Perché un sito sulla metafisica?

di Paolo Repetto, 2002

Se alla domanda diamo questo significato: “che utilità può avere, nel 2002, un sito sulla metafisica?”, la risposta è semplice: nessuna. Il che liquida il discorso, cogliendone a priori la caratteristica fondamentale, quella dell’assoluta inutilità.

Se proviamo però a spostare e ad allargare un poco l’angolo della nostra visuale ci accorgiamo che il difetto non è imputabile all’oggetto ultimo della domanda, la metafisica, quanto piuttosto alla motivazione della ricerca. Se infatti riformuliamo così il quesito: “che significato può avere, nel 2002, un sito sulla metafisica?” le risposte sono ben diverse, e molteplici. Il paradosso della prima domanda, quella che postula l’assoluta inutilità di un approccio conoscitivo ispirato dalla e rivolto alla metafisica, è di risultare per l’appunto metafisica, nell’accezione dispregiativa, volgarmente corrente, del termine. È cioè quello di voler travalicare l’oggettivo esistere della realtà interpretandolo alla luce di un’unica direttrice euristica, di applicare un principio unificatore degli elementi naturali legato ad un solo e assolutamente opinabile parametro, quello dell’utilità. In questo senso, per il quale l’utile è ciò che giova nell’immediato o in un futuro più o meno prossimo alla risoluzione di problemi (ma quali? e di chi? e secondo quale ordine di priorità, e deciso da chi? e con quali garanzie che la soluzione non diventi essa stessa un problema?), la metafisica non ha risposte da dare. Non accetta nemmeno le domande. La metafisica risponde ad una sola domanda, quella originaria e immutabile, quella relativa all’essere dell’ente. È la radice del cartesiano albero del sapere, sta ben nascosta sottoterra ma nutre e regge e coordina e determina tutto ciò che appare alla luce.

Torniamo dunque al quesito correttamente formulato: che significato può avere, oggi, un sito sulla metafisica? Non dovrebbe essercene bisogno, ma ribadiamo il fatto che l’interrogativo riguarda il sito, e non la metafisica. Non ci siamo chiedendo quale risposta offra oggi la metafisica, ma che senso abbia parlare di metafisica, e in quali termini lo si possa fare. Un sito è un contenitore, e come tale non è parte del contenuto: ma può comunque determinare, in base alle proprie caratteristiche (dimensioni, forma, robustezza, trasparenza, consistenza, ecc…), quelle del contenuto stesso, o almeno vincolarle. In questo caso le caratteristiche del contenuto sono molto determinabili da quelle del contenitore: pochi concetti e pochi termini hanno conosciuto, in ragione dei contesti nei quali sono stati applicati, una altrettale molteplicità di usi e di abusi, di interpretazioni e di distorsioni. Per rimanere solo nel contesto più serio e pertinente, quello gnoseologico, si va dall’accezione aristotelica (per la quale la domanda è: cos’è l’ente?) a quella tomistico-medioevale (in che rapporto è l’ente con Dio?), a quella cartesiana (com’è organizzata la conoscenza dell’ente?), a quella kantiana (perché la metafisica non può essere una scienza, pur essendo una insopprimibile esigenza?), fino ad arrivare a quella heideggeriana (in che senso la metafisica è oggettivazione, “entificazione” del pensiero scientifico-tecnologico occidentale?) e da ultimo addirittura a quella popperiana e anglosassone (può essere rivalutata la metafisica come organizzazione – critica e provvisoria – dei concetti e dei saperi, capace di sottrarli al determinismo della specializzazione e di sollecitare costantemente nuove vie di indagine?): il che, tra l’altro, ci sembra sgomberi già di per sé il terreno rispetto ad una presunta inattualità della metafisica. Il concetto, o meglio, in questo caso, il termine che lo designa, è dunque passibile di una infinita varietà di interpretazioni: resta però unico, come si diceva, l’oggetto sotteso, quello attorno al quale girano le pur diverse domande.

Oggetto della indagine metafisica è l’essere nella sua essenza, al di là delle sue temporanee ed effimere determinazioni e dei suoi travestimenti fenomenici. Nulla di più lontano dalle forme mentis imperanti nella società e nella cultura attuali, sintonizzate l’una solo sull’apparire, l’altra solo sul divenire. Dedicare un sito, aprire un forum sulla metafisica non è nemmeno una sfida, è gettarsi in mare a Savona e puntare a nuoto sulla Corsica. Un gesto insensato, agli occhi dei più, che preferiscono magari incanalarsi nell’autostrada la domenica sera; ma un gesto che parte da una certezza, che la Corsica è là, e magari qualche volta, in condizioni ottimali, la si è anche intravista; e che offre almeno una compensazione, perché se si hanno buone braccia a un miglio dalla costa l’acqua è già più pulita. Anche l’essere è là, di questo siamo certi, e siamo altresì certi che non sia raggiungibile con traghetti o aerei o catamarani, ma possa rivelarsi solo a chi attraversa a braccia, con fatica e con ostinazione, il mare della conoscenza. Magari non si rivelerà mai, o forse già la prima bracciata ce lo renderà più vicino; ma a conti fatti anche naufragare in quel mare, come confessava il poeta, è già una dolce fine.

 

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Del viaggiare in largo e del viaggiare in profondo

di Paolo Repetto, 2002

Quando si parla di una via alla conoscenza, o del cammino verso il sapere, non si ricorre soltanto ad una metafora. Si esplicita visivamente un convincimento radicato, quello che associa il percorso mentale al movimento nello spazio. Prendiamo ad esempio il racconto dantesco dell’ultimo viaggio di Ulisse: vi è riassunta tutta la condizione di ambiguità congenita al cammino del pensiero, la miscela di grandezza e dannazione che lo caratterizza, e questa condizione viene esemplificata attraverso uno spostamento concreto, materiale. Di norma è proprio così che ci rappresentiamo il conoscere: dal momento che solo dello spazio abbiamo una percezione sensoriale, iscriviamo visivamente in esso le geografie delle possibilità e dei limiti umani. Consideriamo lo spazio come il mezzo da attraversare per approssimarci alla verità, e al tempo stesso come la distanza che ce la nega. Per muovere verso la conoscenza riteniamo dunque necessario sradicarci, svincolarci dai legami prossimi o remoti, incontrare genti e luoghi e idee e costumi sempre nuovi: e lo facciamo fingendo di ignorare che da questi incontri trarremo per lo più la coscienza di quanto poco ci è stato dato rispetto al molto che non abbiamo avuto e non avremo. La parabola marinara di Ulisse, quella aviatoria di Icaro, la corsa disperata per montagne e per valli del vecchierello leopardiano, raccontano la stessa cosa: conoscere equivale per noi a viaggiare, il viaggio è assieme anelito e costrizione, ma la meta è il fondo dell’abisso, il Maelstrom orrido e immenso ove precipitando si oblia il tutto. Oppure, se siamo di costituzione più ottimista, il mare nel quale è dolce naufragare.

Posso capire i lettori/viaggiatori che a questo punto hanno cominciato a toccarsi o mi hanno già mandato a stendere, ma voglio rassicurarli: non è mia intenzione rovinare loro il piacere genuino, l’emozione pura e immediata che il viaggio procura, né sindacare sulle loro scelte esistenziali (che sono poi anche le mie). Semplicemente, fermo restando che sull’approdo finale non ci piove, quello è e rimane, credo valga la pena riflettere su quanto dicevo sopra, di cui più o meno siamo convinti tutti: ovvero sull’identificazione della conoscenza con il movimento nello spazio.

È evidente che tra il viaggio e la conoscenza, al di là di ogni metafora, il rapporto c’è, ed è profondo: ma mi sembra opportuno ricordare che quella che scaturisce dal viaggio è una forma di conoscenza particolare, non solo per le esperienze che ne sono oggetto, ma per le modalità e la disposizione con le quali la si acquisisce. Il che può sembrare ovvio ma, almeno a giudicare dalla letteratura di viaggio di cui mi occupo da una vita e dai resoconti che leggo o ascolto quotidianamente, non lo è affatto.

Vediamo perché. Lo faccio partendo da una considerazione d’ordine più generale, molto terra terra, ma imprescindibile: noi cerchiamo la conoscenza per sottrarci alla consapevolezza della nostra finitudine. Da quando come sapiens, o forse prima ancora, non ci riconosciamo più nella ciclicità naturale, siamo impegnati a distrarre in ogni modo una coscienza che non è più in sintonia con la ripetitività del consueto. In una prospettiva del genere, evidentemente, nulla vale meglio del viaggio. Questo spiega perché lo spostamento fisico (ma anche mentale: ci sta anche il viaggiare sulle carte), sia considerato condizione necessaria e spesso sufficiente del conoscere, e come ciò abbia ha finito per “orientare” e determinare da sempre i modelli conoscitivi. Dovremmo quindi chiederci quali sono in sostanza questi modelli, e magari domandarci anche se dalla realtà attuale del viaggio possano ancora scaturire elementi di conoscenza con essi compatibili.

