Sogni e sentieri

di Paolo Repetto, dagli atti di un convegno svoltosi a Tagliolo Monf.to nel 1997

Sono stato invitato ad intervenire a questo convegno come rappresentante di un’associazione che si è costituita recentemente, i “Viandanti delle Nebbie”. Le caratteristiche di questo sodalizio sono piuttosto anomale, e le sue finalità potranno apparire troppo ambiziose e troppo vaghe da questa breve presentazione. Ne sono cosciente, perché risultano difficili anche a me da definire: e me ne accorgo soprattutto in questo momento.

Comunque ci provo, partendo magari da un minimo di identikit degli associati. Al momento non sono più di una decina, quasi tutti giovani d’età, qualcuno, come me, giovane (o immaturo) solo nello spirito. Siamo tutti legati a quest’area, intendo l’area del Parco e dintorni, da un vincolo affettivo, nel senso che siamo nati qui e qui viviamo, e da uno cultural-emotivo, nel senso che da sempre abbiamo provato il desiderio di conoscerla meglio, sia sotto il profilo naturalistico che sotto quello storico, e l’abbiamo quindi percorsa in lungo e in largo, a caccia di torrenti, di sentieri, di cascine, di incontri, di emozioni appunto e di conoscenze. I percorsi comuni, e non solo quelli escursionistici, hanno indotto tra noi una consuetudine che si è ben presto tradotta in amicizia: e l’amicizia si è ulteriormente cementata quando quelli che erano sogni e fantasie individuali hanno trovato un comune denominatore in un “progetto”. Ecco, noi non siamo presenti a questo convegno per portare un contributo di conoscenza scientifica o naturalistica, o di informazione legislativa: siamo qui semplicemente per testimoniare di una (per noi) straordinaria esperienza maturata in comune col tramite dei boschi e dei sentieri del parco, e del progetto di allargarla che ne è scaturito.

Cercherò di essere sintetico: spero di risultare anche chiaro. La frequentazione assidua dell’area del parco ci ha fatto scoprire ed apprezzare un considerevole potenziale di sfruttamento (mi scuso per il termine, ma lo impiego in senso positivo) in funzione escursionistica. Esistono già, o al limite possono essere identificati, percorsi di varie lunghezze, per uno o più giorni, più o meno impegnativi, adatti anche ad escursionisti esigenti (anche in questo campo ci sono i raffinati), e che nulla hanno da invidiare per la bellezza del paesaggio o per interessi naturalistici a quelli celebratissimi del Parco d’Abruzzi o della Selva Nera (per citare quelli di cui si è fatta personale esperienza, e che presentano analogie altimetriche). Questi percorsi debbono soltanto essere strutturati e promossi. Strutturare significa letteralmente predisporre strutture minime di accoglienza, oltre naturalmente a tracciare una segnaletica adeguata: quindi rifugi, punti sosta, capanni per bivacco, aree periferiche per il campeggio o il posteggio delle auto. Il tutto, per intenderci, senza colate ma nemmeno piccole eruzioni di cemento, sfruttando l’esistente, che è molto e giace nell’abbandono, e riducendo al minimo gli interventi (ciò che consente di risparmiare la natura, ma anche i soldi pubblici). Promuovere significa produrre un’informazione adeguata, e per come la vediamo noi “adeguata” ha una valenza ben precisa, perché proprio in questo sta la specificità del progetto.

