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La gita al foro

(Contro i viaggi-distruzione)

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

Sono stato un grande organizzatore di gite scolastiche. Negli anni settanta e ottanta ho guidato gli studenti di un istituto tecnico lungo i corridoi degli Uffizi, nei saloni del Louvre, alla cappella Sistina o per i percorsi contorti dell’Accademia. Fino a quando la succursale in cui insegnavo non ha ottenuto l’autonomia l’ho fatto in barba ad ogni regolamento, da solo o con un altro docente per sessanta allievi, e non ho mai contattato un’agenzia di viaggi. I ragazzi avevano la loro brava tessera degli ostelli e conoscevano tutti i trucchi e le agevolazioni per viaggiare quasi gratis sui treni. Riuscivamo a farci cinque giorni a Roma al prezzo di due biglietti per lo stadio. Ci si trovava casualmente, magari alla vigilia delle vacanze pasquali, alla stessa stazione alla stessa ora, si prendeva lo stesso treno, si scendeva alla stessa meta. Abbiamo dormito in ostelli sgangherati, in conventi di ordini religiosi scomparsi da secoli, in vecchi seminari, una volta nella sala d’attesa di una stazione ferroviaria e un’altra contro il muro di cinta di un cimitero.

Erano gite di istruzione in senso lato. Partecipava il cento per cento della classe. Non se la sarebbero persa nemmeno se in coma. Prima di partire si tenevano due riunioni, una per chiarire il significato di bagaglio e abbigliamento essenziali, per definire il programma, per concordare i comportamenti in caso d’emergenza, l’altra per verificare che tutti avessero capito. All’epoca non ci si poteva affidare ai cellulari: ognuno doveva avere chiaro dove trovarsi ad ogni ora della giornata. Non ho mai perso un ragazzo, mai dovuto recuperare qualcuno in stato confusionale in un bar, o alla polizia, mai affrontata una linea di febbre (se c’era se la tenevano). Facevamo più chilometri noi a piedi che i giapponesi col pullman. La sera, quando passavo di camera in camera a chiedere chi volesse uscire, trovavo i ragazzi coi piedi dentro i lavandini, sotto l’acqua corrente. Il mattino seguente sveglia alle sette. Uscivo quasi sempre da solo.

Detta così può sembrare una cosa da legione straniera, modello “marcia o crepa”, o più probabilmente una ciarlatanata. Invece funzionava davvero in questo modo, e ci sono decine e decine di ex studenti a testimoniarlo. In effetti qualcosa di militaresco nell’organizzazione c’era, ma i ragazzi capivano che era necessario, e se non lo capivano si adeguavano comunque. Imparavano che con gli ostelli e con i bige si poteva viaggiare quasi gratis, che viaggiando sui treni di notte si recuperavano giornate, che quando sei fuori mangi quello che ti danno e non pretendi la sogliola impanata della mamma, che in gruppo sei tu che ti adegui al suo ritmo, e non viceversa. Si divertivano perché scoprivano che imparare, sapere, conoscere è divertente. In una delle ultime gite a Parigi ho portato una banda di veterani dell’istituto, pluriripetenti decorati per l’affezione all’esame di maturità, a visitare il Père Lachaise, col pretesto della tomba di Jim Morrison. Bene, dopo aver reso omaggio a Morrison abbiamo girato tutto il pomeriggio, hanno visto le tombe di Modigliani e della sua compagna, quelle di Oscar Wilde, di Proust e di Balzac, il tumulo di Chopin e il mausoleo di Delacroix, Quando sono usciti sapevano chi erano Cuvier e Gay Lussac, e soprattutto avevano scoperto Piero Gobetti. Uno di loro mi ha raccontato poco tempo fa che ancora oggi, dovendo girare mezzo mondo per lavoro, quando capita in una grande città non si fa mancare una visita ai cimiteri urbani.

Nei primi anni novanta, subito dopo la caduta del muro, ho continuato a condurre processioni di liceali già un po’ scazzati per i boulevards di Parigi o a Praga, nel ring di Vienna, a Budapest o a Strasburgo. Ma non era più la stessa cosa. Pullman, albergo minimo tre stelle, grandi manovre notturne. E soprattutto ragazzi assai poco motivati, a caccia di Mc Donald e di discoteche piuttosto che di musei o di monumenti. Tutto è poi precipitato il giorno in cui, al momento di salire sul pullman, ho aperto una mezza minerale maldestramente palleggiata da tre primini. Era gin. Tutti a terra, perquisizione degli zaini, saltano fuori altre bottigliette. Un carico di alcoolici da tempi del proibizionismo. Il primo istinto diceva di legarli al paraurti posteriore e farli trascinare per una decina di chilometri, poi mi sono limitato a spedirli direttamente a casa; ma dentro si era guastato qualcosa, e una notte di corvée a cacciare abusivi dalle camere, compreso qualche docente, mi ha convinto che quello delle gite era un capitolo chiuso.