Per farlo torniamo alla metafora dell’itinerario spaziale alla conoscenza, che è poi tout court la metafora della condizione umana dopo l’incresciosa faccenda della mela e della conseguente cacciata dall’Eden. (la prendo un po’ larga, ma questo dovrebbe alla fine facilitare la comprensione di ciò che vorrei dire). Parlo della mela perché la vicenda sta in pratica all’origine di tutte le mitologie, ed è raccontata in termini pressoché simili in ogni angolo del globo. Cosa perfettamente naturale, perché l’aspirazione ad un “ ritorno” alla conoscenza nasce ovunque dalla consapevolezza di un distacco. Insomma, dal momento in cui l’uomo si accorge che qualcosa non quadra, che il suo tempo è determinato mentre quello del mondo non lo è, quel rapporto che in origine era immediato, in quanto il mondo era partecipato dall’interno, diventa necessariamente mediato: e la mediazione si traduce immediatamente in un giudizio. Per attingere quella che Platone chiama l’epistéme, una conoscenza certa delle cause e degli effetti, ci si pone di fronte al mondo e lo si legge attraverso il ragionamento (la diànoia platonica) o attraverso una intuizione intellettuale (la nòesis): l’una e l’altra modalità appartengono comunque ad un soggetto conoscente separato, che non partecipa, ma valuta. Dopo il distacco (l’uscita, la cacciata, quel che volete) il mondo è diventato per l’uomo un “altro da sé”, e non gli detta più in automatico le risposte, i modi e i ritmi dell’agire. In buona sostanza, gli uomini non agiscono più per istinto, ma sono chiamati a decidere del loro comportamento: e per farlo devono necessariamente “calcolare”, semplificare e scegliere. A questo mi riferivo parlando di modalità “valutativa” del conoscere: al fatto che, messo nella condizione di dover scegliere, l’uomo adotta un meccanismo binario di opposizioni: terra-cielo, caldo-freddo, destra-sinistra, uomo-donna, dentro-fuori, ecc., e si muove tra queste.

Il sapere, come ogni altro aspetto della vita, evolve per sintesi di opposti, di diversità che si incontrano e si fecondano. Oppure che si escludono, perché anche questa è una scelta. Maggiore comunque è la diversità, la distanza, più numerose sono le possibilità messe in gioco. In questo senso il viaggio, lo spostamento, funge indubbiamente da moltiplicatore di quelle occasioni di incontro e di ibridazione, o di scontro, dalle quali si generano idee nuove; ma esso implica anche l’adozione di un habitus mentale particolare. Un habitus da viaggio, appunto.

Sto parlando di quel tipo di viaggio che ti immerge completamente nella realtà diversa cui vai incontro, ti costringe a confrontarti con essa, a rifiutarla o a venire in qualche modo a patti. Non è quindi questione di durata, o di modalità più o meno spartane dello spostamento: non è detto, ad esempio, che una realtà la si conosca sempre meglio “dal basso”, in situazione di bisogno (era la consolazione cui mi aggrappavo cinquant’anni fa, quando giravo l’Europa senza una lira in tasca): una condizione di dipendenza distorce l’immagine né più né meno che una di privilegio. Allo stesso modo, a volte un incontro fuggevole e occasionale può fornire più elementi di conoscenza che non una permanenza prolungata. Mi riferisco invece al viaggio affrontato, quali che siano le modalità, gli scopi e i tempi, con una attitudine non superficiale. Il che significa portare nello zaino non la macchina fotografica, o non solo quella, ma un’idea del mondo da mettere alla prova. Questo aspetto mi sembra importante: troppo spesso si confonde il viaggiare con bagaglio leggero con un totale disimpegno critico, col lasciare aperto l’otturatore del cervello per uno shopping compulsivo di immagini e di emozioni. Il viaggio di cui parlo non è una corsa all’acquisto, dalla quale si porta a casa in genere solo paccottiglia. È un esercizio di scambio. In questo senso è probabilmente un’esperienza negata al nostro tempo, o comunque addomesticata dalla globalizzazione; ma non è stata frequente neppure in quelli che ci hanno preceduto. Insomma, il primo esempio che mi viene in mente è quello di Gulliver: è quindi chiaro che sto parlando di un idealtipo del viaggio.

L’import-export di idee non è però un’attività semplice. Portare a spasso delle idee significa comunque svellerle dal terreno culturale nel quale sono maturate, potarne le radici, disincrostarle dell’humus originario, alleggerirle insomma sino a renderle trasportabili: e poi adattarle bene o male al gusto e alle misure di coloro coi quali ci si confronta. Il che finisce per non attenere più soltanto al peso, ma incide sulla sostanza. Ogni bagaglio culturale che si esporta o si importa è necessariamente sottoposto ad un processo di standardizzazione, così come accade ad esempio per i cibi, la cui diffusione al di fuori dei luoghi tradizionali di consumo impone l’adeguamento a palati diversamente educati, a situazioni ambientali e a tradizioni alimentari differenti, e comporta quindi l’attenuazione o la perdita dei sapori forti, di tutte le caratteristiche legate alla disponibilità di particolari ingredienti o alla rispondenza a specifici fabbisogni. Si tratta di un processo del tutto normale, che investe ogni forma di interazione e di comunicazione già a partire dai livelli più elementari, anzi, è l’essenza stessa del comunicare: ma ciò non deve farci dimenticare che quando la diluizione di una cultura viene ripetuta infinite volte i suoi valori, le sue proprietà e la sua originalità si riducono a dosi omeopatiche.

Il problema – e che un problema esista basta a dimostrarlo lo stato attuale dell’interscambio culturale, il livello di qualità di quanto viene messo in circolo dalla globalizzazione – non concerne tuttavia solo il bagaglio. Assieme alle idee si trasforma anche il loro portatore: non solo, ma questi trasforma a sua volta lo spazio nel quale si muove. Una volta lontano dai condizionamenti del luogo originario, da una sudditanza parentale o sociale che gli impone riti e limiti di comportamento, accetti o meno che siano, il viaggiatore è libero di riconoscersi in altre identità, ha modo di cogliere la sua singolarità nell’evidenza del contrasto, incontra e sperimenta nuove forme di approccio all’esistente. O almeno, così dovrebbe essere se le differenze ancora esistessero. Cosa che oggi non c’è più: e purtroppo, ad annullarle hanno contribuito anche i viaggiatori.

Sradicarsi non significa infatti solo guadagnare delle opportunità: significa anche perdere in profondità, condannarsi alla superficie: e la forma di conoscenza che ne consegue non può che essere superficiale. Per quanto aperti e motivati, e magari preparati, ci si rapporta comunque agli spazi altri con uno sguardo laico, che ne coglie solo gli aspetti presenti, concreti e manifesti, avulsi da quella profondità storica che conferisce ad ogni luogo una sua sacralità: e quindi li si dissacra e li si apre agli innesti, alle novità e alle trasformazioni. Ogni viaggio, di esplorazione, di colonizzazione, di commercio, ma anche turistico o di studio, è di per sé una profanazione, in quanto introduce un elemento estraneo. Il viaggiatore può anche spogliarsi dei modi e delle convenzioni cui è soggetto nella propria cultura, riconoscersi come diverso, ma non si assimila mai completamente al mondo che incontra, perché non può e perché in realtà non vuole.

In più, dal momento che nessuno può saltare oltre la propria ombra, l’estraneo coglie della diversità solo ciò che è commisurabile con quanto già sa e conosce. Anche quando si trova di fronte a cose completamente nuove, che non hanno riscontro nella sua cultura di provenienza, le legge forzatamente con gli strumenti di cui la sua educazione lo ha attrezzato. Voglio dire che l’ambito nel quale si è in grado di comunicare nella situazione del viaggio è circoscritto: non può essere che quello degli elementi comparabili, delle grandezze e delle quantità, di ciò che è riconducibile a metri unificati e unificanti, siano essi culturali, economici o sociali: tutto il resto, ciò che si nutre attraverso radici che affondano nel tempo, che è radicato dunque, e non trasportabile, resta fuori. (Con questo mi sarò inimicato tutti i fans di Terzani, e non solo loro, ma non posso farci nulla: ho grossi limiti caratteriali, stento a convivere con la mia di cultura, figuriamoci se ho la presunzione di comprendere quella altrui. Di rispettarla, invece, si.)

Il fatto che solo ciò che sta in superficie possa essere messo in circolo, diventi oggetto e tramite della comunicazione, modifica necessariamente anche le scale di valori dell’interlocutore indigeno, il rapporto di quest’ultimo col suo stesso mondo. In sostanza il riconoscimento reciproco tra il viaggiatore e l’ambiente nel quale questi si muove presuppone una semplificazione: l’uno e l’altro adottano un codice che rende possibile l’incontro, ma a prezzo di un impoverimento stravolgente rispetto alla profondità e complessità di entrambe le culture in gioco. È un dato di fatto abbastanza ovvio, perché senza la riduzione ad un denominatore comune l’incontro non ci sarebbe, ma non posiamo ignorarne le conseguenze rispetto al tipo di conoscenza che induce. In una situazione del genere, nella quale la disposizione conoscitiva del viaggiatore, e per induzione quella di chi lo incontra, è per forza di cose comparativa, la percezione delle differenze avviene in forma classificatoria, valutativa, a dispetto o forse proprio in ragione di ogni buon proposito di obiettività, ed è già intesa alla sintesi e alla composizione, o al rifiuto, quindi al loro annullamento. Il che significa che questo atteggiamento contempla il dubbio, la presenza di diverse possibilità e soluzioni, ma solo come sfida, e lo tollera solo in funzione del suo superamento, di una superiore ricomposizione nella certezza.

Questo atteggiamento noi lo chiamiamo razionalità.

Ora, la razionalità è una forma della comunicazione, che si traduce in una modalità di conoscenza (o viceversa: è come per l’uovo e la gallina): ma è per l’appunto un modo, una forma. Il problema è che ha finito per essere confusa con la sostanza, per cui ormai si identifica il sapere con una delle sue possibili vie. Indagare il come e il perché ciò sia avvenuto va ben oltre gli intenti di queste righe (e le capacità del loro estensore), quindi non preoccupatevi. È tuttavia legato al nostro discorso. Mi limito a constatare che in origine l’opzione razionalistica è connessa all’affermarsi di una economia agricola stanziale, in contrapposizione a quella nomade-pastorale, e che questo non è un paradosso (anche se parrebbe più logico il contrario) perché il modo di produzione agricolo comporta alla lunga il prevalere della necessità dello scambio rispetto a quella del confronto, e quindi il ricorso alla mediazione. Ma mediare non significa accettare la differenza: implica anzi il superarla, quindi annullarla. Di conseguenza questa scelta, comunque la voglia considerare, cioè come propria della cultura occidentale e da questa imposta al resto dell’umanità, oppure intrinseca ad un necessario processo di civilizzazione, ha uniformato progressivamente, se non le capacità di risposta, almeno le aspettative e i bisogni, cioè i presupposti di ogni cultura: e proprio qui, saltando parecchi ulteriori passaggi, volevo arrivare.