Ogni parco che si rispetti pone infatti tra le sue finalità quelle di dotarsi di strutture e di pubblicizzarsi. Sin qui niente di nuovo. Il problema nasce quando si deve decidere verso quale tipo di fruizione orientarsi. Senza giri di parole, è un problema economico, che normalmente viene semplificato nei termini “più gente, più soldi, maggiori incentivazioni per i residenti, ecc…”. La logica è in fondo quella della natura come bene di consumo, da mettere democraticamente a disposizione di tutti, sperando in una ricaduta non solo di rifiuti o di scempi o di incendi, ma anche di occupazione. Il che è senz’altro giusto, in parte. Ma noi crediamo si possa porre la questione anche in altro modo, promuovendo e privilegiando ad esempio un afflusso escursionistico invece che turistico (per carità, ci vogliono anche i turisti, i gitanti domenicali con la radiolina per sentire la partita o le bistecche per la braciolata, ma possono essere contenuti, concentrati ai margini dei percorsi asfaltati o in apposite aree attrezzate, magari anche col megaschermo e il baretto). Una frequentazione escursionistica presenta in genere queste caratteristiche: non è distruttiva, seleziona a priori persone che la natura l’amano e la rispettano sul serio, esercita un richiamo molto allargato, che va ben oltre le aree metropolitane limitrofe (non ci spostiamo noi verso la Germania, la Francia, la Scozia, ecc., sulle tracce di sentieri che sono ormai diventati dei classici, e che raccolgono camminatori di tutta l’Europa?) ed ha quindi anche, una volta avviata, un riscontro economico ed occupazionale non indifferente, a fronte di costi di riassetto e di manutenzione minimi. Non sto viaggiando con la fantasia: è sufficiente percorrere qualsiasi sentiero tedesco (lasciamo perdere quelli italiani, non ne vale la pena) per rendersi conto che esiste tutta una micro-economia, ormai ben consolidata, alla quale i residenti nelle zone tutelate si sono di buon grado convertiti, e della quale sono, anche in termini di qualità della vita, ben soddisfatti. Ma c’è un altro aspetto, legato a questo tipo di fruizione, del quale ci preme sottolineare l’importanza. Uno dei mali della nostra società dei quali ci si lamenta più sovente è l’assenza di possibilità, nel senso anche di situazioni materiali, di incontro. Paradossalmente la nostra società di massa impone l’aggregazione, negli stadi, nelle discoteche, nelle code agli uffici pubblici, ma nega gli incontri. Incontrarsi in situazioni sbagliate (quelle appunto prima citate, ed altre peggiori) significa non poter assolutamente comunicare, conoscere, confrontarsi (se non fisicamente, come infatti accade sempre più spesso). Ora, l’incontro nello scenario naturale, nel silenzio di una sosta o nell’intimità di un rifugio, è una delle poche occasioni che ci siano date per rompere il guscio teleindividualistico e schiuderci a rapporti d’amicizia veri e significativi. Se poi ciò accade nei confronti di persone portatrici di altre culture, di altre mentalità, ma comunque a noi accomunate dalla volontà di guadagnarsi, di sudarsi un po’ i piaceri che la natura offre, beh, allora veramente nulla di più si può desiderare.

Il nostro progetto risponde a queste premesse. Intendiamo infatti identificare una rete di sentieri che rendano appetibile la zona del parco per tutti gli escursionisti, italiani e non, creando in tal modo attorno ad essa anche una sorta di rete protettiva, contro quelle volontà di intervento speculativo che non sono mai dome, e spesso si alimentano di ciò stesso che fino ad un attimo prima avevano combattuto e osteggiato. Intendiamo, per quanto ci sarà possibile e consentito, attrezzare questa rete con punti di sosta, che non debbono essere la riproposta alberghiera mimetizzata da agriturismo, ma veri e propri rifugi, ove si possa pernottare, bivaccare, volendo anche dimorare per qualche tempo, se si è alla ricerca di solitudine o si deve smaltire una delusione, a costi estremamente contenuti, escursionistici insomma. E intendiamo fare di questi luoghi dei punti di ritrovo, di appuntamento per chi ama la natura e si ricorda che della natura fanno parte anche gli umani e va in cerca quindi non solo di bei panorami, ma di solide amicizie o almeno di frequentazioni non deprimenti.

Per adesso è un sogno, anche se le coordinate del progetto le abbiamo già tracciate. Può essere che rimanga tale, per nostra incapacità o per cause di forza maggiore. Ma l’idea di fondo, l’ipotesi di lettura del futuro del parco dalla quale siamo partiti dovrebbe rimanere valida, ed essere accolta anche da chi avrà responsabilità amministrative: perché in caso contrario sarà difficile che i nostri figli possano ripercorrere con altrettanto piacere gli stessi sentieri che oggi noi frequentiamo.

 

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Svizzera

di Paolo Repetto, 1997

Siamo seduti sotto il pergolato. Franco è reduce da un giro per la Svizzera, e ne porta evidenti i segni. Esordisce partendo dall’unica cosa che la Svizzera non ha: il mare. Per Franco quello stesso mare che è stato lievito della civiltà occidentale (il Mediterraneo) sembra ora risucchiarla. Un mare morto che esala miasmi di putrescenza, impesta le terre che lo circondano, contamina gli uomini e il loro pensiero. Mi viene in mente l’immagine di un buco nero, che divora la materia circostante. In effetti, vien da pensare ad una implosione, che succede all’esplosione di cinquemila anni fa. Ma cosa accade, in definitiva, attorno a questo mare? Per Franco il problema sta nell’abuso della parola. La parola ha costituito il seme della civiltà, il suo abuso ne determina l’inaridimento e il crollo. I popoli che vivono attorno al mare hanno finito per giocare con le parole, staccandole dal loro significato concreto, attivo, funzionale, per farne strumento di retorica e di autocompiacimento. La parola-lavoro ha lasciato il posto alla parola-divertimento, e questa al bla-bla. Dopo aver svolto un ruolo distruttivo, ma razionalizzante, il discorso non si è assunto la responsabilità della ricostruzione. Si è innamorato di se stesso, ha cominciato a girare a vuoto, libero da ogni peso, volano della frivolezza e, a seguire, della stupidità. Fiumi di parole, deserti di senso: hanno vinto i sofisti, Socrate è stato sconfitto.

