Si, viaggiare!

di Paolo Repetto, aprile 2010, da In Novitate

Queste pagine di coda di INJ rischiano di trasformarsi in una rubrica fissa. Non sarebbe neppure una cattiva idea, a patto che non debba essere sempre io a riempirle e che vengano utilizzate per trasmettere un po’ di ottimismo – quello salutarmene critico, non quello acriticamente idiota – rispetto allo svaccamento generalizzato in corso. Abbiamo un gran bisogno di buone notizie, di piccole “scosse” culturali (non di “eventi”) che rompano il tracciato piatto dell’elettroencefalogramma collettivo.

Questa volta la segnalazione positiva riguarda la Biblioteca Civica di Novi Ligure. Nella seconda metà di ottobre, nell’ambito di “Librin-Mostra”, la biblioteca ha organizzato una serie di incontri dedicati al viaggio e alla letteratura di viaggio. La notizia è doppiamente buona, perché conferma la vocazione propositiva di questa istituzione ma soprattutto perché ci dice dell’interesse intelligente per un tema che si presta in genere ad uno sfruttamento ben diverso. Nel corso degli incontri novesi si è viaggiato da Dante a Pavese, da Salgari a London, a piedi, in barca e in bicicletta, in compagnia di esperti o di dilettanti della letteratura e della storia odeporica. Si è parlato di viaggio metaforico, di viaggio immaginario, di viaggio scientifico, di come e quando e quanto viaggiare, e del perché. Ce n’era per tutti i gusti. E tutto ha funzionato bene.

O quasi.

Lo so. Sono incontentabile. E quindi sento di dover fare qualche considerazione sulla perfettibilità dell’iniziativa, fermo restando il suo successo. Magari partendo dal fondo, dai destinatari. Gli incontri sono stati organizzati pensando principalmente ad un pubblico di studenti. E si è ritenuto, con molto coraggio, di proporre una fruizione “libera”; per intenderci, niente classi spostate come mandrie e usate per fare numero, solo studenti motivati da un genuino interesse o da semplice curiosità, debitamente autorizzati e giustificati dalle scuole di appartenenza. Pochi, insomma, ma buoni. Sotto questo profilo però le cose non sono andate come avrebbero dovuto, o potuto. Il pubblico non è mancato, ma non era esattamente quello che ci si attendeva. Come mai? Scarsa motivazione? Mi permetto di avere qualche dubbio; dove l’iniziativa è stata propagandata e spiegata a dovere le adesioni sono fioccate spontanee, e che fossero davvero tali lo dimostra la partecipazione agli incontri fissati in orario non curricolare. Credo invece che abbiano giocato contro, tra le altre cose, le resistenze più o meno esplicite di parte del corpo insegnante. Di fronte a proposte come queste c’è sempre chi ha paura che i ragazzi “perdano delle ore”, e di non riuscire a “portare a termine il programma”. Sacrosanti timori, che inducono però qualche riflessione. Intanto: cos’è un programma? Ha qualcosa a che vedere con l’esistenza concreta degli studenti, e quindi ci piaccia o no va rapportato, parametrato sulle loro capacità reali e sulle loro attese, oppure è un’entità trascendentale, una e immutabile, della quale il docente è ministro terreno? Il disgraziato che si perde la pace di Aquisgrana o il correlativo oggettivo, avrà una vita segnata dall’ignominia?

E poi: abbiamo un’idea di cosa siamo davvero tenuti ad offrire a questi ragazzi? Non ha forse una sufficiente valenza educativa far sapere loro che tra il deserto cerebrale del “Grande fratello” e la fisica del neutrino c’è un’ampia terra di mezzo, e che la possono esplorare, magari anche abitare? È chiaro che questo impone di vagliare ciò che viene proposto, di nuotare tra la schiuma delle “offerte culturali speciali” che investono quotidianamente la scuola e riversano su questi poveracci le iniziative più peregrine: ma appunto, è necessario farsi anche un po’ coinvolgere, mettersi in gioco, inventare di volta in volta il programma e riadattarlo costantemente. È certamente più impegnativo che non riproporre anno dopo anno la stessa scansione liturgica dei tempi e gli stessi argomenti, o addirittura le stesse verifiche. Ma forse chi non si riesce fare a meno di certi rituali avrebbe dovuto intraprendere un’altra carriera.

Il secondo punto di riflessione concerne invece le modalità dell’offerta. Si può fare meglio, anche se molto è già stato fatto. Per capire di cosa parlo è necessario risalire un po’ a monte. Le conferenze sul viaggio avevano in origine una diversa destinazione. Dovevano rientrare nell’ambito di un convegno di studi, una o due giornate di confronto su un tema sviluppato da diverse angolazioni. Si sa come funziona un convegno: si susseguono in tempi stretti più relatori, si fa la pausa con l’assalto al buffet, si ricomincia nel pomeriggio e si tira sino a tardi, magari per più giorni. Uno sceglie le cose che lo interessano, segue quelle, poi esce a farsi due passi, fuma una sigaretta, prende il caffè e rientra. Se non è inchiodato al tavolo dei relatori se la cava senza eccessive sofferenze. Nel nostro caso si è deciso, a giochi già iniziati, di cambiare il target, come si dice oggi, di provare ad allargare il campo di utenza distribuendo in più giorni gli interventi e riformulandoli ad uso di un pubblico di non addetti ai lavori. È rimasto però intatto lo schema che prevedeva più relatori in successione, con il risultato di tempi troppo brevi per ciascun relatore e di blocchi frontali di tre o quattro ore per gli studenti. Per fortuna non ci sono stati svenimenti in sala, i ragazzi hanno retto sin troppo bene, ma è chiaro che è stato chiesto loro troppo. Non occorre essere tabagisti come me per provare, dopo un’ora di conferenza, la sindrome da sedia scomoda e l’irrefrenabile impulso a catapultarsi fuori, ci fosse anche Benigni a raccontarti il viaggio di Colombo. Per il futuro dovremo tenere maggiormente conto del fatto che la soglia di attenzione dei giovani, così come la nostra, si è di molto abbassata, e che tempi superiori all’ora sono difficilmente sostenibili.

Ma non è tutto. Dobbiamo anche prendere atto che le modalità della fruizione sono notevolmente cambiate, che questi ragazzi sono abituati, quando va bene, ad una informazione culturale sul modello di “Atlantide”, per citarne uno positivo, quindi ad una “spettacolarizzazione” del racconto. Ora, non si tratta qui di mettersi in competizione con i mezzi di comunicazione di massa, di giocare sul loro terreno, perché in questo caso saremmo battuti in partenza, ma di cercare di piegare al nostro fine, per quel che è possibile, i loro trucchi. In termini pratici significa, ad esempio, ricorrere alle immagini per dare corpo concreto e supportare visivamente i concetti, a slides riassuntive per evidenziare i nodi della trattazione, a strutture espositive aperte che consentano ai ragazzi stessi di inserirsi e suggeriscano loro direzioni di ricerca molteplici. Farlo diventare insomma un gioco nel quale tutti possono sentirsi attori. Capisco che detto così sembri il format di “Amici”, ma è un’altra cosa.

Una terza riflessione nasce invece dallo specifico del tema trattato, quello del viaggio. Con tutto quello che di tremendo ci circonda, con tutti i guai e i problemi che ci angustiano, la fame per un buon terzo dell’umanità e l’effetto serra per tutta, il terrorismo, le guerre, il razzismo strisciante, per non parlare di quelli propri del nostro paese, la maleducazione che imperversa, l’arroganza e la pochezza del potere, con tutte queste urgenze ed emergenze che ci rimbalzano sul piatto ogni sera all’ora di cena, ha senso parlare ai ragazzi del viaggio? Verrebbe da rispondere con un’altra domanda: ha senso mettere in piedi carrozzoni sulla cittadinanza attiva e consapevole e sull’educazione alla legalità, quando è poi sufficiente un qualsiasi telegiornale o dibattito televisivo a mostrare loro come funzionano realmente le cose e da chi sono rappresentate e incarnate le nostre istituzioni? Ma sarebbe troppo facile.

Parlare del viaggio ha un senso, di qualunque viaggio si parli, perché si parla quantomeno di un segnale positivo di vita. Si viaggia alla ricerca di qualcosa, o in fuga da qualcosa: si viaggia quando non ci basta ciò che abbiamo, siano ricchezze o conoscenze, o non si sopporta la condizione in cui viviamo. Quando si è capaci di curiosità e di desiderio, e prima ancora di speranza. Parlare del viaggio significa quindi trasmettere un po’ di quella voglia di utopia che abbiamo frettolosamente azzerato e sostituito con una desolante realtà virtuale. E poi, gli orizzonti verso i quali si possono indirizzare gli sguardi e le menti sono infiniti. A volte non è nemmeno il caso di muoversi, per viaggiare: lo spostamento non avviene solo nella dimensione spaziale. C’è anche il tempo: si può zigzagare a ritroso sui libri, per capire qualcosa di ciò che siamo, e del perché siamo così, e di come potremmo essere. Magari si ha l’impressione che ai ragazzi non possa fregare di meno: ma è un’impressione che si presta un po’ troppo a creare facili alibi, dietro i quali trincerare la nostra indolenza e la nostra incapacità di proporre delle alternative al nulla, e prima ancora di perseguirle.

Due righe infine sul tema trattato nell’occasione dal sottoscritto, quello del viaggio scientifico. Non mi illudo che dei ragazzi tra i sedici e i diciotto anni, svezzati a botte di “X factor”, possano entusiasmarsi alle vicende di Alexander von Humboldt, di Darwin o di Cook, soprattutto se vengono loro ammannite come le portate di un banchetto ufficiale del sapere. Ma penso che se i loro viaggi vengono proposti come metafora di un modo di concepire la vita, di una curiosità onnivora di conoscenza che non ti fa considerare mai sazio, del piacere di conquistarsi questa conoscenza con un po’ di fatica, e se si riesce a far avvertire che in questo modello almeno un po’ ci si credi, beh, qualcuno potrebbe anche esserne intrigato. E allora, vale la pena.

 

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Il fascino indiscreto degli eretici

La dissidenza religiosa in Occidente dalle origini al XIV secolo

di Paolo Repetto, aprile 2010

Questo saggio è stato parzialmente pubblicato, come capitolo a se stante, col titolo “Le eresie medioevali” (cap. XIV) in AAVV Storia d’Italia e d’Europa, vol. 2 (Apogeo e crisi del Medioevo, 1978), edito a Milano da Jaka Book.
Le parti interamente nuove sono quella iniziale (cap. 1 e 2) e quella finale (cap. 8). Il resto è rimasto praticamente invariato. La bibliografia è stata naturalmente aggiornata.

Il fascino indiscreto degli eretici copertina


Cos’è l’eresia

Ogni rivoluzionario finisce
come oppressore o come eretico
Albert Camus

Non ho la pretesa di offrire un’analisi esaustiva dei fenomeni ereticali. La loro interpretazione costituisce a tutt’oggi uno dei nodi più complessi della storiografia sul medioevo, a dispetto (o forse proprio in ragione) delle letture che ne sono state proposte da molteplici angolazioni, confessionali, laiche o ideologicamente mirate. Mi limito pertanto a preporre a questo excursus storico sull’eresia medioevale alcune considerazioni e una traccia esplicativa.

Il significato letterale del termine greco αϊρεσις è “scelta”. Аίρέω significa appunto, tra le altre cose, “scelgo”: implica una condizione di libertà e di possibilità; si contrappone all’idea di una necessità determinante, di una norma (o di una normalità) cui ci si deve adeguare, di un dogma che non può essere discusso. Nell’accezione originaria non c’è valenza negativa: non si sottolinea l’effetto possibile di disobbedienza o di allontanamento da una verità. La connotazione negativa è stata introdotta proprio dal cristianesimo (il termine è usato in questa sfumatura già da san Paolo), passando però all’inizio attraverso il significato più contenuto di “divergenza d’opinioni”.

Ciò non significa che queste divergenze fossero vissute nei primi secoli del cristianesimo in maniera sempre composta e pacifica, come dimostrano le vicende dei Montanisti e dei Circumcellioni. Sta di fatto però che fino ad una certa epoca, che potremmo convenzionalmente datare attorno alla metà dell’XI secolo, e più precisamente alla consumazione dello scisma d’oriente (1054), il margine all’interno del quale era possibile gestire la differenza d’opinioni rimaneva piuttosto ampio. In pratica, fino a quando non venne definitivamente fissata in un sistema dogmatico l’interpretazione delle scritture e non fu costituito un canone universalmente riconosciuto delle scritture stesse, rimase possibile confrontarsi da una situazione di parità, almeno sul piano dell’autorevolezza dottrinale.

A far pendere di volta in volta il piatto erano naturalmente poi le ingerenze e gli interessi esterni, in primis quelli del potere politico, come si può constatare guardando agli esiti dei concili fondamentali di Efeso e di Nicea, dai quali per intervento imperiale uscirono vincenti posizioni dottrinali che nel sinodo erano in realtà minoritarie. A questo va aggiunto che la evangelizzazione ha dovuto tener conto, a seconda dei periodi e delle direzioni geografiche intraprese, di sostrati di religiosità anteriore o di nuove credenze concorrenti, oppure di declinazioni particolari del cristianesimo stesso, con i quali in qualche misura, anche dopo una lotta senza esclusione di colpi, occorreva venire a patti. Il risultato era una dottrina che andava caratterizzandosi in maniera molto diversa a seconda che il confronto avvenisse con lo gnosticismo, con il manicheismo, con l’arianesimo o con le religioni primordiali celtiche dell’occidente; anche perché, proprio per marcare le differenze, doveva sottolineare in ciascuna situazione caratteristiche o posizioni che in altri contesti avevano un’importanza minore, o addirittura non facevano parte del corredo dottrinale. Lo stesso accadeva per gli elementi del culto e del rituale. La gran massa dei fedeli, che aveva necessità di simboli forti nei quali riconoscersi e attraverso i quali distinguersi, era interessata soprattutto a questi ultimi.

Lo scisma del 1054 è dunque significativo perché consente alla chiesa occidentale di tracciare linee dottrinali e procedure di culto ben precise, per rimarcare la propria originalità rispetto a quella orientale ma anche per tirare le fila e mettere in riga tutte quelle interpretazioni che spontaneamente, per contaminazione, o volutamente, per resistenza alla crescita in importanza e autorità del vescovo di Roma, erano andate pullulando nei secoli tra il III e il X.

L’αϊρεσις a questo punto è ben altro che una scelta di posizione: è una scelta “sbagliata”. La connotazione semantica negativa applicata per secoli dai polemisti degli opposti schieramenti ha finito per far coincidere il significato con quello di “errore” (che ha invece tutt’altra radice, derivando da έρρω, traducibile anche con “sbando, vado in malora”). L’errore diventa visibile, rimarcabile ed esecrabile quando esiste un canone definito, quando esistono delle regole, imposte o condivise che siano, che dettano i confini tra ciò che si può pensare, dire, fare, e ciò che invece non viene considerato lecito, e determinano anche come lo si possa fare, e quando, e chi. Nell’XI secolo tutto questo non è ancora chiarissimo, ma la battaglia antiereticale può scatenarsi, perché non c’è più l’urgenza di tenere assieme un coacervo tanto variegato di dottrine e di prassi quale era il cristianesimo dei primi dieci secoli.

Definita l’ortodossia, liquidati poco alla volta quei margini di indeterminatezza che consentivano l’esistenza di percorsi più o meno paralleli, la Chiesa comincia a fare la conta di chi è rimasto al di là della linea e non sembra intenzionato a rientrare nel gruppo. Per la riuscita di questa operazione è fondamentale la connivenza del potere politico: dopo che si è chiusa con un sostanziale pareggio la lotta per le investiture, le due istituzioni condividono l’interesse a soffocare ogni possibile germe di turbamento.

L’eccezionale proliferazione di movimenti ereticali successiva allo scisma ha dunque una duplice spiegazione. Da un lato c’è l’emersione di forme del dissenso o di autonomia dottrinale che preesistono e che sono rese visibili ora dall’elemento di contrasto (l’ortodossia) introdotto. Dall’altro, il giro di vite suscita nuove e immediate reazioni di rigetto. Coesistono insomma elementi residuali delle eterodossie dei primi secoli, quelle che hanno continuato carsicamente a circolare e a riemergere, mai del tutto liquidate, ed eresie di nuovo conio, che riprendono magari elementi e motivi di quelle preesistenti, ma li sviluppano in maniera originale.

Ciò che accomuna le diverse fenomenologie è che non si tratta mai di movimenti innovatori, ma piuttosto di espressioni di resistenza e di conservazione sulle posizioni originarie del cristianesimo. Contrariamente a quanto diffuso da letture molto forzate, che hanno voluto cogliere in questi fenomeni l’anticipazione di uno spirito libertario proprio della modernità, o addirittura la matrice di ogni giacobinismo, l’eresia (e senz’altro quei suoi particolari fenomeni che sono oggetto di questa trattazione) non è portatrice di istanze rivoluzionarie: è tale invece il cristianesimo nel suo insieme, e nella versione “etica” delle origini. In tal senso, chi cambia le carte in tavola, introducendo dogmi o elementi di apparato o di culto che nulla hanno a che vedere con la primitiva predicazione, è piuttosto la Chiesa. Si va dalle ingerenze nella politica secolare all’istituzione dei sacramenti, dalla progressiva separazione tra clero e laici alla creazione di una scala gerarchica, con il loro corollario di disposizioni, quale ad esempio il celibato ecclesiastico, che sono funzionali alla creazione di un meccanismo formidabile di potere, e che agli occhi del credente un po’ più avveduto e convinto storcono completamente il significato dell’agire e dell’essere religioso.

Il fattore che maggiormente caratterizza il modello ecclesiale medioevale è proprio la sempre più netta suddivisione tra chierici e laici, sancita definitivamente dal Decretum di Graziano nella prima metà del XII secolo. I laici vengono allontanati da un diretto coinvolgimento nelle “cose di Dio”, la cura e gestione delle quali è riservata ai primi. Peggio ancora, sono espulsi nel momento stesso in cui viene lanciato lo spirito di crociata e si parla sempre più della necessità di rinnovamento del clero.

Già una delle primissime manifestazioni ereticali, il montanismo, si configura come un rifiuto della burocratizzazione del cristianesimo, della crescente organizzazione degli apparati ecclesiastici, che implica la perdita di spontaneità. Tutti i movimenti successivi si presentano, bene o male, come forme di resistenza al progetto organizzativo. In questo senso il cristianesimo segue la stessa sorte di tutti gli altri grandi movimenti rivoluzionari, che partono con gli entusiasti e si stabilizzano, se vittoriosi, con i funzionari e i burocrati. L’eresia è quindi in genere il rifiuto di allontanarsi dallo spirito primigenio di un movimento, ed è rivoluzionaria solo nel senso letterale del termine, che è quello di un ritorno allo stato originario.

Forse andrebbe anche ridimensionata la valenza “libertaria”, sottolineata e privilegiata nella lettura novecentesca dell’eresia. Senza cadere nella interpretazione opposta, quella che ascrive al millenarismo ereticale i germi di un integralismo rivoluzionario intollerante e del moderno totalitarismo (si veda ad esempio il poderosissimo pamphlet Con il fuoco nella mente, di J. Billington), va ammesso che non sempre una dottrina ereticale concede all’adepto spazi di libertà maggiori di quanti ne consenta l’ortodossia. È vero senz’altro che il presupposto è molto più responsabilizzante: gli sono lasciati la responsabilità e l’onere personale della scelta, non c’è nessuno che decida per lui. Ma è altrettanto vero che all’interno di una minoranza, soprattutto quando questa è messa alle strette, non possono essere consentiti ulteriori dissensi o sfumature interpretative. L’esigenza di compattezza si traduce in genere in una forte pressione morale, che talvolta, appena si diano le condizioni, può tradursi in pressione fisica.

Penso in sostanza che non debba essere sotteso alla narrazione delle vicende ereticali alcun giudizio di valore, e che vada tenuta sotto controllo anche ogni epidermica simpatia: mi riferisco soprattutto a quelle situazioni in cui la scelta della dissidenza comporta un prezzo altissimo da pagare, e la coerenza totale con le proprie convinzioni impone, almeno in apparenza, il dilemma se conservare la dignità o la vita. Ciascuno ha diritto alle proprie priorità, e quella della sopravvivenza non ha minore fondamento delle altre, quanto meno sul piano naturale. Occorre semmai distinguere tra posizioni che fanno capo ad un sano concetto di dignità e coerenza, ed altre imputabili invece ad uno sprezzante integralismo. Toppo spesso, e le forme recenti del terrorismo sono lì a dimostrarlo, la disponibilità a sacrificare la propria vita coincide con la scarsa o nulla considerazione per quella altrui.

È singolare poi, scorrendo la storia dell’eresia, constatare come ciò che viene combattuto e apparentemente sconfitto in un dato periodo torni poi, presto o tardi, a rifarsi vivo e vada a costituire la nuova ortodossia. La storia davvero non scarta nulla, o comunque meno di quanto appaia. Per l’oggetto di questo studio la vicenda più clamorosa è indubbiamente quella del dibattito sulla natura di Cristo, che ha visto di volta in volta prevalere e assurgere a dogma le due diverse concezioni; ma se ne potrebbero citare decine di altre, meno appariscenti ma non meno significative.

Infine, la componente sociale. Presso quali ceti nasce e prospera più facilmente la devianza ereticale? Anche se le prime manifestazioni dell’XI secolo hanno origine nel tessuto rurale, quelle successive tendono sempre più a localizzarsi nella dimensione urbana e a coinvolgere il ceto artigiano e addirittura quello nobiliare. Non parrebbero essere i diseredati, gli ultimi, i motori principali della dissidenza, anche se quasi sempre finiscono coinvolti. Ed è perfettamente logico. I primi movimenti nascono dalla difesa, più che dello spirito originario del cristianesimo, di quelle sopravvivenze pagane o manichee che la chiesa aveva per un certo periodo tollerato e al limite mascherato, rivestendole di un abito nuovo. Quelli del XIII secolo hanno invece una matrice più squisitamente intrinseca al cristianesimo e alle diverse modalità della sua interpretazione e professione. Qui i contadini, che hanno appena digerito il nuovo ordine e che in fondo di questo ordine, col suo apparato di santi, di reliquie, di cerimonie, di rituali hanno bisogno, tendono piuttosto alla conservazione. In una interpretazione libertaria del cristianesimo finirebbero per fare la stessa fine di sempre, ovvero non contare assolutamente nulla e non avere alcuna voce in capitolo. È la storia che si ripete in ogni rivoluzione, e che vede quasi sempre la popolazione rurale istintivamente schierata con il potere, anziché coi suoi oppositori. Naturalmente, ci sono le eccezioni. Secoli di predicazione, e da ultimo quella degli ordini mendicanti, lasciano il segno anche su coscienze non particolarmente attente alle sfumature del messaggio. E pesa poi la disperazione, che spesso e volentieri porta a scorgere in tutto ciò che rompe le regole non più sopportabili del quotidiano l’unica via d’uscita.

Ciò che mi preme sottolineare, in definitiva, è che quello ereticale risulta un fenomeno troppo complesso per poter essere riassunto e inglobato in una lettura socio-politica eccessivamente semplificata e rigida. Le eresie, così come i movimenti millenaristici, non sono una delle tante possibili espressioni di un’unica dissidenza, di una ribellione degli oppressi contro gli oppressori iscritta nel necessario corso storico. Sono qualcosa di più e insieme qualcosa di meno. E almeno questo, proprio per giustizia storica, a coloro che ne sono stati i tragici protagonisti andrebbe riconosciuto.


Come nasce l’eresia

La presenza di αϊρεσεις (nel significato di fazioni minoritarie, non ancora in quello di vere e proprie sette) è testimoniata già in seno ai primi nuclei cristiani. San Paolo trae spunto per la prima lettera ai Corinzi proprio dalla notizia di contrasti interni alla comunità, e torna poi sull’argomento nella quinta epistola ai Galati e in quella a Tito, prospettando, se le divergenze si rivelassero incomponibili, l’esclusione e l’isolamento dei “devianti”. Accenni a interpretazioni, a dissidi, a contaminazioni troppo marcate con le dottrine concorrenti corredano poi tutta la produzione catechistica ed apologetica dei primi due secoli: il cristianesimo primitivo si fonda in effetti su un humus storico e dottrinale poco compatto. Esso raccoglie i primi consensi presso quei gruppi ebraici marginali che non trovano collocazione nelle correnti dominanti del giudaismo, la farisaica e la sadducea, gruppi spesso eterogenei e privi di una comune tradizione sociale e religiosa. Può essere insomma considerato una minoranza eterodossa nel contesto del giudaismo. Le cose cambiano quando esce dai confini della Palestina (ed è proprio san Paolo a farlo procedere in questa direzione) e fa proseliti fuori dell’ambito dell’ebraismo originario. È il gruppo degli ellenisti, quelli che parlano il greco (e che scrivono gli Atti degli Apostoli) a prendere in mano la situazione, soprattutto dopo il concilio di Gerusalemme del 49 d.C. e dopo che la frangia giudaico-cristiana è stata dispersa dalla repressione di Tito.

La prima ondata di proselitismo tra i “gentili” investe il mondo urbano, da tempo ormai indifferente ad una mitologia di origine rurale estranea agli interessi e alla sensibilità della civiltà ellenistica, e quindi più aperto al messaggio evangelico: mentre incontra grosse resistenze alla penetrazione nelle campagne per il motivo opposto, ma anche per le difficoltà pratiche di una evangelizzazione diffusa e capillare.

Le comunità cittadine di fedeli conservano a lungo il carattere di avamposti isolati, all’interno dei quali si sviluppano un’esegesi neotestamentaria e una organizzazione ecclesiale autonome. Non è solo un problema di difficoltà nei rapporti con le altre comunità, e quindi di assenza di confronto e di verifica dottrinale; è il carattere stesso della predicazione e della professione cristiana a spingere in questo senso. Agli occhi dei primi credenti ciò che distingue il cristianesimo dagli altri culti orientali in ascesa e ne determina la superiorità è la novità dell’assunto etico, mentre la struttura teologica, dottrinaria e cultuale risulta tutt’altro che definita. La figura del salvatore, sulla quale si incentrerà successivamente l’intera credenza, rimane in subordine rispetto alla divinità suprema: Cristo conserva a lungo solo una investitura profetica, prima di diventare il signore del mondo.

Gli stessi elementi primari del rituale, il battesimo, simbolo di purificazione e rito iniziatico alla società dei credenti, e la convivialità eucaristica, non hanno ancora uno status sacramentale. Il culto cristiano può adattarsi abbastanza elasticamente ai preesistenti retroterra religiosi, e ne sposa gli aspetti più radicati nella tradizione e rispondenti ad istanze locali specifiche, sui quali è opportuna qualche concessione ai neoconvertiti.

Per i primi secoli del cristianesimo è quindi improprio parlare di movimenti ereticali: le diverse costruzioni dogmatiche che si sviluppano sui “dati originari” della rivelazione esprimono la varietà e l’eterogeneità degli ambienti culturali in cui esso si diffonde. Non può animarle alcuna volontà di reazione e di opposizione allo status dottrinale e organizzativo ufficiale, dal momento che non esiste alcuna ufficialità riconosciuta. E neppure l’azione degli spiriti più lucidi ed accorti, come appunto Paolo, che avvertono precocemente il pericolo di una crescita tanto ramificata e cercano di tessere una fitta rete di rapporti, di scambi, di visite pastorali, può frenare la fioritura di interpretazioni e di varianti dottrinali: il sincretismo dominante nella mentalità religiosa di questo periodo opera di volta in volta in direzione del recupero di vestigia della classicità pagana (le feste religiose, ad esempio), di sopravvivenze della cosmologia e dei rituali arcaici (soprattutto quelli di ispirazione agreste) e delle sofisticate elaborazioni teologiche proprie della filosofia e dei culti misterici orientali.

Le prime vere fratture interne al cristianesimo non nascono dunque dal confronto dottrinale. Il dibattito è ancora incentrato sul tema dell’esemplarità etica, connesso alla memoria recente dell’operato e del sacrificio di Cristo. In questo senso il nuovo credo impone un radicale cambiamento di mentalità: si tratta infatti di raccogliere il messaggio di uno sconfitto, in apparenza uno dei tanti che la storia lascia per strada, e di renderlo vincente attraverso una testimonianza diretta, traducendo l’insegnamento in pratica quotidiana. E fino a quando il cristianesimo non diverrà religione tollerata e poi culto di stato ai suoi adepti sarà richiesto di spingere a loro volta questa testimonianza sino al sacrificio estremo.

Fermiamoci un attimo a riflettere. Il vincolo di testimonianza richiesto ai primi cristiani è quasi insostenibile. Già era poco sostenibile l’idea di un dio unico, assoluto, infinito, inaccessibile, imperscrutabile, persino innominabile, quello insomma delle scritture veterotestamentarie, che almeno era però un dio degli eserciti, che atterrava e confondeva i nemici del suo popolo. Affidarsi ora a qualcuno che è morto appeso ad una croce come un ladro, e adottare come esemplari i comportamenti che lo hanno portato a quella fine, è una bella scommessa, ed è qualcosa di assolutamente inaudito nel mondo classico: ma proprio per questo è anche qualcosa di esaltante, e suppone un coinvolgimento che prescinde dalla consapevolezza dottrinale e attiene invece ad una ricerca molto emozionale di senso per la propria esistenza. Sarà proprio lo spettacolo sconvolgente del martirio, affrontato in molti casi in totale serenità, a spingere alla conversione la gran parte dei protagonisti delle prime manifestazioni di dissidenza interna al nuovo credo, e a determinarli ad una interpretazione rigorosa del messaggio evangelico. I neoconvertiti, come sempre accade e come è normale che avvenga, diverranno i più intransigenti difensori del verbo originario, ma soprattutto delle motivazioni che li hanno spinti ad abbracciarlo.

Per leggere nei giusti termini la vicenda originaria del cristianesimo è quindi opportuno chiarire un aspetto tutt’altro che scontato: quello dell’identità. Essere cristiano, almeno nei primi due secoli, è un predicativo dal significato piuttosto vago, che può essere riempito delle declinazioni più sfumate, e in qualche caso contraddittorie. E questo vale tanto per la percezione che ne hanno dall’esterno i “pagani” quanto per la coscienza che dall’interno ne hanno i cristiani stessi, entrambe molto diverse dall’immagine ufficiale confezionata a posteriori dalla letteratura agiografica. Gnosticismo, ebraismo, manicheismo e cristianesimo, che noi trattiamo come fenomeni religiosi ben distinti, con origini e storie differenti, non apparivano certamente tali agli occhi dei contemporanei. D’altro canto, non avrebbe potuto essere altrimenti.

Il cordone ombelicale che lega il cristianesimo all’ebraismo viene definitivamente reciso solo nel II secolo, in tempi e con esiti diversi nelle differenti aree dell’evangelizzazione. Lo gnosticismo non è di per sé nemmeno una dottrina: è un atteggiamento di ricerca sapienziale mirato a liberare l’uomo dai lacci della corporeità, lo stesso che sta alla base del neoplatonismo. Il cristianesimo differisce da quest’ultimo solo nell’oggetto finale della conoscenza, la Divinità in luogo dell’Unità. Gnostiche possono essere definite in generale tutte le posizioni di anelito al divino attraverso la conoscenza piuttosto che attraverso la grazia: posizioni che implicano una responsabilità e una partecipazione diretta del singolo e relegano in secondo piano, o addirittura rifiutano, la mediazione ecclesiale. La rivelazione di cui la Chiesa pretende di farsi amministratrice e dispensatrice unica è in realtà per gli gnostici una pentecostale fiammella accesa da Cristo per indurre nell’uomo la coscienza di essere al buio: una versione aggiornata del mito platonico della caverna. Il resto, la redenzione, è affare del singolo, in una comunione più o meno stretta, a seconda delle versioni o delle attitudini, con altri illuminati.

Quanto al manicheismo, che ufficialmente appare sulla scena piuttosto tardi, nel III secolo, come tratto da una costola del cristianesimo orientale e costituito in chiesa separata dalla predicazione di Mani, è in realtà già diffuso in precedenza come risultante dell’ibridazione tra la componente dottrinaria giudaico-cristiana e la tradizione magico-astrologica e dualistica mesopotamica (tanto che ancora nel medioevo vengono utilizzati come sinonimi i termini caldeo, mago e manicheo). Rispetto allo gnosticismo, che predica la liberazione nei confronti di una materialità bruta, ma inerte, nel manicheismo viene sottolineata l’azione negativa delle forze cosmiche, che proprio per essere combattute debbono essere conosciute.

Tanto gli gnostici quanto gli ariani, di cui tratteremo più avanti, e gli stessi dualisti pre- o para-manichei si professavano comunque, in primo luogo, cristiani. È presumibile che dalle popolazioni dell’occidente latino fossero considerati come un tutt’uno: e che tanto distinguibili non fossero neppure per i loro stessi adepti. Sappiamo che la storia provvede col senno di poi, ovvero con la possibilità data ai vincitori di imporre la loro versione dei fatti, a “distinguere” ciò che quando si è consumato distinto non era affatto, e in genere privilegia, proprio al fine di cancellare le tracce e le voci degli sconfitti, gli elementi di differenza rispetto a quelli accomunanti: ma nei primi due secoli della vicenda che stiamo raccontando erano questi ultimi a prevalere.

Inquadrata in quest’ottica la storia del cristianesimo primitivo presenta più di un aspetto ambiguo. È il caso, ad esempio, delle persecuzioni: non erano affatto mirate ai cristiani, ma colpivano in maniera indiscriminata tutte le sette di origine orientale o più specificamente le credenze monoteistiche che costituivano una minaccia per la religiosità tradizionale e soprattutto per l’ordine e la stabilità imperiali; e ancora nel secolo successivo non si faceva alcuna differenza, al momento di intervenire in maniera radicale, tra giudaismo e cristianesimo, ma neppure tra quest’ultimo e gnosticismo o manicheismo, o tra cattolicesimo romano e montanismo. Gli elenchi di martiri che ci sono stati tramandati andrebbero pertanto letti con occhio critico: sono senz’altro incompleti, perché non comprendono i moltissimi esponenti delle altre chiese, vittime prima delle persecuzioni indiscriminate e successivamente, come vedremo, di quelle “mirate” alle sette dissidenti; e in qualche caso sono anche non veritiere, perché come ogni movimento vittorioso il cattolicesimo riscrisse, appena fu in grado di farlo, la memoria delle proprie origini, oscurando quella altrui e appropriandosi delle sue spoglie.

La percezione “confusa” e indistinta cui si accennava non era dovuta solo alla conoscenza approssimativa o al disprezzo che un mondo sempre più “laico” riservava a quelle che venivano considerate manifestazioni di fanatismo religioso. La realtà è che le forti componenti gnostiche e manichee presenti all’interno del cristianesimo ne nutrivano l’ala più radicale, mentre l’altra componente, il legame ancora forte con l’ebraismo tradizionale, caratterizzava per converso l’ala più moderata e “legalitaria”: ma alle autorità romane di queste differenziazioni importava ben poco. Per esse eversivo era il movimento nel suo complesso, soprattutto dopo l’esplosione di una serie ininterrotta di rivolte giudaiche in Palestina, salvo però poi colpire là dove il pericolo si profilava più evidente e la resistenza all’abiura più tenace. All’atto delle persecuzioni fu quindi naturalmente la prima fazione a pagare il prezzo più alto, mentre la seconda si orientò, per motivi di pura e semplice sopravvivenza ma anche per trovare nelle istituzioni politiche un appoggio nella lotta intestina, verso la ricerca di un patteggiamento col potere.

Le ragioni dell’accanimento nei confronti dell’ala più radicale non erano quindi senz’altro di origine dottrinale. Sono invece da cercarsi nella proposta etica, nel rivoluzionario messaggio di una società di eguali, non solo senza schiavi, ma anche senza differenze di genere. Nei gruppi ad orientamento gnostico, come ad esempio quello dei Valentiniani, le donne partecipavano con egual diritto alla vita religiosa, erano profetesse, predicatrici, guaritrici, sacerdotesse, potevano persino rivestire la carica di vescovo. È proprio su questi gruppi che cala la mannaia. E accade appunto che di fronte alla persecuzione siano essi ad offrire maggiore resistenza, mentre l’ala moderata salva la pelle con apostasie e nascondimenti, e a volte addirittura a prezzo di delazioni.

Questo è un ulteriore aspetto da sottolineare. Una tradizione agiografica particolarmente ricca, una storiografia quanto meno orientata, e da ultimo anche la letteratura e il cinema, ci hanno trasmesso l’immagine di una resistenza compatta e impavida di fronte alle persecuzioni, con schiere di uomini e donne anelanti al martirio e armate di una fede inossidabile. Ma le cose non stavano precisamente così. C’era, e lo vedremo, anche chi al martirio anelava, ma la gran parte dei fedeli e dei neoconvertiti viveva la propria scelta con timore, e non sempre aveva la forza d’animo di pagarne sino in fondo le conseguenze. Si nascondevano, e quando nemmeno la clandestinità era sufficiente a garantirli, o in occasione degli inasprimenti delle persecuzioni, tornavano almeno formalmente ai vecchi culti ufficiali. Esattamente come ha continuato ad accadere per gli ebrei nel corso di tutto il medioevo, dando origine al ricorrente fenomeno di conversioni di facciata e di professione clandestina del proprio credo (giudaizzanti e marrani). Come già premesso, non va letto in questi comportamenti alcun cedimento morale. A volte la scelta del martirio, come quella della povertà francescana, è un privilegio, un lusso che molti, in verità la stragrande maggioranza, non possono permettersi, o perché proprio non è data loro possibilità alternativa, o perché il senso di responsabilità nei confronti dei propri congiunti o di tutta una comunità non lo consente. La fede può essere testimoniata altrettanto bene rimanendo in vita che morendo.

Le feroci polemiche che aprono la prima netta contrapposizione all’interno del cristianesimo e conducono ad un vero e proprio scisma, con la contrapposizione di due vescovi sulla stessa sede, hanno origine proprio da una diversa valutazione dell’apostasia e da una intransigenza radicale nell’interpretazione della esemplarità evangelica. Ma procediamo con ordine.

Se si escludono le diatribe dottrinali che vedono opposti nel secolo iniziale, almeno fino alla distruzione di Gerusalemme, il gruppo “giudeo-cristiano” a quello “ellenistico”, il primo clamoroso esempio della contrapposizione tra le due anime della nuova religione arriva dall’Asia Minore, più precisamente dalla Frigia, dove a partire dal 172 si diffonde il Montanismo. Montano è un “convertito”, già ministro del culto di Cibele, e come tale portatore di un retroterra religioso legato alla dea madre. Non a caso lo affiancano nella predicazione, con pari autorevolezza all’interno della setta, due donne, Massimilla e Priscilla. Questo comportamento va contro la tradizione giudaica, ripresa anche da san Paolo (…Le donne nelle assemblee tacciano, perché non è loro consentito parlare; stiano invece sottomesse. È sconveniente per una donna prendere la parola in assemblea…. Corinzi, I), che vuole le donne escluse da ogni funzione ministeriale o di predicazione, e sovverte anche la gerarchia religiosa, in quanto la facoltà profetica, data da Dio, riveste un valore superiore rispetto alla carica vescovile, conferita da un uomo. Il movimento assume ben presto una connotazione millenarista e si caratterizza per un ascetismo accentuato, per una morale più rigorosa e per la professione di un assoluto egualitarismo. Si diffonde soprattutto nel vicino Oriente, ma nel giro di pochi anni arriva anche in Europa (ci sono nuclei montaniani importanti a Lione e a Roma). Attecchisce soprattutto nel Nord-africa, probabilmente perché lì incontra preesistenze di culti piuttosto cruenti, come quello di Saturno, che contemplavano anche il sacrificio umano: e fa proseliti, a differenza del cristianesimo romano-paolino, anche tra gli strati più bassi della popolazione, e oltre le cerchie urbane. Da una costola del montanismo deriveranno infine anche gli Ebioniti, che praticano l’assoluta povertà e l’assistenza agli infermi e ai diseredati.

La dissidenza montaniana trova, agli inizi del terzo secolo, uno strenuo ed elegante apologeta in Tertulliano, che porta al parossismo l’esaltazione del martirio e accentua il carattere intransigente della setta. La figura di Tertulliano è perfetta per esemplificare quanto detto sopra a proposito di confusione e di appropriazione della memoria. Tra i bersagli della sua polemica troviamo in crescendo dapprima i cristiani, poi, dopo la conversione avvenuta attorno ai trent’anni i pagani, e a seguire i docetisti, i valentiniani, i marcioniani; quindi, a seguito dell’adesione al montanismo, gli gnostici in genere, i cattolici moderati della chiesa di Roma e gli stessi montaniani meno rigorosi. Eppure la sua visione del mondo è per certi aspetti più vicina a quella gnostica, o addirittura a quella manichea, che a quella cattolica, mentre sul piano dottrinale è praticamente il padre della teologia occidentale, in particolare per quanto concerne il dogma trinitario, e questo a dispetto di un temperamento antisistematico per eccellenza. Ma soprattutto, pur essendo affiliato ad una setta ereticale che verrà condannata ufficialmente e perseguitata, e pur avendo assunto posizioni di critica aperta e feroce nei confronti del cattolicesimo “romano” e dei suoi cedimenti al potere pagano, è annoverato oggi tra i massimi apologeti del primo cristianesimo.

Ricapitoliamo: c’è un movimento che si sviluppa ai confini dell’impero e offre spazio ad una presenza femminile paritaria; che considera uguali tutti gli uomini non solo in spirito, ma anche nel corpo, e rivendica quindi lo stesso diritto alla libertà per tutti; che esalta il rigore morale, che pratica l’ascetismo, che non disdegna, ed anzi glorifica il martirio; che professa l’imitazione di Cristo nella prassi quotidiana, povertà assoluta e soccorso ai bisognosi.

Dall’altro lato c’è una religiosità che va consolidando le sue posizioni nel tessuto sociale, che conquista soprattutto gli strati culturalmente ed economicamente più alti, e non deve quindi spaventare nessuno; che sta definendo la propria immagine in contrasto con quelle della concorrenza, e soprattutto vuole marcare le distanze dal giudaismo, caduto in disgrazia presso l’autorità romana per le rivolte degli zeloti; che seleziona i testi dai quali far discendere la propria dottrina, e a compimento dell’operazione ha cancellato praticamente ogni connotazione femminile della divinità; che ha ereditato dalla sinagoga la consuetudine di tener separati i generi; che stempera ogni implicazione “rivoluzionaria” e terrena dell’egualitarismo e dell’emancipazione promessa dal messaggio evangelico, e che vive a stretto contatto col centro del potere.

Negli intervalli di tolleranza concessi dalle lotte per il potere imperiale le due posizioni bene o male, e a distanza, convivono. Ma quando si torna in presenza di persecuzioni particolarmente feroci, come quelle messe in atto da Decio e da Valerio a metà del III secolo, è naturale che la polemica riesploda. Al centro del dibattito è il comportamento da tenere nei confronti di coloro che si sono macchiati di apostasia e chiedono di essere riammessi nella comunità cristiana (i lapsi). È ancora la chiesa nordafricana, quella infiltrata dai montaniani o che con loro si confronta costantemente, a porre il problema. Un concilio tenuto a Cartagine (251) vede prevalere la posizione lassista, ma fa insorgere la fazione puritana. A farsi portavoce di quest’ultima è Novaziano, un membro del clero romano che nella sede vescovile centrale occupa un ruolo molto importante. Al momento viene messo a tacere, ma le argomentazioni che produce saranno materia per le polemiche a venire. La persecuzione e il dibattito sui lapsi che ne segue forniscono per intanto nuovi stimoli alla componente millenaristica che alligna nelle fila cristiane. La speranza di un avvento prossimo del regno della giustizia è infatti ricca di attrattiva anche per le plebi urbane e per le masse contadine, soprattutto per quelle africane o dell’Asia minore: l’idea stessa di un martirio che garantisce una rapida resurrezione e l’accesso immediato ad una vita migliore, senza attendere la fine dei tempi, spinge in questa direzione.

Alla fine del III secolo i tempi sono maturi per un redde rationem; si va finalmente ad affrontare in maniera esplicita il problema dell’uniformità dottrinale. Esaurita la prima fase di espansione, diviene urgente contenere i tentativi di reazione dell’establishment religioso pagano. Il che impone di sistemare in un corpus unitario la dottrina e la passi del culto, anche in virtù di un impulso rinnovato, che mira ad una penetrazione più quantitativa che qualitativa.

Fino a questo momento le conversioni hanno interessato infatti, salvi gli episodi africani e orientali legati al montanismo, soprattutto gli strati elitari, fondandosi sull’entusiasmo dei neofiti e sulla loro adesione totale e attiva: ma proprio il successo incontrato, e quindi la rilevanza che il cristianesimo viene ad avere anche sul piano sociale e su quello politico, inducono ad un proselitismo più sistematico e pianificato. In questo senso assumono importanza due fattori: da un lato la canonizzazione delle credenze e dei testi, espurgati delle contaminazioni più clamorose e ridotti ad un nucleo abbastanza coerente, destinato a costituire il supporto per una predicazione meno personalizzata; dall’altro il rapporto col potere politico.

La lotta concorrenziale con le altre manifestazioni religiose diffuse nell’impero (manicheismo, gnosticismo) e con le filosofie a sfondo religioso (neoplatonismo, Stoa) promuove la consacrazione di documenti scritti, i “testi sacri”, ai quali attingere l’essenza e sui quali fondare la singolarità del credo cristiano. Il riferimento ai testi e la tendenza a rendere il più possibile univoca la loro interpretazione consentono al cristianesimo di precisare la propria identità e fisionomia, superando l’iniziale disposizione al sincretismo.

Nelle zone occidentali dell’impero, inoltre, la fede cristiana è ormai detentrice, a cavallo tra il II e il IV secolo, di una relativa egemonia spirituale e si dispone a ricevere l’avvallo ufficiale da Costantino. Ma perché ciò avvenga è necessario poter offrire all’interlocutore politico serie garanzie di unità e di corretto lealismo. I concili del III e del IV secolo sono la risposta a questa intervenuta esigenza di una strutturazione unitaria. In essi si confrontano interpretazioni teologiche spesso diametralmente opposte, maturate nel progressivo estraniamento delle varie parti dell’impero e nell’insorgere di influenze culturali diversificate, in luogo del declinante amalgama della “romanitas”. E i frequenti interventi imperiali hanno sempre lo scopo, correlato ad una chiara opzione cesaropapista, di agevolare l’affermazione definitiva di una linea “ortodossa” unitaria, sintonizzata sugli indirizzi politici e funzionale alla coesione dello stato.

La spallata decisiva, anche se non finale, viene ancora una volta da un inasprimento delle persecuzioni, ai tempi di Diocleziano, nei primissimi anni del IV secolo. Anche in questa occasione i casi di abiura sono frequentissimi, e il problema della riammissione di coloro che vengono bollati come traditores, (perché tradunt, consegnano alle autorità le sacre scritture), della imposizione a costoro di un secondo battesimo o del loro definitivo ripudio si ripropone con forza. L’ala più intransigente è naturalmente quella nordafricana. A Cartagine prevale la posizione di Donato, considerato vescovo legittimo da alcuni e un eretico dagli altri. Contro le pressioni provenienti da Roma Donato fa valere le risoluzioni di un secondo concilio (255), nel quale aveva prevalso l’ala rigorista, e dà l’avvio ad un vero e proprio scisma. Tra le accuse lanciategli dai suoi avversari, in mezzo alle contestazioni teologico-dottrinali, c’è il rilievo sulla eccessiva influenza esercitata dalla componente femminile nel suo entourage; questo a dispetto del fatto che nessuna donna ricopra presso l’episcopato cariche ecclesiastiche, o sia investita di un qualche ruolo ufficiale. È significativo comunque che l’argomento venga usato come prova a carico di una supposta devianza.

Nella vicenda entrano, a questo punto, i due imperatori Massenzio e Costantino, che in accordo con l’episcopato dell’urbe appoggiano apertamente gli avversari di Donato. L’appoggio iniziale è solo finanziario, concerne l’esenzione dai tributi per il culto per chi è allineato sulle posizioni romane; ma diventa ben presto anche giuridico, con l’emanazione delle prime leggi persecutorie nei confronti dei dissidenti. Dopo aver sgominato le forze del suo ex-collega al Ponte Milvio, infatti, Costantino non si converte al cristianesimo: promuove piuttosto un culto vagamente monoteistico, del quale è il sommo sacerdote e nel quale si confondono tratti del cristianesimo e del mitraismo con le vestigia di una religiosità solare di ascendenza pagana. Il suo editto di tolleranza del 313 non concerne il solo cristianesimo, ma è allargato tutti i monoteismi, allo stesso modo in cui li avevano accomunati in precedenza le persecuzioni. Nel 317, però, già arrivano i distinguo: in seno al cristianesimo è tollerata solo l’ortodossia romano-paolina. È una sorta di via libera concessa al cristianesimo allineato per regolare i conti: le chiese dei Donatisti sono incendiate, i loro vescovi uccisi. A ribadire la posizione dell’imperatore, e contestualmente la linea che verrà considerata d’ora innanzi ortodossa, provvede nel 325 il concilio di Nicea, presieduto e orientato da Costantino stesso. In quella sede viene ufficialmente riconosciuta la divinità di Cristo e viene esattamente definita l’esatta natura (consustanziale) di questa divinità.

Il risultato è un’ulteriore radicalizzazione della lotta, portata avanti stavolta dai Circumcellioni, braccio armato del movimento donatista. Anche questi votati al martirio, anche questi annoverano donne nelle fila dei combattenti.

Una breve stagione di rivincita per i Donatisti arriva trent’anni dopo con Giuliano l’Apostata, che giocando sui dissidi interni al cristianesimo, al fine di minarne la credibilità, favorisce le minoranze dissidenti: riammette quindi i donatisti in Africa, da dove erano stati banditi, e consente loro di rivalersi contro gli avversari. Ma non dura molto: con Teodosio e con l’editto del 380, che proclama il cristianesimo religione di stato nelle forme dottrinali e nell’assetto gerarchico stabiliti dal concilio di Nicea, viene sancita la vittoria finale dei moderati. L’editto stesso prevede la condanna a morte per gli eretici.

Mi sono soffermato a lungo su queste vicende perché mi sembrano riassumere perfettamente come sono andate le cose nei primi quattro secoli del cristianesimo, e chi erano i contendenti. Sono state in pratica eliminate tutte le frange pauperistiche, egualitarie ed eticamente intransigenti e ha trionfato alla fine il partito del patteggiamento col potere. Da una parte e dall’altra non si sono risparmiati colpi, ma il racconto che è stato poi costruito ha cancellato il ricordo stesso del contrasto, così che il vincitore ha potuto accreditarsi la gloria della resistenza e del martirio.

Il canone teologico cristiano si definisce, nelle sue linee portanti, proprio attraverso questi scontri: ma al tempo stesso l’immagine di una chiesa trionfante su ogni ostacolo in forza delle sue verità, tanto semplici quanto universali, ne esce sconvolta. Le tracce profonde di questa contrastata uniformazione delle credenze rimangono, al di là delle esclusioni e delle scissioni vere e proprie, in odi e solchi interni destinati ad approfondirsi, nelle idee messe in circolazione e mai definitivamente soffocate, nell’atteggiamento stesso assunto, a livello organizzativo-difensivo, dall’ortodossia. La moderazione di Paolo, che consigliava di “evitare” gli eretici, è presto dimenticata. Nel 385 un vescovo spagnolo, Priscilliano, che ha diffuso nella penisola iberica una dottrina antitrinitaria, con forti venature di manicheismo gnostico, viene messo a morte con alcuni suoi seguaci: sono le prime vittime del decreto imperiale, e la loro condanna suscita prima le suppliche e poi le proteste di Martino di Tours e del vescovo Ambrogio. Anche se almeno fino all’XI secolo la chiesa continuerà a dissociarsi da interventi così drastici, considerando più che sufficiente l’espulsione dalla comunità cristiana, il precedente di Priscilliano contribuisce allo sviluppo di un progressivo irrigidimento (Agostino ne è un rappresentante) nei confronti del dissenso e dell’eterodossia.

Non tutti i movimenti ereticali del periodo del basso impero nascono come il montanismo o il donatismo da una contrapposizione etica: in genere hanno invece un carattere eminentemente teologico: nascono da divergenze sull’interpretazione dei testi o sulla loro accettazione, coinvolgendo quindi attivamente soltanto gli ambienti intellettuali e speculativi. La massa dei fedeli partecipa solo indirettamente a questi dibattiti, in quanto ne subisce le conseguenze materiali, spesso pesanti, ma non è in grado assolutamente di coglierne la sostanza. Eresie come lo gnosticismo, il moranismo, il nestorianesimo, il monofisismo, che pure danno luogo a scontri anche violenti e interessano interi gruppi nazionali, rimangono incentrati su sottili distinzioni trinitarie e cristologiche. Quando, come nel caso dell’arianesimo, finiscono per riflettere particolari disposizioni o istanze etiche, ciò è dovuto ad un sovraccarico a posteriori di significanze indotte, talvolta addirittura estranee all’originaria questione dogmatica.

