Mal di terra

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Una pergola folta, che fa una bella frescura. Il tavolo di un’osteria. Due uomini seduti davanti a un fiasco di vino. Uno biondo, slavato, con una camicia di flanella appoggiata sulle spalle e la canottiera. L’altro piccolo, nero, con un giacchetto di velluto abbottonato fino al collo. Due sguardi persi nel vuoto.

– T’è capìu ? – dice il biondo all’improvviso con un leggero mugolio di sottofondo.

L’altro lo guarda un istante, un solo istante. – Eeeh ! – risponde scuotendo la testa lentamente. Poi è di nuovo silenzio.

————————-

Qui non arriva il rumore del mare, manco l’odore. Poi, da quando hanno costruito quei condomini là sotto, non si riesce neanche più a vederlo. Ma tanto, per quello che c’abbiamo a che fare noi con il mare…A volte passano anche dei mesi senza che lo vediamo. E dire che in linea d’aria ci saranno sì e no cinquecento metri…Quando eravamo bambini era tutto diverso perché, a parte che certi giorni si vedeva come se fosse proprio qui sotto, ci andavamo sempre a pescare e alla stagione buona ci facevamo anche il bagno. Poi hanno cominciato ad arrivare i villeggianti e allora per qualcuno è andata bene, ci ha fatto fortuna. Ma il paese non è stato più lo stesso, anzi, non è neanche più un paese. Una volta era un piacere andare giù sul lungomare, ci si conosceva tutti e si discorreva di questo e di quello. Ora invece sono tutti foresti e se non stai attento va a finire che ti mettono sotto con le macchine da quante ce ne sono. Io è tanto che non ci vado, ma mi ricordo che, l’ultima volta che ci sono stato con i miei cugini del Piemonte che non l’avevano mai visto, abbiamo dovuto scappare subito perché dopo cinque minuti ci girava già la testa…Per fortuna il lavoro io ce l’ho qui vicino, e così non ho dovuto neanche comprarla la macchina, ché, a dire la verità, c’avrei paura a portarla giù in quella confusione. I miei amici che ce l’hanno insistono perché vada con loro, ma io non ci monto, aah, non ci monto. Loro mi dicono: – Ma allora che cosa ne sai del mondo? –. E io rispondo che mi va bene così e che se il mondo è quello posso anche farne a meno…

————————

Non c’è aria stasera, non muove foglia. Un alone di sudore bagna le ascelle.

————————

Un tempo qui ci si fermavano i carri, perché era un po’ come un punto di ritrovo per i carradori che andavano dalla Liguria al Piemonte. Questa strada porta nella valle di Ceva e dicono che è una delle più antiche, almeno, così dicono. Ma non l’hanno mai curata, non si sa perché, così pian piano non c’è più passato nessuno. Poi, da quando hanno fatto l’autostrada, l’hanno proprio lasciata andare e per un bel pezzo su in alto è franata che bisogna marciarci uno alla volta. Ma di qui intanto non ci passa più nessuno e se capita che qualcuno ci arrivi è solo per sbaglio. Capita magari agli stranieri, che non sanno leggere i cartelli e allora si fermano a chiedere dov’è che li porta. Per lo più rigirano subito, ma qualcuno ogni tanto viene a sedersi qui, sotto la pergola, e ordina pane e salame e un fiasco di vino. Certo che loro non c’hanno proprio riguardo per nessuno: ne scendono diversi che c’hanno appena le braghette indosso e alle donne gli si vede tutto. Noi ci guardiamo e ci monta il nervoso, perché in fin dei conti siamo uomini anche noi e cose del genere non le abbiamo viste neanche al casino. Ma già che son tempi…Una volta sono arrivati dei tedeschi, saranno stati una ventina, e hanno cominciato a bere in modo esagerato. Dopo neanche mezz’ora ci sarà stata almeno una dozzina di fiaschi sui tavolini e quelli continuavano a ordinarne. Poi, tutt’assieme, hanno cominciato a bisticciare e allora è successo il quarantotto: hanno spaccato sedie e tavolini e Angiolina ha dovuto chiamare i carabinieri per mandarli via… Ora, io mi domando se è mai possibile che quella gente lì venga qui in Italia a fare i suoi comodi, se non gli è bastato che cosa c’hanno fatto durante la guerra, quando ci bruciavano le case e c’ammazzavano come cani. E allora, ogni volta che ne vedo uno, mi prende un brivido giù per la schiena e avrei tanta voglia di saltargli addosso…

——————–

I gomiti appoggiati sul tavolo, le mani grosse. Con uno schiocco di lingua sugge il liquido nero.

——————–

C’è sempre stata rivalità tra noi qui di Pian dei Z. e quelli giù di V. . Fino a qualche anno fa loro non ci mettevano piede qui, ché lo sapevano che tirava una brutta aria. E anche noi, se volevamo andare giù al mare, ci andavamo in un bel gruppo casomai ci fosse il bisogno di difendersi. Mi ricordo una volta che ero andato a farmi i capelli, eravamo io e Driin, uno che poi è andato a star via. Stavamo camminando per il corso quando abbiamo incontrato cinque ragazzi della N., una frazione vicino alla foce del L., e abbiamo capito subito che volevano attaccare briga. Allora siamo scappati su per i carrugi con quelli dietro che cercavano di acchiapparci. Driin era forte, spaccava pietre tutto il giorno nella cava. Ad un certo punto s’è fermato ed ha cominciato a far andare le braccia che sembrava un mulinello. Due di loro sono finiti lunghi per terra e allora gli altri sono scappati via spaventati. Noi non stavamo più nella pelle e c’abbiamo riso fino su a casa e quando l’abbiamo raccontata qui all’osteria ci sono venuti tutti in giro a sentirla… Ora invece è tutto diverso: la gente non si riconosce più e ce ne sono tanti di V. che sono venuti ad abitare qui da noi. Ma fanno vita a parte e stanno tra di loro, che quasi neanche riusciamo a vederli. Qualcuno ci si è fatto anche la villa, e magari la piscina, e non c’ha nemmeno più bisogno di andare giù al mare per bagnarsi. Ed è come se fosse un paese nel paese, che cresce sempre di più e mangia quello di prima, e noi pian piano non siamo neanche più padroni a casa nostra…

——————-

Braccia forti, legnose, così scavate da contarci i nervi. Ogni tanto i muscoli tradiscono una contrazione.