Tutto questo, secondo Franco, è constatabile non appena si valichino le Alpi. Al di là hai la sensazione che le parole rispecchino ancora una realtà attiva. Un uso parco del linguaggio ha il suo riscontro nella capacità di realizzare; certo, non è tutto oro, e vai a sapere quali ingiustizie e drammi e soperchierie stanno dietro i giardini di Berna e di Basilea. Ma almeno, i giardini ci sono (aperti al pubblico, gratuiti, ordinati, funzionali, ecc…). Lontani dal mare, protetti dalle sue esalazioni dal baluardo delle Alpi, in questo caso “ben vietate”, gli svizzeri coltivano testardamente il senso del bello, del pulito, e questa non è un’ossessione, ma una dimensione naturalmente, felicemente vissuta. È inutile, è stupido invocare tutti i “contro” che possono essere elencati, che indubbiamente ci sono: sta di fatto che si avverte un’atmosfera ben diversa da quella che quotidianamente viviamo, e che ci soffoca e ci stomaca.

 

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Scendere

di Paolo Repetto, 1997

Ho capito che salire il Tobbio stava diventando per me un rito quando ho cominciato ad amare la discesa. Lo confesso: ormai salgo al Tobbio soprattutto in funzione del piacere di tornare a valle. Scendo appagato, con la coscienza di chi ha compiuto il suo dovere e può vivere più serenamente quel che resta del giorno, o della settimana. Mi piace calarmi dalle nuvole, recuperare ai piedi l’asfalto, agli occhi ed alla mente gli orizzonti angusti della quotidianità. Mi piace perché scendo ogni volta dal Tobbio con una rinnovata carica di genuina intolleranza, di quella sana cattiveria che rimane l’unico antidoto per sopravvivere ai miasmi e ai tafani dell’imbecillità stagnante a fondo-valle.

 

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Ragionare

di Paolo Repetto, 1997

Stiamo scendendo per la direttissima. Sulla sinistra un sole malato cerca riposo dietro la Colma. La temperatura è già rigida, ma stranamente non ci buttiamo a rompicollo per il crinale, come di regola ci accade. In giornate come questa l’aura del Tobbio è veramente sacrale, non si lascia profanare dalla fretta e dagli impegni domestici. L’ascensione ha sortito il suo effetto purificante: ora siamo nel paradiso delle idee. Franco è ispirato: sostiene che il razionalismo greco è qualcosa di assolutamente originale nella sua laicità. Osservo che ciò è vero sino ad un certo punto, perché anche la civiltà cinese, col confucianesimo, presenta qualcosa di simile. Non sembra molto convinto (quando non è molto convinto, cioè sempre, Franco ciondola la testa: le rare volte in cui è d’accordo la drizza, e gli si illuminano gli occhi). E infatti: – eh, si, abbastanza simile, tuttavia …(ci siamo) non è la stessa cosa, perché il confucianesimo raccomanda il rispetto delle antiche credenze religiose, e la pratica devota, limitandosi a razionalizzare l’etica, mentre il razionalismo occidentale spazza via le prime e rifonda totalmente la seconda. E poi, gente, (tipico intercalare vallosiano) basta guardare ai risultati: il confucianesimo ha prodotto venticinque secoli di immobilismo politico, sociale, tecnologico, ecc. A prescindere dalla valutazione se ciò sia da considerarsi o meno negativo, la differenza degli esiti balza agli occhi. Non so cosa aggiunga ancora, perché quel termine, immobilismo, mi ha fatto scattare una scintilla.

Mentre scendo, rumino, e appena prendiamo fiato sul pianoro mezzano ho pronta la mia tesi. Dunque, la laicizzazione (razionalizzazione) greca è figlia della mobilità, dello spostamento. A ben considerare, infatti, questo fenomeno nasce (e di lì poi si diffonde) nell’area della colonizzazione ionica, quindi in una zona che trova la sua centralità non nella terra, ma nel mare: e il mare è nell’antichità luogo degli spostamenti per eccellenza. La rottura con la tradizione, o quantomeno la diminuzione del rispetto per essa, è decisamente legata alla colonizzazione. Spostandosi dai luoghi sacri per eccellenza, dalle dimore degli dei e dei lari, vien meno la sacralità annessa agli avvenimenti mitici: si agisce in aree e in atmosfere desacralizzate, a contatto magari con credenze altre, che mostrano la corda ad occhi nuovi e non condizionati. Per quanto si tenti di risacralizzare, vien meno la profondità nel tempo della tradizione. Questo atteggiamento viene mantenuto anche in occasione del ritorno in patria (non a caso i sofisti sono quasi tutti provenienti dalla Ionia, e sono considerati istigatori all’ateismo).

