La sera che giocai contro lo Zaire

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Il torneo era quello di Bosio. Non che fosse un gran torneo. Otto squadre, premi scarsi: ma si trattava ormai di un appuntamento fisso, ci tenevamo. Gli avversari erano alla nostra portata, li incontravamo tre o quattro volte a stagione, al giro, negli altri tornei: ma quel che contava era che a Bosio c’erano un sacco di ragazze, e giocare, dicevamo, aiuta. Non quella volta, però.

All’epoca, fine anni ‘60, primissimi ‘70, giocavamo quasi tutte le sere, qualche volta due partite nella stessa serata, per i cinque mesi estivi (allora l’estate durava di più). Evitavamo i tornei grossi, quelli con la lira in palio, dove non ci avrebbero fatto toccar terra, per battere invece i campetti notturni a cinque, a sei o a sette, che erano il vanto di ogni villaggio, frazione o cascinale del circondario (con l’eccezione, guarda caso, del nostro paese). Per un raggio di venti chilometri eravamo iscritti d’ufficio a tutte le manifestazioni calcistiche minori: non che fossimo bravi, ma garantivamo un seguito di una decina tra fidanzate, fratelli minori e nonni. Non ricordo di aver mai vinto un torneo. Le rarissime volte che si arrivava alla finale lo sponsor (il bar o l’azienda che pagava l’iscrizione e ci dava le maglie) decideva invariabilmente di rafforzare la squadra e ingaggiava quelli “forti”, quattro o cinque ligeroni, sempre gli stessi, che trascinavano una squallidissima carriera semiprofessionistica nei clubs di quinta o sesta categoria, e che vivevano d’estate il loro momento d’oro. Quelli “forti” perdevano regolarmente la finale, come avremmo fatto noi, ma promettevano sfracelli per la prossima volta e portavano a casa qualche biglietto da diecimila.

Ma torniamo a Bosio. Quella volta, dicevo, le cose si erano messe male da subito. Per quel gioco dei sorteggi che costituiva una specie di torneo a parte, quello delle facce di tolla, eravamo capitati contro una squadra fuori del comune. Si trattava di sette negretti congolesi (allora non si chiamava ancora Zaire), reclutati da un bar di Bosio (quindi giocavano in casa) tra un centinaio di apprendisti tecnici ospiti di uno stage all’Italsider. Del calcio africano all’epoca non si sapeva nulla, Weah doveva ancora nascere. Circolava la leggenda che gli egiziani alle Olimpiadi avessero giocato scalzi. Si poteva pensare che i nostri fossero un gruppo di pellegrini fatti su dagli organizzatori, per dare un tocco di “colore” alla manifestazione, o al massimo una compagnia di buontemponi in fuga dall’afa novese. E tuttavia non eravamo affatto tranquilli. Per le nostre parti era una novità assoluta, sette neri d’Africa tutti assieme non li avevamo visti mai, e giocare a calcio, poi! Io, di mio, ci aggiungevo un certo disagio da convinto terzomondista. Gli africani li avevo conosciuti all’università, con qualcuno ero in rapporti politici, si parlava di lotte di liberazione e di opposizione all’imperialismo. Non li avevo mai immaginati “contro”. Mi preoccupava l’eventualità magari di ridicolizzarli, mi disturbava l’idea di farmi complice dello spettacolo che era stato organizzato alle loro spalle. Ma avevo anche un’altra preoccupazione: uno con le mie capacità tecniche, tendenti allo zero, aveva un senso in campo solo se poteva esprimersi sul piano del puro agonismo, martellado senza pietà il diretto avversario e ignorando in pratica la palla (della quale d’altro canto non avrei saputo che fare). Era lo spirito per il quale ero considerato importante contro il Bosio, necessario contro Parodi o Tramontana, addirittura indispensabile contro Mornese: ma con questi, proprio non era il caso. Mi trovavo orfano del mio ruolo, a chiedermi che figura avrei fatto.

