla Fiera del libro di Torino (ma anche in sacco d’altre occasioni), dicendo molte delle cose che avrei voluto dire io, e facendolo naturalmente meglio. Ma un margine lo ha lasciato, perché nei suoi interventi parla di una cosa un po’ diversa da quella che io avevo in mente. Eco fa infatti riferimento alla bibliofilia come è classicamente intesa, ovvero all’amore per i testi rari o per quelli in qualche modo impreziositi da fattori estrinseci (autografi, dediche, annotazioni, oppure prime edizioni, tirature ritirate dal commercio, ecc.). Io invece vorrei trattare di qualcosa di molto più terra terra, che nulla ha a che vedere col valore antiquario o con qualsiasi altro “plusvalore” caricato sulle opere. Esiste anche una patologia secondaria, decisamente più a buon mercato.

In sostanza, la domanda che mi pongo è: cosa induce uno come me a crearsi una dotazione libraria che va ben oltre il possesso delle opere lette o di quelle che prevede ragionevolmente di leggere?

Per farmi capire parto da un esempio concreto. Proprio ieri ho preso a Borgo d’Ale una ventina di libri d’occasione (quasi tutti a un euro). Di questi volumi solo un paio comparivano da tempo tra i miei desiderata. Gli altri li ho acquistati per i motivi più diversi, che provo a sintetizzare.

Due sono libri di viaggi. Uno (Inuk) proprio non lo conoscevo. Fa parte di una vecchia collana Garzanti della quale avevo già trovato alcuni pezzi interessanti e che mi piacerebbe completare. In realtà non è propriamente un libro di viaggi, ma un piccolo saggio di antropologia. Il missionario che lo ha scritto ha comunque viaggiato molto nell’estremo Nord. L’altro (Colombo, Vespucci, Verrazzano) lo possedevo identico, ma è una bella edizione della UTET, e ho pensato che potrebbe essere gradito a qualcuno dei miei amici.

Quattro sono biografie: Le Memorie della mia vita di Giolitti, il Casanova di Gervaso nella edizione Rizzoli con cofanetto, una biografia di Matilde di Canossa e lo Stalin di Robert Conquest. È quasi certo che non avrò il tempo di leggerne nessuno: ma intanto, mentre nel pomeriggio restauravo gli sbreghi della sovracoperta del Giolitti gli ho dato un’occhiata, e ho trovato cose interessanti, che dovrò approfondire. Autobiografico è anche il racconto dell’esperienza del gulag che Gustav Herling fa in Un mondo a parte, e questo ho già iniziato a leggerlo (era tra quelli che cercavo).

Poi ci sono due volumi di Mark Twain, il Viaggio in paradiso e una raccolta di racconti (Lo straniero misterioso). Quest’ultimo già lo avevo in una edizione più recente ma non rilegata, che diventa ora disponibile per eventuali donazioni. Twain lo prendo ormai ad occhi chiusi, è una scoperta continua.

Altri due volumi riguardano la storia dell’ebraismo. Una ennesima Storia dell’antisemitismo, che ad un primo rapido assaggio ha promesso bene, e Vento Giallo, di David Grosmann, scritto ai tempi della prima intifada, prima ancora che Grosmann perdesse il figlio nel corso di un’azione militare. L’argomento, e i modi della sua trattazione, appaiono però tutt’altro che datati.

Ci sono poi un saggio su Hitler (Il mistero Hitler), uno sul fascismo rivoluzionario (La rivoluzione in camicia nera) e una storia del mondo miceneo. Il secondo è già sul mio comodino.

Tre sono monografie di una collana d’arte che sto ricomponendo poco alla volta (quella di Skira), e tre sono testi di filosofia: due di Bertrand Russell e uno di Popper. Russel è stato importante nella mia formazione: la sua Storia della filosofia occidentale mi aveva riconciliato col pensiero filosofico dopo le mezze delusioni del liceo: con Anarchismo, socialismo, sindacalismo mi aveva invece aiutato a guarire dalle infatuazioni politiche giovanili. Ora prendo i suoi libri quasi per dovere, e non tutti li leggo (questi sì, però, perché se conosco un po’ l’autore i Ritratti a memoria dovrebbero essere una fonte di gossip straordinaria, e i Saggi scettici una doccia di buon senso). Anche Popper, sia pure in una ristampa di Euroclub, non guasta mai.

