La verità, vi prego sui cavalli

di Paolo Repetto, 30 giugno 2018

1 Prima

La verità vi prego sui cavalli QuadernoCerco di convincermi che è solo un po’ di stanchezza, lo scotto da pagare all’età. Perché a settant’anni, checché ne dicano i pensionati in fregola e la pubblicità che li titilla, è naturale che la voglia di viaggiare lasci il posto ad abitudini più pantofolaie. Ma la verità è un’altra: la depressione pre-partenza l’ho sempre sofferta, anche quando gli anni erano meno di un terzo di quelli attuali. All’avvicinarsi del giorno fatidico saltavano fuori i dubbi: cosa vado a cercare, ne vale poi la pena, avrei un sacco di cose da fare a casa (il che era anche vero), ecc … A quanto pare non ho mai avuto la natura del vero viaggiatore. Forse stavo bene dov’ero, abbastanza almeno da non desiderare altro.

Eppure ho continuato a partire, appena possibile (che significa, comunque, non troppo spesso). A differenza dei dubbi, sempre gli stessi, le motivazioni erano ogni volta diverse. Non ho mai tenuto un elenco delle destinazioni da raggiungere (o delle montagne da scalare) per poterle poi depennare. Mi sembrava, e mi sembra tuttora, una cosa stupida. Le mete nascevano lì per lì, sull’onda di un’occasione: muovermi con mio fratello o con un amico, rispondere all’invito di un altro, verificare una lettura o una notizia che mi avevano colpito, a volte semplicemente togliermi per un po’ dai piedi. Non nego che in qualche caso si sia trattato di veri e propri pellegrinaggi, ma anche questi condotti con criteri variabili: ho rispettato ad esempio la “sacralità” del castello di Tegel, dove nacque e trascorse l’infanzia Humboldt, o della tomba di Leopardi, mentre ho poi cercato nella New Forest la lapide in pietra di Alice Liddell, l’ispiratrice di Lewis Carroll, e ho visitato il cottage di Wordsworth e la casa di Thomas Mann a Lubecca.

Adesso arriva l’Islanda. Inaspettata, ormai. Era in programma una dozzina d’anni fa, dovevo attraversala in diagonale con Roberto Bruzzone, uno che divora distanze e pendenze con una gamba artificiale. Poi tutto è saltato, e le avevo messo una croce sopra. Ci ha pensato mia figlia Chiara: ha proposto una cosa molto meno sportiva ed epica, ma deve avere realizzato che per me poteva essere l’ultima occasione, e di questo le sono grato.

27389911203_435f65554b_oI dubbi tuttavia ci sono lo stesso. Perché poi, in sostanza, che ci va a fare uno in Islanda, a meno che non abbia appunto un carnet da riempire? Quando un amico me lo chiede a bruciapelo non ho pronta una spiegazione convincente (per lui, ma prima ancora per me, che già mi stavo interrogando per conto mio). Per quanto ne so c’è forse un albero per chilometro quadrato (e all’interno nemmeno quello), piove trecentosessanta giorni l’anno, a luglio, se va bene, la temperatura è sui tredici gradi, non ci sono musei e città d’arte e gli unici animali un po’ esotici sono le foche. Certo, l’aurora boreale e i geyser, ma per chi non è più in vena di trekking, non ha mai messo piede fuori dall’Europa e ha a disposizione per viaggiare ancora pochissimi anni, ci sarebbero teoricamente altre mete ben più interessanti.

Invece no. Una risposta c’è. L’Islanda ha la precedenza (e mi sa che non sia solo un “precedente”, ma anche un definitivo) perché l’aspettavo da anni: da almeno sessanta, da quando ho letto il Viaggio al centro della terra. Pur non figurando tra i miei libri preferiti, questo ha lasciato il segno. Non per la trama o per i protagonisti, proprio per l’ambientazione. All’epoca sapevo già benissimo che non è possibile scendere più di tanto nel cratere di un vulcano dormiente, ma per come Verne metteva la faccenda si poteva dare libera uscita alla fantasia e lasciarla sfogare appena sotto la crosta terrestre, perché poi è lì che svolge la storia. Soprattutto, però, a colpirmi era stata la parte “realistica”, quella dell’avvicinamento alla bocca dello Snæfellsjökull. Verne descrive una terra povera e ostile, ma al tempo stesso magnetica, e comunque traccia un percorso che chiunque può immaginare di fare. Non c’è nulla di eroico nella prima parte dell’itinerario dei nostri eroi, gli unici incontri sono quelli con i contadini che li ospitano per le tappe notturne: ma l’atmosfera è comunque strana, si carica mano a mano che ci si avvicina al cratere e che il paesaggio diventa se possibile più spoglio e lunare. Non ho impiegato molto ad aggregarmi al trio degli avventurosi.

Un’impressione altrettanto indelebile me l’ha procurata solo la descrizione che delle montagne dell’Atlante faceva Salgari: ma questa forse è più comprensibile, perché piazzava foreste lussureggianti in mezzo al deserto. (e infatti proprio quella potrebbe essere una prossima meta, sempre che alla fine mi trascini sino all’Islanda).

Verne descrive così il paesaggio islandese: “Uscendo dalla casa parrocchiale, il professore imboccò una via diritta, la quale, attraverso un’apertura della muraglia di basalto, si allontanava dal mare. Giungemmo quasi subito in aperta campagna, se così si può chiamare l’immensa massa di detriti vulcanici. Il paese sembrava come soffocato da una pioggia di enormi pietre, di trapps, di basalto, di granito e d’ogni tipo di rocce pirosseniche. Da ogni parte vedevo salire vapori verso il cielo; quei vapori bianchi detti reykir in lingua islandese, provenienti dalle sorgenti termali, confermavano, con la loro forza, l’attività vulcanica del terreno”.

