Il catalogo è questo!

Il catalogo è aggiornato al 31/12/2025, in formato excel o pdf.

di Fabrizio Rinaldi, 13 settembre 2020

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventù io ho viaggiato;
ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi […].
JORGE LUIS BORGES, Finzioni, Einaudi 1992

Ogni‌ tanto‌ è‌ doveroso‌ fare‌ ordine.‌ Capita‌ con‌ le‌ bollette‌ e‌ con‌ le‌ cianfrusaglie‌ di‌ casa,‌ ma‌ anche‌ con‌ le‌ aspirazioni‌ e‌ le‌ scelte‌ (e‌ qui‌ però è‌ più‌ dura,‌ perché‌ queste‌ in‌ realtà‌ non‌ trovano‌ mai‌ il‌ posto‌ giusto‌ nei cassetti ‌della‌ ‌vita).‌
Anche i‌ Viandanti‌ ‌delle‌ ‌Nebbie‌ di tanto in tanto ‌sentono‌ ‌la‌ ‌necessità‌ ‌di‌ ‌organizzare‌ ‌il‌ ‌‌materiale‌ ‌prodotto‌ ‌in‌ tutti questi ‌anni‌:‌ ‌cataloghi‌ ‌di‌ ‌mostre,‌ ‌libretti,‌ biografie, ‌pensieri‌ ‌sparsi,‌ ‌estratti‌ ‌da‌ ‌convegni,‌ ‌riflessioni estemporanee,‌ ‌idee‌ ‌bislacche,‌ ‌consigli‌ ‌di‌ ‌lettura,‌ ‌riviste‌ ‌vive,‌ ‌morte‌ ‌o‌ ‌abortite,‌ ‌ecc‌ ‌…‌
Tempo fa era stato fatto un‌ ‌primo‌ ‌passo,‌ ‌fondamentale,‌ con ‌la‌ ‌creazione‌ ‌del‌ ‌sito,‌ ‌nell’intento‌ ‌di‌ ‌fare‌ ‌un‌ ‌salto‌ ‌di‌ ‌qualità‌ ‌(e soprattutto di ‌quantità)‌ ‌e‌ ‌di‌ ‌rendere‌ ‌fruibili questi materiali a qualche ipotetico lettore in più, anche a costo di sacrificare un po’ dell’iniziale “purezza” cartacea.
Si era in quella occasione adottata‌‌ ‌la‌ ‌suddivisione‌ ‌in‌ ‌Quaderni‌ ‌e‌ ‌in‌ ‌Album‌, trasferendo pari pari sul web quella che era l’impostazione editoriale precedente: che aveva senz’altro una sua dignità, nel senso che si presentava bene, ma che alla lunga si sta rivelando poco pratica per la consultazione, soprattutto per chi intenda cercare ‌nei‌ ‌testi‌ ‌dei‌ ‌Viandanti‌ ‌indicazioni e supporto per‌ ‌un‌ ‌suo‌ ‌personale‌ ‌itinerario.‌ ‌Mentre proprio questo vorrebbe essere lo spirito della nostra iniziativa.
In‌ ‌fondo‌ ‌leggere‌ ‌i‌ ‌testi‌ ‌dei‌ ‌Viandanti‌ ‌è‌ ‌un‌ ‌po’‌ ‌come‌ ‌salire‌ ‌sul‌ ‌Tobbio:‌ ‌si può‌ ‌partire‌ ‌dal‌ ‌Gorzente,‌ ‌da‌ ‌Voltaggio‌ ‌o‌ ‌dagli‌ ‌Eremiti,‌ ‌ma‌ ‌ci si può‌ ‌arrampicare ‌anche‌ ‌lungo i ‌ ‌canaloni o i crinali,‌ se le‌ ‌gambe‌ ‌reggono.‌ ‌Determinante,‌ ‌come‌ ‌sempre,‌ ‌non‌ ‌è‌ ‌arrivare‌ ‌in‌ ‌vetta,‌ ‌ma‌ ‌in‌ ‌quale‌ ‌modo ci si arriva.‌ ‌E‌ ‌si può sempre ‌scegliere‌ ‌di‌ ‌fermarsi‌ ‌a‌ ‌dieci‌ ‌metri‌ ‌dalla‌ ‌cima‌ ‌per‌ ‌tornare‌ ‌indietro‌, ‌e‌ ‌ricominciare‌ ‌da‌ ‌qualche‌ ‌altra‌ ‌parte.‌ ‌Magari‌ ‌il‌ ‌giorno‌ ‌dopo‌ ‌…‌
Così‌ ‌è‌ ‌per‌ ‌i‌ ‌testi‌ ‌del‌ ‌Viandanti‌ ‌delle‌ ‌Nebbie‌ ‌elencati‌ ‌nel‌ ‌file‌ ‌che‌ compare ‌‌in‌ ‌calce‌ ‌a‌ ‌questo‌ ‌pezzo.‌ ‌È‌ ‌organizzato‌ ‌per‌ ‌consentire‌ percorsi trasversali e pressoché infiniti, che possono essere intrapresi ‌selezionando ‌i‌ ‌testi‌ ‌per‌ ‌autore,‌ ‌per argomento, per successione cronologica, o‌ ‌anche‌ seguendo‌ ‌il filo delle parole‌ ‌chiave.‌
Ad‌ ‌esempio‌, ‌i molti‌ ‌testi‌ ‌sul‌ ‌viaggio‌ ‌o‌ ‌sull’arte‌ ‌ ‌sparsi‌ ‌in‌ ‌differenti‌ ‌“contenitori” possono essere singolarmente‌ ‌scaricati‌ (cliccando‌ ‌sul‌ ‌titolo‌ ‌si‌ ‌apre‌ ‌la‌ ‌singola‌ ‌pagina‌ ‌web‌ ‌ed‌ ‌in‌ ‌calce‌ ‌ad‌ ‌essa‌ ‌c’è‌ ‌il‌ ‌pulsante‌ ‌“download”)‌ ‌e‌ ‌riassemblati‌ ‌in libretti‌ ‌originali, personalizzati.‌

Naturalmente, un catalogo‌ ‌di questo tipo non‌ ‌è‌ ‌mai‌ ‌completo, ‌‌poiché‌ ‌di volta in volta continueranno ad essere‌ ‌‌inseriti‌ i ‌pezzi più recenti‌ e aggiornati quelli vecchi.‌
Questo ci auguriamo: ‌che‌ ‌il‌ ‌catalogo‌ ‌non‌ ‌si‌ ‌esaurisca‌ ‌mai‌, e‌ offra ‌sempre‌ ‌nuovi stimoli‌ ‌per‌ ‌intraprendere‌ ‌personalissime scarpinate sui‌ ‌sentieri‌ ‌dei‌ ‌Viandanti‌ ‌delle‌ ‌Nebbie.‌

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Collezione di licheni bottone

Lode alle relazioni futili

di Fabrizio Rinaldi, 23 agosto 2020

Sul piazzale di casa un’enorme personaggio di Botero è sdraiato a prendere il sole e a guadarmi ogni volta che apro la porta d’ingresso.

In realtà è una catasta di legna, che avendo la forma di un annoiato grassone mi rammenta l’urgenza della sua messa a dimora in legnaia; dovrò farlo certamente prima delle piogge autunnali, ma sino ad ora l’estate afosa ha fiaccato ogni volontà.

L’inerzia dura già dalla primavera scorsa, quando la pandemia imponeva lo stare rinchiusi in casa. Inizialmente ero inebetito dalla situazione, dai dati del contagio e delle allarmanti immagini del coprifuoco, cui si aggiungeva un entusiasmo un po’ cinico per l’inaspettato e obbligatorio riposo. Lo stesso stato d’animo, in misura e in forme diverse, credo si sia diffuso un po’ in tutti.

Le attività lavorative consuete sono riprese dopo le prime settimane, anche se in modalità differenti (come nel mio caso), o si sono definitivamente chiuse per l’impossibilità di reggere situazioni economiche già precarie e rese definitivamente disastrose dalla pandemia. Per certi versi era quindi un esito già pronosticabile: la società odierna si fonda sull’equilibrio tra domanda e offerta, se uno dei due eccede, prima o poi il meccanismo s’inceppa.

Faccio un esempio: Ovada è una cittadina che si regge in piedi sulle pochissime piccole industrie non ancora affossate dalle ripetute crisi e dalla globalizzazione, su una campagna relativamente arretrata e su ben poco altro. Eppure, a fronte di circa 11 mila abitanti, nel 2019 contava ancora una sessantina di bar: un numero esagerato in proporzione agli abitanti. Ovada non è la Venezia del Piemonte.

Dopo tre mesi di chiusura forzata, molti non hanno rialzato la saracinesca, perché sconfitti dagli immutati costi d’esercizio o per l’insostenibilità economica delle nuove norme sanitarie. La stessa cosa è avvenuta per alcuni negozi di abbigliamento, in particolare per quelli più ambiziosi, che offrivano prodotti e praticavano prezzi alla portata delle sole star cinematografiche o dei super-manager. (Credo che l’ultima “celebrità” approdata ad Ovada sia stato Umberto Smaila, al tempo in cui facevano furore le tette delle conigliette di “Colpo grosso”, negli anni Ottanta). Questo mentre nessun imprenditore degno di nota si sognava di vedere questo territorio come una risorsa.

Ma anche molti artigiani hanno subito la stessa sorte. D’altro canto, non serviva essere fini economisti per capire che al primo scossone il castello costruito sull’illusione di un perpetuo benessere sarebbe crollato. Purtroppo la realtà ovadese non è riuscita nei decenni d’oro – e non riuscirà certamente ora, con i chiari di luna che ci attendono – a trovare una nuova identità, o a ritrovare quella antica. I nostri sembrano luoghi destinati al transito, placide colline dove trascorrere al massimo una notte (ma non di più) prima di approdare alla Liguria o alle Langhe.

