Una dieta ricostituente

di Paolo Repetto, 18 ottobre 2023, introduzione a Il legno storto

Ho chiesto a Beppe Rinaldi l’autorizzazione a riportare sul sito dei Viandanti delle Nebbie due suoi recenti saggi, già postati nel blog Finestre rotte. Il link che rimanda a Finestre rotte compare da tempo nella home page dei Viandanti, e a quello avrei potuto semplicemente indirizzare: ma ho ritenuto opportuna in questo caso anche la pubblicazione diretta, per più di una ragione.

In primo luogo perché ritengo che questi scritti abbiano una rilevanza intrinseca assoluta: ultimamente ho letto ben poche cose di questo livello (forse nessuna) e mi pare dunque doveroso pubblicizzarli e renderli disponibili il più possibile. La nostra non sarà una gran tribuna, ma è comunque una “finestra” in più.

In secondo luogo perché ho egoisticamente “calcolato” (eccola la “ragione calcolante” tanto aborrita dai post-moderni) che la loro pubblicazione avrebbe alzato decisamente il tiro e il tono del nostro sito, negli ultimi tempi piuttosto moscio.

Infine perché questi scritti costituiscono una sfida, alla nostra intelligenza e alla nostra capacità di concentrazione: stiamo rammollendo i nostri cervelli, nutrendoli di pappine omogeneizzate e precotte che non richiedono alcuno sforzo nell’assunzione e nella digestione, ma atrofizzano le nostre papille gustative e il vello intestinale. I risultati purtroppo si vedono, non solo in tivù o nell’informazione cartacea, ma nella impossibilità di un qualsivoglia confronto serio nel dibattito “domestico”, conviviale, socratico, chiamatelo un po’ come volete. Questi saggi vanno in una direzione diametralmente opposta: esigono impegno nella lettura e coerenza nella riflessione. Li ho letti una prima volta, mi hanno colpito e li ho riletti, non perché temessi di non aver capito – si capisce tutto benissimo, ogni argomento è spiegato e sviscerato come meglio non si potrebbe – ma per assi-curarmi di non aver saltato alcun passaggio. Ora li ripropongo agli amici, appunto come una sfida, come stimolo a rompere un po’ la linea sulla quale si va appiattendo il pensiero.

Gli scritti di Beppe mi sembrano costituire il miglior campo base per ogni eventuale tentativo di risalita. Le sue argomentazioni e le idee ad esse sottese possono essere condivise in toto, com’è nel mio caso, oppure discusse e contestate: ma se si vuole chiudere la ricreazione e tornare allo studio serio non si può prescinderne.

Spero dunque sia evidente che non propongo questi saggi come testi sacri, novelli Atti dei Viandanti, o come manifesti programmatici del sodalizio: li promuovo a titolo personale, me ne assumo ogni responsabilità, e li concepisco come strumenti per tornare a far lavorare un po’ i nostri cervelli. Sono strumenti che vanno dalla pinzetta da orafo al martello pneumatico, per cui ci sarà da divertirsi (e da nutrirsi) per tutti.

Il piano di pubblicazione prevede per i due saggi (che sono piuttosto impegnativi rispetto allo standard dei documenti digitali) momenti separati, un intervallo di qualche settimana l’uno dall’altro, per dare modo ai Viandanti “volenterosi” di digerire e assimilare con calma il loro enorme apporto proteico. Nel frattempo io rimango in attesa, curioso di vedere se la nuova dieta avrà qualche effetto.

Il tema che Beppe tratta in questo primo saggio è quello della pace. Tema scivoloso e controverso, rispetto al quale siamo abituati a prendere posizioni decisamente rozze (cfr. ad esempio il mio Contare a fino a dieci, del 2003) o ambigue e superficiali, oppure assolutamente ipocrite (vedi le manifestazioni pacifiste che finiscono a sassate e manganellate): sempre comunque dettate da una profonda ignoranza rispetto all’argomento. Qui ci è offerta l’occasione, una volta per tutte, di avere almeno chiaro di cosa parliamo quando parliamo di pace. Dopodiché, non ci saranno più alibi all’uso improprio o distorto o strumentale del termine.

Il legno storto

Una dieta ricostituente. Ho chiesto a Beppe Rinaldi l’autorizzazione a riportare sul sito dei Viandanti delle Nebbie due suoi recenti saggi, già postati nel blog Finestre rotte. Il link che rimanda a Finestre rotte compare da tempo nella home page dei Viandanti, e a quello avrei potuto semplicemente indirizzare: ma ho ritenuto opportuna in questo caso anche la pubblicazione diretta, per più di una ragione.

In primo luogo perché ritengo che questi scritti abbiano una rilevanza intrinseca assoluta: ultimamente ho letto ben poche cose di questo livello (forse nessuna) e mi pare dunque doveroso pubblicizzarli e renderli disponibili il più possibile. La nostra non sarà una gran tribuna, ma è comunque una “finestra” in più.

In secondo luogo perché ho egoisticamente “calcolato” (eccola la “ragione calcolante” tanto aborrita dai post-moderni) che la loro pubblicazione avrebbe alzato decisamente il tiro e il tono del nostro sito, negli ultimi tempi piuttosto moscio.

Infine perché questi scritti costituiscono una sfida, alla nostra intelligenza e alla nostra capacità di concentrazione: stiamo rammollendo i nostri cervelli, nutrendoli di pappine omogeneizzate e precotte che non richiedono alcuno sforzo nell’assunzione e nella digestione, ma atrofizzano le nostre papille gustative e il vello intestinale. I risultati purtroppo si vedono, non solo in tivù o nell’informazione cartacea, ma nella impossibilità di un qualsivoglia confronto serio nel dibattito “domestico”, conviviale, socratico, chiamatelo un po’ come volete. Questi saggi vanno in una direzione diametralmente opposta: esigono impegno nella lettura e coerenza nella riflessione. Li ho letti una prima volta, mi hanno colpito e li ho riletti, non perché temessi di non aver capito – si capisce tutto benissimo, ogni argomento è spiegato e sviscerato come meglio non si potrebbe – ma per assicurarmi di non aver saltato alcun passaggio. Ora li ripropongo agli amici, appunto come una sfida, come stimolo a rompere un po’ la linea sulla quale si va appiattendo il pensiero.

Gli scritti di Beppe mi sembrano costituire il miglior campo base per ogni eventuale tentativo di risalita. Le sue argomentazioni e le idee ad esse sottese possono essere condivise in toto, com’è nel mio caso, oppure discusse e contestate: ma se si vuole chiudere la ricreazione e tornare allo studio serio non si può prescinderne.

Spero dunque sia evidente che non propongo questi saggi come testi sacri, novelli Atti dei Viandanti, o come manifesti programmatici del sodalizio: li promuovo a titolo personale, me ne assumo ogni responsabilità, e li concepisco come strumenti per tornare a far lavorare un po’ i nostri cervelli. Sono strumenti che vanno dalla pinzetta da orafo al martello pneumatico, per cui ci sarà da divertirsi (e da nutrirsi) per tutti.

Il piano di pubblicazione prevede per i due saggi (che sono piuttosto impegnativi rispetto allo standard dei documenti digitali) momenti separati, un intervallo di qualche settimana l’uno dall’altro, per dare modo ai Viandanti “volenterosi” di digerire e assimilare con calma il loro enorme apporto proteico. Nel frattempo io rimango in attesa, curioso di vedere se la nuova dieta avrà qualche effetto.

Il tema che Beppe tratta in questo primo saggio è quello della pace. Tema scivoloso e controverso, rispetto al quale siamo abituati a prendere posizioni decisamente rozze (cfr. ad esempio il mio Contare a fino a dieci, del 2003) o ambigue e superficiali, oppure assolutamente ipocrite (vedi le manifestazioni pacifiste che finiscono a sassate e manganellate): sempre comunque dettate da una profonda ignoranza rispetto all’argomento. Qui ci è offerta l’occasione, una volta per tutte, di avere almeno chiaro di cosa parliamo quando parliamo di pace. Dopodiché, non ci saranno più alibi all’uso improprio o distorto o strumentale del termine.

di Paolo Repetto, 18 ottobre 2023

Una dieta ricostituente 01

Il legno storto

Note di filosofia della pace e della guerra

di Giuseppe Rinaldi, pubblicato su Finestre rotte il 24 novembre 2022

1. Solo quando scoppiano le guerre[1], come quella attuale in Ucraina, tendiamo a porci una serie d’interrogativi sulla pace come fossimo nati ieri. E gli interrogativi tendono a moltiplicarsi, quanto più le prospettive della pace si fanno oscure e incerte e quanto più siamo coinvolti dalla guerra, anche nella nostra vita quotidiana. La riflessione sulla pace e sulla guerra sembra dunque procedere a sbalzi, al ritmo delle guerre che ci colpiscono da vicino. Le due Guerre del Golfo (1990-91 e 2003-11) erano state, in ordine di tempo, l’ultima ormai scordata occasione di riflessione pubblica sull’argomento. Quasi contemporaneamente, analoghi dibattiti si erano tenuti in occasione delle Guerre jugoslave (1991-2001) e in occasione dell’11 settembre 2001. Nessun dibattito ovviamente intorno alle innumerevoli guerre lontane o guerre dimenticate[2], quelle guerre che, abitualmente, appena possiamo, ci scrolliamo di dosso.

La guerra russo ucraina combattuta alle porte dell’Europa ci ha dunque trovati piuttosto impreparati e così abbiamo finito per rispolverare e riportare in auge vecchi luoghi comuni. Si sono avute molte grida ma decisamente poche riflessioni approfondite e argomentate. E si è preferito trascurare l’ampio patrimonio di riflessione sulle questioni della pace e della guerra che si è ormai accumulato nel campo degli studi politologici e filosofici, nonché nel campo storiografico. In questo scritto cercherò di compiere un’esposizione sintetica intorno alle principali questioni teoriche che si pongono da sempre a proposito della pace e della guerra. Niente di particolarmente nuovo dunque, ma una sintesi intorno alle questioni fondamentali. Insomma, quello che a me pare il minimo indispensabile da cui partire.

2. Pace e definizioni. Per mettere un po’ di ordine nelle diverse questioni, è preferibile, come sempre, cominciare dalle definizioni. Cominceremo proprio dalla pace. Si tratta anzitutto, in via preliminare, di mettere da parte certi usi generici della parola “pace”. La pace che ci interessa e sulla quale ci concentreremo è quella connessa all’ambito stretto delle comunità politiche, sia nei loro rapporti esterni, internazionali, sia al proprio interno, come nel caso della guerra civile. Il termine “pace” sta a indicare genericamente, in quest’ambito, un’assenza di conflitto violento[3], quel tipo di conflitto cioè che generalmente è identificato con il termine guerra. Parlare di pace significa necessariamente tirare in ballo il suo rovescio, cioè appunto il conflitto violento e la guerra. Si tratta dunque di una definizione in termini negativi. La pace, a quanto pare, non ha un suo significato autonomo e non può che essere definita in stretta antitesi con la guerra. Pace e guerra sono due diversi alternativi stati possibili. Una familiare dicotomia suggerisce che ci si trovi in pace, oppure ci si trovi in guerra.

Le cose tuttavia non sono così semplici. Se appena facciamo un qualche sforzo di riflessione, ci renderemo conto immediatamente che, all’occorrenza, possiamo individuare diversi stati intermedi compresi tra la pace e la guerra. In certi casi può anche risultare non del tutto chiaro se una certa situazione sia di pace o di guerra. Nel linguaggio comune si esprime qualcosa di simile dicendo: “Siamo sull’orlo di una guerra”, oppure: “Ci sono segnali di pace all’orizzonte”. In taluni casi, un chiarimento definitivo può derivare solo da un’esplicita dichiarazione di guerra o dalla sottoscrizione di una tregua, oppure di un trattato di pace. Ci sono poi delle situazioni che possono essere considerate come guerre anomale o guerre non convenzionali.

Una simile incertezza terminologica e concettuale la stiamo sperimentando proprio in questi mesi. Notoriamente, per i Russi l’aggressione all’Ucraina non è una guerra. È stata denominata operazione militare speciale. I cittadini russi che la chiamassero “guerra” potrebbero essere perseguiti penalmente[4]. Del resto nessuna esplicita dichiarazione di guerra è stata pronunciata da entrambe le parti. Secondo Putin, chi fornisce armi all’Ucraina è già “in guerra” con la Russia. Secondo alcuni pacifisti, gli USA, la UK, l’Europa sarebbero già in guerra con la Russia. Secondo il papa, questa sarebbe la Terza guerra mondiale “a pezzi”. Secondo alcuni altri, poi, la NATO aggressiva era già in guerra con la Russia fin dagli anni Novanta. Come si vede, la definizione dei confini tra pace e guerra è tutt’altro che semplice. I dati di fatto e la propaganda sembrano ormai intrecciarsi in maniera indissolubile.

Ancora più complessa è la situazione nel caso della guerra interna, o guerra civile. È difficile che le guerre civili siano dichiarate (anche se talvolta accade). Ci sono guerre civili de facto che non sono mai state combattute come tali e che sono state riconosciute come tali solo successivamente. È il caso, ad esempio, del riconoscimento, da parte dello storico Claudio Pavone, della Resistenza italiana al nazifascismo come guerra civile. È probabile che nel Donbass, dal 2014 in poi, si sia combattuta una guerra civile, con ogni probabilità fomentata dalla Russia con l’introduzione clandestina di uomini e mezzi. O forse una guerra di secessione.

3. Almeno due tipi di pace. Nella letteratura filosofica e politologica è stato spesso fatto notare come si possano annoverare due tipi di pace, quella negativa, quella più ovvia cui abbiamo già accennato, e quella positiva. La distinzione risale a Johan Galtung 1969. Galtung tratta non tanto della guerra quanto della violenza. La pace negativa è costituita dalla assenza di violenza personale, mentre la pace positiva è costituita dall’assenza della violenza strutturale. Per Galtung la pace positiva coincide dunque con la giustizia sociale. La distinzione tra pace negativa e positiva è stata poi usata ampiamente da Bobbio specificatamente in relazione alla guerra. Si parla comunemente di pace negativa quando il significato che si conferisce al concetto è soprattutto quello di negazione della guerra, cioè negazione del conflitto violento interno o internazionale. Si parla invece di pace positiva quando, oltre alla mera negazione della guerra, si vuol riempire il concetto della pace di una serie di connotazioni positive, che appartengano solo e soltanto alle situazioni di pace. Queste connotazioni dunquesi aggiungono alla pace negativa, cioè all’assenza di guerra. Si può parlare, in tal caso, di cessazione della violenza strutturale, ma anche di tranquillità, felicità, di fioritura umana, di prosperità, di progresso e simili. Oppure anche di armonia, integrazione, aiuto reciproco, cooperazione e scambio. Come ben si vede da questi esempi, se la nozione di pace negativa come assenza di guerra è relativamente precisa, pur con tutti i problemi del caso, la nozione di pace positiva è ancor più vaga, tanto che questa può essere ricondotta al capitolo generico dei benefici della pace – quali che questi possano essere. Oppure anche delle conseguenze positive della pace[5]. Si noti tuttavia che la condizione di pace positiva non si presta a definire un modello preciso di società, come, per esempio, la società cristiana, la società aperta, oppure la democrazia o il socialismo. Cioè, la pace difficilmente si lascia tradurre in un preciso modello di società che sia alternativo ad altri modelli. Sono i diversi modelli di società che possono sperimentare, talvolta, la condizione della pace positiva (o della guerra).

4. La guerra. Se vogliamo sapere cosa è la pace, almeno nella sua forma elementare, dobbiamo dunque come minimo sapere bene cosa sia la guerra. La guerra necessita dunque, a sua volta, di una definizione, che può risultare anch’essa piuttosto difficoltosa. Di solito non basta però definire la guerra come non pace. La guerra ha invece una sua definizione in positivo, cioè dotata di suoi specifici e autonomi contenuti. Vagamente, il termine guerra può significare un conflitto di qualsiasi tipo, ma abbiamo già detto che ci sono conflitti che non sono guerre. Allora abbiamo dovuto introdurre fin da subito la specificazione di “conflitto violento”. La guerra è un conflitto la cui caratteristica precipua è l’uso sistematico della violenza. Secondo una definizione esaustiva proposta da Bobbio, la guerra in senso stretto sarebbe caratterizzata dal conflitto violento entro o tra comunità politiche e/o Stati[6]. Osserva Bobbio: «Va da sé che, una volta definita la pace come non guerra, la definizione di pace dipende dalla definizione di guerra […]. Le più frequenti connotazioni di “guerra” sono queste tre: la guerra è, a) un conflitto, b) tra gruppi politici rispettivamente indipendenti o considerati tali, c) la cui soluzione viene affidata alla violenza organizzata»[7].Si noti che, secondo Bobbio, la guerra rientra nel novero della politica e che la violenza impiegata non ha da essere sporadica o casuale, bensì organizzata.

5. La questione della violenza. La definizione della guerra non poteva che evocare anche la questione della violenza. La violenza è uno dei principali contenuti della guerra. La nozione di violenza, ovviamente, è assai più ampia della nozione della guerra. Non ogni violenza è guerra. Possiamo pensare alla violenza dei fenomeni naturali, a parole violente, alla violenza nei confronti degli animali, oppure alla violenza psicologica. Nel caso della guerra, siamo interessati a un particolare uso della violenza allo scopo di risolvere un conflitto di tipo politico, tra comunità politiche o entro di esse.

Che tipo di violenza è quella della guerra? Secondo Hobbes la guerra era lo stato prepolitico per eccellenza che comportava svariate forme di violenza, la cui massima espressione poteva giungere fino all’estremo dell’uccisione del nemico. La soglia minima che ci interessa in questo caso sembra sia proprio l’ammissibilità dell’uccisione del nemico. Altrimenti anche un incontro di boxe potrebbe essere considerato come una guerra. Per Hobbes, la costituzione dello stato politico attraverso il contratto determinava la fine della guerra di tutti contro tutti e del conseguente rischio di essere ammazzati. La pace negativa (la negazione della guerra) si oppone dunque al conflitto violento entro le comunità politiche e tra gli Stati e, dunque, a quelle forme di violenza che, oltre alla distruzione delle cose, ammettono l’uccisione del nemico.

Fatta questa distinzione fondamentale, tuttavia, fin dai tempi di Hobbes le forme della violenza connesse alla guerra si sono moltiplicate a dismisura, in un museo degli orrori senza fine. Dalla generica uccisione del nemico si è giunti al genocidio, ossia al tentativo di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Oppure alla minaccia atomica, la quale implicherebbe la possibile distruzione dell’intera umanità.

Occorre riconoscere che si è fatto uno sforzo per codificare l’uso della violenza in guerra, giungendo alla proibizione di determinate condotte e alla definizione dei crimini di guerra e di tribunali internazionali. Alla messa al bando di determinati tipi di armi. Va tuttavia riconosciuto che lo ius in bello, cioè il diritto bellico, nazionale e internazionale, nonostante i lodevoli sforzi, ha ottenuto scarsi successi nel governo della violenza in guerra. L’attuale guerra russo ucraina fornisce in merito una documentazione impressionante di barbarie. D’altro canto questa guerra mostra anche come non tutti i contendenti sono uguali nell’osservanza del diritto bellico e nel contenimento della barbarie della guerra. Qui mi riferisco precisamente alla guerra contro i civili messa in atto sistematicamente dai Russi in Ucraina. Ciò va detto chiaramente, contro le troppo facili generalizzazioni che corrono. E contro le troppo comode equidistanze.

In generale, abbiamo dunque la possibilità minimale di cercare di controllare l’uso della violenza in guerra, oppure la possibilità di far cessare ogni violenza bellica attraverso la pace. Abbiamo tuttavia anche la possibilità di rifiutare altri tipi di violenza che sono di fatto possibili. Fino al rifiuto di tutti i tipi possibili di violenza – ammesso che ne sia possibile un inventario[8]. In questo caso non possiamo parlare semplicemente di diritto bellico o di pace negativa, ma dovremo parlare proprio di un’altra cosa e cioè della nonviolenza[9]. Questa va oltre la guerra in senso stretto e diventa così un atteggiamento, una predisposizione a comportarsi, da applicare sempre, in tutte le situazioni, in tutti i casi della vita, non solo in contrapposizione alla guerra. L’insieme della nonviolenza è dunque assai più ampio dell’insieme della pace negativa. Anche se la pace negativa non può che essere uno degli aspetti compresi nella nonviolenza.

6. La nonviolenza. Trascrivo qui una definizione generale e generica: “La nonviolenza è una pratica personale che consiste nel non causare offesa ad altri in qualsiasi caso. Essa può derivare dalla credenza che offendere persone, animali e/o l’ambiente non sia necessario per ottenere qualsiasi tipo di scopo. Può avere come riferimento una filosofia complessiva che implichi l’astensione da ogni violenza. Può essere basata su principi morali, religiosi o spirituali, oppure le ragioni per promuoverla possono anche essere di tipo strategico o pragmatico[10]. La nonviolenza è dunque anzitutto una pratica personale, più che uno strumento di lotta politica, anche se questa è stata talvolta impiegata proprio in questo senso. Si noti che la nonviolenza, secondo Aldo Capitini, non andrebbe intesa semplicemente come negazione della violenza, bensì dovrebbe essere intesa come un valore autonomo, dotato di un proprio contenuto positivo.

Per comprendere la posizione della nonviolenza, che riguarda indubbiamente il nostro discorso e a cui faremo spesso riferimento, può essere utile riandare a Lev Tolstoj (1828-1910). Preferisco rifarmi a Tolstoj, piuttosto che al ben più noto Gandhi, perché la sua posizione mi pare più chiara ed esemplare. Per una considerazione critica di Gandhi, si veda Losurdo 2010. Tra la fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta dell’Ottocento, anche in seguito all’ esperienza personale della guerra, Tolstoj visse una profonda crisi[11] e sperimentò un’intensa trasformazione interiore che lo spinse alla fede in Dio, alla semplicità volontaria, al rifiuto di tutte le forme di violenza, alla dieta vegetariana e all’animalismo. In questo ambito elaborò i principi fondamentali della nonviolenza, in un contesto fondamentalmente di tipo religioso. I riferimenti principali da cui aveva attinto sono costituiti dai Vangeli, dal cristianesimo minoritario (ad esempio i Quaccheri), da alcuni testi orientali e da alcune filosofie, tra cui quella di Schopenhauer.

Nell’ambito della nonviolenza, la dottrina centrale di Tolstoj – che si rifà soprattutto al Discorso della montagna evangelico – è quella della non-resistenza al male con il male[12]. Tolstoj ritiene che la non resistenza al male, quando sia perseguita rigorosamente, possa condurre – oltre che alla liberazione interiore – a un’autentica trasformazione sociale e possa provocare il dissolvimento degli ordinamenti sociali oppressivi e disumani. Tutto ciò senza ricorrere ad alcuna forma di violenza. Per questo occorre tuttavia un radicale impegno personale individuale, fino a giungere a praticare la disobbedienza civile, rifiutare il servizio militare e rifiutare il pagamento delle tasse, poiché queste sono usate dagli Stati per finanziare le guerre. In ciò seguendo David Henry Thoreau (1817-1862) come precursore. Il fondamento ultimo della nonviolenza è posto da Tolstoj nel comando divino contenuto nel Vangelo. E in ultima analisi nella fede. Notoriamente fu Tolstoj a influenzare Gandhi, con tutto quel che ne seguirà, circa la dottrina della nonviolenza, dottrina che in Gandhi prende il nome di ahimsa.

Come si può notare, si tratta di un pensiero senz’altro estremamente profondo. È stato tuttavia sempre fatto notare come sia anche piuttosto difficile da praticare, poiché implica, negli eventuali praticanti, un cambiamento radicale di vita e, di fatto, uno scontro radicale con l’esistente, in pressoché tutte le sue manifestazioni. Si noti che la strada proposta dalla nonviolenza implica uno scoglio di gran rilievo in materia di etica, su cui avremo modo di discutere ampiamente, e cioè la possibilità che il male sia lasciato libero di agire senza ostacoli. Questo poiché gli eventuali ostacoli posti al male implicherebbero a loro volta il ricorso alla violenza. E dunque alla riproposizione della violenza stessa. Questa posizione – come vedremo oltre – implica un’irrisolvibile incongruenza dei valori.

Una dieta ricostituente 03

7. Bellicisti, pacifisti e nonviolenti. Siamo così giunti a circoscrivere, in termini di prima approssimazione, oggetti concettuali come pace negativa e positiva, guerra, violenza e nonviolenza. Siamo ora in grado di meglio comprendere le dottrine o le elaborazioni teoriche corrispondenti a questi concetti e, conseguentemente, anche una serie di movimenti pratici che vi si ispirano. Avremo dunque le teorie pacifiste (nel senso della pace negativa ed eventualmente della pace positiva), le teorie belliciste (ed eventualmente violentiste, cioè le filosofie della violenza, anche se queste sono state raramente esplicitate e professate[13]) e le teorie della nonviolenza sul modello tolstojano e poi gandhiano. Avremo dunque, di conseguenza, come prima sistemazione, su un continuum, orientamenti e movimenti bellicisti, pacifisti e nonviolenti. Si potrebbero produrre ulteriori distinzioni, ma la cosa andrebbe troppo oltre i nostri scopi.

8. Esistono davvero i bellicisti? Dei tre punti di vista, il bellicismo è oggi l’orientamento meno caratterizzato, meno teorizzato, meno organizzato. Si tratta di un “–ismo”, il che comporterebbe, in senso proprio, una sorta di esaltazione della guerra, una sua promozione fino alla sua massima realizzazione, che corrisponderebbe al perseguimento di una sorta di guerra perfetta o di guerra perpetua[14]. Sicuramente, guardando al passato, possiamo trovare in merito numerosi casi storici. Molte società del passato si sono costituite avendo la guerra come fulcro. O, per lo meno, avendo al proprio interno gruppi sociali interamente devoti alla pratica della guerra. I quali spesso, proprio per questa loro attività connessa all’esercizio della forza, finivano per ricoprire una posizione sociale centrale e dominante. Oggi, in generale, nelle più diverse società, la centralità della guerra sembra in via di superamento. Anche molti di coloro che oggi sono impegnati settore della guerra, nel settore militare, ritengono auspicabile non doversi mai ricorrere effettivamente alla guerra. Il termine “bellicismo” oggi – almeno in Occidente – viene applicato in forma residuale soprattutto per designare coloro che ritengono possibile l’uso della guerra in determinate situazioni, oppure che, pur non esaltando la guerra, la accettano come necessaria, oppure ancora coloro che, una volta scoppiata una guerra, non vi si oppongano con la dovuta risolutezza. Talvolta si tratta di un termine che ha abbandonato la connotazione descrittiva e ha assunto connotazione retorica e dispregiativa, come il ben più noto termine guerrafondaio.

La domanda che ci dobbiamo porre allora è se oggi esistano realmente i bellicisti in senso proprio, o se questi non siano soltanto dei pacifisti deboli. Oppure pacifisti minimali, pacifisti moderati, o anche pacifisti imperfetti. In talune situazioni retoriche coloro che, pur non desiderandola, accettano la guerra come una necessità sono stati considerati come dei bellicisti. Si ponga mente al dibattito occorso in Italia alla vigilia della Grande guerra. Bellicisti autentici erano sicuramente gli interventisti, ma oggi sarebbero considerati bellicisti anche coloro che avevano come motto “Né aderire, né sabotare”, oppure i cattolici che, pur disapprovando la “inutile strage”, la ritenevano comunque doverosa in termini di obbedienza alle leggi vigenti dello Stato. Ancora diversa la posizione di taluni interventisti democratici, che volevano unicamente quella guerra per porre fine a tutte le guerre.

Come si vede, anche in questo caso, la distinzione tra bellicismo e pacifismo sembra piuttosto evocare un continuum, piuttosto che una secca dicotomia, come sembra invece emergere invece dal dibattito superficiale dei giorni nostri. Può essere anche comprensibile il fatto che nello scontro politico si sia indotti a dicotomizzare, ma è sufficiente un minimo di riflessione per concludere che la dicotomia tra pacifismo e bellicismo costituisce una ben povera rappresentazione della realtà. Soprattutto una rappresentazione di fatto priva di utilità. Tratteremo più in là della teoria della guerra giusta, che è un caso esemplare di situazione di continuità tra i due opposti.

9. Militaristi. Abbiamo visto che la guerra è una forma di violenza organizzata. Nelle società a elevata divisione del lavoro, i militari sono i professionisti della guerra. La questione degli armamenti, degli eserciti e più in generale della tecnica militare, è una conseguenza delle distinzioni precedenti. Armi, eserciti e tecniche militari sono impiegati per produrre i conflitti violenti e organizzati tra le comunità politiche ed entro gli Stati, cioè le guerre. La posizione attribuita all’organizzazione militare nell’ambito della società diventa dunque fondamentale. Quando la sfera strumentale della guerra tende a prevalere e a sopravanzare le altre sfere della società, si parla di militarismo e di società e/o Stati militaristi. Possiamo parlare più correttamente, in generale, di società a trazione militare. Si tratta di società la cui attività fondamentale ruota attorno alla guerra e dove i militari giocano un ruolo centrale nelle principali decisioni. E dove consumano nella loro attività le principali risorse economiche e finanziarie accumulate dalla società stessa. Nel corso dei secoli, in Occidente siamo stati testimoni del passaggio progressivo da società a trazione militare verso società a trazione commerciale, o a trazione industriale, tecnologica e finanziaria. Queste ultime tendono ad attribuire al settore militare un ruolo sempre più strumentale e marginale. Questa tendenza si è accentuata dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il caso degli USA è esemplare: pur essendo una potenza militare, la sua trazione fondamentale è di tipo tecnologico, industriale e finanziario. Oggi è di moda trascurare questo punto, a causa dell’anti americanismo pregiudiziale assai diffuso nel nostro Paese. Sul piano del militarismo, gli USA e la Russia non sono proprio la stessa cosa. La Russia di Putin, insieme a pochi altri esempi, è invece effettivamente una potenza a trazione militare (o si illude di esserlo, viste le scarse prestazioni sul campo).

Dunque, armamenti, eserciti e tecnica militare costituiscono dei mezzi che rendono possibile l’esercizio della guerra. Secondo un certo senso comune diffuso, il semplice possesso di armamenti ed eserciti sarebbe un indice certo di militarismo. Si trascura tuttavia il fatto che oggi, nella maggioranza dei casi, il possesso di armamenti ed eserciti ha la funzione di provvedere alla difesa. Questo per garantire un bene pubblico indubbio che si chiama sicurezza. Si è discusso a lungo su come ottenere la sicurezza senza disporre tuttavia di apparati di difesa ma una soluzione efficace non pare sia stata ancora trovata. Se comunque nel mondo tutti gli eserciti servissero solo per la difesa, non ci sarebbero più guerre. Forse è vero che in determinate circostanze i mezzi militari rendono anche più probabile l’esercizio della guerra. Ma è anche del tutto possibile pensare ad armi, eserciti e tecniche militari che siano perfettamente approntate, ma mai adoperate. L’idea che se hai un’arma prima o poi la usi è un’idea stupida e superficiale. Anche gli svizzeri tengono lo schioppo sotto il letto, ma è difficile pensarli come pericolosi aggressori e guerrafondai. Secondo la teoria della deterrenza, le atomiche sarebbero armi prodotte proprio per non essere mai usate.

Una dieta ricostituente 04

C’è ancora indubbiamente, da qualche parte nel mondo, un militarismo aggressivo. Ci sono ancora imperialismi a trazione militare, com’è proprio il caso della Russia. Ma oggi nel mondo c’è anche un realistico impiego di eserciti e armamenti per la mera difesa. O anche per gli interventi umanitari nelle situazioni di crisi. L’esigenza di finanziare con risorse pubbliche una forza di difesa non può che dipendere dalla valutazione razionale di quanto pericoloso sia l’ambiente internazionale in cui ci si trova. I recenti avvenimenti dell’aggressione della Russia all’Ucraina hanno indubbiamente reso più pericoloso l’ambiente internazionale, determinando così – a parere di molti – l’esigenza di maggiori investimenti nella sicurezza[15]. Dunque, anche nell’ambito del militarismo, sarebbe il caso di introdurre delle distinzioni. Anche il povero Enrico Letta è stato rappresentato con l’elmetto. Non tutti i militarismi sono uguali. Dovrebbe essere evidente che il militarismo della NATO non è esattamente uguale al militarismo della Russia di Putin. Le semplificazioni eccessive precludono la comprensione della realtà e impediscono un’azione efficace nel mondo.

Può ben essere che il superamento e infine l’abolizione dell’apparato militare possa essere in futuro una conseguenza desiderabilissima dell’affermazione universale di una situazione di pace positiva. Magari connessa anche all’accettazione universale della prospettiva filosofica e religiosa della nonviolenza. Al giorno d’oggi però un simile obiettivo non sembra essere alla nostra portata. Può al più costituire al più una idea regolativa, nel senso kantiano del termine.

10. La pace si dice in molti modi. Gli elementi definitori che abbiamo fin qui introdotto hanno mostrato la complessità delle questioni affrontate, tale da afflosciare la sicumera di molti protagonisti dell’odierno dibattito pubblico. La prima acquisizione inevitabile, per chi frequenti ancorché saltuariamente questo campo, è proprio quella per cui la pace “si dice in molti modi”. Questo vuol dire che, a dispetto del senso comune, non c’è un concetto unico di pace. Si tratta piuttosto – come dicono i filosofi – di una “somiglianza di famiglia”, cioè di una rete di concetti interconnessi e di relativi usi linguistici. Dunque chi dice di essere per la pace non ha ancora detto niente: dovrebbe sforzarsi di esplicitare chiaramente cosa intende per pace. Altrimenti, bisognerebbe concludere inevitabilmente che tutti vogliono la pace. Ma una volta affermato il punto, tutti si scontrerebbero immediatamente intorno alle questioni che hanno appena evitato di chiarire. Nella letteratura filosofica e politologica si fa riferimento ad almeno quattro tipi di pace[16]. Molto diversi tra loro. Abbiamo dunque: a) la pace come resa incondizionata; b) la pace come tregua; c) la pace come trattato; d) la pace positiva. Potremmo aggiungere un quinto tipo: e) la pace come conseguenza della nonviolenza, che sarebbe poi un tipo particolare di pace positiva, alla quale abbiamo tuttavia già accennato.

11. La pace come resa incondizionata. È questo un tipo di pace che sopravviene quando uno dei contendenti (o più di uno) è talmente coartato che non può neanche decidere di scendere in guerra. Di solito si cita in proposito un famoso esempio da Rousseau. Il filosofo, all’inizio del suo Contratto sociale[17], scrive contro Hobbes: “Si vive tranquilli anche nelle carceri: basta questo per trovarcisi bene? I Greci rinchiusi nell’antro del Ciclope ci vivevano tranquilli, aspettando che venisse il loro turno di essere divorati”. Si trovavano dunque certo in pace i marinai di Ulisse, chiusi nella prigione del ciclope, in attesa di essere divorati. È questa una condizione di pace (senz’altro assenza di guerra e di violenza nell’immediato!) che deriva dalla totale passività, dalla totale costrizione, cioè dalla resa incondizionata al nemico.

La storia è piena di casi in cui una comunità politica avrebbe sicuramente scelto di combattere, solo se appena avesse potuto farlo. Possiamo pensare a situazioni nelle quali l’oppressione è così forte che i soggetti non hanno neppure la possibilità di scegliere eventualmente la via delle armi. L’attuale Afghanistan gode senz’altro di una situazione di pace in seguito alla resa incondizionata ai talebani. L’attuale Iran, che godeva senz’altro della pace interna, sta mostrando che quella pace si fondava sostanzialmente sull’oppressione (in particolare delle donne) e sta precipitando verso una situazione di guerra civile. Spesso ci si dimentica che per decidere di scendere in guerra occorre perlomeno disporre di un minimo di libertà d’azione. Rispetto a una situazione di totale dominazione, checché ne pensasse Tolstoj, la possibilità di combattere una guerra può anche essere considerata, in taluni casi, come una sorta di miglioramento della propria posizione, un auspicabile avanzamento. Solo la determinazione assoluta di non opporsi al male può sconsigliare di ricorrere alla guerra nelle situazioni più estreme di oppressione.

Una dieta ricostituente 05

12. La pace come non libertà. Coloro che sono nella situazione descritta da Rousseau hanno sicuramente la pace (ammesso che così si possa chiamare), ma non hanno alcuna libertà. Non si tratta di un caso tanto raro. Assomiglia questa alla situazione hobbesiana post contrattuale, dopo che i cittadini hanno ceduto tutti i loro poteri al Leviatano (lo stato assolutistico) e sono così diventati sudditi. Hanno la pace ma sono sottomessi in tutto e per tutto al potere assoluto. Per di più l’hanno fatto per propria scelta e volontà. Si ricorderà che quella situazione, secondo Hobbes, in un solo caso si sarebbe potuta risolvere in una guerra civile: qualora il Leviatano avesse attentato alla vita dei cittadini. I sudditi sottomessi nel patto hobbesiano sarebbero dunque appena più fortunati dei marinai di Ulisse nella prigione del ciclope. Questo tipo paradossale di pace, intesa come resa incondizionata e totale sottomissione all’arbitrio, è stata ampiamente teorizzata e praticata. Ad esempio, nel caso di certi martiri cristiani. O nel caso della nonviolenza tolstojana già citata. È tuttavia davvero singolare – dovrebbe indurre a qualche riflessione coloro che in questa materia mostrano grandi certezze – che il tipo più infimo di pace, la pace come resa incondizionata, finisca con il coincidere con quella che taluni presumono essere il tipo più nobile di pace e cioè quello derivante dalla applicazione integrale della nonviolenza.

13. Una digressione nell’attualità: forse la pace non è tutto. Più recentemente, e assai più ignobilmente, nel dibattito nostrano seguente alla guerra in Ucraina, il noto opinionista prof. Orsini ha teorizzato l’opportunità della resa incondizionata di fronte all’aggressore russo, pur di avere salva la vita. Così, secondo il professore, avrebbero dovuto fare gli Ucraini di fronte all’invasione russa. In uno dei tanti talk-show, il prof. Orsini ci ha ricordato anche che: “Anche sotto il fascismo i bambini potevano vivere felici”. Poiché Putin non avrebbe probabilmente divorato gli Ucraini come il ciclope – anche se avrebbe potuto far ammazzare il loro presidente – dunque gli Ucraini, se si fossero subito arresi, avrebbero certo perso totalmente la libertà ma avrebbero guadagnato comunque la pace. Almeno per la popolazione civile e per i bambini. Dunque, ne conseguirebbe che i morti che la resistenza degli Ucraini ha indirettamente provocato (militari, civili e i bambini) sarebbero tutti da mettere sulla coscienza di Zelens’kyj, del suo bellicoso governo, con tutti i suoi alleati, che non si sono prontamente arresi. E sulla coscienza di tutti quelli che hanno dato ragione a Zelens’kyj e lo hanno aiutato. Si tratta ovviamente, questa di Orsini, non della conseguenza di una professione di fede nonviolenta, ma di una davvero singolare applicazione dell’etica della responsabilità (vedi oltre). Al professor Orsini non viene neppure in mente il punto problematico fondamentale e cioè il fatto che forse la pace non è tutto.

14. Scoglio: la pace e l’incongruenza dei valori. La situazione della pace come resa incondizionata ci fornisce l’occasione per affrontare uno scoglio teorico di notevole interesse. Ci costringe a domandarci se la pace (la pace prima di tutto, a qualunque costo) possa essere davvero considerata come il bene supremo. Se possa cioè essere considerata indipendentemente dalla situazione nella quale essa si realizza. Se possa cioè essere valutata in piena autonomia da ogni altra considerazione, se sia davvero un valore in sé, incomparabile rispetto ad altri valori. Appena la pace viene tolta dal suo carattere assoluto e viene considerata in termini situazionali, viene cioè confrontata con altri valori, o altri beni, nascono molte questioni inaspettate. Per avere in cambio la pace, possiamo rinunciare completamente alla nostra libertà? Cos’è una pace senza libertà? Anche la giustizia può essere tirata in causa. Una pace ingiusta è una vera pace?

Molti autorevoli intellettuali nostrani, soprattutto di sinistra, negli infiniti talk-show che si sono susseguiti dopo il 24 febbraio, seguendo più o meno consapevolmente il prof. Orsini, consigliavano senz’altro agli Ucraini di non resistere. Che deponessero le armi. Qualcuno si affannava addirittura a negare con argomentazioni fantasiose che quella messa in atto dagli Ucraini fosse una resistenza. Addirittura, si sentivano di decidere che non si dovessero mandare armi agli Ucraini, perché questi si arrendessero prima, dunque con meno danni per loro. Qualcuno, beato lui, s’inventò anche le “armi non offensive”. Possiamo qui parlare di altruismo? Se gli Ucraini avessero subito obbedito a questi desiderata, oggi sarebbero senz’altro in pace, sarebbero cioè sotto la pace di Putin (dove senz’altro anche i bambini potrebbero vivere felici!). Qualcuno ha pensato di mettere a confronto il bene di una simile pace con i beni della libertà e della giustizia? Qualcuno di questi “altruisti” ha pensato almeno di chiedere il parere degli Ucraini? Cioè dei diretti interessati. Purtroppo nell’epoca del pensiero incontinente nessuno si ferma ad approfondire le questioni.

Credo abbia colto nel segno il filosofo Alexandr Dugin (un filosofo russo euroasiatista e nazibolscevico, per chi non lo conoscesse) quando dice che gli Occidentali si sono rammolliti, sono in piena decadenza, perché non sono neanche più in grado di pensare di poter morire per la propria causa. Del resto Heidegger era dello stesso parere. Fa davvero pena, oggi, vedere coloro che hanno imbracciato le armi per difendere il proprio Paese, o chi per essi, negare ad altri di fare la stessa cosa, in nome della pace.

Queste considerazioni (e questi esempi) ci pongono di fronte a un problema ben noto nell’ambito dell’etica. Normalmente si pensa che i valori e/o i beni siano semplicemente di carattere additivo, che possano cioè essere sempre assommati tra loro a piacere. Per questo tutti i valori e/o i beni dovrebbero sempre essere tra loro compatibili. In realtà è noto fin dalla filosofia antica che i valori o i beni possono non essere compatibili tra loro. Perseguire determinati valori può implicare necessariamente la rinuncia ad altri. I due tipi aristotelici di giustizia, la giustizia distributiva e la giustizia commutativa, ad esempio, non sono affatto compatibili. Per avere l’uno si deve necessariamente sacrificare l’altro. In generale, è poi noto come sia molto difficile essere giusti e buoni contemporaneamente. In campo teologico, se Dio è giusto, non può essere buono, e viceversa. Nel caso del contratto hobbesiano, accade che per avere la pace si debba sacrificare la libertà. Questa spiacevole situazione è nota come incongruenza dei valori[18]. Dunque – spiace per taluni pacifisti puri – la pace deve scendere dal piedistallo del bene assoluto o per lo meno deve accettare di essere messa a confronto con altri possibili valori o beni. Come minimo con la libertà e la giustizia. Ma anche con beni assai più prosaici. Come ad esempio la sopravvivenza materiale, cioè la vita[19]. Per Orsini, la vita dei bambini vale la capitolazione e dunque la pace come resa incondizionata. Per altri tuttavia la guerra può significare una possibilità di vita. I poveri buriati (una delle etnie asiatiche prevalenti nell’esercito Russo attuale che combatte in Ucraina – la Repubblica di Buriazia è una repubblica della Federazione Russa) sono spinti ad arruolarsi e a combattere perché è pressoché l’unico lavoro che è messo loro a disposizione. Non possono permettersi di fare i pacifisti più di tanto. Poiché l’incongruenza dei valori è una questione fondamentale, ce ne occuperemo oltre.