La storia si ripete, dopo due millenni, con la scoperta del nuovo mondo e la secolarizzazione che ne consegue (vedi la nascita del libertinismo, e comunque la spinta che la vicenda dà alla rivoluzione scientifica). Non è secondario poi il fatto che molti degli spostamenti di questo periodo siano indotti dalla volontà di sottrarsi ad una particolare tradizione religiosa. Infine, lo stesso fenomeno possiamo riscontrarlo con l’ebraismo, l’altra matrice della cultura europea. Gli ebrei, gli sradicati per eccellenza, finiscono per costituire l’elemento desacralizzante negli ultimi due secoli.

Siamo in fondo al sentiero, è quasi buio e spira un’arietta che non ha soggezione di magliette e camicie. Non c’è tempo per approfondire il discorso, è ora di tornare. Saliamo dunque in macchina, partiamo e facciamo a balzelloni, col motore gelato, i primi tornanti. Solo dopo qualche minuto, quando l’auto comincia a filare silenziosa e i vetri si disappannano, Franco tossicchia e ricomincia: tuttavia …

 

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Salire

di Paolo Repetto, 1997

Mi pongo questo problema. Il Tobbio, e la montagna in genere, la letteratura, e la cultura in genere, sono dunque solo dei compensativi, falsi scopi rispetto ad un’esistenza che si rivela man mano più vuota ed arida? Me lo pongo proprio mentre sto salendo al Tobbio, con calma, e discuto di letteratura con Franco. La risposta che mi dò è che probabilmente le cose stanno così.

Pur tuttavia, dice Franco … (Franco non dice mai “pur tuttavia”, ma è come lo dicesse sempre). Dopo un altro paio di tornanti conveniamo che un senso tutto questo ce l’ha comunque, perché consente di trascorrere il tempo, riempiendolo bene o male, anziché lasciarlo passare, subendolo (patior). Trans-currere, correre attraverso, usato come transitivo, implica che mentre scalo, cammino, leggo, sono io ad agire, magari per interposta persona, o per spazi evocati: è un ex-sistere, sottrarsi all’immobilità omologante dell’essere, e non un ad-sistere, e meno ancora un recitare nello spettacolo. Non sono dunque tutti assimilabili i comportamenti dell’uomo: perché alcuni, quelli “attivi”, producono una consapevolezza (o ne sono frutto, il che è lo stesso) che si traduce in buona disposizione sociale, comprensione, ecc: gli altri producono solo antagonismo e asocialità.

 

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Dalla vetta

di Paolo Repetto, 1997

A chi gli chiedeva perché si ostinasse a voler salire l’Everest, George Mallory rispondeva: perché è lì. Fatte le debite proporzioni, la risposta di Mallory spiega perfettamente il rapporto che un sacco di persone, me compreso, hanno col Tobbio. Ti vien voglia di salire sul Tobbio perché è lì, incontestabilmente. Non puoi fare a meno di vederlo, ovunque tu sia nel raggio di una cinquantina di chilometri. Ogni volta che torni verso casa è la prima sagoma che scorgi, inconfondibile. Sai di essere sulla strada giusta. Lo rivedi e ti chiedi: chissà come sarà, lassù. Ti viene voglia di salirci, lassù, di andare a vedere com’è. E se anche ci sei stato la settimana prima, o due giorni prima, ti vien voglia lo stesso, perché sai che domani sarà diverso, sarà diverso il tempo, sarai diverso tu, saranno altri quelli che incontrerai in cima o lungo il sentiero. Tutto qui. Non ho mai trovato una pepita d’oro tra le rocce del Tobbio, né il colpo di fulmine nel rifugio, e neppure sono stato illuminato sulla direttissima. Ho trovato quello che ci portavo, entusiasmo qualche volta, rabbia qualche altra, speranze, delusioni. Non le ho scaricate lì, da buon ecologista, ma stranamente nella discesa ero più leggero. Sapevo di aver fatto la cosa giusta, una volta tanto.

La sacralità di una montagna non è proporzionale alle sue dimensioni, alla sua altitudine o alla sua inaccessibilità, ma piuttosto al significato che essa riveste per le popolazioni che vivono alla sua ombra o nel raggio della sua visibilità, o per gli individui che la salgono. In questo senso, sempre avendo chiare le proporzioni, e con un po’ di ironia, la sacralità del Tobbio non ha nulla da invidiare a quella del Kailas o del Meru. Il difetto di esotismo è pienamente compensato dalla paterna confidenza, mista al senso di rispetto, che spira dai suoi costoni. Il Tobbio è diverso, è speciale, e la sua diversità è avvertita da sempre, tanto da aver rivestito di un’aura di leggenda una vetta accessibile e modesta.