Il caso dell’arianesimo merita però una breve parentesi di riflessione. I termini dottrinali del contrasto non sembrano rivestire a prima vista un grosso significato ai fini di una caratterizzazione distintiva della mentalità. Si tratta di stabilire se la natura di Cristo fosse già divina prima del sacrificio e della resurrezione: se fosse cioè soltanto simile a quella di Dio oppure ne discendesse direttamente. La contingenza storica vuole che ai Goti e alla maggior parte delle popolazioni barbariche il messaggio cristiano arrivi nella prima interpretazione, e ciò determina sul piano della disposizione etica e spirituale nei confronti del mondo una differenziazione radicale, in apparenza spropositata all’entità del divario teologico. In realtà, le due interpretazioni della natura di Cristo sottintendono valutazioni sull’uomo, e quindi anche atteggiamenti religiosi diametralmente opposti. L’una parla di un dio fattosi uomo, l’altra di un uomo divenuto Dio. L’una affida l’umanità al volere e all’aiuto celeste, giustificando la mediazione di questa volontà e l’elargizione di questo ausilio operata da istituti e ministri a ciò consacrati; l’altra fa carico all’umanità stessa della realizzazione della propria salvezza, offrendole attraverso il potenziale interiore di divinizzazione uno strumento più diretto. Se ora pensiamo a quello che è stato lo sviluppo degli atteggiamenti mentali delle popolazioni già ariane, cogliendone anche soltanto gli esiti più clamorosi e insieme più dissimili, dalla riforma protestante alla filosofia hegeliana (con le sue derivazioni) fino al superomismo ed alla sua degenerazione razzistica (non a caso, mito della razza “ariana”), ci accorgiamo di come questa interpretazione abbia continuato a caratterizzare, a dispetto del ripudio ufficiale, il sentire etico e religioso di gran parte dell’Europa. Ciò a prescindere da altre implicazioni, legate all’antico contrasto religioso, prime tra tutte l’ostilità e il sospetto protrattisi ad informare i rapporti con le popolazioni latine o, più genericamente meridionali.

Già in periodo imperiale non è comunque infrequente una lettura più radicale dei dettami evangelici sulla socialità. L’egualitarismo di fondo dell’etica cristiana si incontra talora con gli sviluppi estremi del pensiero stoico, volgarizzato in forme religiose incentrate sul culto solare. “Nell’universale diffusione della luce solare alcuni stoici vedevano il supremo esempio di giustizia sociale e persino di comunione dei beni” (N. Cohn) Questo incontro ha luogo non soltanto nella patristica (Cipriano, Zeno, Graziano, Ambrogio), ma anche e soprattutto tra le masse, pronte a cogliere il senso più letterale di ogni messaggio egualitario. I “circumcellioni”, ad esempio, intendono realizzare sulla terra il regno di Dio, e non tardano a passare ai fatti, liberando gli schiavi e facendo ricorso alla violenza per ottenere un’equa redistribuzione dei beni. La repressione nei loro confronti e nei confronti di fenomeni analoghi è naturalmente feroce, ma non può impedire che le parole dei vangeli continuino ad alimentare la speranza e la ribellione nei diseredati.


L’eresia nell’alto medioevo

Rispetto al pullulare di sette e dissidenze che aveva caratterizzato i primi secoli del cristianesimo, durante il periodo alto-medievale le manifestazioni di devianza si diradano fino a sembrare quasi scomparse. In realtà le forme della devozione cristiana continuano a svilupparsi in maniere molto differenziate, soprattutto dopo che alla crisi dell’impero ha fatto seguito l’impatto con le popolazioni barbariche e sono tornate attuali le motivazioni dell’antica disponibilità al sincretismo. Valori, pratiche culturali e credenze ataviche delle etnie affacciatesi all’occidente sono raccolti e reinterpretati alla luce dello spirito cristiano, ma danno luogo pur sempre allo sviluppo di mentalità e prassi religiose alquanto differenziate. Soprattutto in Europa, il frazionamento del continente ed il venir meno di una rete organica di rapporti rendono impossibile il controllo: quand’anche esista la percezione del pericolo, la chiesa è spesso impotente ad intervenire. D’altro canto, proprio queste condizioni di atomizzazione limitano la pericolosità delle manifestazioni eterodosse, che difficilmente arrivano ad interessare grandi masse. Grundmann fa giustamente rilevare come lungo tutti questi secoli (e in parte anche in quelli successivi) rimanga in uso nella descrizione delle eresie una nomenclatura che non tiene conto delle novità o delle differenziazioni intervenute: si continua a parlare di manichei, di gnostici, di ariani, spesso totalmente a sproposito. Ciò avviene probabilmente perché nessun fenomeno particolarmente pericoloso o innovatore crea la necessità di una identificazione e di una definizione più precisa. Occorre però tener conto del fatto che il concetto di eresia è ancora relativo in questo periodo all’ambito speculativo e teologico. Al contrario, la diversificazione religiosa alto-medioevale è avvertibile soprattutto nella prassi quotidiana, nel costume, nel rituale, per i quali non esistono norme definite e codificate. Stante il carattere di attacco, di penetrazione che ancora caratterizza l’azione della chiesa, anche le manifestazioni più eccessive (ad esempio, certe forme di ascetismo e di misticismo esasperato) rientrano agevolmente nell’elastica ortodossia del comportamento “religioso”. L’esemplarità eccezionale assume anzi un grosso valore propagandistico, mentre la tolleranza per certi aspetti del rituale o per certe credenze rende meno pesante per popoli neo-convertiti il ripudio dei culti dei padri.

È necessario ricordare infatti che fino a tutto il X secolo ricorrono frequenti le apostasie collettive (nei paesi nordici, soprattutto, e presso le popolazioni slave e magiare), legate ai conflitti interni tra signori locali e sovrani. “Questo carattere politico delle apostasie dei signori contrapposti assieme alle loro genti al potere centrale, che per numerose ragioni identificava tra il IX e l’XI secolo i suoi propri interessi con il cristianesimo, apparve in numerosi paesi nel corso di una medesima tappa preliminare della formazione delle istituzioni monarchiche e della propagazione della nuova religione” (Gieysztor). Ma il movente politico non caratterizza sufficientemente questi fenomeni: essi vanno considerati piuttosto l’espressione di una insofferenza diffusa per l’imposizione della nuova struttura religiosa da parte dell’autorità. Nelle credenze pagane, soffocate e vessate dalla nuova fede ma pur sempre radicate nel sentire religioso individuale e di gruppo, si rifugia una visione anarchica, naturalistica e panteista del mondo.

Non mancano naturalmente anche nell’alto medioevo i tentativi di uniformare la crescita religiosa e soprattutto di costringere lo slancio fideistico entro una normativa disciplinare meno vaga. L’esempio più probante viene dalla “regola” monastica, soprattutto nella sua espressione benedettina, che contrappone alla scelta individualistica di matrice orientale e pagana una alternativa comunitaria e socializzante, una fenomenologia del comportamento religioso più sobria e governabile.

E tuttavia i tratti dominanti della regola monastica, dall’organizzazione autarchica all’istituzione di un tempo “regolare”, non storico né naturale, dal celibato al ripudio dell’identità personale, sono profondamente utopici, presuppongono spazi, durate, persone e infine accadimenti razionalmente controllabili: mentre fuori del monastero la regola vera consiste, in questo periodo più che mai, nella mancanza di ogni regolamentazione.


Le eresie dell’oriente europeo: il bogomilismo

Mentre in occidente non si riscontra in questi secoli una fenomenologia ereticale continuativa e diffusa, ai limiti orientali dell’Europa, in una zona per molti versi ancora estranea al contesto del mondo cristiano-occidentale, stanno germogliando semi di eterodossia destinati a straordinarie ripercussioni. Intorno al VII secolo compaiono nella penisola balcanica le dottrine di due sette originarie dell’Asia minore bizantina: i pauliciani e i massaliani.

I pauliciani (dal nome dell’eretico adozionista Paolo di Samosata) partono da una cosmogonia di ascendenza manichea, in base alla quale due principi contrapposti sono all’origine del creato: il Dio buono, signore del mondo celeste e dell’animo umano, e lo spirito del Male, artefice della materialità terrena e corporea. In base a questa distinzione tutto ciò che attiene alla secolarità e al visibile va ripudiato come opera o epifania del maligno. Ne consegue la negazione della legittimità di ogni forma di potere terreno, in quanto esso si esercita per vincoli materiali, e l’attacco alla chiesa, che come struttura visibile e operante nel mondo mistifica una presenza divina del tutto estranea a tale contesto. Ogni individuo deve pertanto liberamente accedere ai testi sacri e cercarvi la verità, senza delegare ad alcuna classe sacerdotale la propria salvezza. Nessuna immagine o rappresentazione di Dio è consentita, nessun simbolo materiale può essere oggetto di culto (questa radicale iconoclastia fa dei pauliciani i sostenitori più accesi della politica religiosa imperiale di Bisanzio nel VII secolo).

L’altra setta, quella dei massaliani, pur fondandosi egualmente su di una concezione dualistica, non arriva agli stessi livelli di estremismo. Diffusa soprattutto nell’ambito claustrale, l’eresia massaliana pone l’accento sulla necessità di una intensa preparazione ascetica, sul tipo appunto di quella praticata nei monasteri, per la conquista dell’aldilà.

Entrambe le dottrine incontrano il favore dei ceti più umili, la prima per la sua carica antiautoritaria, di rifiuto radicale del potere e della gerarchia, la seconda per il filo di speranza in una felicità futura che offre ai diseredati di questa terra. Trovano inoltre un fertile terreno nelle contingenze storiche particolari delle popolazioni balcaniche, ed aprono la strada al fenomeno ereticale più complesso e più importante, anche per quelle che saranno le sue implicazioni occidentali, dell’alto medioevo: il bogomilismo.

Il bogomilismo fa la sua apparizione nei Balcani attorno al X secolo. Sembra aver tratto il nome da uno dei suoi primi propagandisti, il pope Bogomil. Eredita il fondamentale dualismo cosmogonico del paulicianesimo, imperniato sui due principi antitetici del Bene e del Male che governano il mondo: ma lo sviluppa poi in una teologia originale, e soprattutto ne trae indicazioni escatologiche destinate ad avere forti ripercussioni in tutta la vicenda ereticale europea.

Secondo il testo principe della dottrina bogomila, il Vangelo di san Giovanni o Libro segreto, in principio era Dio, creatore dell’universo e di tutti i suoi elementi. Contro il potere divino insorse ad un certo punto Satana, che venne cacciato sulla terra e tentò di fondare su di essa il suo impero, sottraendola allo stato di amalgama inerte e ordinandola secondo quelle che noi chiamiamo “leggi di natura”. Satana fu anche il creatore dell’uomo e della donna, destinati a popolare la terra cosi ordinata. Adamo ed Eva furono quindi concepiti ad immagine non di Dio, ma del demonio: Dio intervenne solo ad animare col suo soffio vitale la materia, la carne, su richiesta dello stesso spirito del male, che non possiede questa facoltà. Di qui la duplice natura dell’uomo, divina e demoniaca al tempo stesso, ed il contrasto che ne travaglia l’esistenza. Il riscatto da questa condizione sarà operato da Cristo, nella sua seconda venuta, alla quale farà seguito il giudizio finale.

Da questa concezione teologica ed escatologica, nella quale le reminiscenze dei miti arcaici si mescolano alla tradizione testamentaria, discendono i grossi rivoluzionamenti che i bogomili operano nei confronti dell’etica e del culto. Essi rifiutano in blocco la mediazione della chiesa, affermando la capacità individuale di pervenire alla salvezza, mentre l’istituto ecclesiale altro non sarebbe che uno strumento demoniaco per distogliere l’uomo dal suo cammino. Tutte le operazioni sacramentali, il battesimo, l’eucaristia, il matrimonio, l’ordinazione sacerdotale, sono invalidate. Anche gli oggetti di culto, la croce e le immagini sacre, gli strumenti rituali, come la preghiera e la messa, la credenza nei miracoli e nei poteri soprannaturali delle reliquie sono considerati privi di qualsiasi valore. Al contrario, i bogomili propugnano una religiosità semplice, lontana dalle manifestazioni cultuali spettacolari e un’esistenza frugale (c’è una tendenza al vegetarianismo), modesta nel vestire e nelle abitudini.

Sono decisamente contrari al matrimonio, anche se questa parte della dottrina è recepita soprattutto nel suo significato anti-sacramentale, di rifiuto della presenza ecclesiastica per la sanzione dell’unione. Spingono inoltre alle estreme conseguenze il precetto evangelico sull’amore per il prossimo, opponendo l’interdizione più assoluta all’uccisione di qualsiasi essere vivente, uomo o animale (eccezion fatta per il serpente, animale diabolico per eccellenza). Infine, proprio sulla scorta della loro credenza sulla genesi dell’umanità, rivalutano la figura della donna, attribuendole gli stessi tratti positivi e negativi di quella maschile. Nessuna discriminazione è quindi data nell’esercizio delle funzioni relative al culto, e le donne fungono, al pari dell’uomo, da officianti nei riti e da predicatrici.

È facile comprendere come una simile normativa comportamentale, soprattutto quella concernente la non-violenza, la castità ed il rigore ascetico, non possa essere rispettata facilmente dalla gran massa degli adepti. Soltanto una piccola schiera di perfetti arriva alla completa professione, fisica e spirituale, di un credo tanto impegnativo. In questo modo si ricrea all’interno della setta, a dispetto del rifiuto del sacerdozio e di una organizzazione clericale, una sorta di gerarchia morale, ed ai perfetti è affidata la direzione della vita comunitaria. Oltre ai perfetti abbiamo i credenti, che fanno parte della confraternita ereticale ma non sono tenuti ad una prassi ascetica tanto rigida, ed infine i semplici uditori, che possono partecipare alle sedute di predicazione, ma non sono ancora ammessi in seno alla comunità bogomila. Esigenze di autodifesa e di proselitismo fanno si poi che ciascuna comunità si dia un’organizzazione, facente capo ad una sorta di vescovo scelto tra i perfetti e ad un gruppo di ausiliari ad esso affiancati. Si tratta di un’autorità puramente morale, che deriva soprattutto dalla più approfondita conoscenza della dottrina, ma all’interno del gruppo essa ha un notevole rilievo e può esercitare pressioni decisive.

La vita comunitaria si rifà al modello della predicazione evangelica primitiva, anche se nella realtà dei fatti si limita essenzialmente a riunioni periodiche, peraltro frequenti, nelle quali si dà lettura dei testi, si svolgono le cene rituali o si pratica l’educazione e l’iniziazione dei neo-convertiti.

La diffusione dell’eresia bogomila è rapida quanto duratura. Radicatosi nell’area balcanica orientale intorno al X secolo, il movimento continua ad essere presente ed attivo nelle vicende politiche del regno bulgaro fino a tutto il XIV. Soltanto l’avvento della dominazione turca e quindi la caduta delle ragioni di opposizione immediata alla chiesa ne segnano il declino. Durante questo periodo i bogomili si trovano di volta in volta al fianco dei sovrani bulgari, nella lotta indipendentistica contro Costantinopoli, o contro gli stessi, quando la realizzata autonomia consente a questi ultimi di tentare una strutturazione unitaria interna. La componente antiautoritaria insita nella loro dottrina non investe solo il campo religioso, ma ha un profondo risvolto sociale. Il bogomilismo si schiera con gli oppressi, con le classi diseredate, e negando valore ai poteri costituiti o addirittura smascherandone la natura diabolica mantiene viva la volontà del riscatto e del perseguimento della giustizia sociale.

L’eresia bogomila non rimane comunque confinata nella zona balcanica e presso le popolazioni bulgare. Incalzati dalle persecuzioni o spinti dall’impegno missionario i perfetti non tardano a sconfinare in altre zone d’Europa, dapprima limitrofe (Tracia, Macedonia), poi sempre più lontane e diverse (Serbia, Bosnia, principato di Kiev ecc…): anche nell’Asia minore bizantina lasciano tracce della loro penetrazione. In Italia la presenza di una colonia ereticale di fuoriusciti bulgari è segnalata attorno al 1040, a Bari e in Sicilia. Ma è al nord, nella pianura padana e nel mezzogiorno francese, che le dottrine dualistiche ed anti-ecclesiastiche dei bogomili trovano ideale continuità nel catarismo.


L’XI secolo: in attesa dello Spirito

Le voci ereticali che a partire dagli inizi dell’XI secolo scuotono l’occidente europeo non mirano più soltanto al recupero di quei valori spirituali ed etici che la chiesa sembra avere smarriti, ma arrivano a mettere in discussione il ruolo di guida che l’istituto ecclesiale si è assunto.

Intorno all’anno 1000, nella diocesi di Chalons-sur-Marne le autorità religiose sono messe in allarme dalla predicazione di un semplice contadino, Liutardo, che dopo aver ripudiata la moglie in nome della castità evangelica si lancia in una violenta propaganda anticlericale. Finirà suicida, risparmiando al vescovo l’incombenza di un processo, ma i suoi seguaci terranno vivo a lungo nella regione il suo ricordo e il suo insegnamento. Liutardo è decisamente iconoclasta, aborre tanto i simboli quanto i ministri del culto e proclama illegittima la riscossione delle decime da parte della chiesa. La sua ribellione si fonda su alcuni passi del Nuovo Testamento (mentre l’Antico è rigettato, in quanto presenta un Dio autoritario e crudele, sinistramente simile ai signori feudali) ed esprime l’esasperazione delle popolazioni rurali, che nel parassitismo esoso del clero tendono a riconoscere la causa primaria della propria oppressione. Le notizie su questo movimento sono troppo scarse per poterne ricostruire la fisionomia dottrinale, ma appare fondato riconoscere in Liutardo un agitatore che estrinseca nella forma dominante del sentire suo contemporaneo, quella religiosa, la risposta al malessere sociale da cui è mosso. I fenomeni ereticali successivi sembrano invece, ferme restando sullo sfondo le condizioni di disagio e di turbamento civile, investire una sfera più propriamente dottrinale.

In Aquitania, nel 1018, vengono segnalati dei predicatori itineranti, usciti dalle fila del clero regolare, che negano validità ai sacramenti, al culto della croce e delle immagini sacre, e praticano una rigorosa osservanza della castità e dell’astinenza. I cronisti dell’epoca definiscono “manichei” i seguaci di questa setta e, sebbene si sia sottolineato altrove come queste etichette della tipologia ereticale abbiano perduta nel corso dell’alto medioevo ogni rispondenza con i significati originari, è innegabile che una disposizione confusamente manichea sta alla base della loro predicazione.

Gli eretici scoperti ad Orleans nel 1022 si riallacciano invece al docetismo, probabilmente nella versione elaborata dai movimenti ereticali dell’Europa orientale. Si tratta di un gruppo non folto (i condannati sono una ventina) ma eterogeneo, nel quale trovano posto anche canonici, chierici e aristocratici, e che accoglie a livello paritetico le donne: una cerchia dunque abbastanza dotta, che si interessa di problemi cristologici, arrivando a negare la natura umana di Cristo, e conseguentemente il valore salvifico del suo sacrificio e della resurrezione. Le credenze professate dalla setta e gli elementi del suo rituale presentano interessanti analogie con quelli dei bogomili. Sia pure con qualche distinguo, la missione sacramentale della chiesa è considerata superflua, a prescindere dalla degnità del clero amministrante. Battesimo, ordinazione, penitenza, eucaristia, sono sostituiti da un unico atto consacratorio, l’infusione dello Spirito, trasmesso per imposizione delle mani. Una volta in possesso dello Spirito il credente entra in circuito diretto con Dio, il quale si manifesta attraverso visioni mistiche individuali. Naturalmente anche il matrimonio, legame terreno per antonomasia, è rifiutato. Processati e scomunicati, gli eretici di Orleans sono trascinati sul rogo dalla popolazione stessa, contro il volere delle autorità religiose. Si anticipa così una prassi destinata a caratterizzare sinistramente la lotta contro l’eresia.

Un’altra setta, operante a Liegi e soprattutto ad Arras attorno al 1022 e fondata con ogni probabilità da un italiano di nome Gandulfo, si spinge su posizioni ancor più radicali. La sua critica non risparmia alcun simbolo o elemento materiale del culto, a partire dall’uso di chiese, altari, immagini sacre, croci, fino agli incensi e ai canti liturgici. Nel sistema sacramentale scorge una “sporca transazione mercantile”: battesimo, eucarestia, confessione, matrimonio, sono stigmatizzati come strumenti dell’apparato di potere ecclesiastico, e ad essi è contrapposta una scelta di rigorismo morale e di “giustizia”. Gli eretici di Arras rifiutano ogni autorità al Vecchio Testamento, e si rifanno di conseguenza esclusivamente al Vangelo e ai testi apostolici. Praticano inoltre una vita improntata all’ascetismo, escludendo ogni contatto sessuale.

Nel castello di Monforte, presso Asti, è denunciata nel 1028 un’altra conventicola ereticale. Essa raggruppa adepti di diversa estrazione sociale, dai contadini agli stessi castellani. I riscontri dottrinali con gli eretici di Orleans sono notevoli, e forse non è senza significato la notizia tramandataci dai cronisti che attribuiva ad una donna italiana l’introduzione della dottrina ereticale nella città francese. A Monforte si fa vita comunitaria, su basi rigorosamente austere, dettate da una concezione pessimistica del mondo. Sono interdetti i rapporti sessuali, è proibito cibarsi di carne, non esiste la proprietà individuale. In luogo di una gerarchia clericale si hanno alcuni maiores votati alla preghiera ininterrotta. Sul piano dottrinale viene attribuito al concetto di Trinità e alla vicenda testamentaria un valore puramente allegorico: Dio si manifesta non già attraverso l’incarnazione, ma illuminando direttamente lo spirito umano. Alla luce di queste teorie e delle loro conseguenze etiche e sociali, prime tra tutte la comunità dei beni e il ripudio della gerarchia e dei privilegi del clero, è facilmente spiegabile il successo incontrato da un movimento presumibilmente di origine dotta presso le classi più povere. Se ne ha la riprova quando, condotti in giudizio a Milano, gli eretici di Monforte trovano un fertile terreno per la loro predicazione nei contadini inurbati e nel basso popolo, alimentando con semi di eterodossia quel movimento riformistico di massa che sarà, pochi anni dopo, la pataria.

In Italia, oltre che a Milano, di cui si parlerà più diffusamente in merito alla crisi patara, sono segnalati fenomeni ereticali a Ravenna, a Venezia, a Verona e in Sardegna. Pur essendo le notizie sui protagonisti e sulle dottrine alquanto vaghe, in modo particolare per quanto riguarda la Sardegna, sembra già possibile ravvisare in queste manifestazioni una influenza diretta del bogomilismo. La diaspora cui sono periodicamente costretti gli eretici dell’area bizantina si indirizza infatti ai porti dell’Adriatico settentrionale, tradizionalmente legati all’impero da vincoli storici e commerciali, ma cerca anche santuari più sicuri e nascosti, come l’isola tirrenica. Le credenze importate dall’oriente, ricche già di una organizzazione teologica e dottrinale, non tardano a sovrapporsi al proto-dualismo autoctono latente, come dimostra la vicenda di Monforte, nella pianura padana. È un incontro fondamentale per la storia dell’eresia: esso prelude allo sviluppo di forme ereticali omogenee e strettamente collegate nella fascia che va dai Pirenei all’Adriatico, ovvero di quel movimento cardine dell’eversione ereticale che è il catarismo.

Il primo movente comune di tutte le manifestazioni ereticali sin qui considerate è una contrapposizione decisa alla scelta dogmatica che la chiesa va operando in questo secolo. Postulando una divinità che si assoggetta alle imperfezioni, ai limiti, alla corruttibilità della carne, sia pure soltanto temporaneamente, la teologia ortodossa rivaluta indirettamente quella natura umana che per altri versi è riconosciuta come depositaria del peccato. Un Cristo incarnato che accetta la trafila della sofferenza terrena, a partire dalla nascita dal grembo di una donna fino alla passione, contraddice la ripulsa per la prigione corporea, per lo stato contingente di contrapposizione tra animalità e spirito, di cui l’alto medioevo si era nutrito. In questo senso i movimenti ereticali sono legati alla conservazione del passato, contro una chiesa che sviluppa invece in modo sempre più pieno e completo la propria dottrina. Vogliono mantenere in vita una concezione fondata sull’antitesi, un dualismo chiuso ad ogni composizione. E in questo recupero del passato si spingono fino alle più radicali conseguenze etiche, propugnando la riscoperta e l’attuazione degli ideali evangelici, egualitari e comunitari. L’impalcatura sacramentale e quella rituale (immagini e simboli) della chiesa sono i primi obiettivi di ogni attacco. In esse si vede il patteggiamento con la realtà mondana, la rinuncia compromissoria al trionfo della spiritualità sulla materia. Il rifiuto degli strumenti coinvolge naturalmente coloro che ne sono depositari, il clero in generale e la struttura gerarchica in modo specifico. Nessun “mezzo” di natura umana e materiale essendo atto a mediare il rapporto con la divinità, ciascuno dovrà tendere al rafforzamento e alla liberazione della propria componente “divina”. Questi motivi più propriamente religiosi discendono quindi da una cosmologia composita, che pone l’accento in maniera decisa sul ruolo della potenza negativa, anticipando un’attitudine che caratterizzerà, nei secoli successivi, anche la sfera ortodossa.

Ma nella scelta ereticale dell’XI secolo sembrano intervenire altri fattori, primo tra tutti il bisogno di rivedere in termini logici il patrimonio dottrinale, e di rapportarlo ad una visione più realistica del mondo. Ciò è solo apparentemente in contraddizione con l’ipersensibilità nei confronti del diabolico. Gli eretici, una volta accettata la duplice natura del creato, vogliono essere conseguenti, eliminare qualsiasi ambiguità. La scelta ha da essere perentoria: non accettano presenze vicarie, simboli e riti che surrogano il rapporto con Dio. Al tempo stesso, proprio in ragione del sentire antimaterialistico, vogliono spogliare di qualsiasi investitura gli strumenti materiali del culto: la croce è un pezzo di legno, anzi, un mezzo di tortura, ed anche volendo accettare l’idea della realtà della passione sarebbe piuttosto da aborrire, se è vero che Cristo su di essa è morto. Lo stesso vale per l’acqua battesimale, per l’eucaristia e per ogni altra traslazione di significanze spirituali in oggetti o forme materiali. In quanto manifestazioni terrene anche i miracoli sono visti con sospetto, come possibili irretimenti diabolici o più spesso come fole originate dalla suggestione e dalla predicazione ecclesiastica sui poteri delle reliquie.

Infine, è da rilevare un terzo aspetto della fenomenologia ereticale di questo secolo. I movimenti cui si è fatto cenno hanno nella gran parte un’origine rurale: si sviluppano direttamente nel contado oppure arrivano all’ambiente urbano dopo un periodo di incubazione nelle campagne circostanti. Con ogni probabilità sulla genesi extracittadina delle manifestazioni ereticali incidono motivazioni di ordine pratico, quali il controllo meno severo esercitato dall’autorità ecclesiastica e la relativa autonomia dei vari nuclei religiosi. “Nel quadro dell’organizzazione ecclesiastica tradizionale delle campagne, le iniziative innovatrici avevano maggiori probabilità di successo per il moltiplicarsi delle cappelle private, delle fondazioni monastiche ed eremitiche che, già da molto tempo, rendevano inoperanti i poteri dei vescovi e dei pievani sulle rispettive circoscrizioni” (Violante). È da ritenersi inoltre che nel contado, in un contesto nel quale i ruoli sociali corrispondenti all’oppressione risultano più precisamente definiti, il clero esattore di decime e intrallazzato coi signorotti feudali sia oggetto di una più decisa e radicale ostilità. Si tratta d’altronde di un clero piuttosto ignorante, la cui corruzione risulta a maggior ragione inaccettabile in quanto non è compensata da una inattaccabile superiorità dottrinale. E nello spazio circoscritto della comunità rurale, la cui vita sociale e spesso anche economica gravita totalmente attorno all’istituto religioso, tutto questo è troppo visibile per poter essere sopportato a lungo.


La pataria

Anche un movimento dallo sviluppo eminentemente cittadino come quello dei patari ha le sue radici nella predicazione rurale. Fermenti di religiosità riformata percorrono verso la metà dell’XI secolo tutta la parte settentrionale della penisola italiana, trovando sbocco nei canali tradizionali dell’eremitismo e del monachesimo, sia pure nella nuova concezione cluniacense, ma talora debordando verso esiti radicalmente alternativi, come testimonia la vicenda di Monforte. Proprio alla predicazione degli eretici piemontesi, portati in giudizio a Milano ed ivi condannati al rogo, è fatta risalire da molti cronisti dell’epoca la prima diffusione di germi di eterodossia nella città. In verità, l’appello dei monfortesi ad un risanamento morale, alla riconquista dei valori dell’ascesi, al ripudio di una gerarchizzazione tipicamente terrena trova a Milano un uditorio già preparato e particolarmente recettivo. I capi spirituali della rivolta patarinica hanno maturata la loro esperienza riformistica nel contado milanese, stigmatizzando l’indegnità di larghi strati del clero rurale e catalizzando la rabbia e gli aneliti anti-gerarchici della parte più sana, che va sempre più contrapponendosi alle alte sfere ecclesiastiche urbane. Le masse contadine recentemente inurbate sono quindi di per sé depositarie di un’attitudine ostile nei confronti della simonia e del nicolaismo imperanti nella città. Questo apporto esterno non fa comunque che alimentare la tensione sociale e politica già presente nell’ambiente cittadino, determinata dal conflitto di potere tra l’aristocrazia religiosa, alle cui spalle sta l’imperatore, e l’autorità pontificia, alla quale si appoggiano le prime istanze di autonomia comunale caldeggiate dai ceti mercantili e artigiani. Il partito della riforma acquista rapidamente in Milano un’influenza notevole, al punto che nel 1045, ponendosi il problema della successione arcivescovile, l’assemblea elettorale dei cittadini esprime solo candidature “riformiste”.

Dal momento che l’investitura spetta all’imperatore, essendo l’arcivescovo anche conte di Milano, le indicazioni assembleari sono completamente disattese; la scelta cade su di un esponente del partito avverso. Da questo contrasto prende ufficialmente il via il movimento patarino. Anche se per un altro decennio il peso dell’autorità imperiale non consente un’azione decisa, il malcontento nella città lombarda si inasprisce, e al primo mutare delle condizioni politiche (la morte dell’imperatore Enrico III, nel 1056) si traduce in vera e propria rivolta. La predicazione di Arialdo di Carimate e di Landolfo Catta, sostenuti dall’esterno da Anselmo da Baggio, principale esponente del movimento e vescovo di Lucca, commuove le folle dei quartieri popolari {il termine “patarino” è usato inizialmente in senso spregiativo, stando a significare più o meno “stracciarolo”). I preti colpevoli di inosservanza degli obblighi celibatari sono impediti a celebrare le funzioni sacre e sollevati a furor di popolo dal loro incarico. Quando il partito arcivescovile tenta la reazione, scomunicando i capi della pataria e convocandoli in giudizio, la sommossa si allarga e vengono attaccate le dimore dei nobili, contrari alla riforma in quanto interessati attraverso i loro congiunti ecclesiastici alla fruizione dei beni della chiesa. Il papato interviene a questo punto con un tentativo di mediazione, inviando come delegati lo stesso Anselmo da Baggio e Pier Damiani. Pur seguendo con compiacimento i progressi del partito riformista e le difficoltà dell’aristocrazia ecclesiastica, che a Milano è più che mai riottosa ed autonomista, la curia romana non può nascondere la preoccupazione per l’evolversi in senso radicale del movimento. In realtà l’egemonia dei patarini è di breve durata: non bastano l’appoggio del papa e la scomunica comminata nei confronti dell’arcivescovo a contenere il ritorno dei conservatori. In seno al movimento stesso scoppiano i contrasti e quando il nuovo imperatore Enrico IV interviene nella contesa col peso di una autorità imperiale ripristinata l’ala estremista del partito è definitivamente sconfitta. L’ultimo capo carismatico della pataria, Erlenbaldo Cotta, è ucciso nel 1075; i suoi seguaci sono dispersi nelle città circostanti. Le tracce tangibili della fiammata riformatrice rimangono nel nuovo costume del clero cittadino, che viene espurgato degli elementi più vistosi di corruzione, e nell’accentuata laicizzazione amministrativa del comune. Ma alla spiritualità medievale è trasmessa da parte dei superstiti ben altra eredità, quella degli entusiasmi maturati nella breve ed esaltante esperienza milanese. Portate alle estreme conseguenze, le richieste di moralizzazione della vita ecclesiale diventano un incentivo a ricostruire su basi veramente evangeliche la vita cristiana, e troveranno espressione nel movimento pauperistico del secolo successivo.

L’alleanza realizzatasi in Milano tra il papato e il popolo in rivolta non deve trarre in inganno: l’accordo è solo momentaneo e rivela tutta la sua fragilità non appena le valutazioni sui risultati raggiunti cominciano a divergere. Il papato guarda soprattutto a ridimensionare il peso dell’ingerenza imperiale nelle investiture, a recuperare il dominio diretto sui beni ecclesiastici e a ridurre all’obbedienza le alte sfere del clero. Il popolo ha ben altri obiettivi. Vuol liberarsi di una classe sacerdotale che non alimenta speranze di salvezza, perché col suo comportamento può solo attirarsi l’odio di Dio; vuole dare migliore destinazione alle beneficenze, alle rendite ed ai tributi dovuti alla chiesa, che invece di essere ridistribuiti in elemosine ai poveri o utilizzati per la costruzione e le manutenzione degli edifici del culto alimentano il lusso e l’immoralità; vuole stroncare l’egemonia delle grandi famiglie magnatizie, in seno alle quali da sempre l’imperatore va scegliendo gli aspiranti alle più alte cariche ecclesiastiche e civili. Ma anche un’altra questione di fondo emerge proprio nel corso della vicenda patara. La popolazione è favorevole al mantenimento di alcuni margini di autonomia nella celebrazione del culto (nel caso specifico l’istanza è più accentuata per la presenza di un rito, quello ambrosiano, per antica tradizione assai dissimile da quello ufficiale), mentre il papato è deciso a ricondurre in una sfera ristretta di omogeneità le varie forme del rituale. Ma anche all’interno del movimento le attese volgono in direzioni molteplici e contrastanti. Le richieste del clero patarino, un clero reclutato prevalentemente nelle parrocchie del contado, e mirante ad una limitata destabilizzazione della gerarchia, vengono scavalcate sempre più spesso dagli aneliti della massa in rivolta. Si arriva a proporre la povertà evangelica, la comunione dei beni, l’estensione ai laici delle funzioni sacerdotali. Proprio i laici sono protagonisti di un eccezionale sforzo di recupero della consapevolezza e dell’attività religiosa, mentre viceversa la lotta per un clero più puro, capace di impersonare tangibilmente l’ideale di santità connesso al ministero esercitato, ristabilisce valori gerarchici di “perfezione” e di capacità disciplinare che escludono le masse.

La sconfitta della pataria è quindi prima di tutto sconfitta del ruolo nuovo, fatto di partecipazione e di responsabilità, cui i credenti aspirano, disdegnando di rimanere tranquillamente intruppati nei ranghi dogmatici e strutturali che la riforma dell’XI secolo va faticosamente serrando. Da questo momento, deluso nella speranza di un rinnovamento d’identità all’interno della vita ecclesiale, il movimento riformista laicale si volgerà sempre più spesso alle soluzioni radicali, stimolato in tal senso anche dall’irrigidimento dell’ortodossia entro spazi di scelta ormai strettissimi.

Alla fioritura di nuclei di dissidenza ereticale che aveva caratterizzato la prima metà dell’XI secolo fa seguito un cinquantennio in cui le denunce e le inchieste si diradano, fino a dare l’impressione che il fenomeno si sia esaurito. In realtà i fattori di turbamento e di inquietudine permangono, ma muta il contesto in cui trovano espressione. C’è in primo luogo una diversa sensibilità in seno alla chiesa per le istanze riformistiche provenienti dal basso, e la curia romana si fa carico in maniera esplicita, a partire da Gregorio VII, della trasformazione del costume clericale e della riforma dottrinale. Ciò implica una maggiore tolleranza nei confronti delle avanguardie religiose più radicali, o perlomeno favorisce, nella confusione conseguente alle difficoltà del risanamento, la latitanza dei gruppi che si muovono ai margini dell’ortodossia. Questa attitudine decisamente riformatrice permette inoltre alla chiesa di recuperare almeno in parte la fiducia di quegli ambienti, soprattutto monastici, dai quali sono partite le critiche più dure. A favorire lo scarico di tensioni, di fanatismi e di fervori mistici interviene altresì la crociata, con la forte polarizzazione emotiva che il fenomeno esercita, soprattutto all’atto della predicazione. L’attenzione della cristianità è distolta dai problemi interni per concentrarsi sul nemico esterno. Il pericolo e lo scandalo rappresentati dalla presenza mussulmana nei luoghi storici della redenzione fanno passare in secondo piano i conflitti teologici ed etici interiori. Su tutto prevale l’esigenza di presentarsi uniti al confronto, anche se le attese legate alla spedizione in terra santa sono spesso nettamente contrastanti. L’impulso che l’espansione e la propaganda della fede possono trarne serve infatti alla chiesa giustificare il processo di accentramento e di definizione delle strutture gerarchiche, superando le forti resistenze esistenti tanto tra il clero quanto nei laici. Ma la ripresa dei luoghi santi appare anche a molti come il preludio di ben altri sconvolgimenti, destinati a liquidare ogni travisamento e usurpazione dei veri valori evangelici.

Quegli stessi fenomeni che sembrano favorire la normalizzazione lavorano quindi per un altro verso a preparare la risorgenza dell’eterodossia nel secolo XII. Ad essi si aggiunge il diffondersi di manifestazioni meno clamorose di insofferenza disciplinare, quali la scelta eremitica o la predicazione itinerante, che personificano l’alternativa all’irreggimentazione, con una presenza tra l’altro capillare e difficilmente controllabile. Molti religiosi abbandonano le sedi conventuali per perseguire gli ideali di santità nella solitudine e nell’ascesi, esplicitando in questo modo i loro dubbi e le loro critiche nei confronti del sistema ecclesiale. Sovente sono gli stessi laici che disdegnano di assoggettarsi a regole o di unirsi a confraternite fortemente screditate, e si volgono direttamente al romitaggio.

Un grosso veicolo di umori e di contatti ereticali è costituito anche dai pellegrinaggi verso l’oriente. Già il fatto che Gerusalemme arrivi a sostituirsi a Roma come meta e centro d’attrazione del flusso pellegrinale ha in sé il sapore di un ritorno alle origini, di una riscoperta diretta della realtà evangelica che esclude la rappresentanza e la mediazione della chiesa romana. In questa scelta è implicito un duplice rimprovero alle alte gerarchie della cristianità: essa stigmatizza da un lato lo spettacolo di corruzione offerto ai fedeli dalla sede apostolica, dall’altro l’indifferenza per la vergognosa situazione di servaggio dei luoghi santi e per i disagi che ciò comporta ai pellegrini. Ma sono i contatti favoriti dal cammino verso l’oriente ad esercitare un influsso fondamentale per gli sviluppi dell’eresia. Lungo le strade, nei villaggi e nei conventi delle terre estreme d’Europa e dell’Asia minore, i penitenti incontrano strane conventicole, ormai decisamente in rotta con l’ortodossia e l’autorità ecclesiastica, che propongono sotto le spoglie esoteriche del dualismo orientale una visione del mondo ed un’etica socio-religiosa di enorme fascino per chi mira a ritrovare la purezza del messaggio evangelico. Anche se gli influssi più o meno diretti del bogomilismo sono probabili già nella prima metà del secolo, e in parte rintracciabili nelle manifestazioni ereticali prese in considerazione, è da questo periodo che l’intensificarsi dei rapporti anche economici apre alle dottrine neo-manichee la strada dell’occidente.

Alla fine del secolo XI, proprio negli anni in cui più fervida è l’aspettativa per la crociata e si moltiplicano le apparizioni di “profeti” che raccolgono masse di sbandati, di esaltati e di poveracci da indirizzare verso Gerusalemme, altre folle cominciano a muoversi al seguito dei predicatori itineranti. La decisione di non limitare la propria predicazione ad una sede stanziale è correlata quasi sempre alla scelta della povertà volontaria. Molti monaci si avvedono di quanto sia difficile conciliare questo postulato con i rapporti economici che le necessità di sopravvivenza impongono al monastero. Confidando nello spirito di carità si spostano di villaggio in villaggio assieme a gruppi di discepoli, spesso anche molto numerosi, a praticare e a testimoniare con la propria esperienza anomala la verità e la purezza evangelica. Alcuni di essi, come Roberto di Arbrissel e Norberto di Xanten, acquistano fama di santità presso gli strati sociali più umili, mettendo al contrario in sospetto le alte gerarchie ecclesiastiche e civili, mal disposte verso ogni forma di agitazione. Sempre sul ciglio dell’eterodossia, questi predicatori ambulanti si trovano costretti nella maggior parte dei casi a rientrare nei ranghi, fondando istituti regolari dove sistemare i seguaci più stretti. Coloro che non accettano l’integrazione poco alla volta sono indotti ad accentuare la critica nei confronti dell’istituzione e del dogma, fino a scegliere la dissidenza aperta e conseguente.

Enrico di Losanna, detto anche Enrico il Monaco, ex conventuale cluniacense dedicatosi alla predicazione itinerante, è uno dei rappresentanti più significativi di questo processo. La sua violenta campagna contro la corruzione clericale, condotta nel secondo decennio del XII secolo nelle regioni del Mans, dell’Aquitania e della Linguadoca, fa esplodere frequenti rivolte nelle plebi, e induce le autorità ecclesiastiche ad imprigionarlo come eretico. Una volta liberato egli porta alle estreme conseguenze il suo atteggiamento, negando al clero la funzione di mediatore del rapporto con Dio e di amministratore della grazia divina attraverso i sacramenti. Nel suo concetto della responsabilizzazione individuale e dell’accesso non mediato alla grazia si possono scorgere addirittura reminiscenze pelagiane. Enrico rifiuta l’idea del peccato originale, e quindi della necessità del battesimo, ritenendolo privo di ogni significato soprattutto quando è impartito ai bambini. Mette in discussione d’altronde nel suo insieme tutti gli aspetti della vita sacramentale: la messa, l’eucaristia, la confessione, sentita come particolarmente ambigua per il rapporto che in essa si crea e per il potere che conferisce al clero e che andrebbe sostituita da una pubblica confessione reciproca fra laici.

Anche dopo l’imprigionamento definitivo del loro capo, rinchiuso in un convento ad espiare e a meditare, gli enriciani continuano per tutta la Francia del sud la loro propaganda ereticale. Essi trovano notevoli affinità in un altro movimento di grande risonanza, quello dei pietrobrusiani. Pietro di Bruys era stato contattato personalmente da Enrico, dopo la prima incarcerazione, e aveva senza dubbio contribuito a radicalizzare i motivi della predicazione di quest’ultimo. Ma i due non partono da analoghe posizioni. Enrico è un frutto dello spirito della riforma gregoriana: insiste sul concetto di “vita apostolica”, di povertà assoluta come requisito imprescindibile per lo stato sacerdotale. Soltanto l’atteggiamento ottuso e reazionario dell’autorità ecclesiastica spegne la sua fiducia in una riforma interna e lo spinge fuori dell’ortodossia. Pietro di Bruys invece, è ferocemente avverso sin dall’inizio ad ogni forma di materializzazione dei valori religiosi. Costretto ad abbandonare lo stato ecclesiastico (era parroco in un piccolo villaggio delle Alpi svizzere), ne contesta qualsiasi validità e potere: non distingue tra preti degni e indegni, ma li accomuna nell’accusa di mistificazione e di inganno perpetrato nei confronti del mondo cristiano. Attacca gli oggetti formali della venerazione, chiese, croci, altari, nonché la tradizione dottrinale dei padri, il Vecchio Testamento, i sacramenti, le forme del rituale, prime tra tutte la musica e il canto religioso. Arriva ad organizzare roghi pubblici di crocefissi e di altri simboli, per combattere sullo stesso piano la visualizzazione del sacro operata dalla chiesa (proprio in occasione di uno di questi roghi, a Saint Gilles, verrà ucciso dalla folla inferocita). Si serve nella polemica di argomenti analoghi a quelli enriciani, l’inutilità e la prevaricazione del battesimo infantile, la speculazione mercantile sui suffragi ai defunti, ma approfondisce la critica basandosi su di una analisi scrupolosissima del nuovo testamento.

La predicazione di Pietro di Bruys ha come primo teatro le vallate alpine e i piccoli villaggi di montagna, ma non tarda ad estendersi alla Francia meridionale, soprattutto al narbonese, alla diocesi di Arles, alla Guascogna e alla Linguadoca. È difficile dare spiegazioni a carattere sociale sull’origine e lo sviluppo di questo movimento: esso nasce in una zona apparentemente estranea ai grossi sconvolgimenti socio-economici del secolo, dalla quale ci si attenderebbero piuttosto rigurgiti e sopravvivenze arcaiche che non novità dottrinali. Tuttavia occorre non dimenticare che il cantone alpino dal quale muovono i pietrobrusiani è luogo di transito degli itinerari commerciali e devoti, allo sbocco dei valichi che dall’Italia portano all’Europa nord-occidentale. Qui sostano viaggiatori provenienti dai luoghi più diversi, che portano con sé esperienze, ricordi e dottrine fortemente suggestivi. Tutti questi influssi lasciano senza dubbio le loro tracce sulla formazione di Pietro, il quale ha modo, lontano dal controllo delle autorità, di organizzarle e collegarle in un sistema unitario e coerente, e di collaudarne il richiamo proselitistico. Quando dalle montagne egli scende verso la piana provenzale è pronto a conquistare le masse cittadine di centri commerciali fiorenti, come Tolosa ed Arles.

Se nella Francia meridionale la spinta riformistica sembra sposarsi già nella prima metà del secolo a spunti di matrice orientale, i movimenti che nello stesso periodo animano la dissidenza al nord, nelle Fiandre, nel Brabante, in Bretagna, appaiono invece l’espressione immediata e violenta di una crisi di valori sociali e spirituali arrivata al punto di rottura. Assieme alla consueta protesta contro i costumi corrotti del clero essi convogliano le istanze squisitamente economiche e politiche legate alla crescita comunale e alle sue contraddizioni. Lotta politica e riforma religiosa interagiscono profondamente in un simile contesto. È difficile definire i contorni dell’una o dell’altra motivazione nelle sollevazioni popolari, nella proposta di modelli “evangelici”, nel raccogliersi di masse turbolente attorno alle figure carismatiche dei riformatori.

La vicenda di Tanchelm di Anversa ci offre un esempio significativo di questa coesistenza di spinte spirituali e civili, nonché degli esiti talvolta sconcertanti che essa produce. Tanchelm è un laico, e fa parte, fino ad una certa età, della burocrazia amministrativa e diplomatica del conte di Fiandra. La sua formazione religiosa risente del clima favorevole alla riforma gregoriana che regna nella corte del suo signore. D’altro canto, proprio per la sua attività, ha modo di esperimentare direttamente la corruzione regnante nelle alte sfere del clero. Quando decide di dedicarsi alla predicazione riformistica, attorno al 1110, si avvale in maniera spregiudicata e coraggiosa di questa esperienza, trovando nel principato di Utrecht e Anversa, retto da un vescovo-principe, un uditorio particolarmente sensibile. Il suo successo aumenta visibilmente allorché inizia ad attaccare i privilegi ecclesiastici, le decime, le speculazioni sui lasciti e sulle beneficenze. Ciò spinge Tanchelm a proseguire sulla strada della rottura completa e a negare valore alle pratiche sacramentali, alla messa e al rituale tradizionale.

A differenza però di quanto avviene al sud, egli si trova in breve tempo a guidare non una minoranza di sbandati e di perseguitati, ma un nucleo forte e deciso, in grado di tenere in scacco l’autorità costituita e di esercitare una vera e propria egemonia nella zona. I suoi seguaci si organizzano militarmente in una specie di guardia del corpo armata, e danno vita ad una nuova gerarchia e ad un rituale fondato sulla devozione fanatica. Tanchelm è in pratica considerato alla stregua di un nuovo Cristo, si circonda di dodici “apostoli” scelti tra i più fidati discepoli, si presenta in pubblico accompagnato da un cerimoniale spettacolare e fastoso. Quello che era iniziato come movimento di rivolta e di moralizzazione assume tutte le caratteristiche di un nuovo culto, fondato sulla venerazione per la natura “divina” del profeta e sull’obbedienza e dedizione incondizionata ai suoi voleri. Norman Cohn insiste molto, al proposito, sul prevalere del fanatismo e della riorganizzazione ecclesiale nei confronti delle istanze egualitarie e razionalistiche di partenza. In effetti la dissidenza ereticale degenera in questo caso in forme di pura superstizione (l’acqua in cui Tanchelm si bagna viene conservata come reliquia o bevuta come pozione taumaturgica) ed in una ierocrazia dispotica e verticistica, senza conservare alcuna traccia di quegli spunti socio-economici che pure l’avevano mossa sul nascere. Ma esistono elementi che possono contribuire ad una chiarificazione. In primo luogo Tanchelm non si appoggia sulle classi mercantili e benestanti, anche se inizialmente ha il loro sostegno, ma sui ceti più diseredati, sugli artigiani poveri (ciabattini, fabbri, vasai ecc.) e sui lavoratori salariati. Queste classi sono coscienti di non doversi attendere molto da una democrazia comunale, sicuramente dominata dai detentori del potere economico, e preferiscono quindi soluzioni più radicali, che proponendo una diversa scala sociale di valori (in questo caso il grado di adesione e di convincimento nella fede) consentano a tutti di ripartire dallo stesso livello e di nutrire speranze di avanzamento. Non si può quindi liquidare il fanatismo di queste masse come frutto della dabbenaggine e dell’ignoranza, ma è piuttosto da cogliere in esso la volontà di credere in un cambiamento reale, in qualcosa che venga a sconvolgere ruoli e rapporti che nessuna riforma dà ai soggetti l’impressione di poter o di voler scalfire.

La vicenda di Arnaldo da Brescia si inserisce invece in un contesto molto diverso, nel quale operano una serie complessa e intricata di fattori. Arnaldo si forma in Francia, alla scuola di Abelardo, del quale è uno dei discepoli più vivaci. Ma le radici del suo atteggiamento ereticale non sono da ricercarsi nella frequentazione della Sorbona, quanto piuttosto nella sopravvivenza in Lombardia, e a Brescia in modo particolare, dello spirito della Pataria, diffuso nella seconda metà dell’XI secolo dai fuorusciti milanesi. Cresciuto in un clima gravido di motivi riformistici ed anticlericali, Arnaldo rinverdisce la polemica, ormai un po’ sopita e messa a tacere dall’autorità ecclesiastica, contro il clero corrotto e mondano, prendendo a bersaglio soprattutto le alte gerarchie. Diventa rapidamente famoso ed assurge ad una posizione di rilievo nell’ambiente ecclesiastico della propria città, senza per questo smorzare la violenza dei propri attacchi. È inevitabile che un simile atteggiamento gli procuri dei guai. Messo sotto accusa più volte con infondate imputazioni di eresia, Arnaldo è costretto dopo il 1139 a peregrinare per l’Europa, incalzato ovunque dal suo più irriducibile avversario, Bernardo di Clairvaux. Ciò fino a quando i torbidi che sconvolgono la vita politica di Roma dopo la morte di Eugenio III non gli offrono l’opportunità di rientrare dall’esilio e di riprendere, questa volta su posizioni di forza e con strumenti molto diversi, la lotta contro la curia romana. In Roma infatti il contrasto scoppiato tra l’alta nobiltà e le classi inferiori, bassa aristocrazia e popolo, arriva a mettere in questione direttamente la sovranità temporale del papato. Il movimento insurrezionale si appella alla tradizione repubblicana della città, conferendo ad un senato di nuova costituzione i poteri e costringendo ad un certo punto il pontefice stesso a ritirarsi a Viterbo. Arnaldo ne diviene il portavoce spirituale e giustifica con la sua propaganda anti-temporalistica la secolarizzazione dei beni ecclesiastici e l’estromissione del clero dalla vita politica. Una volta sconfitto con l’appoggio del Barbarossa il tentativo di restaurazione repubblicana, il pontefice si affretta a farlo processare e condannare come eretico (1154). Il movimento arnaldista non è però soffocato con la morte del suo capo. Dispersi per tutta l’Italia, i suoi adepti rimangono attivi soprattutto in Lombardia dove, tornati in contatto con la temperie spirituale da cui avevano tratto lo spunto, si riorganizzano e partecipano alle vicende politiche interne dei comuni.

La predicazione di Arnaldo da Brescia non presenta motivi particolari di devianza o di novità sul piano dottrinale. In pratica Arnaldo si limita ad applicare alla lettera i dettami originari della riforma gregoriana, accentuando il significato del ritorno alla “vita apostolica” e della povertà volontaria. Erede dello spirito della pataria, si ritrova a trasmetterlo ad un ambiente e in un periodo ben diversi da quello milanese dell’XI secolo. Mentre i patari erano stati sconfitti, e solo in parte, dalla reazione aristocratica e vescovile, ma avevano goduto dell’appoggio più o meno aperto del papato, Arnaldo deve fronteggiare invece la massima autorità ecclesiastica, insidiata nel suo diretto dominio e nell’opera normalizzazione che va perseguendo. Quelle motivazioni che altrove ed un secolo prima ne avrebbero fatto un santo gli valgono ora la scomunica e la condanna come eresiarca. A giusta ragione il suo può essere quindi considerato come un caso limite, nel quale ineriscono alla determinazione della qualifica ereticale fattori piuttosto politici che religiosi.