Ho convogliato allora il mio entusiasmo sulle escursioni: Tobbio, in chiave propiziatoria prima degli scrutini o dell’esame, espiatoria dopo: Punta Martin, nel gelo di gennaio; traversate dell’Appennino, transumanze verso il mare come i pastori di d’Annunzio, rifugi nelle Marittime. Il coinvolgimento era più limitato, ma neanche troppo: un sacco di gente ha scoperto di essere in grado di percorrere quaranta e passa chilometri a piedi senza finire in ospedale. Nell’ultima uscita ho portato ai primi di maggio sessantasei ragazzi e ragazze al rifugio Livio Bianco, oltre i duemila metri. In quei giorni il Cuneese è stato devastato dalla peggiore alluvione dell’ultimo secolo, ci sono stati persino dei morti: siamo saliti sotto la pioggia e poi sotto la grandine battente per quattro ore (e ridiscesi il giorno dopo nelle stesse condizioni), ma il peggio erano i sentieri trasformati in ruscelli, con l’acqua che scorreva gelida dentro gli scarponi, e i fulmini che spaccavano le rocce sopra le nostre teste. I danni al cuore e al sistema nervoso li pago ancora oggi. Eppure, quando ho chiesto alla madre di una ragazza che avevo visto un po’ in difficoltà in mezzo a tuoni, lampi e grandine, mi ha risposto: non ha mai avuto tanta paura, non ha mai fatto tanta fatica, non si è mai divertita tanto.

Anche quella stagione è finita, per raggiunti miei limiti di età, per una diversa consapevolezza del rischio che il Livio Bianco mi ha lasciato, ma soprattutto perché i ragazzi sembrano avere altro per la testa che sudarsi una cima o un rifugio. I pochi che aderiscono alle escursioni proposte sono già scafati per una frequentazione scoutistica o famigliare della montagna, e non scoprono nulla di nuovo. Gli altri non sono interessati a scoprirlo, e se li trascini ti fanno rimpiangere mille volte di non averli lasciati a valle.

Allo stesso modo, credo che oggi un docente con un po’ di buon senso (perché tra gli accompagnatori ci sono anche quelli che non ne hanno affatto, e creano più problemi dei ragazzi stessi) finito in mezzo ad una gita scolastica abbia cento occasioni per darsi dell’idiota e per pentirsi della propria disponibilità. Se davvero è responsabile, deve prendere atto che le condizioni perché la gita sia “un momento di crescita culturale, civica e relazionale” non sussistono più, e soprattutto non deve più ricascarci.

Per aiutarlo ad opporre una legittima resistenza alle pressioni dall’alto e dal basso (perché quando si tratta di gite per una volta il fronte è compatto, studenti, genitori e colleghi, compresi quelli che poi se ne stanno a casa) vado ad elencare una mezza dozzina di ipocrisie facilmente smascherabili. So di non dire nulla di nuovo, sono litanie che vengono ripetute ad ogni collegio dei docenti e ad ogni rientro dalle famigerate “visite di istruzione”; ma appunto, sembrano ormai far parte di un rituale scontato, che tacita per un attimo la coscienza e non impedisce di ricominciare daccapo la prossima volta. Penso che invece possa essere utile mettere in fila le cose e farci sopra qualche riflessione seria.

a) La gita è la continuazione della “didattica” con altri mezzi. Per essere un momento didattico la gita dovrebbe in primo luogo coinvolgere tutti gli studenti della classe. Non accade mai. Ogni istituto indica nel proprio regolamento la quota minima necessaria, che va dalla metà più uno ai due terzi o ai quattro quinti, ma è un puro esercizio retorico perché poi questi vincoli vengono regolarmente disattesi: c’è il pullman da completare, non si può negare a quelli dell’ultimo anno, quelli di terza sono tanto bravi, e via dicendo. Naturalmente coloro che non partecipano non hanno un’offerta alternativa. In primo luogo buona parte dei loro docenti sono impegnati come accompagnatori. Quelli poi che rimangono in cattedra non possono svolgere una didattica regolare, perché penalizzerebbero i gitanti, e non possono programmare verifiche o interrogazioni, perché in tal caso penalizzerebbero gli studenti non partecipanti. Possono solo proporre, come recitano la normativa e i regolamenti interni, degli approfondimenti. Ma siamo seri: i ragazzi già stentano a seguire quando la lezione è regolare, figurarsi quando vengono raggruppati in pluriclassi, per affrontare nel migliore dei casi argomenti che non saranno oggetto di verifica. Di norma dopo il primo giorno, (ma qualcuno anche da subito) tendono a starsene a casa e a farsi un supplemento di vacanza. Alla faccia della didattica.

b) La gita ha una valenza culturale. Le gite di istruzione avevano un senso quando davvero costituivano un’offerta diversa di scoperta e di conoscenza. Quando per alcuni la prima occasione di uscire di casa era la chiamata al militare. Oggi tutti si muovono più facilmente, in buona parte i ragazzi hanno già toccato le mete proposte viaggiando con i famigliari: non c’è pericolo che abbiano davvero visto o imparato qualcosa, ma loro sono convinti del contrario e finiscono per subire l’effetto “Sabato del villaggio” (che studiato in quinta elementare inibisce ai più la comprensione del massimo poeta e filosofo italiano). Anche quelli che non hanno viaggiato non scoprono nulla, perché almeno in apparenza attraverso i media il mondo è diventato più vicino, e hanno costantemente davanti agli occhi più immagini di Los Angeles che della loro città o dei paesi nel raggio di venti chilometri. Capita quindi che, quando va bene, non vadano alla scoperta di qualcosa, ma a verificare che corrisponda a quanto hanno già visto in tivù; se non è così, e non lo è quasi mai, rimangono delusi, perché la realtà per loro è quella proposta dal monitor.