Infine, quattro pezzi già presenti nella mia biblioteca in copie plurime. Una vecchia edizione dei Canti leopardiani, quella curata da Calcaterra, in una veste elegante e ben conservata, e che si impone comunque anche solo per l’apparato di note. Un Passaggio a nord-ovest un po’ ingiallito dal tempo ma molto vintage, con due splendide mappe nei retri della copertina; e da ultimi Foto di gruppo con signora e Il mestiere di vivere, nella edizione einaudiana rilegata grigia, che andrà a sostituire quelle in brossura. Potevo lasciarli lì?

Proviamo ora a fare un bilancio. C’è una logica, negli acquisti che ho fatto?

A prima vista no, assolutamente. Non disegnano alcun percorso, solo un procedere disordinato in cinquanta direzioni diverse, per nulla coerenti o conseguenti tra loro, e non rispondono ad alcun reale bisogno. La logica arriva dopo: si costruisce a posteriori.

Accade questo.

Se ho urgenza di un libro, il che significa semplicemente venire a conoscenza, attraverso recensioni o rimandi o indicazioni di amici, di un testo che può interessarmi, lo compro. Avendo abbastanza chiaro ciò che davvero può essermi utile, e non coltivando altre passioni dispendiose, me lo posso permettere. Questo è il dato positivo della mia condizione attuale: ma c’è anche un risvolto negativo.

Per molti anni il primo piacere procuratomi da un libro desiderato è stato quello dell’attesa. Mi crogiolavo in calcoli e ricalcoli per farlo rientrare in budget sempre troppo ristretti. Ai tempi del liceo stornavo in letteratura gli striminziti buoni-pasto che i miei mi passavano per i due giorni di rientro scolastico pomeridiano (mi rifacevo abbondantemente con la cena). Poi, con una famiglia sulle spalle e una vita ancor tutta da costruire, ho istituito una voce di spesa da coprire con entrate straordinarie, che erano tali solo in quanto tutt’altro che frequenti, e soprattutto con tagli ai bisogni superflui (il gioco consisteva nel far sembrare superflui i bisogni). In questo modo un ulteriore godimento arrivava, al momento dell’acquisto, dalla sensazione di possedere qualcosa che in realtà non avrei potuto permettermi.

Nel frattempo avevo affinato tutta una serie di altre strategie, amici o amiche impiegati in grandi case editrici che mi rifornivano del nuovo a metà prezzo, remainder’s, promozioni dei club del libro, librerie dell’usato, ecc., dando avvio a quella spirale per cui, a prezzo scontato, diventano appetibili anche le cose non “urgenti”.

Ebbene, questo alone di contorno oggi non c’è più. Continuo ad essere fissato col metà prezzo, sono quasi un azionista del Libraccio di Alessandria e spendo senz’altro il triplo di quanto spenderei in un rapporto normale con i libri, ma la magia, il godimento di tenere tra le mani ciò che sembrava fuori della mia portata, quello è scomparso.

Ho dovuto sostituirlo con qualcos’altro. E qui entrano in scena i mercatini. Come esiste una logica del mercato esiste anche una logica del mercatino. Nel mercato, come in libreria, vai a cercare di norma (almeno, quelli come me) il conosciuto: nel mercatino cerchi invece proprio l’inaspettato. Tu non sai di desiderare una copia del Don Chisciotte di grande formato, con illustrazioni ottocentesche: anche perché ne possiedi già due o tre edizioni diverse, una in lingua originale. E invece quando lo vedi lì, ad un prezzo irrisorio rispetto al suo reale valore, ti rendi conto che non puoi rischiare che vada a far tappezzeria in una casa nella quale i libri sono una suppellettile, o peggio ancora, finisca invenduto e rovinato dalle intemperie. Te lo porti a casa, e là comincia il vero problema, perché devi scovargli una collocazione adeguata, e questo significa mettere a soqquadro i ripiani della letteratura ispanica e riposizionare un sacco di volumi. Alla fine comunque una soluzione si trova sempre. E può anche accadere che ti venga voglia, mentre lo stai sfogliando e ti compiaci della tua buona azione, di rileggerlo daccapo, e di scoprire che è una cosa diversa da quella che ricordavi.