14752137062_ed99faff3c_oNon credo che Verne sia mai stato in Islanda, ho fatto qualche ricerca e non risulta. Ma era uno che si documentava accuratamente, e deve aver letto le descrizioni dell’isola lasciate a partire da Olao Magno (che a sua volta non ci aveva mai messo piede) in poi. Erano disponibili quella di John Stanley, redatta alla fine del Settecento, e soprattutto quella di George Mackenzie, che aveva percorso l’isola in lungo e in largo nel 1810, entrambe comparse nelle Annales des Voyages: ma probabilmente aveva consultato anche opere più recenti. Insomma, il materiale di prima mano non gli mancava e l’ambiente che dipinge, sia pure a grandi tratti, dovrebbe essere abbastanza realistico.

Non era questa comunque la mia preoccupazione quando leggevo il Viaggio al centro della terra (anche se già allora su queste cose ero piuttosto pignolo). Alla prima menzione dell’Islanda ero andato a cercarmela sull’unica, minuscola carta geografica dell’Europa disponibile nel sussidiario, e la lampadina si era accesa lì, davanti alla posizione assolutamente sperduta dell’isola e alla sua forma frastagliata, da perfetta isola del tesoro.

La mia Islanda è rimasta dunque quella di Verne fino all’incontro col più famoso dei suoi abitanti, l’islandese eternamente fuggiasco che si confronta con la natura nel dialogo leopardiano. Qualche dettaglio in più lo avevo però ricavato nel frattempo dal primo atlante scolastico e dalla Storia Universale di Cesare Cantù, che nella prima adolescenza costituì per me un testo sacro, essendo l’unica opera di storia presente in casa. Nello specifico della geografia dell’isola Cantù era meno documentato dello stesso Verne (parla delle “pompe di una rigogliosa vegetazione” e non cita i vulcani), ma quanto alla storia costituiva una vera miniera. Pur essendo un conservatore e un terribile bigotto manifestava per gli islandesi e per la loro democrazia, della quale dimostrava di conoscere bene il funzionamento, un’ammirazione incondizionata: “in quell’asilo di libertà e indipendenza … l’Islanda diventò un’altra Scandinavia, quasi la Provvidenza avesse voluto mantenere colà il tipo originale del nordico mondo … leggi chiare e precise, ed un ordine meraviglioso per repubblica piantata sotto il circolo polare da gente cui fu unica ragione la forza. ..”. Soprattutto ne apprezzava la singolarità e l’indipendenza culturale”… la favella antica, chiamata danese, poi lingua del nord, trasferita in Islanda coll’eleganza conveniente alla nobiltà dei migrati, fu mantenuta con gelosa purezza, mentre le comunicazioni con altri popoli la alteravano in Danimarca e in Norvegia …” ( cito da un taccuino di appunti presi almeno cinquantacinque anni fa: segno che l’argomento, in mezzo a quella mole infinita di notizie, mi aveva particolarmente intrigato)

20405617315_071a17008b_oLeopardi all’Islanda ci era invece arrivato di terza mano, attraverso la lettura della Storia di Jenni, o il saggio e l’ateo, di Voltaire (1775), dove si dice che “Sempre minacciati, gli islandesi si vedon la fame davanti, cento piedi di ghiaccio e cento piedi di fiamme a destra e a sinistra sul monte loro Hekla, poiché i maggior vulcani son tutti posti su tali orrende montagne”. E anche Voltaire parlava per sentito dire. Nello Zibaldone non ho trovato cenno ad altre fonti, e non risulta che Leopardi abbia mai letto Han d’Islanda di Hugo, che pure era uscito un paio d’anni avanti la stesura del Dialogo della natura e di un islandese, e che comunque non gli avrebbe fornito alcuna notizia, perché con l’Islanda reale non ha niente a che vedere.

Leopardi non ha mai conosciuto un islandese – anche oggi dalle nostre parti pochi ne conoscono uno – così come non ha mai conosciuto un pastore kirghiso: eppure poche altre figure letterarie risultano azzeccate come le sue. Non per aderenza alla realtà ma, al contrario, per la valenza simbolica universale che assumono proprio in virtù della loro indeterminatezza. Anche se ho incontrato il suo “geografo del male” a quindici anni, quando si è pieni di sogni e di belle speranze, mi sono immediatamente identificato, e la cosa paradossale è che ho fatto miei sia il primo proposito (“deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in alcun modo di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene al mondo, vivere una vita oscura e tranquilla) che quello finale (mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire). Ancora oggi, non avendone mai conosciuto uno, l’islandese per me rimane quello.

Dopo quelli propiziati da Verne, Cantù e Leopardi (Olao Magno è arrivato molto più tardi) non ho avuto altri contatti significativi con l’Islanda fino ai primi anni novanta, quando mi sono imbattuto nell’ironico e disincantato resoconto di viaggio (Estremo Nord) di un americano, Lawrence Millman. Millman non indulge a immagini idilliache della società e della popolazione islandesi (la notte del sabato a Reykjavik è raccontata come un vero incubo), e non fa sconti nemmeno al paesaggio: “La desolazione dei campi di lava, degli altipiani, delle montagne brulle e delle morene sembra essere stata ufficialmente definita off limits per il genere umano dagli dei dell’era terziaria. Non ci sono cartelli a indicare questo divieto, ma i cartelli sono da sempre proibiti in Islanda, perché fanno apparire sgraziata quella desolazione.”: ma alla fine il risultato è che vorresti comunque essere con lui sull’isola, anche se a volte descrive ambienti da girone infernale.