15. La pace come tregua o “situazione di pace”. È questa la pace che corrisponde all’interruzione temporanea delle ostilità. Se vogliamo, corrisponde alla nozione della tregua. I contendenti sono ostili tra loro. Sono liberi di decidere se continuare o meno a combattersi. Decidono tuttavia di sospendere le ostilità. Siamo cioè in una situazione di ostilità non belligerata.

È questa una situazione ben nota, poiché l’abbiamo sperimentata nel corso della lunga Guerra fredda. Anche se la Guerra fredda è stata in realtà belligerata indirettamente, attraverso una serie notevole di proxy war, le guerre indirette o guerre per procura. È questa anche la situazione descritta dalla locuzione della pace armata. È anche la situazione descritta dall’equilibrio del terrore, o dall’equilibrio della deterrenza. Non si combatte più, cioè ci si è messi in una situazione di tregua, per il fatto che la prosecuzione dei combattimenti produrrebbe esiti non desiderati o temuti da entrambe le parti. Dunque, ci si mette in uno stato di tregua per la paura degli effetti di una continuazione dello stato di guerra belligerata. Si accetta di smettere di combattere perché si è sottoposti a una minaccia (o a uno svantaggio) più grande (sia da parte dell’altro contendente, sia da parte di un Terzo che sia intervenuto). Tuttavia perdura l’inimicizia e la minaccia reciproca, e resta alta la probabilità di riprendere il conflitto.

Una dieta ricostituente 06

16. Scoglio: si può imporre la pace? Un caso filosofico interessante, un vero e proprio scoglio etico, è quello dell’imposizione della pace (nel senso della tregua o del trattato). Affinché si dia il caso, occorrono minimamente due contendenti e un Terzo, il mediatore, il pacificatore, che costringa i due a deporre le armi. Usando magari la persuasione, l’influenza, distribuendo garanzie e vantaggi di qualche tipo. Ma è possibile anche pensare che il Terzo possa provvedere all’imposizione della pace attraverso l’uso della forza.

Non sarà sfuggito al lettore che, in un certo senso, la possibilità di imporre la pace, cosa spesso effettivamente successa nella storia, ha in sé qualcosa di contradditorio. In una visione completamente irenica, la pace dovrebbe in un certo senso imporsi da sé. Tuttavia purtroppo la guerra, una volta iniziata, tende ad auto alimentarsi, tende addirittura a intensificarsi. Il Terzo allora è posto di fronte al dilemma di lasciare che la guerra continui oppure di imporre la pace. Se tuttavia sceglie di imporre la pace, si troverà a usare una guerra per imporre la pace. I pacifisti si scandalizzeranno, ma questo è un altro problema legato all’incongruenza dei valori. Per avere la pace si finisce per accettare che si apra una nuova guerra tra il Terzo pacificatore e i due contendenti. Non affrontiamo qui quali possano essere gli eventuali interessi del Terzo nello scendere in guerra per imporre la pace. In generale, dall’intervento del Terzo non si ha alcuna garanzia preventiva; potrebbe certo scaturire anche una pace senza libertà e/o senza giustizia.

L’idea di un Terzo pacificatore attraverso l’uso della forza non dovrebbe tuttavia risultare così peregrina. Si tenga conto che l’ONU dovrebbe, in teoria, proprio agire come un Terzo virtuoso, capace di sedare i conflitti internazionali eventualmente anche con la forza, come sta scritto nella sua Carta. Si noti tuttavia di sfuggita che, se appena si accetta la prospettiva che il Terzo possa (o sia tenuto a) intervenire con la forza per riportare la pace, allora si dovrà come minimo ammettere che non tutte le guerre sono uguali. Alcune sarebbero guerre comuni destinate a continuare o a finire con la sopraffazione dell’uno da parte dell’altro. Altre sarebbero invece guerre determinate dall’intervento del Terzo che avrebbe tuttavia come scopo il ristabilimento della tregua o della pace.

Dovrebbe suscitare un certo stupore il fatto che – in concomitanza con la attuale guerra russo ucraina – a livello mondiale non si sia aperto per lo meno un acceso dibattito circa la riforma dell’ONU, organizzazione oggi pesantemente screditata dal fatto che lo Stato palesemente aggressore, la Russia, siede nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con il diritto di veto. Questo significa che la Russia, con la sua aggressione, ha di fatto privato il mondo intero di quel minimo di organizzazione internazionale abilitata a fungere da Terzo virtuoso nelle controversie. È come pretendere da ora in avanti che – ove sia violata – la pace si ristabilisca da sola. Perché questa reticenza ad affrontare la questione della riforma dell’ONU? Evidentemente l’idea di una forza militare internazionale capace di fare interventi di pacificazione anche con le armi non è così popolare, in parte per una forma di pacifismo estremista ma in parte anche per malcelato bellicismo: qualora ci si trovasse nella situazione di fare la guerra è preferibile avere le mani libere.

Così avviene che si stia togliendo di mezzo proprio il Terzo virtuoso che sarebbe in grado di intervenire con la forza e di “rendere il male con il male” all’aggressore. Ciò paradossalmente potrebbe anche essere in linea con i migliori auspici dei nonviolenti. Quel che seguirà tuttavia a questa nuova situazione non sarà il regno della pace positiva ma il regno dell’anarchia internazionale, dove ognuno farà quello che vuole, o quello che si potrà permettere, grazie magari alle sue bombe atomiche. Così gli Stati deboli cercheranno la protezione degli Stati forti, di coloro che sono in grado di vendere protezione nel più puro stile mafioso.

17. La pace come ordine privo di ostilità. È la condizione che si configura quando cessano tutte le ostilità. Solitamente questa è la condizione che si consegue sul piano del diritto attraverso la stipulazione di un trattato di pace e, in termini fattuali, attraverso la cessazione delle violenze, il ritiro delle forze e il disarmo. È quella che Bobbio, sulle orme di Aron, chiamava la pace di soddisfazione. Perché è così difficile la pace di soddisfazione? La difficoltà è dovuta al fatto che la condizione di pacificazione, una volta raggiunta, non garantisce il mantenimento della pace stessa. Detto in altri termini, la pace non si auto rigenera, la pace non è in grado di garantire il mantenimento della pace stessa. Poiché i trattati di pace possono sempre essere violati, la condizione pacifica guadagnata è sempre reversibile. La pace non ha alcuna autonomia, è comunque instabile e può tendere a precipitare verso la guerra.

Si tratterebbe allora di comprendere quali siano le condizioni, che non dipendono dalla pace stessa, che possono favorire (o addirittura garantire) il mantenimento della pace. Ad esempio, secondo un famoso assunto del politologo Michael W. Doyle, gli Stati democratici di solito non si fanno la guerra tra loro. Dunque la democratizzazione globale degli Stati costituirebbe una delle precondizioni per il mantenimento di una pace priva di ostilità. Anche un ONU riformato e funzionante (non quello attuale) potrebbe dare un contributo. È chiaro che le condizioni che potrebbero mantenere la pace potrebbero essere le più varie. Non posso entrare nel merito. C’è un’intera disciplina dedicata a questo tipo di questioni e cioè i peace studies, o anche peace and conflict studies.

In generale, possiamo però dire con relativa certezza che una delle cause principali della fine della pace è il sopravvenire dell’ingiustizia, sia all’interno delle nazioni sia tra di loro. Il mantenimento di un ordine privo di ostilità, il mantenimento di una pace di soddisfazione conseguita, implica evidentemente la giustizia. La pace senza giustizia percorre poca strada. Chi voglia mantenere una pace ordinata senza ostilità dovrebbe dunque contemporaneamente procurare la giustizia. È chiaro che una condizione di ingiustizia può spingere al ricorso alla violenza, determinando una catena causale che può portare alla guerra, interna o esterna. Sappiamo bene tuttavia che la pace di per sé non è senz’altro in grado di procurare la giustizia. D’altro canto, lo scopo di procurare la giustizia può implicare anche la rottura della pace. Per questo la pace è sempre a rischio. Ovviamente, la giustizia sussistente in una data situazione viene sempre giudicata dal punto di vista dei soggetti coinvolti, i quali potrebbero non essere affatto concordi sulla natura giusta o ingiusta della pace in questione. Anche in questo caso si presenta l’opportunità di ricorrere all’intervento di un Terzo, capace di intervenire nel merito delle ingiustizie rivendicate. Ma il Terzo come si è visto non è sempre un ospite gradito.

Queste semplici considerazioni stanno a significare che gli sforzi per realizzare e mantenere la pace non possono avere mai fine. Una volta stipulato il trattato di pace c’è sempre il rischio che l’ingiustizia, sopravvenuta o latente, rovini la pace. Allora al pacifista consapevole non resterebbe altro che reinterpretarsi come politico impegnato indefinitamente per l’implementazione della giustizia. Impegnarsi solo per la pace è indice davvero di corte prospettive sulla natura della pace stessa.

18. Pace positiva. I filosofi hanno spesso anche trattato della pace positiva, della quale abbiamo già accennato in apertura, per circoscrivere la pace negativa. Questa non è soltanto un effetto del diritto, attraverso un trattato di pace, che come abbiamo visto può però sempre essere violato. È piuttosto la condizione che la società nazionale e la comunità internazionale assumono dopo che si sia instaurata una pace giusta e sia stata instaurata la giustizia. Un caso tipico è costituito dalla teoria di Galtung, cui abbiamo già accennato.

Spesso questo concetto è stato tacciato di essere un concetto assai vago e di fatto utopico. Esso implica l’esistenza di società pacifiche e giuste e la contestuale trasformazione spirituale degli individui in modo da diventare essi stessi pacifici e giusti. Quando si pensa alla pace positiva non si può fare a meno di evocare la kantiana pace perpetua[20]. La quale tuttavia – Kant era un pessimista cronico – assomigliava più a una pace trattata che non a una pace positiva universale. Sul piano filosofico si può disquisire se una pace positiva fondata sulla giustizia sia possibile, sia effettivamente alla portata della natura umana o se non sia piuttosto incompatibile con questa. Per qualificare la inemendabilità della natura umana Kant ha usato la nota metafora del legno storto: “Dal legno storto dell’umanità non si potrà mai cavare alcuna cosa dritta”[21]. Non posso addentrami in questa problematica del rapporto tra la guerra e la natura umana ma la segnalo al lettore come stimolo per la riflessione.

Tutto ciò ha comunque una conseguenza importante, cui ho già accennato ma che vale la pena di ribadire in forma più estesa. La realizzazione della pace positiva non può essere conseguita restando all’interno dell’esclusivo dominio della pace stessa (e dei relativi pacifismi). La pace da sola non è sufficiente. Non pare bastevole alla sua compiuta realizzazione positiva. Questo significa che l’impegno per la pace non può essere disgiunto dall’impegno politico per la realizzazione di una società giusta. L’impegno per la pace non può dunque essere single issue. Raramente tuttavia i movimenti pacifisti mostrano esser consapevoli dell’esigenza, per la costruzione e il mantenimento della pace, di connettere strettamente la difesa della pace con la realizzazione della giustizia. Questa miopia dei pacifisti si spiega col fatto che ammettere di doversi impegnare per la giustizia finirebbe per sporcare le mani alla purezza apparente dell’impegno per la pace. Queste considerazioni mostrano anche i limiti della nonviolenza. La quale azzarda a ritenere che sia sufficiente la diffusione della nonviolenza per la realizzazione della giustizia. Una società con una maggioranza di nonviolenti praticanti sarebbe presumibilmente comunque sempre ostaggio di una minoranza di violenti praticanti. Anche a Paperopoli c’era la Banda Bassotti.

19. Un’altra classificazione. I diversi tipi di pace di cui abbiamo discusso rappresentano solo una delle tante classificazioni delle situazioni di pace[22]. Un’altra classificazione della pace, che riprende alcuni aspetti della precedente, è stata fornita da Raymond Aron[23].Egli distingue tre tipi di pace. A) Anzitutto la pace di potenza. È la pace che si ottiene grazie al sopravvenire di un potere forte che impone l’ordine e, dunque, la pace. Può essere di tre tipi, di equilibrio, di egemonia o di imperio. B) Abbiamo poi la pace di impotenza, che era quella fondata – all’epoca di Aron – sull’equilibrio del terrore tra le potenze atomiche. Queste erano costrette a non farsi la guerra poiché la guerra avrebbe implicato la mutua distruzione assicurata. C) In ultimo, abbiamo la pace di soddisfazione. È la pace che sopravviene quando ciascuno è in sé soddisfatto della propria situazione, per cui non cerca in nessun modo l’aggressione. Spiega Bobbio che: “La pace di soddisfazione ha luogo quando in un gruppo di stati nessuno ha pretese territoriali o d’altro genere verso gli altri, e i loro rapporti sono fondati sulla fiducia reciproca (che è proprio l’opposto del timore reciproco); pace di soddisfazione è quella che vige dopo la seconda guerra mondiale fra gli stati dell’Europa occidentale”[24].

La classificazione di Aron ha il merito di mettere in luce la dimensione di potere (e di disuguaglianza) che comunque è spesso connessa anche alle situazioni di pace (come nel caso estremo dell’antro del ciclope) e che contribuisce drammaticamente a privare la pace di quel manto idealistico che spesso i pacifisti le attribuiscono. La pace non elimina il potere e questo può sempre riprodurre l’ingiustizia.

20. Dai tipi di pace ai tipi di pacifismo. Visti i diversi tipi di pace, si possono anche dare per definiti i principali obiettivi possibili dei diversi movimenti pacifisti, cui – come dicevamo – possiamo aggiungere anche i movimenti nonviolenti. Per la chiarezza del discorso pubblico, e per l’efficacia del dibattito, questi movimenti dovrebbero però dichiarare esplicitamente quale tipo di pace vorrebbero raggiungere, nelle diverse specifiche situazioni. E dovrebbero evitare di contrabbandare un tipo di pace per un altro, come invece amano fare abitualmente, quasi senza accorgersene.

Una dieta ricostituente 07

21. Intermezzo. Nell’intento di capitalizzare i dubbi del lettore volenteroso che sia giunto fino a questo punto, propongo un esercizio di riflessione su un caso concreto[25]. Vediamo con qualche dettaglio la narrazione di quel che accadde a Srebrenica tra il 6 e il 25 luglio 1995. Siamo in Bosnia-Erzegovina, pochi mesi prima della firma dell’accordo di Dayton sulla spartizione interna del Paese tra la Repubblica serba (RepublikaSrpska) e quella croato bosniaca. Srebrenica era una delle tre enclave bosniache in territorio serbo (Srebrenica, Žepa e Goražde). Di qui la forte pressione dell’esercito serbo nei confronti delle poche enclave rimaste. L’intento era quello di effettuare una pulizia etnica dell’enclave che sarebbe in prospettiva divenuta territorio serbo. Srebrenica era presidiata da un contingente di alcune centinaia di caschi blu olandesi dell’UNPROFOR, cioè dell’ONU. Avrebbero dovuto difendere gli abitanti locali da eventuali aggressioni dei serbi. Tra il 6 e il 25 luglio le forze soverchianti dei serbi, comandati dal generale Mladich, circondarono l’enclave, la conquistarono senza difficoltà e, sotto la minaccia delle armi, ridussero all’impotenza il contingente dei caschi blu olandesi. Nei giorni successivi perpetrarono sistematicamente il massacro di più di 8000 civili bosniaci. La Corte internazionale di giustizia ha successivamente definito il massacro come genocidio.

Nonostante vari processi e inchieste, la posizione del battaglione olandese dell’UNPROFOR non è stata ancora del tutto chiarita. Gli olandesi avevano solo armi leggere ed erano sicuramente inferiori di forze rispetto ai serbi. Per cui non furono in grado di intervenire e di assolvere al loro compito di proteggere la popolazione[26]. In un quadro di disorganizzazione della catena di comando, non ci fu alcun significativo aiuto o intervento aereo dall’esterno in difesa dall’enclave, nonostante fosse stato più volte richiesto dal comandante del contingente, questo perché a quanto si disse non sarebbe stato conforme alle regole di ingaggio della missione. Ai caschi blu non restò che riparare nella loro base e cercare di intavolare qualche timida trattativa con Mladich. Una moltitudine di bosniaci sfollati si radunò nei pressi della base ma gli olandesi non furono in grado né di ospitarli né di difenderli. Gli uomini di Mladich li prelevarono con il pretesto della identificazione, separarono gli uomini, li caricarono su mezzi e li portarono via e procedettero al massacro che infuriò nei giorni successivi.

Quando si resero conto di quel che stava accadendo, gli olandesi non furono comunque in grado di intervenire. Le inchieste e i processi che ci furono, a vari livelli, non hanno portato a nulla di definitivo. Circolano diverse versioni interpretative, da chi dice che, praticamente abbandonati dal Comando centrale della missione, i caschi blu non abbiano potuto fare altro che stare a guardare. Qualcuno li accusa addirittura di avere anche, per certi aspetti, collaborato con i Serbi, avendo consentito il prelevamento di coloro che si erano rifugiati nei pressi o addirittura dentro alla base. È stato accertato che, in alcuni specifici casi, i caschi blu non abbiano dato rifugio ad alcuni bosniaci che lo richiedevano espressamente e che poi sono stati massacrati. Per alcune specifiche omissioni processualmente accertate alcuni ufficiali sono stati condannati. Comunque, nonostante la situazione imbarazzante della loro posizione, forse per una sorta di riparazione, i soldati del contingente hanno anche ricevuto un’onorificenza dal governo olandese.

Il caso dei caschi blu olandesi nella sua complessità resta insoluto. A parte la responsabilità penale, gli olandesi del contingente UNPROFOR restano a tutt’oggi nel limbo indistinto di una non accertata responsabilità morale. In una posizione che può essere definita come “al di là del bene e del male”. Ecco allora qualche motivo di riflessione circa la filosofia della pace e della guerra. Qualcuno può sostenere che l’ONU, come pacificatore armato, non dovesse neppure trovarsi nella ex Jugoslavia, lasciando così che i diversi contendenti di quella guerra si pacificassero da soli. Qualche sincero umanitario può sostenere che, pur essendo inferiori in termini di forze, i caschi blu dovevano comunque intervenire per tentare di proteggere la popolazione; avrebbero cioè dovuto fare il loro dovere morale comunque, eventualmente anche sacrificando la propria vita. Oppure si può sostenere che l’ONU abbia peccato di omissione: doveva intervenire con regole di ingaggio più dure, con maggiori forze e più efficacemente, costringendo i Serbi a stare al loro posto. Anche con la minaccia o l’uso delle armi. Ma c’è anche un altro interessante punto di vista: i caschi blu olandesi non hanno fatto altro che tenere un comportamento del tutto consono con le prescrizioni nonviolente tolstojane di non rispondere al male con il male.Meglio dunque sarebbe stato in questo caso che non si fossero neanche presentati in Jugoslavia.

22. Un po’ di metaetica. Dopo il nostro intermezzo, passiamo ora a proseguire il nostro ragionamento. Finora ci siamo accontentati di individuare diversi tipi di pace, mostrando svariati problemi ad essi connessi. Ci siamo cioè occupati principalmente dei diversi obiettivi che possiamo avere in mente quando dichiariamo di essere per la pace. Dovrebbe essere emerso come minimo che la pace è un obiettivo di per sé assai problematico. Ma la pace non è solo problematica in quanto obiettivo. È anche decisamente problematica se consideriamo il modo con cui la vogliamo. Ebbene sì, la pace non solo si dice ma anche si vuole in diversi modi. Prenderemo in considerazione due modi principali. Ce ne sarebbero anche altri, ma questi due sono i più importanti. In termini di metaetica[27], la pace può essere considerata in due modi diametralmente opposti: dal punto di vista deontologico oppure da quello consequenzialista. Si tratta di una distinzione del tutto analoga a quella forse più nota di Max Weber tra l’etica dell’intenzione (o convinzione) e l’etica della responsabilità. Il primo punto di vista tende a considerare la pace come principio in sé. Il secondo punto di vista tende a considerare la pace in base alle sue conseguenze. Detto in sintesi, se assumiamo la pace come un principio universalmente valido, e dunque moralmente doveroso, saremo portati a disinteressarci delle sue conseguenze, le quali però, come s’è visto, possono anche non essere sempre buone. Se consideriamo invece primieramente le conseguenze della pace, non saremo più in grado di trattare la pace come un principio universale, valido sempre e comunque. Potremmo anche mettere in conto, in certi casi, di dover rinunciare alla pace, per evitare certe sue conseguenze negative e/o per conseguire altri beni che siano ritenuti preferibili o prioritari.

23. Deontologi. Vediamo meglio. Chi adotta la prospettiva deontologica ritiene in generale che ci siano dei principi, proprio come la pace, che sono buoni o cattivi in sé. Questi principi sarebbero dunque dotati di un loro valore intrinseco. Questa convinzione si traduce in un dovere, in un comandamento morale al quale si deve soltanto obbedire. Chi non obbedisce si rende colpevole e si colloca ipso facto dalla parte del male. Il principio della pace è dunque considerato una cosa buona di per sé e dovrebbe sempre essere realizzato senza discutere, a tutti i costi: etsipereat mundus.

Resta allora solo il problema di definire come si giunga a stabilire un principio come quello della pace, quale ne sia il fondamento o la giustificazione. I fondamenti che possono essere individuati sono molteplici e curiosamente possono anche essere in contrasto tra loro. Tuttavia mirano tutti a conferire alla pace il suo valore intrinseco. Qui può essere utile, a scopo meramente illustrativo della problematica, rammentare la vecchia classificazione kantiana delle etiche eteronome, formulata a seconda del carattere internoo esternorispetto all’individuo del principio che le guida. In termini esterni, il dovere della pace può derivare da un comando divino, oppure da un’abitudine sociale trasmessa (la tradizione e l’educazione) oppure ancora da una legge degli uomini. In termini interni può derivare invece da un impulso socievole, fornitoci dalla natura, oppure da un sentimento morale, oppure ancora dalla spinta verso la perfezione derivante dalla nostra coscienza razionale. Se si vuol essere kantiani fino in fondo, si può poi invocare anche l’imperativo categorico, come caso di etica dell’autonomia[28].

Quale che sia il fondamento posto alla sua base, è opportuno notare che, in ambito deontologico, il principio della pace viene in tal modo assolutizzato. Ciò indubbiamente lo mette al riparo da qualsiasi dubbio e da qualsiasi eccezione. Questa strategia può tuttavia essere controproducente. Già Kant aveva avvertito come l’assolutizzazione di un principio possa costituire l’anticamera del perfezionismo morale, del ritualismo e financo del fanatismomorale. In fin dei conti le cose dai tempi di Kant non sono cambiate molto. L’impressione è che coloro che si auto proclamano pacifisti in senso deontologico non siano gran che consapevoli di questi rischi. Se il principio così individuato è considerato come un assoluto allora non può mai essere confrontato e messo in concorrenza con altri valori. Gli eventuali insuccessi pratici derivanti dall’applicazione del principio (la prova dei fatti) non scalfiscono minimamente il valore che è stato assunto. Il tutto in linea con la convinzione che le conseguenze non interessino più di tanto: “Il mio dovere l’ho fatto, accada ciò che vuole”.

24. Qualche esempio particolare. Discutiamo più concretamente qualche caso. Almeno i casi principali. Chi è religioso è facile che, per fondare la pace, invochi la legge divina. Spesso in ambito cristiano si cita il Vangelo come legge suprema. Tuttavia ciò non sempre sembra bastare. Il caso di Tolstoj mostra come ci si possa trovare in disaccordo anche a partire dal Vangelo. Tolstoj riteneva che il vangelo predicasse una forma radicale di nonviolenza e ciò lo portò allo scontro con la sua Chiesa. Il moscovita patriarca Kirill oggi benedice la guerra di Putin. Il Catechismo della Chiesa cattolica sostiene invece la teoria della “guerra giusta” discostandosi dalla prospettiva deontologica (vedi oltre). Non ci potrebbero essere interpretazioni più divergenti dello stesso principio.

Secondariamente, tra i deontologisti c’è chi preferisce fondare il principio della pace sulla legge umana, sulle prescrizioni del diritto. In Italia, ad esempio, c’è chi sostiene che la nostra Costituzione proibirebbe la guerra in tutte le sue forme. Secondo i pacifisti che fondano la pace sulla Costituzione, poiché la Costituzione proibisce la guerra, il nostro Paese non dovrebbe neppure partecipare alle missioni internazionali di pacificazione, non dovrebbe produrre e vendere armi. Non dovrebbe stare nella NATO. In teoria non dovrebbe neppure possedere un esercito e (forse) non dovrebbe neppure difendersi in caso di aggressione. È evidente che una simile interpretazione della Costituzione istituirebbe la Pace non solo come obbligo morale o politico individuale ma anche come obbligo legale per tutti i cittadini italiani e le loro istituzioni. In realtà sappiamo che la questione è piuttosto controversa. Secondo autorevoli giuristi, sembra che la Costituzione proibisca certamente le guerre di aggressione. Tuttavia non è certo che proibisca le guerre di difesa e/o di resistenza. Altrimenti non sarebbe stato neanche previsto un Ministero della Difesa.

In terzo luogo è stata spesso indicata come fondamento della pace una convinzione della coscienza, intima e individuale, che imporrebbe all’ individuo di non indossare divise, di non portare armi, di non fare il servizio militare, di rifiutare dunque la guerra, o anche tutte le forme di violenza. Si tratta della cosiddetta obiezione di coscienza. Si tratta questo di un principio che non è fatto valere per tutte le coscienze o per le istituzioni ma limitato alla coscienza individuale. L’obiettore, insomma, ammette che gli altri eventualmente facciano la guerra, tuttavia rivendica per sé la prerogativa di seguire la propria coscienza e di rifiutarsi di farla. Il principio dell’obiezione di coscienza è stato accolto – com’è noto – dalla legge italiana dopo molte controversie (è appena il caso di ricordare in merito la figura di Don Milani[29] e la sua polemica con i cappellani militari). Naturalmente anche in questo caso la convinzione intima può derivare da una pluralità di fonti, dall’adesione a qualche religione, dall’adozione di un qualche imperativo morale, o simili, da un sentimento di amore verso tutti gli umani o addirittura verso tutti gli esseri viventi. Molte delle argomentazioni individuali addotte per l’obiezione di coscienza possono essere legate non solo al rifiuto della guerra ma anche al rifiuto di ogni violenza.

25. Consequenzialisti. Vediamo ora l’altra posizione metaetica. Secondo la prospettiva consequenzialista, o dell’etica della responsabilità, non accade mai che un’azione sia buona o cattiva in sé, ma va sempre valutata in base ai suoi effetti o conseguenze. Una scelta è buona solo se produce conseguenze buone, anche e soprattutto nel caso specifico. Unico criterio normativo che deve stare alla base della scelta sono dunque le conseguenze. Questo orientamento si richiama alla responsabilità di colui che sceglie la linea di condotta. L’eventuale ossequio a principi a-priori implicherebbe invece laderesponsabilizzazioneindividuale e una universalizzazione irrealistica. Per comprendere questa posizione ci si può rifare dibattito intorno alla questione dell’obbedienza assoluta alle leggi. Se n’è discusso alquanto a proposito del caso Eichmann. Se obbedire alla Legge o allo Stato è sempre un atto dovuto, allora non si sarà mai responsabili delle eventuali conseguenze dannose. Deontologicamente, in senso stretto, Eichmann avrebbe avuto perfettamente ragione. La sentenza di condanna contro Eichmann – piaccia o no – è stata pronunciata in un quadro consequenzialista.

Mentre sul piano deontologico, il principio della pace è considerato come universale, sul piano del consequenzialismo invece non può mai essere considerato come universale, deve sempre essere messo in relazione alle specifiche situazioni. Dipende, in altri termini, dalle circostanze. Questo significa che il principio della pace, come ogni altro principio, viene considerato come contingente. Poiché le conseguenze di una scelta possono essere diverse da caso a caso, nella prospettiva consequenzialista è ammesso dare valutazioni diverse a seconda dei casi. In certi casi si può decidere per la pace, in altri per la guerra. Dato quest’approccio per così dire minimalista, i consequenzialisti tendono a non assolutizzare le loro scelte e così rischiano assai meno di incorrere nel perfezionismo morale o nel fanatismo.

26. Obiezioni. Un’obiezione al consequenzialismo è che non possiamo conoscere tutte le conseguenze delle nostre scelte, per cui il processo decisionale per essere corretto dovrebbe essere infinito. Inoltre tutti i principi sarebbero relativizzati alle singole situazioni esaminate. Ogni decisione sarebbe unica e diversa da ogni altra. In questo modo il mondo dei valori diverrebbe altamente instabile, sottoposto all’arbitrio valutativo di ciascun singolo e di ciascuna situazione. Un’altra obiezione è che possiamo non trovarci d’accordo sull’analisi delle conseguenze, poiché, in quanto umani, ragioniamo sempre in condizioni di incertezza o di relativa ignoranza. Oppure siamo sempre sottoposti ai condizionamenti più diversi. Il consequenzialista dunque non avrebbe alcuna garanzia di essere nel giusto, non potrebbe mai rifarsi ad alcun fondamento consolidato. I consequenzialisti risponderebbero che è proprio così, che queste sono le autentiche condizioni di ogni scelta morale.

 

27. Qualche implicazione. Vediamo qualche concreta implicazione. Nello specifico della guerra russo-ucraina, i pacifisti deontologici anche più soggettivamente sinceri si stupiscono di essere considerati spesso come “amici di Putin”. In realtà essi, adottando deontologicamente il principio della pace, facendo dunque il loro “dovere”, non si faranno mai carico delle specifiche conseguenze delle loro azioni, anche quando siano abbastanza prevedibili. Ad esempio, è fattualmente abbastanza chiaro che se si togliessero gli aiuti militari all’Ucraina, questa sarebbe facilmente sopraffatta. I deontologisti tuttavia non si sentono minimamente imbarazzati da simili conseguenze, perché le conseguenze non li riguardano affatto. Se tutti ragionassero come loro, Putin avrebbe già vinto. Ma questo, appunto, non li riguarda proprio. E così si stupiscono di essere considerati “alleati oggettivi” di Putin.

Anche gli interventisti consequenzialisti (si noti che i consequenzialisti possono anche essere non interventisti) hanno un dilemma da risolvere. Accettando la guerra, anche dopo articolata riflessione, non possono che accettarne anche le gravose conseguenze, le quali si manifesteranno però solo dopo la scelta. Essi, al momento della scelta avevano ritenuto che le conseguenze sarebbero state tutto sommato accettabili se messe a confronto con un male peggiore che sarebbe derivato se avessero deciso altrimenti. Tuttavia costoro si espongono alla confutazione da parte della realtà. La posizione dei deontologi resta invece inconfutabile. Il consequenzialista interventista può essere comunque accusato di avere scelto il male minore della guerra, perché è comunque un male. Ma potrebbe anche essere ancor più accusato qualora il male minore si riveli essere in realtà un male peggiore. Il consequenzialista non può mai avere la coscienza del tutto tranquilla, finisce sempre per avere in qualche modo le mani sporche. E questo può sempre essergli rimproverato dal deontologo (il quale può sempre comodamente dire “Non in mio nome!”). In altri termini, i consequenzialisti sono indotti, in ogni situazione, a cercare di calcolare e prevedere i risultati (di cui saranno comunque responsabili, nel bene e nel male) e a scegliere di conseguenza. Ai deontologi invece non importa dei risultati specifici, dei quali non si sentono responsabili. Per loro conta solo l’aderenza al principio assoluto.

Una dieta ricostituente 08

28. Dell’incompatibilità delle due posizioni. Possiamo domandarci a questo punto se sia possibile conciliare queste due prospettive. Ebbene, no, non è possibile. Si può solo stare da una parte o dall’altra. Si può, volendo, argomentare a favore dell’uno o dell’altro punto di vista, in maniera più o meno convincente, ma mai in termini risolutivi. Per questi due mondi, “fare la cosa giusta” può significare cose completamente diverse.

Che fare allora? Di fronte a questi due orientamenti incompatibili si finisce spesso per scegliere una modalità o l’altra a seconda dei casi. Diciamo pure a seconda della convenienza del momento. Si finisce per formulare delle argomentazioni miste che possono essere anche abbastanza ridicole. Ci sono tuttavia dei soggetti che sono invece più costanti e tendono più o meno a essere sempre deontologi oppure sempre consequenzialisti, in base a un atteggiamento personale spesso poco consapevole. Una specie di predisposizione.

Mi permetto qui di suggerire una scappatoia. Di porre all’attenzione la possibilità di adottare un criterio di tipo decisamente pragmatico, un criterio piuttosto “a spanne”, anche se si tratta di un criterio piuttosto vicino al modo di pensare consequenzialista. Si tratta di far ricorso alla casistica empirica nota, all’esperienza passata. Nella storia passata hanno avuto migliori risultati (cioè, hanno fatto meno disastri) coloro che hanno applicato ciecamente i loro valori o principi, oppure coloro che hanno esaminato attentamente e prudentemente le possibili conseguenze delle loro scelte? Cosa convien fare in generale, sulla base del senno di poi? È chiaro che ciascuno formulerà la propria risposta. Dal mio punto di vista, da un esame spassionato, emerge come i consequenzialisti siano meglio adattati alla democrazia. Le ragioni dovrebbero essere facilmente ricavabili da chiunque conosca appena un po’ le regole elementari della democrazia. Propongo al lettore questo compito come esercizio. Sono disposto a correggere gli elaborati.

29. La teoria della guerra giusta. Il caso più celebre di consequenzialismo è senz’altro quello della teoria della guerra giusta[30] alla quale val la pena di riservare uno spazio particolare. È una teoria che risale addirittura ad Agostino e a Tommaso d’Aquino[31]. Prima ancora si trova, ad esempio, in Cicerone. È stata ripresa nell’ambito del giusnaturalismo moderno e, per suo tramite, è giunta fino a noi. A tutt’oggi è una teoria che ha molti sostenitori ed è ancora ampiamente dibattuta. C’è una letteratura immensa sull’argomento. In campo filosofico, tra i sostenitori contemporanei della teoria della guerra giusta possiamo annoverare i filosofi Michael Walzer[32] e Norberto Bobbio[33].

La premessa minimale della teoria è che le guerre non sono tutte uguali. Ci sono guerre inique e guerre giuste. Le guerre giuste si distinguono per essere tali sia nelle motivazioni che le hanno scatenate (jus ad bellum) sia nella condotta sul campo (jus in bello). Per quel che concerne lo jus ad bellum, la sola guerra giusta tendenzialmente è quella che è messa in atto per difendersi da una aggressione. La guerra di offesa non è mai giusta. Nel corso della complessa storia di questa teoria sono state dettate precise condizioni affinché si possa parlare di guerra giusta. Abbiamo, nell’ordine: 1) La giusta causa. 2) La retta intenzione. 3) L’autorità appropriata (legale) e la dichiarazione pubblica. 4) La guerra come ultima risorsa. 5) La probabilità di successo. 6) La proporzionalità. Entrare nel merito dei punti precedenti esula dalle finalità di questo scritto. Il lettore che fosse interessato non farà fatica a trovare un’adeguata documentazione. Va segnalato che l’epiteto di “guerra giusta” non ha in questo caso alcun significato morale, bensì ha un significato giuridico. È definita giusta la guerra che abbia determinati requisiti accertabili in base alla tecnica giuridica. La teoria permette dunque di esprimere un giudizio di tipo giuridico sulla guerra. Il giudizio ovviamente, come tutti i giudizi, potrebbe anche essere errato. Potrebbe anche essere riconsiderato nel caso del sopravvenire di nuovi dati.

Non manca chi ha fatto notare come la teoria della guerra giusta sia del tutto corretta ma che nessuna delle guerre passate sarebbe in grado di passare la prova, se questa fosse condotta in maniera rigorosa. Questa teoria si presta soprattutto a essere impiegata quando in sede internazionale un consesso di nazioni (ad esempio in sede ONU) deve decidere se operare o meno un intervento. Come accade facilmente nelle faccende umane, la teoria è tuttavia stata anche usata strumentalmente dai bellicisti. L’aggressione americana all’Iraq nel 2003, ad esempio, è stata giustificata anche col pretesto che fosse una guerra giusta[34]. In quell’occasione fu anche elaborata una assai discutibile dottrina della guerra preventiva. Occorre dunque tener conto di un possibile uso ideologico e propagandistico della teoria della guerra giusta. Le strumentalizzazioni non bastano tuttavia a invalidarla e, come si diceva, è ancora ampiamente dibattuta.

Taluni hanno sostenuto – lo riporto per imparzialità affinché siano chiare tutte le posizioni – che la teoria della guerra giusta poteva valere per le guerre convenzionali. Non varrebbe più ora che c’è la possibilità della guerra atomica. Norberto Bobbio ha discusso ampiamente su questo punto. Il problema è che la possibilità della guerra atomica non ha messo fuori mercato le altre guerre convenzionali. E su queste, che sono di fatto le uniche a essere praticate, è comunque il caso di pronunciarsi. In effetti l’arma atomica ha una funzione di deterrenza ed è poco probabile che venga mai più usata (dopo il caso del Giappone) poiché con la tecnologia odierna l’uso dell’arma atomica implicherebbe la mutua distruzione assicurata. Le guerre convenzionali hanno invece molta più probabilità di essere utilizzate e di fatto lo sono. Abbiamo dunque bisogno anche di ragionare circa il da farsi relativamente alle guerre non atomiche.

Ma avremmo anche bisogno di ragionare rispetto alle armi atomiche. Negli ultimi decenni l’arsenale atomico mondiale è rimasto congelato dal TNP (Trattato di non proliferazione nucleare) e l’opinione pubblica non pare si sia mai preoccupata più di tanto circa la questione dello smantellamento. Solo nel 2017 è stato proposto da un ristretto gruppo di Paesi il TPNW (Trattato per la proibizione delle armi nucleari) cui però non hanno aderito gli Stati possessori delle bombe o aspiranti tali. Certi pacifisti si rifiutano di mandare qualche cartuccia e qualche obice agli Ucraini che stanno facendo la loro resistenza, un caso cioè che sarebbe generalmente riconosciuto come guerra giusta, ma non dedicano neanche un tweet alla causa della messa al bando delle armi nucleari. Meno male che ci ha pensato Putin a riproporre la questione.

30. L’ambiguo caso della Chiesa cattolica. Come ho spiegato ampiamente in un mio saggio precedente[35], da sempre la Chiesa cattolica sostiene esplicitamente la dottrina della guerra giusta, fin da Agostino e Tommaso d’Aquino. Nel mio saggio ho mostrato dettagliatamente come il Catechismo della Chiesa cattolica sia totalmente incentrato intorno alla teoria della Guerra giusta. Ciò significa l’adesione piena a una prospettiva consequenzialista. Ciononostante, il Papa nel suo attuale pubblico insegnamento mostra di condividere una prospettiva deontologica talvolta assai estrema, fino quasi alla nonviolenza tolstojana, cioè alla proibizione di rendere il male con il male. Questo soprattutto quando sono in questione gli aiuti militari e le spese per la difesa. Ma poi il Papa non trae tutte le conseguenze dalla sua adesione alla nonviolenza. Il messaggio è dunque piuttosto ambiguo. Nel Catechismo si teorizza il diritto alla difesa e alla resistenza da parte di chi è aggredito e invece nelle piazze la Chiesa tuona contro l’invio delle armi in Ucraina e contro gli investimenti nella sicurezza. Si tratta di una palese contraddizione che, nel mio saggio, ho sintetizzato nella formula del peace populism. Intendendo con ciò che questa contraddizione sia dovuta principalmente allo scopo più o meno consapevole della Chiesa di ottenere una qualche popolarità a buon mercato. Un pacifismo deontologico e fondamentalista è senz’altro più popolare di un consequenzialismo responsabile.

Va notato che la teoria consequenzialista della guerra giusta della Chiesa cattolica (almeno quella contenuta nel Catechismo) si espone alle critiche deontologistiche di coloro che professano rigorosamente la teoria della nonviolenza. Per rendersene conto, basta mettere a confronto il Catechismo della Chiesa cattolica con Tolstoj[36]. Agli occhi di Tolstoj, il Catechismo cattolico sarebbe da considerarsi come una mera manifestazione di eresia, un vero e proprio tradimento dell’insegnamento di Cristo. Se stiamo alla lettera, è probabile che Tolstoj abbia ragione. Solo la plateale ignoranza dilagante presso il grande pubblico permette oggi alla Chiesa cattolica di sostenere e insegnare la guerra giusta nel Catechismo e, contemporaneamente, di presentarsi come sostenitrice di un pacifismo deontologico nonviolento, senza che nessuno ne ravvisi le incongruenze.

31. Di che pacifismo sei? Da quanto detto, dovrebbe risultare chiaro fin qui che i problemi che questa materia comporta sono davvero complessi e che ciascuno dovrebbe essere attentamente impegnato nel costruire la propria posizione personale. Una posizione comunque che, per la natura stessa della cosa, non sarà alla fine esente da lati oscuri, incongruenze, conseguenze non desiderate. Sarà dunque una posizione che avrà punti forti, ma anche punti di debolezza. Sarà una simile posizione che sarà poi utilizzata per formulare gli opportuni cauti giudizi sui casi concreti. Dovrebbe dunque risultare chiaro che non ci si può accontentare di superficialità e banalità. Se il ragionamento fin qui sviluppato sarà sembrato eccessivo, ebbene pensi il nostro coraggioso lettore che quel che qui è stato fornito è solo un approccio del tutto elementare. La complessità delle questioni è ben maggiore. In altri termini, non c’è via di scampo, bisogna studiare! Vediamo allora in sintesi, ad usumdelphini, quali sono le principali posizioni possibili.

32. Nonviolenti. Abbiamo anzitutto i nonviolenti. Pare questo il caso relativamente più chiaro, sebbene sia il più difficile da mettere in pratica. Riteniamo di doverli collocare in una loro categoria a parte per il fatto che essi hanno, come obiettivo, non tanto la eliminazione della guerra bensì l’eliminazione della violenza in generale. Se poi intendono – come fa Galtung – per violenza anche la violenza sociale (cioè le disuguaglianze, lo sfruttamento, l’impedimento allo sviluppo delle potenzialità umane di ciascuno, la discriminazione e simili) essi sarebbero impegnati nella impresa di costruire, senza fare uso della violenza, una società completamente nuova, in una vera e propria rivoluzione, sia sul piano istituzionale sia sul piano degli individui. Dal punto di vista metaetico, l’approccio dei nonviolenti è generalmente di tipo deontologico, con tutti i suoi pregi ma anche con i difetti che abbiamo ampiamente discusso in precedenza. I nonviolenti, posti di fronte alla guerra, si troveranno comunque a dover affrontare e risolvere la molteplicità dei dilemmi circa la pace e la guerra che abbiamo segnalato. In particolare, potranno facilmente trovarsi di fronte alla incongruenza dei valori e ai paradossi derivanti dal “non opporsi al male con il male”. E al rischio del fanatismo. Un problema particolare poi è quello della efficacia effettiva in termini pratici della metodologia nonviolenta.

33. Pacifisti assoluti. Abbiamo poi i pacifisti deontologici. Sono coloro che – per i principi più diversi – scelgono sempre la pace, “senza se e senza ma”. Costoro potrebbero essere definiti come pacifisti assoluti. Diciamo pure che costoro, per quanto ampiamente variegati al loro interno, costituiscono un blocco relativamente monolitico. Questa posizione deve comunque risolvere il problema (che non hanno i nonviolenti) di identificare cosa si debba intendere per guerra, cioè di identificare l’oggetto della loro opposizione. Abbiamo visto che l’oggetto guerra è piuttosto fuzzy e, a seconda di quel che si intende, può produrre comunque già delle differenziazioni interne assai marcate nello schieramento. Ci possono essere posizioni assai radicali ove si vietino la produzione e il commercio di armi, ove si chieda lo smantellamento degli eserciti, ma anche ove si vietino i cosiddetti interventi umanitari, le varie forme di interposizione, oppure gli interventi dell’ONU. Ove si condannino nel passato e nel futuro tutte le forme di resistenza armata e ove si condanni anche la guerra passata al nazifascismo. C’è poi anche chi intende la pace solo come obiezione di coscienza individuale (la riserva solo per sé e non la impone agli altri) e chi la intende invece come norma legale da imporre a tutti attraverso una Costituzione. Anche i pacifisti deontologici possono facilmente trovarsi di fronte alla incongruenza dei valori e al paradosso di “non opporsi al male con il male”. E al rischio del fanatismo. Il pacifismo assoluto sembrerebbe dunque la posizione più facile ma al proprio interno, osservando un minimo di rigore, può riservare molti problemi piuttosto difficili da risolvere.