Volevo arrivare a costatare come la “razionalizzazione” del mondo (della quale la globalizzazione è figlia, ma solo una delle tante) ha in buona misura reso nulla la portata conoscitiva dello spostamento, del viaggio. Lo sperimentiamo tutti. In un mondo equalizzato si finisce per incontrare dovunque lo stesso brodino culturale del quale oggi siamo nutriti, insaporito magari dagli aromi del folclore locale, ma identico negli ingredienti e nella sostanza. E il meticciato che consegue da questi incontri non risulta ormai più fecondo di alternative, di direzioni e di scelte, ma solo di mode effimere e false vie di fuga. Di fatto dunque, prescindendo da ogni giudizio di valore sul mondo razionalizzato e sulla conoscenza che ne abbiamo, possiamo constatarne una deriva suicida: sono state azzerate anche le possibilità di un confronto su schemi semplificati, è stato azzerato cioè il confronto tout court.

Probabilmente sarei stato molto più chiaro e vi avrei risparmiato tutto questo mappazzone ricorrendo ad un paio di esempi: ma forse non è troppo tardi (spero), anzi, giocati adesso possono risultare più illuminanti. Ho ascoltato proprio recentemente due versioni dello stesso viaggio in un paese dell’Estremo Oriente. Nel primo caso l’amica è tornata entusiasta dello stile di vita sobrio e dignitoso della popolazione, della sua resistenza al consumismo. Nel secondo l’amico, che aveva viaggiato al suo fianco per quasi tre settimane, raccontava di sperequazioni economiche e sociali intollerabili, di una povertà dalla quale tutti aspirano a fuggire, magari emigrando verso la Cina, il che è tutto dire, e del loro sogno ultimo che rimane l’Occidente. Ora, questo mi pare un esempio evidente che anche nel viaggio, come in montagna o in un rapporto sentimentale, ciascuno trova in definitiva solo quello che ci porta, ma soprattutto mi sembra testimoniare che la realtà con la quale ci si confronta è ormai talmente contaminata da non consentire un vero scambio, ma solo la ricerca di conferme a ciò di cui si era già intimamente convinti.

Dopodiché, il valore intrinseco di un viaggio, se si ha l’accortezza di non caricarlo di troppe aspettative “sapienziali”, naturalmente rimane: solo, è sempre più relativo ad un altro tipo di confronto, quello con se stessi: che non è poco, ma è cosa ben diversa da quanto da un viaggio un tempo ci si attendeva.

Vorrei ora considerare se esistano altre opzioni conoscitive, altri modi di “viaggiare”, capaci di offrirci una percezione diversa dell’esistente. Beninteso, non mi sto riferendo al ciarpame esoterico messo sul mercato dalla new age, ai misticismi da salotto, alle esperienze sciamaniche o allucinatorie, alle versioni patinate della saggezza orientale. Il discorso vuole essere un po’ più serio, e concerne la direzione del movimento a conoscere e il tipo di conoscenza che questa direzione consente. Se, ad esempio, invece di muoverci orizzontalmente, nello spazio, proviamo a rapportarci all’altra dimensione, quella verticale lungo la quale scorre il tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. In questo caso non siamo noi a tracciare le linee. Noi possiamo percorrere gli spazi, chiuderli o dilatarli, tendiamo oggi persino ad annullarli: ma rispetto al tempo non ci è consentita alcuna domesticazione. Dobbiamo subirne il movimento, e rinunciare a qualsivoglia certezza. Nel tempo, e del tempo, non è data conoscenza razionale, a dispetto di tutto lo strumentario tecnologico col quale ci illudiamo di imbrigliarlo: perché in esso le possibilità non si ricompongono, ma si aprono e si moltiplicano incessantemente, e non è consentito enumerarle, confrontarle, annullarle nella sintesi. Questo non significa che non sia data conoscenza alcuna: significa solo che per conoscere nel tempo è necessario piegarsi alla sua direzione, scendere cioè in profondità, e accettare di convivere con l’infinito ventaglio di opzioni che ogni attimo ha rappresentato e rappresenta: in altre parole col dubbio come condizione esistenziale e conoscitiva.

Provo a tradurre questa formulazione generica in percorsi concreti. Muoversi nel tempo può significare, ad esempio, ricostruire al di fuori degli schemi obbligati del dato di fatto, gli itinerari che ci hanno portati ad essere quelli che siamo; e quindi scendere all’indietro nella memoria, personale o collettiva, per indagare quali strade si siano presentate, quali sono state scartate e perché, e se non sia ancora possibile recuperarne alcune, e se questo recupero non possa essere la risposta a domande che, nella condizione attuale, rimangono sempre inevase. Non dunque un’operazione di antiquariato culturale, snobistico e fine a se stesso, e neppure un pasticcio di contaminazione postmoderna, che implica comunque la neutralizzazione dei valori di ciò che viene recuperato, o il suo uso solo ornamentale. L’indagine deve muovere da un approccio ben diversamente motivato, dalla disponibilità a rimettersi in gioco e a cercare in un confronto col tempo quelle potenzialità alternative che lo spazio ormai ha esaurite.

Vale a dire? Beh, ad esempio, l’espressione artistica è in grado di offrirci delle metafore adeguate di questa modalità di conoscenza: ci sono casi in cui riesce a sottrarsi all’orizzontalità del confronto spaziale e fissa in istantanee le terga del tempo, magari raccogliendo gli scarti che questi lascia lungo il cammino. I risultati non di rado sono discutibili (mi riferisco ad esempio all’arte povera), ma è apprezzabile l’intento di esplorare una dimensione che al contrario di quella spaziale vede permanere e anzi allargarsi le macchie bianche. E comunque, l’arte coglie lo spirito di questa immersione allorché si ferma a riflettere perplessa sulla propria capacità di “comprendere” letteralmente il mondo, sul “questo, e perché non quello?”.

Oppure, si possono fare viaggi bellissimi riprendendo in mano testi di duemilacinquecento anni fa: si scoprirà, tanto per fare un altro esempio, che il reddito di cittadinanza non lo hanno inventato i nostri politici d’assalto, ma il buon Pericle, e che anziché garantire la democrazia (quella ateniese, per carità, tutt’altro che perfetta) l’ha mandata a picco. La storia non si ripete, ma spesso fa rima, e varrebbe la pena ricominciare a imparare a memoria un po’ di poesie.

Insomma, forse è il caso di rivedere un po’ il convincimento da cui si erano prese le mosse, che cioè il correre, il muoversi per il mondo, sia sempre meglio dello stare, e il discorrere, il mettersi a confronto, sia preferibile al tacere e al meditare. Può essere vero, in tanti casi, ma non lo è certamente in assoluto. È discutibile infatti che veder crescere un albero conferisca un sapere meno profondo dell’aver visto molti alberi diversi. Conferisce senz’altro un sapere diverso, meno spendibile sul piano dell’autoaffermazione, ma assai più pregiato sulla via dell’autocoscienza.

Se si considera questa possibilità, di tramutare il desiderio per le cose dello spazio in desiderio per le cose del tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. Intanto ci si può rendere conto del fatto che di norma per metà del cammino non facciamo che tornare sui nostri passi e che in verità conosciamo bene solo ciò da cui fuggiamo e non ciò che cerchiamo (non lo dico io, lo diceva Montaigne), e quindi più che annullare distanze le creiamo, le inframmettiamo tra noi e ciò di cui davvero ci importa, e che costituisce il metro, positivo o negativo, al quale commisuriamo ogni conoscenza. Si può scoprire che se pure è lo spazio il mezzo di cui abbiamo percezione, possiamo attraversarlo solo nel tempo, ed è il tempo il nostro orizzonte.

In un romanzo di Chesterton un tizio parte dall’Inghilterra per i Mari del sud, sbaglia rotta e dopo aver circumnavigato il globo finisce nuovamente sulle coste inglesi. È convinto di aver scoperto una nuova isola, tra l’altro commette adulterio con sua moglie, e solo alla fine si rende conto di essere andato alla ricerca di ciò che già aveva. Forse è questo il vero senso del viaggio.

Come scrive un contemporaneo e quasi connazionale di Chesterton, T.S. Eliot:

Noi non cesseremo di esplorare,
e fine di ogni nostra esplorazione
sarà arrivare là donde partimmo,
e conoscere il luogo per la prima volta.

 

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Per una storia della letteratura di viaggio in Italia

di Paolo Repetto, 2002

I percorsi e le scoperte (letterari) di questi ultimi anni mi hanno portato a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio. Giudizio che avevo espresso diverso tempo fa e che ho volutamente riportato nel mio precedente articolo.

L’assenza di interesse cui mi riferivo caratterizza soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, quello della mia formazione), quando gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali.

