A lezione di economia (e di didattica)

di Paolo Repetto, 2008

Nelle ultime settimane ho scoperto le borse – anche volendo sarebbe stato difficile ignorarle. In un primo tempo ho seguito lo spettacolo un po’ distrattamente, visto che non avevo mutui accesi e investo solo in libri. Anzi, mi divertivano i tonfi e i rimbalzi, l’idea di quelle bolle di gas che esplodevano e si dissolvevano nel nulla. Ad un certo punto, però, ho iniziato ad avvertire un fastidioso puzzo di strine, e non c’è voluto molto a rendermi conto che emanava dalla mia pelle. Mi stavo scottando anch’io.

Quello che sembrava fuoco di sterpaglie è diventato un incendio vero e proprio, e minaccia tutti, non solo “mutuati” e investitori. Capito questo, non è che si possa poi fare molto: nemmeno quei governi che stanno provando a spegnerlo, o almeno a contenerlo, sembrano ottenere grossi risultati. Per cui continueremo a fare gli spettatori, magari sperando che piova: ma, in quanto spettatori paganti possiamo almeno pretendere di sapere come l’incendio è scoppiato, cercare di capire come si è verificato quel distacco tra economia “reale” ed economia “virtuale” che pare essere all’origine del disastro.

Chi nutre questo desiderio non deve aspettarsi soccorso dalla televisione e dalla stampa. Io non credo alle strategie mirate di disinformazione, almeno in questo caso: penso semplicemente che chi lavora in quei settori non abbia la minima idea in proposito, e nemmeno ritenga sia suo compito averla, e meno che mai trasmetterla agli spettatori e ai lettori. Quindi occorre cercate altrove: qualcosa che aiuta a capire prima o poi si presenta.

A me e agli studenti del “Boccardo” lo spunto è stato offerto pochi giorni fa, in una forma trasversale, diciamo di sponda. Abbiamo assistito ad una lezione sulle “fiere di cambio” tenuta da Claudio Marsilio, docente di storia economica alla Bocconi. Ora, le “fiere di cambio” sono senz’altro un bellissimo argomento, ma potrebbero sembrare un tantino riservate agli specialisti del settore, o agli amanti della storia locale, dal momento che hanno visto protagonista per un lungo periodo proprio la città di Novi. Non lo diresti insomma uno di quei temi che possono tenere incollato alla poltrona un pubblico di profani: e invece la trattazione ha coinvolto anche chi, come me, di storia economica era piuttosto digiuno.

Pur rendendomi conto che è impossibile sintetizzare l’argomento senza scadere nella banalizzazione ci provo comunque, anche perché mi consente di farci sopra un paio di considerazioni, relative tanto al tema quanto al modo in cui è stato trattato. Spero solo che il professor Marsilio non me ne voglia.

Vediamo di inquadrare storicamente la faccenda. Si parte agli inizi del ‘500. È in corso la lotta tra Francia e Spagna per l’egemonia continentale, con il neonato regno iberico innalzato al rango di potenza mondiale dalla scoperta (e dalla conquista) dell’America e dal fatto che il suo sovrano, Carlo V, già erede dei possedimenti asburgici sparsi per mezza Europa, ha ottenuto l’investitura imperiale. Tra i due contendenti sta Genova, dapprima schierata con la Francia, poi, dopo il 1528, sotto la guida di Andrea Doria, con la Spagna. Genova detiene all’epoca il monopolio dei traffici sul Mediterraneo occidentale, traffici che hanno portato le grandi famiglie armatoriali a disporre di ingenti capitali. Di questi capitali ha un enorme bisogno Carlo V, che con la sua politica imperiale ha moltiplicato gli impegni militari e che risulta ormai troppo esposto con i gruppi finanziari tedeschi che gli hanno comprato l’investitura. I capitali genovesi sono quindi spinti naturalmente verso l’imperatore, in prospettiva di una partecipazione di Genova alla gestione dell’oro e dell’argento provenienti dall’America e dell’acquisizione di regimi di monopolio commerciale .

Questo lo scenario. In esso si inseriscono, o meglio, da esso hanno origine, le fiere di cambio. Mi spiego meglio. Con la rinascita economica del Basso Medio Evo si sono diffuse e infittite le grandi fiere commerciali, le fiere “di scambio”. Sono le occasioni di incontro per i mercanti che arrivano da tutta l’Europa, di incrocio delle merci dal settentrione al sud e dall’ovest al levante. A margine di queste fiere c’è una appendice economica. Non si possono trattare gli affari in moneta sonante, per ovvi motivi di sicurezza (mettersi per strada col sacchetto dei denari equivarrebbe a rimanere in mutande dopo mezz’ora) e tutto avviene attraverso “lettere di cambio” emesse sulle piazze più diverse. Chi compra e chi vende lo fa sulla base di un rapporto fiduciario assoluto (beati loro!). In sostanza, io, mercante di Prato, mi reco a Lione per acquistare pizzi; ho con me una lettera di cambio, sottoscritta magari da un grosso importatore che ha vasti rapporti internazionali, nella quale si dice più o meno “accordate fiducia al latore della presente per una somma tot, che vi farete rimborsare da tal dei tali, mio corrispondente di Amsterdam.” Viaggio sicuro, compro e pago con la lettera, che vale come oro zecchino.

Ad un certo punto, però, il volume delle transazioni diviene tale (anche perché alle transazioni commerciali si aggiungono e si sovrappongono quelle finanziarie, rappresentate soprattutto dai prestiti agli ormai affermati stati nazionali) da imporre di tenere fiere apposite, quelle appunto di “cambio”, nelle quali si comprano e si cedono non merci, ma debiti e crediti, quelli testimoniati dalle lettere di cambio. Negli spazi ristretti, ad economia di altissima densità, la necessità di uffici di cambio appositi nei quali possano essere scontate le lettere si avverte già nel ‘400. Bruges ed Anversa, e poi Amsterdam, vedono la nascita delle prime Borse nella zona delle Fiandre. Lo stesso non avviene nell’area mediterranea, un po’ per le resistenze ideologiche della chiesa, un po’ per l’esistenza di una situazione politica molto più frammentata e complessa (Genova, Venezia, Firenze, si propongono come centri finanziari concorrenti). Qui rimane pertanto preferibile organizzare “fiere di cambio”, alle quali convergono operatori economici e finanziari da tutte le parti dell’impero di Carlo V. Queste fiere si tengono in un primo tempo in Francia, nei possedimenti borgognoni degli Asburgo, a Besançon e poi a Lione, poi vengono spostate in Italia, verso la fine del ‘500, e cominciano a moltiplicarsi quando i banchieri fiorentini tentano di sottrarsi all’egemonia genovese e Venezia cerca di contrastarla. Per opportunità logistica, soprattutto per la facilità d’accesso dalla pianura e dal milanese, i genovesi eleggono a città di fiera Novi Ligure. Lo rimarrà per quasi tutto il XVII secolo.

Le fiere in pratica funzionano come una Borsa, che invece di agire in continuità si riunisce ad intervalli regolari. Nel corso di questi incontri, che si svolgono con cadenza trimestrale, durano una decina di giorni e hanno luogo all’interno di palazzi nobiliari, vengono trattate da un gruppo ristretto di operatori (massimo un centinaio), delegati a rappresentanza di diversi gruppi o famiglie, o di intere città, le “quotazioni”, tanto quelle degli stati quanto quelle dei maggiori gruppi commerciali e finanziari, e viene fissato di volta in volta, quale base monetaria delle transazioni, una valuta di riferimento (lo scudo di marche, una moneta immaginaria). Da notare che in queste “fiere” non può assolutamente circolare denaro liquido. Tutto si svolge in maniera molto codificata, con rituali e protocolli ben precisi, e tutto in qualche modo è già virtuale. Non girano merci, non corre moneta.

Ecco, qui sta il salto. È questo il momento (momento che dura un paio di secoli, per intenderci, dai primi del ‘500 fino all’apertura delle vere e proprie Borse, come quella di Londra, nelle quali cominciano ad essere trattate anche le quotazioni “industriali”) in cui una parte dell’economia si smaterializza, diventa “fittizia”: e questo ambito “virtuale” dell’economia si chiama finanza. Ciò, paradossalmente, in coincidenza proprio con l’avvento dell’industria moderna, con un materiale “appesantimento” della produzione.

Questo anello mi mancava. O meglio, mi mancava una percezione così chiara dei passaggi. Adesso mi sembrano scontati, elementari: prima merce per merce, poi merce per denaro, più tardi merce per lettera di cambio, infine lettera di cambio per lettera di cambio, con margini percentuali di guadagno correlati al tempo, alle distanze e al rischio, che con la merce, con il prodotto materiale hanno più niente a che vedere. Insomma, non proprio così facile, ma quasi.

Questo dunque l’argomento dell’incontro. E adesso mi prendo lo spazio per le considerazioni.

Sui fraintendimenti dell’etica. Si fa un gran parlare, in questi tempi, della necessità di tornare ad una finanza “etica”. Ma su cosa poi significhi il termine etica, riferito alla finanza, o più in generale all’economia, c’è parecchia confusione. L’etica è un sistema di regole che discendono da una personale visione della vita (anzi, è quella visione della vita, con annessi i comportamenti che ne conseguono). Potremmo definirla un sistema normativo endogeno: è l’individuo a imporsi le regole, o a scegliere di condividere quelle esistenti. Non va confusa con la morale, che è invece un sistema eteronomo, dettato da un ente superiore ed esterno, sia questo la divinità, o in sua assenza, la società. Nell’ambito della morale la sanzione per chi trasgredisce alle norme viene dall’alto, può essere posticipata (la dannazione eterna, o la damnatio memoriae), a volte appare imperscrutabile: in quello dell’etica significa l’esclusione (o l’autoesclusione) immediata dal gioco. Ogni gioco si basa sulla fiducia reciproca tra i partecipanti, su un patto più o meno sottinteso che riguarda il rispetto di “quelle” specifiche regole: e ha poco a che vedere con la morale. Il poker è un gioco considerato immorale, ma ha un suo codice etico. Se bari, sei fuori. Quindi l’etica si fonda su un rapporto orizzontale, di fiducia, la morale su un rapporto verticale, quello con la giustizia divina.

Applichiamo il tutto al campo economico. Il richiamo a tornare alla finanza etica suppone che un tempo questo settore fosse informato ad un qualche ethos. Non necessariamente ad una concezione morale. Esisteva, semmai, sino al tardo medioevo, una condanna “morale” di tutta quanta la sfera economica, dal momento che tutto ciò che ha a vedere con il fattore economico fondamentale, il guadagno, era tacciato di immoralità. Ma anche l’economia moderna, quella per intenderci che nasce con lo spirito protestante, con lo stato moderno, con la rivoluzione scientifica e le sue ricadute tecnologiche e industriali, con l’individualismo e con la rinnovata concezione del diritto, tanto “morale” non è mai stata. Basti ricordare le condizioni di sfruttamento dalle quali trae da sempre origine il capitale. È stata invece “etica”, almeno per quanto concerne i rapporti orizzontali nel mondo finanziario, che come dicevo sopra erano fondati sulla fiducia. Laddove non è la pura forza a determinare le posizioni nello scambio, deve funzionare un rapporto fiduciario. Su scala piccola, nella transazione a livello di vicini di casa o di compaesani, garante della fiducia è la parola. Venir meno alla parola data significa squalifica sociale, emarginazione, estromissione dal circuito economico. Quindi non si tratta solo di una pressione sociale: il guadagno truffaldino di oggi comporta la completa rovina di domani.

Questo tipo di rapporto ha continuato bene o male a funzionare sino alla metà del secolo scorso, fino a quando gli interlocutori economici sono rimasti delle persone. Alla stretta di mano si è semplicemente sostituita la firma. Non ha più funzionato nel momento in cui gli interlocutori sono diventati anonimi e le strutture finanziarie e commerciali si sono complicate. Non voglio certo riscrivere la storia dell’economia: credo semplicemente che quando il rapporto avviene tra soggetti eticamente deresponsabilizzati, quindi tra o con funzionari di società anonime, che anziché venire estromessi dal gioco in caso di mancato rispetto delle regole sono promossi o liquidati con buonuscite faraoniche, l’etica non c’entri più, quei paletti di salvaguardia che erano il nome, la stima ecc.. saltano come birilli. E infatti. La grande crisi che stiamo attraversando è una crisi di sfiducia. Nessuno ha più fiducia in nessuno, e questo vale a maggior ragione nel campo finanziario, dopo l’infilata di bancarotte che ha caratterizzato gli ultimi anni. Quindi, parlare di ritorno alla finanza etica è assurdo, dal momento che è venuto meno quello che ne era il fondamentale presupposto.

Detto questo, è necessario anche non dimenticare che quello della finanza è un gioco di competizione, e che sul lungo periodo è a somma zero (l’aumento della ricchezza è in realtà solo virtuale, la terra rimane comunque un sistema chiuso). Se qualcuno guadagna qualcun altro perde. Se si guadagna o si perde nel rispetto di certe regole è un gioco; se questo non avviene è una guerra, nella quale può sembrare per un qualche tempo che tutti guadagnino, come è avvenuto recentemente, ma alla fine tutti perdono. Vorrei insomma chiarire che il ritorno ad una finanza “etica”, quand’anche fosse possibile (e si è visto che non lo è) non significherebbe comunque l’approdo ad una finanza “filantropica”, intesa al benessere collettivo, ma solo il ripristino di certe norme che disciplinano la lotta.

Sui buchi della storia. Pur reputandomi un dilettante di discreto livello degli studi storici non avevo un’idea precisa di cosa fossero le fiere di cambio. Retaggio di una preparazione, e quindi di un’ottica, molto “umanistica” e “politica”, e troppo poco economicistica. Non credo di essere l’unico, ma questa non è né una consolazione né una giustificazione. Se davvero le fiere di cambio hanno avuto un’importanza tanto cruciale nel passaggio da una concezione dell’economia ad un’altra – e dopo questa conferenza non ho più dubbi – Novi ha avuto un ruolo importante nell’economia mondiale del XVII secolo, almeno come teatro del gioco. Non si tratta ora di trarne pretesto per un carrozzone revivalistico e anniversaristico o che altro, ma almeno di averne coscienza, da parte dei novesi e non. Spesso sappiamo tutto su Anversa e Bruges, e poi non sappiamo che una fase determinante della partita si è giocata proprio sotto le finestre di casa nostra.

Sui “segreti” della didattica. Ho assistito alla conferenza assieme a quaranta studenti delle quinte aziendali. La conferenza è durata due ore, e per tutte quelle due ore nessuno dei ragazzi ha fiatato, se non per rispondere alle domande di Marsilio. Ora, non si trattava di una performance di Baricco o di Busi o di qualche altro imbonitore televisivo: era una lezione sulle fiere di cambio a Novi nel Seicento, apparentemente quanto di più lontano si possa immaginare dagli interessi e dalla sensibilità di odierni diciottenni. Allora, delle due l’una: o il professor Marsilio ha doti sensazionali di intrattenitore, o i ragazzi sono molto meno storditi di quanto si voglia far credere e di quanto appaiano quando vengono inquadrati o intervistati in tivù. La verità sta, come al solito, nel mezzo, e concerne tanto il modo quanto la sostanza. Claudio Marsilio non si limita a sapere le cose, ma le sa anche proporre, e bene; e questo lo posso dire dall’alto di trentacinque anni spesi, credo non invano, nell’insegnamento. Non salta un passaggio, e ti porterebbe a capire anche se non lo volessi. Questo per quanto concerne il modo.

Quanto al merito, quello di cui Marsilio parla è un argomento alla fin fine sostanziale, pregnante, e reso ancora più tale dal suo rapporto con questo territorio. Un conto è parlare di fiere di cambio a Besançon, che il novanta per cento dei ragazzi, e magari anche qualcuno in più tra i parlamentari, avrebbe difficoltà ad individuare anche sulla carta geografica, un conto è dire che si svolgevano in quel palazzo là, a centocinquanta metri da dove ti trovi adesso. Questo si chiama giocare didatticamente il famoso “rapporto col territorio”.

Infine, su quello che chiedono i ragazzi. La soglia di attenzione dei nostri studenti è giudicata minima: tempi da Zelig, tre o quattro minuti. Stando a questa valutazione occorrerebbe passare dal quadro orario a quello dei quarti d’ora, con durate delle lezioni da messaggio pubblicitario. Non è affatto vero. Lo constato ogni volta che, per necessità ma un po’ anche per nostalgia, ho l’occasione di rientrare in classe per un’ora di supplenza. Se hai qualcosa da trasmettere loro, non importa quanto importante, ma qualcosa in cui credi davvero, lo sentono e ti seguono. Non sono del tutto cloroformizzati dai fiumi di retorica che di norma nelle “Grandi Occasioni” vengono rovesciati loro addosso, non sono completamente inariditi dalla povertà e dallo squallore del dibattito in formato televisivo, non hanno il cervello lobotomizzato dalle cretinate che vengono loro imbandite, a pranzo e a cena, perché si ritiene siano l’unico cibo di cui si nutrono: hanno solo bisogno di incontrare ogni tanto gente seria, alla Marsilio, che crede nel proprio lavoro e non ti lascia alibi per l’ignoranza.

La verità è che ne abbiamo un gran bisogno tutti. Dopo settimane di titoli gridati sui giornali e nei telegiornali, di diagrammi in caduta a picco, di economisti da salotto televisivo, ho capito in una sola lezione da dove arriva la tempesta. Per quanto riguarda le conseguenze sono inerme come prima: ma almeno ho goduto di due ore d’esercizio dell’intelligenza. E non è poco.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Osservazioni sulla morale catodica

di Paolo Repetto, 2008

Non si scappa, anche stasera è televisione. Solo che invece di guardarla ne parleremo, e non so cosa sia peggio. Da parte mia posso solo assicurare che non voglio dispensare prediche o immunizzare alcuno contro la dipendenza: saranno quattro chiacchiere in libertà, come consentito dalla formula di queste conversazioni, anche perché di vaccini siamo già pieni.

Per fingere una parvenza di sistematicità ho comunque concepito questo discorso come un viaggio à rebours, che parte dal monitor, e prima ancora da chi gli sta di fronte, e approda poi all’etere, per campionare quello ci che fluttua e decifrare la filosofia che lo sorregge.

 

Partiamo dunque dallo spettatore, ma immaginandolo in un ruolo rovesciato. Vi siete mai visti in tivù? Certo, non come ospiti a Porta a Porta. Diciamo in immagini rubate durante una scampagnata, in una serata tra amici o magari in un’occasione come questa, che vi hanno comunque sorpresi fuori posa o delle quali addirittura eravate ignari. Bene, se vi è capitato, non raccontate storie: non vi è affatto piaciuto. Peggio: vi siete a stento riconosciuti. Il tizio goffo e disarmonico che vedete muoversi e sentite parlare è una persona diversa da quella che pensate di essere. Non ne riconoscete la voce, e meno che mai i profili, la postura o i movimenti. E dopo la prima sorpresa, e una leggera sensazione di disagio, vi assale terribile la percezione che gli altri vi vedono come apparite lì, e non come credete di essere o di essere visti.

 

Non è lo stesso effetto prodotto dalla fotografia. In genere neanche in fotografia ci si piace, ma c’è sempre un appiglio: non siamo fotogenici, impressioniamo male la pellicola, dovremmo essere ripresi dall’altro lato. Possiamo continuare a pensare di essere diversi, fuori della foto. E persino i vecchi filmini girati in superotto, quelli col cane e con i bambini, suscitavano una sensazione differente: i costi, la laboriosità delle riprese e l’idea che sarebbero rimaste impressionate sulla celluloide condizionavano a priori le scelte dei soggetti e delle inquadrature, imponevano in qualche modo un taglio “artistico”, mentre le immagini traballanti e il rituale stesso della proiezione creavano un effetto retrò, di straniamento. Col video invece non ci sono storie. La conferma viene da tutte le angolature, dalle inquadrature in primo piano o in campo lungo, da dietro o di fianco, e il contesto è realistico: non abbiamo scuse.

 

Sto parlando naturalmente della reazione di persone normali, ovvero di una ristretta minoranza. Esiste poi, certo, una miriade di esibizionisti che si affannano a comparire almeno per un attimo e si prestano a qualsiasi pagliacciata pur di poter dire ad amici e vicini: guardami in tivù. Ma non fanno testo: sono persone che giustamente devono rivedersi in video per avere la prova di esserci, dal momento che hanno la consistenza bidimensionale degli abitanti di Flatlandia; ed è quindi più che naturale che si piacciano.

Perché invece noi non ci piacciamo, anche se poi per una sorta di morboso masochismo torniamo magari a far scorrere più volte le immagini, quasi ad abituarci a vedere quello che gli altri vedono? (è pur vero che ci si affeziona rapidamente a tutto). Credo di poter rispondere che non ci piacciamo perché ci rendiamo conto che quella dimensione ci inscatola e ci appiattisce. Che ci ruba l’anima, come dicevano gli indiani ai primi fotografi del West.

 

Qualcuno comincerà a questo punto a chiedersi cosa c’entra un discorso del genere con il titolo della conversazione, con la “morale catodica”. C’entra eccome. È la più lampante dimostrazione che ciò che ci ritorna dal teleschermo, anche nelle situazioni più banali, noi che camminiamo, che arrampichiamo, che parliamo e ci muoviamo, non è vero. Mi si potrebbe obiettare che semmai è il contrario, che quella è la realtà oggettiva, la realtà che tutti percepiscono, mentre ciò che noi crediamo di conoscere è invece la nostra realtà soggettiva. Ma non è affatto così. Quelle immagini stanno a noi come il Bignami sta ai Promessi Sposi, o una lastra radiografica a Scarlet Johansonn. Ci ossificano, ci liofilizzano, ci imprigionano come pesci rossi in una vaschetta, cancellando dalla nostra storia ogni significato che non sia l’apparire. E a differenza delle immagini fotografiche, che fissano degli attimi come gli entomologi facevano con le farfalle, e che dichiarano lealmente il loro valore collezionistico, ciò che scorre sul video ci inganna perché pretende di essere accettato come realtà, anzi, come l’unica realtà. Dobbiamo sempre tenerlo presente, quando parliamo di televisione: così come scopriamo falsa la nostra immagine, sarà certamente falsato anche tutto il resto.

 

Detto dello spettatore, anzi, del telespettatore, passiamo al nostro oggetto d’indagine. Una filippica antitelevisiva oggi può sembrare addirittura patetica, perché contro la televisione è già stato detto tutto da parte di tutti. Ma credo sia proprio questo il problema: a conti fatti si è creata una sorta di assuefazione al negativo, che ci fa dire infastiditi “lo sappiamo già, lo abbiamo già sentito”, e tirare dritti, senza più nemmeno la capacità di indignarci. Anzi, viene esibito come segno di anticonformismo un ironico compiacimento del trash, la frequentazione di telenovelas o dei contenitori quotidiani di gossip e di “approfondimento”. Tendiamo a fingere che ormai la televisione sia innocua, e che in dosaggi contenuti se ne possa fare un uso non pericoloso, anzi, divertito e superiore, che non ingenera dipendenza. Oppure ad accettare l’idea che l’evoluzione culturale l’abbia resa parte del nostro corredo genetico, insieme a quegli altri aspetti della “seconda” natura che abbiamo creato negli ultimi due secoli e in mezzo ai quali ci muoviamo sempre meno consapevoli di vivere nell’artificio. Questo atteggiamento ci frega: impegnati a difenderci da altri distrattori, telefonini multifunzionali, I-pad, ecc…, che ci stanno traghettando alla terza natura, quella virtuale, diamo per scontato che la televisione sia ormai un nemico impotente, relegato in secondo piano da pericoli ben più urgenti. Dimentichiamo che gli schermi televisivi si sono moltiplicati nelle case come metastasi, regnano in ogni camera, cucina, salotto, sala da bagno, sempre più grandi, sempre più rimpiattati contro le pareti, sempre accesi, trasformati da suppellettile d’arredo in elemento di struttura. E che il novanta per cento delle persone il mattino, prima di uscire, non guarda fuori dalla finestra ma si sintonizza sulle meteo-rubriche televisive.

 

La televisione ruba davvero l’anima, oltre che il cervello, e lo fa in cento maniere diverse. Lo fa sia come strumento che come contenitore. Lo fa perché è televisione e lo fa perché propone merce falsa. Provo dunque a mettere in fila una serie di considerazioni, senza alcuna pretesa di arrivare a tracciare un quadro esauriente. Non un vaccino, ma almeno un richiamo.

Cominciamo intanto col chiederci se la televisione è un mezzo neutro. Poniamoci la stessa domanda che per la scienza: è negativa in sé, o lo è solo per il cattivo uso che se fa? Si può quindi fare, in seconda battuta, una distinzione tra programmi televisivi decisamente demenziali e programmi intelligenti? Ovvero, per dirla tutta, è compatibile una forma positiva di intelligenza con la televisione?

 

Partiamo dallo strumento. Ovviamente, la mia risposta alla prima domanda è no. Ritengo che la televisione sia già negativa in sé, come puro e semplice medium. Per i seguenti motivi:

  1. Le modalità stesse della fruizione inducono nello spettatore, quali che siano i contenuti, un atteggiamento totalmente passivo e disarmato. La passività è totale perché vengono impegnati nella ricezione entrambi i sensi ai quali affidiamo normalmente la maggior parte della nostra esperienza conoscitiva. A differenza della radio, che ne lascia libero almeno uno, e della lettura, nella quale la vista non è trascinata a rincorrere immagini in movimento, e siamo noi a decidere le pause, le sospensioni, gli eventuali “riavvolgimenti” e ritorni sul testo, la televisione “occupa” per intero i nostri ricettori. Allo stesso tempo non è avvolgente come il cinematografo, che con l’ausilio del grande schermo, del buio in sala, della sacralità del silenzio e degli effetti speciali (cinerama, sensorround, occhiali per la visione tridimensionale, profumi, ecc…) può arrivare a coinvolgerli tutti e cinque (se ci mettiamo anche il gusto del popcorn): ma paradossalmente è molto più subdola. In una sala cinematografica si è “avvolti” dalle immagini che scorrono sullo schermo, e il buio e l’auspicabile assenza di distrazioni rendono unico quel mondo al quale, se il film è appena decente, consapevolmente ci consegniamo. Ma appunto, siamo consapevoli di farlo. Abbiamo scelto per un’ora e mezza di cavalcare, di sparare, di amare per interposta persona, abbiamo pagato un biglietto per farlo, per evadere dalla realtà per una frazione del nostro tempo. Sappiamo di vivere per quel tempo in un altro mondo, aiutati anche dal fatto che siamo usciti di casa e siamo entrati in uno spazio “consacrato” all’evasione. Quando lo spettacolo finisce ci togliamo il cinturone e rientriamo in noi stessi (insomma, quasi sempre e quasi tutti).
    La fruizione televisiva è invece una fruizione domestica e distratta: il mondo passa dentro uno schermo ridotto, che rimpicciolisce la realtà, allontanandola spazialmente, e che può coesistere con la caffettiera che soffia, col telefono che squilla, con lo sciacquone del bagno, con i vicini che litigano. Ciò che passa lì sopra rimane confinato in una dimensione “quotidiana”, per quanto drammatico sia il reportage, avvincente il serial poliziesco o struggente il documentario sulle foreste canadesi. Si pone come un mondo che interagisce con quello della nostra casa, con i suoi odori e rumori e con le sue distrazioni: e che si insinua, sino ad essere inconsapevolmente recepito come un ospite e un interlocutore, quasi fosse la suocera o il cognato scapolo. Lo si lascia distrattamente parlare, scorrere, qualche volta si reagisce con moccoli o commenti, si perde la consapevolezza della sua “alterità”, della sua virtualità. È un altro, ma un altro che ti entra in casa e non si schioda più, un ospite che ti parassita come il verme solitario.
  2. La televisione induce comunque una dispersione disordinata dell’interesse, che sul lungo periodo diventa indifferenza. I contenuti sono spalmati in mezzo ad una sequela di altri e tutto diventa pappina. Anche nei canali tematici vengono proposte cose assolutamente disomogenee tra loro (penso ad esempio ai canali dedicati alla storia, nei quali un documentario sul fascismo succede ad uno dedicato ai Maia e ne precede uno sui Templari), perché è necessario che l’offerta sia molto diversificata. Il livello di approfondimento, per bene che vada, è comunque superficiale, non produce memorizzazione, confronto e riflessione critica. La profondità è sacrificata all’ampiezza e alla velocità.
  3. La televisione attiva una memoria visiva legata all’immagine, e non al concetto. L’immagine viene assorbita e archiviata, e nel migliore dei casi, quando un qualsivoglia concetto le è sotteso, instaura con esso un legame forte: ma questo significa appunto che lo vincola a sé. Quello che non viene mai fuori è il concetto puro, applicabile ad altre immagini, che viene elaborato dalla mente quando la ricezione avviene per altre vie (attraverso le immagini statiche, ad esempio). In sostanza, proprio per quell’occupazione totale dei sensi di cui si parlava sopra, non induce all’astrazione.

Sin qui abbiamo però parlato di caratteristiche che in varia misura sono proprie anche di altri media (riproduttori, internet, ecc…). È un discorso che riguarda più il passaggio ad una particolare modalità di cultura visiva che lo specifico della televisione. È materia per semiologi, più che per due note in libertà.

Veniamo invece a quella che è la realtà della programmazione televisiva, della quale potrà anche importarci un fico secco, se non ne siamo fruitori, ma che non possiamo comunque ignorare, perché di essa si nutre la stragrande maggioranza della popolazione. Chiediamoci dunque cosa vedono i nostri vicini di casa (la risposta non è difficile, stante in genere il livello dell’audio), evitando di proposito di fare distinzione tra reti pubbliche e private, perché in sostanza le differenze sono minime e il discorso si sposterebbe su un piano di meschinità politica che non mi interessa.

Ad andare per la maggiore, di questi tempi, sono i programmi gastronomici. Dovrebbero testimoniare la riscoperta dei valori primari, fondamentali, nella fattispecie quello del gusto, inteso come senso e non come sensibilità, da coltivare in tempi di crisi in luogo di quelli prettamente voluttuari. Solo che quando la crisi si fa nera, e la proposta non è quella delle patate bollite, diventa di per sé una sorta di schiaffo alla povertà. E anche quando la crisi non è così nera, i messaggi trasmessi sono comunque in contraddizione costante con quelli salutisti e igienisti, con le campagne contro l’obesità dai quali siamo costantemente bombardati. La contraddizione riguarda però anche altri aspetti: per tre quarti della giornata la televisione ci propina l’immagine dominante, modello “libera, bella e snella”, declinata anche al maschile, per l’altro quarto ci sono donne e uomini chini costantemente sui fornelli, generalmente di taglia forte, impegnati in preparazioni complicatissime. Quasi a dire: se non sei bella e snella, impara almeno a cucinare, e sfogati con sane abbuffate. Davvero liberatorio.

La parte del leone, quanto a tempi di programmazione, la fanno però ancora i contenitori-salotto. Sono programmi a basso costo (ma comunque di gran lunga superiore al valore), per i quali vengono raccattati figli di attori e di cantanti, ospiti di professione, vallette per un giorno, ex brigatisti ed ex protagonisti di reality, astrologi e tuttologi rigorosamente omosex, e nei quali si pepineggia per ore dissertando di delitti insoluti, psicologia criminale, maternità eccellenti e paternità incerte, preti pedofili e papi che pagano l’albergo (ma non le tasse); il tutto in un’atmosfera che gronda partecipazione accorata e amarcord, in un circuito autoreferenziale che fagocita e include chiunque abbia goduto di un qualsiasi passaggio televisivo, fosse anche per aver sgozzato i figli, e sia stato così immatricolato nel mondo virtuale. Assenti illustri, naturalmente, l’intelligenza e l’ironia.

Che morale ci propongono i contenitori? Primo: siamo una grande famiglia, e in famiglia si deve discutere di tutto, partecipare di tutto, fare gossip sui vicini di casa o sui parenti, ma mai parlare di cose concrete come il lavoro (a meno di inscenare brevi sceneggiate con disoccupati che si capisce subito perché siano tali) o come la scuola (a meno che non ci sia stato un attentato, o non sia disponibile il solito ripugnante filmato postato su internet da un branco di mentecatti). Secondo: non c’è alcuna differenza, alcuna gerarchia di gravità e di rilevanza (e infatti i toni sono sempre gli stessi) tra un omicidio brutale e la scomparsa del gatto della cantante, tra un premio Nobel magari catturato a tradimento e lo stilista gay che si consegna del tutto spontaneamente alla telecamera, tra una raccolta di fondi per la lotta al cancro e quella di firme contro il terzo bottone della giacca. Tutto diventa, come avrebbe detto Jerome, un minestrone olandese. Terzo: nulla ha senso se non riceve l’unzione televisiva. Esiste una realtà ed una sola, ed è quella inquadrata, appiattita, filtrata, ritinta, ritoccata o addirittura rifatta dalla televisione.

Quel che resta del giorno (e della notte) se lo spartiscono in ordine sparso i serial americani, tedeschi e francesi, gli improbabili poliziotti, carabinieri, finanzieri o forestali italiani, le rubriche sportive, i talk dedicati all’informazione e al dibattito politico e quelli giocati sui “personaggi” che vanno a far marchette per i loro libri o i loro film, i patetici telecabaret e le trasmissioni più o meno serie di contro-informazione.

Partiamo proprio da queste ultime. Di norma a condurle sono dei dementi che girano per strada conciati proprio come tali, indossando tute fosforescenti e sturacessi a mo’ di papaline, e che ficcano i loro microfoni in bocca ai politici per coglierli in contraddizione. Se una speranza può ancora nutrire la classe politica italiana è quella di essere perseguitata da simili inquisitori, al cui confronto persino Bondi sembra sprizzare un qualche barlume di intelligenza. Il messaggio è: la salvezza, l’aiuto, la difesa arrivano dalla tivù. Per raddrizzare i torti non è più necessario (anzi, il sottinteso è che sia del tutto inutile) rivolgersi alla magistratura, a una qualsiasi autorità o a un santo: la giustizia la porta il Gadano, lo strumento è la gogna mediatica. Che poi lo sputtanamento televisivo possa essere orientato, magari da chi le televisioni le possiede, non ha alcuna importanza: perché l’altro messaggio, quello più importante e più sottile, è che comunque tutto è spettacolo e recita, e che è meglio farsi quattro risate che incavolarsi. Le inchieste naturalmente sono sommarie, condotte con uno stile incalzante che tiene i tempi dello spettacolo e non consente repliche: delle quali peraltro, o di come stiano veramente le cose, una volta fatto lo scoop non importa più niente a nessuno.

Ci sono, è vero, anche rubriche d’indagine serie, che mettono a nudo un’incredibile sequela di malaffari. Ma è proprio la quantità, in questo caso, a sortire un effetto di straniamento. Non si ha il tempo di indignarsi per una porcheria, di intravvederne i contorni e le conseguenze, che già ne viene servita un’altra, e si è forzati a distogliere l’attenzione dalla prima. Alla fine non si riesce più a tenere il passo: si lascia mestamente che ci scorrano sopra, rassegnati a vivere in un paese dove come si posa piede si calpestano degli escrementi.

E a questo proposito, veniamo ai dibattiti politici. Il dibattito è per tradizione un confronto d’idee. Dove idee non ce ne sono, dove stanti i protagonisti non è nemmeno pensabile che l’intelligenza e il buon gusto possano trovare una qualche ospitalità, è naturale che scada a caciara. Il fatto grave è però che la caciara non nasce da una degenerazione del dibattito, ma ne è una modalità nuova e già consacrata, eletta a metodo e insegnata nei seminari per comunicazione manageriale. Non consentire all’interlocutore di esporre le proprie idee, dargli sulla voce, ripetendo ossessivamente le stesse domande, risposte o accuse mentre l’altro parla, e quindi non ascoltarlo ostentatamente, sembrano i modi dello scemo del paese di quando eravamo ragazzini, e invece sono vere e proprie tecniche insegnate da trainer specializzati e assorbite con estrema facilità ed evidente profitto dai nostri politici e dal loro variopinto corteggio di scagnozzi e gazzettieri. Il risultato è uno spettacolo indegno, una squallida lezione di cretinismo e di prepotenza maleducata, il cui potere diseducativo è tale da minacciare in pochi anni secoli di affinamento delle buone maniere e di allenamento al civismo. Qui il messaggio è più esplicito ancora che negli altri casi. Non importa quello che dici, ma il tono di voce che usi: nessuno ti ascolta per capire, vogliono solo veder correre il sangue nell’arena. Le idee hanno lasciato il posto all’immagine, e l’immagine colpisce solo se truculenta.

Il dibattito politico televisivo riassume quindi in sé, e moltiplica in maniera esponenziale, tutta quanta la morale catodica. Non è nemmeno il caso a questo punto di prendere in considerazione anche i serial polizieschi o le rubriche sportive, che trasmettono solo la loro parte del messaggio. È già compreso tutto lì, nella maleducazione, nella violenza, nel protagonismo di ospiti e conduttori, nella sensazione continua che si tratti solo di un teatrino; è nell’autoreferenzialità assoluta di una classe politico-giornalistica che guarda alla “gente”, a quelli che stanno fuori dello studio, con condiscendenza paternalistica o con democratica degnazione, e che vede solo quelli che si assiepano attorno all’inviato, a mendicare una inquadratura e a delegittimare anche la migliore delle cause dandola in pasto alle telecamere. Tanto da convincersi che non esista altro che il “pubblico”, la massa amorfa, stupida e influenzabile degli spettatori, e che solo di esso vada tenuto conto.

Forse dal suo punto di vista la variegata lobby televisiva ha anche ragione: ma questo non fa che confermare quanto era implicito nella terza delle domande che avevo posto, anzi, a dire il vero già anche nelle prime due. E cioè che nessuna forma di intelligenza libera (ma l’aggettivo è pleonastico, perché la vera intelligenza non può che essere libera) è compatibile con la televisione.

Questo ci conduce finalmente al nocciolo della nostra conversazione, ad un tema che ho sinora volutamente lasciato da parte, anche se è legato al discorso sulla televisione, perché ci porta molto più in là. Mi scuserete quindi se la prenderò un po’ larga.

Parlavo di intelligenza. Ora, l’intelligenza umana è strettamente connessa allo sviluppo del linguaggio: evolvendo da una funzione puramente denotativa ad una comunicativa il linguaggio ci ha portati a cogliere il mondo all’interno di una logica spazio-temporale, a darne una lettura causale e consequenziale; presiede quindi sia alla nascita della tecnica che a quella della socialità, oltre che a quella della coscienza. Noi siamo animali tecnologici e politici perché pensiamo e comunichiamo nei termini di un linguaggio simbolico e complesso. Il tema dell’origine dell’intelligenza è tanto affascinante quanto controverso, perché ha sotteso l’irresolubile quesito se venga prima l’uovo o la gallina, ovvero quali abilità favoriscano l’insorgere di altre: ma non conviene spingerci oltre. Per il nostro discorso direi che possiamo prescindere dalle precedenze e badare invece ai risultati. Di certo c’è che l’acquisizione di una competenza comunicativa così eccezionalmente ricca ha segnato il discrimine netto tra noi e gli altri primati, e che quindi va prestata molta attenzione agli effetti di qualsivoglia azione, conclamata o sotterranea, guidata o apparentemente “spontanea”, che vada a concernere il linguaggio; ivi comprese appunto le ricadute della modalità di comunicazione televisiva .

In 1984 Orwell descrive una società nella quale la televisione (che pure nel 1948, quando il romanzo apparve, esisteva solo a livello sperimentale) è lo strumento fondamentale per la creazione del consenso e per l’esercizio del potere. Essa viene utilizzata da un lato per effettuare un vero e proprio martellamento propagandistico, dall’altro per garantire al regime un controllo capillare e invasivo dei comportamenti privati, dal momento che i monitor piazzati in ogni casa e in ogni ufficio funzionano in entrambe le direzioni, in entrata e in uscita, come schermi e come telecamere. Direi che è un quadro abbastanza prossimo a quello della realtà odierna: le telecamere sono ormai quasi onnipresenti negli spazi pubblici, per quelli privati provvedono i social network, face book e lo streaming alla messa in piazza volontaria. Tra l’altro, con esiti molto più soddisfacenti di quelli che si potrebbero ottenere attraverso la coazione.

La propaganda si basa sull’uso sistematico della menzogna, non solo in funzione del presente, ma esteso retroattivamente anche al passato: quindi su una riscrittura, peraltro sempre rinnovata, della storia, che viene piegata di volta in volta alle esigenze politiche del momento. Uno slogan del partito unico al potere recita: “La menzogna diventa verità e passa alla storia”, il che purtroppo è stato vero quasi sempre, anche prima dell’avvento dei regimi totalitari, lo è oggi quanto mai ed ha il suo perfetto corollario in “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”.

Per ottenere questo risultato alla martellante campagna televisiva si accompagna una riforma radicale del linguaggio (la costruzione della neo-lingua); quest’ultimo da un lato viene ridotto all’essenziale, dall’altro è privato di significato, attraverso un totale stravolgimento (sulla facciata del Ministero della Verità di Oceania, uno dei tre megastati che si spartiscono il mondo, campeggiano le scritte la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza). È un’operazione articolata e complessa, per la quale il regime si avvale di numerosi “filologi”. Uno di questi spiega a Winston, il protagonista: “Guarda che noi non inventiamo parole nuove. Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno stiamo riducendo il linguaggio all’osso”.

Orwell dimostra di aver capito perfettamente, vent’anni prima di McLuhan e di Pasolini, come funziona il meccanismo della colonizzazione televisiva: in fondo ha già visto lo stesso meccanismo operare tra le due guerre, nei regimi totalitari, attraverso la radio, il cinema e i manifesti. L’applicazione televisiva ne moltiplica ora le potenzialità di condizionamento e favorisce ulteriormente le derive demagogiche, anche nei regimi “democratici”. Ma Orwell va poi ancor più in profondità, perché sottolinea la fondamentale importanza del controllo del linguaggio, e soprattutto le conseguenze del suo impoverimento.

La distruzione del linguaggio è stata da sempre la premessa per ogni “rifondazione” politica e morale. E il primo atto di distruzione del linguaggio è costituito dall’eliminazione fisica dei supporti, dei documenti o addirittura dei testimoni viventi che possono perpetuarlo. Ogni regime dispotico o totalitario ha provveduto in qualche modo ad accendere roghi di libri. Tre secoli prima di Cristo l’imperatore Qin Shi Huang, per liquidare ogni possibile contestazione alla legittimità della sua investitura, ordinò la bruciatura dei libri e la sepoltura degli eruditi. Non era un’espressione metaforica: quasi mezzo migliaio di intellettuali furono allegramente sepolti vivi. Da allora i falò letterari non si contano, a partire dall’incendio della biblioteca di Alessandria sino ad arrivare alla distruzione di quella di Sarajevo, passando per roghi cristiani e musulmani, sovietici e nazisti e ancora cinesi, durante la rivoluzione culturale: ed anche gli intellettuali non hanno avuto di che stare allegri. Il rogo dei libri significa fare piazza pulita del passato, cancellare la memoria, per poter edificare un nuovo ordine il cui controllo parte proprio dal controllo dalla parola. Ma mentre in passato (e in un passato nemmeno troppo lontano) i libri venivano bruciati fisicamente, oggi questo non è più necessario: possono essere resi obsoleti con tecniche più “morbide”, e la più dolce e letale è proprio l’impoverimento della sostanza di cui sono fatti.

Ad accendere i moderni roghi virtuali ha contribuito significativamente proprio la cultura italiana. Marinetti e i Futuristi sono stati tra i primi sperimentatori dell’attacco al linguaggio come bordata d’approccio per destrutturare la democrazia. Se non avete presente il Manifesto Tecnico della letteratura futurista vi rinfresco la memoria: “Bisogna distruggere la sintassi … Si deve abolire l’aggettivo … L’aggettivo avendo in sé un carattere di sfumatura, è inconcepibile con la nostra visione dinamica, poiché suppone una sosta, una meditazione. … Si deve abolire l’avverbio … Bisogna dunque sopprimere il come, il quale, il così, il simile a. …. Abolire anche la punteggiatura …  Si deve usare il verbo all’infinito … bisogna fondere direttamente l’oggetto coll’immagine che esso evoca”.

Orwell avrebbe potuto benissimo copiare di qui il manuale operativo dei filologi del Ministero della Verità. E forse almeno in parte lo ha fatto. Via gli avverbi, i modi verbali, gli articoli, gli aggettivi, via tutto quello che consente la complessità, le sfumature, l’arricchimento concettuale. Solo parole-immagine, parole-rumore. Ora, la riduzione del linguaggio a mimesi onomatopeica, a suono denotativo anziché a concetto connotativo, rappresenta un salto indietro di ere, non di secoli: e questo salto è stato davvero compiuto, in pochi decenni. Al di là degli aspetti puramente provocatori e delle sparate futuriste, ciò che ha preso l’avvio in quell’attacco è proprio la riduzione della comunicazione a slogan, dei concetti a puri loghi che rimandano meccanicamente a contenuti elementari prestampati nella memoria. I risultati che Marinetti auspicava sono esattamente gli stessi cui punta il Grande Fratello: “Poeti futuristi! lo vi ho insegnato a odiare le biblioteche e i musei, per prepararvi a odiare l’intelligenza, noi prepariamo la creazione dell’uomo meccanico dalle parti cambiabili. Noi lo libereremo dall’idea della morte, e quindi dalla morte stessa, suprema definizione dell’intelligenza logica”. Non si sta parlando di biomeccanica, di cyborg indistruttibili come Terminator: le parti cambiabili sono le schede linguistico-concettuali inserite nel cervello. E la liberazione dalla morte altro non è che la cancellazione dell’idea di futuro, quindi di ogni possibilità e responsabilità di scelta tra diverse prospettive, a favore di un eterno presente per il quale siamo “liberati” da qualsiasi angoscia decisionale.

Così funzionano i roghi linguistici. Nei nuovi linguaggi, siano quello futurista o quello di Oceania, i termini sono impoveriti sino ad un significato unico, preciso, secco, che non lasci spazio a sfumature interpretative, che elimini qualsiasi complessità. In questo modo diventa impossibile concepire un pensiero critico individuale: ogni termine “marchia” un significato, evoca una sola immagine, rimanda ad un unico concetto, e quindi ad un’unica realtà possibile. Un linguaggio povero non consente né dialogo né dibattito: non serve a cercare la verità, perché la verità è già implicita nel significato univoco delle parole. Il discorso si rattrappisce a slogan.

Ed è qui che torna in scena, e diventa protagonista, la televisione. La televisione eredita un ruolo che solo entro certi limiti poteva essere affidato alla carta stampata (quest’ultima possiede degli anticorpi che la rendono parzialmente immune), che solo fino ad un certo punto poteva essere interpretato dalla radio e dal cinema, e che ora trova invece l’applicazione più efficace. Il paradosso è che in un primo momento la televisione era sembrata coprire un ruolo radicalmente diverso, di alfabetizzazione delle masse (si pensi a “Non è mai troppo tardi”, al maestro Manzi): in realtà quello era una sorta di corso accelerato per far uscire le masse dall’uso del solo dialetto, per abituarle a recepire un linguaggio più universale, nel quale possono essere diffusi, semplificandoli al massimo, i messaggi promozionali dell’economia e quelli propagandistici della politica. Quindi la televisione ha svolto un duplice mandato, di svezzamento preliminare, nel senso della omogeneizzazione linguistica, e di successiva omologazione, nel senso della “semplificazione all’osso” del linguaggio.