Il piacere sommo nasce però da un altro tipo di acquisizione. Mettiamo ad esempio che dalla bancarella ad un euro ti strizzi l’occhio I proscritti, di von Salomon. Ne hai sentito parlare, soprattutto come di un testo ostracizzato dall’establishment politicamente corretto, ma non avevi capito che si tratta di una sorta di autobiografia piuttosto che di un romanzo. Non lo avevi preso in considerazione proprio per questo motivo, e non per la presunta scorrettezza: al prezzo di un caffè, tuttavia, e visto il perfetto stato del volume, lo si può imbarcare. A casa naturalmente lo sfogli, e ti rendi conto che hai in mano una di quelle storie nelle quali potrebbe comparire all’improvviso Corto Maltese, di quelle mai raccontate, o che comunque non hai mai trovato nella storiografia ufficiale. Finisce che il libro lo divori, ma solo per avvertire una nuova fame. Per la breccia aperta su un periodo e su un’area che conoscevi solo confusamente passano delle sinapsi, si attiva un circuito, si affollano le reminiscenze, tornano alla mente altri titoli che potrebbero avvalorare o ampliare quel racconto. Non solo. Ti accorgi anche che la vicenda incrocia in più punti percorsi già intrapresi molti anni fa, e va insomma ad integrare, ad infittire la rete di connessioni che copre sempre più strettamente gli scaffali della tua biblioteca.

Rinvenimenti di questo tipo mi mandano in fibrillazione. È come quando acquisti un attrezzo agricolo nuovo. Appena mi sono dotato, recentemente, di una motosega leggera, di quelle che si usano con una sola mano, ho scoperto attorno a me tutto un mondo vegetale che chiedeva di essere potato, capitozzato, sistemato. Mi sono aggirato per due giorni nel bosco e nel frutteto invaso da un sacro fuoco amputatorio. Ho dovuto frenare l’entusiasmo per non cimare anche gli steccati e i pali delle pergole. Allo stesso modo, un libro apparentemente superfluo può resuscitarne mille altri.

In alcuni casi certamente l’acquisizione non è del tutto casuale. Si tratta spesso di libri che consideravi “minori” o marginali rispetto ai tuoi interessi, ma che comunque già avevano con quelli una connessione. Per altri invece la sorpresa è totale: sono cose che magari hai preso solo per arrivare ad una cifra tonda, e appena varcata la soglia dello studio cominciano inaspettatamente a dialogare a destra e a sinistra con i vicini di ripiano.

 

Si è ribaltato tutto. Questo è accaduto. Prima l’offerta rispondeva a uno stimolo, ora lo crea. A ben considerare è il meccanismo tipico della società dei consumi (compreso il tre per due euro), che induce bulimia, eccita la curiosità, anziché soddisfarla, e porta alla dispersione. Ma non è del tutto così. Perché i libri, o almeno i libri che raccolgo io, non sono un prodotto usa e getta. Al contrario, li recupero dagli scarti nei quali qualcuno li aveva gettati, li sottraggo al macero, in vista di un “consumo”, anzi, di un impiego, molto lento. E si integrano perfettamente nella polifonia che arriva dai miei scaffali.

Ecco che una logica si disegna: prendo solo ciò che “sento” essere possibili tessere di quel grande mosaico del sapere che ho in testa, dalle quali mi attendo frammenti di immagine inaspettati e rivelatori. Ogni nuovo tassello contribuisce a definire la mappa, ma non la completa: piuttosto la espande in altre direzioni.

 

 

È vero però che in questa bulimia gioca anche un’altra componente: la sindrome collezionistica, quantitativa. Ho tanti libri perché mi piace averne tanti, e per quanti già ne possieda, e a dispetto del fatto che non so più dove ficcarli, vorrei possederne di più. Un amico mi raccontò, mezzo secolo fa, di aver visto in casa di Franco Antonicelli oltre ventimila volumi, stipati per ogni dove, persino nel bagno (oggi sono patrimonio di una fondazione a lui intitolata). Di Antonicelli sapevo poco, ma quella rivelazione lo ha fatto balzare in testa alle mie classifiche: dove peraltro è rimasto, dopo che naturalmente mi sono affrettato a cercare notizie e a leggere le cose sue. Credo sia stato lui, indirettamente, a convincermi che quella era la mia strada. Ventimila era un numero molto alto, ma possibile. E così, una delle mete che mi proponevo a vent’anni era di arrivare a possedere una biblioteca come la sua.