Dalla crisi di crescita del secolo XI il sistema ecclesiale esce più saldo, strutturato in una gerarchia funzionale alla gestione centralizzata. Il clero è investito di un primato nell’amministrazione della vita religiosa che restringe i margini della partecipazione attiva dei laici e la sottopone comunque ad un rigido controllo. Poco alla volta tutte le espressioni devozionali spontanee che possono ingenerare pericolose eccitazioni o turbamenti vengono imbrigliate, assorbite nel rituale: e quando ciò non sia possibile, per la natura troppo scopertamente deviante delle manifestazioni stesse o per ragioni estrinseche, la chiesa è ormai in grado di non accettare compromissioni.

A dire il vero in una prima fase il problema dell’atteggiamento da assumere nei confronti dei “devianti” è comunque posto, ed è affrontato tenendo in eguale considerazione le due soluzioni possibili. Nella prima metà dell’XI secolo il vescovo di Chalons sur Marne e quello di Liegi si consultano rispetto ai fenomeni che cominciano a manifestarsi nei territori delle loro diocesi, e si interrogano se non sia consigliabile la misericordia evangelica. In questo caso sono piuttosto le masse popolari a manifestare intolleranza e a trascinare sbrigativamente gli eretici al rogo. Per tutto il secolo seguente la gerarchia ecclesiastica si orienta generalmente verso la mitezza; ma sotto la spinta di fatti specifici (ad esempio, la pericolosità degli eretici di Monforte e dei Catari in genere, sospettati di far proseliti tra i contadini) prevale infine la soluzione del ricorso alla forza. Questo atteggiamento è destinato a provocare reazioni vivaci e fratture insanabili che talora, come dimostra il caso dei valdesi e degli umiliati, una maggiore elasticità consentirebbe di evitare.

Pietro Valdo è un ricco borghese di Lione, usuraio e proprietario terriero, che decide improvvisamente (secondo la tradizione, colpito dalla storia di sant’Alessio) di donare ai poveri i suoi averi e di perseguire la “vita apostolica” praticando e predicando la scelta della povertà. Tutto ciò, inizialmente, senza uscire dai confini dell’ortodossia, al punto che lo stesso pontefice ne loda la sincerità d’intenti. Il problema è però costituito dalla predicazione. La predicazione è uno strumento troppo delicato, a giudizio dei responsabili ecclesiastici, per essere lasciato alla mercé di tutti. Gli stessi appartenenti agli ordini regolari non possono avvalersene se non previa autorizzazione delle autorità vescovili. È una di quelle attività che la riforma gregoriana ha riservato al clero secolare organizzato. Valdo si vede quindi incoraggiato all’esercizio individuale della povertà, ma diffidato dall’intraprendere qualsiasi forma di propaganda e di proselitismo. A determinare questo rifiuto concorre anche il malumore generato nel clero da una sua singolare iniziativa: la traduzione di alcuni passi delle scritture, del nuovo testamento in particolare, fatta eseguire per poter accedere direttamente e in maniera più completa alla parola di Dio. L’iniziativa di Valdo, anche se sul piano formale nulla può esserle imputato, allarma le autorità ecclesiastiche, che stringono i freni nei confronti della setta. Al lionese non rimane che la scelta dell’aperta dissidenza. Proclama, proprio in forza della conoscenza dei testi evangelici e quindi dello stato di parità col clero ufficiale, di dovere obbedienza a Dio piuttosto che ai suoi ministri indegni: e Dio comanda agli uomini di diffondere il suo verbo, senza investire di questa funzione gruppi od organismi particolari. Colpiti da scomunica (1184) e perseguitati come eretici, anche se in realtà nessuna proposizione ereticale caratterizza ancora il loro insegnamento, i valdesi sono portati per reazione all’incontro con gli altri gruppi esclusi dall’ecumene cristiano, enriciani ed arnaldisti in primo luogo. Non potendo partecipare della vita sacramentale in quanto scomunicati, rivendicano anche ai laici il diritto, ed anzi il dovere, di amministrare i sacramenti, appellandosi al valore del merito individuale contro quello dell’ordinazione.

Una volta messa in discussione l’autorità della chiesa, radicalizzano la loro critica e attaccano tutti quegli aspetti della vita religiosa e dell’elaborazione dottrinale che sembrano prestarsi all’esercizio di un controllo subordinante ed oppressivo. Rigettano quindi la credenza nel purgatorio, il valore dei suffragi, i miracoli dei santi e la celebrazione di particolari devozioni o festività, le preghiere in latino, di cui gli oranti non conoscono generalmente il significato, fatta eccezione per il “Pater noster”. La setta si organizza, dividendo i propri adepti in credenti e perfetti: i primi sono tenuti alla semplice professione di fede e all’osservanza di alcuni precetti fondamentali, primo tra tutti quello relativo all’inammissibilità della menzogna, i secondi ad una imitazione esemplare della vita degli apostoli, e quindi al celibato, alla continenza sessuale, all’assoluta povertà, alla dedizione totale alla preghiera e alla predicazione. Non si tratta tuttavia di una vera e propria strutturazione gerarchica, sostitutiva di quella ripudiata: è assente infatti il concetto di separazione delle due sfere, laica e sacerdotale, e non esistono competenze specifiche riservate alla seconda. Ogni valdese, quale che sia il grado del suo impegno, può predicare, pregare e leggere i testi sacri. I majorales (termine che ricorda i maiores dell’eresia monfortese), superiori delle confraternite, svolgono funzioni quasi puramente amministrative: debbono curare l’afflusso e la ridistribuzione delle beneficenze, in modo da consentire ai perfetti di svolgere la propria missione senza preoccupazioni di sostentamento e di lavoro.

L’etica dei valdesi si caratterizza infatti per la proibizione, sia pure concernente i soli perfetti, di svolgere qualsiasi attività manuale. Il rifiuto del lavoro non è una novità nell’ambito del riformismo, sia ortodosso che ereticale. Esso è giustificato, al pari della scelta celibataria e pauperistica, dal timore che ogni legame o interesse materiale sottragga tempo, forze e concentrazione all’impegno religioso. Come i monaci della fine dell’XI secolo i valdesi non vogliono radici, si dedicano alla predicazione ambulante, si affidano all’ospitalità e alle elemosine dei simpatizzanti. Occorre però non equivocare sulle matrici dottrinarie di questa interpretazione accentuatamente spiritualistica dell’esistenza. Sotto il profilo teologico i seguaci di Valdo non abbandonano l’ortodossia: sono anzi tra i più ferventi avversari del dualismo cataro, nella lotta contro il quale profondono il massimo impegno. Riaffermando il primato dello spirito sulla materia essi si rifanno alla lettera evangelica, e non a credenze cosmologiche di origine manichea.

Proprio in ragione della loro attività predicatoria itinerante i valdesi arrivano ad esercitare negli ultimi due decenni del XII secolo una notevole influenza, che dalle zone originarie del mezzogiorno francese si diffonde anche al nord e, al di qua delle Alpi, in Lombardia. Nella fioritura di moti pauperistici ed apostolici del XIII secolo i valdesi si muovono agevolmente, favoriti dall’assenza di tratti esteriori del culto fortemente caratterizzanti e rivelatori. Essi godono inoltre di molto rispetto, quando non addirittura di un’aperta simpatia, in mezzo alla popolazione. Nel corso del XIII secolo le propaggini della setta si allargano alla Germania, all’Austria, alla Boemia, all’Ungheria, disperdendosi in mille rivoli nei quali i connotati originari vanno spesso smarriti per l’assorbimento di elementi ereticali eterogenei. Se in Francia e in Italia sono favoriti dall’urgenza di un pericolo maggiore, il catarismo, e quindi dal fatto di non costituire l’obiettivo principale delle persecuzioni, nei paesi dell’area imperiale i valdesi godono addirittura di appoggi politici. La loro decisa posizione antipapale si incontra col ghibellinismo germanico, e consente al movimento di gettare quelle salde basi che gli permetteranno di resistere, unico tra i moti ereticali del medioevo e sia pure sotto le spoglie di una nuova chiesa, fino ai giorni nostri.

È difficile determinare presso quali strati della popolazione il messaggio valdese abbia incontrato maggiore risonanza. Appare perlomeno improbabile l’ipotesi di un largo seguito tra le classi inferiori, alle quali un rinnovamento religioso fondato sulle rinunce materiali offre pochi motivi di novità e di riscatto. Piuttosto, la scelta della povertà volontaria può ammantarsi del fascino dell’ascesi per quegli esponenti dei ceti borghesi che ancora non hanno assimilata in toto l’etica mercantile, e vivono combattuti tra la condanna evangelica dell’accumulazione e la spinta del secolo in direzione contraria. Ciò vale almeno per quelle che sono le origini della setta, cosi come per quella degli umiliati o dei movimenti pauperistici ortodossi. Solo nei secoli successivi i “poveri di Cristo” o “poveri di Lione” (come i valdesi si fanno chiamare) allargheranno le basi sociali del movimento agli strati inferiori, presentandosi ormai come una vera e propria chiesa alternativa e offrendo l’immagine di una prassi evangelica genuina.

L’influenza del movimento valdese in Italia si concretizza verso la fine del secolo XII nella comparsa di un gruppo pauperistico lombardo, gli umiliati. Non è certa la filiazione diretta dai poveri di Lione, ma indubbiamente l’apporto dei motivi provenienti d’oltralpe è determinante, come dimostrano l’analogia di talune prescrizioni etiche e gli assunti dottrinali. La Lombardia è già stata testimone degli sforzi riformistici di patari e arnaldisti, la cui attività di propaganda non è andata affatto esaurendosi dopo la sconfitta e la condanna dei movimenti organizzati. Valdo e i suoi seguaci vi introducono ora l’esempio di una “vita apostolica” realizzata anche e soprattutto nella condizione laicale. Paradossalmente è proprio la psicosi antiereticale montante nella seconda metà del secolo, in conseguenza della scoperta di focolai diffusi di catarismo, a favorirne la penetrazione. Gli umiliati si propongono infatti di combattere l’eresia sul suo stesso terreno, dimostrando che anche all’interno della chiesa è possibile seguire alla lettera le prescrizioni evangeliche e ritrovare lo spirito della missione apostolica. Di fronte al fallimento cui la riforma gregoriana è andata incontro in questa direzione, in quanto il clero è ben lontano dall’aver abbracciato la povertà e l’umiltà come fondamenta spirituali primarie, essi assumono in prima persona la responsabilità di riabilitare eticamente l’ortodossia. Coi valdesi hanno in comune l’esaltazione della vita continente e della beneficenza fatta ai bisognosi, la ripugnanza per la menzogna e per i giuramenti da prestarsi in tribunale, nonché il divieto dell’accumulazione di ricchezze. A differenza di essi, però, non privilegiano l’attività predicatoria itinerante, e quindi individuale, bensì preferiscono raccogliersi in comunità di tipo monastico, all’interno delle quali conducono una vita frugale e laboriosa.

Proprio la valorizzazione e l’obbligatorietà del lavoro manuale, che ai perfetti valdesi era addirittura vietato, costituisce il presupposto etico del movimento. Il problema del lavoro era già posto in termini polemici dagli eretici di Arras, nella prima metà dell’XI secolo. Rifiutando la concezione veterotestamentaria della fatica fisica intesa come condanna, frutto del peccato originale, essi desumevano dal vangelo che ciascuno deve guadagnarsi da vivere con le proprie mani. L’attività manuale non rivestiva, in questa interpretazione, alcuna funzione espiatoria, ma assumeva al contrario il valore di un impegno positivo, in netto contrasto con la mentalità dominante del periodo che guardava ad essa con disprezzo.

Gli umiliati fanno proprie queste tesi, spogliando il lavoro di ogni finalità di lucro e scorgendovi invece uno strumento ulteriore di realizzazione dello spirito cristiano di carità: tutto il guadagno superfluo, non necessario alla pura sopravvivenza, va infatti devoluto ai poveri. È una scelta che sottintende anche la condanna del parassitismo ecclesiastico, ben lontano dall’esempio degli apostoli, reclutati tra i più umili e mai affrancati da Cristo dall’obbligo di mantenersi.

L’insistenza sulla necessità del lavoro e il fatto che gli umiliati si dedicassero essenzialmente alla lavorazione della lana hanno dato luogo a contrastanti interpretazioni sulle origini sociali del movimento. Sotto la facciata dell’impegno religioso si è voluta ad esempio cogliere una forma di aggregazione cooperativistica motivata da precisi intendimenti economici. Gli umiliati sarebbero i protagonisti di un tentativo estremo di resistenza da parte degli strati artigianali più bassi contro l’espansione della grossa imprenditoria tessile; per evitare la proletarizzazione e l’asservimento ad un embrionale rapporto capitalistico di produzione, i lavoratori si sarebbero uniti in confraternite, usando la copertura religiosa per timore di ritorsioni sia politiche che economiche. Questa ipotesi si scontra però con i fondamenti etico-dottrinari della setta: il rifiuto dell’accumulazione di capitali e l’esercizio della povertà individuale. È più probabile quindi, come già si è fatto rilevare per i valdesi, che il movimento degli umiliati sia espressione della resistenza, interiore alla classe borghese stessa, al trionfo della mentalità proto-capitalistica: e che nel corso del conflitto alcuni aspetti dell’emergente etica profana (la valorizzazione del lavoro) abbiano finito per essere assimilati da chi più violentemente dapprima li avversava, e investiti di un carattere religioso.

Fino alla fine del XII secolo gli umiliati rimangono in bilico tra l’integrazione e l’eterodossia, e una grossa parte del movimento rimane all’interno dell’istituzione ecclesiastica. I1 dissidio con la Curia romana nasce dal mancato riconoscimento ufficiale delle confraternite e dal divieto loro imposto alla predicazione. Nel loro caso, poiché a differenza dei valdesi non svolgono una propaganda itinerante, è la formazione di conventicole comunitarie a destare sospetto. Sotto le pressioni del clero locale che diffida, dopo le esperienze fatte coi patarini e con gli arnaldisti, delle iniziative devozionali provenienti dall’esterno, le autorità ecclesiastiche pongono il veto a qualsiasi forma di pubblico insegnamento o reclutamento da parte della confraternita. Di fronte però all’aperta disobbedienza degli aderenti alla setta, nel 1184 arrivano a colpirli con la scomunica assieme ai valdesi.

Soltanto con la salita sul soglio pontificio di Innocenzo III si realizzano le condizioni per un riavvicinamento. Deciso a fermare la sempre più inquietante polluzione dei fenomeni ereticali, Innocenzo intende chiarire, prima di passare all’offensiva, i confini dell’eterodossia e la reale natura del nemico da combattersi, e offrire a chi si aggira nella terra di nessuno tra i due campi tutte le possibilità per un definitivo rientro. Le trattative con gli umiliati vanno in porto positivamente, e a partire dal 1201 essi vengono organizzati in una comunità composita, divisa in tre ordini (canonico, monastico, laico). Al primo ordine appartengono i chierici aderenti al movimento, al secondo i laici raccolti nelle comunità di lavoro e di preghiera, al terzo gli esterni, coloro che accettano i principi fondamentali ma li praticano all’interno del proprio nucleo familiare. Il compromesso fa salva l’esclusiva ecclesiastica per l’attività predicatoria, ma concede agli umiliati una larga autonomia amministrativa e decisionale interna. Soltanto una minoranza più radicale, coloro che saranno conosciuti come “Poveri Lombardi”, non accetta la composizione pacifica e si accosta invece sempre maggiormente agli altri movimenti eterodossi, catari e valdesi in primo luogo.


I Catari

Per più di un secolo, dalla metà del XII alla fine del XIII, l’eresia catara costituisce la minaccia più grave per la compattezza dell’ecumene cattolico. I movimenti di cui si è trattato fino ad ora, soprattutto i contemporanei moti pauperistici dei valdesi e degli umiliati, nascono in seno alla chiesa stessa, dalle contraddizioni in cui essa si dibatte, e in definitiva ne rispettano l’ortodossia dogmatica, giungendo alla radicalizzazione ereticale solo in seguito alla rottura definitiva. Per questo motivo l’azione della chiesa nei loro confronti conosce momenti di tregua, riavvicinamenti, parziali integrazioni e compromessi. I catari vengono invece avvertiti immediatamente come elementi estranei ed ostici, incistati nel corpo della cristianità e prolificanti sulla sua rovina. L’atteggiamento nei loro confronti è deciso ed irriducibile. Ogni altro contrasto passa in seconda linea, di fronte all’esigenza di isolare la polluzione manichea e di contrapporle un fronte compatto dell’ortodossia. Le altre sette ereticali prendono le distanze, distinguendosi, almeno inizialmente, per una particolare idiosincrasia nei confronti della concezione dualistica.

Le origini del catarismo si perdono in quell’incredibile calderone di influssi, di sopravvivenze, di apporti e di situazioni che è l’Europa medioevale tra l’XI e il XIV secolo. Il nuovo fenomeno ereticale si sviluppa in zone che hanno alle spalle fermenti eterogenei di natura religiosa, sociale ed economica, e ancora ne sono travagliate. A questi fattori occorre aggiungere, per quanto riguarda il catarismo, un elemento primario ed esclusivo: la filiazione dal pensiero dualistico orientale, nella fattispecie dalla costruzione dottrinale dei bogomili.

L’esistenza di rapporti diretti tra la fioritura dualistica dell’Europa occidentale e il bogomilismo è ormai definitivamente accertata. Quando anche non si vogliano considerare probanti le concordanze teologiche e quelle del rituale, le testimonianze dei contemporanei sulla presenza e sull’apostolato dei “perfetti” provenienti dall’oriente tolgono ogni dubbio. Sono storicamente accertate le missioni in Italia di Niceta, rappresentante del radicalismo dualistico di Costantinopoli, e di Petracius, così come i pellegrinaggi di diversi alti esponenti del catarismo italiano (Giudeo, Caratto, Nazario…) in Bulgaria, alla ricerca di una investitura qualificante nella culla stessa del loro credo. Per la Francia, prima terra di penetrazione del bogomilismo, le notizie sono più vaghe ma concordano nell’indicare la seconda crociata (1147) come occasione di contatti più profondi con la religione dualistica e di formazione dottrinale per alcuni partecipanti, i quali, tornati in patria, daranno vita ad una chiesa catara francese.

L’influenza del dualismo balcanico e bizantino sull’Europa occidentale ha comunque una storia molto più remota. Almeno un secolo prima profughi e missionari hanno cominciato a percorrere le strade italiane e francesi, giungendo dal mare o dalla Slavonia, dalla Dalmazia e dall’Ungheria. Essi preparano il terreno, lasciando tracce riconoscibili in mezzo ai temi indigeni dell’opposizione e della devianza. Quando il catarismo viene individuato nella sua reale entità e identità le sue ramificazioni sono ormai tali da far presupporre una lunga gestazione clandestina. Della presenza di un movimento singolare, dai tratti nuovi ed inquietanti, si avvede già nella prima metà del XII secolo un monaco tedesco. È significativo che questo monaco, Evervino di Steinfeld, appartenga all’ordine premonstratense, sia cioè un discepolo di quel san Norberto di Xanten che come predicatore itinerante aveva percorso le zone nord-orientali della Francia, rimanendo sempre sul ciglio dell’eresia. Con la particolare sensibilità che questa condizione gli comporta, e non senza una certa comprensione, Evervino informa Bernardo di Clairvaux, campione dell’ortodossia in quell’epoca, sul processo intentato ad un gruppo ereticale scoperto a Colonia attorno al 1143. La setta descritta non si raccoglie attorno ad una figura carismatica, ma ha un suo ordinamento interno, facente capo ad una sorta di vescovo. Gli adepti si suddividono in tre categorie, corrispondenti a tre gradi iniziatici progressivi: gli uditori, i credenti, i perfetti. Praticano il battesimo mediante imposizione delle mani (di fuoco e in Ispirito), in chiara opposizione al battesimo per immersione della chiesa. Il passaggio da una condizione all’altra avviene attraverso un cerimoniale iniziatico che contempla un interrogatorio, una professione di fede ed atti rituali diversi. L’appartenenza alla setta comporta il rifiuto del matrimonio, l’astensione dai cibi di origine animale, l’esegesi e l’applicazione letterale del messaggio evangelico. Evervino annota ancora che il vescovo del gruppo accenna a correligionari esistenti “in Grecia”, vale a dire nell’oriente bizantino.

Pochi anni dopo, nel 1145, lo stesso Bernardo, chiamato a confondere i seguaci dell’eresia enriciana a Tolosa, si trova a fronteggiare in realtà un’altra epifania del catarismo. Il predicatore classifica gli eretici come ariani, e lamenta anche, a giustificazione del sostanziale fallimento della sua missione, che ad alimentare l’errore siano gli appartenenti alla nobiltà e ai ceti più elevati. È ancora da Colonia, tuttavia, che assieme alla constatazione della sopravvivenza della setta che si credeva liquidata vent’anni prima viene anche una prima allarmata interpretazione del nuovo rigoglio ereticale, il tentativo di scorgervi un’unità di fondo basata sui comuni rapporti e dottrine orientali. Il monaco Ecberto di Schonnau sottolinea come non si tratti più di focolai isolati, di esplosioni di dissenso subitanee e disperse, ma di una trama internazionale che sembra aver avvolto l’Europa nella sua rete. Abbozza persino una mappa ereticale, nel cui ambito viene usata per la prima volta in un documento ufficiale ecclesiastico la denominazione di catari, riferita ai settari della zona tedesca (Ecberto interpreta il termine nella valenza greca di “soli puri”, mentre gli eretici francesi vengono chiamati “texerantes” (“ab usu texendi”) e quelli delle Fiandre “Piphles”. Ecberto mette in rilievo soprattutto la presenza della concezione dualistica, e la fa discendere direttamente dal manicheismo.

Nel 1165 a Lambers, nella zona di Albi, ha luogo un pubblico dibattito nel quale si affrontano alla pari un perfetto cataro ed alcuni rappresentanti dell’ortodossia, alla presenza delle più alte autorità civili ed ecclesiastiche della regione. A differenza di quanto era avvenuto a Colonia e negli altri casi di denunce anti-ereticali, il dibattito non ha conseguenze penali per il perfetto, al quale arride anzi sul piano dialettico la vittoria. Ciò dà la misura del clima di sicurezza e di rispetto venutosi a creare per i catari nel sud della Francia: al punto che soltanto due anni dopo a Saint Felix, presso Tolosa, è convocato un sinodo internazionale del catarismo, con la partecipazione di rappresentanti di tutte le confraternite catare. I convenuti procedono alla divisione dei territori toccati dalla loro fede in diocesi, sul tipo di quelle cattoliche, soggette alla giurisdizione di vescovi itineranti.

In questo stesso periodo l’eresia catara fa la sua comparsa nell’Italia settentrionale, ove si mescola alle sopravvivenze della pataria, al punto che i termini pataro e cataro saranno usati come sinonimi e utilizzati indifferentemente per indicare il nuovo corso ereticale anche al di là delle Alpi. È difficile comunque datare, sia pure elasticamente, la penetrazione de1 catarismo nella penisola. La tradizione orale riportata dagli inquisitori del secolo successivo parla di missionari provenienti dal Francia, alla cui predicazione si sarebbe formato Marco da Concorezzo, primo apostolo della setta in Italia. Ma è più probabile, e stanno a dimostrarlo casi come quello di Monforte, che i germi orientali del dualismo fossero già da tempo operanti nei castelli e nei conventi.

Negli ultimi decenni del secolo XII il fenomeno cataro assume dimensioni tali da non poter più essere riguardato come semplice manifestazione settaria, Ci troviamo di fronte ad una vera e propria chiesa, che non soltanto si avvale di una organizzazione territoriale diocesana, convoca liberamente sinodi e incontri tra i rappresentanti delle varie comunità, esercita una determinante influenza politica su città e contee, ma conosce altresì le prime scissioni e le prime diversificazioni dogmatiche interiori. Dopo essersi irradiato lungo le vie principali del traffico commerciale e pellegrinale (non a caso le prime epifanie hanno luogo nella zona del Reno) il catarismo trova nel mezzogiorno francese, soprattutto nella Linguadoca, le condizioni più propizie per un eccezionale sviluppo. Quest’area versa in uno stato di profonda inquietudine ed offre spazio ad una radicalizzazione dei confronti, primo tra tutti quello spirituale. La coscienza religiosa è ancora scossa dalla predicazione degli enriciani e dei pietrobrusiani, i cui epigoni mantengono clandestinamente in vita i motivi anticlericali e gli ideali della vita apostolica. Non meno turbata è la situazione socio-politica. Il declino della potenza del conte di Tolosa, schiacciato tra le nuove forze statali in ascesa, regno di Francia, contea di Barcellona, regno di Aragona, si risolve nella proliferazione anarchica di una miriade di centri di potere. La regione si trova frammentata, per l’assenza del maggiorascato, in minuscole signorie che mirano alla totale autonomia, ma che nella realtà hanno spesso grossi problemi di sopravvivenza, soprattutto di carattere economico. È naturale, in queste condizioni, che i beni ecclesiastici divengano oggetto della loro attenzione, e che un attrito sempre maggiore vada sviluppandosi tra nobiltà feudale ed alto clero, spingendo la prima ad appoggiare ogni forma di dissenso religioso e distogliendo il secondo, impegnato a difendere i suoi diritti secolari, dalla cura delle cose dello spirito. Il clero minore, quello delle parrocchie rurali e dei castelli, è invece legato a doppio filo alla volontà e agli interessi nobiliari, e ne abbraccia non di rado le scelte.

Si creano pertanto due fronti, il cui antagonismo si connota anche in direzione religiosa, con scelte divergenti. Da un lato troviamo la piccola nobiltà del contado, che appoggia le proprie istanze autonomistiche sui caratteri rivoluzionari della nuova religione (soprattutto sulla concezione anti-temporalistica della chiesa); dall’altro il conte di Tolosa, affiancato dall’autorità ecclesiastica in una forte identificazione del potere politico e spirituale.

Tuttavia l’adesione dell’aristocrazia feudale al credo dei catari non è legata soltanto a motivazioni politiche. Il catarismo penetra nei castelli provenzali principalmente attraverso la mediazione femminile. Sono le donne ad essere attratte per prime da una dottrina che offre una sorta di parità, una partecipazione attiva alla vita e all’organizzazione religiosa. In una società che le esclude dalla successione ereditaria, che le confina, anche quando appartengono alla classe dominante, in ruoli subordinati, e fa gravare anzi su di esse l’insofferenza della famiglia, preoccupata per l’impegno della dote, il catarismo offre loro l’accesso ai gradi più alti, la possibilità di presiedere ai riti e di addottrinare i neofiti, la sensazione insomma di gestire personalmente almeno un aspetto della propria vita. Sono frequenti i casi di castellani che professano semplicemente simpatia per il movimento ereticale, mentre le donne della loro famiglia risultano farne parte a tutti gli effetti. Si è già visto d’altro canto come anche nelle vicende ereticali dell’XI secolo e nelle sette enriciana e pietrobrusiana la partecipazione femminile fosse considerevole, per ragioni analoghe.

Sviluppatasi dapprima nelle sfere superiori, l’eresia catara penetra rapidamente anche tra la popolazione del contado, pur incontrandovi maggiori resistenze. Ma il catarismo non rimane confinato agli ambienti extra cittadini. La Linguadoca è sede di centri commerciali nevralgici, come Tolosa e Saint Gilles, per il passaggio delle merci che dai porti del Mediterraneo proseguono verso il nord. Al traffico mercantile si mescola in queste città lo scambio delle idee, l’apertura e la tolleranza nei confronti della novità. Anche qui, non sono le classi più misere ad accostarsi al nuovo credo, quanto piuttosto la borghesia benestante e il ceto medio mercantile, artigiano e finanziario. Il catarismo non si pone infatti il problema dell’accumulazione e non si fonda sull’ideale della povertà volontaria: in questo senso, anzi, affranca i suoi adepti dal tabù cattolico sul guadagno derivante da attività non direttamente produttive. Sull’onda di queste molteplici motivazioni la dottrina catara arriva ad affermarsi nel meridione francese, dando luogo per alcuni decenni alla coesistenza di due chiese antagonistiche. In Italia il suo successo non è certamente altrettanto vistoso, per ragioni che vanno dalla prossimità del centro del cattolicesimo, e quindi dalla maggiore sollecitudine delle autorità religiose, alla diversità della situazione socio-politica. Tuttavia il catarismo italiano ha un suo sviluppo particolare e un posto non indifferente nella storia civile, oltre che religiosa, della penisola. Alla morte di Marco da Concorezzo la chiesa catara italiana conosce i primi frazionamenti, ai quali non sono estranei i riflessi delle lotte interne della chiesa-madre balcanico-bizantina. I nuclei più importanti hanno sede in un primo tempo in località rurali, con ogni probabilità per sfuggire alla vigilanza dei vescovi cattolici, a Concorezzo, a Desenzano sul Garda, a Bagnalo (presso Mantova). Ben presto però anche le città sono investite dalla propaganda catara: soprattutto quelle città ove preesisteva una tradizione ereticale, mai del tutto estirpata.

Troviamo quindi una eccezionale fioritura della setta a Milano e nelle città lombarde gravitanti attorno ad essa (Bergamo, Como, Pavia), nel Veneto, a Verona, Vicenza e Treviso, in Emilia, a Bologna e Ferrara, e poi ancora scendendo verso il centro, a Firenze, a Prato, a Viterbo e ad Orvieto. In questi centri urbani il catarismo trova consensi motivati da fattori religiosi (si confonde con il patarinismo e raccoglie molti arnaldisti e Poveri Lombardi), ma trova soprattutto un fertile clima di dissidi e conflitti.

Come già in Linguadoca, il catarismo diventa anche un partito, un polo d’attrazione per chi è ostile al papato. La nobiltà ghibellina che ancora resiste, nei comuni lombardi e dell’Italia centrale, all’incalzare delle classi borghesi, lo protegge o ne abbraccia addirittura la dottrina. Sono esemplari a questo proposito le vicende politiche di cittadine come Orvieto e Viterbo, mentre le ordinanze che quasi ovunque vengono emanate contro l’accesso degli eretici o sospetti tali alle magistrature testimoniano della presenza massiccia del movimento tra gli strati sociali più alti.

I1 catarismo ha successo anche presso la ricca borghesia mercantile per le ragioni già accennate relativamente alla Linguadoca. In Italia probabilmente la sua diffusione nell’ambito di questa classe è ancora maggiore. Oltre all’indifferenza assolutoria nei confronti dell’attività mercantile, il credo cataro offre forse una sorta di giustificazione alla rovescia del guadagno. “Per un contrasto tipico della mentalità medioevale, poteva appunto verificarsi che la negazione assoluta in quanto “res diaboli” di tutto ciò che è carnale e materiale permettesse una libera espressione del desiderio di vivere, d’amare e di guadagnare nell’orgoglioso e influente cittadino che rimaneva semplice “credente e rimandava al momento della morte il ricevimento del consolamentum che lo avrebbe reso “perfetto (Violante). Particolarmente sensibili alle suggestioni dell’eresia catara sono infine i lavoratori del ceto medio commerciale ed artigianale, soprattutto quelli portati dalla natura particolare del mestiere ad una vita itinerante.

Come abbiamo visto, a differenza degli altri movimenti il catarismo si costituisce in una vera e propria chiesa, con rituali, gerarchie e dogmi propri. I suoi aderenti sono divisi in tre categorie, con una distinzione del resto simile a quella in vigore presso i bogomili. Alla prima categoria, a livello di conoscenza religiosa, appartengono i simpatizzanti, gli uditori, coloro che presenziano in silenzio alle sedute di preghiera e di istruzione dottrinale (melioramentum), e sono tenuti soltanto a prestare il loro aiuto in caso di necessità economica o di problemi di sicurezza per l’incolumità dei perfetti itineranti. È il livello al quale si fermano i nobili castellani e i ricchi borghesi, oppure coloro che non se la sentono di professare un credo sotto tutti gli aspetti tanto impegnativo, pur essendone attratti.

Al secondo livello si trovano invece i “credenti”, che partecipano a pieno diritto a tutte le riunioni della setta e alla celebrazione dei riti. Anch’essi seguono con regolarità il melioramentum. Lo status effettivo del “credente” non è molto ben delineato, alla luce di quanto sappiamo. In un periodo piuttosto tardo le sue funzioni attive sembrano limitate alla raccolta di fondi, alla predisposizione di rifugi, alla protezione dei perfetti durante i loro trasferimenti. È probabile però che nei primi nuclei della chiesa catara la distanza tra le categorie fosse meno marcata, e che anche al credente si aprissero prospettive più ampie di partecipazione spirituale.

Al terzo livello abbiamo invece il vertice della setta, i “perfetti”. Il raggiungimento della condizione di perfetto è l’ideale ispiratore della militanza catara: ma è un ideale vincolato a tali rinunce che quella dei perfetti può essere considerata a giusta ragione una ristrettissima élite. L’aspirante a questo stato deve impegnarsi ad una rinuncia totale ai beni mondani, a non uccidere né mangiare le carni di alcun animale, a non cibarsi di latte o di prodotti del coito, ad astenersi da qualsiasi contatto sessuale, ad aborrire la menzogna e i giuramenti giudiziari, a dedicare la propria esistenza alla propaganda itinerante della vera dottrina. Se è sposato deve abbandonare il coniuge e la famiglia.

Il passaggio ufficiale a questa condizione si effettua attraverso una cerimonia iniziatica di fondamentale importanza nel rituale cataro, il Consolamentum, al tempo stesso battesimo e ordinazione, che conferisce all’adepto una sorta di santità terrena. Il consolamentum consiste nella imposizione delle mani da parte del vescovo sul capo del postulante, in mezzo alla cerchia dei perfetti, nel bacio della pace, nel giuramento sul vangelo di Giovanni e in una professione di fede nella quale si afferma che il corpo è una creazione demoniaca e che solo attraverso il consolamentum corpo e anima vengono riuniti in una sola entità, sottratta al dominio di Satana. Alla cerimonia l’iniziando viene preparato con un lungo periodo di digiuno e di astinenza (endura), sotto il controllo e la guida di un perfetto che provvede anche a completare l’istruzione dottrinale. Una volta entrato nel novero dei perfetti, il cataro gode di un enorme rispetto: nei periodi in cui la persecuzione è meno violenta viaggia indossando una simbolica veste bianca che lo rende riconoscibile a tutti i correligionari, visita le comunità religiose presiedendo ai riti e amministrando il pane spezzato. Nell’infuriare della caccia inquisitoriale è invece protetto, nascosto e scortato dai “credenti”. Quella del “pane spezzato” è un’altra cerimonia del rituale cataro, puramente simbolica, cui viene negata ogni implicanza sacramentale di transustanziazione, e probabilmente ha il solo scopo di concretizzare in un atto di partecipazione collettiva il senso comunitario dei fedeli.

Il catarismo si fonda su di una cosmologia dualistica che contrappone i principi del Bene e del Male, ovvero il dominio dello spirito e quello della materia. È una contrapposizione rigida, tra sfere completamente estranee, che trova soltanto nell’ambigua natura dell’uomo un’espressione dialettica. Nell’uomo i due principi si fronteggiano attivamente, impegnati in una lotta senza tregua: il primo nel tentativo di divincolarsi e di sciogliere l’aborrito connubio, il secondo per cogliere invece il frutto dell’inganno primordiale. La natura umana è infatti per i catari il risultato di un inganno ordito da Satana ai danni degli animi angelici. Secondo il Liber de duobus principibus, unico testo cataro sfuggito allo zelo degli inquisitori (peraltro è di compilazione abbastanza tarda, attorno alla fine del XIII secolo), il maligno ha sedotto questi animi per mezzo di una donna bellissima, attirandoli sulla terra e imprigionandoli quindi nella materia. Solo la discesa di Cristo nel mondo ha potuto porre le premesse per la liberazione, anche se Cristo non si è realmente incarnato, ma ha soltanto assunto il sembiante umano (di qui il rifiuto della messa, rievocazione di un sacrificio che non ha mai avuto luogo).

Al di là dell’elaborazione della vicenda esoterica, che risente indubbiamente di influssi provenienti da altre dottrine e degli stessi sviluppi dell’ortodossia cattolica (alla figura negativa della donna di perdizione, ad esempio, viene contrapposta quella di Maria, simbolo di purezza, ciò che rimanda alla particolare importanza della devozione mariana nel culto cattolico trecentesco), si tratta della sussunzione e dell’esasperazione di motivi che in realtà informano tutta la spiritualità cristiana dell’epoca. La nozione di contrasto e di opposizione, che alla teologia cristiana discende dalle sue matrici orientali, è in fondo la base della morale e dell’etica medioevale. La dimensione spirituale è totalmente caratterizzata dal duello: fra il Bene e il Male, la virtù e i vizi, l’anima e il corpo, l’ombra e la luce, ecc. A livello cosmogonico si materializza nella lotta tra Dio e Satana: nella prassi e nella fantasia quotidiana il Bene si identifica nei credenti, nei “normali”, nei cavalieri, il Male negli infedeli, nei diversi e nei mostri.

Ai catari, che di questo dualismo sono gli assertori più lucidi e conseguenti, capita un singolare destino: quello di essere identificati, in quanto diversi, proprio come il principio oppositivo, come il Male personificato.

La situazione di tensione esistente nella contea di Tolosa, roccaforte dell’eresia catara, e peraltro da diverso tempo fonte di preoccupazioni per le autorità ecclesiastiche, precipita improvvisamente nel 1208 a causa dell’uccisione di un legato pontificio. L’omicida è uno scudiero del conte, il quale appare a sua volta gravemente compromesso nella vicenda: le relazioni col papato sono infatti in questo periodo ad un punto critico, per la resistenza di Raimondo VI alle ingerenze ecclesiastiche nella sua giurisdizione.

Innocenzo III si era mosso inizialmente nei confronti del problema con una certa circospezione. Ma quest’ultimo incidente gli offre il destro di passare alla maniera forte gettando ogni responsabilità sulle spalle degli avversari. Raimondo VI è accusato, in base al concetto di dipendenza del potere temporale da quello spirituale, di lesa maestà, e privato quindi di ogni diritto di origine divina sui suoi possedimenti. Questi diventano automaticamente “territorio infedele”, aperto alla conquista dei principi cristiani disposti a combattere in nome della croce. Per gli squattrinati feudatari della Francia del nord e della Germania è un invito a nozze. Le ricchezze della Linguadoca e della Provenza attirano un esercito di saccheggiatori che per cinque anni, dal 1209 al 1213, sotto la guida del più efferato e sanguinario tra tutti, Simone di Monfort, e con l’appoggio del re di Francia Filippo Augusto, mettono a ferro e fuoco la regione. La città di Albi, caposaldo della resistenza dei catari, è completamente distrutta: i suoi abitanti, compresi le donne e i bambini, sono passati a fil di spada. Lo stesso re di Spagna, Pietro II di Aragona, intervenuto a fianco di Raimondo VI per contrastare il disegno espansionistico della monarchia francese, trova la morte nel conflitto. Per il catarismo, e contemporaneamente per quella civiltà letteraria provenzale che dello spirito ereticale è intimamente debitrice, è il declino. Sulle ceneri della crociata si insedia nel 1213 a Tolosa Domenico di Guzman, e da questo momento saranno i domenicani a controllare e a perseguitare ogni rinascenza del catarismo, vegliandone l’agonia con sollecita spietatezza.


Il XIII secolo: l’apogeo ereticale

Fino alla seconda metà del XII secolo la curia romana sembra troppo occupata nella ristrutturazione interna e nelle lotte per le investiture per dare peso alla risorgenza ereticale. Le eresie continuano ad essere considerate fenomeni isolati, sporadici, di competenza delle autorità ecclesiastiche diocesane. Soprattutto, in assenza di una confessione di fede particolareggiata che riassuma l’evoluzione teologico-dottrinale degli ultimi secoli e rispecchi l’assetto nuovo della chiesa, la devianza è individuata a grandi linee soltanto nell’opposizione aperta al sistema gerarchico clericale e alle sue prerogative. La coscienza di un potenziale ereticale implicito in alcuni temi della riforma si fa strada lentamente.

L’eresia, anziché essere fermata, conosce a cavallo tra il XII e il XIII secolo una fioritura impressionante. I vescovi appaiono impotenti a fronteggiarla, oberati come sono dagli altri problemi dell’amministrazione diocesana. La loro azione risulta spesso poco decisa, in quanto priva di strumenti collaudati d’indagine, quando addirittura non esista una certa connivenza con i riformatori. I moti ereticali della seconda metà del XII secolo presentano inoltre caratteristiche di mobilità e di diffusione del tutto inconsuete: essi travalicano i confini delle singole diocesi, sottraendosi ad ogni controffensiva che non sia coordinata a livelli molto più ampi.

La novità di questi aspetti della fenomenologia ereticale non sfugge ad Innocenzo III. Alla intransigenza del tutto formale dei suoi predecessori egli sostituisce un interesse più attento ed in taluni casi una più benevola disposizione. Non pronuncia condanne se non dopo aver esaurite le soluzioni di parziale compromesso. Riallaccia persino i contatti, in un tentativo estremo di composizione delle divergenze, con quei movimenti che disattendendo il veto del terzo concilio lateranense erano passati a militare nell’area eterodossa: e l’operazione è coronata da un certo successo, col rientro nei ranghi dell’ala moderata degli umiliati. Evita soprattutto di ricreare situazioni analoghe, cogliendo le vere dimensioni del movimento pauperistico e valutando l’importanza del suo impiego ai fini della riscossa antiereticale. Per queste ragioni, pur essendo conscio del pericolo comportato da una proliferazione incontrollata degli ordini, egli concede prima agli umiliati e poi ai francescani e ai domenicani di fuoruscire dall’organizzazione monastica di tipo tradizionale.

Innocenzo III è anche però il papa della lotta decisa e intransigente al catarismo. È l’ispiratore della crociata contro gli albigesi, anche se una volta messa in moto questa sfugge al suo controllo e arriva ad un livello di crudeltà che non era né preventivato né desiderato. Quando si tratta del sia pur minimo disconoscimento dell’autorità pontificia o gerarchica si dimostra inflessibile, e proprio attraverso l’irreggimentazione dei nuovi ordini di predicatori getta le basi per quello che sarà il più efficace strumento di controllo e di repressione dell’attività ereticale: l’Inquisizione.

L’Inquisizione non nasce ufficialmente durante il pontificato di Innocenzo III. È il suo successore, Gregorio XI, ad affidare nel 1223 ai domenicani il coordinamento della lotta antiereticale, allo scopo di sradicare le sopravvivenze catare e di soffocare sul nascere ogni altra forma di dissenso. Mentre i vescovi rimangono formalmente i depositari dei poteri inquisitoriali, questi sono all’atto pratico trasferiti ai priori domenicani delle zone interessate. In breve tempo i tribunali domenicani si creano una fitta rete di informatori, i textes synodales, reclutati in ogni villaggio o quartiere cittadino, incaricati di raccogliere gli indizi di eresia e di sporgere le denunce. In questo modo, attraverso delazioni spesso fondate su semplici voci, quando addirittura non siano motivate da beghe d’interesse o da invidie e rivalità personali, essi istituiscono migliaia di procedimenti, che assumono le dimensioni di vere e proprie azioni giudiziarie.

Il provvedimento nei confronti dei sospetti di eresia comporta l’arresto preventivo e spesso l’uso della tortura nell’istruttoria. Tutto si svolge nella massima segretezza: ciò per ovviare ai pericoli rilevati nei pubblici dibattiti del secolo precedente, che si risolvevano non di rado nella sconfitta degli esponenti ortodossi e diventavano veicolo ulteriore della diffusione dell’eresia. Una volta ottenuta o estorta la confessione il reo può essere condannato a pene varianti da una semplice penitenza (un pellegrinaggio, una donazione ecc.) fino al rogo, riservato a chi si ostini nell’errore o sia trovato recidivo. I domenicani portano nelle loro inchieste una ferrea preparazione teologica, una durezza inusitata e soprattutto una certa uniformità di metodo e di giudizio. Non hanno vincoli di alcun tipo con gli abitanti del luogo, con le costumanze religiose, con le credenze e le tradizioni: rapportano ogni manifestazione al parametro della nuova ortodossia, che deve valere allo stesso modo per tutta la cristianità. Anch’essi, tuttavia, sono manovrabili da parte dei potenti: ne fa testo la vicenda del processo intentato per istigazione di Filippo il Bello ai Templari, al fine di incamerare i beni della confraternita.

Istituita come procedura eccezionale per la soluzione del problema cataro, la prassi inquisitoriale si allarga rapidamente a tutta l’Europa, ma non coglie ovunque gli stessi successi. Essa agisce in profondità soltanto nell’area occidentale, in quelle zone della Francia, dell’Italia e della Germania che da tempo sono fonte di preoccupazioni per la difesa dell’ortodossia. L’attività dell’Inquisizione si accompagna normalmente a una decisa riscossa del guelfismo, sull’onda delle ultime lotte anti-imperiali ed antifeudali dei comuni. Gli statuti si arricchiscono di disposizioni riguardanti l’eresia, e viene esercitata una attenta vigilanza sulla distribuzione delle cariche pubbliche: per esserne esclusi è sufficiente il sospetto di simpatia ereticale.

Nella seconda metà del XII secolo, nello stesso periodo in cui il movimento pauperistico e quello dualistico dilagano per tutta l’Europa in forme sempre più decisamente sconfinanti nell’eterodossia, matura la rivoluzionaria costruzione escatologica di Gioachino da Fiore. Gioachino inizia da laico la sua predicazione, in Calabria; entra poi a far parte dell’ordine cistercense, distinguendosi per fervore ed ispirazione fino a diventare abate di Corazzo. Ben presto però, deluso per il deterioramento del costume monastico, si ritira in un eremo sulla Sila, dove elabora una regola molto più rigorosa da porre a fondamento di un nuovo ordine. L’iniziativa incontra sulle prime il favore della curia romana. L’abate acquista fama di santità e di eccezionali doti profetiche: i suoi seguaci fondano in Calabria numerose sedi dell’ordine, mentre la sua esegesi delle Scritture suscita un certo interesse, sia pure limitato agli ambienti riformatori più avanzati.

L’appoggio dell’autorità ecclesiastica non tarda a venir meno, e a mutarsi in aperta condanna, allorquando alla dottrina gioachimita cominciano a far riferimento i settori più radicali del riformismo duecentesco (spirituali francescani, apostolici ecc.), e il copioso fiorire di profezie apocrife attribuite al monaco calabrese dà luogo ad uno snaturamento in senso decisamente ereticale della sua visione escatologica. Già nel IV Concilio Lateranense, comunque, la teoria trinitaria gioachimita è condannata assieme a quella di Pietro Lombardo e alle dottrine spiritualistiche di Amalrico di Bène. Essa sarebbe destinata all’oblio se proprio gli spirituali non la riesumassero verso la metà del XIII secolo e non la rielaborassero a giustificazione della propria fermezza sull’ideale di povertà volontaria. È attraverso la loro rilettura che le concezioni escatologiche di Gioachino si diffondono per tutta l’Europa, fornendo al nuovo sentire apocalittico, che a partire da quest’epoca caratterizzerà a lungo la mentalità religiosa, un punto di riferimento fondamentale.

Come molti spiriti inquieti del suo tempo, Gioachino trae da un pellegrinaggio in terra santa l’ispirazione e l’impulso ad uno studio più approfondito dei testi sacri. La sua opera è in effetti un’esegesi biblica e neotestamentaria dagli esiti profondamente originali ed innovatori, anche se la lettura allegorica cui fa ricorso ha una lunga tradizione nella patristica antica. Gioachino crede di poter dedurre dall’interpretazione e dalla connessione degli eventi, delle profezie e degli insegnamenti dottrinari delle Scritture uno schema fondamentale di ripartizione della storia, nonché una coerenza lineare della storia stessa che permette di predirne gli sviluppi fino al compimento ultimo. Sotto la suggestione della dottrina trinitaria egli ripartisce la storia in tre epoche successive, ciascuna sotto l’egida di una persona della Trinità.

La prima era, quella del Padre, che si estende dal momento della creazione alla venuta di Cristo, è caratterizzata dal rigore della legge. In essa vige la servitù schiavistica, il cui paradigma spirituale è costituito dalla reverenza timorosa nei confronti di Dio. L’immagine del Dio severo ed impietoso che campeggia nell’Antico Testamento è poco compatibile, come abbiamo visto, con la sensibilità religiosa di questo periodo. Quasi tutte le sette ereticali dell’XI e del XII secolo ne sono urtate, e arrivano di conseguenza ad invalidare la narrazione biblica. Anche coloro che non giungono a questa posizione estremistica tendono ad ignorarla e a privilegiare lo studio dei vangeli e della letteratura neotestamentaria. Gioachino tenta una conciliazione: già in quest’epoca, che pure egli paragona all’inverno, il cui chiarore spirituale è rapportabile a quello stellare, nella quale infine dominano i laici, esercitando l’oppressione, sono presenti i segni e gli annunci dei prossimi rivolgimenti le tracce del cammino dello spirito verso la sua definitiva attuazione sono chiaramente percepibili.

La seconda età, età del Figlio, primavera e alba spirituale, è governata dal favore della Grazia. Gioachino calcola la sua durata raddoppiando quella presumibilmente intercorsa tra Abramo e Cristo (secondo san Matteo, ventun generazioni) e arriva a datarne la fine attorno al 1260. In quest’epoca il timore è sostituito dalla sottomissione filiale, la schiavitù dal lavoro e dalla disciplina imposti dal nuovo governo dei chierici, ciò che costituisce un miglioramento della condizione umana. Ma, soprattutto, quest’epoca porta già in sé i germi della liberazione totale, e a partire da san Benedetto ha in incubazione il nuovo assetto del mondo. L’avvento sarà preparato da una serie di accadimenti eccezionali: la fondazione di un nuovo ordine monastico che evangelizzerà il mondo intero, la comparsa di un Anticristo in grado di sconfiggere la chiesa, la rivolta dell’umanità e il rovesciamento del diabolico nemico.

Esaurita questa fase di sconvolgimenti il mondo entrerà nella terza epoca, quella dello spirito, della Grazia realizzata, e quindi della libertà piena e della gioia totale, paragonabile per intensità alla luce solare e al calore estivo, soggetta al dominio dei monaci. In quest’epoca spariranno conflitti, contrasti, paure e pene: gli uomini saranno sottratti alla necessità del lavoro, ogni proprietà verrà abolita, un unico incontrastato interesse dominerà la vita umana fino al giudizio finale: la contemplazione mistica di Dio, realizzazione del “Vangelo Eterno” profetizzato da Giovanni.

Gioachino da Fiore non può essere compreso a pieno titolo nel novero dei riformatori ereticali. Finché visse, infatti, la sua esperienza profetica fu confortata ed anzi alimentata dall’appoggio pieno dell’autorità papale: ciò che gli evitò di compiere quella scelta, quel passo decisivo e cosciente al di fuori dell’ortodossia che sancisce la condizione ereticale. Ma sono soprattutto il significato e gli esiti stessi del suo insegnamento a distinguerlo dai precedenti o coevi fondatori di movimenti eterodossi, quali un Arnaldo, un Tanchelm, un Valdo, ed anche da quelli che lo seguiranno e che pure del suo pensiero saranno debitori.

La “visione” di Gioachino è essenzialmente mistica: coglie il senso ultimo del mondo e del tempo, trascendendo le problematiche specifiche del presente e annullandole nella necessità e nell’ineluttabilità del corso storico. Se anche si adopera per preparare l’avvento della nuova era, lo fa con lo sguardo rivolto al futuro. I mali e le contese della sua epoca quasi non lo tangono, certo com’è di una soluzione ormai prossima. I riformatori del suo tempo parlano di ritorno alla purezza evangelica, di recupero dei valori primitivi del cristianesimo: si fondano cioè sul presupposto che l’evento cardine abbia già avuto luogo, e che da esso sia stata definitivamente improntata la storia dell’uomo. La loro predicazione denuncia una decadenza progressiva, cui la chiesa ha concorso attraverso l’istituzionalizzazione clericale ed i patteggiamenti col potere temporale, sottolinea l’allontanamento, la regressione da quell’apice della storia costituito dalla venuta di Cristo. Gioachino si sente invece proiettato in avanti: postdatando l’accadimento fondamentale, concependolo come venturo, storicizza linearmente l’intera durata dell’avventura umana. Non più una vetta da raggiungere e da recuperarsi, ma una progressione continua e inarrestabile. La stessa tripartizione è tutt’altro che rigida e schematica. Ogni epoca anticipa e prepara quella successiva, la quale a sua volta mantiene vivi e sviluppa gli apporti della precedente. Si tratta semplicemente di una scansione dei tempi storici, attraverso la quale vengono datate le ere e viene ad esse assegnato un preciso valore nei confronti della salvazione.

In questa concezione del progresso verso un “fine”, verso la salvezza, Gioachino appare molto più vicino all’insegnamento ortodosso che non al riformismo ereticale. Quest’ultimo esalta piuttosto il significato immediato e individuale della salvezza: i mezzi per giungere ad essa ci sono già stati offerti, a ciascuno ora spetta usarli, e nessuno, né il clero né altri, può considerarsene il detentore privilegiato. Gioachino intende invece il problema escatologico nella sua dimensione collettiva, come fa la chiesa. Ma mentre l’ortodossia cattolica tende ad allontanare all’infinito l’eskaton, giustificando così la propria presenza e la propria azione temporale, e proponendosi in qualche modo come realizzazione del verbo, l’abate calabrese fissa in termini futuri, ancorché prossimi, tale realizzazione: la chiesa non costituisce quindi loscopo” dell’azione di Cristo, ma è semplicemente il “mezzo” preparatorio all’avvento dello Spirito.