L’eccezionalità del Tobbio è legata ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E il suo stagliarsi nitido, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

La riconoscibilità è la prima caratteristica del Tobbio, forse la principale, ma non è l’unica. Ribaltando il punto di osservazione, trasferendolo a fianco della chiesetta sommitale, si gode di un panorama a trecentosessanta gradi che bordeggia il mar Ligure, in certe giornate eccezionali partendo dalla Corsica, sale lungo la cresta delle Marittime, incrocia il Monviso, si allarga al Bianco e al Rosa, e si stempera nelle Retiche, fino al Bernina. Un vero ombelico del mondo, o almeno di questa piccola fetta. Per un fortunato gioco di cortine naturali non si scorgono di lassù le cicatrici e le croste lasciate dall’uomo sulla pelle della terra, cave, autostrade, discariche, gallerie, e anche il peso della sua stupidità appare per un momento ridimensionato. Realizzi che il Tobbio è lì da prima che la nostra specie potesse scorgerlo, e ci sarà ancora quando non potrà più farlo.

Ma soprattutto ti sorprendi a pensare che altri, un paio d’ore o un paio di secoli prima, hanno visto ciò che tu stai vedendo, e senz’altro hanno provata la stessa emozione, perché diversamente non si sarebbero presa la briga di salire. Ed è questo, probabilmente, che ti fa scendere più leggero.

 

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Percorsi bibliografici n. 7

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Come di consueto proponiamo ai lettori le nostre indicazioni di lettura, che non sono né esaustive degli argomenti trattati né, in qualche caso, ad essi attinenti. Abbiamo già chiarito nei numeri precedenti che intendiamo soltanto far circolare le particolari suggestioni, le scoperte e le riscoperte che hanno reso interessanti e piacevoli i percorsi tracciati nella rivista (ma anche quelli che in essa non appaiono).

Berlin, I. – Il legno storto dell’umanità – Adelphi 1994
Chiodi, P. – Banditi – Einaudi 1962
Bianco, L. – Guerra partigiana – Einaudi 1973
Bolis, L. – Il mio granello di sabbia – Einaudi 1973
Revelli, N. – Il mondo dei vinti – Einaudi 1977
Chatwin, B. – Che ci faccio qui? – Adelphi 1990
Brilli, A. – Il viaggiatore immaginario – Il Mulino 1997
Chatwin, B. – Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi 1997
Leed, E. – La mente del viaggiatore – Il Mulino 1992
Leed, E. – Per mare e per terra – Il Mulino 1997
Turri, E. – Gli uomini delle tende – Comunità 1971
Cabet, E. – Il viaggio in Icaria – Guida 1984
Guadalupi, G. – Manguel, A. – Manuale dei luoghi fantastici – Rizzoli 1982
Virilio, P. – L’orizzonte negativo – Costa & Nolan 1986
Cajanov, A.V. – Viaggio di mio fratello Alexei nel paese dell’utopia contadina – Einaudi 1979
Butler, S. – Erewhon – Mondadori 1974
Buber, M. – Sentieri in Utopia – Comunità 1967
Nooterboom, C. – Verso Santiago – Feltrinelli 1995
Michaux, H. – Altrove – Rizzoli 1966
Moorehad, A. – Il Nilo Bianco – Garzanti 1971
Tucci, G. – La via dello Swat – Newton Compton 1978
Heine, H. – Impressioni di viaggio – De Agostini 1981
Hansen, T. – Arabia Felix – Iperborea 1992
Byron, R. – La via per l’Oxiana – Adelphi 1995
Sinibaldi, M. – Pulp – Donzelli 1997
Galaverni, R. – Nuovi poeti italiani – Guaraldi 1997
Fiumi, C. – Storie esemplari di piccoli eroi – Feltrinelli 1996
Soriano, O. – Pensare con i piedi – Einaudi 1997
Enzensberger, H.M. – Palaver – Einaudi 1976
Jesi, F. – Il linguaggio delle pietre – Rizzoli 1978
Barilli, R. – L’arte contemporanea – Feltrinelli 1984
Debord, G. – La società dello spettacolo – S.I.E. 1970
Salomè, L. A. – Riflessioni sull’amore – Ed. Riuniti 1997

 

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La poesia di Antonella Anedda

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Uno sguardo invernale è, organicamente, temperamento e memoria nella poesia di Antonella Anedda, una poesia asciugata da una parola essenziale e nitida, da una scrittura portatrice della propria ombra e di una grazia non leziosa. Pur nella sofferenza dello sguardo che si posa su ciò che è in procinto di congedarsi, di estenuarsi, di resistere, di essere escluso, c’è un pudore che rifiuta compiacimenti, disarmate amarezze e sentimentalismi, quasi si trattasse di un dolore anonimo. D’altra parte in questa poesia la condizione storica del poeta (“In nessun luogo c’è bisogno di noi/…/Nessun tempo ha bisogno di noi”) è quella dell’errante, dell’esiliato, del marginale (“Di lato c’era come un recinto/e lì duravano le cose”).

La forza della poesia di Anedda è sommessa, è nel cogliere gli oggetti oltre il confine, dopo la soglia; il suo realismo conferisce valore alle “cose” non nella quotidianità, ma nella loro quotidiana eternità: a testimonianza che la storia e il tempo sono i temi fondamentali della sua poesia.