Quando parlo di un movente “quantitativo” non intendo comunque un accumulo indiscriminato: la quantità è interna e funzionale ad una qualità. Da anni raccolgo ormai quasi solo saggistica, e non tutta. Per alcune aree il mio interesse è molto tiepido (l’economia) o quasi nullo (la psicanalisi, il mondo dello spettacolo, la critica d’arte “militante”, ecc.), ma anche negli altri ambiti sono alquanto selettivo. Ad esempio, non prenderei i libri di Zichichi o di Alberoni nemmeno se l’euro lo dessero a me.

La quantità ha anche una sua valenza estetica (in senso kantiano, di percezione sensoriale). Può sembrare strano ma è così. Paperone godeva a tuffarsi tra i dollari del suo deposito. Anch’io mi immergo, e godo a guardare i dorsi dei miei libri, che sono tante madeleine. L’unico rammarico è di non averli tutti in un’unica sala: potrei far scorrere lo sguardo ininterrottamente per ore, fermandolo ogni tanto, e dicendo: “Ah, eccoti!”

 

 

La coazione all’accumulo (librario), assieme all’origine contadina (o come diretta conseguenza di quest’ultima), è tra le ragioni che mi hanno sempre impedito di aderire convintamente ad ogni concezione “comunistica”. Come contadino non ho mai creduto nella collettivizzazione della terra, come giovane romantico inorridivo all’idea di una comunione delle donne, ma soprattutto come bibliofilo non potevo assolutamente concepire un possesso comune dei libri. E nemmeno ho fatto molto affidamento sulle biblioteche pubbliche (che peraltro dalle mie parti non esistevano). Quando un libro o un attrezzo per i lavori agricoli o per il fai da te mi servono voglio averli disponibili subito e a tempo indeterminato. Ho quindicimila libri (Antonicelli è ancora lontano, devo darmi una mossa o smettere di fumare, per cercare di campare altri vent’anni), tre motoseghe, tre trapani, due decespugliatori, una decina di serie di chiavi inglesi e cacciaviti e brugole di tutte le misure. Sono le mie protesi.

Ciò non mi ha comunque impedito di far circolare i miei libri (e di mettere a disposizione degli altri le mia attrezzature). Ho tenuto per anni un libro mastro dei prestiti, sono arrivato ad avere contemporaneamente in giro una sessantina di volumi, molti non li ho più visti tornare: ma questo non toglie che quei libri continuino ad essere miei. Quando non mi affanno troppo per riaverli è perché penso possano essere più utili a chi li ha in uso che a me: e in quel caso, se capita l’occasione, non ho problema a ricomprarli.

La cosa davvero importante, in definitiva, è che la tessera sia già stata inserita nel mosaico, abbia già coperto il suo spazio bianco, la sua piccola porzione di terra incognita. Parafrasando Ungaretti, è la mia testa la biblioteca più affollata.


Al paese di Bengodi

di Paolo Repetto, dicembre 2017, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Il mercatino di Borgo d’Ale è diventato un appuntamento imperdibile. Aspetto da un mese all’altro la terza domenica, e non ci sono impegni o circostanze che tengano. La vince con i matrimoni, le comunioni e ogni tipo di evento culturale, e questo va da sé, li diserterei comunque, ma anche ormai con le occasioni di scampagnate e ritrovi con gli amici. È il tempo sacro che ritorna: da ragazzino avevo il primo venerdì del mese, da anziano ho la terza domenica.

Non sono l’unico ad aver abbracciato questa nuova forma di religione. Anche se parto molto presto, perché c’è più di un’ora di auto-strada, quando arrivo trovo auto parcheggiate ai lati dello stradone o nei campi già un chilometro prima. Sembra tra l’altro che gli organizzatori (e i frequentatori) abbiano stretto un patto col diavolo, perché non ho mai incontrato maltempo e non c’è mai stato un rinvio.

Negli ultimi due anni non ho mancato l’appuntamento una sola volta. Ho visto raddoppiare gli espositori, che a questo punto saranno ben oltre il mezzo migliaio, senza che tuttavia si guastasse l’atmosfera strapaesana (anche se temo che non durerà a lungo).  Ho appreso nel frattempo tutti i trucchi e memorizzato la mappa dell’area, per cui riesco in genere a parcheggiare a poche. decine di metri dall’ingresso. Appena varcato il cancello che immette nell’enorme spiazzo (ospita il più grande mercato ortofrutticolo del Piemonte orientale) mi fiondo dal mio personal pusher, che ha una postazione fissa praticamente al centro.