34. Pacifisti relativi. Ma l’elenco non è finito. L’approccio metaeticoconsequenzialista pone più di un problema, per quel che riguarda il da farsi rispetto alla pace (e alla guerra). Se i pacifisti deontologici sceglieranno pressoché sempre la pace, senza badare alle conseguenze, i consequenzialisti invece potranno essere indotti a scegliere, in casi specifici diversi, sia la pace sia la guerra. Ma allora, i consequenzialisti sono da considerare come pacifisti o non piuttosto come bellicisti? Oppure vanno considerati di volta in volta, solo sulla base della loro scelta del momento? Risultando così come dei ballerini morali che transitano troppo facilmente da una posizione all’altra?

Una dieta ricostituente 09Facciamo un esempio per capirci. Bertrand Russell (1872-1970) è ritenuto generalmente un’importante figura di filosofo e attivista pacifista. È famoso per essersi impegnato per la messa al bando delle armi atomiche. Si è opposto alla partecipazione della Gran Bretagna alla Prima guerra mondiale. Per questo fu privato della cattedra e fu perfino incarcerato. Eppure Russell, dopo un notevole impegno per prevenire il conflitto, giunse ad approvare la guerra contro la Germania nazista. Come dovremmo considerare la sua posizione? Siamo in presenza di un pacifista eroico, oppure di un bellicista guerrafondaio? Oppure di un voltagabbana? Russell ha chiarito la sua posizione in un famoso articolo del 1943[37] nel quale egli si considera non un pacifista assoluto ma “pacifista politico relativo”[38]. Ben al di là di essere un altalenante, egli si considera dunque un pacifista perfettamente coerente. Ma come tale, e proprio in quanto tale, ammette che talune guerre vadano appoggiate. Va da sé che i nonviolenti e i pacifisti assoluti difficilmente accetterebbero Russell in loro compagnia.

Se non vogliamo trattare anche Russell come un guerrafondaio allora non possiamo fare altro che accettare la sua argomentazione e ampliare la nostra classificazione dei pacifisti. Avremo allora, da un lato, i pacifisti assoluti che deontologicamente scelgono sempre la pace e poi avremo, d’altro canto, anche i pacifisti non assoluti, pacifisti “relativi”, che non scelgono sempre la pace e si riservano di giudicare caso per caso. Dovrebbe essere abbastanza chiaro, almeno a partire dall’esempio di Russell, che i pacifisti relativi non possono essere assimilati tout court ai bellicisti (i quali sceglierebbero pressoché sempre la guerra). Assumiamo dunque che non basta dare un appoggio circostanziato a una certa guerra, per essere considerati tout court bellicisti o guerrafondai. Si può combattere Hitler anche in nome della causa della pace. Anche qui, le distinzioni sono importanti, non si tratta della stessa cosa! Nella recente letteratura anglosassone sulla pace e sulla guerra si parla tranquillamente di relative pacifism, di contingentpacifism, oppure di conditionalpacifism. Se non si accetta questa soluzione si corre il rischio di screditare una categoria di pacifisti sicuramente numerosa e ben impegnata. Facendo un cattivo servizio alla causa della pace. Si tratterebbe dunque di ammettere una buona volta che i pacifisti relativi siano comunque dei pacifisti a pieno titolo e che un pacifista in certi casi possa anche stare dalla parte della guerra. Pazza idea! Ancora una volta, questa non è una questione che può essere affrontata in maniera schematica. Il pericolo del fanatismo è sempre alle porte.

35. Pacifisti relativi insufficienti. I pacifisti relativi (che non possono che essere consequenzialisti) costituiscono tuttavia un gruppo davvero composito, spesso diviso al proprio interno in base alle diverse analisi condotte circa l’opportunità o i costi e i benefici delle diverse scelte di pace o di guerra. È il caso di ricordare che molti pacifisti relativi (forse la maggioranza!) sembra che, nel caso del conflitto russo – ucraino, abbiano optato proprio per la pace (cioè, di fatto, per la resa incondizionata dell’Ucraina). Sembra tuttavia che i pacifisti relativi facciano notizia solo quando scelgono di appoggiare la guerra. Nel caso della guerra russo – ucraina, diversi di loro hanno appoggiato la resistenza ucraina, fino ad approvare le sanzioni, l’invio di armi, guadagnandosi così l’appellativo dispregiativo di pacifisti con l’elmetto. Ugualmente hanno approvato l’aumento delle spese militari per la sicurezza, beccandosi l’accusa di essere dei guerrafondai e di voler togliere risorse alla sanità, all’istruzione e a una miriade di altre buone cause.

Il livello decisamente poco elevato dell’attuale dibattito italiano sulla guerra in Ucraina suggerisce, ahimè, una pessimistica considerazione circa i molti pacifisti relativi che sono in circolazione. Tra i quali può essere anche collocato il già citato prof. Orsini. Nonostante il parere autorevole di Ockham[39],per tutti costoro mi verrebbe di suggerire una nuova categoria, quella dei pacifisti relativi insufficienti. Se non piace questo termine, si potrebbe anche parlare di pacifisti relativi deboli. Come diceva Viano: “di quelli che non ce la fanno”. O, ancora, di pacifisti relativi opportunisti. Che abbiano optato per la pace o per la guerra, costoro, come consequenzialisti, mostrano abbastanza palesemente di avere operato la loro scelta in base ad analisi assai discutibili delle conseguenze. Purtroppo, l’analisi delle conseguenze non sempre è caratterizzata da onestà e imparzialità, da considerazioni approfondite e di ampio respiro. Talvolta può essere caratterizzata da basse e ciniche convenienze, da abietti e futili motivi. Non tutti si chiamano Bertrand Russell. Non tutti si chiamano Albert Einstein (il quale sulla guerra a Hitler ha sostenuto posizioni analoghe a quelle di Russell). L’analisi delle conseguenze poi può non sempre essere caratterizzata dall’impiego di dati fondati e deduzioni logicamente corrette. Dunque, bisogna purtroppo riconoscerlo, il consequenzialismo è in fin dei conti fin troppo democratico. Ce n’è davvero per tutti i gusti, e anche gli imbecilli sono comunque sempre autorizzati a fare la loro brava analisi delle conseguenze. Del resto in una democrazia è senz’altro giusto che sia così. La democrazia dovrebbe essere così robusta da scoraggiare gli imbecilli e invece li subisce continuamente. E forse li alimenta.

36. Utilitarismo e verità. I pacifisti relativi insufficienti, che sono una legione, non sono purtroppo una sorpresa poiché abbiamo già sottolineato la possibile parentela del consequenzialismo con le etiche utilitaristiche. L’utilitarismo tradotto in pratica purtroppo spesso dimentica il principio cardine che lo dovrebbe improntare, il principio della “maggior felicità per il maggior numero”[40],e tende a scadere in mero opportunismo individualistico. Questo è il motivo per cui, in ambito consequenzialistico occorre sempre esercitare una grande vigilanza affinché l’analisi delle conseguenze non sia viziata dagli innumerevoli bias in cui ci si può imbattere. Mentre in campo deontologico il dibattito non può che vertere intorno ai valori universali (i quali però per lo più si assumono a torto o a ragione senza gran ché dibattere), in campo consequenzialista invece il dibattito è essenziale.Dovrebbe sempre essere approfondito, ampio, documentato, e soprattutto pubblico, per permettere la formazione di un’opinione pubblica matura e consapevole. In altri termini, per fare bene i consequenzialistibisogna studiare. Mi permetto in proposito di richiamare una considerazione recentemente espressa da Emanuele Parsi[41], e cioè che le democrazie non possono proprio funzionare al di sotto di una certa soglia di circolazione della verità. A maggior ragione, ciò dovrebbe valere di fronte a questioni gravi come quelle della pace e della guerra. Occorrerebbe dunque un forte commitment per la verità. È invece un dato fatto che il pubblico medio attuale non si occupa di politica e men che mai di politica internazionale. E le informazioni che circolano sono quelle che corrono sui social media e sui media nazionali. E, soprattutto, i nostri pacifisti relativi insufficienti tendono a decidere piuttosto irresponsabilmente con un tweet o con un Like, magari in base a un bel corredo di fake.

37. Per concludere. Lo scopo di questo saggio, divenuto ormai fin troppo lungo, era quello di fornire alcuni strumenti elementari di analisi a chi volesse condurre una riflessione indipendente e non banale sulle questioni della guerra e della pace. Lo scopo era anche di esercitare un’opera minima di chiarificazione del linguaggio che, su questo tema, è oggi davvero molto inquinato. Spero di avere mostrato ancora una volta come la filosofia possa disseminare dubbi piuttosto che propinare certezze e come possa rappresentare tuttavia uno strumento critico nei confronti per lo meno delle forme più crasse di superficialità. Ho cercato di essere il più obiettivo possibile, non rinunciando ovviamente di volta in volta a esprimere le mie opinioni. Per rispetto nei confronti del lettore, mi sono tuttavia sforzato di rendere sempre ben distinguibili le mie analisi argomentate dalle mie opinioni e valutazioni. Ringrazio i pochi lettori che siano giunti fin qui, sperando di avere fatto loro un qualche buon servizio. Disponibilissimo a ricevere critiche e osservazioni. E a ricevere, qualora fosse il caso, anche qualche ringraziamento. In ossequio al motivo kantiano del “legno storto”, non mi faccio comunque nessuna illusione che tutto ciò possa servire a migliorare anche di un solo millimetro la nostra etica pubblica.

Opere citate

2021 AA. VV., (a cura di), Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo. Decima edizione, Terra Nuova Edizioni.

1962 Aron, Raymond, Paix et guerre entrelesnations, Calmann-Lévy, Paris.Tr. it.: Pace e guerra tra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, 1970.

1990 Berlin, Isaiah, “Alla ricerca dell’ideale”, in AA., VV. (a cura di), Etica ed economia, La Stampa, Torino. [1988]

1984 Bobbio, Norberto, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna.

1989 Bobbio, Norberto, Il terzo assente. Saggi e discorsi sulla pace e sulla guerra, Edizioni Sonda, Torino.

1991 Bobbio, Norberto, Una guerra giusta? Sul conflitto del Golfo, Marsilio, Venezia.

2010 Losurdo, Domenico, La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Laterza, Bari.

1967 Erasmo, da Rotterdam, Il lamento della Pace (a cura di Luigi Firpo), UTET, Torino. [1517]

1969 Galtung, Johan, “Violence, Peace, and Peace Research”, in Journal of Peace Research, Vol. 6, No. 3 (1969), pp. 167-191.

1995 Kant, Immanuel, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Kant, Immanuel, Scritti di storia, politica e diritto (a cura di Filippo Gonnelli), Laterza, Bari. [1784]

1965 Milani, Lorenzo (Don), L’obbedienza non è più una virtù, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze.

1991 Kant, Immanuel, Per la pace perpetua (a cura di salvatore Veca), Feltrinelli, Milano. [1795]

2022 Parsi, Vittorio Emanuele, Il posto della guerra e il costo della libertà, Bompiani, Milano.

1992 Rousseau, Jean-Jacques, Il contratto sociale (a cura di Tito Magri), Laterza, Bari. [1762]

1943-44 Russell, Bertrand, “The Future of Pacifism”, in The American Scholar, Vol. 13, No. 1 (Winter 1943-44), pp. 7-13.

2009 Tolstoj, Lev, La confessione, Feltrinelli, Milano. [1882]

1988 Tolstoj, Lev Nikolàevič, La mia fede, Editoriale Giorgio Mondadori. [1884-1892]

1894 Tolstoi, Leone, Il Regno di Dio è in voi, Fratelli Bocca, Roma.

1997 Walzer, Michael, Just and Unjust Wars, Basic Books, Harper Collins Publishers. Tr. it.: Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con esemplificazioni storiche, Liguori, Napoli, 1990.

[1]Ho iniziato a scrivere questo saggio pochi giorni dopo il 24 febbraio 2022, data dell’aggressione all’Ucraina da parte della Russia. Per questo sono andato a ripescare materiali relativi alla mia attività di insegnamento, insieme a una gran quantità di vecchi appunti e scritti risalenti al periodo delle guerre jugoslave e al periodo della occupazione dell’Afghanistan. Ricordo in proposito di avere dato un mio perdurato contributo alla Campagna contro le mine antiuomo in Afghanistan, condotta dall’ICS. La stesura del saggio è durata per tutti questi lunghi mesi di guerra, nel corso dei quali ho potuto tuttavia assistere al pressapochismo sia del dibattito mediatico sia delle prese di posizione delle diverse forze politiche, pacifisti compresi. Ho potuto assistere anche alle incertezze, alle ambiguità e al tradimento della causa dei resistenti ucraini da parte di molti degli appartenenti alla mia stessa parte politica, fattori questi spesso uniti all’ignoranza e allo stravolgimento della verità storica. Ho pensato più volte di lasciar perdere. Che non ne valesse proprio la pena. Ho trovato la motivazione minima per condurre a termine questo lavoro dopo la liberazione di Kherson. Slava Ukraini!

[2]Cfr. AA. VV. 2021.

[3]Si noti che possono ben sussistere conflitti d’altro tipo, considerati come accettabili o addirittura utili e indispensabili. Come, ad esempio, il conflitto tra i candidati in una democrazia.

[4] Putin dichiara che la sua è un’operazione militare speciale, ma poi dichiara la mobilitazione “parziale” come se fosse in guerra. D’altro canto, l’Ucraina non ha mai dichiarato guerra alla Russia. Si è trovata in guerra suo malgrado.

[5]Si veda il noto saggio di Erasmo da Rotterdam: Il lamento della pace. Cfr. Erasmo da Rotterdam 1967[1517].

[6] È il caso di far notare che perché si possa parlare di guerra occorre che ci siano delle comunità politiche. La nozione di guerra dunque ha poco a che vedere con la questione dell’aggressività umana, com’è stata trattata dagli etologi, o dagli psicologi. Certo, l’aggressività rappresenta uno dei substrati biologici della guerra. Ma si può dire la stessa cosa anche del pollice opponibile.

[7] Cfr. Bobbio 1984: 124.

[8] La definizione di ciò che è considerato violento è senz’altro di tipo storico e culturale. Certi rituali primitivi erano – e sono talvolta tuttora – violenti. Violenti i sacrifici, animali ma anche umani, previsti da talune religioni. Violenti certi metodi educativi, o certe modalità nel rapporto tra uomo e donna. Taluni considerano violento il cibarsi di carne animale o di certi prodotti animali. Qualcuno considera violento anche l’uso di certi aggettivi o espressioni linguistiche. Ma violenza è anche quella legale, esercitata dallo Stato. È nozione comune il fatto che lo Stato moderno abbia il “monopolio della violenza”.

[9] Scrivo “nonviolenza” senza il trattino seguendo un’indicazione di Aldo Capitini.

[10]La definizione è tratta da Wikipedia, versione in lingua inglese. La traduzione è mia.

[11]Di questa crisi è dato conto nello scritto La confessione. Cfr. Tolstoj 2009.

[12] Trascrivo per comodità del lettore quello che secondo Tolstoj costituirebbe l’autentico comandamento del Discorso della Montagna. Il testo è banalmente tratto da Wikipedia:

“Primo precetto (Matteo, V, 21-26). L’uomo non solo non deve uccidere l’uomo, ma nemmeno adirarsi contro di lui, suo fratello; non deve disprezzarlo né considerarlo “stupido”. Se avrà questionato con qualcuno dovrà riconciliarsi con lui prima di offrire i suoi doni al Signore, vale a dire prima di accostarsi a Dio con la preghiera.

Secondo precetto (Matteo, V, 27-32). L’uomo non solo non deve commettere adulterio, ma neppure servirsi della bellezza della donna per il proprio piacere; e se sposa una donna, deve restarle fedele per tutta la vita (nella tradizione cattolica corrente sono qui unificate la seconda e terza antitesi).

Terzo precetto (Matteo, V, 33-37). L’uomo non deve impegnarsi in niente, sotto giuramento.

Quarto precetto (Matteo, V, 38-42). L’uomo non solo non deve rendere occhio per occhio, ma quando qualcuno lo percuote su una guancia, deve porgergli l’altra; deve perdonare le offese, sopportarle con rassegnazione e non rifiutare nulla di ciò che gli venga chiesto.

Quinto precetto (Matteo, V, 43-48). L’uomo non solo non deve odiare i suoi nemici e combatterli, ma deve amarli, aiutarli e servirli”.

[13] Nella filosofia di Hobbes, lo stato di natura è descritto come una lotta violenta di tutti contro tutti, dove è contemplata l’uccisione del nemico. In Hegel la violenza è generatrice della Storia. Si ricordi la sua metafora del bancone del “macellaio della storia”. La volontà schopenhaueriana è eminentemente conflittuale e violenta. In alcuni aspetti della filosofia di Nietzsche la violenza è contemplata come fondamento stesso della realtà. La teoria darwiniana – che è teoria scientifica – implica, di fatto, la predazione che rappresenta comunque una forma di violenza. Ma una vera e propria filosofia della violenza è contenuta nel darwinismo sociale che è uno stravolgimento della teoria darwiniana. Molte filosofie della razza si fondano sul conflitto razziale inteso come motore della storia. Nonostante molte ragguardevoli filosofie abbiano posto come fondamento la violenza, nella storiografia filosofica si esita a riconoscere l’esistenza di una corrente sotterranea che potremmo chiamare violentismo. Quando si vuol dire qualcosa del genere di solito si ricorre al realismo politico. Ma non è la stessa cosa.

[14]Osserva Bobbio che, mentre si può pensare a una pace perpetua, assai più raramente è stato elaborato il pensiero di una guerra perpetua. I bellicisti che ammettono la guerra normalmente la considerano come un elemento temporaneo, da concludersi con una pace. Sorge dunque il dubbio che i bellicisti possano, in qualche misura, essere considerati minimamente pacifisti.

[15]Coloro che sono contrari alle spese militari di solito lo sono per principio. E tendono a non considerare se la situazione attuale internazionale sia o meno una situazione di insicurezza. Il problema sembra non li riguardi. Posto che si ammetta di essere in una situazione di insicurezza, non spiegano se in tal caso si debba ugualmente procedere con un disarmo unilaterale.

[16]Faccio qui riferimento all’articolo di Andrew Fiala contenuto nella Enciclopedia Stanford. Vedi: Fiala, Andrew, “Pacifism”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Fall 2021 Edition), Edward N. Zalta (ed.), URL = https://plato.stanford.edu/archives/fall2021/entries/pacifism/.Fiala è uno tra i più importanti studiosi anglosassoni della materia.

[17] Cfr. Rousseau Capitolo IV, Della schiavitù.

[18]Per un orientamento sulla questione si può vedere: Hsieh, Nien-hê and Henrik Andersson, “IncommensurableValues”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Fall 2021 Edition), Edward N. Zalta (ed.), URL = https://plato.stanford.edu/archives/fall2021/entries/value-incommensurable.

[19]Si noti si può sostenere che anche la vita non sia un valore assoluto. E che vada comunque sempre commisurato con altri beni materiali o immateriali altrettanto importanti. È noto che gli umani, essendo animali culturali, sono in grado di sacrificare volontariamente la propria vita, in determinate condizioni. Giusta o sbagliata che sia la decisione. Una riflessione articolata sulla questione si trova nel mio saggio: Durkheim e i “suicide bombers”. Cfr. Finestre rotte: Durkheim e i “suicide bombers”.

[20]Cfr. Kant 1991 [1795].

[21]Cfr. Kant 1995[1784]. La traduzione che propongo qui si trova in Berlin 1990.

[22]Ci siamo rifatti particolarmente ad Andrew Fiala, uno dei più importanti studiosi anglosassoni di queste questioni.

[23] Cfr. Aron 1962.

[24]Cfr. Bobbio :137

[25]Il resto di questo paragrafo è tratto da un mio saggio precedente.

[26]Cfr. Pirjevec 2001: 469 e segg..

[27]La pace può essere trattata anche sul piano della metaetica, cioè attraverso quella disciplina dell’etica che riflette sui metodi dell’etica stessa.

[28]Non posso qui dilungarmi su questa classificazione. Chi fosse interessato troverà ampi ragguagli in merito su un qualsiasi manuale di storia della filosofia o in qualsiasi monografia su Kant.

[29] Cfr. Milani (Don) 1965.

[30] Si noti che il consequenzialismo ha prodotto molte altre argomentazioni a proposito della pace e della guerra.

[31] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, II-II, Questione 40.

[32]Cfr. Walzer 1997.

[33]Cfr. Bobbio 1984, Bobbio 1989, Bobbio 1991

[34]Detta anche Seconda Guerra del Golfo, fu combattuta nel 2003 anche se gli eventi possono essere datati tra 2003 e 2011. La guerra fu condotta dagli USA (allora presidente era George W. Bush) e da una coalizione dei cosiddetti Volenterosi. Si tratto di una cosiddetta “guerra preventiva”. Le analisi e le inchieste successive dimostrarono che non sussistevano le motivazioni per considerare questa guerra come una “guerra giusta”.

[35]Cfr. il mio saggio Catechismo, guerra e resistenza. Finestre rotte: Catechismo, guerra e resistenza.

[36]Si veda Tolstoj 1988 e Tolstoi 1894.

[37]Cfr. Russell 1943-44.

[38]La qualificazione di “politico” Russell intende distinguere la sua posizione da quella degli obiettori di coscienza.

[39]Il quale sosteneva che le entità (i concetti) non dovrebbero essere moltiplicate se non per estrema necessità.

[40]Il principio benthamiano costituisce un nobile tentativo di universalizzare in qualche modo l’utilitarismo.

[41]Cfr. il recente Parsi 2022.

Sentieri Neri … e altri sentieri

di Vittorio Righini, 16 ottobre 2023

In occasione dell’uscita del film A passo d’uomo, tratto da Sentieri neri di Sylvain Tesson, Vittorio torna sull’autore che già ci aveva presentato lo scorso aprile in Ritirate e ripartenze. Il film non lo abbiamo ancora visto, quindi sospendiamo il giudizio; ma riteniamo che il modo migliore per goderlo (o eventualmente per criticarlo) sia quello di partire dalla conoscenza del libro, e magari anche di quelli che lo hanno preceduto. E comunque, il sentiero percorso da lettore è senz’altro meno comodo di quello raccontato allo spettatore, ma decisamente più gratificante. Bando alla pigrizia, ne vale la pena.

Conosco Sylvain Tesson da almeno 15 anni, se per “conoscerlo” basta accreditarsi la lettura di tutti i suoi libri in italiano, e qualcuno in francese. È stato la voce nuova alle mie orecchie per molti anni. Naturalmente resta tale, ma c’è un “ma”. Nel 2014 Tesson cade da un tetto di uno chalet a Chamonix, che aveva scalato di notte forse in preda all’alcol, comunque per motivi a me ignoti. Otto metri di volo, qualche decina d’anni che passano in pochi secondi, in 8 metri. Dopo la caduta e quasi un anno di ospedale, decide di attraversare la Francia a piedi da sud-est, Tende e la Provenza fino all’Atlantico, al capo La Hague nel Cotentin. Si convince che se riuscirà a uscirne vivo, avrà anche risolto i suoi molti problemi fisici, al contrario di quanto gli consigliano i fisioterapisti.

Ma la mente, quella, è cambiata, l’incidente lo porta ad affrontare la vita in modo diverso rispetto a prima, e a scrivere in modo diverso. Il Tesson alcolico, folle e geniale, illuminato e imprevedibile è finito. Negli anni successivi escono, tra gli altri, due libri diciamo sedentari, uno su Omero (2019), uno su Rimbaud (2023). Niente di particolarmente nuovo, niente che mi abbia particolarmente colpito, comunque non abbastanza per ripensare al Tesson del giovanile L’axe du Loup (2007), dell’esilarante Beresina (2014), del profondo semestre sul Bajkal in Siberia (2012), e soprattutto di Baku (2010), forse il mio preferito.

Sentieri Neri resta una via di mezzo tra i libri del primo periodo e le opere sedentarie. C’è tutto dell’arte della fuga in Sentieri Neri, nascondersi e fuggire il più lontano possibile dal rumore, dalla tecnologia, dalla modernità, camminando su percorsi dimenticati, non turisticizzati, su sentieri neri appunto. Poi, c’è la consapevolezza di essere cambiato in pochi secondi, in quegli 8 metri, soprattutto nei confronti del passato, ad esempio verso quella tradizione contadina che prima snobbava, mentre oggi provoca rimpianto e nostalgia; si dispiace per non averne goduto.

Sentieri Neri è ancora un bel libro, c’è il viaggiare, lento, faticoso ma costante, ci sono le citazioni formidabili di cui Tesson è maestro, ci sono ancora alcune intuizioni che hanno fatto sì che i suoi libri, nella mia libreria, abbiano un angolo discosto ma solo a loro destinato. Il suo percorso a piedi, giorno per giorno, lo porta a un miglioramento fisico che forse la fisioterapia non avrebbe eguagliato. Però quando il viaggio finisce e il corpo è rinato, la mente entra nella fase della maturità, che porta riflessione, nostalgia, pazienza e saggezza. Altri sentieri lo aspettano.

Sentieri Neri… e altri sentieri 02Sono tanti i libri di Tesson, anche in italiano; ad esempio, non un capolavoro l’introvabile (in italiano) Piccolo Trattato sull’Immensità del Mondo, 2006; Abbandonarsi a Vivere, raccolta di racconti brevi del 2015, infine La Pantera delle Nevi, del 2019, che mi restituisce in parte il Tesson di una volta, e poi quelli citati prima, ma mi dolgo che libri come: On a roulé sur la terre (2007) – La marche dans le ciel: 5000 km à pied à travers l’Himalaya (1998) – Les jardins d’Allah (2004) – L’axe du Loup (2007) – La chevauchée des steppes: 3000 km à cheval à traversl’Asie centrale (2013) non siano mai stati tradotti in italiano. Gioisco invece per aver letto i libri dei suoi amici, come Cedric Gras, Ludovic Escande, e lo straordinario fotografo Vincent Munier, perché viaggiare con Tesson significa fidarsi di lui, quindi è d’obbligo viaggiare anche con i suoi amici.

Nell’Ellade profonda

Note a margine di una scappata in Macedonia

di Paolo Repetto, 30 settembre 2023

In genere le note corredano un testo “importante”, di argomento storico o scientifico: difficilmente vengono inserite nei resoconti di viaggio. Nel mio caso però la cosa funziona diversamente. Io non so raccontare i viaggi, almeno i miei, perché non ho capacità di sintesi: sono eccessivamente cosciente di quanto in una narrazione di questo tipo va perduto, mentre non vorrei tralasciare nulla. E allora il racconto del viaggio diverrebbe lungo quanto il viaggio stesso. Faccio dunque prima a saltare a piè pari il testo e andare direttamente alle note.

In realtà sono un appassionato lettore dei viaggi altrui, proprio perché non sapendo cosa mi perdo riesco a godermi quel che mi viene offerto: ad appassionarmi però non è la parte strettamente diaristica, quanto piuttosto le considerazioni, spesso tutt’altro che pertinenti, che il viaggio induce. Brevi illuminazioni, flash, accostamenti peregrini, analogie, ecc. Quando si viaggia si è costantemente spiazzati, e questo porta a vedere le cose, non solo quelle che ci scorrono davanti, ma anche quelle che scorrono dentro, da angolazioni inedite. Le note che seguono sono per l’appunto frutto di questi spiazzamenti.

Alcune coordinate essenziali devo però fornirle, perché un improbabile lettore possa poi ricostruire l’itinerario con l’ausilio di un atlante o di una carta stradale. Dunque. Ho girovagato con Vittorio per la Grecia “continentale”, dall’Epiro alla Macedonia ellenica, alla Tessaglia settentrionale e alla Calcide, per nove giorni, nell’ultima decade di settembre. Da Atene abbiamo percorso in costa il Peloponneso sino a Patrasso, poi su a nord per Neapoli e Giannina, quindi dritto a est fino a Salonicco e di lì sino a Sithonia e al monte Athos. Successivamente abbiamo puntato la barra tutta ad ovest verso i laghi di Prespa, abbiamo toccato in barca i confini con la Macedonia del Nord e con l’Albania, e poi virato nuovamente a sud-est per arrivare all’Olimpo, Ci siamo ripetutamente bagnati in un Egeo quasi tiepido, durante la risalita del golfo Termaico e il periplo di quello di Cassandra, abbiamo valicato per dritto e per traverso i passi del Pindo e attraversato le afose pianure tessale. Tutto questo a bordo di una spompatissima Peugeot 108, praticamente una scatola di sardine. Nel corso di questo giro non abbiamo visitato né siti archeologici né musei, ci siamo dedicati piuttosto alle indagini gastronomiche e a quelle antropologiche. Insomma, siamo andati a zonzo. D’altro canto, quello che “dovevamo” vedere della Grecia “classica” l’avevamo già visto in visite precedenti.

Non aspettatevi dunque granché. Quanto segue non sarà di alcuna utilità per chi abbia in mente di muoversi sulle tracce di Pausania, e tutto sommato per nessun altro. In linea con l’assunto del nostro viaggio, risponde solo alla poetica del vagabondaggio.

Nell’Ellade profonda 02

Sulle strade. Oltre che dalla facile reperibilità di servizi igienici, per il viaggiatore automunito una civiltà si misura anche dallo stato delle strade. Uno si aspetta dunque che una Grecia da sempre economicamente in ginocchio sia quasi impercorribile, che il fondo stradale sia dissestato, che la segnaletica sia obsoleta o latitante (oltre che ostica, per via dei caratteri alfabetici). Invece è tutto il contrario. Manti asfaltati lisci come biliardi, e questo vale per tutta la rete stradale, anche quella che corre in zone dove non si scorge un casolare per decine di chilometri. Da chiedersi che tipo di bitume adottino, come già mi era accaduto in Islanda, in Spagna, persino in Turchia (ma soprattutto, che schifezza viene sparsa sulle strade in Italia). Tutto questo a fronte del fatto che lungo l’intero percorso non abbiamo trovato nessun restringimento per lavori in corso (da noi, sull’A26, nel solo tratto tra Voltri e Casale ne ho contati quattordici). E che non ho mai visto qualcuno lavorare alla manutenzione. Non solo: quasi ovunque, dove sia previsto il duplice senso di marcia, persino nei viottoli più stretti, le corsie sono divise da una doppia riga bianca. Non ho capito se questo serva a rafforzare il concetto, se cioè le autorità non si fidano del rispetto degli automobilisti per le norme: resta il fatto che la doppia riga già solo visivamente dissuade dal superarla, almeno noi che non siamo abituati.

Una parziale spiegazione di tanta scorrevolezza me l’hanno fornita le fila di pali di legno per le linee telefoniche ed elettriche che corrono ai lati delle strade, quelli che in Italia sono stati sostituiti da tempo da linee intubate sotto il manto stradale. Sembra di tornare indietro di almeno trent’anni, ma all’atto pratico da noi ad ogni novità (fibra, allacciamenti idrici e fognari, ecc…) le strade vengono sconquassate e poi rappezzate alla meno peggio, finendo per trasformarsi in autentici percorsi da cross. E per i servizi igienici? Beh, in questo la Grecia è più in linea con l’Italia che con i paesi nordici. Irreperibili. Per chi non può bere più di un paio di caffè al giorno sono problemi.

Rimanendo in tema di auto e di strade, non ho visto una sola Cinquecento L (ne possiedo una, e questo mi porta per riflesso condizionato a notarne la presenza o l’assenza). Le auto in circolazione sono nella stragrande maggioranza tedesche. Mi aspettavo, visto che la Merkel era ritenuta una decina d’anni fa la maggiore responsabile dello strozzamento dell’economia greca e che il risentimento antitedesco dura dalla seconda guerra mondiale, una qualche forma di boicottaggio, di rifiuto. Non è affatto così, la Germania è ancora la maggiore partner commerciale della Grecia. Forse questo fatto dovrebbe far riflettere i nostri più accaniti antieuropeisti sulle dinamiche reali dell’economia.

Con i cani. Varrebbe la pena riflettere (e far riflettere) anche su un altro problema, che in Grecia si presenta immediatamente, appena posi i piedi fuori dall’auto. Qui i cani randagi sono come le mucche sacre in India. Vagano per i paesi e persino al centro delle grandi città, pattugliano le spiagge e si appostano ai bordi delle strade di montagna, ti si affiancano supplichevoli o minacciosi ai tavolini dei caffè. Pare siano quasi un milione, e che la crisi galoppante ne stia moltiplicando il numero. Tra l’altro, per una legge naturale di sopravvivenza del più forte, sono tutti di grossa taglia, e non tutti sono pacifici. Il fenomeno mi aveva già colpito dieci anni fa, ma allora pensavo fosse transitorio: invece è diventato un problema endemico. Destinato purtroppo a presentarsi (e in molte regioni già presente) anche da noi.

La trama si ripete infatti ovunque sempre identica. Appena cresciuti un po’ i meravigliosi cuccioli che calamitavano e restituivano tanto affetto, che giocavano coi bimbi e alleviavano le solitudini, o che semplicemente facevano status, diventano un peso: e questo vale tanto più quando anche gli umani devono cominciare a tirare la cinghia. Li si abbandona allora senza troppi complimenti alle cure della comunità, che in realtà con questi chiari di luna non può permettersi di farsene ufficialmente carico, e neppure di sterilizzarli. Eliminarli significherebbe incorrere nelle ire degli animalisti, e allora li si lascia al proprio destino, sperando che incidenti e aggressioni rimangano entro limiti percentuali “tollerabili”. Anche da queste cose si misura lo stato di salute di una civiltà. E direi che c’è molto di cui preoccuparsi.

Geometrie post euclidee. Durante i precedenti viaggi in Grecia avevo maturato la convinzione che il paese si fosse risparmiata l’età dei geometri, quella che ha sconvolto il paesaggio italiano negli anni del boom: e ciò non in virtù di una scelta estetica ma a causa di una arretratezza economica prolungatasi sin quasi alla fine del secolo scorso. Percorrendo però le zone più prossime alle spiagge dell’Egeo ho dovuto ricredermi. C’è stata, e sembra molto recente o addirittura in corso, una fioritura di villette di una bruttezza imbarazzante, con tutta evidenza costruite in economia, ma senza risparmio alcuno di soluzioni architettoniche bizzarre e presuntuosamente avveniristiche. La crisi recente ne ha lasciate inoltre molte incompiute, e così piccoli scheletri di cemento irti di tondini rugginosi occhieggiano tristemente dalle aperture vuote: ruderi senza storia, un’archeologia da day after. Le une e le altre sorgono poi in genere su terreni spogli, con nessuna cortina di verde a nasconderle, per cui si ha l’impressione di un effetto sia voluto, di una stravaganza orgogliosamente esibita.

Nelle zone montuose dell’interno, invece, ma anche nelle vaste pianure coltivate della Tessaglia, è inquietante l’assenza di case coloniche o di piccoli nuclei abitati. Per lunghissimi tratti non si scorge l’ombra di un tetto, anche là dove si susseguono i campi, gli uliveti, i frutteti. Mi chiedo dove abitino gli agricoltori, dove ricoverino i loro attrezzi e macchinari. Mi riesce difficile ipotizzare per questa terra un’antica storia di latifondi e di concentrazioni abitative, come accade invece per la Sicilia. So troppo poco dei sistemi di proprietà bizantino prima e ottomano dopo. Immagino comunque lo sgomento di un viaggiatore che fosse rimasto in panne prima dell’avvento dei cellulari: e anche oggi dev’essere un’esperienza tutt’altro che divertente.

Menù turistico. Le zone che abbiamo attraversato non presentano particolari attrattive turistiche, almeno per quanto concerne il turismo di massa, salve le fasce costiere del golfo di Salonicco e della Calcide. Abbiamo conosciuto però una frequentazione diversa, per certi aspetti inaspettata: il turismo bulgaro. La cosa di per sé non sarebbe strana, tutto il lembo di Grecia che si spinge lungo la costa dell’Egeo sino alla Turchia europea confina con la Bulgaria, e la distanza di quest’ultima dal mare non supera mai gli ottanta chilometri: quindi per la gran parte dei bulgari l’Egeo è più vicino che non il mar Nero (e senz’altro è più caldo). È invece l’idea stessa di un turismo bulgaro a risultare spiazzante. In effetti siamo portati per molti motivi a dimenticare l’esistenza della Bulgaria: al momento non è invasa da nessuno, non ci manda quasi immigrati, non è una partner commerciale particolarmente significativa. Ce ne ricordiamo al più quando le statistiche ci dicono che il salario minimo in Bulgaria è il più basso d’Europa (un euro e mezzo l’ora), che lo stipendio medio di un bulgaro è meno di due terzi di quello di un greco, che a sua volta è poco più della metà di quello di un italiano. Rimane difficile dunque immaginare la famigliola bulgara che parte per fare le proprie vacanze in un paese in cui vige l’euro (in Bulgaria sarà adottato solo tra un paio d’anni). Probabilmente sarà un’infima minoranza a potersele permettere, sufficiente comunque a dare l’impressione che la Calcide sia la riviera adriatica dei bulgari. E la cosa non può che rallegrare.

Nell’Ellade profonda 03

Il turismo bulgaro non è la spia di un costo della vita particolarmente basso. La benzina costa in Grecia esattamente quanto nel nostro paese (il che smentisce la credenza che le accise ci siano solo in Italia), e di conseguenza le tariffe dei servizi pubblici, le consumazioni al bar e i prezzi nei supermercati sono più o meno sullo stesso livello. Solo le sigarette costano meno, ma questo riguarda esclusivamente la minoranza oppressa di cui faccio parte. Per la ristorazione il discorso è più complesso. Nelle tabernas il costo di ogni portata è grosso modo paragonabile a quello medio italiano, ma è la consistenza a fare la differenza: un secondo piatto greco ha il valore proteico e calorico di un intero pasto italiano, per cui quando l’hai capito ci sopravvivi per tutta la giornata. E comunque, un piatto colmo di ottime olive in un ristorante in riva al mare ci è costato due euro: in Italia per quella cifra ti davano giusto il piattino.

Il valore nutrizionale della cucina greca lo si può dedurre anche dalla taglia tendenzialmente robusta della popolazione, di quella maschile ma soprattutto di quella femminile. È una robustezza “solida”, da cibo, diversa da quella nordica da birra. Questo spiega anche perché le atlete greche siano particolarmente presenti e brave nelle discipline più pesanti (peso, disco, martello e giavellotto).

Nero ellenico. Un’altra caratteristica che balza immediatamente agli occhi è la preferenza dei greci, maschi e femmine, per il colore nero nell’abbigliamento. Nulla di strano, c’è dietro una tradizione millenaria e non è un costume esclusivamente ellenico, è comune nel Nordafrica, nel vicino e nel Medio Oriente e anche, da quanto ho potuto constatare, tra i bulgari. Ma in questa occasione mi ha colpito particolarmente, forse perché mi ero portato appresso lo studio sul “Nero” di Michel Pastoureau, che ne illumina tutta la storia. Non so perché, continuava a ricorrermi in mente il titolo di una tragedia di O’Neil, Il lutto si addice ad Elettra (novenario perfetto). Pare comunque che quella della mise nera sia una moda crescente anche dalle nostre parti; lì dava però l’idea di non obbedire, nemmeno nei giovanissimi, ad un capriccio stagionale. Sembrava piuttosto esprimere una rivendicazione identitaria, il che indurrebbe a supporre che i giovani greci sentano ancora fortemente il legame culturale col passato del loro paese. Che non è solo quello classico, ma quello tragico e accidentato degli ultimi duemila anni. Voglio dire che il nero delle magliette e dei pantaloncini italiani arriva dai social, quello greco dai libri di storia.

Nell’Ellade profonda 04

Montagne sacre (ortodosse). Il principale movente per questa nuova scappata in Grecia è stato senza dubbio il monte Athos. Mi intrigava l’idea di una repubblica semiautonoma tutta maschile, ma non riuscivo a immaginarla e propendevo a liquidarla come folklore tenuto artificialmente in vita a scopi turistici. Non avevo in realtà idea di quale fosse l’effettivo peso della chiesa ortodossa nella vita del paese. In pochi giorni me ne sono fatta una, e anche senza mettere materialmente piede entro i confini del monte Athos, e vedendolo anzi solo dai cinquecento metri di distanza imposti ai battelli, ho realizzato che la cosa è molto più seria di quanto pensassi. Almeno a livello di impatto dell’immagine, perché poi di come materialmente si svolga la vita dei duemila e cinquecento monaci che ancora lo abitano ne so naturalmente quanto prima.

Comunque, ho constatato che almeno localmente la chiesa greco-ortodossa è una potenza, e interferisce nella vita pubblica e nel gioco politico quanto e forse più del Vaticano in Italia. Questo perché, come tutte le altre chiese che, pur essendo “autocefale” fanno comune riferimento all’ortodossia, predica una sorta di nazionalismo religioso. Ne abbiamo visto qualcosa in Russia negli ultimi tempi, ma mentre là è l’autorità politica a condizionare (e a scegliere, addirittura) quella religiosa, qui sembra funzionare diversamente. La chiesa è tra le istituzioni più apprezzate, e può contare su un sentimento religioso diffusissimo: metà dei greci adulti si dichiarano “altamente religiosi”, e lo dimostrano tangibilmente. Seduto un tardo pomeriggio a poca distanza dal sagrato di una chiesa, ho visto decine di persone di ogni età farsi il segno della croce nel transitare lì davanti. E ho notato che sui parabrezza degli autobus, come di moltissime auto private, accanto alla bandiera bianco-azzurra compaiono comunemente le icone ortodosse.

La religione qui è considerata una cosa seria, anche perché ha una forte valenza identitaria, riconducibile al modo stesso in cui è nato lo stato greco, da una rivoluzione contro gli ottomani. Il clero ortodosso è stipendiato dallo stato, ma non esita a prendere posizione contro qualsiasi “modernizzazione” i governi tentino di introdurre. Tsipras ha perso le elezioni del 2019 proprio per aver insistito sulle riforme, e il clero ortodosso non ha preso le distanze da Alba Dorata quando il partito dell’estrema destra si è fatto paladino della tradizione in suo nome. I pope hanno una presenza discreta, ma vuoi per la barba vuoi per l’obbligo di indossare l’abito tradizionale (la rjasa, una tonaca “esterna” – nera, naturalmente – con cintura, che s’indossa sopra un’altra tonaca interna, più leggera) mantengono un aspetto fortemente ieratico, malgrado siano in realtà molto più “secolarizzati” di quelli cattolici (possono anche sposarsi).

Insomma, comunque la si pensi sui suoi monaci e sulle icone, il monte Athos non ha nulla a che vedere con i mega-complessi per la produzione di miracoli sul tipo di Pietralcina, o con le Madonne che piangono (giustamente) in ogni angolo del nostro paese: e già il fatto di non ammettere la presenza femminile costituisce una garanzia in questo senso.

