Cacciatori di nuvole

di Fabio Marchelli, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Sotto la voce “Nómade” leggo sullo Zingarelli le seguenti parole: “Detto di popolazione che esercita specialmente la caccia e la pastorizia e non ha dimora stabile”.

I nomadi sono ormai ridotti a dieci – dodici milioni di individui; cinquant’anni fa erano quasi il doppio. Il nomadismo, in senso lato, inizia il suo lungo viaggio addirittura circa 1,7 milioni di anni fa con un nostro protoantenato, l’homo erectus, irradiatosi a colonizzare, partendo dalla culla africana, buona parte dell’Asia e dell’Europa; continua poi con i cacciatori-raccoglitori neolitici, con i pastori di stirpe kurgan, raffigurati come nomadi guerrieri a cavallo che imposero la loro lingua, una sorta di proto-indoeuropeo, dalle zone a nord del Mar Nero fino all’Europa meridionale; e si rinnova con le grandi espansioni-invasioni di popolazioni celte e poi via via scite, ungare, alane, gote, mongole e infine arabe.

I movimenti di intere popolazioni stravolsero logicamente la storia e i costumi di vastissime aree, segnarono mutamenti epocali. Ma non è questo che mi interessa: mi piace invece cogliere il nomadismo nella sua essenza, come forma di disobbedienza. Sin dalle origini, infatti, i pastori evadono dagli obblighi delle organizzazioni sedentarie, rispetto alle quali essi si comportano come ribelli e contestatori. La Bibbia stessa lo testimonia nella cacciata di Ismaele da parte di Abramo, o addirittura nell’uccisione del pastore nomade Abele da parte dell’agricoltore sedentario Caino. In chiave politica questa fuga può essere vista come una riluttanza a farsi sudditi di un potere vessatorio, proprio di società autocratiche e oligarchiche, e il nomadismo come una strategia politica per sfuggire a questo controllo. In seguito la situazione si ribalta, e l’uomo nomade riesce, tramite l’invenzione della cosiddetta “macchina da guerra”, a impaurire questo potere, e canta se stesso come l’uomo forte, coraggioso, l’eroe che rifiuta le lusinghe della vita sedentaria.

In effetti, già nel mondo arabo preislamico vi è tutta un’epica che canta la vita libera e fuggitiva. La stessa parola “arabi” deriva dal termine ebraico “arave” che significa deserto, e quindi figlie del deserto erano chiamate le popolazioni che, appunto, venivano da fuori. In Afganistan Kuchi è il termine generico col quale sono appellati i nomadi da parte dei cittadini, e significa “coloro che vanno” o gli “errabondi”; in turco gli yuruk sono “quelli che camminano”. Il nomade quindi è per definizione un diverso, un emarginato, un inadeguato rispetto ai canoni della vita urbanizzata. Ne sono un esempio le varie tribù Rom che stazionano nelle periferie delle città italiane, in preda ormai ad un graduale processo di disgregazione, ad una rinuncia al nomadismo causata dalle tentazioni della forma di produzione industriale, dalle politiche del soccorso, dall’assistenzialismo, dalle lusinghe della condizione urbana. Anche le politiche di assimilazione, perseguite con intento progressista, tendono a considerare le antiche società nomadi come residuali e anacronistiche, e mirano in fondo a trasformare il nomade in un produttore inserito nel sistema, offrendogli la sedentarizzazione come unica soluzione al suo problema di “diverso”.

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurrà diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa correntente di ali.
(poesia rom – khorekhere)

Per il nomade lo spazio è un luogo naturale, non segnato dall’azione trasformatrice dell’uomo; ma mentre per il sedentario esso è vuoto, per il nomade è subordinato al tragitto da percorrere, come se la vita stessa fosse un intermezzo. Quindi importante non è il punto di arrivo e/o di partenza, ma il percorso stesso, che si svolge in un luogo aperto, non vincolato da reti stradali o da muri di recinzione. Si può parlare di uno “spazio liscio”, disomogeneo, che si contrappone ad uno “spazio striato”, costituito da strade, tracciati obbligati, e che l’autorità statuale può controllare tramite organismi di polizia, sbarramenti o filtri; lo stato ha infatti bisogno che il movimento sia soggetto a regole, onde limitare strettamente, controllare, localizzare ogni flusso di popolazione che potrebbe costituire un potenziale pericolo per la sua stessa stabilità.

Il nomade ha estreme difficoltà ad adeguarsi a qualsiasi regola prefissata; nucleo fondamentale della sua vita sono il clan e la tribù, ed attorno a essi vive, riconoscendo un capo solo come primus inter pares, come figura rappresentativa, mediatrice e non autoritaria, a cui la tribù delega limitate funzioni di comando. Il ruolo degli individui è paritario, la struttura sociale è caratterizzata da comunitarismo e da rapporti di cooperazione resi possibili dal fatto che non esiste una effettiva divisione del lavoro: infatti gli artigiani si sentono allevatori, e viceversa, e nessuno è assoggetato a leggi che limitino la libertà individuale, anzi, questa viene esaltata come portatrice di creatività. E ancora, il nomade è l’uomo ecologico per eccellenza, e quella nomadica è la società della sufficienza, della frugalità e della parsimonia, nella quale i bisogni essenziali precedono il confort e il lusso. Beduini, tuaregh e kuchi sono tutti uomini sottili, che consumano pasti esigui e leggeri: nel Sahara si usa dire che un tuaregh può vivere tre giorni con un dattero, il primo mangiando la buccia, il secondo la polpa e il terzo succhiando il nocciolo. I nomadi sono allenati a resistere a tutte le difficoltà ambientali proprio grazie ad una sorta di compressione dei bisogni; infatti da sempre sono tra i consumantori meno esigenti (nel 1970 il reddito medio annuo dei nomadi del Sahel era di centomila lire, contro i quattro milioni di un cittadino statunitense), e non ambiscono a beni materiali, che sarebbero comunque di impaccio al loro incessante cammino. Gengis Kan si compiaceva di possedere un solo vestito e di nutrirsi una sola volta al giorno, come l’ultimo dei suoi pastori.

Ma il nomade è anche chi percorre territori e culture diverse, non accettando di collegarsi ai cosiddetti “poteri forti”, non cercando legittimazione in un’ideologia o infine in una patria. Si può infatti essere nomadi anche in una città dei nostri giorni, perché lo si è pensando e praticando uno stile di vita diverso che eluda gli obblighi di tutto ciò che rappresenta il potere costituito, che si contrapponga alla massificazione, alla omologazione, sia sotto il punto di vista strettamente culturale che sotto quello quotidiano, per non farci omogenizzare in tutte le nostre scelte.

… il deserto non è solo dietro l’angolo / il deserto è compresso nel vagone della metropolitana, è accanto a te, / il deserto è nel cuore del tuo fratello” (T. S. Eliot)

 

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Utopia a 66°33’

di Stefano Gandolfi, Norvegia, agosto 1992; Alessandria 12 settembre 1997

O.K. lo so, era un non-luogo, un vero classico non-luogo, quello al quale ci stavamo avvicinando con sentimenti contrastanti: io, sempre più inquieto ed eccitato, ero ormai da vari minuti assorto nei miei pensieri; Antonio, riservato e silenzioso, stava senz’altro anche lui elaborando il “suo” approccio emotivo alla meta; Augusta, logica, razionale e meno problematica cominciava lentamente ad agitarsi subodorando la fregatura estetico-paesaggistica in agguato; Katia, in un’altra dimensione, dormiva.

Certo, doveva essere un non-luogo, e non sai mai cosa aspettarti da un non-luogo…

Da due giorni avevamo lasciato Trondheim e la regione dei fiordi, il sud della Norvegia più popoloso e più dolce, psicologicamente più rassicurante con le sue città ed il suo tessuto urbano più esteso.

Dopo Trondheim cambiò tutto.

La E6, la mitica strada che collega Oslo a Capo Nord, costituiva l’unico legame con la civiltà tecnologica: i pochi paesini disseminati lungo di essa, spesso minuscoli e distanziati anche di decine di chilometri, ti strappavano un sospiro di sollievo e un sollecito rabbocco di benzina.

Questo interminabile rettilineo nastro d’asfalto taglia per centinaia di chilometri grandi foreste di conifere e di betulle, inizialmente bellissime e mozzafiato, poi sempre più inquietanti: anche ciò che è grande, esteso, troppo grande, troppo esteso, diventa un non-luogo, perché ti vengono a mancare i punti di riferimento, i parametri per poterne prendere le misure e rapportarli ai piccoli spazi della tua vita quotidiana; l’immensità è un non-luogo, un’utopia, e la piccola e limitata mente umana a un certo punto ne richiede un limite, una via d’uscita … oppure lentamente, impercettibilmente, il viaggiatore si lascia vincere, dominare, senza chiedere risposta, cercando l’abbraccio protettivo dell’infinito.

Viaggiavamo, dunque, da due giorni.

Rare, maestose Volvo Polar station-wagon ci incrociavano ogni due-tre ore salutandoci con i loro fari anabbaglianti perennemente accesi, anche di giorno[1]: davano l’impressione di poter viaggiare anche da sole, senza bisogno di controllo umano, e d’altra parte l’uomo è una presenza insignificante, in questi luoghi…

Da alcune ore il paesaggio, gradualmente, stava cambiando: le grandi foreste stavano scomparendo, una vegetazione sempre più brulla e rada ne stava prendendo il posto; un’altra varietà di infinito, un altro non-luogo si stava materializzando quando mi resi conto che da alcune decine di chilometri stavo guidando in un immenso altopiano roccioso quasi lunare, senza vegetazione, libero, da ogni parte, all’orizzonte.

Una pioggia fine, fastidiosa, veniva sbattuta dal vento contro i tergicristalli.

Arrivammo, non so come e quando, arrivammo e ci fermammo: un cippo, un mappamondo stilizzato, una incredibile, improbabile caffetteria stile stazione lunare alla “2001 Odissea nello spazio”, pochi turisti, camionisti e viaggiatori accigliati e infreddoliti: tutto stava lì a dimostrarci che eravamo a 66 gradi e 33 primi di latitudine nord, al Circolo Polare Artico.

Katia bevve un caffè, Antonio, diligentemente, documentò l’evento con una serie di fotografie. Augusta, rassegnata e senza parole, rabbrividiva per il freddo e per l’atrocità materiale del posto.

Io, come sempre in queste situazioni, rimasi completamente in trance, per alcuni minuti estraniato da tutti, guatando, respirando, assimilando l’essenza del posto: un’utopia, un luogo dello spirito, un non-luogo! Ero contento, potevamo proseguire, attrezzati eternauti.

Vedemmo un ragazzo tedesco, un turista? un camionista? E gli chiedemmo di farci una foto ricordo davanti alla stazione lunare. Seimila chilometri e mille anni dopo, facendo sviluppare il rullino, capimmo che lo sconosciuto compagno di viaggio aveva alimentato il suo spirito con lo spirito: la foto era mossa!

Quale migliore ricordo di quattro fantasmi in un luogo di fantasmi?

[1] la cosa appariva strana in quanto all’epoca in Italia non era ancora in vigore l’obbligo di accendere i fari anche di giorno,

Utopia a 66 gradi e 33 primi 02

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Pietre. Arte per fede, non per opere

catalogo della mostra di scultura del gruppo “Artisti per fede” che si svolse presso la Loggia di San Sebastiano ad Ovada il 16 e 17 agosto 1997
Pietre Arte per fede, non per opere copertinafotografie e immagine di copertina di Enzo Capello

Il significato dell’arte della scultura

Arte per fede, non per opere

Dell’assoluto valore dell’opera  e della relatività dell’artista

Perché “Pietre”

Chi sono gli “Artisti per Fede”.

Opere esposte

Il significato dell’arte della scultura

Dalle epoche più remote sino ad oggi, la scultura ha agito sul mondo materiale con un atteggiamento predatorio e mutilante. L’uomo, nella sua costante tensione a farsi Dio, ha ritenuto di poter intervenire liberamente sulla natura per modificarne forme e dimensioni e per attribuire ad essa dei propri significati. Il suo agire è stato un incessante tentativo di sostituire alla simbolizzazione naturale un mondo di segni e di messaggi che, trascendendo la materia, avrebbe dovuto fondare una rete di significati finalizzati alla celebrazione della sua ascesa e distacco dal mondo materiale. Tutto ciò ha determinato sia un profondo squilibrio nella originaria perfezione artistica della natura sia una pericolosa illusione creativa nell’uomo, che, man mano, si è risolta in un’avvilente deriva consumistica.

Ma che significato artistico possono avere grandi opere di pietra o di altro materiale inserite in un contesto umano che è la negazione della purezza estetica? Come è possibile ritenere arte la seriazione di un prodotto di laboratorio? E che dire dell’evento plastico che coinvolge strutture che l’uomo ha costruito per la sua sopravvivenza? Lo straordinario vitalismo del concetto umano dell’arte non corrisponde affatto all’espressione artistica intesa come comunione intima tra uomo e materia, in cui l’uno e l’altra subiscono un influsso magico che ne modifica irresistibilmente sia la presenza sostanziale che i significati riposti. Pertanto, pensare alla scultura oggi non può che essere un atto di contrizione nei confronti del cammino compiuto dall’uomo in nome dell’arte, nel quale hanno prevalso a più riprese ragioni diversamente soggettive, incapaci di cogliere l’oggettività artistica del reale materiale. La rinuncia a questo tipo di atteggiamento è il primo passo per intraprendere un percorso inverso in cui sia la materia ad imporsi finalmente all’uomo.

Pietre Arte per fede, non per opere Locandina mostra

Arte per fede, non per opere

Il concetto dell’arte per fede deriva dalla convinzione che soltanto nella purezza dell’intuizione trascendentale possa svilupparsi il meccanismo della produzione artistica. Per produzione qui non si intende assolutamente una attività di manipolazione, ma la visione profetica che l’artista deve avere di un oggetto affinché esso assuma significato artistico. Ciò non deve però confondersi con un qualsiasi atteggiamento soggettivistico in quanto l’intuizione non nasce dentro il mondo di fantasmi della mente umana, ma è una lacerazione di quel velo di Maia che ricopre l’in-sé delle cose e lo difende dalla banalità dell’esistenza. Solo un individuo che si liberi di ogni sovrastruttura culturale e mondana può essere in grado di operare questo strappo e di riconoscere oggettivamente quei segni che la natura imprime sulle cose per distinguerle e per significarle. L’atteggiamento ideale dell’artista per fede è quello dell’asceta salmodiante che cerca la sua illuminazione arrancando su per torrenti e montagne e non si aspetta assolutamente niente perché sa che l’intuizione artistica è un bene oggettivo che ti coglie e non si fa cogliere. È importante che uno sia preparato a ricevere come in una sorta di unzione questo momento speciale, che lo astrae dal resto degli uomini e gli consente di dialogare con un mondo materiale che ha le sue leggi e le sue geometrie. Nel suo percorso l’artista per fede incontrerà sia simboli isolati sia luoghi sacri per l’abbondanza di questi simboli, che dovrà saper riconoscere in silenzio e rispettare come se fosse di fronte ad una rivelazione.

L’arte per fede non è comunicabile, tanto meno insegnabile, perché non esiste alcuna tecnica umana che possa cogliere l’assoluto della bellezza naturale così come questa intuizione spirituale. L’arte per fede è macerazione, e il godimento estetico dell’oggetto materiale presuppone anche un rapporto fisico con esso che deve inevitabilmente gravare sulle spalle e sulle braccia dell’artista, il quale non si stancherà mai di portare e riportare l’oggetto artistico come se fosse la croce di una solenne processione.

Ma perché dunque una mostra di pietre scaturita dall’arte per fede? Se quest’arte è godibile pienamente soltanto nel contesto della natura, perché dunque sottrarla ed esporla in un contesto umanizzato e addirittura predisposto all’evento? L’arte per fede non è una concezione d’arte parcellizzata, legata soltanto ad un’espressione artistica in senso stretto. Essa è una vera e propria interpretazione del mondo, un modo di ristabilire il rapporto tra uomo e natura che la civilizzazione moderna ha completamente dimenticato. Proporre oggetti artistici individuati per fede è dunque un tentativo di far riflettere l’uomo sulla sua presunzione manipolatoria e macchinistica e di riavvicinarlo ad un approccio silente e religioso con il creato. Il rito di ricollocazione esatta nei luoghi di asportazione degli oggetti artistici individuati per fede è un gesto profondamente religioso che sancisce inequivocabilmente il carattere effimero dell’arte per l’arte e la grandiosità panica dell’arte per fede.

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Giuseppe Schepis, Antonio Cammarota e Gianni Repetto

Dell’assoluto valore dell’opera e della relatività dell’artista

L’opera, imperitura testimonianza di una realtà superiore, ha un valore che prescinde dall’identità di colui che, in veste di artista, è in realtà solo un tramite fra l’assoluto e il mondo umano. L’artista dà voce, è strumento di comunicazione passivo, caduco, corruttibile. Solo la realtà materiale frutto della creazione divina possiede il dono dell’oggettività imperitura, capace di sfidare gli strali del tempo, eterna e luminosa.

Il Tao degli “Artisti per Fede” è specchio di questa verità disvelatrice. Le opere, con la loro greve presenza, sono capaci di squarciare il Velo di Maia che ci separa dall’illuminazione.

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Perché “Pietre”

Il gruppo “Artisti per Fede” ha rivolto il suo sguardo illuminato alle pietre perché ritiene che in esse sia contenuto il significato più profondo della purezza della materia. La pietra, elemento fondante della nostra esistenza materiale, è anche esattamente l’opposto, cioè l’oggetto che può esprimere il più alto senso di spiritualità tra tutti quelli che ci circondano. La durezza, l’acutezza, la levigatezza della pietra corrispondono ai connotati spirituali dell’animo ascetico che, come pietra, urta contro tutte le presenze molli della vita materiale. La pietra ha accompagnato l’uomo nella sua storia, ed egli ha un debito nei suoi confronti enorme, non tanto per i diversi usi che ne ha fatto, ma perché raramente ha saputo cogliere il messaggio di perfezione spirituale e artistica che essa aveva innato. La pietra è stata il primo oggetto materiale che l’uomo ha cercato di manipolare e, nonostante comprendesse il tragico destino a cui egli l’avrebbe condannata, ha accettato silenziosamente di svolgere questo ruolo servile, aspettando con pazienza il momento in cui l’uomo nuovo fosse stato in grado di ristabilire con essa il giusto contatto di reciproca rigenerazione. La pietra è ciò che infonde forza all’uomo solo e gli consente di contare su un simbolo sicuro perché scevro di mutazioni relativistiche: la pietra è pietra, non vuole essere alto o apparire diversa da quello che è; è’ certezza fisica e metafisica, l’unica che ci assorba completamente; la pietra è dolce e tenera, aspra e acuminata, ma non tradisce mai, perché è sempre se stessa.

Un percorso di pietre è una via verso un nuovo senso della natura che sconfigga la dimensione servile in cui l’umanità l’ha costretta nei secoli: l’animale, addomesticabile, è stato considerato l’elemento naturale a noi più vicino; la pietra invece, spesso mortale e catastrofica, l’elemento più lontano. Eppure la pietra è forse l’unico elemento in natura che riesce a corrispondere spiritualmente al nostro desiderio di assoluto. Essa è eterna, ed è la sola che può dare all’uomo il senso dell’immortalità. Chi seguirà, vivendolo misticamente ed artisticamente, questo percorso di pietre, forse riuscirà a cogliere un lembo di tutto questo.

 

Chi sono gli “Artisti per Fede”

Antonio Cammarota

Nato a Salerno nel 1967, risiede ad Ovada da lungo tempo. Ha compiuto studi tecnici presso l’ormai ex I.T.I.S. “A.Volta”. Nel 1993 si è laureato in Storia presso l’Università di Genova, dove ha approfondito, tra l’altro, gli studi sull’arte orientale (in particolare cinese e khmer). Socio fondatore del Centro Ligure di Studi Orientali ha contribuito all’organizzazione di numerose mostre sull’arte asiatica. Nel 1995 ha fondato, insieme ad alcuni amici, un gruppo di mistici erranti, cercatori unici della “pietra perfetta”. Da quel momento, durante stancanti escursioni artistiche, si è trovato più volte di fronte a vere e proprie opere d’arte, d’arte per fede. La formulazione, insieme ad altri, di questa nuova teoria estetica e di questo rivoluzionario metodo di “produzione” artistica lo colloca all’interno di un attualissimo movimento di rivitalizzazione (o di definitiva sepoltura) dell’arte.