I “fratelli apostolici” sono il frutto finale della combinazione del pauperismo francescano e della predicazione gioachimita. La comunità è fondata nella seconda metà del XIII secolo dal parmense Gerardo Segarelli, spirito inquieto, affascinato dalle profezie dell’abate calabrese e deluso per la mancata accettazione nell’ordine dei minori. Salimbene, cronista francescano sul quale si basa la nostra conoscenza della vicenda, attribuisce il rifiuto alla limitatezza mentale del candidato: ma occorre ricordare che proprio in quel periodo, a causa della pubblicazione del libro di Gherardo da san Donnino, si andava scatenando all’interno dell’ordine la reazione antigioachimita che avrebbe portato al prevalere dell’ala moderata. Comunque, deciso a dare sfogo alla propria vocazione, Segarelli dona ai poveri i suoi averi (non molti, in verità, sempre secondo Salimbene), si riveste di una tunica modellata sui canoni iconografici dell’abbigliamento degli apostoli e si consacra alla predicazione itinerante e alla povertà più assoluta.

Il movimento che da lui prende vita non è oggetto sulle prime di una ostilità decisa da parte della chiesa. Pare, al contrario, che lo stesso vescovo di Parma ne favorisse l’espansione. Nel 1286, tuttavia, viene da Roma l’invito a conformarsi alla regola degli ordini mendicanti già esistenti e a moderare la polemica nei confronti del clero. Di fronte all’inottemperanza del Segarelli nel 1290 arriva la scomunica, e con essa le persecuzioni: Segarelli sale sul rogo nel 1300, condannato come eresiarca da Bonifacio VIII. Nei quasi quarant’anni di apostolato egli ha raccolto attorno a sé un numero considerevole di seguaci, provenienti da ogni strato sociale, che mantengono in piedi il movimento anche dopo la sua morte.

Erede dell’insegnamento del Segarelli e suo successore alla guida dei “fratelli apostolici” è Dolcino Torrielli, ex-minore francescano, dotato di eccezionali qualità di trascinatore e di organizzatore. Costui dopo un breve periodo di esilio, incoraggiato dalle difficoltà in cui il papato si dibatte per il fallimento del disegno teocratico di Bonifacio, rientra in Lombardia e riprende la predicazione. I suoi violenti attacchi contro la proprietà e le sue promesse messianiche gli guadagnano simpatie ed adesioni anche tra le plebi urbane e rurali, in genere poco attratte dai movimenti riformistici religiosi, che cominciano ad agitarsi pericolosamente. L’entità del pericolo induce a questo punto il nuovo papa, Clemente V, a bandire contro gli apostolici una vera e propria crociata. Guidate dai vescovi di Vercelli e di Novara e dal marchese di Monferrato, le truppe ortodosse si trovano ad affrontare un avversario tutt’altro che sprovveduto, anche sul piano militare. Per tre anni, dal 1304 al 1307, Dolcino riesce a tenere in scacco tra le montagne della Valsesia, nel Biellese, ove si è rifugiato con quasi cinquemila seguaci, un esercito molto più forte per numero e per mezzi. Al termine di una strenua resistenza egli viene catturato assieme ai più intimi seguaci, un esercito molto più forte per numero e per mezzi. Al termine di una strenua resistenza egli viene catturato assieme ai più intimi seguaci e alla sua coraggiosissima compagna Margherita di Trento, anch’essa ex-religiosa: i più atroci tormenti pongono fine alla sua avventura.

Gli apostolici sono probabilmente gli interpreti più radicali dei temi del pauperismo e della vita evangelica. Essi si inseriscono in una tradizione che aveva preso l’avvio nell’XI secolo, con le prime eresie francesi e soprattutto con la pataria, ma vi fondono il messaggio escatologico di Gioachino da Fiore e la nuova temperie apocalittica che governa in quest’epoca il sentire religioso. La loro spinta devozionale non sopporta d’essere imbrigliata in regole, in rituali, in sedi stanziali, né consente la formazione di gerarchie o la sottomissione ad autorità terrene. Rifiutano pertanto i voti ed ogni altra regola disciplinare: non fondano sedi collettive e non consacrano luoghi particolari al culto: vivono in condizioni di assoluta povertà, affidandosi alle elemosine dei simpatizzanti. Unico precetto valido per tutti è quello dell’obbedienza intima e diretta a Dio: in altre parole, l’invito ad una interpretazione quanto più personale e soggettiva del proprio essere cristiani. La scomunica del movimento è originata per l’appunto dal rifiuto dell’ingerenza papale, e quindi del sistema ecclesiastico, in quello che si configura come un rapporto diretto tra l’uomo e Dio.

Il movimento apostolico, si è detto, recluta i suoi seguaci presso i ceti più diversi. Lo si è voluto interpretare come fenomeno a carattere spiccatamente sociale, per la partecipazione di contadini e di elementi del basso proletariato urbano, e per lo spirito comunitario che sembra animarlo nell’ultimo periodo. Ma i contadini e i poveri non costituiscono il grosso degli adepti, e la comunità della Valsesia si forma per opporre una resistenza alla crociata: mentre in condizioni normali i fratelli apostolici sono propensi piuttosto al vagabondaggio individuale. In realtà quello degli apostolici è un credo dai caratteri alquanto vaghi, e consente una libertà d’interpretazione pressoché illimitata: una sorta di anarchia spirituale, all’interno della quale il soggetto pone quale unico punto di riferimento la presenza di Dio. Non si presta, di conseguenza, ad essere fatto proprio da classi o da ambienti particolari, per una specifica rispondenza alle loro istanze: cosi come non impegna i simpatizzanti ad una adesione completa e incondizionata. È probabile che proprio per queste motivazioni abbia conosciuta presso gli strati sociali più bassi una fortuna maggiore di quella arrisa ad altre dottrine ereticali: anche se non è certamente da sottovalutare la presa esercitata in questo ambito dalla polemica antiautoritaria e dal rifiuto del concetto di proprietà. I documenti dell’inquisizione testimoniano comunque l’appoggio offerto al movimento anche da esponenti dell’alta nobiltà terriera (i conti di Biandrate, grossi feudatari della Valsesia, la cui presenza al fianco di Dolcino offre l’occasione alle città di Novara e Vercelli per rivendicare la piena autonomia) e da ricchi borghesi: per il resto, confluiscono fra i seguaci di Dolcino artigiani, mercanti, salariati e soprattutto sbandati di ogni estrazione, appartenenti ad altre sette ereticali in via d’estinzione, idealisti e disperati.

Infine, molti degli adepti raccolti nel trentennio di militanza ortodossa dal Segarelli, pur non seguendo lo sconfinamento ereticale di Dolcino, mantengono in vita l’idealità pauperistica e l’esigenza di un maggior respiro individuale nella devozione. Proprio attraverso costoro il fermento “apostolico” continua a pervadere, anche dopo lo sterminio della setta, la spiritualità trecentesca. Ma nel nuovo secolo, sullo sfondo di un orizzonte livido e minaccioso, in mezzo all’inquietudine che precede l’avvento della crisi e al terrore alimentato dalle calamità ricorrenti, lo spirito ottimistico che aveva animato le speranze in una liberazione prossima e definitiva cede il posto allo sconforto. Ai “gaudenti” dolciniani succedono i fanatici della penitenza, i flagellanti.


Il XIV secolo: dall’eresia alla dissidenza

La grande stagione ereticale si chiude con la fine del XIII secolo. Si può persino fissare una data, simbolica ma anche molto concreta, perché proprio nel 1300 si compiono l’atto finale di una tragedia, con il rogo di Gerardo Segarelli, e quello iniziale di un nuovo corso, con la celebrazione del primo grande giubileo. Ciò che viene dopo appartiene già alla vicenda pre-riformistica: non è un’altra storia, ma è senza dubbio storia di qualcos’altro, che merita una trattazione a parte e di cui mi limiterò a indagare alcuni aspetti.

L’appendice dolciniana può essere infatti considerata l’ultimo colpo di coda, a tempo ormai scaduto, di una lunga resistenza alla trasformazione della comunità cristiana in un apparato ecclesiale e al congelamento del messaggio evangelico in un corpus dottrinale chiuso e dogmatico; o meglio, l’ultimo di quella resistenza che si esprimeva all’interno dell’universo cristiano, ma non del cattolicesimo romano-paolino. Il sogno di una grande rigenerazione spirituale che abbiamo visto nascere attorno alla metà dell’XI secolo, per alcuni sull’onda, per altri in opposizione alla nuova identità del cristianesimo occidentale, si esaurisce quando dall’attesa apocalittica si passa con Dolcino all’uso diretto delle armi, quasi a significare che i tempi sono finiti e occorre far precipitare la situazione.

La reazione della Chiesa ha fatto il vuoto rispetto a questa forma di “devianza”: l’ha repressa attraverso le crociate, l’inquisizione e i roghi, l’ha prevenuta arrischiando la proposta di un modello “alternativo”, ma interno all’istituzione, delegata agli ordini mendicanti. Nell’una e nell’altra azione ha goduto persino dell’involontario appoggio dei valdesi, particolarmente agguerriti contro ogni risorgenza di manicheismo. Qui e là, sempre più raramente, vengono scovate e liquidate ancora nel XIV secolo sacche residuali di catari, ma il movimento sopravvive solo in una condizione clandestina, che lo spoglia di ogni esemplarità e impedisce il proselitismo.

La brutale estirpazione delle chiese catare non ha tuttavia intaccato le radici profonde di quel sentire dualistico carsicamente persistente e diffuso che il catarismo aveva solo fatto emergere. Il loro repentino successo, per quanto effimero, testimonia l’esistenza di terreno fertile per una dissidenza radicale, che si ponga totalmente e apertamente al di fuori del recinto dogmatico innalzato dall’ortodossia romana. Questo terreno non può essere completamente bonificato con una ripulitura superficiale. Il dualismo di ascendenza gnostico-manichea sopravvive sotterraneo, a fianco di quello naturalistico di matrice pagana: e se il secondo trova espressione presso la popolazione rurale nel radicamento delle credenze e delle pratiche magico-stregonesche, il primo riceve nuovo alimento dall’infittirsi dei contatti con il mondo orientale, durante e dopo le crociate, e con la cultura arabo-giudaica fiorita nella penisola iberica. È contro queste persistenze e queste emergenze che si volge, a partire dal XIV secolo ma soprattutto in quello successivo, l’apparato repressivo messo in piedi dalla chiesa romana per la liquidazione degli eretici. L’apertura di questo nuovo fronte merita un approfondimento, perché rappresenta una svolta che produrrà pesanti conseguenze, secoli dopo, anche al di fuori della dimensione religiosa.


Magi, astrologi e stregoni

Abbiamo già visto in altra sede (cfr.“Paura e meraviglia nell’Occidente medioevale”) come l’idea di uno spazio franco che intercorre tra il soprannaturale e il terreno e nel quale i due ambiti si toccano e interagiscono fosse diffusa nel mondo precristiano, tanto in quello latino come in quello germanico. In entrambi i casi, quale ne fosse poi la rielaborazione e la trasposizione nei termini di una compiuta mitologia, questo rimaneva per la popolazione il tramite di accesso più immediato ad un ambito “superiore”. In sostanza, nel momento del bisogno o quando si cercavano scorciatoie per sopravvivere o per realizzare i propri fini, più che alle divinità mitologiche ci si rivolgeva ai poteri magici. Dalle élites culturali del mondo classico, razionaliste e pragmatiche, le credenze nelle arti magiche erano naturalmente irrise come fole riservate agli ignoranti (Orazio e Lucrezio ci hanno lasciata testimonianza di questo atteggiamento): ma tra il popolino, e nella tarda età imperiale anche nelle classi superiori, prevalevano la fiducia o la paura nei confronti della dimensione magica.

La credenza in poteri magici esercitati malignamente o nei commerci col demoniaco era ancor più radicata presso le popolazioni “barbariche” settentrionali, legate ad una religiosità dai forti tratti animistici e sciamanici. Proprio il popolo che a cavallo del millennio esercitò l’egemonia politica in nome di un rapporto privilegiato con la chiesa romana, quello franco, coltivava in maniera più diffusa il rapporto ambiguo con forze oscure celate nella natura, frutto dell’ibridazione tra i culti druidici delle popolazioni galliche assoggettate e la tradizione germanica ancestrale.

Nei primi secoli della nuova era l’accusa di praticare la magia a scopi delittuosi era stata però paradossalmente rivolta proprio ai cristiani. I loro rituali di gruppo, il simbolo della croce, percepito nella valenza negativa di strumento di supplizio, l’equivoco sul cibarsi del sangue e della carne di Cristo, tutto congiurava a renderli sospetti di contiguità con un mondo demoniaco. Non tardarono perciò ad essere considerati responsabili di ogni catastrofe naturale o pestilenza, dall’eruzione del Vesuvio agli straripamenti del Tevere. Del resto, la prima immagine di Cristo arrivata ai pagani era quella di un mago (ancora nel II secolo Celso lo descrive come tale), di un taumaturgo che aveva operato in virtù di conoscenze negromantiche: e ad alimentarla contribuivano le insinuazioni e le denunce di comportamenti sacrileghi prodotte dalle religioni concorrenti, soprattutto dagli ebrei.

Per difendersi dalle accuse i polemisti cristiani prestavano molta attenzione a non sottolineare mai ogni possibile riferimento occulto delle pratiche rituali e delle credenze. Cercavano anzi di liquidare questa presunta dimensione come residuato superstizioso del paganesimo, per ottenere il doppio effetto di svuotare le accuse e di ritorcere contro il paganesimo la prova della sua falsità e rozzezza. Non facevano quindi in genere distinzione tra una magia positiva e una negativa, ma la definivano diabolica, nel senso di una illusione di potere suggerita dal diavolo, nel suo assieme. Al tempo stesso, però, mentre precisavano la valenza sacramentale e non magica dei propri rituali e delle proprie formule, dovevano anche salvaguardare la credenza nel loro valore taumaturgico immediato, nella loro efficacia nei confronti della realtà terrena e naturale, in funzione di un proselitismo sempre più rivolto alle masse. La Chiesa si dedicò quindi ad una capillare operazione di recupero e di ripulitura delle pratiche magiche all’interno della propria ritualità, spogliandole di ogni connotazione sospetta, rivestendole di un abito sacrale e fornendo loro una legittimazione testamentaria: a cominciare proprio da quelle intese a cacciare la presenza demoniaca, come l’esorcismo.

Gli stadi successivi di questa appropriazione trasformazione sono ben esemplificati dagli atteggiamenti diversi tenuti da Agostino, che alla fine del IV secolo sosteneva ancora che tutti gli idoli e i luoghi sacri dei pagani dovessero essere distrutti e cancellati, e da Ambrogio, che all’inizio del VI riteneva più opportuno riconsacrare i templi ed utilizzarli per ospitare i simboli cristiani; in questo modo, facendo leva sull’antica consuetudine coi luoghi e sul rispetto per essi mostrato, si sarebbero favorite le conversioni.

Col tempo la strategia di recupero si era articolata e allargata a coprire tutte le zone di ambiguità ascrivibili alla sfera magica o esoterica. Da un lato la Chiesa mirava ad assumere il monopolio della lotta contro il male, fisico o psichico che fosse, che sempre più veniva imputato all’azione diabolica e che era combattuto con un ampio strumentario taumaturgico, spaziante dalle reliquie alle intercessioni dei santi protettori; dall’altro tendeva a mantenere il controllo di tutte quelle manifestazioni, la profezia estatica, la capacità di parlare le lingue, la dimostrazione di possedere capacità psichiche superiori, che si legavano soprattutto al modello di vita ascetica e all’anacoretismo, e che se per un verso potevano costituire indizi di santità, per l’altro inducevano invece un sospetto di possessione (o quantomeno, di scarsa compatibilità con l’ordine, le gerarchie e la disciplina).

Ciò che ancora sfuggiva a questa riconversione, un sostrato profondo di credenze e di pratiche magiche correnti presso le classi popolari e radicate soprattutto nel mondo rurale, aveva continuato ad essere a lungo trattato come sopravvivenza pagana destinata all’estinzione, e non suscitava preoccupazioni eccessive. Ciò non toglie che Gregorio di Tours già nel IV secolo raccontasse di una “caccia alle streghe” scatenata dalla morte sospetta di un principe, che si era conclusa con l’uccisione di molte donne. O che il concilio di Elvira, sempre agli inizi del IV secolo, condannasse esplicitamente ogni forma di magia, e che la motivazione della messa a morte di Priscilliano, in Spagna, nello stesso secolo, fosse quella di aver praticato arti magiche. E ancora, che questa condanna venisse ribadita, con particolare riferimento ai rituali “immondi” imputati ai giudei, dal concilio di Toledo del 667. Lo stesso Carlo Magno aveva emanato più di un editto contro i rituali e i culti magici, ma erano in realtà provvedimenti mirati a legittimare, col pretesto di combattere le sopravvivenze pagane, l’opera cruenta di sottomissione dei Sassoni.

Tutto sommato, però, fino a quando non venne completata la colonizzazione religiosa della dimensione magica, l’atteggiamento nei confronti di quest’ultima rimase improntato ad una ambigua sufficienza; se ne parlava, al massimo, come di un sottoprodotto dell’attività diabolica, fastidioso più che pericoloso. Quando ad esempio il monaco tedesco Reginone di Prumm, nel Canon Episcopi del 906, raccontava di donne malvagie che affermavano di cavalcare di notte assieme alla dea Diana, liquidava il tutto come allucinazione provocata dal diavolo. E lo stesso faceva un secolo più tardi un suo collega, Burcardo di Worms, sottolineando anche come non a caso queste fantasie fossero partorite dalle menti femminili, più soggette per naturale inferiorità alla suggestione diabolica.

Le cose cambiano nel XII secolo, allorché cominciano a dilagare le eresie. L’accusa di stregoneria si presta infatti, molto più che non quelle di natura dottrinale, a screditare gli eretici agli occhi del popolo. Catari, valdesi, dolciniani vengono accusati di praticare incantesimi, di sacrificare bambini, di tenere orge notturne in presenza di Satana e di omaggiarlo baciandogli il posteriore. Le stesse accuse, con pochissime varianti, verranno utilizzate un secolo più tardi per procedere contro i Templari. A partire dagli inizi del Duecento la chiesa attiva quindi un’attenzione strumentale al fenomeno e dà l’avvio alla persecuzione. D’altro canto, anche volendo continuare a considerare illusioni le cavalcate notturne e gli incantesimi, si tratterebbe pur sempre di illusioni create dal demonio al fine di impossessarsi delle anime. Di qui a considerare reali il sabba e le morti procurate col tramite di incantesimi il passo è breve. Dell’esistenza e della veridicità delle pratiche magiche si disserta nei concili di Rouen del 1189 e di Parigi del 1212 e qualche decennio dopo Tommaso d’Aquino, sulla scorta del pensiero agostiniano, conferma che la stregoneria esiste ed è opera diabolica.

All’imputazione di stregoneria si ricorre in realtà sempre più spesso per liquidare i nemici. Prima di utilizzarla contro i templari Filippo IV se ne serve per sbarazzarsi del vescovo di Troyes, accusato di aver fatto morire con una operazione diabolica la regina, e nel 1317 è lo stesso papa Giovanni XXII ad accusare un vescovo suo nemico di eresia, stregoneria e adorazione del demonio, e a mandarlo al rogo.

Al di là delle strumentalizzazioni, comunque, con la diffusione delle eresie la sensibilità per una presunta azione delle potenze demoniache si acuisce, e spesso i due fenomeni, quello ereticale e la stregoneria, vengono confusi. Il timore andrà crescendo nel corso XIV secolo, alimentato anche dalle calamità in serie che funestano il periodo, fino tradursi in fobia: nella guida approntata nella seconda metà del Trecento dall’inquisitore generale di Aragona, Nicolas Eymeric, si afferma la realtà delle evocazioni demoniache, che sono considerate il frutto di un vero e proprio patto con il signore del male. I processi per stregoneria si infittiscono verso la fine del secolo, e spesso coinvolgono le popolazioni di interi villaggi. In molti casi, soprattutto in Svizzera e nelle vallate alpine, lo scopo reale è quello di stanare ed eliminare i valdesi: ma cominciano anche ad essere frequenti, ora che le autorità, tanto le ecclesiastiche che quelle civili, si dimostrano più sensibili a questo fenomeno, i procedimenti contro i singoli, innescati dalle accuse più inverosimili e rivolti soprattutto contro le donne, spesso sospettate di esercitare una medicina empirica venata di componenti magiche.

Dall’idea di una sopravvivenza stentata e passiva di vecchie superstizioni si è insomma passati, nel volgere di un paio di secoli, a concepire una grande cospirazione organizzata contro tutta la cristianità, dietro la quale sta il demonio. È il preludio al nuovo corso. Cessato il pericolo delle grandi eresie si procede a dissodare il terreno sul quale avevano prosperato, cercando di arrivare alle radici del male e liquidando ogni manifestazione anche secondaria di devianza. La caccia alle streghe che si apre nel XV secolo non è più un prodotto medioevale: è già figlia, in qualche modo, dell’umanesimo.

Nell’umanesimo culmina d’altro canto anche la rinascita di un interesse “colto” per gli studi magico-alchemici. In questo contesto la magia naturale, l’alchimia e l’astrologia vengono gradualmente ripulite delle incrostazioni e delle parentele con la superstizione popolare, sottratte alla tutela o all’ostracismo della cultura religiosa ufficiale e alla fine totalmente “laicizzate”. Ciò implica che la distinzione nei confronti della stregoneria e del mondo della credulità e delle allucinazioni, anche se non sempre così netta, debba essere rimarcata, per poter fare spazio all’ambizione ad una superiore dignità sapienziale e operativa. Anche se i saperi “riscoperti” appartengono, o vengono attribuiti, ad una tradizione precristiana, è indubbio che il percorso di cristianizzazione della dimensione magica contribuisce a mutarne la percezione presso le classi colte, e a favorirne e giustificarne il recupero, magari attraverso la mediazione della poesia e della letteratura. È significativa ad esempio la rielaborazione all’interno del ciclo cavalleresco del Graal di un personaggio della leggenda celtica, lo sciamano Myrddin, facitore di incantesimi e taumaturgo, nella figura positiva del mago Merlino. Tutto quanto il ciclo, nella sua forte valenza simbolica, non è che il travestimento in panni cristiani di un percorso iniziatico di chiara matrice ermetica.

Elementi di una “arte magica” dotta, frutto della fusione di dualismo gnostico con la tradizione ebraica e con il pensiero ermetico-pitagorico alessandrino, erano già presenti nella dottrina predicata in Spagna nel IV secolo da Priscilliano. Devono trascorrere altri sette secoli però prima che, sempre in Spagna, questa volta sotto la dominazione e con la mediazione araba, ricompaiano i classici dell’astronomia, della matematica e della filosofia antiche, e accanto o mescolati ad essi quelli del sapere magico, alchemico e astrologico. È il caso, ad esempio, del Picatrix, il libro proibito per eccellenza nel medioevo, in sostanza una guida per la pratica della magia astrologica attribuita ad Ermete Trimegisto (ma composto probabilmente nel X secolo). La fama di questi testi e delle conoscenze che vi si possono attingere viene ben presto diffusa al di qua dei Pirenei da chierici curiosi e anticonformisti, che vanno ad abbeverarsi direttamente alla fonte. Tra gli antesignani va annoverato Gilberto di Aurillac, il futuro papa Silvestro II, che già prima del mille studia a Barcellona l’arabo e le discipline musicali e matematiche. Nei secoli successivi saranno molti ad imitare il suo esempio, favoriti, malgrado il cambiamento in peggio nel tenore dei rapporti con il mondo islamico, dal costituirsi nella penisola iberica di regni retti da principi cristiani come Alfonso il Saggio di Castiglia, conoscitori della cultura araba e intrigati dalle discipline esoteriche.

Alla metà dell’XI secolo fervono dentro e fuori la penisola i contatti, e di conseguenza le traduzioni, volute o realizzate spesso da esponenti della chiesa a caccia di conoscenze non ortodosse, ma in molti casi anche da autorevoli rappresentanti dell’istituzione stessa, per esercitare una forma di controllo preventivo su ciò che si appresta a circolare. Nel monastero di Santa Maria de Ripell, alle pendici francesi dei Pirenei, vengono raccolti i preziosi codici con le trascrizioni e le rielaborazioni arabe dei classici della filosofia e della scienza antiche, e di lì circolano poi per tutta l’Europa. Sono soprattutto monaci tedeschi come Ermanno di Reichenau (o di Carinzia) e Roberto di Ketene, dai loro monasteri nelle vallate alpine, ad occuparsi di far conoscere in occidente, oltre il Corano, le opere e il pensiero dei maestri sufi Ibn Masarra o Ibn Arabi, ispirati alle dottrine ermetiche e al simbolismo alchemico. Qualcuno, come Michele Scoto, sfida le diffidenze (nel suo caso molto motivate) delle autorità ecclesiastiche e va a studiare a Tolosa, da dove passerà agli inizi del Duecento alla corte di Federico II in Sicilia, in qualità di astrologo e mago. Altri, come il francescano Ruggero Bacone, imparano oltre al greco anche l’arabo e l’ebraico, per avere accesso direttamente alle fonti. Dalla Spagna arrivano poi “magi” famosi, come Arnaldo di Villanova, da Valencia, e Raimondo Lullo, nativo delle Baleari, al quale vengono attribuiti testi alchemici in realtà non suoi, ma che è un profondo conoscitore del pensiero cabalistico; e in Spagna viene composto, nella seconda metà del Duecento, lo Zohar, o Libro dello Splendore nel quale si riversa tutto lo studio cabalistico portato avanti dall’ebraismo sefardita.

Il filone cabalistico apre orizzonti assolutamente inediti agli studiosi europei, e anche se la frequentazione iniziale rimane mirata a scopi occultistici, dall’evocazione degli angeli alla mistica dei nomi, non tarderà a farsi strada l’interesse per la magia numeralis e per gli aspetti matematico-combinatori. Va rilevato, per inciso, che l’ebraismo mantiene un atteggiamento diverso nei confronti della magia, una maggiore tolleranza. Viene infatti accettata la magia che opera appunto attraverso i nomi divini, le combinazioni numeriche e i poteri degli angeli, anche se viene considerata pericolosa in mani inesperte. Questo rende così interessante la tradizione ebraica non solo per gli occultisti, ma anche per i teologi e i filosofi cristiani; e spiega d’altro canto la credenza a livello popolare che tutti gli Ebrei fossero adoratori del diavolo e stregoni.

Il più insigne ed autorevole studioso delle discipline di confine è senza dubbio Alberto Magno, che tenta di trovare un compromesso tra la teologia cristiana e la magia, distinguendo tra “magia diabolica”, o magia nera, e “magia naturale”. La prima comporta contatti col demonio, stregoneria, evocazione degli spiriti, la seconda uno studio della natura fondato sulla ricerca delle relazioni tra il micro e il macrocosmo, perfettamente riconducibile ai dettami della dottrina cristiana e applicabile, nella pratica, a finalità positive. La magia naturale di cui parla Alberto Magno è in sostanza la scienza alchemica, riapprodata in Europa col tramite di un lungo giro di traduzioni e di compilazioni dei testi originali alessandrini, dal greco in arabo e dall’arabo in latino. Di alchimia si occupano un po’ tutti i personaggi già citati, in particolare Ruggero Bacone, che scrive sulla medicina alchemica, e Raimondo Lullo, sul quale circolano leggende di trasmutazione dei metalli in oro in quantità industriali.

Se ne occupa anche, da Avignone, il solito Giovanni XXII, che si scaglia contro gli alchimisti denunciandoli tutti come imbroglioni, salvo poi privatamente incoraggiare gli esperimenti di trasmutazione. Ed è questo, in sostanza, l’atteggiamento mantenuto dalla chiesa per tutto il periodo preumanistico.

Più sfumato rimane invece il giudizio nei confronti dell’astrologia, anche se non mancano le prese di posizione decisamente avverse: nel 1277, ad esempio, il vescovo di Parigi mette in guardia contro il dilagare dell’interesse per le scienze astrologiche, tirando in ballo il solito disegno diabolico. Molti aspetti dell’esistenza quotidiana o del mondo naturale, dalle proprietà delle piante o dei minerali al funzionamento delle varie parti del corpo, vengono comunque considerati legati alle corrispondenze planetarie anche nella cultura più ortodossa. Il tramite con la sapienza astrologica greco-romana è in realtà più diretto, e passa per Isidoro di Siviglia, che nel VII secolo ha raccolto e sintetizzato nei venti libri delle Etimologie ogni sorta di conoscenza della classicità, comprese quelle astrologiche, rispetto alle quali ha già anticipato la distinzione tra “astrologia naturalis” e “astrologia superstitiosa”. Nel Duecento, come abbiamo visto, uno dei cultori più celebri della disciplina è Michele Scoto. Lo stesso Tommaso d’Aquino, che peraltro è un discepolo di Alberto Magno, mostra nei confronti dell’astrologia un’attitudine più possibilista, sostenendo che è legittimo utilizzare piante o pietre i cui poteri e le cui proprietà discendano dagli influssi astrali e dai legami planetari. Anche lui, come il suo maestro, qualifica questa come “magia naturale”; mentre ha qualche dubbio in più sui confini della naturalità delle sue applicazioni.

I dubbi espressi da Tommaso diventano per la Chiesa, agli inizi del Trecento, veri e propri anatemi; si comincia a intervenire pesantemente nei confronti dei cultori delle discipline “esoteriche”. Pietro d’Abano, medico che ha scritto opere sulla magia e sull’alchimia, viene processato per due volte dall’Inquisizione, e muore durante il secondo processo. Cecco d’Ascoli, che deteneva una cattedra di astrologia all’università di Bologna, viene arso sul rogo assieme ai suoi libri. Aveva cercato di dimostrare la congruenza della vita e della morte di Cristo con i principi dell’astrologia, ma soprattutto sosteneva che le potenze demoniache potevano essere evocate e controllate con la magia rituale. Il messaggio è chiaro, ed è rivolto principalmente agli esponenti del clero, soprattutto di quello regolare, e in primo luogo ai francescani: ci sono confini che non è lecito valicare. Non è solo chiaro: è anche efficace. Nel XV secolo a coltivare le scienze “naturali” non troviamo più i religiosi, ma i laici. Nicolas Flamel, il primo grande alchimista dell’epoca moderna, influenzato dall’ermetismo di provenienza bizantina, è assolutamente estraneo alle problematiche teologiche che le arti alchemiche e l’astrologia suscitavano un secolo prima.

Il nuovo status delle “arti” in seno alla cultura umanistica, praticamente autonomo rispetto all’ambito religioso, implica che sia accaduto nel frattempo qualcosa di importante; in effetti si è creata una sfera di interessi, di rapporti intellettuali che si sta sottraendo gradualmente al controllo ecclesiastico. Non è un passaggio veloce, né indolore: le vicende di Bruno e di Galileo, già alle soglie della modernità, stanno a dimostrarlo. Ma è comunque l’inizio di una vicenda nuova, perché lo spostamento di tiro che la chiesa effettua nella lotta antiereticale è motivato da una profonda trasformazione sia degli schieramenti che del terreno di scontro. In altri termini, mentre in precedenza il confronto interessava principalmente l’ambito “ideologico”, o comunque aveva lì la sua origine, salvi naturalmente tutte le implicazioni, le ricadute e gli effetti collaterali sul piano politico, sociale ed economico, ora sono piuttosto le mozioni esterne, di ordine “profano”, che cercano una legittimazione religiosa, a volte di pura facciata, più raramente di sostanza. Mi sembra questo l’aspetto discriminante, che impone un approccio diverso al dissenso religioso del Trecento. Non è cambiato soltanto l’ordine, ma la natura stessa dei fattori in campo.


Nuova chiesa, nuovi stati e nuova società

Vediamo su – e contro – quale sfondo questo dissenso si staglia. C’è intanto una struttura ecclesiale rinnovata e affermata. Due secoli e mezzo di lotta antiereticale hanno costretto la chiesa cattolico-romana ad una profonda trasformazione interna, che non ha operato soltanto in direzione del compattamento e della determinazione repressiva, ma ne ha anche affinato la sensibilità strategica a cogliere, se non altro per gestirle e controllarle, le spinte genuinamente evangeliche. All’epoca di Bonifacio VIII l’assetto dell’organismo ecclesiale è completato, così come è definito l’impianto dottrinale che lo sorregge. La filosofia tomistica giustifica teologicamente la necessità della separazione tra chierici e laici, distinguendo tra un “sacerdozio dei fedeli” e un sacerdozio ministeriale, quest’ultimo soltanto consacrato col rito della ordinazione e quindi abilitato alla trasmissione del verbo e della grazia. L’evoluzione stessa del cerimoniale, che si riflette a sua volta sulle architetture degli edifici di culto, ci racconta la progressiva distanza fisica e spirituale che viene fatta intercorrere tra il credente e il celebrante. L’area sacra passa da un’originaria collocazione centrale e aperta ad una zona relegata sul fondo, sopraelevata e recintata, nella quale i riti sono officiati con le spalle ai fedeli e in rapporto diretto, frontale con Dio. Lo stesso risultato si ottiene mantenendo in uso per la celebrazione una lingua sempre meno comprensibile dai credenti, a sottolineare ancor più l’appartenenza a sfere diverse. Ogni singola funzione ministeriale è avocata al clero, mentre i laici sono confinati in un ruolo puramente passivo e subalterno. Sono state definite le gerarchie e le competenze, col completamento di una rete diocesana e parrocchiale che copre e controlla tutto il territorio della cristianità, e col riconoscimento della piena funzione sacramentale al solo clero secolare.

Sul piano teologico è stata introdotta la credenza nel Purgatorio, che esalta il ruolo imprescindibile della classe religiosa nella intermediazione con la sfera del divino; la confessione, la penitenza, la facoltà di intercedere e la delega alla promulgazione delle indulgenze assicurano alla Chiesa nuovo prestigio, strumenti di controllo e di pressione morale ed enormi cespiti. Le consentono anche di mettere a punto una concezione teocratica che proprio in Bonifacio VIII, e prima di lui nelle decretali di Innocenzo IV, trova la sua formulazione più esplicita. Al papa viene ormai riconosciuta la funzione di “vicario” di Cristo, ciò che comporta un potere direttamente trasmesso dalla divinità ed una dignità regale, un’autorità universale estesa anche all’ambito temporale. La bolla Unam Sanctam si chiude significativamente con questa formula: “Dichiariamo che ogni creatura umana è stata sottomessa al papa di Roma, diciamo e prendiamo posizione su tutto ciò che è necessario alla salvezza”. Il paradosso sta nel fatto che al momento stesso di questa formale autoconsacrazione, di questa affermazione di superiorità nei confronti di un’istituzione come l’impero, palesemente in crisi, il potere politico reale non passa affatto nelle mani della chiesa; anzi, è già avviato il processo di ridimensionamento del suo ruolo secolare, che ha toccato semmai l’apice con Innocenzo III. Con lo schiaffo di Anagni si apre una stagione diversa, che vede salire alla ribalta come nuovi protagonisti le nascenti monarchie nazionali.

Il consolidamento degli istituti monarchici in gran parte dell’Europa e la progressiva espansione dei territori effettivamente e direttamente sottoposti all’autorità dei sovrani portano allo sviluppo di una embrionale identità nazionale, che va poco a poco affiancandosi e sovrapponendosi all’identità cristiana. In verità, più che in una nazione, che se esiste ancora non lo sa, o in uno stato, che se inteso in senso moderno è ancora piuttosto lontano da venire, i diversi popoli si identificano in una dinastia e in un potere, e l’identificazione avviene spesso e volentieri più per contrapposizione ad una chiesa sentita come sempre più lontana che per entusiastica adesione. Quando Filippo il Bello osa il gesto di sfida a Bonifacio VIII le sue ragioni sono condivise non solo dalla popolazione ma anche dal clero francese, che mal sopporta la riduzione del primato ad una lotta tra i grandi casati nobiliari romani. Lo stesso, come vedremo, avverrà in Inghilterra con la vicenda di Wycliff. E non si tratta semplicemente di separare e definire le competenze, confinando quelle della Chiesa all’ambito spirituale. Il ruolo coesivo ma anche e soprattutto di penetrazione, di persuasione e di controllo capillare che l’apparato ecclesiale può svolgere attraverso la sua rete è troppo importante per essere ignorato da un potere monarchico in fase di consolidamento, che dalla virtualità della investitura e della carta deve tradursi in presenza concreta, visibile e temibile sul territorio. Per questo il controllo sulla chiesa, sulla sua struttura organizzativa come sulle scelte dottrinali, diventa fondamentale. I modi di questo controllo naturalmente differiscono in base ai rapporti di forza interni o alla contingenza delle alleanze e delle contrapposizioni esterne, oppure in ragione della distanza stessa, fisica e dottrinale, dal centro della cristianità, e quindi della percentuale di autonomia già conquistata o mantenuta dal clero nazionale (è il caso, ad esempio dell’Inghilterra). Là dove questa distanza è troppo breve, e quindi non è garantita la necessaria autonomia, come nel caso francese, si arriva addirittura a tentare di spostare il centro.

Anche il sostrato sociale nel quale attecchivano le eresie non è più lo stesso. Il mondo contadino, quello in cui abbiamo visto sopravvivere e resistere la concezione dualistica e rispetto al quale aveva avuto maggior peso la valenza emancipatrice del cristianesimo, lascia la scena a quello urbano. A sollevarsi nel Trecento sono i lavoratori delle nascenti manifatture (il tumulto dei Ciompi in Italia, la rivolta di Gand nelle Fiandre), e anche quando il moto parte dalle campagne (le Jacqueries in Francia, il movimento dei Lollardi in Inghilterra) si propaga a coinvolgere altri strati sociali. Gli elementi dottrinali che stanno alla base delle nuove rivendicazioni fanno riferimento non tanto al tema della libertà quanto a quello dell’uguaglianza. Sono cambiati gli interlocutori: il confronto era prima tra nobiltà militare o ecclesiastica e artigiani o servi della gleba, mentre ora si tratta di salariati che si ribellano ad una borghesia imprenditoriale, o di fittavoli strangolati da una nuova classe di proprietari intenzionata a far fruttare gli investimenti terrieri. La componente religiosa è sempre meno significativa, perché se in precedenza veniva messo in discussione uno schema religiosamente sancito (i tre ordini di Adalbertone di Laon, guerrieri, ecclesiastici, lavoratori, sui quali si fondava “organicamente” la società alto-medioevale), e ciò implicava una revisione dottrinale, ora quell’ordine è scomparso. L’irruzione della borghesia come quarto interlocutore, un interlocutore particolarmente dinamico e irriverente perché svincolato dalle tradizionali attribuzioni di ruolo, disincanta il mondo tardo medioevale e dissacra ogni rapporto, tanto quello tra l’uomo e la natura quanto quelli degli uomini tra loro.

L’ordine della natura e quello della società vengono sottratti alla staticità determinata dall’origine e dal governo divino, e confidati alle mani e alla volontà umane. Anche i sogni chiliastici prendono un’altra direzione: viene meno il millenarismo di origine gnostico-manichea, quello che aveva trovato la sua massima espressione nel catarismo, e che supponeva un diretto intervento divino, magari col tramite di un anticristo, per ripristinare la purezza originaria; e lascia il posto a ad un nuovo millenarismo, nel quale la componente di volontarietà umana diventa dominante. La tendenza si accentua, paradossalmente, dopo il passaggio della peste, che parrebbe invece avvalorare il primo modello; ma forse proprio la maniera in cui l’epidemia ha colpito, non selettivamente, sterminando i reprobi, ma indiscriminatamente, portandosi via anche gli innocenti, ha dato il colpo decisivo alla speranza in una soluzione proveniente dall’alto.


Il fuoco della penitenza

Se nell’ambito temporale il primato pontificio è già alle spalle, in quello spirituale la Chiesa è invece più che mai universalmente riconosciuta nella sua rappresentatività e accettata nelle linee chiave della sua organizzazione; non si discute più sulla legittimità della sua esistenza, ma sugli ambiti e sui modi del suo operato. Il dubbio riguarda semmai i suoi ministri, sempre più squalificati dalla corruzione e dal nepotismo, e si traduce in una lotta interna di potere (gli scismi), in un fermento antiautoritario diffuso (quello tenuto vivo dagli ordini regolari, soprattutto quelli mendicanti) o in una fuga nell’ascetismo, che testimonia della sfiducia nella possibilità di un rinnovamento radicale.

Quest’ultima era già percepibile nella diffusione delle attese apocalittiche (Gioacchino, Dolcino), e si manifesta ora principalmente, in seno alla Chiesa, nel successo della predicazione e della pratica penitenziale. Nella situazione appena descritta lo spazio per una dissidenza “interna” non comprende dunque le controversie teologiche, ma è occupato dalla contrapposizione sui temi etici e sui modelli organizzativi. Nel corso del Trecento sono soprattutto i Francescani a sollevare il problema di “come” la delega rivendicata dalla Chiesa a rappresentare tutto il cristianesimo vada esercitata: le contestazioni più accese verranno cioè da coloro che nel secolo precedente erano stati maggiormente contigui all’area ereticale, e che proprio perché tali erano stati “tollerati” ed utilizzati sia in funzione di alternativa pauperistica ortodossa all’eresia sia come cacciatori di eretici. È il prezzo che l’istituzione deve pagare per il loro contenimento all’interno dell’ortodossia.

Il ruolo di punta svolto dai “frati minori” nella dissidenza interna è connesso al rilievo che la penitenza e la prassi della predicazione itinerante assumono a partire dal XII secolo. Credo quindi valga la pena scendere un po’ più in profondità nell’analisi sia del mezzo (la predicazione) che dell’oggetto (la dottrina della penitenza): soprattutto perché questi temi offrono un significativo esempio di quali effetti di ricaduta esterna possa innescare la secolarizzazione di un dibattito in origine squisitamente dottrinale.

Partiamo dalla predicazione. Nella prima fase del cristianesimo l’annuncio del messaggio evangelico era riservato ai soli vescovi; le controversie più violente concernevano proprio il diritto più o meno esteso a farsene portavoce, e quindi a interpretarlo. Col tempo però la crescita delle comunità aveva caricato i pastori diocesani di responsabilità sempre più ampie, amministrative prima e politiche a partire dall’XI secolo, facendo sì tra l’altro che il reclutamento nei quadri alti delle gerarchie ecclesiastiche fosse ambìto anche dai cadetti delle famiglie nobiliari. La vocazione aveva lasciato il posto all’ambizione, e il compito di predicare era stato delegato sempre più spesso ad abati e ad ecclesiastici di un certo rango, e dopo il Mille anche ai parroci e ai curati. Questo sistema di delega a cascata aveva però fortemente impoverito la qualità della predicazione, per la condizione di profonda ignoranza dottrinale nella quale versava la gran parte del clero: e persino la compilazione di repertori di omelie (in genere tratte dai padri della chiesa) ai quali gli ecclesiastici potevano attingere si era rivelata un rimedio poco efficace, col risultato che l’annuncio evangelico era sempre meno e sempre peggio praticato.

Già Gregorio Magno deprecava l’assenza di bravi predicatori: ma più sconsolate ancora sono nel XII secolo le constatazioni di Alano di Lilla sul livello intollerabile dell’ignoranza del clero: “Meno male che non predicano – arriva a dire – perché ci manderebbero in rovina tutti”. Esiste in realtà anche un clero dotto, quello dei chierici e dei canonici formatisi nelle “scuole” annesse alle cattedrali, che si dedicano alle dispute teologiche o all’esegesi testuale: ma non è affatto interessato alla predicazione, poco remunerativa in termini sia economici che onorifici. Anche in questo caso per molti la scelta dei voti è mirata solo ad assicurarsi una prebenda, per potersi poi occupare d’altro. Sono quelli che “cercano il guadagno dell’onore, e non il peso dell’onere!”, come dice ancora Alano di Lilla, lasciando la cura delle parrocchie ad una feccia di ecclesiastici “abominevolmente ignoranti!”

Per il clero regolare esistono invece delle restrizioni “cautelari”. Bernardo di Chiaravalle, ad esempio, forse l’oratore più famoso della sua epoca, proibisce espressamente ai suoi cistercensi di predicare: “Predicare in pubblico non si conviene al monaco, non è permesso al novizio, non è assolutamente lecito per i confratelli laici.” La predicazione rimane confinata, quasi come esercizio retorico, all’interno dei chiostri: d’altro canto, il clero secolare, tanto i vescovi, che non esercitano la loro prerogativa ma ne sono gelosi, quanto i più umili prelati, che temono di perdere anche quel poco prestigio che deriva loro ormai solo dal ruolo, sono ostili all’uscita in pubblico dei monaci. “Si sono proclamati morti al mondo, hanno voluto abbandonare il secolo; e allora non si capisce cosa ci vengano a fare”.

Nel frattempo sono però entrati in gioco i due nuovi fattori che renderanno urgente e prioritario il ritorno alla predicazione diffusa: l’esplosione dei fenomeni ereticali e, in stretta connessione, l’affermarsi di una “cultura penitenziale”, che conduce alla “nascita del Purgatorio”.

Il tema della penitenza corre lungo l’intera storia del confronto tra le due anime del cristianesimo del primo millennio, quella radicale gnostico-manichea, dalla forte connotazione messianica, e quella moderata ebraico-cristiana. Si ripropone a partire dall’XI secolo con una particolare pregnanza perché lo scontro, che aveva mantenuto in precedenza una bassa intensità, o quantomeno si era consumato in aree periferiche, esplode ora proprio al centro della cristianità. Ed esplode per le ragioni prodotte all’inizio di questa trattazione: perché la definitiva rottura con la chiesa d’Oriente permette e impone al cattolicesimo romano di serrare le fila, e perché maturano, anche nella mentalità e nella società secolare, nuove prospettive e nuovi rapporti.

A contrapporsi sono in definitiva le concezioni di un Dio giusto e di un Dio misericordioso. La misericordia non può essere uno degli attributi di un Dio “assoluto”, perché comporta una ambiguità, l’idea che un “sentimento” possa indurre la volontà divina a derogare da un disegno più alto; ma paradossalmente non può nemmeno esserlo di un Dio dimidiato, in lotta con un’altra entità, perché implica la possibilità di un compromesso, che nella concezione dualistica è rigorosamente esclusa. In entrambi i casi l’attributo confacente è invece la giustizia. Il ragionamento ereticale in questo senso non fa una grinza. Esiste una legge divina: ci si conforma ad essa, oppure no. Nel caso dei manichei, ci si schiera col bene o col male; nel caso dei valdesi o degli altri movimenti avversi al dualismo, ci si schiera o non ci si schiera. A seconda delle scelte fatte, si viene premiati o puniti. Non esistono mezze misure: quando esistono portano al lassismo, alle “interpretazioni”, alle ipocrisie, come accade per la chiesa romana, che deve persino affannarsi a tener distinta la validità della parola e dei riti dalla dignità di chi li amministra. Il riferimento testuale è quello giovanneo; è la promessa, o se si vuole la minaccia, dell’apocalisse.

Anche se questa concezione può esercitare un grande fascino, soprattutto in periodi particolarmente calamitosi, non si presta però a reggere sulla lunga durata. Si traduce infatti necessariamente in una aspettativa escatologica forte, che vuole la realizzazione “immediata” della giustizia, sia nel significato temporale di “qui e subito”, sia in quello di un intervento diretto, non mediato, di Dio: può produrre delle fiammate, ma non ha i requisiti per sorreggere un impianto ecclesiale. Quest’ultimo ha un senso, o meglio, se lo costruisce, nel governo della normalità quotidiana, della coabitazione non pacifica ma in qualche modo rassegnata col male: e non può che spostare in un futuro sempre più lontano l’avvento del regno dei giusti.

L’assunto della chiesa romana è quindi quello di mitigare l’immagine del Dio giusto (e vendicativo) del Vecchio Testamento con quella del Dio misericordioso: o almeno di contemperarle. Di far rientrare le eccessive e poco governabili speranze di immediata giustizia, offrendo in cambio un motivo di futura consolazione. Dal momento che non si confà a Dio, però, la misericordia viene piuttosto attribuita al “figlio di Dio”, al suo mediatore inviato sulla terra; e attraverso l’affermazione dogmatica della pari dignità divina di quest’ultimo (una sola sostanza) si quadra il cerchio.

Il rilievo che viene dato alla figura del Figlio nella religiosità medioevale, soprattutto in quella popolare, è decisamente superiore a quello riservato al Padre. Non era così nel cristianesimo originario: sono occorsi alcuni secoli, ed un violento scontro teologico con l’arianesimo, per imporre la consustanzialità delle due figure. Ora però la chiesa romana può procedere nuovamente a distinguerle, non più sul piano ontologico, ma in relazione alle funzioni. Quanto più Dio viene promosso, ma in realtà allontanato e relegato, nell’alto dei cieli, tanto più sulla terra acquista rilievo Cristo: intanto perché, essendosi incarnato sotto specie umana, è raffigurabile (l’immagine che domina l’iconografia medioevale è quella della crocifissione, del momento di transizione dall’umano al divino). Poi perché è raccontabile: la sua vita e il suo insegnamento, al contrario delle arditezze teologiche necessarie per “definire” una divinità indefinibile per antonomasia, sono alla portata di tutti. Infine perché il suo sacrificio per la redenzione degli uomini si oppone alla concezione dell’inflessibilità divina propria dell’ebraismo – tollerabile dagli Ebrei perché il loro il rapporto con Dio è collettivo, riguarda non il singolo ma un intero popolo, del quale sono comuni tanto la salvezza quanto la colpa, ma non dai cristiani, ciascuno dei quali dopo la redenzione è in fondo responsabile di se stesso, e deve poter sperare in un qualche margine di elasticità nel giudizio.

L’idea della vicinanza del Cristo, della sua accessibilità (in fondo, ci si ciba persino del suo corpo), è solo apparentemente in contrasto con la progressiva interdizione ai fedeli dell’area sacra cui si accennava in precedenza. La separazione riguarda infatti i ruoli, quello riservato agli ecclesiastici e quello pertinente ai laici: ma il primo trae la sua eccezionalità e giustificazione proprio dalla possibilità che la Chiesa rivendica di mediare sulla giustizia e dall’esclusiva che si riserva nell’uso dello spazio sacro all’interno del quale, e solo lì, la mediazione è consentita.

A rafforzare la fiducia nella misericordia e nella prossimità del Cristo concorrono anche il culto della Madonna e dei santi: il gruppo famigliare, col corteggio dei martiri e degli intercessori, è l’altra icona dominante dell’immaginario religioso medioevale. È possibile, seguendo percorsi paralleli che si dipanano attraverso tutti i veicoli medioevali della comunicazione, dalla pittura alla letteratura, dal cerimoniale alla liturgia, fino alla progressiva sacralizzazione del calendario (l’abbinamento onomastico dei giorni ai santi, la scansione dei periodi dell’anno sui tempi della vita di Cristo), rintracciare le linee di uno sforzo propagandistico, non necessariamente coordinato e consapevole, ma certamente convergente. Con il gotico la stessa struttura degli edifici religiosi sembra negare quel peso del peccato originale che incombeva invece nell’architettura romanica, e prospettare lo stacco verso il cielo.

La misericordia divina non esclude comunque il problema della giustizia: lo pone solo in altri termini. Le colpe vanno espiate, di fronte a Dio ma anche di fronte al popolo cristiano, perché non siano i giusti ad essere defraudati. Chi ha scelto il male sarà naturalmente ripagato con la dannazione eterna: ma chi ha mancato per debolezza o per ignoranza, chi semplicemente non ha avuto la forza necessaria per praticare integralmente il bene, pagherà solo per un periodo determinato, commisurato all’entità della mancanza. Mentre propone l’esemplarità dei santi (con le Vite dei santi padri e con tutta la letteratura edificante che si diffonde proprio a partire da questo periodo), la Chiesa deve anche tener conto che per la grande massa questi esempi sono inarrivabili, e che devono essere contemplate altre modalità di salvezza, alla portata e a misura di tutti. È necessario quindi ipotizzare uno spazio espiativo intermedio tra la dannazione eterna e il premio della beatitudine. La penitenza consente di accedere a questo spazio, di aprire una via alla speranza che non passi necessariamente per la santità, salvaguardando nel contempo la giustizia.

Il percorso della penitenza parte dal riconoscimento dei propri peccati: ovvero dalla confessione. Nell’ambito del cristianesimo questo termine, se usato da solo, senza specificazioni, coincide con la professione di fede; traduce il primordiale valore “magico” attribuito alla parola nel gesto religioso di affidare alla parola la propria esperienza del divino. La confessione assume pertanto il significato di una presa di contatto con la verità; se questo contatto permette di riconoscere l’errore e di provarne un dolore sincero, guarisce di per sé dal peccato. La confessione deve però essere fatta a chi è sacramentalmente abilitato a riceverla, a valutare l’entità del peccato e la sincerità del pentimento. La chiesa fonda questa esclusiva su un’interpretazione letterale di Matteo: “I peccati da voi rimessi, saranno rimessi, quelli ritenuti, saranno ritenuti (XVIII, 18)”.

Se lo monda dal peccato, la confessione non esonera però il cristiano dal risarcimento, tanto nei confronti di Dio come in quelli della comunità cristiana. Nella sua misura ultramondana l’entità del risarcimento viene stabilita da Dio, in quella terrena dal confessore. Naturalmente la pena deve essere commisurata alla colpa: ma qualsiasi vita umanamente vissuta è già in sé colpa, di fronte all’esemplarità divina. Il rapporto di scala di questa misura diviene enorme, e il coefficiente per il quale moltiplicare i tempi si dilata mano a mano che viene spostato in avanti, verso l’infinito, il giudizio finale. La penitenza da scontare in vita è dunque solo un simbolico anticipo dell’espiazione ultraterrena.