Ma nella prima metà del Novecento, per ragioni opposte, questo interesse c’era stato, e lo testimonia ad esempio un’iniziativa editoriale della Paravia dedicata a I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni Trenta, dello sciovinismo di regime: avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, ma non solo, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle biografie di Colombo, Magellano e Cook, vicende come quelle di Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Ludovico de Varthema. A giudicare da ciò che trovo nei mercatini dovette godere di una certa diffusione, almeno nelle librerie delle case borghesi, ed è l’unico mio motivo di rammarico per non essere nato in una famiglia benestante (in verità ce n’è un altro, legato alle riduzioni a fumetti dei grandi classici della letteratura avventurosa che anni dopo la Magnesia San Pellegrino distribuiva in omaggio ai clienti: a casa mia nessuno aveva problemi di digestione).

Rivista oggi, sotto un’altra luce, e ferme restando le differenze qualitative e quantitative rispetto a tradizioni letterarie come quelle inglese e francese, la letteratura italiana rivela in realtà un rapporto intenso col tema del viaggio, soprattutto fino al XVIII° secolo. Una breve carrellata lo dimostra.

Si può idealmente partire da Dante e da Brunetto Latini (Il tesoretto) per il viaggio allegorico, ma per il resoconto di viaggi reali occorre attendere Petrarca. Quest’ultimo è costantemente a caccia di manoscritti nelle biblioteche europee, e quindi visita Parigi, le Fiandre e i paesi della valle del Reno: ma nel frattempo attraversa anche a cavallo la selva delle Ardenne, e scala il Monte Ventoso (Ventoux). La sua irrequietudine è documentata nelle Epistole Familiari (I, 4 e 5).

È però già possibile ravvisare un atteggiamento tutto italiano nei confronti del viaggio nello stilnovista Guido Cavalcanti, che parte da Firenze nel 1294 per un pellegrinaggio a San Jacopo in Galizia, ma si ferma a Tolosa perché lì ha trovato una bella donna (lo confessa nel Canzoniere). Ed è questo, tra l’altro, l’unico motivo per cui abbiamo notizia del pellegrinaggio.

Il primo resoconto di un viaggio extraeuropeo di qualche interesse è invece quello di Giovanni dal Pian del Carpine, frate francescano inviato nel 1245 dal papa a Karakorum, presso il sovrano dei Tartari, nipote di Gengis Khan (Viaggio ai Tartari). Tira un po’ sul meraviglioso, ma la narrazione è sostanzialmente attendibile. Descrive il clima e l’estensione del paese, il modo di vestire, le abitazioni, la religione, l’alimentazione, l’organizzazione politica e militare dei mongoli, il modo di trattare i popoli sottomessi ecc… Per essere un religioso medioevale, si dimostra assolutamente libero da pregiudizi.

Un quarto di secolo dopo (1271) ha inizio il viaggio di Marco Polo, narrato poi (in francese) nel Livre des merveilles, e oggi conosciuto come Il Milione. Dal momento che il libro non fu scritto da Marco stesso, ma dettato a Rustichello da Pisa, si ha motivo di credere che molti degli elementi favolosi presenti nel racconto siano frutto della fantasia e della cultura di quest’ultimo. Ma il risultato non cambia. È una pietra miliare nel genere, e sorprende un po’ costatare che non ha trovato imitatori (almeno in Italia) per oltre due secoli.

Un piccolo boom della letteratura di viaggio si ha invece nel periodo rinascimentale. Tengono diari minuziosi dei loro spostamenti i diplomatici come Machiavelli e Guicciardini, soprattutto quest’ultimo (Diario del viaggio in Spagna), mentre raccontano viaggi fantastici su e giù per l’Europa e per il vicino oriente i poeti come Boiardo (Orlando innamorato) e Ariosto (Orlando furioso, con un salto anche sulla Luna). Tuttavia quando parla dei suoi viaggi reali (nelle Satire) Ariosto non manifesta grandi entusiasmi.

L’elemento cruciale di novità è però la scoperta di un continente nuovo. Cominciano a fioccare i resoconti dei viaggi oltre oceano, a partire da quelli di Cristoforo Colombo (Diario), di Amerigo Vespucci (Lettera a Pier Soderini, 1506) e di Giovanni Verrazzano (Lettera a Francesco I, re di Francia, 1524), destinati a diventare dei classici del genere. Sono altri però, molto meno noti, a lasciare le tracce più succose e intriganti del nuovo spirito nomade e avventuroso che anima il Cinquecento. Tra questi spicca il già citato Lodovico de Varthema (Itinerario dallo Egypto alla India, 1512), un incredibile avventuriero che arriva in India prima dei Portoghesi stessi, viaggiando per via di terra e attraversando tutto il mondo mussulmano. È difficile distinguere nel racconto di de Varhema la verità dalle millanterie, ma anche queste sono divertenti, di fatto comunque la gran parte delle sue avventure è testimoniata da riconoscimenti ufficiali.

Un secolo dopo il romano Pietro della Valle percorre un itinerario quasi identico (narrato nel Diario di viaggio in Persia), ma reso più complicato dal fatto che buona parte del percorso la fa in compagnia della salma imbalsamata della giovane moglie. Credo sia un’esperienza unica nella storia della letteratura di viaggio.

Il grande coordinatore di quest’ultima è Giovan Battista Ramusio, veneziano, che tra il 1550 e il 1559 pubblica i tre volumi delle Navigazioni e viaggi, dove sono raccolti tutti i materiali editi ed inediti relativi ai viaggi di scoperta del mezzo secolo precedente. Tra questi, la drammatica Relazione del primo viaggio attorno al mondo, scritta dal vicentino Antonio Pigafetta, compagno di Magellano e diarista ufficiale dell’impresa. La circumnavigazione è ripetuta verso la fine del secolo da un fiorentino, Francesco Carletti, che la descrive nei Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo, (editi solo nel 1701), magari meno emozionanti del racconto di Pigafetta ma di grande interesse per le descrizioni dei popoli delle Americhe e dell’Asia e delle loro culture.

Nel Seicento sono soprattutto i Gesuiti a raccontare le missioni evangelizzatrici proprie, come Matteo Ricci (Lettere e Storia dell’introduzione del Cristianesimo in Cina, 1608)), o altrui, come Daniello Bartoli (Missione al Gran Mogor, 1653). Per il resto, non essendosi sviluppata in Italia una cultura “libertina”, il tema del viaggio è relegato in secondo piano.

Un risveglio si ha nel secolo successivo. Gli stimoli che arrivano dall’Illuminismo, il clima cosmopolita e il desiderio di entrare nel Grand Tour invertendone la direzione inducono nuovamente i letterati italiani a muoversi. Lo fanno animati da un forte spirito critico nei confronti del proprio paese, ma non mancano di esercitarlo anche verso gli altri. E soprattutto lo riversano nei loro diari. A dare l’esempio è Francesco Algarotti, grande divulgatore scientifico e viaggiatore lungo un ventennio per tutti i paesi del Nord-Europa, autore tra l’altro dei Viaggi di Russia. Quasi contemporaneamente Giuseppe Baretti lascia nelle Lettere familiari ai suo’ tre fratelli (1762) delle pungenti annotazioni sui suoi itinerari attraverso Portogallo, Spagna e Francia e sul suo soggiorno in Inghilterra. Baretti quando è in giro non fa sconti a nessuno, ma è evidente che a stargli stretta è proprio l’Italia (e sceglierà infatti di rimanere in Inghilterra). Un altro bello spirito, Vittorio Alfieri, gira l’Europa per cinque anni, tra il 1767 e il 1772, toccando la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, l’Austria, la Prussia, la Danimarca, la Svezia, e ce ne dà conto ne la Vita scritta da esso. Ne ricaviamo poco sulla situazione dei vari paesi, ma del carattere del conte alla fine non ignoriamo più nulla. Così come di Giacomo Casanova, che fa avanti e indietro per tutta la vita, battendo l’intero continente e raccontandolo (nella Storia della mia vita, 1798) da un punto di vista senz’altro singolare.

Meno attento a sé e più a ciò che lo circonda è Luigi Angiolini, che lascia delle interessantissime Lettere sopra l’Inghilterra, Scozia e Olanda (1790), nelle quali, come avviene per tutti gli altri autori di questo periodo, coglie l’occasione per lamentare il degrado culturale e civile dell’Italia a confronto con i paesi europei del Nord. Altri, come Giovan Battista Malaspina (Relazione del viaggio in Francia e in Spagna, 1786), sono meno esterofili, ma non mancano di sottolineare i ritardi italiani.

Il romanticismo nostrano, a differenza di quello europeo, non segna un ritorno alla grande del viaggio nella letteratura e della letteratura di viaggio. I nostri maggiori romantici magari si spostano all’estero (Foscolo in Francia e in Inghilterra, Manzoni in Francia), ma non reputano importanti queste esperienze. Meno che mai il viaggio costituisce un tema significativo nella narrativa e nella poesia. C’è molto attaccamento al focolare domestico, ai tetti e al campanile. Chi si sposta in genere non è un viaggiatore, ma un esule (Renzo, Jacopo Ortis, Carlino Altoviti ne Le confessioni di un Italiano del Nievo) o un emigrante. E solo nel tardo Ottocento compare qualche accenno a quest’ultimo tema. Edmondo de Amicis è l’unico autore italiano a raccontare, in Sull’oceano, un fenomeno che forza milioni di persone a cambiare latitudine o emisfero. Fioriscono in compenso le pubblicazioni periodiche destinate ad un pubblico di media e bassa cultura (il Giornale illustrato dei viaggi), infarcite di esotismi da salotto e di inverosimili peripezie, ed esplode il viaggio immaginario e popolar-avventuroso nei romanzi d’appendice di Emilio Salgari.

Tra i resoconti genuini di viaggi di esplorazione qualche valore anche letterario hanno La scoperta delle sorgenti del Mississippi di Giacomo Beltrami, Sette anni nel Sudan egiziano di Romolo Gessi, Due anni tra i cannibali di Carlo Piaggia e soprattutto il Viaggio allo Yemen di Renzo Manzoni, quest’ultimo forse l’unico in grado di reggere il confronto con i viaggiatori-narratori anglosassoni e francesi.