Pur nella novità di questa scrittura – soprattutto nei confronti della poesia contemporanea – non è difficile cogliere tratti comuni con la tradizione poetica: da Rimbaud alla Achmatova, da D’Annunzio a Gatto e, più d’ogni altro, alla Cvetaeva, per il riconoscimento del presente e dell’esperienza del mondo come dato drammatico, per il comune procedere deciso ma sospeso, in attesa, forse, della caduta.

 

Antonella Anedda, collaboratrice de “il Manifesto”, “Micromega” e “Poesia”, ha pubblicato la raccolta poetica “Residenze invernali” (Crocetti) e la raccolta di saggi e racconti “Cosa sono gli anni” (Fazi).

1991

In nessun luogo c’è bisogno di noi
tra un mese l’anno
avrà una cifra baltica, bianca
millenovecentonovantuno
dove il mille indietreggia
fino a secoli-steppe
e l’uno, cavo,
tintinna

Nessuno ci ha chiamato
erano voci d’orto, fischi
per scacciare gli uccelli
la poca pioggia che cola
dai tubi della casa
deserta
come carta.
Ci sono solo i fiati
e il bacile appannato
e le noci che dicono
autunno moltiplicato sopra tavoli
pietre su posti vuoti.

In nessun tempo c’è bisogno di noi
Le notti verticali
e il viale dei tigli, la lepre
trasparente nel cespuglio
la schiena-ombra di chi allora sostava
ora soffiano stanchi
sulla tempia del secolo.

C’è un cibo serale, lampi
sulle foto scoscese
e noi beviamo tra le forchette brune
per la lenta paura che s’incide
sul gomito che alza una ghirlanda.
Nessun tempo ha bisogno di noi
nessuno dice
il numero dei colpi
l’esatta cifra dell’erba
né come l’aria
sferzandoci
ci farà dura pelle
scoiattoli

Lo slittare di foglie
la lontananza delle costellazioni
Non ho parole cupe
non cupe abbastanza
Il pino s’infossa nella notte
a fatica decifro la memoria.
Di lato c’era come un recinto
e lì duravano le cose.

 

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Fight gravity

Combatti la gravità che ti porta a fare ciò che non vorresti

di Guido Pizzorno, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Che strane rocce sono queste. Montagne senza vetta; facce di pietra dagli enormi occhi incavati, le guance rigate da profonde rughe e lacrime millenarie. Emergono misteriose dalle colline verdi che sanno di mare. Perché mi attraggono e, insieme, mi ripugnano? Mi ritrovo a cercarle, nel fitto intrico di rami e sentieri, chino sotto lo zaino, che spesso si incastra e mi trattiene. Poi, all’improvviso, enormi, le posso toccare, ruvide e fredde, ancora umide della notte d’inverno.

La cintura, il nodo, l’attrezzatura. Soffio un po’ di calore nelle scarpette troppo strette, perché siano più gentili; ne pulisco accuratamente la suola.

Salgo, con il terrore tra le dita contratte, il cuore impazzito in gola. Mi affaccio alla luce, oltre la linea degli alberi, dove il sole incendia la roccia e il cielo è più vicino. Attimi lunghissimi tra gli anelli luccicanti, lasciando dietro di me una sottile bava colorata, unico legame con la normalità, unica concessione della follia.

Non così! Non di lì! Le mani cercano invano una salvezza; lo sforzo inutile per rimanere incollato; il sangue arrossa la pelle bianca di magnesio: E il volo, quando tutto si sospende e si allontana, sino alla frenata e all’urto giù in basso. Sono ancora qui, ad aspettare che tutto si calmi, che il respiro ritorni regolare, che i muscoli si rilassino, che le urla si plachino. Poi salgo, salgo, cado e risalgo. Arrampico perché voglio essere libero, perché voglio essere forte, perché voglio essere bello, perché non voglio avere paura. E voglio salire più in alto.

Piano piano gli appigli si fanno più piccoli, gli appoggi solo ombre sulla roccia. Metro dopo metro, giorno dopo giorno, divento più forte, più bello, più libero e salgo anche dove la pioggia non bagna più. Mi muovo come la rana, che cerca lo slancio raccogliendosi, mi muovo come la lucertola, che inarca la schiena potente, poi calo furtivo appeso alla mia tela di ragno.

Ci aggiriamo per cenge e risalti, orgogliosi del tintinnare dei ferri, i Nuovi Guerrieri di Andea e Giovannino; seguiamo linee dai nomi curiosi; poi ci stendiamo, con le dita tramortite, a godere del sole tiepido del Silenzio, mentre i reni filtrano la fatica e la mente si libera della paura. Non ci basta mai, cari, pazzi, inquieti amici miei, che tenete la mia vita tra le mani callose e mi accompagnate verso sera alternando risate, birra e farinata, non ci basta mai.