——————-

Qui sono appena due anni che hanno messo la televisione, se no prima era davvero tutto come una volta. Giocavamo a carte, d’estate anche alle bocce, e si discorreva tanto che era un piacere. Parlavamo di tutto, sì, anche di donne, ma in un modo che era sano e naturale. Chi c’aveva la fidanzata le portava rispetto e gli altri, se proprio ne sentivano il bisogno, c’era una di qui che faceva il mestiere e con poche lire ti dava soddisfazione. Ma da quando hanno messo quella brutta bestia lì la compagnia s’è sfatta ed è diventato difficile anche trovare un compagno per fare una partita alle carte. E poi bisogna stare zitti, non si può neanche più rattellare, ché se no si disturba chi vuole sentire. Se poi c’è quelli che giocano al fulba, allora è come se passasse la processione con il santissimo e c’è quasi da tenere il fiato. Ma io non la sopporto, e appena l’accendono vengo a sedermi qui fuori anche d’inverno. Almeno mi pare che sia ancora tutto come una volta e se non c’è nessuno per parlare mi faccio venire in mente i tempi quando stavamo a sentire i vecchi che raccontavano le fore. Ce n’erano certi che le raccontavano così bene che veniva gente anche dai paesi vicini per sentirle. Allora, quando uno tornava a casa sua, c’aveva la testa piena di fantasie e, anche se la vita era dura, stava bene per il resto della settimana…

———————–

Capelli lunghi sul collo, un po’ unti. Il pettine bagnato lascia solchi lucenti.

———————–

A me il mondo d’oggi mi pare tutto cambiato e che abbia perso il cervello. Senti dire di malattie che prima non c’erano e la delinquenza pare che comandi anche su chi governa. Una volta era diverso e chi era un delinquente, ma ce n’erano pochi, lo conoscevano tutti e veniva quasi scartato dagli altri. E poi le cose si facevano con calma, con il tempo dovuto, e nessuno pensava che si potesse fare diversamente. Oggi invece uno non le ha neanche iniziate che vorrebbe già averle finite e magari farne delle altre e poi delle altre ancora. Ma così è impossibile farle bene e c’è sempre il rischio di sbagliare. Io credo che sia dovuto tutto ai soldi, al fatto che la gente oggi pensa solo a guadagnare e più ne ha più ne vuole. Che cosa se ne fa io non riesco proprio a capirlo perché quando uno ce n’ha abbastanza per mangiare e per vestirsi da cristiano mi pare che dovrebbero bastargli. Sento parlare di gente che ha i miliardi nelle banche e io mi chiedo se per loro la pastasciutta è più condita e il vino più gustoso. Perché una volta che uno s’è mangiato una bella pastasciutta e c’ha bevuto sopra due o tre bicchieri di quello buono che cosa vuole di più dalla vita? Ma già, forse io sono un po’ troppo all’antica.

———————-

Gli occhi brillano, persi in chissà quali pensieri. O forse è soltanto l’effetto del vino. Il dorso di una mano struscia sui baffi, uno sputo. Sulla terra battuta fa presto a rapprendersi.

– T’è capìu ? – ripete il biondo all’improvviso con un leggero mugolìo di sottofondo.

L’altro lo guarda esattamente come prima, un solo istante.

– Eeeh ! – risponde scuotendo la testa lentamente. Poi è di nuovo silenzio.

 

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Non di solo pulp (2)

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

G.T. è un giovane valtellinese di 34 anni, che lavora attualmente come fattorino in una banca di Milano. Ha studiato sino alla terza ragioneria, poi ha smesso per andare a lavorare, prima come contadino e poi come camionista. Non aveva più preso la penna in mano dall’ultimo giorno di scuola. Due anni fa, all’improvviso, ha iniziato un carteggio con un suo amico professore. Ecco lo stralcio di una delle sue lettere.

Cari professori,
… la vita mi va abbastanza bene, il lavoro mi piace (è sicuro) e riesco ad apprezzarlo maggiormente provenendo da una realtà lavorativa piuttosto dura e sempre incerta per il futuro. Un mondo duro, che però mi dava delle soddisfazioni, specie quando con il mio camion fuoristrada 6X& andavo in posti impensabili, con il pericolo sempre in agguato, e la paura che mi assaliva le gambe per salire su fino al cuore, per poi fermarsi in gola, dove si arrestava con la consapevolezza di liberare la mente per dare il massimo e non farsi prendere dal panico nei momenti in cui serviva tutta la concentrazione possibile. Però alla sera tornando a casa mi sentivo soddisfatto, orgoglioso del mio operato; anche questa volta ce l’avevo fatta senza alcun danno o addirittura senza essermi rovesciato o peggio (alcuni dei miei colleghi, poveretti, non possono più raccontarlo). Ero il “Tavio”, uno che non si è mai tirato indietro davanti a niente, un colpo di clacson, un cenno ai colleghi con la mano valevano più di mille parole, ero qualcuno.

Ora tutta questa stima per me stesso sul lavoro non l’ho più, sono un semplice commesso a Milano, in un mondo dove onestà, sincerità, buon cuore, altruismo lasciano il posto a carriera a colpi di spalla e piedi in testa, conformismi moderni che lasciano quello che trovano (cioè niente) invidia, falsità e buon viso a cattivo gioco per arrivare un giorno alla pensione con una buona posizione sociale, qualche soldo in più e una vita bruciata da tappe che non ti danno il tempo di godere la vita per quello che offre. Tutto questo per non essere meno degli altri. Questo nuovo ambiente mi ha preso impreparato e da un po’ di tempo è nata in me la voglia di fare qualcosa per emergere non come uomo in carriera, ma come persona. Essere buoni e bravi non basta, bisogna saper parlare e farsi valere con parole e discorsi appropriati. Ho letto e sto tuttora leggendo libri di psicologia, per capire soprattutto me e gli altri, libri che pesco un po’ a caso in una grossa libreria di Milano …

Un’altra cosa della quale avrei voluto parlarvi oggi e che risponde alle parole “Novità, G.?” tutte le volte che sento L: al telefono, riguarda una stupenda bambolina milanese dai lunghi capelli dorati, per la quale sono in ginocchio con il cuore a pezzi. È arrivata in banca circa un anno fa e da allora è iniziata la mia rincorsa, la mia voglia di cambiare, di migliorare per potermi adeguare alla situazione. Sapevo fin dall’inizio che la strada sarebbe stata in salita, e così è stato. In salita per tante cose: innanzitutto per l’ambiente di lavoro, per i suoi 10 anni in meno e poi, diciamolo francamente, sarò bravo e buono, ma assomiglio poco ad Alain Delon, il soprannome che mi avevano dato in un silos per la camicia bianca che indossavo guidando il camion. La concorrenza in banca non è mai stata spietata, forse per quel faccino angelico che ispira solo tenerezza, A vedersi sembra una madonnina. Siamo diventati subito amici, tutti i giorni mi fermavo a parlarci, qualche piccolo regalo banale, un paio di giorni siamo anche andati in piscina assieme. Intanto mi preparavo. Ho migliorato il modo di vestire, il taglio dei capelli, ho eliminato la barba e ho addolcito il linguaggio valligiano …