c) La gita ha uno scopo formativo. Quando va bene, dicevo, perché di norma partono già decisi a non vedere nulla, a opporre resistenza a qualsiasi sollecitazione. La vista di recalcitranti mandrie studentesche intruppate nei musei, nelle chiese o lungo i percorsi monumentali, gli occhi bendati dai telefonini, le orecchie ben tappate dagli auricolari, al seguito di guide pateticamente rassegnate a far trascorrere comunque il tempo di visita, è uno spettacolo che da solo dovrebbe indurre il bando perpetuo alle visite d’istruzione. La gita ideale è per i ragazzi quella che consente di girare per proprio conto in pattuglie precostituite, conoscere altri sbandati di altre gite, confrontare i prezzi e i modelli di I-pad o I-phone, mangiare al Mc Donald, trascorrere la giornata a messaggiare, tirare tardi la notte, fuori o in camera d’altri, possibilmente a bere (e se c’è qualche anima buona che ha provveduto le scorte, a spinellare).

d) La gita è un momento di crescita personale e civica. Essendo tutto organizzato e comunque tele-diretto via cellulare, i ragazzi non imparano una virgola, non riconoscono una via, non cercano punti di riferimento. Una città vale l’altra, e se li si sbarcasse a Vienna anziché a Parigi impiegherebbero due giorni a rendersene conto. Avviene anche per molti adulti, ma per loro è sicuramente così. Non solo. La distanza da casa, quella che un tempo aveva sui viaggiatori un effetto liberatorio nei confronti di convenzioni e ruoli sociali, produce negli studenti uno sbracamento direttamente proporzionale al chilometraggio. Si sentono liberi di fare quello che a scuola produrrebbe delle immediate sanzioni, e a casa anche qualche ceffone, e smontano porte, letti e armadi, divelgono lavandini, scassinano frigoriferi, sottraggono asciugamani e posate (non mi si dica che non è così, perché parlo di esperienze vissute).

e) La gita favorisce la socializzazione e le relazioni interpersonali. Non c’è nulla di più falso. Di norma accade esattamente il contrario. I gruppi si formano prima della partenza e si blindano nel corso del viaggio, i posti sul pullman e le ripartizioni nelle camere vengono decisi preventivamente, il processo è piuttosto quello dell’esclusione degli “sfigati” cronici o di quelli occasionali, che dovendo fare buon viso a cattiva sorte saranno per tutto il tempo a rimorchio degli insegnanti. Ma c’è di peggio.

Come recita la seconda legge di Cipolla, la percentuale degli idioti (e delle carogne, aggiungerei io) è perfettamente distribuita in tutte le classi sociali, a tutti i livelli di istruzione, su tutte le età. Compresa quella adolescenziale. Questo significa che il bulletto che ti ride in faccia quando lo riprendi non è uguale al povero cristo che suda sui libri perché vuole sapere e darsi una prospettiva di vita, o magari soltanto professionale, che non sarà amore puro della conoscenza ma è comunque un intento lodevole. Ora, questo ragazzo non solo è messo alla pari col cretinetto che lo vessa e lo prende in giro in classe, ma in caso di gita deve essere lui a rinunciare, se non vuole trovarsi l’altro tra i piedi ventiquattro ore al giorno, e in una situazione ancor meno controllabile. Si verifica pertanto che spesso alla gita rinunciano proprio i più miti, coloro che non hanno intenzione di sballarsi la sera col fumo o con l’alcool, e già sanno che per questo motivo sarebbero emarginati e canzonati dagli altri. Per quanto dobbiamo continuare a fingere di non sapere queste cose?

f) La gita è un momento di divertimento. Dipende per chi, e da cosa si intende per divertimento. In base all’assunto a) il divertimento dovrebbe consistere nell’apprendere cose nuove e farsene corredo, o almeno nel verificare di persona sul luogo nozioni che si sono apprese solo in teoria. Come abbiamo visto, questo è l’ultimo degli intenti che animano i partecipanti ad una gita scolastica. Il fatto che possano anche essercene uno o due davvero motivati non cambia nulla: sono una sparuta minoranza. In base alle concrete esperienze per i più il divertimento sembra invece consistere nello sballo: e in tal senso, misurandolo cioè in base al tasso alcoolico, al livello della maleducazione e al numero delle ore di sonno perse, è difficile trovare altri momenti più esaltanti. Ma non si capisce perché dovrebbe essere la scuola a favorirli, quando ci sono già altre benemerite istituzioni che provvedono e che a questi risultati sono espressamente votate. Quanto poi possano divertirsi gli accompagnatori è facilmente intuibile: volete mettere, avere la responsabilità di gente che è lì con la precisa determinazione di infrangere ogni regola, interna ed esterna, affiancati spesso da colleghi che non sono nemmeno responsabili per se stessi, girare tutta la notte per i corridoi degli alberghi o essere svegliati in piena fase REM dall’incazzatissimo addetto alla reception, cercare di giustificare o rifondere i danni prodotti e scoprire magari che quei “bravi ragazzi” per i quali si pensava valesse la pena assumersi il rischio una volta in branco non sono meglio degli altri? E stiamo parlando della norma, non di situazioni eccezionali.

Mi fermo qui perché sono tornato al punto di partenza, ma soprattutto perché mi rendo conto che il quadro disegnato può apparire apocalittico: invece è solo realistico. Ora, io non penso affatto che gli studenti siano una massa di idioti e di incoscienti. Se così fosse non starei nella scuola da quarant’anni. Penso solo che, nelle attuali contingenze, la gita scolastica sia un’ottima occasione offerta a quelli che lo sono per dimostrarsi tali, e a quelli che non lo sono per sembrarlo.