Gianni Repetto

Nato a Lerma nel 1952, risiede a Vecchiano, Pisa. Si è laureato in filosofia presso l’Università di Genova nel 1976 e attualmente è insegnante di materie letterarie nelle scuole medie della provincia di Lucca. È autore di “Careghé”, libro “cult” della civiltà dei becelli, edito da Guaraldi nel 1996. Si occupa di teatro nella scuola ed è profondo conoscitore e fine interprete del teatro kabuki. È redattore della rivista underground “Sottotiro Review”. È il teorico di punta dell’Arte per Fede, da lui praticata fin dall’infanzia, ed è facile incontrarlo lungo i torrenti del nostro appennino intento a contemplare opere d’arte (per Fede) in religioso silenzio. La prima esperienza espositiva, una personale, risale al 1989 quando espose alla “F.Engels Halle” di Lipsia, nell’allora D.D.R.

Giuseppe Schepis

Nato a Genova nel 1968, risiede a Molare. Si è laureato in ingegneria presso l’Università di Genova nel 1996 e attualmente collabora con l’Università di Genova in attività di ricerca. Protagonista della vita politica extraparlamentare genovese, ha militato nel gruppo trotzkista “Tutti Uguali!” ed è stato redattore della rivista “La Scintilla” del circolo portuali di Caricamento. Ultimamente ha assunto posizioni di stampo anarco-ambientalista ed è approdato ai “Viandanti delle Nebbie”. È redattore della rivista underground “Sottotiro Review”. Dopo anni di pesante ostracismo nei confronti di ogni forma d’arte, ha improvvisamente scoperto per illuminazione l’Arte per Fede. Ciò ha determinato in lui una rivoluzione interiore che lo ha portato a vagabondare per picchi e per valli alla ricerca dell’oggetto artistico naturale, inteso come una vera e propria benedizione spirituale. Ha così raggiunto quella serenità che il suo spirito inquieto andava forse cercando da tanti anni. Ha una consolidata posizione nel mondo dell’arte maturata in svariate esperienze espositive. La sua prima mostra, risalente al 1995, si è tenuta presso il circolo anarchico “Buenaventura Durruti” di Barcellona.

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Opere esposte

Pietre Arte per fede, non per opere 06Gianni Repetto
Interruzione d’Amore

Provenienza: Piota, località Palazzo

Nel pieno dell’amore, all’improvviso l’anima mi è volata via e ho sentito un grande vuoto dentro. E allora non sono più riuscito ad amare, e ogni gesto e ogni contatto è diventato una tortura. Come farò a estirpare la radice del mio tormento?

Pietre Arte per fede, non per opere 07Antonio Cammarota
Parete d’Onda

Provenienza: Piota, località Isola

Un’onda gigantesca incide la parete, imprime il suo marchio salato sulla pietra silente. Gli elementi si mescolano. Riflessi di verde. Come sono piccoli gli esseri umani …

Pietre Arte per fede, non per opere 08Giuseppe Schepis
Urla del Silenzio

Provenienza: Piota, località Guado di Fanàn

Il dolore ancestrale, il corpo contorto e spezzato, eterna tortura propria dell’esistere.

Pietre Arte per fede, non per opere 09Antonio Cammarota
Montagne Cinesi

Provenienza: Piota, località Rocche nere

Possente viluppo di piani che sembrano generarsi l’un l’altro sino all’orizzonte. Nebbie nascondono la roccia. Il Tao, afflato vitale, principio e fine, risuona in essa in eterno.

Pietre Arte per fede, non per opere 10Gianni Repetto
Foemina

Provenienza: Piota, località Testanera

Sospiro, di fronte al tuo corpo sospiro. Mi palpita il cuore, e il sangue si scalda, ribolle. Comincio a sudare, mi affanno, ho voglia di prenderti e morderti. È duro il mio sesso…
——————–
Quando ti vedo così tenera, ho quasi paura di sfiorare la tua pelle come se temessi di sciuparti. E allora vorrei soffiarti addosso la dolcezza che m’ispiri, ma così, senza mai toccarti. Credo che se abbiamo un’anima, la tua sia perfettamente identica al tuo corpo.

Pietre Arte per fede, non per opere 12Antonio Cammarota
Demone

Provenienza: Piota, località Torroni

L’anima si increspa su cime aguzze come fondi di bottiglia, e lassù, in alto, la vera cima, irraggiungibile. Spruzzi di roccia rumoreggiano là in fondo. Qualcuno li ascolterà?

Pietre Arte per fede, non per opere 13Giuseppe Schepis
Esperienza

Provenienza: Piota, località Testanera

Ferite profonde, scalfitture infinite che rimodellano il corpo, che distorcono la mente.
Solo chi è pietra conserva la sua originale struttura.

Pietre Arte per fede, non per opere 14Gianni Repetto
Pellegrino d’Oriente

Provenienza: Piota, località Palazzo

Nero di vesti e di avventure, attraversa in silenzio il nostro tempo. Lascia messaggi per i compagni, dice che verranno numerosi. Nell’ultimo c’è scritto di una pietra che sarebbe l’anima del mondo. Lui sa dov’è, ma ha paura di non vivere abbastanza per trovarla.

Pietre Arte per fede, non per opere 16Antonio Cammarota
Vipere

Provenienza: Piota, località Villaggio Primavera

Rettili pietrosi strisciano immobili sul greto del torrente ormai asciutto. Nessuna roccia è sicura. Lei attende, digiuna e forse pensa.

Pietre Arte per fede, non per opere 17Giuseppe Schepis
Cuore di Tenebra

Provenienza: Piota, località Galleria De Ferrari-Galliera

Il mare aperto era sbarrato da un nero banco di nubi, e la tranquilla via navigabile che conduceva agli estremi confini della terra scorreva cupa sotto un cielo coperto – sembrava portare verso il cuore di una tenebra immensa.” J. Conrad

Pietre Arte per fede, non per opere 18Gianni Repetto
Spirale

Provenienza: Piota, località Guado di Fanàn

Si muove sinuosa, s’avvolge, si snoda, si libera infine.
Ha un centro la pietra, un cuore da cui parte un destino.
Si svolge a fatica, un solco nel tempo le segna la via, s’insinua, s’occulta.
Ha un centro la pietra, un sole che irradia sul mondo.
Riemerge, riprende la corsa, s’infiamma, scintilla, sudata di polvere avanza.
Ha un centro la pietra, un cerchio che sfugge il suo tondo.

 

Pietre Arte per fede, non per opere 19Antonio Cammarota
Ziggurat

Provenienza: Piota, località Fai

Davanti, non vedo l’uomo che è passato.
Non vedo, dietro, l’uomo che deve passare.
Pensando al cielo – terra infinito, solo e amaro, mi sciolgo in lacrime”.
Anonimo Cinese (VII secolo)

Pietre Arte per fede, non per opere 21Giuseppe Schepis
Segni nel tempo

Provenienza: Piota, località Testanera

Linee che provengono dal passato, tracce da seguire per ritrovare il giusto cammino, per non perdere se stessi.

Pietre Arte per fede, non per opere 22Gianni Repetto
Buddhino

Provenienza: Piota, località Isola

Il segreto sta tutto nel tondo della sua forma. La rotondità è un bene che spesso rimane segreto.

Pietre Arte per fede, non per opere 23Antonio Cammarota
Bagatelle

Provenienza: Piota, località Fai

Dopo anni quando ci ripensi capita che vorremmo proprio acchiapparle le parole che ha detto certa gente e la gente stessa per chiedergli quello che hanno voluto dirci… Ma se ne sono proprio andati!… Bisogna allora continuare la strada da soli, nella notte…
Siamo sempre in ritardo fin dal primo istante.”
L. F. Céline

Pietre Arte per fede, non per opere 24Giuseppe Schepis
Meteorite

Provenienza: Piota, località Isoletta

Venuto a violare la femminea Terra. Portatore di vita, foriero di sventura. Cadi, fremi attraverso l’atmosfera sino all’impatto.

Pietre Arte per fede, non per opere 25Gianni Repetto
Testa di Guerriero Abissino

Provenienza: Piota, località Piotta

Che dire di una testa dai capelli crespi e luccicanti come punte di lancia? E di occhi sottili ed aguzzi come steli di freccia? E di una bocca fine ed affilata come la lama di un pugnale? La testa di un Guerriero Abissino.

Pietre Arte per fede, non per opere 26Antonio Cammarota
Lovencraft

Provenienza: Piota, località Faldi

Vuote e stanche membra riposano.
Spento l’inganno, asciutto il rivolo.
Crudeltà e dolcezza incrociano gli sguardi.
Solitudine.

Pietre Arte per fede, non per opere 27Giuseppe Schepis
Figure

Provenienza: Piota, località Torroni

Linee dolci, figure femminili apportatrici di sensualità. Solo con il capo sul vostro grembo trovo la pace; solo con il corpo sul vostro corpo ritrovo me stesso; solo così tace lo spirito guerriero ch’entro mi rugge.

Pietre Arte per fede, non per opere 28Gianni Repetto
Cisti

Provenienza: Piota, località Cirimilla

S’annida e s’attacca, e poi paziente aspetta. Sa come muoversi la parassita. Pian piano s’allarga, consuma anche pareti di pietra. Un varco le basta. C’è tempo per dilagare.

Pietre Arte per fede, non per opere 29Antonio Cammarota
Ala spezzata d’angelo

Provenienza: Piota, località Faldi

Sconce immagini alle pareti.
Quadri polverosi e foto d’epoca.
Baffi virili d’uomini impettiti, lunghe gonne sensuali.
Una vita in bianco e nero.
Vecchie ali spezzate.

Pietre Arte per fede, non per opere 30Giuseppe Schepis
Moai

Provenienza: Piota, località Boscobello

Grida da un mondo scomparso, parole di trachite. Estremo tentativo di sopravvivere al tempo.

Pietre Arte per fede, non per opere 31Gianni Repetto
Cavallino arrò – arrò

Provenienza: Piota, località Rocca

– Dondola, cavallino, dondola. Portami per deserti e praterie, fammi vivere tante avventure. E non smettere mai di galoppare, perché senza di te il tempo mi fa paura. Dondola, cavallino, dondola, e sarai per sempre il mio cavallino.
– Dondolo, bambino, dondolo. Ti porterò in praterie lontane, dove non è mai arrivato nessun altro. Non smetterò mai di galoppare, perché fermarmi mi fa paura. Dondolo, bambino, dondolo, sarai per sempre il mio cavaliere?

Pietre Arte per fede, non per opere 32Antonio Cammarota
Sanguineti

Provenienza: Piota, località Testanera

Profilo di poeta.

Pietre Arte per fede, non per opere 33Giuseppe Schepis
Bifronte

Provenienza: Piota, località Cirimilla

Sdoppiamento di personalità. Mescolanza di nature diverse, nascoste da un unico viso.

Pietre Arte per fede, non per opere 34Gianni Repetto
Domus aurea

Provenienza: Piota, località Isoletta

Che luccica sparso sul mondo?
Un fuoco di vita, che accende una storia di storie. Una luce di fronte alle tenebre.
Che luccica sparso nel cielo?
Un messaggio d’amore, che brucia dagli inizi del tempo. Si congeda ogni tanto, sono migliaia gli anni, e saluta con un ultimo lampo.
Che luccica sparso sul sasso?  Una pagliuzza sottile, preziosa, che rispecchia le ansie del mondo. Se la stacchi diventa febbrile e la condanni all’alterità.

Pietre Arte per fede, non per opere 35Antonio Cammarota
Strati di cuore

Provenienza: Piota, località Boscobello

E il tempo porta via strati di cuore.
Ogni particolare sfugge. I ricordi stessi volano lontano.
Si resta nudi, bianchi, piccoli.
Come cipolle sbucciate da un Dio malvagio.

Pietre Arte per fede, non per opere 36Giuseppe Schepis
Stella d’argento

Provenienza: Piota, località Brosio

Nell’oscurità, ad un passo dall’oblio, minuscola scintilla di speranza. Perché il regno della tenebra non trionfi.

Pietre Arte per fede, non per opere 37Gianni Repetto
Straniera (contrasto)

Provenienza: Val Gesso, località Valdieri

Le pustole vaiolose della tua faccia mi fanno schifo. Sei venuta per contaminarci, per spargere il morbo della tua miseria. Non lascerò che tu prenda le mie cose e la mia gente, farò di tutto per schiacciarti.
——————–
I fiori della tua cultura millenaria sono la mia consolazione. Sei venuta a deliziarmi, a spargere la bellezza della tua poesia. Ti offrirò volentieri la mia casa e i miei figli, nessuno oserà scacciarti.

 

Pietre Arte per fede, non per opere 38Gianni Repetto
Rapacità

Provenienza: Piota, località Piotta

Vola in tondo, l’occhio aguzzo le luccica. Vede un agnello e s’avventa. Non pensa al lamento della madre e alla sua innocenza, pensa soltanto alla sua carne. E lo becca subito negli occhi e gli dilania il ventre, perché non sopporta di sentirlo gridare. Anche per lei la fame è più forte del cuore…

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Passeggiate nei boschi narrativi

Il viaggio e l’escursione nella letteratura e nella saggistica per ragazzi (di tutte le età …)

di Fabrizio Rinaldi e Paolo Repetto, 30 maggio 1997

Passeggiate nei boschi narrativi copertinaGli itinerari suggeriti in questa rassegna sono frutto di scelte molto personali, in qualche modo arbitrarie, ma anche di un preciso intento: quello di proporre solo cose che in tempi diversi hanno alimentato e soddisfatto le nostre curiosità e la nostra passione. Sono indicazioni di lettura sul tema del viaggio, e segnatamente sul “camminare” e sullo stretto legame che in­tercorre tra il camminante e l’ambiente che lo circonda. Sono rivolti tanto ai fanciulli di ogni età, quelli anagrafici e quelli che hanno comunque conservati intatti il piacere di viaggiare con la fan­tasia – quando non possono fare altrimenti -, la curiosità genuina per gli altri e per l’altrove e soprattutto la capacità di sognare e di stupirsi in proprio.
A questi Peter Pan (che sono – siamo – molti più di quanto non si creda) le prime rotte per l’isola che non c’è sono state tracciate da Verne e da Salgari, da Tommy River e da Corto Maltese: e queste rimangono ancora oggi rotte piacevolissime da percorrersi. Noi vorremmo suggerirne anche qualche altra, non meno affascinante. Solo per indicare la direzione, s’intende: tolte le an­core, ciascuno è poi capitano di se stesso.

Simbolo mostra Ragazzo che cammina

Alla scoperta del mondo


Incanto di montagne maestose, di gole profonde come abissi, di picchi alti come campanili. Marco Polo, attonito, si imprime nel cuore quelle immagini e tanti anni dopo le ricorda lucidamente: “Vi dirò come sono queste montagne. Sono molto elevate sì che uno deve camminare da mattina a sera se vuol giungere al sommo. Ma, una volta arrivati, si trovano vasti pianori, dove abbondano erbe e le piante, dove le acque sorgive, copiose e purissime, si rovesciano come fiumi giù per dirupi”.

L’Autore ripercorre la storia delle esplorazioni con la competenza che gli è propria e che è frutto non solo di lungo studio e di profondo amore, ma anche di una concreta esperienza.
Dalla collaborazione dello studioso con l’esploratore è nata così un’opera ricchissima e complessa, che non si esaurisce in una esplorazione freddamente storica, ma di­viene un racconto reso vivo e vibrante dall’elemento geografico sempre presente, da brani di diario, da aneddoti che meglio servono a inquadrare figure e avvenimenti, e da un continuo fervore di partecipazione umana alla grande avventura, mai esaurita e conclusa.
Largo spazio è stato dato in queste pagine agli esploratori italiani, che hanno lasciato orme gloriose sulla via di tutti i continenti, senza tuttavia sminuire il valore e l’importanza delle imprese compiute dai grandi esploratori stranieri.
Silvio Zavatti, Alla scoperta del mondo – Storia delle esplorazioni, Mursia 1972

Il libro delle esplorazioniHumboldt sperimentò ampiamente sul suo corpo le difficoltà opposte dal fiume a tutti gli intrusi. La piaga delle zanzare, dei tafani, dei “piumes” e di altri insetti succhia­tori di sangue era intollerabile perfino agli indiani; gli esploratori soffrivano per gli incessanti rovesci di pioggia e la fame li tormentava – il loro nutrimento consisteva in banane, manioca, acqua e talvolta un po’ di riso. […]
Nonostante tutto, Humboldt potè scrivere: “Sono penetrato nell’interno fino alle sor­genti dell’Orinoco … Di oltre cinquanta luoghi ho determinato la latitudine e la lon­gitudine, ho osservato molte comparse e scomparse di pianeti e farò un’esatta carta di questo immenso paese, abitato da più di duecento popolazioni indiane, la maggior parte delle quali non ha veduto ancor mai un uomo bianco; esse parlano lingue di­verse e posseggono culture diverse”.

Questo libro non è un’apologia di eroi.
Avrebbe potuto esserlo facilmente, perché ben di rado una così piccola schiera di uomini ha tanto contribuito alla trasformazione del mondo quanto i navigatori, i con­quistatori e gli esploratori europei dell’epoca delle scoperte. Furono così arditi – o temerari – da spingersi sino ai confini del mondo ed oltre.
Questo libro tenta di descrivere gli avvenimenti come realmente si svolsero, con i loro moventi e atti grandiosi, vili o fortuiti, con la temerarietà, energia, mancanza di scrupoli, abilità e dedizione che resero possibile il successo, allargarono il mondo co­nosciuto e lo trasformarono.
Joachim G. Leithäusen, Il libro delle esplorazioni, Ed. Massimo 1963

L africa Esploratori nel continente neroSono andato con Sekeletu a vedere le cascate che qui chia­mano “Chongué” o “Mosi-oa-Tunya”. Aventi minuti di na­vigazione da Calai si scorgono grandi colonne di vapore. Il panorama è stupendo. Mi sono fatto lasciare in un’isola situata quasi in mezzo al gorgo d’acqua e da lì ho goduto dello spettacolo: il fiume, largo un chilometro, diventa im­provvisamente un’unica massa impetuosa che precipita lungo un abisso stretto appena venti metri. È il passaggio più avvincente che abbia mai contemplato in Africa. Ho dato a queste cascate il nome Vittoria. Dopo aver piantato nell’isola un centinaio di noccioli di pesca e di albicocca e una quarantina di chicchi di caffè, per dar vita a un giar­dino che un indigeno mi ha promesso di cingere con una siepe e di curare, ho inciso su un albero le mie iniziali e, sotto, la data: 1885.
DAVID LIVINGSTONE

All’inizio dell’Ottocento il cuore dell’Africa era ancora una “terra incognita”. Burton, Speke, Baker, Stanley, Livingstone, Brazzà, Miani, Kingsley: con le loro spedizioni, in pochi decenni, sono state scoperte le sorgenti del Nilo, esplorati i bacini del Congo e dello Zambesi, conquistati i Monti della Luna.
L’avventura dei grandi esploratori ha rivelato all’Europa le straordinarie ricchezze del continente nero, alimentando le sue mire imperialistiche. Quando inizia il nuovo secolo, tutta l’Africa è ormai sottomessa alla dominazione coloniale.
Anne Hugon, L’Africa – esploratori nel continente nero, Electa/Gallimard 1994

EsploratoriMarciamo sotto la pioggia, lungo il golfo, che forse ci offrirà qualche sorpresa. Esso, col prolungasi dentro terra, diventa sempre più enigmatico. È quasi impossibile vedere il chiaro specchio delle acque traverso le alte canne palustri delle rive. La speranza di saper qualche cosa sorge e svanisce ad ogni curva di questa landa di sabbia.

La seconda metà dell’Ottocento segna il culmine della penetrazione coloniale in Africa caratterizzata dalle grandi esplorazioni nell’interno della cosiddetta Africa nera. Il capitano Vittorio Bottego, partendo dalla Somalia, compie una serie di esplorazioni lungo il corso del Giuba, attraverso il deserto dell’Ogaden e, infine, alla ricerca delle misteriose sorgenti del fiume Omo nei territori del Kenia, del Sudan e dell’Etiopia. Di questa impresa viene tenuto un diario da parte di due membri della spedizione che riescono miracolosa­mente a trovare la via del ritorno mentre Bottego perisce.
Attraverso territori sconosciuti, che le carte geografiche di allora indicavano unica­mente con una vasta macchia bianca, Bottego, i suoi compagni e la sua carovana pro­cedono in mezzo a mille pericoli e insidie, aggrediti da tribù selvagge, tormentati dalla fame, stremati dalla sete, decimati dalle malattie, ma procedono fino alla meta.
 L. Vannutelli – C. Citerni, Esploratori. Alla ricerca delle sorgenti del fiume Omo, Tasco 1987

I devastatoriSono passati circa duecento anni da quando Carlo Linneo, do­cente all’Università svedese di Uppsala, ebbe a notare con disap­punto che, sebbene gli atti di eroismo compiuti dagli studiosi di botanica non fossero di alcun modo inferiori a quelli che avevano reso grandi “re, eroi e imperatori”, ad essi veniva negato un uguale riconoscimento di valore i immortalità. Sembra anche che aggiungesse, con la cupa seriosità tipica della sua razza: “Quale lavoro è più arduo, quale scienza più faticosa della botanica?”.