Nell’Ellade profonda 05

Montagne sacre (pagane). Sempre a proposito di luoghi sacri (ma pagani), ho visto finalmente il monte Olimpo. Non l’ho asceso, e non per una qualche proibizione esterna o reverenza interna, ma semplicemente perché il dislivello da superare per arrivare in vetta era decisamente proibitivo per lo stato attuale delle mie gambe. L’ho quasi soltanto intravisto, e sono stato fortunato, perché è nascosto da ogni lato da una corona di altri monti e perché in via, a quanto pare, eccezionale non era coperto di nubi. Ho capito comunque perché gli antichi Elleni ne avessero fatto la dimora degli dei. Una volta superati lungo una serie di cenge i corridoi delle vallate di accesso, ti si para davanti con una prominenza di oltre duemila metri, fino a sfiorare i tremila, e la sommità non è più visibile. Dal basso sembra davvero inaccessibile, il luogo ideale per nascondersi agli occhi e alle piccinerie degli umani. Il nome stesso sembra significasse anticamente barriera, impedimento. E almeno ufficialmente pare che la sua sacralità sia stata rispettata sino al 1913, data della prima ascensione ufficiale. Penso che chi l’ha realizzata avrebbe potuto risparmiarsi la fatica: i vecchi inquilini se n’erano andati da un pezzo.

Sì, viaggiare. L’impressione che ho riportata dell’Olimpo sarebbe sufficiente a giustificare tutto il viaggio. Ma in realtà il nostro vagabondare ci ha gratificati di altre bellissime immagini: le sterminate e semideserte spiagge dell’Egeo; le montagne del Pindo, che presentano paesaggi diametralmente opposti nel volgere di pochi chilometri, nel passaggio da una valle all’altra; i laghi di Prespa, più vasti del lago Maggiore e racchiusi tra sponde pressoché disabitate; i villaggi costieri e le fantastiche baie della penisola Calcidica. E mi fermo qui, per evitare di scadere nello spot.

Piuttosto, mi sono posto per l’ennesima volta la domanda cruciale: ha ancora senso viaggiare? In genere me la ponevo prima di intraprendere un viaggio, e la risposta arrivava dall’eccitazione per l’uscita dalla consuetudine, dal flusso di adrenalina prodotto dallo spostamento. Era dunque una risposta provvisoria, occasionale. Stavolta lo faccio invece a posteriori, e forse riuscirò a darmi motivazioni meno effimere. Per il momento mi limito però ad una raccomandazione. Questi luoghi saranno ancora lì, tra cinque o dieci o cento anni, ma forse già dal prossimo non saranno più gli stessi. E difficilmente cambieranno in meglio. Vale la pena quindi vederli ora, subito, e farlo senza assilli e programmi e aspettative. Non per spuntare qualche nome dalla lista delle mete obbligate, ma per riconciliarci in tutta serenità col mondo che ci circonda, per renderci conto di quanta bellezza ci è stata concessa. Potremmo farlo senz’altro anche dietro casa, ma il paesaggio e i costumi abituali perdono per forza di cose il potere di stupirci. E così anche le loro trasformazioni. Credo che il confronto con le meraviglie di una natura inconsueta risvegli il nostro senso estetico intorpidito, così come quello con la diversità nei costumi mette alla prova il nostro sentire etico: e credo che tutto questo ci aiuti a guardare ogni volta con occhi nuovi, più attenti e critici, a ciò che c’è e a ciò che accade nel nostro cortile. Ad apprezzare diversamente quanto abbiamo, e a trovare lo stimolo e la forza per difenderlo.

Quanto a me, non ho nemmeno disfatto la valigia.

Nell’Ellade profonda 06

Ariette 18.0: Che cosa resta

di Maurizio Castellaro, 28 agosto 2023

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

È arrivato tardi, ma non troppo tardi, il mio viaggio in Grecia. Alcuni pezzetti del puzzle della mia frammentata cultura sono andati a posto, si incomincia a intravedere un quadro d’insieme in grado di resistere meglio agli scrolloni. Ma cosa resta, oltre alle scoperte non così scontate che i greci sono i nostri fratelli maggiori, e che nella nostra storia abbiamo avuto non una ma due superpotenze globali, prima Roma, e poi la grande Venezia? Dodona, Delfi, Corinto, Tebe, Micene, Termopili, il palazzo di Nestore, l’Acropoli, l’Agora, l’Accademia. Pietre, terraingrata, polvere, perimetri incomprensibili, ecco quello che ho visto. Ma sono quelle pietre, quella terra ingrata, quella polvere, quei perimetri. Tutto ciò che sono stati realmente non esiste più da millenni (erano rovine mute già per i romani distruttori del II secolo A.C.). Ma ciò che sono davvero è il filo che ha tessuto la tela dei sogni, delle fantasie e dei ragionamenti che hanno fatto di noi, poco o tanto, le persone che siamo. Ho visto ad Eleusi la Fonte Partenia cara a Demetra, garante del ciclo delle stagioni. Era un foro nella pietra, ma cos’era davvero quel foro l’ho avuto chiaro solo rileggendo sotto il sole l’inno omerico del VII sec. A.C. a lei dedicato: “Lungo la via (la dea) sede’, col cuore serrato d’angoscia, presso la fonte Partenia, d’onde acqua attingevan le genti, all’ombra — e sopra lei cresceva un arbusto d’ulivo —”. Le parole scritte, e le storie e i pensieri che queste parole hanno covato nel silenzio della mente di ogni uomo che le ha meditate. È questo il vero dono della Grecia, quello che resta. Un superpotere che ha permesso ai Greci di vincere tutte le guerre mentali che hanno ingaggiato nella storia, e di rinascere sempre sotto altre forme, come hanno fatto con i Romani, con i Cristiani, con i toscani e i fiamminghi del Quattrocento. Come hanno fatto anche con me.

Errare per necessità

di Fabrizio Rinaldi, 14 agosto 2023

Anni fa lessi la raccolta di racconti di Jürg Federspiel intitolata L’uomo che portava felicità, in cui erano tratteggiati dei personaggi incapaci di andare oltre i propri limiti, di comunicare il proprio vissuto. Immediatamente mi immedesimai nell’ussaro che, dopo la sconfitta subita ad Austerliz del 1805 contro i francesi, vagava nelle campagne innevate, alla ricerca del paese dove ritrovare ciò per cui aveva combattuto e perso.

Sono passati decenni, ma ancora oggi quella figura ieratica e solitaria che cavalcava sul lago ghiacciato, nella nebbia e incurante dei popolani che dalla costa lo avvertivano del pericolo di sprofondare, mi sta a pennello. Sarà tardo-romantica, sarà interpretabile in vari modi, ma mi ci riconosco ancora oggi.

Errare per necessità 02 L'uomo che portava felicità

Il mio non è snobismo nei confronti di una società che è diversa da come la vorrei: rivendico però almeno il diritto di non schierarmi da una parte o dall’altra, perché intravedo più torti che ragioni in tutte le posizioni che mi sono proposte. E invece, in sostanza, è questo ciò che viene richiesto: parteggiare sotto un vessillo, quale che sia; guardarmi dal manifestare un sacrosanto disinteresse; meno che mai dal coltivare un pensiero differente. Questo nessuno me lo chiede. Sembra che a pensare, anche a nome mio, siano deputati altri. Tutto ciò non mi appartiene. Tutto qui.

È pur vero che ho delle preclusioni a pelle, per cui di fronte a particolari situazioni i pori della cute si chiudono a qualsiasi dialogo: ammetto di non riuscire a comprendere idee e azioni di personaggi come Berlusconi (pace all’anima sua, ma non ai suoi imitatori, Renzi compreso), Salvini, Meloni, ecc …, con tutte le loro corti di politicanti, imprenditori, banchieri e faccendieri. Se anche dicessero e facessero cose condivisibili (tranquilli, non capita), rappresentano comunque l’antitesi del mio modo di pensare e vivere.

Ma anche con gli altri, l’empatia è decisamente bassa. Sembra che il loro gioco preferito sia quello di farsi le scarpe a vicenda e di attendere gli scivoloni altrui. Una guerra di logoramento che consuma soprattutto chi la conduce.

Errare per necessità 03

La schiacciante vittoria di Napoleone durante la battaglia di Austerliz confermò il predominio della Francia sulle potenze europee e la fine del secolare Sacro Romano Impero, con tutto ciò che rappresentava. Di qui lo smarrimento del mio ussaro, ma anche la sua volontà di ritrovare un senso, una causa in cui credere.

Oggi non c’è un Napoleone capace di mettere a soqquadro la società come si è evoluta nei secoli: chiunque vada al potere, tutto procede immutato (ovvero viaggia verso il disastro), mentre dilaga un individualismo incosciente e miope, per cui ogni singolo non riesce a vedere al di là di quelle che sono le sue immediate (e tutt’altro che naturali) esigenze.

Come lo scontro avvenuto ad Austerliz divenne volano per enormi cambiamenti politici e sociali, gli avvenimenti degli ultimi anni (dall’11 settembre alla guerra in Ucraina, dalle crisi economiche a quelle climatiche e – non ultima – quella sanitaria conseguente al Covid), avrebbero dovuto imporre drastici cambi di rotta, persuaderci a mettere in discussione i modelli sociali e i sistemi di relazione, a cercare di capire come potremmo sopravvivere senza annientarci. Invece rimaniamo scientemente immersi in un mare di futilità, fingiamo di non renderci conto della situazione in cui ci siamo cacciati, o l’accettiamo rassegnati, evitando di affrontare quella che non è più una remota eventualità, ma una minaccia imminente: la sostanziale estinzione del genere umano.

Mi si potrebbe obiettare che non è vero, che, se le classi politiche di tutto il mondo sono cieche e sorde, esistono però movimenti (come quello di “Ultima Generazione”) nati proprio da questa consapevolezza, che cercano di focalizzare l’attenzione su questo tema. Ma io mi riferisco a prese di posizione serie, fondate su una riflessione storica e sociale approfondita, non finalizzate solo alla visibilità mediatica: di proposte concrete che tengano conto, ad esempio, che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale è già impegnata quotidianamente nella lotta per sopravvivere e quindi ha priorità diverse dalle nostre. Richiamare l’attenzione va bene, è necessario (anche se sulle modalità ci sarebbe da discutere), ma una volta che la si è ottenuta occorre avere qualcosa da proporre. Altrimenti tutto si risolve di volta in volta in girotondi, sardine più o meno in scatola o venerdì futuristi, che fanno dire “che bravi questi nostri ragazzi” e offrono momenti di folklore a una tivù onnivora e di eccitazione effimera ai media digitali, ma non progrediscono nella ricerca di soluzioni perseguibili.

Errare per necessità 05

In fondo la dopamina assunta attraverso l’uso compulsivo dei social, ci fa credere che ciò che affermiamo siano verità indiscutibili e condivise da molti. Nulla è più sbagliato perché le certezze non sono mai incontrovertibili, specie in un mondo in cui il ghiaccio sociale che calpestiamo si sgretola non solo per la “febbre” del pianeta, ma per i diritti sociali, i principi morali e gli sviluppi economici, tutti diventati precocemente avariati.

Pure la convinzione di una eterogeneità di pensiero è una chimera che si infrange contro la repentina mobilità d’opinione, senza particolari afflizioni o ripensamenti, rimpianti o rimorsi. È il gioco delle parti che impone un compulsivo cambio di casacca. Affermare convintamente oggi una cosa e domani l’opposto senza colpo ferire, è l’attestazione più potente della società destracentrica che viviamo (ma purtroppo non solo da quella parte lì). In fondo abbiamo appurato che Ruby Rubacuori è la nipote di Mubarak!

Errare per necessità 04

Ciò che vedo è che, mentre ad ogni scroscio di pioggia vengono giù le montagne e se non piove vanno a fuoco i boschi, non c’è alcuno sforzo di responsabilizzazione individuale: continuiamo a chiedere a parlamentari e a “managers” (impegnati a difendere i loro stipendi e profitti) di farsi carico del futuro nostro e del pianeta, ma in realtà badando a non sconvolgere le abitudini al consumo. Non mi pare che qualcuno sia in realtà disposto a rinunciare autonomamente a qualcosa.

Questo non significa che io abbia in mente delle soluzioni e sia in grado di metterle in pratica, almeno a livello individuale: ma so che non le ha nessuno, e soprattutto che nessuno sembra aver davvero intenzione di cercarle.

Rifiuto quindi di schierarmi sotto qualsiasi bandiera, per difendere la mia possibilità di “errare” convintamente, nel duplice senso di muovermi alla ricerca – magari sbagliando – e di confondermi, riprovando pure. Questa, a breve, lungo e lunghissimo termine resta la mia scelta per tollerare l’effluvio di inadeguatezza e incertezza che mi impregnano il cappello e il pennacchio rosso d’ordinanza.

Non voglio attendere l’arrivo della Waterloo per qualcuno. Anche perché ciò si ripete ormai ogni giorno e ne usciamo tutti egualmente sconfitti. Meglio allora rimanere ben ancorato alle briglie del cavallo e procedere senza sosta e ripensamenti, con passo spedito, affinché il ghiaccio sotto i piedi non si frantumi.

Alla via così, cercando “un paese. Un paese come il mio. Ho tutto il tempo al mondo, per trovarlo. Tutto il tempo al mondo”.

Magari non proprio tutto, ma un po’ ancora sì.

Collezione di licheni bottone

Risvegli

di Paolo Repetto, 29 luglio 2023

Nelle Vite dei maggiori filosofi Diogene Laerzio racconta di un giovane cretese, Epimenide, che fu mandato un giorno dal padre in campagna a cercare una pecora dispersa. Dopo aver girovagato a lungo il ragazzo, sfinito per il caldo e la fatica, si addormentò in una caverna, per risvegliarsi solo cinquantasette anni dopo. Devo dire che Diogene Laerzio non è particolarmente attendibile, tirava un po’ all’enfasi sensazionalistica, e che altri che hanno scritto di Epimenide prima di lui, come lo stesso Platone e poi Plutarco, non fanno cenno a questo episodio, mentre colui che fu probabilmente la sua fonte, lo storico-geografo Pausania, parla di “soli” quarant’anni. Anche nelle trasposizioni moderne della leggenda (Goethe ne Il risveglio di Epimenide e Washington Irving ne La leggenda di Rip Van Winkle) le cifre sono discrepanti: cinquant’anni di sonno per il primo, venti per il secondo: ma c’è una spiegazione, e la vedremo.

La sostanza della storia è comunque che, a prescindere dalla durata del riposino, al suo risveglio Epimenide trovò il mondo molto cambiato, quasi irriconoscibile (e si parla di sei o sette secoli prima di Cristo). A quanto pare già in gioventù il bell’addormentato era un tipo poco convenzionale (ad esempio, portava i capelli lunghi, contro l’uso dei tempi) ed è naturale che al momento in cui rientrò dal mondo dei sogni la sua eccentricità apparisse ancora più marcata. Ma nelle società antiche la stranezza, se da un lato era vista con sospetto, dall’altro veniva letta come spia di facoltà speciali, in questo caso divinatorie. Epimenide cominciò dunque ad essere chiamato in tutta l’Ellade per fornire consulenze su situazioni difficili. Lo interpellarono anche gli ateniesi, prostrati da un’annosa pestilenza, e il nostro risolvette in quattro e quattr’otto il loro problema, identificandone le cause; poi se ne andò, schivo di onori e rifiutando oltretutto qualsiasi compenso (era davvero un eccentrico). Pare invece che, come sempre accade, non fosse particolarmente apprezzato dai suoi compatrioti, dei quali infatti diceva: “Cretesi, cattive bestie, ventri pigri, mentitori sempre” (questa invettiva gli è attribuita da Paolo di Tarso). Di qui il famoso paradosso del mentitore, per cui, essendo lui cretese, se tutti i cretesi mentono nemmeno lui è credibile, e le sue accuse sono infondate.

Ma non è questo che mi interessa. Mi interessano invece la capacità divinatorie, perché interrogato sull’origine dei suoi poteri Epimenide si scherniva asserendo di non vaticinare rivolgendo lo sguardo al futuro, ma sulla base della conoscenza del passato. Mi pare un’affermazione tutt’altro che scontata, degna nel caso specifico di una riflessione più approfondita: credo infatti che il filosofo-vate non volesse affermare semplicemente che pensare al passato è fondamentale per capire il presente e orientare il nostro futuro, cosa abbastanza ovvia (anche se oggi non lo è affatto). Intendeva dire, sulla base della sua straordinaria esperienza, che chi per qualche motivo è rimasto più strettamente vincolato al passato, o non ha vissuto direttamente i cambiamenti, quando se li trova di fronte è in grado di apprezzarne la reale portata, si rende conto più nitidamente della di-stanza intercorsa. È in fondo ciò che accade a noi tutti, che non avvertiamo i mutamenti che avvengono in noi stessi e nelle persone con le quali abbiamo maggiore consuetudine, mentre li constatiamo sgomenti in coloro che abbiamo perso di vista per venti o più anni.

La cosa mi coinvolge perché in qualche modo un’esperienza simile a quella di Epimenide la sto vivendo anch’io. Provo sempre più spesso la sensazione di risvegliarmi da un lungo letargo e di trovarmi di fronte ad una realtà nella quale non mi raccapezzo. Ne avrei tutti i motivi, perché nel frattempo la trasformazione del mondo ha conosciuto un’accelerazione esponenziale. I cambiamenti che mi sorprendono in realtà io li ho vissuti da dentro, sono passati sulla mia pelle, sul mio corpo, sulle mie speranze e aspirazioni (lasciando anche cicatrici evidenti): eppure, sarà senz’altro per effetto dell’età e del rimbambimento senile, che induce anche patologiche nostalgie, il mondo nel quale mi risveglio ad ogni notizia di telegiornale, ma anche ad ogni esperienza di quotidiana banalità, non lo riconosco, non mi piace, mi respinge (il che potrebbe in fondo essere un bene, perché avrò meno rimpianti al momento di lasciarlo). Insomma, l’impressione è di essermi addormentato sessant’anni fa pieno di certezze e di speranze e di risvegliarmi oggi pieno di dubbi e di delusioni.

Per esemplificare questa sensazione ricorro ad alcune notazioni che ho appuntato in una giornata tipo della scorsa settimana. Non tengo un diario, ma assicuro che è andata proprio così, non sto inventando nulla.

Dopo aver tentato invano di chiudere gli occhi per più di un paio d’ore consecutive, e troppo stanco per leggere, mi piazzo ad un un’ora antelucana davanti al televisore, lasciando scorrere distrattamente le immagini mute e sperando nel loro effetto soporifero. Ad un certo punto però mi imbatto in un vecchio film-documentario, di quelli in voga nei tardi anni cinquanta, che giocavano maliziosamente col pretesto del cinema-verità per offrire agli spettatori immagini che all’epoca apparivano pruriginose. Si tratta di Europa di notte, di Alessandro Blasetti, che quella moda l’ha inaugurata. Mi sono perso tutta la parte “spettacolare”, ma mi godo invece lo spezzone finale, quello davvero documentale, che mostra in bianco e nero una Roma percorsa ai primi chiarori dell’alba dalla cinepresa, a raccontare un lento risveglio dopo i bagordi notturni: una Roma semideserta (per le strade ci sono solo i netturbini e distributori dei pacchi dei giornali alle edicole), grigia ma pulitissima (è quella dei film tardo-neorealistici, tipo Poveri ma belli – quella sporca comincerà ad apparire solo tre anni dopo, con Accattone).

Il caso (?) vuole che uno dei servizi del telegiornale trasmesso immediatamente dopo sia dedicato proprio all’immondizia che sta sommergendo ormai da decenni la capitale. Roba da chiedersi come abbia fatto una città che un tempo dominava il mondo – e già all’epoca era abitata da più di un milione di persone – a ridursi ad un tale letamaio. E non c’è in giro un Epimenide da consultare (se ci fosse se ne andrebbe via di corsa), o meglio, ne vengono consultati una miriade, ma si limitano a intascare il compenso. Soprattutto non c’è l’ombra di netturbini (anche se a ruolo paga ne risultano duemilaquattrocento).

Con la prima sigaretta arriva anche la prima riflessione: allora la mia non è solo una percezione distorta, falsata dalla nostalgia: il mondo che ho conosciuto prima di addormentarmi era molto più pulito, nelle città come nelle campagne, lungo le strade di montagna come sul greto dei fiumi. Come ho già raccontato altrove, nelle campagne non si producevano rifiuti: tutto veniva riutilizzato, legno e carta per le stufe, l’organico per gli animali o come fertilizzante, la plastica non esisteva e le bottiglie di vetro erano preziose, i mobili, gli abiti e persino la biancheria passavano di padre in figlio. Persino le cicche venivano disfatte per recuperare il tabacco. Lungo le strade che salivano al paese e nelle vie interne le cunette erbose erano rasate ogni tre o quattro giorni, a ciascun cantoniere competeva la manutenzione di un tratto e c’era una vera e propria gara a chi lo teneva più in ordine. Anche nelle città funzionava una raccolta minuziosa. A Genova, dove ho trascorso nell’infanzia brevi periodi presso una zia portinaia, lo smaltimento dei rifiuti era quasi un rito, i netturbini erano implacabili con chi non rispettava i tempi e i luoghi del conferimento. Certo, la mia è una visione di superficie, ma almeno la superficie era pulita.

Risvegli 02

Mentre attendo che il caffè gorgogli nella moka il telegiornale prosegue. Un automobilista ubriaco, tra l’altro già privato un sacco di volte della patente, ha sterminato una famiglia che passeggiava tranquillamente a bordo strada. Gli omicidi stradali danno ormai vita ad una rubrica quotidiana, come i femminicidi e le previsioni meteo. Quando mi sono assopito, sessant’anni fa, naturalmente queste cose non accadevano. Mi si obietterà che circolavano forse un cinquantesimo delle auto odierne, ma la realtà è che c’erano anche molti meno ubriachi, alla faccia delle statistiche che vengono sbandierate ad ogni occasione, e quelli che c’erano in genere potevano fare del male solo a se stessi. Durante tutta l’adolescenza e la giovinezza non ricordo comunque di aver mai visto un mio coetaneo sbronzo. C’era sì qualche adulto o qualche anziano che alzava il gomito, ma al massimo capitava di trovarlo steso in una cunetta, dove aveva trascorso la notte dentro la neve, protetto dall’antigelo che circolava nel suo corpo. Oggi, a quanto mi arriva, lo sballo e la sbornia sono diventate abitudini giovanili, riti di passaggio che tendono a protrarsi poi all’infinito, e hanno anche cancellato le differenze di genere.

Al contrario di quanto faccio al solito, dopo il caffè non spengo il televisore. Una sindrome masochistica mi spinge a seguire anche le notizie internazionali. A meno di duemilacinquecento chilometri da noi, distanza che un aereo di linea percorre in tre ore, è in corso una guerra. Dopo quasi un anno e mezzo di carneficina, della quale non conosciamo nemmeno approssimativamente i costi reali, in vite umane, in sofferenze e in distruzioni, siamo a constatare che la cosa potrebbe durare all’infinito, così come evolvere all’improvviso in un disastro globale. Ci siamo già assuefatti, e le notizie dal fronte arrivano ormai di spalla, dopo le polemiche sulla Santanché e su La Russa.

Risvegli 03

Nessuno dei miei coetanei, nati a immediato ridosso dell’ultimo grande conflitto, avrebbe mai immaginato sessant’anni fa una cosa del genere. Si parlava di guerra fredda, è vero, veniva evocato ad ogni piè sospinto lo spauracchio nucleare, ma almeno dalle nostre parti (intendo in Italia, e penso anche al resto d’Europa) nessuno ci ha mai creduto veramente. A differenza che negli Stati Uniti, le aziende produttrici di rifugi antiatomici da noi hanno chiuso velocemente i battenti, e i pochi che sono stati venduti erano più intesi ad esibire uno status che a garantire una improbabile sicurezza.

Questo non significa che le guerre non ci fossero, che non fossero sanguinose e che non ne avessimo notizia. Sapevamo dell’Algeria, del Congo, del Biafra, del Vietnam e di tutti gli altri conflitti in corso in ogni angolo del mondo. Ma almeno li percepivamo come gli ultimi sussulti di un imperialismo in agonia, speravamo che avrebbero chiuso definitivamente la vergogna dello sfruttamento coloniale e aperto ad un mondo più giusto. Non è certamente il caso di quest’ultimo scontro: ed è indubbiamente assai più concreto il rischio di una deriva nucleare, anche se lo si esorcizza parlando di “atomiche tattiche”. Sembra che il mondo si sia rassegnato alla ineluttabilità di questo esito.

Di fronte a tutto ciò appare ancora più colpevole e scandalosa l’impotenza dell’Europa. All’epoca l’Unione Europea era ancora in fasce, esisteva solo per determinati settori economici, ma davvero si credeva che avrebbe potuto evolvere in una realtà politica. Magari eravamo tutti molto più ingenui, e non solo noi ragazzi, ma a volere questa unione era una classe politica che aveva vissuti gli orrori della guerra ed era determinata a non consentire che si ripetessero. Se potesse assistere allo spettacolo offerto dalle istituzioni politiche europee odierne inorridirebbe.

In appendice alle immagini della guerra arrivano quelle degli sbarchi dei migranti dall’Africa e dall’Asia. Nella sola giornata di ieri se ne sono contati settecento, e si sospetta che almeno un centinaio siano scomparsi nelle acque dello Ionio. Non riesco a seguire le polemiche e le dichiarazioni su accoglienza, respingimenti e ricollocazioni: un teatrino nauseante. Da neo-risvegliato mi colpiscono invece la natura e la dimensione del fenomeno. Mi ero assopito più mezzo secolo fa nella convinzione che la grande novità del terzo millennio sarebbe stata costituita da un terzo mondo finalmente libero e indipendente, capace di giocare un ruolo da protagonista: non mi aspettavo certo che la cosa prendesse questa tragica piega. Anche se non sono mai stato facile agli entusiasmi “rivoluzionari” del terzomondismo (voglio dire, niente Cuba, niente libretto rosso, niente Angola, ecc…), se guardo alla situazione geopolitica mondiale con gli occhi di allora non posso che rimanere allibito. È accaduto tutto il contrario di quanto speravo: il colonialismo ha cambiato pelle e ha trovato nuovi interpreti (la Cina, la Russia, gli stati arabi del golfo, …), le classi dirigenti indigene, in Africa come in Asia come nell’America Latina, hanno dato di sé pessima prova, dimostrandosi tutte egualmente incapaci e corrotte, quale che ne fosse l’estrazione o l’ideologia di riferimento, l’ONU è un baraccone privo di qualsiasi credibilità e potere, mentre tutte le agenzie specializzate che ha partorito, come l’UNESCO, la FAO e compagnia cantante sono diventate delle greppie inefficienti alle quali si nutre un numero scandaloso di funzionari, reclutati per lo più nei paesi “in via di sviluppo” e affamatissimi. Certo, hanno concorso gli stravolgimenti climatici, la desertificazione, lo sfruttamento criminale delle risorse operato dalle potenze neocoloniali: ma quello che balza agli occhi è ad esempio il fallimento di ogni progetto di “negritudine”, quello che aveva ispirato i primi anni dell’indipendenza africana. Altro che terzomondismo: e infatti, persino il termine è sparito dal vocabolario politico (così come “negritudine”, che da bandiera è diventata un insulto), e l’eredità è stata raccolta dall’azione “caritatevole” delle organizzazioni non governative, che anche quando sono in buona fede sembrano travasare l’acqua dell’oceano con un cucchiaio.

Risvegli 04

Le previsioni del tempo completano il quadro. Mezza Europa è prostrata da temperature torride, una buona parte è devastata da roghi che mandano in cenere il poco che rimane del patrimonio boschivo, mentre l’altra mezza è bombardata da fenomeni atmosferici estremi, trombe d’aria, bombe d’acqua, grandinate. Questo accadeva senz’altro anche sessant’anni fa, e seicento, e seimila: ma si trattava di situazioni eccezionali, ed erano percepite come tali. Oggi rappresentano la nuova “normalità” meteorologica, al di là dei titoli strillati sui quotidiani e del sensazionalismo isterico dei notiziari televisivi: una “normalità” percepita attraverso lo stravolgimento mediatico, nel quale all’afa e alla grandine si aggiungono le inconcludenti polemiche tra catastrofisti e negazionisti (che, è sin troppo scontato dirlo, lasciano il tempo che trovano). La chiusa finale, prima del diluvio pubblicitario, reca almeno una nota comica, ma di una comicità desolante, priva di qualsiasi umorismo: sono i consigli dispensati degli esperti, che tutti seri in volto e qualche volta supportati dall’autorevolezza di una divisa suggeriscono di bere molta acqua e di stare all’ombra, o nel caso opposto di rimanere in casa durante i nubifragi e non cercare riparo sotto gli alberi.

È ora di spegnere e di staccarsi dal divano. Una passeggiata solitaria mi porta al Capanno, dove trascorrerò il resto della mattinata trafficando e leggendo. Ma lungo il percorso mi guardo attorno. Sessant’anni fa questa passeggiata la ripetevo quattro volte il giorno, con un passo decisamente diverso, oppure in bicicletta. L’ultima casa del paese era in fondo al viale, dopo partivano i vigneti. Non c’era un metro di incolto, e a vista d’occhio i filari coprivano le colline più prossime ma anche quelle al di là del fiume. Dalla tonalità di verde delle foglie potevi capire dove maturavano il dolcetto, la barbera, il moscato. Oggi la macchia ha riconquistato tutti i declivi. Nella Valle del Fabbro non c’è più una sola vite, l’unico fazzoletto di coltivo è costituito dal mio frutteto, anch’esso purtroppo in via di inselvatichirsi. Per certi versi può apparire un angolo paradisiaco, ma è il paradiso dei rovi, e anche se egoisticamente me lo godo non può non trasmettermi la sensazione triste dell’abbandono.

Per la lettura mi rifugio in alcuni fascicoli de Le vie del mondo, risalenti agli anni in cui mi sono addormentato. Ho conferma di ciò che scrivevo sopra quanto alle aspettative su un mondo più libero, più giusto, più pacifico. E noto anche come non ci sia traccia di razzismo nella descrizione di paesi e di popoli lontani, appena emersi dal limbo della storia: c’è solo una gran curiosità, checché ne dicano gli odierni cancellazionisti, per i costumi, per le tradizioni, per le prospettive future che ciascuna di queste culture potrà perseguire senza negarsi. L’occidente non ha atteso i cultori della memoria particolaristica per farsi un esame di coscienza, come ben sa qualsiasi appassionato del western classico: nel cinema degli anni Cinquanta dietro ogni rivolta o scorreria o massacro operato dagli indiani c’erano la mano o le mene di mascalzoni bianchi.

Nel pomeriggio cerco consolazione dal Tour de France. Un tempo, nel dormiveglia di fine secolo scorso, andavo a seguirne dal vivo qualche tappa alpina. E prima della metà degli anni Sessanta lo vivevo attraverso le radiocronache. Ho tifato e ho urlato anch’io, ma quella che vedo oggi è una mandria di idioti assiepati lungo le salite, che intralciano con bandiere e cartelli la fatica dei corridori, corrono al loro fianco mezzi nudi per scattarsi un selfie, rischiando ad ogni passo di buttarli a terra, o si parano davanti alle moto bardati da cerebrolesi per strappare un attimo di visibilità internazionale. Non mi si venga a dire che è sempre stato così, che anche Bartali e Nencini erano stati ostacolati: si tratta di cose ben diverse. Là c’era di mezzo uno sciovinismo esasperato, stupido ma ingenuo: qui vediamo invece manifestarsi platealmente gli effetti del rincretinimento mediatico, della spettacolarizzazione di tutto, e in primis della stupidità. Lo sciovinismo, il tifo, sono degenerazioni della sportività: questa è invece degenerazione assoluta, una crescente tabe antropologica.

Non riesco neppure ad attendere l’arrivo della tappa, sono disgustato. Esco a fare un giro per strada. Il paese sembra un villaggio fantasma. Non un’anima, neppure un cane o un gatto (oggi vivono in casa), e non certo per via del Tour. È già l’ora nella quale dalle porte delle case che si affacciano in via Benedicta o dai vicoli che ne dipartono uscivano sedie e sgabelli, e zie e nonne e mamme si riunivano in capannelli lungo la strada, dandosi sulla voce da un gruppo all’altro, commentando ogni passaggio e facendo la tara ad ogni acquirente che uscisse dai negozi aperti sullo stradone. Oggi i capannelli non ci sono più, in compenso malgrado il divieto ci sono auto posteggiate lungo tutta la via, e non ci sono più nemmeno i negozi (erano dodici, oggi ne rimane uno). Se muore qualcuno paradossalmente se ne ha notizia solo il giorno dopo, dai manifesti affissi nella bacheca, se qualcuno è malato o finisce all’ospedale lo si viene a sapere quando ricompare, per i pettegolezzi ci si può rivolgere solo all’agenzia informale che opera davanti al bar, ma con gravi ritardi e scarsi dettagli. Insomma: non c’è più alcun controllo sociale, e questo in un paese di meno di mille abitanti. Figuriamoci in città. L’unico controllo è quello che passa attraverso gli iphone, ma è tutta un’altra faccenda.

In tre quarti d’ora, misurando il passo e cercando di cogliere i minimi indizi di cambiamento, di interventi edilizi, di restauro dei muri e degli infissi, dei segni di vita insomma, faccio il giro completo del paese. Incrocio quattro persone, e non ne conosco nemmeno una. Più della metà degli attuali abitanti è arrivata recentemente da fuori, attratta dai costi stracciati delle case – che nonostante ciò rimangono invendute per anni.

Alla metà del secolo scorso, quando i residenti erano quasi il doppio, li conoscevo benissimo tutti, sapevo dove abitavano, che attività svolgevano, che carattere avevano, se fossero affidabili o meno. Oggi mi sento uno straniero nella terra nativa. Continuo a non chiudere a chiave la porta la notte, ma in realtà non sono più così serenamente fiducioso.

Risvegli 05

Scende finalmente la sera, e con essa torna purtroppo anche l’incubo dell’insonnia. Una volta era costume tirar tardi in cortile, dove confluivano vicini, dirimpettai e passanti occasionali: ma dopo la morte dei miei genitori la consuetudine si è rapidamente persa.

La televisione naturalmente non aiuta, i film sono gli stessi già trasmessi cinquanta volte, persino i western sono inguardabili, ridotti a uno spezzatino in un mare di pubblicità, i talk show sono un oltraggio costante al pudore intellettuale. Non restano che i libri, ma anche la dondolo a quest’ora è scomoda, e a letto ogni posizione di lettura è immediatamente stancante. Spengo la luce, chiudo gli occhi e mi concentro.

Realizzo che per tutta la giornata ho comunque fatto uso senza pensarci affatto di strumenti (il computer, il cellulare, il forno a microonde, ecc …) dei quali sessant’anni fa nemmeno avrei sospettato l’avvento, e di altri dei quali non avevo la disponibilità (auto, telefono, televisione, …). Che ho mangiato cibi conservati in confezioni di plastica, e lo stesso vale per le bevande. E che tutto sommato, a dispetto della consapevolezza negativa, ho anche pensato secondo gli schemi conseguenti a tutto questo modo di vita. Solo ora mi rendo conto di quanti bisogni artificialmente indotti ho cumulato, di quanto ne sono diventato dipendente. Mi vien da pensare di essermi mosso per tutto questo tempo come un sonnambulo. Di fatto, mi piaccia o meno, mi sono adeguato a tutti i cambiamenti, a tutte le novità. Non dico di averli digeriti o capiti tutti, ma quantomeno ci ho convissuto. E nemmeno ho scordato come il mondo preletargico non fosse propriamente un Eden. Diciamo che ho vissuto in uno stato di coma vigile, e che forse sono meno convinto di quanto credo di volerne davvero uscire.

Comunque ci provo. Può essere che stavolta mi addormenti, per risvegliarmi sessant’anni addietro. Non con sessant’anni di meno, non è questo a interessarmi. Eden o no, ciò che rivoglio, almeno per un attimo, è quel mondo.

P.S. Ho accennato inizialmente alle discrepanze sulla durata del sonno di Epimenide (alias Rip Van Vinkle) che si trova nelle versioni moderne della leggenda. Me ne do questa spiegazione. Goethe scrive Il risveglio di Epimenide nel 1814. Dietro l’opera c’è una motivazione politica autogiustificatoria. L’autore cerca di spiegare il suo cinquantennale silenzio di fronte agli straordinari accadimenti dell’ultimo secolo, rivoluzioni americana e francese comprese, e soprattutto rispetto a quelli che hanno profondamente toccato la vita della Germania. Sembra voler dire che il suo non è stato un atteggiamento di fuga e di non compromissione con la realtà, ma di osservazione della realtà dall’alto di una speciale consapevolezza indotta dal sapere artistico. E infatti, dopo tanti sconvolgimenti, le cose sono tornate al loro posto (Napoleone è appena stato sconfitto), l’ordine è stato ristabilito. Al contrario Irwing, che scrive il Rip van Winkle pochi anni dopo (1819) in Inghilterra, ma lo ambienta in America, constata che in vent’anni le cose sono cambiate moltissimo, sia sul piano politico che su quello economico e sociale. Si è addormentato in una colonia inglese e si risveglia negli Stati Uniti, rischiando addirittura di essere linciato quando in perfetta buona fede dichiara la propria lealtà alla corona britannica. Ma soprattutto prende atto di una rivoluzione ancora più importante, quella industriale, che viaggia sulle ferrovie e sui battelli a vapore, e del fatto che le trasformazioni sono destinate a diventare sempre più veloci. Nessuno attribuisce a Rip facoltà divinatorie, ma molti credono alla sua storia e invidiano la sua esperienza, non fosse altro per il fatto che gli ha consentito di sfuggire alla tirannia della moglie. In sostanza, secondo Irwing, due decenni sono sufficienti a cambiarti la vita e a trasformare il mondo.

Direi che alla luce degli ultimi due secoli abbia visto ben più lontano di Goethe.

Risvegli 06

Sven o della solitudine

Sven o della solitudine - copertinadi Paolo Repetto, 22 luglio 2023

Introduzione

La giovinezza di un eroe

Verso l’oriente

Il viaggio in Persia

La prima spedizione

Seconda spedizione

Terza spedizione

Quarta spedizione

Il tramonto e l’oblio

Riflessioni

Compromesso col nazismo

Razzismo

Spettacolarizzazione

Solitudine e sensibilità

Omosessualità

Infine

Indicazioni bibliografiche

Sven o della solitudine 02

Introduzione

Non cammino mai sulle mie impronte.
Questo è contro la mia religione.

Protagonista di questa mini-biografia è Sven Hedin, un esploratore svedese che a cavallo tra otto e novecento ha cambiato radicalmente la conoscenza geografica di una parte dell’Asia. Non è una new entry: era nel mirino da un pezzo, ma forse, a dispetto delle ripetute professioni di “scorrettezza politica”, sono stato inconsciamente influenzato dal marchio di maudit – non quello della sregolatezza, ma quello dell’infamia – che pesa sul personaggio (nonché dal fatto che sino ad un anno fa avevo potuto leggere uno solo dei suoi libri). Hedin mi offre dunque l’occasione di raccontare una storia che mi ha affascinato e di togliermi al contempo un po’ di sassolini dalle scarpe.

Questo però alla fine. Prima andiamo a conoscerlo, possibilmente tenendo spiegata davanti a noi una carta fisica in scala 1:1.000.000 dell’Asia Centrale. Diversamente rischiamo davvero di perderci dopo poche pagine. E comunque, buona parte di quella carta l’ha disegnata proprio lui.

Sven o della solitudine 01

La giovinezza di un eroe

In My Life as an Explorer, dove riassume in pratica tutta la sua vita, (e che non è mai stato tradotto in italiano) Hedin non si sofferma sull’infanzia. Parte in quarta e scrive semplicemente: “Fortunato quel ragazzo che scopre l’inclinazione della sua vita già durante la fanciullezza. Questa davvero è stata la mia buona sorte. Fin dai primi dodici anni il mio traguardo mi era già chiaramente evidente. I miei primi amici sono stati Feminore Cooper e Jules Verne, e Stanley, Franklin, Payer e Nordenskiöld, in particolare la lunga schiera di eroi e di martiri delle esplorazioni polari […]”. Passa poi immediatamente a raccontare del giorno (o meglio, della notte) di fine aprile in cui con tutta la famiglia aveva assistito al rientro a Stoccolma dell’esploratore polare Nordenskiöld, reduce dall’aver percorso per primo il passaggio a nord-est con la nave Vega[1]. In quella notte si era deciso il suo futuro destino. «Ero in piedi sulle alture di Södermalm con i miei genitori e fratelli, da cui avevamo una vista superba. Ero in preda a una grande tensione nervosa. Ricorderò questo giorno fino alla morte, poiché è stato decisivo per il mio futuro. Un fragoroso giubilo risuonava dalle banchine, dalle strade, dalle finestre e dai tetti. “È così che voglio tornare a casa un giorno”, ho pensato tra me e me».

Sven o della solitudine 03Di ciò che era venuto prima non racconta alcunché, né in questa né nelle altre sue opere che ho letto: probabilmente riteneva la sua infanzia poco rilevante rispetto alle scelte future, e assolutamente normale, per quanto normale possa essere considerata la convivenza con cinque sorelle e due fratelli, in una famiglia governata totalmente dalla figura materna. Ad essere maligni, sarebbe invece già sufficiente a spiegare la smania perenne di lontananza e di solitudine che lo caratterizzerà. Almeno a livello inconscio, perché alla famiglia e a tutte queste donne Hedin sarà in realtà sempre molto affezionato. Solo a queste, però: nella sua vita non ce ne saranno altre, né altri affetti, e neppure vere e proprie amicizie. Non si è mai sposato e non ha avuto figli: con lui si è estinta la sua linea familiare.

Sven o della solitudine 04L’infanzia dunque ce la lascia immaginare, e non dobbiamo nemmeno sforzarci troppo. Piuttosto, è forse opportuno “contestualizzare” Hedin rispetto ai tempi e ai luoghi in cui è cresciuto e si è formato. Il 1865, anno della sua nascita, può essere assunto per i paesi nordici a spartiacque. Si è appena conclusa la seconda guerra tedesco-danese, con una cocente sconfitta del regno di Danimarca e la conseguente perdita dei ducati dello Schleswig-Holstein a favore della Prussia. Questo significa il tramonto dello scandinavismo, un movimento culturale e politico che propugnava l’unione dei paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Norvegia) in una sola nazione, e che aveva infiammato a metà del secolo soprattutto la gioventù studentesca. Produce anche, in particolare negli ambienti più legati all’istituto monarchico, una crescente ammirazione per il nuovo Reich tedesco che si va costruendo proprio in quegli anni sotto la regia di Bismarck. In più, la sconfitta è solo un prodromo alla profonda depressione economica che colpirà i paesi europei nell’ultimo quarto di secolo, e in particolare quelli scandinavi, innescando un forte fenomeno migratorio (testimoniato e raccontato, ad esempio, nei libri di Knut Hamsun).

Si verifica però, nello stesso periodo, anche un deciso mutamento dell’atteggiamento relativo alle attività esplorative. Mantenendo il 1865 come data simbolica, è l’anno in cui muoiono FitzRoy, il comandante del Beagle e compagno di viaggio di Darwin, l’eccentrico Charles Waterton, l’esploratore dell’Africa Heinrich Barth: mentre l’anno precedente sono morti John Hanning Speke e László Magyar. Tutta una generazione di esploratori-avventurieri o di esploratori-scienziati (della quale Alexander von Humboldt era stato l’antesignano) sta scomparendo e lascia il posto a uomini che si muovono con un più o meno esplicito mandato politico. Nell’Asia centrale è in il pieno svolgimento Grande Gioco, mentre la corsa a piantare bandierine in Africa culmina nel Congresso di Berlino del 1885.