I libri a un euro coprono un enorme tavolo, libero da tutti i lati, che consente di girargli attorno. I volumi non sono buttati lì a casaccio, ma impilati ordinatamente in piccole colonne, e avverti che sono stati inscatolati con un certo criterio. Li passo febbrilmente in rassegna, a volte sgomitando un po’ con quei clienti occasionali che non sanno cosa vogliono o con i curiosi che cincischiano e frugano disordinatamente, e si meravigliano se li guardi storto. I cercatori seri li riconosci invece subito: fanno passare i libri da una colonna a quella precedente, di modo che al termine della mattinata ogni volume rimasto ha praticamente fatto quattro o cinque volte il giro del tavolo, e soprattutto non intralciano il traffico, rispettano le precedenze e vanno a colpo sicuro. Naturalmente nessuno è veloce come me nell’esplorazione, ma io sono favorito da una lunghissima pratica di bancarelle e da criteri di ricerca che escludono in partenza tutti i titoli associati a determinate case editrici, riconoscibili ad una prima occhiata anche dal dorso. Gli specialisti poi, quelli appunto come me, sono dotati di uno strabismo che consente di adocchiare le cose interessanti anche mentre passano per le mani di un altro. Alimentano il loro mucchietto e quando diventa troppo ingombrante da spostare lo consegnano al pusher, che provvede alle prime imborsate provvisorie. Questa prassi è molto diffusa, tanto che nel primo pomeriggio sotto il bancone attendono di essere ritirate decine di borse, mentre i compratori flanellano lungo le file del mercato nell’eterna speranza di imbattersi nell’imprevisto.

Di norma, dopo dieci minuti dall’arrivo ho già giustificato il viaggio e la giornata. Ho la fortuna di cercare cose in genere poco appetite dagli altri, e di essere comunque onnivoro. Spesso poi mi faccio ammaliare da edizioni eleganti di opere che già possiedo, magari in economica. Trovo quindi invariabilmente qualcosa, e di norma non mi stacco dal banco senza aver cumulato almeno una ventina di volumi. La coppia che lo gestisce ormai mi conosce bene, credo sia persino un po’ in soggezione, e si premura di liberarmi ogni tanto le braccia, ritirando ciò che ho già messo da parte, per facilitare la mia ricerca.

Tornato al lato di partenza, effettuo quasi sempre un secondo giro, molto più veloce, di controllo, per accertarmi che non mi sia sfuggito nulla o per ripescare ciò che avevo lasciato in forse: so già che mi pentirei immediatamente di non averlo preso. Agli altri due banchi, quelli dei libri a tre o a cinque euro, do solo una veloce occhiata: di solito non offrono nulla di interessante, puntano su volumi più nuovi e rilegati, ma è solo materiale di dozzina, e quello che vale già lo possiedo. Quindi pago, lascio in deposito le mie due o tre borse  e posso cominciare la perlustrazione a pettine del mercatino.

Una ricognizione completa richiede almeno tre ore. Alla dozzina di bancarelle fisse del cartaceo se ne aggiungono di volta in volta di occasionali, ma non frequento tutti gli spacci di libri. Ormai ho imparato a riconoscere il tipo di offerta di ciascuno, e alcuni li scarto a priori. Un paio ad esempio propongono solo storia legata al fascismo e militaria, alcuni praticano prezzi che neanche Sotheby’s, altri ancora ammucchiano i libri come cumuli di letame, oppure li affastellano in modo da rendere quasi impossibile la ricerca. Ammetto che in qualche caso scattano anche pregiudizi razziali: non riesco a mercanteggiare con chi tratta i libri come immondizia, salvo poi sparare “cinque euro” appena mostri interesse per qualcosa; o peggio, con chi cerca di giustificare la richiesta spiegandoti il valore intrinseco dell’opera, senza avere la minima idea di cosa sta parlando.  Queste ricognizioni di norma non approdano a nulla, ma riservano talvolta inaspettate sorprese. Capita anche, invariabilmente, di trovare a un prezzo irrisorio opere che si erano cercate invano per mesi e ci si era poi risolti ad acquistare in rete, magari solo una settimana prima. È chiaro che a quel punto se ne possiederanno due copie.

