In mezzo ad una strada

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

Quarant’anni fa usciva negli States On the Road. È solo una constatazione, del tipo “come passa il tempo!”. Potevano essere trentotto o quarantacinque, non ha importanza, non vogliamo celebrare decennali. A dire il vero qui non ci importa nemmeno del libro in sé, quanto piuttosto dello spunto che ci offre per poche brevi considerazioni. Dunque, On the road ha quarant’anni, e nella civiltà del consumo veloce, della mitizzazione effimera, viene ancora considerato un libro epocale, l’opera che ha sancito l’ingresso in una nuova era. Ora, è senz’altro vero che gli adolescenti della prima generazione postbellica, che l’hanno letto negli anni ‘60, ne sono rimasti segnati: ma è altrettanto vero che non si tratta di un libro di svolta, se non nel senso che si situa alla fine di un’epoca, e non all’inizio. Il “vangelo della beat-generation” non è una rivelazione, ma una celebrazione. In esso la parola è già liturgia. Raccoglie e racconta quel che è accaduto, non prefigura quello che accadrà.

Quello che accadrà saranno solo imitazioni, manierismi: il movimento hippie, la contro-cultura, la contestazione, l’ecologismo, ecc … Il tentativo di dare alla modernità un volto umano, di resistere ai totalitarismi espliciti o a quello vischioso della pseudo-democrazia, era stato vissuto lungo un secolo e mezzo da pochi, spesso anonimi, coraggiosi: si era consumato in modi diversi, dalle prime lotte operaie alla Resistenza in Europa, dalle battaglie non-violente per i diritti alla dissidenza russa. Quel che verrà dopo, a partire dai “mitici” anni ‘60, sarà sempre e comunque inquinato dalla nuova medialità, dalla proteiforme presenza di un sistema sempre più capace di trasformare in energia e nutrimento per sé ogni sforzo, ogni gesto, ogni parola, rivolti contro di lui. Può (anzi, deve) non piacerci, ma la verità è questa.

Il che mette in discussione anche il senso questa rivista, la presunzione che parrebbe animarla di risultare inattaccabile dai succhi gastrici del sistema. Noi non ci illudiamo di essere indigeribili, di poter arrecare seri disturbi ad un organismo ormai immunizzato. Siamo quasi convinti (quasi, perché il cuore ancora si rifiuta) che non esistano più possibilità di “comunicare”, di trasmettere, di ricevere segnali positivi. Segnali di che? e a (da) chi?

A una Legoland di volti, corpi e menti intercambiabili, omologati dalle etichette sugli abiti e nei cervelli, vettori per cellulari e griffe e muscoli siliconati, cablati per via oculare, auricolare e oggi anche satellitare? Alla patetica fauna “alternativa”, sedotta da ogni esotico saltimbanco e dai più squallidi pataccari della cultura fisica e mentale? È davvero difficile non disperare, nel paese degli Sgarbi e dei Veltroni. E tuttavia, anche in questo clima da operetta crediamo che un significato la rivista lo conservi, se non altro per coloro che la realizzano. Che agisca come una sorta di rudimentale vaccino contro la vera peste di fine secolo, l’atrofia cerebrale. E, nell’attesa di tempi migliori, mantenga in vita quel filo di speranza che ci accomuna.

 

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