Questo risultato lo ottiene soprattutto attraverso particolari gettati lì quasi per caso, come quando racconta che nel faro di Hornbjarg, nel Jökulfiördur (Fiordo del ghiacciaio), in uno dei punti più deserti e desolati di quella mano di terra che sembra salutare dal nordovest dell’isola, ci sono 16.000 volumi. Sapevo che l’Islanda è un paese di forti lettori, mi sembra naturale, come per tutti paesi nordici, visto il clima: ma ora so che è il paese in cui si leggono più libri in assoluto. O almeno, si leggevano, perché già Millman allude alla rivoluzione innescata nell’ultimo decennio dello scorso secolo dalle videocassette. Senz’altro rimane comunque il paese con la più alta percentuale di scrittori, e di buona levatura (conta anche un Nobel per la Letteratura, Halldór Laxness, nel 1955). Un islandese su dieci ha pubblicato almeno un libro. Da noi uno su dieci forse lo ha letto. Leopardi sarebbe sconcertato (o forse no). È comunque un altro ottimo motivo per andare a conoscere l’Islanda da vicino. Vederli in faccia, questi formidabili lettori e scrittori.

Il primo serio progetto di attraversamento a piedi dell’isola era nato proprio dall’incontro con Millman, avvenuto tra l’altro in una fase piuttosto disordinata e irrequieta della mia vita. È rimasto, come dicevo sopra, un progetto. Ora che sembra in procinto di concretizzarsi, sia pure in una versione banalmente turistica, scopro che la letteratura di viaggio in proposito si è largamente arricchita. Non corro a divorarla, così come non cerco anticipazioni nel copioso contributo dato dagli islandesi al boom della letteratura poliziesca scandinava, perché preferisco sempre scoprire le cose con i miei occhi, seguendo semmai le mie suggestioni adolescenziali, e confrontami solo a posteriori con le impressioni degli altri: ma non posso fare a meno di sfogliare, e di apprezzare, un libro di Claudio Giunta, Tutta la solitudine che meritate. Lo consiglierò a tutti i miei conoscenti che volessero spingersi sin lassù.

C’è infine un ultimo aspetto, se non bastassero quelli che ho elencato, che fa dell’Islanda una meta ideale per chiudere la stagione dei viaggi: è la patria della democrazia moderna. Un omaggio lo merita. Parlo di qualcosa di molto diverso dalla democrazia greca, perché quella islandese si fondava sul presupposto che tutti gli uomini fossero liberi. Anche senza mitizzarlo troppo, il sistema politico adottato dai colonizzatori nel nono secolo dopo Cristo non poteva che essere tale, come già notava il Cantù, trattandosi di esuli che fuggivano dal dispotismo dei sovrani norvegesi e che per conservare la propria libertà affrontavano un ambiente naturale ostile e una vita da strappare tutti i giorni con i denti. Già a quell’epoca (la data precisa è il 930) misero in piedi un modello rozzamente parlamentare (con un’assemblea generale, l’Alþingi, che si riuniva ogni estate nella piana di Þingvellir); e quel modello ha poi retto bene o male per gli undici secoli successivi a dominazioni straniere e a lotte intestine, istillando negli isolani un fortissimo sentimento civico, un senso di appartenenza che, questo senz’altro, sconcerterebbe ulteriormente Leopardi.

La verità vi prego sui cavalli 03

2 Durante

Lo stordimento ha inizio prima ancora di atterrare, quando uscito dalle nubi inizio a distinguere i colori del terreno. Non sono i verdi o i marroni consueti ma tinte da tuta mimetica, molto vive, un giallo-verde o un giallo-marrone, alternati al nero, che non ho mai visto altrove. Dall’alto l’aeroporto ricorda quelle stazioni polari che un po’ tutti i paesi occidentali, anche noi, hanno in Antartide, e non si sa bene a cosa servano. È solo immerso in un deserto di lava scura, anziché di neve e ghiaccio.

Ma è una volta fuori che comincio ad inquietarmi sul serio. L’impressione è di essere atterrato sulla Luna. Ho sentito dire che gli americani hanno effettuato proprio in Islanda le simulazioni dell’allunaggio (qualcuno sostiene che non si siano limitati alle simulazioni, ma a smentirlo basterebbe un particolare: qui non c’è un filo di polvere), e adesso capisco perfettamente il perché: mentre guido verso Rejkiavik ho davanti a me e ai miei fianchi solo una distesa piatta di pietrame nero ricoperto di muschio giallastro che corre fino all’orizzonte: non un albero, nemmeno un filo d’erba. Sullo sfondo, appena percepibili, grandi coni nerastri.

Ora, che non ci fossero molti alberi lo sapevo, ma qui per scorgere il primo devo attendere quarantacinque chilometri, all’ingresso della città. Sono reimpianti palesemente recenti, lunghe file dritte e isolate di piante che sembrano posticce, così come sembra artificiale la prima erba che comincio ad intravvedere in qualche aiuola. E artificiale pare anche la città: dà l’idea di essere cresciuta di botto (in effetti è così, la popolazione è quadruplicata in ottant’anni), senza seguire alcuna progettazione urbanistica, anche se la presenza di ampi spazi ha evidentemente consentito uno sviluppo non soffocante (anzi, di primo acchito parrebbe sin troppo dispersivo).

Il nostro alloggio è in pieno centro storico, in una traversa della via principale, a un centinaio di metri dal mare. Ma scopro che un centro storico vero e proprio non c’è, e che la via principale della capitale è grande come via Cairoli in Ovada.