Sta di fatto che cessato l’iniziale sbigottimento per il rapido diffondersi del virus, e venuta meno anche l’euforia per l’inattesa possibilità di oziare o realizzare ciò che da tempo si rimandava, sembra ora insorgere una generale inerte apatia, indotta dalla consapevolezza che questa situazione andrà avanti per un bel po’. La maggioranza si sta piano piano abituando a seguire gli accorgimenti per rallentare la diffusione del Covid, mascherina e distanziamento in primis, sia pure con diversa convinzione, ma non ha comunque testa per progetti che vadano oltre il giorno dopo. Molti hanno già optato per una fatalistica convivenza col virus, sperando che non li becchi o che lo faccia almeno in forma leggera. Qualcuno poi nega l’esistenza del problema o se ne frega, ma di questi non vale nemmeno la pena parlare, sono lo scotto (pesante) da pagare all’imperfezione e alla specificità umana: solo gli uomini possono essere stupidi.

Per quanto mi riguarda personalmente, constato che l’esigenza del distanziamento ha accentuato in me – ma credo di essere in buona compagnia – una preesistente difficoltà nello stare con gli altri. In effetti, non è che fino a mesi fa fossi un trascinatore di folle, che emergessi per acume o simpatia e che mi trovassi a mio agio nei momenti conviviali: ma sicuramente tolleravo meglio lo stare in mezzo agli altri (a piccole dosi, e in situazioni mediate sapientemente da mia moglie, che catalizzava su di sé le attenzioni). Ora avverto invece quanto sforzo mi costi il riannodare le relazioni con parenti, amici e colleghi: come se l’interesse fosse scemato, lasciando il posto ad una fatica – quasi fisica – a dialogare e manifestare un coinvolgimento.

Prima della clausura una constatazione del genere l’avrei risolta convincendomi che se quelle relazioni si erano concluse un motivo c’era, e che si trattava in fondo di una liberazione. Oggi, alla luce di questo forzato isolamento, devo invece ricredermi sulla loro importanza: in fondo sono esse a creare quell’humus sociale cui attingere nei momenti di solitudine, frustrazione e tedio, quelli appunto che l’attuale stato ci impone. Anche se si tratta perlopiù di legami utilitaristici, di circostanza o di sangue, tutti assieme intessono una sia pur fragile rete di sicurezza, all’interno della quale emergono poi – per dimensioni e resistenza – le poche ma solide funi principali dei rapporti profondi, quelli che davvero rendono la vita sensata.

Le relazioni “futili” riguardano, ad esempio, il fruttivendolo che ti mette una pesca in più nella borsa; il sino a ieri ignorato vicino, che ora mi parla del suo nuovo pavimento in cucina; il sorriso del pizzaiolo che non vedevo da mesi, in quanto anche la pizza mensile familiare era preclusa; la collega che dimostra interesse per le vacanze delle mie figlie, magari mentre sta pensando a come chiedermi le ferie o quale futuro lavorativo avremo (come se fossi un indovino). Bene, tutte queste effimere interazioni plasmano continuamente la personalità, in quanto generano esperienze.

Negli ultimi mesi anche queste relazioni apparentemente inutili si erano rarefatte, così come quelle importanti, in ragione del distanziamento. Purtroppo non hanno trovato in quel periodo adeguate sostitute che garantissero pari appagamento: non c’è social, media o videochiamata che possano rimpiazzare lo sguardo diretto, la postura dei corpi o il contatto fisico, in fin dei conti “la carne” dei nostri simili. Sia chiaro, non sono un caso Weinstein, ma ho aperto necessariamente gli occhi (come molti) su quanto esprimiamo di noi stessi con una stretta di mano, con lo sfiorare una spalla; persino nell’abbracciare e baciare diciamo molto di più di quanto potrebbero fare le parole.

Ci ho riflettuto. Fin da neonati capiamo come gira il mondo attraverso i sensi, in particolare con il tatto, e con quelli cerchiamo di stare al passo. Si sa che la sua privazione ha gravi conseguenza sulla salute, specie per gli infanti. Diventati adulti, escogitiamo altri linguaggi per comunicare le nostre intenzioni, riservando quello fisico solo alle persone più intime. Ebbene: questi mesi di privazione ci hanno dimostrato che siamo sì cresciuti, ma rimaniamo dei lattanti deprivati di un bisogno primario: il contatto fisico con i nostri simili.

Oggi abbiamo imparato che il virus infetta proprio attraverso queste interazioni, fisiche o sociali che siano. E lo si vede dall’incremento dei contagi di questi giorni, causato dalla spensieratezza (leggi “idiozia”) vacanziera. Quindi, senza relazioni il virus morirebbe, ma lo seguiremmo a ruota pure noi, poiché da esse dipendiamo e proprio esse ci caratterizzano. Dobbiamo inventarci una misura di mezzo.

Inoltre, la comparsa della pandemia ha sconvolto non solo i modi dello stare assieme, ma anche la percezione dello scorrere del tempo. Ne impieghiamo molto di più per realizzare ciò che fino a pochi mesi fa sbrigavamo velocemente, fagocitati in una corsa continua: dalla fila per fare la spesa alle interminabili call lavorative, dal cercare di metter giù due idee (come sto facendo ora) al sistemare la legna per l’inverno.

Le restrizioni esterne e lo smarrimento interno ingenerano, come dicevo all’inizio, l’apatia: una non-volontà che ci attanaglia perché le certezze sedimentate nelle nostre vite (e nelle generazioni precedenti) sono state spazzate via. Alla faccia di chi plaude incondizionatamente al rallentamento, però, questa non è una forma di serena tranquillità: nell’apparente stasi fisica e mentale, il nostro cervello cerca in realtà incessantemente una via d’uscita dal pantano, vorrebbe individuare differenti ed originali sicurezze. È vero che non sapendo quando e come ne usciremo viviamo in uno stato di perenne apprensione, e nella speranza di una veloce soluzione (il vaccino?) cui affidarci. Ma sappiamo ormai che una iniezione assolutoria non risolverà i problemi che ci portavamo dietro anche prima, e che hanno condotto a questa attualità.

Forse il grassone spiaggiato sul piazzale non è lì a spronarmi per la sistemazione della legna, ma semplicemente si gode il sole (e i ceppi si seccano), nella consapevolezza quasi mistica dello scorrere placido del tempo: ci attende un inverno lunghissimo, prima del ritorno della primavera. Le rondini non le porterà certamente il vaccino: ma almeno ora abbiamo la consapevolezza (coloro che ce l’hanno, naturalmente) che quello di prima non era il modo ideale di vivere. Forse è ora di assumerci la responsabilità di qualche significativo cambiamento.

Cambiare è sano, inevitabile e funzionale alla vita stessa. Possiamo negare l’evidenza della mutazione, ma avverrà comunque.

Quindi, caro grassone, goditi il sole perché, al primo temporale, ti sistemo io …

Collezione di licheni bottone

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Il collezionista

di Paolo Repetto, 26 giugno 2020

Sergio Toppi ha scritto e disegnato una splendida storia a fumetti, dal titolo “Il Collezionista”. Armando quella storia l’aveva, in uno degli undici volumetti che raccolgono tutta l’opera grafica di Toppi e che mi ha maliziosamente mostrato, facendomi schiattare d’invidia. Ma aveva qualcosa di più: perché il vero Collezionista era lui.

Non ho alcuna intenzione di scrivere il necrologio di Armando Cremonini, né di intonare un suo panegirico. Non me lo perdonerebbe mai. Queste cose si fanno per persone che consideriamo comunque perse per sempre. Non è il suo caso, non mi sono affatto abituato all’idea della sua scomparsa, e dubito che mai lo farò. Se ne parlo all’imperfetto è appunto perché non considero assolutamente perfecto, concluso, il nostro sodalizio.

Quella che vorrei lanciare è invece una proposta di lavoro, che consenta a me, e a tutti coloro che come me hanno apprezzato Armando e ne soffrono l’assenza, di mantenerlo vivo e presente non solo nel ricordo, ma anche nella quotidianità: di farlo parlando delle cose delle quali avremmo parlato con lui, che erano moltissime, e che, guarda caso, si traducevano poi per lui in forme particolari di collezionismo.

Questa è insomma una lettera aperta agli amici, suoi e miei, per inaugurare quelle che potrebbero essere delle “Armando’s Lectures” da condividere sul sito e magari anche, in qualche diversa occasione, “in presenza”. Gli argomenti come dicevo sono i più svariati, in qualche caso assolutamente peregrini, e voglio inaugurare le “lectures” proprio col segnalarne alcuni, legati quasi sempre dal filo del collezionismo.

Armando collezionava innanzitutto amicizie. Naturalmente bisogna capirsi sull’accezione che uso qui del verbo. Non lo faceva alla maniera dei lepidotteristi, che amano cose belle ma morte: le sue amicizie erano vivacissime, e in costante espansione. Aveva una concezione epidemica dell’amicizia, ma in questo caso il virus, al contrario di quello che lo ha stroncato, era intelligentemente selettivo. I miei amici lermesi, acquesi e alessandrini lo avevano conosciuto tutti, e l’uomo col sigaro era entrato immediatamente nella loro cerchia. D’altro canto era impossibile non essergli amico: era di quelli che una volta conosciuti hai voglia di rivedere al più presto, per farti commentare le ultime novità. Alla sua maniera, naturalmente: non era di quelli che prendono in mano il discorso (per intenderci, quello sono io) e lo portano di qua e di là a loro piacimento. A volte rimaneva silenzioso quasi un’intera serata, per poi chiuderla e renderla memorabile con una osservazione o una battuta che scioglievano in una dissacrante ironia le discussioni ferventi attorno al tavolo. La nostra amicizia è stata suggellata in un vero patto di sangue quando osservai che somigliava persino fisicamente a Curls il Riccio, il “maestro di sarcasmo” delle strisce di B. C. Era lusingato. “Finalmente qualcuno che riconosce la mia vera natura” disse. “Mia madre pensava fossi solo un primitivo”.

Al di là della fortunata contingenza che una decina d’anni fa gli ha fatto prendere casa a due passi dalla mia, ciò che ha fatto scattare in me la scintilla, prima ancora di conoscerlo bene e di frequentarlo con regolarità, è stata la collezione di fumetti. La Bonelli avrebbe potuto usarlo come tester per ogni nuova iniziativa editoriale. Se piaceva a lui, potevano andare avanti. Possedeva tutte le serie di Tex, le originali, quelle a colori, quelle speciali, in brossura o rilegate, nonché quelle di Ken Parker, e La storia del West e infinite altre. Ordinatissime, lette o sfogliate con evidente attenzione, proposte nella grande libreria del salone biblioteca sotto una altrettanto ordinata e completa raccolta di testi filosofici in formato Meridiani. Come assertore convinto dello stretto legame tra l’etica di Kant e quella di Tex Willer, quella disposizione non poteva che conquistarmi. Avevo trovato un condiscepolo.

