Il paese di là

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

“Ogni utopia è un viaggio, e ogni viaggio è un’utopia.” Non ricordo chi l’ha scritto (sempre che l’abbia davvero scritto qualcuno) e se fosse esattamente questo l’ordine della formulazione. E in fondo ha poca importanza, perché comunque la si metta l’equazione nulla perde in icasticità e nulla guadagna in correttezza. Entrambe le espressioni che la compongono sono infatti vere e condivisibili, ma la relazione che intercorre tra esse non è un’identità. È questo ciò che il facile effetto retorico, l’apparente gioco di specchi creato dal chiasmo rischia di mettere in ombra: la differenza sostanziale determinata dall’inversione. La specularità dei concetti espressi è solo apparente, e non comporta soltanto un ribaltamento sull’asse di simmetria, ma un vero e proprio rovesciamento prospettico, con l’adozione nel primo caso di una prospettiva “esterna”, nel secondo di un punto di vista rivolto verso l’interiorità.

In effetti la prima parte dell’enunciato fa riferimento soprattutto ad una tradizione letteraria, e ad un’attitudine che potremmo definire “illuministica”. Da Moro a Bacone e a Campanella, da Cyrano a William Morris , ad Etienne Cabet o a Cajanov, le evasioni nel regno (o meglio, nella repubblica) dell’Utopia avvengono tutte col tramite del viaggio. In genere si tratta di un viaggio travagliato, quasi sempre di una deviazione involontaria dalla rotta, con approdo (o naufragio) ad un’isola sconosciuta. Ci sono insomma tutti gli ingredienti per sottolineare “l’isolamento” della società utopica, la sua distanza dall’imperfetto mondo del lettore. E non si viaggia solo per mari, ma anche nei cieli, soprattutto verso la luna, oppure all’interno della terra; e non solo nello spazio, ma anche nel tempo, in avanti, ad inseguire il perfezionamento ultimo, o a ritroso, a riscoprire l’innocenza primigenia. Ci si muove fuggendo da qualcosa, ma soprattutto in direzione di qualcos’altro.

Proprio questo qualcos’altro, che è in fondo l’idea di un paradiso terrestre, di un’età dell’oro per tutta l’umanità, di un’unica vita che tutti gli uomini vivono in pace e fratellanza, conferisce alla prima parte della frase una connotazione illuministica. Tale idea può nascere infatti solo dal convincimento che esistano verità eterne incise nel cuore di ogni uomo, e che la capacità di leggerle sia andata perduta soltanto a causa della corruzione della civiltà, della catastrofica rottura con la natura, e di un’interpretazione distorta e irrazionale della libertà. Il viaggio verso l’utopia si rivela dunque un percorso di conoscenza oggettiva, o meglio di platonico riconoscimento, che conduce ad una verità eterna, immutabile, uguale per tutti.

L’immagine ribaltata assume invece una ben diversa valenza. Perché se l’utopia contempla il tragitto verso qualcosa, il viaggio è invece spesso un’utopia non finalizzata. “Il viaggio … è un’attività compiuta senza un motivo, se non quello di fuggire da un mondo dove tutte le cose sono mezzo per raggiungere uno scopo”. (J. Leed). Almeno è tale il viaggio nell’accezione che a noi interessa, e che possiamo per convenzione definire “romantico”. Per capirci, diamo per scontato che non rientrino in questa definizione i viaggi motivati da spinte pratiche (commercio, conquista, migrazione, salute, volendo anche turismo), ideologiche (missione, esilio, ecc.) o scientifiche (ricerca, esplorazione): o almeno, che possano rientrarci solo per la finestra, quando cioè lo scopo, la meta ufficiale finiscano in subordine rispetto alla necessità di fuggire.

Riletta in questo modo, la duplice equivalenza iniziale non appare più così scontata. L’inversione del segno comporta infatti che se da un lato il viaggio risulta condizione necessaria per accedere alla tradizionale dimensione utopica, quella della liberazione collettiva, dall’altro costituisce già condizione sufficiente per una liberazione individuale, intima. Assumiamo dunque che si viaggi per sfuggire qualcosa, prima ancora che per trovare qualcos’altro. In genere ci si vuole sottrarre a pressioni esterne (convenzioni sociali, ortodossia religiosa, regimi politici) o a insoddisfazioni interiori (senso di vuoto, soffocamento, delusioni di vario genere). Quel che si cerca è un mondo diverso, dove poter essere diversi o scoprirci diversi. E presto ci si rende conto che la differenza non la fa il punto di approdo, quanto piuttosto il movimento, il fatto stresso di viaggiare, di staccarsi dall’habitat consueto, di mettersi in gioco senza le sicurezze, ma anche senza i vincoli che da quest’ultimo ci vengono. È il motivo per il quale a cento chilometri da casa, fuori del raggio delle conoscenze e dell’immagine “pubblica” che ci è stata o che abbiamo imposta, ci esprimiamo, ci comportiamo diversamente, ci sentiamo autorizzati a sciogliere freni e inibizioni. Al tempo stesso il confronto con ciò che non è familiare, che appare a volte incomprensibile o minaccioso, stimola una coscienza di sé tutta soggettiva e acuisce la percezione della propria singolarità e individualità. Ci rivela che la nostra indole, le nostre aspirazioni, non rispondono a valori, princìpi, mete morali o politiche oggettivamente dati, ma ad una libera quanto tragica possibilità di autodeterminazione. “La consapevolezza di sé nasce dall’imbattersi in un ostacolo. La pressione esercitata su di me da ciò che mi è esterno, e lo sforzo di resistere a questa pressione, mi fanno capire che io sono ciò che io sono, mi rendono consapevole dei miei scopi, della mia natura, della mia essenza, in quanto contrapposti a tutto ciò che non è mio”. (J. Fichte) Il viaggio così inteso tende dunque anch’esso alla reificazione di un’utopia, perché ci si muove sempre nella speranza di trovare il clima, l’atmosfera, la gente, il paese ideale: ma è anche, nei casi di più lucida consapevolezza, quando la tensione della fuga non si stempera nell’avventura esotica, la miglior forma di interpretazione dell’utopismo. Perché implica la coscienza che non si troverà quel che si cerca, che comunque occorra andare sempre oltre. Nel paese di là, appunto.

Tutte le nostre attività sono legate all’idea del viaggio. E a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci dà ordini per il cammino, e che qui stia la molla della nostra irrequietezza. L’uomo ha scoperto per tempo di poter spillare tutta questa informazione d’un colpo, manomettendo la chimica del cervello. Di poter volare via in un viaggio illusorio o in un’ascesa immaginaria. Di conseguenza gli stanziali hanno ingenuamente identificato Dio con il vino, con l’hashish o con un fungo allucinatorio; ma di rado i veri vagabondi sono caduti in preda a questa illusione. Le droghe sono veicoli per gente che ha dimenticato come si cammina.
I viaggi reali sono più efficaci, economici e istruttivi di quelli fittizi. Dovremmo seguire i passi di Esiodo su per il monte Elicona, e udire le Muse. Se ascoltiamo attentamente appariranno di certo. Dovremmo seguire i saggi taoisti, Han Shan che nella sua piccola capanna sulla Montagna Fredda osserva il passare delle stagioni, o il grande Li Po – “mi hai chiesto per quale ragione abito nelle colline grigie: ho sorriso ma non ho risposto, perché i miei pensieri bighellonavano per conto loro; come i fiori del pesco, erano andati a spasso in altri climi, in altre terre che non fanno parte del mondo degli uomini”.
BRUCE CHATWIN

 

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