E allora mi chiedo: come mai un singolo incidente mortale avvenuto all’interno della scuola, dovuto al crollo di un elemento di struttura, ha scatenato un putiferio sulla sicurezza (certamente più che opportuno e giustificato, per carità), mentre i casi innumerevoli di studenti che durante le gite scolastiche o le settimane bianche si sfracellano nel transitare da una finestra all’altra degli alberghi, precipitano dalle seggiovie o rovinano fuori pista, oppure vengono ricoverati in coma etilico o intossicati dalle pasticche (e lasciamo fuori gli incidenti dei mezzi di trasporto), vengono fatti rientrare nel quadro della probabilità statistica e non suscitano alcun allarme?

Le ragioni fondamentali sono due, una di ordine economico e l’altra di carattere ideologico. La prima è risaputa. Mettere al bando le gite significherebbe intaccare un giro d’affari enorme, che coinvolge migliaia di agenzie, di aziende di autonoleggio e di alberghi, oltre ai musei, ai parchi di divertimento e all’indotto che gira loro attorno. Dal momento che nel nostro paese la scuola è considerata prima di tutto una riserva di posti di lavoro, poi un mercato per editori e per il settore informatico e multimediale (TIC, Scuola Digitale e tutto il resto della paccottiglia alla quale si confida l’innovazione), e solo in ultimo un luogo dove dispensare istruzione e coltivare educazione, è naturale che anche questo aspetto venga privilegiato rispetto a tutti gli altri.

L’assunto ideologico, che viene ormai sbandierato solo quando serve a ribattere le critiche, ma che comunque permane in sordina, è invece che tutti gli studenti siano uguali. Il che, come sa chiunque lavori nella scuola, e come dovrebbe essere evidente anche al di fuori, non è affatto vero. Gli studenti non sono tutti uguali: debbono invece godere tutti di eguali diritti. Ma non essendo i diritti, al di là di quello alla vita, fiammelle pentecostali che scendono una volta per sempre dall’alto, quanto piuttosto una conquista quotidiana da compiersi assolvendo ai doveri e da difendersi rispettando innanzitutto quelli altrui, anche all’interno della scuola vanno riconosciuti secondo criteri di reale equità. La scuola è una offerta di opportunità, e ormai da tempo anche nel nostro paese lo è per tutti. I tempi di Don Milani sono passati, anche se la sua lezione rimane valida, e chi è seriamente intenzionato a studiare e a darsi una base culturale oggi può farlo, quali che siano le condizioni sociali di partenza. In questo quadro la gita scolastica così come oggi effettivamente si svolge non costituisce affatto una offerta didattica integrativa: spesso risulta anzi discriminatoria nei confronti di chi, al di là delle ragioni sopra elencate che possono indurlo a disertarla, oggettivamente non se la può permettere.

Varrebbe allora la pena, al contrario, di considerare la gita non un diritto acquisito ma un premio conquistato, da riservarsi, magari incentivandolo con il concorso della scuola ad una parte della spesa, ai meritevoli, a coloro che tanto sul piano dell’impegno che su quello del comportamento hanno dimostrato di saper stare al mondo in maniera civile e consapevole. Ciò consentirebbe anche agli altri, a quelli che ne restano fuori, di dedicare la pausa didattica conseguente ad un recupero di cui hanno davvero un gran bisogno, e a meditare sulla vera natura dei diritti (che poi lo facciano davvero è un altro discorso: l’opportunità deve essere comunque data).

Non mi sembra così complicato, al di là dell’aspetto della contribuzione della scuola, che con questi chiari di luna è problematico ma che si può risolvere, soprattutto programmando spostamenti più contenuti e tempi più brevi. Questa soluzione consentirebbe di attuare concretamente, con un atto visibile e con un segnale senz’altro efficace inviato in positivo o in negativo agli studenti e alle famiglie (e probabilmente anche molto contestato; ma se ne farebbero una ragione), quella valorizzazione del merito di cui si blatera a destra e a manca e che viene poi quotidianamente negata da una scuola più impegnata a inseguire i riottosi che ad accompagnare i volenterosi. Non solo: cancellerebbe lo spettacolo squallido di greggi di studenti che vagano fuori controllo, annoiate e vocianti, per luoghi consacrati al sapere e alla bellezza, sostituendolo con quello di giovani e composti cittadini gioiosamente compresi dell’opportunità di piacere e di sapere di cui godono; eviterebbe agli albergatori la necessità di assumere energumeni per garantire un minimo di ordine notturno, e di mettere in conto a priori il vandalismo degli imbecilli, consentendo loro di abbassare anche le tariffe; invoglierebbe i docenti (quelli bravi e responsabili) ad attivarsi per offrire in tutta rilassatezza e con una gratificazione almeno morale una appendice concreta e divertente al loro insegnamento.

Non dovrebbe essere complicato: sarebbe sufficiente adottare un altro modello di scuola, definire una volta per tutte quale ha da essere la sua vera “mission”, al di là dell’attuale status di parcheggio, chiarire quali sono i ruoli al suo interno e come vanno interpretati, scegliere una identità magari impopolare ma qualificante, in luogo di adeguarsi pedissequamente alle pressioni e alle distorsioni esterne.

Davvero, penso non sia così difficile vedere realizzato questo modello: dovrei solo varcare il confine, scegliendo una direzione a piacere.

 

In cerca di guai

di Paolo Repetto, 2009

26 maggio 2009. Segnatevelo, perché è rimasto nella storia. Nella mia senz’altro.