Ancora nella prima metà del Novecento il racconto di viaggio rimane confinato in un genere minore. Non mancano letterati che vi si cimentino (a partire da Guido Gozzano con Verso la cuna del mondo, o da Emilio Cecchi con America Amara e Viaggio in Grecia); ma sono soprattutto i giornalisti come Luigi Barzini (Il libro dei viaggi), Bruno Barrili (Il viaggiatore volante), Virgilio Lilli (Penna vagabonda) e Vittorio G. Rossi (Tropici) a produrre le cose migliori. In qualche caso, come per il Viaggio in India (1966) di Alfredo Todisco, sono le profonde trasformazioni intervenute nel frattempo a rendere interessante la fotografia di un mondo scomparso. In altri, come per Un’idea dell’India e Passeggiate africane di Moravia, ma anche L’odore dell’India di Pasolini, riesce fin troppo evidente come spesso nei viaggi si trovi null’altro che ciò che ci si porta.

Solo nell’ultimo scorcio del secolo il rinnovato interesse per l’argomento ha portato alla creazione di veri capolavori (come Danubio, di Claudio Magris), oltre che alla emersione (o in qualche caso, riemersione) di un paio di generazioni di bravi narratori di esperienze di viaggio, da quelle asiatiche di Fosco Maraini (Incontro con l’Asia), Tiziano Terzani (In Asia) e Giorgio Bettinelli (In Vespa), a quelle americane di Pino Cacucci (La polvere del Messico), Cesare Fiumi (La strada è di tutti) e Alessandro Portelli (Taccuini americani), a quelle africane di Carla Perrotti (Deserti), fino a quelle mondiali di Walter Bonatti (In terre lontane).

Si è ridestato anche l’interesse per la storia del viaggio e dei viaggiatori, che ha trovato ottimi narratori in Stefano Malatesta (Il cammello battriano, Il mare di sabbia) e soprattutto in Attilio Brilli (a partire da Quando viaggiare era un’arte). Brilli è il grande maestro della loggia dei viaggiatori “in su le carte”, una enciclopedia ambulante (appunto) della letteratura odeporica, e ha al suo attivo un numero straordinario di titoli.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, che nell’articolo sopra citato attribuivo soprattutto ad una moda di importazione (e confesso che sostanzialmente ne sono ancora convinto), ha dato nel nuovo secolo frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va ad autori del calibro di Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura, raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (É oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico.

Anche in Italia incontrano infine un crescente successo i “viaggiatori estremi”, in sostanza quelli che si muovono a piedi su lunghe distanze. Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Quella longitudinale, dall’Argentario al Cònero, l’aveva già narrata in Nessuno lo saprà. Brizzi percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli della Via Francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Come Rumiz, e come tutti gli altri citati, sa scrivere bene. E questo è sempre un vantaggio per la letteratura, se non una condizione imprescindibile, ma per quella di viaggio può costituire anche un rischio. Perché chi ama le narrazioni di viaggio in realtà bada molto più alla sostanza che alla forma, vuole identificarsi con i luoghi e con le storie, più che lasciarsi coinvolgere dalla malìa delle parole. Oggi i viaggi vengono intrapresi sempre più solo per poterne poi scrivere, e c’è il rischio che il piacere letterario lasci poco spazio a quello della fantasia. Quando si legge per immaginare noi stessi a compiere il viaggio un racconto troppo perfetto ci esclude, non consente di figurarci qualcosa di diverso da ciò che viene raccontato.

È quanto sembra aver capito molto bene Roberto Giardina, che in due poderosi volumi (L’altra Europa. Itinerari insoliti e fantastici dell’Europa di ieri e di oggi e L’Europa e le vie del mediterraneo ha condensato un repertorio vastissimo di itinerari possibili e di suggestioni storiche da inseguire. Pochissime pagine per ciascuna tappa, descrizioni all’osso, rimandi storici a vicende e personaggi spesso sconosciuti: un liofilizzato di indicazioni che l’autore consegna al lettore come una possibilità, un ricettario con gli ingredienti essenziali: il gusto, sembra dirgli, ora devi mettercelo tu.

 

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Percorsi bibliografici n. 9

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Come da consuetudine vi segnaliamo le ultime letture che hanno suscitato in noi, se non entusiasmo almeno interesse. Anche se non sembra sono legate da un filo: quel filo che consente di comunicare a distanza, senza saperlo e senza conoscersi, con chi condivide il piacere di quelle pagine.

SENTIERI DELL’UTOPIA
Fiumi, C. – La strada è di tutti – Feltrinelli 2000
Sackville-West, V. – Il più personale dei piaceri – Garzanti 1982
Thoubron, C. – Il cuore perduto dell’Asia – Feltrinelli 1994
Bryson, B – Una passeggiata nei boschi –Guanda 2000
Sepúlveda, L. – Raccontare, resistere – Guanda 2002
Singer, P. – Una sinistra darwiniana – Comunità 2000
Rorty, R.  – Una sinistra per il prossimo secolo – Garzanti 1999
Revelli, M. – Oltre il Novecento – Einaudi 2000
Galimberti, U. – Psiche e tecne – Feltrinelli 1999
Boockchin, M. – L’ecologia della libertà – Eléuthera 1984
Menghi, M. – L’utopia degli Iperborei – Iperborea 1998
De Tocqueville, A. – L’amicizia e la democrazia – Ed. Lavoro 1987
Monti, A. – Il mestiere di insegnare – Arabafenice 1994
Ausseur, C. – Parigi. Passeggiate letterarie – E/o 1999
Miller, G. – Uomini, donne e code di pavone – Einaudi 2002

SENTIERI DELLA POESIA
Flaubert, G. – Bibliomania – Immaginaria 1992
Löwenthal, L. – I roghi dei libri – Il Melangolo 1991
Bettini, M. – Con i libri – Einaudi 1998
Manguel, A. – Una storia della lettura – Mondadori 1997
Diliberto, O – La biblioteca stregata – Robin Edizioni 1999
Huizing, K. – Il Mangialibri – Neri Pozza 1996
Vila-Matas, E. – Bartleby e compagnia – Feltrinelli 2002

SENTIERI DELLA FANTASIA
Winchester, S. – L’assassino più colto del mondo – Mondadori 1999
Brera, G. – Addio bicicletta – Rizzoli 1980
Brera, G. – Coppi e il diavolo – Baldini & Castoldi 1994
Fiumi, C. – Storie esemplari di piccoli eroi – Feltrinelli 1996
Clarke, W.R. – Sesso e origine della morte – MacGraw Hill 1998

 

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Il rovello del bibliomane

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Alle infinite angosce variamente distribuite tra i mortali il bibliomane ne unisce una tutta sua, che non è affatto accessoria, perché cresce sul lungo periodo e relega in secondo piano ogni altra. La bibliomania è una vera e propria sindrome maniacale, che riversa su un settore specifico la spinta all’accumulo tipica della società capitalistica (ma non solo). Si capitalizza un sapere, si mette da parte per i tempi venturi, quasi che quelle pareti grondanti pagine possano racchiuderti entro verità, ovattarti la vita, creare una camera stagna contro l’angoscia del nulla che preme dall’esterno.

Godo alla vista dei miei scaffali pieni zeppi, fitti di nomi più o meno familiari. Godo di sapermi circondato da una sorta di inventario della mia vita, con preannunci del futuro. Amo scoprire in volumi quasi dimenticati tracce delle mie passate letture: appunti a margine, biglietti dell’autobus, foglietti con nomi e numeri misteriosi, una data e un luogo scarabocchiati sul frontespizio che mi riportano a un certo caffé, a un certo albergo, a un’estate di tanto tempo fa.    ALBERTO MANGUEL

Ti fasci di libri per isolarti e per avere concrete certezze. Hai l’impressione di vincere il tempo e lo spazio: ciò che di bello e di importante è stato pensato, detto e scritto in ogni tempo e in ogni luogo lo hai lì, a tua disposizione, ti dà sicurezza, ti conforta, non fosse altro perché puoi appurare che quello che pensi e che credi è stato anticipato ed è condiviso da altri, e altri lo condivideranno proprio attraverso quei libri. Insomma, non sei solo.

E tuttavia, tuttavia qualcosa che ti angoscia in quegli stessi libri c’è. C’è il fatto che non potrai portarteli dietro per sempre, e che sono una parte di te che vorresti continuasse a vivere, anzi, sono la parte più importante di te. La tua biblioteca ha raccolto tutti i tuoi pensieri e desideri e speranze e felicità, è diventata un organo vitale: ed è l’unico organo che vorresti davvero fosse espiantato e trapiantato in qualcuno, e continuasse a vivere. Ma è un organo particolare, che non può andare a chiunque. Vorresti poter scegliere il beneficiario, assicurare a quell’organo la possibilità di funzionare a dovere.

Gli eredi, si sa, non amano le biblioteche. Non ne apprezzano il valore affettivo e culturale. Si preoccupano degli spazi, sono infastiditi dalla polvere, inorridiscono per i minuscoli abitatori dei libri.     OLIVIERO DILIBERTO

Non è facile. Perché da un lato i destinatari potrebbero sembrare tanti, ma dall’altro nessuno corrisponde perfettamente alle aspettative. E poi, i libri si sono affezionati a quella parete, su quegli scaffali hanno vissuto gli uni accanto agli altri. Non possono essere separati e non possono essere portati via di lì. Non vi è nulla che induca malinconia come una biblioteca smembrata. L’idea di una vita trascorsa a mettere assieme quel senso, e quel senso che se ne va a pezzi. Il senso era nei titoli, e nell’accostamento dei titoli, e nella collocazione in certi punti particolari dello scaffale, in un criterio di maggiore o minore evidenza.