In quello stesso 1865 si situa però un altro evento fortemente simbolico, la conquista del Cervino. La vittoria di Wymper segna la fine dell’alpinismo romantico e l’inizio della competizione e della corsa al primato, tra i singoli ma anche, e soprattutto, tra gli stati. Non è neppure privo di significato, sempre a proposito di alpinismo, che proprio in quell’anno nasca uno dei coetanei più famosi di Hedin, quel Guido Lammer che sarà l’interprete più famoso e convinto dell’alpinismo di conquista. Lammer andrà ben oltre i limiti ragionevoli d’un rischio inevitabile, ma contenuto e calcolabile. Il suo delirio di potenza (è un nietzschiano convinto) lo spingerà ad arrampicare sempre solo, spesso senza assicurazione, nelle condizioni più assurde e rischiose: “Il più dolce di tutti i godimenti che la vita può offrire è bagnar le labbra alla coppa della morte! Mettersi coscientemente e volontariamente nel vero pericolo di morte, in cui i piatti della bilancia del vincere e del perdere effettivamente si equilibrano è la cosa più alta e più augusta che possa provare il sentimento dell’uomo” scrive in Fontana di giovinezza. Il fatto è che al di là della folle esasperazione rappresentata da Lammer, sentimenti di questo tipo sono piuttosto diffusi nella sua generazione, Hedin compreso (e lo saranno ancor più in quella successiva, quella del fascismo e del nazismo).

Il nostro respira quindi da subito un’aria particolare, anche se ancora non la si avverte. È nato a Stoccolma in una famiglia agiata, da un piccolo borghese che a forza di volontà e rigore è diventato architetto capo della municipalità e dalla figlia di un ricco mercante (ebreo e con un cognome che è tutto un programma: Westman). Il padre intrattiene ottimi rapporti col sovrano, e questo si rivelerà fondamentale per Sven al momento di ottenere appoggi finanziari e credenziali ufficiali per le sue missioni. La sua è una famiglia molto religiosa, addirittura devota, che segue i principi dei fratelli moravi. Sven porterà sempre con sé nei suoi viaggi il “Dagenslösen”, il libro di preghiere svedese, e non derogherà mai al rituale della lettura serale.

Sven o della solitudine 05Compie gli studi in un liceo prestigioso, conseguendo il diploma di scuola secondaria nel 1885, ma non è un allievo particolarmente brillante: si distingue solo nel disegno e nella cartografia. Mentre ancora frequenta il liceo redige a penna un atlante in sei volumi nel quale sono raccolte le conoscenze orografiche del suo tempo per tutta la terra, e disegna per la Società di Geografia di Stoccolma una carta dell’Asia Centrale che lascia tutti a bocca aperta.

Nel frattempo, soprattutto dopo l’entusiasmante notte di Nordenskiöld, ma senz’altro già da molto prima, matura una fissazione per i viaggi polari. È una passione largamente condivisa dai suoi connazionali e dai suoi coetanei: esauritasi con Livingstone e Stanley la febbre dell’Africa, la corsa ai poli è divenuta l’ultima frontiera delle esplorazioni. Sven ci mette di suo una determinazione eccezionale, e s’impone un’autodisciplina ferrea per prepararsi sia fisicamente che intellettualmente a quel tipo di avventura, temprando il corpo al freddo e ai digiuni (“nelle notti invernali mi rotolavo spesso nella neve e dormivo con le finestre aperte”), aprendo la mente alle lingue e alla geografia, nutrendosi di libri di viaggio e di studi cartografici. Chi lo ha conosciuto quando era ancora all’inizio della sua carriera, ad esempio lord Younghusband (l’uomo che avrebbe aperto Lhasa agli occidentali), lo descrive come fisicamente robustissimo, anche se non molto alto, ma soprattutto imperturbabile, sicuro di sé e incredibilmente deciso.

I requisiti per partecipare alla corsa ai poli se li è creati con una straordinaria volontà: “Ma nelle stelle era scritto diversamente“.

Sven o della solitudine 06

Verso l’oriente

Alla fine della primavera del 1885, appena uscito dalla scuola secondaria, riceve una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Deve accompagnare come precettore privato uno studente che va a raggiungere il padre a Baku, sulle sponde azere del Mar Caspio, dove quest’ultimo lavora come ingegnere nei giacimenti petroliferi della famiglia Nobel. La proposta testimonia dell’ottima reputazione che Sven si è guadagnato a scuola, e lui non vuole smentirla: ma vuole soprattutto mettersi in condizione di approfittarne il più possibile per appagare la sua sete di viaggi. Durante l’estate frequenta dunque un corso di topografia per militari e prende lezioni di disegno (per il quale è già di suo molto portato).

Sven o della solitudine 07I due partono alla volta dell’Azerbaigian a metà agosto. Transitano per Helsinki e San Pietroburgo, e quindi si soffermano a Mosca, dal cui splendore Sven è affascinato. Poi quattro giorni in treno e in diligenza, in mezzo a una natura selvaggia che il giovane non si stanca di cercare di disegnare: foreste immense e praticamente vergini, montagne altissime innevate, valichi incassati tra le rocce, strade che corrono pericolosamente su orrendi strapiombi. Il virus dell’avventura che incubava nel suo animo trova l’ambiente ideale per manifestarsi. Sono a Baku prima della fine del mese, e qui Sven, oltre ad impartire lezioni al suo discepolo, si dedica a studiare in contemporanea una quantità di lingue: è molto portato, conosce il latino, parla quasi correntemente francese, tedesco e inglese, s’impadronisce dei rudimenti delle lingue farsi, russa e tartara. In seguito imparerà diversi dialetti persiani, oltre al turco, al kirghiso, al mongolo, al tibetano e a un po’ di cinese.

Sven o della solitudine 08Sei mesi dopo il suo compito di tutore è esaurito, ma Sven non ha alcuna fretta di fare ritorno a casa. Avverte semplicemente i suoi che posticiperà il rientro, e nell’aprile del 1886 lascia Baku, si imbarca su un vapore che costeggia il Mar Caspio e raggiunge la Persia. Quindi attraversa a cavallo la catena montuosa di Alborz, per toccare successivamente Teheran, Esfahan, Shiraz e arrivare al Golfo persico. Dalla città portuale di Bassora ancora in nave risale il fiume Tigri fino a Baghdad (allora nell’impero ottomano). Torna quindi a Teheran via Kermanshah, e dopo aver trovato un prestito (ha esaurito tutti i suoi fondi) intraprende finalmente la strada di casa, attraversando il Caucaso, veleggiando sul Mar Nero fino a Costantinopoli e facendo ancora tappa a Budapest. È di ritorno in Svezia il 18 settembre 1886.

Ha solo ventun anni, se l’è cavata egregiamente. E ha anche definitivamente realizzato che la corsa ai poli non è l’ultima frontiera. Ci sono ancora un sacco di spazi bianchi da riempire sulle mappe: li ha appena lambiti, e non vede l’ora di penetrarci. I monti caucasici, le steppe, i deserti del centro dell’Asia gli sono entrati nel sangue. Scrive: “Bruciavo dal desiderio di iniziare nuove avventure”. “Quando rientrai in patria, nella primavera del 1991, mi sentivo come il conquistatore di un immenso territorio […] io quindi confidavo di poter dare un nuovo colpo e conquistare tutta l’Asia da ovest ad est […]. Passo a passo mi ero aperta la strada sempre più profondamente attraverso il cuore del più grande continente del mondo. Ora non mi acc0ntentavo più di niente se non di aprire sentieri dove nessun europeo avesse mai posto il piede”.

Sven o della solitudine 09L’anno successivo pubblica un libro sulla sua prima straordinaria esperienza, Attraverso la Persia, la Mesopotamia e il Caucaso. Ricordi di viaggio. Non è un best seller, ma è pubblicato da un editore specializzato nel settore, e incuriosisce tanto gli appassionati quanto gli studiosi, colpiti soprattutto dalla giovanissima età e dalla precoce competenza dell’autore. Hedin ha però potuto rendersi conto durante il viaggio di cosa realmente serve per impegnarsi in una esplorazione. Gli anni successivi li dedica dunque a completare ad altissimo livello la sua preparazione. Studia geologia, mineralogia, zoologia tra il 1886 al 1888 a Stoccolma e a Uppsala, e nel frattempo traduce i Viaggi in Asia centrale di Nicolaï Prjevalski, individuando così la meta per la prossima avventura. In virtù della conoscenza del farsi e del turco viene anche aggregato ad una futura missione presso lo scià di Persia. Nell’attesa della partenza, tra l’ottobre 1889 e il marzo 1890, realizza un altro suo sogno e va a studiare a Berlino con il grande geografo Ferdinand von Richthofen[2].

Richthofen riconosce subito l’eccezionalità dell’allievo, e vorrebbe spingerlo allo studio dei sistemi montuosi dell’Himalaya, della Cina e dell’Asia sud-orientale: ma Hedin ha già fatto le sue scelte. Ha letto le relazioni di viaggio dei fratelli Schlagintweit, si è appassionato e commosso per le loro disavventure. Ora lo attirano soprattutto i deserti, aridi o ghiacciati, la solitudine, i silenzi, e sotto sotto (ma neanche tanto) i disagi da affrontare e i rischi da correre. “Non ero all’altezza di questa sfida. Ero uscito troppo presto per le rotte selvagge dell’Asia, avevo percepito troppo lo splendore e la magnificenza dell’Oriente, il silenzio dei deserti e la solitudine dei lunghi viaggi. Non riuscivo ad abituarmi all’idea di tornare a scuola per un lungo periodo di tempo”. Infatti procrastina ancora il compimento degli studi cui von Richthofen lo esorta. Non gli interessa diventare uno scienziato: è e vuole essere riconosciuto come un esploratore.

Durante il soggiorno in Germania matura inoltre una sconfinata ammirazione per quel popolo, per la sua cultura e per il suo sistema politico. La sua figura di riferimento politico diventa Federico II.

Sven o della solitudine 10

Il viaggio in Persia

Sven o della solitudine 11La delegazione svedese che deve consegnare allo scià di Persia un’onorificenza (un pretesto, naturalmente, per instaurare rapporti politici ed economici) e in seno alla quale Sven svolge il ruolo di interprete parte nel maggio 1890, e via Berlino e Vienna raggiunge Costantinopoli, dove è ricevuta anche dal sultano. Una volta a Teheran, ed esauriti i suoi compiti ufficiali, il giovane ottiene di poter lasciare la delegazione per riprendere a viaggiare nell’Asia centrale. Ma prima accompagna lo Scià in un’escursione alla catena montuosa dell’Elburz, nel corso della quale assieme a due guide scala il Monte Damavand (5.600 metri). Incontra anche le prime disavventure, perché quasi ci lascia la pelle cavalcando attraverso le montagne innevate dell’Elbruz durante una feroce tempesta di neve.

Il rapporto diretto con lo Scià gli garantisce comunque la più assoluta libertà di movimento. A settembre, dopo essere tornato a Teheran, parte per il Turkestan russo, attraversando la catena montuosa che separa quest’ultimo dalla Persia. Viaggia sulla Via della Seta attraverso le città di Mashhad, Ashgabat, Bukhara, Samarcanda, Tashkent e Kashgar, fino alla periferia occidentale del deserto del Takla Makan. A Taskent ottiene nuovi lasciapassare, lettere di raccomandazione e carte del territorio, con le quali, a dispetto degli avvertimenti delle autorità russe, muove verso il confine cinese. Attraversa l’Alto Pamir nei primi giorni dell’inverno, avendo davanti a sé i panorami mozzafiato del Tibet, e arriva a Kashgar a metà dicembre. Ha raggiunto quella che un tempo era stata una tappa fondamentale lungo la via della seta, ma la cui vivacità è ormai solo un ricordo. Per oltre 200 giorni l’anno Kashgar è avvolta da una gigantesca nube di sabbia sollevata dai venti del deserto: e viene considerata abitata dai “demoni del cielo”, che hanno trovato qui la dimora ideale per nascondersi agli occhi degli umani. Dopo un po’ Hedin comincerà a pensare che un fondo di realtà debba esserci in queste leggende.

Sven o della solitudine 12Nei dintorni comunque ha modo di incontrare gli Uiguri, di etnia turca, imparentati con altre popolazioni che abitano oltre il confine russo: ed è impressionato dalla praticità dei loro sistemi d’irrigazione, che consentono l’agricoltura in un terreno tutt’altro che adatto. A questo punto però, non avendo ottenuto il permesso di proseguire fino a Pechino, è costretto a tornare indietro per una via più settentrionale, che attraversa la catena di Thian Shan, e a fine dicembre riguadagna il territorio russo. È nuovamente nel Turkestan, dove visita la tomba dello studioso russo-asiatico Nikolai Przhevalsky a Karakol, sulla riva del lago Issyk Kul. Alla fine di marzo del 1891 è di ritorno in Svezia

Sven o della solitudine 13Si è trattato solo di un viaggio preparatorio, per mettere a punto le necessità e calcolare i rischi di una spedizione vera e propria. Gli è servito anche per individuare l’area sulla quale focalizzare il suo interesse: la più impervia e sconosciuta, naturalmente. Si tratta del vasto e accidentatissimo territorio al quale afferiscono, con confini definiti in maniera molto incerta, sei differenti stati: Cina, Mongolia, Russia, Persia, Tibet e India. Al centro di questa area, nel Turkestan cinese, c’è il Takla Makan, un deserto di sabbia che gode di una fama sinistra, attorno al quale, e anticamente anche all’interno, transitava la Via della Seta individuata da Von Richthofen.

Sven o della solitudine 14Per intanto ha già raccolto materiale sufficiente per dare alle stampe una Ambasciata del re Oscar allo shah di Persia e soprattutto Attraverso il Khorasan e il Turkestan, pubblicati pochi mesi dopo il suo ritorno, che consolidano la sua fama di esperto della geografia e dell’antropologia dell’Asia Centrale. Nel frattempo si è iscritto all’università di Berlino, dove ottiene in brevissimo tempo (nel 1892) una laurea dissertando sulla sua ascesa al monte Damavand.

Sven o della solitudine 15

La prima spedizione

Sven o della solitudine 16Ormai è famoso, tanto in Svezia quanto in Germania. Si crea dunque una cordata, lanciata dal sovrano svedese Oscar II e finanziata da banchieri e imprenditori, per raccogliere la somma necessaria ad allestire una spedizione in grande stile. Partecipano anche i russi, conquistati da una conferenza che il giovane ha tenuto a Pietroburgo, davanti ai soci della società imperiale di Geografia. Esauriti i preparativi, la partenza viene però ritardata da un problema agli occhi che tiene fermo Sven per parecchi mesi. Poi, nell’ottobre del 1893, l’esploratore raggiunge Orenburg in treno e successivamente, a cavallo o su un carrettino (un tarantass), guadagna Taskent (“In diciannove giorni avevo attraversato 11 gradi di latitudine, impiegato 111 guidatori, adoperato 317 cavalli e 21 cammelli)” A marzo parte l’esplorazione vera e propria. Mi ci soffermo più a lungo perché è probabilmente l’avventura che, una volta conosciuta, sancirà la fama di Hedin come ultimo grande esploratore romantico, colui che avanza solitario verso un ignoto irto di pericoli.

Nel febbraio 1894 Hedin attraversa il Pamir, in pieno inverno e con temperature che scendono sino a -38°C. Passa a fianco del Mustagh-Ata, una montagna di 7.650 metri, e ne valuta possibile l’ascensione, tanto che ci prova. Raggiunge un’altitudine superiore ai 6000 metri, accompagnato da una guida kirghisa: “Mi sentivo come se stessi sul margine degli spazi incommensurabili dove i mondi ruotano per l’eternità. Solo un passo mi separava dalle stelle. Potevo toccare la luna con la mano”. Deve però fermarsi per una recrudescenza dell’oftalmia, e rimpiangerà quella vetta per tutta la vita.

Per curare gli occhi sosta per un breve periodo a Kashgar, e nel frattempo mette a punto i dettagli della spedizione. Ha deciso di tentare la traversata e l’esplorazione del Takla Makan. Sa cosa rischia: “Nel Takla Makan si riesce ad entrare, ma non si riesce ad uscire”. Nessun occidentale di cui si abbia fama ci ha mai provato, o è mai tornato per raccontarla. Hedin intende tagliarlo da nord a sud, dando inizio a un rilevamento cartografico che con una lunga avanzata dovrebbe condurre sino al Tibet. Si sposta quindi nel febbraio a Merket, poco lontana dalle prime propaggini del deserto. “La parte del grande deserto di sabbia che stavo per attraversare era triangolare ed era cinta a ovest dal Yarkand-daria, ad est dal Kotan-daria e a sud dai monti Kunlun. La distanza da Merket al Kotan-daria era di 175 miglia: ma per noi si presentava molto più lunga per via delle innumerevoli curve che il nostro itinerario doveva fare tra le dune. Speravo di attraversare il deserto in meno di un mese e di proce dere verso le fresche alture del Tibet settentrionale durante i caldi mesi estivi.”

Sven o della solitudine 17L’idea è quella di redigere una carta su grande scala del territorio che sarà percorso, riportante i livelli altimetrici e il reticolo idrografico, completata poi dalla classificazione delle rocce e della flora, dalle caratteristiche climatiche, da una descrizione antropologica delle popolazioni (caratteri fisici, lingue, costumi, …), dalla rappresentazione delle rovine delle antiche città e dei paesaggi. Un progetto decisamente ambizioso.

Ad aprile finalmente la spedizione si muove. Con Hedin ci sono quattro compagni e otto cammelli, questi ultimi carichi di acqua, cibo, armi, strumentazioni scientifiche e materiale per le fotografie. Le cose però si mettono male quasi subito: non ha controllato personalmente l’approvvigionamento d’acqua, che si rivela del tutto insufficiente; è necessario dunque procedere ad un drastico razionamento, e uomini e animali dopo due settimane sono già allo stremo. Deve prendere una decisione: “Non si vedeva altro che sottile sabbia gialla. Fin dove riuscivamo a spingere lo sguardo scorgevamo solo dune alte, spoglie di vegetazione. È strano che sia rimasto atterrito da tale spettacolo e abbia continuato il viaggio”. In realtà non è così strano: esce nettamente allo scoperto in questa occasione quella che sarà sempre la principale caratteristica di Hedin: la determinazione quasi disumana a raggiungere l’obiettivo ad ogni costo, mettendo magari a repentaglio la propria vita, e con scarso riguardo per quella degli altri. Non esita un attimo. “Non avrei cambiato un solo passo del mio percorso. Fui travolto dall’irresistibile desiderium incogniti che abbatte qualunque ostacolo e non conosce l’impossibile.” È il tratto che lo accomuna al suo coetaneo Lammer.

Hedin insiste dunque a proseguire, convinto di poter arrivare in un mese al fiume Khotan, che dovrebbe scorrere in mezzo al deserto. Ma intanto la sete comincia a mietere vittime: prima un cammello, poi altri due, poi due degli uomini. Bevono il sangue degli animali che si erano portati appresso, pecore e galline, e l’urina dei cammelli. Hedin cerca di dissetarsi persino con il liquido per i fornelli (e si sente male). Ci si mette anche una tormenta di sabbia. Il 3 maggio sono ormai rimasti in due, e scoprono di aver marciato per un intero giorno in tondo. In quello seguente arrivano al fiume e lo trovano in secca: a questo punto Kasim, l’ultimo compagno rimasto, non è più in grado di proseguire. Hedin scrive: “Accesi la mia ultima sigaretta. Kasim aveva sempre avuto i mozziconi, ma ormai fumai questa fino in fondo. Mi domandavo se ero ancora sulla Terra, o se questa fosse la valle delle Ombre”. E tuttavia procede ancora, di notte, a quattro zampe, sino a quando nel letto del fiume trova una pozza. È guidato, scrive lui, dal canto di un uccello: “Mi fermai di colpo. Un uccello acquatico, anitra o oca selvatica, prese il volo con ali frullanti, e udii il tonfo. Un istante dopo mi trovavo sul bordo di uno stagno, lungo un ventiquattro metri e largo cinque. L’acqua sembrava nera come l’inchiostro sotto la luce lunare […]. Era fredda, limpida come il cristallo e dolce come la migliore acqua di fonte. Quindi bevvi e bevvi ancora. Bevvi senza frenarmi […] e sedetti acca rezzando l’acqua di quello stagno benedetto”.

Sven o della solitudine 18Sembra un vecchio film di John Ford, e sono convinto che molte storie cinematografiche di traversate del deserto siano state ispirate da queste pagine. Ma il meglio arriva dopo: Hedin riempie d’acqua i suoi due stivali e torna dal compagno. Questi si riprende, ma non è ancora in grado di seguirlo. Hedin torna allora allo stagno, si riposa per un giorno e prosegue poi a risalire lungo il letto del fiume. Si imbatte infine in un gruppo di pastori, che lo rifocilla, e successivamente in una carovana di mercanti che ha raccolto lungo la strada Kasim e un altro membro della spedizione miracolosamente sopravvissuto. Una volta ripresisi i tre si trascinano nuovamente fino a Kashgar. Il bilancio è catastrofico: Hedin ha perso due uomini e molti animali, nonché la gran parte dell’attrezzatura scientifica. La sua prima battaglia col deserto è perduta. O almeno, è rimandata.

A Kashgar infatti Sven rimpiazza le perdite e si prepara a ripartire. Ha un obiettivo duplice: prendersi la rivincita sul deserto e puntare poi a nord per esplorare la parte settentrionale del Tibet ed entrare in Cina, alla ricerca del Lop-Nor, il misterioso “lago errante”. Parte a metà dicembre 1895, e in tre settimane, costeggiando il Takla Makan, arriva a Khotan. Di qui seguendo le indicazioni dei locali compie numerose escursioni nel deserto, in pieno inverno e con temperature proibitive. Scopre, dapprima nei ruderi delle stazioni di sosta buddiste dislocate lungo la via della seta e poi in vere e proprie città perdute nel deserto, sommerse da secoli dalla sabbia, un autentico tesoro di antichi manoscritti, di oggetti devozionali, di affreschi a tema religioso. La stagione gli impedisce di approfondire le ricerche, ma registra le coordinate di tutti i diversi siti e li rende rintracciabili da parte di coloro che verranno dopo di lui. “Lasciai volentieri le ricerche scientifiche agli specialisti. Entro pochi anni anche loro avrebbero affondato i badili nelle sabbie cedevoli. Per me era più che sufficiente aver fatto la scoperta e avere aperto un nuovo campo all’archeologia nel cuore del deserto.

Quando riparte viaggia per un tratto con una carovana di nomadi, giusto il tempo per apprendere gli elementi essenziali della lingua mongola. Intanto segue il corso del fiume Keriya, fino a quando questo si perde nelle sabbie del deserto, e mappa puntigliosamente tutto il territorio attraversato, raccogliendo in diciotto mesi un’infinità di dati. Una volta arrivato a Xining, capitale del Quingai, dopo aver aggirato ed essersi lasciato alle spalle il Takla Makan, scioglie la spedizione e prosegue da solo fino a Pechino. Stavolta ha le credenziali in regola, ha soprattutto l’appoggio dell’ambasciata russa, e nel febbraio 1897 viene accolto senza problemi (ma anche senza entusiasmi).

A Stoccolma, dove arriva tre mesi dopo, al termine di un viaggio estenuante nel corso del quale ha attraversato la Cina, parte della Mongolia e la Russia, l’accoglienza è calda (è anche insignito di una medaglia d’oro da parte del sovrano), ma senz’altro meno entusiastica rispetto a quanto aveva sognato quindici anni prima, mentre assisteva al rientro di Nordenskiöld. I deserti asiatici sono molto più lontani dall’immaginario popolare scandinavo delle distese di ghiaccio polari.

In quasi quattro anni ha percorso 26.000 chilometri e ne ha mappati 10.498 su 552 fogli. Di questi circa 3.600 chilometri hanno attraversato aree precedentemente inesplorate. Redige immediatamente una corposissima relazione del viaggio (Risultati geografici e scientifici dei miei viaggi in Asia centrale. 1894-1897), che con le appendici scientifiche supera le millecinquecento pagine: ma il vero successo arride alla versione ridotta per il grande pubblico, corredata da numerosissimi disegni suoi, che col titolo Il giro del mondo spopola sia in Svezia che in Germania e in Russia, e immediatamente dopo in Inghilterra. Quasi snobbato in patria, viene invece invitato a tenere conferenze e a ricevere riconoscimenti sull’isola. Il “Geographical Journal” lo definisce il più grande esploratore dell’Asia dopo Marco Polo.

Sven o della solitudine 19

Seconda spedizione

I riconoscimenti ottenuti all’estero si concretizzano in un appoggio sempre più convinto del sovrano svedese Oscar II, ma anche dello zar Nicola II, nonché della famiglia Nobel. Hedin può quindi organizzare immediatamente una seconda spedizione al Tibet. Questa volta l’obiettivo ufficiale è l’esplorazione del bacino del Tarim e della regione del Lop-Nor, aree geografiche che sulle carte rimangono ancora bianche: quello segreto è di arrivare a Lhasa, fedele all’imperativo “Vai là dove nessun bianco è mai stato prima”. E per partire non attende nemmeno la pubblicazione del suo ultimo libro (che esce nel 1900).

Sven o della solitudine 20L’esploratore è infatti già nuovamente in Asia nell’estate del 1899. Il 5 settembre parte dalla solita Kashgar alla testa di una carovana di 15 cammelli e 10 cavalli e raggiunge Lailik, sullo Jarcand-daria. Qui acquista e fa preparare una chiatta, con la quale intende discendere tutto il fiume fino alla sua confluenza col Tarim: “Negli anni precedenti avevo già percorso in tutti i sensi il Turkestan orientale: unica strada che m’era ancora sconosciuta, rimaneva il fiume”. L’imbarcazione è attrezzata con tutti i comfort consentiti dalla situazione: c’è persino un piccolo laboratorio per lo sviluppo delle fotografie. Su una seconda chiatta, più piccola, stipa le provviste (riso, uva, cocomeri legumi, ma anche animali vivi, montoni e galline). C’è infine un piccolo “battello pieghevole” inglese, in tela, da usare per le escursioni negli affluenti. Il 17 settembre il resto della carovana, guidata da due cosacchi, si dirige via terra al punto d’incontro stabilito sul corso del Tarim inferiore: Hedin, assieme ad uno dei compagni sopravvissuti all’avventura precedente, Islam Bai, e con cinque battellieri reclutati sul posto, inizia la sua navigazione. “Incominciò un viaggio idillico. Era una vera gioia vivere nel fiume studiandone la vita palpitante … per uno avvezzo ad avanzare sempre a cavallo o a misurare lo spazio arrampicato sul dorso di un cammello dondolantesi, è una voluttà infinita lasciarsi trasportare dalla corrente e rimanere seduto tranquillamente presso la scrivania […]”. Va da sé che la cosa non può durare. Intanto la chiatta tende ad arenarsi sui banchi di sabbia disseminati lungo il fiume: e quindi il viaggio si rivela molto più lento del previsto. Poi, quando la sua portata è arricchita da nuovi immissari, la corrente prende velocità e le imbarcazioni si salvano solo per la prontezza d’animo di uno dei battellieri. Infine, dopo due mesi, arrivano le avvisaglie dell’inverno, una sottile crosta di ghiaccio che il mattino copre le acque, e che a dicembre si trasforma in lastroni. “Alla fine la vittoria rimase al ghiaccio: la zona ghiacciata che cingeva i fianchi delle chiatte si serrò, il canale libero nel filone del fiume si restrinse, ed il 7 dicembre la crosta gelata formava un ponte che univa le due rive: eravamo imprigionati e dovemmo prendere i quartieri d’inverno.” Facendo capo a questi, Hedin intraprende la ricognizione delle zone interne sulle due sponde, malgrado temperature polari e con un equipaggiamento minimo: “Non portai con me tenda alcuna: per tutto l’inverno dormii all’aria aperta, sebbene il freddo scendesse talvolta a -33°”. È un esercizio di acclimatazione, perché ha deciso di sfidare una seconda volta il Takla Makan. E così a metà dicembre con sette cammelli, due cani, un cavallo e quattro uomini, s’inoltra nuovamente nel mare di sabbia. Nemmeno questa volta è una passeggiata. Rischiano paradossalmente ancora la sete, ma quando sono allo stremo raggiungono piccolissime oasi, o sono soccorsi dalla caduta della neve; si perdono entro tempeste di sabbia; arrivano quasi ad esaurire la provvista di legna. “Noi stavamo accosciati attorno al fuoco, raggomitolati nelle pellicce, stretti l’uno accanto all’altro […]. Al mattino io mi svegliavo completamente sepolto sotto la neve, al punto che Islam doveva spazzarla con una pala per liberarmi dalla nicchia, che lo strato di neve manteneva calda. È un’esperienza più curiosa, a dire il vero, che piacevole, quella di dormire a cielo aperto con -33° di freddo. Allorché ci trovavamo riuniti attorno al fuoco, spesso si avevano 30° di caldo dal lato della fiammata e -30 di freddo alle spalle.”

Sven o della solitudine 21Questa volta comunque il deserto lo attraversano in lungo e in largo, e dopo quattro mesi si ricongiungono finalmente col resto del gruppo. Nel corso di un’ultima puntata esplorativa s’imbattono ancora una volta nelle rovine di antichi insediamenti, dove raccolgono tavole di legno scolpite, monete cinesi, tazze per le cerimonie, ecc… Quando sono ormai sulla via del ritorno alla base uno degli uomini scopre quasi casualmente un’antica città abbandonata, parzialmente dissepolta dall’ennesima violenta tempesta di sabbia. “Volevo assolutamente tornare indietro! Ma che follia sarebbe stata. Avevamo acqua solo per due giorni.” Per una volta il buonsenso ha la meglio. Si ripromette però di tornare l’inverno successivo, e questo cambia i piani della spedizione.

Per tutto l’inverno il gruppo vagabonda nell’immenso territorio compreso tra il Tibet settentrionale e il Takla Makan. Ad un certo punto, mentre si trovano nel deserto di Gobi sembra ripetersi la situazione di cinque anni prima. E ancora una volta la scampano imbattendosi in un fiumiciattolo. Contro il parere dei suoi compagni Hedin decide allora di puntare direttamente a sud, verso quello che un tempo doveva essere il bacino del fantomatico Lop Nor: e finalmente riesce a risolvere il mistero che circondava il lago fantasma. Questo si è spostato nel corso delle epoche storiche diverse volte, riguadagnando ripetutamente le differenti localizzazioni, per una serie combinata di fenomeni erosivi, legati al forte vento che spazza costantemente il deserto e periodicamente lo sconvolge con tempeste di sabbia, e di sommovimenti sismici. È quanto accadrà per l’ennesima volta anni dopo, nel 1921, a seguito di una piena, quando la rottura della sponda sinistra del Konce-daria dirotterà le sue acque nel letto disseccato del Kuruk-daria, il “fiume asciutto” nel mezzo del de serto, confermando appieno l’ipotesi avanzata da Hedin.

Sven o della solitudine 23Ma al di là della soluzione del problema idrografico, a Hedin interessa anche riportare alla luce quelle che erano state importanti città di sosta sulla via della seta e che erano state via via abbandonate, perché i traffici si spostavano seguendo il lago. Tornato nel luogo segnalato da uno dei suoi uomini l’anno precedente, proprio viaggiando nell’alveo del Kuruk-daria, il 18 marzo del 1900 scopre le rovine di una fortificazione (con mura di 340 x 310 metri di lunghezza), che altro non è che l’antica città reale di Loulan. Il sito era stato sede fino al 300 d.C di una guarnigione cinese, poi la popolazione l’aveva abbandonato per il repentino prosciugamento del lago sul quale si affacciava. Hedin identifica l’edificio in mattoni del comandante dell’esercito imperiale cinese, uno stupa e diciannove abitazioni costruite in legno di pioppo, ma soprattutto disseppellisce centinaia di documenti scritti su legno, carta e seta in caratteri Kharosthi. Da questi si trarranno, una volta decifrati, le informazioni sulla storia della città. “I frammenti di queste testimonianze avrebbero narrato dell’epoca in cui il Lop Nor esisteva, degli uomini che qui vivevano, delle loro condizioni, dei loro rapporti con altre parti dell’Asia interna, del nome della loro terra. Questa terra che, per così dire, venne inghiottita dai fenomeni sismici, questi uomini da tempo dimenticati, la loro storia non riportata da annali di sorta, tutto questo sarebbe tornato alla luce […]”.

Sven o della solitudine 24Una volta lasciati gli scavi, la nuova meta è il Tibet. La regione è proibita agli stranieri, e in particolare nessuno di loro può entrare in Lhasa. Questo naturalmente ha sempre stuzzicato la curiosità e la fantasia degli occidentali, che soprattutto nell’ultimo mezzo secolo hanno tentato con vari stratagemmi di eludere il divieto, e molti hanno pagato con la vita. Hedin ha concepito il piano di entrare in territorio tibetano dal Kashmir con tutta la sua carovana, che stavolta conta trenta uomini e centocinquanta animali da carico, così da far concentrare su questa l’attenzione delle guardie confinarie tibetane, e di staccarsene poi travestito da pellegrino mongolo, per filarsela a cavallo fino a Lhasa. Deve però anche superare il veto imposto all’ultimo momento dall’autorità britannica, e ci riesce solo sfruttando la reciproca ammirazione che lo lega a Younghusband, che dovrebbe fermarlo e simula invece un ritardo nella ricezione dell’ordine. I due si sono immediatamente riconosciuti e intesi: “Al momento di ripartire – scrive Younghusband – Sven Hedin mi mise una mano sulla spalla e se gli avessi dato anche il minimo incoraggiamento mi avrebbe abbracciato.

La spedizione parte a maggio del 1901. Risale le pendici settentrionali dell’Altin Tagh e si accampa a 4000 metri, presso il lago di Kum-koll. Di lì poi procede sino alla fine di luglio, dirigendosi indisturbata ma con estrema fatica verso Lhasa, risalendo e ridiscendendo innumerevoli passi montani. A questo punto Hedin, che vorrebbe passare per un pellegrino buriato, si rade completamente, si scurisce la pelle e continua con due soli compagni e un Lama incontrato ad Urga, che ha acconsentito ad accompagnare la carovana e dal quale Hedin apprende i rudimenti della lingua mongola.

Sven o della solitudine 25Dopo una settimana, quando sono ormai a cinque giorni di cammino da Lhasa, incrociano una carovana di nomadi che guida centinaia di yak, e Hedin viene smascherato: infatti il giorno seguente (l’8 agosto) gli si para davanti una pattuglia di soldati che intima loro di tornare indietro. Prende atto che “quando al tramonto il cielo comincia ad oscurarsi ad oriente mi pare che la notte voglia stendere il suo velo sopra il paese del dalai Lama e proteggere con le sue tenebre i misteri che racchiude” e rinuncia allo scopo della missione.

Sven o della solitudine 26Deve prima ricongiungersi al resto della carovana, e poi con essa riattraversare le montagne tibetane. La ritirata è tutt’altro che facile, perché i soldati tibetani gli rimangono sempre alle costole. Hedin decide di puntare ad ovest, verso il Ladakh, ma il viaggio si fa sempre più pesante col sopraggiungere della stagione autunnale prima e di quella invernale poi. Muoiono tre uomini e la maggior parte degli animali, altri componenti la spedizione perdono l’uso delle gambe per congelamento. Il calvario dura quasi cinque mesi, e quando alla fine raggiungono la città di Leh, nell’India britannica, anche Hedin è prostrato.

Ma non è ancora appagato. Da Leh il percorso di Hedin diventa quasi una gita turistica. Visita infatti Lahore, Delhi, Agra, Lucknow, Benares e Calcutta, dove incontra lord Curzon, viceré d’Inghilterra in India. Ha in animo soprattutto di riallacciare le relazioni con le autorità inglesi, che lo hanno in sospetto per i suoi rapporti con i russi. Comincia già a programmare la nuova spedizione.

Chiusa questa pausa diplomatica, riconduce la carovana attraverso gli alti passi del Karakorum, fino a Kashgar. Rientra in Svezia nel giugno del 1902, dopo tre anni di viaggio, riportando oltre 1.149 pagine di mappe, su cui ha raffigurato terre scoperte di recente. La pubblicazione scientifica sulla seconda spedizione, Scientific Results of a Journey in Central Asia, occupa sei testi e due volumi di atlante. Ma a renderlo ancora più celebre è Trans-Himalaya: scoperte e avventure in Tibet, quella che lui stesso definisce la sua “opera popolare” sul viaggio, pubblicata in svedese in tre volumi e tradotta quasi immediatamente in una decina di lingue. È premiato con l’attribuzione di un titolo nobiliare (anche se rifiuterà sempre di anteporre al nome Hedin il predicato di nobiltà “von”) e con la cooptazione nel comitato per l’assegnazione dei premi Nobel.

Sven o della solitudine 27

Terza spedizione

Sven o della solitudine 28L’attività di Hedin è rallentata nei due anni seguenti da alcuni avvenimenti che turbano sia la vita della Scandinavia (la separazione dei regni di Svezia e di Norvegia) che quella dell’Asia (l’invasione inglese del Tibet). Hedin stesso entra nella competizione politica, dapprima in quella nazionale, schierandosi decisamente al fianco del nuovo sovrano Gustavo V e appoggiandone la volontà di rimilitarizzare la Svezia (contro la scelta di neutralità che data dalla fine delle guerre napoleoniche), e successivamente in quella internazionale, caldeggiando l’avvicinamento della Svezia alla Germania E tuttavia non riesce a rimanere a lungo lontano dai “suoi” deserti.

Le spedizioni successive, tuttavia, pur continuando a produrre risultati eccezionali sul piano della conoscenza geografica (e anche di quella storica e archeologica) hanno ormai assunto un carattere diverso. La situazione si è complicata sia in Russia, dopo il tentativo rivoluzionario del 1905, sia in Cina, dove la rivolta dei Boxer e il successivo intervento occidentale hanno fatto perdere ogni residua credibilità e autorità dell’apparato imperiale. Lo stesso vale per l’impero ottomano. Inoltre, la temporanea uscita di scena della Russia viene compensata dall’ingresso nel Grande Gioco della Germania, che con il finanziamento e la costruzione (iniziata nel 1903) della ferrovia di Baghdad mira ad un grande progetto geopolitico ed economico di influenza sul Medio oriente.

Sven o della solitudine 29Tutto questo fa si che Hedin non possa più muoversi, come in precedenza, seguendo l’estro e le intuizioni del momento. Le simpatie ripetutamente manifestate per la Germania ne fanno un attore sospetto, non più coperto dallo status di cittadino di una nazione neutrale e totalmente estranea al Grande Gioco. Ora deve procedere su progetti laboriosamente concordati con i vari poteri locali (che spesso sono più di uno sugli stessi luoghi), badando a garantire la pura “scientificità” delle proprie ricerche. Vengono fuori in questo frangente le sue doti “diplomatiche”, l’importanza dei rapporti che ha stretto tramite l’attività di conferenziere e di divulgatore (ad esempio, quello col governatore dell’India, Lord Curzoon).

Si dedica quindi, tra l’ottobre 1905 e il 1908, in una prima fase ad esplorazioni specifiche, che riguardano i bacini desertici dell’altipiano iranico e tutta l’area dell’Iran centrale, nonché alla mappatura di vaste zone del Turkestan cinese (lo Xinijang). Usando ancora una volta un espediente torna poi sull’altipiano centrale del Tibet (l’apertura alla penetrazione occidentale imposta dalla spedizione militare inglese di Francis Younghusband rimane molto discrezionale) e una volta penetrato all’interno si affretta a visitare il Panchen Lama (il Dalai Lama è in esilio in Mongolia), suscitando la diffidenza delle autorità anglo-indiane, che vogliono mantenere il monopolio dei canali diplomatici con il Paese himalayano. Per l’ennesima volta non gli è concesso di entrare nell’ex-città proibita di Lhasa, ma il fatto di essere stato preceduto da altri occidentali gli ha fatto perdere ogni interesse per la cosa.

Sven o della solitudine 30È invece il primo europeo in assoluto a raggiungere la regione del Kailash, compresi il sacro lago Manasarovar e il monte Kailash. Secondo la mitologia buddista il Kailash è l’ombelico della terra, il centro dell’Universo, mentre per quella induista è la sacra dimora di Shiva. In questa area Hedin individua anche le sorgenti dei maggiori fiumi sacri del subcontinente indiano, l’Indo e il Brahamaputra, nonché le origini di uno dei più importanti affluenti del Gange. Col che chiude una diatriba annosa e aggiunge una perla alla sua collana di successi: “Stavo lì a meditare se Alessandro il Macedone… avesse la benché minima idea di dove si trovasse questa sorgente e mi inebriavo nella consapevolezza del fatto che, ad eccezione degli stessi tibetani, nessun essere umano tranne me era mai penetrato in questo luogo”. Infine, riconosce per primo, sia pure esplorandone solo tratti marginali, la catena del Transhimalaja, della quale il Kailash fa parte e che si stende da ovest ad est, parallela alla formazione principale, nella parte più meridionale del Tibet. Ancora oggi questa catena montuosa lunga 1600 chilometri viene talvolta indicata in suo onore come “monti di Hedin”.

Sven o della solitudine 31A questo punto le sue ricerche si muovono già su una linea che prefigura il futuro Ahnenerbe (Associazione per la ricerca e la diffusione dell’eredità ancestrale tedesca), di Himmler, che finanzierà anche una missione tedesca in Tibet della quale Hedin sarà inconsapevole ispiratore. Mentre in precedenza si trattava di riportare alla luce civiltà e presenze culturali dimenticate da secoli, ora l’intento è di configurare una linea di continuità proto-indoeuropea, che allaccia le culture germaniche e nordiche ai popoli parlanti lingue di derivazione dal sanscrito. Proprio gli studi linguistici, arbitrariamente letti e interpretati in chiave antropologica, inducono ad identificare una razza ariana, a partire da De Gobineau passando per Huston Chamberlain e per Vacher de Lapouge. Queste teorie, che si basano sullo stravolgimento dei dati biologici e linguistici, trovano poi una cassa di risonanza nelle elucubrazioni teosofiche di Helena Blavaskji, che conoscono una notevole diffusione alla fine dell’800. Alle une e alle altre si rifaranno, in maniera confusa e rozza, Hitler nel suo Mein Kampf, e più ancora Himmler. Nel frattempo, le imprese di Hedin e i libri che le narrano contribuiscono senz’altro a creare un modello eroico di maestro della sopravvivenza che starà alla base delle formazioni giovanili fiorenti a partire dall’inizio del secolo, i Wandervogel in Germania, ad esempio, e soprattutto i Boy Scouts nel mondo anglosassone.

La missione si coSven o della solitudine 32nclude ancora una volta in India, dopo aver attraversato otto volte la catena himalajana per valichi diversi (il più alto, il Ding-La, a 5.885 metri) e percorso oltre 26.000 chilometri: una distanza, sottolinea Hedin, superiore a quella che intercorre tra i due poli (e da questa considerazione trarrà il titolo (From pole to pole) il diario divulgativo che la racconta. Dall’India Hedin torna attraverso il Giappone e la Russia. Al suo rientro a Stoccolma, nel 1909, è accolto stavolta trionfalmente da cinquemila persone, come il suo eroe Nordenskiöld trent’anni prima.

La pubblicazione scientifica della terza spedizione, Tibet meridionale: scoperte in tempi passati rispetto alle mie ricerche nel 1906-1908, conta dodici volumi, tre dei quali sono atlanti.

Nei due decenni successivi l’attività di esplorazione cessa completamente. Non che questo implichi per Hedin lo stare fermo. È impegnato in un vorticoso giro di conferenze, è membro di società scientifiche in tutta Europa e non solo, svolge anche l’attività di corrispondente di guerra, ma la sua popolarità comincia a declinare rapidamente, soprattutto dopo che nel primo conflitto mondiale si è schierato apertamente, anche con pubblicazioni scritte, dalla parte degli imperi centrali.