L’autore è riuscito a stipare in questo libro più di tre millenni di storia delle più avventurose spedizioni alla ricerca di piante e fiori sconosciuti. “Cacciatori di piante” disposti a tutto pur di raggiungere lo scopo di clas­sificare, identificare esseri vegetali.
 Tyler Whittle, I cacciatori di piante, Rizzoli 1980

 

I racconti del grande nordL’uomo che volge le spalle alle comodità di una civiltà più an­tica per affrontare la selvaggia giovinezza, la primordiale sem­plicità del Nord, potrebbe valutare la sua riuscita in ragione in­versa alla quantità ed alla qualità delle sue abitudini incurabil­mente consolidate. Scoprirà presto, se è la persona giusta, che le abitudini materiali sono le meno importanti. Il rinunciare a un menù raffinato per del cibo grossolano, a delle scarpe di cuoio rigido per dei mocassini morbidi e informi, ad un letto di piume per un giaciglio nella neve, è dopo tutto cosa abbastanza agevole. Ma avrà il suo da fare ad imparare in maniera adeguata a foggiare il proprio atteggiamento mentale verso tutte le cose, e in particolare verso gli altri uomini.

Fra l’estate del 1897 e l’autunno del ‘98 il ventiduenne Jack London visse la più grande avventura della sua vita, intraprendendo un lungo viaggio nel Grande Nord, al confine tra Canada e Alaska, raggiungendo le migliaia di disperati di ogni età e con­dizione partiti per la corsa all’oro nello Yukon. A quell’esperienza straordinaria sono ispirati questi racconti. Queste storie di sogni impossibili, di indiani, ragazzi, cerca­tori d’oro, uomini soli con se stessi nel momento della prova suprema, oltre la quale nulla può esistere, sono tra le più belle che London abbia mai scritto.
 Jack London, I racconti del Grande Nord e della corsa all’oro, Newton 1992

Derzu UzalaDersu camminava in silenzio e guardava tutto con indiffe­renza. Io mi entusiasmavo del paesaggio, lui invece esami­nava un ramo rotto all’altezza della mano di un uomo, e da come era stato piegato, capiva la direzione tenuta dall’uomo. Dalla rottura più o meno recente egli risaliva a quando il fatto era accaduto, indovinava il tipo di scarpe ecc. Ogni volta che io non capivo qualcosa o manifestavo qualche dubbio, mi diceva:
– Hm! Tu essere bambino. Così camminare, scuotere testa. Occhi avere, non vedere, non capire. Tu essere uomo che vivere in città. Non occorre cercare cervo; volere mangiare, comprare. Solo, tu non potere vivere su monti, morire pre­sto.

Dersu Uzala è un diario di viaggio scritto dal capitano Arsen’ev, esploratore e geo­grafo, durante una serie di viaggi nelle lontane e allora (siamo agli inizi del 1900) poco conosciute terre della Siberia.
Nella prima di queste spedizioni conosce e fa amicizia con uno strano personaggio, Dersu Uzala, un uomo senza casa, senza famiglia, che vive tutto l’anno nella tajga.
Si stabilisce subito una affettuosa amicizia fra Dersu e il capitano; quest’ultimo pro­pone al cacciatore di accompagnarlo lungo il viaggio. Dersu accetta, non finendo mai di stupire Arsen’ev per la sua abilità e soprattutto per la sua umanità, facendogli da maestro e da guida.
Fa da sfondo alle varie avventure la natura, selvaggia e pericolosa, ma tuttavia ricca di fascino, di bellezza, ed insieme il fascino dell’uomo che lotta con essa.
Vladimir K. Arsen’ev, Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure, Mursia 1984

In cerca di guaiAvrebbe fatto un viaggio! Per me, che non mi ero mai al­lontanato da casa, la parola “viaggio” era quanto di più allettante si potesse immaginare. Presto si sarebbe tro­vato a centinaia di miglia da me, in mezzo a praterie e deserti sconfinati, e sulle montagne del Far West! Avrebbe visto i bisonti e gli indiani, e i cani della prate­ria, e le antilopi, e chissà quante avventure gli sarebbero capitate: lo avrebbero impiccato, magari, o scotennato, si sarebbe divertito un mondo e ce lo avrebbe scritto e sa­rebbe diventato un eroe.

Nel 1861 Mark Twain parte per il Far West al seguito del fratello Orion, nominato Segretario del Territorio del Ne­vada. Dopo ventun giorni di diligenza, in mezzo a pae­saggi stupefacenti popolati di pistoleri, mormoni, pony express, indiani ante-beatificazione e resti di carovane, diventa milionario per una settimana e approda infine, per fame, a quelle corrispon­denze per i giornali che gli daranno la celebrità. Questa è, in grezza telegrafia da terre di frontiere, la materia di In cerca di guai. Come sempre candido e scaltro, trasci­nante umorista e infiammato fustigatore, Mark Twain irride ogni cosa, dal governo centrale ai coyote, e ci offre una sequenza di settantanove capitoli che sono ciascuno un piccolo romanzo, con la prodigalità di un giocatore di roulette che per la prima volta è uscito dalla bisca senza farsi ripulire. Ogni capitolo è una chiacchierata in­torno al fuoco – e la somma di queste chiacchiere è un’epopea. Twain ride per so­pravvivere, e far sopravvivere, in mezzo agli orrori e allo splendore del West. E alla fine ci consegna uno di quei rari libri che divertono in qualsiasi punto li si apra – e dove ancora circola, pungente, il profumo selvatico dell’America.
Mark Twain, In cerca di guai, Adelphi 1993

LatinoamericaEra un mattino di ottobre. Ero andato a Córdoba approfit­tando delle vacanze del 17. Sotto il pergolato della casa di Al­berto Granado bevevamo mate zuccherato commentando tutte le ultime traversie della “porca vita”, e intanto ci dedicavamo alla manutenzione della Poderosa II. […]   Sui sentieri dell’immaginazione arrivammo a remoti paesi, na­vigando per mari tropicali e visitammo tutta l’Asia. E all’improvviso, materializzata dai nostri sogni, sorse la do­manda: e se ce andassimo in Nordamerica?
“In Nordamerica? E come?”
“Con la Poderosa, che diamine!”
Così venne deciso il viaggio, che in ogni momento si sarebbe attenuto alla linea generale su cui era stato progettato: l’improvvisazione. […] Ogni altro problema che non riguardasse la nostra impresa ci sfuggiva in quel momento, vedevamo solo la polvere della strada e noi sulla moto a divorare chilometri nella fuga verso Nord.

La vita di Ernesto Che Guevara e la sua esperienza politico-rivoluzionaria sono note a tutti. Meno nota, forse, è la sua giovinezza, di cui, qui, presentiamo un fondamentale capitolo.
Il diario del Che è il resoconto dettagliato di migliaia di chilometri, dall’Argentina al Venezuela, del viaggio in moto compiuto con il suo amico e compagno di studi Al­berto Granado. Avventure e emozioni inframmezzate da infinite riflessioni sui mille aspetti dell’America, la miseria degli indios, l’emozione di vedere l’oceano … e dai suoi ventitré anni, con la voglia di organizzare uno scherzo, innamorarsi e corteggiare le ragazze, mentre la moto perde pezzi per strada, provocando cadute tragicomiche.
Il diario di Alberto Granado – una collezione di aneddoti e situazioni divertenti de­scritti con la felicità di chi fa un viaggio sognato sin dalla più giovane età – è una te­stimonianza ulteriore sull’amico Ernesto: generoso, intelligente, corsaro, poco lo­quace, tormentato dall’asma eppure sempre entusiasta, in cerca dell’avventura e in­fiammato da quel desiderio di vivere e di conoscere che lo accompagnerà per tutta la sua breve esistenza.
Ernesto Che Guevara – Alberto Granado, Latinoamericana, Feltrinelli 1993

L anello di acque lucentiCapii quella volta che Mij significava per me assai più della maggior parte degli esseri umani di mia conoscenza, che avrei sofferto per la perdita della sua presenza fisica molto di più che per la loro, e non me ne vergognavo affatto.
Stanco di dare la caccia ai pescecani al largo delle isole Ebridi, Maxwell riceve una insolita offerta: una vecchia casa disabitata, un tempo a guardia di un faro, nelle West Highlands: Camu­sfeàrna, la Baia degli ontani. Il suo desiderio di un rapporto di­retto con la natura, non stravolto dalla “civiltà” urbana si realiz­zerà pienamente in questo angolo della Scozia. In questo mondo di scogli e di mare, persone, cose e animali parlano con lui – e col lettore di queste pagine percorse da una profonda sensibilità e da una sottile ironia – il linguaggio del rispetto reciproco, ignorando le sopraffazioni meschine di cui vive la società d’oggi.
Durante un viaggio in Iraq, presso i semisconosciuti arabi delle paludi, Maxwell ac­quista un irresistibile cucciolo di lontra – di una specie, fra l’altro, ancora ignota alla scienza. Da allora la sua esistenza muterà completamente per modellarsi su quella della sua lontra, e delle altre che la seguiranno. E questi animali giocherelloni e im­prevedibili, affettuosi e selvaggi sono i veri protagonisti del libro.
Gavin Maxwell, L’anello di acque lucenti, Rizzoli 1980

Uomini boschi e api2In uno slargo di bosco si sedette sotto un grosso abete bianco, riaccese la sua pipa e serenamente aspettò che ritornassero giù i cacciatori dalla montagna perché gli raccontassero. Nel frattempo ascoltava il bosco.

È il mondo di Rigoni Stern, i suoi inverni, con i segni rossi sulla neve del lepre ferito, le sue primavere, con le coturnici che cantano, e i prati che si riempiono del giallo del tarassaco e di sciami di api e la sua gente.
Mario Rigoni Stern, Uomini, boschi e api, Einaudi 1980

Il bosco degli urogalli

Era una sera di maggio del 1945, come questa. I due alberi c’erano ancora, e c’era la strada dove aveva tanto giocato, c’erano la corte con il cancello e i gradini di pietra; c’era an­cora il colore verde che aveva dato al cancello prima di partire […], sulla porta c’era anche la sedia dove il nonno fumava la pipa guardando i rondoni e la maniglia d’ottone che la madre lucidava con farina gialla e aceto.
Sentì chiamare, gridare, piangere tanta gente attorno a lui. Nella camera c’erano sempre i tre letti di ferro dove aveva dormito con i fratelli. Il suo posto vicino al muro, le lenzuola con su ricamate le iniziali della nonna, i cuscini di piuma con le fodere rosse. Non dormì, ascoltò la casa tutta la notte finché le rondini incomincia­rono a cantare sotto il portico. In tanti anni non le aveva mai sentite.
Partiva al mattino e ritornava alla sera, girava tutto il giorno per i boschi come avesse da cercare qualcosa, così per tanti giorni. Finché una sera il vecchio zio curvo e bianco lo invitò a vangare l’orto. Quando ebbero finito disse il vecchio: – Domani dobbiamo zappare le patate.

 Il bosco degli urogalli raccoglie storie di cacciatori, di animali selvatici, di cani, di montagne, in cui si respira un senso di spazi aperti, di paesaggi impervi, e soprattutto una calda presenza umana. Rigoni sa rendere la limpida immediatezza delle cose e delle giornate, e insieme ad essa un accento di virile fiducia nella vita. Queste pagine confermano “il dono della semplicità e di poesia che gli è proprio – ha scritto Geno Pampaloni -. Ritroviamo l’accento del sergente Rigoni là dove si narrano storie di caccia, il silenzio del bosco, i villaggi chiusi nell’inverno e il grato fuoco delle cucine e la limpida solitudine delle albe per i sentieri di montagna: quel paesaggio fraterno e familiare e forte come una presenza morale, la cui immagine antica e gentile egli ri­trovava tra i contadini di Russia, nelle povere isbe coperte di neve”.
Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi 1981

Storie naturaliIl cacciatore d’immagini
Salta dal letto di buon mattino, e parte soltanto se il suo spirito è chiaro, il suo cuore puro, il suo corpo leggero come un vestito d’estate. Non porta con sé alcuna provvista. Berrà l’aria fresca per la via, e respirerà gli odori salubri. Lascia a casa le armi e s’accontenta di aprire gli occhi. Gli occhi servono da reti, dove le immagini s’imprigionano da sé.
Coglie l’immagine dei grani ondeggianti, delle erbe mediche appetitose e dei prati orlati di ruscelli. Coglie al passaggio il volo d’un’allodola o d’un cardellino.


L’anitra immobile nello stagno, il salto di un pesce a pancia in su, una tacchina tronfia delle sue piume, cigni e farfalle, lucer­tole e lepri: questi e altri animali sono le “prede” di un singolare cacciatore d’immagini: lo scrittore francese Jules Renard.
Appassionato osservatore della natura quotidiana, in queste sue “Storie naturali” Re­nard raduna in uno zoo colorato e domestico gli animali incontrati durante le sue pas­seggiate tra cascine e aie, viottoli e stagni. Ne nasce un “album” unico: “le sue imma­gini – come osserva Italo Calvino nella sua presentazione – sono fantasiose ma sempre con un tono secco ed esatto: non c’è mai zucchero; alle volte un po’ d’amaro”.
Jules Renard, Storie naturali, Einaudi 1977

Mitologia degli alberiNell’antichità solo gli alberi degni di nota e indicati da un segno sovrannaturale diventavano oggetto di un culto, ma non per questo tutti gli altri non possedevano ognuno un’anima corrispondente alla sua particolare specie. A volte si trattava di un essere semidivino di cui la specie portava il nome e che si presumeva averle dato vita; il più delle volte era una ninfa che aveva subito una metamorfosi.

Di questi tempi si parla con insistenza sempre crescente della distruzione dei boschi e delle foreste del pianeta e dei suoi ef­fetti a lungo termine sull’insieme degli esseri viventi. Ma troppo spesso si dimentica che con gli alberi scompare anche un prezioso patrimonio dell’umanità. Perché è esistita un’epoca in cui le piante venivano considerate la manifesta­zione più immediata e concreta della divinità. Alle piante gli uomini si rivolgevano per chiedere protezione e conforto. Intorno ad esse fiorivano miti straordinari che toccavano i cuori e rasserenavano gli animi. E a ciascuna specie, a ogni albero veni­vano attribuite caratteristiche particolari, perché in ciascuno di essi il mistero della natura e quello del divino trovavano un diverso equilibrio.
Jacques Brosse ha ricostruito questo mondo perduto, raccogliendo racconti e tradi­zioni dall’immenso serbatoio delle mitologie egizia, semitica, cretese, indiana, greca, latina, germanica, celtica. Quella così compilata è dunque in primo luogo una piccola ma esauriente enciclopedia dei miti legati alle diverse specie: quercia, pino, frassino, betulla, noce, cipresso, fico, ulivo, melo, vite …
Jacques Brosse, Mitologia degli alberi, Rizzoli 1991

La mia famiglia e altri animaliA poco a poco la magia dell’isola ci avvolse gentile e persistente come un polline. Ogni giorno portava con sé una tale tranquil­lità, una tale durata fuori del tempo da far desiderare che non finisse mai. Ma poi la pelle scura della notte si sbucciava ed ecco un nuovo giorno davanti a noi, lustro e colorato come una decalcomania, e con lo stesso tocco di realtà.

“Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso da ragazzo, con la mia famiglia, nell’isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell’isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia fa­miglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invi­tato i vari amici a dividere i capitoli con loro”: così Gerald Durrell presenta questo li­bro, uno dei più universalmente amati che siano apparsi in Inghilterra negli ultimi trent’anni. Ma il lettore avrà il piacere di scoprirvi anche qualcos’altro: la storia di un Paradiso Terrestre, e di un ragazzo che vi scorrazza instancabilmente, curioso di sco­prire la vita (che per lui, futuro illustre zoologo, è soprattutto la natura e gli animali), passando anche attraverso avventure, tensioni, turbamenti, tutti però stemperati in una atmosfera di tale felicità che il lettore ne viene fin dalle prime pagine contagiato.
Gerard Durrell, La mia famiglia e altri animali, Adelphi 1991

Il leopardo delle neviDopo un attimo, sollevando lo sguardo, mi pose a sua volte un interrogativo non fa­cile. Mi disse che capiva come mai GS, essendo un biologo, avesse deciso di percor­rere centinaia di chilometri in alta montagna per raccogliere sull’altipiano del Tibet informazioni scientifiche. Ma perché mai ci andavo anch’io? Che cosa speravo di trovare? […]
Come avrei potuto dirgli che speravo di penetrare i segreti della montagna sulle tracce di qualcosa che tuttora ignoravo e che, come lo yeti, continuava a non essere visto proprio perché era l’oggetto di una ricerca?

Il leopardo delle nevi, il più bello e il più raro dei felini, vive sull’Himalaya ad al­tezze inaccessibili, non scende mai a valle e la sua stessa esistenza è avvolta in un alone di leggenda. È nella speranza di vederlo che Matthiessen ha compiuto due spe­dizioni scientifiche nella zona. Egli, colpito da questa figura apparentemente più sim­bolica che reale, si è addentrato nei misteri della spiritualità tibetana.
Peter Mathiessen, Il leopardo delle nevi, Frassinelli 1993

 

Il pollice del pandaMa la storia della vita, per come la interpreto io, è costituita da una serie di dati stabili, punteggiati a intervalli da grandi eventi che avven­gono con una grande rapidità e servono a realizzare il successivo pe­riodo di stabilità.

La natura fa salti, eccome. Il più brillante dei paleontologi ci prende per mano lungo i sentieri e le svolte dell’evoluzione. Si parla dell’intelligenza dei dinosauri, dell’uomo fossile, di Topolino …
Stephen Jay Gould, Il pollice del panda – Riflessioni sulla storia naturale, Ed. Riuniti 1993

 

Viaggio a ritrosoÈ quindi ora, al ritorno, che comincerà la loro vera escursione, poiché la fantasia sarà, d’ora in poi, la loro guida ed essi viaggeranno nei loro ricordi.

Nel 1859 Jules Verne ha trentuno anni e sogna di viaggiare. Gli viene offerta l’occasione di visitare, insieme ad un amico, l’Inghilterra e la Scozia. Partiti da Nantes per sbarcare a Liverpool, sono costretti a pas­sare per Bordeaux, da cui il viaggio “a ritroso”.
Jules Verne, Viaggio (a ritroso) in Inghilterra e Scozia, Biblioteca del Vascello 1990

CamminareLe armi con cui abbiamo conseguito le vittorie più gloriose, quelle che dovrebbero venir trasmesse in eredità di padre in fi­glio, non sono la spada e la lancia, ma l’accetta, la falce, la vanga e la zappa, arrugginite dal sangue di infinite praterie, e annerite dalla polvere di infiniti campi che solo con la dura lotta poterono coltivare.

Camminare è il testo di una conferenza tenuta da Henry David Thoreau per la prima volta al Concord Lyceum il 23 aprile 1851; ben presto diventa il suo testo più noto e preferito e lo legge più volte, negli anni successivi, ampliandolo progressi­vamente. In esso, centrale è il simbolismo legato all’escursione come modello di vita: il quotidiano vagabondare nella natura costituisce una sorta di strategia di sopravvivenza sia reale che simbolica e l’anelito al movimento è nella sua essenza desiderio di liberazione dall’ansia e dal malessere avvertiti nel mondo.
Thoreau si fa così portavoce di un paradosso: il successo, l’assillante corsa al potere e alle prosperità materiali possono essere l’amara ricompensa di una sconfitta, mentre la vita in solitudine e in oscurità può offrire doni preziosi e insospettati.
Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori 1991

Walden o Vita nei boschiMi ero ritirato qui, nel grande oceano della solitudine nel quale si vuotano i fiumi della società, ed ero tanto tanto lontano che, per la maggior parte – per ciò che riguardava le mie necessità – solo il sentimento più fine si depositava intorno a me.