Tutto nasce dall’idea di far fare al “progetto montagna” un salto di qualità. È un’iniziativa in corso nel mio istituto già da un paio d’anni, promossa da due insegnanti patiti di alpinismo, ai quali non è sembrato vero trovare finalmente l’interlocutore giusto. Abbiamo realizzato fino ad ora solo uscite giornaliere sui sentieri dei dintorni, alle cime classiche del nostro Appennino, Tobbio, Figne e Punta Martin, e i ragazzi hanno risposto con entusiasmo (a Punta Martin erano centoventi). Questa volta vogliamo portarli invece ad un vero rifugio alpino, e di lì magari, il giorno successivo, ad una vetta facile. La meta, essendoci io di mezzo, è quasi scontata: sarà il Livio Bianco, sopra Valdieri, mentre la vetta potrebbe essere il monte Matto, del gruppo dell’Argentera. Per la gran parte degli allievi, soprattutto per le ragazze, sarà la prima vera notte in montagna e la prima volta sopra i tremila.

Sull’onda del successo delle puntate precedenti abbiamo raccolto un sacco di adesioni: sessanta ragazzi, accompagnati da cinque insegnanti, due maschi e tre femmine, più il sottoscritto.

La faccenda si è però rivelata piuttosto complessa. Il rifugio ufficialmente sino a giugno non apre, e per accogliere settanta persone fuori stagione deve potersi organizzare (legna, cibo, coperte, ecc). In più ci si è messo un inverno insolitamente lungo, per cui abbiamo dovuto spostare la data per ben due volte. Il progetto originario prevedeva l’uscita per il venticinque aprile, approfittando del ponte: ma in val di Gesso c’era ancora un metro di neve e tutto è slittato, prima di venti giorni, poi di un mese. Già questa storia delle date è significativa. Con tutta la nostra esperienza non siamo stati in grado di tener conto delle condizioni invernali della montagna.

Alla fine comunque arriva il gran giorno. Il mattino del 26 maggio nessuno manca all’appello, malgrado il cielo sia nero e le previsioni lascino poche speranze. Durante il viaggio verifico la composizione della truppa e comincio seriamente a preoccupami. Qualcosa forse non ha funzionato nella comunicazione, perché trovo che ne fanno parte ragazzi e ragazze palesemente poco adatti a questa esperienza. Avrei dovuto metterla giù dura io; gli insegnanti, soprattutto i due maschi, sono degli entusiasti, porterebbero in vetta anche un moribondo: le loro colleghe sono piene di buona volontà, ma non hanno alcuna esperienza di queste cose.

Siamo partiti sotto la minaccia della pioggia e all’arrivo a Sant’Anna di Valdieri, tre ore dopo, la minaccia è diventata concreta: acqua a dirotto. Il pullman ci sbarca sotto una tettoia: dovrà tornare a riprenderci domani sera. Dopo un’ora di conciliaboli che non portano a nulla, con gli occhi sempre volti al cielo a cercare un segno di miglioramento che non arriva, troviamo un locale per tenere un’assemblea all’asciutto e decidere sul da farsi. È una colonia estiva, non so bene di chi, che ci viene aperta da una custode mossa a compassione davanti a sessanta pellegrini infreddoliti. Si tratta di decidere alla svelta, per poter eventualmente richiamare il pullman. Il buon senso dovrebbe dettare l’unica soluzione possibile, ma non è facile. Soprattutto, non ho la collaborazione dei due altri presunti responsabili, che sono propensi a tentare il tutto per tutto, confidando in un cambiamento del tempo, e sembra non abbiano timori per le zavorre che ci portiamo appresso. È il secondo errore: in casi come questo le assemblee sono la cosa peggiore cui affidarsi. La responsabilità, morale e penale, ricade tutta su di me, e dovrei essere io ad assumerla, ragionando e decidendo per tutti.

Invece, come temevo, ragazzi e insegnanti sono tutti per provarci, e quindi, terzo errore, obtorto collo decido di assecondarli. Confesso però che anch’io covo ancora la speranza che in giornata le cose si mettano al meglio, e temo che un ulteriore rinvio faccia cadere del tutto la motivazione.

 

Naturalmente le cose volgono subito al peggio. La pioggia si intensifica già a partire dalle prime rampe, il sentiero diventa immediatamente un ritale, si procede con i piedi costantemente nell’acqua e non ci sono scarponi che tengano (per quelli che li hanno: molte delle ragazze, a dispetto di raccomandazioni e circolari scritte e memorandum, si sono presentate alla partenza con scarpette leggere da ginnastica).

I ritmi di marcia sono molto diversi, per cui diventa impossibile tenere sotto controllo il gruppo. Dopo mezz’ora il serpentone si è completamente sfilacciato e i vari pezzi arrancano sul sentiero sempre più distanziati. Non si vede, ma lo si può benissimo immaginare. In testa alcuni ragazzi evidentemente filano come razzi, in coda, soprattutto tra le ragazze, qualcuna appare già stremata. Salgo da ultimo, come le ambulanze, e non smetto di incitarle e consolarle, mentre piove sempre più forte.

Il tutto comincia a somigliare sinistramente alla ritirata di Russia. Solo che non posso nemmeno più decidere di tornare indietro, i cellulari non hanno campo. Intanto, venti metri sotto il sentiero il Gesso si è ingrossato e ruggisce da far paura; ma nemmeno si riesce a vederlo, tanto fitta è la pioggia.