Il mercatino non è però soltanto libri. Non compro altro, ma non lo frequento solo per appagare a poco prezzo la mia bibliomania. Mi piace per un sacco di altri motivi. Intanto, l’atmosfera. Calcolando che la metà almeno del nostro prossimo vive in uno stato di perenne irritazione, e che qui si concentra in poche migliaia di metri quadrati una miriade di persone che muovono in direzioni opposte, guardano, toccano, contrattano, e per la gran parte viaggiano in coppia e hanno interessi e gusti differenti, si dovrebbe navigare in mezzo a un tasso di adrenalina litigiosa altissimo. Invece no, non ho mai sentito nessuno alzare la voce. Il mercatino è zona franca. Si va alla ricerca dell’assolutamente inutile, quindi non valgono le comuni leggi e i consueti rapporti commerciali, e neppure quelli coniugali. Chi vende non campa su quel lavoro, chi compra non vuole realizzare l’affare, ma togliersi uno sfizio. Circola la moneta, ma la filosofia di fondo sembra quella del baratto piuttosto che quella dell’acquisto. È impressionante vedere la gente che riprende la via per l’auto carica delle cose più inverosimili, sedie sgangherate, mastelli di legno, tritacarne per insaccare il maiale, vecchie radio a valvole, strumenti musicali fuori uso, giacconi di pelle (una volta ne ho presi due per quindici euro). Non sa cosa ne farà, non può giustificarli con alcuna necessità, ma è felice di portarseli via.

La maggior parte cerca però in realtà solo l’atmosfera, la gioia che danno agli occhi oggetti mai visti o non più rivisti da tempo. Credo che il motivo maggiore di attrazione sia proprio questo: il mercatino è il Bengodi della memoria. Dai banchi occhieggiano suppellettili sparite non solo dal circuito commerciale ma anche dall’arredo delle case moldave, fumetti degli anni trenta o cinquanta, utensili che parrebbero risalire al paleolitico, le scatole da biscotti di latta che vedevi da bambino a casa di tua nonna, giocattoli con la carica a corda. È tutta una madeleine di ricordi che proprio col tramite degli oggetti riemergono, e non solo, confliggono con la melassa artificiale e virtuale dalla quale siamo ricoperti.

Il fenomeno infatti va controcorrente, perché sembra confutare l’imperativo dell’usa e gatta. È tutta roba già scartata e ora rimessa in circolo, che non intende morire. E segna la rivincita del legno e dei metalli primari (ferro, rame, stagno, …) e delle leghe (bronzo) sulla plastica (ma anche del vinile sui CD, del panno sulle fibre, dei fumetti sui videogiochi). Una immersione nel mercatino è una eccezionale lezione di storia del costume, del gusto, della tecnica, delle idee. Dovrebbe essere meta di gite scolastiche, con gli studenti condotti tra i banchi in formazione militare, guidati da docenti in veste di ciceroni e di sergenti. Ma forse no: non avrebbero nulla da ricordare, e dubito siano disposti ad imparare qualcosa. Meglio limitare i danni ai musei e ai monumenti.

Insomma, il mercatino è certamente un non-luogo, di quelli classificati come tali da Marc Augé: ma lo è in un’accezione positiva. È il regno dell’utopia, perché l’utopia mira in fondo a fermare il tempo, e qui una volta al mese questo accade.

Paradossalmente, però, nonostante la cornice sia vecchia e la velatura sul vetro risulti autentica, il mercatino è anche un ottimo specchio della società attuale. La deforma solo leggermente, ma questo invece di imbruttirla le conferisce quella patina un po’ surreale che rende tutto meno pesante e insopportabile. A proposito di cornici: proprio ultimamente ho udito un tizio dire alla moglie: “Roba da non credere. Quattrocento euro per una cornice! Neanche fosse d’oro massello!” Bene, cose così a Borgo d’Ale, anziché irritarmi, mi fanno felice: sono perle che raccolgo e conservo gelosamente, giustificano da sole duecento e passa chilometri.

Dicono della nostra società più di un libro di sociologia, e almeno lo fanno in maniera divertente.