La prima reazione dunque (non dico “a caldo” perché fuori c’è un vento gelido che martella naso e orecchie, malgrado sia uscito il sole) è di perplessità. Sarà stata una buona idea? Ho il tempo di rimuginarci, aspettando la notte, perché poi la notte non arriva. Anche qui, uno si aspetta il buio un po’ più tardi, invece il buio non c’è proprio. Niente alberi, niente buio, niente centro storico. Sono perplesso, ma anche affascinato.

Questo stato d’animo perdura nel secondo giorno, mentre percorriamo la pianura costiera che porta verso sud-est. Nella parte più interna si infittiscono i timidi tentativi di rimboschimento. Incontro persino un paio di “cittadine” importanti, completamente anonime, distribuite in largo, senza il minimo accenno a un centro, a una piazza, a un qualsiasi motivo che possa indurti a fermarti se non quello del rifornimento alimentare o di combustibile. Non si capisce dove la gente possa incontrarsi, stanti anche i prezzi proibitivi dei ristoranti e dei pub. Per il resto, trecento chilometri di deserto, punteggiato qui e là da fattorie isolate, con rare pecore che non è chiaro di cosa si nutrano. La differenza rispetto a ieri è che sulla sinistra corre oggi una catena ininterrotta di alture, naturalmente del tutto spoglie, striate dal bianco dei residui nevai, verso le quali ogni tanto si diparte una strada. E dietro le alture ad un certo punto comincia ad occhieggiare un ghiacciaio.

L’impressione più forte rimane quella della solitudine. Quella delle fattorie lontane da tutto, ma anche dell’intera isola. Penso mi sarebbe impossibile trascorrere una vita intera lì, a tre ore d’aereo dalla terra abitata più vicina. Mi sentirei soffocato, prigioniero, anche se poi in sostanza non sono uno che si sposta molto. Viene fuori tutta la natura del provinciale che non ha mai acquisito una consuetudine disinvolta con gli spostamenti aerei. La sera (sarebbe più esatto dire “più tardi”) mi ritrovo a pensare agli abitanti di luoghi come Sant’Elena o Tristan de Cunha, che vivono tutta l’esistenza in un fazzoletto di terra in mezzo all’oceano. Me ne andrei a nuoto, e ho un moto di solidarietà per Napoleone (ma anche per i Repetto che costituiscono la maggioranza dei duecento abitanti dell’isola di Tristan).

Il giorno successivo l’acclimatazione è completata e vedo tutto con occhi diversi. La perplessità lascia il posto a una fascinazione crescente.

Non voglio però raccontare il viaggio. Non l’ho mai fatto con gli altri e non comincerò adesso. Mi limito quindi a elencare le impressioni, in ordine sparso, così come sono arrivate.

20217637408_1ec52d5aa6_oInnanzitutto la luce. La luce e di conseguenza i colori, quelli della terra, del cielo, dei laghi. È probabile che ne abbia una percezione alterata, perché godiamo di otto giorni consecutivi di bel tempo, cosa che qui non accadeva forse da un paio di secoli. Diversamente non si capirebbe la cupezza della pittura scandinava in genere. I colori hanno la purezza assoluta di quelli base della tavolozza, ma la tavolozza sembra essere qui incredibilmente più ampia, e accogliere tonalità e sfumature impensabili altrove. Forse c’entra il fatto che l’inquinamento atmosferico è dieci volte inferiore a quello dell’Europa continentale, salvi i momentanei periodi di attività vulcanica.

Decisamente straniante è anche il persistere della luce nelle ore notturne. Nella mia guida il tramonto è indicato dopo le 23.30 e l’alba verso le 3.00: in realtà tra l’una e l’altra ora c’è la luce tipica di un crepuscolo. Non è mai notte. Questo, per chi ha ritmi biologici regolari, nel senso che dorme secco per otto ore di fila, non disturba più di tanto. Ma chi si alza un paio volte per notte ne esce parecchio scombussolato.

L’abbondanza di acqua. A intervalli, in mezzo al deserto di pietre, si incontrano dei corsi d’acqua piuttosto ricchi, che saltano dalle alture alla piana costiera con spettacolari cascate. I ghiacciai dell’interno sono un’ottima riserva. E non c’è solo quella. C’è l’acqua che sgorga un po’ dovunque dalle viscere della terra, bollente e fortemente solforosa, e che viene incanalata nei termosifoni e nelle docce. Gli islandesi (perlomeno quelli di Reykjavik e dintorni, quindi almeno i due terzi) si scaldano e si lavano con quella. Anche farsi una doccia in questo paese è un’esperienza avventurosa e interessante. Se incautamente apri sull’acqua calda, che arriva direttamente da sottoterra, senza filtri, a novanta gradi, ti porti via la pelle. E se alla fine non ti risciacqui due o tre volte con quella gelida di superficie, che scende dai ghiacciai pochi chilometri più in là, ti rimane addosso un puzzo fortissimo di uova marce, un alone a prova di ripetute insaponature. Il primo giorno l’idea è fastidiosa, poi ti abitui, pensi che è così per tutti e non senti più l’odore.

La viabilità. L’Islanda un paradiso per chi ama guidare. Proporrei di inviare lì per una settimana tutti i neopatentati, a macinare tre o quattrocento chilometri al giorno senza ansie e incazzature. Le strade extraurbane sono praticamente deserte e quelle cittadine, tranne nelle due ore di punta, quasi. L’unico rischio che si corre è quello di incantarsi a guardare il panorama, e uscire sulla prima curva che si incontra dopo trenta chilometri. I lunghissimi rettilinei attraversano scenari incredibili. Si supera un dosso arrivando da un paesaggio lunare e si entra in una valle timidamente verdeggiante, con qualche isolata casetta a ridosso delle alture, mentre quella successiva è nuovamente una distesa di pietre nere che paiono eruttate il giorno prima.