Di lì è partita una serie ininterrotta di ulteriori agnizioni. Un altro interesse, connesso al primo e immediatamente condiviso, è stato quello per le armi antiche. Non lo esibiva affatto, e me ne ha parlato solo dopo aver visto nella mia vetrinetta due Colt di metà Ottocento. Allora ho scoperto che addirittura partecipava alle aste specifiche, e a volte agiva anche come “uomo di facciata” per i grandi collezionisti. Conosceva quindi i segreti di quel mondo singolare, soprattutto quelli che più si prestavano a diventare aneddoto, e che nel suo racconto invariabilmente riuscivano spassosissimi. Non ho mai visto però la sua collezione completa, solo qualche pezzo di recente acquisizione. Il che la dice lunga sullo spirito e sulla discrezione con i quali agiva in questo campo. Amava le armi antiche come oggetti artistici, come capolavori di meccanica miniaturizzata: non ne possedeva alcuna per la difesa personale.

Quella per le aste era un’altra sua singolare passione. Gli oggetti all’incanto erano in realtà ciò che meno lo interessava. Gli piaceva il gioco in sé. Nei suoi primi tempi a Lerma, quando ancora non aveva la connessione Internet, veniva su da me negli orari corrispondenti alla chiusura delle aste on line, controllava gli ultimi movimenti, le offerte più recenti, poi piazzava la sua tre secondi prima dello scadere del tempo. Si portava a casa vecchie cornici che probabilmente non avrebbe mai utilizzato, busti in bronzo o quadri assolutamente improbabili. È rimasta storica l’acquisizione del dipinto di un artista soprannominato, a ragion veduta, “El Instable”, che nelle sue intenzioni era destinata ad inaugurare una lunga caccia. Sembra infatti che “El Instable” abbia dipinto solo dodici tele, peraltro tutte più o meno identiche (poi giustamente lo hanno fermato), e Armando ambiva ad essere il più importante collezionista mondiale di quel disgraziato: avrebbe senz’altro avuto buone chanches, perché dubito che la concorrenza fosse agguerrita. E confesso di non aver mai ben capito se quella ambizione-minaccia fosse reale, se davvero, lasciato libero di trafficare, avrebbe portato a casa altre simili ciofeche (era lui stesso a chiamarle così: “ma hanno un loro torbido fascino”, aggiungeva) o tutto facesse parte del suo gioco. Aveva comunque anche provato ad imporre il dipinto, di dimensioni rubensiane, nel salone biblioteca, sopra il camino, ma la decisa resistenza di Patrizia (o lui, o io), spalleggiata dal sottoscritto, lo aveva convinto a rimuoverlo. Solo per sostituirlo con un altro, altrettanto grande e possibilmente ancora più brutto e inquietante.

Il piacere sottile dell’orrido, ma è più appropriato parlare, come diceva lui, di “torbido fascino” dello splatter, traeva le massime soddisfazioni dal cinema. Armando poteva farti l’elenco dei cento film in assoluto più brutti della storia, roba che al confronto i vari Pierini e commissari Monnezza sono capolavori da Oscar, e li aveva visti pressoché tutti. Non so come gli riuscisse di scovarli. Ci volevano un fiuto e una dedizione notevoli. Era un grande indagatore della stupidità umana, gli piaceva sondarne i limiti, nella consapevolezza che limiti in questo caso non ce ne sono. Il suo tipo di approccio gli apriva immense praterie, e sono convinto che sotto sotto arrivasse a nutrire anche affetto per quelle porcherie e per i disgraziati che le creavano. Il cinema, dicevo, era la sua fonte massima di soddisfazione, ma non si faceva mancare nulla nemmeno nelle letture. Era però un lettore a due facce: da un lato polizieschi e fantascienza, dall’altro testi di storia e biografie, se possibile legati a grandi trighi e complotti. Qui veniva fuori un’altra particolarità della sua intelligenza. Era affascinato dall’idea di una possibile “storia parallela”, guidata da mani invisibili, ma nella realtà non ci credeva affatto. Sapeva tenere separate le due dimensioni, cosa che di norma invece non accade. E non a caso era il più acuto nel cogliere le assurdità e le ridicolaggini di ogni forma di complottismo. “Perché io le vedo da dentro” mi diceva. “Tu sei uno scettico a prescindere, questa roba non la consideri nemmeno. Ma a sospettare, non fosse che per la legge delle probabilità, qualche volta ci si azzecca”. Aveva ragione.

Potrei andare avanti all’infinito, raccontando di una genovesità schietta e rivendicata, dei video surreali che pescava chissà dove, del culto del Brico, della specializzazione culinaria nei “piatti forti”, trippe, selvaggina, funghi, brasati, stufati (credo che il suo sogno fosse uno stufato di dinosauro), della collezione di pipe (fumava il sigaro. Aveva costantemente in bocca un mezzo toscano, o un quarto, o un decimo. I sigari però non si possono collezionare, non ha senso, alla lunga si deteriorano, conviene fumarli subito. E allora batteva i mercatini e collezionava pipe). Ma ho promesso di lasciare spazio agli altri amici, di limitarmi ad aprire loro la strada.

Chiudo allora con uno dei ricordi più vividi che ho di lui. Risale a un pomeriggio assolato di qualche anno fa. Armando era seduto su un gradino, all’ombra, col sigaro in bocca, e mi osservava mentre col martello pneumatico scavavo nel tufo del cortile una buca, dove avrei messo a dimora due piccole palme (le aveva trovate Mara in svendita, e naturalmente non aveva saputo resistere). Solo lui poteva apprezzare sino in fondo l’assurdità e l’inutilità di quel lavoro. Pretendevo di far crescere delle piante da sabbia in una specie di catino di cemento. Non diceva comunque parola, e quando ogni tanto lo guardavo, in mezzo ai rivoli di sudore che mi colavano dalla fronte, non lasciava trapelare alcun segno di divertimento: sapevo che gli stavano ridendo anche le dita dei piedi, ma continuava a osservarmi imperturbabile. Credo che in fondo la cosa lo affascinasse. Era meglio dei migliori film splatter: mi stava filmando con gli occhi. Un giorno l’avrebbe raccontata, e chissà cosa poteva uscirne.

Le palme naturalmente non sono cresciute di un centimetro, e sono state oggetto della sua divertita attenzione ogni volta che mi raggiungeva in cortile. Oggi sono invece pretesto allo scatenamento del ricordo: mentre innaffio i fiori cresciuti tutt’attorno non posso evitare di rivedere quella scena.

Guardo al gradino sul quale era seduto, e sorrido.

 

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Ma che bella giornata!