Siamo di fronte ad una trasformazione radicale del significato della penitenza. Le colpe gravi, i comportamenti “scandalosi”, dovevano infatti nell’antichità cristiana essere confessati e scontati dinanzi alla comunità. La professione religiosa segnava in primo luogo una scelta di appartenenza, e aveva il valore di un impegno pubblicamente e autonomamente assunto: proprio per questo l’accettazione della penitenza, intesa sia come confessione che come espiazione, era volontaria ed episodica. Era il singolo credente insomma a valutare la conformità dei suoi convincimenti e dei suoi comportamenti, a scegliere di uniformarli o meno a quelli della comunità. Quanto più però la religione si compatta in una cultura canonica, in un corpo dottrinale che restringe gli spazi per le esperienze spontanee, il peccato e la penitenza diventano paradossalmente un fatto privato, o almeno da gestirsi tramite canali riservati, e non sulla pubblica piazza. Nel momento in cui l’appartenenza è determinata dalla nascita, e non più dalla scelta, diventa opportuno tanto per il singolo come per l’istituzione gestire segretamente le debolezze e le devianze. Ciò porta da un lato a sacramentalizzare la confessione, dall’altro a renderla, a partire dal IV concilio lateranense, periodica e obbligatoria.

Anche l’espiazione diviene forzata: inizialmente è imposta durante le visite pastorali, e si sconta in genere durante un tempo specificamente dedicato, che è il periodo quaresimale. Le modalità dell’espiazione possono essere le più diverse, e vanno dal pellegrinaggio al digiuno, da pratiche di astinenza o di mortificazione della carne e dell’orgoglio alla prestazione di particolari servizi alla comunità. Già verso la fine del VII secolo si comincia però a sostituire la penitenza con la “redenzione”. Le pene più gravi vengono sostituite con preghiere ed elemosine e le persone più ricche possono farsi aiutare ad accelerare la redenzione pagando qualcuno che le aiuti. Di qui al “riscatto” vero e proprio, ottenuto con l’offerta alla Chiesa di somme di denaro, il passo è breve.

La punizione pubblica autoinflitta rimane in questo nuovo contesto appannaggio di spiriti eccezionali, che riprendendo la “disciplina” di penitenza diffusa tra gli asceti già nel primo medioevo la pubblicizzano in forme spettacolari, dando origine talvolta a vere e proprie forme di divismo. Tra i propugnatori ardenti di queste pratiche non ci sono soltanto degli esaltati: lo stesso Pier Damiani scrive un “De laude flagellorum”, e verso la metà del XIII secolo nascono veri e propri “ordini penitenziali”, per i quali la mortificazione costante e talvolta cruenta della carne è al centro della regola. La Chiesa tollera con una certa insofferenza queste manifestazioni, quel tanto che è sufficiente a contenerle all’interno dell’ortodossia: ma non ha esitazioni ad intervenire quando trascendono in esplosioni poco controllabili di intolleranza e di fanatismo e rischiano di sortire un effetto di esemplarità negativa.

La penitenza terrena, però, non chiude il conto con la giustizia divina: difficilmente il singolo può pensare di purgare in vita i propri peccati. Non gli basterebbero né il tempo né la forza di volontà. Può solo sperare in una qualche forma di condono, ottenuta attraverso l’intercessione della Chiesa. Se infatti la prossimità di Cristo è allargata a tutti i cristiani, va supposta naturalmente più stretta coi vertici. Per accedere alla sua misericordia, onde accorciare e alleviare la pena purgatoria, è quindi opportuno rivolgersi agli avvocati terreni, delegare loro l’intercessione e, almeno in parte, la pratica penitenziale. Si ricorre cioè al “suffragio”, alla preghiera commissionata e recitata nella lingua meglio intesa da Dio. Si compra la futura indulgenza di Dio con la beneficenza elargita ai suoi ministri terreni.

E questo ci porta al terzo tema, quello del Purgatorio. Il dibattito sul “fuoco purgatorio”, su una forma di espiazione che consenta comunque l’accesso finale alla salvezza, ha origini remote. I teologi che lo riattizzano nel XII secolo fanno riferimento principalmente a sant’Agostino, che nel “De Civitate Dei” parla di un “fuoco purgatorio” per le anime nell’intervallo di tempo tra la morte corporale e la resurrezione dei corpi. A sua volta Agostino si appoggiava alla prima epistola di Paolo ai Corinzi, dove più volte si parla di “un fuoco che proverà ciò che vale l’opera di ciascuno”. Anche Gregorio Magno ipotizza un luogo di purgazione, e Beda il Venerabile arriva a dargli una collocazione, anticipando (o suggerendo) l’immagine dantesca della montagna. In generale, soprattutto nell’ambiente monastico, si tende a ritenere che coloro che hanno troppo amato il mondo, senza però preferirlo a Dio, saranno salvati, ma solo dopo essere stati puniti o purificati per mezzo del fuoco.

La definitiva elaborazione dottrinale arriva però dalla scolastica parigina della prima metà del XII secolo (Ugo di s. Vittore, Pier Lombardo, Abelardo), che si confronta con le grandi trasformazioni in atto nella società e nella mentalità al passaggio dall’alto al basso medioevo. Queste trasformazioni riguardano, oltre che l’abbandono di quell’approccio dualistico alla realtà che si risolveva nella costante semplificazione del confronto (i due poteri, il mondo spirituale e quello secolare, ecc…), una sensibilità diversa nei confronti della morte, e quindi dei morti, e una cura sempre maggiore della memoria. E inducono, con il progressivo esaurirsi dell’attesa escatologica, l’adozione di un computo totalmente nuovo del tempo, al quale non sono estranee le prime suggestioni cabalistiche che filtrano dall’incontro con la cultura arabo-giudaica. Ma il passaggio al sistema post-feudale comporta soprattutto un cambiamento radicale dell’idea stessa di giustizia, che evolve da una concezione localistica e consuetudinaria, per la quale è l’arbitrio del potere più prossimo a dettare la norma, ad una universalistica, nella quale si combinano l’accezione di un’origine sacra della legge, in quanto discendente da un ordinamento che si situa al di sopra dell’uomo, e quella di una socialità derivante da un istinto naturale umano, e quindi fondata su un diritto naturale. Il dibattito sul diritto che viene aperto in Italia dai giuristi bolognesi non concerne solo i nuovi rapporti di sovranità politica, o quelli di proprietà, ma si allarga necessariamente a interpretare e definire il modello della giustizia divina e gli strumenti della sua applicazione.

Ugo di San Vittore parla di fuoco purgatorio, ma anche del suffragio che le messe (il sacrificio eucaristico) possono arrecare alle anime dei morti, se questi non hanno commesso colpe inestinguibili. Lo stesso Decretum di Graziano afferma che le anime dei morti possono essere liberate in quattro modi: “con le messe, con la preghiera dei santi, con le elemosine delle persone care, col digiuno dei parenti”. Entrambi non fanno che riprendere Agostino, per il quale messe, preghiere ed elemosine potevano aiutare le anime dei defunti. Meno convinto appare invece Alano di Lilla, che oltre al trattato sulla predicazione ne scrive anche uno sulla penitenza, e quando si riferisce al fuoco purgatorio sembra usare l’immagine in termini metaforici: in realtà, gli sembra già purgatoriale la pena di vivere su questa terra.

I primi ad adottare in concreto nella loro regola il nuovo modello penitenziale sono gli ordini monastici riformati, i cluniacensi e soprattutto, dalla fine del XII secolo, i Cistercensi. Il suffragio per i defunti entra con Bernardo di Chiaravalle tra le priorità liturgiche. Ad introdurre definitivamente la credenza nel Purgatorio tra i principi dottrinali è comunque Innocenzo III, anche se il dogma vero e proprio viene formulato solo più tardi, nel 1254.

Una volta ufficializzate, regolamentate e contabilizzate le pratiche di penitenza, sia dirette che sostitutive, occorre pubblicizzarle e diffonderle tra la popolazione, distinguendole da quelle degli eretici e ribattendo alla argomentazione dualistica, in base alla quale dopo la morte a seconda dei meriti si va direttamente in Paradiso o all’Inferno. Questo può essere fatto solo attraverso una predicazione e una esemplificazione itinerante, affidata a voci non squalificate, a elementi che reggano il confronto. Esistono dei precedenti, perché già a partire dalla fine dell’ XI secolo Urbano II, il pontefice della prima crociata, aveva promosso un movimento di predicatori penitenziali. Roberto di Arbrisselles aveva percorso le campagne francesi vestito praticamente di stracci, raccogliendo adepti che erano chiamati i “poveri di Cristo”. Altri ne avevano seguito l’esempio, tra i quali Norberto di Xanten, che al termine di una carriera sempre sul filo dell’eresia si era unito ai cistercensi e aveva fondato il monastero di Premontè. Questi predicatori facevano leva più sul carisma fisico, affidato ad una immagine ieratica, che sulle risorse dottrinali; predicavano nella lingua del popolo ed esemplificavano una vita di rinuncia e di ascesi. Nella loro predicazione la penitenza era assimilata alla povertà: vivevano di elemosine, vestivano in maniera trascurata, e non di rado erano oggetto di ostilità da parte del clero locale (soprattutto dei pastori diocesani, che si vedevano scavalcati da un mandato di predicazione conferito direttamente dal papa). Si trattava però in definitiva di una povertà e di una penitenza fini a se stesse, lontane dall’idea di una compensazione o di uno scopo, e neppur troppo spettacolari, in un mondo nel quale la miseria era la regola. In più era costante il rischio che questi personaggi sfuggissero al controllo, mettendo la loro popolarità e il loro carisma al servizio dell’eresia. Il movimento aveva quindi finito per esaurirsi senza lasciare troppe tracce, o per riconfluire, come nel caso di Norberto, in seno al nuovo monachesimo cistercense.

A cavallo tra il XII e il XIII secolo, però, l’urgenza di contrastare la propaganda che le chiese catare o gli altri movimenti eterodossi fanno contro il purgatorio e contro il suo sfruttamento a fini di lucro e di potere rende nuovamente attuale il problema della predicazione. Gli avversari sono in genere più istruiti, e soprattutto ben diversamente motivati al rapporto con le masse, di quanto non lo sia la gran parte del clero. E non mancano loro gli argomenti per screditare l’autorevolezza della Chiesa cattolico-romana: ogni “perfetto” costituisce un esempio diametralmente opposto rispetto al comportamento degli ecclesiastici, ed è anche automaticamente un predicatore. Lo stesso vale per i Valdesi, il cui reclutamento avviene presso uno strato della popolazione meno acculturato, ma che suppliscono con l’entusiasmo e non mancano di essere predicatori trascinanti. Proprio per contrastare questo rapido successo e questa determinazione è necessario opporre loro qualcuno che sia altrettanto determinato e altrettanto esemplare. I francescani sembrano messi lì apposta, e come abbiamo visto il capolavoro di Innocenzo III è proprio la gestione della figura di san Francesco.

Nel 1210 Francesco ottiene l’autorizzazione a predicare, purché la predicazione si limiti ad una esortazione alla penitenza e ai temi della morale (quindi niente teologia, niente sconfinamenti dottrinari, niente profetismo, e soprattutto nessun attacco alla gerarchia ecclesiastica). Per il “poverello” di Assisi non si tratta limitazioni eccessive, perché il tema della penitenza non ha in lui una matrice critica: la penitenza è funzionale alla ricerca di una vita esemplare, non è l’autoimposizione di una sofferenza. Per questo motivo Francesco è assolutamente contrario alle penitenze volontarie sul corpo. Il francescano (e spiritualista) Jacopone da Todi parlerà di Jubilo del core, una condizione di felicità mistica che nasce dalla gioia della penitenza. In questa concezione non c’è traccia di dualismo: anzi, la comunione mistica con la natura espressa nel Cantico di frate Sole va in direzione decisamente opposta (come del resto accade anche per i valdesi). Ma ad Innocenzo non può sfuggire la carica eversiva di un modello penitenziale che ti fa scoprire quanto è bello il mondo quando ti sia liberato dalla sua schiavitù. Provvede infatti a mitigarla affiancando alla predicazione francescana quella di san Domenico, per il quale la penitenza è ciò che merita chi il mondo lo ha amato troppo. Il pontefice ha tutte la ragioni per essere diffidente: il filone francescano, attraverso la riscoperta positiva del mondo, porta dritto alla laicità.

Se in apparenza non è difficile disciplinare Francesco, lo sarà invece decisamente con i suoi discepoli. La critica nei confronti della Chiesa è infatti implicita nelle scelte stesse di povertà e di predicazione mendicante: e quando l’ala spiritualista cerca di spingerla alle estreme conseguenze, con una interpretazione integralistica delle regole che porterebbe persino alla soppressione dei conventi, e quindi alla mancanza di ogni possibilità di controllo sull’operato dei singoli, la Chiesa deve intervenire. Ha inizio un lungo braccio di ferro che la terrà impegnata almeno sino alla fine del XIV secolo, e che le darà non poche grane. Un braccio di ferro nel quale le autorità religiose si avvarranno soprattutto dell’ordine dei “predicatori” per eccellenza, i domenicani, più inquadrati nei ranghi e più preoccupati dell’aspetto dottrinale e teologico, (Alberto Magno e Tommaso d’Aquino sono domenicani, Ruggero Bacone è francescano …)

Il successo della predicazione francescana è comunque innegabile. È una immagine nuova della Chiesa quella che i minori presentano, senza costringere i fedeli a scelte radicali. Come gli eretici predicano tra il popolo e usano il linguaggio del popolo, toccando le corde giuste della sua sensibilità. In pratica, scavano la terra sotto i piedi all’eresia conclamata: ma nel succhiare via il veleno, non possono evitare di esserne intossicati.

In effetti, si potrebbe anche sostenere che a partire dalla dispersione dei Catari e fino alla metà del Trecento l’area del dissenso è coperta quasi per intero dai francescani. Come gli eretici di Arras e del Delfinato prima, e i catari e i valdesi poi, i francescani sono il frutto di una diffusa sensazione di allontanamento della Chiesa dalla sua funzione di catechesi e dai suoi valori, con il popolo cristiano abbandonato a se stesso e lasciato privo di ogni comunicazione con le istituzioni religiose. Esprimono un bisogno di rigenerazione che prende in alcuni casi la direzione apocalittica (un ritorno alla lettura giovannea del vangelo, contro quella paolina) in altri quella penitenziale. In pratica il francescanesimo è la continuazione dell’eresia con altrui mezzi e sotto altre spoglie. In comune con gli eretici c’è la resistenza alla modernizzazione e al cambiamento, o meglio, il desiderio di un cambiamento che sia un ritorno allo stato originario. Ci sono il rifiuto della contaminazione con il profano, che invece la chiesa persegue attraverso il potere temporale, e l’opposizione alla nascita dell’intellettuale laico, quello che nel frattempo viene prodotto dalle scuole vescovili e dalle università (e infatti il Petrarca non apprezza molto la figura del santo di Assisi). C’è il desiderio di povertà, la ripulsa nei confronti dell’apparato e dell’obbedienza alle gerarchie, la voglia di contatto diretto col popolo.

Ma esistono anche le differenze, e alcune sono fondamentali. Il francescanesimo è contro il dualismo. Accetta i simboli sacri, valorizza la figura di Cristo (Francesco punta addirittura all’immedesimazione, e la ottiene attraverso le stigmate. Al resto provvedono l’agiografia letteraria – I Fioretti – e pittorica: basti considerare la sovrapponibilità della vita di Gesù e di quella del santo nei cicli grotteschi di Assisi e di Firenze). Pensa inoltre in modo positivo la materia, professa un Dio di misericordia rispetto ad un Dio di giustizia e accetta pertanto l’idea del Purgatorio, anche se non in tutte le sfumature della dottrina ufficiale.

Tutto questo non è tuttavia sufficiente a mantenere i francescani nell’ambito sempre più ristretto dell’ortodossia. Nella prima metà del XIV secolo, dopo che già era stato represso un movimento di spirituali, interno all’ordine ma di ispirazione gioachimita e intransigente sul ritorno alla regola originaria (si era diffuso contemporaneamente in Provenza, con Pietro di Giovanni Olivi, in Toscana con Ubertino da Casale e nelle Marche con Pietro da Fossombrone), si riapre il dibattito sulla povertà evangelica, contro il quale si scatenano i fulmini di Giovanni XXII. Sembra ripetersi, a distanza di mille anni, quanto era accaduto all’epoca di Tertulliano e dei montanisti. Ma il quadro è cambiato. I rigoristi più radicali escono dall’ordine e assumono il nome di fraticelli, e questa volta hanno dalla loro parte anche i più moderati conventuali e tutto il capitolo generale, da Michele da Cesena a Guglielmo di Occam. Una volta scomunicati da papa Giovanni, i più eminenti teologi francescani si rifugiano presso Ludovico il Bavaro, che ha provveduto a nominare un antipapa, e trovano alla sua corte, soprattutto in insigni giuristi come Giovanni di Jandun e Marsilio da Padova, alleati capaci di controbattere anche sul piano teologico le ambizioni secolari dei pontefici. Su quello pratico, come abbiamo già visto, stanno provvedendo i nascenti organismi nazionali.

I suoi frutti dell’eversione francescana non si esauriscono però nel dibattito sull’autoritarismo istituzionale. Con Occam si va ben oltre il motivo iniziale del contendere. Il teologo inglese critica l’autorità e la proprietà in sé come retaggi del peccato originale, e la sua lezione percorre tutto il secolo, sino ad arrivare a Wyclif (sulla formazione del quale influisce molto anche Gherardo di Borgo san Donnino). Wyclif infatti teorizzerà ne “La regola e il testamento di san Francesco” la povertà della chiesa ad imitazione della povertà di Cristo, sarà sostenuto in questo dalla corona inglese, alla quale fornisce un appoggio dottrinale contro le pretese papali di aumentare i contributi a Roma, e fonderà lui stesso un ordine, i Poveri Predicatori, che porteranno in giro le sue idee per tutta l’Europa. In particolare troverà un uditorio molto attento a Praga, dove le sue critiche alla gerarchia ecclesiastica saranno alla base della dottrina del movimento ussita. Dopo aver fatto un ampio giro torna in gioco quello che, con il concorso degli stessi francescani, sembrava essere stato debellato alla fine del duecento. Ma questa volta in una situazione, con una apertura e con una diffusione che condurranno a ben altri esiti.

All’apertura del Giubileo del 1300, comunque, Bonifacio VIII ha già in buona parte riassorbito quello che nel corso del secolo precedente era sfuggito al controllo. Il Giubileo svuota di contenuto la tensione individuale degli uomini penitenti verso il regno dello spirito: questa viene collettivizzata e istituzionalizzata. La Chiesa si riprende la funzione catechetica, e la disciplina. Il dissenso francescano marcia ormai in altra direzione, prelude ad una vera e propria rottura, che significa l’uscita dalla lotta interna e lo schieramento con le forze che attaccano dall’esterno. Quello che rimane all’interno sono frange piuttosto folcloristiche (i flagellanti) o una predicazione che diventa sempre più “professionale”. Si creano veri e propri fenomeni di divismo, ma si crea soprattutto una prassi di predicazione finalizzata alla raccolta di elemosine e donazioni, anche attraverso un uso spregiudicato del culto delle reliquie, che non può essere descritta meglio di quanto fa Boccaccio col personaggio di Frate Cipolla. Esaurita la spinta penitenziale originaria, rimane solo lo spettacolo, l’esibizione chiassosa di una religiosità tutta esteriore, nutrita di conformismo e alla costante ricerca di nuovi nemici da combattere, siano essi le streghe, gli ebrei o i mussulmani.


Donne e Madonne

L’alba del XIV secolo non è illuminata solo dal rogo di Gherardo Segarelli. Nell’anno del Giubileo si consuma un’altra macabra cerimonia: vengono esumate da un cimitero cistercense e bruciate pubblicamente le ossa di una donna morta vent’anni prima, Guglielma la Boema. A completare l’opera, sono arsi vivi due suoi seguaci, Manfreda da Pirovano e Andrea Saramita. L’accusa per tutti è di aver predicata l’incarnazione dello Spirito Santo nel sesso femminile.

Questo episodio ci introduce ad una brevissima riflessione sul ruolo ricoperto dalla spiritualità femminile nelle inquietudini che percorrono la chiesa trecentesca. Le donne erano state coprotagoniste nella prima stagione dell’evangelizzazione, quando avevano costituito il tramite forse più efficace per l’ingresso delle idee cristiane sia nella società e nella cultura ellenistica che in quella germanica (soprattutto in quest’ultima, il proselitismo era mirato volutamente dai primi evangelizzatori all’elemento femminile); ma erano poi rientrate velocemente nell’ombra, risospinte ai margini dalla “normalizzazione” del cristianesimo. L’assorbimento di aspetti della ritualità e della mentalità preesistenti, la progressiva istituzionalizzazione ecclesiale, la trasformazione del messaggio evangelico in dottrina avevano alquanto ridimensionato la vocazione fortemente egualitaria e sovvertitrice dei rapporti di genere delle origini. A rimettere ordine avevano già provveduto come si è visto i primi padri della chiesa, a partire da san Paolo, e in una società dalla forte connotazione patriarcale come quella alto-medioevale l’esclusione aveva poi proceduto per conto proprio.

A partire dal XII secolo la situazione cambia nuovamente. L’introduzione del culto mariano e la contemporanea angelicazione cortese della figura femminile (lo Stil Novo in Italia, il Minnesangher in Germania) producono un ribaltamento d’immagine nella percezione “esterna” di quest’ultima, una rivalutazione del suo ruolo ispiratore e salvifico (quello che sarà poi celebrato da Dante nella figura di Beatrice); mentre per altri versi la partecipazione quasi paritaria delle donne in seno ai gruppi ereticali, in particolare tra i valdesi, che riconoscevano loro il diritto alla predicazione o alle cariche pastorali, induce in esse un’autocoscienza ed una rinnovata aspettativa di protagonismo. Che poi questa aspettativa abbia davvero trovato un riscontro nella realtà è piuttosto improbabile (nelle chiese catare vigeva nei confronti del sesso femminile lo stesso regime di esclusione e la stessa considerazione negativa che caratterizzavano l’ambiente cattolico romano), ma vicende come quella di Margherita da Trento stanno a testimoniare che esistevano almeno le condizioni per alimentarla.

La fioritura della mistica femminile comincia nel XII secolo, per influsso congiunto della spiritualità cistercense, assai incline a sviluppare gli aspetti affettivi e sentimentali della fede, bontà di Dio, umanità di Cristo, dolcezza materna della Vergine, e dei dettami dell’amor cortese, che fa della donna una mediatrice della grazia divina. In Germania si moltiplicano figure di donne dotate di un forte carisma e autrici di trattati di teologia mistica, da Ildegarde, abbadessa di Bingen a Elisabetta di Schonau, sino a Matilde di Magdeburgo. Lo stesso accade in Belgio, con Maria di Oigines e Lutgarde di Aywières, o in Italia, con Chiara d’Assisi o Jacopa dÈ Sottesoli, devote francescane.

La Chiesa non può naturalmente ignorare questo cambiamento di clima o di attitudine, e d’altro canto neppure può assecondarlo andando ad intaccare e a rivedere le regole dell’esclusione. Procede quindi ad incanalarlo, alla stessa maniera in cui ha assimilato e, almeno in parte, neutralizzato il potenziale dirompente del pauperismo, utilizzandone peraltro le energie. Recupera da un lato il fitto proliferare di esperienze misticheggianti, testimoniate con la scrittura e ricondotte nell’alveo della cultura religiosa dell’epoca attraverso il processo di santificazione, esercita dall’altro il controllo su una prassi devozionale particolare, laica e sempre situata su un terreno di confine (il beghinaggio), o regolarizzata attraverso una particolare estensione degli ordini mendicanti (santa Chiara). Al tempo stesso, per contrastare il reclutamento delle chiese dualiste e aprire alle donne uno spazio di inserimento nella vita religiosa promuove le prime fondazioni conventuali femminili. Ma già alla fine del XIII secolo viene imposta a tutto il monachesimo femminile la regola della clausura.

Là dove l’inquadramento non appare possibile, perché le comunità non si costituiscono in ordine religioso o non si aggregano ad uno preesistente, e quindi diventano più difficilmente controllabili, come nel caso delle beghine, non si esita ad intervenire con l’aperta condanna (il Concilio di Vienne del 1311 condanna esplicitamente le beghine). E quando la condanna non è sufficiente, si procede all’intervento diretto (che tra l’altro incontra anche il favore popolare, perché questi gruppi di preghiera tendono ad isolarsi, popolando specifici quartieri cittadini, e sono malvisti dalla popolazione. Inoltre, praticando una vita non solo di castità e di devozione, ma anche di lavoro, tendono ad entrare in conflitto con le corporazioni artigiane cittadine).

Il caso di Guglielma la Boema è emblematico dell’attenzione repressiva, in questo caso anche postuma, che la Chiesa riserva ad ogni sospetto di devianza coinvolgente l’elemento femminile. Guglielma è una delle tante donne di elevata condizione sociale (si riteneva fosse di stirpe regale) che sotto l’influenza degli esempi di Chiara d’Assisi e delle altre “minori” della cerchia di san Francesco scelgono di vivere la perfezione evangelica. Non accetta però di chiudersi in un convento, anche se mantiene stretti contatti con l’ambiente cistercense; professa l’amore cristiano, la moralità e l’umiltà, e quando vede crescere attorno alla sua figura una devozione eccessiva rifiuta ogni accenno di santificazione. Ciò non impedisce che dopo la sua morte si origini nei confronti della sua tomba un autentico culto, elaborato da alcuni più stretti seguaci e alimentato probabilmente dai cistercensi: e che debba quasi subito intervenire un inquisitore, per imporre ai guglielmiti l’abiura alle loro interpretazioni “al femminile” della incarnazione dello Spirito Santo. Sotto l’aspetto della pericolosità dottrinale la vicenda è ben poca cosa, come dimostra il fatto che al termine del primo procedimento non ci sono condanne: e comunque la povera Guglielma non ha in essa alcuna responsabilità. Ma all’esordio del Trecento la posta è più alta: si tratta di inibire una volta per tutte allo spontaneismo laico ogni percorso autonomo di spiritualità. Questo spiega la reazione tardiva ma pesante della Chiesa: assieme ai poveri resti di Guglielma deve essere cancellata anche la memoria di una esperienza non riconducibile nell’ambito delle nuove regole di disciplinamento della religiosità femminile.


Un mondo sempre più laico

Nel XIV secolo i nodi centrali del dissenso non sono più dunque il pauperismo o l’intransigenza dottrinale: o meglio, queste tematiche permangono solo come riflesso, e spesso come puro pretesto, delle lotte intestine che travagliano la Chiesa, nelle quali si esprime invece il rifiuto opposto, sia da una parte della gerarchia ecclesiastica che dai poteri politici concorrenti, alla forzatura in direzione teocratica dei fondamenti giuridico-teologici sui quali la stessa fonda la sua legittimità. Questo, tra l’altro, in concomitanza con lo scandalo avignonese, che vede la credibilità morale dell’istituzione toccare il punto più basso della sua storia.

Le conseguenze a lungo termine di questo conflitto saranno dirompenti. La disaffezione per questioni dottrinali sempre più pretestuose, l’esempio di un papato che avoca a se competenze e parola finale su ogni questione, spirituale o temporale, ma soprattutto il controllo di tutti i benefici finanziari, lo scandalo di una gerarchia ecclesiastica sempre più mondanizzata e nepotista, inducono una sorta di fuga nella laicità. Si aggiunga anche che i provvedimenti ripetuti di reciproca censura o di scomunica da parte di papi e di antipapi, che nel XIV e nel XV secolo diventano la norma e inducono sconcerto e confusione anche nelle masse popolari, finiscono poco alla volta per delegittimare agli occhi del popolo cristiano tutti i contendenti, col risultato di una perdita totale di autorevolezza del loro magistero. Gli spiriti in cerca di verità realizzano ben presto di doversi rivolgere ad altre fonti. Questo atteggiamento, quando rimane interno ad una disposizione fortemente religiosa, prepara la strada al clima della riforma, tanto alla sua componente erasmiana quanto a quella luterana. Quando invece prende la strada di una netta separazione tra gli ambiti, e privilegia la ricerca di conoscenza in direzione “profana”, prelude all’umanesimo laico e alla rivoluzione scientifica.

La concezione stessa del Purgatorio, che introduce o rispecchia una nuova sensibilità rispetto al tempo e allo spazio, mentre cambia la geografia dell’aldilà modifica anche quella terrena: lo spazio e il tempo di questa terra si dilatano, e aprono pertanto nuove possibilità e dimensioni di vita, che non debbono essere necessariamente vissute solo in funzione ultraterrena. D’altro canto, la gestione della misericordia è in fondo gestione dell’irresponsabilità, almeno parziale, dell’uomo. E su questo si giocherà la partita decisiva.

Il dissenso si incanala quindi, a partire dal Trecento, in una duplice direzione centripeta. La prima, apparentemente interna alla chiesa e comunque al dibattito religioso, è quella dell’ascetismo individuale o delle forme di religiosità penitenziale collettiva (dai flagellanti al Savonarola); l’altra invece prescinde sempre più dal dibattito dottrinale e si esprime da un lato nelle rivolte dal basso, dall’altro nelle prese di distanza, teoriche con i giuristi e pensatori politici (a partire dallo stesso Dante, lungo il percorso che attraverso Marsilio da Padova porta a Machiavelli), e pratiche con i sovrani che cercano di caratterizzare in funzione nazionalistica le chiese dei loro paesi.

Ad ufficializzare il passaggio al clima nuovo è proprio Dante, peraltro in odore di giovanili simpatie ereticali, per qualcuno addirittura filo-catare. Il suo viaggio nel cuore della tenebra, che non a caso si svolge nello stesso anno del Giubileo, del rogo di Segarelli e della damnatio memoriae di Guglielma, è metafora di un percorso di penitenza, ma si traduce nel contempo in una sorta di esorcizzazione. Dante va a conoscere il male in profondità, e ne torna col convincimento, tutt’altro che dualistico, che il male non ha un’esistenza, una volontà, un disegno autonomi: è assenza di bene, come del resto già diceva Agostino, e non sta fuori di noi, ma dentro l’uomo. Come tale lo si deve combattere e lo si può sconfiggere in prima istanza con la razionalità. Non sarà sufficiente ragionare per accedere al paradiso celeste, ma lo è almeno per entrare in quello terrestre. I diavoli di Dante non sono tentatori, non giocano sull’inganno e sul travestimento: sono meri strumenti per la punizione. Non lottano contro Dio, non ci provano nemmeno. È l’uomo a mettere in disordine la perfezione del creato, e non può attribuirne ad altri la colpa. Mezzo secolo dopo sempre Agostino, questa volta evocato in funzione di confessore, dirà a Petrarca: “Il tuo peggiore, e unico, nemico sei tu”. A dirlo agli altri provvede Boccaccio, ma da un diverso punto di vista e traducendo così l’insegnamento: “La tua migliore, e unica, arma è la tua intelligenza”.

La rivalutazione dell’intelligenza, e di converso l’assunzione di responsabilità da parte dell’uomo, prepara un altro scenario dottrinale: quello della riforma. Riemerge da un’esistenza e da una persistenza ctonia la componente ariana che i popoli germanici avevano introdotto nel cristianesimo. L’idea di un Cristo non “della stessa sostanza”, quindi non Dio, sposta appunto i termini dell’impegno umano. Se Cristo è Dio, è inutile cercare di imitarlo. Sta in un’altra dimensione, inattingibile. Ma se non è Dio, allora può essere assunto a paradigma di perfezione anche dall’uomo: è possibile essere come lui, o avvicinarsi a lui. Questo introduce la responsabilità individuale: è il singolo a dover decidere, a dover provvedere alla propria salvezza, senza attendere la mediazione della Chiesa.

La Chiesa, dal canto suo, pensa da sola a screditarsi, con Bonifacio appunto, con i papi francesi di Avignone, con gli scismi. Come abbiamo visto, per i credenti sinceri non è più questione di dottrina: questa ormai viene palesemente piegata, senza neppure troppi riguardi, al servizio della crescente autocrazia pontificia. È questione di fede: e non più o non solo in Dio, ma prima ancora nell’uomo.

Potrebbe partire di qui una interessante esplorazione dell’influenza dell’arianesimo sul tema delle libertà individuali, e quindi del diritto, e quindi del potere politico, magari ipotizzando, con le dovute cautele e senza avventurismi, una lettura della vicenda della modernità occidentale alla luce del confronto tra matrice ariana e matrice gnostica. Ma credo a questo punto di avere abusato sin troppo: questa è davvero un’altra storia, e ne riparleremo un’altra volta.


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Grazie per la risposta. ✨

La scuola al tempo della crisi

Ritorno al futuro delle nostre scuole – sempre che ne abbiano uno

di Paolo Repetto, 2009

Ho già affrontato questo tema diversi anni fa, prendendo lo spunto dall’Emilio. Questa volta volo più basso. Anziché gli scritti di Rousseau ho tra le mani il testo della riforma Gelmini, e con buona pace del ministro, che chiama in causa come padre spirituale direttamente Gentile (mentre in realtà qui l’origine è meticcia, un incrocio tra Berlinguer e la Moratti, e Gentile si rivolta nella tomba), dubito che le “Norme urgenti in materia di istruzione e università” abbiano qualche probabilità di diventare un classico, di sfidare non dico il secolo, ma almeno il prossimo decennio. Per svariati motivi: intanto perché siamo già alla terza o quarta versione, e probabilmente nemmeno questa è definitiva; poi perché non si tratta di una riforma scolastica, ma di una manovra di puro alleggerimento economico; e infine perché, anche all’interno di una logica da boscaioli, lascia comunque irrisolti un sacco di problemi, primo tra tutti quello delle competenze dei diversi livelli istituzionali.

Rispetto al discorso che intendo fare, in realtà, cambia poco. Ciò su cui vorrei riflettere non sono infatti le soluzioni pressoché “finali” adottate, ma lo spirito di cui è intriso il provvedimento.

Quello della riforma Gelmini è uno spirito di resa. Non c’entra il fatto che il ministro proponente conosca la scuola come io la biologia molecolare. Credo che in questo momento qualsiasi riforma, varata da qualsivoglia ministro o schieramento, sarebbe stata caratterizzata dallo stesso spirito. Il problema non è la Gelmini (oddio, pure lei ci ha messo del suo …): è piuttosto l’impianto di fondo della scuola moderna, la sua rapida e inarrestabile e irreversibile obsolescenza. Anche la crisi degli standard educativi, con la caduta di livello e di prestigio che sta interessando le istituzioni educative di tutto il mondo occidentale, e nella quale sguazzano di solito le inchieste giornalistiche, i monitoraggi ministeriali o le rilevazioni degli organismi internazionali, c’entra marginalmente. Sto parlando di qualcosa di più profondo e strutturale, del quale l’odierna crisi di identità è solo un aspetto contingente e in gran parte esogeno, conseguenza piuttosto degli sconvolgimenti politici e bellici dello scorso secolo, delle migrazioni di massa, dell’americanizzazione del mondo, del declino della religione e della erosione dei rapporti di forza tradizionali, nella società e nella famiglia: un aspetto che, pur conferendo maggiore evidenza al fenomeno, ne induce soltanto una interpretazione “esterna”.

Invece, dobbiamo ammetterlo, la scuola è obsoleta “dentro”: e non “questa” scuola, quella che vorrebbero il ministro e i suoi mandanti, o quella (quale?) vagheggiata dalla sinistra e dai sindacati, ma l’idea stessa “moderna” della scuola. L’istituzione in cui operiamo è un portato della modernità, e tutti i suoi elementi fondanti, quelli strutturali e quelli come si dice oggi curricolari, sono fermamente radicati nel moderno. Il fatto è, però, che oggi non siamo più nel moderno: siamo nel post-moderno, qualsiasi cosa ciò significhi. E questo è un dato sicuro: non sappiamo più cosa siamo, ma sappiamo con certezza cosa non siamo più.

Cerco di spiegarmi meglio. Il modello di scuola che noi conosciamo e nel quale siamo o siamo stati a vario titolo coinvolti nasce tra il XVIII e il XIX secolo, dalle esigenze connesse ad una istituzione politica (lo stato moderno), ad una socialità e ad una economia nuove; ma nasce soprattutto dall’idea di un uso “pratico” del sapere. Incanalando il sapere in determinati condotti, riconducendolo da un lato ad un disegno unico e dall’altro specializzandolo in funzione “performativa”, se ne fa una fonte energetica per il “progresso”. Gli si dà una direzione ben definita, mentre in precedenza l’accezione “contemplativa” (quella che, colmo dei paradossi, aveva prodotto figure come Leonardo) consentiva aperture in ogni direzione: lo si “disciplina”, in senso figurato ma anche in senso reale, e lo si assoggetta ad una finalità di dominio, sulla natura o sugli uomini (“sapere è potere” scriveva Francesco Bacone).

Questo progetto è intrinseco alla struttura e alla mission della scuola moderna, e tutto sommato rispetto alle sue finalità ha funzionato anche bene: ha prodotto buoni tecnici, buoni esecutori, discreti cittadini (magari in Italia un po’ meno che da altre parti, per varie ragioni). Naturalmente, però, asservendo la formazione ad una domanda contingente (quella appunto dettata dalle mutevoli esigenze esterne – apparati statali, militari, industriali, ecc…) si è posta la scuola nella condizione di patire un ritardo cronico, il fisiologico decalage che si determina tra la ricezione di una nuova domanda e l’elaborazione della risposta. Voglio dire che mentre la scuola classica era attrezzata e finalizzata a trasmettere eminentemente i saperi strutturali (quelli per intenderci che dovrebbero aiutare a vivere), rispetto ai quali non esiste una costante necessità di aggiornamento, quella moderna ha dato uno spazio sempre più ampio ai saperi accessori (quelli che dovrebbero aiutare a produrre, e che conoscono una continua trasformazione): da ciò nasce per quest’ultima l’inevitabile condizione di ritardo.

Il ritardo è stato manifesto da subito, lo si può già leggere nella contrapposizione umanistica tra libero pensiero e università, ed è andato aumentando nella misura in cui il “fabbisogno formativo” nei diversi settori, da quello politico a quello tecnico e scientifico, tendeva a diventare più diffuso e pressante. Non a caso nessuna delle tappe significative della rivoluzione scientifica o del dibattito politico che ha condotto allo stato moderno ha avuto origine dall’ambiente accademico. Lo scarto poteva comunque essere parzialmente recuperato nei tempi lunghi che corrono tra una innovazione e l’altra. Come Achille, la scuola non poteva mai raggiungere la tartaruga del progresso, che si andava nel frattempo spostando un po’ più avanti: ma almeno la tallonava.

Con l’avvento della rivoluzione industriale, però, la forbice ha cominciato ad allargarsi. La modernità imponeva le sue leggi, riformulava completamente la domanda, reinventava lo spirito e il senso della cultura, e di conseguenza il modello di scuola deputato a trasmetterla. Ma quest’ultima, una volta aggiogata al carro di un modo di produzione in evoluzione costante e dei suoi derivati politici e sociali, si è trovata più che mai ad arrancare in coda, a combattere resistenze ideologiche o soltanto nostalgiche, ad approntare nuovi programmi, ad adeguare le strutture, quelle materiali come quelle organizzative, ai nuovi bisogni (magari con qualche eccezione, come nel solito caso italiano, con l’occhio rivolto più alle prospettive politiche che a quelle economiche). E tuttavia, una volta trovato il nuovo assetto, quello di una funzionalità specifica alle nuove esigenze del mondo industriale, le cose continuavano a viaggiare.

Hanno viaggiato, bene o male, fino a cinquant’anni fa. Poi sono cambiate. A partire dal secondo dopoguerra tutto è esploso. Le trasformazioni economiche, e per induzione quelle sociali, politiche e culturali, hanno conosciuto un’accelerazione così veloce che i tempi già lenti di reazione della scuola sono diventati, al confronto, biblici. Il paradosso di Zenone si è rovesciato, e la tartaruga-scuola si è ritrovata a rincorrere il mondo-Achille, col risultato di vederlo quasi subito sparire all’orizzonte. Ha continuato affannosamente ad inseguirlo, puntando dritta in avanti, e non si è accorta che nel frattempo Achille aveva cominciato a scartare e stava compiendo una inversione ad U.

Perché questo è successo. Mentre la scuola cercava disperatamente di adeguarsi alle esigenze del mondo del lavoro, a preparare soggetti sempre più specializzati e compatibili con le specificità della domanda, la domanda ha cominciato prima a cambiare (non specializzazione, ma flessibilità) e poi a venire meno (non flessibilità, ma bocca buona e capacità di arrangiarsi); il motore della crescita, dell’espansione, dello sviluppo, sostenibile o no, ha cominciato a tossicchiare e ad imballarsi; l’occupazione è prima entrata in stallo, e oggi addirittura precipita.

Insomma, è svanita quasi all’improvviso la prospettiva stessa nella quale il progetto educativo moderno si iscriveva, la fiducia nel progresso. Oggi in realtà non siamo nemmeno in grado di controllare le forze che abbiamo evocate e scatenate, e questo avviene un po’ in tutti gli ambiti, da quello naturale (ecologico) a quello umano (economico e sociale). Non sappiamo prevedere le condizioni meteorologiche al di là di un paio di giorni (cosa che faceva, e meglio, anche mio nonno) e le tendenze di mercato ad un mese. E soprattutto, l’adeguamento delle vecchie strutture non solo non è sufficiente, ma non ha nemmeno più significato, perché è venuto meno ogni referente: adeguamento a quali esigenze, a quali bisogni, a quali prospettive?

Al momento dunque la situazione è questa: le generazioni più anziane, la mia ma anche quella immediatamente successiva, hanno perso la fiducia nel progresso; quelle più giovani, che non hanno assistito allo sbarco sulla luna e hanno trovato il mondo già popolato dai personal computer, non l’hanno mai maturata. La scuola moderna era nata invece proprio da questa fiducia, che a sua volta si fondava sulla possibilità di una trasmissione del sapere, sul peso specifico attribuito al conoscere nel suo complesso o nelle sue declinazioni disciplinari, sull’idea che l’accumulo di conoscenza fosse quanto meno la condizione necessaria per una crescita costante.

Bene, ora che il futuro (o almeno, quella idea di futuro) non c’è più occorre prima di tutto capire se il sapere accumulato possa ancora servire ad affrontare la nuova dimensione prospettica, che è il presente esteso, o risulti del tutto inutile, almeno nei modi e nelle forme in cui viene attualmente impartito ed utilizzato. Per questo ritengo si debba prescindere dai problemi contingenti che fanno comunque riferimento alla concezione “moderna” della scuola, lasciar perdere maestri unici o plurimi e tutte le altre scempiaggini sulle quali invece continua ad essere focalizzata la parodia di dibatto inscenata negli ultimi mesi, e avere il coraggio di andare alla radice, di spingersi a ripensare e ridefinire il ruolo, gli spazi, le finalità e le responsabilità delle istituzioni educative, anche a rischio di risultare “politicamente scorretti” o addirittura eretici. Di fronte a trasformazioni epocali come quella che stiamo vivendo bisognerà pur ricominciare a pensare “in grande” e in chiaro, alla faccia di tutto il pensiero debole e delle logiche corporative alle quali ci si è arresi. In questa direzione azzarderò quindi un mio modesto contributo, scusandomi in anticipo perché la prenderò comoda e farò un giro piuttosto largo.

Cominciamo col prendere atto che non siamo in presenza di una semplice evoluzione della società. Quando si usa il termine “evoluzione” ci si riferisce in genere ad un cambiamento graduale, che avviene per mutazioni lente e percettibili solo sul lungo periodo. Non è il concetto adeguato ad indicare la trasformazione repentina e radicale dei bisogni conoscitivi e delle competenze necessarie di cui siamo testimoni, della quale non abbiamo ancora ben chiari i possibili esiti, ma sono già evidenti le linee di massima. Nell’arco dell’ultimo mezzo secolo si è prodotta una vera e propria rivoluzione, e in essa gli elementi di novità hanno un peso preponderante rispetto a quelli di continuità. Può sembrare una constatazione scontata, ma non sono poi così certo che la portata del fenomeno venga davvero colta in tutta la sua dimensione. Per questo mi permetto di esemplificarla con un’immagine molto terra terra, la prima e la più semplice che mi viene in mente.

Consideriamo le conoscenze e le competenze di un agricoltore di cinquant’anni fa. Erano decisamente limitate in ampiezza, ma nel contempo più profonde. Si riferivano in genere a quattro o cinque prodotti, alle loro caratteristiche e alle relative modalità di coltura, ma da quei prodotti sapevano spremere ogni elemento utile. La commercializzazione avveniva in un ambito ristretto, con regole di mercato non sempre giuste ma abbastanza semplici e trasparenti, e non supponeva competenze particolari al di là dell’individuale attitudine a trattare.

Oggi per sopravvivere un agricoltore dovrebbe possedere conoscenze di chimica dei terreni, di meccanica applicata alle macchine, di biotecnologie, di gestione aziendale, di promozione, di direttive comunitarie, di economia globalizzata, oltre alle competenze linguistiche per comprendere le istruzioni per l’utilizzo dei prodotti chimici e dei macchinari. Il che all’atto pratico non è possibile, e quand’anche lo fosse varrebbe la pena sottrarre l’individuo in possesso di tali abilità, soprattutto dell’ultima, all’agricoltura e inviarlo a Strasburgo. Nella realtà quindi oggi avere competenze adeguate nel settore significa non essere magari in grado di distinguere un pioppo da un palo del telefono, ma saper acquisire conoscenze orizzontali, cioè estese e superficiali, rapide e temporanee attraverso le fonti più varie.

Stiamo parlando del settore primario, del primo gradino della scala economica e produttiva, nel quale bene o male uno degli elementi in gioco, la terra, rimane sempre quello, sia pure trattato, fertilizzato, diserbato, arricchito e impoverito in ogni maniera. Possiamo immaginare quanto si complichi la situazione negli altri settori, quello industriale, quello dei servizi e quello dell’informazione, nei quali nemmeno uno dei fattori rimane sempre uguale a se stesso (cambiano i materiali, i metodi di produzione, le utenze di riferimento, ecc…).

L’esempio non poi così peregrino: ci sono dentro tutte le tematiche di fondo con le quali dobbiamo una volta per tutte confrontarci. Intanto ci dice qualcosa sui nuovi significati da attribuire oggi a termini come competenza e conoscenza. Abbiamo già visto che esistono conoscenze e competenze “accessorie” soggette ad una rapida obsolescenza, ma imprescindibili in un particolare momento e per attività specifiche, e altre che abbiamo definite “strutturali”, che non hanno visibilità in una immediata ricaduta pratica, ma costruiscono una linea di continuità, l’ossatura portante in grado di sorreggere le nuove muscolature di volta in volta attivate. Questa distinzione non è nuova, la si potrebbe applicare anche alle abilità e alle conoscenze dell’uomo di Neanderthal, che sapeva accendere un fuoco e a quanto sembra dava sepoltura ai morti. La novità consiste invece nel mutamento del rapporto, qualitativo e quantitativo, tra i due livelli. Mentre in passato competenze strutturali e competenze contingenti tendevano in larga misura a coincidere, oggi assistiamo ad un aumento esponenziale delle seconde, che rimette costantemente in discussione l’essenzialità delle prime. Il nuovo sapere è una massa muscolare che cresce in maniera spropositata su uno scheletro sempre più fragile.

In più, questi nuovi significati vanno ormai proiettati in una dimensione “globale”. Saper seminare e far crescere il grano era per il nostro agricoltore una competenza sufficiente quando il commercio delle granaglie aveva luogo tra la pianura padana e la Liguria. Oggi, con scambi allargati su scala mondiale, la competenza consiste casomai nel coltivare qualcosa di alternativo al grano, dal momento che c’è comunque un’altra parte del mondo dalla quale quest’ultimo arriva a costi inferiori. Oppure nel valorizzare quel grano che non sarebbe competitivo sul piano del prezzo evidenziandone alcune caratteristiche che ne giustifichino il maggior costo, o addirittura nell’inventarle di sana pianta.

Si possono quindi così riassumere i cambiamenti:

  1. la tendenza odierna è quella alla sparizione delle conoscenze e delle competenze, almeno nel significato nel quale sono state per secoli intese. Non c’è il tempo reale per acquisire e approfondire le prime né per sviluppare le seconde. Le conoscenze tendono necessariamente ad essere sempre più frammentarie ed orizzontali; le competenze sempre più specifiche ma, paradossalmente, anche più superficiali.

  2. Le conoscenze e le competenze necessarie oggi sono di secondo livello: non riguardano cioè direttamente la materia in gioco, ma gli strumenti di approccio alla materia. Non ha più senso ritenere a memoria le date di emanazione della Prammatica Sanzione o delle leggi delle dodici tavole (ammesso che lo abbia mai avuto anche prima) quando si hanno a disposizione gli strumenti per rintracciarle in tempi brevissimi. È la logica sottesa ai nuovi telequiz, nei quali il candidato non va più in cabina, ma può contattare telefonicamente il team di famigliari predisposto a casa, che in pochi secondi devono consultare l’enciclopedia o la rete e fornirgli la risposta. In questo caso non valgono le conoscenze, quanto piuttosto la capacità di mettere all’altro capo del telefono, invece che un idiota, qualcuno in possesso delle competenze per rintracciare in tempo utile i dati. Volendo rimanere nel primo esempio, quello dell’agricoltore, la sua conoscenza non riguarda più la struttura del terreno, ma la potenza del motore che ha sotto il sedere, e la competenza non sarà costituita dalla capacità di seguirne le venature per uno scasso, ma dall’abilità nella guida.

  3. In linea generale si è passati prima da una concezione della conoscenza radicata nel passato ad una proiettata verso il futuro, e successivamente a quella ancorata ad un presente dilatato; quindi all’idea di un sapere sempre più volatile ed effimero. Il nuovo nomadismo fisico e spirituale (migrazioni di massa ma anche, e soprattutto, cambiamenti continui nel corso della vita lavorativa e di relazione) ha moltiplicato e complicato i bisogni conoscitivi, ma al tempo stesso ha impoverito il significato e la pregnanza delle conoscenze.

  4. Da questa nuova realtà scaturisce una domanda di formazione ipertrofica e contraddittoria. In sostanza, si moltiplicano da un lato gli ambiti nei quali sono richieste delle conoscenze diffuse, e più ancora delle competenze articolate (di secondo livello) rispetto ai linguaggi, ai modi nei quali tali conoscenze vengono trasmesse: dall’altro si pretende una iperspecializzazione, ovvero il possesso di competenze mirate e altamente performative. Ora, in genere anche in una realtà complessa le competenze di secondo livello necessarie per affrontare la maggior parte delle scelte sono di carattere molto essenziale; non devono necessariamente concernere lo specifico delle questioni, ma l’opportunità o meno di porle e la correttezza dei termini in cui vengono poste. Per evitare di tamponare l’automobilista che ci precede, nel caso in cui inchiodi all’improvviso, non è necessario conoscere la meccanica dell’impianto frenante o saper cambiare le pastiglie nei tamburi: è sufficiente la prontezza di spirito per valutare se c’è spazio per una frenata o se conviene scartare. Ci si affida ad una sorta di automatismo, e anche gli esperti di meccanica quando sono alla guida non rispettano la distanza di sicurezza.

Ma le cose non sono sempre così semplici. Nel gioco “virtuale” della democrazia siamo spesso chiamati (almeno in apparenza) ad assumere responsabilità decisionali su questioni complesse, che postulerebbero le competenze diffuse di cui sopra. Nel nostro paese, ad esempio, siamo periodicamente sollecitati a deliberare attraverso i referendum sulle tematiche più disparate, dalla legittimità della caccia o dello spinello fino alle scelte sull’uso del nucleare. La consultazione più recente riguardava nell’immediato la liceità di particolari percorsi scientifici, ma il vero quesito, sotteso, concerneva la libertà di ricerca e la sua possibile ricaduta sui comportamenti sociali; e un altro ancora, indotto, andava invece ad investire i limiti e la funzionalità delle procedure democratiche, in particolare della democrazia diretta. Non può meravigliare che gli elettori abbiano preferito andarsene al mare: ci si confrontava su tematiche rispetto alle quali la quasi totalità degli italiani (ma sarebbe stato lo stesso da qualsiasi altra parte) è assolutamente ignorante. Il vero problema non è quindi quello emerso dai risultati, ma quello scaturito dalla proposta stessa di consultazione; in sostanza, non possiamo dolerci della mancanza di competenze in materia di genetica o di ingegneria biologica, quanto piuttosto della incompetenza rispetto al senso e all’uso della democrazia. Se da un lato il ricorso alla democrazia diretta su un tema del genere testimonia una concezione molto confusa della democrazia, dall’altro l’indifferenza maggioritaria all’esercizio della stessa testimonia dell’incapacità di apprezzarne quanto meno le valenze di stimolo alla partecipazione e alla conoscenza. Dobbiamo concluderne che, per bene che vada, gli italiani sanno più o meno confusamente cos’è una democrazia, ma non sanno se e come funziona e non sono in grado di farla funzionare.