Quando scorgo un paio un paio di ragazze sedute a lato, su un masso sporgente, con l’acqua che ruscella loro addosso, comincio a rendermi conto del guaio in cui ci stiamo cacciando. Carico i loro zaini sopra il mio, le faccio alzare e letteralmente le spingo in avanti. Avevo previsto di salire in tre ore in tutta tranquillità (altro imperdonabile errore di ottimismo, perché il dislivello è superiore ai mille metri), ma ne son già trascorse più di due e non siamo nemmeno ancora a metà. Spero che almeno qualcuno sia già arrivato al rifugio. Nel frattempo ho letteralmente arpionato per un braccio un ragazzo che mi sembrava frastornato (solo dopo ho saputo che ha delle difficoltà, e non solo fisiche) e lo trascino di forza. Nella parte più alta, dove la valle è spoglia e si apre, e il percorso dovrebbe farsi più dolce, la situazione se possibile si aggrava. Quando incontriamo dei ruscelli ingrossati che incrociano il sentiero devo mettermi a valle, l’acqua ai polpacci, per consentire alle ragazze di passare con un minimo di sicurezza.

Poi inizia a tuonare. Si sentono i fulmini scaricare sulle creste attorno, si scorgono i bagliori in mezzo alla cortina d’acqua. Qualcuno cade anche molto vicino, seguito da un boato terrificante. Sembra cerchino i massi erratici sparsi per i pascoli. E grandina. Sarebbe una situazione inquietante anche se fossi solo: con sessanta ragazzi sulle spalle sento il cuore contrarsi e rimpicciolirsi come una testa di daiacco, potrebbe entrare in una scatola di cerini. Nemmeno mi accorgo più dei tre zaini e del rimorchio umano che ho agganciato.

Sotto l’erta finale, a mezzora dal rifugio, decido di lasciare le retrovie e di accelerare. Il povero cristo che mi trascino appresso sembra sempre più un automa: inciampa, perde l’equilibrio, scivola, ma non cade: lo tengo talmente stretto per il braccio che mi confesserà, molto tempo dopo, di aver portato il livido per mesi.

Supero due o tre gruppetti di semiumani fradici e arrivo in cima di volata. Gli altri sono tutti dentro, una cinquantina, stipati attorno all’enorme stufa, giacche e maglie e pantaloni appesi ovunque, a fumare umidità.

Bevo un sorso di una bevanda calda, mi denudo la parte alta del corpo, mi faccio prestare una giacca a vento asciutta dal gestore e mi precipito nuovamente fuori, seguito da uno degli insegnanti. Quando ritrovo le ragazze sembrano non essersi mosse. Una di loro, figlia di una docente dell’istituto, è letteralmente paralizzata dalla paura dei fulmini: non riesce a camminare. Mi carico nuovamente di zaini, dopo averli alleggeriti di mezzo quintale di lattine, e le faccio ripartire, trascinandomi dietro stavolta la studentessa impaurita. Nello stato in cui mi trovo probabilmente le incuto più paura io che non la tempesta, e comunque non le lascio molta scelta. Mezz’ora dopo siamo tutti al rifugio. Facciamo la conta: nessun disperso. Bene o male tutti hanno raccattato qualche indumento di ricambio quasi asciutto, e al calore della stufa fanno sciogliere la tensione. Il resto lo fa la cena. Minestrone caldo e stufato di carne. Al tavolo degli accompagnatori anche un paio di bottiglie di vino.

In attesa del suono della ritirata, mentre gioco a carte con i colleghi, un ragazzo mi apostrofa: “Ma preside, davvero è nuovamente sceso per tirar su le ragazze? Lei è un grande.” È vero: un grande, anzi un grandissimo idiota. A freddo comincio a fare mente locale. È una delle cazzate più grosse che io abbia fatto nella mia vita. Fosse accaduto qualcosa, sempre sperando che non accada domani, avrebbero potuto darmi l’ergastolo per manifesta irresponsabilità e procurata strage. Sarebbe stata una condanna sacrosanta. E comunque, è certo che non sono adatto a gestire situazioni di questo genere, e fossi stato a capo di un reparto nella prima guerra mondiale sarei finito come Kirk Douglas in Orizzonti di gloria. Il cuore non è ancora uscito dalla scatoletta. Naturalmente non mi riesce di prendere sonno, anche perché nelle camerette e camerate attorno va avanti per tutta la notte una gran caciara, e i più casinisti sono proprio i miei insegnanti.

 

Il mattino seguente il tempo non è affatto cambiato, piove solo un po’ meno fitto. Naturalmente di tentare altro non se ne parla, e alle nove siamo pronti per ridiscendere. Con le giacche e le scarpe ancora fradice riprendiamo il sentiero: e di nuovo ci accompagnano la grandine e i fulmini, malgrado sia uscito nascostamente all’alba per recitare le rogazioni (le ricordo ancora: A fulgure et tempestate, libera nos domini …). In discesa però bene o male vanno tutti. Dopo altre tre ore di cuore in gola siamo nuovamente nei locali della colonia, in attesa che il pullman venga a riprenderci. La custode comincia ad essere seccata, mi guarda scuotendo la testa e sembra pensare: ma questo, da dove esce. Sono esausto, quasi non riesco a credere che sia andato tutto liscio (insomma!), e quando un paio di ragazze vengono a dirmi di aver lasciato il beauty al rifugio o di aver perso il berrettino sul sentiero le mando allegramente a stendere.

Nel primo pomeriggio finalmente si riparte. Una sosta per mettere qualcosa sotto i denti, e alle sei siamo a casa. I genitori, allertati, sono tutti davanti alla scuola: sembrano aspettare il ritorno dei superstiti di un naufragio (in effetti, un po’ così lo è). Poi capiamo: veniamo a sapere che il giorno precedente nella Val di Gesso e in quelle vicine, in pratica in quasi tutto il cuneese, si è verificata una vera e propria alluvione, che ha provocato persino tre morti. “Davvero!? – diciamo – Non ce ne siamo accorti.”