Tutto andava bene, lei si fidava di me, dei miei apprezzamenti gentili, del mio interessamento senza mai chiedere niente in cambio (e anche la differenza di età esercitava un certo fascino su di lei, le davo sicurezza), D’altro canto cercavo di prendere tempo, di migliorare, di lasciarla crescere e di non bruciarmi subito come hanno fatto alcuni colleghi …A quanto pare, però, devo aver preso troppo tempo; tre mesi fa è arrivato in banca un nuovo impiegato, suppergiù della sua età, un giovane di bell’aspetto, e qui è arrivata la fregatura, la bambolina in tutto questo tempo è maturata, si è trasformata in una donna meravigliosa, sia nel portamento che nel vestire, e si è anche rivelata molto saggia e piena di sentimenti. Rientrando dalle ferie mi sono accorto di aver perso il controllo della situazione: alla bambolina piace un sacco il giovane scudiero (scudiero=giovane cervo che accompagna il capobranco e che ogni tanto fa fesso il vecchio e gli frega una cerva), A questo punto mi sono visto perso, in preda alla disperazione ho accelerato i tempi, complice il fatto che il giovane ha la morosa e anche da parecchio tempo. Poi un bel giorno accade una cosa bruttissima, una di quelle cose che non dovrebbero mai succedere. Un nostro collega di 24 anni è morto in preda ad un attacco d’asma mentre in autostrada stava tornando a casa dal lavoro. L’hanno trovato nella scarpata con ancora la bomboletta in mano, morto solo come un cane per un attacco d’asma e per il freddo. Era un bravo ragazzo, si era appena diplomato alle serali con 42, e per il suo aspetto un po’ grassottello tutti lo schernivano bonariamente, senza sapere che quel gonfiore era dovuto al cortisone che prendeva per tirare avanti. Ma lui di tutto questo non s’era mai lamentato con nessuno. È morto da eroe, nel silenzio di chi soffre. Penso che tra tutti i colleghi chi ne ha sofferto di più siamo stati proprio io e la bambolina… Era la prima volta che piangevo in età adulta, non l’ho fatto nemmeno quando è morta la nonna, la mia seconda mamma; ma a 84 anni fa parte del gioco, morire, a 24 no. Non ho pianto neanche quando sono morti in tempi e luoghi diversi 2 colleghi, compagni dei precedenti lavori. Colleghi padri di famiglia, dei duri però, che avevano osato sfidare la morte più di una volta. Ma questa volta era diverso, era morto un collega buono dall’aspetto gracile, forte però della volontà di continuare a lottare malgrado la malattia che gli toglieva le forze.

Quindici giorni dopo, nel frattempo le ero stato parecchio vicino per quello che era successo, forte del fatto che lo scudiero fosse già impegnato, le ho chiesto di uscire, magari anche di domenica se avesse avuto problemi la sera. Non era un semplice invito ad uscire, tremavo come una foglia secca al vento d’ottobre … Ci ha pensato un po’, facendo roteare quei due stupendi occhietti, sorridendo senza scomporsi. Ha detto che ci pensava e che mi avrebbe fatto sapere, le spiaceva dirmi di no subito; però le si leggeva in faccia che era così. Allora le sono andato incontro dicendole che non importava. “Non te la prendere” mi ha detto. E io le ho risposto: “no, figurati, siamo sempre amici”.(Per me non è mai stata un’amica, ma un sogno. Ma i sogni difficilmente si realizzano, specie con una ragazza così speciale) In quel momento ho sentito come la lama di un coltello che mi entrava nel petto e mi apriva il cuore a metà …

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Se il sogno muore …

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

… che ne è del sognatore? Dipende. Dipende dalla natura del sogno, e da quanto il sognatore vi aveva investito. Dipende naturalmente anche dal carattere di quest’ultimo. Si può decidere di rinunciare, di dormire una vita senza sogni, e di rifugiarsi nella tele-ipnosi di gruppo. È la fine che fanno i più, appena la vita li risveglia. Oppure ci si può ostinare a chiudere gli occhi, saltando sulla giostra delle mode stagionali e cavalcando al giro destrieri di legno, senza mai staccarsi da terra. È quanto capita ad un sacco di gente, capace di passare disinvoltamente dalla rivoluzione comunista alla mistica indiana, dal terzomondismo all’integralismo ecologista, dall’impegno all’arrampicata sociale. Ma in questo caso non è nemmeno lecito parlare di sogno, siamo alla più desolante delle parodie.

La terza possibilità è quella di resistere, di attendere l’alba senza dimenticare nulla delle emozioni, delle sensazioni indotte dal sogno, e aspirare a farle rivivere, in qualche modo, anche alla luce del giorno. Di essere lucidamente consapevoli, ma non rassegnati, e di comportarsi di conseguenza. È quanto cerchiamo di fare, anche con questa rivista.

Ma proviamo a invertire i termini della domanda. Se il sognatore muore, se si arrende, che fine fa il sogno? Una gran brutta fine. Nella migliore delle ipotesi muore anch’esso, e amen. Ma può andare peggio. Il sogno può essere trafugato, sterilizzato, riprodotto in serie e venduto sotto plastica nel supermarket della banalizzazione.

A questo destino sembra non sottrarsi nulla, nemmeno uno dei temi a noi più cari. La clonazione industriale d’ogni fantasia e d’ogni speranza non poteva risparmiare ciò che del sogno è lievito e quintessenza: l’evasione, la fuga e, per estensione, il viaggio. Non ci riferiamo, naturalmente, all’accezione turistica o sportiva dello spostamento, quella già commercializzata da una miriade di depliant in forma di riviste, ma al viaggio come scelta d’autocoscienza e di libertà. Sull’onda del successo editoriale di Chatwin si sono moltiplicate le collane di “traveller’s books”, sono stati pubblicati i diari di viaggiatori o viaggiatrici di ogni epoca, e del viaggio è stata sviscerata ogni implicazione sociale, letteraria o psicologica. Thiesiger, Robert Byron, Theroux, non occupano altrettanto spazio di Ronaldo, ma sono ormai di casa nelle ex terze pagine dei quotidiani, e si alternano agli excursus sulla letteratura del Grand Tour. La stessa immagine adottata dai “Viandanti delle Nebbie” a simbolo del gruppo, il viandante di Friedrich, è decisamente inflazionata, illustra più o meno a sproposito ogni articolo sul tema. Una colata di erudizione nomadica o dromoscopica viene eruttata da bradipi che non saprebbero orientarsi nel giardino dietro casa, e discettano con nostalgia del buon viaggio andato, di quando si camminava a piedi o a cavallo, e l’Italia era bella di selve e di rovine, e nel deserto non si andava con la jeep. E sottintendono, ma neanche troppo, il consiglio per gli acquisti: sulle orme di Goethe (per i più sedentari), in viaggio per l’Oxiana o nello Yemen (per i cacciatori di emozioni), nel Tibet segreto (solo per mistici e cardionormi). Ci sono ormai programmi per tutte le tasche e con tutte le combinazioni.