Il piano stradale è perfettamente liscio (insieme ai neopatentati bisognerebbe mandare in Islanda anche le nostre imprese appaltatrici) ed è sempre sopraelevato rispetto al terreno circostante: sembra una striscia d’asfalto gettata su una superfice extraterrestre, soprattutto quando il rettilineo taglia immagini da Valle della Morte, con i crateri sullo sfondo, al posto delle mesetas. Mi vengono in mente i cartoons del Vilcoyote.

Chiara riassume ancor meglio l’impressione. Pare di essere davanti ad un video-gioco, di quelli di una volta, tipo Super Mario: la strada ti viene incontro, segnata ogni trenta metri da paletti gialli che assieme al piano sopraelevato la separano da tutto il resto. La differenza è che qui non compaiono ostacoli all’improvviso, anche le rarissime pecore in fuga dai recinti se ne stanno tranquille ai bordi. Ho percorso in sette giorni più di duemila chilometri, e non mi sono minimamente stancato.

Dell’isolamento ho già detto. È la sensazione immediata più forte, anche se poi si attenua. Rimane invece quella della solitudine, che è cosa diversa (l’isolamento è un dato reale, la solitudine è una condizione percepita). Credo sia tutta questione di abituarsi ad una scala diversa delle distanze. In Islanda si accorciano. Ti rendi conto molto presto che potresti girare tutta l’isola in meno di due settimane (almeno, la parte costiera, quella antropizzata), malgrado la superficie sia un terzo di quella dell’Italia. All’epoca del progetto di traversata a piedi avevamo messo in conto un massimo di dieci o dodici giorni, per un percorso di circa trecento chilometri. Non sono dunque le distanze in sé a creare quella sensazione, ma “le distanze da cosa?” Se si escludono la capitale e a Akureyri, che sta all’estremo opposto dell’isola, non c’è un solo centro abitato degno di questo nome, che valga la pena raggiungere guidando per ore. Ma i parametri di chi vive in mezzo a duecento persone per chilometro quadrato non sono applicabili ad un luogo dove la densità è di tre persone per chilometro. Dubito che i tribunali islandesi siano oberati dalle liti tra “vicini” di casa: con tutta probabilità ogni volta che questi si incontrano è una festa. Cantù osservava: “Ivi non essendo città dove concentrarsi gli uomini e la cultura, gli uni appartati dagli altri abitanti, e rari e difficili i mezzi di comunicazione, manca ogni attrito”.

I vulcani. Sono andato per salire sullo Snaefel, e neppure l’ho visto da vicino. Ho anche affrontato un tratto di sterrato, nei primi contrafforti, contravvenendo da buon italiano alle raccomandazioni degli addetti al noleggio-auto, ma sopra i quattrocento metri si entrava in una nube fittissima e non si vedeva più un accidente. Tornarci in una giornata serena, ammesso che si presentasse, significava affrontare altri cinquecento chilometri. L’ho intravisto invece da Rejkiavik, da oltre cento chilometri di distanza, piuttosto piatto e tutto imbiancato nella parte superiore.

Crateri, cascate e ghiacciai rappresentano lo stereotipo paesaggistico islandese. Al di là di questo, effettivamente suggeriscono l’idea di uno stato primordiale del pianeta. La terra prima dell’uomo, ma anche pressoché priva d’ogni altro segno di vita animale e vegetale. E ancor più questa immagine la ispirano le distese di pietrame lavico nero. La terra com’era prima, ma come potrebbe tornare ad essere dopo. Ciò che Leopardi vedeva eccezionalmente nello “sterminator Vesevo” per il suo islandese era la quotidianità.

I cavallini. In apparenza ci sono in Islanda più cavalli che pecore. In realtà si notano solo maggiormente, perché fanno branco, mentre le pecore sono molto disperse. Sono cavalli bassi, quasi dei pony, e vantano una linea di sangue di purezza assoluta, più che millenaria. Mi hanno spiegato che una legge emanata dall’assemblea del libero stato di Islanda nel 982 (non nel 1982: proprio prima del Mille), e rimasta da allora ininterrottamente in vigore, vieta l’importazione nell’isola di qualsiasi cavallo. Persino quelli che escono dal paese per le competizioni o per qualsivoglia altro motivo non possono più rientrare. Questo si chiama preservare la limpieza. Originariamente il provvedimento fu adottato dopo che il tentativo di incrocio con altre razze aveva dato pessimi risultati, animali non compatibili con le condizioni ambientali estreme: oggi viene mantenuto perché dopo tanto isolamento questi animali non hanno sviluppato alcuna immunità contro le malattie equine esistenti al di fuori dell’isola, e ne sarebbero falcidiati.

Quando ho chiesto il perché della diffusione di questi animali, molto superiore ad esempio a quella delle mucche da latte, che pure ci sono, e costituiscono anch’esse, come i cavalli e le pecore, una razza a parte, non incrociata per un millennio, mi è stato risposto che gli islandesi amano molto i cavalli, li hanno sempre utilizzati per il lavoro e oggi li utilizzano per il divertimento. L’ho presa per buona, Chiara mi conferma che nei menù che abbiamo visionato la carne di cavallo non compare mai: ma mi è rimasto qualche dubbio.

Il numero incredibile di turisti: già a maggio, che è considerata ancora stagione mezza invernale, l’isola ne è invasa. Sono quasi tutti orientali, cinesi, coreani, giapponesi e giù di lì. Ti trovi a riflettere sul fatto che se non fossimo il popolo di idioti che siamo potremmo noi stessi vivere solo di questa risorsa. Ma ti rendi anche conto che l’impatto dei turisti non è poi così “ecologicamente” compatibile. Per cavalcare questa opportunità infatti, che è diventata davvero significativa solo negli ultimissimi anni, gli islandesi stanno stravolgendo le loro abitudini. Vedi girare per Reykjavik enormi Hammer cabinati, con ruote grandi come quelle dei trattori sovietici del secolo scorso, impiegati in settimana per portare gli orientali sin sui ghiacciai e la sera del sabato per lunghe sfilate presbronza nella Laugavegur (la via principale). Di questo passo neanche i ghiacciai islandesi avranno vita lunga.

Credo che chi pensa di andare prima o poi in Islanda debba farlo subito. Forse è anzi già tardi. Certamente i vulcani, i crateri, i ghiacciai, le cascate restano, forse rimarrà anche qualche pecora (ma sono già in diminuzione), ma l’invasione turistica minaccia di essere devastante, e già sul breve periodo.

La tipologia antropologica. Gli islandesi dovrebbero essere vichinghi puri, più degli scandinavi, e forse lo sono. Ma a differenza ad esempio dei danesi, o anche degli svedesi, sono piuttosto grossolani e ordinari, tutt’altro che belli. Colpa forse dell’endogamia protrattasi per secoli, che alla lunga non seleziona i tratti migliori (un po’ come a Mornese)

È senz’altro vero che sono i più forti lettori del globo, lo dicono le statistiche, ma a vederli non si direbbe. Non che esista una morfologia caratteristica che consente di identificare il lettore, però ti aspetteresti di trovare qualcuno che legge al tavolino di un caffè, magari all’interno, stante la temperatura (ma per bersi una birra sembra andar bene anche il dehors): e soprattutto, di incontrare qualche libreria in più oltre l’unica che visto nel centro della capitale. Evidentemente quella della lettura è un’abitudine molto domestica, e funzionano bene le biblioteche. In compenso nell’appartamento che ci ospitava a Reykjavik ho trovato una copia (in inglese) della “Breve storia della vita privata” di Bryson. Questo mi pare un buon indizio.

Il costo della vita. È la prima delle informazioni che verifichi: e ti chiedi subito come facciano a reggerlo. Il reddito medio per abitante è superiore di un quarto rispetto a quello degli italiani, ma i prezzi lo sono di tre volte. Probabilmente i servizi essenziali davvero funzionano. Anche in questo caso però, dopo pochi giorni, fatta l’abitudine al cambio e usciti da Reykjavik, l’impressione si ridimensiona. Si consolida invece quella di un popolo che non bada molto all’ornamentazione superflua (leggi: moda) e che organizza i propri capitoli di spesa in modi molto diversi dai nostri.

L’alimentazione. Della cucina islandese abbiamo conosciuto solo le zuppe. Per il motivo di cui sopra: una cena al ristorante ti prosciuga la carta di credito. Ma credo che non ci siamo persi molto. Ho invece trovato interessante il pesce essiccato “da viaggio”. Sembra fosse un tempo l’alimento da portare appresso quando si affrontavano lunghi spostamenti, che in un luogo come l’Islanda significava impossibilità di trovare cibo per diversi giorni. Qualcosa come il lardo per i nostri contadini e il pemmicam per gli indiani d’America e per i trappers. Ancora oggi viene usato come alimento energetico dai giovani e dagli sportivi. Dicono sia altamente proteico. La caratteristica fondamentale, prima ancora del gusto, è l’odore: puzza in una maniera inimmaginabile. Naturalmente mi ha subito conquistato. Al gusto dopo un po’ ci si abitua, e non è male, ma il vero piacere sta nel mettere quelle scaglie sotto i denti e strapparle. Ho fatto provvista per tutto il viaggio. Le confezioni già di per sé ermetiche erano avvolte in strati successivi di borse di plastica, ma quando si apriva il portellone posteriore dell’auto durante le soste si era investiti da una terrificante zaffata di vecchio angiporto. Volevo contrabbandarne un po’ nel continente, ma mia figlia mi ha fatto giustamente rilevare che ci avrebbero cacciati immediatamente dall’aereo, magari mentre era in volo.

La povertà dell’arte. Ho visitato a Reykjavik quello indicato dalla guida come il museo più significativo dell’arte islandese. Era un’indicazione errata, si tratta di un museo creato negli ultimissimi anni in un tentativo anche un po’ patetico di offrire un panorama delle “tendenze recenti”, e che ospita in realtà cose un po’ pacchiane, rimasticature delle sperimentazioni che hanno infestato il mondo artistico negli ultimi cinquant’anni. Non ho invece visto il museo ufficiale, che dovrebbe essere più ricco, e dove forse avrei potuto trovare echi di quella pittura romantica del nord che tanto mi appassiona. Non c’era più tempo, ma ho anche considerato che non dovevo aspettarmi più di tanto in un paese che fino a pochi anni fa aveva una popolazione inferiore a quella della provincia di Alessandria.

Mi fermo qui. Ho trascurato, certo, di decantare le cascate, i crateri e i ghiacciai, ma quelli si trovano descritti e raffigurati in qualsiasi guida turistica e in centinaia di siti di viaggi e blog di viaggiatori. Sono belli come li raccontano, ma appaiono deturpati ormai dalla presenza costante e sempre più massiccia della specie homo turisticus (noi compresi). Non si tratta di deprecare l’invasione turistica facendo finta o presumendo di essere “viaggiatori” diversi. Ci confondiamo anche noi nella folla, partecipiamo della dissacrazione. Ma questo non mi impedisce di immaginare egoisticamente quanto più belle potrebbero apparirmi queste cose se fossi il solo a goderne la vista. O quanto lo sarebbero se non ci fossi neppure io.

Ps. Un’ultimissima considerazione, che c’entra nulla con l’Islanda ma molto col clima attuale. Sia durante i voli di andata e ritorno, effettuati tutti con la British Airways, che negli aeroporti, ho constatato come le hostess non corrispondano più affatto all’immagine della categoria diffusa dalla filmografia balneare e dalle commedie all’italiana degli anni cinquanta-settanta. Sono tutte signore piuttosto attempate, rispetto allo standard corrente, e nemmeno direi che conservano tracce di un passato rigoglio. Chiara mi ha poi spiegato che si tratta di una politica inaugurata appunto dalla British (ma a quanto pare fatta propria anche dalle altre compagnie) non per offrire pari opportunità a fasce d’età svantaggiate, ma per risparmiare sensibilmente sui costi (paghe ridotte, zero pericoli di maternità, ecc …). Trovo che la cosa sia a suo modo significativa del radicale cambiamento in atto.

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  1. Dopo

Cosa rimane di un viaggio in Islanda?

Di concreto rimane senz’altro una bellissima carta fisica dell’isola, datata agli anni cinquanta del secolo scorso, in scala 1: 400.000: di quelle appese un tempo alle pareti delle aule, e che ora campeggia sopra una delle mie librerie. Non è naturalmente un originale, è una copia molto ben fatta: ma trovo bello che sia proposta come souvenir per turisti. Non ho mai visto nei nostri negozi di souvenir una carta dell’Italia, né fisica, né tantomeno politica. Qualcosa deve pur significare, in termini di orgoglio e di senso di appartenenza.

Rimangono anche alcune curiosità, alle quali mi sono affrettato a cercare risposta. Ad esempio: che fine fanno tutti quei cavallini? Ho risolto il mistero. Vengono allevati per la macellazione, ma la loro carne non rientra ufficialmente nei piatti tradizionali islandesi (al contrario di quella di pecora). È esportata quasi tutta verso l’estremo oriente, soprattutto in Giappone, dove pare ne siano particolarmente ghiotti. Temo però che ora, con l’enorme afflusso di turisti orientali, anche i menù dovranno essere aggiornati.

E ancora: ci sono tanti cavalli in Islanda, mentre ci sono in compenso pochissimi immigrati. Gli islandesi li amano meno. O almeno, così era fino a qualche anno fa, quando gli stranieri non arrivavano all’un per cento della popolazione. Adesso sfiorano il dieci per cento, sono soprattutto polacchi e baltici, e rimangono comunque stranieri. Niente ius soli.

Ora, è evidente che in Islanda non si approda direttamente dall’Africa o dall’Oriente col gommone, ma si direbbe sia difficile arrivarci, per chi non è un turista, anche con altri mezzi. Un paio d’anni fa è stata però firmata da un buon numero di cittadini una petizione per l’apertura controllata delle frontiere ai richiedenti asilo provenienti dalla Siria. Probabilmente molti tra i firmatari sono abitanti delle fattorie isolate, i cui figli stanno fuggendo verso la capitale e le opportunità offerte dal boom turistico. Il governo sta valutando la cosa con molta calma, favorito dal fatto che l’isola non è tra le mete ambite nemmeno dai disperati. Vulcani permettendo, le cose dovrebbero però pian piano sbloccarsi.

E a proposito di vulcani: come ho già detto, sono andato in Islanda per salire lo Snæfellsjökull, e l’ho appena intravisto (ho persino iniziato il mio viaggio il 24 maggio, la stessa data nella quale ha inizio il racconto di Verne).

Nemmeno la democrazia ho visto direttamente in azione, se non negli scarni resoconti dei telegiornali, che dedicavano alla politica interna circa trenta secondi: ma l’ho respirata profondamente. Non ho trovato per strada una cicca o una lattina, neppure dopo i famigerati sabati sera alcoolici di cui parla Millman, e non solo a Reykjavik, ma nemmeno in mezzo ai più remoti deserti di lava: e non mi è capitato di incrociare un solo poliziotto. Se la democrazia è anzitutto senso di responsabilità, in Islanda l’ho incontrata.

Sembra invece che molti riescano a viaggiare con degli speciali occhiali deformanti. Mi spiego. Il senso civico degli islandesi si è espresso qualche anno fa in una decisa reazione alle traversie economiche che avevano condotto l’isola alla bancarotta. In pratica è accaduto questo: le tre maggiori banche del paese, che avevano attirato investimenti di capitali stranieri (soprattutto inglesi, olandesi e svedesi) garantendo rendite altissime, sono fallite, e la comunità internazionale ha chiesto allo stato islandese di rifondere il debito spalmandolo attraverso un’imposta applicata a tutti i cittadini. Questi ultimi naturalmente hanno risposto picche, con un referendum dagli esiti quasi bulgari. Lo stato ha allora concordato di sanare il debito pescando dalle riserve, ciò che ha evitato all’Islanda di essere messa al bando dalla comunità internazionale. In pratica i cittadini hanno pagato lo stesso, e un debito privato è stato rifuso comunque con denaro pubblico, né più né meno di come è accaduto in Italia o in Germania: con l’unica differenza che i manager delle banche là sono finiti in galera.

Quella reazione referendaria ha scatenato però (e questo solo in Italia) la fantasia dei soliti cretini del web, che senza capire nulla di quanto stava accadendo ne hanno diffusa una loro versione. È stata creata in pratica la favola di una rivoluzione con la quale il popolo islandese avrebbe mandato a quel paese i grandi poteri politico-finanziari, rifiutando il debito e cancellandolo unilateralmente. Solo dopo il viaggio, per un interesse di ritorno, sono capitato su blog come “Il cambiamento” e “L’Italia che cambia” che da qualche anno titolano “Islanda, quando il popolo sconfigge l’economia globale” oppure “In Islanda la rivoluzione è tornata”, e incitano gli italiani a mobilitarsi e a seguire l’esempio islandese. Ho capito da dove arrivano le sparate fatte proprie dalla Lega e dai Cinque Stelle durante l’ultima campagna elettorale, che hanno senz’altro contribuito al loro successo. Al vero esempio islandese che andrebbe seguito, quello della responsabilizzazione e del senso civico, nessuno fa cenno.

Ma ho trovato anche di peggio, e questo peggio è perfettamente riassunto nel brano che segue, che riporto per intero perché è una vera summa dello stereotipo. “Notando la prevalenza dei paesi del nord ai primi posti della classifica (della qualità della vita, n.d.r.) mi sono chiesto: “Ma non sono anche quegli stessi paesi in cui c’é il numero più elevato di suicidi ogni anno?” Si perché sembra che i paesi freddi del nord esporrebbero gli abitanti ad un maggiore rischio di depressione. Sarà il sole che in alcuni mesi splende tutto il giorno e in altri non sorge neppure, sarà il freddo, sarà il silenzio e la perfezione del sistema statale, il livello di occupazione alto, la ricchezza. Fatto sta che anche se hai la scuola perfetta o la sanità impeccabile poco importa se poi ti butti da un ponte. Reykjavik oltre ad essere la capitale dell’Islanda è anche l’unica città presente in quella landa desolata, con i suoi 100 mila abitanti ospita praticamente tutta la popolazione dell’intero Stato. Isolati dal mondo civile, chiusi in un paese deserto, i ragazzi islandesi non possono neanche “cambiare” zona; o prendono un aereo o stanno li a morire di freddo. Cosa faranno tutto il giorno? Chiusi nei pub ad ubriacarsi o dentro i gaiser a farsi il bagno!! Si divertiranno? Non posso dirlo non conosco gli islandesi e se si pensa che l’unico contatto che hanno avuto con il resto del mondo è Bjork, si capisce quanto è difficile stilare un loro profilo psicologico. Anyway, sarà il paese più vivibile del mondo e tutto quanto ma preferisco la disastrosa disorganizzazione italiana con i suoi pessimi servizi pubblici se alla fine regala un sorriso in più. Meglio gustare un espresso napoletano nel caos italiano che ritrovarsi nel “perfetto splendore” di ghiaccio di un’Islanda incantata.

Non fosse che l’autore di questa profonda riflessione certamente non ha mai letto Leopardi (gli sbreghi sintattici e grammaticali peggiori li ho corretti io: per una deformazione professionale non sopporto nemmeno di trascriverli) la sua si direbbe una posizione leopardiana, anche per l’indicazione finale del caffè in quel di Napoli (almeno ci ha risparmiato la pizza). Invece è, beninteso, solo una posizione renzarboriana – non da Renzi, ma da Renzo Arbore, che è super partes rispetto alle collocazioni politiche e rappresenta al meglio il sentire comune del nostro paese.

Sulle preferenze, ovviamente, non discuto. Ognuno ha le sue ed è libero di esprimerle – anche se sarebbe opportuno farlo in un italiano corretto e dopo aver conosciuto, almeno un po’, entrambe le realtà che si mettono a confronto. Ad irritarmi è invece il pressapochismo, la pigrizia mentale. Perché all’estensore di questo elogio del caos vivificante sarebbe bastato, con un semplice clic, accedere al sito dell’organizzazione mondiale della sanità per constatare che stava ripetendo un sacco di banalità orecchiate. Nella graduatoria dei tassi di suicidio la Finlandia è solo al ventunesimo posto, la Svezia e la Norvegia si piazzano al trentacinquesimo e al trentasettesimo, ben dopo la Francia, gli Stati Uniti e la Germania, per non parlare del Giappone e di tutti gli stati dell’ex blocco sovietico. L’Islanda, guarda un po’, è solo quarantaduesima, vicina alla Svizzera e subito prima di Trinidad e Tobago. Dopo viene tutta una serie di paesi, compresi la Siria e il Messico e chiusa in bellezza da Haiti, nei quali non è neanche il caso di affannarsi a suicidarsi, ci pensano gli altri o la natura stessa a toglierti il pensiero. L’Italia in questa macabra graduatoria è al sessantaquattresimo posto, ma sappiamo come va dalle nostre parti: un inveterato perbenismo di matrice cattolica induce a rubricare come morti accidentali molti casi di suicidio.

Bene. Avevo già archiviato con un sano rimpianto, puramente turistico, il mio breve soggiorno islandese: ma leggere queste cose mi induce ora ad un ripensamento. Non è che l’imbecillità possa essere considerata un fattore persecutorio, e l’assedio degli idioti possa giustificare una richiesta d’asilo? So guidare un trattore, potrei trovare impiego in una piccolissima fattoria vicino all’Hekla, farmi arrivare con un cargo i miei libri e qualche pacco di caffè, e dare un’occhiata ogni tanto al vulcano, aspettando la prossima eruzione.

Sarei molto più tranquillo di quanto non mi senta qui.

La verità vi prego sui cavalli 05

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