Sparpagliare quei titoli, dividerli, significa gettare al vento le polveri. Tanto vale, allora, iniziare a bruciare libro per libro, come fa Pepe Carvalho, e aspirarne il fumo e il calore. Forse quella pratica, che sulle prime mi aveva scandalizzato, non è poi così bizzarra. È già novembre. Devo rimettere in funzione il caminetto.

Prendeva un libro, ne sfogliava le pagine, ne tastava la carta, ne esaminava le dorature, la copertina, le lettere, l’inchiostro, le pieghe e la disposizione dei disegni attorno alla parola finis; poi lo cambiava di posto, lo metteva su un ripiano più alto e restava per ore intere a gustarne il titolo e la forma.     GUSTAVE FLAUBERT

 

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Parola all’immagine

ovvero l’arte della ricerca iconografica

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Gli articoli comparsi finora sulla rivista hanno contratto un debito che è venuto il momento di pagare. Un debito nei confronti degli artisti che, loro malgrado, hanno contribuito a rendere più accattivanti i testi. E non è improbabile che, spesso, le immagini abbiano espresso molto più chiaramente i concetti di quanto potessero fare le parole scritte.

I testi nascono da una mozione interna alla denuncia, alla riflessione e alla constatazione.

Le immagini arrivano dopo, e spesso l’autore dell’articolo non se ne cura. Paolo ed io, di conseguenza, ci improvvisiamo “art director” e cominciamo a scartabellare nella sua variegata e ricca biblioteca, alla ricerca dell’adeguato corredo iconografico.

Le immagini devono essere preferibilmente in bianco e nero, avere un sapore di antico e finito, e collegarsi ovviamente, anche solo per assonanza, all’argomento trattato.

Le ricerche iniziano sempre dai fumetti. Ken Parker e Corto Maltese, oltre ad essere modelli di vita, sono fonti inesauribili di citazioni.

Poi saccheggiamo i libri “vecchi”, quelli che non avevano pagine patinate e colorate, ma erano ricchi di riproduzioni di stampe, litografie e incisioni.

I libri d’arte e quelli sul vecchio west sono infine nostro pane quotidiano.

Così la razzia iconografica incomincia …

I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando, minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando perciò il consumo delle più insulse brodaglie. In tali condizioni i lettori non possono essere che sovversivi.   ALBERTO MANGUEL

È impossibile qui ringraziare tutti gli autori, a volte sconosciuti, che hanno arricchito la rivista. Ma credo che il migliore dei ringraziamenti sia proprio il fatto di averli citati.

Sarebbero anche state necessarie didascalie chiarificatrici, ma probabilmente avrebbero meritato più spazio dell’articolo stesso.

Scusandoci dei nostri furti ci limitiamo quindi a commentarne una, quella che accompagna questo pezzo.

L’immagine riprodotta ha una particolarità che la rende unica: mentre i nostri articoli nascono sempre con la stesura del testo – la ricerca delle immagini è successiva – in questo caso è avvenuto l’opposto.

Ricercando, appunto, immagini per questo numero di Sottotiro mi è capitata tra le mani una stampa che illustra il libro Una storia della lettura di Alberto Manguel, e mi è nato il desiderio di scrivere un articolo che la commentasse.

Tratta dal Practical Magazine di New York del 1873, è la più antica raffigurazione di un lector  in una fabbrica di sigari.

Il lector era l’operaio che durante la metà dell’Ottocento veniva pagato dai colleghi per leggere nelle fabbriche cubane di sigari.

Inizialmente questi “operai specializzati” leggevano il bollettino del primo sindacato cubano, ma presto si trasformarono in voce del popolo ignorante (il 75% della popolazione era analfabeta). Il lector leggeva libri di storia, di narrativa, di poesia e persino di economia politica.

La noia per i gesti ripetitivi del sigaraio era scacciata dalla voce del lector, che leggeva quotidiani al mattino e romanzi al pomeriggio.

Ogni commento era proibito, si doveva aspettare il termine della lettura per le considerazioni.

Pare che il libro di maggior successo fosse Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, tanto che gli operai chiesero e ottennero dall’autore il permesso di intitolare i sigari fabbricati col nome del protagonista.

Ovviamente questa attività fu molto presto proibita, perché “distraeva” i lavoratori dalle loro mansioni.

Collezione di licheni bottone

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Ogni passione spenta

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Questo numero di Sottotiro, nono della serie, sesto delle edizioni dei Viandanti, è assolutamente inutile. Non è una novità, lo erano anche gli altri. Ma questo è diverso. C’è di più. È infatti assolutamente inutile non solo negli esiti, come i precedenti, ma già negli intenti. È quindi animato da una nuova consapevolezza. Vuole essere inutile, a tutti gli effetti. Non influirà sul PIL, né su quello nazionale né tantomeno su quello privato dei redattori, non aprirà inediti orizzonti, non favorirà scambi culturali e non cementerà vecchie amicizie. Rinuncia in partenza a qualsivoglia ambizione polemica o letteraria, e a dire il vero per ottenere tutto ciò non è stato necessario un grosso sacrificio, è bastato continuare sulla vecchia linea.

Che bisogno c’era allora di questa dichiarazione, se nella sostanza non è cambiato niente? Beh, intanto urgeva la necessità di un editoriale: la regola è questa e una chiave di lettura occorre pur darla. E poi c’è il fatto della scommessa. Questo numero nasce, a distanza di tre anni dall’ultimo uscito, solo in risposta ad una scommessa. Ci eravamo ripromessi di arrivare sino a dieci, ci sembrava il minimo perché una rivista potesse ambire ad una presenza «storica». Non ce l’abbiamo fatta. Non siamo stati sorretti da sufficiente spirito, o forse siamo rimasti ingenuamente delusi dall’assenza di un qualsivoglia riscontro, o semplicemente non ci divertivamo più. Sta di fatto che abbiamo finito per parlarne sempre più raramente, dando per scontato che era finita un’epoca, o più modestamente il momento magico dei Viandanti delle Nebbie. Ma le scommesse vanno onorate, prima di tutto quelle con se stessi, se si vuol mantenere un minimo di autostima; e quindi il tarlo ha continuato a lavorare, in tutti questi anni, e a non dare pace. Ed ecco il risultato, l’ormai dato per disperso numero nove. Il Nove sarà dunque solo la penultima rata, pagata oltre scadenza, di un debito che avevamo contratto con noi stessi sei anni fa (e pare un secolo) e che intendiamo estinguere. Non vuole dimostrare niente, non vuole fingere che siano ancora in vita sodalizi e sentimenti e speranze che semplicemente, senza drammi, hanno lasciato il posto ad altro. Ci siamo ancora divertiti a farlo, crediamo che qualche attimo di piacere la lettura di queste pagine possa regalarlo, senza sottrarne alla conoscenza (quale?). E questo ci basta per promettere che un giorno, forse tra altri tre anni, o invece solo fra tre mesi, comparirà anche il fatidico dieci. Che sarà magari uno speciale, denso di stimoli e di ricordi e di esperienze nuove; oppure, più realisticamente, un numero di commiato. Mesto, solitario e definitivo.

 

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Per una metacritica della gnoseologia

ovvero: Dell’importanza di titolarsi giusto

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Credo che pochi possano azzardare un titolo come questo. Solo quegli autori che occupano quasi uno scaffale nel settore scienze umane. Infatti il titolo non è mio, è di un libro di T.W. Adorno, libro che peraltro non ho mai letto e che non ha alcuna attinenza con l’argomento che vado a trattare. Serve solo ad introdurre il tema vero, quello proposto tra parentesi: quanto sia importante un titolo che suona giusto.

Ho sempre subìto la seduzione dei titoli azzeccati. Di quelli molto musicali, soprattutto di quelli metricamente ben scanditi: per esempio, quello di cui mi sono sfacciatamente appropriato è un perfetto doppio ottonario, che mi aveva immediatamente affascinato perché suggerisce una inspirazione ed una espirazione complete. Lo tenevo in fresco da trenta e passa anni, aspettando il momento per giocarmelo al meglio. Nel frattempo ho fantasticato tutti gli usi possibili di un libro con un titolo simile: deterrente per gli scocciatori che pretendono di dividere con noi lo scompartimento ferroviario (il volume abbandonato supino sul sedile, la copertina spalancata, come in una pausa momentanea): oppure posato con noncuranza, ma bene in vista, sulla cattedra dell’esaminatore, come scelta di lettura facoltativa. O ancora, da far trovare sul tavolo in occasione delle visite di parenti, per abbreviarle: o sulla scrivania, alla vista dei visitatori, per metterli subito al loro posto. Ma non l’ho mai comprato. Temevo mi vincesse la curiosità di leggerlo, o quanto meno di sfogliarlo, e che l’incanto svanisse.

Non è andata così, invece, per un altro dei miei titoli preferiti, Il cuore è un cacciatore solitario, endecasillabo in tre battute che traduce mirabilmente il triplice soffio del novenario originale: The heart is a lonely hunter. In questo caso da esso mi è venuto uno stimolo fortissimo alla lettura, e sono grato alla McCullers di averlo scelto. L’endecasillabo trifasico è indubbiamente il mio preferito: qualcosa che si intitoli Sogno di una notte di mezza estate è un capolavoro già in sé, e Se una notte d’inverno un viaggiatore o Passeggiate nei boschi narrativi non possono non imprimersi tentatori nella memoria. Ma apprezzo anche il dodecasillabo in doppio senario, soprattutto quando è intriso di una secchezza anticipatrice come ne La solitudine del maratoneta: e godo della perfezione ritmica di novenari come L’inverno del nostro scontento o Ilona arriva con la pioggia, anche se in questi casi la lettura non conferma l’incantesimo. Ho notato per inciso come stranamente Leopardi, creatore di suggestivi incipit endecasillabici, prediliga nelle titolazioni gli ottonari (La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio, L’ultimo canto di Saffo), più raramente i novenari (La quiete dopo la tempesta, Cantico del gallo silvestre), salvo poi sforare fino alle quattordici sillabe del Canto notturno o dei Paralipomeni.