  1. Così come per il livello delle competenze, la richiesta odierna di formazione risulta ambigua anche per quanto concerne la dimensione di riferimento. Sembrerebbe infatti esercitare pressioni vettoriali uguali e contrarie, difficilmente conciliabili: di qui apertura alla globalità e alla multicultura, di là attenzione e valorizzazione della dimensione localistica alla quale ogni singolo in qualche misura si rapporta. Ma la contraddizione è solo apparente, perché esiste invece una stretta correlazione tra la necessità di confrontarsi su scala mondiale e la spinta a rintracciare, talvolta a costruire ex novo, una dimensione identitaria. La politica cinese e l’instabilità mediorientale, o l’elezione di un presidente negli USA o in Iran, incidono direttamente sulla nostra esistenza, e lo stesso vale per la ricaduta di qualsivoglia scelta economica, per la circolazione e la diffusione immediata di nuove tecnologie, per gli effetti sociali delle migrazioni di massa e per quelli psicologici delle forme più moderne di conflitto: e proprio in tale contesto l’affermazione di una identità appare più che mai irrinunciabile, in termini tanto psicologici e sociali – per sfuggire all’anonimato della globalizzazione – quanto politici ed economici, come forma di difesa nei confronti del mercato e di valorizzazione e salvaguardia delle risorse locali. La consapevolezza di questo intreccio, la capacità di realizzare che confrontarsi (e non scontrarsi) con il mondo intero e partecipare di una realtà o comunità ristretta non sono atteggiamenti in contrasto, può venire però solo dall’applicazione a conoscenze diversificate di uno stesso bagaglio di competenze, ampie le prime e profonde le seconde: ovvero l’esatto contrario di quanto la “fast”-formazione ci propina.

  2. Infine, le competenze e le conoscenze “tradizionali” nascevano da e si inserivano entro un quadro di crescita costante. Le sfide del futuro erano tutte all’insegna della corsa in avanti, e la formazione era un allenamento mirato più alla velocità che alla tenuta sul fondo. Era pensata in funzione del “progresso” e si nutriva della convinzione che quest’ultimo fosse ineluttabile: e anche dopo che questa convinzione ha cominciato a vacillare (già quando si parla di ineluttabilità – come accade da Hegel in avanti – significa sottrarre il progresso alla volontà e al controllo umano), dopo che è stata declassata all’idea economico-sociale di “sviluppo”, e poi a quella puramente economica di “crescita”, l’immagine non è cambiata. Fino ad oggi.

Oggi, come abbiamo già visto, le prospettive sono di segno opposto. Quella in atto è una sostanziale inversione di tendenza, anche se ci si ostina a leggerla come una recessione, magari grave, ma pur sempre a termine. Il sistema economico mondiale, che si reggeva ormai su una sorta di catena di sant’Antonio di bisogni indotti, è andato all’aria dopo l’ingresso dirompente di nuovi competitori. Anche per l’economia valgono le leggi della termodinamica, la seconda in particolare: esiste una soglia entropica. Se la torta delle risorse viene divisa per tre miliardi, anziché per uno, e pur continuando a riservare agli altri quattro solo le briciole, le fette risultano per forza molto più piccole. Hai voglia quindi di chiamarla crisi finanziaria e di invocare il taglio dei tassi: qui siamo di fronte ad un vero e proprio tracollo di tutto il modo di produzione industriale, e il cambiamento riguarda il nostro stile di vita, e il taglio interessa il livello dei nostri consumi. Ci piaccia o no (certamente non piace né alla “sinistra”, che fino a pochi decenni fa aspettava il crollo del sistema, e oggi si aggrappa disperatamente all’illusione della sua sopravvivenza, né alla destra, che aveva salutato il liberismo selvaggio come il trionfo finale del capitalismo) dobbiamo entrare in un nuovo ordine di idee, quello della decrescita.

Anche se solo recentemente ha cominciato a trovare una qualche eco, l’idea che una decrescita sia possibile, o per meglio dire inevitabile, non è nuova. Da almeno quarant’anni, dalla prima grande crisi dell’ultimo dopoguerra, uno sparuto gruppo di pellegrini, ignorati o compatiti da una sponda e dall’altra come profeti di sventura, va predicando la necessità di rallentare la corsa dello sviluppo prima che la frenata diventi incontrollabile. Volendo rintracciare dei precursori si potrebbe risalire molto addietro, sino ai polemisti reazionari dei primi dell’ottocento, a coloro che già contabilizzavano i costi, oltre che i ricavi, del modello di produzione industrial-capitalistico: ma non è questa la sede. A noi interessa piuttosto il fatto che in almeno un paio di significati l’idea risulta nuova: mentre prima la decrescita era o sembrava frutto di una scelta, ora si presenta come una necessità; e mentre prima poteva implicare un semplice rallentamento, oggi impone un percorso di segno negativo. In pratica: non si può più scegliere se crescere o non crescere, e non è più nemmeno sufficiente non crescere, occorre proprio tornare indietro.

Queste differenze hanno implicazioni di enorme portata. Gli emuli di san Francesco, disposti a scelte di povertà, erano già piuttosto rari quando questa rimaneva comunque un’opzione, che in qualche modo gratificava, non fosse altro perché rendeva “speciali”. Dobbiamo sensatamente immaginare che per le generazioni future, quelle che la povertà, o comunque un arretramento del livello di benessere, non potranno sceglierlo, ma se lo troveranno imposto, non se ne parlerà proprio, e meno che mai per quelle già cresciute in un certo tenore di vita. Sarà invece dura far loro digerire la nuova realtà, a meno di avviare da subito una educazione a modelli di pensiero alternativi. Questa è la scommessa di domani, ed è il punto al quale mi premeva arrivare.

Prima di affrontare la fase propositiva vorrei però ancora ribadire che nella mia analisi non c’è alcun compiacimento catastrofista. Parlo di cose che stanno sotto gli occhi di tutti. Per chi vuole o è in grado di coglierli non mancano nemmeno i segnali che qualcuno, persino ai livelli alti di potere (non sto naturalmente parlando del nostro paese), comincia a rendersi conto di quanto sta accadendo. Anche se non si è ancora arrivati a chiedere “sangue, sudore e lacrime”, perché non ci si può realisticamente attendere che quegli stessi politici o economisti che hanno promesso mirabilie fino a ieri confessino oggi di avere scherzato, sono già in moto processi che in forma più o meno esplicita viaggiano nella direzione del tirar la cinghia. Uno per tutti: il governo giapponese sta incentivando il ritorno dei giovani all’agricoltura, non solo con sponsorizzazioni economiche, ma introducendo anche nuove pratiche educative. Ora, è difficile credere che la seconda o terza potenza industriale del mondo intenda riconvertire la propria economia; è invece probabile che, semplicemente, i suoi governanti si stiano rendendo conto della situazione e cerchino di creare un qualche ammortizzatore rispetto ai prevedibili sconquassi sociali. Misure come questa sono magari dettate dal disorientamento, dall’incapacità o dall’impossibilità di immaginare altre soluzioni, ma testimoniano almeno della presa di coscienza di quello che sarà il vero problema del futuro. Rispetto al quale, se interpretato positivamente, la soluzione potrebbe essere la decrescita: se non si imparerà a conviverci e non si cercherà in qualche modo di gestirlo, sarà davvero l’apocalisse sociale.

I bisogni effettivi ed essenziali ai quali dovrebbe rispondere per il futuro un’azione formativa vanno iscritti nelle nebbie di questo panorama. Se fino a ieri era richiesto il biglietto delle competenze per poter salire sul treno della crescita (con importi correlati alle percorrenze), ora che manca la corrente occorre qualcosa che ci aiuti a far luce, ad individuare almeno le direzioni e i percorsi (ed eventuali mezzi alternativi).

Molto semplicemente, si deve tornare a coltivare quella che potremmo definire una “intelligenza generale”. Intanto perché lo sviluppo delle attitudini generali della mente permette comunque un migliore sviluppo di competenze particolari o specializzate. E sin qui, ci arriviamo tutti. Poi, e soprattutto, perché le competenze che necessitano oggi debbono andare ben al di là di quelle “operative”, devono consentire non solo di rispondere a delle domande, ma anche e soprattutto di porle, a noi stessi e al mondo, nella maniera corretta. Si deve passare dalla ricerca della risposta esatta alla formulazione della domanda giusta: ed è molto più difficile porre la domanda che dare la risposta. C’è la differenza che corre tra saper guidare, ovvero possedere le conoscenze per prendere la patente e le competenze per governare l’auto, e sapere dove andare, avere la coscienza di quale percorso intraprendere. Per la prima capacità sono sufficienti lo studio e la pratica, per l’altra è necessario capire.

Il problema nasce quando ci chiediamo cosa si debba intendere per attitudini generali, e soprattutto in che modo queste possano attagliarsi al mutamento di prospettiva.

Vediamo intanto quali potrebbero essere le caratteristiche di una “intelligenza generale”.

  1. Al primo posto metterei naturalmente, stante la situazione, l’attitudine ad affrontare l’incertezza, ovvero la capacità di affrontare una vita nella quale ogni centralità è andata a farsi benedire. La centralità della terra rispetto all’universo era già stata liquidata da Galileo; a quella dell’uomo rispetto alla natura ci ha pensato Darwin; a quella della coscienza rispetto alla nostra mente ha provveduto Freud. Il secolo scorso ha completato l’opera, evidenziando i limiti della conoscenza e demolendo i grandi referenti ideologici, religiosi e laici – salvezza ultraterrena, progresso infinito, perfettibilità dell’uomo, società egualitaria, ecc… Su un piano molto più pratico, sono venute meno negli ultimissimi anni altre centralità, come quella del lavoro, e stanno svanendo anche i simulacri profani che avevano sostituito le ideologie, quelli del consumo. Il risultato è che oggi la condizione umana fondamentale è quella dell’incertezza sul destino singolo e collettivo. Il dubbio era già stato accettato da tempo negli ambienti scientifici come paradigma epistemologico per eccellenza, ma ora è diventato anche una condizione esistenziale diffusa.

Ma in che misura questa condizione nuova è “coscientemente” vissuta? Voglio dire, al di là del malessere, che c’è ed è visibilissimo, esiste poi anche un tentativo da parte dei singoli di capirne le origini? E quanto si traduce questa coscienza, anche quando è presente, in una qualche revisione volontaria dei comportamenti? Per avere una risposta è sufficiente guardarci attorno, senza neanche spostare gli occhi da casa. Non siamo mentalmente attrezzati per accettare la nuova condizione, e tendiamo a deresponsabilizzarci, a convincerci che con l’incertezza non si può convivere. Soprattutto, non ci rendiamo conto che non si tratta di una condizione inedita, così nuova per l’uomo: per millenni, nel mondo antico, è stata comune a tutta l’umanità. Ed esiste una tradizione di pensiero, quello classico, che su questa condizione si fondava e ad essa era adattato. Forse si tratta ora di recuperare una sorta di “genio del paganesimo”, senza reintrodurre le divinità pagane (in realtà sta accadendo esattamente l’opposto: atteggiamento paganeggiante, senza genio). Di sintonizzarci nuovamente, dopo tanto tempo, non sull’eterna rincorsa della crescita, ma con l’eterno ricorso dello stallo.

Beninteso, non sto vagheggiando un ritorno allo stato di natura, al buon selvaggio. Rousseau non mi convince poi così tanto, e comunque nemmeno lui ci credeva. Penso che qualsiasi ritorno al passato anziché il compimento di un sogno significherebbe l’inizio di un incubo. Ma credo anche che si debba guardare in faccia la realtà. Purtroppo, come dicevo, non siamo attrezzati per farlo. Certamente non lo è quella fetta di umanità che è stata addomesticata a misurare il benessere in disponibilità di beni materiali, soprattutto di quelli superflui. E meno che mai possiamo pretendere lo sia quell’altra, molto più grande, alla quale sino ad oggi è stata mostrata solo la vetrina. Di fatto, tuttavia, per quanto indigeribile possa risultare, la nuova realtà è questa. C’è da temere che sarà essa stessa a ricondizionarci, brutalmente e alla svelta, ma è necessario almeno sperare che qualche aiuto, per attutire il colpo, possa venire anche dalla cultura.

In questo senso, la prima risposta adattiva alla condizione di incertezza è la scelta della problematicità. Se si assume ogni conoscenza come problema, mettendo costantemente in discussione quanto si sa e ciò che si sa, si vive in una tensione conoscitiva costante, nella quale l’incertezza si trasforma in energia motrice. Il che vale per ogni epoca, indipendentemente dalle condizioni esterne, ma nel nostro caso significa convogliare verso il sapere quel desiderio di senso che oggi è demandato all’accumulo e al consumo.

  1. Per governare l’energia conoscitiva è però necessaria la pratica di un pensiero che si sforzi di contestualizzare e globalizzare le sue informazioni e le sue conoscenze. L’esatto opposto del pensiero “settoriale”, ma altrettanto lontano da quello prettamente enciclopedico, che è orizzontale e sommativo, e si nutre di files archiviati e ordinati in memoria a comparti stagni. Qui invece sono importanti i link, i rimandi che aiutano a varcare i confini disciplinari, ma soprattutto la capacità di cogliere l’insieme complesso di interazioni e retroazioni esistente tra ogni fenomeno e il suo contesto (e che nella sua totalità dà sempre un risultato superiore alla somma delle parti). Sia la cultura umanistica che quella scientifica hanno ricevuto da sempre impulso non tanto dalle conferme della specializzazione quanto dagli azzardi degli sconfinamenti.

Anche questa è una caratteristica in sé “universale”, adatta a tutti i tempi e a tutte le situazioni, massime a quelle di transizione a modelli culturali nuovi o di incontro tra culture diverse. Non a caso è stato uno dei tormentoni pedagogici degli ultimi decenni. Ma quale declinazione specifica se ne può ipotizzare in tempi di stallo? Voglio dire, un conto è saper varcare i confini disciplinari al fine di una avanzata, usare l’inventiva e la capacità di non essere rigidi per conquistare posizioni, un altro è usare le stesse capacità per ripiegare nella maniera meno cruenta possibile da posizioni che già si detenevano. È difficile trasformare una ritirata in un successo, a meno di essere un politico italiano.

Una possibile declinazione è quella della diversificazione dei valori, delle mete. La capacità di capire che certe conoscenze e competenze sono benissimo applicabili al di fuori della loro sfera. Saper nuotare aiuta anche quando vai in montagna, ti infonde una sicurezza e una confidenza in te stesso che agiscono al di là degli ambiti specifici di applicazione, per esempio mentre arrampichi. È in fondo l’idea di una completezza quella che ti sorregge, ti dà fiducia nella possibilità di riuscita. Quindi è fondamentale saper spendere competenze e conoscenze in tutte le situazioni, ma prima ancora lo è la coscienza che il possederle, oltre a tornare utile magari domani, già oggi costituisce una ricchezza irrinunciabile.

  1. Infine, è necessario adottare un’attitudine strategica, piuttosto o oltre che programmatica. Un programma è la determinazione a priori di una serie di azioni in vista di un obiettivo, ed è efficace solo in condizioni esterne stabili, perché perturbazioni anche minime possono impedirne o falsarne l’esecuzione. La strategia si stabilisce in vista di un obiettivo, come il programma, ma prefigura più scenari e ne sceglie uno in funzione di ciò che conosce di un ambiente incerto. Modifica poi la sua azione in funzione delle informazioni raccolte e dei casi incontrati strada facendo. Il che ci rimanda alla prima attitudine, ne è in fondo una estensione. Se si problematizza, si introietta automaticamente la capacità di muoversi strategicamente, di apportare modifiche in corso d’opera. Esempio pratico: posso programmare nei minimi particolari un’ascensione in montagna, studiando la via su foto o attraverso le relazioni di altri salitori. Ma al momento in cui sarò a contatto col ghiaccio o con la roccia, dovrò fare i conti con le condizioni atmosferiche e con quelle della parete, con l’eventuale presenza di altre cordate e, soprattutto, con le mie condizioni fisiche di giornata. Dovrò fare scelte quasi ad ogni passaggio, e magari anche quella di rinunciare, considerandola non una sconfitta, ma una vittoria del buon senso. Se invece vogliamo rimanere sul piano teorico, possiamo considerare programmatico, ad esempio, l’approccio di Machiavelli, che parte da “leggi” di ricorrenza storica e che non a caso opera una decisa separazione disciplinare tra la politica e la morale: mentre è strategica la “discrezione” di Guicciardini, che considera tutte le infinite variabili di una situazione incerta, soggetta non a leggi di ricorrenza ma alla casualità, alla molteplicità e alla complessità degli eventi. Non è difficile capire perché per tutta l’epoca moderna il primo abbia goduto di enorme autorità, mentre il secondo è stato relegato ad un ruolo di comprimario.

Si potrebbe pensare che queste attitudini siano legate ad una disposizione individuale, genetica; in fondo le intelligenze più creative se ne sono avvalse da sempre, in barba ai modelli educativi dominanti. Personalmente sono convinto che sia proprio così, che con determinate disposizioni ci si nasca: ma la scommessa cui è chiamata una didattica che abbia ancora ragione di esistere, davvero rinnovata nell’azione e nella organizzazione, riguarda invece la possibilità di educarle, almeno in parte, e di coltivarle. E forse a questo punto, per non apparire contraddittorio, è opportuno che precisi quali significati attribuisco nel presente contesto ai termini educazione, istruzione e formazione. Mi soccorre ancora una volta un esempio “agricolo”. “Educare” un melo significa metterlo a dimora in un terreno adatto e ancorarlo ad un palo per farlo crescere dritto, a dispetto degli agenti esterni (il vento) e delle “inclinazioni” naturali. È un’operazione che va fatta subito, e ha senso solo nella primissima parte della vita della pianta. Una volta indirizzata, quest’ultima cresce poi dritta per conto proprio. “Coltivarlo” (istruirlo, formarlo) significa invece metterlo in condizione di dare frutti, eseguendo potature mirate, liberandolo dai rami secchi, creando spazio per l’aria all’interno della chioma, ecc… Questa operazione va ripetuta per tutta la durata della vita della pianta, se si vuole raccogliere qualcosa. Si può anche preferire la wilderness, naturalmente, e lasciare che la pianta cresca seguendo la direzione dei venti e ripollando liberamente: ma questo è un lusso che ci si può permettere solo quando non si ha bisogno di frutti, perché si trovano sottocosto sugli scaffali del supermercato. Direi che non è il nostro caso.

Ora possiamo finalmente arrivare al nocciolo della questione: a chiederci cioè se, con queste premesse, la scuola potrà ancora svolgere nel futuro un ruolo determinante nell’educazione e nella formazione. Bene, a dispetto di tutto credo che la risposta possa essere: più che mai. E questo in virtù di una serie di paradossi.

Il primo riguarda proprio l’obsolescenza dalla quale ho preso l’avvio. Negli “indici di gradimento” delle fonti culturali la scuola è relegata all’ultimo posto, schiacciata dalla competitività di altre “agenzie formative” non istituzionali, che si impongono per le loro caratteristiche di snellezza, diffusione capillare, specializzazione e capacità di adeguarsi in tempo reale ai cambiamenti. Se accetta di confrontarsi sul piano di quella che abbiamo chiamata formazione di secondo livello non c’è gara, in primo luogo perché la sua influenza copre una fascia d’età limitata, mentre questa formazione è improntata ad un ricambio continuo dei saperi nel corso della vita, poi perché non ha elaborato in proprio gli strumenti adeguati al nuovo modello comunicativo, ma deve ricorrere a quelli imposti da altre agenzie. E questo la retrocede ad una funzione sussidiaria, di collettore per i vari input che arrivano da altre fonti.

Ma questi input, e soprattutto quelli veicolati dai media più recenti e di maggior successo, la televisione o la rete, si configurano essenzialmente come conoscenze orizzontali, temporanee e destinate al consumo rapido: una molteplicità di informazioni, diffuse su ambiti sterminati, per lo più superficiali e non organizzate in sistema, che producono un sovraccarico informativo nel quale ciò che è veramente essenziale si perde in mezzo all’eccedenza delle scorie. Inoltre le stesse modalità con cui l’informazione è diffusa, non consentendo alcuna partecipazione critica da parte di chi la riceve, rendono in ultima analisi quest’ultima più nociva che utile.

Sul guardiamo invece alla risposta formativa a lungo termine, strategica, quella che entra nel merito della interpretazione e della scelta, e non si ferma al lessico fondamentale, ma offre argomenti, il gioco si ribalta: solo la scuola possiede le competenze e gli strumenti per fornirla. Ne consegue che su questo piano, decisamente sacrificato nell’ultimo mezzo secolo alla rincorsa alla novità, la scuola è tutt’altro che obsoleta. Essa non deve quindi rassegnarsi al ruolo marginale che le è riservato nel contesto odierno, ma deve riconquistarsene uno da protagonista in quello futuro. Deve scegliersi il terreno, le armi e le regole di gioco, e deve marcare la differenza proprio in ragione di quella che appariva come una debolezza, vocandosi ad un compito ben diverso (che può essere riassunto nel non limitarsi a rispondere alle domande individuali e sociali di formazione, ma suscitarle e indirizzarle). In sostanza, la scuola deve ambire ad essere “luogo di produzione” della cultura, e non di semplice trasmissione, e mettersi in aperta competizione con gli svariati “non luoghi” di produzione dell’effimero.

Ciò che vale per le “competenze formative” può essere più genericamente allargato al campo dell’educazione. Un tempo, e non sto parlando del medioevo, ma di mezzo secolo fa, la responsabilità educativa non veniva addossata per intero alla scuola. Esisteva una sorta di condivisione con la famiglia e con l’oratorio, per cui l’istituzione scolastica lavorava su individui abituati anche negli ambienti “esterni” alla sottomissione, e quindi a riconoscere e rispettare un’autorità della funzione, dell’età e della gerarchia. Oggi, dopo aver contribuito la sua parte ad erodere o a liquidare del tutto l’autorevolezza degli altri istituti, si trova invece a gestire piante cresciute senza il palo delle regole, abbandonate ai venti stagionali delle mode e dei modelli che spirano appunto dai “non luoghi”. Può rieducare, laddove è ancora possibile, solo con potature “formative”, ed è l’unica in grado di farlo.

Il fatto importante è che può svolgere questo ruolo senza cambiare le originarie finalità, ma proprio valorizzando la contraddizione da sempre intrinseca alla funzione formativa: quella di essere pensata ai fini del consenso, e di alimentare invece un atteggiamento critico nei confronti dei saperi stessi che propone. In altri termini: il ruolo della scuola deve rimanere quello mai istituzionalizzato di fornire gli strumenti per una coscienza critica (una assunzione critica del sistema, sia esso quello politico o quello economico o quello dei saperi scientifici, non significa per forza di cose ribellione contro il sistema, ma partecipazione critica, quindi responsabile, allo stesso). Per coscienza critica si intende naturalmente prima di tutto quella relativa alle proprie conoscenze, alle proprie competenze, quindi lo stimolo costante ad un superamento e ad un aggiornamento delle stesse. La scuola deve creare autocoscienza, e quindi responsabilità individuale.

Infine, terzo paradosso, può essere tradotto in un ulteriore vantaggio il ritardo specifico accumulato dalla scuola italiana rispetto a quelle di altri paesi occidentali. Nel nostro paese il tentativo di adeguamento dell’istituzione scolastica alle esigenze del nuovo modo di produzione è stato fatto col solito ritardo, per ragioni politiche e storiche, in maniera confusa e sempre a pezzi e bocconi (media unica, riforma della maturità, decreti delegati, ecc…). L’ammodernamento, quel poco che c’è stato, non è mai stato sorretto da una vera strategia revisionale, e meno che mai dalla coscienza di quel ruolo autonomo nei confronti dell’evolvere sociale che la scuola deve rivendicare. Si è finito col buttar via l’acqua sporca col bambino dentro, col non difendere la priorità della costruzione di una buona ossatura rispetto alle variabili morfologiche superficiali. E tuttavia, dal momento che l’operazione è ancora in cantiere, non è forse tardi per un ripensamento e una correzione di rotta.

Proprio la rozzezza dei tentativi, dovuta in parte alla necessità di non sconvolgere troppo delle prassi consolidate, in parte al fatto che non c’era idea di dove andare a parare, ha in qualche modo favorito la persistenza dell’antico. In sostanza, una certa impostazione generalizzante è sopravvissuta, a dispetto del tentativo di specializzare e modernizzare i vari indirizzi. Questa impostazione, che privilegia il teorico sul pratico, è in fondo quella più adatta a coltivare l’intelligenza generale (almeno come premessa), a condizione naturalmente che la conoscenza teorica non venga poi trasmessa attraverso schemi mnemonici e pappagalleschi, ma generi capacità di riflessione. Per tutte le competenze accessorie, una volta costruito il filtro, si può demandare alle altre agenzie.

Che il modello italiano pre-moderno, gentiliano, risulti sul lungo termine quello vincente, e non solo in tempi di crisi, lo dimostrano anche i risultati delle indagini più serie e complete sui sistemi educativi. I nostri studenti si classificano immancabilmente agli ultimi posti su scala mondiale nelle rilevazioni intermedie, quelle ad esempio compiute dall’OCSE sugli allievi quindicenni e relative alle competenze linguistiche e matematiche. Ma i giovani italiani che vanno a completare gli studi in Germania, in Inghilterra, in Francia, negli USA, si segnalano per un livello globale di preparazione decisamente superiore, e il fenomeno è ancora più vistoso se si prendono in considerazione i ricercatori e gli specializzandi post-laurea. Sarà anche il risultato di una scrematura che testimonia un fallimento, perché è bassa la percentuale di studenti che nel nostro paese accedono all’università, e più risicata ancora quella di chi la completa, ma non credo che l’eccellenza su questi livelli possa essere spiegata solo con una selezione “naturale”.

Riassumendo. Se si accetta di ridefinire il ruolo della scuola, tutto quello che attualmente pare costituire una disfunzione diventa utile. Abbiamo visto che storicamente tale ruolo è stato di volta in volta quello di formare dei buoni governanti, dei buoni cristiani, dei buoni e obbedienti cittadini, da ultimo dei tecnici e dei lavoratori perfettamente funzionali al sistema produttivo. Oggi, dal momento che il vecchio sistema produttivo sta andando in tilt e ancora non se ne vede all’orizzonte uno nuovo, potrebbe limitarsi (si fa per dire) a formare degli uomini. Non è un enunciato retorico. Implica una definizione che includa una serie di proprietà, o competenze o capacità che dir si voglia, ed escluda tutte le declinazioni appositive (consumatori, produttori, spettatori, ecc…). Per farla breve, la scuola potrebbe, tornando per una volta in vantaggio rispetto alle altre agenzie formative, proprio per la sua arretratezza e inadeguatezza rispetto alle esigenze “moderne”, farsi tramite di quei significati “altri” dell’esistere (altri rispetto al lavoro, al consumo, allo status, al prestigio, alla ricchezza) che la recessione in corso imporrà a breve termine di rivalutare. Farsi tramite cioè di una transizione indolore alla decrescita.

Ma la risposta non è ancora completa. Dobbiamo infatti chiederci in che misura e a quali condizioni sia possibile tradurre questi indirizzi in un’azione formativa efficace. Provo a buttare lì qualche idea, in ordine sparso e senza alcuna presunzione di offrire ricette. Sono pronto però a scommettere che molti di questi spunti compariranno tra qualche anno nelle indicazioni ministeriali, sia pure opportunamente banalizzati e sterilizzati da una commissione di esperti. Le considerazioni e le proposte che vado a fare potrebbero sembrare infatti utopistiche, oltre che inattuali e politicamente scorrette; ma in tempi di crisi l’utopismo si rivela l’unica posizione realistica.

a) Intanto, come abbiamo visto fino ad ora, è necessario che la ridefinizione del progetto formativo sia pensata nel quadro di una vera e propria riforma del pensiero, e non solo come conseguenza di quest’ultima, ma anche come motore. Visto che la riforma del pensiero è imposta dalla situazione, perché già nel futuro prossimo saremo costretti a pensare noi stessi, il nostro significato e i nostri valori, il nostro rapporto con gli altri e con la natura, in una prospettiva completamente diversa, dipende proprio dal tipo di formazione che saremo in grado di offrire alle prossime generazioni che ciò non avvenga in maniera traumatica e con conseguenze tragiche. Tradotto in spiccioli di didattica, questo significa cambiare non il peso e la sostanza delle conoscenze, ma la qualità, e più ancora la loro destinazione. L’esempio che mi viene in mente è quello dell’insegnamento della storia: se finalizzato a cogliere le magnifiche sorti dell’umanità focalizzerà determinati eventi o personaggi o movimenti, ecc…; se invece inteso a decifrare l’effettivo significato della recentissima presenza umana sulla scena del mondo, privilegerà altri aspetti, pur raccontando gli stessi sviluppi. Un conto è pensare che il corso della storia umana sia stato determinato da Colombo, Napoleone o Hitler, un altro è valutare l’influenza che su di esso hanno esercitato i batteri, i virus o la domesticazione delle specie animali o vegetali. Lo stesso discorso vale naturalmente per le scienze della natura, che con la storia dovranno interagire ed intrecciarsi, o per la letteratura, la storia dell’arte, la matematica, ecc. Insomma, l’impostazione dei contenuti sarà automaticamente ridisegnata dalla riforma del pensiero.

b) In secondo luogo è necessario recuperare all’azione educativa uno status eccezionale, quello di “missione”, che nella seconda metà del secolo scorso le è stato negato a favore di una malintesa esigenza di “professionalità”. La professionalità è necessaria e sufficiente per installare un impianto di riscaldamento che funzioni a modo, o per guidare con sicurezza un aereo: ma nell’ambito della didattica è solo necessaria. L’insegnante non può limitarsi a rispondere ad una domanda di formazione (e purtroppo spesso non fa nemmeno questo, si limita a porre lui le domande e ad esigere risposte conformi); deve creare lo stimolo alla domanda stessa, e poi educare una capacità autonoma di risposta ed una assunzione critica di quest’ultima: questo avviene solo quando si trasmette qualcosa che veramente si possiede, attraverso l’esemplarità, prima ancora che con metodo e preparazione. Insomma, per esercitare correttamente ed efficacemente certi ruoli occorre, oltre alla professionalità, un surplus di “vocazione”.

Vediamo invece come stanno attualmente le cose. Altro che “missione”! Negli ultimi cinquant’anni la scuola è diventata, in troppi casi, una sinecura per individui frustrati o inadatti a qualsiasi altra attività, e tanto più a quella educativa. Hanno concorso un po’ tutti a creare questa situazione, dai successivi governi, senza distinzione tra prime e seconde repubbliche, che hanno attuato con inossidabile continuità nei confronti dell’istruzione la politica della lesina e la strategia clientelare, alle organizzazioni sindacali, che hanno costantemente sacrificato la difesa della qualità dell’insegnamento a quella del posto e di miserevoli sacche di privilegio. Questo ha significato l’adozione di criteri di reclutamento assurdi, quando esistenti, con corsi-concorsi raffazzonati e messi su per garantire l’immissione in ruolo a chiunque; o, peggio ancora, l’assenza assoluta di criteri (il doppio canale), col risultato di abilitare all’insegnamento persone del tutto inadeguate. Ha comportato l’assoluta mancanza di controlli nel corso della carriera, con la paradossale conseguenza che mentre un pollivendolo o un ferramenta devono annualmente sottostare ad esami medici, un insegnante non è chiamato, una volta immesso in ruolo, ad alcun controllo di idoneità psicologica. Ha reso inattuabile, all’atto pratico, qualsiasi tipo di intervento su docenti palesemente stressati o demotivati, mentre andava aumentando in maniera esponenziale il rischio psicologico implicito nella professione.

Certo, se l’istituzione scolastica ha continuato bene o male a funzionare in questi ultimi anni è solo grazie allo spirito di sacrificio e della dedizione di una parte degli operatori. Ma proprio per questo non si può e non si deve continuare a caricare su di loro il peso sempre crescente della disaffezione e dell’incompetenza degli altri. La responsabilità degli arroccamenti corporativistici su retribuzioni, mansioni, riconoscimenti uguali per tutti è enorme, anche perché ha fatto gioco al potere, interessato a mantenere la scuola in una mediocrità facilmente ricattabile e manovrabile. Per restituire autorevolezza alla funzione docente è quindi necessario garantire da un lato la qualità dell’ insegnamento, cambiando il sistema di reclutamento, liberalizzando in qualche modo il mercato, introducendo criteri di selezione, di monitoraggio, di valutazione, di incentivazione, e difendere dall’altro la sua libertà, contro le omologazioni imposte dall’alto ma anche contro le malintese interpretazioni del diritto da parte degli studenti e della partecipazione da parte dei genitori. Il che significa semplicemente responsabilizzare, ma nel senso corretto del termine, chi opera nel campo dell’educazione. La libertà di cui parlo non ha infatti nulla a che vedere con la licenza di insegnare ciò che si vuole: suppone la vocazione e concerne il metodo, le scelte didattiche. Un docente deve poter adattare i contenuti ai suoi mezzi, alle sue armi migliori, deve poter decidere sulle metodologie, sui tempi, sugli strumenti da utilizzare, sui diversi approcci disciplinari; ma deve anche garantire che attraverso la sua mediazione passi la gamma più variegata possibile di opportunità di apprendimento.

È realistico pensare ad una scuola affidata ad un corpo docente degno di questo nome? Voglio dire, sarebbe poi davvero possibile rimpiazzare tutti i non idonei, ammettendo di poter arrivare ad estrometterli? Se non altro varrebbe la pena provarci. Una buona parte dei rimpiazzi, per sanare quanto meno gli aspetti più clamorosi del fenomeno, dovrebbe essere facilmente rintracciabile nell’esercito di precari che si affacciano annualmente al mondo della scuola: a molti di costoro va concesso almeno il credito della motivazione, senza la quale, visti i chiari di luna che li attendono, si sarebbero già orientati verso altre possibilità. È anche prevedibile che una rivalutazione della qualità professionale, con corrispettiva incentivazione economica, richiamerebbe molti di coloro che, proprio perché capaci, oggi non sopportano la trafila di precariato imposta e scelgono subito altre direzioni. Oltretutto, uno dei fattori demotivanti più forti, al momento attuale, è costituito proprio dalle esperienze negative maturate nel contatto con pessimi docenti. Quindi, quali che siano le difficoltà, quello di mantenere in cattedra degli incapaci, con il retaggio di spreco di potenzialità e di danno psicologico che si portano appresso, è un lusso (!) che non possiamo permetterci.

c) Un altro aspetto delicato riguarda la femminilizzazione dei ranghi: so di cacciarmi nei guai, ma si deve pur dire di che stoffa sono i vestiti dell’imperatore. Non è questione di genere, non c’entra il maschilismo: è un problema di motivazioni. Attualmente il corpo docente della scuola italiana è formato per oltre tre quarti da donne (la percentuale è leggermente più bassa nelle scuole superiori, ma con le recenti e assurde incentivazioni a trasmigrare verso il ruolo secondario si sta normalizzando). C’è una ragione storica: l’insegnamento è stata la prima e per un bel pezzo l’unica professione “intellettuale” aperta all’ universo femminile. Non mi azzardo a dire che ci sia anche una ragione attitudinale, una predisposizione “educativa”, una maggior “vocazione” nella psicologia femminile, perché credo più nelle differenze orizzontali, di livello intellettuale, che in quelle verticali di genere. È indubbio, però, che questa presenza è stata col tempo incentivata da motivazioni più terra terra, legate soprattutto agli orari ridotti, ai lunghi periodi di pausa, che consentono di conciliare il lavoro con gli impegni di famiglia: si tratta quindi di una scelta dettata molto spesso non da vocazione, ma da opportunità o dall’assenza di alternative (lo è anche per alcuni maschi, ma proporzionalmente in misura inferiore). Ora, non si tratta di proporre “quote” paritarie o altre baggianate del genere, ma va certamente ridisegnato il tipo di impegno, questa volta sì su parametri “professionali”, in maniera da non consentire che l’insegnamento possa rimanere una scelta di ripiego o di comodo: torna cioè il discorso della valorizzazione economica, ma anche di criteri di reclutamento opportunamente selettivi e di una diversificazione delle carriere.

d) Sulla perdita di prestigio del ruolo sociale dell’insegnante ha pesato, come abbiamo visto, anche la concorrenza delle nuove fonti informative e formative: se una delle motivazioni e delle gratificazioni dell’insegnamento sta nell’opportunità che esso offre di incidere sulle coscienze, di trasmettere a schiere di figli adottivi i propri geni culturali, anziché quelli biologici, un docente oggi deve essere consapevole che ben difficilmente potrà mettersi in “competizione riproduttiva” con un dee-j. Nemmeno potrà contare sul peso “istituzionale” della sua figura, fatta a pezzi da un turbinio di riforme e controriforme a tutto spiano, dalla gelosa ostilità delle famiglie, dall’attacco mediatico alla sua autorevolezza e da quello politico alla sua autorità. Tanto più se anno dopo anno si troverà a dover riparametrare metodi, contenuti, criteri di valutazione, modalità e angolazioni di approccio. L’unica chanche che gli è concessa è quella di stupire; e nei confronti di una utenza passivamente e superficialmente avvezza ad ogni originalità e diversità esteriore, può stupire solo con la serietà, la curiosità del profondo, la dimostrazione che ci si può appassionare a qualcosa, che si può dare senso al proprio esistere anche senza apparire in televisione, facendo bene quello che si è scelto di fare. Se un docente crede davvero in quello che fa i ragazzi lo sentono, e rispettano lui e il suo lavoro; l’adeguamento delle modalità didattiche a situazioni e sensibilità nuove e diverse diventa automatico, è insito nella sua crescita come formatore, nella capacità di rimettersi costantemente in discussione. Insomma, siamo nuovamente al tema della motivazione forte, dalla quale però non può essere disgiunta la coscienza di rappresentare un’alternativa, e non un complemento, rispetto a tutte le altre fonti informative. Il che sottende una originalità, una specificità nella scelta dei contenuti da trasmettere e degli strumenti attraverso i quali trasmetterli.

Occorre riconsiderare, ad esempio, il rapporto della formazione con le tecnologie informatiche. Nei confronti di queste ultime i docenti hanno maturato una progressiva sudditanza, condivisa tanto da quelli che vedono nelle TIC la panacea universale quanto da coloro che, non padroneggiandole, le subiscono intimoriti. Il rapporto andrebbe invece impostato in maniera completamente diversa. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che le T.I. stanno creando un’intelligenza nuova, o quantomeno modificando quella vecchia; che stanno producendo una rivoluzione non solo strumentale, ma anche e soprattutto cognitiva, il cui frutto è il diffondersi di un modello di cultura non proposizionale. Sino ad ora tutta la cultura occidentale è stata caratterizzata da una disposizione analitica, critica, distintiva, gerarchizzante, esplicativa. Ma oggi il linguaggio e l’atteggiamento giovanile fanno intravedere una forte propensione all’indistinto, al frammentario, all’allusivo. Questo spiega l’accentuata conflittualità attuale tra la cultura della scuola e quella dei giovani, l’insofferenza di questi ultimi nei confronti dell’ordine e della razionalità che si pretende, o si pretenderebbe, di trasmettere e di avere di ritorno da loro. La conflittualità, sia chiaro, è fisiologica, è sempre esistita e c’è il meglio della letteratura mondiale a raccontarcela: ma è altrettanto vero che nulla potrebbe essere oggi più lontano dalla cultura dei nostri studenti dell’analisi logica, della tassonomia, della distribuzione storica di fatti e personaggi. L’unico linguaggio che li esprime è quello musicale (che infatti non è, o è per modo di dire, disciplina scolastica).

Di tutto questo dobbiamo tenere conto: ma bisogna intendersi sul come. Tener conto non significa lasciarsi imporre questo cambiamento subendone passivamente i ritmi, i modelli e la direzione (non parlo di scopi, perché dubito che davvero qualcuno lo gestisca, ne abbia il controllo). È possibile, e deve diventare uno dei compiti precipui della scuola, una educazione critica all’assunzione e all’uso di queste tecnologie, che aiuti gli allievi a padroneggiarle senza diventarne dipendenti: e un’educazione del genere può darsi solo se affiancata da una altrettanto calibrata difesa delle tecnologie tradizionali. Non sto quindi propugnando un rifiuto aprioristico, e non sto pensando alla reintroduzione di penna e calamaio (anche se sotto sotto, un po’ di esercizio calligrafico alla nostra gioventù tutta potenzialmente disgrafica non nocerebbe), ma a quella di squadre e righe per il disegno tecnico, e di pennelli e colori per quello artistico, e del calcolo scritto o a mente per matematica, questo si. Oltre, naturalmente, alla sana consuetudine col vecchio buon libro.

La scuola non può farsi portatrice dell’indistinto. È contro la sua natura e, come ho già ripetuto, non è questo il suo terreno di gioco. La scuola è lenta, tanto nell’acquisire nuova conoscenza che nell’adottare nuove modalità della sua trasmissione. Quindi occorre decidere: se ha da essere, deve trasmettere conoscenze ed educare a modalità apprendimento “classiche”, quelle che l’uomo ha elaborato nel corso di millenni e che sono entrate in qualche modo a far parte del suo corredo cromosomico. Non siamo affatto sicuri che il nuovo modello cognitivo sia del tutto compatibile con il nostro cervello, anzi, i dubbi in proposito si stanno moltiplicando, e comunque è ancora troppo presto, i tempi del cambiamento sono stati eccessivamente rapidi, per poter avere garanzie in proposito. Al momento l’opzione più saggia è quella di limitarci a scegliere tra tutto quello che arriva travestito da conoscenza, a filtrarlo e a trasmetterlo attraverso un’analisi articolata e critica, che implica anche un certo periodo di decantazione. Certo, in alcuni campi fondamentali, come ad esempio quello delle scienze biologiche, i libri di testo appena stampati sono già superati e le conoscenze viaggiano ad un’altra velocità rispetto ai tempi scolastici. Ma è un gap non difficile da colmare, ricorrendo appunto ad un uso misurato e intelligente delle altre fonti informative. E poi, sarebbe comunque già auspicabile l’acquisizione di quelle competenze di base che consentano l’accesso critico alle novità: a queste la scuola deve guardare.

e) Se si vuol riqualificare la scuola è necessario ripensare anche il senso e la portata dell’autonomia. L’autonomia avrebbe dovuto rappresentare il primo vero mutamento strutturale della scuola italiana dalla sua nascita: era stata annunciata come lo strumento chiave del definitivo traghettamento alla modernità, in grado di rispondere più velocemente e in maniera più adeguata da un lato alle trasformazioni generali e dall’altro alle specificità delle domande locali. Per come è stata invece concepita, normata e calata dall’alto, si è rivelata strumento di ben altro; di fatto ha il solo scopo di scaricare sulle singole istituzioni una gestione finanziaria ridotta sempre più all’osso e la responsabilità del rapporto con l’utenza. Funge in pratica da ammortizzatore, al quale far assorbire le reazioni dal basso, senza l’attribuzione di poteri reali, e le pressioni dall’alto, senza margini significativi di indipendenza. Tutto il polverone sulla quota progettuale, sulla flessibilità, ecc… si è risolto, alla prova dei fatti, dei bilanci risicati e delle pastoie burocratiche e sindacali, in una farsesca pantomima, in una corsa dei poveri a contendersi le briciole, in mezzo a colate di parole e di eventi che non portano nulla alla didattica, né sul piano pratico né su quello teorico, e riducono gli allievi (ma anche i docenti) a vittime sempre più annoiate di iniziative troppo spesso improbabili e pretestuose, riversate loro addosso da ogni sorta di enti e associazioni.

L’interpretazione “autentica” dell’autonomia dovrebbe invece fare perno sulla responsabilizzazione di gruppo, sul coinvolgimento fattivo delle “risorse umane” in gioco, in primis naturalmente il corpo docente, su una progettazione dal basso che implichi un radicamento reale, e non solo formale, col territorio (vale a dire, legami concreti su progetti concreti con le realtà ambientali, culturali e, perché no, produttive entro le quali ci si muove). Né più né meno insomma di quello che viene predicato già oggi dalle circolari e dalle indicazioni ministeriali, ma reso concreto e fattibile da una reale partecipazione propositiva.

Perché ciò avvenga bisogna innanzitutto evitare di rincorrere ossessivamente la novità e le aspettative dell’utenza (che ha portato ad esempio negli anni ottanta alla precipitosa istituzione e al rapido declino delle mille specializzazioni, non di rado assurde, fiorite sull’onda delle “nuove professioni”), e garantire invece il rispetto di uno standard comune riconosciuto di competenze, che consenta di mantenere un minimo di coesione educativa di fronte al prevalere delle agenzie esterne. È necessario inoltre che venga garantita agli operatori la possibilità di esprimersi al meglio: per parlar chiaro, è necessario che qualcuno, nella fattispecie il capo d’istituto, si assuma la responsabilità di coordinare, vagliare e rendere operative le proposte, e soprattutto di assicurare il rispetto delle regole del gioco e il funzionamento del sistema dei rapporti. Ma per fare questo debbono essergli dati strumenti adeguati, mentre oggi gli è soltanto addossato un carico di responsabilità che, in assenza di una effettiva facoltà decisionale, si rivela paralizzante.

Al momento attuale, nella fase di transizione nella quale siamo già entrati da un pezzo, o dalla quale non siamo mai usciti, una reale autonomia potrebbe fungere da medicina salvavita, capace di dare un po’ di respiro ad una istituzione agonizzante. Come tutte le medicine, però, se usata male può produrre effetti collaterali o addirittura danni irreversibili.

Il cattivo uso può essere frutto ad esempio di una interpretazione integralistica, per la quale autonomia significhi differenza. In realtà l’autonomia non deve marcare le differenze, quelle locali e ambientali così come quelle individuali: deve semmai riconoscerle e ricondurle ad un progetto unitario e condiviso. Alle diverse domande non vanno date diverse risposte, ma la stessa risposta formulata in maniere diverse. Un altro pericolo è costituito dall’eccesso di flessibilità. Non si può interpretare l’autonomia come mero strumento per stare al passo con le trasformazioni, rendendo la scuola un Barnum che offre sempre nuove attrazioni. Il compito è piuttosto quello di darsi una capacità di interpretazione e di gestione delle trasformazioni (il che significa anche capire quando si tratta di elementi di risulta, di caratteri effimeri e recessivi): di governare la corrente, e di non farsi trascinare. Altrettanto negativo si rivela l’atteggiamento opposto: utilizzare l’autonomia per la pura gestione del quotidiano, ovvero sedersi sulla riva a guardar scorrere il fiume, aspettando magari di veder passare eventuali cadaveri di ministri o relitti di riforme. È un vezzo molto italiano, e segnatamente tipico della nostra scuola.

f) altro dogma da rimettere in discussione, o perlomeno da chiarire, è quello dell’obbligatorietà dello studio. Anche in questo caso il principio è stato clamorosamente frainteso, e l’integralismo nell’ applicazione del fraintendimento sta producendo un vero disastro. L’ assunto era sacrosanto: tutti devono poter godere dell’opportunità di una buona istruzione. Poco alla volta, però, è stato tradotto, e ridotto, in “tutti devono avere un’istruzione”, che era ancora positivo in sé, ma lasciava cadere il concetto di opportunità, di possibilità, per puntare su quello di obbligatorietà: e soprattutto lasciava cadere il “buona”, a favore di una generica “istruzione”. Alle spalle c’era l’idea illuministica che tutti gli uomini siano migliorabili attraverso la cultura, e che solo un miglioramento culturale generalizzato consenta un progresso sociale: ma c’era anche l’illusione, molto “moderna”, che tutti siano egualmente dotati e motivati sul piano intellettuale.

Ora, la realtà è lì a dimostrarci che gli uomini non sono tutti uguali, differiscono morfologicamente, per colore, per genere: perché dovrebbero essere necessariamente uguali nel potenziale intellettuale? Ciò naturalmente non significa che le differenze di genere o di colore o di statura abbiano un rapporto con quelle intellettuali, e mi sembra persin patetico doverlo precisare. Sto semplicemente dicendo che ciascuno di noi ha quotidianamente a che fare con persone più o meno dotate intellettualmente, e se lavora nella scuola a maggior ragione deve confrontarsi con queste disparità, e ha modo di constatare che la differenza non discende dall’ambiente, dall’etnia o da altro, ma è frutto di una “iniquità biologica”. La natura ci fa diversi, dentro e fuori, e la differenza non sempre è una opportunità, come va di moda recitare oggi: nella gran parte dei casi è un problema. Una volta accettata questa semplice realtà, il fatto cioè che almeno secondo i criteri umani la natura è iniqua, e non ci dota tutti alla stessa maniera, non si può cercare di rimediare con un’altra iniquità, questa volta vera, perché “culturalmente perpetrata”, vincolando alla mediocrità proprio la cultura, in nome di un malinteso senso di “giustizia” sociale.

In sostanza: anche i cittadini ignoranti, come i docenti incapaci, sono un lusso che non possiamo permetterci. Ma nemmeno possiamo pensare di risolvere il problema livellando al basso le attese. L’obbligatorietà dello studio deve essere finalizzata all’acquisizione di una quota base di conoscenze: e va intesa e pretesa come riferita allo “studio”, e non solo alla frequenza. Questo significa che la scuola deve attivare tutto quanto le compete, e magari qualcosa di più, a salvaguardia del diritto di chi intende studiare e acquisire competenze chiave: ma non può pretendere di inoculare queste competenze per via endovena, di buttare risorse e di snaturarsi nell’accanimento terapeutico, quando si trovi di fronte ad un rifiuto pervicace dell’individuo e al disinteresse assoluto, alla resistenza passiva o attiva, della famiglia. Deve contemplare anche l’esistenza di un diritto all’ignoranza, quali che siano i costi umani e sociali che ciò comporta: perché altrimenti il rischio è di pagare questi costi due volte, e sulla pelle di chi invece vorrebbe avvalersi dell’opportunità opposta, senza conseguire alcun risultato.

Tradotto in termini operativi, la riqualificazione della scuola passa attraverso una rivoluzione di tutto il sistema, che parta dall’abolizione dei titoli di studio e consenta di far convivere, ma ben separate, le due finalità: quella di una formazione per il lavoro, testimoniata appunto dalla certificazione di competenze, e quella di una formazione per la vita, certificata solo dalla vita stessa. Per rendere possibile e compatibile questo doppio percorso occorre che all’interno dell’impianto tradizionale vengano aperti spazi modulari autonomi, nei quali sviluppare approfondimenti disciplinari, diversificazione dell’offerta o, in alternativa, recuperi e allineamenti mirati ed individualizzati. Ciò implica naturalmente una notevole flessibilità nell’articolazione dei gruppi (al raggruppamento su base anagrafica si alterna quello per livello di competenze) e la scomparsa dell’idea tradizionale di classe. Può sembrare un’ipotesi campata per aria, oltre che “reazionaria” (è facile anticipare le obiezioni: “i ragazzi devono stare con i loro coetanei”, “in questo modo verrebbero a formarsi le classi di serie A e di serie B”, “gli allievi bravi fungono da traino naturale per tutti gli altri”), ma a me appaiono piuttosto ipocriti e speciosi i rilievi. L’età mentale di ciascun ragazzo è diversa, e non coincide affatto con quella anagrafica, i ragazzi stanno bene con chi condivide i loro ritmi e i loro interessi, non con chi rientra in un casuale raggruppamento anagrafico, gli allievi bravi sono un traino quando è loro consentito di esserlo, e oggi, sinceramente, la nostra scuola non è in grado di garantire questa possibilità. D’altro canto, quello che sto ipotizzando non è altro che ciò che da un decennio viene teorizzato in tutte le diverse bozze e indicazioni di riforma, salvo poi renderlo irrealizzabile con i vincoli politici, ideologici ed economici che scattano immediatamente. È anche ciò che concretamente si sta facendo rispetto ad alcune discipline, segnatamente le lingue straniere (le certificazioni Trinity, il KET, ecc…), e naturalmente da parte di agenzie formative esterne alla scuola.

La struttura modulare dello studio faciliterebbe, tra l’altro, la possibilità per ciascuno di integrare il proprio curricolo in qualsiasi momento, rientrando a scuola per periodi limitati lungo il corso di tutta la vita. La famosa educazione ricorrente, che non ha mai trovato un’applicazione in Italia, potrebbe diventare un’offerta vera, e soprattutto potrebbe essere intesa non come strumento, ma come fine.

L’adozione di un percorso formativo a doppia valenza consentirebbe anche di ridefinire una volta per tutte i livelli “necessari” dei saperi primari e di uniformare i criteri di valutazione su uno standard credibile. Ad esempio, per italiano la competenza “performativa” semplice è saper leggere e scrivere, possibilmente in una forma corretta, e capire un testo, quella complessa è conoscere la storia letteraria o acquisire un approccio critico. Per matematica la prima è far di conto, fino a livelli di bassa complessità, la seconda è conoscere il ruolo che la matematica gioca in campi come quello filosofico, artistico, musicale, ecc… Ora, mentre le competenze semplici possono essere valutate e certificate con verifiche “oggettive”, quelle più complesse possono essere vagliate solo attraverso un confronto dialettico, che tira in ballo il “fattore umano”, ovvero la presenza di interlocutori. In pratica, le competenze complesse possono essere “attestate”, ma sfuggono per loro natura ad ogni certificazione, dal momento che vanno rapportate a situazioni e contesti diversi e potenzialmente infiniti: e ogni momento di verifica è semmai interno alla competenza stessa, funzionale alla sua crescita costante, anziché mirato ad una valutazione certificativa.

È evidente che andare in questa direzione significa muoversi in controtendenza rispetto alla manovra, neppure troppo sotterranea e già in stato di attuazione avanzata in altri paesi, che tende a liquidare il ruolo intermediario del docente, una variabile che sfugge al controllo, e a standardizzare tutta la trasmissione del sapere, oltre che il sapere stesso. Ma significa anche ribadire la necessità di cui sopra, di una riqualificazione sostanziale della funzione formativa dell’insegnante, del suo rapporto con gli allievi e del suo ruolo.