Ce ne sarebbe a sufficienza per chiudersi in casa a veleggiare, come faceva l’Ariosto, sulle carte e sugli atlanti, e tacere. Ma questo non significa resistere. Resistere significa contrastare metro per metro, riga per riga, l’usurpazione delle idee, l’occupazione pubblicitaria del linguaggio. Per questo continueremo, su Sottotiro o altrove, a scrivere di viaggi e sogni e utopie: perché con le stesse parole si possono dire cose assolutamente diverse.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Pace in terra …

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Il vecchio procedeva con passo lento e fermo lungo il sentiero. I suoi scarponi mordevano il terreno riarso sollevando piccole nuvole di polvere mentre il sole, allo zenit, batteva inesorabile.

Non finisce mai questa salita porca! Pensava il vecchio, e poi riandava con la memoria a tutte le volte che aveva fatto la stessa strada e a quanto fosse più facile l’ascesa anni e anni prima. Aveva finito col sedersi, sotto quel grande faggio che conosceva bene, da sempre.

Correre, correre, puoi fare solo questo, il mitra al fianco e l’anima cento chilometri più avanti; alle spalle i kruki e i fascisti, i pochi compagni persi nel rastrellamento; raffiche con pallottole vaganti che cercano la tua carne, occhi con sguardi assetati che aspettano solo di vedere il tuo sangue. Corri, dietro la sagoma del grande faggio; che l’immenso, immobile compagno ti copra le spalle, che protegga con il suo legno il tuo corpo dalle pallottole, che ti faccia guadagnare quei dieci metri che servono per arrivare al ruscello e buttarsi precipitosamente a valle, volando sull’acqua e sulle rocce.

Il vecchio guardava verso il ruscello, e ricordava l’eco degli spari alle sue spalle, e la paura. Con un gesto lento, si era rialzato, e aveva ripreso la marcia. In cima all’erta stava una spianata, al centro della quale si intravedevano ancora i muri perimetrali di una cascina, in rovina e quasi completamente sommersa dalla vegetazione. Ora ricordava l’inverno rigido, la fame, l’attesa della primavera con la sola incombenza di fare attenzione alle spie e trovare qualche cosa da mangiare.

Ricordava le facce tronfie dei fascisti del paese, la violenza usata per imporre le loro rozze, stolide idee; e poi ricordava la guerra, gli uomini mai tornati dalla Russia, i tedeschi. Ancora ragazzo, aveva fatto una rapida scelta di campo e si era ritrovato, forse accidentalmente, dalla parte giusta. Ricordava parole, parole che inneggiavano alla guerra urlate da camicie e anime nere, parole dure e secche pronunciate in una lingua incomprensibile da soldati metallici con il mito della razza e l’inclinazione all’omicidio. E ad un certo punto nella sua testa, queste antiche parole si mescolavano ad altre sentite di recente, parole che chiedevano pacificazione, perdono, oblio. Era passato qualche mese dal 25 aprile, ma lui le ricordava tutte, una ad una, e la rabbia gli divorava la mente. Secondo queste parole il 25 aprile doveva essere la festa di tutti gli italiani, qualunque fosse stato il loro credo politico. A lui però rimaneva il ricordo, almeno quello non avrebbero potuto cancellarlo se non cancellando la sua stessa vita; ricordava le colpe, gli orrori di quegli anni, gli efferati delitti. No, non era possibile pacificare, non era possibile dimenticare, fare finta che non ci fosse stata una netta distinzione tra chi aveva solo torti e chi ragioni da vendere. Il 25 aprile doveva in eterno ricordare quello; per non dimenticare, per non sbagliare più, per non ripetere. Il Natale, quella era la festa di tutti, e il lunedì di Pasqua, e tutte le feste fatte per ponti vacanzieri e smanie consumistiche. Chi voleva ricordare quei giorni, chi voleva ricordare quegli anni, doveva farlo con rispetto; rispetto per i morti di un’assurda guerra criminale, rispetto per i deportati, gli assassinati, le vittime civili.

Il ricordo deve sorreggere steccati, steccati che dividano le bestie dagli uomini, il torto dalla ragione, il nero dal rosso; e allora buon Natale, signori, buon Natale.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Misoginia?

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Se ne discute con Gianni, mentre con calma affrontiamo le prime pendici del Tobbio. L’aria è tiepida, il silenzio incanta la vallata, non è giorno da salita agonistica. Il passo si ritma sui pensieri e sulle parole, ne sottolinea le pause e le improvvise accelerazioni. Il tema è lo stesso che ritorna, con sospetta insistenza, negli ultimi nostri incontri, a testimonianza del disagio che entrambi stiamo vivendo. Si parla delle donne e dell’amicizia, della possibilità o meno di far convivere le due cose, e di come e quanto influisca la presenza femminile sulle modalità della socializzazione. L’impressione comune di partenza è che sodalizi esclusivamente maschili riescano più costruttivi, e inducano a rapportarsi a livelli più alti, rispetto a quelli misti. È una constatazione che nasce dall’esperienza di periodiche sedute conviviali. Ci siamo resi conto che ogniqualvolta sono state aperte alla presenza femminile il discorso non ha decollato, o ha volato comunque basso. Potendo tranquillamente escludere che ciò sia dipeso dalla “qualità” della presenza stessa, è da ritenere che abbiano avuto una funzione inibitoria nei confronti di tutto il gruppo i legami affettivi esistenti tra alcuni dei suoi componenti: ma probabilmente c’è qualcosa di più, qualcosa che non ha a che vedere con la contingenza specifica delle relazioni. Ed è infatti su questa tesi che conveniamo.

L’ipotesi è che esista un livello di solidarietà e di sintonia attingibile solo in sistemi relazionali unisessuali: e che ciò accada perché all’interno di tali sistemi ciascuno dei soggetti risulta più libero. Nessuno infatti, in una situazione almeno teoricamente paritaria, è indotto a farsi carico di un supplemento di responsabilizzazione, come invece automaticamente accade quando il rapporto coinvolge persone dell’altro sesso (e questo vale sia quando esista un coinvolgimento affettivo vero e proprio, sia a livello di semplice amicizia intersessuale). Sappiamo benissimo che si tratta di una generalizzazione, e che spesso la dinamica del rapporto si inverte. Sappiamo anche che questo atteggiamento nasce da un equivoco di fondo, da una presunzione di superiorità maschile e dal conseguente ruolo protettivo del quale il maschio si sente investito. Sappiamo tutto. Sta di fatto, però, che questo retaggio storico, a dispetto di ogni liberazione ed emancipazione, è divenuto un dato psicologico consolidato: e lo è, checché se ne dica, per entrambe le parti. Inoltre è abbastanza naturale che in situazioni di sodalizio intersessuale si creino complicazioni, intrecci, vincoli binari. Se la sintonia con un sodale di sesso opposto è perfetta, questa percezione si traduce prima o poi in un sentimento affettivo, che pur non sfociando necessariamente in un legame innesca la stessa dinamica. Diciamo dunque che in un sistema unisessuale ciascuno è più libero perché deve pensare solo a sé, e che ciò, paradossalmente, invece di creare sistemi difensivi, quali insorgono a salvaguardia dei rapporti di coppia, e tradursi in esasperato egoismo, ingenera una forma superiore di altruismo.

