Fight gravity

Combatti la gravità che ti porta a fare ciò che non vorresti

di Guido Pizzorno, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Che strane rocce sono queste. Montagne senza vetta; facce di pietra dagli enormi occhi incavati, le guance rigate da profonde rughe e lacrime millenarie. Emergono misteriose dalle colline verdi che sanno di mare. Perché mi attraggono e, insieme, mi ripugnano? Mi ritrovo a cercarle, nel fitto intrico di rami e sentieri, chino sotto lo zaino, che spesso si incastra e mi trattiene. Poi, all’improvviso, enormi, le posso toccare, ruvide e fredde, ancora umide della notte d’inverno.

La cintura, il nodo, l’attrezzatura. Soffio un po’ di calore nelle scarpette troppo strette, perché siano più gentili; ne pulisco accuratamente la suola.

Salgo, con il terrore tra le dita contratte, il cuore impazzito in gola. Mi affaccio alla luce, oltre la linea degli alberi, dove il sole incendia la roccia e il cielo è più vicino. Attimi lunghissimi tra gli anelli luccicanti, lasciando dietro di me una sottile bava colorata, unico legame con la normalità, unica concessione della follia.

Non così! Non di lì! Le mani cercano invano una salvezza; lo sforzo inutile per rimanere incollato; il sangue arrossa la pelle bianca di magnesio: E il volo, quando tutto si sospende e si allontana, sino alla frenata e all’urto giù in basso. Sono ancora qui, ad aspettare che tutto si calmi, che il respiro ritorni regolare, che i muscoli si rilassino, che le urla si plachino. Poi salgo, salgo, cado e risalgo. Arrampico perché voglio essere libero, perché voglio essere forte, perché voglio essere bello, perché non voglio avere paura. E voglio salire più in alto.

Piano piano gli appigli si fanno più piccoli, gli appoggi solo ombre sulla roccia. Metro dopo metro, giorno dopo giorno, divento più forte, più bello, più libero e salgo anche dove la pioggia non bagna più. Mi muovo come la rana, che cerca lo slancio raccogliendosi, mi muovo come la lucertola, che inarca la schiena potente, poi calo furtivo appeso alla mia tela di ragno.

Ci aggiriamo per cenge e risalti, orgogliosi del tintinnare dei ferri, i Nuovi Guerrieri di Andea e Giovannino; seguiamo linee dai nomi curiosi; poi ci stendiamo, con le dita tramortite, a godere del sole tiepido del Silenzio, mentre i reni filtrano la fatica e la mente si libera della paura. Non ci basta mai, cari, pazzi, inquieti amici miei, che tenete la mia vita tra le mani callose e mi accompagnate verso sera alternando risate, birra e farinata, non ci basta mai.

E allora partiamo ad ogni Nuovo Mattino su macchine strapiene, in furgoni esausti e cigolanti, alla ricerca di nuovi spazi, di nuove emozioni, di altri enormi giocattoli di pietra da addomesticare. Esploriamo la Valle, visitiamo il Caporale e il sergente dell’Orco; ci spingiamo sino all’Arco sul Lago, ai bianchi Calanchi e alle pareti sul Fiume Verde. Sempre alla ricerca, e sempre in fuga, incontriamo altri vagabondi che, come noi, hanno le unghie rotte e gli avambracci dolenti, e che vivono le nostre stesse vite in una lingua diversa.

Così, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Anche perché, come ha detto Wolgang, se un giorno salissimo la Via, che cosa ci resterebbe ancora da fare?

 

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