Il doppio percorso che ho prefigurato non va comunque confuso col modello meritocratico tornato oggi di gran moda. Il termine meritocrazia non mi piace, perché composto da una specificazione ambigua (quale merito? in rapporto a che cosa?) di una radice più ambigua ancora (governo, dominio, potere?). La scuola, così come la vita, non può essere intesa come un terreno di gara, nel quale hanno spazio solo i più adatti. Siamo nel campo della cultura, non in quello della natura. Va vista piuttosto come una palestra, nella quale sono disponibili attrezzature per tutti. Sta poi ai singoli farne uso o meno. Importante è che la lentezza o la svogliatezza di alcuni non si risolva in impedimento ad usarli per gli altri. Come in una maratona amatoriale, ciascuno deve potersi prendere il proprio tempo e misurarsi solo con se stesso, per il piacere di correre e magari di farlo assieme agli altri. Ma se sta sulla strada deve comunque correre, e per poterlo fare ha necessità che gli altri non si mettano di traverso ad impedirglielo. Se poi rincorre delle medaglie o ritiene che la cultura possa dargli potere, sono affari suoi, è una interpretazione personale, magari distorta ed esasperata, del percorso. Quindi non si tratta di lasciar competere solo i più bravi, ma di creare le condizioni perché ciascuno corra alla velocità e con le finalità che crede. L’abolizione dei traguardi (il diploma, l’esame di stato, ecc…) e del concetto di tempo massimo, a favore di un percorso modulare che prevede punti di controllo che certificano il passaggio, va appunto nella direzione di questa concezione non agonistica dello studio.

Il rifiuto della meritocrazia non va però a sua volta interpretato come un rifiuto di valorizzare il merito, e meno che mai come una abdicazione alla responsabilità che al merito è connessa. Il principio che chi ha maggiori stimoli, o naturali doti cognitive, o una capacità strenua di impegno, debba vedersi offerte tutte le opportunità per valorizzarli, e debba nel contempo assumersi le responsabilità che la sua eccellenza gli conferisce, mi sembra fondamentale. È peraltro esattamente il contrario di quanto sta oggi succedendo, dentro e fuori la scuola: la competenza è l’ultimo dei requisiti richiesti a chi viene investito di un qualche ruolo pubblico, e per converso l’impegno, soprattutto quello politico, ma anche quello sociale e culturale, è rifiutato da chi avrebbe i numeri, perché ormai legato nella percezione comune all’idea del compromesso. Dietro questa deriva ci sono ragioni storiche, una sorta di selezione in negativo che potremmo interpretare come un effetto collaterale della democrazia, soprattutto quando questa degenera in populismo e demagogia. Ma c’è anche una certa puzza sotto il naso di quella che potrebbe essere la vera intellighentia, che nel rifiuto dell’arte di mediare (la politica in fondo è questo, ma anche la convivenza sociale, o il lavoro culturale) trova l’alibi per scelte di disimpegno. La valorizzazione scolastica del merito non può quindi limitarsi solo al suo riconoscimento Implica anche coltivarne la valenza sociale, ovvero creare una coscienza e una cultura della responsabilità. Ma di questo torneremo a parlare tra poco.

Quanto abbiamo visto sino ad ora attiene ai modi e agli strumenti. L’ultima parte della domanda ci introduce invece finalmente ai contenuti. A ciò che, in definitiva, sarebbe essenziale trasmettere.

  • In primo luogo andrebbe educata una coscienza “naturalistica” di sé. Naturalistica inteso come opposto di spiritualistica o psicologistica. Pare incredibile, ma a un secolo e mezzo dalla teorizzazione dell’evoluzionismo e a più di cinquant’anni dalla scoperta del DNA la quasi totalità degli umani non ha la più pallida idea delle proprie origini, o ne ha solo di confuse ed errate. Anche nell’Occidente, che della scienza sembrerebbe aver fatto una religione, circola una conoscenza molto vaga di come siamo fatti e delle ragioni dei nostri comportamenti. E in Italia nemmeno quella. A dispetto dei ripetuti manifesti d’intenti l’insegnamento scientifico continua ad essere la cenerentola della nostra scuola, per il retaggio gentiliano che ci portiamo dietro, per le pressioni e le interferenze della chiesa, per le derive ideologiche dell’ibrido tra marxismo e psicoanalisi che ha improntato la cultura di almeno un paio di generazioni, per la convinzione radicata che il sapere scientifico sia finalizzato solo a scopi performativi. Ad alimentare questo convincimento, o almeno a lasciarlo sopravvivere, contribuisce soprattutto l’approccio didattico settoriale, a compartimenti stagni, della stragrande maggioranza dei docenti; l’incapacità di quelli delle discipline “scientifiche” di osare il salto dalla conoscenza al significato, la chiusura degli “umanisti”, che il significato presumono già di trasmetterlo, nei confronti della concretezza. Il risultato è che persino i maldestri tentativi di eliminare l’insegnamento della teoria evoluzionistica nella scuola risultano del tutto superflui, dal momento che non viene comunque insegnata, o lo è in maniera del tutto inadeguata. E accade anche che, a fronte dei passi giganteschi compiuti in questo campo negli ultimi venticinque anni, attraverso lo studio del DNA, la mappatura del genoma, ecc., ciò che arriva al grosso pubblico sono solo le sciocchezze sparate con regolare cadenza sui quotidiani, le banalizzazioni sulla scoperta del gene della timidezza o della proteina dell’aggressività, sufficienti a diffondere miraggi di un futuro governato dalle “bio-tecnologie” e a fornire argomenti ed alibi all’ignoranza. In realtà, l’ostacolo maggiore ad una coscienza naturalistica di sé è dato proprio da ciò che la scienza ci dice su noi stessi, sulla nostra animalità, sulla superfluità della nostra specie e sulla presunzione con la quale ci muoviamo nel mondo. Sono verità scottanti, difficili da accettare: eppure, una conoscenza seria e non preconcetta può tradurre quella che sembra una condizione chiusa e totalmente eterodeterminata in uno spazio di libertà, e quindi di responsabilità.

La coscienza chiara della propria naturalità, di appartenere in tutto e per tutto al mondo materiale che ci circonda, non è affatto tragica. Non lo è mai stata per coloro che già l’avevano intuita prima di Darwin, dai presocratici a Leopardi, tanto meno lo è oggi, alla luce delle più recenti acquisizioni della biologia evolutiva, che ci raccontano di una complessità e molteplicità tale dei meccanismi fisiologici di risposta alle sollecitazioni ambientali da determinare situazioni di scelta reale e volontaria. Noi possiamo scegliere, almeno entro certi margini, e quindi siamo responsabili delle nostre azioni. E questo è l’indispensabile assioma per una cultura del dovere, inteso come responsabilità verso se stessi e verso gli altri, e per la possibilità di dare un senso attraverso questa cultura alla nostra esistenza.

  • Si deve quindi far perno su una cultura dei doveri, anziché dei diritti. Direi che sul diritto siamo tutti abbastanza ferrati, allievi, genitori, docenti, personale vario, sia pure in un’accezione distorta e individualistica, che sconfina nel “tutto è dovuto e nessuno è responsabile di nulla”. Quello che manca è una mazziniana cultura del dovere come presupposto imprescindibile alla rivendicazione del diritto, tanto più urgente nel momento in cui si fondono e si confondono concezioni del diritto diversissime, a volte inconciliabili. È quindi necessario cominciare col porre a fondamento dell’educazione il dovere del rispetto di se stessi, ovvero un corretto senso della dignità, che si traduce automaticamente nel rispetto verso gli altri (cultura della reciprocità). Venuta meno l’autorevolezza delle autorità tradizionali (religiose, politiche, istituzionali, familiari, ecc…), che era il nerbo di una educazione a modelli collettivi di responsabilità e ne dettava le coordinate, il nuovo senso dell’educazione è (o dovrebbe essere) quello di una responsabilizzazione individuale, dello stimolo a costruirsi, e non a mutuare, un’etica, lavorativa e sociale, e a perseguirla.

  • Va incoraggiata, appunto, una nuova etica del lavoro e una diversa percezione della sua dignità. È certamente superata la cultura del lavoro come fondamento e senso della vita, quella che nel corso dell’età moderna si era sostituita alla condanna cristiano-giudaica del lavoro come maledizione. Fino al secolo scorso identificarsi con il proprio lavoro e la propria professione significava attendersi da questi un ritorno in dignità (per le professioni liberali e l’artigianato) e in potere sociale (per il lavoro industriale), quello che ogni categoria poteva far derivare dal numero, dalla solidarietà interna e dall’importanza vitale per l’economia. Si imparava un mestiere o si acquisivano una serie di abilità, nella prospettiva di praticarle per il resto della vita: e praticare un mestiere implicava un particolare modo di vivere, una certa posizione nella società e una forte identificazione di gruppo.

Non è più così. La maggior parte delle abilità artigianali è stata spazzata via dall’automazione e le nuove abilità diventano obsolete ad un ritmo sempre più rapido. Quasi tutte le competenze professionali sono provvisorie e occorre adattarsi a continui mutamenti tecnologici, essere pronti ad aggiornarsi costantemente per mantenere il lavoro, oppure accettare un lavoro diverso e meno qualificato. I lavori e le posizioni sociali sono per sé precari, non conferiscono più un senso definitivo di appartenenza, e gli individui sono obbligati a ridefinire di volta in volta la propria identità con altri mezzi, se ne sono capaci.

È indubbio tuttavia che il lavoro resta centrale nella nostra vita: E che va totalmente ripensato, alla luce di quella che sarà domani, ed è già oggi, la realtà occupazionale, magari andando a recuperare qualche spunto dal pensiero di chi, come Gorz o come Rifkin, non ha atteso la crisi per diagnosticare la necessità di un cambiamento. Va riabilitato all’accezione primaria e generica di “attività”, che implica percepirlo in maniera completamente diversa: non come l’unica, ma come una delle tante possibilità di espressione e realizzazione. È la sola via per riconferirgli quella dignità quella che oggi gli è sottratta, o è quantomeno negata alla gran parte delle occupazioni. È già in atto una migrazione volontaria dagli impieghi tradizionalmente “dignitosi” per accedere ad attività un tempo disdegnate (all’agricoltura, per esempio); ma è pur sempre un discorso di scelta “francescana”, riservata a quell’esigua minoranza che ha il privilegio di potersela permettere. Non può essere questo il modello. Bisogna piuttosto transitare dalle aspettative di identità riposte nel lavoro alla concretezza di una dignità che si crea e si esprime “anche” attraverso il lavoro: che si può esigere di ritorno, sotto forma di condizioni ambientali, di sicurezza, di equa remunerazione, di rispetto, di considerazione sociale, proprio perché la si porta e la si investe in ogni attività intrapresa. Questa dignità non può però fondarsi sul nulla: ha bisogno di riferimenti, di valori, che potranno poi essere interpretati, vissuti o messi in discussione in base ai percorsi culturali individuali, ma che devono comunque esistere, almeno come termini di confronto per misure la propria crescita.

  • Va pertanto promossa una cultura delle radici e dei valori forti. Che non significa cultura “del sangue e suolo”, ma educazione di un senso di appartenenza, non ad una terra e ad una etnia, ma ad una storia, naturale e culturale. Come tale la cultura delle radici si oppone non al rispetto dell’individualità, ma all’odierno culto sfrenato dell’individualismo, e non è esclusiva, ma inclusiva. Solo se hai un buon rapporto e una grande confidenza con la tua casa sei disponibile ad aprirla per accogliere (naturalmente, chi bussa alla porta e non penetra nottetempo dalla finestra, ed è intenzionato ad essere accolto) e per condividerla. È una cultura dell’integrazione, e anche se il termine e il concetto piacciono poco ai palati politicamente corretti, è l’unica che siamo in grado di opporre al rischio collettivo di disintegrazione. Il buon rapporto con la casa nasce naturalmente da alcune regole, di ordine, di igiene, di uso degli spazi, che innanzitutto debbono esserci ed essere rispettate dagli inquilini, e potranno poi essere adeguate alla nuova situazione, ma non stravolte. Se si vuole assicurare un minimo di convivenza civile si deve supporre un collante di fondo, una base di diritto alla quale tutti debbono fare riferimento. E questa base, bene o male, l’abbiamo già, è anzi forse una delle poche cose di cui la nostra civiltà e cultura può andare fiera: se quest’ultima rischia di irrigidirsi, e di conoscere derive xenofobe o addirittura razziste, è proprio per la pervicacia di chi ne rifiuta i presupposti minimi in nome di un confuso multiculturalismo.

Non è pensabile un’azione educativa che debba soggiacere ai limiti imposti dalla suscettibilità, dalle credenze, dalle consuetudini, dall’ arroccamento di ogni diversa etnia o cultura. Tutto ciò che non può essere ricondotto ad un patrimonio comune, che non è utile alla comunicazione o alla comprensione reciproca, ciò che parte dal presupposto di una superiorità o diversità o elezione divina, deve rimanere fuori dalla scuola. In una riforma seria, ad esempio, la questione dell’insegnamento religioso non dovrebbe neppure essere presa in considerazione.

La riscoperta e la valorizzazione delle radici non vanno comunque intese come baluardo nei confronti delle culture altre che oggi premono da ogni lato, e chiedono spazio ed evidenza. Possono costituire invece un antidoto alla coazione al diverso e allo strano, alla tendenza a distruggere le identità del passato per dissolversi in una non identità, in una nebulosa indistinta, nella quale in realtà si finisce per dare la caccia a ciò che invece conosciamo e che ci rassicura (nell’ambito scolastico l’esempio più vistoso può essere costituito, ad esempio, dalla rituale gita di istruzione, con gli studenti protesi, quale che sia la meta, alla spasmodica ricerca del Mac Donald). A patto, naturalmente, di non risolversi in deliranti rivendicazioni localistiche, o nella barzelletta dell’insegnamento scolastico del dialetto.

  • A complemento e a sfondo di tutto questo, della cultura del dovere, della conseguente nuova etica del lavoro, della riscoperta delle radici, va promosso il gusto della sobrietà. Qui la sfida si fa particolarmente dura, perché occorre in pratica preventivamente diseducare gli allievi (e prima ancora i docenti) rispetto ai modelli di comportamento odierni. I valori, o meglio, i disvalori che stanno alla base di questi modelli sono quelli dell’effimero, dell’apparire, della coazione al consumo fine a se stesso. Ed è estremamente difficile oggi, dopo almeno un secolo di condizionamento, non solo invertire la rotta, ma anche soltanto tracciare e indicare dei confini tra ciò che è superfluo e ciò che è essenziale. È vero che provvederà la realtà stessa, attraverso la crisi in atto, a ridimensionare i consumi superflui; ma ciò avverrà solo in termini quantitativi. Il compito che si pone alla scuola, e solo alla scuola, perché le altre agenzie formative sono tutte vincolate alla logica del modello iperproduttivistico e iperconsumistico, ne sono in pratica il portato e i portavoce, è quello invece di educare ad un “gusto” della sobrietà, di farne riscoprire la naturalezza e i piaceri, attraverso il recupero di quel tempo, di quegli interessi e di quei rapporti che la corsa al superfluo ci sottrae. L’educazione all’essenziale deve essere indirizzata alla conquista di una autonomia del significato esistenziale, della capacità di riempire la vita delle cose che vi portiamo noi, in luogo di ciò che viene riversato dall’esterno e che è soltanto il surrogato virtuale di quello cui rinunciamo.

E sono molti i valori dei quali, attraverso una mentalità e una impostazione didattica diversa, può essere promosso il recupero. Il piacere, ad esempio, di contare su amici veri e di coltivare l’amicizia, invece di collezionare contatti sulla rete; l’orgoglio della lealtà e della correttezza nei rapporti, da praticare e da pretendere, di contro al pressapochismo e alla prevaricazione trionfanti; la consapevolezza di essere vivi anche senza apparire televisione; l’appagamento offerto dalle cose a lungo desiderate, e conquistate con fatica, che diventano un possesso e non un consumo; il gusto di conoscere in profondità il mondo che ci circonda, anziché l’obbligo di coprire distanze e spaziare in superficie per il globo. Non si può continuare a liquidare queste cose come frutto di retorica deamicisiana, e recriminare poi sul dilagare del bullismo e della maleducazione.

L’educazione alla sobrietà è sostanzialmente educazione alla responsabilità. Sposta l’accento dai consumi forti per pochi (che vengono tra l’altro pubblicizzati proprio come “esclusivi”, ma sono in realtà solo escludenti) a quelli essenziali per tutti. Questo consentirebbe comunque di mantenere un accettabile livello produttivo e occupazionale (perché non si può sensatamente pensare di ridurre più di tanto la produzione e le attività lavorative ad essa legate), di ripristinare gli equilibri psico-fisici oggi compromessi (si pensi alle diete troppo ricche di proteine, che oltre a implicare costi energetici di produzione enormi hanno una ricaduta devastante, in termini individuali – obesità, patologie tumorali, ecc… – e sociali) e di salvaguardare o restaurare quelli naturali.

Sobrietà significa infatti in sostanza tornare a godere di quel che si ha attorno, e quindi a pretendere di avere attorno qualcosa di vivibile: e questo implica comportamenti responsabili nei confronti della natura, diminuzione degli spostamenti turistici, riduzione dei consumi energetici. È un circolo virtuoso quello che si può innescare. Facendo attenzione naturalmente a non cadere negli equivoci dell’integralismo ecologista, che è caratteristica dei privilegiati e che ha in genere la durata e lo spessore di una moda stagionale.

  • Sobrietà significa infine assunzione di responsabilità nei confronti delle generazioni future. Nella disperata ricerca di senso che viviamo, e di cui si straparla sin troppo senza affrontare mai rischio di suggerire risposte, questa potrebbe già essere una. Probabilmente a livello cosmico il fatto che la nostra specie sopravviva o meno non fa alcuna differenza: ma lo fa per noi, a livello biologico, di egoismo genetico. Se una qualche immortalità possiamo desiderare e sperare, passa attraverso la specie. È una scommessa perduta in partenza, perché sappiamo che anche la vita della specie, o addirittura l’esistenza del pianeta, se non quella del cosmo, è a termine: ma è l’unica che siamo realisticamente in grado di fare con una prospettiva di un certo respiro, a meno di clamorosi e catastrofici accidenti. E l’unica che siamo in grado di proporre, come scopo e senso, ai nostri allievi, anche perché ha una visibilità ed una applicabilità universale ed immediata. Tutti possono esserne protagonisti, tutti possono fare immediatamente qualcosa per salvaguardare il loro futuro personale e quello dei loro geni. La cultura della responsabilità è quindi cultura del protagonismo, del non chiamarsi fuori, del non crearsi alibi: una cultura della vita activa, in cui tutti partecipano con un peso uguale ai destini dell’umanità intera. È la forma più vera di democrazia diretta, che passa prima attraverso la coscienza, e poi può eventualmente esprimersi anche in forma istituzionale, senza che questa ultima ne sia però il fine e l’attuazione.

E qui mi fermo, perché l’ho già tirata sin troppo in lungo e perché potrei comunque andare avanti per altrettanto tempo senza minimamente esaurire l’argomento. Va da sé che tutto ciò di cui sino ad ora abbiamo parlato ha poco o nulla a che vedere con la riforma o con la manovra in atto. Un ministro, un governo non possono dettare una nuova filosofia dell’educazione, possono al più, nel migliore dei casi, recepirla qualora esista e sia già sufficientemente chiara e condivisa almeno da chi opera nel campo dell’educazione. Cosa che nel nostro paese non è, e che rende in sostanza ingeneroso rimproverarne ad un esecutivo l’assenza. Questo per dare a Cesare quel che è di Cesare, a prescindere dalla ragionevolezza e dalla praticabilità delle scelte che quell’esecutivo sta portando avanti. Ma c’è dell’altro: sono convinto che il malessere che serpeggia nella scuola, che dura da almeno trent’anni e si è manifestato precocemente persino rispetto ad altri settori più “evoluti”, abbia tardato ad essere letto per quello che veramente significa, da noi come nel resto del mondo, proprio per le resistenze ideologiche dello schieramento progressista, di chi cioè ha sempre presunto di possedere e di utilizzare i sensori più sofisticati. Il perché di queste resistenze lo abbiamo già visto. La scuola moderna è il fiore all’occhiello del progressismo, lo strumento e l’esito più eclatante dell’ideologia del progresso: e lo spiazzamento attuale non è frutto di un semplice ritardo nella manutenzione, ma prefigura una sua vera e propria uscita di scena, una perdita secca di significato. Di fatto, dicevamo, la scuola moderna è inadeguata alla società postmoderna: e ormai si tratta di affrontare non un ammodernamento, ma un postmodernamento, e non basta sostituire i Promessi Sposi con i libri di Benni per rimettere in moto e in efficienza la macchina.

Perché allora ho parlato, all’inizio, di uno spirito di resa? Perché paradossalmente la riforma Gelmini sembra prendere le mosse dalla comprensione di tutto questo. Sembra soltanto, intendiamoci, perché da un lato fa appello alla necessità di potenziare i saperi di base, ma non mostra poi alcuna intenzione seria di ridefinire per questi ultimi contenuti e metodologie: sembra cogliere il nocciolo del problema docenti, ma si limita a cercare di risolverlo coi tagli quantitativi; e ancora, riprende la didattica per moduli, ma costringendola in una gabbia curricolare che nella sostanza ne vanifica le potenzialità innovative.

In realtà, la riforma Gelmini accetta l’idea che la scuola, così com’è, come l’abbiamo sempre conosciuta e come potrebbe diventare con tutti i ritocchi possibili e immaginabili, non ha alcun senso, che i saperi trasmessi sono assolutamente inadeguati e poco funzionali. Ma dopo aver fatto un giro largo, e aver sforbiciato rami e rametti a destra e a manca, allarga le braccia e ci dice: signori miei, sentite un po’, arrangiatevi.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Straniero in una scuola straniera

di Paolo Repetto, 2009

Se non vuoi affrontare un problema la soluzione più spiccia (e la più diffusa nel nostro costume nazionale) è negare che il problema esista. Ma si può anche andare oltre, arrivare ipocritamente a sostenere che anziché di un problema si tratta di una risorsa.

È esattamente ciò che accade oggi nella scuola quando ci si confronta con la presenza degli allievi stranieri. Le fette di political correct con le quali ci copriamo gli occhi sono diventate così spesse da consentirci di definire “risorsa” ogni situazione problematica, il che riesce doppiamente offensivo, perché in fondo maschera dietro la prospettiva di uno sfruttamento positivo il fatto che i ragazzi non sono “risorse”, ma individui (e quelli stranieri sono individui che vivono singolarmente una particolare condizione di disagio), e perché non rispetta, negando il riconoscimento di una problematicità, coloro che ne sono portatori.

Con queste premesse è evidente che tratterò il rapporto tra la scuola e gli allievi stranieri come problematico. Che poi da una criticità si possa anche ricavare qualcosa di buono, nel mentre la si affronta e soprattutto se e quando la si supera, mi sembra ovvio. Si impara qualcosa anche battendo la testa contro uno stipite, la prossima volta ci si abbasserà: ma la situazione attuale mi sembra più paragonabile ad una emicrania che ad una zuccata, e dalle emicranie si impara molto poco. C’è un disagio che cresce lentamente ma inesorabilmente, non un trauma violento che tra qualche tempo sarà assorbito e dimenticato.

La verità è che ci siamo trastullati per un sacco di tempo a fingere (quegli apparati che avrebbero dovuto normare l’afflusso) e ad idealizzare (gli operatori, o almeno quelli un po’ più motivati, che non hanno subito liquidato il fenomeno con un “ci mancavano anche questi!”), a inventare belle enunciazioni di principi e buone pratiche. Ma oggi ci rendiamo conto che la situazione è quasi ingestibile su un piano logistico e soprattutto che è diventata ingovernabile sotto il profilo della chiarezza dei rapporti. Cercherò di riassumerla in poche righe e di sintetizzare le diverse tipologie di reazione che ha suscitato.

In Italia ci sono attualmente 6 milioni di stranieri, cioè di persone non nate nel nostro paese o figlie di persone non nate nel nostro paese. Sono rappresentate una cinquantina di etnie diverse, provenienti dai quattro angoli del mondo: Asia, Africa, America Latina, Europa orientale. Queste persone sono portatrici di tradizioni, di costumi e di religioni diversissimi, spesso in aperta contrapposizione, e a differenza di quanto avveniva sino a due decenni fa non sono affatto disponibili ad abdicare al loro passato per assimilarsi ai costumi e alla cultura occidentale (non sto dicendo che dovrebbero esserlo, sto constatando che per vari motivi, che non possiamo approfondire in questa sede, un tempo lo erano e ora non più). Alcune di queste etnie, magrebini, latinoamericani, romeni, cinesi, ecc… hanno raggiunto una consistenza numerica tale da costituire vere e proprie comunità autonome, all’interno delle quali si perpetuano regole, lingua, costumi, stile di rapporti sociali e familiari del paese d’origine, con una certa tendenza, tipica dell’atteggiamento di autodifesa delle comunità di minoranza, ad una professione identitaria “integralista”.

Una fetta consistente di questi 6 milioni, circa un quinto, sono bambini, adolescenti e giovani in obbligo scolastico o in età comunque scolare. Una parte sono nati in Italia, e in teoria non dovrebbero incontrare grossi problemi linguistici o culturali: in realtà non è così, perché a casa o nel quartiere, in seno alla loro comunità, questi ragazzi parlano normalmente la lingua nativa familiare, l’italiano è per loro una seconda lingua, vivono un certo tipo di cultura dei rapporti e da questa sono influenzati e condizionati (soprattutto ne sono condizionate, molto controvoglia, le ragazze). Per coloro che in Italia sono arrivati già in età scolare i problemi sono naturalmente ben maggiori. Oltre alle difficoltà linguistiche vivono infatti anche il trauma dello sradicamento. Per gli uni e per gli altri, marcatamente più per i secondi, c’è di norma alle spalle una situazione economica precaria, molto spesso un nucleo familiare inesistente o quasi. Le famiglie stesse mostrano nei confronti della scuola, a seconda delle etnie, una differente disposizione, che va dalla quasi assenza dei latino-americani alla presenza quasi ossessiva dei mussulmani, ad una aspettativa forte di integrazione e di riscatto sociale da parte degli immigrati dell’est europeo, fino ad una sorta di invisibilità da parte degli estasiatici.

Queste condizioni oggettive e questi diversi atteggiamenti si scaricano sulla scuola, ed è indubbio che pesino sulla possibilità e sulla velocità dell’integrazione. Ma il fattore determinante di criticità non è costituito in realtà dalla lingua, e neppure dal disagio economico. Questi sono problemi che, allo stato attuale delle cose, possiamo considerare comuni: fatte le debite proporzioni, la precarietà economica e familiare interessa tutti o quasi i nostri studenti, così come la scarsa dimestichezza con la lingua. La scuola in qualche modo li ha sempre affrontati, fino a quando si sono mantenuti al di sotto di una certa soglia quantitativa.

Il vero scoglio è un altro. Sta nel fatto che il superamento della soglia critica non è stato solo quantitativo. Hegel diceva che se perdi due o tre capelli sei uno che perde capelli, se li perdi tutti sei un calvo: a significare che i fenomeni quantitativi, al di là di un certo limite, diventano qualitativi. Nel nostro caso la criticità qualitativa è stata determinata dal costituirsi di comunità etniche o culturali abbastanza forti da raccogliere, controllare e isolare il più possibile nei confronti dell’esterno i singoli individui. Quello che era all’inizio un compattamento spontaneo di autodifesa ha assunto in breve tempo le caratteristiche di un padrinaggio, che si esprime in forme diverse, dalla protezione forzosa all’integralismo religioso, ma sortisce comunque lo stesso esito: quello di rendere sempre più improbabile l’ipotesi di una pacifica coesistenza “multiculturale”. Alla pressione crescente all’interno delle diverse comunità corrisponde infatti la rivendicazione più o meno esplicita verso l’esterno di “statuti speciali”, contrabbandata sotto le insegne del rispetto delle diverse tradizioni e culture, ma in realtà mirante ad alzare tra le stesse delle barriere in ingresso e in uscita.

La richiesta di uno statuto speciale può essere avanzata quando si ha una forza contrattuale strategicamente acquisita (il controllo di interi quartieri, ad esempio), ma solo se si ha di fronte un interlocutore disposto quanto meno ad ascoltarla. Nel nostro caso abbiamo uno stato, una società civile, una cultura che hanno elaborato nell’ultimo mezzo secolo un atteggiamento passivamente “tollerante”, figlio a dire il vero più del pensiero debole che di una reale consapevolezza, e che sconta un più o meno sincero senso di colpa per il passato (e il presente) coloniale. È una situazione in linea teorica positiva, perché prevede l’accettazione su un piano di pari dignità delle ragioni altrui, ma all’atto pratico estremamente complessa, perché la pari dignità deve appunto poggiare su un piano, e rispetto a quest’ultimo c’è un sacco di confusione.

Vorrei ribadire che in queste considerazioni non c’è alcun giudizio di valore. Non parto dal presupposto che la cultura ospitante sia superiore a quella degli ospitati, ritengo legittime dal punto di vista di questi ultimi le loro rivendicazioni, probabilmente le farei mie se fossi dall’altra parte. Ma deve anche essere chiaro che se si conosce un po’ la storia e se ne sono capiti i meccanismi non si ragiona sulla base dei sensi di colpa, perché questo gioco, andando all’indietro, ci riporterebbe sino ad Adamo ed Eva, o addirittura a un Dio che ci ha malignamente fregati con la tentazione; e che un atteggiamento aperto e tollerante non deve per forza implicare un relativismo rinunciatario o possibilista rispetto all’affermazione dei valori essenziali della vita, della libertà e della dignità.

Andiamo ora a considerare come questa situazione si rifletta sulla scuola, e a valutare se rispetto agli allievi stranieri esistano strategie di inclusione non dico risolutive, ma almeno parzialmente applicabili ed efficaci. Partiamo dagli atteggiamenti che la scuola ha sperimentato sino ad oggi, in assenza di reali indirizzi dall’alto che non fossero banalissime “indicazioni per l’accoglienza”, all’interno delle quali per un certo periodo era vietato persino l’uso del termine “integrazione”, considerato politicamente scorretto, mentre oggi è stato riabilitato e va per la maggiore.

  1. la prima fase è stata quella della sorpresa. Arrivano in tanti, tutti assieme, di colpo, e non siamo attrezzati a riceverli. Trionfa l’arte di arrangiarsi, si parcheggiano albanesi e magrebini nelle classi iniziali dei vari cicli aspettando che si sveglino e imparino un po’ di italiano. Li si traghetta bene o male fino alla terza media, poi fuori. Tutto sommato ha funzionato, soprattutto con gli albanesi.

  2. la seconda fase è stata quella della ideologizzazione. È lì che è nata la palla delle “risorse”. Lo straniero va accolto ed accudito, stando attenti a non “integrarlo”, che è una brutta cosa. Sotto sotto c’è una forma micidiale di razzismo, subdolo perché “di sinistra”, in base alla quale non c’è bisogno di forzare perché sarà poi il “barbaro” a capire qual è il sistema migliore, e a sceglierlo, o addirittura a scegliere gli aspetti migliori del sistema. Si normalizzerà, insomma.

C’è anche la versione più spinta, quella dell’antioccidentalismo degli occidentali: finalmente arriva qualcuno a portarci modelli di vita più genuini, costumi più sobri, maggiore equità e solidarietà sociale. Un sacco di gente, e non solo terzomondisti laici o religiosi e new agers di complemento, ma anche operatori scolastici seri, preparati e motivati, ha cavalcato questa onda.

  1. La terza fase, quella attuale, è dominata da una “de-ideologizzazione” altrettanto razzista, anche se apparentemente meno stupida. Il modello è: accogliamoli cercando di far meno danni possibile (quote per classe), applichiamo criteri valutativi diversificati che consentano di non doverli tenere a scuola sino a trent’anni e offriamo loro la possibilità di coltivare la loro lingua e la loro cultura (tradotto: lasciamoli cuocere nel loro brodo).

A parte l’evidente assurdità di proposte come quella di coltivare le diverse lingue native a scuola (cosa si fa, si istituiscono corsi di 10 lingue per ogni classe? Si formano classi monoetniche?) che è paragonabile solo all’altrettanto idiota proposta dell’introduzione dell’insegnamento del dialetto, si consente in questo modo alla comunità esterna di mettere il becco anche all’interno di quello che dovrebbe essere l’unico santuario contro i condizionamenti e le costrizioni nei confronti dei singoli. Il “coinvolgimento attivo” delle diverse comunità, alla luce della situazione reale e alla faccia dei buoni propositi e delle feste etniche, non può che produrre ulteriori problemi.

Il primo è di carattere logistico: come la mettiamo ad esempio col rispetto delle festività varie (il sabato ebraico, il ramadan musulmano, ecc…), della diversa percezione degli orari, dei cibi tabù da evitarsi nelle mense scolastiche per non offendere la sensibilità, dei simboli di ogni sorta che possono essere considerati offensivi, delle diverse tradizioni nell’abbigliamento, ecc.? È evidente che i ritmi attuali della scuola, come del resto quelli di tutte le altre attività, economiche, politiche, culturali, sportive, ecc… sono ancora scanditi da festività, ricorrenze, anniversari tutti riferibili alla cultura cristiana e alla storia del nostro paese o dell’occidente in genere, dal Natale al Primo Maggio. Ma intanto la gran parte di queste ricorrenze affonda le sue radici in epoche antecedenti la liturgia cattolica o la storia sociale recente, nelle quali le scansioni erano dettate dal succedersi delle stagioni e delle attività connesse: e quindi si potrebbe dire che hanno una base naturale, un’origine “laica” legata alla natura particolare dei luoghi, del clima e dei modi di produzione, e come tale universalmente condivisibile. Inoltre è già in atto, a partire dalle attività economiche, una “laicizzazione” dei ritmi che non guarda in faccia a nessuna tradizione culturale, e crea semmai il problema opposto, perché sacrifica alla ragione economica ogni altra considerazione. Mentre noi ci poniamo il dilemma del se e del come dare spazio alle tradizioni altrui, quelle indigene sono tranquillamente buttate o stravolte, e non all’interno di un illuministico processo di razionalizzazione, ma all’insegna di una semplice e brutale profanazione.

Il secondo punto è che in questo modo vengono come al solito addossati alla scuola problemi e attribuiti ruoli e significati che in realtà non sono di sua competenza, o sono di sua competenza solo nella misura in cui li può gestire in piena autonomia, senza condizionamenti esterni.

E questo ci porta finalmente al nocciolo. La questione non concerne in realtà gli stranieri, ma investe la scuola nel suo complesso, o meglio la definizione della sua identità, della sua funzione e dei presupposti minimi per un suo corretto funzionamento. Va chiarito in sostanza quali aspettative famiglie ed allievi debbano nutrire nei suoi confronti e quali la scuola deve avere nei confronti di chi la frequenta. Occorre farlo perché nell’attuale confusione ci sta tutto e il contrario di tutto, mentre a volerlo il discorso sarebbe molto semplice, soprattutto se tornassimo ad usare i termini nel loro significato più quotidiano e immediato, anziché in quelli virgolettati del tecnicismo pedagogico, docimologico e ministeriale.

Mi spiego: la scuola deve proporre a chi la frequenta (e non “fornire agli utenti”; agli “utenti” si forniscono gas, acqua o energia elettrica) strumenti per sviluppare competenze. Questi strumenti sono costituiti essenzialmente dalle conoscenze, ma anche da esperienze di rapporti, da una crescente responsabilizzazione, da stimoli al confronto, da tutto ciò insomma che induce un arricchimento spirituale e un consolidamento del carattere. Le competenze sviluppate possono poi essere giocate su vari fronti, da quello professionale a quello dei rapporti civici o privati, ma devono essere accomunate in queste declinazioni da un’unica finalità, quella di una consapevolezza sempre più alta della propria dignità, e conseguentemente di quella altrui. Ciò significa imparare a distinguere quello che è giusto fare da quello che non lo è, sulla base dell’elementare precetto del non fare agli altri quello che non si vorrebbe fosse fatto a noi, e di dare agli altri quello che vorremmo ci fosse dato; imparare che il valore di quello che facciamo sta nel modo in cui lo facciamo, e che quindi lo determiniamo noi, con la nostra coscienza e la nostra volontà; arrivare in definitiva a compiere scelte davvero autonome, ed accettarne la conseguente responsabilità.

Per imparare tutto ciò non sono necessari né la fede religiosa né i convincimenti politici, non sono determinanti i ruoli sociali o i livelli economici, non c’entrano le tradizioni, ecc… La dignità viene prima di ogni determinazione, anzi, ne prescinde. Per accedervi, o meglio ancora per riconquistarla, visto che una embrionale coscienza di ciò che ritengono per se stessi accettabile e dignitoso è comune a tutti gli umani, è paradossalmente più necessario sottrarre che sommare. Piuttosto che rivendicare un’eguale rilevanza per tutte le culture parrebbe oggi importante affermare l’eguale irrilevanza di tutte le sovrastrutture culturali rispetto a quella coscienza.

Ciò di cui sto parlando si chiama semplicemente laicità. Si tratta di quel principio di autonomia per il quale qualsiasi attività legittima, che non ostacoli o renda impossibili le altre, deve potersi svolgere secondo regole proprie, senza imposizioni o condizionamenti dall’esterno. L’educazione alla dignità è un’attività non solo legittima, ma doverosa, e non possono essere invocate contro di essa le eccezioni del relativismo, per cui ogni cultura ne dà una sua diversa interpretazione. Se correttamente intesa, la dignità può costituire il minimo comune denominatore per l’incontro tra le culture, e diventare al tempo stesso il massimo patrimonio condiviso: ma può, naturalmente, quando e solo se la sua affermazione sia libera da ogni condizionamento. Quando cioè sia garantita all’origine da una reale condizione paritaria, che consenta a ciascuno di sentirsi a livello di tutti gli altri e lo induca a considerare gli altri al proprio.

Credo fermamente che questa condizione, ovvero un rapporto tra soggetti che godono di pari opportunità di crescita, possa essere offerta oggi soltanto dalla scuola. Ma essere sullo stesso piano significa, oltre che avere gli stessi diritti, riconoscere ed accettare la necessità di uguali doveri, ovvero delle stesse regole: che hanno da essere poche, semplici, chiare, ma debbono esserci, così come in qualsiasi forma di interrelazione umana. Le attività sportive si prestano benissimo ad esemplificare ciò che voglio dire: il divertimento e la gratificazione che ne derivano sono infatti totalmente legate al rispetto delle regole di gioco. Non sto parlando di risultati o di punteggi, che attengono ad un’altra dimensione. Sto dicendo che dietro qualche centinaio di tennisti professionisti che giocano sui campi di Wimblendon ci sono centinaia di milioni di appassionati che lo fanno tutti i giorni senza alcuna speranza di entrare nel racing mondiale, e la metà di coloro che giocano sono sconfitti, senza che questo li induca immediatamente a smettere: perché in realtà ciò che interessa loro è giocare, confrontarsi con se stessi oltre che con l’altro, e l’antagonista lo rispettano, che vinca o che perda, purché lo faccia secondo le regole.

Le regole non concernono direttamente la qualità del gioco (nel caso della scuola, la sostanza delle conoscenze trasmesse); sono la formalizzazione dell’accordo che rende possibile giocare (nel nostro caso, trasmettere dei saperi). Ora, persino all’interno della metafora sportiva sappiamo che tutto questo è vero solo in teoria, e più che mai è tale nella scuola: se stendo un binario o traccio una strada, pur non condizionando totalmente la velocità, o la scelta della fermata, o quella del mezzo stesso, impongo pur sempre una certa direzione. Allo stesso modo le regole di una istituzione educativa saranno necessariamente il frutto, il distillato di quella particolare cultura che dell’istituzione si serve per perpetuarsi e per accrescersi. E se anche di volta in volta dovranno adeguarsi alle nuove condizioni create dal confronto con altre culture, non possono scendere sotto una certa soglia di rigidità, pena la dissoluzione totale.

È rispetto a questa soglia dunque che occorre avere idee un po’ più chiare, e applicare quella laicità alla quale mi appellavo sopra. Le regole, pur essendo come si diceva il frutto di una certa cultura, non devono discendere da alcun particolare credo o convincimento: devono attenere alla funzionalità e alla correttezza. Non può essere una regola, almeno nella scuola di stato, quella della preghiera da recitarsi all’inizio delle lezioni, mentre lo è quella di arrivare in orario, di frequentare con continuità, di non disturbare le lezioni, di non danneggiare strutture o arredi, di non molestare o insolentire compagni, di usare un abbigliamento decente. E fin qui, sembrerebbe di rimanere nell’ambito dell’ovvio. Ma la nuova situazione le rende un po’ meno ovvie. Prendiamo ad esempio l’abbigliamento. È da consentirsi l’uso del burka, in omaggio al rispetto per una cultura altra? E se lo è, perché allora non dovrebbe essere accettabile indossare minigonne o top miniaturizzati, in omaggio all’uso corrente tra i giovani nella nostra? O ancora: è consentito tenere copricapo di varia foggia? E se no, come la mettiamo con i turbanti dei Sikh? E perché questi ultimi dovrebbero rinunciare ai loro pugnali? Sembra che stia parlando solo di bazzecole, ma ancora una volta la somma delle bazzecole ci parla di una concezione totalmente diversa dei rapporti, dei ruoli, della socialità.

Non voglio proseguire oltre con le esemplificazioni, perché non è questione di normare ogni singolo comportamento o aspetto della vita e dell’interrelazione scolastica: si finirebbe per scadere nell’assurdo, cosa peraltro che sta già accadendo, che accade anzi ogni volta che viene posto un nuovo problema rispetto a usi, comportamenti, sensibilità da non offendere, ecc… C’è un solo modo per evitarlo, ed è la riconduzione di tutto ad una serie di regole della casa uguali per tutti, basate su un buon senso minimo, che facciano della scuola davvero quell’oasi autonoma all’interno della quale il confronto e il gioco delle culture diventi possibile. Delle “culture”, però, ovvero dell’essenza davvero caratterizzante, e condivisibile, di ogni forma di civilizzazione: e non di tutte quelle derive ideologiche o integralistiche o politiche o opportunistiche che ogni cultura purtroppo si trascina appresso. Tutto questo dalla scuola deve rimanere fuori: dentro i vangeli, fuori le chiese. Solo sui primi è possibile il confronto, e non tanto sulle risposte che offrono, quanto sulle domande che pongono. La scuola è il luogo dove si dovrebbe imparare a porsi correttamente le domande, il che già risolverebbe il problema delle convivenze e delle compatibilità, perché consentirebbe di poggiare i piedi sull’originario terreno comune, quello degli identici bisogni, delle identiche paure, speranze ed esigenze di senso dalle quali in ogni tempo e luogo ha mosso e continua a muovere l’umanità. Dovrebbe fornire anche soccorso nella ricerca delle risposte: ma non è tenuta a fornire risposte di alcun tipo. Chi desidera trovare queste ultime già confezionate non ha che da scegliere, fuori. L’offerta è immensa. A chi intende invece farsi il suo percorso in autonomia, educare in sé la capacità di valutare e scegliere e la forza di assumersi delle responsabilità, la scuola deve dare modo di farlo in un ambiente non neutro ed asettico, ma rispettoso della dignità del singolo, del diritto che non spetta né per natura né per appartenenza o nascita, o paradossalmente addirittura per differenza, ma che ha da essere individualmente conquistato.

In questo senso la scuola non deve garantire diritti: deve garantire le condizioni perché maturi la coscienza del diritto, e queste condizioni non possono prescindere dalla coscienza e dall’assunzione del dovere. Il diritto allo studio è un diritto a studiare, non genericamente a frequentare le aule scolastiche: e si accompagna in automatico al dovere di consentire anche ad altri di farlo, rispettando tutte le regole che sono garanti delle condizioni necessarie per lo studio.

Che c’entra tutto questo con gli stranieri? mi si obietterà. È semmai un discorso che vale per tutti. Appunto. Proprio perché dovrebbe valere per tutti, e già si stenta a farlo passare, non dobbiamo metterci nella condizione di operare dei distinguo e delle eccezioni, se non vogliamo far saltare l’intero l’impianto. È necessario, ripeto, limitare il più possibile ogni condizionamento esterno. Che non significa vivere sulle nuvole, creare campane di vetro o fingere che la realtà attorno non esista, ma frapporre un filtro che consenta di leggere criticamente questa realtà, di non considerarla come ineluttabile.

Non sto dicendo nulla di nuovo. È il ruolo che la scuola ha svolto da sempre, pur senza esserne investita. La trasmissione stessa di conoscenze, che è una consacrazione della realtà, si è tradotta in ogni epoca in educazione di competenze critiche, e quindi in una dissacrazione. È un ruolo che deve continuare a svolgere, oggi più che mai, perché ad educare al consenso si dedicano già con fervore una miriade di altre fonti: ma per farlo deve difendere con i denti la sua autonomia, anzi, deve conquistarsene una che non ha, e può cominciare proprio dal modo in cui affronterà il problema stranieri.

Ecco, magari in questo senso, se ci imporremo di considerare i nostri studenti come individui, e non come “portatori di culture”, nostra o altre che siano, potrebbero davvero rivelarsi una “risorsa”.

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Grazie per la risposta. ✨

La semplice arte del colore

Sergio Fava I colori e le forme - Copertinadi Paolo Repetto, 2009, dall’Album “Sergio Fava. I colori delle forme

Parto dal catalogo. L’approccio non è molto ortodosso, ma ho le mie ragioni, e poi immagino che poche cose lo saranno in questo mio intervento: quindi, tanto vale. Intendiamoci: la mostra l’ho visitata, ho ammirato le opere dal vivo e ne ho ricavato un’impressione forte. Forse avrei potuto lavorarci a caldo, giocare con quella che Benjamin chiamava “l’aura” e con le suggestioni dell’immediatezza: ma non è il mio mestiere, le suggestioni non le so trasmettere e in fondo preferisco tenerle per me. Per questo ho scelto di lasciarle decantare per qualche giorno e di verificarle poi, sfogliando il catalogo, sfidando quell’effetto “farfalla sotto vetro” che ogni riproduzione, anche la più perfetta, induce.

Funziona. L’impressione è confermata, vince la prova della distanza fisica dall’opera: in più ora sono in grado di andare oltre la pura sensazione, di ragionarci sopra. Il problema sarà a questo punto quello di tenere in riga le idee; e qui, conoscendomi, non garantisco nulla.

La prima riflessione riguarda proprio il metodo, cioè la scelta di una “lettura” meditata. È curioso, perché rispetto alla dimensione artistica (in particolare alle arti figurative) mi sono quasi sempre limitato all’impatto emotivo – del tipo, per capirci, mi piace/non mi piace. È anche piuttosto spiazzante, perché proprio quell’atteggiamento, giustificato da una oggettiva povertà di strumenti critici ma anche un po’ compiaciuto, mi ha consentito sinora di sospendere il giudizio rispetto a ogni espressione o tendenza dell’arte contemporanea e di lasciare libero corso alle reazioni emotive (non lo capisco, ma mi piace): e soprattutto di coltivare in pace una elementare passione per il calligrafismo (cose tipo i fumetti di Toppi, gli illustratori fine ottocento/primi novecento, Hokusai e gli artisti cinesi e giapponesi) e la pittura di paesaggio (quella ottocentesca, nordica e di montagna). Niente di impegnativo, tutto filava chiaro e semplice.

Adesso, invece, davanti alle riproduzioni dei dipinti di Sergio Fava mi rendo conto di non poter liquidare come un effetto epidermico la particolare sintonia che ho avvertita da subito. Queste immagini, il ripetersi delle emozioni che avevo provato nel visitare la mostra, mi costringono ad ammettere che il mio rapporto con l’arte non è poi così spregiudicato, che al contrario è condizionato da modelli interpretativi quantomeno complessi. Insomma, non è così vero che un’opera “mi piace e basta”. In realtà “mi piace, perché …”, e quel perché, una volta portato allo scoperto, può riservare sorprese, fare a cazzotti con la pretesa naïveté. Nel contesto di questa chiacchierata il problema si porrà rispetto alle tendenze moderne e contemporanee, dall’astrattismo all’informale; ma avrebbe senso anche procedere a ritroso e verificare ad esempio perché mi piacciono i fiamminghi del cinquecento e non quelli di un secolo dopo. Magari poi la contraddizione tra impatto immediato e rivisitazione ragionata è più apparente che reale, magari non c’è. Questa mi pare un’ottima occasione per verificarlo.

Se ho idee alquanto approssimative sull’arte, ne ho invece alcune ben definite riguardo la storia. Credo che la “Storia” per eccellenza sia quella naturale, e che ogni aspetto di quella che potremmo definire storia culturale, ovvero storia della specie umana, cioè quello economico, quello politico, quello sociale, tutti gli ambiti insomma nei quali si può riconoscere una espressione specifica dell’uomo, compreso quello artistico, ne seguano il modello evolutivo. Il che può sembrare lapalissiano, ma ha invece un risvolto piuttosto ereticale. Significa infatti non accettare il presupposto sotteso a tutte le ideologie degli ultimi tre o quattro secoli e alle concezioni religiose di sempre, e anzi, fondante delle une e delle altre, che esista una cesura netta tra storia culturale e storia naturale; che dove comincia l’una abbia termine l’altra e che l’uomo sia diventato, o sia sempre stato, a seconda dei casi, qualcosa d’altro rispetto alla natura. In altre parole: non ho dubbi che la “cultura” sia un prodotto solo umano, talmente particolare e potente da condizionare per un effetto reversivo la stessa evoluzione naturale: ma sono anche convinto che i suoi meccanismi di innesco e di sviluppo siano né più né meno gli stessi che determinano il percorso naturale.

Riassumo per chiarezza il funzionamento di quest’ultimo. Il processo evolutivo (dove evoluzione non significa perfezionamento e nemmeno miglioramento, ma semplicemente passaggio più o meno graduale da una forma all’altra) della storia naturale si dispiega attraverso mutazioni e adattamenti. In sostanza, all’interno di una specie compaiono ogni tanto individui che per particolari combinazioni cromosomiche presentano caratteri nuovi. Tali caratteri possono essere appunto evolutivi, nel senso che aprono all’individuo che ne è portatore nuove chanches di sopravvivenza, quindi maggiori opportunità di riprodursi, e finiscono col tempo per imporsi: oppure, e questo avviene nella maggior parte dei casi, sono recessivi, cioè riducono le potenzialità di sopravvivere e di riprodursi di quell’individuo, quindi col tempo scompaiono. Dopo la comparsa di ogni nuovo carattere evolutivo c’è in genere un lungo periodo di adattamento, nel corso del quale appunto quel carattere si trasmette e si afferma (non sempre: qualche volta anche quello che sembrava costituire un vantaggio adattivo può rivelarsi solo temporaneo). L’adattamento è quindi la fase di normalizzazione della novità. Quella fase in cui la novità viene assimilata, sanata da eventuali controindicazioni o effetti collaterali, e diventa poco alla volta un carattere comune.

Questo processo, come dicevo, vale per la cultura allo stesso modo che per la natura. Nel processo culturale, nel nostro caso in quello artistico, assistiamo a momenti di rottura, di introduzione della novità, che si alternano ad altri di assimilazione e ricomposizione. Portatori del nuovo sono anche qui individui non conformi, dotati di caratteristiche anomale, che ricombinano in modo diverso il patrimonio di saperi e di abilità ereditato. Nella cultura questa anomalia genetica si chiama genialità, quando è evolutiva, mentre quando è recessiva, e accade molto più spesso, si chiama idiozia. Sempre di “geni” comunque si tratta.

Ora, è normale che la percezione di un processo focalizzi anzitutto i momenti di novità, di rottura, perché sono appunto quelli più visibili, caratterizzati da un movimento più evidente: ma questo non significa che si possano liquidare quelli dell’assimilazione come tempi morti, momenti negativi di stasi. Invece di norma accade proprio questo. Prendiamo come esempio il manierismo. La denominazione stessa ha una valenza negativa, rimanda all’idea di qualcosa di vuoto ed inutile, che non apporta alcunché di nuovo: è difficile che ci venga in mente che un fenomeno del genere è comunque importante, perché testimonia della diffusione della novità, della sua consacrazione come carattere adattivo. Anche i più recenti tentativi di recuperarlo ad una maggiore dignità artistica viaggiano tutti nella direzione dell’ “eppur si muove”, di una sua costrizione stiracchiata ed improbabile nella categoria della novità (e questo al di là del fatto che rientrino in una campagna di “valorizzazione” molto prosaica, alla Sgarbi per intenderci, con un occhio o forse tutti e due al mercato e al nuovo business delle mostre “evento”).

Da dove nasce questa ossessione del cambiamento? Perché non ci accontentiamo di leggere il fenomeno e di riconoscergli significato per quello che è, un assestamento, una condivisione sempre più allargata delle novità introdotte da pochi mutanti? Ragionando all’ingrosso direi che a indurci ad assumere come valore assoluto la novità è una concezione romantica dell’arte, discendente da quella concezione “romantica” della vita nella sua totalità di cui siamo da almeno due secoli totalmente impregnati, e che si manifesta, oggi più che mai, con l’anelito all’innovazione costante, alla velocità. Il nostro gusto è educato ormai ad inseguire costantemente il nuovo, o ciò che viene contrabbandato per tale; ma inseguire il nuovo significa di norma muoversi solo orizzontalmente, in velocità e in superficie. Significa anche perdere di vista quel paradigma naturale in base al quale solo una parte infinitesima delle mutazioni ha valore evolutivo, mentre tutto il resto è spazzatura genetica. (Non sarebbe male, invece, tenerlo ben presente: mi pare attagliarsi perfettamente, soprattutto oggi, al campo dell’arte.)