di Paolo Repetto, 23 giugno 2020

Scendo con la borsa dei rifiuti domenicali. Il cassettone della plastica è, come al solito, strapieno. Ai suoi piedi sono depositati una decina di sacchetti o di scatole di cartone stipati di ogni cosa. Faccio quattordici passi e arrivo all’altro contenitore, al lato opposto dell’esile striscia di “verde pubblico”. È praticamente vuoto. Sono undici metri esatti: lo so perché un tempo mi allenavo a battere i rigori, e la distanza la misuravo appunto in quattordici passi.
Per recuperare l’auto percorro un tratto di marciapiede lungo lo spalto. Lo scorso anno era presidiato da un simpatico e attivissimo ivoriano, armato di raspino e di paletta, col quale ci siamo anche bevuti un paio di caffè e che avrebbe potuto essere l’uomo ideale per la manutenzione del Capanno e del terreno attorno. Il ragazzo non c’è più, qualcuno deve aver segnalato che lavorava e lo avranno immediatamente rimpatriato. Ora le erbacce possono finalmente esplodere nelle crepe del marciapiede, dandoti la gioiosa sensazione di camminare in un sentiero di campagna. Quanto meno, nascondono le cacate dei cani portati a passeggio (avevo già scritto deiezioni, ma è troppo heideggeriano), così che uno le possa agevolmente calpestare ed apprezzare.
In compenso, al primo semaforo è ricomparso il tizio che passa di auto in auto col bicchierino di plastica per l’obolo. Ormai fa parte della segnaletica, ha memorizzato perfettamente i tempi, quando si ritira dalla strada puoi rimettere in moto. Un pulmino lo scarica puntuale ogni mattina assieme ad altri compagni di sventura e passa a recuperarlo la sera. Va avanti così da un paio d’anni. Tutto regolare, comunque: ha la mascherina. E intanto facciamo i flash mob contro lo schiavismo.
Percorro il viale che porta fuori dalla città. È stato appena riasfaltato, dopo essere rimasto chiuso per sei mesi per l’interramento dei cavi della banda larga. Il tempo sufficiente ai cinesi per costruire un’autostrada transafricana da un oceano all’altro. Qualcosa non ha comunque funzionato nella stesura del nuovo manto, perché sembra una pista da cross. A percorrerlo in bicicletta c’è da lasciarci la prostata, ma anche in macchina è una bella prova, sia per gli ammortizzatori che per le reni del conducente.
Alla rotonda finale un idiota inverte le precedenze e per un pelo non si schianta contro un’utilitaria. Non accenna minimamente a scusarsi e fila via sgommando. Vedo nel retrovisore che la ragazza sull’utilitaria, appena superata la rotonda, accosta di lato e scende a respirare. Se la deve essere fatta addosso.
Finalmente sono fuori città. Non accendo nemmeno la radio, non voglio sentir parlare di Conte o di Zanardi (siamo andati avanti per mesi, e ancora non è finita, con centinaia e centinaia di morti anomale e anonime ogni giorno: tutto questo clamore mi sembra un tantino fuori luogo). Voglio godermi il sole di una mattina radiosa, l’aria ancora frizzante e lo spettacolo di una campagna riesplosa ormai da un pezzo. Quest’ultimo però è un po’ disturbato. Nelle cunette ai lati della carreggiata l’erba è alta quasi un metro, e subito al di là c’è una vera e propria striscia di foresta incipiente che copre la vista sui campi. I proprietari decespugliano fino al limite del coltivo, la provincia ripulisce, quando lo fa, solo un metro di margine, rimane la terra di nessuno intermedia, libera di pullulare rigogliosamente e di occultare le schifezze lanciate dai finestrini. Tempo fa avevo proposto di organizzare per i cantonieri provinciali delle gite di istruzione in Austria, perché si vergognassero alla vista delle cunette rasate e pettinate ogni mattina, e per i coltivatori, che là saranno anche pagati per tenere in ordine i terreni, ma almeno lo fanno.
In compenso la strada è rimasta esattamente come lo scorso anno. Durante tutto l’inverno non è sceso un solo fiocco di neve, per cui le buche sono ancora quelle, solo un poco più profonde, perché ulteriormente erose dalla pioggia. Mentre mi esercito in uno slalom che ormai non è nemmeno più eccitante, perché conosco a memoria il tracciato ideale e gli ostacoli, ripenso a ieri sera. Sono andato a prendere mia figlia alla stazione, in tarda serata. Nel piazzale antistante ho assistito ad una lite tra un paio di ragazze di colore e tre loro connazionali che per certo non appartenevano all’esercito della salvezza, con urla e pianti e minacce. Nell’atrio della stazione due poliziotti non si sono lasciati distrarre, hanno continuato a presidiare stancamente lo sbocco del sottopassaggio, dal quale peraltro non sbucava nessuno, perché i treni erano regolarmente tutti in ritardo. Per fare un flash mob eravamo decisamente pochi.
Sotto la pensilina esterna dove ero tornato per fumare, visto che i treni se la prendevano con calma, tre teppistelli di età e di provenienza incerta, di quelli che portano il cavallo dei pantaloni sotto le ginocchia, stavano motteggiando con toni pesanti una ragazza visibilmente impaurita, implorante nervosamente qualcuno che avrebbe dovuto venire a prenderla ed era meno puntuale ancora delle ferrovie dello stato. Le ho fatto cenno di mettersi di fianco a me e ho provato ad incenerire con gli occhi, al di sopra della mascherina, quegli idioti. Qualcosa del disprezzo e della rabbia che mi agitavano deve comunque essere venuto fuori, perché si sono allontanati, sia pure sghignazzando e sputacchiando a destra e a manca, e centrando in pieno il parabrezza dell’auto di un’attempata signora che guidava col finestrino abbassato.
Quando ho recuperato Elisa la mia gamba destra stava ancora ballonzolando, e questo è sempre stato per me il segnale d’allarme del punto di rottura. Prima che ora la gamba riparta nuovamente cerco di cambiare registro, di riandare a cose più piacevoli. In mattinata ero tornato, dopo quattro mesi, al mercatino di Borgo d’Ale. Un sacco di gente, pochi vuoti anche nelle file dei banchi. Bene organizzato, tutti con la mascherina, igienizzanti per le mani dovunque, percorsi a senso unico lungo le file, guidati da enormi frecce bianche dipinte per terra, per evitare i contatti da incrocio. Peccato soltanto che nessuno li rispettasse.
A questo punto devo interrompere bruscamente il filo dei ricordi per inchiodare e lasciar rientrare un demente che mi sta superando in piena curva. È la stessa nella quale lo scorso anno ho scansato per miracolo un altro demente che stava facendo l’analoga bravata in senso opposto. Ormai sono però quasi in vista di Lerma. Ai lati scorre una fila di capannoni industriali uno più brutto e più fatiscente dell’altro. Ne conto trentaquattro, altri sono nascosti nella parte verso il fiume da provvidenziali macchie d’alberi. Di quelli che ho registrato almeno una dozzina sono abbandonati, qualcuno non è mai andato oltre lo scheletro. D’altro canto, qui tutti sanno che per la gran parte la vera destinazione d’uso non era quella sopra la superfice, ma quella sotto. Un paio d’anni fa l’ente che si occupa dei controlli ambientali ha registrato la presenza di strane sostanze nelle acque del Piota, che a monte di questo insediamento industriale non riceve scarichi di alcun tipo. Ma nessuno si è preso la briga di fare due conti e tirare le somme. In compenso noto che stanno invadendo un altro campo nel quale l’ottobre scorso c’era ancora il granoturco, e livellando il terreno. Chissà quanti rifiuti tossici si sono accumulati in questo periodo, a dispetto della quarantena.
Finalmente lascio la piana e salgo verso il paese. La manutenzione dei bordi della strada è sempre la stessa, ma qui non ci si fa più caso, è la natura che si riconquista i suoi spazi e può persino andar bene. Un ultimo sobbalzo all’ingresso in paese. Sul primo muretto, là dove fino a ieri c’era la scritta “W Bartali”, adesso c’è un logo indecifrabile tracciato con le bombolette spray. Ma stanno rimuovendo il vecchio intonaco, sparirà anche quello.
Quando scendo dall’auto, in cortile, e rivedo le mie piante di rose totalmente spoglie, e le peonie rinsecchite e minuscole (le noto perché lungo tutto il percorso ho visto roseti incredibili traboccare dalle recinzioni delle villette, con fiori grandi come piatti da portata e dalle sfumature di colore più stupefacenti), mi accorgo con sorpresa che sono totalmente rilassato. Davvero mi sorprendo, perché oggi lungo il percorso e ieri in Alessandria di rilassante non ho visto granché.
Poi, mentre salgo le scale di casa, finalmente capisco. Ora so il perché di questa sensazione di tranquillità. È che ho constatato come, al di là di tutte le profezie e le previsioni e le analisi socio-psicologiche, in questi quattro mesi nulla e nessuno è davvero cambiato, tranne forse me, che sono invecchiato di colpo di altri dieci anni. Certo, nel futuro prossimo ci saranno crisi economiche, nuove ondate pandemiche, proteste magari violente, ma noi nella sostanza siamo rimasti gli stessi. Non è necessario reggere cinque minuti di un notiziario o di una qualsiasi trasmissione televisiva per capirlo. Tutto è esattamente come prima, magari un po’ peggio.
In effetti la mia non è tranquillità, ma rassegnazione: e tuttavia, egoisticamente, significa che non sarà il caso di caricare le povere ossa di rinnovate speranze e illusioni. Il legno storto di kantiana memoria continuerà a crescere sghembo, fino a che gli sarà consentito crescere, e per me si tratterà invece di resistere solo un altro poco. Per adesso però mi godo questa splendida giornata di sole. Senza mascherina.

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Quando un corto non è un corto

Amici che non ci lasciano

di Paolo Repetto, 20 giugno 2020

Gian Massimo Torra era una di quelle persone (non molte, purtroppo) che danno sempre piacere ad incontrarle. Anche perché lo incrociavi di norma in occasioni propizie all’esercizio dello humor sarcastico, disciplina nella quale era un maestro, e ogni volta diventava quindi un aneddoto. Sbucava al tuo fianco nella calca dello street food, e piazzava a freddo l’ultima sua disastrosa esperienza col gulash, ma senza la minima pretesa di propinare filosofie alimentari, anzi, col sincero rimpianto di doversi accontentare, per il momento, di un panino con la porchetta. Finivi per prenderne uno anche tu. Oppure sentivi arrivare da poco avanti, nella fila dei pellegrini culturali delle passeggiate notturne di San Salvatore, un suggerimento per possibili usi alternativi delle ore serali, e ti dicevi: eccolo, e ti affrettavi a raggiungerlo per godere un commento in diretta dell’esperienza (era presente anche la sera della terrificante Pearl Harbour zanzaresca). O ancora, spuntava dal nulla all’inaugurazione di una mostra nella quale ti eri imbucato, e ti salutava dicendo: “Suppongo che siamo qui per lo stesso motivo”.
Massimo era un fotografo “professionista”, nel senso più pieno del termine: non era mai del tutto soddisfatto della riuscita dei suoi lavori, cercava la perfezione, le luci, le ombre, le esposizioni, le angolature: l’attenzione minore andava al risvolto economico. Credo che il suo capolavoro possa essere considerato il “documentario” “Woodstok a San Salvatore”,
realizzato con la figlia Giulia, nel più perfetto stile del racconto alla Mark Twain (lo trovate su Google). Ma aveva anche un sacco di altri interessi, e amava la vita nei suoi aspetti più grotteschi. Se ti raccontava una vicenda o la storia di qualcuno eri sicuro che ne avresti avuto la versione meno politicamente corretta, corredata di minuzie filologiche che diventavano immediatamente godibilissimo gossip. Era l’anima di un circolo culturale ufficialmente votato al recupero e alla conservazione della memoria storica di San Salvatore, ma che ho sempre immaginato dedito soprattutto a sedute conviviali, i cui numi tutelari sono Pietro Ravasenga, un maudit da far impallidire Rimbaud o Kerouac (e come sempre, perfettamente ignoto in patria), e l’eroe eponimo Tantasà, personaggio altrettanto singolare, che per chiudere in bellezza un’esistenza stravagante si è fatto seppellire seduto (e questo lo trovate al cimitero di San Salatore, con tanto di statua). Così era Massimo, e così rimane nella memoria di chi lo ha conosciuto. Ironia estrema della sorte, se ne è andato non per il Covid, ma per esserne stato impropriamente curato.
Se ora siete curiosi di conoscerlo anche voi, cominciate col leggere il pezzo che vi proponiamo (è del 2009). C’è già tutto.

Quando un corto non è un corto

di Massimo Torra, estate 2009

Nel mio modo semplificato di vedere la vita ho sempre pensato che un “corto” fosse un breve film che terminava prima che lo spettatore cominciasse a guardare l’orologio; ieri le mie convinzioni sono cambiate.

Alla ricerca di una delle tante sagre del fritto estive, apprendevo da una locandina dello svolgimento di un festival del corto a pochi chilometri dal paese in cui mi trovavo. Era il giorno della premiazione e, confidando in un buffet gratuito, mi sono recato sul luogo, coinvolgendo anche un amico.

Stavano ancora proiettando dei filmati. Mai assistito ad un corto in vita mia, ma ne avevo sentito parlare; ho letto anche su questo newsgroup che qualcuno vi si sta dedicando. Ottima occasione di vedere qualcosa in attesa d’imbucarmi ad un eventuale rinfresco.