E allora partiamo ad ogni Nuovo Mattino su macchine strapiene, in furgoni esausti e cigolanti, alla ricerca di nuovi spazi, di nuove emozioni, di altri enormi giocattoli di pietra da addomesticare. Esploriamo la Valle, visitiamo il Caporale e il sergente dell’Orco; ci spingiamo sino all’Arco sul Lago, ai bianchi Calanchi e alle pareti sul Fiume Verde. Sempre alla ricerca, e sempre in fuga, incontriamo altri vagabondi che, come noi, hanno le unghie rotte e gli avambracci dolenti, e che vivono le nostre stesse vite in una lingua diversa.

Così, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Anche perché, come ha detto Wolgang, se un giorno salissimo la Via, che cosa ci resterebbe ancora da fare?

 

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Parchi e parcheggi

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

In principio era un’idea. Un’idea semplice e meravigliosa. Quella di consegnare intatto alle generazioni venture un lembo di terra dell’Oltregiogo, l’area Tobbio-Capanne di Marcarolo, un angolino non ancora insozzato da fumi, liquami e scorie del grande boom.

I presupposti, attorno alla metà degli anni settanta, c’erano tutti. C’erano ancora monti e valli, boschi e torrenti miracolosamente scampati allo scempio ambientale dei due decenni precedenti. C’era la crisi economica, l’inevitabile ristagno che fa seguito ad una crescita barbara e disordinata; e si manifestavano di riflesso da un lato i primi vagiti di una diversa sensibilità ecologica, dall’altro una più generale tendenza del sistema a ripensare le strategie economiche, a contabilizzare anche i costi della “modernizzazione”, e non solo i ricavi. C’era infine, da pochissimo istituito, un nuovo organismo amministrativo decentrato, la regione, dal quale era lecito attendersi un minimo di pianificazione del territorio.

L’idea pareva dunque tutt’altro che peregrina, e prossima anzi ad incarnarsi sotto le spoglie istituzionali più confacenti, quelle di un Parco. Ma “quando una grande idea si scontra con un grande esercito, deve sperare in lunghe gambe per fuggire” (Stanislaw Lec). Nel nostro caso l’esercito nemico era temibile davvero, agguerrito e composito. Schierava interessi grandi (da tempo era stato individuato nella zona un possibile sbocco retroportuale – leggi pattumiera – di Genova, attraverso il fantomatico “terzo valico”; o, in alternativa, un decentramento residenziale – leggi dormitorio – con tanto di bretella autostradale e ferroviaria) e medi (era già avviata la costruzione di villaggi estivi simil-Eden, con sbarra all’ingresso e cinta e tutto il resto): ma soprattutto poteva sfruttare la forza d’urto dei piccoli egoismi, quello miope dei residenti, quello ipocrita degli amministratori e quello protervo dei cacciatori.

Non appena, alla fine degli anni settanta, l’amministrazione regionale annunciò di aver localizzato circa dodicimila ettari (per metà di proprietà regionale) da destinarsi a parco naturale, ebbero inizio le ostilità. La resistenza antiparco venne condotta senza esclusione di colpi e di mezzi: dalla disinformazione sistematica (non si potrà più tagliare la legna, ristrutturare gli edifici, raccogliere i funghi, ecc…) alla diffusione di leggende demenziali (ripopolamenti di vipere paracadutiste, importazione di lupi dall’artico, ecc…), dall’ostruzionismo pianificato e conclamato (dieci anni di discussioni, incontri e scontri tra gli amministratori dei comuni interessati, senza produrre una riga di piano o di regolamento) a quello sotterraneo e clientelare, fatto di deroghe e patteggiamenti e ridefinizione dei confini. E intanto, ad ogni estate tornavano a levarsi minacciosi i segnali di fumo degli incendi, appiccati con regolare criminalità dai nobili “difensori” della propria terra.

A fronte di questa formidabile coalizione e di una strategia così articolata l’Idea poteva opporre, in realtà, ben pochi e spesso malfidati paladini. Un’amministrazione regionale paralizzata da vicissitudini giudiziarie e alternanze politiche, sempre più inerte, ricattabile e lontana, incapace sia di prospettare ai residenti un minimo di ricaduta economica (se non quella prettamente assistenziale), sia di mettere fine alla pantomima degli enti locali (comuni, comunità montana): una militanza ecologica altrettanto integralista e intollerante di quella venatoria, sovente appannaggio di neo-convertiti che non distinguevano una quercia da un palo del telefono, e comunque quasi totalmente “di importazione”: una fazione proparco, minoritaria ma esistente anche tra gli amministratori locali e i residenti, inquinata da presenze motivate più dall’aspettativa di future cariche, prebende e sovvenzioni che da un qualsivoglia interesse per il destino del territorio. Infine uno sparuto gruppo di veri credenti, animati dalle migliori intenzioni ma ben poco presenti nelle istituzioni e nei ruoli decisionali, per scelta o per esclusione, e pertanto impossibilitati o non disposti a calamitare consensi con la pratica nazionale dello scambio.