Tre giorni dopo incontro a scuola la madre della ragazza andata in panico durante la salita. Le chiedo come sta la figlia. Risposta: “Mi ha detto di non aver mai fatto tanta fatica, di non aver mai provato tanta paura, di non essersi mai divertita tanto! Ricorderà quest’avventura per tutta la vita”. Anch’io, garantito.

 

p.s. Per la cronaca. Al contrario dell’autostima, il mio cuore sembra non aver subito danni permanenti. Nemmeno il cervello: però non credo più nelle rogazioni. Nessuno dei genitori ci ha denunciati. Nessuno dei ragazzi ha accusato il benché minimo raffreddore. Quest’ultima cosa ci ha lasciati stupefatti. Ma forse la spiegazione è arrivata una settimana dopo, assieme ad una fattura del gestore del rifugio per dodici bottiglie di vino non comprese nel prezzo, ordinate direttamente e nascostamente dai ragazzi, e naturalmente non pagate.

Avevano in corpo l’antigelo.

Sarà per la prossima vetta

di Mauro Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Da giorni programmavo la grande escursione, da giorni tentavo d’immaginare come sarebbe stata, e sia pure inconsciamente stavo stringendo un rapporto di sempre maggior fiducia col mio compagno: quel compagno che, fino alla proposta di salire la Grande Tetè de By (3588 m.), avevo considerato solo come un simpatico capo. Venne dunque la data dell’escursione, e tutto cambiò in brevissimo tempo. Lui aveva deciso di variare destinazione per motivi meteorologici e, anziché alla Grande Tetè de Bym nella Valle di Ollomont, ora eravamo diretti verso la Valle di Ala: l’obiettivo era l’Uia di Ciamarella (3676 m.). Il nostro rapporto è definitivamente cambiato durante il viaggio. Siamo entrati in confidenza parlando un po’ di tutto, ma in special modo di abitudini personali, come il modo di fare colazione, e di musica: un abbinamento strano, ma che si è rivelato efficace, forse perché molto spontaneo.

Diamo inizio alla nostra avventura verso le otto. Sgranchiamo un po’ le gambe, atrofizzate dal viaggio in auto, prepariamo l’attrezzatura, scarichiamo i liquidi accumulati in un angolino appartato e, alzando lo sguardo alla vetta, un po’ impauriti dalla sua maestosità e scettici per la sua distanza, stringiamo i lacci degli scarponi. Si parte senza avere un’idea di quando si potranno slacciare. Come sempre nei primi passi si tira già il fiato, ma noi continuiamo imperterriti a parlare, a osservare e a descriverci vicendevolmente il paesaggio, selvaggio e incantevole. Talvolta, alzando il naso dal duro sentiero che ci costringe a fare molta attenzione, ci permettiamo di spaziare oltre la vegetazione che ci circonda. Il tempo non è dei migliori, nubi fitte e rabbiose decorano il cielo fino a coprirlo completamente. Una fitta nebbia si addensa e poi subitamente si dilegua su e giù per il pendio, quasi ad inseguirci e travolgerci. Il sentiero continua ad essere aspro, sia per le pietre, alcune da evitare ed altre da utilizzare come scalino, sia per la pendenza, e sale lungo tornanti brevi e ripidi. Ma ecco la prima sorpresa. Nel silenzio della nebbia si sentono strani rumori, quasi come un bussare alla porta, ma non si scorge nulla. Intanto inizia a piovigginare, una fastidiosa pioggerellina che solletica il viso e le gambe, le uniche due parti non coperte dalla mantella. Schhh!! Zitto!! Guarda lì sopra!! Finalmente capiamo da dove provenivano i rumori di prima. A pochissimi metri da noi si sta svolgendo uno splendido spettacolo: due giovani stambecchi si prendono a cornate saltando di pietra in pietra e, anche se ci hanno ben visti e studiati, non si curano per nulla della nostra vicinanza, quasi fossero rassicurati dal riparo che può offrire loro la nebbia. Scattata una o due foto decidiamo di proseguire, ma il nostro cammino di lì a poco è nuovamente interrotto da un altro stambecco, un maschio adulto, che si sofferma un po’ a guardaci e poi quasi ci saluta con uno strano verso, prima di scappare via veloce.