Sta cominciando un corto. Mi accomodo sulla sedia velocemente, nel timore che questo finisca subito.

Scopro subito che avrei potuto anche sedermi con più flemma. Non succede nulla. Sembra che abbiano dimenticato la telecamera accesa e siano andati a prendere il caffè. Magari è una metafora di qualcosa. Aspetto. Succede qualcosa, ma mi prende moderatamente. “Psicologico” dice l’amico. “Molto psicologico” penso io.

Guardo l’orologio. Ostia, già cinque minuti. Ricordo quella volta che mi sedetti al cinema aspettando venti minuti che arrivasse il treno. Almeno qui non c’era quel dannato cigolio. Alla fine la tipa del film dice qualcosa e poi appaiono i titoli di coda in cui ringraziano pure il gatto della zia. Leggermente perplesso.

A richiesta, l’amico commenta con frasi non chiarissime. So che sta bluffando. Preferisco non insistere e cerco di alzare il morale pensando al saccheggio del buffet. In fin dei conti non siamo molti, potrei anche mangiare in maniera elegante senza il bisogno di mettermi qualcosa in tasca per sottrarlo alla furia degli invitati.

“Silenzio!”

Ostia, anche sui titoli di coda, non si può parlare?

Comincia l’altro video. Dalla musica capisco già che sarà “psicologico” pure questo. Neanche qui arriva il treno, ma i tempi sono gli stessi. Che caspita avranno inteso con corto? Leggera trovatina (molto leggera) e finisce anche questa. Sento quelli dietro che parlano di qualcosa di delicato e quotidiano. Scaccio dalla mente l’idea che stiano parlando di qualche deodorante intimo e all’accendersi delle luci cerco d’imitare le espressioni degli addetti ai lavori, mimando addirittura qualche gesto, in realtà non per descrivere dei movimenti di macchina ma per suggerire a chi ho coinvolto questa avventura dove potrebbero essere i cessi.

Arriva l’organizzatore: ringraziamenti al sindaco, al vicesindaco, al buon dio che ci ha fatti e a Garibaldi che ci ha uniti. Tanti giovani sorridenti e vestiti da artisti (riuscirò ad imbucarmi al buffet conciato come un verduriere in vacanza?). Lodi, premi, sorrisi, bella espressione di gioia della vincitrice.

Si spengono di nuovo le luci. “Cazzo, e il ricevimento?” “Lo fanno dopo” sentenzia l’amico. “Altrimenti tutti se ne andrebbero prima”. Forse ha ragione.

Ricomincia la maratona: dal meno premiato al filmissimo. Non si possono anteporre i languori di stomaco alla cultura: restiamo.

I filmati che stiamo vedendo sono stati prodotti durante la settimana. In effetti non è semplice. Per montare cinque minuti di filmino delle vacanze ho impiegato due ore e c’era solo da buttare via quello che non serviva. Pur nella mia ignoranza in materia capisco che qui le cose sono ben più serie. Però … son sempre tutti tristi ed incazzati. E hanno, come quelli di prima, la tendenza a mollare lì la telecamera e a tornare solo dopo un po’. Capto da qualche parte il vocabolo “introspezione”. Sì, il mio pensiero è che gliela facciano all’autore: a secco e con qualcosa d’ingombrante. Azzo, che noia.

Resisto perché voglio vedere a tutti i costi il più bello, in modo da poter raccontare qualcosa di positivo una volta tornato a casa.

Sullo schermo ora c’è un tipo un po’ con la barba e un po’ senza che parla con una creatura bianca dentro ad una vasca di pesci. Dicono che il momento è carico di pathos e spero che almeno non si tratti di un gas velenoso.

Quello successivo è ben ripreso, ma ha lo stesso brio degli sceneggiati di Anton Giulio Majano che tanto hanno segnato la mia infanzia. Quando sento la protagonista dire: “Abbi cura di te”, vengo colto da un impulso irrefrenabile di cercarla per farle un cazziatone. Era seduta davanti a me pochi minuti prima … Non la vedo più: vuoi vedere che hanno aperto il buffet? Troppo buio per scorgere qualcosa.

Ancora scosso dall’indignazione per quella frase arriva il filmino successivo. Devono aver usato una di quelle fotocamere che fanno anche il video e che hanno un sensorone della madonna. Mi diverto a vedere le sfocature come da bambino mi divertivo a guardare nel caleidoscopio. Torno alla mia infanzia e tra una cosa e l’altra mi sfugge un po’ il rollante vagare della camera che spia i frequentatori di un parco mentre il sonoro un po’ impreciso ci comunica i loro pensieri, tipo quello di Highlander alla fine del primo film. Mi sento moderatamente partecipe. Sarà il calo degli zuccheri.

Arriva il film premiato: devono aver formato l’associazione di quelli che mollano la camera e si occupano d’altro. Questa regista addirittura ne approfitta per comprare due o tre cose al supermercato. Quando torna, dopo qualche scena si ricorda di aver dimenticato il burro e molla lì tutto ancora per un po’. Mah. Alla fine quando si riaccendono le luci scopriamo che siamo rimasti in pochi in sala. Temo che gli altri se la siano svignata alla chetichella ed abbiano raggiunto il luogo del rinfresco. Quando usciamo, ci rendiamo conto che dovremo saziare i nostri stomaci in una vicina sagra del fritto, come da programma iniziale.

Di questa storia dei corti ho capito solo che per definizione devono essere delle menate tremende, altrimenti la gente non li distingue dai film e si aspetta di vedere qualcosa tipo “Guglielmino il dentone” che pur essendo corto non era un corto, ma solo una parte di un film ad episodi, come mi ha spiegato un signore ieri all’uscita.

Ore 22 – Esterno notte: Una signora dai capelli cotonati e visibilmente alticcia, mi chiede di accompagnarla in una mazurka.
Declino l’invito adducendo invalidità pregresse. 

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L’arte alla prova del coronavirus

di Carlo Prosperi, 8 giugno 2020

Per Sigmund Freud l’artista è un «uomo che si distacca dalla realtà perché non sa adeguarsi al primo scotto che essa esige: la rinuncia a soddisfare le pulsioni; e lascia che i suoi desideri di amore e di gloria si realizzino nella vita della fantasia». Dichiarazione, questa, che sembra agli antipodi di quanto sostiene Tony Godfrey nella sua recente e corposa indagine su L’arte contemporanea edita da Einaudi, in cui tra l’altro scrive: «L’arte contemporanea riecheggia i problemi che affrontiamo nelle nostre vite quotidiane: come dobbiamo comportarci, pensare, a cosa credere». A ben riflettere, però, la contraddizione è più apparente che reale. E basta gettare uno sguardo sugli ultimi olî di Concetto Fusillo, ispirati dalla pandemia del coronavirus, per rendersene conto. Nessuno sfugge al proprio tempo, ai drammi e alle stigmate che lo contraddistinguono, nemmeno quando, per reazione ad essi, l’artista s’involi, sulle ali della fantasia, verso altri mondi. Foss’anche l’Isola che non c’è. O la Luna a cui approda, con l’ippogrifo, l’ariostesco Astolfo, per scoprire, con sua grande sorpresa, che lassù, nel vallone delle cose perdute, «vi son tutte l’occurrenze nostre: / sol la pazzia non v’è poca né assai: / che sta qua giù, né se ne parte mai».

Per anni la critica ha visto nell’Orlando Furioso una fuga dal reale verso il mondo della «pura arte», «dove non è alcuna serietà di vita interiore, non religione, non patria, non famiglia, e non sentimento della natura, e non onore, e non amore» (De Sanctis). Un abbaglio che in epoca a noi più prossima si è riproposto per Tolkien e la sua saga, scambiando per evasione fine a se stessa, per “escapismo”, quella che, nelle intenzioni dell’autore, era un controcanto al tempo presente, alla “nostra miseria fatta da sé” (cfr. Tales from the Perilous Realm), una reazione, se vogliamo, alle miserie dell’età dei robot, alla povertà, alla fame, alla morte. Non è un caso che una parte dell’epistolario tolkieniano sia stato pubblicato con il titolo de La realtà in trasparenza. Le vicende della “Terra di Mezzo” miravano infatti a prospettare «un riscatto dal pensiero di tutta la miseria umana che [esisteva ed] esiste attualmente nel mondo: i milioni di persone divise, angosciate, che sprecano giornate inutilmente – senza contare la tortura, il dolore, la morte, le perdite, l’ingiustizia. Nessun uomo può giudicare quello che sta veramente accadendo al momento sub specie aeternitatis. Tutto quello che sappiamo, ed anche questo in larga parte per diretta esperienza, è che il male agisce sempre con grande potenza e successi continui – inutilmente: preparando sempre e solamente il terreno affinché il bene inaspettatamente germogli. Così accade in generale e così accade anche nelle nostre vite». Per Tolkien, che era credente, la Resurrezione era la più grande “eucatastrofe” possibile. Nei secoli d’acciaio dei totalitarismi, del loro spietato ateismo, della massificazione ideologica, egli contribuì a socializzare valori inattuali – il coraggio, l’amicizia, la comunità, il rifiuto del potere, l’onore, la fede – nella convinzione che l’immersione in un mondo “altro” ci consentisse di rientrare ritemprati nel nostro mondo. Allo stesso modo la vera arte, lungi dall’essere una vana e gratuita fuga dalla realtà, da quelli che Jack Kerouac chiamava il «miserabile qui» e il «pidocchioso adesso», aspira sempre ad essere una intensificazione di essa.