Cominciamo a giocare: un pubblico mai visto, che copre per intero la scarpata incombente sul campetto. Cori, trombe e campanacci, novesi e bosiesi tutti a tifare per i negretti, a darci la baia ogni volta che tocchiamo palla. Noi giochiamo in punta di piedi, si vede subito che non è serata; siamo impacciati, sbagliamo gli scambi, non contrastiamo. Quelli filano come razzi, magari in tre sulla palla, ma sgusciano da tutte le parti, sembrano quattordici. Dopo dieci minuti siamo già sotto di un goal: un urlo dalla scarpata, la folla sembra debba rovinarci addosso. Pareggiamo quasi subito, ma una papera del portiere ci porta nuovamente sotto. Un frastuono assordante, due, trecento persone che ci fiatano sul collo, ci impediscono di capire e di ragionare. E arriva la terza rete. Siamo in bambola. Il fatto è che i neri sono due volte più veloci di noi, scattano via, magari inciampano sulla palla, la perdono per strada e tornano indietro a riprenderla, e noi quasi fermi, con le gambe di legno. Ma, ed è questa la vera sorpresa, soprattutto picchiano. Non si direbbe lo facciano con cattiveria, sembra venir loro così naturale: entrano e ti portano via il piede, il ginocchio, la gamba, e magari anche il pallone. E noi storditi e nervosi, con quel buuh della folla che in altre occasioni ci avrebbe iniettato un’endovena di cattiveria, e stasera invece ci manda del tutto fuori giri.

Poi, il risveglio. Il primo a scuotersi è, manco a dirlo, mio fratello, che si trova a recitare a parti rovesciate. Lo vedo stoppare la palla e immediatamente dopo rovinare per terra, allegramente falciato da un nero che la fila col pallone, esibendo un sorriso a sessantaquattro denti. Vedo mister Hyde che si fa strada, senza bisogno di pozioni misteriose: non gli cresce il pelo, ma quello che ha gli si rizza. Lo sento sibilare: Cristo, Drake (mi ha sempre chiamato così), questi menano. Ho già avuto un paio d’occasioni per constatarlo di persona, ma ne ho rifiutato le conseguenze. Ora sento che non posso più rimandare. Non ce l’ho con i congolesi, mi dico, ma con quei mentecatti che dalla scarpata applaudono e urlano ad ogni scontro, ci irridono per ogni calcio preso e per ogni palla persa, istigano i nostri avversari a triturarci: e tuttavia qui sul campo ho davanti i neri, posso rivalermi solo su di loro. Vedo il sorriso in cinemascope che schiva d’un pelo un’entrata omicida di mio fratello, schizza verso di me, si allunga la palla, arriva con un attimo di ritardo, quando l’ho già spedita via, mi becca in pieno la caviglia: un attimo dopo vola, più stupito che offeso, a stamparsi sulla rete di recinzione. I denti e il bianco degli occhi sgranati brillano contro il buio di bordo campo. Folla in piedi, con movimento a scendere, arbitro che mi si para davanti: ammonito. È l’inizio della fine. I nostri avversari ripassano, nei due minuti che seguono, la storia dei loro rapporti con l’Occidente. Il pallone diventa per loro kriptonite: come lo toccano, volano per aria. È che non può durare. La parte alta della scarpata è ormai deserta, ad ogni fallo sparisce un metro di campo, sotto il dilagare del pubblico. Sappiamo che finirà male, ma siamo ornai pervasi da uno spirito maligno. Con la partita ormai persa, cerchiamo il riscatto nella rissa. C’è solo da scegliere.

Scelgo io. Un idiota mi apostrofa, mentre gli passo ad un metro, “razzista”. Basterebbe molto meno, ma “razzista” è proprio l’appellativo che mi ci voleva. Non so se becco lui o un altro, nemmeno mi importa: ormai li vedo tutti uguali, adulti e ragazzini, donne e uomini, una mandria di scemi che urlano. Cosa sia accaduto dopo, francamente, non lo ricordo. So per certo che non ci fu il massacro che ci si poteva attendere. Tornammo a casa tutti con le nostre gambe, magari ammaccate dai calcioni dei congolesi, ma senza altri danni. L’epica successiva parla di scontri tra i nostri supporters e gli indigeni, di gesta d’audacia che lasciarono sgomento il nemico. Forse furono invece proprio gli avversari a salvarci, o forse la rabbia e la tensione avevano ingigantito ai nostri occhi il pericolo e la protervia della folla. Sta di fatto che per noi il torneo finì li, che quella fu la nostra Corea, e che se mai ci fu una lezione di antirazzismo, la ricevemmo quella sera. Perchè fu allora che capimmo che su un campo da sette, sotto i riflettori, quando la polvere si impasta al sudore, tutti i giocatori diventano grigi, da bianchi o neri che erano, e tirano calci allo stesso modo; e che quando giochi non devi pretendere che l’avversario si comporti come ti aspettavi, ed essere deluso se non lo fa, ma devi adeguarti a lui. E che tutto il resto è ideologia.

 

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