Testimonianza di una scelta di vita compiuta al di fuori di ogni schema, Walden è l’affascinante resoconto, redatto in uno stile che sta tra il saggio e il diario, dei due anni di soggiorno solitario che Thoreau trascorse in una foresta del New England.  Da quest’opera – la più famosa fra quelle composte dallo scrittore americano – continuano ancor oggi a tratte ispirazione i pacifisti di ogni tendenza, i cultori d’ogni sorta di anticonformismo, gli alfieri dell’ecologia, della resistenza passiva, della disobbedienza civile, della non violenza.
Henry David Thoreau, Walden o Vita nei boschi, BIT 1995

Il monte analogoNella tradizione fiabesca la Montagna è il legame fra la Terra e il Cielo. La sua cima unica tocca il mondo dell’eternità e la sua base si ramifica in molteplici contrafforti nel mondo dei mortali. È la via per la quale l’uomo può elevarsi alla divinità e la divinità rivelarsi all’uomo.

Un gruppo di singolari ed esperti alpinisti, certi dell’esistenza, in qualche parte del globo, di una montagna la cui vetta è più alta di tutte le vette, decide un giorno di partire da Parigi per tentare di scoprirla e di darne la scalata. Dopo una navigazione “non eucli­dea”, a bordo di un’imbarcazione chiamata l’Impossibile, gli esploratori approdano nell’isola-continente del Monte Analogo, dove trovano una popolazione, dagli usi apparentemente stravaganti, che discende da uomini di tutti i tempi e che, come loro, vive ormai, soltanto, nella speranza di scalare la vetta. Un breve soggiorno nel villag­gio di Porto-delle-Scimmie, e il gruppo dei nostri alpinisti intraprende l’ascensione, arrivando in vista del campo base. A questo punto il racconto si interrompe: siamo soltanto all’inizio di un viaggio – che forse è sempre, continuamente, all’inizio – quando la morte coglie René Daumal, l’autore di questa storia, impedendogli di de­scrivere il seguito della scalata del monte simbolico che unisce la Terra e il Cielo.
René Daumal, Il Monte Analogo, Adelphi 1977

 

La terra di porporaTalvolta, seduto sulla cima del grande, solitario colle che dà nome alla città, fissavo per ore l’ampio paesaggio dell’entroterra, come se potessi distinguere, senza mai stancar­mene, tutto quanto si stendeva davanti ai miei occhi: le pianure, i fiumi, i boschi, le colline, le capanne dove mi ero fermato, e più di un amabile volto umano. Anche i visi che mi avevano mal­trattato o guardato con occhio malevolo mi apparivano ora sotto un aspetto bonario. Ma soprattutto pensavo al mio caro fiume, l’indimenticabile Yí, alla bianca casa ombrosa al margine della piccola città […].

La misteriosa pampa argentina è la terra di porpora: gli anni sono quelli della metà del secolo scorso all’incirca. La guerra ci­vile fermata: la vivono uomini indolenti e selvaggi. Fra essi si muove, pellegrino a cavallo, un bel giovane inglese, Richard Lamb.
L’autore è un inglese che viaggiò per le solitarie praterie della Plata, della Banda Orientale e della Patagonia: era un naturalista, e i suoi viaggi ebbero pretesti scienti­fici.
William Henry Hudson, La terra di porpora, Rizzoli 1975

Unmondo lontanoIo, bambino di appena sei anni ma già capace di andar di galoppo e senza cadere su un cavallo non sellato, invito il lettore, anche lui in groppa a un cavallo – sia pure immagi­nario – ad allontanarsi con me dalla casa per raggiungere, a una lega circa di distanza, qualche posto che sovrasti un poco la pianura circostante. Là giunti, seduti sui nostri ca­valli, potremo dominare un orizzonte più vasto di quello che contemplerebbe anche l’uomo più alto standocene semplice­mente in piedi […].

Un mondo lontano dipinge l’infanzia e l’adolescenza di Hud­son nella pampa argentina, luogo di appassionati e gioiosi incontri con innumerevoli esseri viventi – uccelli, serpenti, piante, fiori – con i quali il protagonista dialoga, felice di sco­prire ogni volta una nuova manifestazione di vita. Avventurieri, mendicanti, guerrieri, allevatori di cavalli, donne pallide e misteriose, gente perduta, adulti e coetanei ap­paiono e scompaiono dopo avere ogni volta manifestato al giovane protagonista un qualche aspetto della vita: l’amore, l’amicizia, la gelosia, l’odio, il sopruso, la delu­sione, il dolore, la morte.
William H. Hudson, Un mondo lontano, Adelphi 1993

La vita delle termitiIn una parola, la natura si è mostrata con lei – quasi come coll’uomo – ingiusta, malevola, ironica, fantastica, illogica o perfida. Ma come l’uomo e – almeno fino ad oggi – qualche volta meglio di lui essa a saputo trar partito dall’unico van­taggio che una matrigna obliosa, curiosa o semplicemente indifferente a voluto lasciarle: una piccola forza che non si vede, che, in lei, chiamiamo istinto e, in noi, chi sa perché, intelligenza.

Nel 1901 Maesterlinck scrive La vita delle api. La vita delle termiti è del 1926. Nei venticinque anni che corrono tra le due opere l’atteggiamento nei confronti della vita del poeta belga è profondamente mutato: “questo libro” scrive l’autore “ potrà essere accostato a La vita delle api: ma il colore e l’ambiente non sono gli stessi. È, in un certo senso, il giorno e la notte, l’alba e il cre­puscolo, il cielo e l’inferno. Da un lato … tutto è luce, primavera, estate, sole, pro­fumi, spazio, ali, azzurro, rugiada e felicità senza uguale tra le allegrezze della terra: dall’altro, tutto è tenebre, oppressione sotterranea, asprezza, avarizia sordida e gros­solana, atmosfera di carcere, di ergastolo, di sepolcro …”.
Maurice Maeterlinck, La vita delle termiti, Rizzoli 1980

I fiumi scendono a orienteL’acqua sommergeva il ponte delle nostre zattere, ed era bellis­simo essere di nuovo liberi, fendere le acque in tumulto, udire i tonfi delle nostre prue contro i grandi fogli si schiuma, e sentirci tutti, io, Jorge e i quattro indios, bagnati da capo a piedi.

A est delle Ande peruviane giace il Gran Pajonal, una sconfinata landa soffocata dalla giungla e solcata da una rete fittissima di fiumi. Leonard Clark è convinto che lì si nascondano le leggenda­rie Sette Città, di quel mitico El Dorado che sin dal XVI secolo gli esploratori cercarono invano.
Con un solo compagno, Clark si addentra nell’inferno verde e, dopo incredibili avventure, arriva finalmente alle città sepolte nella giungla, i cui avanzi testimoniano drammaticamente la dominazione spagnola.
Leonard Clark, I fiumi scendevano a Oriente, Vallardi 1985

I devastatoriNon conviene sapere la storia del detestabile verme per fargli guerra vantaggiosamente e sbarazzare il giardino da questa genìa?”
Tutti furono del parere giudizioso dello zio. Invece di schiac­ciare scioccamente la bestia, era molto meglio esaminarla, an­zitutto per sapere come è fatta, come vive e come s’introduce nel legno. Così si potrebbero, più tardi o arrestare i suoi guasti. Un nemico di cui si conoscono i mezzi d’azione è semivinto. Paolo prese dunque il bruco e lo mise nel cavo della sua mano.

C’è in questi dialoghi dello zio Paolo con i nipoti la semplice grazia degli antichi sillabari naturalistici, come pochi hanno sa­puto scrivere. C’è grazia e c’è fantasia: il libro comincia con una notte di vento, un lillà spezzato e delle lacrime, e di qui passa la descrizione della metamorfosi degli in­setti, compie un continuo cammino a ritroso: dal segno, dalla traccia lasciata dall’insetto che i bambini trovano nel giardino, all’insetto che i bambini trovano nel giardino, all’insetto stesso, che viene cercato, scovato, cacciato e infine descritto, con una narrazione sempre chiara e limpida, con i suoi momenti di invenzione, come quando l’autore per spiegare la moltiplicazione degli afidi, e la progressione alge­brica, narra la storia del dervis e del chicco di grano, e come nell’episodio del mag­giolino, che da occasione per i giochi dei ragazzi nel racconto dello zio Paolo assurge alle dimensioni mitiche di un calamitoso flagello.
J. Henri Fabre, I devastatori, Rizzoli 1984

 

PrateriaE ho anche iniziato a considerare le praterie, poco distanti dalla città in cui sono nato, la mia terra natale, e ho co­minciato ad amarle non perché attirano l’attenzione come i monti o la costa, ma perché la respingono sfidando la ca­pacità di mantenerla sveglia. […]
Qui sembra che l’aria non sia ancora mai stata usata.

Questo libro afferma con forza che oggi, nell’era in cui la televisione trasmette in diretta dagli angoli più remoti del mondo per spettatori che non abbandonano mai la poltrona, è ancora possibile viaggiare. Non solo, è possibile viag­giare con la curiosità dei grandi esploratori, con la loro in­genuità, con la stessa sete di scoperte, e quella speciale scrupolosità nello sguardo.
In Prateria l’autore concentra la sua attenzione su una pic­cola contea del Kansas, la Chase County, lavorando in profondità, quasi come un ar­cheologo, sulle infinite stratificazioni naturali e storiche che sfuggono all’occhio del turista frettoloso. La scelta del Kansas non è casuale: è un luogo apparentemente de­solato e monotono che “sfida la capacità di mantenere sveglia l’attenzione”, ideale per studiare “la terra e ciò che la plasma”. L’intento è scoprire il carattere originario di questa terra, iniziando col descrivere l’erba bluestem (alta più di tre metri), par­lando poi dell’importanza degli incendi per la rigenerazione della terra, e raccontando le alluvioni, il vento, la furia dei tornado, e rileggendo i racconti dei primi coloni, se­guendo le tracce degli indiani Kaw, facendo parlare allevatori e agricoltori, e colti­vando il sogno di un grande parco nazionale della prateria. Canto d’amore per la na­tura che, non solo in America, rischia di scomparire, Prateria è una grande “carta to­pografica di parole”, lo scenario di un’avventura che l’uomo può ancora vivere.
William Least Heat-Moon, Prateria, Einaudi 1994

L arte di andare a passeggioPer assolvere il compito di una passeggiata all’aperto non è necessario andare da soli, ma è ben possibile camminare ac­canto ad un compagno a noi concorde, insieme presi in un tranquillo colloquiare su temi generali della realtà umana, della letteratura, o su alcuni aspetti naturali che ci si offrano durante il percorso, senza che tutto ciò attenui in alcun modo gli effetti della natura sul nostro animo. Ma si deve pur dire che sarà bene, di tanto in tanto, passeggiare da solo, per colui il quale non desideri unicamente registrare impressioni esteriori, ma molto più percepisca l’incoercibile impulso di abbando­narsi al proprio genio e vivere solo con se stesso.
Il campo risveglia alla vista l’idea di una sollecita creatività umana e della conse­guente speranza di un futuro più o meno prossimo. Alla vista di un prato si ottiene, attraverso quella sua calma uniformità, il senso di una tranquilla imperturbabile e ferma contentezza. Un bosco sembra accoglierci nelle sue sacre ombre, perché noi vi si possa soggiornare lontano dai turbamenti dell’animo e della natura.

La passeggiata è attività che avvia il corpo ad un silenzioso collaborare con l’anima in quel momento seria e meditabonda. Il corpo, in attività ma senza disturbare, crea lo spazio, tutto mentale, per il dispiegarsi della catena del pensiero.
L’arte di andare a passeggio è un’istruzione gioiosa, con divagazioni e colti riferi­menti, su come ben condursi e proficuamente nella passeggiata, fragile esercizio etico-estetico.
Karl Gottlob Schelle, L’arte di andare a passeggio, Sellerio 1993

La salitaInizio d’estate, primissime ore del mattino: nel profondo delle Alpi, al punto di congiunzione fra due valli, su sedie verdi di metallo, davanti a un caffè ancora addormentato, sono sedute due figure che l’abbigliamento e l’attrezzatura rendono facil­mente riconoscibili come alpinisti (spessi abiti di lana e cap­pelli di feltro, sacchi da montagna, uno dei quali con la fune arrotolata sopra, lunghe piccozze e pesanti scarpe chiodate: la vicenda si svolge in uno dei primi decenni del secolo).

La prosa scarna ma pregnante di Hohl trasforma la descrizione di un’ascensione in montagna in una parabola sulla vita, con un susseguirsi di interrogativi e riflessioni fulminanti come afori­smi.
Protagonisti sono due giovani alpinisti e il ghiacciaio: uno scenario grandioso dalla cui descrizione minuziosa e al contempo lirica traspare l’immenso amore che Hohl stesso provò per la montagna.
In La salita quasi tutto appare estremo, non ultimo il rigore stilistico, perché la scrit­tura, diceva l’autore deve essere “più leggera di un pezzo di carta”.
Ludwig Hohl, La salita, Marcos y Marcos 1991

L uomo che piantava alberiQuando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole.

Durante una delle sue passeggiate in Provenza, Jean Giono ha incontrato una personalità indimenticabile: un pastore solitario e tranquillo, di po­che parole, con le pecore e il cane. Quest’uomo stava compiendo una grande azione, un’impresa che avrebbe cambiato la faccia della sua terra e la vita delle generazioni future.
Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Ed. 1996

Le prolisse passeggiate mi ispirano mille pensieri fruttuosi, men­tre rinchiuso in casa avvizzirei e inaridirei miseramente. L’andare a spasso non è per me solo salutare, ma anche profitte­vole, non è solo bello ma anche utile. Una passeggiata mi stimola professionalmente, ma al contempo mi procura anche uno svago personale; mi consola, allieta e ristora, mi dà godimento, ma ha anche il vantaggio di spronarmi a nuove creazioni, perché mi of­fre numerose occasioni concrete, più o meno significative, che, tornato a casa, posso elaborare con impegno. Ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito, ogni piacevole passeggiata, sia pur breve. La cono­scenza della natura e del paese si schiude piena di deliziose lusinghe ai sensi e agli sguardi dell’attento passeggiatore, che beninteso deve andare in giro ad occhi non già abbassati, ma al contrario ben aperti e limpidi, se desidera che sorga in lui il bel sentimento, l’idea alta e nobile del passeggiatore.

La passeggiataLa passeggiata è uno dei testi più perfetti di Walser, il grande scrittore svizzero che ormai viene posto fra i massimi autori di lingua tedesca del nostro secolo. Ma La passeggiata ha anche un significato peculiare in rapporto a tutta l’opera di Walser: è in certo modo la metafora della sua scrittura nomade, perpetuamente dissociata e ab­bandonata agli incontri più incongrui, casuali, e sorprendenti, come lo è appunto ogni accanito passeggiatore – e tale Walser era -, che abbraccia amorosamente ogni parti­colare del circostante e insieme lo osserva da una invalicabile distanza, quella del so­litario, estraneo a ogni rapporto funzionale col mondo.
Robert Walser, La passeggiata, Adelphi 1993

Breviario per nomadiIl seguire un percorso dal principio alla fine dà una spe­ciale soddisfazione sia nella vita che nella letteratura (il viaggio come struttura narrativa) […]. La necessità di comprendere in un’immagine la dimensione del tempo in­sieme dal principio alla fine dà una speciale soddisfazione sia nella vita che nella letteratura (il viaggio come struttura narrativa) […]. La necessità di comprendere in un’immagine la dimensione del tempo insieme a quella dello spazio è all’origine della cartografia. Tempo come storia del passato […] tempo al futuro: come presenza di ostacoli che s’incrotreranno nel viaggio, e qui il tempo atmosferico si salda al tempo cronologico […]. La cartografia insomma, anche se statica, presuppone una idea narrativa, è concepita in funzione di un itinerario, è Odissea.
ITALO CALVINO

Soprattutto, non perdete la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, rag­giungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri mi­gliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata … ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati … Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.
SØREN KIERKEEGAARD

Sono come un animale selvatico: mi faccio le mie piste […] non come l’antilope o la zebra né come il bufalo o altri animali da branco: di quelli che si soccorrono, af­frontano in massa le difficoltà per sopravvivere a ciò cui singolarmente soccombe­rebbero, e che tuttavia diventano singole prede e muoiono soli, ciascuno a suo tempo. Io faccio la mia pista privata […]. Forse dovrei dire che anch’io sopravvivo qui, ma conto su me sola; anche nei giorni in cui mi sembra che la terra sia piena di serpenti.
WILMA STOKENSTRÖM

Questa raccolta di citazioni, massime, aforismi e proverbi è dedicata al viaggio, al nomadismo, al territorio da percorrere, fuori e dentro di sé.
Vanni Beltrami, Breviario per nomadi, Biblioteca del Vascello 1995

Viaggiare HesseNoi, vassalli della voglia di viaggiare, passiamo la vita a inse­guire la nostra madre terra in tutte le sue forme ed espressioni, vorremmo perfino fare tutt’uno con essa, pronti alla dedizione assoluta, lo sogniamo, lo desideriamo con tutte le nostre forze. E questa nostra passione, questa nostra caccia alla terra non è in sé, forse, meglio di una qualsiasi altra passionaccia, sia quella del giocatore o dello speculatore, del Don Giovanni e dell’arrivista. Quando la terra ci chiama, quando noialtri eterni camminatori senza sosta prendiamo commiato da casa, non stiamo abbandonando alcunché, non stiamo fuggendo, stiamo semplicemente per tuffarci nel fuoco dell’esperienza. Siamo curiosi del Sud-america, di una qualsiasi baietta ancora inesplorata dei Mari del Sud, dei Poli della terra, vogliamo comprendere il moto dei venti, delle correnti, dei lampi, delle slavine – ma ancor più curiosi siamo della morte, l’ultima e forse più intensa esperienza del nostro esserci. Perché di tutte le esperienze possibili, sono fondamentali, secondo noi, quelle per cui siamo pronti anche a dare la vita.

Per amore o per sfida, per necessità o per fuga, tutti i personaggi di Hermann Hesse, prima o poi, si misurano con il viaggio. Questa raccolta offre un compendio esau­riente e ben organizzato con i migliori scritti di viaggio del giovane Hesse.
Hermann Hesse, Viaggiare, Marcos y Marcos 1994

VagabondaggioSe esistessero molti uomini nei quali fosse così radicato come lo è in me il disprezzo per i confini nazionali, allora non ci sarebbero più guerre né blocchi. Niente è più odioso dei confini, niente è più stupido. Essi sono come cannoni, come generali: sino a quando ragione, senso di umiltà e pace dominano, non se ne ha sentore e di loro si ride, – ma non appena guerra e follia divampano essi divengono importanti e sacri.

Nel mondo poetico e narrativo dell’autore ricorre con frequenza la figura del vagabondo, del cercatore irrequieto, sospinto senza tregua tra boschi e villaggi, sempre a un valico o a una frontiera. In questa condizione di libertà assoluta, di totale disponibilità, il viandante si fa protagonista di un’esperienza superiore, quasi sacrale. In senso e la poesia del vagabondaggio sono chiaramente metaforici: ogni uomo che voglia incamminarsi alla ricerca dell’essenza mistica e spirituale della vita, è da quel momento viandante, uomo solo.
Hermann Hesse, Vagabondaggio, Newton 1992

 

Viaggio nelle CévennesIl sole era già calato dietro a una nebbia dall’aspetto ventoso e […] il nostro sentiero era immerso nel grigio e nel freddo. Un’infinità di stradine secondarie portava qua e là tra i campi. Era un labirinto senza capo né coda. Potevo vedere sopra di me la mia destinazione, ovvero la cima che la dominava; ma qualsiasi di esse scegliessi, le strade finivano sempre per allontanarsene e scendere a serpentina verso la valle o salire verso nord lungo il margine delle colline.

Stevenson racconta in questo libro il viaggio che lo portò ad attra­versare, in compagnia di un asino, le Cévennes, nel sud della Fran­cia. Un viaggio davvero avventuroso, fatto a piedi, con bivacchi sotto le stelle e in­contri insoliti, in un paesaggio dagli ampi spazi e dai grandi silenzi.
Robert Louis Stevenson, Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino, Ibis 1993

Impressioni di viaggioVoglio andarmene sui monti
dove stanne le capanne quiete
dove il cuore si dilata libero
e l’aria soffia libera.

Voglio andarmene sui monti
dove sono gli abeti alti e scuri,
dove i ruscelli mormorano, gli uccelli cantano,
e le nuvole galoppano orgogliose.

Addio, saloni lucidi,
lucidi gentiluomini, signore levigate,
voglio andarmene sui monti
e da lassù ridere su di voi.