Per tornare a Concetto Fusillo, diremo che egli si sta tuttora misurando con il dramma dei nostri giorni, con la realtà del Covid 19, e lo fa nei modi e nelle forme che gli sono più congeniali: partendo dall’oggi, ma senza assolutizzarlo, senza astrarlo dal suo legame con il passato e con il futuro. Il suo è un atteggiamento che potremmo definire manzoniano, giacché egli rifugge da un’arte meramente emozionale e, per ciò stesso, epidermica, di facile effetto; no, egli ama riflettere e invitare alla riflessione, senza peraltro nascondere il peso emotivo che la situazione esercita su di lui. «Sentire e meditare», insomma. E se, da un lato, questo ne ingigantisce l’angoscia, giacché a quella presente si agglutina quella immane dei secoli e dei millenni trascorsi, quasi a sancire inesorabilmente la miseria della condizione umana, da sempre esposta a mille rischi di morte e di distruzione, dall’altro, però, proprio dall’anamnesi storica ci viene un messaggio di speranza. Sia pure a prezzo di uno scialo terribile di vite e di incredibili sofferenze, l’umanità è sempre riuscita, finora, a scamparla, a superare cioè le prove alle quali la sua fragilità l’ha esposta. Anche a quelle più apocalittiche. C’è in Fusillo, di fronte alla sequela di pandemie che sugli uomini si sono nei secoli riversate e che tante tracce (e ustioni) hanno lasciato nei libri, nelle testimonianze di storici e poeti, ma anche nei documenti d’archivio, lo stesso stupore che faceva dire a Guicciardini: «Quando io considero a quanti accidenti e pericoli di infirmità, di caso, di violenza, e in modi infiniti, è sottoposta la vita dell’uomo, quante cose bisogna concorrino nello anno a volere che la ricolta sia buona, non è cosa di che io mi maravigli più che vedere uno uomo vecchio, uno anno fertile».

Il pittore si affaccia alla finestra, allo specchio. E guarda fuori, traguarda lontano. Dietro alla sinistra sagoma del coronavirus, che incombe minacciosa e ossessiva, si stagliano mille altre epidemie che hanno infestato il nostro pianeta. Una pioggia di fogli vergati a mano si rovescia a cascata davanti all’artista che ne contempla e ne misura la dolorosa portata. Sono testimonianze di vite consunte, di flagelli che, per quanto remoti, si rivelano attuali. Sono piaghe cicatrizzate che si riaprono e buttano ancora sangue. È un passato di cui pensavamo di esserci finalmente liberati, confidando nelle formule magiche della scienza, nei portenti della tecnologia. E invece… Viene da dare ragione a Dickson Carr: c’è «una maledizione insita nelle cose in generale». Così, nei corsi e ricorsi della storia, di quando in quando tornano a irrompere i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Tornano i medievali “trionfi della morte”. Il sole stesso si oscura e nella sua spera si disegna il volto grifagno del morbo, lo spettro inquietante del coronavirus. E nella luce crepuscolare, in luogo della hegeliana nottola di Minerva, ecco volitare un nugolo di pipistrelli: gli stessi che volteggiano, malauguranti, intorno all’angelo mantegnesco intento a reggere la scritta dedicatoria ai Gonzaga. L’angelo porta la mascherina e ci fissa con occhi spiritati.

La natura stessa sembra contaminata dal male: non più che qualche albero spoglio su uno sfondo opaco. Di cenere. Memento, homo, quia pulvis es… Nient’altro che un riflesso nello specchio, in un riquadro di finestra. Dentro e fuori si corrispondono, si confondono. Dietro i vetri, sagome indefinite, volti senza nome e senza storia. Destini comuni. Prigionieri costretti alla clausura. Il filo spinato evoca Lager, cavalli di Frisia. Anche questa, in fondo, è una guerra. Ideogrammi cinesi rimandano all’origine della pandemia, adombrano misteriosi messaggi, addensano lo spaesamento. Nemmeno le stelle stanno a guardare. Ed anche l’occhio di Dio, che pure signoreggia dall’alto il creato, sembra assistere impassibile all’opera dissolutrice del morbo. Il mondo, almeno quello che conoscevamo, quello delle relazioni sociali, dell’interconnessione globale, pare andare in frantumi o, meglio, venire obliterato. Di colpo. Qualcuno ha passato una spugna sulla lavagna.

Eppure, ogni morte è (dovrebbe essere) una rinascita. E l’arte non si limita a recitare De profundis, a sigillare epitaffi. L’arte può pure esorcizzare le malattie e la psicosi da coronavirus, può dischiudere nuovi orizzonti, preannunciare – con la Scrittura – «cieli nuovi e terra nuova», prefigurare – chi sa? – un domani diverso, una umanità migliore. Dire insomma una parola di conforto, fare di una tenue sorgente luminosa un’aurora boreale. Come ha detto Jerry Saltz: «La creatività è una strategia di sopravvivenza». E Fusillo non ignora o non dimentica questa lezione. L’angelo del Mantegna – che non a caso proviene dal Rinascimento – ha ali leggiadre di farfalla e già nel mondo greco-romano la farfalla era simbolo dell’anima immortale, di rigenerazione e di resurrezione per i Padri della Chiesa. Dall’albero senza foglie pendono ciocche di ciliegie: azzurre nella loro miracolosa, surrealistica improbabilità. Al globo terracqueo cancellato se ne affianca un altro che, pur segnato dalla calamità sofferta, sembra animato da una nuova volontà di vivere. Pronto a riprendere il suo cammino, sia pure sfrondato da certe deleterie illusioni, da entusiasmi infondati e da folli eccessi di volontà di potenza. Allora, per dirla con le parole rivolte da Enea ai compagni gettati sulle spiagge libiche da una furiosa tempesta, per rincuorarli, forsan et hoc meminisse iuvabit: «forse un giorno proveremo piacere nel ricordarci anche di queste cose». D’altra parte, se è vero che il mondo esisterebbe indipendentemente dall’uomo, non meno vero è che proprio all’uomo, con un atto di coscienza, spetta il compito di dare senso e concretezza alla realtà. Come l’arte da sempre esemplarmente dimostra. Non ultima, anche quella, nutrita di speranza non meno che di consapevolezza storica, di Concetto Fusillo.

 

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Alzek Misheff e il compito di Enea

Come se fosse

di Paolo Repetto, 22 maggio 2020

Chi scrive su questo sito (anche chi – come il sottoscritto – scrive decisamente troppo, soprattutto in questi ultimi tempi: tra gli effetti collaterali del Covid-19 va annoverata anche la logorrea) non lo fa per potersi rileggere ogni tanto e congratularsi con se stesso. Il sito non è la vetrina delle nostre vanità o la palestra delle nostre velleità. Se così fosse, avremmo ceffato di gran lunga la ribalta (se preferite, la “location”). È invece, o almeno vorremmo che fosse, l’agorà virtuale nella quale sperimentare e testimoniare la possibilità di incontri e relazioni e scambi spontanei e intelligenti: il luogo insomma di quel famoso “come se” che ciascuno interpreta un po’ a suo modo, ma che in sostanza è la società, o la comunità, nella quale ci piacerebbe vivere. Il divertimento, è innegabile, sta già nel tentativo di immaginarla, questa società: se così non fosse, avremmo chiuso da un pezzo. Ma è più che naturale che a motivarci sia sempre stata anche la speranza di trovare degli interlocutori, qualcuno che leggendoci si senta a sua volta motivato a esprimersi, a concordare con le nostre idee o a discuterle, che è poi la stessa cosa, a proporre uno sguardo diverso sulle stesse cose o lo stesso sguardo su cose diverse: che ci induca comunque a riflettere e a non sederci sulle nostre convinzioni.
A tale speranza, lo ammettiamo, ha sempre fatto da contraltare il timore di una deriva scomposta, come quella paventata qui di seguito da Carlo Prosperi, dello scadimento nella chiacchera, o peggio, nella rissa becera che sembra l’inevitabile esito finale di tutti i blog. Per questo motivo, e anche per le difficoltà tecniche di controllare uno spazio totalmente aperto, non abbiamo fatto del sito un libero pascolo: e in questo modo siamo intenzionati a continuare a gestirlo. Ma, e questo è un altro effetto, in questo caso virtuoso, del virus, abbiamo potuto registrare, proprio nel periodo più nero della crisi e in mezzo alla chiacchera dilagante, voci nuove e intelligenti che ci hanno eletti come interlocutori. Continuiamo quindi a darvene conto, a proporle come esempi di quel dialogo franco e corretto che sta alla base di ogni civile convivenza e, non poniamoci limiti, di ogni vera amicizia. La speranza, a dispetto dei tempi, ha alzato il livello delle sue aspettative: quella attuale è che il dialogo continui e si allarghi a voci sempre nuove. La più recente è quella appunto di Carlo, che non ha bisogno di presentazioni: si presenta egregiamente da solo con questa sua missiva e con le penetranti riflessioni svolte a margine di una mostra orfana, per sua fortuna, di Sgarbi.