Nell’odierna era digitale, nella quale il definitivo predominio delle immagini sulla parola ha reso obsoleta anche l’alfabetizzazione (tanto che si assiste, dopo aver toccato il traguardo dell’alfabetizzazione di massa, ad un prepotente avanzare dell’analfabetismo di ritorno), la televisione ha i requisiti perfetti per assolvere al ruolo che Orwell assegnava ancora ai “filologi” (e già il definire così coloro che hanno il compito di distruggere il logos è ironicamente significativo) impegnati a riformare il vocabolario. Di per sé, come mezzo che ambisce ad una utenza indiscriminata e la più larga possibile, abbiamo già visto che non può che adottare una semplificazione massima del linguaggio. Per il suo crescente uso “commerciale”, connesso all’enorme potere di persuasione e di spinta al consumo che ha dimostrato di possedere, e per la conseguente necessità di favorire una identificazione del pubblico con i “testimoni” dei prodotti, porta in video un numero sempre più grande di partecipanti con scarsissime competenze linguistiche. Infine, come strumento che esige un apparato di produzione e di diffusione estremamente complesso e costoso, e quindi grosse disponibilità finanziarie, finisce per essere gestito esclusivamente da gruppi di potere o da privati che possono arrischiare investimenti sul lungo periodo, e che lo utilizzano a salvaguardia o a supporto dei loro interessi (come è clamorosamente evidente nel caso italiano), secondo un progetto articolato di persuasione e di distrazione.

Non c’è dunque più alcun bisogno dei plotoni d’esecuzione filologici immaginati da Orwell: sono sufficienti i calciatori, gli allenatori, i cantanti e gli altri saltimbanchi di passaggio che rispondono sempre alle stesse domande, sempre egualmente cretine, con le stesse formulette standardizzate; i politici che liquidano ogni contraddittorio con un vaffa o con gli insulti, e che mutuano la terminologia sportiva per farsi meglio capire “dalla gente”; i conduttori specialisti nell’aiutino e quelli che riducono la polivalenza semantica, l’espressione più raffinata del gioco linguistico, a beceri doppi sensi; i cuochi e gli stilisti che affettano un linguaggio specialistico dal quale è abolito ogni congiuntivo, ecc… Si badi che l’abolizione del congiuntivo non denuncia solo difficoltà nell’apprendimento e nella coniugazione dei verbi: è significativa della estrema semplificazione nella visione del mondo, per cui le cose sono (anche se poi sono solo virtuali) o non sono: ciò che esclude ogni dimensione della possibilità, o della auspicabilità. Esclude l’idea che le cose sono ma potrebbero essere anche in altro modo, e forse varrebbe la pena di sforzarsi per cambiarle: esclude il sogno utopico, quello che spinge a cercare di cambiare, per fare posto invece alla realtà virtuale, che è quella che ti neutralizza, dandoti l’impressione di vivere già l’utopia realizzata.

Per colmo di paradosso la semplificazione linguistica viene gabellata come processo di democratizzazione: ed è stata interpretata come tale (e continua ad esserlo tutt’oggi) anche da una parte del pensiero “progressista”, in base all’argomento che la “complicazione” alza una di barriera contro la possibilità di capire, e quindi anche contro lo smascheramento dei trucchi del potere. L’argomentazione è senz’altro corretta se si pensa al burocratese, a certi linguaggi tecnici o a idiomi elitari utilizzati per alzare altre barriere, quelle di classe (un caso storicamente esemplare è quello dell’uso “politico” del latino da parte degli umanisti quattrocenteschi, per tenere lontana dalle cariche pubbliche la borghesia mercantile): ma è vero il contrario se a crescere non è la complicazione, ma la complessità.

Noi siamo in presenza appunto non di uno snellimento delle complicazioni ma di un attacco portato alla complessità. La semplificazione in atto, che passa attraverso l’adozione di un linguaggio stereotipato e modulare, va in direzione esattamente opposta a quella di uno sviluppo o di una manutenzione del pensiero e della conoscenza. Sfoltisce i termini, perché questo ne facilita il controllo, e ad ognuno di essi attribuisce un valore univoco: ciò che riduce il lavoro del pensiero ad un automatismo di riconoscimento, di accettazione e di incolonnamento dei significati attribuiti da chi ha in mano il potere.

Questa semplificazione prelude quindi alla riscrittura della realtà e della storia. Nel mondo di Orwell “tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati, tutti i libri riscritti, tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il Partito ha sempre ragione”. E allo stesso modo le nuove opere d’ingegno, poesie, saggi e romanzi sono “prodotti” realizzati automaticamente da sofisticati macchinari elettromeccanici (i versificatori), né più né meno che odierni computer, che agiscono sulla base della composizione modulare predefinita.

 

Le cose vanno esattamente allo stesso modo nel nostro mondo. Se non si bruciano i libri si imputano però al “peso” materiale della cultura le scogliosi che deformano giovani schiene ineducate a qualsiasi corretta postura, e si auspica quindi (o si impone) la loro sostituzione con supporti digitali portatili (tablet e compagnia). Ora, il passaggio da un supporto “rigido” ad uno “aperto”, sia quest’ultimo un monitor o un video o un display o quel che cavolo si vuole, ha delle profondissime implicazioni psicologiche. Sulla carta le parole sono impresse, rimangono lì, sotto la piena responsabilità di chi le ha scritte: su un monitor sono di passaggio, convivono e si confondono con mille altre cose, o addirittura possono essere modificate, riscritte, falsificate Quando lo stesso supporto mi dà accesso tanto a Guerra e pace che al gossip di Chi?, e mi offre la possibilità di passare dall’uno all’altro in una frazione di secondo, qualsiasi contenuto diventa volatile, leggero e intercambiabile. E questo è solo un aspetto del problema, ma è fondamentale, perché attiene al peso specifico delle parole.

Le parole sono pietre recita il titolo di un libro di Carlo Levi, e fino a quando si ha questa coscienza, a meno di essere degli idioti o dei criminali, si fa attenzione al loro uso. Si cerca di farle corrispondere a dei concetti, a delle idee, a delle cose. Ma se si pensa che l’una valga l’altra, e che i versi de l’Infinito non siano qualcosa di diverso dai testi dell’ultimo rapper di tendenza, visto che scorrono sullo stesso supporto, il peso va a farsi benedire e le parole possono essere gettate per aria senza farsi troppi problemi. Non ti ricadranno in testa e, quand’anche lo facessero, sganciate dalle idee saranno piume, potranno essere smentite, rivoltate, stravolte ad altri significati, utilizzate comunque in funzione di un effetto immediatamente spettacolare, al fine di segnare un punto nei confronti di un competitore o del pubblico. Che è esattamente ciò che accade in televisione.

E anche, purtroppo, in libreria. Perché a dispetto di tutto i libri ancora si moltiplicano, ma sempre più appunto come prodotto volatile, di consumo veloce e di peso culturale insignificante: hanno le loro fiere, le loro campagne promozionali con lo sconto, come qualsiasi prodotto, dai tartufi alla carta igienica, ed hanno naturalmente la scadenza: come gli alimentari, sono destinati ad una brevissima permanenza sugli scaffali. E non è nemmeno più importante, visto il basso tenore proteico, che siano almeno insaporiti da una forma corretta e lessicalmente ricca, che gli ingredienti siano genuini, perché il loro apporto nutritivo nei confronti della forma corrente della comunicazione è pari a zero.

 

La comunicazione passa oggi attraverso le “reti sociali”. Facebook vanta oltre un miliardo di utenti, Twitter pochi meno. La prima gioca fondamentalmente sulle immagini, la seconda concede al pensiero un massimo di centoquaranta caratteri, l’equivalente esatto di due righe di questa pagina. È una misura che i “filologi” di Oceania avrebbero considerata perfetta. L’impossibilità eretta a norma di formulare una qualsiasi riflessione compiuta avrebbe persino reso superfluo il lavoro della psicopolizia.

E infatti. Nella nostra realtà essa ha rappresentato un vero invito a nozze per gli idioti, visto che a trarre il maggiore vantaggio dall’icasticità sono gli insulti. Un’enorme massa di minorati mentali, quella che per motivi tecnici non poteva essere accolta in video e che sino a ieri era frenata almeno dal timore per una certa sacralità della parola, ha scardinato le porte di Gog e Magog e si è riversata in rete, inverando tutte le peggiori profezie.

 

Non sto esagerando, e non sono in depressione da andropausa. Patisco solo una memoria ipertesa. Marinetti nel suo Manifesto proclamava “L’uomo completamente avariato dalla biblioteca e dal museo, sottoposto a una logica e ad una saggezza spaventose, non offre assolutamente più interesse alcuno” e subito dopo aggiungeva: “Dunque, dobbiamo abolirlo nella letteratura, e sostituirlo finalmente colla materia”. Fu preso sin troppo alla lettera. Nel maggio del 1933 il via ai roghi dei libri che illuminarono sinistramente le piazze tedesche venne dato per radio da queste parole di Hitler: “La democrazia fa schifo. La libertà fa schifo. La libertà d’opinione fa schifo”. Qualche anno dopo altri roghi, quelli dei cadaveri degli uomini avariati gettati nei forni crematori, portavano a compimento l’operazione.

 

Mi ero ripromesso di non ammannire prediche: non ce l’ho fatta, e me ne scuso, ma è più forte di me. Sono uno dei pochissimi italiani che ammirano Savonarola (e dei pochi che lo conoscono). La verità è che sono seriamente preoccupato. Recentemente, dopo cinque giorni di silenzio ho inviato dall’estero a mia figlia un messaggio, chiedendole: “Allora, come stai?” Ha risposto: “bn”.

Non è un refuso: era scritto proprio “bn”.

È già avanti, ha surclassato Marinetti e la televisione: ha eliminato anche le vocali.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Una, cento, mille culture

di Paolo Repetto, 18 marzo 2008, a Dino Bonabello

Caro Dino,

ti trasmetto a caldo un paio di impressioni maturate durante la conferenza di ieri sera. Impressioni estemporanee, per ora. Delle cose serie spero avremo modo di discutere più avanti.

Prima di tutto però voglio ringraziarti. Non sono convenevoli, sai che non ne faccio. Il fatto è che mi rendo conto sempre più di quanto sia stata e sia tuttora stimolante la tua conoscenza. È una cosa che va avanti almeno dall’inizio degli anni ottanta. Ci frequentiamo pochissimo, abbiamo rarissime occasioni di incontrarci e di discutere, ma ciascuna di quelle poche volte ha lasciato dei semi. Valga per tutte la mia conversione all’interesse per le scienze antropologiche. Probabilmente era nell’aria, era iscritta nel mio percorso, ma non ho dubbi che a farla maturare siano stati i nostri incontri, sempre episodici e a margine di qualcos’altro, e le discussioni, e magari le divergenze, perennemente rimaste in sospeso (sarà forse proprio questo il segreto?); per non parlare delle cose che hai scritto, a partire da quel “Antropologia culturale, scienze del comportamento ed evoluzione” che conservo ancora in due diverse edizioni (sono un bibliomane!). Di lì è disceso anche il mio diverso approccio con la sociobiologia, con tutto quello che ne consegue in termini di riflessione “politica”. Sappi quindi che a volte gli incontri sono molto più fecondi di quanto non appaia.

E veniamo a ieri. Il relatore che hai presentato è senz’altro un ragazzo eccezionale, incredibilmente colto e capace di divulgare senza supponenza e prosopopea. Ascrivo l’incontro tra i pochi guadagni netti di quest’ultimo periodo. Ma vorrei prescindere in realtà dalla sua relazione, che ha messo molta carne al fuoco ed è risultata per forza di cose piuttosto essenziale. Ripeto, ne riparleremo con calma. Voglio invece fare un paio di considerazioni futili sulla serata in sé e sul dibattito.

  1. Mentre ascoltavo Fredda spiegare l’impatto degli studi sociobiologici sulla cultura, italiana e non, dell’ultimo quarto di secolo, non potevo fare a meno di pensare: «Stasera siamo quattro gatti, non più di quindici, venti persone a riflettere su queste cose, in una città come Alessandria che conterà quasi centomila abitanti. Non credo ci siano in giro altri incontri del genere, né qui né in provincia, e non intendo specifici su questo tema, ma dedicati ad un qualsivoglia tema “forte”. Al massimo ci sarà la presentazione di qualche raccolta di poesie dialettali, o cose del genere. Bene, questo significa che centomila persone, il doppio se consideriamo tutta la provincia, questa sera guardano la tivù, giocano a carte, sono magari al cinema o a mangiare una pizza o a ballare, fanno di tutto insomma, fuorché riflettere, pensare, porsi delle domande. Ora, togliamo i bambini, togliamo gli extracomunitari che hanno problemi ben più immediati di sopravvivenza per potersi porre quelli di senso, gli anziani già fulminati e i malati, togliamo anche che per carità, mica la gente può stare sempre lì a discutere di cose serie; ma quindici o venti su duecentomila sono una percentuale di uno su diecimila! Desolante davvero, se si considera poi che l’alternativa più forte e più praticata è quella dei grandi fratelli, quelli scemi e quelli troppo furbi. Altro che superiorità sulle formiche, e dignità dell’uomo, e Pico della Mirandola! Lo so che non siamo iscritti in alcun disegno di perfettibilità, ma porca miseria, qualcosa di più da tutta la libertà che ci siamo presi nei confronti della natura sarebbe lecito aspettarselo! O forse no? E questo ci porta direttamente alla considerazione sullo specifico de:
  2. i quattro gatti. Qui il tema si fa ancora più serio. Ieri si è avuta l’ennesima riprova di una incapacità tutta italiana di conciliare le due culture, quella umanistica e quella scientifica, e della presunzione e dell’arroccamento di coloro che hanno coltivato solo la prima, e si ritengono comunque abitati da uno spirito superiore. Non è il caso di generalizzare, perché Piana ad esempio rappresenta un modello piuttosto vecchio di “umanista”, di “filosofo”, e oggi certamente non fa più testo (come dimostra lo stesso Fredda, ma mettiamoci dentro anche noi due). Non sono però tanto sicuro che questo modello, anche se in una versione più aggiornata, sia stato davvero del tutto superato. Credo che questa posizione nasca essenzialmente dalla difesa strenua di uno status (nel senso che se esiste uno spirito, un quid che “trascende” la nostra animalità, invece che “discenderne”, ci si sente di esso ministri e partecipi, ergo “superiori”). La definirei una posizione disperata, e quando si difendono le posizioni disperate è facile e naturale cadere nell’integralismo. Quella di Piana (per carità, con tutto il rispetto, è una bravissima persona) è una forma di “integralismo umanistico”, il cui ultimo profeta è stato Croce, ma che produce ancora oggi moltissimi ayatollah. È questo integralismo, ad esempio, che ha impedito di riconoscere Leopardi come un grande filosofo: andava salvaguardato come grande poeta, come interprete di quello Spirito che invece il nostro espressamente negava. Ed è anche ciò che ha impedito a Piana di capire la vera rivoluzione di Kant e il senso della sua “autonomia” etica, e che ancora oggi impedisce alla nostra scuola di porre al centro di qualsivoglia programma, o piano di studi o curricolo o come diavolo vogliamo chiamarlo, il tema dell’evoluzione.
  3. Passiamo ora alla tizia che ha continuato a parlare durante tutta la relazione di Fredda (credo sia una psicanalista, o giù di lì). Concediamo pure in questo caso tutte le attenuanti dell’età (e anche del sesso – mi spiace dirlo, ma credo ci sia una disposizione tutta femminile dietro certa “aggressività” culturale), che dovrebbero spiegare la narcisistica volontà di apparire e di sciorinare un sapere antropopsicologico a settecentoventi gradi: e confessiamo che in fondo ne siamo affetti un po’ tutti. Quello che è grave, però, è che la tizia non ha capito un acca di quanto Fredda diceva, e soprattutto non ci ha nemmeno provato, perché non lo ascoltava, o lo ascoltava solo per tradurlo nel proprio linguaggio e dire: ma si, questo non è altro che ….; ovvero, sappiamo già tutto e non abbiamo bisogno di nessun’altra spiegazione. Ora, questo atteggiamento non è soltanto suo, è di tutto l’ambiente psicoanalitico, (ricordi Fornaro?) soprattutto perché è un ambiente meticcio, a cavallo tra le due culture, che invece di mediarle ha finito per declassarle entrambe. Non sempre, voglio dire, il meticciato ha prodotto buoni frutti.
  4. II che ci conduce a localismo e universalismo culturale. Dietro tua sollecitazione (era questo ciò cui volevi davvero arrivare, e giustamente, perché è questa la ricaduta fondamentale del tema natura-cultura) Fredda ha accennato al problema. Non ho i dati per esprimere giudizi, non avendo ancora letto il suo libro, ma dai pochi accenni mi è parso che rimanesse ancorato ad una enunciazione di buone intenzioni, neppure troppo convinta. Probabilmente non gli è stato dato il tempo per scendere sul concreto. Io rimango dell’idea mia, e cioè che è senz’altro auspicabile un’integrazione progressiva, e che auspicabile o meno ci sarà comunque: ma temo che la velocità alla quale si sta procedendo non porterà a nulla di buono. L’attrezzatura culturale di cui disponiamo è messa a soqquadro, e hai voglia a dire che ogni diversità è una ricchezza, se fai un viaggio in India e mangi alla bengalese o bevi l’acqua locale ti becchi come minimo una dissenteria fulminante. Credo che l’assunzione non adeguatamente filtrata di nuovi modelli culturali, e persino la coabitazione non debitamente regolamentata (per essere chiari, reciprocità) possa risultare fatale per il nostro metabolismo. Questo a prescindere da qualsivoglia giudizio di merito, mi limito ad un giudizio di prosaica convenienza (e comunque, anche su questo non sarebbe male riflettere “con mente pura”, che io traduco con “un po’ di buon senso”).

Tutto qui, per il momento. La verità è che chiudo perché urgono altre cose, che magari mi interessano molto meno ma accampano delle priorità. Ho comunque la certezza di ritrovarti puntuale ogni volta che avrò bisogno di un po’ di spinta per guardare avanti. E non è poco. A presto.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Humboldt controcorrente

di Paolo Repetto, dicembre 2006

Queste pagine nascono da una conferenza tenuta nel maggio 2005 agli studenti del corso di Storia della Scienza dell’Università di Genova. Il testo originale è stato successivamente ampliato e corredato di note, ma la sostanza e il tono dell’approccio sono rimasti invariati.

Humboldt controcorrente A che sopportare tanto: insetti, liane, pioggia, umidità
e gli scontenti sguardi degli indiani?
Non per via dello stagno, della iuta,
del rame, del caucciù. Lui era un sano,
che inconsapevolmente con sé trascinava la malattia,
un disinteressato ambasciatore del saccheggio, un mero corriere
che non capiva di essere venuto ad annunciare la distruzione
di tutto ciò che nei suoi “Ritratti della natura”,
fino all’età di novant’anni,
appassionatamente dipinse.
da Mausoleum. Trentasette ballate dalla storia del progresso
di H. M. Enzesberger

Humboldt? Chi era costui?

Digitando su qualsiasi motore di ricerca solo “Humboldt”, o “von Humboldt”, compare in genere sul monitor il viso affilato e spirituale di Wilhelm, illustre filologo e filosofo, precursore dello studio linguistico descrittivo e della fonosemantica, che però con la nostra storia ha a che vedere solo marginalmente. Per conoscere il volto di Alexander, che è il fratello minore e quello che a noi interessa, è invece necessario precisare anche il nome[1]. E non è solo una questione di precedenza anagrafica.

Dirò di più. Se aveste cercato vent’anni fa, quando Internet ancora non esisteva, sulla migliore delle enciclopedie, vi sarebbe andata peggio. Su Alexander von Humboldt avreste trovato quasi nulla. Spesso era citato solo come fratello di Wilhelm. Nei manuali scolastici di Filosofia accade ancora oggi.

Se invece non avete mai fatto nulla di tutto questo, e quindi l’oggetto del nostro incontro vi è perfettamente sconosciuto, non sentitevi in imbarazzo. Siete in buona compagnia. La “Humboldt-Renaissance”, che pure in questi ultimi anni c’è stata, non ne ha fatto un personaggio popolare, e non solo da noi, ma nemmeno in patria.

Posso testimoniarlo con un aneddoto personale. Diversi anni fa, reduce da una camminata nella Foresta Nera che terminava sul lago di Costanza – tra parentesi: la Foresta Nera è un enorme falso, è stata per la gran parte ripiantata verso la fine dell’800, ma vale comunque la pena. E poi, si cammina sui passi di Nietzsche! –, mi sono ritrovato in quella splendida città con qualche spicciolo in tasca e mezza giornata libera. Ho deciso di dedicare gli uni e l’altra alla ricerca di opere di Humboldt in lingua originale (non conosco il tedesco, ma all’epoca ancora mi ripromettevo di impararlo). La mia mania per il grande viaggiatore durava già da un pezzo, ma era difficilissimo procurarsi le sue opere. In Italia poi risultava praticamente inedito.

Mi presento dunque a un libraio, in quella che mi sembra una libreria ben fornita , e chiedo in francese se ha per caso qualche scritto di Alexander von Humboldt. Capita allora una cosa stranissima, mai successa prima – frequento librerie ormai da mezzo secolo – e che non si è mai più ripetuta. Il libraio si commuove. Come pronuncio quel nome mi fissa con occhi improvvisamente lucidi e mormora, tra il commosso e il mortificato: «Sono almeno vent’anni che non sento richiedere un’opera di Humboldt, e deve essere un francese a cercarla!». Preciso che sono italiano e la sorpresa e la commozione aumentano: quasi mi abbraccia! Mi spiega poi con un po’ di imbarazzo di non avere nulla e dubita persino che potrò trovare qualcosa, perché a sua memoria non ci sono riedizioni recenti dell’opera di Alexander. Uno dei più grandi uomini della cultura tedesca, completamente cancellato. Vorrei farmi spiegare il perché, ma il francese di entrambi non promette una gran conversazione.

Per la cronaca, non è poi andata come temeva il libraio sentimentale. Rovistando per librerie antiquarie e dell’usato mi sono imbattuto addirittura in una prima edizione del secondo volume del Kosmos, quella tedesca del 1847, affogata in un cestone in mezzo a un po’ di tutto. L’ho portata via per dieci marchi, cinque euro di oggi. Il che in parte confermava quanto il mio amico libraio aveva detto: Humboldt si trovava solo tra i libri vecchi, e per di più svenduto.

Ma ora chiudo la parentesi personale: il perché della damnatio memoriae nei confronti di Humboldt avremo modo di indagarlo in seguito. Torniamo invece al nostro personaggio: e qui confesso di provare un po’ di soggezione.

Humboldt è infatti un uomo che nel corso della sua vita ha conosciuto Federico il Grande, Napoleone, Metternich, Jefferson, Madison, Nicola I, Pitt, Hamilton, Simon Bolivar, Luigi Filippo e Bismark tra i politici, e poi Goethe, Herder, Schiller, Cuvier, Laplace, Gay Lussac, Forster, Beethoven, Walter Scott, Arago, Agassiz, Mutis e una infinità di altri letterati, artisti e uomini di scienza. Non solo li ha conosciuti, li ha anche affascinati, sbalorditi con l’ampiezza e la profondità della sua cultura, e potrei citare decine di giudizi entusiasti.

A Humboldt sono dedicati, soltanto negli USA, i nomi di ben otto città, e poi in tutto il mondo baie, catene, monti, ghiacciai, fiumi, saline, parchi, depressioni, un’importantissima corrente oceanica e persino un mare sulla Luna.

È uno che a trent’anni ha percorso quindicimila chilometri in cinque anni nell’America del Sud, del Centro e del Nord, e a sessant’anni altri quindicimila (in sei mesi) tra Siberia e Asia Centrale. Che a sessantaquattro anni ha iniziato a scrivere quel Kosmos che doveva essere l’opera della sua vita e l’ha portata a termine a novanta, venti giorni prima di morire.

Humboldt è nato nello stesso anno di Napoleone ed è morto in quello in cui Darwin pubblicava L’origine della specie: nel frattempo ha conosciuto tutti, ha visto tutto e si è occupato di quasi tutto, scrivendo decine di volumi e decine di migliaia di lettere. È evidente che non basteranno una cinquantina di pagine a rendere un po’ di giustizia a uno che ha vissuto fino a novant’anni, e in quella maniera. A me importa però farlo almeno conoscere. A creargli attorno la dovuta curiosità spero provvedano la sua stessa incredibile biografia e l’eccezionalità delle sue opere[2].

Un’infanzia poco brillante

Il nostro Alexander nasce a Berlino nel 1769, secondogenito di una famiglia appartenente alla migliore nobiltà prussiana (gli Junker). Il padre, Georg, è un brillante ufficiale, innalzato da Federico II ad alte cariche di corte per meriti sia militari che intellettuali; la madre, Marie Elisabeth von Colomb, proviene da una famiglia calvinista benestante di origine francese. Il fratello maggiore, Wilhelm, era nato due anni prima.

Gli Humboldt vivono nel castello di Tegel, a pochi chilometri da Berlino: la loro dimora è frequentata dai personaggi più illustri del giovane stato prussiano, a partire dall’erede al trono, e da letterati famosi come Goethe. Georg è un infatti un uomo espansivo e gioviale, culturalmente molto aperto e curioso, al contrario della moglie che ha un carattere duro e freddo. L’infanzia di Alexander e il salotto degli Humboldt si chiudono però bruscamente nel 1779, quando il padre muore all’improvviso. Il ragazzino, che è già piuttosto chiuso e malinconico di suo, si ritrova a convivere a soli dieci anni con una madre bigotta e austera, poco incline all’affetto e convinta che sotto sotto il secondogenito sia un po’ ritardato. La vita nel castello di Tegel diventa ben tetra, tanto che Alexander lo ricorderà per sempre come il «castello della noia».

Come nel caso di Leopardi, il gelo della genitrice cementa il sodalizio tra i due fratelli, in uno strano miscuglio di attaccamento e competizione da parte di Alexander e di preoccupato affetto da parte di Wilhelm. L’imbarazzo che comunque trapela dietro questo rapporto, sincero ma sempre un po’ elusivo, si trasferirà successivamente anche a quello con la moglie di Wilhelm, nei confronti della quale peraltro Alexander svilupperà una devozione fraterna. La difficoltà nel coltivare relazioni normali, a dispetto della sua generosità e disponibilità, sarà il destino di Alexander per tutta la vita, e peserà su di lui anche dopo la morte.

L’opinione della madre non era del tutto infondata, almeno dal suo punto di vista. A sentire il fratello pare che Alexander avesse una memoria prodigiosa e una volontà di ferro, ma non fosse particolarmente veloce nell’apprendere. Lui stesso ammette di essersi intellettualmente «sviluppato infinitamente più tardi di mio fratello Wilhelm – e di – aver incontrato vere difficoltà per assimilare anche le nozioni più semplici». C’entrano probabilmente le carenze affettive, forse anche la sindrome del fratello minore, oltre ad altri problemi che vedremo. Qualcosa di inquietante, comunque, in questo ragazzino che disegna animali sui muri e colleziona insetti e minerali, per una madre fredda, e per di più ugonotta, oggettivamente c’è.

Oggi lo si definirebbe diversamente abile, e nel suo caso nessuna definizione potrebbe risultare più vera: pur apprendendo con fatica, Alexander lo fa organizzando perfettamente tutto quello che immagazzina. La sua lentezza, come accadde per John Franklin[3], diventa una forza e col passare del tempo sarà vinta da una volontà e da una capacità di concentrazione eccezionali.

Ancor più, però, l’inquietudine materna è probabilmente legata alla natura particolare della sensualità di Alexander, alla sua “diversità”, controllata e blindata dal rigido cerimoniale prussiano, ma non abbastanza da sfuggire alla pur fredda attenzione di una calvinista. La voglia di evasione e il desiderio del viaggio nasceranno in Alexander proprio dalla necessità di uscire dal clima soffocante dell’ambiente familiare e in generale di quello prussiano. Appena fuori dalla Germania, e soprattutto in Francia, sente di poter respirare più liberamente. A questo secondo aspetto della sua personalità va ricondotto l’imbarazzo discreto ma evidente del fratello e della cognata.

Tornando invece alle difficoltà, è da tenere presente che da subito Alexander si trova a condividere con Wilhelm i precettori, scelti tra il fior fiore dell’intelligencija tedesca del tempo. Segue quindi lezioni concepite per un allievo di due anni più anziano (e si parla degli anni dell’adolescenza), oltre che già speciale e avanti di suo. Non meraviglia che possa incontrare qualche difficoltà a stare al passo.

I precettori saranno fondamentali nel destino degli Humboldt. Il primo, Joachim Heinrich Campe, è un giovane imbevuto dello spirito francese dei Lumi, destinato a diventare uno dei fondatori della moderna pedagogia. Ha scritto una Storia della scoperta dell’America per i ragazzi e fa leggere ai due fratelli cose tipo Il giovane Robinson, che lasciano una traccia indelebile soprattutto nell’animo di Alexander e ne segneranno il destino.

Il secondo, Christian Kunth, è anch’egli un brillante studioso figlio dell’Illuminismo. È meno avvincente di Campe (noiosissimo – racconterà in seguito Wilhelm –; le sue lezioni di storia facevano nascere il desiderio di essere Adamo, vissuto quando la storia in pratica non era iniziata), ma è dotato di solide basi classiche che trasmette agli allievi. Dopo la morte di Georg costituirà per i fratelli Humboldt il riferimento “familiare” più importante e si trasferirà con loro a Berlino, quando verrà il momento di frequentare l’ambiente universitario.

Tengono inoltre corsi specifici per loro, o per un gruppo ristretto del quale essi fanno parte, Johann Jacob Engel, diffusore e volgarizzatore delle idee dei Lumi, e Christian Wilhelm Dohm, filosofo, storico e statista, che trasmette loro le nozioni fondamentali dell’economia politica e della geografia. Tutto questo avviene quando Alexander non ha ancora compiuti i sedici anni.

A diciassette lo troviamo già introdotto negli ambienti culturali berlinesi che davvero contano; non quelli tradizionali, legati a una nobiltà sclerotica, ma quelli vivacissimi ruotanti attorno all’intelligencija ebraica, che presso i principi tedeschi gode di grande prestigio e di una ufficiosa emancipazione.

A Berlino ci sono in questo periodo Moses Mendelssohn e soprattutto Marcus Herz, la cui giovane e bellissima moglie Henriette anima un cenacolo frequentato dalle menti più brillanti dell’epoca[4]. Il rapporto tra Alexander e Henriette è subito “speciale”: i due entrano in una tale intimità da scambiarsi lettere in ebraico, almeno per quel poco che Henrietta apprende da Alexander. Ma Alexander è anche l’unico che, pur sentendosi lusingato per tale dimostrazione di amicizia, non le fa una corte spietata. Nemmeno vuole entrare in quella lega per la virtù che il fratello ha fondato proprio con Henriette, e che vorrebbe riproporre gli ideali dell’antica cavalleria. È molto geloso del suo status privilegiato di “confidente”.

Al di là della natura del rapporto con Henriette, basato su quella speciale sintonia che può nascere solo quando non vi siano implicazioni sentimentali, è da sottolineare come la frequentazione dell’ambiente ebraico da parte di Alexander, a differenza di quanto accade per quasi tutti gli intellettuali suoi contemporanei, sia senza riserve. Pare anzi che egli trovi una motivazione ulteriore alla sua amicizia nella rottura del tabù, nel riconoscimento di una scala di valori depurata di ogni pregiudizio razziale, di ogni sospetto o rifiuto nei confronti della diversità, e fondata solo su parametri intellettuali. Che è in fondo un modo per chiedere a sé e agli altri rispetto e accettazione anche per la diversità propria.

Anni di formazione

Dopo un semestre all’università di Francoforte sull’Oder (1787), dove la madre lo vorrebbe impegnato in studi amministrativi e giuridici, e dove stringe una delle amicizie più importanti della sua vita, quella con Wilhelm Gabriel Wegener, Alexander torna per un anno a Berlino. Qui legge Kant ma soprattutto si avvicina alle opere del naturalista Carl Ludwig Willdenow. Il rapporto con quest’ultimo lo rafforza definitivamente nella scelta di dedicarsi agli studi scientifici, scelta che già era largamente presagibile per l’interesse manifestato sin da ragazzino per ogni aspetto della natura.

Finalmente nel 1789, a vent’anni, raggiunge il fratello a Gottinga, fiore all’occhiello delle cittadelle universitarie tedesche, soprattutto in ragione dell’apertura all’influenza inglese (siamo nell’Hannover ed esiste un legame dinastico di questa regione con la monarchia inglese).

Gottinga è all’epoca davvero un crocevia internazionale. Oltre ad essere il centro dell’illuminismo scientifico tedesco, dove insegnano personaggi come Georg Christoph Lichtemberg per la fisica, Johann Friedrich Blumenbach per le scienze naturali e Christian Gottlob Heyne per l’archeologia, è anche aperta a moltissimi studenti provenienti da altri paesi europei, o agli studiosi inglesi, francesi o italiani più innovatori, invitati a tenere corsi o seminari (Alessandro Volta è tra questi). Ciò ne fa uno spazio privilegiato del confronto di idee e della libertà di pensiero, che gli studenti traducono anche in prassi quotidiana.

Non è un caso che proprio a Gottinga fiorisca nei primi anni novanta un nutrito gruppo di sostenitori della Rivoluzione francese. La frequentazione e la prossimità con la cultura inglese determinano d’altro canto nell’ambiente universitario una spiccata connotazione empiristica, a differenza di quanto accade negli altri atenei tedeschi, piuttosto influenzati invece dal razionalismo francese. Alexander fa propria questa mentalità, e soprattutto dà un taglio ai condizionamenti della madre, procurandole l’ennesima delusione e inverando le sue pessimistiche aspettative: si butta, infatti, anima e corpo nelle discipline che davvero lo interessano, quelle legate alle scienze naturali.

Nello stesso anno, dopo un’escursione lungo il Reno, scrive un trattato sulle rocce basaltiche[5] che gli procura le credenziali per frequentare alla pari i protagonisti del rinascimento scientifico tedesco.

Humboldt si è trovato, in effetti, a bazzicare una delle società culturalmente più vivaci del suo tempo. Dal suo punto di vista la cultura tedesca di fine Settecento era molto arretrata rispetto a quella inglese e a quella francese, e non mancò di rimarcarlo in ogni occasione. Ma questo riguardava in realtà solo lo stato dell’insegnamento scientifico: per il resto è sufficiente tenere presente che questo è il periodo di Kant, di Hegel, di Fiche, di Schelling e di Herder.

A Gottinga Alexander ha soprattutto l’occasione di conoscere Georg Adam Forster, genero del docente di archeologia classica Heyne. Quello con Forster è uno degli incontri chiave della sua vita. Il giovane naturalista aveva seguito dal 1772 al 1775 il padre, aggregato come botanico alla seconda spedizione di James Cook. Al ritorno aveva pubblicato, battendo sul tempo lo stesso Cook e suscitando le ire dell’ammiragliato inglese, una relazione scientifico-narrativa del viaggio, che aveva ottenuto una strepitoso successo di pubblico e ne aveva fatto il modello e l’eroe di una intera generazione, soprattutto tedesca[6]. Foster, nutrito di idee illuministiche, diverrà successivamente un paladino della tolleranza religiosa e delle libertà individuali. Con lui il giovane Humboldt si reca tra il 1789 e il 1790 in Olanda, Inghilterra e Francia. A Londra incontra il famoso scienziato e botanico Joseph Banks, anch’egli già viaggiatore al seguito di Cook e all’epoca presidente della Royal Society, oltre che fondatore del Giardino botanico. A Parigi è invece spettatore delle primissime fasi della Rivoluzione e da questa esperienza ricava una forte impressione di libertà e di eguaglianza, destinata a segnarlo per tutta la vita.

I primi viaggi

Rientrato in Germania, desideroso di ampliare le proprie conoscenze naturalistiche ma anche di mettere a frutto quelle che già possiede, si iscrive all’Accademia mineraria di Freiberg, Qui nell’anno 1790-1791 segue i corsi del noto mineralogista Abraham Gottlob Werner[7] ma si dedica anche a studi sul magnetismo terrestre e fa tesoro degli insegnamenti pratici di analisi del territorio impartiti da Carl Freiesleben.

Contemporaneamente avvia una serie di esperimenti di fisiologia, elettrologia e chimica. Ad attirarlo è comunque soprattutto la botanica, che decide da subito di studiare da un punto di vista inedito e di grande originalità, quello delle associazioni vegetali e delle loro variazioni in base al clima, all’altitudine, alla latitudine e all’attività delle società umane.

Le frequenti discese in miniera che fanno parte del corso pratico gli consentono di osservare con particolare interesse la flora sotterranea e di descriverla[8]. Sta già avviandosi così lungo quel cammino che lo porterà a fondare, al ritorno dal viaggio americano, la nuova disciplina della geografia botanica o fitogeografia e a segnare il passaggio da una geografia intesa a descrivere la natura a una geografia intesa a spiegarla.

Appena terminato il corso, Alexander viene assunto nel Dipartimento minerario prussiano e lì si fa immediatamente notare per la competenza e per lo slancio che mette nel suo lavoro. Dopo soli sei mesi viene nominato direttore delle miniere di Franconia (1793) e comincia a spostarsi per lavoro non solo in Germania, ma in Polonia, nelle regioni baltiche, in Austria. Viaggia poi lungo il Reno, nel Brabante, e nella seconda metà del 1795 nella parte settentrionale della penisola italiana e in Savoia (si reca anche a Como per conoscere personalmente Alessandro Volta, al quale espone le proprie idee sull’elettro-magnetismo e dal quale viene incoraggiato)[9]. Sempre nello stesso anno è in Svizzera, dove incontra Horace-Bénédict de Saussure, il grande esploratore e scalatore delle Alpi.

Mi dilungo su questi particolari, soprattutto sull’incredibile rete di rapporti che il giovane Humboldt tesse già in questi anni, non per pedanteria, ma per sottolineare da un lato la poliedricità del personaggio, che si occupa attivamente di tutto, dall’altro l’estrema facilità di incontro e di scambio esistente all’epoca, a dispetto delle difficoltà e della lentezza delle comunicazioni.

Voglio spendere anche due parole sul tipo di attività svolta come sovrintendente alle miniere. Anziché intascare la sua prebenda e darsi ai salotti cittadini, Alexander prende molto sul serio il suo lavoro. Continua a scendere con estrema frequenza in miniera, come da studente, e si preoccupa della messa in sicurezza delle gallerie. Arriva a inventare personalmente quattro tipi di lampade di sicurezza e una rudimentale maschera antigas, ma soprattutto fonda la Libera Scuola Mineraria Reale, una scuola tecnica per i minatori, non obbligatoria e aperta a tutti, finanziata con le proprie tasche. Soprattutto, crea l’abbozzo di una sorta di sistema mutualistico o assicurativo per i minatori.

Il nostro ha però altro per la testa: tutto questo lavoro e tutti questi studi costituiscono per lui solo un tirocinio preparatorio per mettere mano al progetto della sua vita. Quando alla fine del 1796 muore la madre, Alexander eredita una discreta fortuna e si sente finalmente libero di abbandonare il servizio statale per dedicarsi esclusivamente agli studi naturalistici e all’ideazione di un grande viaggio, da compiere naturalmente a proprie spese, nelle zone tropicali della terra.

È la svolta della sua vita. Dà le dimissioni, respingendo con cortesia ma con altrettanta fermezza i tentativi dell’amministrazione di trattenerlo anche con l’offerta di eccezionali condizioni di autonomia, e si reca nell’estate del 1797 a Jena, presso il fratello, dove trascorre un periodo di intensi contatti con Goethe e Schiller. Dei due condivide la visione della natura come complesso unitario e dinamico, ma ha poi idee tutte sue per quanto concerne le modalità della conoscenza naturalistica e la metodologia di studio che è, principalmente, quella di una immersione totale e di una “comprensione” globale.

Con perfetta coerenza, alla fine del 1797 compie ancora un’escursione scientifica nelle alpi tirolesi, per tenere allenati la gamba e l’occhio. Stavolta è in compagnia di un vecchio compagno dell’accademia mineraria, il geologo Leopold von Buch, col quale sembra divertirsi un mondo. Scrive di lui:

È come se arrivasse dalla luna. Negli incontri di società è un disastro, fa le cose più strane. Entra in una casa e comincia a ispezionare pareti e suppellettili, ignorando praticamente gli attoniti abitanti. Ma è un vero pozzo di scienza”.

Il viaggio è ormai il chiodo fisso: la Prussia e la stessa Europa gli vanno strette, anche se non ha ancora ben chiaro cosa intende davvero fare. Tra il 1797 e il 1799 le mete dei suoi progetti cambiano più volte, condizionate dalla situazione politica e dagli inconvenienti più incredibili. In un primo momento pensa all’India e soprattutto alla regione himalayana; poi viene invitato ad aggregarsi a una spedizione che dovrebbe risalire il Nilo, organizzata da un eccentrico inglese. Si reca, infatti, a Parigi, giusto in tempo per sapere che l’inglese è stato imprigionato.

Nella capitale francese si è nel frattempo trasferito con un ruolo di rappresentanza politica il fratello Wilhelm e questo aiuta Alexander a entrare in contatto con i massimi scienziati francesi dell’epoca. Non solo viene accolto, ma nel giro di breve tempo diventa popolare nell’ambiente scientifico, per la solidità delle conoscenze ma più ancora per l’entusiasmo e per l’incredibile versatilità. Sono personaggi del calibro di Cuvier, di Saint-Hilaire, di Laplace, di Lamarck: e a questi va aggiunto Bougainville, che sta facendo progetti per una nuova spedizione attorno al mondo, ed invita Alexander ad aggregarsi.

Anche quando Bougainville viene giubilato e la spedizione è affidata ad un altro navigatore, Nicolas Baudin, l’invito rimane valido. Alexander questa volta è davvero convinto che sia fatta. Nel frattempo ha incontrato un altro dei membri della spedizione, il botanico e pittore Aimé Bonpland arruolato come medico di bordo, e ha stretto amicizia con lui.

Esasperati da un ennesimo rinvio, i due decidono di ripiegare sull’Egitto, dove è in pieno svolgimento la campagna napoleonica. Lasciano Parigi per dirigersi a Marsiglia, sperando di raggiungere l’armata con un passaggio navale in Algeria e con una traversata terrestre nordafricana. Anche questa però va buca. La flotta inglese incrocia nel Mediterraneo, e dai porti francesi non si salpa. È necessario spostare nuovamente l’obiettivo. E questa volta è davvero deciso, si va nelle Americhe, partendo dalla Spagna. In oltre due mesi di cammino a piedi, nell’inverno del 1799, i due compari si spostano da Marsiglia a Madrid, arrivando nella capitale spagnola alla fine di febbraio.

I tentativi fatti in questo periodo da Alexander per arrivare a una meta sembrano gli assalti di una squadra di rugby. Prova da tutte le parti, si infila in tutti i varchi, cozza ogni volta contro la difesa dell’imprevisto, della politica, ma non demorde. E alla fine trova la strada per la meta.

A Madrid Alexander mette subito in campo la sua intraprendenza e le sue conoscenze, arriva a far conoscere negli ambienti di corte le sue competenze e tocca i tasti giusti per ottenere un permesso di imbarco e di viaggio nelle Americhe spagnole.

Il viaggio è reso, infatti, possibile dall’interesse e dal supporto del ministro Raphael d’Urquijo, che decide di sfruttare l’entusiasmo e le indubbie capacità del naturalista prussiano per meglio conoscere i possedimenti d’oltremare, con particolare riguardo alla situazione idrografica del Rio delle Amazzoni, dell’Orinoco, del Casiquiare e del Rio Negro. Si tratterà per Humboldt e Bonpland di ampliare, completare e approfondire le conoscenze esistenti, compilando tabelle di latitudine, misurando le altezze delle montagne, rilevando le formazioni geologiche, stabilendo le sorgenti dei fiumi e fissandone il corso, raccogliendo ovunque dati meteorologici e astronomici, e inoltre campioni di rocce, piante, semi, frutti e animali da inviare in Europa – presso le grandi istituzioni scientifiche di Parigi – per analizzarli, studiarli, confrontarli e ordinarli. Unica condizione: tenersi lontani dalle fortificazioni militari, sia nei porti che nell’entroterra, e non occuparsi di problemi politici.

Alle regioni equinoziali

I due salpano finalmente il 5 giugno da La Coruña, diretti in Venezuela, a bordo del brigantino Pizarro. Si portano appresso un ingombrante armamentario di strumenti geodetici, magnetici e astronomici.

La dotazione appare in bella mostra nel dipinto forse più famoso relativo alla spedizione, quello di Eduard Ender che ritrae i due esploratori al campo. Comprende due barometri, un ipsometro, un teodolite, un sestante a specchio con un orizzonte artificiale, un sestante tascabile pieghevole, un ago declinatorio, un igrometro a capello, un eudiometro, una bottiglia di Leida, un cianometro e due orologi, due telescopi e diversi termometri che li seguiranno lungo gli oltre quindicimila chilometri percorsi nel Nuovo Mondo. Humboldt dà un’enorme importanza agli strumenti. È stato lui a sceglierli personalmente, facendoli arrivare da Parigi e da Londra, e sarà lui, nel corso di tutta la spedizione, a curarne la taratura e la manutenzione. Humboldt però non è un feticista della strumentazione scientifica. Quando, molti anni dopo, altri giovani scienziati esploratori cercheranno di ripercorrere il suo cammino, sarà ben lieto di farne loro dono e di istruirli personalmente sul loro uso, ritenendo, a giusta ragione, che per essere comparabili misurazioni e osservazioni dovessero essere eseguite con gli stessi strumenti, ancorché ormai obsoleti.

Alexander ha ormai idee chiare sullo scopo da dare al suo viaggio: trarne la maggior quantità possibile di conoscenze nel maggior numero di campi di osservazione, e desumerne una sintesi interpretativa “globale”. Come scrive all’amico geologo Freiesleben, non si limiterà alla raccolta di piante e fossili e allo studio dell’astronomia, ma cercherà di cogliere lo schema di interazione reciproca delle forze naturali e di scoprire l’influenza dell’ambiente geografico sugli animali e sulle piante. Di svelare, insomma, «elementi sull’armonia della natura».

Sono indubbiamente idee ambiziose nello stile del personaggio, ma sono anche sorrette dalla consapevolezza di possedere ormai una solida preparazione concettuale e di aver maturato una cospicua esperienza sul campo, oltre che da un entusiasmo fuori del comune. Questo farà di Humboldt il prototipo dell’esploratore poliedrico, capace non solo di percorrere gli spazi, ma di coglierne e ogni aspetto e ogni peculiarità.

Già al primo scalo, effettuato dalla Pizarro alle Canarie dopo una decina di giorni di navigazione, esplode la febbre dell’esplorazione. Nel breve periodo di permanenza a Tenerife i due naturalisti effettuano ricerche climatologiche, correggono altimetrie e coordinate di posizione, e soprattutto salgono sul cratere del Pico del Teide (3718 metri). Lì Humboldt ha l’intuizione che darà vita in seguito alla fitogeografia. Guardando dalla sommità del cratere, dopo essere sceso all’interno e aver effettuato tutte le rilevazioni di rito, coglie le linee di distribuzione della vegetazione e le trascrive mentalmente sulla carta. Nel corso del viaggio applicherà questa lettura innovativa alle montagne della catena andina, ma il Pico del Teide rimarrà, anche nelle carte prodotte al ritorno, il modello esemplificativo per eccellenza.

Ripartiti da Tenerife, dopo una traversata durata ventidue giorni approdano, il 16 luglio 1799, a Cumaná, in Venezuela, è la prima tappa nel nuovo mondo. I due sembrano bambini capitati improvvisamente nel modo dei balocchi. Humboldt descrive magistralmente la sensazione di chi è attratto da mille cose e quasi non sa scegliere da dove cominciare. Scrive al fratello:

Siamo finalmente qui, nel paese più divino e meraviglioso. Ci sono piante straordinarie, anguille elettriche, tigri, scimmie, pappagalli e molti, moltissimi indigeni puri, mezzi selvaggi, una razza di uomini molto bella e molto interessante. Ci aggiriamo fino ad ora come dei pazzi. Bonpland assicura che perderà la testa se le meraviglie non cesseranno presto. Io sento che qui sarò felice”.