I resoconti di viaggio sono da secoli un genere letterario molto comune, quello di Heine fu uno dei meglio riusciti.
Heinrich Heine, Impressioni di viaggio, Istituto Geografico De Agostini 1983

In patagoniaNessun suono tranne quello del vento, che sibilava fra i cespugli spinosi e l’erba morta, nessun altro segno di vita all’infuori di un falco e di uno scarafaggio immobile su una pietra bianca.
Il deserto della Patagonia non è un deserto di sabbia o di ghiaia, ma una distesa di bassi rovi dalle foglie grigie, che quando sono schiacciate emanano un odore amaro. Diversamente dai deserti dell’Arabia non ha prodotto nessun drammatico eccesso dello spirito, ma ha certamente un posto nella storia dell’esperienza umana. Darwin trovò le sue qualità negative irresistibili. Ricapitolando Il viaggio della Beagle tentò, senza riuscirvi, di spiegare perché, più di tutte le meraviglie da lui viste, questo “arido deserto” aveva tanto colpito la sua mente.

Dopo l’ultima guerra, alcuni ragazzi inglesi, fra cui l’autore di questo libro, chini sulle carte geografiche, cercavano l’unico luogo giusto per sfuggire alla prossima di­struzione nucleare. Scelsero la Patagonia. E proprio in Patagonia si sarebbe spinto Bruce Chatwin per trovare l’incanto di viaggiare. All’interno di una natura povera, disabituata all’uomo, incontrerà un arcipelago di vite e di casi molto più sorprendente di quel che ogni esotismo permetta di pensare. Questa terra eccentrica per eccellenza è un perfetto ricettacolo per l’allucinazione, la solitudine e l’esilio.
La Patagonia di Chatwin diventa, per chiunque si appassioni a questo libro, un luogo che mancava alla propria geografia personale e di cui avvertiva segretamente il biso­gno.
Bruce Chatwin, In Patagonia, Adelphi 1982

Ritorno in patagoniaLa Patagonia è la cura per i mali dell’umanità.

Melville usò l’aggettivo “patagonico” per indicare qualcosa di to­talmente esotico, mostruoso e pericolosamente attraente. Un’attrazione che agì anche sul giovane Bruce Chatwin. Fin dall’età di tre anni la Patagonia gli apparve come la Terra delle meraviglie. Poi dall’esperienza nacque In Patagonia, il più bel libro di viaggi dei nostri tempi. Qualche tempo dopo, un altro scrittore di viaggi, Paul Theroux, pubblicava un altro affascinante libro su quella terra, The Old Patagoniam Express. Infine, nel 1985, i due scrittori com­posero, in una sorta di contrappunto a due voci, questo libretto, dove entrambi tornano sulle tracce della loro passione.
Bruce Chatwin – Paul Theroux, Ritorno in Patagonia, Adelphi 1991

Le vie dei cantiDopo la marcia forzata, i portatori rifiutano di camminare e aspettano di essere raggiunti dalle loro anime.
Gli aborigeni non credono all’esistenza del paese finché non lo vedono e lo cantano.
Quasi tutti noi, che eroi non siamo, nella vita perdiamo il nostro tempo, agiamo a sproposito e alla fine siamo vittime dei nostri vari disordini emotivi. L’Eroe no. L’Eroe – e per questo lo proclamiamo tale – affronta ogni cimento quando gli si pre­senta, e accumula punti su punti.

Per gli aborigeni australiani, la loro terra era tutta segnata da un intrecciarsi di Vie dei Canti, un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi. Dietro questo fenomeno, che apparve subito enigmatico agli antropologi occidentali, si cela una vera metafi­sica del nomadismo. Questo libro potrebbe essere descritto anch’esso come una Via del Canti: romanzo e percorso di idee, una musica di idee che muove tutta da un in­terrogativo: perché l’uomo, fin dalle origini, ha sentito un impulso irresistibile a spo­starsi, a migrare?
Bruce Chatwin, Le Vie del Canti, Adelphi 1988

 

E venne chiamata due cuoriMi spiegarono come misurassero le distanze intonando canzoni dai ritmi ben precisi. Alcune erano composte da oltre cento versi, e ogni parola e ogni pausa doveva essere ripetuta fedelmente, né erano permessi vuoti di memoria o improvvisazioni dato che ogni canzone costituiva una vera e propria asta di misurazione.

… e vene chiamata Due Cuori è il racconto romanzato della straor­dinaria avventura umana e spirituale di una donna, Marlo Morgan, che per motivi di lavoro si trova a vivere in Australia e accetta un invito di una tribù di aborigeni. Con sua grande sorpresa, Marlo viene portata nel cuore di una foresta, e inizia da qui il vagabondaggio che durerà per quattro mesi percorrendo a piedi nudi l’Outback australiano.
Marlo Morgan, … e venne chiamata Due Cuori, Rizzoli 1994

Sabbie arabeMe ne andai a zonzo fino a un lontano costone, contento di star solo per un po’, e mi sedetti a guardare le ombre uniformi che screziavano la pianura color terra d’ombra su cui nient’altro si muoveva. Tutto era immobile, con quel silenzio che noi abbiamo cacciato dal nostro mondo.

Wilfred Thesiger, che possiamo considerare in un certo senso l’ultimo dei grandi esploratori britannici di stampo romantico, ci restituisce con questo “diario di viaggi” un affresco vivo e affascinante dei deserti meridionali della penisola arabica.
Dopo aver condiviso per diversi anni, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la dura vita delle popo­lazioni beduine che vivono ai margini di queste immense distese desolate di sabbia, l’autore racconta un’esperienza probabilmente unica, intessuta di particolari quotidiani.
L’andamento narrativo è quello del resoconto di stampo antropologico, che ci porta con immediatezza nell’atmosfera implacabile e silenziosa del deserto, a contatto con le genti fiere e generose che faticosamente trascorrono la propria esistenza in un ha­bitat tanto inospitale.
Wilfred Thesiger, Sabbie arabe – Viaggio nell’Arabia deserta, Mondadori 1991

 

Il viaggiatore delle duneNel mezzo della giornata, la fornace arde; il cielo, da tanto è luminoso, si scolora; il caldo torrido si abbatte dal sole a picco in nastri brucianti; sale dalla sabbia incandescente e dalle pietre surriscaldate. Allora è impossibile posare il piede sulla nuda terra; il suolo può raggiungere gli 80°C.
Tappe. Bivacchi di una sera in luoghi senza nome, che non ri­vedremo più. Partenze, eterne partenze senza arrivo che sono l’immagine pregnante del nostro viaggio interiore per non straziarci l’anima.

Questo libro, risultato di lunghi anni di esplorazione, è un inno al deserto del Sahara, alla sua grandezza opprimente, alla sua selvaggia e pericolosa bellezza, ma è anche un resoconto affa­scinante della fauna, della flora, della storia e della preistoria di questa regione, non­ché una descrizione della vita quotidiana dell’uomo del deserto, con una tale dovizia di dettagli che questo libro potrebbe essere utilizzato come un vero e proprio manuale di sopravvivenza.
Theodore Monod, Il viaggiatore delle dune, Tasco 1990

Arabia felix“Poiché Sua Maestà, malgrado le pesanti preoccupazioni di governo in questi tempi così calamitosi, cerca incessantemente di promuovere la diffusione delle conoscenze e delle scienze e di accrescere l’onore del suo popolo con imprese utili e lodevoli …”
Malgrado questi tempi calamitosi … Forse è proprio in tempi calamitosi che si sogna di partire per l’Arabia Felice.

La meta della spedizione scientifica danese è lo Yemen, terra sconosciuta detta anche “Arabia Felice”. Gli scienziati partono, per scoprire e conoscere, ma in realtà proiet­tano sogni – di sapere, di gloria, di ricchezza – troveranno sofferenze, fatiche, gioie, conquiste, fallimenti, e la morte. Solo uno farà ritorno, partito convinto di non essere all’altezza del suo compito, ma aperto alle esperienze, capace perfino di rinunciare alla propria identità per fare sua la lezione del deserto: “non avere niente, non essere niente”.
Thorkild Hansen, Arabia Felix, Iperborea 1993

Viaggiatore solitarioDopo tutto ‘sto casino, e via dicendo, arrivai al punto che avevo bisogno di un po’ di solitudine proprio per fermare il meccani­smo di “pensare” e di “godere” che chiamano “vita”, avevo bi­sogno di stendermi sull’erba e guardare le nuvole –
È scritto anche nell’antica scrittura: – “La saggezza può essere raggiunta soltanto nella solitudine.”

Viaggiatore solitario è una raccolta di scritti collegati da uno stesso filo conduttore: il viaggiare. I viaggi coprono gli Stati Uniti dal sud alla costa orientale, fino a quella occidentale e al lontano nord-ovest, il Messico, il Marocco, Parigi, Londra, l’oceano At­lantico e quello Pacifico percorsi in nave e vi sono incluse altre città e persone interessanti.
Lo scopo e l’intenzione è semplicemente la poesia o, le descrizioni naturali.
Jack Kerouac, Viaggiatore solitario, Sugarco 1987

Sentieri nel ghiaccioBreve sosta in un boschetto. Vedo la valle, prendo la scorciatoia per prati fradici, sguazzanti; la strada qui fa come un grande otto. Che razza di tempesta di neve; ora tutto torna a placarsi, a poco a poco mi asciugo. […] Dagli abeti piovono ancora gocce sul terreno coperto di aghi. Le mie cosce fumano come se fossi un cavallo. Paesaggio ondulato, molto bosco, e tutto mi è così sconosciuto. Quando ci si avvicina, i paesi fanno finta di essere morti.

Questo libro è la storia di un viaggio in certo modo straordinario: il viaggio a piedi intrapreso nell’inverno 1974 da Werner Herzog, per recarsi da Monaco a Parigi, dove lo aspettava un’amica ma­lata, Lotte Eisner, storica e studiosa del cinema tedesco. Strade, bo­schi, paesi squassati da temporali e bufere di neve, villaggi deserti e campi disabitati: questo il paesaggio che percorriamo insieme a un uomo che compie il più anacronistico dei gesti.
Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio, Guanda 1994

La via per l'OxianaSotto la bufera bianca è avvenuta una straordinaria transizione. Nell’arco di cinque minuti siamo usciti da un mondo di pietra, di fango, di sabbia e di perenne siccità, che ci aveva accompagnato da Damasco in poi, per penetrare in un mondo di legna, di foglie e di linfa, dove le montagne erano ricoperte di arbusti, che diventavano al­beri, e questi, cessata la neve, si raggruppavano in una lucida foresta di tronchi nudi le cui volte frondose velavano il cielo.

Secondo Bruce Chatwin questo libro è il capolavoro dei libri che trattano di viaggio. L’Oxiana è una regione fra l’Afghanistan e l’Iran dove si può procedere sulle orme di Marco Polo.
Robert Byron, La via per l’Oxiana, Adelphi 1993

Verso SantiagoNon è dimostrabile, eppure io ci credo: nel mondo ci sono luoghi in cui un arrivo o una partenza vengono misteriosamente moltipli­cati dai sentimenti di quanti nello stesso luogo sono arrivati o da lì ripartiti. […] Ormai i viaggi non durano anni, sappiamo dove andare e anche le probabilità di tornare sono molto più alte.

Un viaggio spagnolo nello spazio e nel tempo, lungo percorsi inu­suali, attraverso le vie di pellegrinaggio, il labirinto dei ricordi, le suggestioni del paesaggio, l’intreccio di colori, di parole, di leg­gende, l’ispirazione del momento. Da Don Chisciotte a Zurbaràn, da Velàzquez a Garcia Lorca, da una sperduta abbazia cistercense alla solennità del Prado: Cees Nooteboom ci guida alla scoperta di personaggi e luo­ghi di una Spagna profonda e misteriosa, invitandoci ad abbandonare le vesti del turi­sta per diventare veri viaggiatori.
Cees Nooteboom, Verso Santiago – Itinerari spagnoli, Feltrinelli 1996

 

In transiberianaLa steppa ha grandi ondulazioni, come delle lunghissime dune biondastre, separate da grandi distanze l’una dall’altra. Non è priva di colore. Alcuni tratti sono dello stesso bianco-biondo spento dei capelli dei bambini russi. Ma numerose sono le tinte – sempre spente – che serpeg­giano per la distesa come correnti marine. Anche l’aria ha un colore spento.

Un libro e un viaggio su rotaie lunghe trentamila chilo­metri. Dopo i primi tremilacinquecento chilometri da Roma a Mosca, i novemila in Transiberiana, da Mosca a Pechino. E poi, sempre in treno, da Pechino a Shangai. Poi c’è il ritorno, con un unico biglietto ferroviario, dalla foce del fiume Azzurro sino alla Yogoslavia passando, a differenza della andata, attraverso la Mongolia e il Gobi. Al rientro in Italia non si è più gli stessi, anche se si torna a sedersi sulla stessa poltrona. Tra la persona di prima e quella del ritorno c’è di mezzo una buona metà del mondo e straordinari incontri umani. Non è poco.
Allora è giocoforza raccontare.
Angelo Maria Pellegrino, In Transiberiana, Stampa Alternativa 1992

 

Inter rail manFarsi coinvolgere, comunicare sono essenziali per arricchirsi mediante i viaggi. Si potrebbe andare ovunque senza urtare contro qualcosa di nuovo, se si rimane legati al proprio mondo. Oggi è data molta importanza a dove si va, ma forse importa soprattutto come e perché lo si fa.

L’inter rail – un mese di treno a basso costo in giro per l’Europa, il Marocco, la Turchia per chi ha meno di 26 anni – è, per chi lo vuole, disorganizzazione, in una società sempre più inquadrata ed asettica.
L’inter rail è, per chi sa giocarsela bene, libertà in una società che organizza e limita anche l’avventura, la sorpresa, la gioia, il sogno. Abbiamo provato con l’inter rail a disorganizzarci, a riprenderci spazi di li­bertà. Qui lo raccontiamo con le istruzioni per l’uso.
Luca Conti, Inter rail man – Manuale per chi viaggia in treno, Stampa Alterna­tiva 1992

Il libro del ventoIl silenzio ci mette a disagio.
Il silenzio radio viene chiamato “aria morta”, qualcosa da evitare ad ogni costo. Così lo tamponiamo con parole o musica, spesso parole e musica, e troviamo sollievo nello schiamazzo, per quanto possa essere privo di significato. Abbiamo perduto la pausa ricca di significato. Il silenzio durante l’audizione viene invariabilmente distrutto dall’applauso di qualche idiota che pensa che il concerto sia finito.

La prima definitiva storia del vento: come porta la vita nel mondo distribuendo energia e calore, influenzando i fenomeni meteorologici, favorendo la riproduzione delle piante e la migrazione di molte specie di animali, modificando il paesaggio, agendo sul comportamento dell’uomo.
Lyall Watson, Il libro del vento, Frassinelli 1985

Strade bluCosa fa un viaggiatore di notte in una città sconosciuta quando vuole scambiar due parole? Negli Stati Uniti non c’è quasi altra scelta che ficcarsi in un bar. […]
In una angolo c’era una stecca da biliardo spezzata; la piccola stanza laterale era illuminata soltanto dal tremolio di una luce al neon che reclamizzava una birra, quel tipo di luce vacillante che farebbe impazzire chiunque.

Un tempo, sulle vecchie cartine d’America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie in blu. È sulle strade blu che si svolge di tre mesi di un solitario mezzo pellirossa, che, re­stando privo del suo lavoro e della sua donna, va a ricercare un poco di interesse alla vita in un itinerario circolare che lo porta e riporta nell’America settentrionale. E ri­trova, ricostruisce, riscopre l’America periferica, decentrata, provinciale come un al­tro, diverso continente.
William Least Heat-Moon, Strade blu, Einaudi 1995

 

Sulla strada[…] perché le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e del subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Oooooh!”.

Intere generazioni hanno preso a modello i protagonisti di que­sto libro che in trent’anni è diventano un libro di culto. In fuga dalla mediocrità del mondo, in auto, in camper traballanti.
La fuga attraverso gli Stati Uniti e il Messico su malconce auto, traballanti camper, o autobus affollati di umanità americana ed europea. Il ro­manzo dell’amicizia e delle difficoltà, dell’amore, del malessere e della rivolta. Il “manifesto” della beat generation preso a modello da sempre nuove generazioni di giovani.
Jack Kerouac, Sulla strada, Leonando Ed. 1989

Terra e acquaSono qui raccolte alcune fra le migliori pagine di Vittorio G. Rossi: vorremmo dire le più limpide, atte a delineare la sua schietta e spontanea vena di narratore: scritti d’avventura, di viaggi, di “conoscenze”, tutte profondamente umane e sentite.
I giovani potranno invidiare le innumerevoli esperienze dell’autore, che ha fatto “quasi tutti i mestieri rischiosi difficili: il palombaro, il minatore, il navigante, il pescatore di balene, di merluzzi, l’uomo di bordo delle navi-faro”, ma sapranno sco­prire il messaggio racchiuso nelle sue opere: “presi l’uomo come protagonista e feci del viaggio un racconto, come av­ventura umana. Insieme come l’uomo, ho preso come protago­niste le grandi forze della natura, sopra tutto il mare …”. V’è quindi in queste pagine narrative anche una profonda attenzione agli ideali, ai dolori e alle miserie degli uomini. Pur senza perdere nulla della sua vivacità, della sua arguta visione delle cose, del suo stile tutto particolare, Vittorio G. Rossi ci induce a medi­tare su ciò che rappresenta l’uomo nel mondo, su noi stessi, sul senso della vita.
Vittorio G. Rossi, Terra e acqua, Mursia 1966

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Sul futuro delle nostre scuole

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

Ho tra le mani l’Emilio di Rousseau. Mentre lo scorro non posso fare a meno di interrogarmi su che razza di uomo fosse l’autore. Mi chiedo com’è possibile che il censore di ogni pedagogia coercitiva, l’illuminato precursore di ogni moderno sistema educativo, risulti contemporaneamente il peggiore dei padri. Può la stessa persona che predica l’educazione naturale, che celebra la costruzione dell’uomo nuovo e della nuova società, destinare poi i propri cinque figli agli orrori dei brefotrofi settecenteschi? Mi rispondo che può, eccome; e non solo in virtù di una natura particolarmente contorta, ambigua e opportunista. Può per una ragione più profonda, che vale per quasi tutti i grandi riformatori. Per il fatto che è possibile non limitarsi a coltivare il sogno di una società migliore, e pretendere invece di aver trovato la formula perfetta, e volerla attuare, solo se si parte da un profondo disprezzo per l’umanità in genere (e per quella più prossima in particolare), se si percepisce quest’ultima unicamente nei termini della sintonia o della dissonanza col proprio progetto. Se si mette cioè l’umanità al servizio di un’idea, non l’idea al servizio dell’umanità.

Chi ama gli uomini in fondo li accetta come sono, anche se non gli piace come si comportano, come si relazionano tra di loro, e se tutto questo gli comporta un profondo disagio, una sensazione di estraneità. Li accetta nel senso che prende atto dei loro (dei propri) limiti, e con questi coabita, ma sceglie di vivere nella tensione dell’utopia, operando “come se” una rigenerazione etica e sociale fosse davvero possibile, pur nella perfetta coscienza che non lo è, nè lo sarà mai. Chi ama gli uomini non è quindi così determinato a cambiarli, come lo è invece il riformatore: sperimenta su se stesso la sua riforma e ne paga con serenità il prezzo. È, letteralmente, un utopista.

Voler cambiare gli uomini significa invece, per chi pretende che la realtà corrisponda ai propri sogni, volerli disciplinare, assoggettare a parametri assoluti di comportamento e di valutazione. Significa, anzitutto, “scolarizzarli”. Ogni grande progetto di palingenesi sociale assegna un ruolo fondamentale alle istituzioni e ai modelli formativi. E Rousseau interpreta perfettamente, con la sua pedagogia pseudo-libertaria, l’esigenza di rinnovamento indotta dalla modernità. Afferma di voler fare del giovane Emilio non un cittadino, ma un uomo, stigmatizza i danni di una didattica coattiva e pedantesca e caldeggia un’educazione che favorisca lo sviluppo spontaneo e libero dello spirito; ma per giungere poi a questa conclusione: “… non deve voler fare altro che quel che vogliamo che faccia: non deve muovere un passo senza che noi l’abbiamo previsto: né aprir bocca senza che noi sappiamo quel che egli sarà per dire.” Perfetto. In questo brano è già mirabilmente sintetizzato tutto il senso, sono già racchiuse tutte le strategie e le finalità della pedagogia contemporanea. Si afferma una nuova forma di autoritarismo, larvato, subdolo, imposto non con la costrizione ma con il convincimento. È la scuola, l’educazione come primo stadio di un addomesticamento alle logiche e agli interessi del nuovo modo di produzione e del sistema globale che attorno ad esso si sviluppa.

