Svizzera

di Paolo Repetto, 1997

Siamo seduti sotto il pergolato. Franco è reduce da un giro per la Svizzera, e ne porta evidenti i segni. Esordisce partendo dall’unica cosa che la Svizzera non ha: il mare. Per Franco quello stesso mare che è stato lievito della civiltà occidentale (il Mediterraneo) sembra ora risucchiarla. Un mare morto che esala miasmi di putrescenza, impesta le terre che lo circondano, contamina gli uomini e il loro pensiero. Mi viene in mente l’immagine di un buco nero, che divora la materia circostante. In effetti, vien da pensare ad una implosione, che succede all’esplosione di cinquemila anni fa. Ma cosa accade, in definitiva, attorno a questo mare? Per Franco il problema sta nell’abuso della parola. La parola ha costituito il seme della civiltà, il suo abuso ne determina l’inaridimento e il crollo. I popoli che vivono attorno al mare hanno finito per giocare con le parole, staccandole dal loro significato concreto, attivo, funzionale, per farne strumento di retorica e di autocompiacimento. La parola-lavoro ha lasciato il posto alla parola-divertimento, e questa al bla-bla. Dopo aver svolto un ruolo distruttivo, ma razionalizzante, il discorso non si è assunto la responsabilità della ricostruzione. Si è innamorato di se stesso, ha cominciato a girare a vuoto, libero da ogni peso, volano della frivolezza e, a seguire, della stupidità. Fiumi di parole, deserti di senso: hanno vinto i sofisti, Socrate è stato sconfitto.

Tutto questo, secondo Franco, è constatabile non appena si valichino le Alpi. Al di là hai la sensazione che le parole rispecchino ancora una realtà attiva. Un uso parco del linguaggio ha il suo riscontro nella capacità di realizzare; certo, non è tutto oro, e vai a sapere quali ingiustizie e drammi e soperchierie stanno dietro i giardini di Berna e di Basilea. Ma almeno, i giardini ci sono (aperti al pubblico, gratuiti, ordinati, funzionali, ecc…). Lontani dal mare, protetti dalle sue esalazioni dal baluardo delle Alpi, in questo caso “ben vietate”, gli svizzeri coltivano testardamente il senso del bello, del pulito, e questa non è un’ossessione, ma una dimensione naturalmente, felicemente vissuta. È inutile, è stupido invocare tutti i “contro” che possono essere elencati, che indubbiamente ci sono: sta di fatto che si avverte un’atmosfera ben diversa da quella che quotidianamente viviamo, e che ci soffoca e ci stomaca.

 

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