Stupirsi di tutto

di Carlo Prosperi, 27 aprile 2020

Carissimo, ho ricevuto quest’oggi il tuo graditissimo messaggio, con il ricco corredo dei tuoi scritti, sempre acuti e liberi (per quanto possano dirsi liberi i nostri punti di vista, sempre ancorati a un retroterra – esistenziale, culturale, sentimentale, ideale, ecc. – che, più o meno consciamente, li ispira – stavo per dire: li nutre – e li condiziona), piacevoli e quasi sempre interessanti. Io non sono un patito del web, anzi, per quel poco, pochissimo di esperienza che ne ho, lo trovo una sentina in cui si annidano i moderni spettri heideggeriani della “chiacchiera”, della “curiositas” e dell’“equivoco”. Preferisco frequentare i miei classici, i miei maestri. O gli amici che – come te – apprezzo per il loro spirito critico, non fazioso, non sentenzioso, non apodittico, bensì problematico, aperto al dubbio: che fanno pensare. Condivido molte, moltissime delle considerazioni che la lunga quarantena ti ha suggerito (in particolare, la risposta a Baricco, del quale non ho la tua stima, a cominciare dallo scrittore, che trovo melenso. Tu stesso, del resto, finisci per… demolirlo. Ciò detto, si può imparare da chiunque ed io, come Gramsci, – si licet -, mi vanto di saper “cavare il sangue anche dalle rape”). Qualcosa del genere ho fatto anch’io nella mia quotidiana corrispondenza con i miei amici (ma non ne serbo copia o memoria) o negli “appunti di lettura” che da un paio di anni – visto la fallacia della memoria – mi sono messo a tenere (cose molto personali: una specie di diario che prende spunto dai libri, dai saggi, dai romanzi e dalle poesie che leggo). So bene che Machiavelli, prima di “entrare nelle antique corti degli antiqui uomini”, si intratteneva e “s’ingaglioffava” all’osteria di San Casciano con quelli che lui definiva “pidocchi”: il web ne potrebbe essere un moderno surrogato, utile per saggiare e conoscere le diverse maniere e le diverse fantasie della fauna umana. Ma la vita è così breve che preferisco, oggi, evitare di perdere tempo con grafomani, mitomani ed esibizionisti di vario genere, con i loro turpiloqui e le loro sgangherate opinioni. Mi basta e, ahimè, mi avanza la mia biblioteca. Credimi: il mio non è elitario disprezzo; tanto più che le mie origini, di cui sono orgoglioso e di cui mai mi dimentico, sono più umili delle loro. Né, per quanto mi sia impegnato, presumo di averne capito – della vita, del mondo, della realtà – più di loro. Anzi, mi riconosco nell’auto-epitaffio di Xavier de Maistre, che ti cito: Ci gît, sous cette terre grise / Xavier, qui de tout s’étonnait; / demandant d’où venait la bise / et pourquoi Jupiter tonnait. / Il étudia maint grimoire, / il lut du matin jusqu’au soir / e but enfin à l’onde noir / tout surpris de ne rien savoir.* Che è poi saggezza socratica. Dai tuoi scritti, di cui spero, quando che sia, di avere da te un esemplare a stampa, mi vengono molti stimoli e mi sono sorpreso di avervi trovato citato Lawrence Durrell, di cui vado in questi giorni rileggendo il celebre “quartetto di Alessandria” (avevo comperato i libri al tempo del Liceo, ma non ne avevo allora apprezzato la genialità, forse non li avevo nemmeno capiti, a giudicare da qualche postilla a margine dell’epoca). È uno scrittore sontuoso e perspicace, di una finezza, psicologica e verbale, che oggi è merce rara. Leggere mi aiuta a vincere il senso di claustrofobia che a volte mi prende. Trovo assurde certe prescrizioni governative: mi dici, fermo restando l’invito a mantenere le distanze e magari a portare la mascherina in pubblico, che senso ha vietare di andare a passeggiare nei boschi, nei prati, a coltivare l’orticello fuori mano (nel nostro caso a Rivalta), a dare il verderame alle viti, a curare il giardino? Che senso ha la quotidiana imbonitura che ci propinano, ossessivamente, dalla tv? E la retorica arcobaleno, stupida e offensiva, di slogan come “Andrà tutto bene”, quando le morti di coronavirus si moltiplicano intorno a noi? “Andrà tutto a bagasce”, mi vien da rispondere. E la giornaliera minestra di menestrelli e di strimpellatori – questa è per loro la cultura – che ci dispensano? Per non parlare delle commissioni, dei comitati, delle “task-force” di tecnici e di esperti di cui si è circondato il governo per non assumersi le sue responsabilità e rimandare “sine die” o comunque prendere e centellinare senza la debita tempestività le proprie decisioni? Quanto agli esperti, mi sai dire donde viene la loro esperienza, se è vero – come è vero – che questa pandemia è un fenomeno inedito, mai prima sperimentato? Lo studiassero, in silenzio e con attenzione, prima di discettare su di esso, di cui tutto, o quasi, ignorano; prima di sparare stupidaggini come hanno fatto, tra i tanti, Stefano Montanari e Maria Rita Gismondo. E Colao? Sarà pur bravo, ma quali competenze ha sull’argomento? Non sarebbe il caso, visto l’andazzo dell’economia, di cominciare a risparmiare, invece di elargire propine a dubbi esperti? Qui poco c’entrano le competenze, molto il buon senso. Sulla tecnologia, da sempre ancipite, la penso come te; sulla scienza, che non ci dà certezze, ma procede per congetture e confutazioni, la penso come Popper. Condivido con te che sia una pia illusione quella di confidare in un miglioramento dell’umanità, in un cambiamento di mentalità e di stile quale esito di questa crisi: temo che, a parte l’impoverimento generale, non vedremo grandi metamorfosi e nemmeno significative resipiscenze. Tra un po’ saremo solo più feroci di prima… Ma non voglio tediarti oltre. Ti mando un articolo, che uscirà sul prossimo numero de “L’Ancora”, in cui potrai, fra le righe, vedere come la penso su vari temi che ti hanno ispirato. Un abbraccio, fraterno ma virtuale (di questi tempi non si sa mai), e a presto.

Qui giace, sotto questa terra grigia, / Xavier, che di tutto si stupiva; / chiedendosi da dove arrivasse la tramontana / e perché Giove tuonava. / Studiò ogni libro sapienziale, / lesse da mattina a sera / e arrivò infine all’onda nera / sorpreso di non sapere ancora nulla.

Alzek Misheff e il compito di Enea

di Carlo Prosperi

Al vedere i 9 interni di Palazzo Thea di recente realizzati da Alzek Misheff in verderame e matita, siamo rimasti ammirati sia della sapienza tonale sia dell’impaginatura che dà respiro agli ambienti e nello stesso tempo ne sa rilevare le strutture architettoniche e la stratificazione storico-culturale. La dimora aristocratica sopravvive alle generazioni che tuttavia le imprimono il loro sigillo e ne preservano l’aura. È lo specchio della Tradizione, che non è un fossile, ma un lascito di valori da declinare in sintonia coi tempi, un patrimonio che dal passato si protende dinamicamente verso il futuro, garantendo una continuità e prospettando un senso, contro la marea montante del nichilismo. In un rifiuto tanto dell’idolatria quanto dell’amnesia del passato, visto e vissuto come sprone di emulazione, come esempio da attualizzare: in vista di egregie cose o, come si suol dire, ad maiora.
Crediamo che non si comprenda appieno l’intenzione dell’artista se non si tiene conto dei tempi che stiamo vivendo. E della sua stessa parabola evolutiva, dall’avanguardismo più spinto alla ragionata riscoperta della tradizione, che ha il carattere di una palinodia. Dovessimo ricorrere a un’immagine esemplare, per farci capire, non sapremmo trovare di meglio che evocare quella di Enea in fuga da Troia, immortalata da pittori come Raffaello e Federico Barocci, da scultori come Bernini e Chia. Enea che regge sulle spalle il padre Anchise e mena per mano il figlioletto Ascanio è simbolo di una pietas sempre più rara. Dietro di sé l’eroe troiano lascia una città devastata, in fiamme, davanti a sé ha un futuro quanto mai aleatorio, ma sa che per dare un futuro al figlio deve farsi carico del passato: del padre e dei Penati che egli reca con sé.
Si dice che il poeta Giorgio Caproni traesse ispirazione per il suo poema Il passaggio di Enea da un gruppo statuario di Francesco Baratta da lui casualmente intraveduto nel 1948 a Genova, tra le macerie della città bombardata. Quella scultura lo colpì, perché rifletteva la drammatica incertezza del tempo, sospeso tra le rovine di un passato che rischiava di andare perduto per sempre e l’angoscia di un futuro estremamente fragile e precario. Enea cerca insomma di salvare il salvabile e, tutto preso dal senso del dovere, si avvia, anche a costo di smarrire la moglie (l’amore), verso un imbarco, nella speranza di trovare «un altro suolo». Ecco, ci sembra che Misheff rappresenti al meglio lo spirito di Enea, che lo incarni anzi, rinnovandolo, alla luce dell’attualità.
Il suo discorso muove da una aperta critica alla modernità e a quella sua (in)versione in negativo, se fosse possibile, che è la post-modernità. Se il moderno aveva negato la Tradizione, il postmoderno – che è la negazione della negazione – inizia quando la modernità ha distrutto tutti gli aspetti premoderni. La postmodernità – a dire di Aleksandr Dugin, “un futuro che è già presente” – è l’apocalisse della civiltà, “una forma di satanismo e di nichilismo in cui proliferano il politicamente corretto, l’ideologia gender, il femminismo e il post-umanesimo”. La modernità è fiorita sull’oblio dei padri, prima rinnegati e poi uccisi. In nome di quelle “magnifiche sorti e progressive” già irrise da Leopardi: in nome cioè di una forsennata volontà di potenza, di un progresso senza limiti e senza misura.
Walter Benjamin ne ha dato una impeccabile illustrazione: «C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera».
Ebbene, nonostante queste e altre sinistre premonizioni, si è fatto finta di niente, si è continuato in una sfida faustiana che ha portato a due guerre mondiali, a immani carneficine. Illusi dalla tecnologia trionfante e convinti di essere finalmente padroni del proprio destino, gli uomini hanno prima brindato alla “morte di Dio” e poi si sono votati al “vitello d’oro”, idolatrando il Mercato, il consumismo, la moda. La moda è lo specchio fedele della modernità che si autodivora, che di continuo deve rinnegarsi per sussistere, un’immagine di quella che Hegel giustamente chiamava “cattiva infinità”. L’assurdità di una economia basata sul circolo vizioso produzione-consumo è la stessa del cane che si morde la coda.
Nel deserto dei valori – ma già siamo nella post-modernità – l’unico valore superstite è quello della merce: il valore di scambio. Il mercato mondiale è stato prospettato come preludio alla pace universale, superamento dei confini, cancellazione delle barriere. Si è così avviato un processo di globalizzazione finanziaria, economica, tecnologica e culturale che ha portato alla disgregazione delle comunità tradizionali, alla rottura dei legami sociali familiarmente consolidati, a quella “confusion de le persone” che per Dante è sempre “principio […] del mal de la cittade”. Dimenticando che, quando la natura dei legami sociali è percepita come estranea, gli uomini si sentono inibiti alla piena realizzazione di sé. Già Isaiah Berlin aveva intuito l’astrattezza e l’artificialità, soprattutto in ambito morale, degli appelli all’universalità. Specialmente quando presuppongono la cancellazione dell’identità. O ad essa preludono.
La modernità ha sradicato gli individui dalle comunità di appartenenza, ammassandoli nei falansteri urbani, riducendoli a numeri, a tessere anonime di un mosaico informe, privandoli dell’anima. Ci si è così dimenticati dell’ammonimento di Bergson, che già agli albori del ’900 auspicava proprio “un supplemento d’anima” quale antidoto alla umana perdita d’identità nell’epoca dominata dal progresso tecnologico. Ci si è illusi che bastasse il benessere a riempire il vuoto esistenziale, ignorando che non di solo pane vive l’uomo. “Dategli, all’uomo, – diceva Dostoevskij – tutte le soddisfazioni economiche in modo tale che non abbia alcuna preoccupazione che dormire, mandar giù brioches e darsi da fare per prolungare la storia universale, riempitelo di tutti i beni della terra, e immergetelo nella felicità fino alla radice dei capelli: alla superficie di questa felicità, come su quella dell’acqua, scoppieranno delle piccole bolle”. È appunto quello che sta avvenendo.
Nella tracotanza con cui l’uomo ha preteso di sostituirsi a Dio c’è alcunché di luciferino. Si pensi alle odierne megalopoli, a quegli avveniristici grattacieli che stanno fiorendo, spesso per volontà di nuovi satrapi, come suadenti fleurs du mal, frammezzo allo squallore che li circonda, da New York a Dubai, da Baku a Shangai, da Astana a Bangkok. Si pensi al Bosco Verticale progettato dallo Studio Boeri nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Siamo di fronte a nuove torri di Babele, a sfide che suonano oltraggio: al buon senso prima ancora che a Dio. Un certo capitalismo ha sradicato l’uomo dalla Natura, ne ha esaltato il carattere prometeico, ma questa hybris preannuncia e prepara – come ben sapevano i Greci – la catastrofe.
Via via che “la gabbia d’acciaio” della modernità si è imposta, con lo sviluppo della scienza e della tecnica, con il distacco dalla terra, con l’esodo dalla campagna, con l’affermazione delle varie rivoluzioni industriali (e post-industriali) che si sono susseguite, lo sradicamento degli individui si è intensificato. L’urbanesimo ha fatto il resto. Una diaspora di atomi ha fatto seguito al declino delle comunità. Gli individui, così sradicati, sono stati ridotti a numeri, a codici, a esseri anonimi, senza qualità. Dove sono finiti – si chiedeva Garcia Lorca in Poeta en Nueva York – gli oliveti, il mare, le campagne dorate, le conchiglie?
L’aurora di New York possiede / quattro colonne di fango / e un uragano di colombi neri / che sguazzano nell’acqua imputridita. // L’aurora di New York geme / su per le immense scalinate / cercando in mezzo agli spigoli / nardi di angoscia disegnata. / L’aurora arriva e nessuno l’accoglie nella bocca / perché là non c’è domani né speranza possibile. / Talvolta le monete fitte in sciami furiosi / traforano e divorano bambini abbandonati. // I primi ad affacciarsi comprendono nelle ossa / che non avranno l’eden né gli amori sfogliati; / sanno che vanno al fango di numeri e di leggi, / a giochi privi d’arte, a sudori infruttuosi. / La luce è seppellita da catene e frastuoni / in impudica sfida di scienza senza radici. / Nei quartieri c’è gente che barcolla d’insonnia / come appena scampata da un naufragio di sangue”.
È di qui – crediamo – che bisogna partire per comprendere l’ultimo Misheff e i suoi interni domestici. Questi nascono infatti contemporaneamente e in dialettica antitesi ad altre sue opere dedicate a folle oceaniche angosciate sullo sfondo di città-simbolo (New York, Parigi, Milano), in attesa o in procinto di essere travolte da uno tsunami devastante, da un turbine vorticoso. Folle solitarie, senza identità, sullo sfondo di città alveari, di città formicai, delle quali solo Caino poteva essere il fondatore. In queste opere di Misheff si avverte l’eco di un dramma collettivo che trova analogie nell’Ansia e nell’Urlo di Edward Münch, nelle “maschere” di James Ensor, in altre opere d’area simbolistico-espressionistica. L’espressionismo – dal latino exprimere – riflette infatti sull’esterno uno stato d’animo generalmente perturbato e commosso, così che a dominare è sempre un senso di marcata solitudine, anche quando ad essere raffigurata è una moltitudine di persone. Il simbolismo mira invece a imprimere carattere esemplare, di universalità, a quanto vi può essere di (auto)biografico o di aneddotico in un’opera. Ed è a questo, appunto, che mira Misheff, con tecnica peraltro affatto personale, nei suoi ultimi lavori nati all’ombra del flagello biblico del coronavirus.