Sono considerazioni banali, ma sono anche le uniche che ci consentono di spiegare da un lato la nostra sensazione di partenza, dall’altro la tendenza ricorrente, che non possiamo fare a meno di riscontrare, soprattutto ai livelli culturali alti, alla costituzione di sodalizi ad orientamento decisamente misogino o alla scelta di legami intellettuali che potremmo definire “omofili”. Queste scelte possono nascere da situazioni obbligate (la difficoltà e la pericolosità implicite in una particolare esperienza, ad esempio le esplorazioni, le azioni militari, ecc…), ma più frequentemente rispondono al bisogno di una sintonia che è avvertita possibile solo là dove sono chiaramente definiti i reciproci spazi di libertà. È possibile anche che questi sodalizi assumano, in determinati casi, una connotazione omosessuale; ma ciò non invalida la verità dell’assunto. Infatti in situazioni del genere l’automatismo della responsabilizzazione aggiuntiva si pone in termini diversi, e quando ciò non accada, quando prevalga cioè la componente omosessuale su quella omofila, si ricade nell’ambito della relazione intersessuale.

A questo punto (e abbiamo ormai guadagnato l’ultimo bastione della direttissima, salito il quale saremo in vista del rifugio) ci sembra opportuno definire meglio l’idea di “spazio di libertà” che abbiamo posto come discrimine tra le due situazioni. A me viene in mente che il modo stesso della nostra ascensione ne costituisce un esempio concreto. Siamo saliti ciascuno col proprio passo, senza preoccuparci dell’altro, e stiamo arrivando in vetta assieme. Gianni ritiene che sia troppo semplificatorio, e che se l’ascensione avesse comportato altri gradi di difficoltà, se per esempio avessimo dovuto arrampicare in cordata, avremmo necessariamente sincronizzato i ritmi. Piuttosto, aggiunge, proprio da quest’ultimo esempio si può trarre un’indicazione più consistente: in tal caso, infatti, la libertà di ciascuno sarebbe quella di esigere dall’altro un determinato comportamento, l’assunzione di eguali responsabilità. Il che, tradotto nelle situazioni da cui aveva preso l’avvio il discorso, significa potersi porre su un piano di eguaglianza che non è riducibile a quella dei diritti, sacrosanta, o delle potenzialità, discutibile o quantomeno ambigua, ma investe le modalità del sentire, l’ottica con la quale si guarda al mondo e al significato della vita. La libertà insomma di parlare la propria lingua e scegliere come interlocutori solo coloro che la capiscono, senza il bisogno di quella traduzione al femminile che, a dispetto di tutta la buona volontà da una parte e dall’altra, finisce comunque per stravolgere o impoverire il significato originario.

E siamo in vetta. Termina la salita, si esaurisce anche il discorso. Di qui si può guardare ora solo in giro, o in basso. Ci accorgiamo, e ce lo diciamo l’un l’altro, contemporaneamente, che una presenza femminile, ora, non ci peserebbe poi più di tanto.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Nostalgie di pietra

di Stefano Gandolfi, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Quel pomeriggio a Lisbona pioveva. Una pioggellina fine, stupida, che dopo pochi minuti lasciava intrisi di umidità e di pensieri. Tutto, a quell’ora, sembrava confluire a Praça do Comercio: la pioggia che cadeva sulla città, dall’Alfama e dal Barrio Alto, e tutti i pendolari che correvano per abbandonare il centro e ripopolare i paesini sull’altra sponda del Tejo. Nessuno aveva un valido motivo per fermarsi un attimo in più, neppure a Lisbona, e i traghetti infaticabili continuavano ad ingoiare persone e a risputarle dall’altra parte del fiume.

Da quale ufficio, da quale ministero provenivano tutti quegli spiriti inquieti che non avevano tempo per guardarmi e che dopo pochi minuti svanivano nella nebbia del Mar de Palla?

Cosa pensavano quando, quasi per sfida, fantasma tra i fantasmi, fendevo controcorrente la loro corsa per cercare riparo sotto i portici?

Eravamo a Lisbona solo da poche ore e già capivo, impotente, che quella città amplificava i miei sentimenti e me li ritrasmetteva, con un colpo basso, quasi con malignità, come se mi dicesse: ‘cosa sei venuto a fare qui, a spiarci, a vedere se davvero siamo tristi come dicono i tuoi libri ed i tuoi films?’

Pioveva, ovviamente, quel pomeriggio, ed ovviamente non ho potuto vedere il sole tramontare dietro il ponte 25 Abril, quel tramonto che sognavo di vedere fin dall’inizio del viaggio: ma il sole era rimasto in Andalusia, ad illuminare il sorriso delle ragazze di Siviglia ed a scaldare le candide case dei Pueblos Blancos.

Cos’ero venuto a fare, allora, a Lisbona, a scoprire quell’ansia e quell’inquietudine che forse bruciavano già dentro di me? Avevo fatto tremila chilometri per specchiarmi nelle acque fangose del Tejo, per scoprire infine che questa città ti ammalia, ti imprigiona e allo stesso tempo ti fa tornare la voglia di fuggire, di partire di nuovo e di lasciarti alle spalle il lamento silenzioso della folla di fantasmi col loro carico secolare di saudade e di domande impronunciabili.

Mi aggiravo dunque in Praça do Comercio, davanti all’estuario del Tejo, dove il fiume, ancora lontano dall’oceano, si allarga, quasi impaziente di diventare mare, e improvvisamente mi accorsi di quell’uomo seduto su un muretto di pietra dei vecchi mori, immobile da chissà quanto tempo e chissà per quanto tempo ancora; era seduto composto, con le mani raccolte tra le gambe, solo apparentemente imprigionato nel suo involucro corporeo e nel suo abito, modesto ma di estrema dignità. Portava gli occhiali, ma il suo sguardo andava ben oltre il Mar de Palla e il ponte 25 Abril, ben al di là dell’oceano, delle Americhe e delle terre lontane d’oriente: il suo sguardo andava oltre i limiti del tempo e dello spazio, perché scrutava dentro di sé, cercando risposte che nessuno poteva dargli.