Si dedicano durante il giorno a botanizzare, scoprendo subito una miriade di piante sconosciute o almeno mai descritte o classificate, rilevano, misurano, e poi la notte si perdono davanti a una volta celeste incredibilmente ricca di astri e costellazioni sconosciute. Proprio come bambini arrivano a cascare dal sonno, a dormire come ghiri malgrado la temperatura e gli insetti, pronti a ripartire il giorno successivo. Questo entusiasmo li accompagnerà per tutto il resto del viaggio, anche quando si saranno abituati alle nuove latitudini e longitudini; accompagnerà soprattutto Humboldt, perché Bonpland qualche distrazione o qualche momento di stanchezza ogni tanto se li concederà. Alexander, mai.

Per circa quattro mesi fanno la spola tra la costa e l’interno, determinando altimetrie, coordinate e ridisegnando in pratica la mappa della regione. Ma ogni occasione è buona per un exploit scientifico. La notte fra l’11 e il 12 novembre, ad esempio, osservano uno sciame di meteoriti delle Leonidi: la descrizione che Humboldt ne fa pone le basi per il successivo riconoscimento della periodicità di tali eventi. Alla fine di novembre, ormai completamente acclimatati, lasciano Cumaná per dirigersi a Caracas. Bonpland viaggia a piedi, per proseguire le sue ricerche botaniche, Humboldt lo precede via mare per curare le relazioni con le autorità spagnole. Ha, infatti, cominciato a concepire quella che sarà l’impresa esplorativa per eccellenza del viaggio, la risalita del corso dell’Orinoco, motivata ufficialmente dalla ricerca del Casiquiare, un canale naturale che dovrebbe collegare l’Orinoco stesso al Rio Negro, affluente del Rio delle Amazzoni.

Ottenute le autorizzazioni, nel febbraio 1800 abbandonano la costa e risalendo l’Apure si inoltrano nel bacino dell’Orinoco. In quattro mesi percorrono, a bordo di una piroga di dodici metri per uno, 2.800 chilometri di foresta selvaggia e inesplorata, giungendo sino al tanto discusso canale e dimostrando l’esistenza del collegamento tra i due maggiori bacini fluviali dell’America del Sud. Per tutto questo periodo sono tormentati dal calore torrido, costantemente tra i 35 e i 40 gradi, e soprattutto dai moustiques o mosquitos, i terribili insetti che non danno tregua giorno e notte e contro i quali poco valgono le frasche agitate o i fuochi notturni. Non possono nemmeno trovare refrigerio nelle acque del fiume, infestate da caimani ferocissimi e dai piranha. Quando cambia qualcosa è perché si abbattono sulla foresta violentissimi scrosci di pioggia tropicale.

Bonpland comincia a essere soggetto periodicamente ad accessi febbrili, che lo accompagneranno poi per tutta la vita, mentre Humboldt è gonfio come un pallone per le punture degli insetti, ma pare vaccinato contro ogni malattia. Non solo, in nome della scienza non si risparmia alcuna esperienza, meno che mai quelle più pericolose: afferra le anguille elettriche (Gymnotus electricus) per verificare l’intensità della loro scossa rimanendone tramortito per diversi giorni e assaggia il curaro per scoprire se le sue proprietà venefiche agiscano anche per ingestione. Per sua fortuna non è così.

Riguadagnata la costa e ritemprate le forze, alla fine di novembre del 1800 i due amici salpano per Cuba, dove si trattengono per tre mesi. Humboldt si dedica in questa occasione più alle osservazioni politiche che a quelle scientifiche e manifesterà tutta la sua disapprovazione per il regime schiavile e per la pessima amministrazione dell’isola da parte degli spagnoli, al suo ritorno in Europa, nel Saggio politico sull’isola di Cuba.

La notizia che una squadra navale guidata da Nicolas Baudin dovrebbe toccare le coste occidentali sudamericane e puntare poi a una ricognizione del Pacifico, induce nella primavera dell’anno successivo gli esploratori a tornare sul continente, per cercare di congiungersi alla spedizione. Nell’aprile del 1801 sono dunque nuovamente a Cartagena e di qui si inoltrano attraverso le Ande per guadagnare Lima.

Dopo aver risalito il Rio Magdalena e aver attraversato la prima dorsale andina, arrivano a Santa Fè di Bogotà, accolti trionfalmente dalle autorità e da tutta la popolazione. Ormai sono famosi in tutto il continente, e hanno il loro daffare a onorare gli innumerevoli impegni mondani nei quali sono coinvolti da politici e uomini di scienza.

A Humboldt la mondanità e la celebrità non dispiacciono, ama essere al centro dell’attenzione ed è naturalmente inorgoglito da questo ruolo di re dei salotti, ma riesce a dosare equamente la mondanità e il lavoro scientifico. Mentre Bonpland si riprende dall’ennesimo accesso malarico, va in esplorazione al lago di Guatavita e scopre i resti fossili di un mastodonte.

Lasciata Bogotà, al termine di un viaggio lungo ed estenuante nel corso del quale valicano il Paso de Quindio, uno dei più alti passi andini, scalano il Puracé (4910 m) e attraversano il deserto gelido di Pasto, i viaggiatori raggiungono Quito il 6 gennaio 1802. L’entusiasmo attorno a loro è crescente e li spinge a sempre nuovi exploit. Si fermano a Quito sei mesi, e durante questo periodo scalano primi europei, entrambe le cime del vulcano Pichincha (4960 e 4794 m.). Il 23 giugno, Alexander, Aimé e il loro nuovo amico Carlos Montúfar, figlio del governatore, tentano di scalare il Chimborazo (6310 m). Giungono presumibilmente a quota 5900 m, dopo che le guide indigene li hanno mollati da un pezzo, si fermano solo davanti a un crepaccio non superabile e al sangue che comincia a colare copioso dalle orecchie e dal naso di Carlos e di Aimé. Da questo tentativo derivano alla scienza la prima precisa descrizione dei sintomi del mal di montagna e ai due esploratori una fama che varca l’oceano e rimbalza in Europa. Per mezzo secolo deterranno il record di altitudine raggiunta durante una scalata.

Ormai sono prossimi alla meta. Lungo il Riobamba scendono a Cuenca, mancando di un soffio Machu Pichu, poi a Cajmarca, per arrivare infine a Trujillo, dove hanno il primo contatto col Pacifico. A Lima si fermano due mesi, ma di Baudin naturalmente non si vede neppure l’ombra. Non perdono tuttavia il loro tempo: nel corso dei diversi spostamenti compiono rilevamenti sull’architettura e sulle opere ingegneristiche degli Incas, molte delle quali vengono descritte nel dettaglio per la prima volta. Sono testimoni di almeno un paio di grandi eruzioni vulcaniche, che puntualmente registrano e descrivono, e di terremoti devastanti. Humboldt studia inoltre le proprietà fertilizzanti del guano, premessa per il futuro sfruttamento industriale della sostanza e per la sua massiccia esportazione in Europa. Il 9 novembre 1802, mentre si trova a Callao (Perù) osserva e descrive il passaggio di Mercurio. Scopre e misura, nello stesso periodo, la corrente marina fredda che lambisce le coste peruviane provenendo dal polo australe, e che prenderà il suo nome.

Una traversata piuttosto agitata, da Callao a Guayaquil e di qui ad Acapulco, li deposita sulla costa occidentale del Messico, dove è in corso l’eruzione del Cotopaxi. Nella Nuova Spagna soggiornano per quasi un anno per svolgere studi naturalistici, storici e geo-politici[10]. Per quanto concerne i primi, Humboldt si concentra sullo studio dei vulcani, per gli altri si interessa dell’architettura religiosa e del calendario degli Aztechi, ed esprime una ammirato stupore per le capacità di sistemazione e di gestione del territorio delle antiche popolazioni. Mitiga anche, sia pur di poco, l’atteggiamento critico assunto in precedenza nei confronti dell’amministrazione coloniale.

Nel marzo del 1804 intraprende la via del ritorno. Un breve soggiorno a Cuba e lo sbarco in territorio statunitense. I due viaggiatori visitano Filadelfia, Baltimora e Washington, dove sono ricevuti personalmente dal presidente Jefferson. Preceduti da una fama ormai consolidata, non deludono gli ammiratori e gli studiosi che si affollano attorno a loro, mossi da una grande curiosità. Humboldt soprattutto tiene banco nei convegni e nelle conversazioni scientifiche e stupisce gli interlocutori per l’ampiezza delle sue conoscenze, per la facilità con la quale si esprime in quattro lingue diverse e per le incredibili doti di affabulatore. Il segretario al Tesoro, Albert Gallatin, descrive così un suo incontro con Humboldt:

Ha parlato più di Lucas, Finley e me messi assieme, e due volte più veloce di chiunque, mescolando il tedesco, il francese, lo spagnolo e l’inglese. Ero incantato, e ho ingurgitato in meno di due ore più informazioni di quelle che avevo raccolto negli ultimi due anni in tutto ciò che ho letto o sentito. Ha poco più di trent’anni e ti evita persino la necessità di parlare, perché capta in maniera precisa le idee che tu vorresti sviluppare prima che tu abbia pronunciate tre parole. Al di là delle conoscenze che ha acquisito in questo viaggio, l’estensione delle sue letture e la profondità del suo sapere scientifico sono stupefacenti”.

Humboldt a sua volta è affascinato dalle istituzioni statunitensi, dal livello della cultura e dell’economia, ma soprattutto dal clima di libertà e di democrazia che si respira nella neonata repubblica: ma non manca di rilevare la macchia costituita dalla sopravvivenza dello schiavismo.

Il soggiorno negli Stati Uniti è comunque breve. I due esploratori sono richiamati in Europa, più che dalla nostalgia o dagli affetti, dalla necessità di mettere ordine nell’enorme materiale accumulato durante il viaggio, per la maggior parte già inviato nel vecchio continente (e in parte purtroppo anche disperso) e di tracciare un bilancio scientifico dell’impresa. Prendono quindi definitivamente la via del mare e riapprodano in Europa il 3 agosto 1804.

Durante l´intera spedizione attraverso l´America latina, Humboldt e Bonpland hanno percorso 9650 km, in parte a piedi, in parte a cavallo o in canoa. Il viaggio esplorativo che li ha portati attraverso il territorio delle odierne Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Cuba e Messico è risultato fisicamente assai impegnativo e pericoloso, ma in tutto questo periodo Alexander non ha mai accusato un malore serio e non è stato vittima di alcun infortunio (mentre in Europa era sovente soggetto a terribili emicranie). Non è ricorso ai portatori indigeni, ha marciato per la gran parte del tempo a piedi nudi, ha provato personalmente l’effetto delle scosse tremende date dalle anguille elettriche, ha assaggiato il curaro, si è trovato a faccia a faccia con giaguari, coccodrilli e ragni velenosi. Non si è lamentato, non si è fermato mai. Ha continuato a correre da una parte all’altra, a osservare, misurare e conoscere con lo stesso entusiasmo del primo giorno. Indossando sempre invariabilmente, la sua logora e improbabile redingote.

Il periodo parigino

Quando arriva a Bordeaux nell’agosto del 1804, dopo più di cinque anni di assenza, il naturalista tedesco è accanto a Napoleone, l´uomo più famoso del mondo. Non ha alcuna intenzione di riposarsi: le fatiche del viaggio possono trovare un senso solo con la pubblicazione dei risultati. Approfitta della celebrità per tenere conferenze su conferenze di fronte ai più qualificati consessi scientifici, nel frattempo si adopera per trovare una sistemazione economica per Bonpland e editori e istituzioni che sponsorizzino le sue opere a venire.

Ha fortuna nel primo caso, perché riesce a ottenere l’interessamento dell’imperatrice Joséphine, che affida a Bonpland la sovrintendenza dei giardini della Malmaison e il compito di riprodurvi la flora tropicale che lei stessa, creola, aveva conosciuto nella sua adolescenza. Per quanto concerne la pubblicazione, stante anche le sue esigenze sulla qualità grafica, le dimensioni dei tomi oltre alla mole del materiale, dovrà attingere alle tasche proprie. Ha, infatti, bisogno non solo di collaboratori, che troverà tra gli scienziati francesi più famosi dell’epoca ma anche e soprattutto illustratori per l’iconografia e le mappe e incisori ramai, che devono essere pagati. Nessun editore ha il coraggio di correre il rischio e alla fine il lavoro autoprodotto, gli dissiperà quasi completamente il capitale.

Per oltre un ventennio Humboldt vive prevalentemente a Parigi che all’epoca è la capitale europea della cultura e della scienza. È l’unico luogo dove può essere concepita e portata a termine un’impresa scientifica ed editoriale come la sua[11].

Per Humboldt sono anni di formidabile attività di sistemazione, di rielaborazione dei dati raccolti e delle osservazioni compiute, e sono con ogni probabilità i migliori della sua vita. Le collaborazioni si tramutano spesso in profonda affinità e amicizia con i più grandi scienziati parigini, tra i quali il fisico e matematico Pierre-Simon Laplace, il fisico e chimico Jean-Baptiste Biot, il chimico Louis-Jacques Thénard, il mineralogista Hippolyte-Victor Collet-Descostils, il chimico Jean-Antoine Chaptal, il fisico e astronomo François Arago e il chimico e fisico Joseph-Louis Gay-Lussac.

Viene meno, invece, la collaborazione di Bonpland, che dopo aver perso, con la caduta di Napoleone, l’impiego alla Malmaison e dopo essersi imbarcato in una vicenda sentimentale complessa, decide di tornare in America. Lì, dopo una vita avventurosa e sfortunata, che lo porta a creare giardini botanici in Argentina e in Paraguay, ma anche a una sorta di detenzione lunga dieci anni, morirà nel 1858, senza aver più rimesso piede in Europa.

Con Arago e con Gay Lussac, Humboldt stringe amicizie destinate a durare per tutta la vita e a casa di entrambi sarà a lungo ospitato, quando le spese di pubblicazione del Voyage gli renderanno difficile permettersi un appartamento proprio. Intanto, proprio con Gay-Lussac torna nel 1805 in Italia, per rivedere il fratello che è stato trasferito a Roma ma soprattutto per compiere importanti studi sul magnetismo terrestre e cercare ulteriori riscontri alla sua nuova teoria vulcanologica. Arriva sino a Napoli, dove col vecchio compagno Leopold Von Buch assiste ad una eruzione del Vesuvio[12]. Rientrato a Parigi riprende, questa volta senza più interruzioni, se si esclude la convulsa parentesi della caduta di Napoleone nella quale svolge un’importante opera di intermediazione politica, il lavoro di stesura della sua grande opera[13]. Di giorno lavora all´elaborazione delle sue ricerche, di notte frequenta i migliori circoli intellettuali della società parigina, dalle serate di Cuvier al salotto di Madame Récamier, dove solitamente domina la conversazione.

Ma nel 1827 la felice “vacanza” parigina ha termine. Già dal 1805 Alexander è stato nominato ciambellano del regno di Prussia e membro dell´Accademia delle scienze, Akademie der Wissenschaften. Ha trascorso qualche breve periodo in patria, ma è riuscito a evitare il rientro definitivo accampando di volta in volta la necessità di lavorare alla sua opera o i vantaggi diplomatici che la sua rete di conoscenze parigine può comportare. Ora deve però cedere alle ripetute sollecitazioni della corte prussiana: Federico Guglielmo III non è più disposto a pagare un vitalizio a uno scienziato che risiede costantemente all’estero e Alexander è praticamente sul lastrico. Si stabilisce pertanto a Berlino e dà subito inizio a una feconda attività di rinnovamento della cultura scientifica del suo paese.

Nell’inverno 1827-1828 tiene un ciclo di conferenze sulla conformazione fisica del globo all’Università di Berlino, con un successo tale che dopo i primi incontri deve essere trovata una nuova sede, capace di contenere la crescente folla di ascoltatori entusiasti. L’anno successivo fonda la Società geografica di Berlino (aprile 1828) e organizza il Primo Congresso degli scienziati tedeschi (settembre 1828). Nel giro di pochi anni rifonda completamente l’università tedesca indirizzandola verso un rigore scientifico e un ordinamento delle discipline che anticipano l’impostazione positivista di Auguste Comte[14].

Nelle steppe dell’Asia centrale

Queste sue iniziative richiamano l’attenzione del ministro russo Cancrin, che nel 1829 gli propone di compiere un viaggio in Siberia e Asia centrale. Si tratta di un viaggio a scopo prevalente di prospezione mineraria, voluto dallo zar Nicola I per valutare il potenziale di incremento delle attività estrattive della Russia. Alexander ha già sessant’anni ma accetta, anche nella speranza di realizzare il suo vecchio sogno, quello di raggiungere l’area himalayana. La partenza viene fissata nell’aprile dello stesso anno e l’itinerario, percorso a bordo di carrozze, troike e slitte per quasi 15.000 km, lo porta oltre gli Urali, nelle steppe siberiane, al di là dei monti Altai, fino al confine con la Cina.

Sul piano pratico la spedizione ha successo, viene persino scoperta la prima miniera di diamanti al di fuori dei tropici, e sono importanti anche i risultati conseguiti sotto il profilo prettamente scientifico. Humboldt può studiare la natura del mar Caspio e fare esperimenti sulla composizione chimica delle sue acque, descrive diverse famiglie di pesci, raccoglie piante, misura altitudini, temperature e magnetismo, prende campioni di minerali diversi e rari e rinviene i resti fossili di un mammut (così come nelle Ande aveva scoperto i resti di un mastodonte). Riscontra anche interessanti parallelismi tra le formazioni geologiche dell’Asia centrale e quelle andine, e proprio questo lo porta a scoprire, a individuare per semplice induzione (se c’è questo, dovrebbe esserci anche quest’altro) prima ancora di aver effettuato le prospezioni, giacimenti di platino e miniere di diamanti.

Nella catena delle Ande come nelle montagne dell’Europa centrale una formazione sembra richiamare la presenza dell’altra. Rocce della stessa natura si configurano in forme analoghe[15].

Non solo molte delle sue teorie sono confermate, ma, più in generale, la sua già vastissima visione del mondo ne esce ulteriormente allargata. Ad accompagnarlo sono chiamati il mineralogista Gustav Rose e il botanico zoologo Christian Gottfried Ehrenberg, ai quali viene affidata buona parte del lavoro pratico-analitico, mentre Humboldt riserva per sé le osservazioni astronomiche e geomagnetiche, nonché la costruzione della rappresentazione fisico-geografica dei luoghi visitati[16].

Al contrario di quella sudamericana questa non è però una spedizione libera. Humboldt si è impegnato di fronte allo zar a non commentare la situazione politica del paese. Questo non gli impedisce però di vederne l’estrema povertà e di patirne il clima di oppressione. Lungo tutto il viaggio è sorvegliato a vista da poliziotti e funzionari. Commenterà i controlli con le parole: «non potevo fare un passo, senza che mi trascinassero via come fossi stato malato». È in imbarazzo, perché è venuto a patti con una potenza la cui tirannia considerava particolarmente odiosa e nonostante i risultati della spedizione siano apprezzati dagli scienziati russi ed egli stesso venga ricevuto con tutti gli onori alla corte di San Pietroburgo, non riuscirà mai a valutare in maniera positiva questa esperienza.

Gli ultimi anni a Berlino

Con la spedizione siberiana si chiude definitivamente la carriera di Humboldt scienziato-esploratore, mentre emerge in primo piano il filosofo. Nel 1834 scrive a Varnhagen von Ense, uno degli amici berlinesi più cari:

Ho in mente un´idea: racchiudere in un´opera tutto il mondo materiale, tutto ciò che oggi sappiamo delle apparizioni della volta celeste e della vita sulla Terra”.

Questa idea la coltiva in realtà sin dall’epoca delle conferenze di Berlino e lo terrà impegnato fino agli ultimi giorni della sua vita. Gli anni successivi al viaggio in Russia sono densi di impegni e di incarichi ufficiali, che consentono a Humboldt di recarsi parecchie volte a Parigi in missione diplomatica, ma soprattutto a rivedere i suoi vecchi amici, ogni volta più rari. Ma la sua maggiore e più appassionata sollecitudine è rivolta alla stesura dell’opera di definitiva sistemazione sistematica conclusiva, il Kosmos.

Stanno venendo meno anche gli affetti familiari. La cognata Carolina è morta nel 1829, alla vigilia del suo viaggio in Russia; il fratello scompare nel 1835. Il castello di Tegel è sempre più il luogo della tristezza e della solitudine, a dispetto delle visite degli ammiratori che la sua popolarità continua a procurargli. Questo non gli impedisce tuttavia di partecipare ancora attivamente alla vita culturale e politica del suo paese e dell’Europa tutta. A corte, soprattutto dopo la morte Federico Guglielmo III, col quale esisteva un vincolo di vera amicizia, deve guardarsi dall’inimicizia dei conservatori e dei puritani, che non gli perdonano il suo spirito da “giacobino francese” e il suo dichiarato anticlericalismo: ma non se ne preoccupa più di tanto. Nel 1842 si oppone strenuamente all’adozione di una legge che vorrebbe discriminare i sudditi ebrei e promuove lui stesso un’altra legge che abolisce la schiavitù su tutto il suolo prussiano. Nel 1848, quando a Berlino vengono alzate le barricate, si schiera idealmente ma apertamente al fianco dei rivoluzionari, tanto da far balenare in qualcuno l’idea di affidare proprio a lui un’eventuale carica presidenziale. Partecipa fisicamente alle esequie in onore dei Märzgefallenen, i caduti di marzo vittime della reazione, compiendo un gesto di aperta dissociazione nei confronti della corona: solo le sue relazioni a corte e la fama internazionale gli evitano di essere esiliato come rivoluzionario. Ancora nel 1857, a ottantotto anni, si impegna per l´abolizione della seconda servitù della gleba in Prussia.

Muore all´età di novant’anni a Berlino, il 6 maggio 1859, ancora perfettamente lucido (tanto da far pubblicare, venti giorni prima, una supplica sui giornali, nella quale chiede ad ammiratori e conoscenti di non scrivergli, di non sollecitare pareri o consigli, per consentirgli di portare a termine, nel poco tempo che gli rimane, la stesura del Kosmos. Non gli è rimasto alcun congiunto. Viene sepolto nella tomba di famiglia degli Humboldt nel parco dello Schloss Tegel a Berlino.

Una volta aveva così definito così la morte: «La morte è la fine di quella condizione di noia che chiamiamo vita». In realtà, penso che pochi si siano annoiati meno di lui. Ha inseguito per tutta la sua esistenza un sogno, mantenendosi però sempre perfettamente lucido, tanto lucido da aver anticipato la gran parte dei modelli e dei protocolli scientifici contemporanei. Ha affrontato con indifferenza quella che ad altri sarebbe parsa una rovina economica: per lui era il migliore degli investimenti. È un modello di ricercatore sentimentale, con tutti i limiti scientifici di questa condizione, ma anche con la grandezza che essa comporta.

Il Kosmos

Gli ultimi trent’anni della sua vita, Alexander von Humboldt li dedica alla redazione di quello che può essere considerato uno straordinario testamento umano, filosofico e scientifico: il Kosmos. Era naturale che arrivato a un certo punto decidesse di tirare le fila dell’immensa messe di conoscenze maturate attraverso l’osservazione e l’esperienza diretta o tramite la rete fittissima dei suoi corrispondenti[17]. La cosa straordinaria è che questa decisione arriva a sessanta e passa anni.

L´opera è tra le più ambiziose che mai siano state pubblicate nel mondo scientifico. Per Stephen Jay Gould è anche la più importante opera di divulgazione scientifica di tutti i tempi[18]. Con essa Humboldt cerca di cogliere e di rendere intelligibile anche al grande pubblico la struttura dell´Universo, sulla base della somma e dell’integrazione delle conoscenze più avanzate della sua epoca.

Il principale impulso che mi ha spinto è stato l’esigenza di comprendere i fenomeni fisici nelle loro connessioni generali, e rappresentare la natura come un unico grande complesso, mosso e animato da forze che provengono dall’interno[19].

Non è un’opera di divulgazione, perché ogni aspetto della natura è affrontato a livelli di approfondimento disciplinare alto, ma non è nemmeno una fatica riservata agli specialisti. Sotto certi aspetti è un’impresa decisamente anacronistica, perché rimanda alle grandi summe medioevali o classiche: ma per altri è modernissima, perché anticipa il modello attuale dell’approccio interdisciplinare.

I cinque tomi di Kosmos, Entwurf einer physischen Weltbeschreibung (Il cosmo, progetto di una descrizione fisica del mondo), vengono pubblicati tra il 1845 e il 1862. Il quinto volume uscirà quindi postumo. Tutti e cinque i volumi raggiungono entro i primi dieci anni una tiratura di 87.000 copie, cosa sensazionale per i tempi e a fronte di un costo non indifferente. All’uscita dei primi due si formano code e si registrano disordini fuori delle librerie, Alexander racconta a un amico persino di tentativi di corruzione per avere la precedenza nell’acquisto. Nel giro di poco tempo vengono tradotti in quasi tutte le lingue d´Europa.

Humboldt spiega nell’introduzione che da sempre, anche quando ha dovuto volgersi per lunghi periodi a qualche singola disciplina in modo esclusivo, ha cercato di studiare e di apprendere in funzione di uno scopo più alto e di un sapere più universale. Il paragone tra le varie discipline permette, infatti, di scoprire le leggi generali della natura e del funzionamento del mondo e risponde a un bisogno connaturato alla mente umana, quello di penetrare in profondità nei fenomeni naturali, ma soprattutto di coglierne continuità, legami e corrispondenze, per darsi una spiegazione unitaria del mondo e per dare un senso alla presenza e al ruolo umano nel mondo stesso. Il rischio è che questo bisogno spinga a cercare spiegazioni facili e immediate. Ciò non avviene solo nel caso delle risposte religiose ma può verificarsi anche per quelle scientifiche: da osservazioni e deduzioni incomplete possono nascere concezioni affrettate ed errate della natura del cosmo. Di qui la necessità di mantenere sempre aperto il capitolo della conoscenza naturalistica, di aggiornarla costantemente attraverso nuove esperienze, osservazioni, verifiche, di mantenere un atteggiamento umile e interlocutorio nei confronti dei saperi già acquisiti.

Nel primo volume, dopo le considerazioni introduttive, nelle quali discute i limiti di una descrizione fisica per comparti disciplinari, Humboldt presenta una visione d’insieme dei fatti naturali, il “quadro della natura” come lui lo definisce. Descrive cioè il mondo fisico quale appare agli organi di senso, partendo dall’immensamente grande – le costellazioni –, passando per la descrizione del sistema solare e approdando a quella del pianeta terra, sotto l’aspetto geologico, idrografico, meteorologico, botanico e zoologico. Fa insomma un riassunto dei risultati principali dell’osservazione della natura, proposti in modo scientificamente obiettivo ma soprattutto interconnessi tra loro[20].

Nel secondo volume tratta invece dell’influsso del mondo esteriore sulla facoltà dell’immaginazione, di come la bellezza e l’armonia del cosmo abbiano indotto sin dall’antichità la descrizione poetica e la pittura, dei diversi atteggiamenti, dalla domesticazione alla contemplazione, che l’uomo ha assunto nei confronti della natura. Racconta come l’osservazione e la contemplazione della natura abbiano avuto influssi differenti su popoli diversi in diverse epoche storiche, e come conoscenza e fantasia abbiano interagito. Descrivere la natura non significa per lui limitarsi a riferire i risultati dell’osservazione, ma anche analizzare come ciò si riflette nella vita interiore dell’uomo, come questo riflesso si riempia spesso e volentieri di miti e simboli e di come da ciò si sviluppi un’attività artistica. Kosmos significa ordine e allo stesso tempo bellezza. L’obiettivo del naturalista è quindi comprendere la natura e contemporaneamente trasmetterne la bellezza.

In questo volume viene abbozzata anche una storia dello sviluppo delle conoscenze scientifiche, dall’antichità alla scienza positivistica, passando attraverso l’Islam e le grandi esplorazioni transoceaniche. Mancano totalmente accenni allo sviluppo della scienza in Cina, in India e nell’America precolombiana, ma questo vuoto è ampiamente giustificato dallo stato delle conoscenze dell’epoca.

Il terzo, il quarto e il quinto volume riprendono invece quel quadro della natura che nel primo era rappresentato in una forma non mediata dalla strumentazione e dall’atteggiamento scientifico, esponendo più dettagliatamente i risultati delle osservazioni scientifiche relative al cosmo, nel III° volume, e al pianeta terra negli ultimi due.

La parte dell’opera che meglio ha retto al tempo è naturalmente il secondo volume. Le conoscenze riversate negli altri sono state ampiamente e rapidamente superate dagli sviluppi della scienza di fine Ottocento e del secolo scorso, e in parte lo erano già al momento della pubblicazione dell’opera. Per quanto si tenesse aggiornato, e per quanto spesso le sue intuizioni andassero oltre i risultati specifici delle varie discipline, Humboldt non poteva reggere il passo che la specializzazione aveva preso attorno alla metà dell’Ottocento. Ciò non toglie che anche la parte più prettamente scientifica del Kosmos sia percorsa da intuizioni appena accennate, da ipotesi cautamente avanzate (c’è ad esempio un’anticipazione, sia pur timida, della teoria della deriva dei continenti) che ci fanno intravedere quanto Humboldt fosse arrivato vicino alle risposte che cercava. C’è da chiedersi come avrebbe reagito, se fosse sopravvissuto pochi mesi ancora, al terremoto provocato da L’origine della specie. Se un poco ho imparato a conoscerlo, credo che avrebbe accolto la rivelazione evoluzionistica con entusiasmo, e sarebbe morto più sereno.

La forma espositiva adottata da Humboldt è volutamente aliena da tecnicismi scientifici o filosofici: utilizza quel registro retorico quasi colloquiale che tanto successo aveva riscosso nelle conferenze berlinesi, perché in fondo il pubblico cui si rivolge è lo stesso. È una scelta stilistica mirata e giustificata a più riprese dall’autore nelle sue corrispondenze ma risponde anche a un suo modo d’essere e di concepire l’essenza e l’uso della conoscenza. Humboldt ritiene che le competenze scientifiche di base, quelle sufficienti a consentire il salto di qualità e a pervenire alla sintesi, possano essere ricondotte alla portata di tutti senza nulla sacrificare dell’ampiezza e della precisione: il suo lavoro sta lì a dimostrarlo, mescolando le citazioni di autori classici, di studiosi di varie civiltà e culture del passato con le testimonianze degli scienziati contemporanei e con i ricordi, spesso piacevolmente autoironici, delle esperienze personali maturate nel corso dei viaggi e di una vita di ricerca.

In realtà, ciò che gli importa trasmettere non sono tanto le conoscenze, delle quali ammette e sottolinea spesso i limiti, ma l’entusiasmo per una curiosità che da sempre ha animato l’uomo, che quelle conoscenze ha prodotto e che dovrà indurlo per il futuro ad ampliarle o a superarle.

Lo scienziato

È difficile tracciare un bilancio dell’attività scientifica di Humboldt e coglierne appieno l’importanza. Ha riversato i suoi interessi e le sue inesauribili energie in tali e tante direzioni, sia pure avendo in mente un tracciato unitario, da scoraggiare qualsiasi tentativo di sintesi.

Nel corso del viaggio americano, lui e Bonpland hanno aperto nuove dimensioni in quasi tutti i campi del sapere scientifico. Hanno fissato meridiani e paralleli, preparato mappe geografiche, studiato sessantamila piante di cui un decimo erano totalmente sconosciute, introdotto la fitogeografia, scoperto correnti marine e descritto fenomeni celesti, osservato eruzioni vulcaniche, terremoti e maremoti, sezionato rettili e uccelli, rinvenuto resti fossili, prodotto rilevazioni topografiche di siti archeologici, ecc. Hanno davvero rivoluzionato la conoscenza del loro tempo.

Sia prima del viaggio, ma soprattutto dopo, nel fecondo periodo parigino, troviamo Humboldt coinvolto, magari solo come coprotagonista o mentore, in tutte le esperienze scientifiche più significative che illuminano l’alba della chimica e della fisica moderne. Mi limito pertanto a indicare alcuni dei più importanti contributi scientifici originati dalla spedizione e successivamente rielaborati, ma soprattutto a sottolineare la loro rilevanza rispetto al mutamento ottocentesco della concezione della natura e del mondo.

Humboldt ha constatato e comprovato l´indebolimento del campo magnetico terrestre dai poli all´equatore. La sua tesi sulle “tempeste magnetiche” esposta al ritorno in Europa all’ambiente scientifico parigino, ha suscitato immediate controversie, ma i rilevamenti successivi l’hanno sostanzialmente confermata anche nel dettaglio. Ha fornito in pratica a Gauss i materiali di osservazione per determinare prima la misura assoluta del campo magnetico, e in seguito le variazioni del campo in base al tempo e ad altri fattori. Ha ricondotto insomma il magnetismo, che si prestava in precedenza (e per qualche tempo nell’ambiente idealistico tedesco si presterà ancora) a interpretazioni parascientifiche, nell’ambito dei fenomeni naturali.

Per quanto concerne la geologia ha sfruttato le dirette osservazioni dei vulcani del nuovo mondo, molti dei quali studiati in piena attività, per dimostrare che questi presentano normalmente stratificazioni lineari, che a occhio nudo coincidono con le divisioni del sottosuolo. Esaminando la struttura delle montagne, che costituiva per lui uno degli argomenti di maggior interesse, ha potuto quindi leggere la morfologia generale della terra. I ripetuti movimenti tellurici, anche particolarmente devastanti, di cui è stato testimone nel breve soggiorno americano gli hanno poi fornito un’ulteriore chiave di lettura.

I fenomeni geologici della superficie terrestre agiscono sulla nostra fantasia come racconti dei tempi passati. La loro forma è la loro storia.

Il suo progressivo convincimento dell’origine vulcanica delle rocce, che in precedenza erano considerate depositi sedimentari delle acque, ha archiviato definitivamente l’ipotesi del nettunismo.

Nel campo della biologia ha elaborato una serie di modelli metodici per studiare gli organismi e più in particolare le piante, non solo come oggetti in sé, ma anche in relazione alla temperatura, all’umidità, alla latitudine, all’altitudine e al loro modo di vivere, se isolati o in società. Lo ha guidato l’intuizione sopravvenuta durante le ascensioni del Pico de Teide e del Chimborazo, destinata a trasformarsi in vera e propria ipotesi scientifica. Il risultato è la costruzione di mappe illustrative della vegetazione altitudinale che indicano il variare delle specie vegetali con il variare del clima. Da queste mappe il naturalista tedesco ha sviluppato, al suo ritorno in Europa, l’idea della possibilità di interconnettere altitudine, latitudine e vegetazione, dando vita alla fitogeografia, ma ha poi allargato il campo, estendendo l’intuizione a tutti gli altri fattori meteorologici e climatici, e applicandola anche alla lettura della distribuzione antropica.

Isobare, isoterme, isocline, ecc., sono un’invenzione di Humboldt (compila il primo atlante tematico) finalizzata alla “leggibilità” del mondo e nel contempo sono anche una rete che il mondo lo ingabbia: al contrario di quanto avviene per meridiani e paralleli, che sono pure linee culturali, immaginate dall’uomo per una finalità pratica, qui abbiamo delle linee dettate all’uomo dalla natura. Queste linee riguardano a dire il vero non tanto la natura, quanto lo sguardo dell’uomo sulla natura, quello sguardo che si traduce scientificamente nella “Geografia”.

La geografia non è un’invenzione di Humboldt ma nell’accezione moderna nasce indubbiamente con lui. Da racconto rapsodico del mondo diventa «lo sguardo sul mondo dall’alto» e questo spiega anche la spinta a salire le montagne alimentata tra l’altro dall’eco dei recenti exploit di De Saussure sul Monte Bianco. Di lassù si colgono tutte le linee idrografiche e orografiche e l’assetto del territorio si disvela, ma si coglie anche la bellezza dello spettacolo: si combinano scienza ed estetica. Nella radice della parola Kosmos, quella che alla fine Humboldt ha scelto per compendiare la sua idea del mondo e della conoscenza umana del mondo, c’è un rinvio al senso arcaico di cosmesi, di “ornamento”: ci sono quindi una valenza quantitativa, quella del tutto, ed una qualitativa, quella della bellezza del tutto.

La geografia humboldtiana ha inoltre una terza valenza, quella politica: la conquista, sotto forma di conoscenza, degli spazi è strumento del crescere di una coscienza comune, dell’unificazione cosmopolita dell’umanità. Per Humboldt quindi la storia della contemplazione della natura e la storia della conquista del mondo sono un tutt’uno: sono la storia della civiltà.

Allo “sguardo dall’alto” non si perviene comunque attraverso la semplice “contemplazione” estetica: se vedo una linea devo anche saperla riconoscere. La contemplazione passa dunque attraverso e si concretizza nella osservazione: e per farlo deve avvalersi di strumenti che potenzino la sensibilità e di parametri che la uniformino. Come si è già visto, Humboldt è particolarmente attento alla strumentazione scientifica: la considera un prolungamento dei sensi, che gli consente di focalizzare l’attenzione sui fenomeni, ma anche e soprattutto di accedere attraverso i suoi vari corrispondenti a quanto non ha potuto vedere di persona. Richiede e raccoglie dati a tutti e su tutto. Sembra mosso da una compulsione a misurare, a comparare e a collezionare. Ma la sua non è semplice mania collezionistica: i fatti parziali sono sempre considerati nel loro rapporto col tutto, e perché siano comparabili è necessario che vengano rilevati con uno “sguardo” uniforme. Se tutti usano la stessa strumentazione, la stessa taratura, si potrà “misurare il mondo”, e questa misura non sarà solo matematica. Così come un mucchio di mattoni, disposti in un certo ordine, fanno una casa, una serie di dati, se interpretati, messi in relazione e interconnessi, danno una conoscenza, che a questo punto non è più quantitativa, ma qualitativa. Per questo sollecita un continuo perfezionamento delle strumentazioni, educa al loro uso i suoi emuli più giovani, propugna l’adozione di unità di misura universali.

Infine, altrettanto fondamentale è l’influsso sull’estetica del paesaggismo. Dai suoi viaggi Humboldt riporta, oltre alle mappe e alle carte, un grandissimo numero di disegni, soprattutto vedute, e a questi principalmente affida la divulgazione del nuovo modello interpretativo della natura. Ora, il disegno induce, anzi obbliga a una modalità di percezione estremamente soggettiva (lo fa anche la fotografia, certo, ma in maniera decisamente diversa): c’è quanto l’autore effettivamente vede (che dipende dalla sua educazione visiva e dalla sua naturale sensibilità), o sceglie di vedere (in base ai paradigmi di osservazione che ha adottato); quanto è in grado di tradurre nel disegno questa visione (e questo dipende dalla sua abilità tecnica); quanto infine riesce a trasmettere ai suoi lettori (e questo attiene alla sensibilità al gusto altrui).

La “veduta”, o “panorama”, passa con Humboldt, e fino ad un certo punto suo malgrado, dalla concezione “romantica” (e aristocratica) a quella “borghese” (e positivistica). “Panorama” sta a indicare tanto ciò che c’è, che sussiste, quanto ciò che noi ci vediamo. Significato e significante insieme. Ma c’è di più. Dallo sguardo di Humboldt, dall’“alto” delle sue cognizioni scientifiche, ciò che c’è viene necessariamente percepito nella sua manipolabilità. In fondo nasce alla scienza come geologo, o meglio ancora come ingegnere minerario. Non si limita a guardare, ma radiografa la realtà: ne conosce, o ne indovina, la composizione chimica, fisica, i principi biologici: non vede solo, “conosce”. E se si hanno in mano i principi, si ha anche la possibilità di agire su di essi.

Quest’ottica Humboldt la trasmette non solo nelle mappe tematiche o nelle rappresentazioni di spaccati orografici, ma anche nelle modalità della rappresentazione vedutistica. Il suo Kosmos (inteso sia come insieme dell’opera che come apparato illustrativo) mostra la natura come unità del paesaggio riferita alla posizione e allo sguardo dell’osservatore. Non ci presenta una natura da esposizione – quella ad esempio dei paesaggisti francesi del Settecento che rimane comunque scenografia immobile, sfondo per un movimento che è solo umano – ma un insieme colto nel suo pieno e selvaggio rigoglio e, soprattutto, nella sua immensità. La sua concezione della “veduta” prelude in qualche modo, anche se ancora è disciplinata dai limiti della finalità didascalica, alla pittura di Friedrich e a quella di Turner, ma negli esiti se ne discosta decisamente[21]. Mentre in Friedrich vengono materialmente raffigurati gli osservatori, sempre ripresi di spalle, a convogliare il nostro sguardo – e comunque in qualche modo protagonisti –, e in Turner ogni indizio di presenza umana scompare, risucchiato o schiacciato da un’unica indefinibile, indecifrabile e a malapena rappresentabile forza naturale, Humboldt liquida dal quadro l’uomo come agente, per farne uno “spettatore”. Vale a dire che la natura che descrive è la natura vista dall’uomo, nel tentativo di una comprensione che lo colloca come “superiore”. Cerca di introdurre un “punto di vista” scientifico, paragonabile a quello della prospettiva (anche se non necessariamente proiettato in avanti), o di realizzare un’“ottica dall’alto”, la cui metafora è il volo in mongolfiera, o l’ascensione alpinistica. Lo scopo è di mettere ordine in ciò che si vede, di ricomporlo in una “sintesi”, per cogliere l’armonia del tutto[22].

Il fatto di escludersi dal quadro ha a che fare con questo concetto. Una figura in movimento guasterebbe l’equilibrio del tutto (che non è immobile, ma che ha tempi di movimento lunghissimi, impercettibili all’umano). Gli stessi disegni di Humboldt e di Bonpland relegano le figure umane in un ruolo marginale e piccolissimo, ricordando molto la pittura paesaggistica cinese.

Attraverso una serie di mediazioni il paesaggio inizia quindi negli scritti e nelle rappresentazioni vedutistiche di Humboldt a trasformarsi da idea estetica in sapere scientifico. Il sapere poetico e pittorico si trasforma in questa maniera in scienza della natura, senza per questo perdere la sua funzione evocativa. Pur essendo un appassionato creatore e collezionista di mappe, di carte e di tavole tematiche, Humboldt si rende conto che l’astrazione simbolica della cartografia si limita a trasmettere un’informazione e non una “visione”. Consente solo uno sguardo “geometrico”, che permette triangolazioni, proiezioni, congiunzione di punti, schematizzazioni, ma nulla ci dice del brulicare di vita che caratterizza lo spazio reale. È necessaria pertanto, per accedere a una vera scienza della natura, una rappresentazione che possa mediare tra la concretezza apparentemente disordinata della natura stessa e la fredda astrazione cartografica, che commuova l’animo non nel senso romantico, ma in quello kantiano. «Il paesaggio è ciò che residua, ciò che resta fuori dalla logica cartografica, dalla riduzione del mondo a una tavola. Ecco perché il paesaggio presuppone un rilievo, un punto di vista elevato da cui guardare». (Franco Farinelli[23])

Al contrario dell’immagine cartografica, che ci dà degli oggetti una rappresentazione simbolica e separata, li distingue e li delimita, nel paesaggio non si danno limitazioni o confini: è un indistinto, nel quale gli oggetti convivono come avvolti in una leggera nebbia, che fa da collante per un’organica armonia. Il risultato pittorico cercato da Humboldt rimanda e prelude piuttosto a quello dell’“impressione” fotografica[24], quella ottenuta su lastra ai primordi della fotografia, che suppone tempi lunghi di posa, ricerca di condizioni di luce appropriate, distanze e angoli visuali obbligati. L’effetto è lo stesso: una patina leggera, immagini irrigidite, un po’ pietrificate dai tempi di esposizione: come se la ragione fosse finalmente riuscita a mettere ordine in una natura indisciplinata e a disporla per la foto di gruppo.

Il filosofo

Humboldt è, assieme a Goethe, l’ultimo intellettuale a tutto tondo (dai contemporanei era paragonato ad Aristotele) e già questo lo colloca fuori epoca. Il suo atteggiamento conoscitivo ha un equivalente da noi solo in Leopardi, fatta salva la diversità delle esperienze, e anche gli esiti di questa disposizione non sono poi molto dissimili. È un figlio postumo dell’Illuminismo (più specificamente dell’Enciclopedie), che si assenta dalla scena culturale europea per un tempo sufficiente a fargliela trovare completamente mutata, mentre lui è stato cresimato dal viaggio nella sua militanza razionalistica. Come Leopardi non è considerato dai suoi contemporanei (e nemmeno dai posteri) un filosofo, ma probabilmente a differenza del recanatese, non teneva molto a questa considerazione.

Quel che è singolare è che non viene percepito nemmeno come un vero e proprio scienziato (e questo magari gli spiaceva di più), perché va in controtendenza rispetto al nuovo statuto specialistico dello scienziato, alla divaricazione tra le due culture che si avvia nella prima metà dell’800. È acclamato piuttosto come un savant, anzi, come il più grande dei savants della sua epoca: il che già spiega in parte l’oblio nel quale è finito, perché esistono storie della scienza e storie della filosofia, ma non storie della “sapienza”. Tra l’altro il termine savant pone l’accento sul bagaglio dell’erudizione, ma non dice nulla di una attiva partecipazione all’accrescimento del sapere, che nel caso di Humboldt è invece indiscutibile. In realtà, visto a posteriori il suo enciclopedismo è tutt’altro che un limite: è quello che oggi viene propugnato quando si parla della necessità di saperi trasversali o interdisciplinari (come a dire che tutte le teorie cognitive odierne sono la riscoperta dell’acqua calda).

Forse è anche giusto non considerarlo un filosofo, nell’accezione “professionale” del termine, che gli andrebbe comunque stretta: ma va tenuto ben presente che questo non gli ha impedito di confrontarsi alla pari, e magari con qualche carta in più per quanto concerne la padronanza scientifica della materia, con le filosofie “naturalistiche” del suo tempo. Quello che gli è mancato per iscriversi nella confraternita è la riconduzione dei dati a sistema: ma, a parte il fatto che questo sistema, a ben guardare, lo si può desumere dall’insieme della sua opera, è proprio il fatto di non voler “sistematizzare” che gli consente di evitare il semplicismo di una filosofia della natura chimerica e sentimentale (paragonabile per molti versi a certo odierno fondamentalismo ecologico) e al tempo stesso di non cadere nel riduzionismo scientifico.

Humboldt vive la più romantica delle esperienze, conosce e frequenta gli esponenti più insigni del romanticismo tedesco, diventa lui stesso per molti giovani pronti all’avventura un modello di eroe romantico, ma non è un romantico. Non lo è perché non condivide la tensione drammatica tra la finitezza dell’esistere e l’infinitezza della natura che nutriva lo struggimento e lo sradicamento romantico (della Sehnsucht). Il fratello Wilhelm, un illuminista convertito al romanticismo, dice di lui che non “comprende” la natura, nel senso che ogni giorno fa in essa delle scoperte. In effetti, quella di Humboldt è una progressiva “conoscenza”, che in qualche modo lo allontana dalla possibile definitiva “comprensione”. Lui stesso afferma che la comprensione dell’unità della natura è un processo costantemente in fieri. «Siamo ben lontani dal capirla: possiamo soltanto affidarci ad analogie e indizi». Detto questo, ci dà sotto con l’osservazione e con lo studio. Se il problema è capire i meccanismi di funzionamento della natura, è solo questione di tempo e di buona volontà, senza dimenticare comunque che ogni vera conoscenza è sempre parziale e perfettibile: intanto c’è la soddisfazione, la meraviglia intrinseca ad ogni nuova scoperta. Se è invece “comprenderla” nel senso di riconoscere in essa il manifestarsi di qualcosa che la trascende, terreno o celeste che sia, allora è il problema a essere mal posto, e a risultare fuorviante.

Dal canto suo Humboldt si impegna a “conoscere” la natura, cominciando ad esempio con l’evidenziare quelle linee “naturali” di cui abbiamo già parlato, isobare, isoterme, ecc., che nulla hanno a che vedere con la reti artificiali stese dagli uomini sul mondo, i meridiani e i paralleli, o con quelle politiche. Attraverso esse traccia dei confini indefiniti (la bruma dei suoi “paesaggi”), “elastici” perché possono sempre essere spostati dall’azione della natura nel tempo, o da quella degli uomini, e all’interno dei quali comunque il margine di interazione di questi ultimi con la natura è molto ampio, e in questo modo aggira il problema. Perché fa esattamente, il contrario di quanto intendono fare i romantici e i filosofi dell’idealismo, che il confine vogliono definirlo, ma solo per tentare di superarlo.

