Il profeta facile

a proposito di Hermann Hesse

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Nelle classifiche più o meno attendibili dei libri più venduti in Italia, da anni, con la regolarità di un fenomeno ineluttabile, compaiono opere di Hermann Hesse. Figurare nelle liste dei best sellers non rappresenta alcuna garanzia – come non è una garanzia essere insignito del Nobel – e non si è lontani dal vero se da un best seller ci si aspetta un capolavoro di kitsch. Inoltre comparire tra le letture più vendute non significa necessariamente essere tra le più lette: la mia biblioteca dice di più sulla mia curiosità più o meno erudita che non sulla effettiva lettura dei rispettivi volumi.

Ciononostante come non chiedersi se sia ancora possibile che esista qualcuno che non abbia letto o non conservi in casa una copia del “Siddharta” o dello “Steppen-wolf” o del “Glasperlenspiel”?

Forse per rispondere a questo interrogativo non è inutile cercare di comprendere i motivi del successo di Hesse, degli entusiasmi anche isterici e talora tracotanti che ha provocato.

Hermann Hesse, soprattutto quello posteriore al viaggio in India, sembra essere il prototipo del profeta facile, del guru, in cui il culto di una natura incorrotta, il misticismo orientaleggiante, la ricusa di una società strutturata sul profitto e sull’oppressione, l’esperienza della droga e del sesso vissute in totale libertà, il rifiuto della tirannia familiare, del dogmatismo religioso delle chiese confessionali, del militarismo imperialista, dell’alienazione della fabbrica trovano compendio in una scrittura che, se da una parte omologa tutti i temi in un’unica gelatina cremosa, dall’altra banalizza la materia offrendo moduli stilistici di cui si preventivano i risultati con largo anticipo.

La maniera con cui Hesse sviluppa le proprie tematiche, pur non volgare e capace di sfumature cromatiche, è però facile, in uno stile “vulgato”, conciliante, in cui le sospensioni di giudizio, l’inafferrabilità della natura, dei sentimenti, del pensiero, lo stesso basso continuo di una disperazione sommessa che consuma ogni certezza e vanifica ogni fede, appaiono più come una fatale fenomenologia dello scrittore moderno che non un male sofferto profondamente e destinato a contagiare il lettore.

Nasce da questa modalità la tendenza consolatoria di Hesse che anestetizza le inquietudini e trasmette a chi lo legge la confortante sensazione di riuscire ad intendere un messaggio sino in fondo, senza incertezze, senza dubbi e senza troppa fatica.

Ben diversa è la trasparenza, per esempio, di Kafka, che convive con un’angosciosa indeterminatezza, in un equilibri precario e provvisorio ed è completamente priva di quell’irritante plauso connivente verso il lettore; senza dire di Nietsche, di fronte al quale il niccianesimo di Hesse si appiana e si stempera fin quasi all’inconsistenza; oppure di Brecht, in cui la materia arcaica diventa una proiezione di miti e fermenti europei, una politicizzazione novecentesca, arricchita dalla presenza dell’uomo tedesco e marxista del nostro secolo. Hesse invece impasta il tutto, lo omogeneizza e la sua scrittura non annera il sangue né guasta la digestione, spiana ed appiana ogni ruvidezza e risolve ogni contraddizione.

La maggior parte dei personaggi di Hesse sconta la carenza di una vera consi-stenza poetica, così come spesso gli ambienti descritti. Il reticolo di accattivanti banali-tà che ci offre nelle sue pagine morbide e sfumate gode di un magnetismo superficiale, ma soffre la mancanza di quel mistero inafferrabile che, unito ad una concretezza narrativa, rimanda e rappresenta la dimensione simbolica. Hesse allude al simbolico, al sapienziale, alla cifra di una sublimità segreta e celata, ma lo fa solennemente, coscientemente e scopertamente.

Per concludere, la sua scrittura, anche per ciò che concerne la forma, non è l’anticipazione di nulla: né di una futura civiltà, né del deserto di una rovina; in altri termini non è moderna. E ciò non perché sia moderno solo chi atomizzi o disarticoli il linguaggio, chi segua le orme di Joyce, Doblin o Gadda – chi definirebbe datata “La lettera di Lord Chandos”, il misurato e trasparente stile con cui Hoffmannsthal esprime la propria insufficienza di fronte alla frantumazione del soggetto quale principio ordinatore della realtà interiore ed esteriore? – ma perché in Hermann Hesse tutto si placa in uno stile conciliante e prevedibile, in un ripiegamento indolore, in una quiete prima della tempesta, dove Kafka, Musil o Thomas Mann sembrano ancora da venire.

 

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