Rimasi a lungo a fissarlo, poi mi allontanai un poco e con pudore, quasi con vergogna, lo fotografai, per essere sicuro che non fosse anche lui un fantasma: ma immediatamente compresi che egli era lì da sempre, dall’inizio del mio viaggio, che mi aspettava, e finalmente ero arrivato: e compresi, ancora, che di fronte a me c’era Fernando Pessoa che mi ripeteva, da sempre: “Ogni molo è una nostalgia di pietra”.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Non di solo pulp (1)

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Abbiamo prima accennato a diverse possibilità della letteratura nel rispondere ad esigenze profonde di trasformazione. I racconti di Alessandro Milanese che seguono indicano il tentativo di interloquire con il proprio presente, le sensibilità, le tendenze e anche le mode correnti contemporanee misurandosi, magari inconsapevolmente, con l’ingombrante memoria della letteratura e sfuggendo ad ogni subordinazione espressiva e ideologica. Il linguaggio di questi racconti, proponendo la bellezza e insieme il malumore di una provincia archetipica, rivendica lo spazio e il ruolo specifico della scrittura, recuperando la tradizione del romanzo di formazione in un confronto con i tempi, i miti, i sentimenti e gli stereotipi di una cultura giovanile, dove convivono rapporti difficili da capire, amori più o meno infelici, relazioni più o meno distanti con gli adulti e un irrisolto riconoscimento con il mondo e con la sua illusoria compiutezza.

 

L’inserzione

Di che gruppo era il cantante Morrissey.

Gli Smiths.

Bravo.

La voce femminile dall’altra parte del filo sembrava stupita per l’ennesima risposta giusta, promise di farmi chiamare al più presto per comunicarmi l’esito.

.La sera stessa mi telefonarono e mi fissarono un appuntamento per la mattina seguente alle dieci. Quelle a cui avevo appena risposto erano una decina di domande di un questionario per essere assunti come magazziniere in un ingrosso di dischi. Era stata mia madre a notare l’inserzione su un giornale locale.

“CERCASI ESPERTO DI MUSICA POP-ROCK”

Io esperto non potevo esserlo di sicuro, visto che non avevo mai lavorato in vita mia, ma le centinaia di dischi che avevo a casa, frutto di creste colossali sulla spesa dei miei dovevano ben servire a qualcosa

Durante la notte non chiusi occhio pensando a quello che significava per me un vero lavoro: tutto sarebbe cambiato all’improvviso.

Al mattino feci una lunga doccia, misi la meno brutta delle mie camicie, un paio di Levi’s, le Clarks, e piangendo raggiunsi quello che sarebbe diventato il mio posto di lavoro.

 

Domenica mattina

Quella stupida lucidapavimenti faceva più rumore del solito, la donna alla guida aveva un camice rosso e la faccia di una persona che avrebbe preferito la miniera a quel corridoio d’ospedale, la domenica mattina.

Io mi trascinavo a stento fra quei muri bianchi e l’odore di cloroformio.

Dentro l’ascensore fissavo con insistenza i miei occhi azzurri circondati dal viola riflessi nel vetro.

Non avevo dormito molto negli ultimi giorni, un po’ per il cambio di stagione e un po’ per tutti quei problemi che la primavera si porta dietro ogni anno. Dovevo salire all’ottavo e ultimo piano in medicina 2, era quello il reparto in cui mio nonno trascorreva le sue giornate da più di due mesi.

Dopo aver dato l’ultima rapida occhiata alla mia faccia uscii dall’ascensore incamminandomi nel reparto.

Due infermiere parlavano ad alta voce della questione albanese:

-Dovrebbero affondarli tutti. Disse una.

-Non dirlo a me, ho paura persino ad uscire di casa. Rispose l’altra.

Pensai che anche il più scellerato di Albanese si sarebbe guardato bene dal toccare quella specie di cassapanca parlante, ma era domenica mattina e non avevo alcuna voglia di fare delle discussioni inutili.

Arrivato in camera trovai mio nonno disteso sul letto e mia nonna accanto.

Lanciavano urla in dialetto monferrino, sembravano inviperiti.

-Ciao nonno.

-Ah ciao.

-Ma perché siete sempre dietro a litigare?

-Ma, sai com’è, passa il tempo più in fretta se facciamo qualcosa.

.Sorridendo mi avvicinai alla finestra.

A qualche centinaio di metri la città viveva la sua giornata.

Nel parco, proprio davanti all’ospedale, c’erano cani che rincorrevano bastoni lanciati da padroni, giovani in bici con anziani che leggevano.

Erano tutti così lontani da quella stanza di Medicina 2 all’ottavo piano.

Erano tutti così lontani da me, che appoggiato al marmo del termosifone li guardavo mentre vivevano la loro vita.

accompagnata da un’ironia consapevole diventa compiacimento, esibizione, spettacolarizzazione – ingenua e fragile a dire il vero – circa un sottoprodotto per nulla sconvolgente della ferocia e dell’atrocità gratuite del tempo che intende descrivere.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Non di solo pulp

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

“Il libro non morirà, è ovvio. Ritornerà dove è stato quasi sempre, nell’enclave di minoranze che lo manterranno vivo, e, allo stesso tempo, gli chiederanno il rigore, le belle parole, l’inventiva, le idee, le persuasive illusioni, la libertà e l’audacia che sono assenti nella grande maggioranza di quei libri che oggi usurpano la denominazione letteratura”.    MARIO VARGAS LLOSA

1) Si può fare letteratura dopo Auschwitz? O dopo “Ladri di biciclette”? O dopo “Pulp fiction”? Si può dire in una lingua che ha scritto, trascritto e riscritto l’indicibile? Che cosa significa raccontare nell’era dell’informazione globale? E, soprattutto, come dialogare con il proprio presente, con le sue discontinuità e i molteplici volti delle proprie contraddizioni?

Agli albori del XIX secolo Hegel meditava quanto la gloria dell’arte fosse alle sue spalle, nel passato, annunciando la fine dell’arte: George Steiner, in “Letteratura e post-storia” scriveva dell’“uomo che legge da solo in una stanza a bocca chiusa”. Borges ha sottolineato come la letteratura abbia sempre amato blandire la propria fine. L’ossessione di venire dopo tutto, di essere postuma rispetto all’esperienza e alla tradizione, di diventare dialogo tra morti, ha attraversato l’arte del nostro secolo come un basso continuo, come un fremito d’angoscia o, nei casi più strumentali, come un tic intellettuale in interminabili simposi solo illusoriamente capaci di dibattere sulle “ultime cose dell’uomo”, come asseriva Ripellino.

2) Non si tratta di screditare né di esaltare ciò che appare come un’innovazione e un rinnovamento nel terreno dei linguaggi, dei modelli di comunicazione e delle forme di espressione – ai cui margini ancora si discute sulla presunta “morte della letteratura” – ma di cogliere le coordinate che definiscono i nuovi fenomeni letterari, i vezzi e le mode, dal minimalismo al pulp o trash o splatter che chiamar si voglia.

Se la letteratura deve essere intrisa fatalmente – con tutte le sue precarietà, distorsioni e parzialità – della realtà presente, va subito sottolineato che la dissoluzione dei modelli di percezione e di elaborazione tipici del fenomeno pulp non è l’unica risposta possibile alle necessità di trasformazione della realtà, del linguaggio che la rappresenta e della fruizione dei destinatari.