Sven o della solitudine 33La prima a risentirne è la sua reputazione scientifica, e in molti casi le onorificenze, i riconoscimenti e gli appoggi economici che gli erano stati tributati in Inghilterra, vengono ritirati. Le sue attività esplorative in un’area di forte interesse strategico per l’impero britannico appaiono ora più che mai sospette, e gli stessi dati delle sue rilevazioni geografiche vengono contestati dai geografi dell’Indian Service, cui fanno ombra la sua spregiudicata attività autopromozionale e il suo successo di pubblico. In un’occasione ciò avviene molto platealmente durante una conferenza presso la Royal Geographical Society, e ciò è con ogni probabilità all’origine del suo odio per tutto ciò che è britannico. È significativo che a conferirgli dottorati honoris causa siano stati inizialmente gli atenei inglesi – sia Oxford che Cambridge nel 1909 –, e da un certo punto in avanti siano solo quelli tedeschi: Breslau (1915,), Rostock (1919), Heidelberg (1928), Uppsala (1935) Monaco (1943) e Handelshochschule Berlin (1931).

Nel 1923 quindi intraprende un giro di conferenze per raccogliere fondi un po’ in tutto il mondo. Si reca nel Nord America e poi in Giappone, e di lì torna a Pechino per organizzare una spedizione nel Turkestan cinese (il moderno Xinjiang). Ma il successo dell’iniziativa promozionale è scarso, tanto più che nella regione da esplorare imperversa la guerra civile. Abbandona quindi il progetto e attraversa invece su un’automobile Dodge, in compagnia di un nobile eccentrico, tutta la Mongolia, viaggiando da Pechino sino alla Russia. Raggiunge poi Mosca con la ferrovia transiberiana.

Sven o della solitudine 34

Quarta spedizione

Sven o della solitudine 35L’occasione per il rientro arriva nel 1927. Hedin ha ormai più di sessant’anni, la salute non è quella di una volta, ma gli viene offerto un ruolo prestigioso. Dovrà coordinare tutte le operazioni e le attività di una grande spedizione internazionale (partecipano trentasette scienziati di sei paesi diversi) nel cuore dell’Asia, finanziata dai governi di Svezia e Germania e appoggiata da quello nazionalista cinese, che svolgerà indagini scientifiche nei campi più disparati. Il suo è un compito prevalentemente logistico, ben lontano da quello del libero esploratore indipendente: ma Hedin lo assolve magistralmente. Tra il 1927 e il 1933 la spedizione indaga sulla situazione geologica, meteorologica, topografica, botanica, archeologica e etnografica in Mongolia, nel deserto del Gobi e nello Xinjiang (il Turkestan cinese).

Le condizioni in cui lavora sono tutt’altro che tranquille. Il pericolo maggiore è rappresentato non più dai deserti o dalle montagne ghiacciate, ma dalla guerra civile che divampa in Cina, tanto che Hedin scrive: “Mi sento di essere un pastore che deve proteggere il suo gregge dai lupi, dai banditi e soprattutto dai governatori”. L’area in cui si svolge la ricerca è infatti teatro di scontro tra fazioni appoggiate rispettivamente dalla Cina nazionalista e dall’Unione Sovietica.

È una zona molto diversa dal resto della Cina continentale, nella quale si confrontano senza esclusione di colpi e di atrocità due popolazioni atavicamente rivali: gli Uiguri, mussulmani autoctoni di lingua turca (tanto che Hedin li chiama genericamente Turchi) e gli Hui, anch’essi di religione musulmana, ma di origine e lingua cinese e di stanziamento più recente. Basta un nulla per essere sospettati dall’una o dall’altra parte come spie, e liquidati sommariamente, ma anche per essere rapinati dalle bande di predoni e di disertori che conducono una guerra tutta loro.

Sven o della solitudine 36Hedin è forse l’unico uomo in grado di controllare la situazione. Mentre gli scienziati lavorano in modo quasi indipendente, lui si fa tramite con le autorità locali, assume le decisioni più importanti rispetto agli spostamenti e ai problemi organizzativi, raccoglie fondi e tiene il diario di viaggio collettivo, registrando ogni passo del percorso seguito. Deve garantire approvvigionamenti e libertà di movimento ad un gruppo che per la sua consistenza, il suo armamento, le salmerie (i soli cammelli sono trecento, e parte dell’equipaggiamento viaggia su tre camion), ma anche per le sue attività in aree che sono fortemente contese dai signori della guerra locali, somiglia a un esercito invasore.

Sven o della solitudine 37Non mancano i momenti di tensione, perché le popolazioni locali sono sospettose e (giustificatamente) ostili, Ma alla fine il lavoro viene svolto pressoché per intero, e i risultati scientifici sono eccezionali. I resoconti relativi ad ogni settore saranno raccolti in quaranta volumi, che ancora oggi costituiscono una miniera per la conoscenza di quelle aree. La versione divulgativa del diario di viaggio o meglio, della sua ultima parte, è quella offerta sotto il titolo de Il lago errante, l’unica tradotta in italiano negli ultimi settant’anni. Viene inoltre redatta una grande carta in scala uno a un milione dell’Asia Centrale; vengono raccolti importantissimi reperti archeologici e paleontologici (resti fossili di dinosauri e altri animali estinti), che dopo essere stati valutati scientificamente per tre anni in Svezia saranno restituiti alla Cina; sono identificate e descritte specie botaniche e animali in precedenza sconosciute. Nel deserto di Lop Nor Hedin ha scoperto anche rovine di torri di segnalazione che sembrano dimostrare come la Grande Muraglia cinese un tempo si estendesse fino allo Xinjiang.

E ci sono anche altri risvolti: la scoperta di riserve di ferro, manganese, petrolio, carbone e oro sarà di grande rilevanza per il futuro economico del paese.

Sven o della solitudine 38Nel 1933 la spedizione ha portato a termine i suoi lavori (ma soprattutto ha esaurito i fondi a disposizione) e viene sciolta ufficialmente. Ma Hedin considera tutt’altro che conclusa la sua missione. A Nanchino ha incontrato il leader nazionalista Chiang Kai-shek, che ha favorito l’iniziativa e ne è diventato uno sponsor (attraverso l’emissione di una serie di francobolli che oggi valgono una fortuna). Ora chiede a Hedin di lavorare per conto del Kuo-mintang, guidando una spedizione tutta cinese che rilevi la situazione idrografica dello Xinjiang e valuti le possibilità di creare un vastissimo sistema di irrigazione, oltre a redigere piani e mappe per la costruzione di due strade carrozzabili lungo la vecchia via della Seta, da Pechino sino all’estremo confine occidentale del Turkestan cinese. Per l’esploratore è un invito a nozze. Si mette immediatamente al lavoro e nel giro di meno di un anno fornisce sia i piani per impianti di irrigazione che trasformeranno l’economia della regione, sia i progetti per due diverse strade che da Pechino conducano a Kashgar. In questo modo rende possibile aggirare completamente il terreno acci dentato del bacino del Tarim.

Sven o della solitudine 39Non è stato un lavoro facile. La sua carovana di autocarri è stata prima dirottata da reparti del Kuomintang in ritirata davanti ad un tentativo di invasione sovietico. Poi è stata attaccata da grappi di ribelli tungani (musulmani di lingua cinese), che hanno catturato lo stesso Hedin e lo hanno detenuto per diversi mesi a Korla, minacciando anche di passarlo per le armi assieme a tutti i membri della spedizione. Le assicurazioni e i permessi concessi dal governo centrale in quelle zone valgono poco e nulla. Al solito Hedin se la cava con la sua pratica della diplomazia e con la conoscenza dei costumi locali. Ma appena tornato libero toglie le tende.

Una cosa però ancora lo tormenta. Durante la prima fase della spedizione ha sentito raccontare da un mercante della piena del Konce-daria che ha dirottato nel 1921 le acque verso quello che era stato in precedenza il fiume asciutto (Kuruk-daria). Scrive: “Per me quel discorso fu come un lampo”. Non ha più smesso di pensarci. È la dimostrazione che quanto aveva intuito decenni prima, nel corso della terza spedizione, era esatto. E adesso vuole andare a constatarlo di persona. Convince il governo cinese che il ritorno della vita in quegli spazi deserti crea ulteriori opportunità di collegamento con le zone più remote dello Xinjiang, ai confini occidentali, che sino a quel momento erano rimaste pressoché incontrollabili. Con l’appoggio di Chiang Kai-shek torna dunque nella zona dove aveva conosciuto tante avventure e corso tanti rischi, verso quello che lui considera il cuore stesso dell’Asia.

Nel maggio 1934 compie finalmente una spedizione fluviale nel “lago errante” Lop Nor, dopo aver navigato per due mesi lungo il fiume Kaidu e il Kum-Darja. Ha chiuso un cerchio aperto quarant’anni prima.

Per il viaggio di ritorno, Hedin sceglie la rotta meridionale della Via della Seta: passa quindi per Hotan e arriva ai primi di febbraio del 1936 a Xi’an. Percorre per l’ultima volta gli itinerari che lui stesso ha riconosciuto e ritracciato, dopo secoli si oblio. Di lì riemerge nel mondo a lui contemporaneo. Prosegue per Pechino, e poi per Nanchino, dove incontra nuovamente Chiang Kai-shek e festeggia il suo settantesimo compleanno. Lo attende l’ennesimo rientro in Svezia, molto più in sordina rispetto a quelli trionfali dei tempi eroici.

Sven o della solitudine 40Potrebbe essere comunque soddisfatto, il successo scientifico dell’iniziativa è indubbio. Non fosse che adesso deve affrontare un altro problema, una situazione finanziaria molto difficile. Si è fatto carico infatti di una quota considerevole del finanziamento della spedizione, contraendo un pesante debito con la banca tedesco-asiatica di Pechino, in un momento peraltro nel quale il deprezzamento della moneta dovuto alla Grande Depressione ha fatto balzare i costi alle stelle. Deve allora ricominciare con un turbinoso giro di conferenze che lo porta a percorrere in pochi mesi una distanza pari a quella della circonferenza terrestre, e arriva a ipotecare tutti i suoi diritti d’autore, nonché la vastissima biblioteca che ha raccolto.

Sven o della solitudine 41

Il tramonto e l’oblio

Sven o della solitudine 42Dopo il 1935 l’esistenza di Hedin si fa necessariamente più sedentaria. Ma a dispetto di una salute ormai cagionevole l’anziano esploratore non manca di muoversi appena possibile, per tenere conferenze, ricevere riconoscimenti, offrire consulenze. Presso le democrazie occidentali però la sua reputazione, già compromessa dalle posizioni assunte nel primo conflitto mondiale, è definitivamente rovinata dalle simpatie che manifesta per la Germania nazista e che quel regime enfatizza a scopo propagandistico (facendogli ad esempio pronunciare il discorso inaugurale alle Olimpiadi di Berlino nel 1936). Persino in patria, dove per tutti gli anni trenta e sino alla fine del secondo conflitto mondiale il governo rimane a guida socialdemocratica, malgrado il rapporto di amicizia con Gustavo V Hedin comincia ad essere considerato ingombrante.

Sven o della solitudine 45Negli anni che precedono il conflitto si dedica al riordino e alla pubblicazione dei materiali riportati dalla spedizione sino-svedese, che compaiono con il titolo di Rapporti dalla spedizione scientifica nelle province nord-occidentali della Cina sotto la guida del Dr. Sven Hedin. L’opera conosce quarantanove edizioni in svariate lingue, segno che a dispetto dell’ostracismo politico la validità e la rilevanza scientifica delle sue ricerche è ancora riconosciuta. Come già accaduto un secolo e mezzo prima per Alexander von Humboldt, però, i costi della stampa di un materiale iconograficamente così ricco e così complesso, sostenuti per la gran parte dall’autore stesso, danno fondo a quel che rimaneva del suo patrimonio, e determinano prezzi finali altissimi, sostenibili solo da un numero limitato di biblioteche e di istituti.

Sven o della solitudine 43Durante la fase iniziale del conflitto Hedin vive prevalentemente in Germania (e di questo soggiorno lascia una testimonianza dettagliata e rivelatrice, il Diario tedesco). Incontra personalmente Himmler e tramite lui viene a conoscenza del progetto Ahnenerbe e delle due successive spedizioni tibetane che l’istituto aveva promosse. Non è molto impressionato dal capo delle SS: “Non aveva niente nell’aspetto del despota crudele e spietato e sarebbe potuto essere benissimo un maestro elementare di qualche cittadina di provincia. Si avvertiva una mancanza di carattere e di pregnanza sul suo volto, di tratti decisi che irradiano energia e forza di volontà. Non c’era in lui traccia della classica bellezza greca o romana, né un indizio di razza o cultura […]”. Non collabora comunque alle attività dell’Ahnenerbe, anche se Ernst Schäfer, il capo delle missioni al Tibet, si ispira direttamente a lui e ambisce solo ad emularlo[3]. Quando incontra Hitler, invece, Hedin ne rimane stranamente affascinato, al punto da attribuirgli connotati fisici assolutamente improbabili: “Era alto e virile, una figura possente e armoniosa che teneva la testa alta, camminava eretto con fare sicuro”. Il problema agli occhi che lo aveva afflitto già nelle prime spedizioni si è aggravato, ma questa immagine sembra frutto di una totale obnubilazione mentale, oltre che fisica.

Sven o della solitudine 44Gli ultimissimi anni li trascorre dunque mestamente, nel segno di un rapido oblio. Le opere che lo avevano reso famoso in tutto il mondo, soprattutto quelle divulgative in forma di diari di viaggio, libri per giovani e libri di avventura, non vengono più ristampate. Non è più tempo di eroi, di esploratori, di terre incognite, sostituiti nell’immaginario giovanile dai protagonisti degli stadi, degli schermi, del nuovo universo musicale. Le rilevazioni geografiche sono ormai affidate alla fotografia aerea, il rischio è inserito nel tutto compreso dei pacchetti vacanza. Quando Hedin muore, nel 1952, un mondo che ancora si sta leccando le ferite dell’ultimo conflitto pare nemmeno accorgersi della sua scomparsa.

Sven o della solitudine 46

Riflessioni

Sven o della solitudine 47Impostando questo pezzo avevo in mente di riassumere in tre o quattro paginette la vita e le avventure di Hedin, e di concentrarmi poi soprattutto sulle riflessioni che ne scaturivano. Non è andata così, naturalmente. So che sta diventando quasi una formula di rito, dal momento che non riesco mai a contenere la mia logorrea, ma nel caso di Hedin va detto che la sua esistenza è stata talmente ricca e movimentata che a costringerla in un centinaio di righe si rischiava di perderne le caratteristiche peculiari, l’intensità compulsiva e la determinazione quasi disumana che l’hanno governata. Qualcuno ha scritto che Hedin ha vissuto una vita così piena di avventure e fughe che il solo leggerne è estenuante. Effettivamente, se ne esce frastornati.

In più, all’epoca, e mi riferisco soltanto a un paio di anni fa, non era dato rintracciare in Italia non solo una biografia attendibile del personaggio, ma neppure una trattazione di sintesi, a livello ad esempio di enciclopedia digitale. Avevo letto l’unico suo libro tradotto in italiano negli ultimi settant’anni e avevo poi rinvenuto solo articoletti sparsi su vari blog, recensioni di libri suoi pubblicati un secolo fa e difficilmente rintracciabili persino nel commercio in rete, brevi interventi spesso clonati in successione, dai quali necessariamente usciva mortificata la complessità del personaggio, ma soprattutto scaturivano delle immagini polarizzate sul tutto negativo o sul tutto positivo, e una fastidiosa confusione di date, luoghi e avvenimenti.

Ho pensato allora che avrei potuto riempire sia pure parzialmente un vuoto, come Hedin faceva con gli spazi bianchi delle carte, condensando in una misura divulgativa la parte essenziale della biografia, o almeno quella che a me più interessava, e ripristinando la correttezza cronologica e geografica che avevo trovato invece quasi sempre sacrificata.

Nei due anni trascorsi prima che mi risolvessi a riprendere in mano il progetto molta parte di quello spazio bianco è stata altrimenti riempita. È stato ad esempio ripubblicato col titolo La via della seta, (Iduna 2121), il diario tenuto da Hedin durante la quarta spedizione; ma soprattutto è uscita da pochi mesi, per le edizioni Agorà (2023) una biografia dal titolo Nel cuore dell’Asia. Sven Hedin 1869 -1952, scritta da Marcello di Martino.

Tutto questo avrebbe potuto indurmi a ritenere ormai obsoleto e inutile il mio lavoro, non tanto quello di ricerca ma senz’altro quello di scrittura. Considerando però che Agorà è un’editrice ultracattolica, specializzata negli “studi tradizionali”, e che Di Matino ne è la punta di diamante, ho fiutato dove andava a parare l’operazione, e ho pensato che una versione dei fatti molto più stringata e povera, ma anche molto più laica, poteva avere un senso. Anche perché, con l’aria di restaurazione che circola, temo che nei confronti di Hedin, come di molti altri, stia partendo una campagna di “riabilitazione” tutta intesa a riproporre “valori forti” di infausta memoria. A ciò si aggiunge la consapevolezza che ben pochi tra i frequentatori del sito andranno a leggersi una biografia di duecentottanta pagine, e che quindi un qualche significato di prima informazione il mio lavoro lo conserva.

Chiarito dunque che la biografia di Sven Hedin è nata come pretesto, e che questo schizzo non ha ambizioni di primazia o di riscoperta, vengo finalmente alle riflessioni cui accennavo sopra.

Sven o della solitudine 48

Compromesso col nazismo

Nella narrazione biografica ho solo accennato alle simpatie manifestate da Hedin per il nazismo, e al fatto che tale atteggiamento ne ha determinato la “damnatio memoriae”, iniziata quando ancora era in vita e proseguita postuma. La faccenda è però un po’ più complessa. Intanto è necessario chiarire da cosa nascevano e fin dove si spingevano queste simpatie.

A rigor di termini Hedin non è mai stato un nazista: non solo perché non si è mai affiliato ad alcuna organizzazione politica di quella matrice, in patria o fuori, ma perché le sue simpatie andavano piuttosto alla Germania in sé, alla sua gente, alla sua cultura (come ha dimostrato già durante la prima guerra mondiale), che al nuovo corso impresso dal regime hitleriano.

Sven o della solitudine 49Hedin era un conservatore, un legittimista intriso sino al midollo di lealtà monarchica, un cristiano tradizionalista, e dopo la rivoluzione d’Ottobre era diventato anche un acceso anticomunista. Nel suo filonazismo non c’era alcuna componente ideologica (le idee di Hedin erano piuttosto elementari, oltre che molto radicate) ma solo l’individuazione di un comune nemico. Durante il primo conflitto aveva inneggiato agli imperi centrali come baluardo contro l’espansionismo zarista, che con le sue pretese sul Baltico minacciava la libertà e la sovranità della Svezia, e aveva caldeggiato per gli stati scandinavi una politica di riarmo: ora vedeva i bolscevichi muoversi in continuità con quel progetto di espansione, e salutava in Hitler l’unico vero loro avversario.

Condivideva certamente anche molto dello spirito superomistico, della concezione agonistica della vita, del richiamo alle mitologie nordiche: ma da cristiano fervente rifiutava il paganesimo nazista di fondo, e da legittimista lo sconvolgimento dell’ordine sociale tradizionale che la “rivoluzione” nazionalsocialista almeno ufficialmente promuoveva. C’è però un’ulteriore, fondamentale dato di fatto che rende ambiguo il suo rapporto col nazismo: Hedin aveva sangue ebraico nelle vene, e non solo non se ne vergognava, ma lo rivendicava anche: “Nel mio sangue ogni sedicesima goccia è di origini ebraiche. Io amo questa sedicesima goccia e non voglio assolutamente rinunciarvi”. Questo lo ha portato quindi a criticare ripetutamente la legislazione antiebraica prima e le persecuzioni poi. Da parte loro i nazisti, Hitler e Himmler in primis, ma anche Goebbels, ciascuno per motivi suoi, fingevano di ignorare quelle origini, un po’ perché l’immagine di Hedin era stata imposta e sfruttata a livello propagandistico ed era difficile a quel punto disfarsene, un po’ perché l’ammirazione per Hedin, soprattutto da parte del primo, era sincera.

Quando le critiche diventano troppo esplicite, però, si sceglie la soluzione di “silenziarle”. Già nel 1937, ad esempio, Hedin scrive un libro (Deutschland und der Weltfrieden – La Germania e la pace nel mondo) nel quale accusa le potenze occidentali di fomentare il conflitto, ma chiama in causa pesantemente anche il governo tedesco, soprattutto per le sue campagne antireligiose, antisemite e contro la libertà della ricerca scientifica. Di fronte alla richiesta del segretario di stato Walther Funk di eliminare le parti critiche, così risponde: “Quando abbiamo discusso per la prima volta il mio progetto di scrivere un libro, ho affermato che volevo solo scrivere oggettivamente, scientificamente, possibilmente criticamente, secondo la mia coscienza, e tu lo consideravi del tutto accettabile e naturale. Ora ho sottolineato in una forma molto amichevole e mite che l’allontanamento di illustri professori ebrei che hanno reso grandi servizi all’umanità è dannoso per la Germania e che questo ha dato origine a molte proteste contro la Germania all’estero. Quindi ho preso questa posizione solo nell’interesse della Germania.

Sven o della solitudine 50La mia preoccupazione che l’educazione della gioventù tedesca, che altrimenti lodo e ammiro ovunque, sia carente in questioni di religione e dell’aldilà deriva dal mio amore e simpatia per la nazione tedesca, e come cristiano considero mio dovere dichiararlo apertamente e, certo, nella ferma convinzione che la nazione di Lutero, che è religiosa in tutto e per tutto, mi capirà.

Finora non sono mai andato contro la mia coscienza e non lo farò neanche adesso. Pertanto, non verranno effettuate cancellazioni”.

E infatti, il libro verrà pubblicato solo in Svezia.

Questo accade prima dell’inizio delle deportazioni e della creazione dei campi di sterminio.

Dopo lo scoppio del conflitto Hedin mantiene i suoi contatti, è in corrispondenza con Hitler, cui dedica un’intervista ancora nel 1939, e nel 1942 scrive L’America nella battaglia dei continenti, dove sostiene che responsabile dello scoppio della guerra è il presidente americano Roosevelt e che le origini del conflitto sono da imputare all’iniquità del trattato di Versailles, e non all’aggressività tedesca. Hitler sentitamente ringrazia.

Sven o della solitudine 51Ora, a mio giudizio, sortite di questo genere sono da interpretare tenendo in considerazione che Hedin ha ormai quasi ottant’anni, vissuti peraltro intensamente, che è animato da sempre da una fortissima ambizione e che certe debolezze con l’età si accentuano (pochi anni prima della morte, isolato e quasi cieco, vantava ancora di essere l’autore svedese più tradotto in altre lingue), per cui non sa sottrarsi alle lusinghe che la propaganda nazista continua a propinargli, assegnandogli premi, onorificenze, lauree honoris causa. Come giustificazione è senz’altro debole, ma all’atto pratico il suo atteggiamento non è molto lontano da quello degli innumerevoli pacifisti senza se e senza ma, sul tipo di Bertrand Russell, che sino a conflitto inoltrato sostenevano la necessità di mantenere aperto il dialogo con Hitler, o del partito comunista inglese, il cui giornale, il Daily Worker, scriveva ancora nel 1940 che la guerra era un pretesto “per schiacciare sotto il peso della macchina bellica imperialista anglo-francese milioni di sindacalisti”. O dei molti che, tanto in Inghilterra (a partire dall’ex-sovrano, Edoardo VIII) quanto in Francia (compresi i numerosi socialisti che collaborarono col governo di Vichy), simpatizzavano apertamente col regime nazista.

La differenza sta semmai nel fatto che Hedin ha usato tutti i suoi contatti e il suo prestigio presso le alte sfere del regime per sottrarre alla deportazione e allo sterminio diversi ebrei e prigionieri politici svedesi, prodigandosi spesso con esito positivo e salvando la pelle ad un sacco di gente. E comunque, in nessuna occasione ha avallato o peggio ancora favorito questa infamia, come dimostra il passo della lettera a Funk che ho riportato.

Ho voluto anche verificare se Hedin abbia dato un qualche apporto diretto all’elaborazione del pensiero nazista, se sia cioè possibile imputargli, al di là di non averne preso decisamente le distanze anche quando ha cominciato a rendersi conto della deriva criminale alla quale questo conduceva, di aver fornito qualche spunto ideologico che non fosse genericamente il modello del superuomo (alla maniera, per intenderci, di D’Annunzio col fascismo). L’ho fatto andando a riprendere i testi più autorevoli sulle origini culturali del terzo reich (Mosse) o quelli più specifici relativi alle sue componenti magico-esoteriche (Galli): ebbene, in nessuno di questi studi compare, nemmeno in una semplice citazione in nota, il nome di Hedin.

Sven o della solitudine 52A fronte di tutto questo, colpisce ancor più la diversità del trattamento riservato ad Hedin rispetto a quello usato nei confronti di altri personaggi, compromessi quanto e più di lui coi regimi totalitari. Un caso esemplare è, proprio per l’Italia, quello di Ardito Desio: esemplare per i molti tratti in comune dell’attività dei due protagonisti e per la differenza negli esiti e nella valutazione storica. Pochi mesi fa è passato in televisione, sul canale culturale della RAI, un documentario biografico su Desio, morto alla ragguardevole età di 104 anni, nel quale si ricordavano tutti i successi e i meriti dell’alpinista-esploratore, ma si glissava elegantemente sugli aspetti più oscuri delle sue vicende, prima e dopo la seconda guerra mondiale. Grande amico di Italo Balbo, il nostro aveva precocemente aderito al fascismo, ed era diventato la spalla del fascistissimo presidente del CAI, Angelo Manaresi, nell’opera di asservimento del sodalizio al regime; più o meno come era accaduto in Germania, con l’aggravante che là la politicizzazione era stata pressoché spontanea, coincideva con lo spirito alla Lammer che informava l’etica alpinistica tedesca del primo novecento, mentre in Italia era stata più contrastata, imposta ad una maggioranza di alpinisti tutt’altro che ansiosi di intrupparsi (e quindi aveva comportato anche delle esclusioni e delle discriminazioni).

Nel dopoguerra, senza aver mai pronunciato una parola di dissociazione dalla sua militanza fascista, Desio ha mantenuto tranquillamente tutti i suoi incarichi e i suoi titoli “accademici”, nonché le sue entrature politiche, tanto da essere designato a capo della spedizione che ha portato nel 1954 alla conquista del K2. In questa veste Desio, che gli altri componenti il gruppo chiamavano “il ducetto”, ha brigato per escludere Riccardo Cassin, il più forte alpinista italiano del momento, e l’unico che avrebbe potuto fargli ombra, e Cesare Maestri, e non solo ha pilotato l’ascesa in modo da farla compiere a due suoi fedelissimi, ma l’ha poi raccontata, unico autorizzato per contratto a farlo, in modo da mettere in cattiva luce colui che alla fine l’aveva resa possibile, Walter Bonatti. E malgrado le proteste di quest’ultimo la verità sull’intera vicenda è stata ristabilita ed accettata dal CAI stesso solo cinquant’anni dopo, quando tutti i protagonisti erano ormai scomparsi. Ancora nei primi anni Novanta è stato poi chiamato ad inaugurare la “Piramide”, un laboratorio per ricerche ad alta quota collocato a 5.050 metri ai piedi dell’Everest.

La cosa non sorprende, e il caso è tutt’altro che isolato (si pensi agli antropologi e agli etnologi del regime, come Giuseppe Tucci e Giuseppe Cocchiara), se si considera quali furono gli esiti (e le reali motivazioni) della sciagurata amnistia Togliatti. Ma conferma come nel nostro paese la memoria sia particolarmente corta, e più in generale come chi è davvero in buona fede abbia sempre maggiori difficoltà a far valere gli argomenti in sua difesa.

Sven o della solitudine 53

Razzismo

Tornando a Hedin, gli è stato contestato anche un atteggiamento fortemente intriso di razzismo, e probabilmente solo il fatto di essere stato oscurato già settanta anni fa gli ha fino ad oggi evitato di entrare nelle liste di proscrizione della “cancel culture” (almeno per quanto riguarda l’Italia). Anche rispetto a questa accusa occorre intenderci. È indubbio che nei libri di Hedin, ad esempio in Dalla Persia Dalla Persia all’India attraverso il Seistan e il Belucistan (Treves 1912) si possa trovare tutto il materiale che si vuole per attribuirgli dei pregiudizi. Hedin è infastidito dal carattere poco affidabile, dalla scarsa puntualità, dall’indolenza, dalla suscettibilità rancorosa delle popolazioni mediorientali con le quali viene a contatto. Ogni occasione di confronto sembra testimoniare la superiorità dell’occidentale: ma è da dire che l’occidentale è quasi sempre e solo lui, quindi si tratta di una superiorità personale, piuttosto che etnica. E, soprattutto, di una superiorità culturale, e non biologica.

Diverso però è il discorso se si accusa Hedin di aver fornito delle pezze d’appoggio al delirio nazista sulla ricerca della culla della civiltà iperborea, ovvero alla costruzione della “tradizione” ariana di Thule. Come ho già detto, Hedin non fu direttamente implicato nelle spedizioni tibetane promosse da Himmler, e da nessuna parte ho trovato traccia di suoi accenni ai miti di Sahamballa, o di Agarthi, o del Re del Mondo. La sua ortodossia luterana lo salvava dalle suggestioni della Società Teosofica, così come dall’Ariosophia di Lanz von Liebenfels (capostipite dei rettiliani!), che veniva invece abbracciata da fior di intellettuali “progressisti” nordeuropei come August Strinberg (col quale Hedin ebbe una annosa contrapposizione a proposito del riarmo svedese). Direi piuttosto che con le sue descrizioni estatiche dei panorami himalayani, con le loro trasposizioni sulla carta o sulla tela, hanno anticipato e incoraggiato le esperienze compiute negli anni venti, sulla sua scia, da altri ricercatori nel cuore dell’Asia della terra perfetta: personaggi come Nicholas Roerich, artisti-alpinisti-esploratori e indagatori spirituali.

Sven o della solitudine 54Che la superiorità dell’uomo bianco – diciamo pure, nell’accezione corrente ai primi del Novecento, “dell’ariano” – venga data quasi per scontata, non mi sembra un tratto attribuibile nello specifico ad Hedin. Tutti o quasi gli ambienti culturali occidentali, a partire da quello scientifico e a dispetto della lezione di Darwin, erano intrisi di questa concezione. Non erano solo Kipling o gli epigoni di De Gobineau, Chamberlain e Vacher de Lapouge a condividerla. Esploratori, antropologi, filosofi, scienziati, e persino i rappresentanti del pensiero socialista, in misura più o meno esplicita, l’avevano fatta propria (rileggetevi i romanzi di Jack London, o i saggi di Proudhon, o il dibattito sull’immigrazione al congresso mondiale della Seconda internazionale di Stoccarda, nel 1907). Le voci dissenzienti erano ben poche. Una di queste, quella di Orwell, al solito diretto e senza peli sulla lingua, denunciava a più riprese il razzismo sotterraneo del socialismo inglese.

Ma su questo tema mi spingerei anche oltre. L’idea di considerare “diversi”, diciamo pure “inferiori”, gli appartenenti ad altri popoli, ad altre culture, ad altre religioni, di per sé non è razzismo. È una forma di pensiero che appartiene a qualsiasi popolo (dagli Inuhit, termine che appunto sta a designare “gli uomini”, in contrapposizione agli altri, che non sono considerati tali, fino ai Cinesi, ai Giapponesi, ai Tibetani, persino ai Maori e ai Boscimani). In queste classificazioni l’idea di un’origine biologica diversa magari non è esplicitata, ma è spesso riconoscibile sotto i più ingegnosi travestimenti mitologici. E piaccia o meno, è sempre stato così. Già Erodoto scriveva a proposito dei Persiani: “Loro stessi si considerano in tutto superiori a chiunque altro nel mondo, e concedono alle altre nazioni un certo numero di buone qualità che diminuisce in base alla distanza, il più lontano essendo a loro dire il peggiore”.

Sven o della solitudine 55Hedin in fondo sembra comportarsi allo stesso modo, ma usando criteri di valutazione molto pragmatici: durante le prime spedizioni, ad esempio, nella sua gerarchia vengono per primi gli aiutanti cosacchi, considerati i più affidabili (e con ogni probabilità erano davvero tali). Più tardi, quando lavora con i cinesi, ne apprezza la volontà e l’infaticabilità, mentre rileva lo scarso spirito d’iniziativa (ma spiegandolo con una millenaria abitudine alla sottomissione). Sono quel tipo di giudizi che ciascuno di noi può ascoltare da chi ha dimorato all’estero, foss’anche in quel Nord-Europa dal quale Hedin proveniva, senza che debbano necessariamente essere letti in una qualsivoglia chiave razzista. D’altro canto, l’idea di una “impurità” congenita all’uomo bianco è diffusissima presso le popolazioni arabe e quelle asiatiche in genere. Per questo, quando lo stigma del razzismo è applicato solo agli occidentali, si dà corpo ad una grandissima ipocrisia. Diventa una sorta di razzismo alla rovescia. Se davvero si vuole la “correttezza” politica è necessario applicare gli stessi metri a tutte le situazioni, chiaramente avendo presenti le singole condizioni storiche.

Neppure si può imputare come colpa specifica ad Hedin di aver cinicamente e sconsideratamente sacrificato alcuni dei suoi compagni nel corso delle spedizioni. Certo, sosteneva che esiste una differenza tra “morale comune” e “morale geografica”, ed è facile capire cosa intendesse, e quale praticasse. Ma quella morale l’applicava prima di tutto a se stesso, e si poneva come parametro: esigendo moltissimo da sé, aveva di conseguenza aspettative esageratamente alte rispetto al comportamento degli altri. Intanto va detto che in ogni occasione Hedin si è premurato di incontrare e di risarcire almeno economicamente le famiglie dei suoi aiutanti più sfortunati (pratica che può apparire ovvia, ma che a quanto mi risulta era poco diffusa presso i suoi colleghi): e comunque nella storia delle esplorazioni e delle conquiste le cose hanno sempre funzionato così, da Alessandro Magno alle spedizioni alpinistiche più recenti. Il fatto che i suoi compagni di avventura (e di sventura) fossero sempre degli asiatici non rende diverso il suo operato da quello degli alpinisti che salgono oggi in Himalaya con gli sherpa e che un tempo salivano sulle Alpi con le guide valligiane.

Aggiungo che Hedin era tutt’altro che indifferente alla sorte dei suoi uomini. Tutto il sessantesimo capitolo di Transhimalaya è dedicato alla morte e ai funerali di Muhamed Isa, il suo fedele capo carovana stroncato da un colpo apoplettico, e da esso trapelano un dolore e una partecipazione tutt’altro che di circostanza, comunicati ai compagni con uno stringato e bellissimo discorso funebre. Il capitolo si conclude così: “Quando ho guardato fuori dalla mia tenda, i miei occhi sono stati attratti dalla tomba oscura sulla sua collina. Sembrava come se la tomba ci tenesse stretti, anche se desideravamo allontanarcene. Tutto era tetro e lugubre; ci è mancato Muhamed Isa, e la sua assenza ha causato un grande vuoto. Ma la vita va avanti, come al solito”.

Sven o della solitudine 56

Spettacolarizzazione

A questo punto vorrei però fosse chiaro che non ho assunto la difesa d’ufficio di Hedin. Non sono mosso da quella simpatia immediata che nei confronti di altri personaggi mi ha indotto ad accettarne e minimizzarne limiti e difetti. Come già premesso, ho scoperto Hedin troppo tardi per farne un modello e sviluppare la voglia di emularlo. Per quanto ho capito dai suoi scritti non era solo ostinato e coraggioso sino all’incoscienza, ma era anche un vanesio ambiziosissimo, dotato di una buona dose di arroganza: tutti tratti caratteriali che in fondo non si contraddicono. Inoltre personifica perfettamente la transizione ad una età caratterizzata dal consumo e dallo spettacolo.

Hedin era un abilissimo venditore di se stesso: basta vedere gli innumerevoli ritratti fotografici che lo rappresentano bardato nelle fogge orientali più diverse, già pronti per diventare dei poster. È riuscito ad accreditare l’immagine di un esploratore solitario in un territorio inesplorato e ostile, quando in realtà era sempre accompagnato da un nugolo di assistenti, e batteva spesso zone che già erano conosciute, anche se non mappate. Ha sapientemente giocato nella sua narrazione sul “sensazionalismo”, combinando la descrizione scientifica della struttura e della fisionomia del paesaggio con le emozioni da questo indotte, lo stupore di fronte a panorami mozzafiato (“uno spettacolo che fa rimanere ammutoliti, così affascinante che quasi ci dimentichiamo di smontare”), la vertigine indotta dalle altitudini (“sembrava che il terreno solido fosse giunto al termine, lo spazio insondabile che si spalancava sotto e davanti a noi”), l’accelerazione cardiaca oltre una certa quota (“il cuore batte come dovesse scoppiare”), il gelo che aggredisce ogni parte del corpo (“prima che io abbia fatto la mia osservazione e guardato l’orologio, la mia mano sinistra è morta”). Racconta gli spazi con modalità quasi cinematografiche (d’altro canto, appena potrà, lo farà direttamente con la macchina da presa) e li rappresenta poi secondo il modello dei diorami scenografici, delle panoramiche a trecento sessanta gradi che erano state rese popolari da Albert Smith mezzo secolo prima con i suoi “spettacoli” alpini.

Era a tutti i titoli un imprenditore, costantemente a caccia di sponsor per le sue imprese, né più né meno come ogni alpinista o qualsiasi altro sportivo professionista odierno. E a tal fine coltivava tanto l’ambizione del “primato”, l’essere il primo ad avere visto certi luoghi (“orgoglioso e felice di sapere che sono il primo uomo bianco a penetrare in questo deserto”), calcato certe montagne, scoperto le tracce di antiche civiltà, quanto la sindrome del possesso: “La parte in cui mi trovo ora era sconosciuta, e ha aspettato la mia venuta per un milione di anni”. Oppure: “Sul passo Sur-La fui pervaso da un indescrivibile senso di soddisfazione. Mi sentivo un potente sovrano nel suo stesso paese”. In questo senso è stato anzi un anticipatore.

Sven o della solitudine 57Ma, detto questo, non posso negare che la lettura delle sue opere sia ancora affascinante, almeno per chi come me si nutrirebbe esclusivamente di diari e resoconti di viaggi. La sua “spettacolarizzazione della natura” non è solo ruffiana, mirata a giocare sull’economia emotiva dell’elevazione per creare scenografie degne delle imprese dell’eroe: deve invece molto alla lezione di Humboldt, che aveva introdotto un secolo prima la combinazione della descrizione razionale e scientifica con le esperienze del sublime, e insistito sulla necessità di guardare dall’alto il paesaggio per cogliere da un unico punto di vista le proporzioni e le strutture della natura. Il mondo per Humboldt è un insieme integrato, mosso da forze interne; la natura è collegata in una catena indissolubile. C’è insomma l’idea che tramite la vista dall’alto lo spazio diventa comprensibile, riconducibile ad un quadro razionale e, naturalmente, dominabile. Quando si aggira per le valli o nei deserti o nelle paludi Hedin confessa spesso di sentirsi come “in un labirinto senza speranza”, disegnato da montagne e attraversato da corsi d’acqua dei quali non si capisce l’origine e non si identifica il corso: ma una volta in alto tutto diventa chiaro, può “cogliere con un solo sguardo un enorme blocco di crosta terrestre”: “l’occhio raggiunge con la massima chiarezza le distanze estreme, solo l’orizzonte erige un confine per il visibile […]. L’intera terra giace ai miei piedi”.

E ancora: l’insistenza sui disagi e sui pericoli affrontati, la rarefazione dell’aria, le temperature atroci, le membra congelate, le tempeste di neve o di sabbia, la sete, la fame, la fatica, l’ostilità dei nativi, servono a marcare la sua distanza dai “geografi da poltrona o da salotto”. Ci tiene a sottolineare sarcasticamente che “raramente le scoperte geografiche vengono fatte a casa”, che lui ha lavorato tramite l’osservazione diretta sul posto, e che questa, oltre a procurare dati scientifici, induce anche una componente emotiva che sottrae la geografia all’aridità. È geografia anche il sudare, soffrire, conquistare, godere un panorama.

Insomma, anche se probabilmente non lo avrei voluto come compagno di avventura – un criterio di valutazione “a pelle” che è sempre stato mio, sin dall’infanzia –, al contrario ad esempio di un Humboldt, che pure era vanesio anche lui, ma molto onesto nell’attribuzione dei meriti e delle responsabilità, o di un Antonio Raimondi, o di un Carlo Vidua, tutto questo non mi impedisce di pensare che la “rimozione” di questo personaggio sia ingiustificata, senz’altro per quanto concerne lo specifico della storia delle esplorazioni, ma anche perché gli vanno riconosciuti altri pregi, a partire da quello della scrittura. Non mi sono mai stancato a leggere i suoi libri – e si tratta in genere di tomi poderosi – soprattutto perché mi sono abituato a riconoscere in essi una sotterranea ironia, che emerge sporadicamente: non quella inglese, voluta e calcolata, ma quella spontanea dettata dalla stranezza di certe situazioni e di certi rapporti. Mi riferisco ad esempio a dialoghi come questo, che si svolge tra Hedin e il suo assistente mentre navigano col battello portatile sul lago Manasarowar:

“Ci aspetta una tempesta”, dissi piano.

“Allah è vicino a noi”, rispose Shukkur Ali altrettanto calmo.

“Rema e arriveremo prima che le onde siano alte.”

“Se giriamo direttamente verso la riva, Allah sarà più vicino”, suggerì Shukkur Ali.

“No invece, non cambieremo rotta, andremo dritti alla nostra meta. “

In quattro battute è riassunta la dinamica di un sodalizio non paritario, e tutto il mondo che sta alle spalle dei due protagonisti: ma anche la calma, di fronte al pericolo imminente, che li unisce.

Sven o della solitudine 58

Solitudine e sensibilità

L’altro aspetto per il quale tutto sommato il personaggio Hedin, se pure non mi appassiona, certamente mi intriga, sta nel senso di solitudine profonda che traspare dalla sua narrazione. La coazione a fare, camminare, misurare, esplorare, non sembra essere volta solo a riempire degli spazi bianchi geografici, ma anche a sopire una sensazione di vuoto interna, proveniente da aree deserte dell’anima e scaricabile solo cancellando quelle delle mappe. In realtà avviene esattamente l’opposto. Ogni volta che si sofferma, e lo fa spesso, a meditare sul senso di ciò che sta facendo, ha un attimo di smarrimento, che soffoca subito evocando sia le vertigini, gli stupori, le eccitazioni legate alla scoperta che le trepidazioni adrenaliniche provocate dagli imprevisti, ma anche le soddisfazioni legate alla fama, ai riconoscimenti: e tuttavia, a dispetto della volontà di offrire di sé un’immagine scolpita nella roccia, incrollabile e padrona costantemente della situazione, quello smarrimento, quel dubbio rimangono nel profondo, pronti a riemergere. Forse questo lato del carattere di Hedin lo scorgo solo io, forse voglio sentire un po’ più umano uno che ha studiato per tutta la vita da superuomo: ma insomma, questa è l’impressione che Hedin mi ha trasmesso.