Perché tutta questa attenzione per i titoli? Perché il titolo non è solo parte integrante dell’opera, ma viene prima e dopo l’opera stessa. Ne è l’annuncio e il veicolo pubblicitario, e quindi deve contenere dei messaggi forti che riguardino i contenuti, i personaggi e le atmosfere, o che non li riguardino affatto ma chiamino in causa la curiosità e la capacità associativa del lettore. Può farlo in molti modi. Può suggerire ad esempio alcuni aspetti dell’argomento, lasciandoci poi il gusto di riconoscerli nel testo: In mezzo scorre il fiume riesce a condensare l’elemento unificante, il fiume appunto, e il rapporto con esso e con la pesca, ma anche la diversificazione dei destini dei due protagonisti, perché il fiume che li unisce è anche metafora di una vita affrontata in modi dissimili. Allo stesso modo, Il senso di Smilla per la neve anticipa sia l’ambientazione che la straordinaria personalità della protagonista.

Ma il messaggio può scegliere anche strade diverse, per esempio quella dell’incisività, che non suggerisce ma impone il contenuto (formidabile la triade bisillabica di Camus, L’etranger, La peste, La chute, ma riesce anche molto incisivo, ad esempio, Senilità di Svevo). Oppure quella della stranezza, che punta sullo spiazzamento del lettore: Qualcuno volò sul nido del cuculo non ci dice assolutamente nulla dei contenuti (ma anche The Catcher in the rye, l’originale de Il giovane Holden, alla lettera “L’acchiappatore nella segale”, in questo senso non scherza), e tuttavia ci lascia una gran voglia di sapere perché diavolo l’abbia fatto – di volare nel nido del cuculo, intendo. O, ancora più sottile, quella della banalità, che non risulta più tale quando va a titolare un libro, e che ci spinge a leggere Morte di un apicultore (sembra il titolo di un breve di cronaca sul giornaletto locale) o Il pomeriggio di un piastrellista. Più smaccata, in questo senso, appare la maniera pirandelliana, che gioca ad anticipare il paradosso contenuto nel testo: Così è, se vi pare, Ma non è una cosa seria, Stasera si recita a soggetto, ecc… (ma anche Pirandello, con Uno, nessuno, centomila conia uno splendido novenario in tre tempi crescenti).

La funzione ruffiana del titolo non si esaurisce però con lo stimolo alla lettura. Come dicevo, il titolo ha un suo ruolo anche dopo la lettura, deve favorirne l’archiviazione mentale. Il grande amico Meaulnes, Giuda l’oscuro o La luna e i falò rimangono indelebili nella memoria, mentre Tre operai, Menzogna e sortilegio e Allegoria e derisione li si dimentica prima ancora di aver richiuso i volumi (ma forse c’entra anche la qualità delle opere). È vero peraltro che alcuni titoli si impongono a dispetto o proprio in ragione di una cacofonia. È il caso di Con gli occhi chiusi, decisamente una delle titolazioni più sciatte della nostra letteratura, seconda solo forse a Il Sempione strizza l’occhio al Frejus (mi chiedo come si fa a leggere un libro con un titolo simile: e infatti mi sembra non lo legga più nessuno); oppure de La mia Antonia, di Willa Cather, che mi intriga, malgrado a pronunciarlo impasti la bocca e suggerisca scenari domestici. Altri invece sortiscono l’effetto opposto. Uno dei più bei racconti che abbia mai letto è contenuto ne L’italiano, di Thomas Bernhard: morire che mi ricordi una volta il titolo quando voglio consigliarlo a qualcuno.

Tutto ciò, in realtà, attiene soprattutto a quel che noi leggiamo nei titoli, che non sempre corrisponde a quel che gli autori volevano dirci. Ad esempio, ritengo possibile una netta distinzione d’intenti tra titoli che anticipano l’universalità del tema e titoli che rimandano ad una vicenda particolare. Quando si titolano le proprie opere Il rosso e il nero, Guerra e pace, Ragione e sentimento, Delitto e castigo, I sommersi e i salvati, si gioca su una opposizione archetipica, sulla conflittualità dialettica nella quale si riassume la storia dell’umanità, e che viene raccontata generalmente da voce esterna, con uno sguardo obiettivo ed estraneo alla scena. Al contrario, se si utilizzano le generalità di un singolo (Tonio Kroger, Lucien Leuwen, Anna Karenina), o addirittura il nome proprio (Adolphe, Renée) o il nome più una connotazione particolare (Il giovane Holden, La signorina Else, Gimpel l’idiota) si avverte il lettore che la narrazione avverrà dall’interno, e il mondo e il resto dell’umanità ci arriveranno attraverso la coscienza che ne ha il protagonista. Naturalmente non è sempre così, e per esempio nei romanzi di Dickens il titolare-protagonista è più pretesto alla rappresentazione che filtro della stessa: ma non bisogna dimenticare che in buona parte dei casi la scelta è dettata dalle mode correnti, e anche il realismo postromantico non poteva rinunciare ad allettare il pubblico con la promessa di un eroe. La combinazione delle due tipologie non può infine che produrre titoli apparentemente neutri: L’uomo senza qualità, in quanto è un singolo che non ha nome, ci rimanda ad un protagonista che è l’uomo moderno in generale.

L’importanza e le valenze attribuite al titolo non sono comunque le stesse in tutti gli autori. Manzoni arriva a sacrificare la fluidità del suono (Gli sposi promessi, senario in tre battute in crescendo) alla correttezza del messaggio (Renzo e Lucia sono “promessi” per tutta la durata del romanzo, e “sposi” solo nell’ultima pagina), mentre Melville depista la nostra attenzione sull’antagonista, Forster sul peso della situazione rispetto alle scelte (Camera con vista, Passaggio in India) e Sthendal sul teatro della vicenda (La certosa di Parma). Svevo decreta invece la destinazione al macero del suo primo romanzo, affibbiandogli il più anodino e scoraggiante dei titoli, Una vita, tra l’altro già usato pochi anni prima da Maupassant (l’avesse titolato Una morte, o avesse riscattato il sostantivo con una aggettivazione, forse avrebbe incontrato una diversa fortuna).

Chi sembra potersene infischiare del messaggio di copertina sono i poeti. Per essi il volume è più un contenitore di fogli sparsi che un assieme, e questo giustifica le notarili titolazioni: Canti, Canzoniere, Poemetti, Laudi o, scelta di olimpica indifferenza, semplicemente Poesie. È pur vero che le eccezioni sono tante, ma l’atteggiamento di fondo rimane quello. Nel loro caso, a quanto pare, la promessa è da ritenersi già implicita nel nome.

Nessuna promessa invece, di nessun tipo, nelle mie titolazioni. Sono partito da me e ritorno, prima di chiudere, ai criteri delle mie scelte. Il titolo è per me determinante non solo per la motivazione alla lettura, ma anche e soprattutto quale incentivazione alla scrittura. Non lo formulo mai a posteriori, adattandolo alla materia trattata, ma a priori, e finisco per adattare ad esso la materia. In pratica quando scrivo ho necessità di aver chiaro non tanto l’argomento (e si vede) quanto il titolo. In più di un caso mi è capitato di scrivere sotto lo stimolo di una bella titolazione che mi era passata per la testa, e che ritenevo di non poter sprecare (e ciò spiega, almeno in parte, la futilità di molti degli assunti attorno ai quali mi sono cimentato, primo tra tutti quello che ha dato origine a questo articoletto).

Questi titoli, come si sarà ormai capito, non sono mai originali, ma si limitano a parodiarne altri, desunti dai generi letterari o saggistici più svariati, dal cinema, dalle arti figurative e dalla musica. Non credo di aver mai coniato un titolo che non strizzasse l’occhio al mio ipotetico lettore, rimandandolo ruffianamente ad una comune formazione, e cercandone quindi la complicità. Ciò ha senz’altro a che fare con la mia concezione della scrittura come forma di comunicazione ristretta, per circoli di intimi, ma è soprattutto connesso ad un’esperienza del mondo e della vita totalmente filtrata dalla lettura, a dispetto delle condizioni in cui si è realizzata. Non ho mai potuto fare a meno di “riconoscere” le mie esperienze nei libri, o addirittura di mediarle da subito attraverso le conoscenze libresche. E questo ci traghetta, finalmente alla questione di fondo.

Credo che a monte del mio atteggiamento, sia in ordine alla scelta dei titoli che, più in generale, rispetto alla scrittura, ci sia una radicata convinzione: quella che tutti i temi fondamentali relativi all’uomo e al suo posto nella natura e nella storia fossero già stati trattati ai tempi di Esiodo, e che tutto ciò che è seguito non sia che riscrittura. Dalla Bibbia e da Omero in poi ogni opera non è che commento o aggiornamento delle precedenti, e la varietà dei titoli ci racconta le evoluzioni, più che l’evoluzione, della cultura, il moltiplicarsi delle risposte a quelle che rimangono sempre le stesse domande. In quest’ottica, titolazioni troppo nuove o originali possono essere accattivanti e curiose, ma sono in definitiva fuorvianti. La favola rimane bene o male sempre quella. Pertanto, come postmoderno dissidente e praticante ecologista, applico questa convinzione, e riciclo a modo mio quanto è già stato prodotto. Cosa che, detto francamente, è anche molto più comoda.