In sostanza abbiamo maturato la convinzione (che oggi si è tradotta in convenzione) che l’arte, ma in genere ogni espressione dell’umano che voglia dirsi “significativa”, debba avere a che fare con la discontinuità, vuoi che l’annunci, la produca o ne dia testimonianza. Ebbene, non è affatto così, e comunque non lo è sempre stato. Non dimentichiamo che sino a duecento anni fa il termine rivoluzione designava un movimento a ritroso, e chi introduceva un cambiamento si premurava per prima cosa di dimostrare che non era tale. L’ideale era semmai quello della restauratio. Ora, assumere a parametro della rilevanza artistica il coefficiente di novità significa scambiare il mezzo per il fine. Non è detto che ci sia un fine nell’arte, così come non c’è nell’evoluzione. Ma senz’altro ci sono dei risultati, e se il parametro fosse quello i vertici dell’espressione artistica sarebbero toccati dalle avanguardie, mentre persino i miei studenti sanno che nella stragrande maggioranza dei casi la rottura prodotta dalle avanguardie non si concretizza in una produzione di grande livello, e che l’importanza di queste ultime è connessa piuttosto al loro ruolo “storico” che ad un intrinseco “valore” artistico (non ci si dovrebbe esprimere in questi termini, probabilmente il “valore artistico intrinseco” non esiste, ma io rivendico la mia libertà di profano e credo che la semplificazione in molti casi aiuti a capire).

Le conseguenze dell’atteggiamento “romantico” sono facilmente intuibili. Si determina in primo luogo un paradossale fraintendimento dei concetti di “facilità” e di “originalità” rispetto all’opera d’arte. L’incondizionata riverenza per la novità ci sgrava della responsabilità di prendere partito, rende più comodo arrendersi ad un’opera di difficile interpretazione (ma anche produrla), purché “originale” nel linguaggio o nei materiali, che proprio come tale si pone in una sorta di zona franca, che fermarsi ad analizzare ciò che sembra scontato, ma qualche volta non lo è. Di fatto risulta assai più impegnativo apprezzare la scelta di un artista di percorrere strade già battute, ma con spirito e con occhi “originali. È più difficile perché per distinguere tra chi dice cose vecchie, o non dice assolutamente niente, con parole nuove e chi dice cose nuove con parole già usate occorre possedere una dimestichezza col linguaggio (i criteri di giudizio) e una capacità di discernimento delle cose (i valori di riferimento) che vanno pazientemente educate. La velocità non si sposa affatto con la paziente educazione, e questi strumenti di lettura rischiamo di perderli o li abbiamo già perduti.

Il venir meno di criteri e di valori conduce inevitabilmente ad una nuova forma di relativismo estetico: non più quello primitivo, e tutto sommato genuino, riassunto in “è bello ciò che piace”, ma quello prodotto dagli impianti di riciclaggio del postmoderno, quello del “nulla è oggettivamente bello (o vero), ma tutto può diventare interessante (e commestibile) – se noi decidiamo che lo sia”. Vale a dire, non esiste un canone estetico universale, in qualche misura connesso ad una oggettiva, biologica disposizione umana: il gusto è culturalmente determinato, condizionato dalla storia politica, sociale, economica, ma non da quella naturale. E, tra parentesi, il “noi” non sta ad indicare “tutti noi”, ma si riferisce essenzialmente alla confraternita degli interpreti e dei critici. Ora, pur senza ignorare che esistano dei capolavori di interpretazione della dimensione artistica, delle analisi che rivoltano opere e autori e correnti ed intere epoche come calzini e ne propongono aspetti rivelatori e assolutamente stimolanti, nutro una profonda diffidenza per la cosiddetta critica militante. Ho la convinzione che il barnum del postmoderno e delle trans e post avanguardie miri in fondo proprio a snaturare il concetto di gusto, negandone le invarianze biologiche e riducendolo ad una combinazione transitoria di fattori sociali e culturali. Il che, senza mezzi termini, significa “rieducare” alla cambogiana l’inclinazione estetica, renderla sempre più docile ad una manipolazione e ad uno sfruttamento gestiti in combutta dai diversi “addetti al settore”, critici, mercanti e pataccari vari (le telepromozioni “d’arte” sono solo l’aspetto più pacchiano, ma forse anche il più divertente e rivelatore, nella loro grossolana schiettezza, di tutta l’operazione).

Al contrario, e per fortuna, il fattore naturale è determinante nel gusto. Noi (inteso collettivamente, come specie umana) preferiamo certi colori, certi suoni, certe immagini, per una predisposizione genetica: allo stesso modo in cui tutti gli animali dimostrano, ad esempio nelle scelte di accoppiamento, una sensibilità particolare per certe forme, per certi suoni, per certi odori. L’individuo portatore di mutazioni, di novità, deve avere qualcosa “in più” per garantirsi il successo riproduttivo: non è sufficiente che abbia qualcosa di diverso (anzi!). In natura il canone esiste, eccome. Esistono senza dubbio anche le variazioni, ma nel solco di una certa linea. E quella linea è possibile riconoscerla. Non è un caso che la Golf, che esiste da cinquant’anni e aveva venduto milioni di esemplari molto prima che comparissero i personal computer e i telefonini, continui ad avere successo: il fatto è che sotto tutte le evoluzioni e le trasformazioni rimane riconoscibile la vecchia linea, e questo ci dà sicurezza. Cerchiamo come i bambini rassicurazione in ciò che si ripete, abbiamo “naturalmente” in sospetto la novità. Per questo conferiamo valore a ciò che resiste al tempo.

La terza conseguenza è invece proprio quella di svalorizzare un requisito che parrebbe essenziale dell’espressione artistica, la sua resistenza al tempo. Se il valore si esaurisce nella novità, è conferito solo o soprattutto dal tasso di originalità, certamente non ci può essere canone: la novità finisce di essere tale immediatamente, è intrinsecamente destinata alla rapida obsolescenza. E questo, per paradosso, induce una serializzazione che non è più quella manieristica, assuefazione lenta all’innovazione, ma è ormai quella industriale, digestione veloce del nuovo prodotto per fare immediatamente posto al prossimo. L’opera d’arte diventa insomma, da unicum capace di trascendere il tempo e la contingenza, il suo esatto contrario: prodotto seriale destinato ad uno sfruttamento intensivo e ad un consumo rapido (Warhol e Pinot Galizio insegnano, magari a prescindere dai loro intenti).

Questo mi sembra il punto: la novità irrompe nella storia e la muove, tanto in quella naturale come in quella culturale, ma il movimento deve trasmettersi in tempi lunghi e con sussulti leggeri, per non trasformarsi in sisma. Non si può convivere perennemente col terremoto, se non al prezzo di diventare nevrotici. Che è quanto ci sta accadendo. La nostra epoca paga lo scotto di una accelerazione innovativa costante, che lascia indietro una generazione ogni cinque anni e rende impossibile ogni assestamento.

L’ alternativa è fingere di essere scesi dal treno, invece che essere stati sbattuti fuori, e di incamminarsi a piedi con animo sereno. Vedremo passare meno brandelli di mondo, ma con un semplice moto degli occhi potremo averne una panoramica intera, e ferma. Potremo godere di un atteggiamento “classico”.

L’atteggiamento classico non persegue la novità, ma l’armonia. E l’armonia nasce da una disciplina, che nel canto e nella musica è disciplina delle voci e dei suoni, nella danza dei corpi, ecc… Nella pittura è evidentemente disciplina dei colori, del gesto che sta dietro i colori, delle scelte che stanno dietro il gesto. L’adattamento è per l’appunto, nella storia culturale come in quella naturale, disciplina della novità ed esplorazione di tutte le potenzialità che questa racchiude. La novità deve essere metabolizzata, e il suo senso, la sua reale importanza vengono appunto sanciti dalla possibilità di esserlo. Quando questo non avviene, evidentemente il carattere della novità era recessivo. In termini molto prosaici potremmo dire che si trattava di una ciofeca.

La riflessione lenta è la sola che permette di distinguere una ciofeca da una mutazione evolutivamente vantaggiosa. La lentezza conferisce autonomia al giudizio, consente di transitare da un’estetica del nuovo ad una estetica del profondo. Ciò è tanto più vero ed importante nei confronti di tutta l’arte contemporanea, a partire dall’informale, proprio perché quest’ultima prescinde da qualsiasi griglia minima di valori formali o contenutistici. Consente anche di tentare una risposta al mi piace perché, recuperando i canoni della disciplina come mezzo e dell’armonia come scopo.

Non si tratta qui di mettere in discussione il nuovo status dell’arte, una ricerca di senso e una ricognizione di possibilità espressive che vanno avanti da un secolo e mezzo, da quando cioè sono venuti meno il rapporto mimetico con la realtà naturale e la sfida di trascenderlo dall’interno. Sarebbe assurdo, e non è comunque un tema sul quale spenderei il mio tempo, se anche ne avessi le credenziali. Sto semplicemente cercando di capire perché Kandinsky mi piace, mentre le opere di Burri e di Hartung mi lasciano perplesso e detesto Dubuffet, Paladino e Rotella. Vedrò quindi di riprendere un po’ le fila e di applicare tutto questo a ciò che rimane dell’arte (nello specifico, della pittura) dopo la dissoluzione delle forme: cioè all’uso del colore.

In biologia si dice che la filogenesi ripete l’ontogenesi. Per la storia dell’arte potremmo dire che le tappe dell’evoluzione sono di norma riassunte nel processo di crescita di un artista. Prendiamo ad esempio la vicenda di Mondrian, quella che l’ha portato dagli esordi figurativi alla geometrizzazione dei colori fondamentali. Ho scelto Mondrian, anche se la sua parabola è nelle grandi linee simile a quella di molti altri artisti, perché è un portatore di novità un po’ particolare e si presta al mio ragionamento. Mondrian azzera la combinazione cromatica: il suo punto d’approdo è un punto di partenza. Riordina la scacchiera nell’assetto iniziale, i colori ben distinti, costretti in geometrie rigide e bilanciati in un preciso rapporto spazio-peso. Chi viene dopo può solo liberare i colori, portarli fuori dal recinto tracciato sulla tela e distribuirli su tutta l’area del quadro. Ha due possibilità di apertura, a seconda della strategia che intende adottare: può mantenere invariate le proporzioni cromatiche perseguendo, all’interno della mescolanza, la conservazione dell’armonia. Oppure può volutamente sottolineare la disarmonia, facendo entrare i colori in collisione, contrapponendoli con violenza e “provocando” lo spettatore, sottraendogli le certezze dell’equilibrio.

Stiamo nuovamente parlando della differenza tra un’arte che viene ritenuta decorativa e consolatoria e una che viene definita provocatoria. L’arte della rottura e quella della ricomposizione. In realtà, il fatto che sia la rottura ad ottenere il maggior consenso dovrebbe indurci a riflettere. Ha successo perché è più consona ai nostri palati educati al culto della novità, perché è più conforme, nei propositi e negli esiti, all’attitudine dominante. C’è da chiedersi allora se la vera trasgressione non sia invece nel perseguimento dell’armonia, che risponde non ad una moda temporanea e alla visione della vita imposta dalla società moderna o postmoderna, ma ad un anelito che è parte eterna, costituente, della psicologia umana. Non a caso amiamo gli oggetti, le atmosfere, le architetture del passato. Li vediamo come vestigia di un’armonia che non c’è più, che in realtà non c’è mai stata, ma alla quale gli uomini aspiravano; e a cui, a dispetto di tutte le sollecitazioni in senso opposto, vorrebbero poter aspirare ancora.

Questo mi riporta finalmente al catalogo e all’opera di Fava (che, per intenderci, non ha fornito un pretesto al mio sproloquio, ma ne è stata l’occasione scatenante, e ne rimane a tutti gli effetti la destinataria). Adesso so perché questi dipinti mi piacciono. Corrispondono perfettamente all’idea che ho della vita, della natura, dell’uomo. Fava prende i colori e li distribuisce prescindendo da figure e contorni: ma non del tutto, perché immediatamente l’immagine, l’idea soggiacente la intuisci, anche se non c’è il minimo segno a tradirla. Sono la varietà e la sfumatura dei toni, la densità materiale dei colori , la delicatezza degli accostamenti a suggerirla. Quello che ne risulta è un effetto armonico, in qualche modo rassicurante, che prescinde da ogni appartenenza (il tempo) e da ogni collocazione (lo spazio), e fa approdare l’immagine ad una dimensione ulteriore. L’armonia non è immobilità, non è la rigidità della morte: è invece movimento, potente e delicato al tempo stesso, verso l’inattingibile, l’assoluto.

Tutto ciò non può essere frutto del semplice “estro”: non c’è il furor artis, dietro. Ci sono delle ascendenze culturali, non so quanto consapevoli, e in fondo m’importa assai poco (per parte mia ascriverei il suo astrattismo più al filone Mondrian che a quello Kandinskj, anche se a prima vista potrebbe sembrare il contrario). Quel che davvero mi importa sono la disciplina, la pazienza. Fava disciplina il colore, lascia che invada la tela, ma si vede che è un colore educato, sempre forte e vivace, mai irruento e disordinato. È un colore che non urla, ma canta. La sensazione è simile a quella che provo nel rivedere vecchie immagini degli stadi di calcio, quando erano pieni di un pubblico non meno appassionato di quello di oggi, ma sicuramente meno becero. L’idea di una competenza composta, scevra da esibizionismi, fumogeni e chiassosità.

Ma ciò che ancor più mi mette in sintonia con l’opera di Fava è il sentire che l’educazione alla dignità non è solo un fatto tecnico: che all’uso “disciplinato” del colore corrisponde una disciplina interna dei sentimenti. Il che non significa affatto negarli o congelarli, anzi, al contrario, significa non permettere loro di straripare rovinosamente per salvaguardarne l’energia, per renderli fertili. Conservare la capacità di amare la vita, la natura, cogliendone tanta bellezza anche quando se ne sono assaporati gli aspetti più tragici, è quanto di più eroico si possa chiedere ad un uomo. Se poi questa capacità trova modo di comunicarsi anche agli altri nell’arte, nella musica, nella letteratura, ma anche semplicemente nella quotidianità dei rapporti, bene, quello che viene trasmesso è un vero tesoro. È la testimonianza che in qualcosa, in effetti, la storia culturale ci ha resi diversi, e insieme un monito a non dare troppo per scontata questa diversità. In un’epoca in cui tutti i sentimenti vengono urlati e svenduti nella pattumiera televisiva, trovo quasi commovente che qualcuno riesca ancora ad educarli attraverso la disciplina artistica e a sublimarli nella bellezza.

Mi torna in mente quello che considero nella sua essenzialità l’esempio più perfetto e struggente di “educazione del dolore”, il carducciano “Pianto antico”: bastano un verde ed un vermiglio, luce e calore, a dire tutta la bellezza della vita, e il nero e il freddo a sussurrare l’angoscia secca della morte. Come in una composizione di Mondrian. E come, nella loro luminosa sobrietà, nelle scomposizioni di Fava.

A questo punto credo di aver mandato in confusione chiunque, quando poi sarebbe stato molto più semplice lasciarsi andare alla primitiva impressione, raggiungendo lo stesso risultato. Ma dalla confusione almeno io ho guadagnato qualcosa: sono stato costretto a pensare. Adesso, scorrendo il catalogo di un pittore che già apprezzavo, ma che conoscevo solo attraverso poche opere isolate, credo anche di aver colto il filo del suo discorso per immagini e la ragione che me lo fa condividere. In definitiva, un paio di certezze le ho acquisite: so che Fava è un artista vero, pulito, onesto, e che io non sarò mai un critico d’arte.

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In cerca di guai

di Paolo Repetto, 2009

26 maggio 2009. Segnatevelo, perché è rimasto nella storia. Nella mia senz’altro.

Tutto nasce dall’idea di far fare al “progetto montagna” un salto di qualità. È un’iniziativa in corso nel mio istituto già da un paio d’anni, promossa da due insegnanti patiti di alpinismo, ai quali non è sembrato vero trovare finalmente l’interlocutore giusto. Abbiamo realizzato fino ad ora solo uscite giornaliere sui sentieri dei dintorni, alle cime classiche del nostro Appennino, Tobbio, Figne e Punta Martin, e i ragazzi hanno risposto con entusiasmo (a Punta Martin erano centoventi). Questa volta vogliamo portarli invece ad un vero rifugio alpino, e di lì magari, il giorno successivo, ad una vetta facile. La meta, essendoci io di mezzo, è quasi scontata: sarà il Livio Bianco, sopra Valdieri, mentre la vetta potrebbe essere il monte Matto, del gruppo dell’Argentera. Per la gran parte degli allievi, soprattutto per le ragazze, sarà la prima vera notte in montagna e la prima volta sopra i tremila.

Sull’onda del successo delle puntate precedenti abbiamo raccolto un sacco di adesioni: sessanta ragazzi, accompagnati da cinque insegnanti, due maschi e tre femmine, più il sottoscritto.

La faccenda si è però rivelata piuttosto complessa. Il rifugio ufficialmente sino a giugno non apre, e per accogliere settanta persone fuori stagione deve potersi organizzare (legna, cibo, coperte, ecc). In più ci si è messo un inverno insolitamente lungo, per cui abbiamo dovuto spostare la data per ben due volte. Il progetto originario prevedeva l’uscita per il venticinque aprile, approfittando del ponte: ma in val di Gesso c’era ancora un metro di neve e tutto è slittato, prima di venti giorni, poi di un mese. Già questa storia delle date è significativa. Con tutta la nostra esperienza non siamo stati in grado di tener conto delle condizioni invernali della montagna.

Alla fine comunque arriva il gran giorno. Il mattino del 26 maggio nessuno manca all’appello, malgrado il cielo sia nero e le previsioni lascino poche speranze. Durante il viaggio verifico la composizione della truppa e comincio seriamente a preoccupami. Qualcosa forse non ha funzionato nella comunicazione, perché trovo che ne fanno parte ragazzi e ragazze palesemente poco adatti a questa esperienza. Avrei dovuto metterla giù dura io; gli insegnanti, soprattutto i due maschi, sono degli entusiasti, porterebbero in vetta anche un moribondo: le loro colleghe sono piene di buona volontà, ma non hanno alcuna esperienza di queste cose.

Siamo partiti sotto la minaccia della pioggia e all’arrivo a Sant’Anna di Valdieri, tre ore dopo, la minaccia è diventata concreta: acqua a dirotto. Il pullman ci sbarca sotto una tettoia: dovrà tornare a riprenderci domani sera. Dopo un’ora di conciliaboli che non portano a nulla, con gli occhi sempre volti al cielo a cercare un segno di miglioramento che non arriva, troviamo un locale per tenere un’assemblea all’asciutto e decidere sul da farsi. È una colonia estiva, non so bene di chi, che ci viene aperta da una custode mossa a compassione davanti a sessanta pellegrini infreddoliti. Si tratta di decidere alla svelta, per poter eventualmente richiamare il pullman. Il buon senso dovrebbe dettare l’unica soluzione possibile, ma non è facile. Soprattutto, non ho la collaborazione dei due altri presunti responsabili, che sono propensi a tentare il tutto per tutto, confidando in un cambiamento del tempo, e sembra non abbiano timori per le zavorre che ci portiamo appresso. È il secondo errore: in casi come questo le assemblee sono la cosa peggiore cui affidarsi. La responsabilità, morale e penale, ricade tutta su di me, e dovrei essere io ad assumerla, ragionando e decidendo per tutti.

Invece, come temevo, ragazzi e insegnanti sono tutti per provarci, e quindi, terzo errore, obtorto collo decido di assecondarli. Confesso però che anch’io covo ancora la speranza che in giornata le cose si mettano al meglio, e temo che un ulteriore rinvio faccia cadere del tutto la motivazione.

 

Naturalmente le cose volgono subito al peggio. La pioggia si intensifica già a partire dalle prime rampe, il sentiero diventa immediatamente un ritale, si procede con i piedi costantemente nell’acqua e non ci sono scarponi che tengano (per quelli che li hanno: molte delle ragazze, a dispetto di raccomandazioni e circolari scritte e memorandum, si sono presentate alla partenza con scarpette leggere da ginnastica).

I ritmi di marcia sono molto diversi, per cui diventa impossibile tenere sotto controllo il gruppo. Dopo mezz’ora il serpentone si è completamente sfilacciato e i vari pezzi arrancano sul sentiero sempre più distanziati. Non si vede, ma lo si può benissimo immaginare. In testa alcuni ragazzi evidentemente filano come razzi, in coda, soprattutto tra le ragazze, qualcuna appare già stremata. Salgo da ultimo, come le ambulanze, e non smetto di incitarle e consolarle, mentre piove sempre più forte.

Il tutto comincia a somigliare sinistramente alla ritirata di Russia. Solo che non posso nemmeno più decidere di tornare indietro, i cellulari non hanno campo. Intanto, venti metri sotto il sentiero il Gesso si è ingrossato e ruggisce da far paura; ma nemmeno si riesce a vederlo, tanto fitta è la pioggia.

Quando scorgo un paio un paio di ragazze sedute a lato, su un masso sporgente, con l’acqua che ruscella loro addosso, comincio a rendermi conto del guaio in cui ci stiamo cacciando. Carico i loro zaini sopra il mio, le faccio alzare e letteralmente le spingo in avanti. Avevo previsto di salire in tre ore in tutta tranquillità (altro imperdonabile errore di ottimismo, perché il dislivello è superiore ai mille metri), ma ne son già trascorse più di due e non siamo nemmeno ancora a metà. Spero che almeno qualcuno sia già arrivato al rifugio. Nel frattempo ho letteralmente arpionato per un braccio un ragazzo che mi sembrava frastornato (solo dopo ho saputo che ha delle difficoltà, e non solo fisiche) e lo trascino di forza. Nella parte più alta, dove la valle è spoglia e si apre, e il percorso dovrebbe farsi più dolce, la situazione se possibile si aggrava. Quando incontriamo dei ruscelli ingrossati che incrociano il sentiero devo mettermi a valle, l’acqua ai polpacci, per consentire alle ragazze di passare con un minimo di sicurezza.

Poi inizia a tuonare. Si sentono i fulmini scaricare sulle creste attorno, si scorgono i bagliori in mezzo alla cortina d’acqua. Qualcuno cade anche molto vicino, seguito da un boato terrificante. Sembra cerchino i massi erratici sparsi per i pascoli. E grandina. Sarebbe una situazione inquietante anche se fossi solo: con sessanta ragazzi sulle spalle sento il cuore contrarsi e rimpicciolirsi come una testa di daiacco, potrebbe entrare in una scatola di cerini. Nemmeno mi accorgo più dei tre zaini e del rimorchio umano che ho agganciato.

Sotto l’erta finale, a mezzora dal rifugio, decido di lasciare le retrovie e di accelerare. Il povero cristo che mi trascino appresso sembra sempre più un automa: inciampa, perde l’equilibrio, scivola, ma non cade: lo tengo talmente stretto per il braccio che mi confesserà, molto tempo dopo, di aver portato il livido per mesi.

Supero due o tre gruppetti di semiumani fradici e arrivo in cima di volata. Gli altri sono tutti dentro, una cinquantina, stipati attorno all’enorme stufa, giacche e maglie e pantaloni appesi ovunque, a fumare umidità.

Bevo un sorso di una bevanda calda, mi denudo la parte alta del corpo, mi faccio prestare una giacca a vento asciutta dal gestore e mi precipito nuovamente fuori, seguito da uno degli insegnanti. Quando ritrovo le ragazze sembrano non essersi mosse. Una di loro, figlia di una docente dell’istituto, è letteralmente paralizzata dalla paura dei fulmini: non riesce a camminare. Mi carico nuovamente di zaini, dopo averli alleggeriti di mezzo quintale di lattine, e le faccio ripartire, trascinandomi dietro stavolta la studentessa impaurita. Nello stato in cui mi trovo probabilmente le incuto più paura io che non la tempesta, e comunque non le lascio molta scelta. Mezz’ora dopo siamo tutti al rifugio. Facciamo la conta: nessun disperso. Bene o male tutti hanno raccattato qualche indumento di ricambio quasi asciutto, e al calore della stufa fanno sciogliere la tensione. Il resto lo fa la cena. Minestrone caldo e stufato di carne. Al tavolo degli accompagnatori anche un paio di bottiglie di vino.

In attesa del suono della ritirata, mentre gioco a carte con i colleghi, un ragazzo mi apostrofa: “Ma preside, davvero è nuovamente sceso per tirar su le ragazze? Lei è un grande.” È vero: un grande, anzi un grandissimo idiota. A freddo comincio a fare mente locale. È una delle cazzate più grosse che io abbia fatto nella mia vita. Fosse accaduto qualcosa, sempre sperando che non accada domani, avrebbero potuto darmi l’ergastolo per manifesta irresponsabilità e procurata strage. Sarebbe stata una condanna sacrosanta. E comunque, è certo che non sono adatto a gestire situazioni di questo genere, e fossi stato a capo di un reparto nella prima guerra mondiale sarei finito come Kirk Douglas in Orizzonti di gloria. Il cuore non è ancora uscito dalla scatoletta. Naturalmente non mi riesce di prendere sonno, anche perché nelle camerette e camerate attorno va avanti per tutta la notte una gran caciara, e i più casinisti sono proprio i miei insegnanti.

 

Il mattino seguente il tempo non è affatto cambiato, piove solo un po’ meno fitto. Naturalmente di tentare altro non se ne parla, e alle nove siamo pronti per ridiscendere. Con le giacche e le scarpe ancora fradice riprendiamo il sentiero: e di nuovo ci accompagnano la grandine e i fulmini, malgrado sia uscito nascostamente all’alba per recitare le rogazioni (le ricordo ancora: A fulgure et tempestate, libera nos domini …). In discesa però bene o male vanno tutti. Dopo altre tre ore di cuore in gola siamo nuovamente nei locali della colonia, in attesa che il pullman venga a riprenderci. La custode comincia ad essere seccata, mi guarda scuotendo la testa e sembra pensare: ma questo, da dove esce. Sono esausto, quasi non riesco a credere che sia andato tutto liscio (insomma!), e quando un paio di ragazze vengono a dirmi di aver lasciato il beauty al rifugio o di aver perso il berrettino sul sentiero le mando allegramente a stendere.

Nel primo pomeriggio finalmente si riparte. Una sosta per mettere qualcosa sotto i denti, e alle sei siamo a casa. I genitori, allertati, sono tutti davanti alla scuola: sembrano aspettare il ritorno dei superstiti di un naufragio (in effetti, un po’ così lo è). Poi capiamo: veniamo a sapere che il giorno precedente nella Val di Gesso e in quelle vicine, in pratica in quasi tutto il cuneese, si è verificata una vera e propria alluvione, che ha provocato persino tre morti. “Davvero!? – diciamo – Non ce ne siamo accorti.”

Tre giorni dopo incontro a scuola la madre della ragazza andata in panico durante la salita. Le chiedo come sta la figlia. Risposta: “Mi ha detto di non aver mai fatto tanta fatica, di non aver mai provato tanta paura, di non essersi mai divertita tanto! Ricorderà quest’avventura per tutta la vita”. Anch’io, garantito.

 

p.s. Per la cronaca. Al contrario dell’autostima, il mio cuore sembra non aver subito danni permanenti. Nemmeno il cervello: però non credo più nelle rogazioni. Nessuno dei genitori ci ha denunciati. Nessuno dei ragazzi ha accusato il benché minimo raffreddore. Quest’ultima cosa ci ha lasciati stupefatti. Ma forse la spiegazione è arrivata una settimana dopo, assieme ad una fattura del gestore del rifugio per dodici bottiglie di vino non comprese nel prezzo, ordinate direttamente e nascostamente dai ragazzi, e naturalmente non pagate.

Avevano in corpo l’antigelo.

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Il segreto di Luca

di Paolo Repetto, maggio 2009, articolo per “Il novese

Lo confesso: non avrei puntato un euro sulle possibilità di Luca di salire al Tobbio. Li avrei dati per persi in partenza, sia Luca che l’euro. Ero anche perplesso sulla sua partecipazione: temevo che si sarebbe inchiodato sulla prima rampa e che di lì non lo avremmo più smosso. E invece …

Invece Luca è salito. Del suo passo, facendosi un po’ trainare, mugugnando e chiedendo ogni cinquanta metri: ”ma quando si arriva?” e scrollando la testa ogni volta che gli si ripeteva: “tra un paio di tornanti”; ma è salito. E una volta in cima era felice come una Pasqua, ha spazzolato un chilo di panini e due litri di aranciata e ha festeggiato con i compagni e con gli insegnanti.

Grande Luca. Grande non certo per la salita del Tobbio in sé, ma perché Luca è un ragazzo diversamente abile, magari studente più assiduo e diligente di molti suoi compagni, magari amicone e pronto a darti il cinque, ma pur sempre un ragazzo “speciale”. E salire il Tobbio è stato per lui come per altri scalare il Monte Bianco: una faticaccia immane, uno sforzo quasi al limite.

Sulla via del ritorno era sfinito, immagino che le gambe gli tremassero per la stanchezza. Quando gli abbiamo chiesto: “allora, vieni anche al prossimo rifugio?” si è fermato, ci ha guardato fissi coi suoi occhietti e ha risposto: ”devo pensarci”. Fantastico. Gli è bastato comunque approdare al punto di raccolta, ritrovare i suoi compagni, per dimenticare ogni pena. È tornato a fare cosca con gli altri, e quando è sceso dal pullman ha salutato: “ci vediamo domattina”.

In verità non c’è nessun segreto di Luca. È tutto molto chiaro e semplice. Luca ha voglia di vivere, di stare in gruppo, di sentirsi amato e considerato e di voler bene agli altri. Le stesse voglie che hanno i suoi compagni Martina e Fabio e tutti gli altri che non senza ipocrisia definiamo “speciali”, e che speciali sono davvero, ma in un senso molto diverso da quello che in questo caso attribuiamo all’aggettivo. Sono speciali perché si accontentano e gioiscono delle cose più semplici e più vere e mantengono, molto più di noi “normodotati”, il rapporto con i valori elementari e genuini dell’esistenza.

Grazie, Luca. per avercelo ricordato.

 

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Riscontro

di Paolo Repetto, 25 maggio 2009

da Angela Martignoni, 18 maggio 2009

Caro Paolo,
allora, mi sono armata di matita e di buona volontà. Ho letto il tutto la prima volta durante le vacanze di Pasqua, ma la mente continuava a fuggire altrove e i pensieri, confusi, non trovavano ordine. Era quel maledetto collegio docenti che mi aveva segnata e non mi dava la libertà di pensiero necessaria per poter accogliere teorie, riflessioni, percorsi altrui. Ho scritto quella lettera (inutile?) ai colleghi e mi sono in qualche misura scaricata di un peso, potendo così riprendere le questioni quotidiane. Ora rileggo tutte le pagine e abbandono la matita (tu mi avevi detto di intervenire correggendo, tagliando, sfoltendo e così via) e la dirotto ad altro.

A me lo scritto è piaciuto, lo ritengo ricco (e non ridondante) capace di trasmettere con chiarezza una situazione complessa come quella della scuola in cui uomini, donne (anzi, donne e uomini, come tu giustamente dici) e ragazzi intersecano i loro destini con stati d’animo diversi, diversi umori, vicinanze, lontananze, comprensioni, incomprensioni, persino rivalità e risentimenti.

Strano davvero il nostro lavoro. Può essere tutto e il contrario di tutto e quello che lo fa apparire ancora più strano è che è uno di quei rari lavori in cui non è trasmissibile l’esperienza. Ci pensavo in questi giorni. Arrivata all’ultimo anno, non senza timore e qualche barcollamento, quali sono le mie “consegne”? Nulla … è tutto talmente personale, intimo, racchiuso … cosa dire agli altri? È un mondo vivo che ciascuno di noi porta dentro, ma ciascuno di noi l’ha vissuto e lo vive a modo suo, con pochi contatti, con troppi pudori, forse; certamente con poca profonda condivisione. Io ritengo che i ragazzi siano una ricchezza straordinaria che non sempre riusciamo a capire e ad incanalare nel giusto modo. Credo che ci lasciamo scappare tante intelligenze, tante potenzialità, forse un po’ disordinate ma valide, non intrappolabili. Credo anche che facciamo tanti errori.

Quel melo a cui si mette il palo per renderlo dritto …, siamo certi che sia il modo migliore per “educarlo”? io, melo storto, stortissimo, ho dubbi al riguardo. Vedo i bambini di prima media pieni di entusiasmo, chiassosi, vivaci, ingenui, spontanei, a cui per una economia generale bisogna dire di stare zitti, di stare attenti, che spesso bisogna rimproverare per impostare una lezione, una spiegazione, e loro imparano in qualche modo a tenere a freno la loro esuberanza; li ritrovo in seconda taciturni, quasi diffidenti, prudenti, pieni di ritrosie e in terza tristi, controllati, sovente irriconoscibili. È così che li abbiamo “educati”? o li abbiamo solo spenti? Eppure questi sono gli alunni più apprezzati, perché non creano problemi, non danno segni di insofferenza o di ribellione.

Ma gli altri? Dove sono gli altri? Io non so togliermi dalla memoria i loro sguardi. Mi creano una sorta di imbarazzo enorme, di disagio profondo che vivo come una mia responsabilità verso le loro esistenze tradite. Ma non erano funzionali a niente, neanche a loro stessi. Le loro battute argute, le loro intemperanze erano di ostacolo ad un normale procedere delle lezioni, mi rendo conto. Eppure quella complicità di classe che anche grazie a loro si creava era un qualcosa di insostituibile. Ma io, ripeto, ho i pensieri del melo storto. Ma dove me lo hanno messo quel benedetto palo? Credo mi sia sempre stato strettissimo, e ancora oggi tento di divincolarmi.

E comunque, tornando al tuo scritto, ho molto apprezzato i punti che elenchi per un’azione formativa efficace, potrebbero essere i nuovi obbiettivi da perseguire, obiettivi in chiave moderna, intendo.

Ma anche qui, uno mi lascia perplessa: il punto f), quello della obbligatorietà dell’istruzione. Io non credo che le nostre indubbie differenze individuali, non così congenite, ma frutto di complessi condizionamenti ambientali (Margaret Mead ha a sua volta molto condizionato il mio modo di vedere gli altri) rendano alcuni di noi inidonei all’apprendimento. Non certamente a undici anni e neanche a quattordici. Ammesso che poi lo si possa fare.

Ci sono tempi e modalità diverse, e il garbo che un docente pone nel trasmettere qualcosa è determinante. L’essere in sintonia con la persona che ti ascolta (anche non particolarmente dotata), il rivolgerti a lei in un altro modo, il farle capire che non è un sacco vuoto da riempire, l’infonderle con una vicinanza umana profonda la necessaria fiducia, mi pare siano tutte componenti che rendono lo sforzo, la pazienza e – perché no? – anche la dedizione utile.

Ricordo un episodio di tantissimi anni fa. Forse non facevo ancora l’Università. Ho visto mia madre (insegnante di lettere) assorta e preoccupata e le ho chiesto cosa avesse. “Non riesco a trovare un modo per far capire un concetto ad una mia alunna”: questa la sua risposta. Semplice, sommessa risposta. Io troppo giovane e stupida per capirne fino in fondo il valore. Chi l’avrebbe detto che anni dopo mi sarei ritrovata nelle stesse difficoltà? Troppo tardi ora per poterglielo dire. Ma forse il famoso “modo” lo si trova nelle modalità di trasmissione e non tanto in una elaborazione intellettuale. Quanto poi tu dici in seguito su un’eventuale articolazione dei gruppi, con percorsi anche differenziati, mi trova d’accordo. Io introdurrei la manualità in certe discipline, tolta non si sa perché, come a nobilitare un insegnamento, quando invece anche la manualità è una forma di intelligenza e recupererebbe parecchie situazioni. E poi le classi aperte, come in Inghilterra (dove peraltro sono stati fatti tanti errori e dove lo standard culturale medio degli alunni credo sia peggiore del nostro) in cui a formare un gruppo classe è il livello di preparazione e da un’ora all’altra i gruppi si scompongono e ricompongono per seguire questo o quell’insegnante. Aule fisse per gli insegnanti,. Studenti mobili di volta in volta. E gli argomenti sono tanti, tanti davvero, come tu dici inesauribili, perché sempre si ricomincerebbe da capo e si formulerebbero mille altre ipotesi. Da quelle più razionali, “storiche”, come le tue, a quelle più emotive (sai, sono una donna) come le mie.

Comunque ritieniti soddisfatto del tuo lavoro, e archivialo a cuor leggero come concluso.

A presto.

Carissima Angela,

non avevo alcun dubbio su una tua lettura attenta e su un commento non banale. Proprio per questo ti ho sottoposto la bozza. E arrivo a dire che avevo già previsto anche il tenore delle tue considerazioni: perché credo ormai di conoscerti a sufficienza, almeno come insegnante, e perché condivido in assoluto il tuo atteggiamento nei confronti della scuola. Il che, il fatto cioè di lavorare con docenti come te, non può che darmi conforto e la carica per andare avanti; ma, ed è questo il problema, non deve farmi dimenticare la realtà diffusa con la quale mi confronto tutti i giorni. Parlo di docenti, parlo di allievi, e parlo anche delle tante “visioni” e “missioni” della scuola che circolano, tra i primi e tra i secondi, ma anche e soprattutto a livello di opinione pubblica e di proposta politica.

Partiamo dai primi, perché l’interrogativo sollevato dalla tua lettera riguarda soprattutto loro, e paradossalmente è inverato proprio dalla posizione che tu esprimi. Quanti credi siano i docenti che “sentono” la scuola come la senti tu? Non faccio elenchi di nomi dei tuoi colleghi, perché sarebbe impietoso, e perché le motivazioni della loro disaffezione o della loro inadeguatezza sono tante e diverse, andrebbero analizzate caso per caso: di fatto, però, operativamente, su chi si potrebbe fare conto per una trasmissione “garbata” di contenuti, di metodi e soprattutto di esempi? Siamo sinceri (e a te non ho bisogno di chiederlo, la tua lettera aperta ai colleghi dice già tutto): quando va bene siamo di fronte a gente che fa quello può, e spesso non è molto, quando va male a personaggi in totale malafede, che attribuiscono ai tempi, ai governi, alle riforme, ai disagi connessi al lavoro (!) il venir meno di un entusiasmo che non c’è mai stato. Il perché di questa situazione ho cercato di spiegarlo nel mio scritto, e non ci torno sopra: ma le considerazioni che ne conseguivano le posso riassumere in due righe. Non siamo attrezzati, sul piano “umano”, per una scuola come quella che tu sogni (ed io con te): dobbiamo allora creare le condizioni per reggere, molto prosaicamente, al degrado avanzante: e quindi qualche scelta, anche dolorosa, anche intimamente poco condivisibile, va fatta. Un esempio per tutti: l’ipocrisia dell’integrazione degli allievi con handicap di apprendimento. Siamo l’unico paese nel mondo ad aver scelto questa strada, e ne meniamo vanto; giustamente, sul piano teorico, ma ipocritamente, su quello dell’attuazione. Possibile che non si abbia il coraggio di dire che la presenza dei “diversamente abili” in classe non è una risorsa, ma nella quasi totalità dei casi un problema? E che la presenza degli insegnanti di sostegno, anche al netto delle porcate indotte dagli ultimi tagli, per cui viene utilizzato sul sostegno chiunque, e soprattutto docenti che ne sarebbero a loro volta bisognosi, non vale assolutamente a risolverlo? Che anche sul piano umano, anziché l’accettazione, si coltiva negli altri studenti il fastidio e il rifiuto?

Questo ci porta anche ad affrontare un punto sul quale ti soffermi. Quando parlo di diritto all’ignoranza mi riferisco a casi che abbiamo entrambi ben presenti, di ragazzi nei cui confronti si è tentato di tutto, ma che sono gestibili solo fuori della classe, e spesso nemmeno lì. Qui non valgono neppure le aggregazioni per competenze o le classi aperte: il nostro Ronaldo, che è alto un metro e ottanta e pesa un quintale, per competenze dovrebbe essere aggregato ai bambini di seconda elementare e, visto come si comporta con quelli della sua età, sarebbe un bel problema. Sai anche che non è un caso isolato; l’elenco sarebbe lunghissimo. Che facciamo? Invece del sostegno chiediamo un presidio di polizia? Lo so benissimo che si parla di un ragazzo di quattordici anni, che fuori della scuola non può diventare che un delinquente; ma lo è già dentro la scuola, e a subirlo quotidianamente sono altri ragazzi della sua età, che avrebbero altrettanto (e a mio parere maggiore) diritto ad essere tutelati. Continuiamo a sacrificare classi intere alla necessità di tentare inutilmente (è così!) l’inserimento di un individuo?

Certo, don Milani non avrebbe apprezzato ciò che dico: ma don Milani non aveva tra i piedi Ronaldo (al quale peraltro voglio un bene dell’anima, ma che vedrei realizzato piuttosto in una cava di pietre che a fare origami o dolcetti col forno per l’argilla). Non lo apprezzano nemmeno i nostri legislatori e i nostri esperti ministeriali, naturalmente per altri motivi, meno nobili. E meno che mai i genitori (ovvero quasi tutta l’opinione pubblica, perché quasi tutti sono genitori, o nonni o zii), pronti a insorgere quando i loro figli recitano nel ruolo di vittime, ma arroccati a difesa quando si vogliono far loro rispettare quelle regole che le famiglie non sono state capaci di trasmettere. Penserai che sono fissato con queste benedette regole e con i miei pali per la crescita, e che così si tarpano tante potenzialità creative: può essere, ma credo che senza regole si tarpino tutte le potenzialità, e che nessun gioco sia possibile. Soprattutto, credo che verremmo meno anche agli obiettivi minimi della nostra missione, che parla comunque di “formare”, dare forma, ed “educare”, e-ducere, tirar fuori il meglio da questi ragazzi conducendoli per mano, e non lasciandoli sbattere secondo il loro estro. Un estro non disciplinato è magari spettacolare, ma sostanzialmente è perso.

Sono cose che ci siamo già dette, quindi ti risparmio ogni ulteriore commento su quella che è la “vision” ministeriale (siamo un peso, che va scaricato al più presto, possibilmente ai privati) o per contro sull’immagine confusa e ideologizzata che della scuola ha la “nostra” sinistra (ma è ancora la nostra? Ti riconosci ancora in qualcuna, non dico delle proposte, perché non ne fa, ma almeno di quelle che una volta chiamavamo conquiste, che continua per inerzia a sostenere?).

Io non accetto che la scuola diventi un parcheggio, un pascolo per greggi di ignoranti da consegnare come carne da macello al duplice sfruttamento del lavoro e del consumo. Voglio che sia un luogo dove si trasmette, nei limiti del possibile, consapevolezza. Lo vuoi anche tu, siamo già in due. Probabilmente lo vogliono molti altri, non tutti purtroppo quelli che ci lavorano, ma un buon numero si. E allora facciamo una cosa davvero trasgressiva, difendiamolo questo luogo, conserviamolo diverso, pulito, ordinato, a dispetto di quello che c’è fuori. È l’unico modo perché i nostri ragazzi ne conservino un ricordo speciale, sappiano che “si può”, e non accettino quello che verrà loro offerto domani. Facciamone dei disadattati, come siamo tu ed io, sapendo che si può vivere come disadattati felici, o almeno, sereni con se stessi.

Ciao.

 

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… e nemmeno bamboccioni

di Paolo Repetto, 2008

Vorrei accendere un lumicino nella notte nera del ministro Padoa Schioppa. Non so che razza di figli o di nipoti abbia il ministro, o che gente frequenti. Non deve essere particolarmente fortunato. I miei, di figli, a vent’anni erano in giro per il mondo, perfettamente autonomi; quanto alle frequentazioni, dato che vivo nella scuola invece che nel palazzo, bazzico giovani di tutti i tipi, e non solo bamboccioni. Anzi, ogni volta che rivedo un mio ex-allievo finisco per esserne orgoglioso: sopravvivere con dignità nel mondo che gli ha apparecchiato la nostra generazione, la mia e di Padoa Schioppa, è già un bel merito.

L’ultimo di questi ragazzi, in ordine di tempo, l’ho ritrovato un paio di giorni fa. Si chiama Roberto Buzzone, fa l’alpinista, il trekker, cammina per il mondo: e racconta poi con parole e con immagini i suoi viaggi e le sue imprese. In genere lo fa nel corso di serate per appassionati di alpinismo o di escursionismo, ma stavolta aveva di fronte una platea di studenti e studentesse che una montagna vera, da vicino, non l’hanno vista mai, e probabilmente non avevano in programma di vederla nemmeno per il futuro. Li ha letteralmente affascinati, perché Roberto è un magnifico uomo e un formidabile atleta, ma soprattutto perché ha trasmesso loro un messaggio molto diverso da quelli che sono abituati a ricevere tutti i giorni dalla televisione, dai giornali, in famiglia e qualche volta, purtroppo, anche dalla scuola.

Roberto gira il mondo e sale montagne, ma lo fa su una gamba sola. L’altra l’ha persa in un incidente, qualche tempo fa, a soli vent’anni. Calza una protesi, si carica in spalla uno zaino da venti chili e parte, con l’inseparabile amico-allenatore. Percorre ottocento chilometri sul “camino di Compostela”, sale sulle vette alpine o sul Kilimanjaro, stringe i denti e sul ritmo dei passi canta un inno alla vita.

Guardavo i ragazzi del Boccardo ascoltare incantati questo inno. Seguivano Roberto mentre teneva in mano la sua protesi e ne raccontava i dati tecnici, poi si volgevano ai filmati e vedevano quella protesi, diventata parte di lui, scendere a rotta di collo per sentieri di montagna, avanzare sui ghiacciai, scavalcare alberi morti nelle foreste. Dopo un po’ tutto questo appariva naturale ed eccezionale al tempo stesso, perché Roberto non esibiva la sua protesi, la mostrava semplicemente, non chiedeva ammirazione per sé, e meno che mai compassione, ma marcava la differenza e le difficoltà solo per chiamare gli altri a valersi della loro normalità, a darle un senso. Questo rendeva eccezionale il messaggio. “Credetemi – ha detto ai suoi ascoltatori – i problemi più grossi li avete voi, e non quelli come me. A me il problema è cascato addosso, è qualcosa di estraneo che si è messo di traverso alla mia esistenza, e mi è naturale, anche se non semplice, affrontarlo. Voi il più delle volte i problemi ve li create in testa, li cullate alla ricerca di alibi, e non avete in realtà nessuna intenzione di affrontarli. Guardatevi un po’ attorno, aprite gli occhi sulle cose autentiche che la vita vi offre, quelle più semplici ma che non si trovano sugli scaffali dei supermercati, l’amicizia, la natura, la gioia di mettersi alla prova e quella di aiutare gli altri a farlo. Finitela di piangervi addosso ad ogni intoppo, buttate tutto quel ciarpame di mode e modelli e scempiaggini che vi zavorra il corpo ed il cervello, riempite lo zaino di sogni puliti e di mete da raggiungere e poi via, in marcia”.

Penso che una volta tornati in classe i ragazzi abbiano un po’ faticato a riconnettersi con la matematica o con l’economia, ma questa non sarebbe una novità: la novità è piuttosto nel fatto che difficilmente hanno potuto scaricare, appena suonata l’ultima campanella e appena fuori l’uscita, la lezione di vita appresa. Molti di loro saranno probabilmente ancora lì, magari portandosi dietro i genitori. quando Roberto tornerà a Novi in gennaio per una serata “alpinistica”. Magari, se glielo facciamo sapere, potrebbe arrivare anche Padoa Schioppa.

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Non solo bulli

di Paolo Repetto, 2008

Fingiamo uno scenario da “Invasione degli ultracorpi”, con gli alieni che vogliono impadronirsi della terra. Fossi in loro, sceglierei di partire dall’Italia, non perché ci sono il sole, la pizza, il PD e il papa, ma perché anche nello spazio sanno che qui si entra e si esce che è una meraviglia, e nessuno ti dice niente. Ora, mettiamo che prima di procedere all’invasione i nostri vogliano conoscere usi e costumi degli umani, e degli italiani in particolare. Per informarsi si rivolgerebbero, come giusto, ai mezzi di informazione: quindi leggerebbero i giornali, seguirebbero (con un po’ di fatica) la tivù e navigherebbero su Internet. Da bravi esseri superiori punterebbero soprattutto alle notizie riguardanti la scuola, perché questa offre il migliore spaccato di una società, oltre a costituire probabilmente l’ambiente più favorevole ad una infiltrazione clandestina. E qui rimarrebbero sconcertati.

A conoscerla attraverso i media, infatti, la scuola italiana appare come una sorta di girone infernale, popolato da mandrie di studenti idioti che vessano i compagni e filmano ogni loro bravata e da insegnanti non meno storditi che li lasciano e si lasciano filmare. I nostri studenti, a differenza delle squadre di calcio, delle scuderie motoristiche e delle pallavoliste, non vincono mai un accidente, e si piazzano anzi buoni ultimi in qualsivoglia campionato, europeo o mondiale. Il sistema scolastico stesso appare come un cantiere sempre aperto alle alzate d’ingegno di ministri che vogliono lasciare un segno del loro passaggio, e fanno e disfano ad ogni volgere di legislazione.

Non ci meraviglieremmo se a questo punto i poveri alieni cominciassero a dubitare dell’opportunità dell’invasione, e a guardarsi attorno per scegliere un altro paese, o forse un altro pianeta. Ma diamo loro credito: sono sì un po’ lunatici, ma non sono degli stupidi, e magari prima di lasciar perdere vorrebbero andare un po’ più a fondo, ignorando la cagnara mediatica ed entrando direttamente nelle scuole (e infatti, il sospetto che già lo stiano facendo qualche volta nasce …).

Bene, cosa troverebbero? Troverebbero ad esempio che non è poi così vero che gli studenti italiani siano i peggio preparati del pianeta, dal momento che quando vanno a completare gli studi all’estero e si confrontano con i coetanei di altri paesi (e soprattutto di quelli più sviluppati) scoprono di possedere una preparazione decisamente più ampia ed approfondita. E che i loro insuccessi nelle diverse prove comparative internazionali dipendono forse in primo luogo da come queste prove sono impostate, perché se ti alleni per la maratona hai poi qualche difficoltà a tenere il passo degli altri sui cento metri. Ma, primo, non è detto che i cento metri siano una disciplina atleticamente superiore alla maratona, e debbano costituire il parametro unico delle capacità: soltanto, sono una cosa diversa. Secondo, se si dedicano servizi di due facciate o quarti d’ora di notiziario ad ogni deficiente che allaga un cesso e si ignorano le medaglie d’oro in matematica, che pure ci sono, è difficile dare un’immagine meno disastrata.

Sempre più perplessi, gli aspiranti invasori troverebbero poi che la norma della vita scolastica non è affatto quella raccontata dai media, e che per ogni imbecille che filma le sue bravate e per ogni insegnante che lo lascia fare ci sono centinaia di migliaia di studenti e decine di migliaia di insegnanti che fanno, chi più chi meno, il loro dovere, dei quali non si parla mai perché la quotidianità positiva non fa né notizia né spettacolo.

Troverebbero che ogni giorno si ripete il miracolo di bambini, di ragazzi, di adolescenti che a blocchi di decine per classe e di centinaia per istituto convivono pacificamente, si rapportano tra loro e con gli insegnanti più civilmente di quanto non facciano i rappresentanti del paese in parlamento, stanno al loro posto per cinque o sei ore, o almeno per un bel po’ delle stesse, ascoltano, lavorano, prendono appunti, si cimentano in verifiche, rispondono se interrogati, e perlopiù tacciono quando viene loro richiesto. Il che dovrebbe apparire miracoloso non solo agli alieni, ma anche a quei troppi genitori che non riescono ad ottenere dai loro figli, e cioè da un singolo ragazzo, un secondo di attenzione, una risposta che non sia un grugnito e un briciolo di rispetto, salvo poi scaricare sulla scuola la responsabilità di una educazione che non c’è perché non sono stati in grado o non hanno avuto il tempo di impartirla.

Insomma, i nostri amici troverebbero un sacco di cose interessanti, ma molto diverse da quelle reperibili sui giornali.

Se poi scegliessero per loro missione spionistica proprio il “Doria-Boccardo” di Novi, avrebbero altro di cui stupirsi. Incontrerebbero ad esempio giovanotti e signorine tra gli undici e i vent’anni provenienti dai quattro angoli del mondo, allevati in lingue e tradizioni e religioni diverse, che non solo convivono senza spargimenti di sangue ma collaborano, scherzano, studiano, discutono, magari fanno magno, di comune accordo, e non danno spazio a nessuna manifestazione, né strisciante né eclatante, di razzismo: giovani che pur conservando la loro identità culturale non la usano come scudo, ma la mettono in gioco nel confronto. Ragazzi normalissimi, beninteso, lavativi a volte quanto basta, inclini come tutti gli studenti ad entrare un momento dopo e magari ad uscire un’ora prima, e a far slittare verifiche e interrogazioni; ma dediti, invece che a scannarsi vicendevolmente, ad aiutarsi, invece che a massacrare i loro compagni disabili, ad integrarli e a farli sentire protagonisti, invece che a scaricare immondizia sul Web, a lanciare messaggi di solidarietà semplici e genuini. Se i nostri visitors vedessero i due minuti e mezzo dello spot prodotto da questi ragazzi, quello che li ha portati ad essere premiati in un concorso nazionale sull’educazione alla legalità del quale nessun quotidiano o telegiornale ha pensato di dover dare notizia, beh, forse una mezza voglia di infiltrarsi proprio a partire di qui gli tornerebbe. O forse sono io a non essermi accorto di nulla, forse fuori la verità è davvero quella dei giornali, e quelli che incontro e che saluto qui dentro tutti i giorni sono già degli ultracorpi.

 

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