A convalidarla è anche il rapporto che Hedin ha con gli animali che lo accompagnano nelle sue avventure. Propongo due esempi, tratti sempre da Transhimalaya. “Tre animali erano spariti e uno di loro era il mio piccolo cavallo Ladaki bianco. Aveva lottato fino alla cima del passo, dove mi ero seduto a guardarlo invano, e poi si era sdraiato a morire. Mi aveva servito e portato fedelmente e pazientemente per un anno e mezzo, e fin dall’inizio non era mai mancato dal campeggio, e ora che l’ultimo dei veterani se n’era andato mi sentivo molto solo. Durante tutto il viaggio non aveva mai raggiunto un punto più alto di quello in cui morì; proprio sulla sella del passo le sue ossa sarebbero state sbiancate dalle tempeste invernali e dal sole estivo.

Sven o della solitudine 59Il mio fidato amico, il grande e peloso Takkar, mi guarda con occhi interrogativi. Non ama le ghirlande profumate dell’estate né la zona variegata dei prati. Ricorda la vita libera nelle pianure aperte, gli mancano i combattimenti con i lupi del deserto e sogna la terra delle tempeste di neve eterne. Un giorno lo vedemmo bere a una sorgente che versava la sua acqua lungo il sentiero, e poi sdraiarsi all’ombra fresca della foresta. L’aveva fatto tante volte prima, ma non dovremmo mai vederlo ripeterlo. Si voltò e galoppò verso il solitario Tibet. Si separò con dolore nel cuore dal suo vecchio padrone, lo sapevo … Ricevo ancora di tanto in tanto, tramite il signor Marx, saluti dal vecchio Takkar, che ha difeso così fedelmente la mia tenda quando ho viaggiato sotto mentite spoglie attraverso il suo paese”.

Aggiungo ancora un di paio di brevi considerazioni: una a tema storico, o se vogliamo di costume, e una di carattere personale.

Sven o della solitudine 60

Omosessualità

La prima riguarda l’omosessualità di Hedin. e parte da un’affermazione che ho trovato su un sito polacco: “Hedin era omosessuale, condizione che anche in quella Svezia che oggi è all’avanguardia in fatto di diritti civili, all’epoca non era accettata”. Non era così solo in Svezia: si pensi alle vicissitudini del suo quasi contemporaneo Oscar Wilde, e di moltissimi altri meno famosi. Ma non è il tema dei diritti a interessarmi. Sono invece intrigato dal rapporto tra l’omosessualità e il viaggio, nello specifico quello di esplorazione. Tra le due cose parrebbe esserci una correlazione tutt’altro che casuale. Una gran parte degli esploratori o dei grandi viaggiatori di cui mi sono occupato o che semplicemente conosco è accomunata dalla condizione omosessuale, segnatamente nel diciannovesimo secolo e nella prima metè del ventesimo. Cito solo i primi nomi che mi vengono in mente, da Humboldt e Thesiger a T. H. Lawrence, Robert Byron, Henry Savage Landor, Otto Rahn, Ernst Schäfer, Bruce Chatwin, Norman Douglas, ecc…, ma anche a Freya Stark, a Ella Maillart, a Isabelle Ebherart. In percentuale, direi che siamo oltre la metà: e questo perché l’orientamento sessuale non è una variabile di scarso rilievo nella scelta di questo tipo di esperienze.

Il tema meriterebbe di essere approfondito, perché stranamente non sono a conoscenza di alcuno studio specifico, nemmeno parziale. Ma non è questa la sede. Mi limito invece a proporre la spiegazione più semplice e più immediata che mi sono dato del fenomeno. Questi uomini e queste donne cercavano senz’altro luoghi dove esprimere liberamente la propria sessualità e non essere costretti costantemente a simulare o a rinnegare i propri sentimenti, dove la loro attitudine e i loro atteggiamenti non fossero stigmatizzati o sanzionati: ma in primo luogo penso volessero allontanarsi da casa, e che a muoverli fosse spesso, oltre il desiderio di respirare un’aria meno soffocante, la paura di recare discredito alle famiglie.

Era senz’altro il caso di Humboldt, e credo lo stesso sia stato per Hedin. Per questo, anche in giro per il mondo hanno scelto la discrezione più totale. Del primo ho già ampiamente parlato, e rimando quindi al mio Humboldt controcorrente. Nel caso di Hedin però l’ermetica riservatezza del comportamento sessuale aveva anche una motivazione ulteriore, la difesa dell’enorme popolarità e dell’immagine di una virilità superiore che si era andata costruendo, soprattutto in Germania: nel Terzo Reich l’omosessualità comune era perseguita alla pari dell’ebraicità (con la quale veniva posta in correlazione, sfruttando il fatto che i suoi difensori erano soprattutto personaggi di origine ebraica come Magnus Hirschfield – fondatore durante il periodo di Weimar dell’Istituto per la ricerca sessuale). Questo mentre paradossalmente le elites nazionalsocialiste propugnavano l’Eros intervirile di von Liebenfels, un rapporto omoerotico con finalità iniziatiche e pedagogiche.

Sven o della solitudine 62

Infine

Da ultima, un’impressione estemporanea. Quando ho letto per la prima volta Hedin, molto tardi, ho avuto l’impressione di averlo già conosciuto in precedenza. E in effetti l’avevo già incontrato sotto altre spoglie in diverse occasioni. Senz’altro nelle avventure di Tintin (il fantastico Tintin in Tibet) e di Gim Toro, nei libri di Salgari e in quelli di Rider Haggard e di Kipling, e più recentemente nei film di Indiana Jones. Era l’eroe archetipico nella sua versione più recente, un impasto di romanticismo e positivismo scientifico, sprezzante del rischio, consacrato ad un ideale superiore di conoscenza e di autoaffermazione, ma con molte concessioni alla nuova cultura popolare del consumo mediato e immediato di emozioni: ma di quella stirpe Hedin era anche l’ultimo discendente. La sua storia è quella di un mondo che ha cessato di esistere, e non solo perché le moderne tecnologie satellitari sono in grado di mappare dettagliatamente ogni angolo del pianeta. Ha cessato di esistere perché di quelle conoscenze, al di là del loro utilizzo a fini militari o economici, non importa più nulla a nessuno.

Sven o della solitudine 61

Indicazioni bibliografiche

Libri di Sven Hedin

Il lago errante – Cierre, 1994

La strada della seta – Iduna, 2021

Dalla Persia all’India – Treves, 1912

Transhimalaya – MacMillan And Co., 1910

From Pole to Pole – Jazzybee Verlag, 2023

My Life as an Explorer – Greenpoint Books, 2022

Biografie di Sven Hedin

De Martino, Marcello – Nel cuore dell’Asia – Agorà 2023

Libri contenenti passi su Sven Hedin

Clark, Ronald, W. – La conquista del pianeta terra – Mondadori 1964

Handbury-Tenison, R. – I settanta grandi viaggi della storia – Logos, 2008

Dainelli, Giotto – La conquista della terra – UTET, 1954

Hale, Cristopher – La crociata di Himmler – Garzanti, 2006

Herrmann, Paul – Sulle vie dell’ignoto – Martello, 1961

Hopkirk, Peter – Diavoli stranieri sulla via della seta – Adelphi, 2006

Hopkirk, Peter –Il grande gioco – Adelphi, 2006

Newby, Eric – Il grande libro delle esplorazioni – Vallardi, 1976

Novaresio, Paolo – Uomini verso l’ignoto – White Star, 1991

Wright, H. – Rapport, S.– I grandi esploratori – Le Maschere, 1957

Sven o della solitudine 63

[1] La Vega, una baleniera attrezzata a rompighiaccio, sulla quale era imbarcato come ufficiale anche l’acquese Giacomo Bove, impiegò quasi quattordici mesi per raggiungere Yokohama sulla rotta di nord-est partendo da Göteborg, dopo essere rimasta imprigionata nel pack per dieci mesi nello stretto di Bering,

[2] Ferdinand Von Richtofen è un innovatore della scienza geografica, nella quale fa rientrare anche gli aspetti storici, antropologici e culturali di un territorio. Questo rinnovamento è esemplificato soprattutto dal suo voluminoso studio sulla Cina, nell’ambito del quale conia il termine di “via della seta”. È tra l’altro zio del famoso aviatore ed eroe della Prima guerra mondiale Manfred von Richtofen, noto come “Barone rosso”.

[3] Schäfer dirige durante la guerra l’Istituto di Ricerche Centroasiatiche intitolato allo stesso Hedin, che compie esperimenti pseudo-scientifici sugli internati del campo di Auschwitz.

Ariette 17.0: Una mattina con Luigi

di Maurizio Castellaro, 7 luglio 2023

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Ascolto in un convegno ad Alessandria Luigi Cancrini, lo psichiatra autore di Bambini diversi a scuola (1974), il testo che mi ha iniziato alla lettura sistemica delle relazioni interpersonali. Introducendo il tema della causalità circolare nelle relazioni comunicative, l’approccio sistemico ha chiarito che se la relazione non funziona, se la comunicazione non è generativa, la responsabilità è di tutti gli attori coinvolti nel sistema, non solo e sempre di chi all’interno del sistema ha meno potere.

Un concetto rivoluzionario a pensarci, che purtroppo si è prestato ad infinite interpretazioni distorte, soprattutto nel mondo della scuola. Cancrini emana un carisma pacato, e parla di salute mentale in un modo che fa venir voglia di uscire, rimboccarsi le maniche e provare a migliorare le cose. Per tanti medici e pedagogisti di sinistra le dipendenze, il disagio mentale e quello giovanile sono stati interpretati come sintomi dell’alienazione insita nella società capitalista. Per loro parlare di guarigione aveva senso se nello stesso tempo si ponevano le basi politiche per costruire una società più giusta, non più patogena. Al contrario, la grande fucina della dottrina sociale della chiesa non ha mai messo al primo posto la questione politica (eccetto l’eretica teologia della liberazione), ma ha ugualmente forgiato per secoli generazioni di eroi del sociale, impegnati nella salvezza dell’anima propria e di quella dei poveri che comunque “sono sempre con noi”.

Chiedo a Cancrini se oggi il lavoro sociale, con il tramonto di ogni speranza di cambiamento della società (e di salvezza dell’anima), non debba in fondo pensarsi come un grande “laboratorio dell’adattabilità”. Operando con strumenti educativi, relazionali, economici, chimici, l’operatore sociale forse oggi è chiamato semplicemente a ridurre l’impatto sulla società delle persone che per motivi diversi (genetici, sociali, storici) fanno fatica a rientrare nelle regole del gioco. Il comunista non pentito Cancrini dà una sostanziale conferma di questa ipotesi, descrivendo il mondo attuale come una sorta di ancient regime planetario diviso in tre classi (i pochi ricchi che comandano, quelli che stanno in mezzo e poi la grande massa che non conta nulla), in sostanziale stallo perché privo di conflitti interni (e le ribellioni urbane senza progetto non sono veri conflitti).

Prima di chiudere però Cancrini ha invitato i presenti al convegno a sostenere una nuova proposta di legge di iniziativa popolare a cui sta lavorando, e che se approvata garantirebbe maggiori investimenti dello Stato sulla prevenzione del disagio mentale nel nostro paese. Non so perché, ma questo appello finale all’impegno personale, alla pazienza delle piccole riforme possibili nonostante tutto, l’ho trovato molto rinfrescante, quasi come un’arietta.

Una mattina con Luigi 02

Haiku sull’Appennino: un diario

di Marco Grassano, 27 giugno 2023

Haiku sull’Appennino copertinaUna postfazione anticipata – di Paolo Repetto

Giugno giapponese in Val Curone

Giugno 2013

Bozzetti di luglio e agosto 2013

Haiku 2014

Haiku 2015

Altri haiku

Una postfazione anticipata

Mi sono chiesto se avesse senso presentare un’opera che si illustra già benissimo da sola. In genere, soprattutto se si tratta di raccolte poetiche, patisco le presentazioni. Se non arrivo da solo a capire quello che l’autore voleva dirmi, a condividerne sensazioni e riflessioni ed emozioni, ricreandole poi a mia misura, delle due l’una: o non ha saputo parlarmi lui, o non sono in grado di ascoltare io. In entrambi i casi il piacere della lettura va a farsi benedire.
Ma questo libretto non è una raccolta di poesie. O meglio: lo è, anche, ma è soprattutto qualcos’altro. Il che giustifica almeno una postfazione: non un’esegesi critica, ma una postilla con la quale dare conto dei criteri che ne hanno determinato e guidato la pubblicazione.
Il libretto nasce in primo luogo da una comune amicizia, quella con Mario Mantelli. È la migliore risposta possibile ad una delle tantissime sollecitazioni che il “musagete” ha lasciato in eredità, mostrandoci come ciascuno possa percorrere del proprio passo la via dell’haiku rimanendo comunque fedele all’ortodossia formale. Come cioè la disciplina non mortifichi affatto la creatività, ma anzi la stuzzichi, e la fortifichi. Nasce quindi come un “esercizio” poetico, ma prende subito un’altra strada, trova un’espressione tutta sua, originale. Diventa esplicitamente un “diario poetico” (implicitamente, tutte le raccolte poetiche sono diari), nel quale le poesie hanno la duplice funzione di rappresentare “fotograficamente”, quasi come istantanee, la realtà naturale, traducendo la parola in immagine, e nel contempo di fermare il sentimento che l’immagine ha suscitato, riconducendolo da questa alla parola.
Mentre lo leggevo ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad un album di foto dei primi anni Cinquanta, quelle di dimensioni ridotte, quadrate, in bianco e nero e con il bordo bianco dentellato. Le foto sono accompagnate da didascalie semplicissime: il tempo, il luogo, l’occasione dello scatto. Proprio per la loro essenzialità e discrezione le didascalie diventano parte integrante dell’immagine. Sono il bordo dentellato.
Per cercare di restituire questo effetto ho adottato soluzioni grafiche a dir poco rudimentali, le uniche d’altronde di cui disponevo: voglio credere però che trasmettano almeno un poco della genuinità e della immediatezza dei contenuti. Voglio crederlo perché queste piccolissime magie mi affascinano e mi commuovono, ravvivano la speranza che ci sia ancora qualcuno in grado di condividerle.
Il libretto che avete in mano è un umile frutto di quella speranza.

di Paolo Repetto, 19 giugno 2023

Haiku sull’Appennino 07

Giugno giapponese in Val Curone

Trasferito per l’estate, a partire da venerdì 14 giugno 2013, in Val Curone, dove gli stimoli naturali agiscono sui sensi con maggiore intensità, ho cominciato ad avvertire il bisogno di tradurre in qualche modo queste sensazioni, tentando di trasporre in italiano il metro dell’haiku giapponese (tre versi: 5, 7 e 5 sillabe), secondo quanto suggerisce il “geo poeta” Kenneth White: “Ho trovato che la forma più propria a questo genere di contesto è l’haiku, basato su un gioco delicatissimo fra il fenomeno presente e il tutto che ci circonda; ecco perché ho proposto, anni fa, quella che ho definito la passeggiata-haiku, consacrata all’ecologia delle mente, alla filosofia naturale e alla conservazione durevole del mondo”. Ma mi ha anche invogliato l’intrigante “Disciplinare dell’haiku”, dell’amico Mario Mantelli, e mi hanno confortato, a mo’ di esempio, i diari lirici di Matsuo Bashō.
Ecco cosa ne è venuto fuori…

Haiku sull’Appennino 06 mod

Giugno 2013

Il mattino di domenica 16 giugno 2013 non c’erano nuvole, e il pendio che scende verso Bregni e Restegassi, per poi risalire verso il Giarolo, istoriato di boschi naturaliformi e di campi coltivati, sfavillava di tanti verdi diversi:

Splende la valle
in curve e ampi riquadri
di vario verde.

Il pomeriggio, vedendo l’effetto delle nubi in movimento e della loro ombra proiettata sulla montagna, che sembrava, così maculata, la pelle di una salamandra, però ovviamente verde, mi è venuta questa immagine:

Sembra il Giarolo
una verde salamandra
d’ombra e di sole.

Alla sera, uno stormo di corvi ha cominciato a strepitare, volando in cerchio sopra i calanchi che dominano la vicina frazione di Fontanelle, e subito dopo l’oscurità ha cominciato a farsi densa. Ecco:

Strida di corvi:
in tondo sulla rupe
chiamano il buio.

La sera prima, sabato 15 giugno 2013, il cielo al tramonto era pieno di nubi spostate dal vento, che stormiva nel bosco sopra casa con un suono di risacca.

Tramonto mosso.
Il vento su nel bosco
imita il mare.

Poco dopo, il sole da casa nostra non si vedeva più, ma la sua luce spennellava di morbido viola la montagna.

Sera di giugno.
La luce sul Giarolo:
velluto viola.

Mercoledì 19 giugno 2013, al pomeriggio, siamo andati in piscina a San Sebastiano. Dopo aver giocato in acqua con mia figlia, mi sono sdraiato sull’asciugamano e sono stato colto da una dolce sonnolenza, favorita, anziché disturbata, dai rumori dell’acqua e dalle voci dei bagnanti.

Stesi in piscina.
Sciacquii e continue voci
danno sopore.

(sopore: Saffo, nel frammento n° 2, “Invito al tempio”, dice “koma” – da cui anche il nostro termine medico “coma” – intendendo, appunto, un piacevole assopimento, meno profondo rispetto al sonno, “hypnos”).

Saliti alla nostra casetta, mentre aspettavo di cenare ho osservato, lungo il crinale – la “Costa” – che separa la vallata del Curone-Museglia da quella del Borbera (e affluenti), arrivando fin contro il Giarolo, un ampio campo di grano già biondo, in mezzo ai verdi variegati di tutto il resto del paesaggio.

Sopra la Costa
tra i verdi si distende
grano maturo.

Dopo cena, quando l’oscurità si stava già diffondendo, mi sono messo a rincalzare, legare e innaffiare le lavande che ho piantato a inizio maggio. I grilli cantavano, e la loro flebile vibrazione era portata da un venticello leggero (“debole sistro al vento d’una persa cicala”, scriveva Montale), mentre in cielo la luna traluceva da una nuvola che le stava passando davanti. Mi sono sentito anch’io un po’ (ma solo un po’…) monaco giapponese al lavoro nel giardino del convento. Allora ho provato ad usare il metro tanka, scoperto nella raccolta di antiche liriche “La centuria poetica” – compilazione attribuita a Teika Fujiwara (in pratica, aggiungendo a un haiku due versi di sette sillabe).

Grilli alla brezza.
L’alone della luna
dietro una nube.
Nel buio che si addensa
curo le mie lavande.

Mattino di venerdì 21 giugno 2013. L’arrivo del giorno si intuisce dagli uccelli, che cominciano via via a intrecciare le loro note, e una melodia si sovrappone all’altra.

Canti di uccelli:
intrecci sovrapposti,
fanno il mattino.

Sempre mattino del 21 giugno. Il vento, abbastanza energico, fa correre alte nuvole nel cielo pulito; sui pendii, dondolano alla sua spinta le ginestre, che solo adesso (con oltre un mese di ritardo: è curioso come la Natura faccia convivere fianco a fianco piante che fioriscono sulla base del rapporto luce/buio, come i biancospini, con altre che si attivano a seconda della temperatura media, come le ginestre…) iniziano la piena fioritura. Viene in mente l’Anacreonte tradotto da Quasimodo: “Vibra il cupo fogliame / del lauro e del verde pallido ulivo”.

Il vento spinge
i cirri nell’azzurro
e fa oscillare
sulle ripe il recente
giallo delle ginestre.

Alla sera del 21, il sole tramontante esaltava il verde variegato delle pendici del Giarolo, mentre la luna, quasi piena, sorgeva da dietro la punta della montagna:

In pizzo al monte
la luna del solstizio
è quasi piena.
L’ultimo sole obliquo
fa sfavillare il verde.

Sabato 22 giugno 2013 è stato tutto abbastanza ventoso. Alla sera, ondate d’aria scuotevano gli alberi, li facevano dondolare. La luna si è alzata argentea dal Giarolo, appena a destra della punta, in un tondo quasi perfetto. Poco dopo, i corvi hanno preso a girare ad ampio raggio nel cielo, ripetendo monotonamente, come una preghiera, il loro aspro verso:

Tra soffi d’aria
la luna, ostia d’argento,
si alza dal monte.
La litania dei corvi
risuona tutt’attorno.

Domenica 23 giugno 2013, siamo andati a pranzare a Lunassi. Il cielo, nettato dal vento, era di un intenso blu, costellato di grandi nubi marmoree; la luce, così intensa, rincuorava.

Pranzo a Lunassi.
Il cielo, a smalto e nubi,
rischiara il cuore.

Dopo cena, il vento era freddo. Non solo sopra il Giarolo, ma anche sulla Costa e verso Dernice, ammassi di nubi sbrindellate (bluastre per lo più, molte grigie e anche qualcuna rosea) si muovevano al soffio.

Nubi a brandelli,
livide, grigie e rosa,
vanno nel vento.

Lunedì 24 giugno 2013, al mattino presto. Nella notte è piovuto, con lampi e tuoni. Ne residuano nuvole sparse, tutte scure. Ma contro di esse si staglia, sopra l’orlo delle colline a est – sopra Restegassi, dal nostro angolo di visione – un grosso batuffolo candido.

Un bianco sbuffo
di nubi sul crinale;
livide le altre.

Giovedì 27 giugno 2013, pomeriggio avanzato. La lavanda comincia a sventagliare i suoi cespi violetti, attirando i primi imenotteri, soprattutto bombi. Sulle lavande che fiancheggiano il muraglione, un insetto con antenne che ricordano, nella divaricazione, le corna di una lumaca, e con un rostro lungo e sottile, vola spostandosi piano, succhiando, senza posarsi, come un colibrì, da un fiore e dall’altro – e poi schizza via fulmineo (ricompare dopo cena, sulle lavande grosse del praticello). Si tratta, come ha osservato anche Darwin nel suo Viaggio di un naturalista attorno al mondo, di una farfalla sfinge (Macroglossum stellatarum).

Cuscino viola,
profuma la lavanda.
Ronzio di bombi.
Tra i fiori lungo il muro,
un colibrì d’insetto.

Verso sera, inizia a lampeggiare, a tuonare, a piovere nel vento. Il paesaggio verso il Giarolo si vela della nebbia sottile che appare, di solito, durante i piovaschi dell’estate avanzata.

Il temporale
appanna valle e clivi
come ad agosto.

Ma mi raccontano che ieri sera, col buio, hanno preso finalmente a pullulare, tra gli alberelli e i cespugli del pendio sopra casa, le lucciole.

Lucciole in volo
tra i rami della ripa:
un firmamento.

Dopo cena, verso le 21, per pochi minuti il sole si apre uno squarcio fra le nuvole a ovest, e proietta una fascia di luce rossastra a metà Giarolo.

Squarcio di nubi.
Fulgore porporino
a mezza costa.

Al mattino di venerdì 28 giugno 2013, fa piuttosto freddo: 11 gradi, rispetto ai 22 della scorsa settimana, alla stessa ora. Ancora nubi, irregolari, con squarci luminosi tra una e l’altra. Il sole, passando da una di queste aperture, batte sui campi appena sopra Restegassi, e li fa brillare.

Tra nubi scure
il sole chiazza i campi
di lucentezza.

Arrivato sotto Monleale, ho visto il paese immerso in due piccole nuvole che, come una caligine autunnale leggermente scura, ne ombravano e opacizzavano le forme.

Spegne i colori
Monleale, in nuvolette
simili a nebbia.

Nel pomeriggio, sopra al Giarolo si vedono nuvole marmorizzate in bianco e grigio, come dipinte ad acquerello, e accanto, o dietro, altri vapori esili, striati, simili a un gesso cancellato male sulla lavagna.

Cielo sfumato:
marezzi di acquerello,
sbaffi di gesso.

Sabato 29 giugno 2013, dopo pranzo, il cielo è velato, e il sole riesce a malapena a far trapelare il suo sfolgorio dalle nuvole. A più riprese cadono gocce, in un accenno di pioggia.

Opale ardente
nel cielo opaco, il sole.
Gocciola piano.

Vado al Guardamonte per l’inaugurazione della Casetta didattica. Dalla cima scendo agli scavi archeologici. Il bosco e il fitto sottobosco sono più bui per effetto della nuvolaglia. Salgo sulla rupe. Il paesaggio si dispiega ampio come ai tempi dei primi abitanti, e restituisce le stesse antiche emozioni.

Il bosco è scuro
sotto il cielo velato.
Ma dalla rupe
ritrovi lo stupore

dei primi insediamenti.

All’inizio della cengia che sottolinea la cima della rupe, alcuni gonfi e alti cespugli di ginestra colpiscono coi loro petali squillanti e con l’intenso aroma emanato.

Alta ginestra
a globi apre la cengia:
giallo e profumo.

Domenica 30 giugno 2013, finalmente, si svegliano tutti gli insetti dell’estate. Nel pieno giorno, le cicale, sulle piante in basso e nel bosco sopra casa, friniscono forte, e non lasciano più udire i versi degli altri animali.

Frinendo in alto,
coprono le cicale
ogni altro verso.

Subito dopo cena, mentre il Giarolo si scorge nitidissimo in ogni dettaglio, col sole che lo illumina da ovest, si odono le cavallette.

Netto diorama,
di sera, il monte; ortotteri
zillano intorno.

E ancora più tardi, mentre innaffio le lavande della staccionata, e il Giarolo è ormai rosso nell’ultimo sole, si sentono anche i grilli. Subito dopo, il monte rimane livido, mentre, prima di illividirsi anch’essa, una cresta di nubi, che pare la cima del Monte Rosa, spunta velocemente, per pochi minuti, a sinistra della montagna, all’inizio del suo triangolo.

Il sole cala.
Il monte ora si arrossa.
Cantano i grilli.
Fugace marmo rosa
si affaccia verso Varzi.

Haiku sull’Appennino 03 mod

Bozzetti di luglio e agosto 2013

Incapace di elaborare alcunché stando ad Alessandria, ritrovo spirito di osservazione e voglia di descrivere appena ritorno in Valle. Continuo, così, coi miei esercizi pseudo-giapponesi.

Sera di venerdì 5 luglio 2013, dopo cena. Il Giarolo si erge in un crepuscolo di vago bianco sporco tinto di rosa antico. I campi di frumento, o di altre graminacee, sono ormai tutti gialli, e un po’ giallognoli iniziano a essere anche gli appezzamenti rinselvatichiti. Si sentono vibrare le ali delle cavallette, dei grilli e di qualche sparso imenottero ancora in volo. Come sottofondo sonoro, l’avifauna continua a intrecciare i suoi richiami complessi.

Contorna il monte
crepuscolo rosaceo.
Il giallo cresce
nei campi. Insetti vibrano.
Sferruzzano gli uccelli.

Solo con l’oscurità, poi, si vedono le lucciole: non solo nel bosco sopra casa, ma anche nell’erba del sentiero che sale verso l’ovile del Bruno.

Col buio pulsa,
mobile, uno stellato
tra l’erba e i rami.

Il pomeriggio di sabato 6 luglio 2013, il cielo era di un azzurro più pallido, quasi velato di una sottile caligine. Su di esso, grandi blocchi di nuvole, come zatteroni, si muovevano, con colori dal bianco al grigio scuro.

Nel cielo smorto
vanno le nubi a chiatte
di bianco e grigio.

Mentre andavamo a Lunassi, verso le 19.30, passando da Magroforte inferiore, Magroforte superiore, Costa dei Ferrai e Serra, si osservava un pennacchio di nube bianca, circondato e in parte coperto da altre nubi scure. Suggestivo era l’accostamento tra i pendii illuminati dal sole, coi loro colori, e il tono bluastro delle nubi nel cielo.

Smagliante effetto
tra nube bianca, nembi
e ripe al sole.

Arrivato in paese, ho seguito Via Marchesi Malaspina, una stretta stradina asfaltata che costeggia, da sotto, le case e sovrasta il dirupo che scende al Curone. Lì, verso il torrente, accanto a un capanno avvolto di rampicanti e col tetto di fibrocemento, ho notato una palmetta come quella della piscina di San Sebastiano.

Piccola palma
dalle foglie a stiletto
sotto Lunassi.

Il mattino di domenica 7 luglio 2013, le cicale attaccano a cantare assai presto, già verso le 7.30, quasi il sole desse inizio al loro verso raggiungendo coi suoi raggi i rifugi tra le foglie.

Via alle cicale,
appena il sole tocca
i loro nidi.

Le lavande, adesso, oltre che di imenotteri, sono piene di farfalle (bianche, marrone chiaro, marrone scuro, qualcuna anche nera) che svolazzano attorno. Soffia, per qualche secondo, una brezza che fa staccare e planare al suolo, in un nugolo, le foglie gialle delle robinie.

A un soffio d’aria,
foglie – farfalle gialle –
volano al suolo.

Alberi e cespugli oscillano all’unisono, in una specie di danza diretta dal vento.

Vento coreografo,
fa dondolare a ritmo
alberi e arbusti.

Appena dopo pranzo, nel cielo c’erano nuvole che poi si sono pigramente disfatte, sfilacciandosi, a ovest.

Tenui acquerelli
di nubi, in indolente
sfarsi verso ovest.

Mentre scendeva il buio e io innaffiavo le lavande, sul Giarolo indugiavano nubi pastellate, tra le quali il cielo appariva di un azzurro fosco, da pietra dura (verso Est, invece, le nuvolette erano scure contro un cielo ancora ardente).

Blu di zaffiro
tra le nubi, al crepuscolo,
borda il Giarolo.

Alla mattina di lunedì 8 luglio 2013, quando mi sono alzato, appena dopo le sei, si sentiva un sonoro ronzio sulla pianta di tiglio dei vicini, che intensamente profumava. Sulle lavande, gli insetti erano ancora pochi.

Mattino presto.
Sul tiglio gli imenotteri
ronzano forte.

La sera di mercoledì 10 luglio 2013, sul versante sinistro del Giarolo, un accenno di temporale che si è poi risolto in nulla.

Si affosca il monte.
Qua e là spacchi di folgore.
Rotola il tuono

Mattino di domenica 14 luglio 2013, ore 9.00. Stavolta l’haiku basta da solo.

Sopra il paesaggio
un lieve appannamento.
Il cielo è smorto.

Stesso giorno, ore 11.40.

Nasconde il capo
il Giarolo fra nubi
di tenue grigio.

— o —

Per un po’ di giorni sono stato impegnato in altre scritture. Ma ho ripreso le annotazioni a fine mese. Al mattino di mercoledì 31 luglio 2013, verso le 7, scendendo a valle, il borgo di Restegassi appare ancora in ombra, perché il sole rimane basso dietro il crinale.

Le case bianche
di Restegassi attendono
il primo sole.

E, i giorni di martedì 30 e mercoledì 31 2013, una mietitrebbia rossa stava lavorando nel grande campo accanto a Vigana, tra la frazione e il sentiero per Dernice, a sinistra sopra la sorgente: come per le ginestre, con un mese di ritardo rispetto alla tabella di marcia normale (il grano è generalmente pronto verso il giorno dei SS. Pietro e Paolo).

Accanto al borgo
soltanto a fine luglio
mietono il grano.

Domenica 10 agosto 2013, verso le sette del mattino, ma poi anche durante buona parte della mattinata (col velo che tendeva a dilatarsi e a farsi più impalpabile), un lago di filamenti nebbiosi intrecciati ricopriva tutta la conca di Restegassi e si prolungava, sempre più lieve, passando sopra Bregni, fino a destra della frazione, quasi a rimarcare l’intera mole del Giarolo. Il cielo era purissimo.

Su Restegassi
fitta garza di nebbia
sfuma oltre Bregni;
con un cielo purissimo,
sottolinea il Giarolo.

A notte, dopo la pizzata coi vicini, ci siamo sdraiati a terra sugli asciugamani da spiaggia, di fianco alla stalla che ci schermava i lampioni, per guardare il cielo di San Lorenzo. Ho visto due piccole, rapidissime meteore scivolare fra gli astri: chissà se esaudiranno i desideri affidati loro…

Due tenui e effimere
scie uniscono le stelle
recando auspici.

Domenica 17 agosto 2013, nel pomeriggio, dopo essere salito (sabato 16) sull’Ebro, ho fatto una passeggiata fino alla Rivarossa e, tornando, sul Barilaro. Nelle parti boscate del sentiero, anche lungo il tratto che aggira il monte e scende all’inizio della sterrata per Costa Merlassino, diversi tronchi di castagni, deformati e contorti dalla veneranda età, parevano enormi feticci pellerossa.

Castagni totem
ai lati del sentiero,
carichi d’anni.

Martedì 19 agosto 2013, verso le 6.15, ad Est (guardando dalla stradina della Piana, sopra il tetto di casa), un livido ammasso sfilacciato di nubi bioccose, quasi a pecorelle, era tinto di rosso, nelle superfici esposte ai suoi raggi, dal sole nascente.

Sole che sorge:
su scure nubi a biocchi
spennella il rosso.

La sera di domenica 24 agosto 2014, è scoppiato un violento temporale. Nubi scurissime sul tratto di cielo sopra il cimitero. Lampi vicini e tuoni fragorosi.

Fosforo crepa
il livido dei nembi
sul cimitero.

Dopo i temporali serali di domenica 24 e lunedì 25 agosto 2013, martedì 26, verso le 6.15, pareva autunno. Le luci di Vigana tralucevano dalla nebbia (o dalla nube), offuscate come in pianura a novembre. E tutto, attorno, era filtrato dalla caligine. Quando sono partito, verso le 7, la compattezza della bruma si era aperta e il sole giocava con le velature sparse, sopra e sotto casa, dando a questi appannamenti colori diversi, dal giallo zolfo vagamente marroncino al livido. Svoltata la prima curva a sinistra dopo la frazione, mi sono trovato immerso in una soluzione di anice, che è durata fin dopo Fontanelle, dove il sole ha acceso tutto l’ambiente di una luce opalescente e dorata, in cui le particelle d’acqua sospese facevano da catarifrangente, da moltiplicatore.

Primo mattino:
velo di bruma. Quindi
il sole squarcia,
variopinge i vapori,
irradia opalescenza.

Il mattino di venerdì 29 agosto 2013 è l’ultimo nel quale sono partito da Vigana per venire in ufficio. Quando mi sono alzato, il sole non aveva ancora varcato il crinale ad Est, verso Varzi, ma vi erano, sparse in tutto il cielo, nubi allungate e sfilacciate, assai lievi, che riflettevano la sua luce: in verità più rossa che rosea, anche se Omero ha ripetuto, sia nell’Odissea che nell’Iliade, il verso formulare “Quando, mattiniera, apparve Aurora dalle dita di rosa (rododàktylos Eos)”. Ma nell’Iliade aveva anche detto “Aurora dal peplo di croco (krokòpeplos Eos)”, facendo pensare piuttosto al colore tra giallo e rosso-bruno dello zafferano e di alcuni preparati chimici, come il cinabro (o solfuro mercurico: HgS). Saffo, nel suo raffinato dialetto isolano, si limita a definirla “lucente Aurora (faìnolis Auos)”.

Strisce leggere
di nubi in tutto il cielo,
rosse d’aurora.

Per concludere il mese e il soggiorno in Valle, domenica 31 agosto 2013 ho voluto camminare sui monti attorno a Bruggi, che non avevo ancora percorso.

Dal paese sono salito, un po’ a casaccio, verso Est, tra pinete e faggete. Una capanna di tronchi e di assi grossolanamente squadrate ricordava quella di Thoreau a Walden Pond, per dimensioni e struttura (dentro, una tavola lunga con panche, una stufetta in ghisa, un ripiano – addossato alla parete – sul quale ci si può anche sdraiare).

Ho salito faticosamente ripidi pendii, anche dove non trovavo tracce umane cui affidarmi, fino al Monte Rotondo (1568 metri). Ho seguito in saliscendi (sotto gli alberi del crinale, ove il sentiero corre pianello, pozze di fango) la Via del Sale. Ho quindi abbordato il Chiappo (1700 metri), la cui cima appariva nascosta in una nube livida. Ho mangiato qualcosa ai piedi della statua di San Giuseppe, poi ho proseguito fino al Prenardo (1654 metri) e alla Bocca di Crenna, da dove sono ridisceso a Bruggi per la lunga e tortuosa carrozzabile inghiaiata alla quale si unisce la pista del Rifugio Orsi.

Duro sgambare
sui monti attorno a Bruggi,
lungo salite
di pini e faggi, fino
al Chiappo nella nube.

Nella pineta
un capanno di tronchi
ricorda Walden.

Haiku sull’Appennino 04 mod

Haiku 2014

Lunedì 6 gennaio 2014 sono andato a Vigana per fare qualche lavoretto e concedermi alcune ore di solitudine e silenzio (senza neppure il telefonino) all’aria pulita di lassù. Ho spostato una piantina di lavanda, penalizzata dall’ombra dei ciuffi più grandi, per sostituire una di quelle messe a dimora la primavera scorsa, che, dopo aver fatto i suoi fiori, è inspiegabilmente seccata. Ne è seccata anche un’altra, vicino a lei; tutte le altre hanno invece attecchito. Ho carezzato un po’ di lavande e di rosmarini. Il profumo che i cespi emanano toccandoli è benefico. E credo che il beneficio della carezza lo avverta anche la pianta. Il tatto come veicolo di positività… Mentre percorrevo il viottolo che dalla provinciale sale ripido a casa nostra, ho visto la corolla di una pratolina (Bellis perennis) biancheggiare sul verde dell’erba.

Epifania:
una margheritina
sull’erta erbosa.

Domenica 9 febbraio 2014 ho approfittato del sole del pomeriggio per una gita a Vigana. In tutta la Valle l’acqua colmava i fossi e a volte traversava a rivoletti la provinciale. Salendo da San Sebastiano, poco prima della casa del pittore Bagnasco, a Fontanelle, uno smottamento di terra invadeva il lato sinistro della carreggiata. Anche a Vigana, a una decina di metri dal cartello che precede la curva a gomito, il terreno era franato verso valle, e un pezzo di asfalto aveva ceduto. Il cielo era di un azzurro nitido. Soffiavano sbuffi d’aria, abbastanza freddi. L’acqua ruscellava tra l’erba in pendio, a fianco della strada, e gorgogliava nel tombino sotto il grande cespuglio di more. Filava rapida lungo la cunetta. Il Giarolo, nelle radure delle pendici e sui prati di vetta, appariva luminoso di chiazze innevate.

Cielo pulito.
Nei chiari del Giarolo
cenci di neve.
Rivoli d’acqua e d’aria.
Smotta il terreno intriso.

Domenica 23 febbraio 2014 sono andato a Vigana per sostituire la compostiera. I cespugli di lavanda si mostravano proni, così li ho legati alla staccionata per tenerli su. Ho pulito dalle erbacce le lavandine della staccionata nuova. Ho riposizionato ai lati della porta le piccole tuie in vaso. Nei punti dove il sole batteva con più insistenza, si vedevano le corolle delle viole, disposte come se qualcuno avesse spruzzato macchiette del loro colore. Tra l’erba del prato, già di un bel verde luminoso, erano fiorite le margheritine. Il Giarolo si mostrava appannato dalla foschia, ma il cielo era azzurro e il sole caldo. La neve indugiava ormai solo sui prati attorno alla vetta.

Monte appannato.
Sui prati del crinale
neve residua.
Spruzzi di viole al sole.
Pratoline nell’erba.

Domenica 2 marzo 2014 sono voluto andare a Vigana con l’intenzione di mettere mano a qualche lavoretto, come falciare i prati o pulire la fila di lavande e rosmarini ai piedi del muro. Ma ho trovato una sorpresa… L’intero paesaggio, compresa la rupe dietro casa, sembrava un presepe: la neve velava, o chiazzava, o impolverava di bianco tutte le superfici non protette dagli alberi, o sulle quali gli alberi crescevano più radi. Il cielo era coperto di nuvole irregolari, bruscamente sfumate. Nelle nubi era celata anche la punta del Giarolo, le cui pendici venivano colpite, di quando in quando, da prolungati sprazzi di sole che le accendevano di una nitida tridimensionalità. Attorno, una stereofonia di acque stillanti. Mi sono seduto guardando il monte, e ho scritto:

Giarolo acefalo.
La neve segna ovunque
le aree scoperte.
Il cielo è marezzato.
Gocciola tutt’attorno.

Sabato 8 marzo 2014. Finito di pranzare, e tra un lavoro di giardinaggio e l’altro, posso sedere al sole a torso nudo, leggendo pagine di Walden. Alzo gli occhi al Giarolo: la neve indugia abbacinante sui prati di vetta e in tutte le sfumate radure del versante nord. Più tardi, i raggi sghimbesci del tramonto stendono sulla cima e sulle pendici una solenne velatura violacea.

Neve nei chiari
sul lato nord del monte;
il sole avvampa
quando è alto, ma al tramonto
lo tinge di vinaccia.

Venerdì 14 marzo 2014. I mandorli (uno a Fontanelle e i due sopra la nostra aia) sono le sole piante fiorite che ho visto in Valle. Il Giarolo è velato dalla foschia, di giorno e di notte. La luna, piena e alta, illumina l’intero paesaggio. Quando parto per l’agriturismo, un tasso (Meles meles) sta acquattato sulla stradina verso la Piana, col furbo musetto a strisce e gli occhietti vispi. Appena mi avvicino, si arrampica agilmente su per la ripa dei fichi d’India. Lungo la provinciale, il cartello di Vigana è ormai franato anch’esso, sprofondando verso il campo del Bruno.

Mandorli in fiore.
Giarolo nei vapori.
La luna è piena.
Un tasso sul sentiero.
Smottato anche il cartello.

Sabato 15 marzo 2014. Mentre scendo a San Sebastiano per la spesa, noto che la Natura è ancora ferma, in generale, e infatti le roverelle conservano sui rami le foglie secche. Già al mattino presto, l’aria era mossa da sbuffi di brezza, anche abbastanza vivaci. Il sole è velato da nuvole discontinue, e l’intero paesaggio è appannato, con una leggera caligine che incombe su di esso.

Le roverelle
mantengono il fogliame.
Brezza animata.
Screziature di nubi.
Lieve foschia su tutto.

Sabato 29 marzo 2014, la Valle è piena di germogli, sugli alberi e nei prati. I pescheti sono tutti rosa, come nella pantomima del secondo episodio del film “Sogni”, di Akira Kurosawa. I cespugli selvatici paiono esplosi in nuvolette di petali bianchi. A casa, sento il ronzio dei primi imenotteri, sulla legna del fienile e sui fiori dei rosmarini, e, tutt’attorno, gli strumenti musicali di tanti uccelli diversi.

Teneri verdi.
La danza giapponese
dei peschi in fiore.
Sbuffi bianchi i cespugli.
Ronzii. Flauti di uccelli.

Domenica 30 marzo 2014. Dopo aver terminato i lavori in giardino, sistemando le lavande (che stanno poco a poco riprendendo vita), e dopo aver frugalmente pranzato, mi sdraio sotto un sole velato di nubi caliginose, con una brezza appena percettibile, di fronte a un paesaggio reso sbiadito dalla foschia. Seguendo le ondate del dormiveglia, mi giungono alla coscienza i richiami primaverili, fittamente intrecciati, degli uccelli, e il sibilo lievissimo dell’aria fra i rami.

Leggera brezza.
La lavanda si sveglia.
Paesaggio smorto.
Sonnecchio al sole opaco
e ascolto la Natura.

Domenica 6 aprile 2014, arrivando a Lunassi un po’ prima dell’una, osservo il cielo interamente velato da una foschia leggera e irregolare. Qualche rara nuvoletta in giro. Sulla parte sommitale del monte che si affaccia a sudest del paesino, la neve continua a ricoprire gli spazi aperti, ed è luminosa di sole.

In tutto il cielo
caligine screziata.
Poche le nubi.
La neve ancora brilla
a sudest, sul crinale.

Alle 15 esco dal Circolo. Il cielo mi pare più pulito, ma le nuvole stanno aumentando, verso sudest (a partire dalle 17.30, a Vigana, sentirò qualche sporadico rombo di tuono provenire in direzione del Giarolo). Si odono cantare gli uccelli, e la voce liquida del Curone che sale dallo strapiombo a sud. Le piante stanno buttando il fogliame novello e sono in piena fioritura.