 

P.S. – Ho acquistato recentemente su una bancarella un’ennesima copia del Mozart auf der Reise nach Prag, di Eduard Morike, affascinato dalla stupenda veste editoriale della vecchia Biblioteca Romantica Mondadori. L’edizione è fantastica, la versione di Tomaso Gnoli restituisce una patina quasi ottocentesca al linguaggio: ma il titolo! È stato tradotto in Mozart in viaggio per Praga, ottonario che rispetta alla sillaba l’originale, ma non ne trasmette affatto la musicalità. Ci dice solo prosaicamente che Mozart va a Praga, del che sinceramente non ci frega granché, e potrebbe essere utilizzato al più come didascalia per una illustrazione. È la prima volta che trovo questa traduzione: ho sempre conosciuto questo testo sotto la titolazione Mozart in viaggio verso Praga, perfetto novenario in crescendo (2 – 3 – 4) che ci comunica ben altra cosa, quella cosa appunto che ha risvegliato il mio interesse. E cioè che il soggetto del racconto è quel “verso”, vale a dire il viaggio, vale a dire gli incontri, le peripezie, gli stupori nei quali incappano, lungo il tragitto, il giovanissimo musicista e la sua dolce consorte. Questo ci si deve attendere da un titolo.

 

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Colpo di reni

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Continuiamo a salire. Gli altri si sono sfilati ad uno ad uno, già dai primi tornanti. Ora la pendenza si è ammorbidita, le curve si distendono, l’asfalto è tornato scorrevole. Il ritmo lo detta il mio compagno, e gliene sono grato. Amo la salita, pigio volentieri sui pedali, ma non ho certo il fisico del grimpeur. Nel gergo ciclistico la mia stazza è quella del passista puro, che sarebbe colui che non ha particolari attitudini. L’unica mia attitudine, in bicicletta e non, è quella alla sofferenza. Quando pedalo voglio guadagnarmi ogni chilometro, anche perché di norma ho poco tempo, devo limitarmi ad uscite rade e brevi, e in salita i chilometri valgono triplo. Questa rampa, poi, l’amo e la odio più di tutte le altre: l’ho già attaccata almeno venti volte, e altrettante l’ho sofferta, ma ad ogni nuova salita la soddisfazione si è moltiplicata. Mi ha l’aria che oggi possa diventare addirittura esaltante.

Saliamo ad una cadenza per me assolutamente inusuale, quasi folle. Nel primo chilometro il cuore bussava direttamente ai denti; ora è ridisceso in gola, ma polpacci e quadricipiti sembrano esplodere ad ogni pedalata. Sono agganciato con un invisibile rampino alla forcella del mio compagno. Il sangue arriva tanto veloce al cervello da spazzar via ogni pensiero. Non ho tempo per ragionare, sono troppo occupato a respirare: ma mancano solo cinquecento metri, e questo istintivamente lo realizzo ancora. Ad ogni curva riconosco muretti e prati, senza staccare lo sguardo dalla ruota anteriore. Mi sfilano di lato paracarri, alberi, cunette, tutti memorizzati nelle salite precedenti: li azzanno con gli occhi, faccio verricello e me li butto alle spalle, uno ad uno. Sono sbronzo di fatica, ma esaltato come un derviscio.

Lui ad un tratto si volta. Sento il suo sguardo, più che vederlo. penso stia valutando se sono in grado di reggere ancora il ritmo. Ha dieci anni e quindici chili di meno sulle gambe, si allena tutti i giorni, probabilmente è solo a metà dei giri. Fingo per qualche istante una respirazione meno affannosa: non voglio che rallenti, andiamo bene così. Riesco ad alzare finalmente gli occhi per fargli cenno, per invitarlo a mantenere questo passo. Vorrei dirglelo, ma della voce non sono più padrone. È invece la sua, di voce, a cogliermi come una sassata:

– Ah, bastardo, vuoi scattare, eh!?

Lo vedo alzarsi sui pedali e accelerare; pochi secondi ed è già fuori vista, dietro una curva. Io sono come pietrificato, rimango inchiodato nello stesso punto, mi sembra di fondermi con l’asfalto. Cerco di realizzare e di reagire in qualche modo, ma mi riesce impossibile. Le gambe si sono fatte dure, spingere e tirare è una pena. “Vuoi scattare?!” Ma che cazzo – scattare?! – Mi accorgo di procedere a zig zag, da un bordo all’altro della strada. Altro che ritmo, adesso dubito di poter arrivare sino in cima. Non sono il cuore, i polmoni o le gambe a rifiutarsi, è la testa. Non ho più alcuna voglia di salire: perché dovrei? Lo stupore ha già lasciato il posto alla rabbia, per un attimo penso di girare e di buttarmi lungo la discesa, tornare per dove sono venuto. Ma sarebbe troppo lungo, e dovrei poi dare agli altri spiegazioni che non voglio (e nemmeno potrei) dare.

La strada continua a spianare, ma a me sembra un muro: ora odio la fatica che sto facendo, mi sembra inutile, insensata. Penso che prima di arrivare a casa ci sono altre due salitine; bazzecole, ma l’idea mi irrita. Ancora tre, due, l’ultimo tornante. Sono in vetta.

Lui non ha staccato i piedi dalle pedivelle, è in equilibrio, appoggiato al paletto della segnaletica stradale. Immagino intendesse annotarsi mentalmente i distacchi, e che il mio ritardo gli stia ora guastando la performance. Tutto questo in realtà non lo vedo, lo intuisco. Quando alzo gli occhi nella sua direzione vedo attraverso il suo corpo le pietre del muretto sommitale, persino l’erba cresciuta negli interstizi. La maglia sgargiante, la bicicletta, sono diventati trasparenti. Lui è addirittura invisibile. Non lo vedo e passo, e infilo in tutta tranquillità la discesa.

L’aria fresca sul viso, dentro le narici, sembra ridare ossigeno al cervello; la fatica si scarica, a partire dalla testa, lungo tutto il corpo, direttamente a terra. Plano inclinandomi dolcemente sulle prime semicurve, e mi dico che anche oggi ho imparato qualcosa: e cioè che anche per essere stronzi ci vuole un minimo di classe, e che c’è gente che non possiede nemmeno quella.

 

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Una sinistra possibile

di Luis Sepúlveda (brano tratto dal libro “Raccontare, resistere”), da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Storicamente e simbolicamente, la sinistra è quella che vota contro, che si oppone allo status quo, che propone qualcosa di diverso e possibilmente di migliore rispetto a ciò che esiste, rappresentando una parte della società che non si trova a suo agio nell’assetto politico dato. Fino all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, questa distinzione era abbastanza chiara, poi le differenze si sono sfumate fino a scomparire quasi del tutto, perché in fondo ci si combatte e ci si scontra per amministrare lo stesso sistema. A parte alcune piccole formazioni politiche, non esiste più una differenza radicale fra destra e sinistra, non c’è una sostanziale differenza di idee. Il discorso di Blair o di Schröder è molto simile a quello di Aznar o di Berlusconi, e così via … […]

Finora, per la sinistra, si è trattato di far partecipare gli esclusi al benessere sociale, però adesso sembra che abbia dimenticato le basi etiche su cui si fonda e parli un linguaggio non molto diverso da quello della destra. La destra ha imparato molto dalla sinistra, ma la sinistra dalla destra ha imparato solo ad accontentarsi di governare il sistema dato, a non opporvisi frontalmente. In realtà bisognerebbe essere capaci di immaginare una sinistra di governo, ma bisognerebbe anche ridefinire i suoi compiti critici. Si tratta, credo, di immaginare nuove forme di agire politico. L’alternativa è fra limitarsi alla semplice azione parlamentare oppure trovare spazio e voce nella società, praticando forme alternative in piccoli ambiti che poi si espandano sempre di più, facendo vivere questo atteggiamento etico dentro e fuori le istituzioni, testimoniandone l’importanza, offrendo un’alternativa vivente al sistema. Io credo che oggi questa seconda ipotesi sia lo spazio naturale dell’agire politico di una sinistra che voglia dirsi tale. […]

Quando ho iniziato a documentarmi sulla situazione italiana, sono ben presto giunto a conclusioni molto tristi, perché non pensavo che la dirigenza della sinistra italiana fosse insieme tanto ingenua e tanto irresponsabile. Prima, molti dei dirigenti hanno sperato che i magistrati di Mani pulite risolvessero problemi politici che non erano di loro competenza, causando così un dannosissimo vuoto politico. Poi, quando l’Ulivo è andato al governo, hanno avuto la possibilità di risanare la vita istituzionale, approvando per esempio una legge sul conflitto d’interessi, e non l’hanno fatto. Perché? Credo che il fallimento della sinistra italiana confermi ancora una volta che il problema consiste nella mancanza di immaginazione. I dirigenti dei partiti di sinistra si sono appiattiti su un liberismo più o meno temperato, con il risultato che al momento del voto la gente ha scelto l’interprete più conseguente di quel liberismo, vale a dire Berlusconi. In più, sono stati travolti da una vanità quasi smisurata che ha impedito loro perfino il gesto più logico dopo una sconfitta, cioè quello di cedere il passo alle nuove leve. Adesso alla sinistra, e non parlo dei dirigenti, non resta che resistere, visto che siamo in una fase difensiva. Però sia chiaro che resistere non significa solo asserragliarsi in un fortino. Non bisogna confondere la resistenza con la passività. La resistenza è azione. Le ultime manifestazioni sono forme di resistenza, ma anche di proposta: larvata, embrionale, ma pur sempre una proposta per il futuro che supera il liberismo. Resistere significa pensare con una prospettiva, significa generare un immaginario. Le forme di resistenza finali sono sempre forme di immaginazione molto audaci.

 

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