La scuola moderna, l’istituzione scolastica così come noi oggi la conosciamo, nasce infatti nell’ambito di un più vasto disegno di accentramento, di razionalizzazione e di controllo, che ha preso l’avvio nell’età dell’assolutismo e che all’epoca di Rousseau è già perfettamente delineato. Tale disegno interessa tutte le funzioni sociali e le relative istituzioni, da quelle sanitarie (creazione di ospedali, manicomi, ospizi e brefotrofi) a quelle repressive (istituzione dei corpi di polizia e dei penitenziari), da quelle militari (eserciti di leva) a quelle amministrative (creazione di un apparato burocratico di funzionari dipendenti), da quelle culturali (fondazione di accademie) a quelle, per l’appunto, educative. La scuola moderna è quindi connessa alla rivoluzione borghese, alla ridefinizione in termini centralistici del concetto di stato e alla sua nuova configurazione istituzionale e funzionale, al processo di secolarizzazione dei saperi, al passaggio da una economia di sopravvivenza ad un regime economico articolato e in via di progressiva autonomizzazione.

L’istruzione estesa, obbligatoria, “normalizzata”, resa cioè uguale per tutti (attraverso i programmi comuni, “ministeriali”, imposti su tutto il territorio nazionale) è finalizzata ad omogeneizzare tanto gli idiomi (con la definizione di una normativa unificante delle strutture fonetiche, della ortodossia grafica – la grammatica – e dei sistemi relazionali tra le parole – la sintassi -) quanto i linguaggi (matematici, scientifici, ecc…, sulla scorta del processo di normalizzazione in atto nelle scienze stesse: discorso sul metodo, tassonomia, catalogazione, adozione di unità di misura universali, ecc…) e i contenuti (definizioni dei campi e delle discipline, esclusione e marginalizzazione del non-scientifico, del non positivo, del non razionale, storicizzazione del sapere – storia della filosofia, storia della letteratura, ecc…), e quindi per ricaduta i gusti, e a tradurre in versione snaturata e sterilizzata tradizioni, culture, saperi altri (il fatto stesso della trascrizione isola e devitalizza quanto attiene a culture di trasmissione orale, e comunque fortemente contestualizzate in climi, economie, condizioni materiali e spirituali specifiche, ecc…): in pratica prepara il terreno di coltura per un dominio molto più morbido, meno visibile, ma anche molto più capillare, totale.

Se i cittadini debbono imparare a leggere è anzitutto perché la legge scritta, unica, valida su tutto il territorio “nazionale” si sostituisce alla consuetudine particolaristica, immutabile, trasmessa oralmente. La nuova normativa giuridica si evolve, cambia, è in costante e progressiva trasformazione, e non può essere trasmessa oralmente e ritenuta mnemonicamente. Si impara a leggere per essere edotti e informati delle trasformazioni, si impara a scrivere per apporre la firma, legalizzare i propri impegni. Nei confronti di un potere sempre più anonimo e lontano, così come in rapporti economici sempre più estesi, non possono valere la stretta di mano, la parola, ecc…, garanzie valide solo nella cerchia ristretta della conoscenza personale. La scuola svolge per secoli (nel nostro paese, per uno) questa funzione di creazione del buon cittadino, rispettoso delle leggi, guidato e convinto dalle buone letture (in vari modi, il sistema arriva a gestire o a controllare tutta o quasi l’editoria). Ogni passo nuovo va in direzione di questa normalizzazione. Alle scuole umanistiche si affiancano quelle tecniche, non appena l’esplosione dell’industria e l’evoluzione degli armamenti creano la domanda di personale tecnicamente specializzato, indi quelle commerciali, e via di seguito. Le scuole nascono su richiesta diretta del mercato, da esigenze connesse al settore economico, a quello militare, a quello amministrativo, ecc…; quelle primarie sgrossano e rimodellano il materiale umano informe, selezionando i pezzi meglio riusciti per i ruoli direttivi o tecnici. Il meccanismo è perfetto e agisce in sintonia, oltre che con le esigenze produttivo-amministrative, anche con quelle del consumo, l’educazione al quale avviene sia attraverso la sollecitazione diretta (messaggi pubblicitari) sia attraverso quella indiretta (creazione di un “gusto”, di indirizzi, mode ecc…): e quindi si assiste ad un adeguamento costante dei programmi anche a questa esigenza (è significativo l’esempio dei problemi di matematica: il signor Rossi, che un tempo cintava l’orto, o comprava il pane e le acciughe, è passato poi a calcolare i consumi della lavatrice o dell’auto, e oggi deve tener conto dei fusi orari o dei costi della scuola privata per i figli).

Però, qualcosa ancora non funziona. È il fatto che una cultura, una volta messa in moto, per quanto controllata, indirizzata, sterilizzata, tende sempre e comunque a lievitare: fornisce cioè quel tanto di attitudine critica che può indurre a rivoltarsi contro i mezzi stessi della persuasione; oppure educa a parametri ai quali poi la realtà non corrisponde, creando così frustrazione. È pur vero che anche le forme di rifiuto insite nella cultura finiranno per essere fagocitate e riciclate dal sistema (vedi il caso dell’arte, il mercato delle avanguardie, ecc…), ma è anche vero che quest’ultimo è costretto ogni volta ad una rincorsa, ad un recupero, nelle more del quale per un certo periodo la situazione sfugge parzialmente al controllo. E, comunque, è allarmante per il sistema il fatto che a livello di fruitori possa esserci una non completa omologazione.

A tutto però c’è rimedio. Quello ottimale è fornito oggi dalla simbiosi tra il mezzo televisivo e l’informatica. Il primo rende obsoleta la cultura scritta ai fini della creazione di consenso e della veicolazione pubblicitaria. Non è più necessario essere alfabetizzati per ricevere i messaggi del potere o del sistema di consumo. Il coinvolgimento dell’utente è totale (più sensi impegnati), lo sforzo che gli viene richiesto è minimo (mente non impegnata). Già per la natura del suo agire il mezzo televisivo ha per il sistema minori controindicazioni. Ottunde, banalizza l’informazione, rende tutto uguale, oltre ad omologare, omogeneizza. Necessita inoltre di apparati costosi per la gestione e l’emissione, quindi è meno soggetto a cadere in mani “sbagliate”: e anche nel caso ciò avvenga non si crea in realtà alcun pericolo, perché la natura stessa dello strumento provvede ad disinnescare ogni potenziale eversivo dell’informazione, a neutralizzare quest’ultima incanalandola su percorsi obbligati (la spettacolarità, la superficialità, il consumo rapido). La televisione è onnivora, digerisce qualunque cosa e la metabolizza in glucosio per il sistema. Il medium è il messaggio, scriveva McLuhan: è un veicolo che trasporta solo merce (informazione) preselezionata. Tutto il resto rimane fuori. Il pericolo di un uso “distorto” della televisione è comunque azzerato dalla dovizie di anticorpi di cui il sistema (i grandi network) dispone, sia sul piano tecnico (capillarità di diffusione e potenza di emissione), sia su quello spettacolare (offerta più accattivante), con i quali può sconfiggere qualsiasi agente di disturbo infiltrato.

L’abitudine alla mediazione televisiva comporta alla lunga che solo ciò che passa sul teleschermo, che viene “inquadrato” dal monitor sia legittimato ad essere, a valere, e di conseguenza che la trasmissione della “cultura” sia progressivamente sottratta alla istituzioni educative per antonomasia, la scuola e la famiglia, per essere demandata alla pedagogia globale della televisione. L’unificazione dei contenuti viene garantita in primo luogo dalla semplificazione del controllo sugli strumenti. Le variabili che bene o male continuavano ad essere rappresentate dall’elemento umano della mediazione, insegnanti e genitori, sono ridotte o neutralizzate. I fattori incontrollabili, i virus delle scelte e delle suggestioni personali, l’emotività stessa implicata dal rapporto docente-discente, vengono bonificati. Menti educate ad una assimilazione acritica, imbevute della priorità dell’apparenza sulla sostanza, assuefatte alla velocità e alla superficialità dell’immagine, e non ai tempi e alla profondità della riflessione, possono essere pascolate in greggi sempre più numerose e incanalate lungo il medesimo tratturo.

In quest’ottica possiamo dunque leggere, ad esempio, i recente accordi tra la Pubblica Istruzione e la RAI, che contemplano la diffusione di trasmissioni e la produzione di videocassette mirate alle scuole. Il fatto che le prime vengano messe in onda in concomitanza con l’orario scolastico è meno incongruente di quanto possa sembrare. È probabile infatti che si intenda indurre un’abitudine al ricorso agli audiovisivi, caldamente raccomandato in tutti i nuovi indirizzi programmatici, cominciando magari con un’ora di teledidattica nell’ambito delle lezioni, e integrando poi con l’utilizzo delle lezioni preconfezionate in cassetta. Col tempo ciò consentirà di relegare l’insegnante ad un ruolo di tecnico, di “operatore” culturale nel senso stretto di colui che accompagna i discenti nella sala multimediale e sceglie per il momento le immagini da proporre. Per il momento, perché in un futuro meno prossimo (ma nemmeno troppo remoto) la manovra di imbonimento e di controllo potrà essere perfezionata coniugando il supporto televisivo con quello informatico. Al computer spetta infatti il tocco finale: trasformare lo spettatore passivo in discente disarmato ma reattivo, portarlo dall’accettazione al consenso, integrarlo nel nuovo modello tele-pedagogico offrendogli l’illusione di interagire col monitor, di scegliere, di esprimere se stesso giocando, disegnando, calcolando, scrivendo, navigando in Internet, di essere autore e protagonista. L’utilizzo del computer educa in realtà all’adozione di parametri logico-operativi standardizzati, ad una formulazione schematica ed essenziale, informativa e non comunicativa, e comunque resa impersonale, sterilizzata dal passaggio attraverso i filtri dello strumento. Il fatto stesso di non fare più riferimento ad uno specifico interlocutore, ma ad una galassia sterminata di potenziali ed anonimi utenti, ad una nebulosa nella quale infinite voci si confondono, modifica radicalmente oltre le modalità di codificazione anche quelle dell’elaborazione concettuale e, più a monte, irregimenta le motivazioni e lobotomizza ogni capacità di scelta.

Proviamo dunque ad ipotizzare il probabile futuro scenario del nostro sistema educativo. Un primo grande risparmio, di tempo e di energie, e un significativo incremento del controllo si otterrà con l’adozione di un orario scolastico uguale per tutti gli istituti, direttamente e capillarmente gestito dal ministero (al più possiamo immaginarlo differenziato per le tre aree, corrispondenti ai canali della televisione pubblica: primo per i licei, secondo per i tecnici, terzo per i professionali, o viceversa), che quindi potrà trasmettere in simultanea le stesse lezioni per tutte le scuole. Col passo successivo sarà eliminata la sala multimediale, e tutti potranno dialogare con il centro unico di controllo direttamente da casa, tramite computer, modem, videotelefono, fax o altre diavolerie. Niente spese per gli insegnanti, per la costruzione e la manutenzione degli edifici, per riscaldamento ecc… Nessuna interferenza, nessun disturbo nella comunicazione. Un omogeneizzato culturale inoculato via cavo, che alimenta per endovena  dei replicanti dal cervello disattivato.

Non stiamo parlando di fantascienza. I replicanti già ci sono, non si è dovuta attendere la clonazione: basta guardarsi in giro. Esiste già anche un progetto concreto, del quale si hanno ogni giorno anticipazioni. La più recente (“un computer su ogni banco”) è rimbalzata da una parte all’altra dell’oceano. La prossima, logicamente conseguente, riguarderà la messa in rete di tutta la dotazione informatica della scuola, con gestione a centralità regionale o nazionale. Questo in una prima fase, perché in seguito, quando il linguaggio informatico si sarà imposto come il tramite principale, o unico, di comunicazione, potrà veramente essere realizzato il villaggio scolastico globale. Già da ora, però, in attesa che sia resa tecnicamente possibile l’attivazione della grande rete unificata e si esauriscano le ultime resistenze passatiste, tutti i paesi occidentali stanno rapidamente adeguando i propri modelli scolastici ad uno standard unico, nel tentativo di recuperare almeno in parte il ritardo accumulato nei confronti di una realtà economica e culturale da tempo mondializzata.

Ed ecco allora lo scenario. Al controllo tele-visivo del tempo libero si somma (e si confonde) quello tele-informatico del tempo scolastico. La forza di penetrazione degli input del sistema ne risulta moltiplicata, sia perché questi operano in un terreno già dissodato dalla persuasione televisiva, sia perché presuppongono e sollecitano nei “discenti” un’interazione, un farsi soggetto, collaboratore del sistema stesso. L’utopia illuministica di un’educazione omogenea e diffusa, eguale per tutti gli uomini della terra, fondata sulla partecipazione attiva dell’allievo si concretizza: e se la forma è un po’ diversa, il risultato, la sostanza sono quelli auspicati da Rousseau. Che spediva i figli a morire nei lager della pubblica assistenza. Con perfetta coerenza.

 

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In mezzo ad una strada

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

Quarant’anni fa usciva negli States On the Road. È solo una constatazione, del tipo “come passa il tempo!”. Potevano essere trentotto o quarantacinque, non ha importanza, non vogliamo celebrare decennali. A dire il vero qui non ci importa nemmeno del libro in sé, quanto piuttosto dello spunto che ci offre per poche brevi considerazioni. Dunque, On the road ha quarant’anni, e nella civiltà del consumo veloce, della mitizzazione effimera, viene ancora considerato un libro epocale, l’opera che ha sancito l’ingresso in una nuova era. Ora, è senz’altro vero che gli adolescenti della prima generazione postbellica, che l’hanno letto negli anni ‘60, ne sono rimasti segnati: ma è altrettanto vero che non si tratta di un libro di svolta, se non nel senso che si situa alla fine di un’epoca, e non all’inizio. Il “vangelo della beat-generation” non è una rivelazione, ma una celebrazione. In esso la parola è già liturgia. Raccoglie e racconta quel che è accaduto, non prefigura quello che accadrà.

Quello che accadrà saranno solo imitazioni, manierismi: il movimento hippie, la contro-cultura, la contestazione, l’ecologismo, ecc … Il tentativo di dare alla modernità un volto umano, di resistere ai totalitarismi espliciti o a quello vischioso della pseudo-democrazia, era stato vissuto lungo un secolo e mezzo da pochi, spesso anonimi, coraggiosi: si era consumato in modi diversi, dalle prime lotte operaie alla Resistenza in Europa, dalle battaglie non-violente per i diritti alla dissidenza russa. Quel che verrà dopo, a partire dai “mitici” anni ‘60, sarà sempre e comunque inquinato dalla nuova medialità, dalla proteiforme presenza di un sistema sempre più capace di trasformare in energia e nutrimento per sé ogni sforzo, ogni gesto, ogni parola, rivolti contro di lui. Può (anzi, deve) non piacerci, ma la verità è questa.

Il che mette in discussione anche il senso questa rivista, la presunzione che parrebbe animarla di risultare inattaccabile dai succhi gastrici del sistema. Noi non ci illudiamo di essere indigeribili, di poter arrecare seri disturbi ad un organismo ormai immunizzato. Siamo quasi convinti (quasi, perché il cuore ancora si rifiuta) che non esistano più possibilità di “comunicare”, di trasmettere, di ricevere segnali positivi. Segnali di che? e a (da) chi?

A una Legoland di volti, corpi e menti intercambiabili, omologati dalle etichette sugli abiti e nei cervelli, vettori per cellulari e griffe e muscoli siliconati, cablati per via oculare, auricolare e oggi anche satellitare? Alla patetica fauna “alternativa”, sedotta da ogni esotico saltimbanco e dai più squallidi pataccari della cultura fisica e mentale? È davvero difficile non disperare, nel paese degli Sgarbi e dei Veltroni. E tuttavia, anche in questo clima da operetta crediamo che un significato la rivista lo conservi, se non altro per coloro che la realizzano. Che agisca come una sorta di rudimentale vaccino contro la vera peste di fine secolo, l’atrofia cerebrale. E, nell’attesa di tempi migliori, mantenga in vita quel filo di speranza che ci accomuna.

 

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Percorsi bibliografici n. 6

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Ennesima avvertenza al lettore. Le indicazioni bibliografiche di volta in volta proposte non vanno intese solo come approfondimento o supporto agli articoli contenuti nella rivista: in molti casi infatti nascono suggestioni peregrine, da personalissimi e magari difficilmente spiegabili  accostamenti e rimandi. Prendetele per quello che sono, e fatene buon uso.

SENTIERI DELL’UTOPIA
Rousseau  J.J. – Emilio – Sansoni 1972
Johnson P. – Gli intellettuali – Longanesi 1998
Mosca G. – Ricordi di scuola – Rizzoli 1956
Bowen J. – Storia dell’educazione occidentale – Mondadori 1983
Freire P.  – Pedagogia degli oppressi – Mondadori 1971
Illich I. – Descolarizzare la società – Mondadori 1972
Mc Luhan M. – La Galassia Gutenberg – Armando 1976
Bergamin J. – Decadenza dell’analfabetismo – Rizzoli 1971
Toulmin S. – Cosmopolis – Rizzoli 1991
Muhsam E. – Ascona – Monte Verità – Ed. L’Affranchi 1991
Muhsam E. – La psicologia della zia ricca – Sugarco 1983
Spinoza B. – Etica – Melita 1990
Kant  I. – Critica della ragion pratica – Laterza 1955
Kant  I. – Metafisica dei costumi – Laterza ‘70
Nietzche F. – Umano, troppo umano – Adelphi 1967
Nietzche F. – Genealogia della morale – Adelphi 1986
Weber M. – Il lavoro intellettuale come professione – Einaudi 1979
Freud S. – Introduzione alla psicoanalisi – Boringhieri 1979
Heidegger M. – Essere e tempo – Longanesi 1976
Berlin I. – Il legno storto dell’umanità – Adelphi  1994
Lasch C. – La cultura del narcisismo – Bompiani 1981
Savater  F. – Etica per un figlio – Feltrinelli 1993

SENTIERI DELLA POESIA
Nadolny, S. – La scoperta della lentezza – Garzanti 1994
Herrmann, P. – Sulle vie dell’ignoto – Aldo Martello Ed.
AA.VV. – Viaggio di Franklin al nord-ovest – Ecig 1992
Imbert, B. – Artide e Antartide. La grande sfida dei poli –Electa/Gallimard 1993
Enzensberger H.M. – Poesie per chi non legge poesie – Feltrinelli 1964
Quattrone A. – Interrogare la pioggia – Lacaita 1984
Quattrone A. – Passeggiate e inseguimenti – Book ed. 1993

SENTIERI DELLA FANTASIA
Fiumi C. – Storie esemplari di piccoli eroi – Feltrinelli 1996
Brera G. – Addio bicicletta – Rizzoli 1980

 

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La sera che giocai contro lo Zaire

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Il torneo era quello di Bosio. Non che fosse un gran torneo. Otto squadre, premi scarsi: ma si trattava ormai di un appuntamento fisso, ci tenevamo. Gli avversari erano alla nostra portata, li incontravamo tre o quattro volte a stagione, al giro, negli altri tornei: ma quel che contava era che a Bosio c’erano un sacco di ragazze, e giocare, dicevamo, aiuta. Non quella volta, però.

All’epoca, fine anni ‘60, primissimi ‘70, giocavamo quasi tutte le sere, qualche volta due partite nella stessa serata, per i cinque mesi estivi (allora l’estate durava di più). Evitavamo i tornei grossi, quelli con la lira in palio, dove non ci avrebbero fatto toccar terra, per battere invece i campetti notturni a cinque, a sei o a sette, che erano il vanto di ogni villaggio, frazione o cascinale del circondario (con l’eccezione, guarda caso, del nostro paese). Per un raggio di venti chilometri eravamo iscritti d’ufficio a tutte le manifestazioni calcistiche minori: non che fossimo bravi, ma garantivamo un seguito di una decina tra fidanzate, fratelli minori e nonni. Non ricordo di aver mai vinto un torneo. Le rarissime volte che si arrivava alla finale lo sponsor (il bar o l’azienda che pagava l’iscrizione e ci dava le maglie) decideva invariabilmente di rafforzare la squadra e ingaggiava quelli “forti”, quattro o cinque ligeroni, sempre gli stessi, che trascinavano una squallidissima carriera semiprofessionistica nei clubs di quinta o sesta categoria, e che vivevano d’estate il loro momento d’oro. Quelli “forti” perdevano regolarmente la finale, come avremmo fatto noi, ma promettevano sfracelli per la prossima volta e portavano a casa qualche biglietto da diecimila.