Con queste forze in campo la ritirata dell’Idea era inevitabile. E infatti, tra l’80 e il ‘90, sotto la pioggia degli attacchi il parco si ritira, proprio come un panno bagnato. I dodicimila ettari diventano meno di ottomila, e coprono ormai in pratica soltanto il territorio di proprietà regionale. Gli enti locali non trovano un accordo, se non sulla linea del boicottaggio, non avanzano proposte plausibili sul regolamento, non nominano i loro rappresentanti per i futuri organismi di gestione. Per sbloccare l’impasse la regione è costretta a procedere d’imperio. All’inizio degli anni ‘90 vengono definiti confini, regolamenti, ruoli e modalità amministrative. Viene reclutato un primo nucleo di addetti, con molta parsimonia, tanto che allo stato attuale la vigilanza su tutto il territorio è affidata a tre guardie, e la direzione tecnica è rimasta praticamente vacante. Viene anche effettuata la palinatura dei confini, contro la quale partono subito le azioni dei commandos venatori. E intanto i boschi continuano a bruciare, e i piani e le strutture e la valorizzazione rimangono lettera morta.

Comincia ad esistere solo il parco virtuale, quello raccontato negli articoli delle riviste specializzate di grande impatto (Oasis, ecc…) o nei programmi a carattere turistico-ambientalista della televisione. Con l’ovvia conseguenza che cominciano ad affluire i visitatori, e non trovano né aree di parcheggio né strutture d’accoglienza, e neppure deterrenti efficaci alla maleducazione. Orde di vandali si riversano durante la stagione estiva lungo i torrenti e nei boschi, accendono fuochi, improvvisano bivacchi, lasciano alle loro spalle cumuli di immondizia. Ad arginarli, oltre le tre disperatissime guardie, solo le buone intenzioni degli ecologisti volontari, che spesso però si traducono in atteggiamenti ed in interventi poco opportuni. Dei residenti, invece, di chi abita entro i confini del parco o nei suoi pressi, nemmeno l’ombra. I secondi sembrano non essersi ancora accorti della sua esistenza, ai primi interessa solo mungere qualche sovvenzione, possibilmente per recintare boschi e prati e tenere lontani gli indesiderati “cittadini”. Lo spettacolo più indecente è offerto comunque dagli amministratori locali. Una volta costretti a prendere atto dell’esistenza, sia pure precaria, del parco, si scatenano infatti in una girandola di compromessi, rivalità, beghe di campanile, miranti solo ad assicurare all’un comune piuttosto che all’altro la sede, il controllo, i finanziamenti della CEE, ecc… Occorrono anni prima di arrivare alla nomina da parte degli enti locali di tutti i componenti del consiglio di gestione: anni persi a dosare le presenze politiche, anche quelle più obsolete, e a combinare alchimie capaci di accontentare (e scontentare) tutti. E altri anni sono necessari per trovare una risicatissima maggioranza, che consenta la costituzione di una giunta: e poi rimpasti, traballamenti, inversioni di fronte, una sceneggiata che dura tuttora e che, a otto anni dall’istituzione del parco, non ha prodotto un minimo di continuità amministrativa, un piano di valorizzazione, un progetto per ovviare alle carenze strutturali. Nulla, se non contentini distribuiti qua e là, a quel residente o a quella frazione; o spartizioni dei finanziamenti eseguite secondo logiche e parametri condominiali.

Questa la situazione a tutt’oggi. E l’Idea? L’Idea, poveraccia, ha dovuto constatare per l’ennesima volta qual è il suo destino. Non appena un’idea mette i piedi per terra viene risucchiata dalle sabbie mobili della meschinità e dell’idiozia. Diventa scudo per le ambizioni e gli egoismi dei peggiori, spesso di chi sino ad un attimo prima le aveva sparato addosso.

Non era certo necessaria la vicenda del parco delle Capanne per capirlo: tutta la storia umana segue questo schema. Ma la storia insegna anche un’altra cosa: che gli uomini passano, e le idee resistono. Forse c’è qualche speranza anche per la nostra. Qualcuno ha cominciato a capire che il parco può produrre delle alternative economiche e consentire al tempo stesso delle scelte sulla qualità della vita: e che la conoscenza, la valorizzazione e la difesa di questo territorio non possono essere demandate né alle istituzioni né al volontariato domenicale, lodevolissimo, per carità, dei militanti ecologici, né possono tradursi in una imbalsamazione museale del patrimonio naturalistico e storico, ma devono radicarsi invece in un rapporto quotidiano di necessità e di sopravvivenza, di simbiosi accrescitiva e di scambio tra uomo e ambiente. L’Idea a questo punto la sua parte l’ha fatta: sta a noi farla atterrare su un terreno più solido e pulito.

 

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