Verso le dieci raggiungiamo la prima tappa, il rifugio Gastaldi. Siamo accolti freddamente dai gestori, parecchio scortesi e poco propensi a dare consigli sull’ascesa al ghiacciaio e quindi alla cima. Mangiamo un paio di panini e riprendiamo il sentiero. A fatica individuiamo fra le pietre la via giusta, e subito la pioggia torna a farci compagnia, più insistente di prima. Ormai zuppi e sconfortati da quel che sembra aspettarci, ci chiediamo se vale la pena proseguire. È la prima delle scelte che dovremo fare, la prima di quelle decisioni che si possono prendere solo di comune accordo. In questi casi è indispensabile la fiducia reciproca, e questo lo capirò meglio più tardi. Concordiamo sull’opportunità di proseguire almeno fino ai piedi del ghiacciaio. Mentre saltiamo da una pietra all’altra e scrutiamo l’intera pietraia in cerca degli “ometti”, all’improvviso siamo sfiorati da timidi raggi di sole, che si fanno sempre più intensi, fino a quando tutto il cielo si apre in un confortante azzurro. Percorriamo allora velocemente i tre salti di morena ed arriviamo al nostro ghiacciaio. Eccolo, maestoso e affascinante, ma pericoloso e ricco di trappole; nessuna traccia umana, nessun segno che lasci intuire una via di passaggio. Ci si presenta la necessità di un’altra scelta: attraversare questo ghiacciaio vergine o abbandonare la salita. Rinfrancati e incoraggiati dal sole non impieghiamo molto a liberarci dai dubbi: attraverseremo il ghiacciaio. Mentre allacciamo i ramponi e liberiamo le piccozze decidevamo di non legarci in cordata. Avanzando assicurati in situazioni di questo tipo, pensiamo, se uno finisse in un crepaccio l’altro non solo non potrebbe salvarlo, ma rischierebbe di seguirlo: così invece ognuno penserà a sé, sperando bene anche per l’altro. Così, un passo incerto e prudente dopo l’altro, attraversiamo il ghiacciaio, cercando assieme la via, comunicandoci di quando in quando impressioni e sensazioni. Si tiene sempre lo stesso passo, cadenzato, a ritmo con il cuore, col fiato e soprattutto con la mente; la cosa più importante, infatti, per escursioni di questo tipo sono la tenacia, la forza d’animo e l’autoconvincimento. Attraversato il ghiacciaio continuiamo su per una cresta, a destra un salto di qualche centinaio di metri, a sinistra una ripida pietraia franosa, che porta dritta tra i seracchi: ora è l’adrenalina del rischio che ci aiuta a posare un pesante scarpone di cuoio davanti all’altro. All’improvviso, a distrarci per un attimo dalla tensione e dalla concentrazione si alza in volo da dietro una guglia l’aquila, la regina della montagna, colei che raramente si concede allo sguardo; timida e quasi scocciata si allontana velocemente, fino a diventare un minuscolo scarabocchio nero nel cielo azzurro. Riprendiamo. Raddoppiando l’attenzione, perché la cresta si fa sempre più sottile. Ma al termine della cresta troviamo davanti a noi una parete pressoché verticale, di una roccia particolarmente difficile e rischiosa, fatta di scaglie che si sbriciolano filtrando acqua. Siamo di fronte alla terza scelta della giornata, rischiare e puntare alla vetta, o abbandonare a pochi metri e iniziare il ritorno. Rimaniamo a lungo lì, aggrappati alle rocce, combattuti tra il timore del rischio e lo stimolo dell’orgoglio, cercando nel frattempo di individuare un’altra via per aggirare l’ostacolo; ma niente, non c’è un’altra via. E allora il problema si riduce a questo: vale la pena rischiare la vita per salire sulla vetta vera e propria? Ci mettiamo un po’ di tempo, ma alla fine decidiamo di no; abbandoniamo, e sia pure un po’ amareggiati, ma convintissimi d’aver fatto la scelta giusta, torniamo giù a passo rapido e sciolto. Affrontiamo nuovamente la cresta, scattiamo qualche foto e ci buttiamo per il ghiacciaio, questa volta con minore prudenza, calcolando anche il fatto che con il sole la neve diventa più molle ed il rischio di scivolare sul ghiaccio duro aumenta. Superata la grande morena decidiamo di non ripetere il sentiero della salita, ma di percorrerne un altro che non passi dal rifugio. Il ritorno ci regala ancora un paio di sorprese; ci troviamo infatti a dover attraversare il torrente che dal ghiacciaio scende a valle con due soli balzi, cosa non facile con uno zaino da quindici chili sulle spalle. La seconda sorpresa ce la regala un gruppo di una quindicina di stambecchi che bruca tranquillamente il prato attorno al sentiero. Rituffandoci nella nebbia fitta arriviamo alla macchina, esausti, alle otto e mezza. Siamo noi stessi stupiti da quanto siamo riusciti a fare. In undici ore abbiamo superato 2000 metri di dislivello. Questo ci compensa ampiamente della vetta mancata. Sciacquiamo i nostri piedi distrutti nelle gelide acque del torrente, lì a fondovalle, e poi via per il ritorno a casa, da chi probabilmente già da qualche ora si sta preoccupando per noi.

Questa avventura mi ha lasciato più di un ricordo. È stata un’esperienza d’alta montagna che mi ha fatto crescere dal punto di vista pratico, come escursionista, ma mi ha fatto capire anche altre cose. Innanzi tutto quanto sia importante fidarsi delle persone con cui si vivono esperienze importanti e che possono anche essere pericolose. Poi che quando un uomo si pone dei limiti non è detto che lo faccia sempre per paura o per pigrizia; a volte prendere coscienza di un limite da non superare significa semplicemente scegliere in favore della vita, e l’alternativa non è eroica, ma solo insensata. Infine ho capito che l’uomo ha un vero e proprio bisogno psicologico di vivere certe sensazioni, ma anche che queste non devono essere legate necessariamente ad uno sport estremo. Queste sensazioni possono essere vissute anche nella propria mente, con la fantasia, nella vita di tutti i giorni, magari scoprendo il valore di un’amicizia. È possibile mettere in circolo l’adrenalina con forti emozioni sentimentali, per amore, o per rabbia, o semplicemente per una felicità che può arrivare da qualsiasi rapporto o accadimento. È la passione per la vita che ci dà una ragione per vivere …

 

Chi sono i Viandanti delle Nebbie

di Paolo Repetto, 30 dicembre 1996

Forse si farebbe prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la logica della mercificazione di ogni idealità.
In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

 

Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE