Colpo di reni

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Continuiamo a salire. Gli altri si sono sfilati ad uno ad uno, già dai primi tornanti. Ora la pendenza si è ammorbidita, le curve si distendono, l’asfalto è tornato scorrevole. Il ritmo lo detta il mio compagno, e gliene sono grato. Amo la salita, pigio volentieri sui pedali, ma non ho certo il fisico del grimpeur. Nel gergo ciclistico la mia stazza è quella del passista puro, che sarebbe colui che non ha particolari attitudini. L’unica mia attitudine, in bicicletta e non, è quella alla sofferenza. Quando pedalo voglio guadagnarmi ogni chilometro, anche perché di norma ho poco tempo, devo limitarmi ad uscite rade e brevi, e in salita i chilometri valgono triplo. Questa rampa, poi, l’amo e la odio più di tutte le altre: l’ho già attaccata almeno venti volte, e altrettante l’ho sofferta, ma ad ogni nuova salita la soddisfazione si è moltiplicata. Mi ha l’aria che oggi possa diventare addirittura esaltante.

Saliamo ad una cadenza per me assolutamente inusuale, quasi folle. Nel primo chilometro il cuore bussava direttamente ai denti; ora è ridisceso in gola, ma polpacci e quadricipiti sembrano esplodere ad ogni pedalata. Sono agganciato con un invisibile rampino alla forcella del mio compagno. Il sangue arriva tanto veloce al cervello da spazzar via ogni pensiero. Non ho tempo per ragionare, sono troppo occupato a respirare: ma mancano solo cinquecento metri, e questo istintivamente lo realizzo ancora. Ad ogni curva riconosco muretti e prati, senza staccare lo sguardo dalla ruota anteriore. Mi sfilano di lato paracarri, alberi, cunette, tutti memorizzati nelle salite precedenti: li azzanno con gli occhi, faccio verricello e me li butto alle spalle, uno ad uno. Sono sbronzo di fatica, ma esaltato come un derviscio.

Lui ad un tratto si volta. Sento il suo sguardo, più che vederlo. penso stia valutando se sono in grado di reggere ancora il ritmo. Ha dieci anni e quindici chili di meno sulle gambe, si allena tutti i giorni, probabilmente è solo a metà dei giri. Fingo per qualche istante una respirazione meno affannosa: non voglio che rallenti, andiamo bene così. Riesco ad alzare finalmente gli occhi per fargli cenno, per invitarlo a mantenere questo passo. Vorrei dirglelo, ma della voce non sono più padrone. È invece la sua, di voce, a cogliermi come una sassata:

– Ah, bastardo, vuoi scattare, eh!?

Lo vedo alzarsi sui pedali e accelerare; pochi secondi ed è già fuori vista, dietro una curva. Io sono come pietrificato, rimango inchiodato nello stesso punto, mi sembra di fondermi con l’asfalto. Cerco di realizzare e di reagire in qualche modo, ma mi riesce impossibile. Le gambe si sono fatte dure, spingere e tirare è una pena. “Vuoi scattare?!” Ma che cazzo – scattare?! – Mi accorgo di procedere a zig zag, da un bordo all’altro della strada. Altro che ritmo, adesso dubito di poter arrivare sino in cima. Non sono il cuore, i polmoni o le gambe a rifiutarsi, è la testa. Non ho più alcuna voglia di salire: perché dovrei? Lo stupore ha già lasciato il posto alla rabbia, per un attimo penso di girare e di buttarmi lungo la discesa, tornare per dove sono venuto. Ma sarebbe troppo lungo, e dovrei poi dare agli altri spiegazioni che non voglio (e nemmeno potrei) dare.

La strada continua a spianare, ma a me sembra un muro: ora odio la fatica che sto facendo, mi sembra inutile, insensata. Penso che prima di arrivare a casa ci sono altre due salitine; bazzecole, ma l’idea mi irrita. Ancora tre, due, l’ultimo tornante. Sono in vetta.

Lui non ha staccato i piedi dalle pedivelle, è in equilibrio, appoggiato al paletto della segnaletica stradale. Immagino intendesse annotarsi mentalmente i distacchi, e che il mio ritardo gli stia ora guastando la performance. Tutto questo in realtà non lo vedo, lo intuisco. Quando alzo gli occhi nella sua direzione vedo attraverso il suo corpo le pietre del muretto sommitale, persino l’erba cresciuta negli interstizi. La maglia sgargiante, la bicicletta, sono diventati trasparenti. Lui è addirittura invisibile. Non lo vedo e passo, e infilo in tutta tranquillità la discesa.

L’aria fresca sul viso, dentro le narici, sembra ridare ossigeno al cervello; la fatica si scarica, a partire dalla testa, lungo tutto il corpo, direttamente a terra. Plano inclinandomi dolcemente sulle prime semicurve, e mi dico che anche oggi ho imparato qualcosa: e cioè che anche per essere stronzi ci vuole un minimo di classe, e che c’è gente che non possiede nemmeno quella.

 

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