A questo proposito accenneremo solo rapidamente al fatto che, in mancanza di un regime linguistico medio ed egemone – con l’eccezione forse solo di quello televisivo – lo scrittore oggi non può definirsi grazie alla frequentazione di un linguaggio minoritario, trasgressivo e oppositivo – se non scontando un’ambiguità difficilmente risolvibile, a cui appartiene tra l’altro lo stesso termine pulp – ma è forzatamente costretto a misurarsi con se stesso e la cui attendibilità passa anche, e soprattutto, attraverso altre responsabilità.

Occorre inoltre evidenziare che aderire ad un genere non può essere – pur nelle disomogeneità delle tendenze e nelle contraddizioni spesso profonde tra le singole peculiarità – una pratica intenzionale e per questo ben lontana da un gesto di rottura e di opposizione a vere e presunte stagnazioni culturale e letterarie. Il consenso ad uno stile, se assume tratti convenzionali, produce esiti di palese artificiosità e di fastidiosa maniera, in cui la scrittura e la narrazione vengono piegate a soluzioni arbitrarie e illegittime alla prevedibile ricerca, nel caso della maggioranza degli autori “cannibali”, di effetti di ferocia e crudeltà.

La rappresentazione del male gratuito e insensato, che sfugge alle più diverse interpretazioni ideologiche, sociologiche e psicologiche, se non viene accompagnata da un’ironia consapevole diventa compiacimento, esibizione, spettacolarizzazione – ingenua e fragile a dire il vero – circa un sottoprodotto per nulla sconvolgente della ferocia e dell’atrocità gratuite del tempo che intende descrivere.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Il profeta facile

a proposito di Hermann Hesse

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Nelle classifiche più o meno attendibili dei libri più venduti in Italia, da anni, con la regolarità di un fenomeno ineluttabile, compaiono opere di Hermann Hesse. Figurare nelle liste dei best sellers non rappresenta alcuna garanzia – come non è una garanzia essere insignito del Nobel – e non si è lontani dal vero se da un best seller ci si aspetta un capolavoro di kitsch. Inoltre comparire tra le letture più vendute non significa necessariamente essere tra le più lette: la mia biblioteca dice di più sulla mia curiosità più o meno erudita che non sulla effettiva lettura dei rispettivi volumi.

Ciononostante come non chiedersi se sia ancora possibile che esista qualcuno che non abbia letto o non conservi in casa una copia del “Siddharta” o dello “Steppen-wolf” o del “Glasperlenspiel”?

Forse per rispondere a questo interrogativo non è inutile cercare di comprendere i motivi del successo di Hesse, degli entusiasmi anche isterici e talora tracotanti che ha provocato.

Hermann Hesse, soprattutto quello posteriore al viaggio in India, sembra essere il prototipo del profeta facile, del guru, in cui il culto di una natura incorrotta, il misticismo orientaleggiante, la ricusa di una società strutturata sul profitto e sull’oppressione, l’esperienza della droga e del sesso vissute in totale libertà, il rifiuto della tirannia familiare, del dogmatismo religioso delle chiese confessionali, del militarismo imperialista, dell’alienazione della fabbrica trovano compendio in una scrittura che, se da una parte omologa tutti i temi in un’unica gelatina cremosa, dall’altra banalizza la materia offrendo moduli stilistici di cui si preventivano i risultati con largo anticipo.

La maniera con cui Hesse sviluppa le proprie tematiche, pur non volgare e capace di sfumature cromatiche, è però facile, in uno stile “vulgato”, conciliante, in cui le sospensioni di giudizio, l’inafferrabilità della natura, dei sentimenti, del pensiero, lo stesso basso continuo di una disperazione sommessa che consuma ogni certezza e vanifica ogni fede, appaiono più come una fatale fenomenologia dello scrittore moderno che non un male sofferto profondamente e destinato a contagiare il lettore.

Nasce da questa modalità la tendenza consolatoria di Hesse che anestetizza le inquietudini e trasmette a chi lo legge la confortante sensazione di riuscire ad intendere un messaggio sino in fondo, senza incertezze, senza dubbi e senza troppa fatica.

Ben diversa è la trasparenza, per esempio, di Kafka, che convive con un’angosciosa indeterminatezza, in un equilibri precario e provvisorio ed è completamente priva di quell’irritante plauso connivente verso il lettore; senza dire di Nietsche, di fronte al quale il niccianesimo di Hesse si appiana e si stempera fin quasi all’inconsistenza; oppure di Brecht, in cui la materia arcaica diventa una proiezione di miti e fermenti europei, una politicizzazione novecentesca, arricchita dalla presenza dell’uomo tedesco e marxista del nostro secolo. Hesse invece impasta il tutto, lo omogeneizza e la sua scrittura non annera il sangue né guasta la digestione, spiana ed appiana ogni ruvidezza e risolve ogni contraddizione.

La maggior parte dei personaggi di Hesse sconta la carenza di una vera consi-stenza poetica, così come spesso gli ambienti descritti. Il reticolo di accattivanti banali-tà che ci offre nelle sue pagine morbide e sfumate gode di un magnetismo superficiale, ma soffre la mancanza di quel mistero inafferrabile che, unito ad una concretezza narrativa, rimanda e rappresenta la dimensione simbolica. Hesse allude al simbolico, al sapienziale, alla cifra di una sublimità segreta e celata, ma lo fa solennemente, coscientemente e scopertamente.

Per concludere, la sua scrittura, anche per ciò che concerne la forma, non è l’anticipazione di nulla: né di una futura civiltà, né del deserto di una rovina; in altri termini non è moderna. E ciò non perché sia moderno solo chi atomizzi o disarticoli il linguaggio, chi segua le orme di Joyce, Doblin o Gadda – chi definirebbe datata “La lettera di Lord Chandos”, il misurato e trasparente stile con cui Hoffmannsthal esprime la propria insufficienza di fronte alla frantumazione del soggetto quale principio ordinatore della realtà interiore ed esteriore? – ma perché in Hermann Hesse tutto si placa in uno stile conciliante e prevedibile, in un ripiegamento indolore, in una quiete prima della tempesta, dove Kafka, Musil o Thomas Mann sembrano ancora da venire.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Il paese di là

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

“Ogni utopia è un viaggio, e ogni viaggio è un’utopia.” Non ricordo chi l’ha scritto (sempre che l’abbia davvero scritto qualcuno) e se fosse esattamente questo l’ordine della formulazione. E in fondo ha poca importanza, perché comunque la si metta l’equazione nulla perde in icasticità e nulla guadagna in correttezza. Entrambe le espressioni che la compongono sono infatti vere e condivisibili, ma la relazione che intercorre tra esse non è un’identità. È questo ciò che il facile effetto retorico, l’apparente gioco di specchi creato dal chiasmo rischia di mettere in ombra: la differenza sostanziale determinata dall’inversione. La specularità dei concetti espressi è solo apparente, e non comporta soltanto un ribaltamento sull’asse di simmetria, ma un vero e proprio rovesciamento prospettico, con l’adozione nel primo caso di una prospettiva “esterna”, nel secondo di un punto di vista rivolto verso l’interiorità.