Nubi in arrivo.
L’azzurro è un po’ più terso.
Canti di uccelli.
Lo scroscio del torrente.
Attorno, verde e fiori.

Per andare a Vigana, valico a Serra e attraverso Costa dei Ferrai e Magroforte. Scendendo verso Montacuto, vedo la falda del Giarolo, che dichina alle poche case, disseminata di chiazze variopinte, verdi (in varie gradazioni), bianche, fulve, marroni, grigie, come schizzate dal pennello di uno scaltrito paesaggista.

Scavalco a Serra.
Spruzzi multicolori
su Montacuto.

Sabato 12 aprile 2014 vado su a Vigana per piantare un Caco-mela e per fare un po’ di manutenzione al giardino. La valle è ormai in preda ai mille verdi della primavera. Terminata la fioritura rosea dei peschi, sono adesso i meli a impennacchiarsi di bianco. Il Giarolo si mostra torbido, incorniciato da un ammasso nuvoloso.

Sommerge tutto
un profluvio di verdi.
Meli fioriti.
Sul Giarolo impigliate
nubi grigie e foschia.

Quando esco dall’agriturismo, la luna proietta sulla caligine che la vela un ampio cerchio luminoso, dall’orlo quasi iridato. Il vertice del Giarolo sfuma nell’invisibilità. Arrivato a casa, avverto il soffio gradevole di un venticello leggero, che però non riesce a liberare il cielo notturno dai suoi tediosi fumi.

Luna alonata.
La punta del Giarolo
non si distingue.
Soffia dolce la brezza
senza pulire il cielo.

La mattina di domenica 13 aprile 2014 il cielo è coperto. Prima che io scenda a San Sebastiano per qualche acquisto, iniziano a cadere goccioline impalpabili. La montagna rimane bluastra di foschia. Gradualmente, le nubi si fanno dense e scure, e la coprono del tutto.

Fine pioviggine
da un cielo grigio chiaro.
Giarolo fosco.
Poi il nuvolo si addensa
e copre la montagna.

Nel primo pomeriggio il tempo si schiarisce. Il Giarolo non si sgombra ugualmente.

Trapela il sole.
Si alleggerisce il cielo.
Cresce la luce.
L’azzurro si fa spazio,
ma il monte resta opaco.

Il sole riemerso ha però l’effetto di far sbocciare di colpo un intero zodiaco di stelle di Betlemme (Ornithogalum umbellatum) in vari punti della salita erbosa tra la Provinciale e il lato sud di casa nostra. Ieri ne avevo vista una sola, sul bordo del prato delle lavande.

All’improvviso
le stelle di Betlemme
sulla salita.

— o —

Nelle vacanze di Pasqua (17-21 aprile 2014) ho annotato alcune immagini, che non hanno bisogno di particolare commento.

Giovedì 17 aprile 2014, dalle 20, ora a cui sono arrivato, alle 22, quando sono andato a dormire)

Giarolo viola.
La sera oscura avanza
nel cielo puro.
Sfolgorano le stelle
e un’aria preme fresca.

Venerdi 18 aprile 2014, ore 10.45, di ritorno da San Sebastiano)

Fruscio di vento.
Il canto del cuculo.
Abbaia un cane.
Liquidi cinguettii.
Ronzii sui rosmarini.

Verso le ore 17.00, durante una passeggiata nel bosco sulla rupe

Vento molesto.
I trilli degli uccelli
quasi zittiti.
Il sole filtra appena
e nega il suo tepore.

Sabato 19 aprile 2014, verso le 10.00, scendendo a San Sebastiano; è poi piovuto tutto il giorno

Pioggia insistente.
La nuvola ci avvolge.
Ma a Restegassi
si scende sotto l’orlo
e la visuale è nitida.

Domenica 20 aprile 2014, Pasqua, verso le 10.00, sul prato dell’aia

Riapparso è il sole.
Sui fili d’erba, iridi.
Azzurro a cirri.
Pennacchi sul Giarolo.
Vociano uccelli e insetti.

Stesso giorno: dopo aver pranzato fuori, al calore del sole, il tempo è tornato cattivo

È fredda, l’aria.
Nubi livido-grigie
e luce avara.
Sui prati della vetta
la neve è ricomparsa.

Stesso giorno, dalle 18.00 alle 21.00

Fa quasi freddo.
Giarolo incappucciato,
nubi bioccose
e cupe intorno, gocce…
ma solo a notte piove.

Lunedi 21 aprile 2014, Lunedì dell’Angelo, ore 8.30 – 9.00, guardando verso Bregni e la base del Giarolo)

Cielo biancastro.
Vapore scorre a biocchi
sui boschi acclivi.
Giarolo cancellato.
È umido, ma non sgronda.

Stesso giorno, ore 15.30, passeggiando lungo la stradina asfaltata della Costa, sopra Vigoponzo, guardando attorno cime più o meno alte, tutte nascoste dai lembi inferiori della nuvolaglia

Un’aria lieve
movimenta le nubi
di grigio e bianco.
Le vette, dalla Costa,
svaniscono offuscate.

Stesso giorno, ore 16.00, proseguendo fino a Caviggino, ma anche più tardi attorno a Bregni

Dalla stradina
si odono i primi grilli
in mezzo ai prati.

Giovedì 24 aprile 2014, arrivando a Vigana alle 19.45, ma anche più tardi, col buio

Anche qui a casa
scampanellano i grilli
nell’imbrunire.

Venerdì 25 aprile 2014, verso le 14.00, coricandomi sul cemento verso sud, infastidito dai moscerini

Sole velato.
Pigolii multiformi.
Moschini addosso.

Stesso giorno e posizione, tra le 15.45 e le 17.15

Tuoni ad oriente;
nubi livide e gonfie
lì e sul Giarolo.
Vanno a coprire il sole
e piove: non per molto.

Stesso giorno, lasciando San Sebastiano, alle 18.45

Le chiome d’albero
sono nuvole verdi
sulla collina.

Giovedì 1° maggio 2014, ore 15.30. Da Brignano in qua, il cielo è a nuvole mosse. Al sole si accompagnano, a tratti, piccoli scrosci, o una leggera pioviggine. Una volta a Vigana, sento tuonare da ammassi livido-bluastri sia a est che a ovest, mentre il soffio d’aria è quasi impercettibile, e tiepido. Mi viene in mente il proverbio dialettale che mia nonna mi ripeteva da piccolo, e che mi lasciava perplesso, spingendomi ad immaginare (all’epoca, prendevo alla lettera tutto quel che mi veniva detto) il sarto del paese inspiegabilmente innervosito dalla meteorologia: “Quanch’ el piöva cu gh’è u su, l’è e’ rabia di sartù”.

Piove e c’è il sole:
“É la rabbia dei sarti”
diceva nonna.
L’acquerugiola è lieve,
la brezza blanda e mite.

Stesso giorno, alle ore 19.00, dopo aver pulito le lavande dalle erbacce

Qualche ginestra
abbozza i primi gialli
lungo la rupe.

Stesso giorno, ore 22.30, tornando dall’agriturismo

Non c’è la luna.
Le stelle nette tremano,
ma è buio pesto.
Sulla strada, una lepre
prima di Fontanelle.

Venerdì 2 maggio 2014, ore 7.50

La nebbia ammanta
di spire le pendici
e cela il monte.
Il cielo è un grigio mosso.
Crepe di chiaro a sud.

Stesso giorno, ore 9.06-10.00

La nebbia lievita,
ricoprendo i crinali.
Umido e grigio
intridono le ossa.
Solo alle dieci piove.

Nel tardo pomeriggio, ore 18.00

Per tutto il giorno
pioggia costante e fine.
Biocchi di nebbia
nascondono le chine
e la cima del monte.

Sabato 3 maggio 2014, ore 10.30 – 11.00

Il sole scalda
ma il monte è inturbantato.
Cirri e altre nubi
chiaroscurano il cielo,
turchese dove appare.

Stesso giorno, ore 14.00

Un po’ di vento
spazza le nubi e asciuga
l’erba e il terreno.

Dopo cena, alle 20.30, vado a fare una passeggiata con Ester, seguendo lo stradone fino a dopo la curva a gomito verso Dernice, e poi, scendendo attraverso il sentiero, tra le case della frazione. Notiamo che un aereo lascia una scia livida, del colore delle nubi, e sentiamo tuonare verso nord-ovest, verso Tortona: dove, infatti, in quel momento fa temporale.

Sopra il Giarolo
cartine al tornasole
di nubi: rosa,
e livide d’intorno.
La luna è al primo spicchio.

Domenica 4 maggio 2014, durante quasi tutta la giornata. Il cielo e l’aria erano pulitissimi, le nubi michelangiolesche. L’intero, curvo paesaggio, che saliva da Bregni al monte e ai crinali, appariva bulinato a rilievo dall’effetto tridimensionale dei chiaroscuri di sole e ombra.

Cristallo azzurro.
Gonfi marmi di nubi
sopra il Giarolo.
Il verde, in sole ed ombra,
dà volume ai versanti.

Domenica 11 maggio 2014, a Vigana per qualche piccola faccenda domestica. Trovo le ginestre, sulla riva che sale a destra, dopo Fontanelle, già coi primi fiori; lo stesso avviene per quelle disseminate lungo tutto il versante sud della rupe, dietro casa nostra (ore 12.00).

Ginestre schiuse:
passata Fontanelle;
qui, per la ripa.

Stesso giorno, ore 14.30 – cade persino qualche piccola goccia

Il vento romba
e agita i rami; grigie
nubi diffuse.

Poco più tardi, ore 14.50, il vento sposta qua e là le nuvole, comprese quelle sul Giarolo: che però, pur piegandosi, rimangono ancorate alla montagna

Sul monte ondeggia
un berretto di nubi
che non si sfila.

Ma la situazione evolve rapidamente, non appena il vento muta direzione – ecco, alle ore 15.40

Girando, il vento
sta ripulendo il cielo,
anche sul monte.

Ore 15.55, guardando in su dall’angolo di casa verso il muraglione

Sopra la rupe,
il cielo è blu profondo,
tra un ramo e l’altro.

Ore 17.40, il Giarolo dà quasi l’impressione di essersi ingrandito nel sole: che, a quest’ora, lo investe dritto, senza chiaroscuri

In puro verde
ipertrofico il monte
al tardo sole.

Sabato 17 maggio 2014, arrivando in Alta Valle, verso le 16.45;

Giarolo torbido
e ombrato dalle nubi.
Sul resto, il sole.

Appena finito di lavorare in giardino, verso le 19.30:

Il sole spalma
sul monte, un po’ appannato,
i tardi raggi.

Una piccola passeggiata, dopo cena, ore 21.00:

Mareggio scuro
del vento fra le piante.
Nuvole grigie
incoronano il monte.
Si odono grilli e uccelli.

Domenica 18 maggio 2014 mi sveglio presto. Esco verso le 5.00 a dare un’occhiata.

Nel cielo puro
luna calante e Venere.
Albori ad est.
Col vento che persiste
il monte si è snebbiato.

Passato appena un quarto d’ora, alle 5.15:

Subito dopo
il pianeta sparisce.
Cinguettii intorno.

Faccio ancora un po’ di lavori, rifinendo l’erba e pulendo lavande e rosmarini; ore 10.40:

Fiocchi di nubi
incandescenti al sole
sopra il Giarolo.

Sempre lavorando, ore 11.00, le ginestre mi fanno venire in mente i versi di Leopardi

Il primo, dolce
profumo di ginestra
consola, al vento.

Mi siedo finalmente al sole, a leggere Lavorare stanca, di Pavese. Alzo gli occhi ripetutamente e osservo la stessa cosa: ore 11.45, ore 12.55… Poi ancora, più volte, nel pomeriggio…

Solo una scia
d’aeroplano, fugace,
graffia l’azzurro.

Domenica 25 maggio 2014, dopo aver votato, salgo a Vigana. Mentre mi preparo il pranzo, verso le 13.00, odo miagolii prolungati e sonori. Nell’aia, la mamma delle nostre gatte e la loro sorella rimasta lassù, quasi uguali all’aspetto, litigano furiosamente, il pelo ritto, le code enormi.

Zuffa tra gatti,
purtroppo madre e figlia.
C’è un lieve vento.
Le nubi si coagulano,
cancellano l’azzurro.

Ore 14.30:

Appena il vento
cheta, il sole traluce
e, un poco, scalda.

Ore 16.30, mentre accudisco parte delle lavande

Tra i cespi in fila,
lavandine fiorite
di viola intenso.

Ore 18.00: dal retro della casa si ode il cucco emettere, in rapida successione, il suo limpido canto bitonale, seguito come da un ansimare di tosse

Note convulse
del cuculo, invisibile
sopra la ripa.

Domenica 1 giugno 2014, verso le 12.40, arrivando a Lunassi dopo essere passato da Vigana:

Le nubi tracciano
acquerelli di grigio
sopra i crinali.

Lunedì 2 giugno 2014, ore 8.30:

Boccioli gonfi
su tutte le lavande;
ginestre fulgide
di giallo; ai bordi, accese
colonie di papaveri.

Ore 11.00:

Si appanna il monte
sotto un velo di cirri.
Il sole è opaco.
Una brezza si leva,
fa vibrare le foglie.

Ore 11.15:

A poco a poco
i cirri si fan nubi
bianco-grigiastre.

Ore 11.35:

Nuvole calano
e coprono il Giarolo
di nebbia grigia.

Ore 13.00:

Svanisce il monte
in livida foschia.
L’aria è più lieve.
Il cielo è ormai coperto

ma non si odono tuoni.

Ore 14.30:

Il sole si apre
un varco e tutti i verdi
sono esaltati.

Ore 15.30:

Quando è coperto
il sole, la campagna
ha un filtro giallo.

Ore 15.50. Mentre vado, per la Piana, a portare la spazzatura, all’altezza del roveto che avvolge il susino, dove tutti gli anni colgo le more, mi imbatto nella carogna di una Mustela nivalis in avanzata decomposizione; restano intatti i denti aguzzi e la coda a lunghi peli marroni. Qualcuno deve averle sparato, perché è difficile sia morta per altre cause, su questo viottolo:

Passando a piedi,
una donnola morta
sulla stradina.

Domenica 15 giugno 2014, il tempo lacrimoso non mi dissuade dal salire ugualmente, per un po’ d’aria e di pace. Poco dopo l’arrivo, alle ore 15.00:

Con questa pioggia,
il verde si è ripreso
quasi dovunque.
Il monte ha una corona
di nuvole a brandelli.

Ore 15.25. Osservando le aree a prato, vicine e (col binocolo) lontane, noto che, dove l’erba è alta, declina a un ricco color paglia.

Le graminacee
alzano spighe d’oro,
ormai mature.

Ore 15.30. Uno scampanio dondolante sale da Bruggi o da Restegassi, annunciando una funzione.

Su dal pendio
si sentono campane
ondare a festa.

Ore 15.45. Affacciato al parapetto delle lavande, ascolto sonori richiami di volatili provenire dal folto degli alberi da frutto sotto la strada, e un verso gutturale cadere dal cielo. Dietro di me, un imenottero nero e dorato svolazza sulle infiorescenze azzurro-rossastre di un cespo di erba viperina (Echium vulgare).

Tra i rami fitti
gorgheggiano gli uccelli.
Un corvo gracchia
volando alto. Sui fiori
dell’Echium ronza un bombo.

Alle 16.45, il tempo si incupisce sulla montagna, per poi alleggerirsi di nuovo mezz’ora più tardi. Una lievissima corrente d’aria, che arriva da ovest, porta con sé tracce minime di profumi.

Livide nubi
sovrastano il Giarolo.
Nell’aria, un vago
sentore di lavande,
ginestre, erba bagnata.

—- o —-

Martedì 15 luglio 2014. Riprendo cautamente a scrivere qualcosa dopo settimane di silenzio, di sconfortante, penosa sfiducia nelle parole, nella loro capacità di rompere il nostro isolamento, di comunicare il nostro dolore. Una sfiducia taoista: “Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao, i nomi che si possono nominare non sono nomi eterni. […] Per questo il saggio si pone al servizio del non agire e pratica l’insegnamento senza parole. […] Quando la fiducia è insufficiente, la fiducia viene a mancare” affermava Lao Tsu. Per la voce in parte ritrovata devo ringraziare le potenti suggestioni naturalistiche del biologo americano David George Haskell, in La foresta nascosta, Einaudi, 2014. Basta accontentarsi del poco che le parole possono fare, e non pretendere da esse cose impossibili. Ad impossibilia, nemo tenetur stabiliva, saggiamente, il Diritto romano: nel Codice giustinianeo e forse già da prima, agli esordi dell’Urbe. Anche Haskell, del resto (che a pag. 4 cita un detto del “filosofo taoista cinese” Chuang Tzu e a pag. 105, direttamente, una riflessione di Lao Tsu), pur usandole con notevole abilità, è abbastanza scettico verso le parole: “Mettiamo a tacere la nostra incapacità di capire nel solito modo: soffocandola con le parole” (pag. 101).

Ho annotato questo alle 13.30, seduto nel prato a sud:

Per tutto il giorno,
lavande piene d’api:
al peso, oscillano.
Bianche, tigrate o d’ocra
– ma lievi! – le farfalle.

Un po’ più tardi, verso le 15, camminando tra il prato sud e la staccionata che ho posizionato lo scorso anno:

Ecco, riappare
l’insetto colibrì
che liba in volo.
Sulle lavande nuove
farfalle marron scuro.

(E pazienza se viene in mente il “brutto tinello marron” di Paolo Conte…).

Domenica 3 agosto 2014. Avrebbe dovuto essere la giornata della festa annuale sul Giarolo, ma una pioggia temporalesca, con lampi e tuoni, bagna l’intera zona fino alle dieci del mattino passate. Solo alle 10.30, quindi, mi metto in movimento. Vado in macchina a Borgo Adorno, e imbocco una ripida mulattiera che parte di fianco al Castello. Ore 11.30:

Da Borgo Adorno
mi inerpico alle Stalle.
Nei boschi fitti
il sentiero è di un fango
che fa pesanti i piedi.

Appena dopo le Stalle il viottolo si ricollega alla stradina che monta da Giarolo, anche questa intrisa maggiormente di pioggia nei punti ombrati dagli alberi. Ma, anziché essere appiccicoso e attaccarsi alle scarpe, il suolo è qui un limo viscidissimo. Ore 12.00:

Si sale, a tratti,
su mota scivolosa:
fatica e rischio.

Ore 12.45:

In cima al monte
un’aria fredda. Stracci
di nubi bianche
si stendono a nascondere
la valle, verso casa.

Per evitare il pericolo di rovinosi capitomboli dovuti al fango, decido di scendere passando dal rifugio dei Piani di San Lorenzo, visto che quel sentiero, secondo quanto mi dice un’escursionista appena salita, è asciutto. Composita (conifere di almeno tre varietà, frutto di piantumazioni mirate; faggi, roveri, sottobosco…) e bella la vegetazione ai lati del percorso.

Ore 14.00:

Scendendo, per i
Piani di San Lorenzo,
pini a sinistra,
a destra latifoglie.
Il sentiero è pietroso.

Martedì 5 agosto 2014, prima delle 20.00, vado a Lunassi per la presentazione del libro Le erbacce nel piatto, dell’amico e collega Carlo Fortunato.

Luna a Lunassi,
crescente sul crinale
ancora al sole.

Venerdì 8 agosto 2014. Accompagno Ester e la sua amica fino alle cascine abbandonate della Crosa, in un viluppo di erbe spinose che hanno invaso l’antica stradina, nel tratto finale non più utilizzata da nessuno. Gli edifici sono in rovina, ma il primo, arrivando, doveva essere una bella costruzione, perché, pur essendo in pietra, presenta una riga di mattoni decorati, a sottolineare la cimasa. Divalla, con una parte del corpo, verso l’ampio incavo del fossato (la “crosa” propriamente detta). Annoto accanto a esso, verso le 17.00:

Giù nella Crosa,
tra rovi e piante irsute,
rami di fico.

Domenica 10 agosto 2014. La notte di San Lorenzo coincide con la luna piena, di dimensioni insolite, in quanto, per ragioni di rivoluzione, più vicina alla terra. Appena sorta, lungo il cateto sinistro del Giarolo, è di una tonda luminosità dorato-rossastra, poi, progressivamente, si imbianca. Difficilmente si riuscirà a vedere qualcosa. Ore 20.50:

La superluna
a sinistra del monte:
ostia di luce.

Ore 21.30:

Sfregano a ritmo
le cavallette e i grilli
i loro archetti.

Ore 22.00:

Saffo ha ragione:
quando la luna è piena
non vedi stelle.
Solo qualcuna, fioca,
affiora nell’argento

Lunedì 11 agosto 2014, poco dopo essermi alzato, facendo gli esercizi mattutini. Ore 6.20:

La luna, scesa
sull’acquedotto, affonda
dietro il crinale.

Domenica 31 agosto 2014, verso le 9.45, poco prima di partire per il ritorno in città, scrivo quanto avevo osservato il giorno prima, a proposito delle lavande lungo il muraglione (tutte, eccezionalmente, riammantatesi di viola, seppure con petali meno fitti) e del vecchio rosmarino: che, come le due santoregge (Satureja hortensis, chiamata anche erba pepe, per il sapore), piantate tra esso e la porta della stalla, appena fuori dall’ombra del fico, è costellato di corolle – azzurre-indaco, il contorto arbusto legnoso; bianche, i piccoli cespi scarmigliati.

In piede al muro,
il rifiorire insolito
delle lavande.
Sbocciati, accanto al fico,
rosmarino e erbe pepe.

Domenica 14 settembre 2014 salgo a tagliare le lavande. Arrivo verso le 11.40, dopo aver fatto un po’ di spesa.

Verde diffuso
fino a San Sebastiano;
da Fontanelle
sulle foglie compaiono
le tinte dell’autunno.

Così il cielo mentre lavoro:

Nubi che passano;
Giarolo incoronato;
azzurro intenso.

Domenica 5 ottobre 2014. Vado a Vigana per prendere un po’ d’aria – e di quiete. Il viale di San Sebastiano comincia a tingersi della stagione. Ore 11.10:

Robinie e tigli
si dorano pian piano
lungo la strada.

Salendo, appena passata la frazione Poldini e il suo torrente, grandi fiori giallo sole ai due lati, ore 11.15:

Topinambours
illuminano i fossi
dopo l’Arzuola.

Prima e dopo Fontanelle, attorno alla Provinciale (ore 11.20):

L’autunno spruzza
di gialli, rossi e viola
tutte le rive.

Quando scendo dalla macchina – ma poi anche per l’intero pomeriggio – il monte è coperto di caligine, più o meno scura e densa, secondo il momento (annotazione ore 15.00):

Giarolo fosco,
nascosto dalla nube
fino alla Costa.

Mentre pulisco le lavande dalle erbacce, noto che in cima alle spighe che non avevo tagliato è ricomparso qualche isolato fiorellino pentagonale (ore 15.15):

Sulle lavande
sporadiche corolle:
stelline viola.

Domenica 9 novembre 2014, nel pomeriggio: una rapida visita per verificare che lassù tutto sia a posto. Salendo lungo la valle, si vedono gli alberi di pesco con tutte le foglie virate a un luminoso rosso-marrone. Altri alberi, come le robinie, portano ancora un certo numero di foglie, verdine in vario grado di pallore. Altri ancora hanno foglie in diverse sfumature di giallo, o, come i tigli, sono già senza foglie:

Aria appannata.
Pescheti rugginosi
come lamiere.
Il resto: verdi, gialli,
o rami denudati.

Davanti a casa:

I vellutini
allargano corolle
di giallo e rosso.

Dalle nuove lavande:

Giù verso il fico
ha l’erba viperina
steli fioriti.

In fondo alla staccionata:

La yucca innalza
cerose campanelle
riunite a spiga.
Le esplora un freddoloso

insetto nero e d’oro.

Trapela il sole
dalla coltre di nubi,
ma non riscalda.
Avvolto nel grigiore,
è invisibile il monte.

Camminando lungo la stradina della Piana, fino a casa del Renzo:

Azzurra luce
dei fiori di cicoria
vicino al forno.

Venerdì 12 dicembre 2014, verso le 18.00, andiamo alla festa del centenario di Guido Delucchi, all’agriturismo Cà dell’Aglio, sul bordo di un’altura che domina Momperone e l’intera vallata. Usciamo appena dopo le 20.00 e, nel buio, vediamo lo spettacolo che di dispiega sotto di noi.

Da Cà dell’Aglio
le luci nella valle:
un firmamento.

Haiku sull’Appennino 06 mod

Haiku 2015

Venerdì 2 gennaio 2015 salgo a dare un’occhiata alla nostra casetta. Annoto, verso le 14.30:

Patina bianca
su suolo, e tetti in ombra.
Ma alla Casuzza
il sole ha già un tepore
che annuncia primavera.

Ore 15.00:

Il monte è a curve,
morbide d’ombra e sole.
Traluce il bianco
sulle aree più scoperte
delle falde inferiori.

Ore 15.35:

Attorno a casa
calendule arancione,
Bellis, tarassachi.
Alcuni rosmarini
osano un po’ di azzurro.

Ore 15.50:

Fruscio di vento
tra i rami della rupe:
ora fa freddo.

Domenica 4 gennaio 2015, verso le 15.00, dopo un po’ che sono arrivato alla Casuzza:

Luce argentata
e cielo trasparente.
Scomparso il bianco.

Vado a fare una passeggiata lungo il sentiero sopra la rupe. Ore 16.00:

Vento nel bosco.
A ondate, l’aria fredda
cresce con l’ombra.

Più tardi, un’oretta dopo la scomparsa del sole (lungo il tratto finale della Costa, verso l’acquedotto), mentre sono davanti a casa. Ore 17.20:

Si alza la luna
dal tetto dei vicini,
nitida e tonda.
Richiami in volo annunciano
che la giornata ha fine.

Dopo cena vado a fare due passi (seguendo la provinciale e tornando poi lungo la stradina) fino a Vigana, osservando le decorazioni natalizie: in un paio di case giù a Bregni, dai Semino, da Renzo, da Silvio e lungo i contorni del Castello. Ore 20.45:

Le luminarie
nelle case abitate
e sul Castello.

Lunedì 5 gennaio 2015, dopo aver fatto colazione e riordinato in casa, mi siedo fuori a leggere. Il cielo è intensamente azzurro, ma alcune nubi sfilacciate, sopra il Giarolo, velano il sole, e la temperatura è ancora bassa. Ore 9.25:

Canti di uccelli
nel freddo del mattino,
lontani e limpidi.

Dopo pranzo, mi siedo ancora davanti a casa, a leggere. Ore 13.50:

Gracida un corvo.
Punge a soffi la brezza,
ma il sole è caldo.

L’arco del sole è breve e basso, in questa stagione. Ore 16.00:

Sorto un po’ a destra
della vetta, tramonta
su Vigoponzo.

Sabato 7 marzo 2015 salgo per qualche lavoretto: ripulire dalle foglie morte il prato anteriore e concimarlo; tagliare – in attesa di piantumarne una nuova – una lavanda delle prime che avevo messo a dimora (lungo la staccionata del muro), seccatasi già in autunno; spostare in basso, per l’imminente raccolta, gli ingombranti accumulati. Arrivo alla Casuzza verso le 11, dopo il viaggio in una natura soleggiata ma dormiente e la sosta a San Sebastiano per un po’ di provviste. Il Giarolo e le montagne che si intravedono ai suoi lati brillano di neve, in tutta la loro parte superiore.

Vette abbaglianti
nei chiari e sotto gli alberi
ancora nudi.

Verso le 11.30, mentre porto via lo strame con la carriola:

Bellis nel prato
e uno spruzzo di viole
scendendo al campo.

Passato mezzogiorno:

Cielo smaltato.
Il sole brilla puro,
ma l’aria è fredda.

Domenica 22 marzo 2015, profittando della propizia pioggerella primaverile, salgo a piantumare le due lavande che ho comprato ieri, in sostituzione di quelle morte. Passato Monleale e poi, appena dopo il Robivecchi, a destra:

Gemmati i peschi.
Sul ciglio della strada
viole a manciate.

Arrivando alla Casuzza, verso le 10.30:

Spruzzi di viole,
mandorli nevicati
e pratoline.

A mezzogiorno:

Monte coperto,
ma cielo luminoso.
Campane a festa
e gocciolio di pioggia.
Un cane abbaia in basso.

Ore 12.23:

Raglia un uccello
in cielo, sulla stalla,
e uno squittisce.

Ore 12.25:

Si scopre il monte
con qualche chiazza bianca,
diffuminata.

Ore 12.35:

Accanto al muro
costellazioni azzurre
di rosmarini.
Sui rosmarini
un bombo già banchetta,
malgrado il tempo.

Ore 13.10:

Passata l’una,
il monte è ritagliato
da nubi a brani.

Ore 16.40:

Nel pomeriggio
si è rinascosto il monte.
Grigia pioviggine.
Di sotto, è la vallata
verde luce sommersa.

Sabato 28 marzo 2015. Vado a fare un po’ di giardinaggio. Verso le 10.40, salendo:

Nel fondovalle:
primo rosa sui peschi,
meli ancor fermi.

Ore 11.00, arrivando:

Neve residua
sui pascoli di vetta.
Non una nube.

Quel che vorrei registrare alle ore 17.30 lo aveva già scritto Virgilio, alla fine della prima Ecloga:
Et iam summa procul villarum culmina fumant
maioresque cadunt altis de montibus umbrae.
Posso però cercare di tradurlo in un tanka:

“Lontano, i tetti
dei casolari fumano;
più lunghe scendono
dagli alti monti le ombre”:
così scrisse Virgilio.

Non solo nelle case lontane (a Bregni), ma anche in quelle vicine (Daniela, la Carla) comincia a uscire fumo dai camini.

Domenica 29 marzo 2015. Passeggiando verso Cà Vigino, ore 14.30 (ora legale, appena adottata)

La Val Borbera
spinge un brivido d’aria
lungo la Costa.

Ore 15.00:

Per tutto il tempo
il sole è opalescente
dietro le nubi.

Venerdì 3 aprile 2015 saliamo per la Pasqua. Arriviamo alla Casuzza verso le 11. Nel cielo, sole e nuvole sparse, sfilacciate.

Coi nuovi verdi
si sveglia la lavanda,
pian piano. Azzurri
varî dei rosmarini
in piena fioritura.

Nel pomeriggio, ripercorro il sentiero di Sant’Agostino, trovando, stavolta, il viottolo (ripido, erboso, sconnesso) di raccordo con la viuzza che arriva al Museglia, all’altezza della passerella che doveva essere già allora valico sul torrente, attraverso cui raggiungere il borgo di San Sebastiano – e la chiesa.

Scendendo a Sanse,
ai lati del sentiero,
primule e viole
sbocciate a ciuffi sulla
coltre di foglie secche.

Sabato 4 aprile 2015 esco di casa alle 13.30 e, malgrado la pioggia caduta nella serata di ieri e ancora stamattina, vado a percorrere l’altro ramo del sentiero (che si diparte verso sinistra, a poche centinaia di metri dalla chiesetta iniziale), fino al prato che incombe, da presso, sulla compatta frazione Vallescura di Brignano.

Si aprono gemme
in punta ad ogni ramo
dei boschi spogli.
Nubi di biancospini
rischiarano i roveti.

Lunedì 6 aprile 2015, con un bel cielo azzurro attraversato da rapide nubi, riesco finalmente a dirigermi alla Rivarossa. La provinciale per Montebore è franata, all’altezza del muraglione di sostegno, e il tratto venuto meno lo si percorre varcando un passaggio angusto e sconnesso scavato nel versante della collina. Anche la stradina inghiaiata che porta a Costa Merlassino è segnata dalle frane: parzialmente poco dopo l’inizio; totalmente poco prima del bivio per la Rivarossa, dove il fondo stradale è stato spinto via da un’ondata di bosco che vi si è riversata sopra, sconvolgendo ogni cosa e rendendo assai difficoltoso anche il passaggio a piedi. La ripida carraia che sale a destra, segnalata da una bella freccia blu (“Ripa rossa”), non ha invece subito danni. Ne ricavo un doppio haiku, annotato alle 15.07:

Strade e stradine
sbarrate dalle frane
a monte e a valle.
Da Costa fino
al Monte Barrilaro
percorso intatto.

Alle 16.10, poco prima dei ruderi di Rivarossa, guardo in su, a sinistra, lungo un tratto di sentiero leggermente infossato, e mi tornano alla mente i cactus dipinti da Ennio Morlotti a San Biagio della Cima, stagliati in verde, giallo e nero contro un azzurro carico:

A Rivarossa,
su un cielo morlottiano
arbusti incisi.

Torno indietro e salgo il Barrilaro. Bevo un sorso d’acqua, leggo qualche verso dagli “Ossi di seppia” di Montale, che porto nello zaino (“L’albero verdecupo / si stria di giallo tenero e s’ingromma. / Vibra nell’aria una pietà per l’avide / radici, per le tumide cortecce. / Son vostre queste piante / scarse che si rinnovano / all’alito d’Aprile, umide e liete…”). Poi mi metto a osservare l’imponente veduta che spazia ai miei piedi. Sono le 17.05:

Dal Barrilaro
si domina una trama
di creste, valli
e strade bulinate
fra boschi, rocce, campi.

Domenica 12 aprile 2015. Salendo, dopo Monleale, verso le 9.30:

Distesi in schiere,
spumeggiano di petali
meli e susini.

Alla Casuzza, ore 14.30:

Nebbie bioccose
velano il cielo e il monte
di lunghe garze.
Ogni minima vita
che vedo, mi commuove.

Ore 14.40:

Eco di cani
risale la vallata
a onde rifratte.

Ore 15.00:

Cespi fioriti
di rosmarino, a picco
sul muraglione.

Ore 16.30:

Su rive e fossi,
le “Stelle di Betlemme”,
bianche fra l’erba.
Sbocciate anche le croci
dei “Dollari d’argento”.

Sabato 25 aprile 2015, salgo per alcuni lavori di giardinaggio, ore 11.00:

Le viti fogliano.
Sui filari di meli
ancora i fiori.

Ore 12.00:

Verdi molteplici
spruzzano le pendici
in ciuffi tondi.
Astri di fiori gialli
avvampano nell’erba.

Ore 20.30, scendendo all’agriturismo Cà Bella:

Su Restegassi,
per metà illuminato,
il campanile.

Domenica 26 aprile 2015, ore 6:30:

Tutto il paesaggio
è perso nella nube
che ci ravvolge.

Ore 7.55:

Poi, gradualmente,
la foschia si dilegua,
scopre la vista.

Ore 8.23:

Nel fondovalle
si è raccolto il vapore,
vi indugia inerte.

Ore 8.29:

Ma si riespande
fino a inghiottire il mondo,
come all’inizio.

Ore 9.00

Di nuovo, piano,
riprende a ritirarsi,
svela le cose.

Ore 15.45:

Qualche ginestra,
sul Campo dei Morroni,
ha i primi fiori.

Saliamo, la sera di giovedì 30 aprile 2015, per trascorrere in Valle alcuni giorni, profittando della festività del Primo Maggio. Sono un po’ stanco e avvilito, in questo periodo, e non ho voglia di cimentarmi con inutili parole. Ma qualche momento riesce a superare la fascia grigia, a far giungere lo stesso a destinazione i suoi colori e i suoi suoni.

Venerdì 1° maggio 2015, giornata piena di nubi e di vento molto forte, che costringe a rimanere in casa. Ore 19.00:

Aghi di pioggia
mi spruzza in faccia il vento
scuotendo gli alberi.

Sabato 2 maggio 2015, ore 18.00. Bella giornata di sole. Appena la luminosità si attenua (ma si comportano così anche quando la diminuzione di luce è dovuta al velo di nuvole; allo stesso modo, si chiudono le corolle delle Stelle di Betlemme), i grilli attaccano il loro tremulo frinire.

Nel campo, i grilli
cominciano a scrollare
la sonagliera.

Domenica 3 maggio 2015, mentre faccio i miei lavori di giardinaggio e porto nel campo la ramaglia tagliata, sono circondato dalle complesse, elaborate melodie cristalline di tantissimi uccelli:

Tutto all’intorno
lo spessore intrecciato
di mille canti.

Nel pomeriggio, subito dopo pranzo, faccio una lunga camminata (dalle 12.45 alle 16 passate). Sulla Costa, vado fino oltre Cà Vigino, visitando la chiesetta di Sant’Espedito, aperta. Poi, per una stradina fiancheggiata da roverelle, scendo a Cascina Carrano (e qui trovo aperta la cappelletta di Santa Teresa del Bambin Gesù). Poi, lungo la provinciale, risalgo a Zebedassi e a Vigoponzo, e da qui scavallo di nuovo a Vigana. Parto, per tornare in città, alle 17.15.

Sono una festa
le ginestre fiorite,
seppure poche.

Scendendo, alle 17.20, nei pressi dell’agriturismo, osservo una lama di luce obliqua puntare e trafiggere, con umido effetto iperrealista, una parte del paesaggio – un po’ come nella più famosa poesia di Quasimodo.

Sulla Cà Bella
il sole fra le nubi:
raggio nel bosco.

Sabato 9 maggio 2015. Nel pomeriggio salgo a falciare l’erba attorno a casa. Ore 15.00:

La fioritura
delle robinie, immensa,
vela la Valle.

Ore 15.45:

Che giallo intenso
e che profumo fino
han le ginestre!

Notte fra il 9 e il 10 maggio:

Brillano, fredde,
miriadi di stelle,
nitide e dure.
La luna, già sbreccata,
si leva ad alta notte.

Nel “fine settimana lungo” (e/o “ponte”) del 2 giugno mi occupo del giardino e, soprattutto, sgombero la cantina, in vista della successiva ristrutturazione. Lavoraccio impegnativo e faticoso, che mi lascia comunque l’agio di annotare qualche immagine. Domenica 31 maggio 2015, ore 21.30:

Le prime lucciole
indugiano al riparo
dall’aria fredda.

Lunedì 1 giugno 2015, ore 21.10:

La luna è piena.
Profumo di ginestre.
Gemono i grilli.

Martedì 2 giugno 2015, ore 7.45:

Al sole obliquo
del mattino, il paesaggio
ha più spessore.

Sabato 6 giugno 2015, il clima in città è torrido. Solo verso sera riesco ad affrontare il viaggio. Salgo a innaffiare un po’ di vasi e a cenare (ottimamente, e con in più una bella vista sui colli circostanti, verdi e luminosi, un nostalgico sottofondo musicale dei primi anni Ottanta, e un fresco che rincuora) all’agriturismo Cascina Battignana, di San Sebastiano Curone. Stasera mi sento un po’ Montalbano che mangia da Enzo. Ore 19.40, mentre salgo:

Ha già un colore
di paglia, il grano duro,
oltre San Giorgio.

Domenica 7 giugno 2015, all’alba:

La prima luce
apre liquidi suoni
in mille becchi.

Ore 10.30, dopo aver proseguito il lavoro di sgombero della cantina, mi appoggio alla staccionata che dà sul Campo dei Morroni:

Fiori en pendant
dell’erba viperina e
delle lavande.

Lunedì 15 giugno 2015. Da ci ieri siamo di nuovo trasferiti per l’estate. Il tempo è variabile. Ore 13.30:

Stille di pioggia:
più fredde, per il sole
caldo ed il vento.

Ore 18.00:

More di gelso:
preludio dolce e bianco
ai frutti estivi.

Sabato 20 giugno 2015, nel pomeriggio, mi siedo fuori a leggere il bel libro di Patrick Leigh Fermor (terza e conclusiva parte dell’itinerario europeo a piedi, durato tutto il 1934) La strada interrotta, appena uscito in italiano. La fruizione degli spazi aperti della natura, dei boschi e dei sentieri di montagna, che inebria l’autore di gioia fisica, coincide, così, col mio vissuto. Ore 16.20:

Vibrano a ritmo,
tutt’attorno, gli archetti
delle cicale

Domenica 21 giugno 2015, tornando da una squisita “cena del solstizio” (come non pensare a Valéry? “L’anima esposta alle torce del solstizio, / ti sostengo, o mirabile giustizia / della luce, dalle armi spietate!”) presso l’agriturismo “Cascina Battignana”. Ore 22.30:

Esile luna
crescente. A lampi alterni
vagano lucciole.

Per un po’, non ho più voglia di scrivere. Dal 5 al 10 luglio 2015 torno finalmente in Provenza, ma anche lì, sul momento, nulla mi sorge. Vi scatto, però, diverse foto, e cammino molto.

Sabato 25 luglio 2015, al mattino presto, piove abbastanza forte.

Con l’acquazzone,
riprende fiato, intorno,
l’erba patita.

Non avevo dunque più voglia di scrivere. Però domenica 16 agosto 2015, quando percorro il sentiero della Rivarossa, mi incuriosisce il dosso verde del Gavasa, che non ho mai visitato, e decido di affrontare la deviazione. Ore 16.10:

Salendo il monte,
ovattato silenzio
sotto i castagni.

Ore 16.25:

Ma fra le querce
di vetta, qualche grillo
geme, sommesso.

Mando un messaggino coi due testi al “musagete” Mario, che ne rimane soddisfatto…

Haiku sull’Appennino 05 mod

Altri haiku

Domenica 19 aprile 2015, nel pomeriggio, arrivo alla Cascina Cerola, nella frazione Franchini di Altavilla Monferrato, per visitare la mostra fotografica “L’eterno messaggio della natura”, una trentina di intensi scatti artistici commentati, ognuno, da parole di scrittori. Imbocco poi un viottolo di terra, che conduce ad una vigna e da qui, attraverso un albereto, si inoltra fra i colli, in mezzo alla “natura” che le immagini esposte evocavano. Ore 15.35:

In fondo al campo, un
carretto abbandonato,
quasi disfatto.

Ore 15.50:

Mormora l’acqua
nel fosso che costeggia
redola e bosco.

Ore 16.00, raccolgo da terra, a diversi metri di distanza l’una dall’altra, tre uova di fagiano, svuotate da qualche predatore:

Sulla stradina,
i gusci grigio-beige
di uova rotte.

Ore 16.22:

Casali incombono
sui fianchi, un po’ scoscesi,
della valletta.

Ore 16.40:

Il basso colle
è una nube, screziata,
di foglie nuove.
Il filare di abeti
al piede è fuori luogo.

Ore. 17.10, tornando verso la cascina, odo latrati festosi, vociare di persone (“Diana!”), sonagli vibranti (prima, un grosso bovino, sdraiato nell’erba, aveva emesso un muggito sonoro e prolungato), e intravvedo, tra gli alberi, un cagnone dal pelo biancastro scorrazzare attorno ad una piccola mandria. Poco dopo, sono due i maremmani, identici, che vengono rapidamente verso di me, scodinzolando, e mi poggiano la testa contro le gambe, chiedendo coccole:

Stanno allenando
due cani da pastore,
con delle mucche.

Ore 17.30, lungo l’ultimo tratto di percorso, quando già si sente assai distinta la musica del trio che si esibisce nell’aia:

Due giovani asini
mi osservano in silenzio,
grigi e pezzati.
“Qué será será” suonano
fisa, chitarra e piffero.

Domenica 24 maggio 2015, nel primo pomeriggio, accompagno mia figlia a Quargnento, per un saggio di ginnastica artistica in occasione della festa del paese, che ricorda i 385 anni trascorsi dalla peste superata. Esco dal concentrico e mi siedo in un prato stabile di steli già maturi, vicino alle ultime case del borgo, a leggere Desert solitaire di Edward Abbey, magnifico racconto di una stagione passata in solitudine, come ranger, a sorvegliare ed osservare la natura selvaggia dello Utah. Annoto verso le ore 15.15:

Nell’aria asciutta
schiocchi di graminacee
scagliano semi.