Dalla vetta

di Paolo Repetto, 1997

A chi gli chiedeva perché si ostinasse a voler salire l’Everest, George Mallory rispondeva: perché è lì. Fatte le debite proporzioni, la risposta di Mallory spiega perfettamente il rapporto che un sacco di persone, me compreso, hanno col Tobbio. Ti vien voglia di salire sul Tobbio perché è lì, incontestabilmente. Non puoi fare a meno di vederlo, ovunque tu sia nel raggio di una cinquantina di chilometri. Ogni volta che torni verso casa è la prima sagoma che scorgi, inconfondibile. Sai di essere sulla strada giusta. Lo rivedi e ti chiedi: chissà come sarà, lassù. Ti viene voglia di salirci, lassù, di andare a vedere com’è. E se anche ci sei stato la settimana prima, o due giorni prima, ti vien voglia lo stesso, perché sai che domani sarà diverso, sarà diverso il tempo, sarai diverso tu, saranno altri quelli che incontrerai in cima o lungo il sentiero. Tutto qui. Non ho mai trovato una pepita d’oro tra le rocce del Tobbio, né il colpo di fulmine nel rifugio, e neppure sono stato illuminato sulla direttissima. Ho trovato quello che ci portavo, entusiasmo qualche volta, rabbia qualche altra, speranze, delusioni. Non le ho scaricate lì, da buon ecologista, ma stranamente nella discesa ero più leggero. Sapevo di aver fatto la cosa giusta, una volta tanto.

La sacralità di una montagna non è proporzionale alle sue dimensioni, alla sua altitudine o alla sua inaccessibilità, ma piuttosto al significato che essa riveste per le popolazioni che vivono alla sua ombra o nel raggio della sua visibilità, o per gli individui che la salgono. In questo senso, sempre avendo chiare le proporzioni, e con un po’ di ironia, la sacralità del Tobbio non ha nulla da invidiare a quella del Kailas o del Meru. Il difetto di esotismo è pienamente compensato dalla paterna confidenza, mista al senso di rispetto, che spira dai suoi costoni. Il Tobbio è diverso, è speciale, e la sua diversità è avvertita da sempre, tanto da aver rivestito di un’aura di leggenda una vetta accessibile e modesta.

L’eccezionalità del Tobbio è legata ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E il suo stagliarsi nitido, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

La riconoscibilità è la prima caratteristica del Tobbio, forse la principale, ma non è l’unica. Ribaltando il punto di osservazione, trasferendolo a fianco della chiesetta sommitale, si gode di un panorama a trecentosessanta gradi che bordeggia il mar Ligure, in certe giornate eccezionali partendo dalla Corsica, sale lungo la cresta delle Marittime, incrocia il Monviso, si allarga al Bianco e al Rosa, e si stempera nelle Retiche, fino al Bernina. Un vero ombelico del mondo, o almeno di questa piccola fetta. Per un fortunato gioco di cortine naturali non si scorgono di lassù le cicatrici e le croste lasciate dall’uomo sulla pelle della terra, cave, autostrade, discariche, gallerie, e anche il peso della sua stupidità appare per un momento ridimensionato. Realizzi che il Tobbio è lì da prima che la nostra specie potesse scorgerlo, e ci sarà ancora quando non potrà più farlo.

Ma soprattutto ti sorprendi a pensare che altri, un paio d’ore o un paio di secoli prima, hanno visto ciò che tu stai vedendo, e senz’altro hanno provata la stessa emozione, perché diversamente non si sarebbero presa la briga di salire. Ed è questo, probabilmente, che ti fa scendere più leggero.

 

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