Ma torniamo a Bosio. Quella volta, dicevo, le cose si erano messe male da subito. Per quel gioco dei sorteggi che costituiva una specie di torneo a parte, quello delle facce di tolla, eravamo capitati contro una squadra fuori del comune. Si trattava di sette negretti congolesi (allora non si chiamava ancora Zaire), reclutati da un bar di Bosio (quindi giocavano in casa) tra un centinaio di apprendisti tecnici ospiti di uno stage all’Italsider. Del calcio africano all’epoca non si sapeva nulla, Weah doveva ancora nascere. Circolava la leggenda che gli egiziani alle Olimpiadi avessero giocato scalzi. Si poteva pensare che i nostri fossero un gruppo di pellegrini fatti su dagli organizzatori, per dare un tocco di “colore” alla manifestazione, o al massimo una compagnia di buontemponi in fuga dall’afa novese. E tuttavia non eravamo affatto tranquilli. Per le nostre parti era una novità assoluta, sette neri d’Africa tutti assieme non li avevamo visti mai, e giocare a calcio, poi! Io, di mio, ci aggiungevo un certo disagio da convinto terzomondista. Gli africani li avevo conosciuti all’università, con qualcuno ero in rapporti politici, si parlava di lotte di liberazione e di opposizione all’imperialismo. Non li avevo mai immaginati “contro”. Mi preoccupava l’eventualità magari di ridicolizzarli, mi disturbava l’idea di farmi complice dello spettacolo che era stato organizzato alle loro spalle. Ma avevo anche un’altra preoccupazione: uno con le mie capacità tecniche, tendenti allo zero, aveva un senso in campo solo se poteva esprimersi sul piano del puro agonismo, martellado senza pietà il diretto avversario e ignorando in pratica la palla (della quale d’altro canto non avrei saputo che fare). Era lo spirito per il quale ero considerato importante contro il Bosio, necessario contro Parodi o Tramontana, addirittura indispensabile contro Mornese: ma con questi, proprio non era il caso. Mi trovavo orfano del mio ruolo, a chiedermi che figura avrei fatto.

Cominciamo a giocare: un pubblico mai visto, che copre per intero la scarpata incombente sul campetto. Cori, trombe e campanacci, novesi e bosiesi tutti a tifare per i negretti, a darci la baia ogni volta che tocchiamo palla. Noi giochiamo in punta di piedi, si vede subito che non è serata; siamo impacciati, sbagliamo gli scambi, non contrastiamo. Quelli filano come razzi, magari in tre sulla palla, ma sgusciano da tutte le parti, sembrano quattordici. Dopo dieci minuti siamo già sotto di un goal: un urlo dalla scarpata, la folla sembra debba rovinarci addosso. Pareggiamo quasi subito, ma una papera del portiere ci porta nuovamente sotto. Un frastuono assordante, due, trecento persone che ci fiatano sul collo, ci impediscono di capire e di ragionare. E arriva la terza rete. Siamo in bambola. Il fatto è che i neri sono due volte più veloci di noi, scattano via, magari inciampano sulla palla, la perdono per strada e tornano indietro a riprenderla, e noi quasi fermi, con le gambe di legno. Ma, ed è questa la vera sorpresa, soprattutto picchiano. Non si direbbe lo facciano con cattiveria, sembra venir loro così naturale: entrano e ti portano via il piede, il ginocchio, la gamba, e magari anche il pallone. E noi storditi e nervosi, con quel buuh della folla che in altre occasioni ci avrebbe iniettato un’endovena di cattiveria, e stasera invece ci manda del tutto fuori giri.

Poi, il risveglio. Il primo a scuotersi è, manco a dirlo, mio fratello, che si trova a recitare a parti rovesciate. Lo vedo stoppare la palla e immediatamente dopo rovinare per terra, allegramente falciato da un nero che la fila col pallone, esibendo un sorriso a sessantaquattro denti. Vedo mister Hyde che si fa strada, senza bisogno di pozioni misteriose: non gli cresce il pelo, ma quello che ha gli si rizza. Lo sento sibilare: Cristo, Drake (mi ha sempre chiamato così), questi menano. Ho già avuto un paio d’occasioni per constatarlo di persona, ma ne ho rifiutato le conseguenze. Ora sento che non posso più rimandare. Non ce l’ho con i congolesi, mi dico, ma con quei mentecatti che dalla scarpata applaudono e urlano ad ogni scontro, ci irridono per ogni calcio preso e per ogni palla persa, istigano i nostri avversari a triturarci: e tuttavia qui sul campo ho davanti i neri, posso rivalermi solo su di loro. Vedo il sorriso in cinemascope che schiva d’un pelo un’entrata omicida di mio fratello, schizza verso di me, si allunga la palla, arriva con un attimo di ritardo, quando l’ho già spedita via, mi becca in pieno la caviglia: un attimo dopo vola, più stupito che offeso, a stamparsi sulla rete di recinzione. I denti e il bianco degli occhi sgranati brillano contro il buio di bordo campo. Folla in piedi, con movimento a scendere, arbitro che mi si para davanti: ammonito. È l’inizio della fine. I nostri avversari ripassano, nei due minuti che seguono, la storia dei loro rapporti con l’Occidente. Il pallone diventa per loro kriptonite: come lo toccano, volano per aria. È che non può durare. La parte alta della scarpata è ormai deserta, ad ogni fallo sparisce un metro di campo, sotto il dilagare del pubblico. Sappiamo che finirà male, ma siamo ornai pervasi da uno spirito maligno. Con la partita ormai persa, cerchiamo il riscatto nella rissa. C’è solo da scegliere.

Scelgo io. Un idiota mi apostrofa, mentre gli passo ad un metro, “razzista”. Basterebbe molto meno, ma “razzista” è proprio l’appellativo che mi ci voleva. Non so se becco lui o un altro, nemmeno mi importa: ormai li vedo tutti uguali, adulti e ragazzini, donne e uomini, una mandria di scemi che urlano. Cosa sia accaduto dopo, francamente, non lo ricordo. So per certo che non ci fu il massacro che ci si poteva attendere. Tornammo a casa tutti con le nostre gambe, magari ammaccate dai calcioni dei congolesi, ma senza altri danni. L’epica successiva parla di scontri tra i nostri supporters e gli indigeni, di gesta d’audacia che lasciarono sgomento il nemico. Forse furono invece proprio gli avversari a salvarci, o forse la rabbia e la tensione avevano ingigantito ai nostri occhi il pericolo e la protervia della folla. Sta di fatto che per noi il torneo finì li, che quella fu la nostra Corea, e che se mai ci fu una lezione di antirazzismo, la ricevemmo quella sera. Perchè fu allora che capimmo che su un campo da sette, sotto i riflettori, quando la polvere si impasta al sudore, tutti i giocatori diventano grigi, da bianchi o neri che erano, e tirano calci allo stesso modo; e che quando giochi non devi pretendere che l’avversario si comporti come ti aspettavi, ed essere deluso se non lo fa, ma devi adeguarti a lui. E che tutto il resto è ideologia.

 

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Senza Testo

di Marta Della Croce, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Il sipario si apre lentamente. Sulla scena, due personaggi. A sinistra, il Presunto Lettore [PL], che vestirà una calzamaglia nera, l’altro, a destra, sosterrà la parte della Pagina [P], per cui la sua calzamaglia sarà bianca e interamente scritta. Poco prima che il dialogo inizi, i due camminano avanti e indietro per la scena. Si osservano con titubanza, quasi studiandosi a vicenda. Ah, dimenticavo, la parte della Pagina sarà sostenuta da un’attrice molto giovane. La sua testa sarà di cartone, priva di lineamenti, simile in tutto a quella di un manichino.

P:   Il mio unico difetto è che non riesco ad imparare le battute a memoria. Non ci riesco proprio … [esita] … non sono come te … io … io … non ho memoria … Io non ho testa … Io non ho cercello …

PL:            [interrompendo] Cervello! non cercello.

P:   Oh, sì, sì, cervello, sì chiama così, già … già … dunque, non avendo memoria né testa né cer-ve-llo, è evidente ch’io non abbia neppure una fronte due occhi un naso una bocca due orecchi … dei capelli … oh, come sarebbe bello avere dei capelli … non ho neppure quelli!

PL:            Lo vedo!

P:   L’unica cosa che ho è questa specie di covetta.

PL:            Dalli! Vocetta! volevi forse dire.

P:   [timidamente] Sì.

PL:            Bé, quella la sento. E allora dimmi un po’, ma chi sei?

P:   [allarga le braccia] Sono una pagina, una pagina scritta.

PL:            E da me cosa vuoi?

P:   Perbacco, essere letta!

PL:            Perbacco!

P:   Perbacco sì o perbacco no.

PL:            Perbacco no. Non so leggerti.

P:   Ma … tu ha memoria, cercel … pardon … cervello testa capelli fronte occhi naso bocca e orecchi!

PL:            E con ciò?

P:   Come! E ti sembra poco?

PL:            Sei una pagina complicata …

P:   [interrompendo] Complicata? Non mi far ridere, che non ho la bocca. [tra sé] Complicata. Ma se sono fatta di semplice carta bianca, liscia … [avvicinandosi] … guarda, mi hanno strappata da un quadernino dove c’erano altre pagine bianche, lisce come me. Ho lasciato le mie sorelle per farmi leggere da te e tu … tu ora non mi vuoi. Ingrato! [singhiozza leggermente]

PL:            Non fare così. Va bene, via, ti leggo. Dove sono i miei occhiali? [si allontana, va verso le quinte, torna di nuovo, esclama:] – Dove ho messo gli occhiali! – [finalmente si tocca la testa] Ah, eccoli [si avvicina alla pagina, fa l’atto di toccarla]

P:   Bravo, prendimi tra le dita.

PL:            Uhm …

P:   Ma non leggi? E leggi!

PL:            [leggendo] “La vera ragione per cui sono al mondo è che io non volevo affatto essere al mondo. Il mio parere evidentemente non interessava un gran che ……. Come vedi, hanno finito per avermi con loro, ma …” [smette di leggere, si toglie gli occhiali] Lo vedi, anzi, lo senti quanto sei complicata. Ti avevo già sbirciata, sai? … Che vuol dire, su, dimmi che vuol dire.

P:   E che ne so io, io non ho mica cervello testa capelli fronte occhi naso orecchi e bocca, come te. Io sono solo una pagina scritta, liscia, anzi, liscia liscia. Non ho neppure i capelli!

PL:            [incrociando le braccia sul petto] Se non capisco, non ti leggo.

P:   Suvvia! Hai letto solo tre righe, va’ avanti. Può darsi che leggendo, come si dice, l’appetito vien mangiando. Non si finisce mai d’imparare.

PL:            Che pagina ostinata. Testarda!

P:   Lo sono sempre stata. Sono fatta di una sostanza buona, mica di velina. Su, continua!

PL:            [rimettendosi gli occhiali. Continuando] “… ma forse il mondo aveva bisogno che un giorno uno come me scrivesse una pagina bugiarda come questa” …

P:   Eh? Che ti dicevo … parla anche di me. Va avanti.

PL:            Ma se m’interrompi.

P:   Hai perfettamente ragione.

PL:            [riprendendo] Uhm … “che un giorno uno come me scrivesse una pagina bugiarda” …

P:   Perché ti fermi? Continua.

PL:            Ma perché, bugiarda?

P:   E che ne so io, non ho mica cervello testa capelli fronte occhi naso orecchi e bocca, come te.

PL:            Come sarebbe! Vorresti dire che siccome io ho memoria cervello testa capelli … sì, insomma tutte quelle cose lì, sono un bigiardo?

P:   Questo non l’ho detto.

PL:            L’hai pensato.

P:   Nemmeno.

PL:            L’hai immaginato.

P:   Forse … un tantino … gli uomini.

PL:            Uh, davvero? Adesso ti metti anche a giudicare? Non siamo tutti uguali, noi uomini. Ora perché sei una pagina scritta, per giunta a macchina, chi credi di essere, la Divina Commedia? Ci vorrebbe poco per distruggerti, basterebbe non leggerti, basterebbe appallottilarti, stracciarti, farti a striscioline sottili sottili e gettarti nel fuoco e là … non esisteresti più … Cenere, cenere! Chi credi di essere per giudicare, eh? chi credi di essere.

P:   [mortificata] Quand’ero tutta bianca, anonima, dimenticata nel cassetto in mezzo ad altre pagine simili a me, non sapevo che con le parole si potesse fare il giro del mondo e perché no, parlare anche con te [una pausa]. Pensa, pensa a quante cose io, umile pagina bianca, se scritta, posso diventare … Posso diventare un libro, un diario, una semplice, ma non per questo meno importante, lettera d’amore. Ah, l’amore, l’amore! … quante volte sono rimasta gelosamente piegata in quattro sul seno di una donna e quanto palpitavo su quel cuore, quanto palpitavo! Ho imparato ad esprimermi, a farmi capire, a dire cose serie e cose buffe, e questo grazie alle parole …

PL:            [interrompendola] Ma non a giudicare. Questa funzione spetta a noi uomini. E poi l’hai detto e ripetuto mille volte che tu non hai memoria cervello testa eccetera, eccetera.

P:   Sicuro! Ma non colui che m’ha scritta. Anzi, a dir la verità, io ho qualcosina in più rispetto a colui che m’ha scritta.

PL:            E sarebbe?

P:   L’immortalità.

PL:            [ridendo] Oh, ah, questa è bella … l’immortalità! Parola grossa, cara mia, che ne sai tu, paginuzza, dell’immortalità?

P:   [in tono evasivo] L’ho vista scrivere tante volte …

PL:            Ah, ecco, l’hai vista scrivere, ma il significato eh? il significato eh? il significato … me lo sai dire, il significato?

[qui la pagina non risponde; si piega in due, quasi volesse chiudere il discorso. L’uomo insiste:] Bè, allora? Sto’ significato?

P:   [rialzandosi] Di preciso non lo so, posso soltanto ripetere le parole che ha scritto l’inchiostro, ma ripeto, non ho memoria, tenterò. Dunque, il significato … [come cercasse le parole] … il significato sta nel grado di dolore … nella vita … nelle parole che uno sa mettere insieme … nel concetto … ecco, sì! nell’essenza dell’anima.

PL:            Ma guarda un po’, ho davanti una pagina filosofica.

P:   Ti sbagli. Io non so niente. Sta scritto nella vita irreale il significato delle cose e le cose, a loro volta, fanno la vita reale. Io credo che l’uomo per vivere la vita debba dimenticarla. Anzi, bisognerebbe persino che dimenticasse di vedersi vivere nella vita. In una parola: dimenticarsi. Ossia, dimenticare la vita reale per viverne un’altra: inafferrabile e gigantesca, proprio come quando ti guardi nello specchio e osservi te stesso in carne e ossa, eppure se allunghi una mano e sfiori quel vetro non ti senti, non ci sei, non esisti, se non come immagine riflessa, raggiungibile solo con lo sguardo, col pensiero, con l’immaginazione. Così è la vita di colui che si dimentica. Si cerca nell’ignoto per ritrovarsi sotto forma di idea. [d’un tratto si zittisce, poi riprende] Ma perché voi uomini esistete?

[qui il dialogo assume un tono confidenziale]

PL:            Mi hai confuso, cara, ma questa è una bella domanda. Ebbene, il perché non lo so. Chi ci comanda è qualcuno più grande di noi, e forse è il passato che ci spinge a vivere, quelle lunghe mani degli anni, della vita che non è più … [sospira]

P:   Non capisco … ma allora l’uomo è costretto a vivere una vita di ricordi e una di speranza, come dire, sta in mezzo: tra una vita morta e una davanti che sta per morire?

PL:            Pressappoco.

P:   Ecco perché torno a ripetere che il significato delle cose resta nascosto nella vita irreale.

PL:            Spiegati, il significato o l’immortalità.

P:   Tutt’e due. Sono la medesima cosa. Se una cosa “significa” vuol dire che ha in sé una storia e allora è viva. Ne consegue che la sua verità verrà tramandata. E con che? Con gli scritti!

PL:            [un po’ ironico] E tu credi di contenere dei validi pensieri?

P:   Io non credo, io sono … sono soltanto una paginetta scritta e forse anche male, altro non conosco. Tocca a te, uomo, farmi nascere o morire.

PL:            In che modo. Come?

P:   Leggendomi! Giudicandomi! Elaborandomi!

PL:            Io non leggo un gran che. Leggo così.

P:   Così … come?

PL:            Così.

P:   Ah … così!

PL:            Sì, così!

P:   Bè, sono stanca. Oggi sono uscita pensando di trovare qualcuno che mi potesse leggere e rileggere. Qualcuno che mi portasse al mare, in tram, a letto oppure in giardino. Qualcuno che mi portasse con sé. Qualcuno con cui fantasticare un’oretta. [una pausa] O che hai da fissarmi a codesto modo?

PL:            Ti leggo.

P:   Allora fallo a voce alta, così mi ascolto.

PL:            Uhm … vediamo, dov’ero rimasto? Ah, sì, ecco qua … “che un giorno uno come me scrivesse una pagina bugiarda come questa, ma non fraintendetemi, non bugiarda nel senso che esprime menzogne, no davvero! [ripetono queste ultime battute insieme] Bugiarda, perché quello che volevamo dire l’abbiamo detto e bugiarda perché sulla Pagina nulla di ciò che abbiamo detto v’era scritto.

[La Pagina si avvicina al proscenio, si rivolge al pubblico]

P:   La vita è fatta di piccole conquiste e di grandi sconfitte. Se quello che abbiamo detto v’è piaciuto, raccontatelo. A noi ci basta così. [sipario]

 

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L’etica nell’epoca della scienza e della tecnica

di Massimo Ceccanti, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

La nostra cultura è il prodotto della giustapposizione di idee maturate nell’ambito di ricerche, riflessioni, studi lunghi e meticolosi e di luoghi comuni, banalità, stereotipi che circolano senza alcun atteggiamento critico o di controllo del loro senso, visto che oramai è difficile parlare di controllo della loro verità. Manca in sostanza un momento di cerniera tra sapere elaborato e senso comune, sapere diffuso. Tale assunto vale non solo per ciò che comunemente chiamiamo conoscenza, ma anche per quel campo particolare di idee che si riferiscono più in generale ai valori, non esclusa l’etica, cioè l’insieme dei valori che in qualche modo dovrebbe essere alla radice dei nostri atteggiamenti e dei nostri comportamenti nei confronti dell’altro.

I luoghi comuni che circolano riguardo all’etica sono riassumibili nell’idea o nella sensazione di star vivendo in un mondo senza valori, senza principi, in un mondo senza una dimensione etica. In effetti qualcosa è in declino, e sta svolgendo un ruolo sempre più gregario nel sistema culturale che la nostra società predilige come punto di riferimento per i comportamenti umani. Ma ciò che sta morendo è proprio l’etica?

Per molti studiosi, l’etica è il sostituto della originaria armonia di istinto e comportamento, della certezza istintuale del comportamento animale. Con il processo di ominazione, cioè di nascita del genere umano, istinto e comportamento sono diventati autonomi, senza che l’istinto fosse più in grado di guidare le scelte di comportamento. L’uomo si è così trovato ad affrontare il conflitto tra una base istintiva individuale e la sua appartenenza ad un mondo regolato da leggi di natura, sprovvisto di un vincolo biologico con gli altri esseri umani. Il sostituto di tale vincolo è stato ricostruito dalla specifica capacità degli esseri umani di pensare e di provare sentimenti. Molto probabilmente la tradizione religiosa e, poi, quella filosofica hanno rappresentato i tentativi di ricomporre la lacerazione, prendendo il posto dell’istinto nella guida del comportamento. Le basi dell’etica sono, quindi, da rintracciarsi nella nascita del genere umano; difficilmente sparirà l’etica senza che muoia anche l’uomo.

La ricomposizione del conflitto rimanda però alla capacità che rende l’uomo libero, in quanto la conoscenza o il sentimento non sono vincoli necessari per il comportamento. Il conflitto è solo parzialmente risolto dall’acquisizione delle capacità di pensare e di provare sentimenti, perché occorre un atto di volontà per aderire ad un valore riconosciuto o ad un sentimento che ispira un valore. La mancanza di necessità rende insieme libera e problematica la guida del comportamento, la rende il prodotto di una scelta ineliminabile. Il conflitto tra istinto e coscienza appartiene alla vita umana ed è necessario imparare a convivere con esso senza pensare a fughe illusorie in mondi dove tale conflitto viene annullato dall’ascesi o dall’accettazione di un ordine prestabilito.