Le consonanze con i romantici naturalmente non mancano. Condivide con Hölderlin la nostalgia per la perduta unità con la natura, ma ha anche chiaro che solo da quello strappo poteva nascere la consapevolezza che costituisce lo specifico umano: e da buon illuminista, dovendo scegliere, non ha dubbi sul preferire un rapporto mediato dalla conoscenza razionale. Anche con Novalis (peraltro, uno dei pochi che non conobbe personalmente) trova affinità, soprattutto nel progetto di una “enciclopedia romantica delle scienze”, dove possano combinarsi il criticismo kantiano con tutte le discipline scientifiche. Il problema è che per Novalis a monte di tutto sta un segreto dell’Universo che all’uomo rimane inaccessibile, e a Humboldt l’idea di segreti destinati a rimanere tali non piace, gli puzza di metafisica.

A dispetto della grande amicizia e della stima reciproca che lo lega a Goethe, non è nemmeno in linea con la concezione naturalistica di quest’ultimo, pur condividendone l’organicismo e l’idea di una morfologia universale. Quella di Goethe è una visione panteistica, per la quale nella natura e nell’uomo si manifesta Dio. Occorre quindi indagare l’intima produttività di matrice divina. Ma l’uomo, che è parte di questo tutto organico, non riesce a coglierne la totalità (perché guarda dall’interno). Goethe ricerca l’Urfhänomen, il fenomeno originario da cui discendono sia lo spirito che la materia, e proprio per questo, per la necessità di ricondurre il tutto ad una causa unitaria, rimane nettuniano sino alla fine. Non accetta l’idea che sia stata necessaria una “rivoluzione” vulcanica, preferisce pensare che ad agire in natura siano forze dolci. Humboldt le forze che modellano la superficie terrestre le ha viste in azione, e non gli hanno lasciato dubbi.

Più evidente è invece il debito con Schelling, soprattutto col secondo momento del pensiero di quest’ultimo. La filosofia della natura di Schelling indaga l’essenza dei fenomeni, recuperando l’ordo rerum, ordo idearum di Spinoza. Il mondo delle cose è in rapporto con un principio superiore alla casualità degli eventi. E fin qui, bene o male, Humboldt lo segue: anche lui ritiene che l’insieme sia superiore al semplice accumulo delle parti. Ma quando si arriva a parlare di una “logica intelligente” nell’attività produttiva della natura (la versione originale dell’odierno “disegno intelligente”) comincia a frenare. In sostanza, Humboldt si tiene prudentemente lontano dalle idealistiche “filosofie della natura”. Liquida le ardite speculazioni dei suoi contemporanei come «saturnali di un sapere puramente ideale della natura», e il riferimento è soprattutto a Fichte, e più ancora a Hegel, che letteralmente detesta.

Non è questione […] di ridurre l’insieme dei fenomeni sensibili a un piccolo numero di principi astratti, aventi la loro base nella sola ragione. La fisica del mondo, come io intendo esporla, non ha la pretesa di elevarsi alle pericolose astrazioni di una scienza puramente razionale della natura; è una geografia fisica unita alla descrizione degli spazi celesti e dei corpi che riempiono questi spazi. Estraneo alle profondità della filosofia puramente speculativa, il mio saggio sul Kosmos è la contemplazione dell’universo, fondata su un ragionato empirismo, vale a dire sull’insieme dei fatti registrati dalla scienza, e sottomesso alle operazioni dell’intelletto che compara e combina […] Lo scopo ultimo delle scienze sperimentali è quello di risalire all’esistenza di leggi, e di generalizzarle progressivamente. Tutto ciò che va al di là non rientra nel dominio della fisica del mondo, e appartiene a un genere di speculazione più elevata[25].

Per sé rivendica un ruolo di manovalanza sperimentale, che gli consente di rimanere coi piedi per terra, ma soprattutto di poggiarli sulla concretezza dei fatti. «Io non mi avventuro in una sfera nella quale non saprei muovermi in libertà».

Ma a questo punto, stanti tutti i distinguo che ne fanno un isolato nella cultura romantica, cos’è in sostanza la natura per Humboldt? Dalle premesse metodologiche, sulle quali mi sono sin troppo dilungato, discende una visione olistica della natura (o viceversa). La natura è per Humboldt un complesso dinamico e unitario, all’interno del quale i fenomeni presentano caratteri coerenti e relazioni comuni, e sono regolati da leggi fisiche valide universalmente, qualunque sia la zona in cui si manifestano. Si tratta di una posizione organicista, la quale presume che l’organismo possieda dei requisiti e delle peculiarità che derivano dall’integrazione, e non solo dall’aggregazione delle singole componenti. In altre parole, nella sua interezza va visto come qualche cosa di diverso e di più della somma delle parti. L’ordine naturale viene così a somigliare a un organismo complesso, simile al corpo umano, all’interno del quale ogni elemento può essere compreso solo in quanto partecipe e dipendente dal tutto. È l’idea dell’esistenza di un equilibrio generale della natura che trascende il gioco delle singole forze, senza tirare in ballo entità superiori.

Humboldt è il primo esploratore a immergersi con una esplicita finalità scientifica in un ambiente – quello tropicale – che fino alla sua epoca era rimasto sotto questo profilo totalmente sconosciuto, e che brulicava di forme di vita del tutto ignote alla botanica e alla zoologia. L’incontro con una natura così stupefacentemente diversa da quella europea lo porta a svellere il cardine sul quale da secoli erano impiantate tutte le concezioni e le visioni naturalistiche: il finalismo, ossia la convinzione che la natura sia stata creata per l’uomo, per i suoi scopi e per essere da lui utilizzata. Al finalismo erano rimasti ancorati i maggiori naturalisti dell’epoca, compresi Buffon e Joseph Banks, cui abbiamo accennato più sopra. Humboldt dimostra l’inconsistenza della vecchia dottrina e mette a nudo la sua inadeguatezza per la comprensione del mondo e dei suoi fenomeni. Il finalismo è, a suo parere, uno strumento riduttivo, perché gli scopi umani non possono erigersi a guida per la comprensione dei fini della natura. La concezione finalistico-utilitaristica, in altri termini, non penetra le leggi naturali. Non svela le connessioni e gli intimi rapporti tra i fenomeni, ma riduce il mondo a un utensile gigantesco. L’ambiente, egli scopre invece, non è un mezzo passivo per la vita, ma un insieme attivo grazie al quale essa è possibile. Molti organismi vivono, hanno vissuto e hanno cessato di vivere, eppure non sono mai stati conosciuti dall’uomo, né sono mai stati da lui utilizzati: milioni e milioni di esseri animati esistono completamente indifferenti agli interessi, agli obiettivi e ai destini degli uomini.

L’illuminazione di Humboldt non nasce da una particolare sensibilità per l’ambiente tropicale, anzi il turgore eccessivo della natura se da un lato in un primo momento lo eccita, diventa poi un elemento di disturbo, quasi lo infastidisce[26]. Per quanto lo concerne, ama botanizzare persino nel giardino zoologico di Berlino e scoprire cose nuove dove la “cultura” umana parrebbe non aver lasciato spazio alla natura. Questo gli dà anzi maggior conferma della forza della natura stessa. Oltretutto, la foresta lussureggiante cela quello che a lui interessa di più, quello che sta sotto (in fondo è un ingegnere minerario). A volte sembra leggere il paesaggio ai raggi X, cogliendo le vene minerali che lo percorrono. Ma è l’idea di tanta ricchezza “inutile” dal punto di vista umano, all’epoca non sfruttata e non sfruttabile, a imporsi.

Il problema di Humboldt sta proprio nell’impostazione dello sguardo, che mira a cogliere l’unità nella diversità “fermando” le impressioni, e gli impedisce poi di fare il passo decisivo. Forse è l’accumulo di impressioni ricavate dal viaggio sudamericano, la varietà dei panorami incontrati, a non consentirgli il colpo di genio, a non farlo attingere a quel principio unificatore razionale che sarà identificato da Darwin nell’evoluzionismo. Humboldt ha girato il continente sudamericano in lungo e in largo, ma gli è mancato lo spazio ristretto delle Galapagos, dove l’unità è palese, la variazione è minima e al tempo stesso indiscutibile ed evidente, e il processo si rivela in tutta la sua chiarezza. Il fatto è che Humboldt si propone di rintracciare l’unità nella diversità e l’armonia tra cose dissimili, Darwin parte dall’unità per spiegare la diversità. Il primo è uno di quegli spiriti irrequieti che vogliono mettere a posto tutto, il secondo uno di quelli quieti, che invece mettono disordine. La differenza sta dunque nell’atteggiamento col quale si rapportano alla natura che vanno indagando. Humboldt vuole arrivare a un quadro completo del mondo, vuole pervenire a una prospettiva totale, dall’alto, come appunto dalla cima di una montagna o da una mongolfiera, il che consente di vedere l’insieme, ma non ciò che si muove. Darwin, al contrario, procede per induzione, coglie la natura dal basso, attraverso i particolari e nelle sue trasformazioni. Potremmo definirle una visione geografica e una visione storica del mondo.

Su questo passo mancato pesa quindi una resistenza di fondo, che definirei in parte ambientale, legata cioè tanto all’imprinting illuministico quanto all’arretratezza dell’ambiente universitario tedesco nel quale si è formato, in parte caratteriale. L’evoluzionismo offre un modello superbo di spiegazione, ma non certo un modello di spiegazione “ordinata”. Questa fa sì, ad esempio, che pur avendo maturata una coscienza della profondità dei tempi, quella necessaria a produrre la conformazione geologica terrestre, Humboldt non abbia poi il coraggio di trarne sino in fondo le conseguenze: anche se il fatto stesso di raccontare il Kosmos procedendo dalla formazione (e non dalla creazione) dell’universo sino alla presenza dell’uomo è l’inconsapevole anticipazione di un modello attualissimo, evoluzionistico, di storia dell’uomo.

Allo stesso modo, quando cerca le tracce dell’attività dell’uomo sulla natura non può evitare di constatare quanto la natura agisca “direttamente”, prima e al di là dell’“impressione” e delle sue conseguenze culturali, sull’uomo. Il suo contatto col mondo semiprimitivo delle regioni equatoriali, lo porta a constatare che l’uomo originario, lungi dallo stereotipo tanto illuministico quanto romantico del “buon selvaggio”, è più vicino al mondo animale che a quello del diritto naturale. Questo implica che la struttura di fondo dei comportamenti umani sia determinata non solo e non tanto dalla natura esterna, ma da quella interna. Ma senza la mediazione evoluzionistica un simile determinismo è inaccettabile, non spiega nulla della coscienza, della cultura, della storia: non ci sarà un “disegno intelligente”, ma l’intelligenza, beh, quella è l’unico dio al quale Humboldt si sente di sacrificare.

L’unità che cerco di rintracciare nello sviluppo dei grandi fenomeni dell’universo è quella che offrono le composizioni storiche. Io credo che la descrizione dell’universo e la storia degli uomini siano situati allo stesso grado di empirismo: ma sottomettendo i fenomeni fisici e gli avvenimenti al lavoro del pensiero, e risalendo attraverso il ragionamento alle cause, ci si addentra sempre più in quell’antica credenza che le forze inerenti la materia e quelle che governano il mondo morale esercitano la loro pressione sotto l’imperativo di una forza primordiale, e secondo movimenti che si rinnovano periodicamente, anche se ad intervalli ineguali. Sono questa necessità delle cose, questo incatenamento occulto, ma permanente, questo ritorno periodico nello sviluppo progressivo delle forme, dei fenomeni e degli avvenimenti, a costituire la natura, che obbedisce ad un primo impulso dato[27].

Rimane il rifiuto ogni concezione teleologica, tanto di quella implicita nella filosofia della storia di Hegel che di quella su cui si fonda la filosofia della natura di Schelling. E anche di quella più “laica” e generica del progresso. Per quanto concerne la continuità del Progresso, infatti, anche se tutto sembra confermarla, non esiste nessuna necessità, nessuna ineluttabilità. Il progresso è legato alla conoscenza e alla volontà umana, quindi è passibile in ogni momento di arresti o addirittura di inversioni di tendenza. La sua idea di progresso riguarda comunque il sapere, non la tecnica. La tecnica che gli interessa è quella al servizio della difesa della vita, della sicurezza, o della ricerca scientifica (lo strumentario di osservazione e rilevazione).

Dopo tutto quel che si è detto è evidente che Humboldt non ha un gran rapporto con Dio. Il solito Wilhelm scrive, in una lettera alla moglie: «Circa la religione, non si vede né che ne abbia una né che gli manchi». E aggiunge: «La sua testa e la sua sensibilità non sembrano arrivare al confine in cui ciò – l’esistenza di Dio – viene deciso». La verità è che a quel confine Alexander non vuole proprio arrivarci, semplicemente non gli interessa. Per lui non ci sono né un Dio né una volontà intrinseca al mondo, o se ci sono costituiscono comunque l’oggetto di un’altra indagine. È un agnostico che, al solito, viene tacciato di essere ateo. Il suo problema non è Dio ma semmai tutta l’accozzaglia di religiosi (lui la chiama la pretaille), cattolici, luterani o calvinisti che siano, che se ne fanno scudo per schiavizzare in vari modi i loro simili.

È probabile che quando pensa a Dio gli torni in mente la madre, calvinista piuttosto bigotta e fredda, e quindi a giusta ragione ne diffida.

E infine, che parte ha l’uomo in questo quadro armonico dell’ordine naturale? L’uomo come abbiamo visto è sottoposto alle leggi della natura, ma agisce a sua volta su di esse attraverso l’evoluzione della sua cultura e della sua storia. Per Humboldt non c’è nulla di innaturale in questa “retroazione”, che si esplica da un lato nella domesticazione di piante e animali, nella produzione agricola, mineraria e artigiana e nel commercio, dall’altro, e di conseguenza, nelle istituzioni politiche, economiche e sociali. Innaturale è solo il distorcimento di queste attività, quando siano finalizzate allo sfruttamento, alla discriminazione o alla soggezione. È una concezione che potrebbe apparire semplicistica, e invece è solo semplice, e permette di stabilire pochi punti fermi da difendere con coerenza. Gli uomini sono tutti uguali, la libertà (di pensiero e di parola, ma anche di commercio e di iniziativa economica) è il loro bene più prezioso e la democrazia è l’istituzione che meglio lo garantisce, per cui ogni forma di assolutismo e di oppressione va combattuta. Nulla di originale, come si può vedere, non fosse che sono idee propugnate da uno junker prussiano, parente di Von Bulov e amico prima di Metternich e poi di Bismark, espresse alla corte prussiana e difese tanto attraverso gli scritti che con l’impegno diretto, in innumerevoli battaglie condotte contro le discriminazioni nei confronti delle donne e degli ebrei, e contro la schiavitù.

Questo significa che Humboldt nutre nell’animale uomo e nelle sue scelte future una fiducia incondizionata? Non esattamente, crederlo sarebbe fare un torto alla sua intelligenza. Lui stesso dice di essere stato un tempo affascinato dalle teorie di Condorcet, ma di essersi liberato presto di questo fascino. No, la sua fiducia la ripone nella natura. Sarà la forza spontanea di questa a ristabilire gli equilibri, laddove già siano o vengano ulteriormente turbati. Agirà dall’interno dell’uomo, spingendolo ad armonizzare il quadro sociale, ma anche dall’esterno, per salvaguardare l’ordine pur nel pulsare della diversità.

Non sarà un filosofo particolarmente profondo, ma è senz’altro il vero padre dell’ecologia.

L’uomo

Dopo più di trent’anni sto finalmente saldando, sia pure in minima parte, il debito contratto già alla prima lettura, anzi, alla prima menzione di Alexander von Humboldt. L’ho fatto con notevole ritardo, in un momento in cui la riscoperta del personaggio, consacrata dalla riedizione delle opere a cura di Enzensberger, dalle biografie che cominciano a essere tradotte o scritte anche in italiano, e da una mostra che ha circolato qui da noi, seppure in sordina, nel 2009, rendono superfluo, ai fini della conoscenza, il mio lavoro. Ma superfluo non è affatto per me, che conservo l’orgoglio fanciullesco di aver praticato il grande scienziato tedesco quando ancora era un perfetto sconosciuto, sia pure illustre.

Ho scoperto Humboldt come alpinista (le vie della conoscenza sono davvero infinite!), e questa scoperta l’ho già raccontata altrove.

Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremila settecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto[28].

Da allora non ho più smesso di seguirne le tracce, di cercarlo o di trovarlo per caso coinvolto in tutto ciò che mi andava progressivamente appassionando. È diventato quasi un gioco chiedermi: Avrà detto o scritto qualcosa in proposito? Un gioco ricco di soddisfazioni, perché la risposta è quasi sempre positiva.

Humboldt è una di quelle persone che rimpiangi di non aver potuto conoscere, e che anzi, rimpiangi e basta, perché hai l’impressione non ne nascano più. Con tutte le sue qualità e con tutti i suoi difetti. Il ritratto ironico, e persino caricaturale, che ne fa Daniel Kehlmann ne La misura del mondo [29] non dovrebbe essere molto lontano dal vero. Ne viene fuori un rompiscatole un po’ saccente, che mette il becco in tutto ed è perennemente affaccendato. Ma mentre leggevo il romanzo e mi dicevo che in fondo era proprio quello l’Humboldt che avevo imparato a conoscere da anni, attraverso gli scritti suoi e quelli su di lui, capivo anche che i suoi difetti erano diventati per me un motivo in più di simpatia.

Credo che la ragione della mia simpatia per quest’uomo, che evidentemente va molto al di là di un interesse storico o scientifico, stia nella sua genuinità. Humboldt non sa (e non vuole) nascondere nulla. Non si impone di essere trasparente, lo è e non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che potrebbe essere diverso. È vanesio come un bambino, gli piacciono le onorificenze, vuole la gloria, ma prima di tutto vuole sinceramente conoscere, capire. È logorroico, interviene in ogni discussione, ma solo perché ha davvero sempre qualcosa da dire. Parla molto, ma è anche capace di ascoltare. Ha delle idee e delle certezze, e vuole proporle, ma soprattutto confrontarle, ed è disposto a metterle in dubbio, e quando è il caso, a cambiarle. Parte per il viaggio in Sudamerica convinto nettuniano, ne torna quasi vulcanista (ma anche Darwin parte fissista, e torna evoluzionista: l’importanza del viaggio!).

Non deroga comunque sui principi. È stato ritratto talvolta come persona fredda, capace di rapportarsi agli altri (e alla natura stessa) solo con la testa. Io sono di tutt’altro parere, e ho a disposizione fior di aneddoti a conferma della mia opinione[30]; ma se anche così fosse, la capacità di dominare le emozioni non è forse un pregio, e non è forse la condizione che consente una reale coerenza coi propri principi per tutta una vita? Humboldt attraversa varie stagioni del pensiero, da quella illuministica a quella romantica, fino a quella positivistica, e non si lascia mai condizionare. È attento e sensibile a ogni concreta novità, a ogni avanzamento nel campo della conoscenza scientifica, ma non si accoda ad alcuna corrente. Le correnti, semmai, le scopre.

Mi piace perché sa quello che vuole, senza per questo risultare spocchiosamente monolitico. Sa anche molto bene quello che non vuole, e lo dice chiaramente. Si propone degli obiettivi concreti e, per quanto impegnativi, possibili, così da non avere alibi qualora non dovesse raggiungerli. Infatti, li raggiunge sempre. È ossessionato dalla puntualità, la sente come un dovere, una forma di rispetto nei confronti degli altri, ma soprattutto nei confronti del proprio tempo. Non si sente autorizzato a perderlo, fuori ci sono un sacco di cose che aspettano di essere fatte o investigate[31].

Mi piace anche perché è un personaggio scomodo suo malgrado. Per questo prima parlavo di genuinità. Non ci tiene affatto a essere scomodo, anzi. Pensa, dice e fa quello che gli sembra più giusto e più naturale per il bene di chi gli sta attorno e dell’umanità tutta; ma in questo modo attraversa la sua epoca, e le diverse società che la caratterizzano, un po’ a mezz’aria, in costante asincrono.

Intanto è profondamente onesto e leale, in un ambiente nel quale la concorrenza, le gelosie e le rivalità sono sempre più spietate[32]. Anche dopo che Bonpland si è chiamato fuori dal lavoro editoriale, tornandosene in America, pubblica tutto il materiale scientifico della spedizione a nome di entrambi. Questo a dispetto di un’indubbia tendenza al protagonismo, quella che giustifica la sua fanciullesca gioia per i riconoscimenti ufficiali, le medaglie, ecc. Oltretutto lo fa a proprie spese, dilapidando in pratica tutto il patrimonio ricevuto alla morte della madre. Allo stesso modo attribuisce senza alcun problema ai suoi amici o corrispondenti la paternità di idee, di esperienze e di scoperte che magari aveva contribuito a far nascere o aveva lui stesso suggerito[33].

È sincero. Quando nel 1804 conosce Simon Bolivar, che gli chiede un parere sulla situazione sudamericana, risponde che le condizioni per una rivoluzione ci sono, ma manca un leader, e non ne vede nessuno all’orizzonte. Vent’anni dopo riconoscerà onestamente di non aver saputo riconoscere la grandezza di quell’uomo, ma ribadirà anche che, a dispetto degli entusiasmi di chi li aveva fatti incontrare, era ciò che pensava.

In patria viene definito un Hofdemokrat, un democratico di corte, quello che oggi sarebbe un radical chic o un “garantito”. Ma la sua fede democratica non è per niente un atteggiamento alla moda. La sposa a vent’anni, quando incontra la Rivoluzione francese, e non la abbandonerà sino a novanta. Col passare del tempo appare sempre più disorientato e deluso, a mano a mano che vede cadere gli ideali che hanno riscaldato l’ultimo decennio del Settecento: ma non arretra di un passo nelle sue convinzioni.

Piuttosto, come il suo contemporaneo Tocqueville, Humboldt non è propriamente un democratico: è prima di tutto un libertario. Quello che non sopporta è lo schiavismo, la privazione della libertà e prima ancora la negazione della dignità dell’uomo. La società americana gli piace perché sono tutti (o quasi: e questo lo stigmatizza, nelle lettere a Jefferson) liberi, non perché tutti possono partecipare al potere. Pur nella sua ingenuità non è così naif da credere nella democrazia totale. Vuole condizioni di partenza, almeno su un certo piano, uguali per tutti, quindi uguaglianza di fronte alla legge, istruzione diffusa in tutte le classi sociali, tolleranza estesa tra gli individui e tra i popoli. Da buon illuminista è ottimista sul fatto che gli uomini, una volta davvero liberi, saranno capaci di rapportarsi gli uni agli altri in maniera intelligente. Ma sono gli individui a interessarlo, non il demos. E anche questo, con qualche riserva sull’intelligenza degli uomini, mi trova perfettamente in sintonia.

La mia simpatia ha infine a che fare anche con la sua presunta omosessualità: o meglio, col modo in cui la gestisce. Premesso che di per sé non mi importa un accidente delle inclinazioni sessuali di chicchessia, voglio parlarne proprio perché oggi c’è una forma di rivendicazione dell’omosessualità che riesce disturbante, per quanto è urlata e mediaticamente esposta. Humboldt su questo tema è estremamente riservato, com’è giusto, e ciò non contraddice per niente la trasparenza cui accennavo prima. Semplicemente, ritiene siano un po’ fatti suoi, o più semplicemente ancora non è del tutto consapevole della sua “diversità”. Non si tratta di una rimozione o di un tentativo di mascheramento. Potrebbe essere considerata piuttosto una sublimazione.

Il fatto è che Humboldt è cresciuto nel culto classico dell’amicizia virile, magari in una moderna versione teutonica, di quel tipo cioè di rapporto che si instaura nelle situazioni “di frontiera” (pensate a Willer, Carson e Tiger), che ha caratterizzato tutta l’epica antica e che continua a caratterizzare quella moderna, soprattutto quella cinematografica. Lui la frontiera la cerca sempre, nei viaggi, negli studi, ci si trova a proprio agio e ne condivide con entusiasmo lo spirito di cameratismo. Non so quali limiti possa toccare l’investimento affettivo di Humboldt in questi sodalizi, ma so per certo che l’amicizia è il primo in assoluto nella scala dei suoi valori etici. Per lui l’amicizia è sacra e comporta quello stato del rapporto nel quale non si ha alcun ritegno a chiedere, perché si ha la consapevolezza di essere pronti a dare a nostra volta. Con Bonpland, che pure lo ha mollato nel bel mezzo della redazione del Voyage, rimane in contatto per tutta la vita e si adopera con tutte le forze per ottenerne la liberazione nel periodo in cui l’amico viene “sequestrato” per anni da un dittatore paraguaiano. Alla morte di Arago, pur avendo ormai superato da un pezzo gli ottant’anni ed essendo oberato dal lavoro per portare a termine il Kosmos, si sobbarca la prefazione all’edizione completa delle opere, dicendo «Era un amico, glielo devo».

Anche nei rapporti a più bassa intensità conserva la stima di tutti quelli che ha conosciuto, al di là di ogni possibile divergenza di opinione politica o scientifica, perché si rapporta con loro sulla base di una completa franchezza e onestà. Metternich, che da giovane ha condiviso con lui addirittura la camera a Gottinga ai tempi dell’università, ma che certamente era agli antipodi per quel che riguarda le idealità, gli scrive poco prima di morire:

Mio caro barone, il mondo è in una situazione molto pericolosa. Il corpo sociale è in fermento: mi fareste un gran favore se poteste spiegarmi di che tipo è questa fermentazione, se spiritosa, acida o putrida. Ho paura che il verdetto volga verso l’ultima di queste tipologie.

Cerca la risposta, o l’approvazione, dell’uomo e dell’amico, non certo quella dello scienziato o dell’opinionista politico. Persino Bismarck, che rappresenta tutto ciò che Humboldt ha maggiormente in odio, che lo giudica un vecchio rompiscatole e che stenta a digerirne l’ostinazione democratica, non può fare a meno di provare per lui simpatia e di affermare: «Credo di potermi onorare della sua amicizia».

Questo è ciò che per certo conosciamo delle attitudini affettive di Humboldt: il resto è pettegolezzo psicanalitico. Come Epicuro, considera l’amicizia il bene immortale che fa vivere un uomo come un dio tra gli uomini, e in essa convoglia ed esprime tutto ciò che attiene alla sfera dei sentimenti. Non possiamo che condividere, invidiarlo, e magari cercare di imitarlo.

Questa sua indole, naturalmente, non lo sottrae alla maldicenza e alla malevolenza. Semmai ve lo espone ancora di più. Par di sentire i commenti, negli austeri circoli berlinesi: «Quell’Humboldt, uno scapestrato. E pensare che suo fratello …».

Già, il fratello. Mi riesce facile immaginare il rapporto con quel fratello sempre un po’ “più”: filosofo principe del linguaggio nel paese di Herder, brillante diplomatico e burocrate zelante, sposo e suddito perfetto e fedele, legato alla famiglia, alla patria e al sovrano, sempre preoccupato per le “intemperanze” del suo congiunto. Che dice di Alexander:

Io lo amo infinitamente per la straordinaria bontà del suo cuore e del suo carattere, e per l’estremo attaccamento che ha nei miei confronti […] – ma – Vedrete anche i suoi difetti, che sono in parte la conseguenza, ma anche la fonte di alcune delle sue migliori qualità; ma per esperienza personale so che li perdonerete […].

Che si prodiga per far riammettere nei ranghi di corte, alla caduta di Napoleone, quel “giacobino francese” che i conservatori volevano fosse esiliato, ma che si sente molto più tranquillo quando è lontano, magari con un oceano di mezzo, e che si affanna, a dire il vero senza troppa convinzione, a giustificarne i comportamenti eterodossi anche agli occhi della moglie.

Temo che in questo rapporto l’amicizia abbia davvero poco spazio. C’è affetto, senz’altro: ma manca l’elemento chiave, la reciprocità della stima. E questo, il timore costante di dispiacere al fratello, di danneggiarlo in qualche modo, nel momento stesso in cui è stimolato a emularne per altra via la fama e il successo, è forse l’unico vero condizionamento che guasta a lungo la serenità di Alexander.

Potrei chiudere qui. Avrete capito, a questo punto, il perché della mia infatuazione per Humboldt: ma non vi nascondo che all’origine c’è anche l’ammirazione per quella che Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly ha definito «una tempra di finissimo acciaio».

Io l’ho descritta così: «Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar.

Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!»[34].

Alla faccia dell’understatement! Spero anche che adesso vi sia chiaro come mai, a dispetto dei successi, dei riconoscimenti, della stima e della fama che gli erano stati tributati da una parte e più ancora dall’altra dell’oceano, prima che il suo secolo arrivi a chiudersi Alexander è già stato rimosso dal pantheon della cultura germanica e in quello successivo scompare anche dalle enciclopedie.

È, come ho già detto, un personaggio fuori tempo; ma non di quelli che sono in anticipo o in ritardo sulla loro epoca; è proprio fuori dal tempo, nel senso che non c’è mai entrato del tutto.

È un illuminista nel paese che sta facendo del romanticismo la sua bandiera culturale. È un democratico nella Germania che si avvia a essere prussiana e poi nazista. È un cosmopolita nell’Europa dei nascenti nazionalismi. È un omosessuale nel secolo della restaurazione religiosa e dell’omofobia vittoriana. È un antirazzista, in un mondo che cerca giustificazioni biologiche al dominio occidentale. È un amico degli ebrei, mentre si afferma, a destra e a sinistra, un antisemitismo sempre più esacerbato. Basterebbe molto meno, in Germania o in qualsiasi altra parte del mondo, ma questi ingredienti creano un cocktail veramente micidiale, assolutamente indigeribile, allora e forse anche oggi. Spero solo che non lo sia diventato anche per voi. Per me, io ho finito.

Vorrei però accomiatarmi con un paio di consigli.

Primo. Trovatevi il vostro Humboldt. Una figura o un’idealità cui fare costante riferimento, un interesse che possa accompagnarvi per tutta la vita. Se è quello giusto non rischierà di tradursi in una monomania, ma vi aprirà le porte per viaggi e scoperte in tutte le direzioni.

Secondo. Adesso andate a cercarvi una biografia seria di Humboldt, quella di Beck se conoscete il tedesco, quella di Minguet se capite il francese, o quella di Focher se volete faticare meno, e imparate davvero a conoscerlo. Ne vale la pena.

Bibliografia minima[35]

Opere di Alexander Von Humboldt

Viaggio alle regioni equinoziali del nuovo continente (ant.), Quodlibet, 2014
Viaggio alle regioni equinoziali del nuovo continente, Fratelli Palombi, 1986
Die Reise nach Sudamerika, Lamuv, Göttingen, 1994
Voyage dans l’Amérique équinoxiale, La Découverte, Paris, 1993
Abenteuer eines Weltreisenden, Prisma, Wien, 1980
Cosmos, Utz, Paris, 2000
Kosmos (Zweiter band), J. G. Cotta’fcher, Stuttgard, 1847
Kosmos. Ed. Magnus Enzensberger – Die Andere Bibliothek, 2004
Cosmos – Essai d’une description physique du monde, Tip. Carlo Turati, Milano 1846
L’amerique espagnole en 1800, Calman-Levy , Paris, 1990
Saggio politico sul regno della Nuova Spagna, Edipuglia, 1992
Ensayo polìtico sobre la isla de Cuba, Fund. F. Ortiz, L’Habana, 1998
Aus Mèinem Leben, C. H. Beck Verlag , Munchen, 1987
Uber das Universum, Insel Verlag, Frankfurt, 1995
Quadri della natura, La Nuova Italia, Firenze, 1998
L’invenzione del Nuovo Mondo (Saggio critico sulla storia della geografia del nuovo continente), La Nuova Italia, Firenze, 1992
Reise durchs Baltikum nach Russland und Sibirien, Erdman, Stuttgard, 1983
Ansichten der natur, Reclam, Stuttgard, 1969
A.v. Humboldt – Aimé Bonpland – Correspoondance, L’harmattan, Paris, 2005

Opere su Alexander von Humboldt

BLUMBERG, Hans, La leggibilità del mondo, Il Mulino, 1984
DUVIOLS, Jean Paul, MINGUET, Charles – Humboldt, savant-citoyen du monde, Gallimard, Parigi, 1994
FARINELLI, Franco, L’invenzione della terra, Sellerio, 2007
FOCHER, Federico, Alexander von Humboldt. Schizzo biografico dal vivo, IL PRATO, Padova, 2009
GASCAR , Pierre, Humboldt l’explorateur, Gallimard, Parigi, 1985
HOSSARD, Nicolas, Aimé Bompland, médicin, naturaliste, explorateur en Amérique du Sud, L’Harmattan, Parigi, 2001
KEHLMAN, Daniel, La misura del Mondo, Feltrinelli, 2005
KRATZ, Otto, Alexander Von Humboldt, Callwey, Munchen, 2000
MINGUET, Charles, Alexander von Humboldt,  Maspero, Parigi, 1969
QUAINI, Massimo, La mongolfiera di Humboldt, Diabasis, 2002
VON HAGEN, Victor, Scienziati-esploratori alla scoperta del Sudamerica, Rizzoli, 1986

I doni di Humboldt

(postfazione 2018)

Come ho già ricordato nel testo[36], ho “scoperto” Alexander von Humboldt mezzo secolo fa. Sarà infantile rivendicare questa “priorità”, ma davvero ci tengo, per motivi sentimentali e non per millantare meriti che non avrebbero senso[37]. Me lo ha fatto incontrare una passione sportiva: prima che come naturalista, geografo o filosofo ho conosciuto infatti Humboldt come alpinista. Se una qualche continuità culturale c’era, era con la storia delle esplorazioni di Lewis e Clarke che mi aveva affascinato da ragazzino al cinema, con le avventure raccontate nei romanzi di Verne che avevano infiammato la mia adolescenza e con le imprese di Wymper che mi stavano segnando la giovinezza.

Proprio in un vecchio libro di Verne compariva un breve accenno all’ascensione al Chimborazo. È stato sufficiente a mettere in moto la ricerca di notizie su quel viaggiatore formidabile, e poi, quando ho cominciato a conoscerlo un po’ meglio, quella dei suoi scritti. La caccia si sarebbe protratta a lungo (in realtà dura ancora oggi), perché all’epoca trovare in Italia qualcosa di e su Humboldt non era affatto facile. La prima biografia completa (Alexander von Humboldt, di Charles Minguet, Maspero 1969) l’ho fotocopiata per intero alla biblioteca universitaria, con uno stratagemma (sono oltre cinquecento pagine). Solo più tardi, alla fine degli anni Settanta, ho cominciato a procurarmi sulle bancarelle o nelle librerie parigine vecchie edizioni delle sue opere. E anche lì, dove Humboldt aveva trascorso buona parte della sua vita, quella più produttiva, e successivamente in Germania, dove pure era nato e per oltre mezzo secolo era stato considerato quasi un monumento vivente, dovevo constatare che non veniva ristampato da almeno un secolo.

Quanto più scoprivo l’eccezionalità del personaggio, tanto più mi stupiva la difficoltà di seguirne le tracce: ma per altri versi questo mi permetteva di considerarlo quasi un feudo personale. Così per anni Humboldt è stato oggetto di lezioni-spettacolo a beneficio esclusivo dei miei allievi dell’ITIS: decine di periti meccanici, in un buco della provincia profonda, conoscevano vita e miracoli di uno scienziato esploratore che alla maggior parte degli storici era pressoché sconosciuto. Ai ragazzi piaceva, senz’altro perché drammatizzavo un po’ le sue avventure, ma credo soprattutto per quell’aura di conoscenza “iniziatica” che lo ammantava, dal momento che non ne trovavano menzione da alcuna altra parte: più di uno, quando il lavoro li ha portati poi a girare il mondo, mi ha testimoniato lo stupore che destava in Francia, in Germania e nell’America Latina il fatto che in Italia lo si conoscesse.

Insomma, mentre da un lato questo oblio mi spiaceva, temevo dall’altro che fosse rotto nella maniera sbagliata. Fino agli anni novanta comunque i miei timori si sono rivelati infondati: Humboldt sembrava proprio non interessare a nessuno. Solo negli ultimi due decenni gli è stata resa un po’ di giustizia. Le sue opere sono oggi tutte disponibili. In Germania è stata avviata una riedizione completa dei suoi scritti, il Cosmos è stato ritradotto ovunque (tranne che in Italia) e nell’ anno in corso (2018) è prevista anche una riedizione delle tavole più significative. Persino la corrispondenza, una mole incredibile di contatti e rapporti con tutti i maggiori spiriti del suo tempo, cresciuta a dismisura nell’arco di più di settant’anni, è in fase di pubblicazione (prevedo che non saranno menoQueste pagine sono state inserite a di venti volumi).

In questo risveglio di interesse non vedo tuttavia solo lati positivi. La verità è che la riscoperta attuale di Humboldt appare mirata più ad alimentare un “mercato culturale” dell’effimero in forte crescita che a stimolare una curiosità intellettuale profonda, da coltivarsi con serietà. E la qualità del prodotto e il rigore della ricerca naturalmente sono per il mercato l’ultimo dei problemi.

Anche la relativa “popolarità” procurata al nostro da una nuova biografia recentemente pubblicata (L’invenzione della natura, di Andrea Wolf, Luiss Edizioni) è piegata ad un disegno di attualizzazione che ne sta facendo un uomo per tutte le stagioni[38]. Nell’ultimo ventennio la frusta redingote di Humboldt è stata infatti stiracchiata un po’ da tutte le parti: antesignano dell’ecologia, ispiratore del concetto di wilderness, precursore del pensiero postmoderno e del paradigma scientifico anti-positivista, militante democratico e antirazzista, simbolo dell’orgoglio omosessuale, da ultimo addirittura preconizzatore della nascita di Internet.

Ora, la poliedricità di Humboldt sembra facilmente prestarlo a tutte le interpretazioni, ma in realtà non ne avvalora nessuna. Un po’ perché proprio per la vastità degli interessi e per la complessità del carattere il personaggio non può essere costretto in alcuna singola rappresentazione iconica, e un po’ perché il modo migliore per comprenderlo sarebbe invece quello di riconsegnarlo al suo tempo e di leggerlo in quel contesto. Voglio dire, in sostanza, che considerare Humboldt avanti di un paio di secoli rispetto ai suoi contemporanei è una forzatura, ed è cosa che gli fa torto. Credo che sia ora semmai di ridargli il posto che gli compete, e che gli era ampiamente riconosciuto dai suoi contemporanei (lo appellavano “il nuovo Aristotele”), nella cultura del suo tempo[39].

Questo vale per tutti i multiformi lati della sua personalità e i campi del suo interesse. Mi limito ad alcuni esempi. Proprio l’aspetto che aveva acceso la mia fantasia, quello dell’alpinismo, mi sembra particolarmente emblematico, perché testimonia l’appartenenza di Humboldt ad un mondo ancora pre-alpinistico. Nelle storie dell’alpinismo Humboldt compariva sino a ieri solo in qualche nota a piè di pagina, a dispetto della eccezionalità della sua ascensione al Chimborazo e del fatto di essere rimasta per mezzo secolo la maggiore altitudine raggiunta in montagna da sempre. Questo perché le motivazioni e i modi dell’ascensione erano ben lontani da quelli, ad esempio, del suo contemporaneo De Saussure. L’aspetto agonistico dell’impresa, quello che scatena a partire dalla metà del Settecento la corsa alle cime alpine, nell’economia del suo racconto rimane sempre in secondo piano. Non che Humboldt non vada giustamente orgoglioso del suo record e non lo sottolinei: ma le difficoltà tecniche, le caratteristiche del percorso e le scelte conseguenti, vi hanno uno spazio limitatissimo. E questo non è dovuto solo al fatto che le salite andine sono in genere solo delle lunghissime camminate. Oserei dire che sale il Chimborazo, come già aveva fatto al Pico de Teide o per altri vulcani andini, con un atteggiamento molto più vicino a quello che ha portato Petrarca sul Mont Ventoux che a quello dei moderni performers, e con un equipaggiamento non molto dissimile. Il che, nell’ottica più recente di un rapporto “ecologico” con la montagna ce lo può anche far sentire molto moderno, ma non è certo frutto di una consapevolezza “moderna” della montagna.

Non si tratta qui evidentemente di sminuire il personaggio, vista anche la mia lunga devozione. Si tratta semmai di restituirgli ciò che davvero gli appartiene. E in questo senso la componente di novità va correttamente dimensionata per quanto concerne tutti gli atteggiamenti, a partire da quello scientifico e filosofico[40].

Va ribadito ad esempio che H. non rivoluziona la biologia, anche se elabora una serie di strumenti per studiare gli organismi, e più in particolare il mondo vegetale, nelle loro correlazioni con l’ambiente. Il suo punto di partenza è la Metamorfosi delle piante di Goethe, che sosteneva la derivazione delle infinite specie vegetali diffuse sulla terra da un unico archetipo, la «pianta-tipo» originaria. La tassonomia proposta da Linneo non è sufficiente a spiegare tale varietà: si limita a descriverla e a congelarla, mentre nella concezione di Goethe la varietà dei generi e delle specie vegetali non è statica, non è fissata una volta per tutte, ma è il risultato della loro adattabilità ambientale[41]. Humboldt sposa questa concezione, ma non gli interessa poi il risvolto metafisico, che per Goethe era invece fondamentale: non cerca l’anima del mondo, vuole semplicemente dimostrarne l’unità, evidenziare l’interconnessione di tutti i fenomeni. In tale senso usa il termine “armonia”. E per fare questo ricorre alle misurazioni, alle comparazioni, alle analisi “quantitative”.

L’elemento di novità sta dunque nel cercare di conciliare una visione organicistica della natura, che si oppone a quella meccanicistica di Cartesio e di Newton, e in definitiva degli stessi Linneo e Buffon, con gli strumenti che proprio quest’ultima ha elaborato. “La natura va misurata e analizzata, senza mai dimenticare che la nostra risposta al mondo naturale si debba in gran parte basare sui sensi e sulle emozioni”. E, aggiungerei, sulla storia della evoluzione delle conoscenze stesse. In questo senso l’apporto di Humboldt è indiscutibile. Ma è anche evidente come l’idea moderna di Wilderness, della quale gli si vuole attribuire la paternità, sia quanto di più lontano si possa immaginare dalla sua concezione. Humboldt non ama la natura selvaggia, ma l’ordine della natura, che è equilibrio, “armonia” appunto, e che va riconosciuto anche sotto la sua selvatichezza. Ma l’ordine della natura contempla anche la presenza degli umani e gli esiti delle loro attività. Questo è il nodo centrale, se vogliamo l’elemento di maggiore originalità: l’equilibrio naturale va riconosciuto e compreso proprio per fare si che queste attività siano con esso compatibili, non lo compromettano. Di qui le riflessioni sui danni ambientali irreparabili provocati da uno sfruttamento scriteriato, che costellano il racconto del viaggio americano e che tornano poi nel Cosmos. Humboldt non stigmatizza lo sfruttamento delle risorse, ma la sua applicazione insensata[42]. Questo è il messaggio che vuole trasmettere ai posteri.

E ancora. Nel termine “armonia”, nel significato in cui è usato da Humboldt, non è implicita alcuna visione edenica della natura[43]. Non si dà una valutazione “morale” positiva dello stato naturale, da contrapporre, alla maniera di Rousseau, a quella negativa data della cultura. Il mondo è “armonico” solo nel senso che è governato da una interrelazione tra tutti i fenomeni, che questa interrelazione è a sua volta governata da leggi, e che queste leggi non sono imperscrutabili. Ma a differenza dei Romantici Humboldt pensa che questa “armonia” non possa essere colta attraverso una sapere empatico, alla Schiller, bensì attraverso l’uso di una ragione “ben temperata”, duttile e flessibile. Che non è poi così lontana da quella ragione “calcolante” messa sotto accusa dal decostruzionismo.

In sostanza Humboldt non è un post-moderno, ma un illuminista, nella versione kantiana, anche se Kant è uno dei pochissimi grandi del suo tempo che non ha conosciuto personalmente (ritengo che abbia conosciuto poco anche le sue opere). Lascia l’Europa quando il grande filosofo è ancora vivo e si è appena imposto, e torna dopo la sua morte, quando già comincia ad essere “revisionato” o messo in discussione dagli idealisti. Ma è partito kantiano e kantiano ritorna, e lo rimarrà sino alla fine.

Il che, per quanto mi concerne, non è un limite, ma un grandissimo merito.

[1] Questo accadeva ancora 15 anni fa, al momento in cui questa mini-biografia è stata scritta. Oggi in realtà accade il contrario: lo spazio dedicato su Wikipedia ad Alexander è quadruplo rispetto a quello riservato al fratello.

[2] Per chi volesse approfondire la conoscenza della vita, delle opere e dei viaggi di Alexander rimando alla bibliografia finale, che comprende ad alcune ottime biografie scritte da studiosi francesi, tedeschi e anglosassoni. Purtroppo nessuna di queste è stata tradotta in italiano. Nel frattempo, proprio ultimamente, ne è uscita una molto bella redatta da uno storico della scienza italiano, Federico Focher, che vale senz’altro la pena leggere.

[3] Cfr. la bellissima biografia romanzata di Franklin, La scoperta della lentezza, scritta da Sten Nadolny, Garzanti, 1985.

[4] La storia di Henriette Hertz e dei cenacoli ebraici di Berlino a fine Settecento è narrata in AA VV, Ebrei in Germania, Feltrinelli 1987.

[5] Mineralogische Beobachtungen über einige Basalte am Rhein

[6] Georg Foster, Viaggio attorno al mondo, Laterza 1986

[7] cfr. il dibattito tra nettuniani e plutonisti. La teoria nettuniana, sostenuta da Werner, fa derivare le rocce dalla precipitazione dei minerali presenti nelle acque di un oceano che un tempo ricopriva tutta la terra. Il platonismo o vulcanismo, teoria proposta dallo scozzese James Hutton, ritiene che la crosta terrestre si è formata per l’azione del magma incandescente presente nelle viscere del pianeta, che si manifesta attraverso i fenomeni tellurici e vulcanici.

[8] I frutti di queste ricerche vengono pubblicati nel 1793 col titolo Florae fribergensis specimen plantas cryptogamicas praesertim subterraneas exhsibens, suscitando interesse e consenso tra i maggiori naturalisti, primo tra tutto Goethe.

[9] Nel 1797 Humboldt pubblicherà un’opera in due volumi che raccoglie i suoi studi sul galvanismo, e che tenta nuove spiegazioni dei fenomeni elettromagnetici.

[10] Gli studi sul Messico saranno raccolti nell’Essai politique sur le royame de la Nouvelle Espagne. Il saggio è ricchissimo di informazioni inedite sulla geografia e sulla geologia del Messico, ma comprende le descrizioni delle condizioni politiche, sociali ed economiche nonché abbondanti statistiche sulla popolazione. La deprecazione che H. formula in quest´opera nei confronti della schiavitù rimarrà tuttavia inascoltata, mentre le sue descrizioni delle miniere d´argento messicane attireranno numerosi investimenti di capitale straniero. (giustificando i versi di Enzensberg citati in esergo in questo scritto).

[11] I numerosi scritti all’interno dei quali va sviluppando le sue idee naturalistiche, fisiche, geografiche e sociali vengono accorpati nel monumentale Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent, fait en 1799, 1800, 1801, 1802, 1803 et1804 par Alexandre de Humboldt et Aimé Bonpland. Rédigé par Alexandre de Humbold, steso tra il 1805 e il 1834 in 35 volumi di grande formato con apparati illustrativi realizzati dai migliori artisti, incisori e cartografi europei dell’epoca. Tra le più note opere che vi sono comprese – scritte personalmente da Humboldt o da lui curate – le Ideen zu einer Geographie der Pflanzen, nebst einem Naturgemälde derTropenländer (1807), l’Essai politique sur le royaume de la Nouvelle Espagne (1811), il De distributione geographica plantarum, secundum coeli  temperiem et altitudinem montium (1817), il Voyage de Humboldt et Bonpland. Première partie. Relation Historique (1814-1825) e l’Essai politique sur l’Ile de Cuba (1826).

In totale 16 volumi sono dedicati alla botanica, 2 all’anatomia e alla zoologia, sei alla geografia, tre alle misurazioni e alle statistiche, tre al racconto del viaggio. Di ogni opera vengono edite serie distinte, realizzate con carta di diversa qualità e illustrazioni di differente costo, tutte a colori, parte in bianco e nero e parte a colori, oppure tutte in bianco e nero, mentre alcuni volumi vengono pubblicati in formato ridotto con impianto illustrativo limitato.

[12] In questa occasione, nel recarsi da Torino a Genova passa anche dalle mie parti, soggiornando probabilmente a Novi o a Voltaggio.

[13] Funge in pratica da interprete e guida per il sovrano prussiano, ma ha soprattutto il merito di essere intervenuto per salvare alcuni monumenti e musei parigini che rischiavano la distruzione.

[14] La riforma del sistema universitario tedesco è in realtà opera, nel suo complesso, del fratello Wilhelm: ma Alexander dà un impulso decisivo alla nascita e all’ordinamento delle nuove facoltà scientifiche.

[15] Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent.

[16] Risultato di questo viaggio sono i Fragmens de géologie et de climatologie asiatiques (1831) e L’Asie Centrale. Recherches sur les chaines de montagnes et la climatologie comparée (1843).

[17] Nel corso della sua esistenza Humboldt scrisse o ricevette oltre centomila lettere. Si è calcolato che la pubblicazione integrale della sua sola corrispondenza in uscita occuperebbe una ventina di volumi. Per la stesura del Kosmos si avvale della collaborazione dei migliori specialisti nelle varie discipline, ai quali richiede contributi scritti che a volte raggiungono le dimensioni di veri e propri piccoli saggi. Per l’effetto della contemplazione della natura sull’immaginario poetico, ad esempio, riceve aiuti dai fratelli Grimm e da Ernest Curtius.

[18] J. Gould, Church, Humboldt e Darwin

[19] Kosmos, I

[20] Il modello esplicito di riferimento è per Humboldt l’Historia naturalis di Plinio il Vecchio. Da essa mutua anche l’ordine della descrizione, dall’immensamente grande all’immensamente piccolo: ma questa scelta non ha assolutamente a che fare con l’idea di un ordine gerarchico interno alla natura, e meno che mai dell’esistenza di livelli diversi di “realizzazione” o di “consapevolezza” della materia, comune invece a tutte le concezioni naturalistiche del Romanticismo.

[21] Nel secondo volume del Kosmos Humboldt preconizza quella che dovrà essere la funzione “scientifica” del vedutismo: «È mia convinzione che la pittura del paesaggio fiorirà in maniera meravigliosa, nuova e mai vista prima, quando artisti validi usciranno più spesso dagli stretti confini del mediterraneo, quando sarà loro concesso di abbracciare con la freschezza spontanea di un animo giovane e puro l’immensa varietà della natura nelle umide valli dei tropici». Verrà preso alla lettera. C’è tutta una generazione di pittori, tedeschi e non, che dopo aver ascoltato o letto Humboldt si sguinzaglia per il nuovo continente, soprattutto nell’America meridionale, a caccia di panorami pittoreschi. Colui che forse meglio interpreta l’invito è l’americano Frederic Edwin Church, che dopo aver letto tutte le opere di H., viaggiato a più riprese nell’America del Sud e ripetuto addirittura l’ascensione del Chimborazo dipinge opere grandiose come Le montagne dell’Equador e Il cuore delle Ande. Quest’ultima, dopo aver ottenuto un enorme successo negli Stati Uniti viene inviata in Europa proprio perché H. possa vederla, ma arriva un mese dopo la sua morte. Tra i tedeschi, quelli che più si avvicinano alla sua concezione del vedutismo sono Johann Moriz Rugendas, che pubblica nel 1835 il Voyage pittoresque dans le Brésil, un’opera che si rivela complementare a quella di H., ed Edouard Hildebrandt, un altro protetto di H., più volte citato ed elogiato nel Kosmos. Possono essere considerati discepoli indiretti anche Albert Bierstad e Carl Gustav Carus, sia pure con qualche cedimento agli effetti spettacolari nel primo e al sentimentalismo nel secondo. Nessuna consonanza esiste invece con l’interpretazione metafisica della natura «Il divino è dovunque, anche in un granello di sabbia», col misticismo scontroso e luterano di Carl Jasper Friedrich.

[22] Nella prefazione di Ansichten der Natur dice: «La ricchezza della natura invita ad accumulare le immagini, e questo affollamento disturba l’ordine e l’effetto generale del quadro». Il termine Ansichten, quadro nel senso di “insieme”, ricorre frequentissimo nel linguaggio di H., perché racchiude l’idea di un’unità nella complessità.

[23] Franco Farinelli, L’invenzione della Terra, Sellerio 2007

[24] Nella lettera del 1834 a Varnhagen von Ense dove annuncia l’inizio della stesura del Kosmos scrive: «Un libro sulla natura deve fare l’impressione della natura stessa», dove la convergenza tra libro e natura si realizza per l’appunto nell’impressione.

[25] Dall’introduzione al Kosmos.

[26] Nella prefazione di Ansichten der Natur dice: «La ricchezza della natura invita ad accumulare le immagini, e questo affollamento disturba l’ordine e l’effetto generale del quadro». Il termine Ansichten, quadro nel senso di “insieme” ricorre frequentissimo nel linguaggio di Humboldt, perché racchiude l’idea di un’unità nella complessità.

[27]Dall’introduzione al Kosmos.

[28] Paolo Repetto, Elisa nella stanza delle meraviglie, Viandanti delle Nebbie, 2004

[29] Daniel Kehlman, La misura del mondo, Feltrinelli 2006

[30] Basterebbe l’affetto mostrato nei confronti di un cane randagio, raccolto nei llanos, che accompagna per un tratto della spedizione sull’Orinoco i due esploratori, e fa poi una brutta fine, sbranato da un giaguaro. Per cercarlo nella foresta H. mette a repentaglio la propria vita. O ancora, l’episodio da libro Cuore, ma autentico, dei cento franchi regalati con estrema discrezione a una povera sconosciuta, una fanciulla parigina, per evitarle di sacrificare la chioma per un tozzo di pane. È la fanciulla stessa a seguire non vista il misterioso benefattore, a scoprire il suo nome e a raccontare il fatto.

[31] Questo è il motivo per cui più di una volta va a pescare il povero Bonpland, molto più schiavo del richiamo della natura, in qualche capanna indigena o nei postriboli delle città sudamericane. Non è né scandalizzato dalla promiscuità razziale né moralmente indignato. Semplicemente, ha fretta.

[32] Per averne un’idea, è illuminante la lettura di Costantinopoli 1786: la congiura e la beffa, di Paolo Mazzarello (ed. Bollati Boringhieri, 2004).

[33] Realizza assieme a Gay Lussac la sintesi dell’acqua, e con lo stesso e con Arago tutta una serie di esperimenti fondamentali sulla composizione dell’atmosfera, sul magnetismo terrestre e sull’acustica, arrivando a determinare la velocità del suono. Non rivendicherà mai alcuna particolare attribuzione di merito per queste attività.

[34] Paolo Repetto, Elisa nella stanza delle meraviglie,Viandanti delle Nebbie, 2004.

[35] Sono indicate solo le opere che al momento possiedo. La bibliografia tedesca su A. von Humboldt, è in realtà oggi sterminata.

[36] Queste pagine sono state inserite a mo’ di post-fazione in calce a “humboldt controcorrente”, pubblicato nell’estate 2018 sulla rivista “Altronovecento”).

[37] Tengo anche a sottolineare che una prima versione di questo breve saggio è stata redatta nel 1997, ed ha circolato in forma “privata”, in successive edizioni dei Viandanti delle Nebbie, a partire dal 2001. La forma definitiva risale al 2010. Per la presente occasione sono stati rivisti solo la bibliografia e l’apparato delle note.

[38] È sufficiente un breve giro in rete per rendersi conto di come le recensioni al libro della Wulf abbiano offerto occasioni per dire qualsiasi stupidaggine. Ad Humboldt viene ad esempio attribuita dagli esperti dell’ultima ora un’escursione nelle Alpi svizzere in compagnia di De Saussure, che sarebbe avvenuta nell’inverno del 1789 e nel corso della quale i due avrebbero messo a punto il cianometro, uno spettro di misurazione dell’intensità del blu del cielo. Ora, al di là del fatto che non esiste alcun accenno a questo fantomatico primo incontro nella corrispondenza e nelle opere, una semplicissima verifica, o magari la lettura del libro recensito, permetterebbe di constatare che in quel periodo H. era in tutt’altre faccende impegnato, e in tutt’altro luogo. Qualche appunto però può essere mosso anche alla Wulf: è poco probabile che nel 1794 le armate di Napoleone potessero avanzare sulla superfice ghiacciata del Reno, non perché il ghiaccio non tenesse, ma perché a quella data Napoleone non aveva armate, ed era anzi agli arresti domiciliari (pag. 28). Allo stesso modo, è difficile immaginare H. sulla vetta del Chimborazo ad “assorbire il panorama sottostante”, quando si è appena detto che in vetta non è arrivato e che il vulcano era nascosto da una densissima nebbia (pag. 5).

[39] Massimo Quaini scrive in “Alexander von Humboldt cartografo e mitografo” (ne L’invenzione del nuovo mondo, La Nuova Italia 1992): “La sua è una lezione che richiede non solo una grande sensibilità geografica, ma anche, e in maniera non sussidiaria, una grande sensibilità storica, filologica e più in generale filosofica … Nell’esperienza di Humboldt il viaggiatore e lo storico, il cartografo e il mitografo, lo scienziato e l’artista, il geografo e il filosofo continuano a illuminarsi a vicenda. Un’esperienza per molti versi irripetibile, soprattutto se la si riconduce a quella determinata totalità culturale, ma che contiene, anche nel suo significato complessivo, messaggi oggi riproponibili, purché non si tradisca lo spirito unitario che la caratterizza” (la sottolineatura è mia).

Quell’irripetibile, riferito tanto al particolare tipo di esperienza (il viaggio) quanto ai risultati scientifici che ne conseguono, è da tenere ben presente. L’atteggiamento conoscitivo di Humboldt. che mira ad una unità superiore della cultura, era quello già implicito nello spirito dell’Enciclopedie, e con questa infatti si pone in continuità. È un atteggiamento che non apre una nuova epoca, ma ne chiude una vecchia (il che spiega anche, per buona parte, l’oblio).

[40] Tralascio di tornare sulla portata e sul senso delle posizioni democratiche e anti-razziste di Humboldt, che penso di aver già trattato a sufficienza nel testo senza troppo “decontestualizzarle”. Lo stesso vale per la lettura da darsi della sua omosessualità. Credo che Humboldt non abbia evitato di sbandierarla solo per un rispetto umano che, stante l’epoca, sarebbe comunque più che giustificabile: sono convinto che la sublimasse, in termini molto classici, difficilmente conciliabili con quelli post-moderni. La ricerca di testimonial per ogni causa sempre più indietro nel tempo è senz’altro legittima, a patto che venga rispettato il significato effettivo della testimonianza.

[41] La concezione che H. ha della conoscenza della natura deve forse più a Buffon che a Linneo. Certo, la classificazione, ma quello che gli importa è soprattutto l’effetto d’insieme. Non gli schemi, ma il quadro (non a caso, il titolo Ansichten …).

[42] Parla dell’America dei primi dell’Ottocento ma sembra raccontare il nostro paese, e in fondo lo stato dell’ambiente in tutto il mondo odierno. “Quando le foreste vengono distrutte, come hanno fatto ovunque in America i coloni europei con incauta avventatezza, le sorgenti si prosciugano, i letti dei fiumi, restando asciutti per parte dell’anno, si trasformano in torrenti ogniqualvolta abbondanti piogge cadono sulle alture. Venendo a sparire dai fianchi delle montagne, con il sottobosco, zolle erbose e muschio, l’acqua che cade sotto forma di pioggia non è impedita nel suo corso, e invece di far salire il livello dei fiumi con infiltrazioni progressive, durante i grandi diluvi scava solchi sui fianchi delle colline, trascina giù la terra non più trattenuta e provoca quelle inondazioni improvvise che devastano il paese”.

[43] In natura vige secondo Humboldt, tanto nel mondo animale che in quello vegetale, la guerra continua, la lotta per lo spazio e per le risorse. Per quanto crudele non è una lotta insensata, anzi, è necessaria per mantenere equilibrata la diffusione delle varie specie.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

La più grande olimpiade dell’era moderna

di Paolo Repetto, 2005

I giochi olimpici più importanti dell’era moderna non furono, come molti pensano, quelli faraonici del 1936 a Berlino, o quelli tragici del 1972 a Monaco. Essi ebbero luogo a Lerma, attorno alla metà di Settembre del 1960.

Era un anno magico. Nencini aveva vinto il Tour, Roncalli aveva aperto il secondo concilio vaticano, Kennedy stava per diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti e, ciliegina sulla torta, sino a pochi giorni prima Roma aveva ospitato la XVII edizione ufficiale delle Olimpiadi, che doveva celebrare in un colpo solo il primo centenario dell’unità nazionale, la fine di un dopoguerra da paese sconfitto e l’inizio del boom e del centrosinistra. Sia sul piano agonistico che su quello spettacolare era stata in effetti una manifestazione esaltante; per intenderci, furono i giochi di Berruti, di Wilma Rudolph, di Bikila, di Benvenuti e di Cassius Clay. Gli italiani vinsero in quell’occasione un po’ dovunque, a piedi, a cavallo, in bicicletta o in barca, totalizzando un raccolto di ori e di argenti che non si sarebbe mai più ripetuto. Da paese di morti di fame erano diventati la terza potenza sportiva del mondo.

I giochi di Lerma celebrarono però un’altra cosa: l’arrivo anche da noi della televisione e delle immagini in diretta. Persino per uno come me, che leggeva i giornali (avevo un incarico part-time presso il negozio di alimentari che fungeva anche da edicola e da luogo di distribuzione della posta) e seguiva le radiocronache del pugilato, la televisione significava l’ingresso in un altro mondo. Vedere Berruti che esce dalla curva liscio ed elegante come un figurino, che si lascia alle spalle dei marcantoni di colore grandi il doppio di lui, che vince e centra il record mondiale, era ben altra cosa. Per la prima volta dalle adunate oceaniche d’anteguerra l’intera nazione si era stretta attorno a qualcuno, a un torinese con l’aria e il fisico di un intellettuale sedentario, che metteva però in riga anche i velocisti della superpotenza americana. La televisione aveva consacrato in diretta il riscatto degli eterni perdenti, e anche a Lerma lo avevamo vissuto assiepati a decine davanti ad uno dei due apparecchi televisivi esistenti in paese, quello dell’oratorio. Ora si trattava di celebrare degnamente quel trionfo, e il modo migliore era quello di ripeterlo.

Dell’Olimpiade di Lerma non è rimasta purtroppo alcuna testimonianza iconografica, non ci sono né fotografie né tantomeno filmati: ma io posso lo stesso raccontarvi la storia veritiera di quei giorni, essendone stato insieme testimone, agonista e soprattutto il principale organizzatore. All’epoca andavo per i dodici anni e già avevo alle spalle una discreta carriera di organizzatore sportivo (non solo: ero a capo, sia pure per autoinvestitura, di una delle bande più importanti del paese). Sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria di Baldini al mondiale di ciclismo e per l’asfaltatura della via principale avevo promosso due anni prima un giro d’Italia con le grette, suddiviso nelle venti canoniche tappe. Avevo tracciato i percorsi con i gessi presi a prestito dalla scuola elementare e, una volta esauriti questi, con dei pezzi di mattone (le “tappe rosse” dell’ultima settimana). Il giro si snodava dal Poggio alla piazza Roma e ritorno, con puntate nei vicoli non asfaltati per le tappe dolomitiche e due circuiti sullo sterrato per le prove “a cronometro”. Avevo anche stilato un regolamento, che venne più volte modificato, a seconda del peso e del livello di amicizia dei ricorrenti, e nominata una giuria con l’incarico di segnalare le forature (uscita dai limiti del percorso, fermo per un turno) e di tenere il conteggio dei “bilecchi”. Ciascun concorrente doveva inserire nella sua gretta l’immagine di un campione, Anquetil, Gaul, io naturalmente Nencini, utilizzando le figurine che si trovavano nelle primissime confezioni dei fruttini. Per il bilanciamento era consentito solo l’uso dello stucco. Lo svolgimento era stato piuttosto tempestoso, perché i concorrenti erano indisciplinati e contestavano ad ogni piè sospinto le regole, ma arrivammo alla fine, registrando anche il primo caso ufficiale di squalifica per doping (Mario aveva riempito le sue grette di piombo per renderle più stabili nei percorsi veloci).

Mi sono attardato sul mio primo successo organizzativo (ne seguirono altri, ma anche qualche tonfo, come il Tour dell’anno successivo) un po’ perché ci tenevo da un pezzo a raccontarlo, ma soprattutto per dimostrare che non ero arrivato all’Olimpiade impreparato. L’evento fu il frutto di passione ed entusiasmo, ma anche di una certa “professionalità” acquisita con una lunga gavetta, e ancora oggi lo considero il mio capolavoro, perché lo sforzo di realizzazione e di coordinamento fu davvero enorme.

L’idea dei giochi venne a me, ma certo era nell’aria. Dopo i trionfi di Berruti e di Gaiardoni passavamo la giornata a sfidarci sui cento metri e avevamo imparato a resistere per delle mezz’ore in surplace sulla bicicletta. Di lì a decidere di bandire delle gare ufficiali, che raccogliessero tutti i ragazzi del paese e i villeggianti e stabilissero una volta per tutte le gerarchie sportive, il passo era breve. Non mi ci volle molto a convincere gli altri, primo tra tutti Aurelio, complice imprescindibile di qualsivoglia iniziativa. Costituimmo un comitato olimpico, decidemmo le gare da disputarsi, stilammo il calendario delle prove, concordammo le modalità di ammissione e di partecipazione. Onde evitare grane stabilimmo il tetto massimo di età a quattordici anni, per poter includere quei tre o quattro che avevano concluso con noi le elementari pur essendo più anziani, ed escludere quelli che col loro nonnismo avevano sempre cercato, sia a scuola che all’oratorio o nel bosco della Cavalla, di tarpare le ali alla nostra creatività. La ribellione fisica, violenta, sarebbe arrivata solo un paio d’anni dopo, tra l’altro anticipando la contestazione giovanile dei secondi anni sessanta: per il momento era necessario giocare d’astuzia e toglierceli dai piedi, e a tal fine era preziosissima la collaborazione di don Franco, il viceoparroco. Don Franco era un prete giovane, ma aveva una concezione del sacerdozio ispirata più a Guareschi che a Don Milani, e certe dita d’acciaio che mettevano in rispetto qualsiasi bullo. Inoltre possedeva un orologio che segnava anche i secondi, non un vero cronometro, ma insomma, era un prete e ci si poteva fidare. Dopo qualche insistenza e la promessa da parte nostra di presenziare alla prossima novena natalizia accettò anche di fungere da giudice unico di gara, il che era fondamentale, perché metteva fine preventivamente ad ogni possibilità di polemica e a qualsivoglia eventuale turpiloquio. Potevamo aprire i giochi.

Eravamo partiti con grandi ambizioni, ma fu giocoforza ridimensionare di molto il programma. Malgrado la vittoria di D’Inzeo non era possibile contemplare, per ovvi motivi, l’equitazione, anche se Aurelio insisteva che avremmo potuto iscrivere le coppie cavallo-cavaliere che si formavano per le sfide di “lotta in spalletta”. Ci volle del buono a convincerlo che il concorso ippico non si svolgeva nella prateria come la cavalcata di Ombre Rosse, ma su un percorso ad ostacoli. Erano da escludere anche le gare di nuoto e pallanuoto (altro oro per l’Italia), perché alla metà di settembre l’acqua del fiume era già fredda e perché a saper davvero nuotare eravamo si e no in tre. Niente da fare neppure per la scherma, dove in verità l’attrezzatura di fioretti di frassino non mancava, ma sarebbe stato difficile persino per don Franco governare le gare. Idem per la lotta e il pugilato, severamente vietati dai genitori, per il sollevamento pesi e per la ginnastica. Rimaneva insomma solo l’atletica, e quei giorni furono davvero un trionfo della regina degli sport.

Anche limitando così drasticamente il campo, l’organizzazione si rivelò particolarmente complessa. All’epoca gli impegni scolastici iniziavano ad ottobre, ma per molti, me compreso, c’erano quelli lavorativi a casa. Per fortuna quell’anno la vendemmia era in forte ritardo, e concentrando le gare in un programma estremamente fitto potemmo contare su una partecipazione quasi totale. Alcuni problemi tecnici furono risolti brillantemente: le medaglie per la premiazione, ad esempio, le rimediai io, pescando tra quelle portate a casa da mio nonno dal fronte dell’Isonzo, unico bottino di quattro anni di trincea. Non gliene importava granché, e mi aveva già consentito di giocarci, ma ad ogni buon conto preferii prenderle a prestito senza farglielo sapere. Risultarono uno degli elementi essenziali ai fini del rispetto del rituale, e con un cordino di lenza rossa da muratore facevano la loro bella figura. Purtroppo ne avevo solo tre (il nonno non era stato particolarmente valoroso), da usarsi per ogni cerimonia di premiazione e da farsi prontamente restituire, ciò che suscitò qualche rimostranza da parte di concorrenti che non avevano letto il regolamento (anche perché non era mai stato scritto).

L’attrezzatura per il lancio del peso fu procurata da Aurelio, che fornì le bocce di suo zio Giulio, sponsor inconsapevole e tutt’altro che consenziente. Per il disco utilizzammo una selce da calzolaio di mio padre, di quelle che servivano per ribattere le suole, perfettamente circolare e quasi piatta. I ritti per il salto in alto furono ricavati piantando dei chiodi lungo il tronco di due tigli che crescevano paralleli ai bordi dello stradone: l’asticella era uno spago tenuto tirato da due contrappesi di pietra. Ci fu anche un tentativo di praticare l’asta, ma venne abbandonato dopo che Agostino rischiò di finire infilzato dalla canna di bambù che stava usando.

Per le gare di velocità fummo molto agevolati dall’amministrazione provinciale, che durante l’estate aveva asfaltato la circonvallazione. Disponevamo di un rettilineo di quasi quattrocento metri, pianeggiante, con fondo compatto e levigato, perfetto. Il problema era che Berruti aveva vinto i duecento metri uscendo dalla curva, e che all’Olimpico le corsie per quella gara erano disposte in modo da far curvare tutti i concorrenti prima di esplodere sul rettilineo finale: quindi era d’obbligo inserire una curva e far partire i concorrenti distanziati di qualche metro l’uno dall’altro. Si trovò la soluzione fissando l’arrivo nella piazza, allo sbocco della piega che immette nella circonvallazione. Questo significava dover misurare le corsie ad una ad una, e disegnarle con il gesso. La misurazione venne effettuata con la solita lenza da muratore, che fu una delle protagoniste dei giochi (servì, oltre che per misurare le distanze nei lanci, come asticella nell’alto e come segnalatore di fossa nel lungo), anche se poi all’atto dell’attribuzione dell’ordine di partenza ci furono dei problemi, dal momento che tutti volevano quelle più esterne perché consentivano di partire più avanti e di tagliare clamorosamente la curva.

Le cose furono più semplici naturalmente per i cento metri, ma si complicarono poi parecchio per i centodieci-ostacoli. Si dovette ricorrere ad un blitz notturno nel magazzino del negozio di alimentari, dal quale furono prelevate un po’ di cassette da frutta, mentre io fornii dieci ceste da vendemmia. Già così in ciascuna corsia non potemmo mettere più di cinque o sei ostacoli, che si rivelarono in verità più che sufficienti, e dovemmo disputare la gara in notturna, per approfittare di un momento in cui non ci fosse transito (in realtà all’epoca anche durante il giorno si poteva pranzare in mezzo alla strada). Neanche a farlo apposta tutti i perdigiorno motorizzati sembravano essersi dato convegno quella sera nella circonvallazione, e nonostante i posti di blocco disposti in piazza e sul viale per deviare il traffico verso il centro del paese dovremmo sgomberare il terreno di gara più di una volta, per consentire loro di passare. Avevamo appena terminata la gara e rimosso gli ostacoli quando arrivarono i carabinieri, avvertiti da qualche idiota.

Ma arriviamo al dunque, all’aspetto sportivo. Come in ogni olimpiade i momenti magici furono quelli degli sprinter e della maratona. Nei cento metri per arrivare ai cinque finalisti si dovettero disputare quattro batterie e due semifinali. Gareggiò persino mio fratello, che aveva otto anni. Fu un successo organizzativo, ma una delusione nel risultato. Ai primi due posti finirono infatti i due gemelli Parodi, due villeggianti, sia pure oriundi. Il primo indigeno, che era poi Aurelio, dovette accontentarsi del bronzo. Nei duecento ce la cavammo molto meglio. L’oro andò ad Aurelio, al quale la sorte, un po’ aiutata, aveva riservato la corsia più esterna, secondo fu uno dei soliti gemelli e terzo finii addirittura io. Ebbi quindi anche l’onore di premiarmi da solo, dopo aver sedato le contestazioni dell’altro gemello, che sosteneva di aver percorso almeno venti metri in più rispetto agli altri.

La maratona venne disputata nell’ultimo giorno di gare. Il lotto dei partecipanti che avevano aderito si sfoltì di molto quando si seppe che i giri del paese previsti erano cinque anziché due (ogni giro misura circa novecento metri). Nessuno di noi aveva in effetti mai corso, almeno consapevolmente, una distanza del genere. Alla fine partirono in una dozzina. Io li precedevo in bicicletta e Angelo li seguiva con lo stesso mezzo, per controllare che nessuno tagliasse lungo i vicoletti. Al terzo giro i maratoneti erano già ridotti alla metà, e cominciarono a venir fuori i valori effettivi. Lungo la salita che porta al Poggio ci fu l’attacco di Marietto, che fece in testa anche il quarto giro, mettendo sempre più metri tra sé e gli inseguitori. Il dramma, come in tutte le vicende drammatiche che si rispettino, esplose all’ultimo giro. Mario stava scendendo tutto solo lungo via Benedicta, gli mancavano ormai non più di quattrocento metri all’arrivo, tutti discesa e pianura. All’altezza della sua abitazione io, che lo seguivo con una bandierina rossa appesa al manubrio, vidi uscire come una furia dall’ombra del vicolo sua madre: lo arpionò per un braccio, facendogli fare una mezza giravolta e urlandogli in faccia: “Dov’è Brunetta?” Brunetta era la sorellina di Mario, aveva forse tre anni ed era un vero impiastro, perché Mario doveva badarle praticamente tutto il giorno, cosa che gli aveva già impedito di partecipare alle gare di velocità, per le quali era una delle punte di diamante della squadra lermese. Per la maratona, nella quale aveva buone possibilità ed era una garanzia contro l’eventualità di un successo foresto, lo avevo convinto a lasciarla sul viale, affidata ad una ragazzina nostra coetanea che si era offerta, anche se non del tutto spontaneamente, di badarle. Mario ebbe un bel gridare “Vado a prenderla, lasciami andare”. Sentivo lo schiocco delle sberle e non ebbi animo di intervenire, anche perché sapevo che mi sarebbe toccata la mia parte e non avrei risolto nulla; inoltre c’erano i doveri organizzativi che mi aspettavano, l’arrivo e la redazione della classifica. Fu così che la maratona venne vinta da Aurelio, che l’onore lermese venne salvato ma che Mario, novello Dorando Petri, fu privato di una medaglia ampiamente meritata. E non valse nemmeno a consolarlo il fatto che io organizzassi una premiazione speciale ad honorem, anche perché non poté partecipare.

Delle altre gare c’è poco da raccontare, se non che furono guastate da alcuni inconvenienti. La finale del salto in lungo venne interrotta dal proprietario del mucchio di sabbia che usavamo per l’atterraggio, esageratamente alterato perché gliel’avevamo sparsa un po’ in giro, che ci costrinse a ripristinare il mucchio con scopa e badile. Non ci furono vincitori, mentre ci furono strascichi quando andò a lamentarsi da mia madre, che nella specialità scappellotto avrebbe guadagnato senz’altro il podio e si affrettò a ribadirmi quanto ci teneva alla mia reputazione. In quella del peso, invece, l’attrezzo finì direttamente nella scarpata che portava al bosco della Cavalla, e a dispetto persino di una taglia in fumetti messa in palio non ci fu più verso a ritrovarla. Non avevamo calcolato che Bruno, pur più anziano di noi di un solo anno, aveva il fisico di un ventenne e la forza di due, per cui poteva far volare alla boccia un campo da calcio. Naturalmente facemmo subito sparire anche l’altra e lo zio Giulio si arrovellò per tutta la vita sul mistero delle bocce scomparse. Aurelio non ebbe il coraggio di confidarglielo nemmeno da adulto.

Ci fu infine un’appendice comica, quando Claudio P., rientrato in paese a gare concluse, dichiarò non valida tutta l’edizione perché si era svolta in sua assenza. Claudio era un ragazzotto rotondo che portava i piedi a papera, con un’apertura angolare superiore ai centocinquanta gradi. Agganciandogli un paio di pale avrebbe aperto il passo nella neve ad un camion. Era imbattibile soprattutto nell’apnea sottomarina, una specialità alla quale lo allenavamo per tutta l’estate al fiume. Organizzammo seduta stante una ripetizione dei cento metri, che vinse naturalmente con un tempo buono per i cinquemila, e ci deliziò con un ulteriore schetch finale all’atto della premiazione, quando dovetti quasi rompergli un braccio per farmi restituire la medaglia.

Tutto sommato il bilancio sportivo dei giochi fu favorevole ai lermesi, anche al netto di qualche parzialità, che è comunque da mettersi sempre in conto al paese ospitante. Fece uscire i nativi dalla soggezione nei confronti dei cittadini, che in genere millantavano militanze nei pulcini della Sampdoria o del Genoa o frequentazioni di stadi, piscine e palestre. Soprattutto ci rese protagonisti di un evento organizzato e gestito in proprio, insegnandoci che il divertimento vero stava nell’ideare le cose e la vittoria nel condurle a termine. Le medaglie volanti di mio nonno fornivano d’altronde una perfetta metafora della transitorietà del successo. Noi naturalmente tutto questo non lo sapevamo, ma gli sviluppi successivi mi portano a credere che qualcosa di quella lezione sia rimasto, almeno negli animi più sensibili.

La cerimonia ufficiale di chiusura si svolse nell’oratorio, perché nel frattempo erano iniziate le rituali piogge pre-vendemmia. Don Franco ci fece un cazziatone per la scarsa sportività e l’eccessiva litigiosità mostrata dalla gran parte dei partecipanti, ma promise che l’anno successivo l’olimpiade l’avrebbe organizzata lui, e ci sarebbero state anche gare in bicicletta e in acqua. Naturalmente venne trasferito la primavera successiva, e nella storia di Lerma i giochi del ‘60, i miei giochi, sono rimasti unici e indimenticabili.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Viaggi, scalate, esplorazioni

di Paolo Repetto, 2005, estratto da Elisa nella stanza delle meraviglie

Con storie di vagabondaggi abbiamo salutato (come sarebbe a dire, finalmente!?) sia la narrativa moderna che quella classica: con la letteratura di viaggio approdiamo all’unico settore della mia biblioteca che nutre ambizioni specialistiche. Per seguirmi non devi nemmeno cambiare posizione, puoi rimanere spaparanzata sul divano, perché guardiamo sempre alla parete di fondo. Questo settore ne riempie tutta la metà di destra, e occupa al momento sedici ripiani; ma se aggiungiamo il comparto alpinistico si arriva a venti. Qualcosa tra gli otto e i novecento volumi. Non svenire, prometto di essere breve. Consentimi solo qualche considerazione.

Una raccolta di tali dimensioni parrebbe suggerire l’immagine di un appassionato viaggiatore, carico di chilometri, di esperienze agli antipodi e magari di diapositive. Invece, come ti ho già detto, non sono nulla di tutto questo. Naturalmente anch’io mi sono mosso un po’, almeno in gioventù, sperimentando diversi modi di spostamento (soprattutto i più economici): ho vissuto letteralmente il mio “Senza un soldo a Parigi e a Londra”, ho navigato come mozzo, ho percorso a piedi la Corsica, mezza Italia e la Foresta Nera, ma tutto questo in maniera sempre episodica, con il tempo alla gola. Se volessi cercare degli alibi potrei accampare proprio la mancanza di tempo, la perenne urgenza dei lavori in campagna, nei periodi liberi dalla scuola, e la precocità dei miei impegni familiari. Potrei trovare un sacco di scuse.

Ma non mi sembra il caso: probabilmente ho viaggiato poco perché non ne avevo poi un così gran desiderio, o almeno non avevo voglia di muovermi alla maniera che mi sarebbe stata consentita, che era quella di un turismo veloce. Inoltre mi sono reso conto molto presto che nei viaggi cercavo piuttosto la conferma delle cose lette che non la scoperta di ciò che non conoscevo (e raramente la trovavo). Non ero del tutto libero, perché facevo in fondo dei viaggi di verifica, e allora tanto valeva inseguire libertà e soddisfazione sulla carta.

Con l’età sono diventato sempre più sedentario. A differenza dell’Ariosto non penso di aver già visto mondo a sufficienza; al contrario, ritengo di averne visto pochissimo. Ma credo che riuscirei a vederne poco anche se mi dedicassi d’ora in poi ad una vita errabonda, oppure che incontrerei ormai più o meno le stesse cose dovunque. Magari è solo la sindrome della volpe e dell’uva, ma arrivo persino a pensare che chi sente tutto questo bisogno di muoversi in lungo e in largo molto spesso stia solo cercando rassicurazioni – o giustificazioni – dell’essere vivo, abbia bisogno del vento in faccia per tenersi sveglio. Una cosa tipo “mi sposto, dunque esisto”. Ora, io non credo che lo spostamento sia indispensabile né al “vivere” né al “vedere”, se non in relazione alla quantità: chi ha girato tutti e cinque i continenti è probabile non abbia mai esplorato le colline dietro casa, non ne avrebbe avuto materialmente il tempo, e chi ha visto moltissime foreste difficilmente ha veduto crescere un albero. È questione di gusti. Il risultato è comunque che, in sintonia stavolta con l’Ariosto, anch’io preferisco viaggiare sulle carte, perché questo mi consente di scegliere e di muovermi nel tempo, oltre che nello spazio.

Se mi sono mosso poco ho in compenso riflettuto parecchio sul perché e sul come gli uomini viaggiano, e soprattutto su cosa li induce a raccontare i loro viaggi. Ho anche scritto un po’ di cose in proposito; per saperne di più potrai eventualmente leggerle. Qui ci occuperemo solo dei libri che hai di fronte, e per quanto ci sarà consentito dal numero e dalla varietà vedremo anche di non dilungarci troppo.

Questi scaffali raccolgono grosso modo ciò che di significativo è stato pubblicato negli ultimi trent’anni, oltre a quello che ho recuperato con una caccia serrata sulle bancarelle e nelle librerie antiquarie. Ti confesso che ultimamente l’impegno è diventato oneroso, anche finanziariamente, perché la letteratura di viaggio sta conoscendo un vero e proprio boom. Non era così fino a una ventina d’anni fa; i libri di viaggio non tiravano, e anche le opere più classiche erano rintracciabili solo in edizioni piuttosto vecchie. Poi è arrivato il successo di Chatwin, e la situazione è decisamente cambiata. Oggi rischiamo addirittura l’inflazione, con una conseguente caduta di valore di quello che circola.

Il tema del viaggio naturalmente non è affatto nuovo, anzi, è antico come la letteratura stessa. Lo ritrovi in tutte le epopee. È naturale che sia così: da un lato testimonia la memoria dei popoli per una primordiale condizione nomade, dall’altro si presta a diventare metafora dell’iniziazione alla vita o della vita stessa. Inoltre è un argomento che offre gli spunti narrativi ideali, perché determina le condizioni migliori per l’avventura e per il confronto con luoghi, usanze e persone diversi.

Ciò che ho raccolto in questo settore non concerne tuttavia il viaggio come tematica letteraria, ma la letteratura di viaggio, ovvero tutta quella produzione in cui il viaggio non è un pretesto narrativo, ma l’oggetto vero e proprio della narrazione. Per la collocazione ho adottato un criterio arbitrario, che garantisce tuttavia un certo ordine. In linea di massima ho distinto quattro sottosezioni: storia materiale e psicologica del viaggio (studi su modalità, motivazioni e simbolismo del viaggiare); storia generale delle esplorazioni; resoconti o diari di viaggio di esploratori o scienziati: resoconti o diari di viaggi a fini culturali, esotici, turistici.

Da cosa è giustificato questo cumulo di libri? Al solito: da una passione degenerata in mania. Per farla breve, la curiosità per i racconti di viaggio l’ho sempre avuta; è nata da un libro su Magellano e da un film favoloso, “I due capitani”, sulla spedizione di Lewis e Clark lungo il Missouri, si è consolidata nella prima giovinezza in compagnia del “Kon-Tiki” di Heyerdhal e di “I fiumi scendevano a oriente”, e da lì si è poi riversata su ogni tipo di esplorazione. La bibliomania specifica è esplosa però più tardi, quando per scrivere un breve saggio sulle scoperte geografiche tra Quattro e Cinquecento ho letto un sacco di studi in proposito, e ho cominciato ad essere attratto dalle fonti di prima mano, dai diari e dalle relazioni di viaggio – compresi quelli verso paesi immaginari, verso i luoghi geografici dell’Utopia. Solo dopo l’incontro con Alexander von Humboldt, comunque, il tutto ha cominciato ad assumere connotati maniacali.

Posso risparmiarti il resto, ma non Humboldt. D’altro canto, tu stessa hai già cominciato a farmi domande, quando tentavi di leggere quegli strani titoli in caratteri gotici che occupano un intero ripiano. Quelli sono i libri di e su Alexander von Humboldt, lo scienziato universale. Figurati che io l’ho scoperto come alpinista. Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremilasettecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto. Oggi non lo ricorda quasi nessuno, persino in Germania le sue opere sono praticamente introvabili, e quando le ho richieste ad un libraio di quelli autentici, ad Amburgo, si è commosso: ero il primo da anni che chiedeva quei titoli, e per giunta un italiano che non parlava il tedesco (ma si riprometteva di impararlo al più presto).

L’opera di Humboldt è immensa, ciò che vedi lì è quanto ho raccolto in trent’anni – compresa una prima edizione tedesca (1847) di un volume del “Cosmos”, portata via per dieci marchi in una libreria dell’usato a Costanza –, ma il solo epistolario riempirebbe venticinque o trenta tomi. Sono edizioni francesi e tedesche, persino una americana, oltre a quel poco che è uscito in italiano, e uno dei compiti che mi sono prefisso per la tarda maturità è proprio la prima traduzione italiana del “Cosmos” (per allora avrò imparato il tedesco, ma in realtà Humboldt stesso curò la stesura e la traduzione della versione francese, quindi potrò far base su quella).

Del valore dello scienziato, e del perché, dopo essere stato considerato (da Goethe!) lo studioso più colto e intelligente della sua epoca, sia stato così incredibilmente rimosso, non è qui luogo di parlare. Voglio aggiungere invece qualcosa dell’uomo, per aiutarti a capire questa monomania. Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar. Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!

Humboldt era omosessuale, dicono. Sottolineo “dicono” perché a quell’epoca non si andavano a esibire le proprie preferenze sessuali in televisione, non se ne faceva spettacolo, soprattutto se erano un po’ fuori della norma, e nella fattispecie il nostro eroe era persona riservatissima, che non ha mai dato adito a pettegolezzi. E comunque, di per sé sarebbero stati un po’ fatti suoi. Lo rilevo invece come un dato statistico, come potrebbe essere il colore degli occhi o la statura, che diventa significativo quando ti accorgi che tale condizione era condivisa da almeno l’ottanta per cento dei grandi esploratori, soprattutto quelli tedeschi e inglesi dell’800. Allora ti viene da fare un ragionamento, ti chiedi se non ci sia qualche rapporto tra un disagio esistenziale, perché all’epoca dichiararsi omosessuali o comportarsi come tali significava essere messi al bando dalla società, e la spinta a lasciare il proprio paese, a volgere le spalle ad una cultura rigida e sessuofoba, per cercare nuovi lidi dove respirare più liberamente ed essere se stessi senza vergogna. È evidente che il legame tra le due cose c’è, e vale anche per le numerose figure di donne esploratrici, omo o eterosessuali che fossero, anch’esse alla ricerca di luoghi e situazioni nei quali lasciare finalmente briglia sciolta alla propria natura. È altrettanto significativo che questi personaggi arrivassero nella stragrande maggioranza da paesi luterani o puritani, nei quali vigeva una pressione morale fortissima, mentre erano pochissimi quelli provenienti dai paesi cattolici, dove i costumi erano decisamente più rilassati.

Ho fatto questa digressione, toccando un tema delicato, perché ho notato che ultimamente tiri spesso il discorso sui gay, e temo che l’impatto televisivo finisca per confonderti non poco le idee. Allora, Humboldt era probabilmente un gay, ma era prima di tutto un grande scienziato, che aveva come unico scopo quello di condividere il più possibile le sue conoscenze e le sue intuizioni, senza gelosie e senza rivalità, era un nobile prussiano che detestava l’assolutismo ed esaltava i sistemi democratici, era un bianco che si indignava di fronte al sistema schiavistico e considerava assurda ogni teoria razziale, era un uomo temprato fisicamente, psicologicamente ed eticamente da una inossidabile volontà di sapere. Queste sono le caratteristiche sulle quali si misura un “ essere umano” vero, uomo o donna che sia, e non le sue preferenze per la carne o le verdure o per il mare o la montagna. Chiaro? E lascia perdere per favore i buffoni televisivi, di ogni sesso e categoria.

Sotto il ripiano dedicato ad Humboldt c’è il settore della storia delle esplorazioni, nel quale campeggiano i cinque enormi tomi bianchi, elegantissimi, delle “Esplorazioni e Viaggi” di Giovabattista Ramusio. Devi sapere che quell’opera, compilata verso la fine del ‘500 raccogliendo tutti i resoconti delle spedizioni esplorative da Colombo in avanti, è per gli studiosi e gli appassionati dell’argomento una sorta di Bibbia, ed è rimasta a lungo per me un sogno proibito, dato il costo, soprattutto quando ne avevo realmente bisogno per i miei lavori di storia. Ne sono invece entrato in possesso solo recentemente, grazie ad un colpo fortunato (si fa per dire: anche ad un quarto del prezzo è già un bel investimento). Ho impiegato due giorni a decidere come collocare i volumi, per dare loro la giusta visibilità, e una volta soddisfatto della collocazione non li ho più aperti.

Ho notato con piacere che sei curiosa e ardimentosa, ed esplorare ti piace: tuttavia non mi spingo fino a sperare che avrai interesse anche per le esplorazioni altrui. Se invece così fosse, su questi scaffali trovi praticamente tutto, dai viaggi dei Fenici alla conquista dei poli, passando, per le Americhe, l’Asia, l’Africa e l’Oceania. Ti do un unico suggerimento, per evitare inutili elenchi di titoli: leggiti comunque, esploratrice o no, “Derzu Uzala” e dopo, ma solo dopo, vediti anche il film che ne è stato tratto. Me ne sarai grata.

Qualche dubbio ce l’ho anche su una possibile tua frequentazione dei ripiani più bassi, quelli dedicati alla letteratura alpinistica. Come si affrettano a puntualizzare gli esperti del settore, non esiste una letteratura dell’alpinismo: esistono resoconti di ascensioni, di successi e di fallimenti, sovente di tragedie. Ma io, come avrai ben capito, non ho molto rispetto per i “generi” letterari, classifico un libro in base al fatto che sia scritto bene o meno, che mi abbia spinto ad arrivare sino in fondo o no. Bene, esistono degli alpinisti che sanno scrivere e dei libri di alpinismo che ti affascinano letteralmente. È evidente che occorre essere almeno un po’ in sintonia con quello spirito particolare, e questo può accadere anche a chi, come me, ha avuto con la pratica alpinistica un rapporto sempre irrisolto e saltuario.

L’unico libro che ti segnalo in questo settore è fondamentale proprio per capire qualcosa di “quello spirito”. Si tratta di “Come le montagne conquistarono gli uomini”, di Robert McFarlane, recentissimo. Spiega come abbia potuto accadere che luoghi considerati sino a tre secoli fa inaccessibili, maledetti e assolutamente privi di interesse siano diventati poco alla volta l’oggetto del desiderio di un sacco di fanatici, disposti a rischiare la pelle e a patire i disagi più impensabili pur di cavalcare una vetta per pochi minuti. È uno dei famosi tre o quattro libri che avrei voluto scrivere io, e che sono contento abbia scritto un altro, perché l’ha fatto senz’altro meglio. Con il pregio ulteriore della giovanissima età dell’autore, una di quelle cose che impediscono ogni tanto di pensare che sia già in atto l’involuzione della specie umana. Se questo libro dovesse piacerti, credo che finiresti per divorare anche tutti gli altri.

Mi concedo ancora una segnalazione, ma questa non è per te: o meglio, spero magari che possa esserlo, ma la considero anzitutto doverosa per me, perché riguarda un uomo che mi ha colpito non tanto per i meriti alpinistici quanto per la statura etica. Si tratta di Ettore Castiglioni, uno dei più forti arrampicatori italiani tra le due guerre e un antifascista convinto – cosa abbastanza insolita nell’ambiente, in quel periodo. Qui trovi il suo diario, “I giorni delle Mesules”, ma la sua vicenda è magistralmente raccontata da Marco Ferrari ne “Il vuoto dietro le spalle”. Castiglioni è morto in montagna, come gran parte degli autori e dei protagonisti dei libri che vedi qui, ma non nel corso di un’ascensione, bensì durante un tentativo di fuga. Durante l’ultima guerra usava la propria esperienza di alpinista per far espatriare in Svizzera attraverso le montagne resistenti, perseguitati ed ebrei. Arrestato per l’ennesima volta dagli svizzeri e destinato ad un campo di concentramento, fuggì di notte, durante una tempesta di neve, senza abiti e senza scarpe, infagottato in una coperta e coi piedi fasciati da stracci. Lo hanno ritrovato tre mesi dopo, a primavera, rannicchiato sotto una roccia a tremila metri.

Approdiamo infine alla sezione del viaggio puro e semplice (culturale, turistico, di migrazione, ecc…), che occupa entrambi gli scaffali alla sinistra di Humboldt. Visto che si è parlato in precedenza del rapporto tra viaggio e “diversità” ti cito almeno altri due casi, inglesi questa volta. Il primo è quello di Chatwin. Lo abbiamo già incontrato tra i narratori, ma Chatwin è famoso soprattutto per i suoi libri di viaggio, “In Patagonia”, “Le vie dei canti”, “Che ci faccio qui?” e “Anatomia dell’irrequietezza”. Anzi, è lo scrittore di viaggio per eccellenza del secondo e forse di tutto il Novecento, quello che ha dato il via alla moda di cui ti ho già parlato ed è divenuto oggetto di un vero e proprio culto, favorito anche dalla morte precoce. Come tutti i culti, anche quello di Chatwin ha avuto una forte ricaduta consumistica. La Patagonia è diventata una meta turistica quasi di massa, almeno a livello di viaggiatori “culturalmente motivati”; e l’azienda che produce le “Moleskine”, gli imprescindibili taccuini dalla copertina nera sui quali il nostro annotava le impressioni di viaggio, sta diventando un colosso, dopo che a metà degli anni sessanta aveva addirittura chiuso i battenti. Paradossalmente come viaggiatore Chatwin non doveva essere granché, a giudicare almeno dalle testimonianze dei suoi occasionali compagni: ma sa vendere bene la sua merce, costruisce il suo racconto con ingredienti raffinati ma adatti anche al palato di un pubblico più vasto. Insomma, un po’ di new age, un pizzico di snobismo, un understatement da inglese alla Kipling: oltre, naturalmente, ad una classe indubbia. Leggilo, appena potrai, e ti piacerà: ma non pensare di capire qualcosa dei luoghi di cui parla. In effetti parla solo di sé.

Se invece cerchi uno sguardo da vero viaggiatore, anzi, in questo caso da viaggiatrice, devi rivolgerti a “Il più personale dei piaceri” di Vita Sackville-West. La Sackville-West è uno stravagante personaggio della cultura inglese del primo Novecento, romanziera in proprio ma soprattutto amica di Virginia Woolf e di tutti quelli che contavano nella cerchia artistico-letteraria. Ha viaggiato in Iran e in Afganistan a più riprese, senza la pretesa di scoprire e di rivelare alcunché di nuovo. Racconta semplicemente quello che vede, tenendosi fuori il più possibile dal quadro, e questo è già un grande merito, perché la maggior parte degli scrittori di viaggio, Chatwin in testa, tendono a muoversi in primo piano.

Mi azzardo a pensare che esista un particolare sguardo al femminile, perché la stessa attitudine l’ho trovata nelle altre viaggiatrici, da Margaret Fountaine a Freya Stark, dalla Swarzenbach ad Ella Maillart. A contatto con culture che appaiono ancor più “maschiliste” di quella occidentale la viaggiatrice sente più forte la sua estraneità, sa di essere un’intrusa, quindi si tiene in disparte e guarda: il viaggiatore tende invece a voler partecipare ed interagire. Il che, mi accorgo, fa un po’ a pugni con le considerazioni sulla “diversità” dei viaggiatori: ma non vorremo star qui a complicarci troppo la vita.

Per quanto concerne il nostro scopo, ovvero darti un’idea di ciò che trovi qui, possiamo anzi semplificarla. Diciamo che Chatwin getta una specie di ponte tra due epoche, tra due tipologie di scrittori di viaggio. Da un lato è l’epigono di una tradizione di grandi esploratori, tipo Wilfred Thesiger (“Sabbie arabe”), Charles Dougty (“Arabia deserta”), Theodor Monod (“Il viaggiatore delle dune”) e Sven Hedin (“Il lago errante”), o di “viaggiatori raffinati”, come Robert Byron (“La via per l’Oxiana”); dall’altro interpreta quel cambiamento che la scrittura di viaggio ha subito nell’ultimo quarto del secolo scorso, per adeguarsi al nuovo modello di mondo globalizzato. A partire dagli anni settanta l’attitudine del viaggiatore è radicalmente mutata. Non è rimasto angolo della terra o recesso marino che non sia stato frugato, scandagliato e riversato in mille documentari. Il viaggio è diventato professione, funzionale allo scriverci su libri o reportage o a girare video, per accontentare un mercato sempre più affamato e sempre più onnivoro. Ed è diverso proprio ciò a cui si guarda. Prima veniva privilegiata la sopravvivenza dell’antico, del tradizionale, oggi è messa a fuoco soprattutto l’irruzione del nuovo. È sufficiente confrontare Chatwin con quello che è unanimemente considerato il suo successore, William Dalrymple, o con Colin Thubron, per accorgersene. Nei diari di questi ultimi dall’India, dal Medio Oriente, dalla Cina o dalla Siberia viene fuori soprattutto l’immagine minacciosa di ciò che incombe, e non quella rassicurante di ciò che sopravvive.

Non vorrei tuttavia farti pensare che i resoconti di viaggio siano una lettura barbosa e pesante. Non è assolutamente così. C’è un po’ di tutto, ci sono quelli che si prendono sin troppo sul serio, ma ci sono anche dei viaggiatori simpatici e scanzonati. Bill Bryson, ad esempio, ha raccontato un esilarante trekking lungo la via degli Appalachi, percorsa in compagnia di un tizio ancor più sprovveduto di lui, in “Una passeggiata nei boschi”. Ed ha poi proseguito girando per gli Stati Uniti (“America perduta”), per L’Europa (“Una città o l’altra”), per l’Australia (“In un paese bruciato dal sole”), e ancora per l’Inghilterra e per l’Africa, sempre con lo stesso spirito, quello che sa unire conoscenza a divertimento.

Mi fermo qui, perché sono centinaia i nomi e i titoli che vorrei raccomandarti, e sento che se non ci do un taglio ti terrò qui sino a sera. Mi congedo con lo stesso autore col quale abbiamo chiuso la rassegna di letteratura: Edward Abbey. Abbey non è un viaggiatore, non almeno nel senso di tutti quelli dei quali ti ho parlato sino ad ora. Nel suo “Deserto solitario” non si raccontano viaggi, ma esperienze: mesi trascorsi come ranger in un deserto talmente bello da essere stato vincolato a parco, discese in canoa lungo affluenti del Colorado, nel Gran Canyon, in luoghi destinati a sparire sotto gli sbarramenti idrici, storie di cavalli, di indiani e di cercatori d’uranio. Al di là del suo fascino, e del valore letterario, il libro è un po’ la dimostrazione di quanto ti dicevo poco fa, a proposito dei diversi modi di viaggiare. Abbey viaggia “dentro” quel piccolo pezzo di mondo del quale è innamorato. Senti che per lui ogni pietra è importante, ogni ruscello che sfocia nel Canyon merita di essere risalito, perché a dispetto delle apparenze offre qualcosa di nuovo, di diverso. O semplicemente perché c’è.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

L’ultimo in basso, a sinistra

Manuale di sopravvivenza (2)

di Paolo Repetto, 2004

Mi è stato chiesto di esprimere un’opinione sul futuro della sinistra, o meglio sulla possibilità che in futuro esista ancora una sinistra e, in caso affermativo, su quali potrebbero essere le sue prospettive e i suoi valori di riferimento. Ne ho approfittato per riordinare un po’ le idee e per aggiornarmi sugli interventi più significativi che hanno animato negli ultimi decenni il dibattito. Ho fatto qualche scoperta, come al solito tardiva, ma soprattutto ho trovato conferma di ciò di cui ero convinto da un pezzo: e cioè che il pensiero della sinistra non possa essere riformato, ma debba essere rifondato.

La riflessione che ne è scaturita non offre alcuna ricetta organizzativa e operativa: al di là del fatto che non ne conosco, credo convenga viaggiare per un tratto a ruota libera, prendendo le mosse da una rilettura critica dei presupposti sui quali si è fondato sino a ieri (e purtroppo continua per la gran parte a fondarsi) il pensiero della sinistra. Partire da un minimo di chiarezza su questi aspetti costituirebbe già un ottimo inizio.

Anche la critica dei presupposti teorici che vado a proporre non ha alcuna pretesa di originalità. Al di là delle modeste ambizioni di questo intervento, ritengo non ci sia bisogno di inventare nuovi schemi interpretativi della storia della modernità, e cioè della progressiva subordinazione dell’uomo e della natura alla logica dello sviluppo. Gli strumenti per una lettura in chiaro dello stato delle cose sono già disponibili da un pezzo (a partire almeno dalle analisi prodotte dalla scuola di Francoforte). Il fatto che la sinistra, tanto quella “ufficiale” quanto buona parte di quella “alternativa”, non ne abbia fatto uso, e li abbia anzi rifiutati, spiega perché oggi siamo qui a interrogarci non solo sulla sua essenza, ma sulla sua stessa esistenza.

Quando si affronta un tema così complesso vanno subito definiti i limiti e gli intenti della trattazione, e prima ancora l’accezione che si dà dei termini e dei concetti attorno ai quali ruota il discorso. Nel nostro caso si tratta del sostantivato “sinistra” e delle sue declinazioni.

In sostanza dobbiamo sapere di cosa parliamo quando parliamo di sinistra, o quanto meno dobbiamo accordarci su un minimo comune denominatore interpretativo. Io distinguerei del concetto di sinistra tre diverse fenomenologie:

• Una “reificazione” storica: la sinistra come grande movimento, in vario modo organizzato, che ha operato concretamente negli ambiti sociali e politici negli ultimi due secoli (ci faccio rientrare di tutto, dall’anarchismo alla socialdemocrazia).

• Una corrente di pensiero politico-filosofico: la sinistra come l’insieme delle idee che da sempre si sono proposte di realizzare in qualche modo una società più giusta. Anche qui parrebbe starci di tutto, ma non è così. Ad esempio, il millenarismo è qualcosa che non comprenderei nella corrente di pensiero di sinistra. È necessario dunque aggiungere che queste idee devono prefiggersi la realizzazione di un mondo migliore con le sole forze umane.

• Un’attitudine individuale etico-emozionale: la sinistra come disposizione dello spirito. Quale sia questa disposizione mi riservo di approfondirlo tra poco.

Esiste quindi un movimento storico di sinistra, che è il braccio operativo di un pensiero politico-filosofico di sinistra, che è il risultato della somma e del confronto di disposizioni etiche individuali. Io ho presentato queste fenomenologie in base a un criterio di visibilità, ma l’ordine andrebbe evidentemente invertito. Da una disposizione etica individuale nasce, attraverso il confronto con altri che partono dalla stessa disposizione, la formulazione di un pensiero politico, o l’adesione ad esso. Questo pensiero si traduce poi in una prassi storicamente e collettivamente agita.

Occorre pertanto partire dall’attitudine spirituale a sentire “a sinistra”. Credo che i valori distintivi di questa disposizione, quelli che hanno segnato e segnano ancora oggi una appartenenza a sinistra, siano:

• un atteggiamento sia emotivo che razionale di indignazione nei confronti di ogni forma di privilegio, di sopraffazione e di sfruttamento;

• il rifiuto di considerare l’ineguaglianza sociale come una fatalità o un portato naturale inestirpabile, e quindi la volontà di battersi per cancellarla o almeno alleviarla;

• la fiducia nella volontà e nella capacità degli uomini di mettere mano ad un miglioramento della società.

Ciascuno di questi valori è necessario per connotare l’appartenenza a sinistra, nessuno è di per sé sufficiente. E si tratta, come si può vedere, di connotazioni molto generiche. In effetti di questi valori sono e sono state possibili molteplici letture; la storia di queste letture è la storia stessa della sinistra, e l’esistenza di una sinistra oggi dipende proprio dalla capacità che avremo di modificare e di adeguare ai tempi l’interpretazione di questi valori. In questa sede, senza avventurarmi nella storia del pensiero di sinistra e delle sue reificazioni, farò riferimento solo alle linee generali che hanno lo informato, dando per scontata la conoscenza delle differenze, delle sfumature e delle contrapposizioni anche violentissime che ne hanno caratterizzato, nel bene e nel male, la vicenda.

Il concetto di Sinistra come posizione politicamente e socialmente connotata è coevo alla rivoluzione industriale (e per estensione, all’Illuminismo). Esso corrisponde al diffondersi di una coscienza laica e collettiva della intollerabilità delle diseguaglianze sociali, e di una conseguente volontà di rivolta finalizzata ad edificare “qui e subito” un sistema più giusto, senza attendere la mano di Dio. A monte di questa coscienza e di questa volontà ci sono il ribaltamento nella concezione della natura e del ruolo occupato in essa dall’uomo indotto dall’Umanesimo e dalla rivoluzione scientifica, e la ridefinizione dei rapporti tra gli uomini avvenuta nel passaggio da una comunità organica ad una società organizzata, con la trasformazione del modo di produzione e l’affermarsi di una inedita concezione del diritto e di una opinione pubblica. La richiesta di giustizia sociale e di egualitarismo non cresce tuttavia in opposizione o in alternativa al nuovo modello economico e sociale, bensì come variabile interna, come effetto collaterale (è significativo in proposito che i progetti di società utopiche, che cominciano a fiorire proprio all’inizio di questa trasformazione, si orientino da subito verso la soluzione urbana e industriale).

Tutta la storia della sinistra, fino ad oggi, è strettamente connessa a questo imprinting originario, all’essere frutto del grembo della rivoluzione industriale. Ciò ha implicato l’adozione da parte del pensiero progressista di una visione totalmente meccanicistica ed economicistica del mondo, di una considerazione dei rapporti tra gli uomini e del rapporto uomo-natura sotto le specie dei rapporti di produzione, di una concezione della vita, delle sue finalità e delle sue priorità subordinata all’ideologia della storia e del progresso. È senz’altro vero che la vicenda del pensiero di sinistra è costellata di presenze ereticali, soprattutto nell’area dell’anarchismo (ma non solo), di voci di dissenso, di tentativi di sganciarsi dalla logica della produzione e dello sviluppo: ma si è trattato per l’appunto di eresie, delle canoniche eccezioni rispetto ad una regola che ha informato più o meno apertamente tanto il pensiero marxista come quello social-utopistico, o liberal-sociale, o radicale, o anarchico.

Nella sostanza il pensiero di sinistra è stato eminentemente pensiero della crescita produttiva e dell’economicismo, né più né meno di quello capitalistico (anzi, attribuiva al sistema capitalistico la responsabilità di un rallentamento dello sviluppo). E sono convinto che le cose non avrebbero potuto andare altrimenti, che questo percorso fosse iscritto nei geni della sinistra come un vizio d’origine, a dispetto e in concomitanza con i valori fondanti di cui sopra.

Cerco di essere più chiaro. Se vogliamo riassumere in quattro righe la storia della sinistra possiamo dire che da un lato essa ha dato vita ad una tradizione di lotta e di combattività politica e sociale (con risvolti “umanistici” e civili notevoli) che mirava a riequilibrare il sistema capitalistico, mettendone in discussione gli esiti (diseguaglianza) ma non i presupposti (l’ideologia dello sviluppo); dall’altro, nelle sue componenti più organizzate politicamente e sindacalmente, ha svolto una funzione di ammortizzazione degli attriti, di contenimento e uniformazione dei dissensi, di trasmissione degli stimoli inviati di volta in volta da un sistema produttivo in costante trasformazione. Anche per quel che concerne le battaglie civili e sociali si è trattato essenzialmente di una funzione regolatrice, di un riequilibrio interno al sistema, e decisamente ad esso funzionale. Già al debutto, nel primo dramma ufficiale in cui la sinistra ha ricoperto momentaneamente il ruolo di protagonista, nella Rivoluzione francese, erano presenti tutti questi aspetti. Il terrore giacobino ha aperto la strada all’affermazione politica della borghesia, accelerando repentinamente la scomparsa della nobiltà, liquidando le sacche di resistenza del vecchio regime e spianando la strada alla modernizzazione. Nel contempo manifestava la sua consustanzialità al progetto capitalistico, ad esempio riformando il calendario in funzione della produttività, riducendo di due terzi i giorni non lavorativi. La faccenda ha continuato a funzionare così per i successivi due secoli, con un decorso endemico, rappresentato in primo luogo dalla creazione di un’area sempre più vasta di consumatori, attraverso la scelta di stampo economicistico di privilegiare tra gli obiettivi delle lotte la redistribuzione del reddito, e con periodiche esplosioni epidemiche, tipo il sessantotto, che hanno avuto il compito di attenuare il distacco tra realtà sociale e realtà produttiva, velocizzando le trasformazioni sociali e di costume necessarie a tenere il passo con la crescita economica.

Mi rendo conto che messa così la vicenda della sinistra può sembrare piuttosto squallida. Ma piaccia o meno è questa la nostra storia, anche a prescindere dagli svariati esperimenti di concreta attuazione del pensiero di sinistra, accomunati dal goffo e tragico tentativo di emulare e di sfidare il sistema capitalistico sul suo stesso terreno e al suo stesso gioco. E non è affatto squallida, perché a fronte delle risultanze oggettive di lungo termine c’è un immenso patrimonio di idealità, di sacrifici, di altruismo, di lucide analisi e di intuizioni anticipatrici, oltre che di concrete conquiste sociali e civili, che non va certo dimenticato e tanto meno ripudiato. Soltanto, questo patrimonio deve essere contestualizzato storicamente, rapportato alle realtà concrete delle epoche, delle aree e delle situazioni in seno alle quali e in contrapposizione alle quali è andato crescendo. Non possiamo più limitarci all’esegesi dei classici del pensiero di sinistra, canonici o eterodossi che siano, alla ricerca di conferme, di citazioni o di pezze d’appoggio: dobbiamo partire dalla critica di questo pensiero per individuarne le aporie, e liberare le braccia e la mente per nuove finalità e nuove forme di lotta.

La critica del pensiero di sinistra non deve dunque concernere i risultati, ma le premesse. Lo sviluppo che questo pensiero ha conosciuto sino ad oggi è stato legato alla necessità di operare di volta in volta dei riaggiustamenti di fronte alle trasformazioni sempre più veloci del modo di produzione industrial-capitalistico e ai loro effetti di ricaduta sul piano politico, sociale e culturale. Ma nell’ultimo mezzo secolo, e segnatamente nell’ultimo quarto, queste trasformazioni sono state di tale portata ed hanno determinato tali conseguenze da spiazzare completamente il sistema di valori della sinistra, che ha continuato a rapportarsi a modelli produttivi, sociali e istituzionali ormai superati. Nel volgere di pochissimi anni sono cambiati i referenti sociali, con le complicanze indotte dalla proletarizzazione di fatto (anche se non tradotta in coscienza, come avrebbe voluto Marx) dei ceti medi, dall’imborghesimento, almeno per quanto concerne le attitudini e le aspettative, del proletariato e dal ridimensionamento del peso politico qualitativo e quantitativo di quest’ultimo. È anche venuto meno il ruolo strategico della grande industria (e conseguentemente del gioco di forze interno ad essa) a favore di una imprenditoria diffusa e sfuggente ad ogni controllo, e sono cambiate le priorità nell’ambito economico, con il peso sempre più determinante assunto della produzione e circolazione di merce immateriale, e quindi con l’insorgere di nuove professionalità, di soggetti e di ruoli sociali assolutamente inediti, portabandiera di una filosofia dell’agire e dell’essere improntata alla velocità, al ricambio continuo, alla polarizzazione sul presente. Nel frattempo hanno ammainato la bandiera gli esperimenti di “realizzazione” del socialismo, lasciando la porta aperta all’assalto del capitalismo più selvaggio, si è affermata su scala planetaria l’economia di mercato, sia nei rapporti commerciali che in quelli interni alla produzione, ed è stato smantellato lo stato sociale là dove esisteva, mentre lo si è saltato a piè pari nei paesi di nuova industrializzazione. Hanno fatto infine prepotentemente irruzione problemi nuovi, dei quali ancora trent’anni fa non si sospettava minimamente la portata e l’urgenza, quelli ad esempio delle migrazioni di massa e della catastrofe ecologica. Tutto questo il pensiero di sinistra tradizionale non lo aveva affatto messo in conto, mentre quello più attento e sensibile ha dovuto scontare le scomuniche da parte dell’ortodossia economicistica da un lato e l’incomprensione da parte dei propri referenti dall’altro. In effetti, dopo due secoli di predicazione dello sviluppo, dopo che si è postulata la crescita produttiva illimitata come condizione necessaria per l’emancipazione, è dura andare a spiegare che ci si era sbagliati, e che la prospettiva auspicabile per il futuro non è un aumento del benessere materiale, ma una sua diminuzione.

Oggi però questa presa di coscienza non è più procrastinabile, pena l’estinzione stessa di un pensiero di sinistra. Come scrive Gorz, “Il socialismo del futuro sarà post-industriale e anti-produttivistico, o non sarà”. Proviamo dunque a focalizzare, proprio partendo dalla critica di alcuni presupposti tradizionali di questo pensiero, quelli che sono i nuovi problemi, le nuove situazioni delle quali la sinistra deve dare una interpretazione e le nuove domande alle quali dovrebbe cercare di dare una risposta.

Il primo dei pilastri da scalzare è quello della semplificazione economicistica, l’aver postulato cioè che tutti i comportamenti umani ruotino attorno ai valori economici, siano da questi determinati, e che la risposta alle aspettative umane possa venire dallo sviluppo economico, capace, previa un’equa redistribuzione dei beni, di assicurare benessere e abbondanza per tutti. La sinistra in genere non ha tenuto in gran conto il bisogno di “senso” che muove i comportamenti umani e che va ben oltre il raggiungimento del benessere materiale. È pur vero che questo bisogno di senso si fa urgente solo quando sono soddisfatti gli altri bisogni, quelli più istintivi ed immediati connessi al sopravvivere, e che il primo senso che si dà alla vita è implicito nella sua difesa e perpetuazione. Ma è anche vero che i comportamenti economici (per capirci, la produzione, l’accumulazione, lo scambio, il consumo) non differiscono nella matrice e nella finalità da quelli che potremmo genericamente definire culturali, sono dettati dallo stesso bisogno di darsi il maggior numero possibile di opportunità riproduttive. In altre parole: in quanto animali a riproduzione sessuata cerchiamo di garantirci una visibilità e/o una condizione di dominio che agevolino la trasmissione e la sopravvivenza dei nostri geni; in quanto specie umana, caratterizzata dalla coscienza della morte, conferiamo alla visibilità e al dominio valenze autonome, affidando alle nostre creazioni, culturali o economiche che siano, il compito di sottrarci al destino di mortalità, di rispondere in qualche modo all’angoscia indotta dalla consapevolezza della morte. Tutto ciò che è riconducibile a ad un’espressione “culturale”, ad esempio la religione, la politica, l’arte, ma anche l’economia (che può essere definita tale però solo quando l’agire funzionale alla sopravvivenza travalica la risposta alla necessità immediata – quando diventa cioè produttivo), si iscrive in questa ricerca di significato, collettiva ed unica per quanto concerne la domanda, ma estremamente diversificata ed individuale per ciò che attiene alle risposte.

Ora, fino a che rimane nei termini di una “liberazione dal bisogno” il comportamento economico è sostanzialmente mirato a creare un requisito di base necessario per accedere alle diverse opzioni di realizzazione: al di là di questi termini è una possibilità e una scelta come le altre. In un’ottica di sinistra il merito di queste scelte non dovrebbe essere discusso, se non nella misura in cui vanno creare situazioni di potere e a determinare rapporti di dominio o di sfruttamento: mentre deve rimanere centrale l’obiettivo, e chiaro il valore strumentale, della precondizione. È evidente che rapporti economici più egualitari inducono maggiori possibilità per tutti di “realizzarsi”, e quindi di trovare, o almeno di cercare, “il senso”; ma se questa chance viene riduttivamente esaurita con la possibilità di accedere agli stessi beni, e se i beni vengono identificati con le merci, si finisce per far assurgere a dignità di scopo quello che è solo uno strumento. Questa semplificazione risulta giustificata e necessaria fino a quando il problema più urgente è quello di dare a tutti pari opportunità di sopravvivere (ed è questo, non lo dimentichiamo, che la sinistra almeno negli intenti ha sempre perseguito); ma non può mancare, sul lungo periodo, di condizionare e di incanalare in una direzione obbligata e senza sbocco le aspettative rispetto al senso da dare all’esistenza.

La concezione prettamente economicistica ha insomma determinato una lettura fuorviante del tema dell’egualitarismo. Adottando come parametro assoluto quello dei rapporti di merci la sinistra ha finito per modellare su di esso il suo universo culturale e i suoi valori. La disuguaglianza, in questo contesto, non è mai stata intesa come “differenza”, ma come divisione gerarchica in classi, a seconda di chi possiede di più o di meno. Questo significa aver assunto in pieno la logica della civiltà capitalistica, all’interno della quale si postula un universo sociale omogeneo in cui le differenze sono di ordine puramente quantitativo, e dunque misurabili. La disuguaglianza è concepita soltanto come una differenza economica fra individui essenzialmente uguali, e questo corrisponde ad un preciso bisogno del sistema produttivo capitalistico, che vuole ogni attività svuotata di senso proprio, ridotta a una prestazione misurabile secondo la sua durata e la sua efficacia quantitativa e remunerata con un risarcimento monetario, che dia accesso al consumo di merci. L’alienazione di senso del lavoro fa dunque del denaro, ossia del potere di acquistare delle merci, il fine principale degli individui.

Ma questa, ripeto, è la logica del capitale. In un’ottica “di sinistra” i fini e i valori di riferimento non possono ridursi a quelli della remunerazione e del consumo. E allora non solo non è sufficiente, ma non ha alcun senso il rifiuto dell’ineguaglianza sociale, se mantenuto all’interno di una concezione che non contempli una naturale, sacrosanta, legittima differenza tra gli individui, e non implichi la possibilità di aspettative, reazioni e comportamenti diversi. Anche in questo caso è legittimo che la sinistra abbia cercato di rispondere storicamente prima di tutto alle aspettative collettive, riconducibili al denominatore comune delle pari opportunità di sopravvivenza: ma nel fare questo ha finito troppo spesso per confondere in un’unica condanna il diritto all’individualità con l’individualismo. L’individualismo è al contrario la negazione dell’individualità, in quanto suppone una scala verticale omogenea, parametrata su valori economici, utilitaristici o di dominio, che misura il prevalere, anziché fare spazio alle differenze. L’individualità è invece la realizzazione del diritto a libere scelte di vita, l’inveramento di quei diritti sociali fondamentali (alla salute, alla casa, all’educazione) che debbono consentire la “differenza”.

La sinistra ha dunque commesso, nel perseguire l’uguaglianza, un doppio errore: quello di adottare un paradigma solo economico, quantitativo, e quello di accettarne la formulazione capitalistica, le cui regole si basano da un lato sulla uniformazione degli scopi, cioè sulla spinta a consumare identiche cose e a vivere identiche vite, dall’altro sulla competizione interna e motrice di questo consumo, quindi sul necessario e continuo rinnovarsi della diseguaglianza per promuovere l’emulazione.

L’uguaglianza va invece concepita come un mezzo, una comune piattaforma di garanzia anche economica (ma sarebbe il caso di dire “sociale”) che assicura la reale condivisione del potere, la partecipazione attiva ed effettivamente democratica ai momenti decisionali; e dalla quale ciascuno può poi accedere alla propria specifica e differente condizione di individuo.

L’accesso a questa nuova dimensione passa attraverso il superamento della società del lavoro, ovvero del modello etico che ha costituito l’ossatura del pensiero della modernità, e segnatamente di quello della sinistra. “Occorre che il lavoro perda la sua centralità nella coscienza, nel pensiero, nell’immaginazione di tutti; bisogna… imparare a pensarlo non come ciò che si ha o non si ha, ma come ciò che facciamo” (Gorz). Coi chiari di luna che corrono bisognerà imparare a farlo al più presto, perché stiamo viaggiando verso un modello sociale ed economico nel quale il lavoro tende a diventare sempre più un “privilegio”, e sempre meno saranno coloro che potranno pensarlo come ciò che si ha. Ciò avviene paradossalmente dopo che per millenni l’idea di lavoro è rimasta associata alla condizione servile o schiavile, alla punizione biblica, mentre il privilegio delle classi dominanti consisteva appunto nella esenzione dalle attività economicamente produttive. La funzione “nobilitante” del lavoro è un portato dell’età moderna, dell’Umanesimo, della riforma protestante e della secolarizzazione di quest’ultima nello “spirito del capitalismo”: e uno dei frutti di questa rivalutazione sociale è proprio la sinistra. Sono occorsi comunque cinque secoli, e un enorme ricondizionamento ideologico “trasversale”, per far assurgere la produttività a scopo eminente dell’esistenza e a fonte primaria dell’identità sociale. Ed ecco che, proprio quando questa si è stabilmente iscritta come imperativo etico nel genoma di quasi tutta l’umanità, vengono nuovamente cambiate le carte in tavola e l’accesso al lavoro si restringe sempre più ad una “aristocrazia” di tecnici e di professionisti. Non si tratta dunque di rifiutare il lavoro, perché nella sua accezione corrente è ormai il lavoro a rifiutare gli uomini, ma di ridefinirne il significato e ridimensionarne la rilevanza esistenziale e sociale. Il lavoro non è una condanna, se non quando viene imposto e sfruttato, e nemmeno è la realizzazione o il riscatto, se ridotto a merce di scambio e finalizzato unicamente ad una remunerazione. È, tra le tante attività che l’uomo può esplicare, la più immediatamente necessaria, ed è quindi un dovere collettivo: ma solo in funzione degli elementari bisogni della sopravvivenza. Al di là di questo diventa valore di scambio, misurato sul rapporto tempo-salario; diventa cioè funzione non di una cooperazione vitale, ma di un meccanismo di accumulo. Ridefinire l’atteggiamento della sinistra nei confronti del lavoro significa sottrarre quest’ultimo all’ingranaggio della capitalizzazione e restituirlo all’ambito delle attività autonomamente gestite.

La strategia di questa riconversione è già dettata dal nuovo modello produttivo, che tende a rendere sempre più marginale e irrilevante la quota di lavoro umano necessario. Si tratta solo di fare di necessità virtù, opponendo una mutazione culturale alla mutazione tecnologica in corso. Si potrebbe ad esempio far leva (è la via proposta da Gorz, comunque una delle tante che andrebbero esperite) su una riduzione consistente dell’orario lavorativo (dove per consistente si deve intendere drastica, sostanziale), soluzione resa sempre più praticabile dall’aumento della produttività legato all’automazione, e parallelamente sul riconoscimento del diritto per tutti ad un reddito sganciato dal lavoro, o erogato a fronte di un impegno quantificato in un monte ore da prestarsi, a discrezione del lavoratore, nell’arco dell’intera esistenza. Ciò consentirebbe a ciascun individuo di riappropriarsi di un tempo da destinare ad una produttività autonoma, non imposta e non misurabile in termini retributivi dal sistema, ma non per questo socialmente meno efficace (si pensi ad esempio al tempo da dedicare alle relazioni e alle cure parentali, che oggi vengono delegate a terzi come servizio); ma soprattutto consentirebbe la creazione di una vita veramente comunitaria, a partire dalla partecipazione vera, attiva e non più delegata, alla vita politica.

Un’ipotesi di questo genere viaggia naturalmente sul filo dell’utopia, ma non è del tutto infondata. Di fatto oggi assistiamo ad un aumento esponenziale della produzione e insieme della disoccupazione, e ciò significa che la capacità produttiva è sempre più slegata dalla prestazione di lavoro. Sappiamo che la disoccupazione è un fenomeno socialmente destabilizzante, e che andrà comunque affrontato, da destra o da sinistra, con forme di assistenza sociale o di reddito minimo garantito; e sappiamo anche che già oggi una fetta sempre maggiore dei settori produttivi non produce merci ma offre servizi finalizzati a consentire la produzione, ovvero di supplenza per quelle attività che sono negate ai singoli dall’impegno totale nella produzione. Infine constatiamo, ad esempio attraverso fenomeni come quello del volontariato, come stia crescendo la consapevolezza che una vera realizzazione va ricercata al di fuori della sfera lavorativa, in attività autonome nelle quali ciascun individuo è in grado di esprimere il meglio di sé – e riesce paradossalmente anche in assoluto più produttivo. Tutte queste realtà, messe in riga e interpretate in maniera conseguente, configurano uno scenario potenziale non dissimile da quello che ho prospettato: ma a condizione che a gestire il futuro prossimo ci sia una sinistra che ha già elaborato, sulla loro base, modelli produttivi e sociali alternativi a quello dell’industrialismo.

Per poter elaborare questi modelli propri la sinistra dovrà però liberarsi anche dell’altro feticcio che ne ha condizionato pesantemente le scelte lungo tutti questi ultimi duecento anni, quello della cieca fede nel progresso e nello sviluppo. L’ideologia del progresso è l’anima stessa della modernità. Essa si è affermata nel corso del Settecento, ma affonda le sue radici nel pensiero rinascimentale, e ha preso le mosse dalla secolarizzazione dell’escatologia cristiana, dal trasferimento su questa terra delle aspettative di salvezza che in precedenza erano affidate all’intervento divino e alla dimensione trascendente. La nuova coscienza umanistica della “dignità” dell’uomo, e la conseguente rivendicazione del diritto di quest’ultimo a manipolare la natura, ad asservirla per mitigare o redimere lo stato di sofferenza e di precarietà derivato dal peccato originale, si è tradotta poco alla volta in una visione storico-finalistica della condizione umana, nel mito di un perfezionamento dell’umanità che può passare solo attraverso il compiuto dominio del mondo. Per condizione umana si è assunta naturalmente quella dell’umanità nel suo insieme, il che sottende che tutti gli uomini debbano essere concordemente e uniformemente protesi a questo risultato, debbano volere, anche quando non lo sanno, la stessa cosa: e che se non lo sanno, qualcuno debba loro spiegarlo e magari imporlo, sia esso un despota illuminato, o un governo liberale o una avanguardia rivoluzionaria.

Dei modi e dei fini di questo sviluppo sono state poi date letture differenti, più o meno attente ai suoi portati sociali, ma concordi nell’accettazione incondizionata: e così da sinistra lo sviluppo è stato interpretato economicamente come una precondizione e politicamente come una direzione, che doveva condurre alla società giusta ed egualitaria. Questa convinzione ha accomunato tutti, dagli utopisti del secolo dei lumi ai socialisti del primo ottocento: e più di ogni altro l’ha condivisa Marx, che pur intuendo la portata dell’alienazione connessa al lavoro nell’ambito del modo di produzione industriale ne sottolineava essenzialmente l’aspetto quantitativo, la sottrazione di valore economico. Anche per lui il problema non era quindi costituito dall’industrialismo e dai rapporti prettamente mercantili che esso ingenera, ma dalla razionalizzazione di questi rapporti, ferma restando la religione del lavoro e del progresso: religione che hanno continuato entusiasticamente a professare tutte le socialdemocrazie e tutti i socialismi reali del secolo scorso.

Oggi questo nuovo avvento non appare più così prossimo, anzi, è proprio scomparso dall’orizzonte. Si è cominciato, con estrema riluttanza, a capire che la crescita non potrà essere illimitata, e a dire il vero la sinistra è parsa l’ultima ad accorgersene. Ancora trent’anni fa il rapporto del MIT sui limiti dello sviluppo veniva liquidato come una grossolana falsificazione, un pretesto per arginare la pretesa del proletariato operaio di partecipare al banchetto del boom postbellico. Poi la crisi petrolifera e i primi sintomi del collasso ecologico hanno indotto a qualche cauto ripensamento, ad ammettere che forse quella di uno sviluppo senza limiti era una opzione un po’ esagerata: ma senza mai andare oltre il cambio dell’aggettivo, da illimitato a sostenibile, senza che insorgesse il dubbio che forse andava messa in discussione l’idea stessa di sviluppo. Ed è ancora questa la posizione della sinistra tradizionale: l’arroccamento a difendere l’indifendibile, a tenere posizioni faticosamente e inutilmente conquistate contro un assalto che ci si attende di fronte, dal nemico di sempre, mentre il vero pericolo si sta addensando alle spalle.

Ciò che sta accadendo oggi, che anzi è già accaduto, non ha più nulla a che vedere con lo scontro di classe. È in atto un fenomeno diverso, un attacco non più rivolto ad una delle parti in causa, ma all’umanità nel suo complesso. Siamo all’autonomizzazione della tecnica. La rivolta delle macchine paventata dalla fantascienza del secondo dopoguerra e da Odissea nello spazio si è consumata senza clamori, con modalità molto diverse da quelle che erano state ipotizzate, sotto gli occhi di tutti e senza che nessuno, o quasi, ne avesse consapevolezza. L’automazione e l’informatizzazione hanno reso il sistema produttivo sempre più indipendente dalla presenza umana, ma nel contempo gli hanno impresso un’accelerazione che lo ha sottratto ad ogni controllo. Come l’apprendista stregone il capitale non è più in grado di governare la forza che ha scatenato. Ne “L’occidentalizzazione del mondo” Serge Latouche sintetizza così il fenomeno e la ricaduta devastante della sua esportazione a livello dell’intero globo: “Quale potenza buona o cattiva impone l’unidimensionalità dell’esistenza e il conformismo dei comportamenti sulle rovine delle culture abbandonate? L’Occidente non è più l’Europa, né geografica né storica: non è più nemmeno un sistema di credenze condivise da un gruppo umano che vaga per il pianeta: proponiamo di leggerlo come una macchina impersonale, senz’anima e senza padrone ormai, che ha messo l’umanità al proprio servizio. Emancipata da qualsiasi forza umana che volesse arrestarla, la macchina impazzita prosegue la sua opera di sradicamento planetario. Strappando gli uomini dalla loro terra, fin nelle regioni più remote del globo, la macchina li scaraventa nel deserto delle zone urbanizzate senza tuttavia integrarli nella industrializzazione, nella burocratizzazione e nella tecnicizzazione senza limiti da lei promossa. La ricchezza, ormai priva di significato, si sviluppa all’infinito nel cuore di città senza frontiere”.

Quello che era lo strumento chiave per l’accumulazione e la valorizzazione del capitale, la tecnica, ha oggi per scopo principale il controllo della società e il suo dominio. L’apparato produttivo si è trasformato in vero e proprio apparato di controllo, che funziona fornendo agli individui, in un circuito chiuso nel quale ogni fase è puramente virtuale e totalmente gestita, una remunerazione per la produzione di beni e servizi condizionata e commisurata al consumo degli stessi prodotti. È quella che Alain Touraine definisce una tecnocrazia: il dominio di un sistema tecnico che si è emancipato da ogni finalità esterna, e che ha ridotto al proprio servizio anche coloro che ancora credono di esserne i padroni. In effetti il comando dell’espansione produttiva non può più essere disattivato, e questa si autoalimenta con un effetto volano. La produzione deve perpetuarsi non per rispondere ai bisogni, reali o indotti che siano, dei consumatori, ma perché è diventata essa stessa la finalità. E il tramite, lo strumento di questa autoperpetuazione diventa l’uomo, nella sua nuova specie non di faber, ma di consumatore. “Il consumo deve diventare una occupazione assimilabile ad un lavoro che merita un salario. Gli individui devono essere pagati in funzione del loro consumo di beni immateriali nella misura in cui questo consumo è anche una attività produttiva: l’attività con la quale gli individui si autoproducono da sé come i beni consumati esige lo siano. Le merci comprano i loro consumatori al fine che costoro si facciano, tramite l’attività di consumo, come la società ha bisogno che siano” (Gorz).

Di fronte a un quadro simile non ha più molto senso attardarsi a parlare di sviluppo sostenibile. Si può rigirare il concetto quanto si vuole, darne le interpretazioni più restrittive, ma nella dimensione umana sviluppo è sinonimo di crescita. Nel caso dell’umanità e dei suoi prodotti questa crescita non segue, e non ha mai seguito, i ritmi ciclici naturali: si è proiettata da sempre verso l’infinito, ha da sempre teso al dominio e allo sfruttamento del mondo intero, già solo col fatto di abitarne tutte le latitudini e gli ambienti. Non sappiamo quanto sia intrinseca alla natura dell’uomo e quanto invece debba a contingenze culturali (o meglio, lo sappiamo, ma non siamo in grado di valutare se si tratti di un “errore” della selezione), anche se è evidente che l’attitudine performativa ha caratterizzato alcune civiltà più di altre, e che almeno fino all’avvento della rivoluzione industriale l’incidenza ambientale della crescita è rimasta relativamente limitata. Quello che sappiamo per certo è che oggi il mondo naturale non può più sostenere alcun tipo di sviluppo, e che l’unica chance di sopravvivenza per l’umanità è quella di cambiare radicalmente modello di vita. Non basta quindi rallentare i giri, bisogna proprio spegnere il motore. Soprattutto, non bisogna illudersi che possano essere le stesse forze scatenate dalla rivoluzione industriale a toglierci le castagne del fuoco: la tecnologia è il problema, non è la soluzione. Questo non significa tornare alla preistoria o anche solo al Medioevo, ma certamente smantellare tutto il meccanismo dei bisogni indotti e liquidare l’ideologia del lavoro e del consumo come surrogati di senso: in pratica, mandare a gambe all’aria il sistema produttivo del capitale e porre fine al delirio autoreferenziale della scienza e della tecnica.

Per quanto irrealistico ciò possa apparire, non dobbiamo dimenticare che l’unica ipotesi sicuramente irrealistica è quella di una continuità dello sviluppo: ma anche che qualsiasi decelerazione oggi risulterebbe, oltre che inutile, altrettanto improponibile di una inversione di marcia. A dispetto dell’evidenza dei sintomi l’umanità, anziché scegliere tra l’adozione di una terapia d’urto o la rassegnazione a procrastinare almeno di un poco l’agonia, sembra rifiutare persino di prendere coscienza del male, e tantomeno di accettare le cure. Di fronte ad un atteggiamento del genere le valutazioni “realistiche” di fattibilità perdono ogni significato, ogni soluzione appare altrettanto improbabile, e tanto vale perseguire l’unica che avrebbe un senso. Quanto poi questa possa essere praticata, e come, se dovrà essere imposta dall’alto, da una sorta di “regime ecologico mondiale” generato dall’emergenza, o se avrà il tempo e il modo di maturare attraverso una coscienza collettiva simultanea, è un altro problema. Certamente sarà arduo convincere gli occidentali a rinunciare ad una buona fetta del benessere materiale cui si sono abituati, e le popolazioni del terzo e quarto mondo a farlo dopo averlo intravisto e prima ancora di averlo conosciuto. Forse sarà impossibile, o forse ci si arriverà a tempo ormai scaduto. Ma questo non significa che un pensiero di sinistra rifondato debba rinunciare a prendere posizione, anzi; esso può rifondarsi proprio e solo a partire da questa coscienza, dal coraggio di assumerla e di diffonderla, ma soprattutto di praticarla nel concreto, di darne quotidianamente esempio.

Se quindi da un lato occorre avere ben chiaro il disegno strategico, il risultato ultimo al quale si vuole pervenire, e ad esso commisurare di volta in volta le scelte tattiche possibili, i “programmi minimi” (in questo senso per l’immediato forse può ancora andare bene tutto, dallo sviluppo sostenibile alle soluzioni diversificate e localizzate, alla valorizzazione delle micro-economie, ecc…), senza dimenticare però che sono minimi, dall’altro è necessario prendere atto che l’unica arma per incrinare il modello di vita dominante è opporgliene subito concretamente un altro, dare visibilità a scelte alternative; e ciò non attraverso la conclamazione spettacolare, che le riassorbirebbe nel gioco del sistema, ma attraverso una prassi convinta e continuativa improntata al “come se”. Questo ha da essere considerato dal pensiero di sinistra il primo e il fondamentale gesto “politico”, perché riassume in sé un modello di partecipazione concreta e responsabile alla gestione politica, collettiva dei problemi e l’autonomia di una scelta di vita individuale e differenziante. (A scanso di equivoci, quando parlo di partecipazione concreta faccio riferimento naturalmente anche a quella produttiva, nei termini e nella misura di una produttività riconsegnata al suo originario scopo di garantire una dignitosa sopravvivenza. Le scelte che si collocano al di fuori di questa ottica, ad esempio quella del vagabondaggio e della vita di espedienti, sono in realtà scorie del sistema produttivo vigente, e non hanno nulla che vedere con una coscienza antagonista nei confronti del sistema stesso).

Il tema della partecipazione introduce un altro dei nodi non sciolti del pensiero della sinistra storica, che in questo contesto potrebbe apparire in qualche modo “collaterale”, ma che non può non essere affrontato: quello relativo al significato da dare alla democrazia. La forma di governo democratica nella sua accezione più ampia, che prevede il suffragio universale maschile e femminile, è quella che maggiormente si ispira ai principi egualitari. Almeno teoricamente la democrazia rappresenta anzi l’unica possibile e compiuta realizzazione, quella politica, dell’egualitarismo, dal momento che nel suo ambito ogni cittadino ha un eguale potere politico e conta per uno, come individuo, indipendentemente dal ceto, dal ruolo, dall’appartenenza religiosa o etnica, dal livello di istruzione, dal sesso. Che poi all’atto pratico le cose non stiano così, che l’uguaglianza politica si riveli spesso fittizia dipende da un sacco di altri fattori, ma non da un vizio di forma della procedura democratica. Il pensiero di sinistra dovrebbe pertanto essere democratico per antonomasia, e in effetti rivendica esplicitamente questa identificazione: ma in verità il feeling con questo modello politico non appare né storicamente né intrinsecamente così acquisito. Il motivo sta a mio parere nel fatto che dal pensiero di sinistra la democrazia è stata concepita quasi sempre come un punto d’arrivo, una meta subordinata all’esistenza di determinati rapporti economici, piuttosto che come uno strumento di crescita sociale e politica. Proprio questo automatismo identificativo, per cui la sinistra non ha mai messo in discussione la propria vocazione democratica, ma al tempo stesso ha continuato a rimuovere e procrastinare il problema di una compiuta realizzazione della democrazia, ha finito per impedirle una costante rimessa a fuoco del concetto e delle sue possibili declinazioni e derive.

Questo disamore, o se vogliamo questa mancanza di attenzione, hanno in effetti radici lontane. In qualche modo sono connessi al sospetto, da subito maturato e all’atto pratico, rispetto alle specifiche situazioni storiche, tutt’altro che infondato, che la democrazia si prestasse a mascherare e a rendere invisibile il sistema di potere del capitale, e che quindi i suoi aspetti formali, le sue regole fossero in qualche misura solo un apparato liturgico di facciata. Di fatto poi nessun regime ispirato alla sinistra ha mai tenuto in piedi quella che veniva definita come la “finzione” democratica: ma anche la sinistra d’opposizione, quella dei paesi capitalistici dell’occidente, ha finito nella sostanza, se non negli intenti, per accettare o addirittura per favorire lo snaturamento delle regole democratiche che è avvenuto con la riduzione della politica a scontro tra apparati e lobbies opposte (ma simili) e della rappresentanza a vera e propria farsa.

Insomma, a furia di darle per scontate le specifiche connotazioni sostantivanti della democrazia sono state in realtà dimenticate, e da concreto concetto politico essa è scaduta a marchio fittizio del quale hanno potuto fregiarsi e si fregiano indifferentemente anche i peggiori regimi, quale che sia, iperliberista o socialista, la loro ispirazione; ma soprattutto è stata oggetto di continui interventi di ingegneria politica per riadattarla ai nuovi scenari, ultimi dei quali quelli aperti dalla telematica e dalla informatizzazione. Tutto questo senza che da sinistra sia venuto qualcosa di più di rituali richiami ai suoi sacri valori, e di una pratica quanto meno disinvolta delle sue modalità rappresentative. (È emblematico di questo atteggiamento, in Italia, il ruolo riservato nell’intellighentia di sinistra a pensatori del calibro di Bobbio e di Galante Garrone, ultimi baluardi di una difesa letterale e sostanziale della democrazia, tollerati con qualche sbuffo come zii saggi ma un po’ noiosi, degni di rispetto ma fuori dal tempo.) Addirittura, qualcuno si è spinto a profetizzare una compiuta realizzazione della democrazia proprio col tramite della telematica, attraverso la connessione in rete di tutti i cittadini, finalmente messi in grado di ricevere un’informazione adeguata, di partecipare al dibattito interattivo e di esprimere in tempo reale il loro consenso o dissenso su ogni decisione politica. Il che fa nascere qualche dubbio sull’attenzione prestata dalla sinistra ai meccanismi di sudditanza sociale e psicologica innescati dalle più recenti tecnologie della comunicazione.

Un senso nuovo, e la strada per una concreta azione politica nell’immediato, la sinistra può trovarlo già in un atteggiamento diverso nei confronti di questo problema. Non ha la necessità di escogitare nuovi modelli politici, deve solo convincersi della bontà di quelli esistenti e della necessità di imporne una applicazione non solo formale, ma sostanziale. In primo luogo deve pertanto impegnarsi a ridare un corretto significato ad uno degli istituti portanti della democrazia moderna, quello della rappresentanza, e prima ancora a farlo proprio. È necessario infatti sgombrare il terreno dall’idea che la partecipazione possa esplicarsi soltanto attraverso la democrazia diretta. Anche se storicamente giustificata, perché indotta dal significato elitario che alla rappresentanza ha dato in origine il pensiero liberale, questa convinzione non è fondata. Certo, su un piano teorico la partecipazione effettiva di ciascun cittadino ad ogni singolo atto legislativo ed esecutivo non solo garantirebbe il rispetto letterale della regola madre della democrazia, quella della decisione maggioritaria, ma stimolerebbe maggiormente al confronto politico anche coloro che sono chiamati ad esprimersi. (È quanto vagheggiato nel concetto di vita activa formulato cinquant’anni fa da Hannah Arendt, nel quale viene riassunto il significato più alto dell’essere e dell’agire sociale. Ma la Arendt parla di partecipazione in un contesto già sganciato dal produttivismo e dalla coazione alla crescita, caratterizzato da un decentramento economico e amministrativo il più esteso possibile, nel quale la necessità di una attività lavorativa sia decisamente ridotta e l’educazione politica sia ben altra da quella odierna. La sua proposta va quindi letta in prospettiva, come un ideale di riferimento, quale in effetti appare negli intenti della pensatrice ebrea).

Sulla compatibilità invece della democrazia diretta con la realtà economica e sociale odierna possono esistere forti dubbi, per diversi motivi. Intanto perché nell’attuale sistema produttivo globalizzato lo spazio concreto per una politica economica e ambientale localistica, nel cui ambito dovrebbe principalmente trovare luogo e senso la partecipazione, si riduce praticamente a zero. In questo contesto i problemi sono sempre e comunque rapportati a strategie sovraterritoriali, anzi, sovranazionali, anche quando sembrano concernere solo aree specifiche, e rispetto ad essi non è consentita alcuna vera autonomia decisionale. Proprio questo, proprio la percezione di una sostanziale insignificanza di potere decisionale persino rispetto a scelte che concernono il proprio territorio, rischia di avere un effetto controproducente su quella educazione alla politica che attraverso la partecipazione si vorrebbe ottenere. È un rischio da correre, pena l’abbandono della politica ai “professionisti”, ma va corso coscientemente, prendendo quindi tutte le misure per scongiurarlo. C’è poi un pericolo più immediato, che in buona parte è già una realtà, quello di una democrazia formalmente partecipativa, ma in realtà teleguidata, di una videocrazia che scavalca il sistema rappresentativo e tende alla soluzione plebiscitaria: e proprio il nostro paese offre il modello più evidente di questa deriva, tanto che di fatto oggi la politica è determinata più dai sondaggi d’opinione (ecco qual è la versione informatizzata della democrazia rappresentativa) che dal confronto elettorale. In terzo luogo l’unico strumento di democrazia diretta tuttora vigente, quello referendario, appare soggetto, oltre che agli intrinseci limiti di utilizzo, che ne rendono la prassi comunque eccezionale, a tutti i rischi connessi nella situazione attuale al controllo dell’informazione e soprattutto della disinformazione. Rimane infine la constatazione che là dove sono state introdotte, almeno sulla carta, timide parvenze di decentramento decisionale (consigli di quartiere, ecc…), nella sostanza si sono soltanto aperti ulteriori spazi per una presenza ed un controllo sempre più capillari e proporzionalmente suddivisi dei partiti e delle forze politiche ufficiali.

Almeno per l’immediato, in presenza di queste condizioni, l’unica strada perseguibile è quella di un programma minimo, che contempli la difesa della lettera e della sostanza della democrazia, intesa come sistema misto, e che preveda il massimo di democrazia diretta per le tematiche locali e una compensazione rappresentativa per i problemi di carattere sovraterritoriale. Il problema non è quello della definizione di questi spazi distinti, che in qualche modo sono già stati sperimentati (e funzionano) in realtà molto eterogenee. Concerne invece l’effettiva modalità di rappresentanza: e qui si pone il primo, decisivo nodo da affrontare, quello del rapporto con la forma partito. Nella realtà attuale l’unica rappresentanza, o meglio gli unici rappresentati, sono i partiti. I cittadini come singoli o come gruppi non organizzati in questa forma sono assolutamente fuori gioco (escluse naturalmente le lobbies sovra e transpartitiche, che hanno poi in mano il potere effettivo). Non è dunque importante al momento chiedersi se la rappresentanza debba essere senza vincolo o imperativa, quanto prendere atto che oggi funziona sostanzialmente una rappresentanza imperativa rispetto alla disciplina di partito. Non esiste un solo rappresentante del popolo italiano (e credo di nessun altro popolo dell’occidente democratico) che sia stato eletto al di fuori del gioco delle candidature partitiche. Nati come strumenti organizzativi delle istanze e delle volontà di una parte della popolazione, i partiti si sono trasformati, soprattutto nel corso del secondo Novecento, e segnatamente quelli della sinistra, in organizzazioni burocratiche finalizzate solo alla propria perpetuazione. Il primo obiettivo deve quindi essere quello del recupero di una dimensione politica con la quale questi baracconi non hanno più nulla a che vedere, agìta col tramite di forme alternative di aggregazione o di mobilitazione e coordinata attraverso una struttura informativa diffusa: una dimensione politica che consenta di volta in volta l’aggregazione e il confronto sui singoli problemi, senza degenerare in apparati autoreferenziali. In questo senso, ma solo in questo, le nuove tecnologie mediatiche possono costituire uno strumento potente di democrazia: possono infatti agevolare la partecipazione diretta alla fase decisionale locale o primaria e il controllo costante sulla delega rappresentativa.

In sostanza, anche senza arrivare a postulare un mandato imperativo, è necessario pensare possibile una delega a rappresentanti svincolati dalla disciplina di partito, impediti allo scambio clientelare e alla perpetuazione (quando non all’ereditarietà) del loro mandato, responsabili, almeno per quanto concerne i comportamenti non corretti, di fronte ai loro rappresentati e nel caso alla giustizia, e operanti in un clima di totale trasparenza. So bene che non è facile, ma è certo che sarà anche impossibile se la sinistra manterrà l’atteggiamento attuale di sufficienza o di rassegnazione rispetto alla deriva procedurale. L’auto-rieducazione alla politica passa per l’attenzione a questi aspetti nonché, e torno a insistere sul concetto, per una prassi, per una esemplarità che non è poi nulla di speciale, non postula una vocazione al martirio, all’eroismo o all’automortificazione, ma implica semplicemente un rigore etico nello svolgimento delle proprie funzioni e delle proprie relazioni. Che poi è in definitiva, gira e rigira, il valore fondante di tutto questo discorso, quello imprescindibile, al di fuori del quale tutto diventa sproloquio vano e ipocrita.

Il tema dell’etica, insieme a quello della rappresentanza e del rifiuto della partitocrazia, pone anche il problema del rapporto con la realtà attuale dei movimenti, o almeno con quella di alcune forme “spontaneiste” che si richiamano, almeno nominalmente, alla sinistra. Se davvero si vuole riconnotare radicalmente la sinistra questo problema va affrontato una volta per tutte senza ambiguità. Nella misura in cui si ritiene impraticabile il modello partitico, che in quanto “organizzazione di massa” dell’agire politico ha rivelato la sua intrinseca tendenza alla burocratizzazione, e conseguentemente a divenire autoreferenziale e ad esercitare un controllo censorio rispetto ad ogni dissidenza, occorre ipotizzare forme alternative di coordinamento delle intenzionalità e delle prassi politiche individuali. Queste forme potrebbero assumere i connotati del movimentismo e dello spontaneismo, ad indicare momenti politici collettivi (e non di massa), di opposizione o propositivi, fondati su aggregazioni spontanee, orizzontali e per lo più temporanee, e suggerite da temi specifici e concreti piuttosto che da linee ideologiche o da strategie d’azione generalizzate. Guardando all’esistente possiamo già individuare svariate tipologie di questi movimenti, che spaziano dalle associazioni di volontariato, necessitanti un minimo di organizzazione stabile, alle aggregazioni semplici ed episodiche in risposta ad emergenze particolari. Nessuna di queste tipologie può essere assunta come un nuovo modello di riferimento, ma tutte assieme offrono una gamma di possibilità di partecipazione politica diversificata, individualmente responsabilizzante e nel contempo efficace.

L’esistente offre però anche altri fenomeni di aggregazione, dai quali occorre prendere le distanze. Mi riferisco ad esempio all’ambigua nebulosa dell’autonomismo e dei gruppi gravitanti attorno ai centri sociali, alle frange combattenti del movimento no-global, (disobbedienti ed altri), allo pseudo-anarchismo insurrezionalista, ecc… A tutti quei fenomeni cioè che danno voce ad un fanatismo ideologico di risulta o ad una elementare voluttà nichilistica di distruzione e di negazione, che hanno come unico riferimento e portato culturale il semplicismo degli slogan e che non differiscono per valenza sociale dalla tifoseria calcistica (anzi, spesso si arriva alla sovrapposizione) e nei metodi e nei fini dalle formazioni squadristiche della destra. La sinistra tradizionale prima e quella nuova, non organizzata, dopo, hanno continuato ad indulgere nei confronti di atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con la volontà di costruire un mondo migliore. Lo hanno fatto per ragioni diverse; la prima perché in fondo le tornava comodo mantenere desto uno spauracchio chiassoso e inconcludente che giustificasse la propria funzione moderatrice; la seconda, che a lungo non è esistita come realtà visibile e minimamente organizzata se non in queste forme, perché esse assicurano bene o male la spettacolarità, la visibilità, e offrono un facile referente soprattutto alle generazioni adolescenziali. In pratica anche la nuova sinistra ha accettato le regole del gioco imposte dalla società dello spettacolo. Nel caso migliore comunque tutte le frange autonomiste, fricchettone, disobbedienti ecc… sono state viste e tollerate come espressione esasperata di certe istanze, come se l’incendiare auto o cassonetti avesse qualcosa a che fare con i valori di cui vorremmo essere portatori. Ma non possiamo continuare a raccontarci delle storie: questa non è partecipazione, è idiozia, aggravata dal fatto che si contrabbanda per militanza di sinistra, e va dunque chiamata col suo nome. La democrazia è tutt’altro, è quella situazione in cui nessuno gode di un potere o di una impunità superiore a quella altrui.

Mi accorgo di aver deviato su aspetti relativi piuttosto ai criteri della prassi e dell’organizzazione che non ai valori fondanti del pensiero della sinistra. Provo a tornare sul terreno di questi ultimi. La sinistra si trova ad affrontare oggi situazioni e problemi inediti, che non rientravano fino a ieri nel campo delle sue priorità o vi rientravano in maniera molto diversa: risulta pertanto impreparata ad affrontarli nella loro nuova fenomenologia e deve chiarire a se stessa a quali modelli interpretativi e a quali valori può fare riferimento. Il caso più clamoroso è quello del confronto e della possibilità di convivenza di culture diverse all’interno di una società globalizzata. Al pensiero di sinistra e alla sua tradizione è connaturata una notevole apertura nei confronti della diversità, anche se non sono mancate le eccezioni; è rimasto ad esempio a lungo ambiguo l’atteggiamento nei confronti delle conquiste coloniali (c’era da tenere in conto prima di tutto l’interesse del proletariato occidentale), e lo è a tutt’oggi quello nei confronti della diversità ebraica (esiste da sempre un antisemitismo di sinistra che si è alimentato nel tempo dell’identificazione tra ebraicità e capitalismo e si alimenta oggi di quella tra sionismo e imperialismo). La posizione si è fatta più aperta e decisa nel secondo dopoguerra, in concomitanza con la decolonizzazione, con le guerre di liberazione dei popoli africani e asiatici e con i venti rivoluzionari nell’America latina. La solidarietà con i popoli in lotta si è tradotta però in una ideologia, il terzomondismo, che equivocando spesso sulla portata e sul significato dei movimenti rivoluzionari e di liberazione finiva per proiettare dei fantasmi europei su realtà delle quali aveva capito ben poco e che nemmeno si sforzava di capire, per trasferire altrove speranze ed utopie che il mondo occidentale non permetteva più di coltivare. A brevi stagioni di entusiasmo, che duravano lo spazio della lotta, ha fatto seguito il più assoluto disinteresse per i problemi e per le soluzioni, in genere tutt’altro che entusiasmanti perché malamente ricalcate sui modelli dell’occidente, del ritorno alla “normalità” (cfr. i casi di Vietnam e Nicaragua).

Con gli anni novanta e con l’inizio dei flussi migratori di massa dal terzo e dal quarto mondo sono cambiati sia il gioco che il terreno. Oggi non è più possibile fare il tifo da spettatori, occorre confrontarsi con culture che appaiono veramente diverse, che non possono essere riassorbite tranquillamente e che mostrano la loro indecifrabilità ai metri di lettura occidentali. Il rapporto non è più con gli intellettuali dissidenti, più o meno europeizzati, ma con i genuini portatori di civiltà e costumi differenti. E le cose si complicano. Si complicano perché il pensiero di sinistra non è stato in grado di andare oltre ad una formulazione molto generica, molto buonista e politicamente corretta, che si riassume nella prospettiva di una società multiculturale. Questo concetto non è immune dai residui ideologici del terzomondismo degli anni settanta, ma nella continuità c’è stata una evoluzione: mentre allora si volevano delegare ai popoli del terzo mondo progetti di società ormai impossibili a realizzarsi in occidente, e quindi si guardava a questi popoli per quel che avrebbero potuto diventare, rappresentare in futuro, oggi le culture esotiche vengono viste per quel che sono, anche se la destinazione finale rimane la messa in discussione del modello occidentale. Si ripete né più né meno ciò che è già accaduto nel sei-settecento, quando il mito del buon selvaggio era coltivato in funzione critica nei confronti della società e dei costumi europei. Ora, di per sé la riscoperta e la rivalutazione di tutte le culture possibili e immaginabili, soprattutto quelle più perseguitate o in estinzione, da quella dei pellerossa a quella degli zingari, non può che produrre un effetto benefico di conoscenza, e se servirà anche a creare qualche dubbio e qualche imbarazzo rispetto al nostro stile di vita, ben venga: ma il confronto deve essere positivamente critico, non viziato dal relativismo o dall’accettazione incondizionata e polemica.

L’assunto teorico di massima del pensiero multiculturalista non fa una grinza, tutte le culture hanno eguali diritti ed eguale dignità, e su questo non ci piove (tra l’altro lo scriveva già Montaigne cinquecento anni fa, quindi non è poi un traguardo di consapevolezza così nuovo). Ma quando si passa dalla teoria alla prassi, all’applicazione concreta in un contesto globalizzato, le cose cambiano: perché la verità è che queste culture ora si trovano a convivere in spazi ristretti, mescolate e frammentate, e per poter coesistere senza conflitti devono trovare un modus vivendi. E se l’obiettivo di una società multiculturale è quello di salvaguardare le differenze culturali, di difenderle dall’assimilazione in un unicum indistinto, questo obiettivo può essere perseguito solo barricando in qualche modo tali differenze in roccaforti comunitarie, che si proteggono contro ogni comportamento non conformista che possa minarne la compattezza, e all’interno delle quali, proprio per la necessità di resistenza alla pressione esterna, diventa più forte il vincolo, la pressione del gruppo sul singolo, la determinazione eteronoma della sua volontà e della sua identità. Nulla marchia e condiziona così pesantemente un individuo come l’appartenenza ad una cultura o ad una etnia sulla difensiva. La tutela delle differenze, così intesa, non può avere come oggetto che il gruppo, e finisce in realtà per annientare la differenza e la dignità fondamentali, quelle del singolo. E non solo. «L’idea di un multiculturalismo liberale è totalmente illusoria, perché evita di misurarsi proprio con le norme più ripugnanti che, nelle culture “altre”, violano clamorosamente i diritti civili dell’individuo. Il multiculturalismo preso sul serio deve fare i conti non con il cous cous, ma con la lapidazione delle adultere e la poligamia, non con il velo ma con la clitoridectomia e con l’infibulazione. E magari con la pretesa che tali mutilazioni sessuali rituali vengano praticate negli ospedali pubblici, perché sono un “diritto” della bambina» (Flores D’Arcais).

Esiste dunque solo un criterio di massima al quale un pensiero di sinistra deve ispirarsi: la difesa dei diritti civili e il perseguimento della compiuta cittadinanza democratica per tutti. Se questo potrà avvenire in una società multietnica, che preserva talune differenze, o nel contesto di un meticciato culturale, che non necessariamente implica uniformità e appiattimento, non può essere oggetto di alcuna teorizzazione. Ciò di cui la sinistra deve prendere atto è che, al di là della sua incompatibilità con la difesa dei diritti individuali, il multiculturalismo appare già oggi sconfitto dai fatti, dalla uniformazione sostanziale di ogni cultura altra che abbia fatto irruzione in occidente alla logica della produttività e del consumismo, e rischia di tutelare proprio e solo quegli aspetti meno accettabili di cui parla Flores D’Arcais.

Provo a riassumere molto prosaicamente. Il confronto di culture avviene oggi in casa nostra, nei paesi occidentali. Bene o male questi paesi hanno elaborato un modello politico, che è quello democratico, e che a dispetto di tutte le sue carenze e delle derive e delle mancate applicazioni rimane quello migliore, o se non altro quello cui siamo abituati. Hanno sviluppato credenze religiose, costumi sociali e familiari, consuetudini e norme civiche. Hanno soprattutto elaborato una cultura del diritto. Molti di questi aspetti possono anche essere considerati transitori o relativi, ma la cultura della democrazia e del diritto sono irrinunciabili: e perché possa funzionare, questa cultura deve essere condivisa da tutti. Quindi all’apertura del confronto alcune regole di fondo debbono essere dettate, alcuni principi debbono essere difesi e, nel caso, imposti. Non si parte da zero, anche quando si costruisce una casa nuova: c’è un terreno e ci sono unità di misura e vincoli. Se si sceglie un determinato terreno si è soggetti a determinati vincoli, naturali o artificiali: e le unità di misura, per convenzionali che siano, valgono per tutti allo stesso modo.

Il tema del confronto tra le culture si intreccia a questo punto con quello della democrazia. Dobbiamo considerare la democrazia come un metodo politico universale, esportabile quindi al di fuori del suo ambiente occidentale di incubazione e di crescita, o come il frutto di una civiltà storicamente data, quindi di particolari condizioni ambientali e culturali (nella fattispecie, il valore attribuito al pluralismo, alla libertà e alla partecipazione), e pertanto come un modello applicabile solo ad una parte dell’umanità? Nel segno del rispetto delle diversità, ma più ancora di fronte ai fallimenti sostanziali delle sperimentazioni democratiche al di fuori dell’occidente, si sta delineando negli ultimi tempi anche a sinistra una posizione piuttosto scettica rispetto alla esportabilità della democrazia. Questa posizione afferma che per ragioni diverse – beninteso, storiche, ambientali, religiose ecc…, e assolutamente non biologiche e naturali – a certi popoli la democrazia è meno congeniale che ad altri, oppure che non tutti i popoli sono ancora idonei alle sue istituzioni. Può darsi che le cose stiano così, anzi, stanno così senza dubbio, basta guardarsi attorno. Ma non è affatto vero che in talune situazioni, di fronte ad esempio all’impellenza di risolvere i problemi della povertà, un regime non democratico risulti più efficace (si cita in genere a questo proposito il caso cinese, dimenticando che nella stessa area è corso con un certo successo l’esperimento democratico indiano, ed è consolidata da tempo la democrazia giapponese). Al di là di queste valutazioni, comunque, che tra l’altro privilegiano il metro della idoneità allo sviluppo, e sono quindi interne ad una mentalità che la sinistra deve rigettare, nulla può impedirci di pensare che un istituto come quello democratico sia in ogni caso più auspicabile delle tirannie dinastiche o tribali, delle dittature militari, dei regimi integralisti e sanguinari che costituiscono di fatto l’unica alternativa a quelli democratici, e che vada comunque propagandata. Ogni altra posizione, a mio giudizio, puzza davvero di quel razzismo che si vorrebbe imputare a chi ritiene la democrazia non un ennesimo portato dell’imperialismo occidentale ma uno strumento politico di valore assoluto, universale. Che poi non si debba confondere l’esportazione della democrazia, intesa come esemplarità di comportamento civico e politico da proporre, con l’imposizione, magari a suon di bombe, del modello di vita e di consumo occidentale, questo mi sembra sin troppo evidente.

Se la necessità di “unità di misura” vale per il rapporto tra culture diverse vale anche, e tanto più, per la quotidiana convivenza civile. L’insieme delle norme democraticamente espresse che regolamentano i nostri rapporti sociali costituisce la rete della legalità. Per la legalità purtroppo si può ripetere quello che già si è detto per la democrazia: sono concetti rispetto ai quali il pensiero di sinistra ha mantenuto un atteggiamento ambiguo. L’idea che la sinistra in genere ha della legalità è associata all’esperienza storica di una giustizia asservita a interessi particolaristici e amministrata in funzione oppressiva nei confronti dei deboli e degli sfruttati. Non meraviglia dunque che ogni richiamo alla legalità sia sempre stato accolto con sospetto, e che la sinistra stessa abbia propeso a farne un uso strumentale anziché assumerla a valore fondante. Ma anche in questo caso, come per i concetti di democrazia e di individualità, l’errore è stato di confondere una interpretazione del termine, anzi, una sua distorsione, con il suo reale significato. E soprattutto di portare avanti questa confusione anche quando le condizioni, almeno teoricamente, erano cambiate: col risultato di lasciare nel dibattito ideologico la difesa di quel valore, e quindi la possibilità di perpetuarne la distorsione, alla destra.

La legalità correttamente intesa è invece un altro dei principi irrinunciabili per la sinistra: perché è critica attiva e intransigente del potere e dei suoi abusi, quindi è salvaguardia per i deboli contro la prevaricazione dei forti, ed è una garanzia contro la traduzione della diseguaglianza economica in potere o in mancanza di potere, quindi è la condizione necessaria perché le differenze individuali possono mantenere una loro autonomia e un loro valore qualificante. La legalità è strettamente connessa all’eguaglianza, quella vera, quella che riguarda le chanches, ed è l’inveramento della democrazia. Quest’ultima ha un momento elettivo, di scelta, nel quale entra in gioco il consenso, e quindi il diritto e la possibilità di dissenso: ma ne ha poi uno applicativo, nel quale vige il principio del rispetto delle regole e delle decisioni legittimamente approvate. La dissidenza è quindi ammessa nella prima fase, dove può e deve essere espressa la propria opinione: ma quando lo svolgimento della prima fase è corretto nelle premesse (norme che non ledano la dignità e la libertà di nessuno, che non favoriscano le diseguaglianze e non creino o difendano vantaggi particolaristici) e nelle procedure, occorre adeguarsi. Quindi: riconoscimento della dissidenza, ma intolleranza verso la trasgressione. Ciò significa che su questo tema non si possono assumere posizioni relativistiche. Va da sé che la prima forma di illegalità da perseguire è quella di qualsiasi abuso del potere da parte di chi è delegato ad esercitarlo o di qualsiasi appropriazione dello stesso da parte di chi ci arriva per altre vie: ma é anche vero che esistono forme molteplici e non legalizzate di potere, forme più o meno organizzate, che in un regime di tolleranza troppo alta incidono sulla nostra esistenza. Se il compito della sinistra è pensare e realizzare una società che consenta all’individuo il massimo di libertà personale (non di licenza, ma di possibilità di scelte lecite e non dannose per gli altri) e di dignità, il suo primo compito è quello di combattere tutto ciò che a questa libertà e dignità si oppone: quindi ogni forma di ingiustizia. E un individuo, un cittadino si sente umiliato tanto dalle prevaricazioni del potere quanto da quelle dei balordi, tanto dal latrocinio in larga scala e dall’impunità legalizzata dei potenti quanto dalla violenza spicciola e quotidiana e dall’impunità dei prepotenti. L’idiota che ti sfregia l’auto o danneggia i beni comuni, il cretino che provoca incidenti perché guida ubriaco, il bandito che ti svuota l’appartamento o ti rapina, il mafioso che ti taglieggia, il marito o il padre violento, l’adescatore di bambini, ti offendono quanto il nepotismo, i privilegi e la sfacciata sopraffazione di coloro che detengono il potere. È evidente che il metro di valutazione della violazione deve tenere conto, oltre che dell’entità e dell’estensione del danno inferto, della responsabilità sociale del trasgressore, per cui la responsabilità aumenta con il livello di potere economico (perché è già insultante e antidemocratico il fatto che lo status economico si trasformi in un qualche potere sociale) o politico (perché la violazione viene da chi dovrebbe esercitare il potere proprio come custode delle norme) del trasgressore: ma è anche necessario convincersi che un mutamento della coscienza collettiva, una “educazione alla legalità” non può darsi là dove i comportamenti delinquenziali risultano impuniti e in definitiva vincenti. Quindi è necessario ripensare un atteggiamento che ha finito per essere giustificatorio per ogni tipo di trasgressione, per confondere la ribellione e la disobbedienza civile, che si esercitano nei confronti di leggi reputate non giuste ma chiedono leggi migliori da far rispettare, con una prepotenza che è invece irrisione di ogni norma e di ogni forma di legalità, e quindi di rispetto della dignità altrui.

Mi sembra quasi ridicolo a questo punto ribadire che tutto ciò non ha nulla che vedere con l’invocare uno stato di polizia e la repressione: invece non è ridicolo, è addirittura sintomatico. Non sto mettendo in discussione il diritto a ribellarsi a leggi ingiuste, alla violenza di un regime, a qualsiasi forma di dominio o di prepotenza, sto anzi invocando proprio questa ribellione, che si configura a mio giudizio semplicemente nell’esigere e nel perseguire una condizione generale imprescindibile perché ciascuno possa sentirsi libero e possa essere invogliato alla partecipazione: eppure ho la sensazione che per gran parte della sinistra questi argomenti conservino ancora un suono “reazionario”. Il che la dice lunga su quanta strada rimanga da percorrere al pensiero di sinistra per recuperare il senso concreto di termini come dignità e libertà.

È finita come temevo. La complessità del tema mi ha preso la mano e mi ha portato a mettere troppa carne al fuoco, col risultato di una trattazione fumosa e superficiale. Forse era inevitabile, come era inevitabile, stante l’assunto, che i problemi della sinistra venissero traslati in una dimensione ideale. Ma è pur vero che di idealità, di valori rifondanti intendevo parlare, e non di tattiche per una stentata e inutile sopravvivenza. E penso che al di là della confusione e delle lungaggini, una cosa almeno risulti chiara: in realtà questi valori possono essere riassunti tutti in uno solo, che è quello dell’atteggiamento etico. È quindi tempo di chiarire cosa intendevo, all’inizio di questa conversazione, quando parlavo di una disposizione etica a sinistra.

Per farlo devo aprire un inciso. Mi scuso in anticipo perché non sarà breve, e potrebbe anche apparire gratuito. Lo ritengo invece indispensabile per evitare ambiguità sui fondamenti di questa disposizione. Io non credo che la natura biologica dell’uomo comprenda delle premesse etiche. Non credo cioè che esista nel nostro corredo cromosomico un gene che ci suggerisce cosa è bene e cosa è male, se non nei termini e in funzione della pura sopravvivenza. Negli ultimi anni sono stati scoperti geni responsabili di reazioni e di attitudini di ogni tipo, ma dubito possa essere rintracciato qualcosa che sia responsabile in sé delle nostro sentire etico. Per un motivo molto semplice, perché etico è solo ciò che nasce da una possibilità di scelta; quindi l’unica predisposizione etica che ritengo si possa accettare è proprio la mancanza di una predisposizione, a meno di intendere come tale il fatto che l’uomo può dare risposte estremamente diversificate agli stimoli e alle situazioni ambientali. Non sto ad addentrarmi nel dettaglio biologico, anche perché significherebbe per me brancolare nel buio: mi limito a riportare alcune considerazioni di un biologo, Edoardo Boncinelli, che mi sembrano illuminanti e, almeno per quel che concerne il punto da cui partire, risolutive. “C’è […] un parametro da considerare, la vastità e la varietà delle scelte comportamentali. È questo il parametro della varietà e della gratuità delle scelte: gli organismi che noi consideriamo più evoluti hanno un repertorio di risposte comportamentali più vasto, cioè più variato e meno vincolato alla natura degli stimoli. Le loro risposte agli stimoli ambientali possiedono un grado crescente di gratuità, intendendo con questo termine la mancanza di un legame necessario tra uno stimolo e la risposta. […] La tavolozza delle risposte possibili si arricchisce progressivamente con l’aumentare della complessità delle specie, per lasciare sempre più spazio a ciò che possiamo chiamare libero arbitrio o più in generale libertà. La libertà degli individui di una data specie nasce dalla complessità dei loro circuiti regolativi, in particolare nervosi, che sottendono le loro scelte comportamentali. Quando, nel corso dell’evoluzione, questi circuiti hanno raggiunto livelli molto avanzati di complessità, è stato sempre più difficile per il patrimonio genetico di ogni singolo individuo regolarne tutti i possibili aspetti. Il genoma si è riservato il controllo di alcune risposte fondamentali, necessarie per la sopravvivenza, e ha organizzato le cose in modo tale che gli spazi lasciati liberi da questo controllo biologico potessero essere occupati dagli effetti dell’interazione tra biologia e ambiente, ambiente nel quale l’organizzazione sociale alla quale l’organismo appartiene diviene una parte sempre più rilevante. La libertà è il risultato di una certa quantità di indeterminazione biologica che emerge insinuandosi tra le maglie del controllo esercitato dal patrimonio genetico, anche se è comunque sostenuta da questo. Ogni specie gode del grado di libertà che le concedono i suoi geni.

Un altro criterio è quello della distanza della risposta dallo stimolo corrispondente. Nelle specie che noi consideriamo inferiori, ad ogni stimolo corrisponde una risposta pressoché immediata e largamente stereotipata. Molti degli stimoli che colpiscono un organismo più complesso, e in particolare un essere umano, non conducono a nessuna risposta immediata ma sembrano perdersi nei recessi del sistema nervoso. E molti comportamenti non sembrano o non sembrano essere risposte ad uno stimolo esterno, ma nascono da istanze originatesi nelle profondità più insondabili del sistema nervoso stesso. L’allontanamento progressivo dalla risposta dallo stimolo che l’ha generata, fino a rendere quasi impossibile rintracciare il nesso tra i due eventi, sono caratteristiche delle specie più complesse e raggiungono il culmine con l’uomo. Nel nostro caso l’esercizio della libertà e lo svincolamento progressivo delle risposte dagli stimoli possono giungere alle astrattezze del linguaggio, del pensiero, dell’arte o addirittura del suicidio […].

In definitiva: le nostre scelte sono il frutto, la possibilità indotta dall’enorme complessità dei nostri circuiti nervosi, dal fatto che tutta una serie di comportamenti adattivi sviluppati dalla nostra specie (ad esempio la stazione eretta, l’uso delle mani, ecc.) hanno moltiplicato in maniera esponenziale i conduttori di stimoli sensoriali e di risposte neuronali. Lo stimolo non arriva più immediato, ma mediato dal concorso o dalla memoria di un sacco di altri stimoli e di altre risposte. Queste ultime pertengono quindi ad una dimensione che non è più soltanto biologica, ma assomma l’impronta biologica a quella ambientale, cioè a quella culturale, e nemmeno è deterministicamente esaurita da queste due, perché è qualcosa di più di una semplice somma: l’astrattezza del linguaggio e del pensiero di cui parla Boncinelli come risultante dell’esercizio della libertà dalla risposta istintuale ha a sua volta come risultato una consapevolezza, quella della finitudine e della morte, e questo rappresenta il fattore discriminante dell’essere umani. Sta in ciò il fondamento dell’etica: alla consapevolezza angosciante della morte noi possiamo opporre non solo il comportamento di sottrazione estrema agli stimoli istintuali alla sopravvivenza citato da Boncinelli, cioè il suicidio, ma una vastissima gamma di altri comportamenti che, pur se dettati da tale consapevolezza, sono capaci di prescinderne. Possiamo cioè fare delle scelte indipendenti dai risultati che potrebbero venirne, fondate sul convincimento di una loro liceità e giustezza e utilità teorica che non è condizionato o addirittura non è mirato al riscontro pratico. Possiamo e dobbiamo, perché queste scelte non sono iscrivibili in alcun progetto di ordine naturale o provvidenziale. L’uomo non è il fine del mondo, non interpreta un disegno divino, e se ne esiste uno naturale vi ha un ruolo di comparsa indisciplinata, una sorta di momentaneo e trascurabile errore nel meccanismo della selezione. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Il che magari non ci consola, ma ci dice quantomeno che la sfera dell’etica è completamente autonoma. Fine della parentesi.

Se è dunque possibile un comportamento etico perché abbiamo di fronte una varietà di scelte possibili in piena autonomia, e se l’etica è il momento fondante di ogni partecipazione, di ogni lotta, di ogni posizione relativa alla convivenza civile, non rimane che tentarne una definizione. Per etica io intendo un sistema di valori forti, capaci di guidare le scelte sempre in direzione di comportamenti individuali e di rapporti sociali improntati alla libertà e all’equità. Valori forti significa naturalmente idealità, non ideologie: significa sogni, modelli, stili consapevolmente assunti e responsabilmente applicati a se stessi, che possono anche essere condivisi, ma che vanno pensati e vissuti autonomamente. L’ideologia è invece la pretesa di erigere i nostri modelli di pensiero e di comportamento a valori assoluti, di far partecipi a forza gli altri del nostro sogno. «È possibile non limitarsi a coltivare il sogno di una società migliore, e pretendere invece di aver trovato la formula perfetta, e volerla attuare, solo se si parte da un profondo disprezzo per l’umanità in genere, se si percepisce quest’ultima unicamente nei termini della sintonia o della dissonanza col proprio progetto. Se si mette cioè l’umanità al servizio di un’idea, non l’idea al servizio dell’umanità. Chi ama gli uomini in fondo li accetta come sono, anche se non gli piace come si comportano, come si relazionano tra di loro, e se tutto questo gli comporta un profondo disagio, una sensazione di estraneità. Li accetta nel senso che prende atto dei loro (dei propri) limiti, e con questi coabita, ma sceglie di vivere nella tensione dell’utopia, operando “come se” una rigenerazione etica e sociale fosse possibile, pur nella perfetta coscienza che non lo è, né lo sarà mai. Chi ama gli uomini non è quindi così determinato a cambiarli, come lo è il riformatore; sperimenta su se stesso la sua riforma e ne paga con serenità il prezzo» (per una volta pesco da me stesso, Cfr. “Sul futuro delle nostre scuole”). L’idealità può dunque essere vissuta a prescindere dal fatto che sia condivisa, e consente di convivere e di confrontarsi con gli altri senza instaurare o accettare rapporti di dominio. Consente di essere aristocratici nel pensare e democratici nell’agire, autonomi nelle scelte e sociali nei comportamenti. Di applicare fattivamente quella formula di Camus nella quale si condensa tutto il vero significato dello stare a sinistra: solitaire, solidaire.

Quanto ai valori che sostanziano questa idealità sono naturalmente in primo luogo quei modelli comportamentali ispirati al senso della dignità, propria e altrui, che possiamo trovare già nel vangelo o nel buddismo, e che sono stati assunti a partire da Kant come fini a se stessi; ma a questi va aggiunto un nuovo imperativo, quello che scaturisce dai rischi e dalla realtà della deriva tecnologica, e che Hans Jonas ha così formulato: Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita sulla terra. Spogliata delle implicazioni ontologiche nelle quali Jonas va a cacciarsi, l’etica della responsabilità è un’etica dell’emergenza, che si pone come obiettivo, anziché il perfezionamento, la sopravvivenza immediata del genere umano. Questa attitudine nasce dalla semplice consapevolezza che fino a ieri l’agire umano aveva un peso trascurabile sulla futura idoneità del pianeta ad ospitare la nostra specie, mentre oggi le cose non stanno più così. Ogni nostro atto viene quindi ad assumere un significato ben diverso, in quanto ipoteca e condiziona la sopravvivenza dell’umanità intera. Di fronte a questa responsabilità non ci sono ricette precise, se non un richiamo di fondo al buon senso spicciolo, ad una attitudine illuministica, ma vissuta e professata con serietà e determinazione, nella coscienza che non rimane più tempo per ulteriori deroghe. Rispetto ai sogni di rivoluzione e di rigenerazione sociale dei quali il pensiero della sinistra ha continuato a nutrirsi può sembrare poca cosa: in realtà è esattamente ciò che nessuno, o quasi, di noi riesce di fatto a praticare, risucchiati come siamo nel vortice della coazione produttiva e consumistica. L’imperativo di Jonas andrebbe in questo senso integrato con una raccomandazione ad hoc per la sinistra occidentale: agisci nella consapevolezza di essere comunque un privilegiato, cosa che invece tendiamo troppo spesso a dimenticare. Avremmo potuto nascere in un’altra parte del globo, vivere in condizioni di miseria e di oppressione che neppure abbiamo il coraggio di immaginare, e saremmo in questo momento a porci problemi ben diversi, o ad affrontare gli stessi da un punto di vista completamente differente. Il principio responsabilità ricusa pertanto tutti gli alibi dietro i quali siamo soliti trincerarci. Non importa quanto irrilevante possa risultare, in positivo o in negativo, il comportamento di un singolo di fronte all’enormità del problema, quanto insignificanti possano apparire i suoi sprechi e i suoi consumi rispetto a quelli di altri: se vogliamo agire in perfetta autonomia il parametro non può essere costituito dalle scelte altrui. Ciò non toglie, naturalmente, che l’etica della responsabilità comporti anche un atteggiamento di controllo, di persuasione e di dissuasione nei confronti degli altri: che debba cioè tradursi, nel rispetto delle regole di una reale democrazia, in un atteggiamento politico, ovvero nel tentativo di rendere condivisibili e attuabili le scelte che noi riteniamo giuste.

In questo passaggio dall’assunzione di un comportamento responsabile alla condivisione di una responsabilità collettiva, da scelte che incidono in prima istanza solo sulla nostra vita a decisioni concernenti anche la vita altrui, diviene evidente come il richiamo al “buon senso” non sia una formuletta scipita per dire tutto e nulla. La realtà ci pone di fronte a dilemmi drammatici, rispetto ai quali il buon senso e la razionalità non sempre coincidono con l’adozione di criteri logici e conseguenti, soprattutto quando riguardano l’atteggiamento nei confronti di alcuni aspetti della ricerca scientifica e delle sue applicazioni sociali. Scelgo volutamente un caso limite, la cura delle malattie geneticamente trasmesse, che proprio per l’estrema delicatezza del tema si presta bene ad illustrare l’ambiguità della nostra posizione. Con l’aiuto della medicina sopravvivono e si riproducono, trasmettendo la loro malattia, milioni di individui che in condizioni diverse, in assenza cioè delle medicine fornite dall’assistenza pubblica, non sopravvivrebbero. Ciò implica di generazione in generazione un aumento geometrico dei portatori di malattie congenite, la cui assistenza lasciamo in eredità ai nostri figli. Implica cioè un problema per il futuro della nostra specie. Come lo affrontiamo? In linea di massima appaiono possibili tre opzioni. La prima è un’apertura di credito all’ingegneria genetica, che almeno teoricamente dovrebbe risolvere il problema alla radice, intervenendo direttamente sul genoma: ma questo significa far rientrare dalla finestra quella ideologia del progresso che avevamo cacciato dalla porta, l’idea cioè che possa essere esercitato un controllo sugli usi della scienza. E sappiamo che non è così. La seconda è dettata da quella disposizione di matrice cristiana che costituisce il fondamento dei valori occidentali. Ce la sentiremmo di condividere una qualsiasi iniziativa che negasse le cure indispensabili a dei bambini malati? Sia pure con un po’ di ipocrisia, perché nel frattempo continuiamo ad accettare quasi passivamente che muoiano di fame milioni di bambini sani, troviamo scandalosa a priori l’ipotesi. La terza è quella di lasciare che la natura faccia il suo corso, per non compromettere ed ipotecare le chanches di sopravvivenza delle prossime generazioni. Se fossimo conseguenti sino in fondo, e se la possibilità di accesso alle cure non costituisse uno dei fattori più eclatanti di diseguaglianza sociale, dovremmo scegliere quest’ultima: ma è evidente che una soluzione del genere ripugna alla nostra sensibilità e all’idea stessa di quel discrimine, umanitario appunto, che segna la nostra specificità di umani (non a caso l’eugenetica è sempre stata uno dei pallini della destra).

In quale direzione va quindi assunta la responsabilità, verso il futuro o verso il presente? Nello stallo della scelta, siamo disposti a correre il rischio di un uso “positivo” della scienza? Al di là del paradosso queste sono domande vere, alle quali il pensiero di sinistra dovrà dare delle risposte. E anche se è evidente che temi così complessi non possono essere schematizzati, la questione di fondo non cambia: occorre almeno assumere una linea di comportamento, perché il dilemma si ripropone per ogni ulteriore passo delle scienze e della tecnologia, e in particolare per le nuove frontiere dell’ingegneria genetica. Proprio nei confronti di quest’ultima, invece, la sinistra si muove in maniera incerta e contraddittoria: avvalla in alcuni casi la libertà di ricerca e di applicazione (la prima cosa che mi viene in mente è la fecondazione assistita eterologa), mentre oppone in altri un rifiuto pregiudiziale, magari giustificatissimo sul piano dei timori, ma pur sempre viziato dalla distorsione ottica del privilegio. L’esempio eclatante viene dalla questione degli o.g.m. in agricoltura. Dobbiamo ammettere che la loro introduzione ha di fatto reso possibile in vastissime aree dell’Asia una vera e propria rivoluzione verde, scongiurando il flagello millenario di periodiche carestie e di conseguenti ecatombi. Per contro, anche se non sappiamo ancora quali effetti collaterali comporterà sulla salute e sull’ambiente il loro utilizzo, già conosciamo benissimo i retroscena economici, il giro di interessi e il disegno politico ai quali risponde. Ora, accettare gli o.g.m. significa avvallare in qualche modo questi disegni e queste motivazioni, e correre un rischio concreto per il futuro dell’ambiente. Bandirli significa creare enormi difficoltà per la sopravvivenza immediata di miliardi di esseri umani. Non si scappa. E nemmeno è possibile continuare a ipotizzare improbabili alternative “dolci” o trincerarsi dietro soluzioni di compromesso che non sempre ci sono, e che comunque si limitano a procrastinare il problema. Qui il buon senso è più che mai necessario, nella fattispecie per “orientare” il principio di responsabilità, ma non è sufficiente senza un atto di volontà, senza una scelta coerentemente perseguita, che inevitabilmente finirà per penalizzare il presente o il futuro.

Questa attitudine etica difensiva, di conservazione anziché di trasformazione, o meglio ancora di trasformazione volta a preservare, fa riferimento ad un modello umano fino ad oggi tutt’altro che congeniale al pensiero di sinistra. Ed è questa probabilmente la principale novità con la quale esso dovrà rifare i conti.

Le religioni tradizionali e le loro versioni secolarizzate (le idealità e le convinzioni di palingenesi sociale, ad esempio il marxismo), offrendo ricette di salvezza (o di realizzazione) universali debbono fondarsi sul presupposto di una natura umana buona (anche se corrotta dal peccato, o condizionata dall’insieme dei rapporti sociali) o comunque modificabile, perfettibile (attraverso una rivelazione oppure una rivoluzione politica, una riforma sociale, una migliore educazione), e di una sostanziale identità per tutti delle motivazioni, dei fini e dei criteri di valutazione del proprio status rispetto ad una ideale felicità. In realtà, dalla teoria darwiniana noi abbiamo appreso alcuni fatti inconfutabili. In primo luogo la natura umana esiste, nel senso che i comportamenti e le inclinazioni sono geneticamente motivati e non, o almeno non solo, condizionati dall’ambiente sociale. Esiste e non è né buona né cattiva né modificabile, è semplicemente così, varia nella diversità morfologica e quantitativa delle attitudini, oggi si direbbe del software, unica nell’ascrizione ad un comportamento adattivo. Ciò significa che gli uomini sono tutti, chi più chi meno, competitivi, e con questo fatto un pensiero di sinistra rifondato deve finalmente confrontarsi: ma non significa affatto che la competitività debba risolversi in una guerra di tutti contro tutti, come peraltro la storia della civilizzazione ha già ampiamente dimostrato. Gli uomini non sono perfettibili, e nemmeno modificabili, ma la loro socialità e la loro capacità di cooperazione possono migliorare, a patto che si tenga conto della loro natura e che le opportunità di cooperare si traducano in benefici individuali reciproci.

Di questo deve tenere conto il modello etico della nuova sinistra. Non ci sono società ideali in attesa di essere realizzate, né dietro l’angolo né dall’altro capo della città: ma c’è con ogni probabilità ancora un margine di miglioramento possibile, e se pure non ci fosse ci si dovrebbe comunque comportare “come se”.

Come scrive Krippendorf, “l’impegno di sinistra è consapevole di non avere da realizzare alcun progetto, quanto piuttosto di dover confrontare la realtà con le sue possibilità migliori, nonché del fatto che ogni realizzazione, anche quella della migliore delle possibilità, non sarà mai motivo sufficiente per potersi dichiarare soddisfatti, quanto piuttosto oggetto di una critica rinnovata e più radicale. […] Al principio speranza viene a corrispondere il principio insoddisfazione, che costituisce la vera e propria fonte di energia della sinistra”.

E ancora a Krippendorf ritengo opportuno lasciare la parola conclusiva, per riassumere e chiarire in un paio di paginette quello che ho sinora tentato confusamente di argomentare.

La posizione di sinistra è fondamentalmente una posizione di critica, che pone in dubbio tutti i rapporti esistenti, adoperandosi per il loro dissolvimento, pienamente cosciente dell’impossibilità della realizzazione di tale scopo perché tutti i rapporti sociali tendono a consolidarsi, a istituzionalizzarsi, a irrigidirsi e in tal modo a trasformarsi in involucri e in diseguaglianze di potere. La posizione di sinistra è la posizione esistenziale di un insieme di modelli di comportamento e di orientamenti di vita che si lasciano ricondurre a un’articolabile insoddisfazione di principio nei confronti di tutto ciò che è stato raggiunto e di tutto ciò che esiste. Inconciliabile con essa è, in fondo, l’assunzione di cariche o di compiti direttivi o di guida in organizzazioni politiche orientate alla conquista del potere, perché ciò verrebbe a compromettere le sue funzioni critiche. Politicamente essere di sinistra significa comportarsi e orientarsi sulla base di principi che fanno riferimento non alla dimensione topografica orizzontale (“destra-sinistra”) ma a quella sociale verticale (“soprasotto”). L’orientamento o la motivazione indirizzati verso l’acquisizione di posizioni guida compromettono inevitabilmente i presupposti dell’unica legittima funzione dell’esistenza della sinistra, e cioè di fare luce criticamente su tutte le strutture gerarchiche allo scopo di modificarle.

La sinistra non ha utopie, ha invece una prospettiva. La rivelazione della confusione tra utopia e prospettiva, tra progetto e metodo, presente in larghi strati della sinistra di tutto il mondo, è una delle più importanti esperienze prodotte dal crollo del “socialismo reale”. Soltanto per coloro che con “sinistra” intendono la realizzazione di un progetto indipendentemente dalle differenze di concezione nel dettaglio, che si orientano sulla base della visione, dell’utopia di un ordine sociale di tipo socialista realizzabile, il crollo del socialismo realmente esistente ha costituito una delusione, anche nel caso in cui si fossero posti in modo apertamente critico nei confronti di quei regimi. Il socialismo come progetto di sinistra rappresenta una contraddizione in sé, come pure socialismo ed utopia. […] La trasformazione della prospettiva socialista nel progetto del socialismo reale, dell’ago della bussola per il superamento delle strutture di dominio in un’arma per la difesa delle fondamenta apparentemente già gettate dell’utopia realizzabile della ragione e della solidarietà, finì per condurre al dominio dell’astratto sul concreto, del partito sugli esseri umani e della ragion di stato su tutta la sinistra. […] Alla confusione, divenuta fatale, tra prospettiva ed utopia corrisponde la giustificazione del mezzo attraverso il fine, la distinzione tra tattica e strategia, l’impostazione strumentale dei metodi politici a vantaggio della dogmatica dei grandi scopi della società senza classi. A dispetto di ciò la sinistra è di per sé un metodo, e nient’altro che un metodo.

Il metodo politico di sinistra è la chiarificazione intellettuale (illuminismo) e non la fondazione di partiti. L’illuminismo è innanzitutto, e anche in ultima istanza, auto-illuminismo, non certo istruzione, didattica, trasmissione di sapere. È riflessione, non indottrinamento. L’organizzazione, in particolar modo quella di un partito, è in contraddizione con esso, sottrae ad esso, nonché ad un effettivo agire di sinistra, le proprie chances. L’illuminismo, quale metodo della politica di sinistra, è testimonianza, resa pubblicamente, di singoli individui, collegata, interconnessa e mediata attraverso i più variegati contesti; ma proprio e soltanto in quanto produzione non organizzata di analisi, giudizi ed opinioni può trovare, ovvero mantenere, la sua identità nell’articolazione di una critica e di una insoddisfazione permanenti. I partiti, anche quelli “più a sinistra”, si muovono necessariamente sul terreno dei compromessi tattico-strategici, della ricerca del compromesso tra quanto è ritenuto vero e giusto e il livello di consapevolezza degli elettori.

Un comportamento di sinistra, cioè basato su principi, significa il rifiuto di qualsiasi tattica finalizzata al raggiungimento di scopi strategici. Per la sinistra anche il più piccolo dei compromessi tattici contiene il germe dell’autoannullamento, perché per essa non è in gioco tanto il successo pragmatico quanto la verità della critica dell’esistente.

Non mi sembra il caso di aggiungere altro. Detto così è già tutto estremamente chiaro, e anche dannatamente impegnativo. Non rimane che augurare, per il bene di tutti, vita nuova e possibilmente lunga alla sinistra.

Delle idee espresse in questa conversazione sono l’unico responsabile. Ritengo però doveroso citare almeno alcune delle opere dalle quali ho tratto stimoli, suggestioni e, naturalmente, le citazioni.

Arendt, Hannah – Vita activa – Bompiani 1988

Boncinelli, Edoardo – Le forme della vita – Einaudi 2000

Boockhin, Murray – L’ecologia della libertà – Elèuthera 1984

Flores d’Arcais, Paolo – L’individuo libertario – Einaudi 1999

Gorz, Andrè – Sette tesi per cambiare la vita – Feltrinelli 1977

Gorz, André – La strada del Paradiso – Edizioni Lavoro 1984

Krippendorf, Ekkekart – L’arte di non essere governati – Fazi 2002

Poggio, Pier Paolo – La crisi ecologica – Jaka Book 2003

Revelli, Marco – La sinistra sociale – Bollati Boringhieri 1997

Revelli, Marco – Oltre il Novecento – Einaudi 2001

Rifkin, Jeremy – La fine del lavoro – Baldini & Castoldi 1995

Singer, Peter – Una sinistra darwiniana – Comunità 2000

Touraine, Alain – Critica della modernità – Il Saggiatore 1992

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Contare fino a dieci

di Paolo Repetto, 2003

Le manifestazioni per la pace mi sembravano un tempo un po’ patetiche, qualche volta magari ipocrite, ma sostanzialmente innocue. Devo confessare che le seguivo in genere con scarso interesse, anche se venti e passa anni fa ho persino partecipato ad una delle prime marce da Perugia ad Assisi, trascinandomi appresso tre o quattro sventurati studenti. In quell’occasione coprimmo a piedi, per la mia solita sbadata buona fede, l’intero percorso (a differenza degli altri marciatori, che affrontavano solo l’ultimo tratto – e già questo vuol dire qualcosa). In verità era stato più un pretesto per scappare di casa che il frutto di un’adesione convinta, e infatti non ascoltammo gli oratori – anche perché arrivammo mezza giornata dopo – e nemmeno ricordo chi fossero.

Le stesse manifestazioni hanno invece cominciato a infastidirmi da quando si sono infoltite di studenti in magno, di ragazzine tetragone alla storia e alla geografia, di sbandieratori professionisti e di saltimbanchi di passaggio. Mi riferisco naturalmente alle manifestazioni nostrane, perché riconosco che altre, ad esempio quelle americane dei tempi del Vietnam, un senso ed un effetto pratico lo hanno avuto, soprattutto perché si accompagnavano ad attività di resistenza alla guerra più concrete, boicottaggi, diserzioni, controinformazione, ecc… Da noi, in assenza di conflitti che ci vedessero impegnati in ruoli diversi da quello del portamazze, il pacifismo da corteo è sempre stato dapprima smaccatamente partigiano e unilaterale, sotto l’egida del vecchio PCI, poi è diventato il terreno di gioco dei radicali e da ultimo ha ridato una chance di presenza politica alla Chiesa o alle varie chiese più o meno new age che stanno si stanno diffondendo nel paese. È anche esistito, a onor del vero, un pacifismo d’élite, quello appunto originario della Perugia-Assisi, cui va riconosciuta se non altro la coerenza e il purtroppo vano tentativo di sottrarsi all’abbraccio dei partiti: ma è cosa del passato, di poche personalità forgiate tra l’altro proprio dall’ultima guerra mondiale, e di peso specifico, oltreché politico, decisamente modesto. Non è un giudizio ingeneroso, ma una considerazione realistica: un conto è la stima per gli uomini, un altro l’apprezzamento delle loro idee. A mio giudizio infatti il problema del pacifismo non concerne solo la ricaduta pratica, ma lo stesso assunto di partenza. E qui vado a cacciarmi nei guai.

Vediamo di procedere con ordine. Dicevo di come si vedono di lontano le cose. Oggi, in occasione della locale marcia della pace, sono costretto a vederle da vicino, perché volente o nolente ci sono stato tirato dentro. E da dentro le cose appaiono diverse, nel senso che sono peggio. Intanto la necessità di contatti con il comitato promotore ti porta ad avere sentore di tutti i latenti – ma mica tanto – conflitti ideologici e dei contrasti personali che stanno dietro un’organizzazione di questo tipo, delle conseguenti mediazioni alchemiche che devono essere operate e dell’inevitabile appiattimento di ogni posizione o interpretazione originale sulla banalità degli slogan più o meno ufficiali.

La verità è che parole d’ordine generiche e fumose come “la pace senza se e senza ma” finiscono per mettere assieme, oltre ai succitati nuovi soggetti sociali, la più improbabile accozzaglia di motivazioni, di provenienze, di modi e di scopi che si possa immaginare. Raccolgono vetero-comunisti, gruppi parrocchiali, buddisti nostrani, frequentatori di centri sociali, di monasteri, di mercatini biologici e di organizzazioni ambientaliste, oltre naturalmente agli assessori e ai rappresentanti di partito e a tutti quelli che non possono mancare perché le assenze si notano. Gente che non ha assolutamente niente in comune, se non il telefonino, e che ha visioni del mondo – quando ce l’ha – totalmente contrastanti e inconciliabili. Ben venga allora la pace, dirà qualcuno, se ha il potere di mettere d’accordo tante teste diverse!

Un accidente. Quale accordo? Su cosa debba essere la pace e su come la si possa ottenere? Basta vedere quante bandiere e insegne di ogni sorta di appartenenza e di militanza colorano il corteo per rendersi conto del paradosso. Le guerre si fanno proprio al seguito delle bandiere, si fanno quando ciascun individuo rinuncia a pensare e a partecipare a titolo personale, e si intruppa al seguito di uno stendardo. Quando accetta che in luogo del “ci sono anch’io”, mescolato e disperso in mezzo a tutti gli altri, ma proprio per questo unito ad essi, si dica “ci siamo anche noi”, riconoscibili, visibili, distinti, fieri magari di aver ottenuto la prima fila e il primo piano televisivo. È vero, un corteo senza bandiere non fa colore: ma se il problema è questo, allora sono molto meglio le sfilate del carnevale.

Quello che sto dicendo potrà apparire superficiale e cinico, e non nego che un po’ lo sia. Ma non vorrei essere frainteso. Non sto mettendo in dubbio la legittimità del manifestare a favore della pace: sto solo chiedendomi se un certo tipo di manifestazioni universalistiche, forzatamente unitarie e a loro modo integraliste, producano qualche risultato, almeno a livello di una maggiore consapevolezza individuale, o non inducano invece un generale svaccamento. Non è difficile immaginare la risposta. Sono fermamente convinto che il far male le cose sia sempre peggio del non farle, e che la stessa coscienza che ci induce a pensare che qualcosa va fatto debba anche imporci di farlo come meglio possiamo. Ciascuno ha il diritto di desiderare la pace, ma ogni diritto postula dei doveri, e il primo dovere in questo caso è quello di essere seri con se stessi e con il bene desiderato; di sapere, cioè, che cosa veramente si vuole.

Ed è qui che torna in ballo l’assunto di base, e mi gioco definitivamente la reputazione. Desiderare la pace per sé e per gli altri è legittimo e sacrosanto, ci mancherebbe altro. Non mi azzardo ad aggiungere che è anche naturale, perché in effetti non lo è. In natura la legge è quella della competizione, e la competizione è conflitto. Ma a dispetto degli eco-integralisti non sempre ciò che è naturale è meglio di ciò che è frutto di artificio, del prodotto culturale. Il desiderio di pace è un frutto della cultura, e della volontà umana che le sta dietro. Pace in terra agli uomini di buona volontà, recita il vangelo, declassandola un po’ a regalo da carta-Bennet. La versione corretta dovrebbe suonare invece “dagli” uomini di buona volontà. La pace può venire solo dal concorso delle buone volontà di tutti uomini. Il problema è che non tutti gli uomini questa volontà ce l’hanno altrettanto buona. Alcuni ne hanno un po’ meno, altri sono proprio stronzi, geneticamente malvagi. E occorre partire da questo dato di fatto, e non fingere di ignorarlo, se davvero si vuol realizzare quel poco di pace che già sarebbe auspicabile, e che non c’è.

All’atto pratico questo significa una cosa molto semplice: volere la pace non implica adottare sempre e soltanto la resa incondizionata come forma di lotta. Significa volere davvero la soluzione pacifica e dare all’antagonista l’opportunità di capirne i vantaggi, ma essere anche preparati a scontrarsi con un testone e a ridurlo all’impotenza. Per rimanere in tema evangelico, se ho capito bene il personaggio e lo spirito che lo anima, quando Gesù ci invita a porgere l’altra guancia intende dire che non dobbiamo lasciarci andare ad una reazione istintiva e rabbiosa, ma concedere al nostro avversario il tempo di realizzare che si sta comportando male e magari di pentirsi: che dobbiamo insomma contare sino a dieci, come mi raccomandavano i miei genitori. Non dice però che dobbiamo offrirci come pungiball per i suoi allenamenti al male. Quindi, se davvero voglio la pace offro l’altra guancia, ma se vedo che l’amico ci ha provato gusto alla prima e si prepara a colpire nuovamente lo prevengo e lo dissuado, e conto sino a dieci quando è lungo per terra, come io interpretavo la raccomandazione.

Questo ci porta su un terreno minato, lo capisco bene, lungo una strada che parrebbe condurre sino alle guerre preventive. Non è affatto così. Io sono più ottimista rispetto agli uomini di quanto lo siano i teorici della resa incondizionata (che è la maniera più brusca ma anche più esplicita per definire la “pace senza se e senza ma”): non credo nella loro bontà, ma credo nel loro buon senso, o almeno nel fatto che la maggioranza lo possieda, e preferisca fin dove è possibile evitare il conflitto, se non altro per una rispettabilissima paura. Ma fin dove è dignitosamente possibile, e non oltre. Quindi rifiuto priori di perdere tempo con chi rilegge la storia ipotizzando miracolosi approcci di pace ad Hitler (non me lo sto inventando, è una delle posizioni presenti in questa manifestazione: e d’altro canto era anche quella di certo pacifismo anglosassone alla Bertrand Russel) e ritiene per l’oggi sempre e comunque non solo possibile, ma addirittura senza alternative, la mediazione. Questo non ha più niente a che vedere col pacifismo, questa è idiozia.

Forse sto forzando i toni, ma non tollero che vengano ridotte a pagliacciate le poche idee serie che ancora sopravvivono. Il pacifismo serio non ha niente a che fare naturalmente con le mode, ma nemmeno con le posizioni assiomatiche né con le professioni religiose o ideologiche: nasce da una disposizione di carattere, ma per crescere deve nutrirsi di conoscenza storica e di consapevole realismo biologico. Funziona, se correttamente usato, come strumento: perde ogni possibilità di azione concreta quando diventa uno scopo.

Proviamo ad applicare queste distinzioni alla situazione attuale, quella che ci ha indotti a mobilitarci. C’è differenza tra l’affermare che la guerra non ha mai risolto i conflitti e il sostenere che “questa” guerra non ha altra motivazione se non l’egemonia economica e strategica degli Stati Uniti, così come tante altre che l’hanno preceduta nel secolo scorso. Nel primo caso non si ritiene mai giustificata alcuna azione militare, sia pure di risposta ad una aggressione o di resistenza, e si mettono sullo stesso piano gli aggrediti e gli aggressori, fornendo pretesti al sarcasmo degli opinionisti di regime: nel secondo si smonta l’apparato di condizionamento dell’opinione pubblica mondiale montato dagli USA sull’attacco alle Twin Towers, si fa opera di controinformazione e magari si insinua qualche dubbio anche nelle coscienze più lobotomizzate dal martellamento televisivo. Certo, nella sostanza, rispetto a questo particolare momento, si arriva alla stessa conclusione, e cioè che questa guerra non s’ha da fare. Ma non mi sembrano indifferenti i percorsi e i modi attraverso i quali ad essa si perviene, perché quei modi sono parte integrante del convincimento che deve animarci.

Questo convincimento si fonda sulla consapevolezza che il problema non è in realtà rappresentato dalla guerra, questa o altre che siano, ma da un progetto strategico globale, di controllo del mondo intero e delle sue risorse, che si esplica nelle forme più disparate e capillari, e del quale la guerra è solo uno dei momenti più appariscenti, ma certamente non il più efficace e nemmeno il più distruttivo, e gli USA stessi sono alla fin fine solo pedine, come noi. Ci sono bombardamenti effettuati con armi ben più intelligenti di quelle del Pentagono, martellamenti più subdoli ma altrettanto devastanti, dei quali sono vittime i nostri corpi e i nostri cervelli, e quando dico nostri mi riferisco a sei miliardi e passa di esseri umani, ma soprattutto a quel miliardo che la guerra crederà di averla vinta. In realtà “questa” guerra noi la perdiamo tutti i giorni, nel momento in cui consideriamo come ineluttabile e irrinunciabile, o addirittura esportabile, un certo standard di vita, un certo livello di benessere; conseguentemente, lo si voglia o no, accettiamo che la nostra esistenza di produttori e di consumatori sia risucchiata nel processo di autonomizzazione di quelli che un tempo erano gli strumenti del sogno occidentale, la scienza e la tecnica, divenuti oggi valori autoreferenziali nel segno di una crescita illimitata. L’aspetto più tragico di questa guerra, e insieme il più paradossale, è costituito dal fatto che gli attaccati e le loro milizie, le sinistre internazionali, non hanno nemmeno ancora individuato il vero nemico, e continuano a battersi soltanto contro le forze ausiliarie, i frombolieri del capitale, senza rendersi conto che i colpi veri arrivano dalle artiglierie di quella che ancora viene considerata la neutralità del Progresso.

Prevengo la vostra obiezione. Il modo migliore per non affrontare un problema è sempre stato quello di non considerarlo il vero problema, e di risalire tanto a monte da perdere di vista ogni possibilità pratica di azione. Non è questo che intendo fare. Intendo parlare di strategie che mi sembrano più efficaci e più serie rispetto alle marce per la pace, o almeno rispetto a quelle marce per la pace che possono diventare grandi momenti di aggregazione e di visibilità, ma rischiano di rimanere perfettamente fini a se stessi. Se il problema non è questa specifica guerra, che pure c’è e per carità va in ogni modo osteggiata, se il problema non è neppure l’imperialismo americano, che pure c’è e si fa sentire ed è proconsole dell’impero della crescita, e quindi va combattuto con ogni mezzo, se il problema vero è per l’appunto l’autoperpetuazione della crescita, allora vanno studiate ed adottate strategie di contenimento e di rovesciamento di questo dominio, ed elaborate proposte realisticamente alternative alla progressione illimitata. E l’unico modo per essere realisti, rispetto a questo, è accettare l’idea che riduzione dello sviluppo non significa soltanto più equa redistribuzione, significa proprio regressione del livello di benessere, o almeno di quello che qui da noi chiamiamo così. Non è sufficiente pensare che se le risorse fossero distribuite in modo meno scandaloso si ovvierebbe al problema della fame: occorre rendersi conto che tra quelli che beneficiano dello scandalo ci siamo comunque anche noi, e che dobbiamo assaltare il palazzo d’inverno non per spartire le suppellettili o ricavarne dei mini appartamenti, ma per liquidare quella forma di potere e sottrarci al suo dominio.

Tradotto in termini concreti, tutto questo significa ad esempio autolimitazione nei consumi di ogni tipo, praticata a partire magari dalla sottrazione al nuovo e capillare strumentario della sorveglianza (bancomat, carte di credito, telepass, carte premio, telefonini, utenze le più svariate, ecc…), il che consentirebbe almeno la sparizione progressiva dagli schermi radar delle centrali di controllo, o attraverso il rifiuto di ogni forma di spettacolarizzazione del proprio agire, individuale e collettivo (il che ribalta la logica della visibilità sulla quale si fondano queste marce e l’intero agire politico della odierna sinistra, nelle sue componenti moderate come, in maniera solo in apparenza diversa, in quelle movimentiste o autonomistiche, dietro l’ipocrita assunto che o si gioca questo gioco o si scompare – come se sparire significasse solo “non apparire”). Significa anche, ad esempio, capire che optando per il consumo equo o solidale o per quello biologico si compie una scelta lodevolissima ma non si risolve il problema, perché questo sposta soltanto l’ordine dei fattori, senza cambiare il risultato. Non è questione di consumare papaya non trattata o commercializzata da reti alternative, ma se sia proprio necessario consumare papaya o qualsivoglia altro prodotto messo in circolo e imposto dalla globalizzazione. Perché in questo modo la pretesa, peraltro legittima, di mangiare cose più genuine e di respirare un’aria più pulita rischia di tradursi in un ulteriore elemento di spinta alla autonomizzazione dello sviluppo, se prescinde dalla necessità di emanciparsi dallo stesso: tale pretesa riposa infatti pur sempre sul convincimento che la crescita scientifico-tecnologica sarà in grado di consentirci anche questo lusso, di mangiare tutti e meglio producendo e inquinando meno. Significa anche rendersi finalmente conto che in quest’ottica le lotte connesse alla dinamica dei rapporti di produzione, quelle per intenderci in difesa dell’occupazione e delle conquiste sociali e sindacali, sono lotte di retroguardia, semplici operazioni di disturbo, marginali e irrilevanti rispetto al vero conflitto, e comunque ancora interne alla logica dello sviluppo illimitato. Le contraddizioni sono ormai evidenti, esplodono ogni volta che a confrontarsi sono le esigenze dell’occupazione e quelle della salvaguardia ambientale, e nascono dall’ostinazione ad interpretare a misura d’uomo un sistema di crescita che da un pezzo si è dato parametri diversi, nei quali l’uomo non rientra più come fine e a breve non rientrerà nemmeno come mezzo.

Magari parrà che io stia auspicando un nuovo ascetismo, o una scelta savonaroliana, ma le cose non stanno affatto così. Non è in questione un ritorno al medioevo o all’età preindustriale, sto parlando solo di freno alla crescita, e quindi indubbiamente anche di una regressione, ma solo ad un livello di consumi che appare oggi, per ciascuno di noi, anche prescindendo dagli yacht o dagli elicotteri o dalle Ferrari dei più accreditati servi della crescita, assolutamente assurdo. E mi rendo anche conto che non basta praticare questo stile di vita, ma occorre diffonderlo, propagandarlo: non per questo credo tuttavia che sia necessario piegarsi all’obbligo della visibilità. Possiamo anzi cominciare proprio di qui a liberarci, boicottando ogni apparizione televisiva. Ci sono altri mezzi, quello radiofonico ad esempio, che per l’esiguità dei costi possono essere gestiti in proprio, e magari creare già di per sé un diverso stile comunicativo, ma sono lasciati oggi in mano ai venditori di canzonette, o peggio ancora al Vaticano e ai radicali. Non si tratta quindi di rifiutare la tecnica, ma di scongiurarne l’autocratico dominio, di evitare di essere fagocitati nel vortice della sua autoreferenzialità, e di sfruttarne quindi gli strumenti più maneggevoli e meno pericolosi. Gli appelli per le grandi manifestazioni, per le occasioni di incontro, di disobbedienza, di opposizione, possono passare di lì. E se l’affluenza sarà minore, se andranno persi quelli che avrebbero partecipato per potersi rivedere, tanto di guadagnato. È ora di liberarsi di questa ossessione dei numeri, e della riduzione della democrazia a scontro di cifre.

E questa guerra, allora? lasciamo che si faccia? Francamente, sono convinto che la faranno comunque, anche se manifestassimo in venticinque milioni. E che sia assurdo, e anche colpevolmente ingenuo, pensare che i governi e i poteri non possano non tener conto delle cifre della mobilitazione. Sai quanto gliene può fregare dei nostri slogan, quando sono certi di averci in mano col ricatto del “benessere”. Credo anzi che in questo modo non solo la passeranno liscia, ironizzando anche sulle malinconiche sfilate multicolori, ma addirittura si sentiranno più tranquilli per la prossima occasione, che non tarderà a presentarsi: mentre sarebbe forse bastato identificare due o tre multinazionali colluse col settore delle armi, con quello del petrolio, con le sponsorizzazioni del presidente americano o con i suoi affari, cioè in pratica tutte, e lanciare campagne internazionali di boicottaggio dei loro prodotti nei settori più pacifici di consumo, per creare anche nel fronte dei guerrafondai qualche spaccatura e qualche interessato ripensamento. Avrebbe potuto essere il primo piccione, e in caso di risultati positivi si sarebbe trascinato appresso anche il secondo, lo smascheramento cioè della coazione al ciclo produzione-consumo come atto di guerra, e dell’intero sistema di sviluppo che su essa si fonda come nemico.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Come (non) si diventa postmoderni

di Paolo Repetto, 2003

Scoprire di essere speciali procura sempre una certa ebbrezza. Ne ho conferma dalla lettura un articolo su Wess Hardin. Era un ragazzo tosto: quando gli misero in mano una pistola, e si rese conto di possedere il dito più veloce del West, divenne euforico, sfidò e fece secchi quarantun avversari prima che lo calmassero a fucilate. Mi viene in mente che anch’io ho provato di recente una sensazione analoga, pur nella diversità delle situazioni. Alla prima lettura di un saggio di Vattimo ho infatti scoperto, non senza un certo compiacimento, la mia peculiarità: sono postmoderno. Ma l’ho presa più bassa di Hardin, anche perché alla fin fine non ho ben capito se essere postmoderno sia un privilegio o una disgrazia. Ho capito però che postmoderni, così come veloci con la pistola, non si diventa: si nasce.

Ho letto dunque Vattimo, e mi sono ritrovato postmoderno. E pensare che ho sempre creduto che il mio fastidio per la modernità e le sue forme venisse da una pre-modernità, dall’essere cioè di gusti e di temperamento un po’ antiquati, e che il mio tempo fosse quanto meno l’Ottocento. Invece ero già oltre, avevo un piede nel ventunesimo secolo. Di lì, probabilmente, il mio equilibrio instabile.

Vediamo di spiegarci. Ne La fine della modernità Vattimo identifica e sintetizza quelli che a suo parere sono gli aspetti costitutivi, le direttrici fondamentali di pensiero che hanno caratterizzato la modernità, e mostra come in questa fine di secolo le idee-madri abbiano lasciato il posto ad una costellazione, meglio ancora ad una vera e propria nebulosa di attitudini interpretative del mondo, della sua storia e del suo significato, tutte altrettanto dignitose e rigorose, ma soprattutto consapevolmente provvisorie.

Gli elementi caratterizzanti la modernità erano, secondo il filosofo torinese:

  • l’interpretazione della storia come processo di emancipazione dell’umanità (dalle leggi di natura, dalla precarietà e dal bisogno, dallo stato ferino)
  • la conseguente identificazione del destino dell’uomo nel dominio sulla natura
  • la valorizzazione del sapere unicamente come strumento di questo dominio (da cui la priorità assoluta accordata ai saperi tecnico-scientifici)
  • la tendenza ad un pensiero unitario e totalizzante (molte certezze, riconducibili ad una sola verità) e ad elaborare visioni onnicomprensive del mondo (da quelle filosofiche – idealismo – a quelle politiche – marxismo, ecc…)
  • la propensione a identificare il nuovo con ciò che è migliore, e il passato con ciò che è superato

A connotare invece il pensiero postmoderno sarebbero:

  • sfiducia nei macro-saperi, la loro sostituzione con saperi deboli e instabili
  • il rifiuto dell’enfasi del nuovo
  • la rinuncia a concepire la storia come un processo universale e necessario
  • il rifiuto di concepire la ragione come ragione tecnico-scientifica
  • la scelta di privilegiare il paradigma della molteplicità rispetto a quello dell’unità

Nei limiti di una sintesi, i punti essenziali dell’analisi di Vattimo sono questi, e mi sembrano cogliere appieno l’essenza del cambiamento di attitudine. Ho considerato dunque gli elementi del primo gruppo, e non ho avuto dubbi: non mi riconoscevo in nessuno. La storia come emancipazione progressiva? Ma emancipazione da che? Tutta la vicenda umana, tutte le culture, tutte le civiltà si sono sviluppate a partire dalla coscienza della morte, e nel segno –  o nel sogno – di un suo superamento (della morte o, almeno, della coscienza di essa). Non ho affatto l’impressione che ce ne siamo liberati: semmai, è vero il contrario. E se anche vogliamo metterla sul piano dei puri bisogni materiali, della pura sopravvivenza fisica, emancipazione di chi? C’è molta differenza tra la vita di un pastore kirghiso o etiope di oggi e quella di quattromila anni fa? Due terzi dell’umanità soffrono la fame, e la sopravvivenza non l’hanno garantita neppure temporaneamente: e il futuro si prospetta solo peggiore.

Quanto al domino sulla natura, basta guardarsi attorno. Deserti che avanzano, effetti serra, buchi nell’ozono, epidemie, alluvioni, terremoti, ecc… Quale dominio? Siamo formiche alla mercé di ogni piede o zampa o asteroide di passaggio, di ogni raffica di vento. Le briglie che ci illudiamo di aver messo alle forze naturali continuano ad allentarsi, ed ogni volta che queste ultime decidono di riprendere il proprio corso i costi risultano più alti. Non è nemmeno necessario sottoscrivere certo integralismo ambientalista – quello per intenderci che contrappone la “civile” consapevolezza ecologica dell’occidentale garantito alla miope disperazione dell’abitante del terzo e del quarto mondo – per rendersi conto che la strategia di domesticazione della natura ha da un pezzo lasciato campo al progetto di una cancellazione e sostituzione di quest’ultima con una natura seconda, pensata e spalmata sul globo a misura del modello produttivo. E questo rimette automaticamente in discussione non solo la priorità, ma lo status stesso dei saperi tecnico-scientifici, la loro intrinsecità ad un disegno di crescita illimitata, che ne condiziona o meglio ne detta i protocolli.

Per quanto concerne il sapere totalizzante, poi, l’impressione è che ogni certezza in più allontani e confonda la percezione di una verità di fondo. Ogni nuova conoscenza è un tassello nella costruzione di un mistero, si tratti di biologia, di astronomia, di storia. E ciò vale in maggior misura da quando hanno iniziato a rivendicare spazio altre voci, altre culture, che propongono modelli e direzioni investigativi e interpretativi diametralmente diversi e insinuano il dubbio anche in quelle verità che consideravamo acquisite. Dopo secoli di cancellazione dei saperi alternativi, di uniformazione dei parametri, di riconduzione ad un modello unitario ed universalistico del conoscere e dell’agire, scientifico o storico o politico che fosse, ci si accorge che per far tornare i conti si stava barando. I rigidi schemi della razionalizzazione si sono rivelati gabbie troppo strette per un mondo così vivace e multiforme.

Per quel che mi riguarda, dunque, modernità zero. Pur senza essere un nostalgico del passato, non ho difficoltà ad ammettere che da ogni novità mi aspetto di norma una perdita, anziché un guadagno. Non ho fiducia nei macro-saperi, non ci penso nemmeno a concepire la storia come processo universale e necessario, non etichetto la razionalità, colgo il molteplice, il diverso, piuttosto che l’unità. Appartengo decisamente nel secondo gruppo, ho concluso: sono, e sono sempre stato, un postmoderno, da prima ancora che i sintomi e il virus della postmodernità fossero identificati.

Oggi, tuttavia, l’articolo su Hardin mi ha induce a strane riflessioni, che nulla hanno a che vedere con la velocità nell’estrarre e nello sparare: mi spinge piuttosto a tornare sul saggio di Vattimo, e riconsiderare la genuinità della mia appartenenza alla condizione postmoderna.

Qualcosa non quadra. In effetti mi era sembrato fin troppo facile trovarmi d’accordo, e dubito sempre, per natura, del troppo facile. Ora ho avuto un po’ di tempo per ruminare quel che ho letto, e decido di scendere più in profondità. Per esempio: è poi così vero che sono contro il pensiero totalizzante? In effetti posso dire che mi nutro di dubbi ( ma forse si era già capito ). Tuttavia alcune certezze le ho. Non riguardano i saperi, ma i doveri. Ho le certezze dei doveri. Sui diritti sono un po’ più lasco. Ad esempio: ho la certezza che se si sottoscrive un patto, una convenzione di qualsiasi genere, occorre essere seri con gli impegni assunti: oppure li si rifiuta in partenza. Non mi piace l’interpretazione all’italiana, che lascia margini per il ripensamento, che giustifica gli aggiustamenti e gli sganciamenti. In sostanza, ritengo che il dubbio sia il lievito del conoscere, ma finisca per essere un tarlo nel sentire. Deve riguardare la disposizione gnoseologica, non l’atteggiamento etico. Tradotto in termini spiccioli, la coscienza di non essere detentori di alcuna verità non ci esime dal tracciare e dal difendere qualche linea essenziale di comportamento.

Questo mi porta anche a ripensare il paradigma della molteplicità. Sono d’accordo sul fatto che ogni cultura abbia una sua dignità e le sue brave radici e ragioni storiche, e che debba essere salvaguardata e capita e rispettata (il che non significa pensare che l’una vale l’altra, e che ciascuno deve tenersi la sua, e buonanotte). Ma ritengo anche che dal momento che le tante culture di questo globo non si fronteggiano più a distanza, ma vengono oggi costantemente a contatto e a confronto, sia più che mai necessaria la stipula di un patto di convivenza. Il problema non è quello di conciliare usi alimentari (mangiare i piselli con la forchetta o col cucchiaio) o modelli di abbigliamento, o altre differenze esteriori, ma quello di far convivere forme e concezioni di vita diverse. Se vado in Inghilterra viaggio sulla sinistra, e non c’è santo che tenga. Stramaledico gli inglesi e la loro spocchia, ma mi adeguo. Così, pur rispettando l’attaccamento di ogni etnia alle proprie tradizioni, il diritto di preservare la propria cultura, le proprie credenze ecc…, ho dei problemi ad accettare che un Sumburu trasferitosi nel mio condominio faccia rullare per tutta la notte il suo tamburo, come giustamente faceva negli altipiani deserti del Kenia per tenere lontane le belve dagli armenti. Al di là dei paradossi, e del fatto che non accetto nemmeno il televisore sparato a tutto volume dal burino nostrano, è lui, nel caso in cui le sue tradizioni confliggano con le mie, a doversi adeguare. Può anche sembrare un atteggiamento supponente e semplicistico, dal momento che per secoli noi occidentali siamo andati a casa d’altri a imporre le nostre regole e i nostri stili di vita, oltre che i nostri interessi: ma non credo che l’ansia di riparare in qualche modo a tutte le soperchierie perpetrate debba farci dimenticare che quel che è accaduto negli ultimi cinque secoli si era già verificato (sia pure in scala minore, ma solo per motivi tecnici) in tutti i tempi e in tutti continenti, da quando gli spazi che separavano i popoli si sono ristretti, e che ogni nuovo vincitore, laddove e per quanto gli è stato possibile, ha imposto le sue leggi. Non è quindi rovesciando le parti che si risolve il problema, e nemmeno abbracciando acriticamente il sogno di una società multiculturale completamente aperta. Sappiamo fin troppo bene dove conduce l’idea del libero mercato. L’unica soluzione che vedo praticabile, almeno in una fase di transizione come l’attuale, è quella della reciprocità: mi adeguo alle regole e agli usi della casa in cui entro, e chiedo che gli altri facciano lo stesso nella mia.

Ciò significa non privilegiare il paradigma della molteplicità? A me pare piuttosto di difenderlo dalle interpretazioni troppo enfatiche, quelle che vogliono conciliare la difesa delle diversità con l’esaltazione del meticciato culturale, e le cui contraddizioni naufragano sulle scogliere della realtà di fatto. È qui che avverto più radicale e, lo confesso, più spiazzante la mia distonia rispetto all’attitudine post-moderna: più che una rinuncia alle idee forti quest’ultima mi sembra una rinuncia tout court ad assumersi la responsabilità di pensare. Io ritengo sia invece il caso di riflettere sulla trasformazione in atto con un po’ più di lucidità, semplicemente risalendo alla valenza originaria del concetto di cultura e partendo dai pochissimi punti fermi che le nostre conoscenze, moderne o post-moderne che siano, ci consentono di individuare.

Noi umani siamo prima di tutto degli animali, sia pure un po’ speciali, e la nostra eccezionalità nasce da una debolezza biologica. Siamo animali non specializzati, biologicamente poco attrezzati, quindi leghiamo la nostra sopravvivenza all’acquisizione di molta “cultura” ambientale. Nasciamo infatti prematuri, prima cioè che il nostro cervello sia pervenuto al completo sviluppo, abbia fissato le strutture comportamentali ereditate attraverso il corredo genetico. Ciò implica che la nostra memoria di base, quella strutturale, rimanga aperta a lungo all’assorbimento di input esterni, ambientali, che agiscono a livello formativo, e non solo informativo. Ci “formiamo” quindi letteralmente, oltre che sulla base del patrimonio cromosomico, anche attraverso l’acquisizione di modelli culturali che sono quelli specifici di un certo spazio e di un certo tempo. Assorbiamo cioè quel kit culturale che ci serve per la risposta ad un ambiente sociale particolare, così come le specializzazioni genetiche (dal colore della pelle al taglio degli occhi, ecc…) sono funzionali all’ambiente naturale. Ora, questo meccanismo ha funzionato fino a ieri in maniera abbastanza semplice (!) ed efficace (lo dimostra il successo umano nella dispersione sulla terra), ma rischia oggi di incepparsi di fronte all’accelerazione esponenziale impressa alle trasformazioni. La “cultura” indispensabile alla sopravvivenza, pur rinnovandosi in un processo costante di aggiornamento rispetto alle ineluttabili mutazioni naturali e storiche, conservava nel passato una sua specificità, sia perché relativa ad un’area limitata, sia perché i cambiamenti erano in genere di piccola entità e diluiti nel tempo. Oggi invece, di fronte a trasformazioni radicali e istantanee, di portata globale, e ad una interazione sempre più ravvicinata con culture diverse, essa risulta costantemente inadeguata, soggetta ad una rapidissima obsolescenza e ad un’uniformazione su standard al tempo stesso depauperanti (perché non consentono più di elaborare risposte specifiche di adattamento) ed eccessivamente complessi. La domanda è questa: il nostro cervello è in grado di assorbire schemi e modelli comportamentali sempre più ipertrofici e, soprattutto, sempre meno agganciati ad un correlativo genetico e ambientale? Ovvero: “stimoli eccessivamente contraddittori, in successione troppo accelerata, in che modo e in che misura possono essere assimilati? Multiculturalità – dobbiamo avere il coraggio di chiedercelo – non significherà in fondo, e prima di tutto per ragioni biologiche (e non etniche, sia chiaro), nessuna cultura?(autocitazione)

E con questo, credo di essermi giocato buona parte delle credenziali di post-moderno. Ma non è finita. Passiamo al rapporto col “nuovo”. Non si tratta, a mio giudizio, soltanto di rifiutarne l’enfatizzazione. Quella che mi sembra caratterizzare la nostra epoca è un’accettazione indiscriminata e passiva della novità, nel bene e nel male, come ci si trovasse sempre di fronte a qualcosa di ineluttabile. Certamente il nuovo è ineluttabile, anzi, la ricerca costante e cosciente dell’innovazione è proprio ciò che caratterizza la condizione umana, che la fa differire da quella degli altri animali e che sostanzia l’evoluzione culturale (anche quella naturale, certamente, altrimenti non ci sarebbe evoluzione: ma in questo caso la novità arriva casualmente, non è cercata). Ma non è detto, proprio perché si tratta del frutto di una azione volontaria e cosciente, nella quale entra in ballo l’opzionalità, che la scelta debba andare sempre e necessariamente in direzione del nuovo. La tendenza post-moderna sembra invece quella ad inglobare, fagocitare tutto, magari a denti alti. Io sono un po’ in ritardo a livello evolutivo, ho una digestione difficile. Mi riesce ad esempio indigesta la celebrazione delle nuove tecnologie multimediali come capisaldi ineliminabili e fondanti, nella nostra era, della democrazia. Ineliminabili, purtroppo, credo lo siano davvero: ma quanto al ruolo di democratizzazione, al potenziale di partecipazione politica e sociale che dovrebbero indurre, nutro qualcosa di più che delle perplessità. Sono fermamente convinto che sortiscano invece l’effetto opposto, quello da un lato di creare una dipendenza sempre più disarmata e acritica nei confronti del potere, e dall’altro di disperdere e zittire in una confusione inverosimile di voci e di segnali e di contatti ogni già debole vagito di dissenso. L’opinione di Vattimo è che occorra impadronirsi delle nuove tecnologie, dei nuovi strumentari informativi e formativi, per impedirne la gestione monopolistica da parte dei poteri forti: e fin qui non posso non essere d’accordo. Ma non lo seguo più quando mostra di credere che il problema stia nell’uso positivo o negativo dei media, e non nella loro intrinseca natura (riproponendo la favoletta della neutralità della scienza e della tecnica), o addirittura che l’evoluzione di questi ultimi sia sfuggita al controllo del totalitarismo pseudo-democratico del capitale, finendo per nutrirgli una serpe in seno. Temo che queste siano solo pie illusioni, nel senso letterale, cioè dettate da una sorta di “pietas” nei confronti dell’umanità e dell’angoscia intrinseca alla sua condizione.

La stessa pietas porta Vattimo a riconsiderare e a rivalutare il ruolo delle religioni, e ad aprire un dialogo con le loro rappresentanze istituzionalizzate. In sostanza, una volta presa ufficialmente coscienza, con Nietzche e con Heidegger, della tragica insignificanza dell’esistenza umana, il pensiero occidentale si è trovato di fronte ad un vuoto di senso che non è in grado di colmare, rispetto al quale non trova risposte che non attengano ad una individualissima e stoica dignità. È chiaro che tali risposte sono riservate a pochi, e che a rigor di logica non si tratta nemmeno di risposte, ma soltanto di rese incondizionate ad una brutale realtà, riscattate talvolta da atteggiamenti lucidamente coraggiosi. Ed è altrettanto evidente che alla stragrande maggioranza dell’umanità non possono essere chiesti questo coraggio e questa lucidità, che nascono solo da una fortunata quanto rara combinazione di attitudine psicologica e di strumenti culturali adeguati. A questo punto, dice Vattimo, ben vengano le religioni: se esiste una coscienza morale diffusa, se valgono dei principi che consentono la convivenza più o meno pacifica degli umani sulla terra, poco importa che gli stessi siano stati indotti attraverso timori o credenze superstiziose e siano tenuti in vita da promesse escatologiche o da minacce di dannazione. Le religioni danno la risposta che gli uomini vogliono sentire, quella che esorcizza la morte, o negandola o caricando in qualche modo di senso la vita: questa risposta li tranquillizza e li dispone ad accettare delle regole, cioè sostanzialmente dei vincoli, delle limitazioni, che stanno alla base della socialità. Non fa una grinza, ed è senz’altro vero che la secolarizzazione, una volta esauriti i palliativi delle grandi ideologie sociali e politiche, sta lasciando emergere i suoi limiti e i suoi rischi; così come è vero che questi ultimi sono aggravati, invece che attenuati, dalla nuova ondata di religiosità “spontanea” che sfugge al controllo delle chiese tradizionali.

Il problema nasce però al momento di trarre da queste constatazioni delle conseguenze. Se parto dal presupposto che la risposta religiosa sia una bugia consolatoria, posso poi intraprendere un dialogo alla pari con chi considero, bene o male, un bugiardo? So che in certi casi gli interlocutori non te li puoi scegliere, e che Vattimo dialoga con i teologi ufficiali perché altrimenti la sua voce non avrebbe alcuna risonanza nell’ecumene religiosa: ma quel che mi chiedo è se questo dialogo sia poi necessario. Anche a voler prescindere dai ruoli di potere, dalle guerre sante, dalle inquisizioni, dal bieco sfruttamento dell’ignoranza superstiziosa, cosa c’è da dirsi, se non che ciascuno deve essere libero di scegliere a chi porre le domande e deve accordare a ciascuna risposta, se non egual credito, una eguale dignità? Il che è l’ultima cosa che ogni confessione religiosa accetta di sentir dire. L’impressione continua ad essere quella di un “integralismo della tolleranza”, che si manifesta in positivo nella difesa programmatica della differenza, della pluralità di voci, del multiculturalismo, ma che a furia di andare “oltre” ogni moderna categorizzazione (destra-sinistra, conservatorismo-progressismo, razionale-irrazionale, ecc..) finisce per patire in negativo l’assenza di riferimenti orientativi.

Ora, io sono molto confuso, e di punti di riferimento ne ho davvero pochi: ma non mi va di spacciare una confusione per una condizione. So di essere confuso proprio perché vorrei avere le idee un po’ più chiare; e questo, a dispetto delle apparenze, non è molto post-moderno. Non lo è nemmeno il fatto che non considero sempre positivo il concetto di tolleranza, o meglio, l’interpretazione corrente che se ne dà. Non mi piace “tollerare”, e meno che mai sono disponibile a farlo con chi non dà prova di reciprocità, così come mal sopporto l’idea di “essere tollerato”. Voglio capire, e pretendo di essere capito. Questo atteggiamento non mi garantisce un grande spazio relazionale nel mondo, ma quello che ho mi basta ed avanza. Non ho bisogno di navigare su Internet e di mettermi in contatto con i Lapponi per scambiare opinioni. Mi manca quasi il tempo per farlo con i vicini di casa, o con chi vive con me, e questo sarebbe davvero più importante. So che un discorso del genere appare semplicistico, che le cose nella vita sono ben più complesse e che non si scansa la complessità fingendo di ignorarla: ma non credo nemmeno che la soluzione sia quella di abituare il nostro stomaco a ingollare di tutto in nome del pluralismo alimentare, o la nostra mente a nutrirsi delle “visioni del mondo” moltiplicate (?) dai media di cui Vattimo è ghiotto.

Cosa rimane allora della mia post-modernità? Ben poco, direi. L’ho impallinata io stesso, e confesso di essermi divertito a farlo. Tra l’altro, mentre scrivevo questo sproloquio avevo di fronte il busto di Leopardi e la foto di Hardin, ed ho avuto per un attimo l’impressione che entrambi mi sorridessero.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Grande lotteria

(davanti a casa mia)

di Paolo Repetto, 2002

Elisa è uscita dall’infanzia. Ieri sera è rientrata fischiettante alle nove e mezza, esibendo il primo centesimo guadagnato con una improvvisata bancarella, e annunciando per domani l’apertura di nuovi settori di vendita. Il guadagno può sembrare scarso, ma è il frutto di un consolidato (e in fondo equo) sistema di ripartizione degli introiti. Elisa ha quattro anni e mezzo, ed è la più piccola del gruppo.

Non è il centesimo (che sarà comunque debitamente incorniciato, come quello di Paperone) o il milione di euro a marcare la differenza. È il fatto di cominciare ad agire per una finalità, con uno scopo, e a programmare di conseguenza il futuro. Non so cosa ne pensino il Piaget o gli altri studiosi della psicologia infantile, ma io ho una convinzione, maturata attraverso un’intensa esperienza di infante prima (mezzo secolo fa) e di padre e di zio poi. Dopo che hai allestito il primo banchetto di cianfrusaglie e hai assaporato il gusto dello scambio regolamentato, della legge del mercato, sei un altro. La tua innocenza e la tua spensieratezza vanno a farsi benedire: non agisci più per istinto, ma per calcolo. Sei entrato nella società degli umani.

Elisa lo ha fatto un po’ prematuramente, ma ognuno ha i suoi tempi. Lei ha già cominciato a dubitare dei poteri delle bacchette magiche, dopo averne sperimentato l’inefficacia su una collanina rotta. Presto verrà il turno dei babbinatale e delle cicogne (se già non è venuto). E allora sarà definitivamente uscita dal mondo infantile. Le rimarrà solo (per quanto?) l’illusione dell’amore, ma questo è un tipo di favola che si proietta sempre nel futuro, si risolve in un’attesa, e non ha quindi a che vedere con l’infanzia, che è regno dell’eterno presente.

Entrare nel mondo degli adulti, o perlomeno in quel limbo temporaneo che è la fanciullezza, non significa adottare un comportamento egoistico. Egoisti lo siamo sin dalla nascita, per legge di natura e per caratteristica marcata della specie. Significa invece scoprire che il nostro comportamento è tale, esserne più o meno lucidamente consapevoli, e soprattutto prendere coscienza che anche gli altri sono mossi dallo stesso istinto, e che questo ci porta necessariamente in competizione. Significa prendere atto che la vita è lotta, più o meno sublimata e mascherata, e che non sempre, o non in tutti i campi, siamo attrezzati a combatterla. In genere si postdatano queste scoperte, e le delusioni conseguenti, all’età adolescenziale. In realtà l’adolescenza non esiste, è un’invenzione degli psicologi per definire una noncondizione, una situazione di passaggio nella quale stazionano più o meno a lungo, in condizione semilarvale, degli umanoidi brufolosi e storditi, giustamente scontenti di sé e incazzati senza una ragione precisa col mondo intero. Costoro le regole del gioco le hanno capite da un pezzo, e questo forse giustifica la loro incazzatura: solo hanno creduto ancora per un po’ che davvero di un gioco si trattasse, e che finita la mano si potesse con una rimescolatina alle carte ricominciare da capo. Quando hanno realizzato che ogni game over chiama un altro gettone, e che i gettoni non crescono nelle tasche e sono in genere la contropartita di uno scambio, hanno cessato di essere fanciulli e sono diventati adulti. Piagnucolosi e antipatici, ma adulti.

Elisa naturalmente, e per sua fortuna, è ancora lontana dall’essere adulta, anche se a vederla camminare impettita o ad ascoltarla mentre argomenta le sue ragioni sembra il bonsai di una giovinetta petulante e maliziosa. Ma ha già rotto il cerchio magico del gioco assolutamente disinteressato, comincia ad attendersi in qualche modo dei risultati, e questa attesa infrange a sua volta la beatitudine di un presente intenso e dilatato, sgombro di ansie, di calcoli e di rimpianti. In più fischietta, che è come dire che è passata da un uso elementare, puramente denotativo, dei suoni, a quello virtuosistico e strumentale, pronto a tradursi in conflittuale e mistificante.

So che è ridicolo, ma non posso fare a meno di intristirmi un poco: sento che sto già perdendo la mia bambina. Ma la cosa veramente tragica è che ieri sera io non sapevo assolutamente cosa avrei fatto o avrei voluto fare oggi, e non avevo conseguito alcun guadagno dalla mia giornata. Forse sono io quello che sta veramente uscendo: o che non è mai entrato, nella maturità.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