In effetti la prima parte dell’enunciato fa riferimento soprattutto ad una tradizione letteraria, e ad un’attitudine che potremmo definire “illuministica”. Da Moro a Bacone e a Campanella, da Cyrano a William Morris , ad Etienne Cabet o a Cajanov, le evasioni nel regno (o meglio, nella repubblica) dell’Utopia avvengono tutte col tramite del viaggio. In genere si tratta di un viaggio travagliato, quasi sempre di una deviazione involontaria dalla rotta, con approdo (o naufragio) ad un’isola sconosciuta. Ci sono insomma tutti gli ingredienti per sottolineare “l’isolamento” della società utopica, la sua distanza dall’imperfetto mondo del lettore. E non si viaggia solo per mari, ma anche nei cieli, soprattutto verso la luna, oppure all’interno della terra; e non solo nello spazio, ma anche nel tempo, in avanti, ad inseguire il perfezionamento ultimo, o a ritroso, a riscoprire l’innocenza primigenia. Ci si muove fuggendo da qualcosa, ma soprattutto in direzione di qualcos’altro.

Proprio questo qualcos’altro, che è in fondo l’idea di un paradiso terrestre, di un’età dell’oro per tutta l’umanità, di un’unica vita che tutti gli uomini vivono in pace e fratellanza, conferisce alla prima parte della frase una connotazione illuministica. Tale idea può nascere infatti solo dal convincimento che esistano verità eterne incise nel cuore di ogni uomo, e che la capacità di leggerle sia andata perduta soltanto a causa della corruzione della civiltà, della catastrofica rottura con la natura, e di un’interpretazione distorta e irrazionale della libertà. Il viaggio verso l’utopia si rivela dunque un percorso di conoscenza oggettiva, o meglio di platonico riconoscimento, che conduce ad una verità eterna, immutabile, uguale per tutti.

L’immagine ribaltata assume invece una ben diversa valenza. Perché se l’utopia contempla il tragitto verso qualcosa, il viaggio è invece spesso un’utopia non finalizzata. “Il viaggio … è un’attività compiuta senza un motivo, se non quello di fuggire da un mondo dove tutte le cose sono mezzo per raggiungere uno scopo”. (J. Leed). Almeno è tale il viaggio nell’accezione che a noi interessa, e che possiamo per convenzione definire “romantico”. Per capirci, diamo per scontato che non rientrino in questa definizione i viaggi motivati da spinte pratiche (commercio, conquista, migrazione, salute, volendo anche turismo), ideologiche (missione, esilio, ecc.) o scientifiche (ricerca, esplorazione): o almeno, che possano rientrarci solo per la finestra, quando cioè lo scopo, la meta ufficiale finiscano in subordine rispetto alla necessità di fuggire.

Riletta in questo modo, la duplice equivalenza iniziale non appare più così scontata. L’inversione del segno comporta infatti che se da un lato il viaggio risulta condizione necessaria per accedere alla tradizionale dimensione utopica, quella della liberazione collettiva, dall’altro costituisce già condizione sufficiente per una liberazione individuale, intima. Assumiamo dunque che si viaggi per sfuggire qualcosa, prima ancora che per trovare qualcos’altro. In genere ci si vuole sottrarre a pressioni esterne (convenzioni sociali, ortodossia religiosa, regimi politici) o a insoddisfazioni interiori (senso di vuoto, soffocamento, delusioni di vario genere). Quel che si cerca è un mondo diverso, dove poter essere diversi o scoprirci diversi. E presto ci si rende conto che la differenza non la fa il punto di approdo, quanto piuttosto il movimento, il fatto stresso di viaggiare, di staccarsi dall’habitat consueto, di mettersi in gioco senza le sicurezze, ma anche senza i vincoli che da quest’ultimo ci vengono. È il motivo per il quale a cento chilometri da casa, fuori del raggio delle conoscenze e dell’immagine “pubblica” che ci è stata o che abbiamo imposta, ci esprimiamo, ci comportiamo diversamente, ci sentiamo autorizzati a sciogliere freni e inibizioni. Al tempo stesso il confronto con ciò che non è familiare, che appare a volte incomprensibile o minaccioso, stimola una coscienza di sé tutta soggettiva e acuisce la percezione della propria singolarità e individualità. Ci rivela che la nostra indole, le nostre aspirazioni, non rispondono a valori, princìpi, mete morali o politiche oggettivamente dati, ma ad una libera quanto tragica possibilità di autodeterminazione. “La consapevolezza di sé nasce dall’imbattersi in un ostacolo. La pressione esercitata su di me da ciò che mi è esterno, e lo sforzo di resistere a questa pressione, mi fanno capire che io sono ciò che io sono, mi rendono consapevole dei miei scopi, della mia natura, della mia essenza, in quanto contrapposti a tutto ciò che non è mio”. (J. Fichte) Il viaggio così inteso tende dunque anch’esso alla reificazione di un’utopia, perché ci si muove sempre nella speranza di trovare il clima, l’atmosfera, la gente, il paese ideale: ma è anche, nei casi di più lucida consapevolezza, quando la tensione della fuga non si stempera nell’avventura esotica, la miglior forma di interpretazione dell’utopismo. Perché implica la coscienza che non si troverà quel che si cerca, che comunque occorra andare sempre oltre. Nel paese di là, appunto.

Tutte le nostre attività sono legate all’idea del viaggio. E a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci dà ordini per il cammino, e che qui stia la molla della nostra irrequietezza. L’uomo ha scoperto per tempo di poter spillare tutta questa informazione d’un colpo, manomettendo la chimica del cervello. Di poter volare via in un viaggio illusorio o in un’ascesa immaginaria. Di conseguenza gli stanziali hanno ingenuamente identificato Dio con il vino, con l’hashish o con un fungo allucinatorio; ma di rado i veri vagabondi sono caduti in preda a questa illusione. Le droghe sono veicoli per gente che ha dimenticato come si cammina.
I viaggi reali sono più efficaci, economici e istruttivi di quelli fittizi. Dovremmo seguire i passi di Esiodo su per il monte Elicona, e udire le Muse. Se ascoltiamo attentamente appariranno di certo. Dovremmo seguire i saggi taoisti, Han Shan che nella sua piccola capanna sulla Montagna Fredda osserva il passare delle stagioni, o il grande Li Po – “mi hai chiesto per quale ragione abito nelle colline grigie: ho sorriso ma non ho risposto, perché i miei pensieri bighellonavano per conto loro; come i fiori del pesco, erano andati a spasso in altri climi, in altre terre che non fanno parte del mondo degli uomini”.
BRUCE CHATWIN

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