Se il sogno muore …

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

… che ne è del sognatore? Dipende. Dipende dalla natura del sogno, e da quanto il sognatore vi aveva investito. Dipende naturalmente anche dal carattere di quest’ultimo. Si può decidere di rinunciare, di dormire una vita senza sogni, e di rifugiarsi nella tele-ipnosi di gruppo. È la fine che fanno i più, appena la vita li risveglia. Oppure ci si può ostinare a chiudere gli occhi, saltando sulla giostra delle mode stagionali e cavalcando al giro destrieri di legno, senza mai staccarsi da terra. È quanto capita ad un sacco di gente, capace di passare disinvoltamente dalla rivoluzione comunista alla mistica indiana, dal terzomondismo all’integralismo ecologista, dall’impegno all’arrampicata sociale. Ma in questo caso non è nemmeno lecito parlare di sogno, siamo alla più desolante delle parodie.

La terza possibilità è quella di resistere, di attendere l’alba senza dimenticare nulla delle emozioni, delle sensazioni indotte dal sogno, e aspirare a farle rivivere, in qualche modo, anche alla luce del giorno. Di essere lucidamente consapevoli, ma non rassegnati, e di comportarsi di conseguenza. È quanto cerchiamo di fare, anche con questa rivista.

Ma proviamo a invertire i termini della domanda. Se il sognatore muore, se si arrende, che fine fa il sogno? Una gran brutta fine. Nella migliore delle ipotesi muore anch’esso, e amen. Ma può andare peggio. Il sogno può essere trafugato, sterilizzato, riprodotto in serie e venduto sotto plastica nel supermarket della banalizzazione.

A questo destino sembra non sottrarsi nulla, nemmeno uno dei temi a noi più cari. La clonazione industriale d’ogni fantasia e d’ogni speranza non poteva risparmiare ciò che del sogno è lievito e quintessenza: l’evasione, la fuga e, per estensione, il viaggio. Non ci riferiamo, naturalmente, all’accezione turistica o sportiva dello spostamento, quella già commercializzata da una miriade di depliant in forma di riviste, ma al viaggio come scelta d’autocoscienza e di libertà. Sull’onda del successo editoriale di Chatwin si sono moltiplicate le collane di “traveller’s books”, sono stati pubblicati i diari di viaggiatori o viaggiatrici di ogni epoca, e del viaggio è stata sviscerata ogni implicazione sociale, letteraria o psicologica. Thiesiger, Robert Byron, Theroux, non occupano altrettanto spazio di Ronaldo, ma sono ormai di casa nelle ex terze pagine dei quotidiani, e si alternano agli excursus sulla letteratura del Grand Tour. La stessa immagine adottata dai “Viandanti delle Nebbie” a simbolo del gruppo, il viandante di Friedrich, è decisamente inflazionata, illustra più o meno a sproposito ogni articolo sul tema. Una colata di erudizione nomadica o dromoscopica viene eruttata da bradipi che non saprebbero orientarsi nel giardino dietro casa, e discettano con nostalgia del buon viaggio andato, di quando si camminava a piedi o a cavallo, e l’Italia era bella di selve e di rovine, e nel deserto non si andava con la jeep. E sottintendono, ma neanche troppo, il consiglio per gli acquisti: sulle orme di Goethe (per i più sedentari), in viaggio per l’Oxiana o nello Yemen (per i cacciatori di emozioni), nel Tibet segreto (solo per mistici e cardionormi). Ci sono ormai programmi per tutte le tasche e con tutte le combinazioni.

Ce ne sarebbe a sufficienza per chiudersi in casa a veleggiare, come faceva l’Ariosto, sulle carte e sugli atlanti, e tacere. Ma questo non significa resistere. Resistere significa contrastare metro per metro, riga per riga, l’usurpazione delle idee, l’occupazione pubblicitaria del linguaggio. Per questo continueremo, su Sottotiro o altrove, a scrivere di viaggi e sogni e utopie: perché con le stesse parole si possono dire cose assolutamente diverse.

 

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