Inoltre, la particolare natura dei valori etici non permette una loro evidente e chiara formulazione, per cui l’uomo può pensarne versioni differenti, può non riconoscerli come suoi, può negarli o può contrapporli l’uno all’altro. Si possono quindi creare conflitti anche esterni alla coscienza, conflitti sui valori che possono assumere la forma di guerre religiose o di guerre ideologiche, anche se talvolta tali motivazioni servono a coprire interessi che non hanno una dimensione etica. L’associazione di valore e verità come corrispondenza, verità che sembrano basarsi sulla descrizione di fatti così come sono nella realtà, può facilitare tali atteggiamenti. Bisogna imparare ad accettare anche la pluralità dei linguaggi e dei modelli di scoperta di verità associabili a pratiche che non rimandano solo alla logica della dimostrazione o a quella della scienza, ammesso che ve ne sia una, ma anche alla logica dell’interpretazione, della ricerca di senso, del mito e del racconto come strumenti per dare senso alla vita, della rivelazione come scoperta interiore e personale condivisibile e coagulante, capace di produrre identità di gruppo, ma non assoluta.

Molte prospettive etiche si basano invece sull’individuazione, una volta per tutte, dei contenuti di ciò che viene definito l’oggetto dell’etica, cioè il bene: la felicità, il benessere, la liberazione dai bisogni o dai desideri, l’insieme delle norme riconosciute da una tradizione culturale, l’adeguamento al corso della storia o a ciò che la ragione rileva come intima essenza della natura umana o della storia dello spirito, la volontà di Dio. I limiti di tali prospettive sono di due tipi. Da un lato ci sono i limiti pratici, una volta stabilito che cosa è il bene rimane il problema di far sì che esso venga accettato come valore da tutti. Dall’altro ci sono i limiti teorici, legati all’osservazione di G. E. Moore che diceva “Una volta riconosciuto qualcosa come bene, posso sempre chiedermi se è bene che ciò sia il bene”. In altre parole bisogna ammettere che, se diamo all’etica un valore universale, essa non può avere un contenuto specifico, valido per tutti e indipendente dall’assenso degli esseri umani e dai contesti in cui essi operano. Se cerchiamo qualcosa di universale, già Kant aveva detto che possiamo trovare solo un imperativo formale, senza alcun contenuto, un imperativo che rimanda alla libertà dell’essere umano e alla necessità di scegliere volta per volta in contesti definiti senza che sia possibile derivare analiticamente dall’imperativo etico la soluzione. In sostanza l’uomo è libero e tale libertà è insopprimibile. Che cosa è il bene da un punto di vista universale è una domanda senza risposta; posso solo dire che cosa è il bene per me ora in questo luogo e sperare che altri condividano la mia idea, cercando di convincerli. Non posso aspettarmi che tale idea valga per tutti in virtù di una sua autoevidenza etica.

Dal nichilismo può nascere un’etica, quella che da qualche anno vado chiamando etica del viandante, a condizione di non leggere il nomadismo come anarchica erranza. Il nomadismo è la delusione dei forti che rifiutano il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. È la capacità dell’anima di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo della casualità della innocenza non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, e dov’è l’accadimento stesso, l’accadimento non iscritto nelle prospettive del senso finale, della meta o del progetto a porgere il suo senso provvisorio e perituro.     UMBERTO GALIMBERTI

D’altra parte è difficile anche accettare che non sia possibile stabilire un insieme di norme di riferimento valide per la convivenza tra esseri umani indipendentemente dalla loro cultura o dalla loro storia, dai problemi che essi debbono affrontare in un determinato tempo e in un determinato luogo. Se ciò non fosse possibile infatti sarebbe difficile giustificare la condanna di qualcosa come i crimini contro l’umanità, l’olocausto o lo scempio dell’ambiente. Tutto potrebbe essere giustificato sulla base del relativismo etico, cioè sulla base dell’idea che i valori valgono solo entro la cultura che li produce o li fa propri.

Kant aveva cercato di dare un fondamento all’etica sulla base del riconoscimento della consapevolezza da parte del soggetto dell’imperativo categorico, cioè dell’imperativo che si impone alla ragione e chiede di agire solo in base a massime che possono valere per tutti, sulla consapevolezza ancora da parte del soggetto di essere libero di fronte all’imperativo morale e, insieme, di far parte di una società di uomini liberi. Il soggetto consapevole è perciò responsabile delle sue azioni nei confronti degli altri. L’etica di Kant è un’etica dell’individuo singolo, certo della sua esistenza e consapevole di sé e delle sue facoltà, posto di fronte alla molteplicità astratta e indifferenziata dei suoi simili.

Sono proprio i presupposti dell’autonomia del soggetto e della sua consapevolezza che oggi appaiono più deboli rispetto all’epoca di Kant. La psicologia, a partire da Freud, ha messo in luce che l’individuo non è solo una coscienza libera, ma un intreccio di dimensioni psichiche, alcune delle quali agiscono in modo inconsapevole. Le scienze umane hanno creato un’immagine molto forte di dipendenza del soggetto e della sua coscienza dall’ambiente sociale e culturale in cui esso vive. Sulla base di tali assunti è nato un atteggiamento culturale che assegna la responsabilità ad anonime strutture, togliendola agli individui che compiono tutti i giorni le loro scelte di comportamento. La conoscenza, per così dire, invece di stabilire la dimensione etica, sembra averla annullata. Anche in questo caso però ciò che rende possibile l’atteggiamento culturale pessimistico (quando non opportunisticamente giustificazionista) è l’intromissione di un universale nel mondo del contingente utilizzato per rendere assoluto ciò che non lo è. Il ragionamento sembra questo: se non si è liberi di fare qualcosa non si è liberi in assoluto, quindi non si è responsabili. L’idea che sta dietro l’annullamento della responsabilità è l’idea di una libertà assoluta. La libertà è invece sempre libertà condizionata entro un contesto, libertà che si realizza storicamente e si manifesta in forme storiche. La libertà assoluta appartiene ad una dimensione che non è propria dell’uomo. Solo il genere umano è libero da condizionamenti storici, ma è una libertà formale, priva di contenuti umani, ed è una libertà apparente perché anch’essa condizionata dall’appartenenza alla natura e alla storia naturale.

La dimensione etica non può essere cancellata dalla conoscenza scientifica né da nessun altra forma di razionalità, perché conoscenza e ragione introducono immediatamente la responsabilità etica. Chi formula l’idea che un individuo non è responsabile di una certa azione, assume su di sé la responsabilità di tale giudizio e, in molti casi, quello del mancato intervento per modificare la situazione. La conoscenza o l’ignoranza, la consapevolezza o l’incoscienza, così come accade per il contesto storico e culturale, possono solo ridurre o ampliare i confini della responsabilità, spostarla da chi agisce a chi sa o ha il potere di intervenire. L’accrescersi della conoscenza, come l’incremento di una qualsiasi forma di potere, aumenta la responsabilità e le opportunità di incrementare la consapevolezza.

Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia,
ma noi dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra.
JORGE LUIS BORGES

Si può dire invece che la nostra forma di vita ha riproposto con forza il problema etico. La nostra società è la società della conoscenza scientifica e della tecnologia, della circolazione mondiale veloce delle informazioni, degli uomini e delle donne, delle merci, dei modelli culturali. La scienza e la tecnologia hanno consegnato all’uomo poteri enormi di cambiamento (anche della struttura genetica degli esseri viventi) e di distruzione. Spostamenti di persone hanno messo in contatto fisico culture diverse, costringendole a condividere spazi e istituzioni. Televisione, computer, viaggi hanno reso le culture più elastiche e permeabili, più facilmente influenzabili da modelli esterni.

Di fronte a tali mutamenti dobbiamo riconoscere che le tradizioni culturali, che una volta costituivano la base più solida per i modelli etici, hanno un’importanza sempre minore. I problemi etici oggi riguardano tutto il genere umano come insieme di gruppi che vivono su uno spazio più omogeneo culturalmente, più esiguo sia per l’enorme e incontrollata crescita della popolazione, sia per la contrazione dei tempi necessari per spostare o far circolare informazioni, persone, idee, immagini, oggetti. Quelli che una volta erano sistemi mondo, oggi sempre più appaiono come un unico sistema globale caratterizzato dagli stessi problemi: i problemi della convivenza, della distribuzione sempre più ineguale delle ricchezze, del degrado ambientale, le conseguenze di interventi sul patrimonio genetico degli esseri umani, il rispetto dei diritti degli uomini e delle donne sono problemi non più affrontabili nell’ottica delle diverse tradizioni storiche e soggettive dell’etica. Gli esseri umani non hanno più di fronte una comunità compatta e un’astrazione come quella della nozione di genere umano; c’è invece una molteplicità di culture obbligate a condividere spazi, problemi, istituzioni e responsabilità. È necessario pensare a modelli etici che non si rivolgono più soltanto al singolo individuo o a comunità isolate, ma a modelli che riguardano tutto il genere umano come entità complessa, non come astrazione. Tali modelli ancora non esistono in forma esplicita e che si preannunciano come storicamente universali.

Sembra un ossimoro l’accostamento di due termini come storico e universale e in contraddizione con quanto detto prima. Ma è la natura dell’etica che rimanda a tale contraddizione. Nell’ambito dei prodotti della cultura umana dobbiamo abbandonare l’idea che possa esistere l’universale come valore da sempre dato, necessario per sua intrinseche caratteristiche, da scoprire; esiste un processo di costruzione di valori storicamente e culturalmente connotato che può portare a creare idee che possono diventare storicamente universali. Entro questo processo possono manifestarsi (ma essere anche dimenticate) idee che hanno una portata universale, cioè possono riguardare tutti gli uomini e le donne. Niente è universale nel senso di eterno o necessario. Sono il contesto in cui viviamo e i problemi che dobbiamo affrontare che ci spingono a cercare un modello etico per tutto il genere umano, un modello che deve passare per un filtro molto stretto e difficile, quello dell’adesione volontaria di una grande maggioranza dell’umanità. Perciò tale modello non può rifarsi a fonti locali, a tradizioni particolari. Deve essere un modello minimale che lascia poi liberi i gruppi e gli individui di scegliere le proprie identità, la propria appartenenza. La portata universale di un atteggiamento etico, di un’idea etica è costituita dal rimando al bisogno di sanare in qualche modo il conflitto connaturato con l’avvio del processo di ominazione. L’universalità dell’etica si esaurisce qui, diluita nel problema della giustizia in luoghi e tempi determinati.

La possibilità di disporre di strutture per la libera manifestazione e la difesa dei propri interessi e, nello stesso tempo, di procedure per arrivare ad una soluzione mediata, concordata, aperta e non distruttiva del conflitto possono costituire oggi il rimando all’universale etico di cui abbiamo parlato prima, un rimando attraverso soluzioni, idee, modelli di natura storica e, quindi, contingente, legati ai grandi problemi dell’umanità nel mondo dominato della scienza e della tecnica e dalla grande concentrazione di ricchezza in poche mani. Non stiamo vivendo in un mondo senza valori, non sta morendo l’etica; solo la realtà che ci circonda ha prodotto cambiamenti tali da rendere insufficienti o parziali i modelli che fino ad oggi avevamo utilizzato, talvolta con successo.

Possiamo allora provare a delineare con più precisione alcune idee utili per uscire dalla sensazione di star vivendo in un mondo senza valori senza prospettive etiche.

Il primo aspetto, apparentemente un po’ paradossale, è la rivalutazione dell’individuo come unica realtà umana esistente, portatore di diritti e di doveri. L’aspetto paradossale consiste nel partire dalle esigenze di un’etica planetaria per rivalutare l’importanza dell’individuo. L’idea che però sta dietro questa rivalutazione è che l’unico elemento in cui si concretizza il genere umano è l’esistenza degli individui; rispettare la loro esistenza e cercare di far sì che la loro vita sia una vita dignitosa vuol dire rispettare il genere umano. Senza una valutazione positiva e alta dell’individuo non può esserci rispetto dell’umanità. Pensare che individualismo ed egoismo siano sinonimi significa sottovalutare una componente fondamentale dell’essere umano, la componente della razionalità, della capacità di conoscere, della capacità di provare sentimenti, anche se razionalità, conoscenza e sentimento da soli non bastano a produrre comportamenti etici.

Il secondo elemento potrebbe essere la rivalutazione della responsabilità sia individuale che collettiva (non nel senso dell’anonimato delle strutture ma dei gruppi che compiono scelte, mettono in atto comportamenti e atteggiamenti, sanno). Proprio i progressi della conoscenza scientifica e della tecnologia ci hanno messo in grado di conoscere le conseguenze delle nostre scelte e delle nostre azioni sulla natura e sugli altri esseri umani in tempi lunghi. Ci hanno anche fornito un potere di azione e di trasformazione della natura enorme. Chi ha più conoscenza e chi ha più potere è più responsabile, ma è necessario iniziare a pensare anche alla condivisione delle responsabilità con chi sceglie e può scegliere, senza potersi riparare dietro l’anomia delle strutture o delle professioni. Nessuno può tirarsi indietro e dire “non sapevo” o “non potevo” in società democratiche basate sulla libera circolazione dell’informazione e delle conoscenze.

Il terzo aspetto è il senso del limite. Le conoscenze scientifiche sono sempre conoscenze limitate, conoscenze che mostrano anche i loro limiti. La pretesa di onniscienza è una pretesa della metafisica o di certe filosofie, non della scienza, così come il miraggio dell’onnipotenza o della capacità di poter comunque mantenere il controllo della situazione. Anche le religioni, in questo senso, sono in accordo con l’atteggiamento critico degli scienziati più consapevoli e dell’epistemologia. Rispettare il limite, riconoscere la finitezza della natura e della conoscenza umana e di tutto ciò che esiste (comprese le risorse naturali e la nostra capacità di comprendere) significa riconoscere l’altro, l’estraneità come un dato insopprimibile, e riconoscere anche il conflitto, la contraddizione e la sconfitta come ineliminabili aspetti della natura e della vita umana. Va contemporaneamente valutato positivamente anche la capacità di affrontare il rischio, perché senza questa capacità l’uomo si troverebbe appiattito sull’esistente, ma un rischio calcolato, un rischio controllato attraverso il filtro delle conoscenze delle possibili conseguenze, un rischio che si sa arrestare di fronte al pericolo di provocare disastri irreparabili.

Il quarto aspetto riguarda la realizzazione pratica di un modello etico. Perché un atteggiamento etico si affermi occorre un atto di volontà dell’individuo e il consenso della grande maggioranza degli esseri umani. Gran parte di ciò che chiamiamo potere si basa sull’accettazione degli individui. Occorre essere consapevoli di questa potenziale capacità di modificare le cose da parte di soggetti che vivono un problema, condividono bisogni e idee, che si aggregano e si organizzano, e occorre che chi ha il potere si abitui a rispettare gli individui perché essi si fanno sentire, perché sono in grado di individuare problemi, organizzarsi, proporre soluzioni, lottare. Ma è anche necessario, affinché i soggetti possano arrivare a trovare soluzioni mediate sulla base di procedure di confronto, che si determinino le condizioni per la circolazione delle idee entro un processo di discussione e di argomentazione. Occorre quindi che si rompa il muro tra sapere evoluto e senso comune, che si acquisti consapevolezza dei meccanismi di costruzione dei modelli culturali, che si determinino le condizioni per un incontro tra le diverse tradizioni culturali, tra i diversi gruppi di potere e tra tali gruppi e coloro che tali poteri debbono subire, condizioni che possono essere riassunte nella parità di diritto di intervento e di conoscenza concessa a tutti gli interlocutori coinvolti nella discussione sulle regole e sulle scelte, nel coinvolgimento motivazionale legato alla consapevolezza dei pericoli di sopravvivenza del genere umano nell’epoca dello strapotere della tecnologia, nel riconoscimento della propria responsabilità individuale e collettiva di fronte a tali problemi, nella necessità di costruire strutture per l’esercizio controllato e per il controllo dei poteri, apparati e strutture responsabili verso tutto il genere umano.

Se queste sono le condizioni, è evidente come le prospettive etiche legate all’idea di valore come verità legata alla corrispondenza fattuale sono di poco aiuto. Si tratta invece di riconoscere la necessità di muoversi in ambiti diversi; un ambito che possiamo definire della giustizia, l’ambito della costruzione di un sistema di regole valide per tutti attraverso procedure razionali di confronto e di discussione, un ambito di conoscenza per acquisire strumenti per scegliere, e un ambito di riconoscimento della propria appartenenza, un ambito in cui si può pensare di essere in possesso di una personale o collettiva fonte di valori da gettare nella discussione per costruire una dimensione intersoggettiva e interculturale di regole e per arrivare a delle scelte. Il valore della verità come corrispondenza può appartenere solo alla dimensione della conoscenza; alla sfera dell’appartenenza può corrispondere soltanto la verità come ricerca di senso. Nella dimensione della giustizia, delle regole, tutto invece deve essere sottoposto al processo di discussione, di argomentazione e di ricerca di consenso (non possiamo in altre parole illuderci che i valori verità nostri siano riconosciuti e accettati per loro intrinseca autoevidenza o perché dotati di speciali fondamenti)

Nel momento in cui definiamo un tale sistema di regole passiamo dalla sfera dell’etica alla sfera della giustizia e poi, attraverso essa, a quella del diritto, della politica, degli apparati istituzionali cui può essere delegata anche la capacità d’uso legittimo in casi estremi della forza di coercizione ma, di fronte ad essa, anche la legittimità della forza di ribellione; il passaggio è il salto da una dimensione universale ad una dimensione storica e fattuale entro la quale si disciplina la convivenza.

Che cosa rimane dell’etica? Rimangono non i contenuti, ma la necessità di procedure che portino al riconoscimento del conflitto e alla costruzione di sistemi per la regolamentazione di esso affinché non diventi distruttivo e mantenga per ciascuno il diritto alla libertà e alla differenza, intesa come nuova possibilità di uguaglianza. L’etica non può dare risposte concrete, non può dirci quali siano i valori, perché questi dobbiamo costruirli nel corso della nostra vita sociale e collettiva e di essi siamo responsabili individualmente e collettivamente. L’etica è kantianamente il riconoscimento di un’esigenza associata ad un conflitto, esigenza che non può trovare una traduzione nelle frasi del linguaggio descrittivo e delle strutture prodotte dall’uomo, perché in tale passaggio diventa un atto umano che appartiene alla storia dell’uomo, non alla sua condizione di essere umano. L’etica come esigenza non può né nascere né morire entro la storia finché sopravviverà il genere umano, perciò anche le idee e gli apparati nati in suo nome possono essere sottoposti alla critica etica, al giudizio etico. Ciò comporta che gli universali storici non hanno validità assoluta e comporta anche che l’uomo, individuo e gruppo, è responsabile di ciò che elabora e fa nel corso della storia in base a ciò che sa, al suo potere economico, sociale, politico e culturale, anche in controtendenza rispetto alle idee, alle strutture, alle leggi o alle istituzioni che si rifanno agli universali storici.

Prima di concludere forse è necessario chiarire un aspetto di ciò che è stato detto qui. Sembra che l’etica trovi il suo fondamento in un processo evolutivo naturale messo in luce dalla conoscenza, il processo di ominazione. Sarebbe in fondo ricadere nella giustificazione dell’etica sulla base della scienza, una sorta di determinismo che non è conciliabile con la prospettiva qui esposta. Invece è bene essere consapevoli del ruolo di tale giustificazione, un ruolo, per così dire, coreografico, legato al bisogno di razionalità. Il modello etico proposto è il frutto di una scelta libera che rivela un’appartenenza, un’identità di cui mi sento portatore, l’identità di chi privilegia il cosmopolitismo rispetto al nazionalismo, la libertà individuale e il singolo individuo rispetto alla libertà del gruppo di appartenenza, la responsabilità dei propri atti, il ruolo centrale della razionalità nelle sue molteplici forme e procedure, il ruolo altrettanto centrale dei sentimenti e della capacità di immedesimarsi con l’altro, di comprendere e accettare la differenza, la necessità di organizzarsi, di convincere e di allargare il consenso sulle proprie idee, sempre nell’ottica della disponibilità a modificarne alcuni aspetti o accettarne di nuove se convinto dall’argomentare altrui, piuttosto che credere di essere in possesso dell’unica verità disponibile; infine un’identità che sottolinea l’importanza del senso del limite, anche come limite della proprietà, affiancato al senso della cosa pubblica e del rispetto dell’individuo quali elementi per proteggere il genere umano e la natura dagli abusi e dalle violenze di tutti i tipi.

 

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