    

Nell’insieme e mutatis mutandis, gli interni, austeri e maestosi ad un tempo, di Palazzo Thea ci ricordano le Antichità romane di Piranesi, la cui grandiosità dà l’idea dell’imponenza di una civiltà, di fronte alla quale gli uomini d’oggi tendono a scomparire o, se non altro, a passare in secondo piano. Perché è vero che, forti della potenza che si sprigiona dalla tecnica, abbiamo l’impressione di essere superiori ai nostri padri, di spingere il nostro sguardo più lontano e più a fondo di loro, ma non ci accorgiamo che questo non è merito nostro: ciò in realtà avviene – come aveva intuito l’acume di San Bernardo – perché, pur essendo noi dei nani, poggiamo sulle spalle di giganti. Non è un caso che per designare gli antenati i Latini usassero il termine di maiores. «Chi fuor li maggior tui?» chiede Farinata a Dante nel decimo canto dell’Inferno. È una domanda, questa, che anche noi dovremmo porci più spesso, magari solo per verificare se ne siamo degni eredi.
In tempi di clausura e – per alcuni, ahimè – di claustrofobia, la casa, oltre che ricettacolo di affetti e di memorie, può anche riassumere connotazioni sacrali. Non a caso il latino, con il termine aedes – da cui i nostri “edile”, “edilizia”, “edificio”, etc. – designava tanto la casa quanto il tempio. Ambedue spazi “augusti”. E d’altra parte che altro è il duomo, se non la domus dei Latini, nel senso di domus Dei, di “casa di Dio”? La casa è anche un asilo, dal greco asylon, “luogo inviolabile, dove non vige il diritto di cattura”: nido, quindi, e rifugio. Ma, per esser davvero tale, dev’essere ospitale, piena di attrattive, ingentilita dall’arte. Luogo d’intimità e di sublimità, dove le sister arts – la pittura, l’architettura, la musica, la scultura, la poesia e la letteratura (qui evocate dai libri, dalla libreria) – sono pronte ad accogliere, a consolare, a intrattenere, a prefigurare un “mondo nuovo e una terra nuova”, più umana perché meno obliosa del senso della misura, del limite, del giusto mezzo. La funzione, insomma, che nel Decameron del Boccaccio, durante la terribile “peste nera”, è demandata al racconto. La casa come buen retiro, come angulus da cui guardare al formicaio del mondo. Odi profanum volgus et arceo [“Odio il volgo profano e me ne tengo a distanza”], diceva infatti il grande Orazio, che dell’angulus fu sommo cantore.

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Raccontare storie a colori

di Paolo Repetto, 21 maggio 2020

La storia non è soltanto ciò che è stato,
ma anche ciò che se ne è fatto
Marc Bloch, Apologia della storia

Durante una delle interminabili passeggiate alessandrine con Mario Mantelli, di ritorno dall’appuntamento rituale delle sedici al Libraccio (accadeva quasi sempre che mi accompagnasse sin sotto casa, e fossi poi io a riaccompagnare lui alla sua, perché non si poteva lasciare il ragionamento a metà) sentii parlare per la prima volta di Michel Pastoureau, del quale fino a quel momento ignoravo persino il nome (non aggiungo “colpevolmente” perché, insomma, non si può pretendere di conoscere tutto). Il tema quella sera era il significato simbolico dei colori, e in effetti su quell’argomento il suo “Medioevo simbolico” è oggi una Bibbia. Ma io, ripeto, non lo sapevo, e a non saperlo mi sentivo in quel momento davvero un po’ colpevole, perché sulle simbologie medioevali più di quarant’anni prima avevo fatto approfondite ricerche (dopo la scoperta del Medioevo fantastico di Jurgis Baltrušaitis mi si era aperto tutto un mondo, nonché un modo diverso di pensare la storia). Mi sono assolto solo quando ho verificato che gli studi di Pastoureau sono apparsi attorno all’inizio del nuovo secolo, quando ormai i miei interessi viaggiavano in altre direzioni.
L’importanza che Mario attribuiva a questi studi e l’ammirazione che tributava a Pastoureau mi hanno però spinto a tornarci su: in sostanza, sono andato a leggermi prima “Nero. Storia di un colore”, e poi “Medioevo simbolico”. Con enorme diletto, devo dire, e con altrettanto profitto. Ora, però, non ne farò qui la recensione: conviene che leggiate gli originali, se già non lo avete fatto. Ne prendo spunto, invece, per alcune riflessioni sull’insegnamento della storia, su quello “che se ne è fatto”, come scriveva Marc Bolch, e su quello che attualmente se ne fa. E parto necessariamente dalla mia esperienza didattica e più in generale dalle mie velleità di divulgatore.
Ho insegnato Storia (uso sempre la maiuscola quando mi riferisco alla disciplina di studio) per trentadue anni, ho scritto di Storia entro quello che potremmo definire il circuito “ufficiale” per un breve periodo, ho raccontato Storia (o storie) per il resto della mia vita. Lo sto facendo anche adesso. Questa esperienza mi ha lasciato la convinzione che la storia dalle nostre parti sia conosciuta poco o male perché coloro che dovrebbero raccontarla lo fanno in genere nella maniera sbagliata (non che altrove sia conosciuta molto meglio, ma questo avviene per altri motivi).
Questa affermazione potrebbe sembrare quanto meno opinabile: esiste oggi un’offerta ricchissima, addirittura esorbitante, di divulgazione storica, e quest’ultima viene praticata con tutti gli strumenti e su tutti i supporti possibili, dalla conferenza al racconto per immagini, documentario, cinematografico o informatizzato. Ma non è una questione di quantità: “quella” storia trattata come una “merce” culturale qualsiasi, venduta a pezzi come il muro di Berlino, truccata, imbellettata, sia pure, nel migliore dei casi, coi “documenti d’archivio”, insomma condita e precotta e confezionata per il pronto consumo come i quattro salti in padella, non è la stessa cosa di cui parlo io. Io parlo di “senso” storico, inteso naturalmente come sensibilità educata nel soggetto conoscente, e non di un significato intrinseco all’oggetto conosciuto.
Ho scritto sensibilità “educata” perché il primo approccio serio con la storia si ha a scuola: è lì che nasce, o muore, l’imprinting, e la nostra scuola in tal senso non è affatto attrezzata a preservarlo. Ne ho già trattato a più riprese altrove. Non che manchino gli strumenti didattici, anzi, ce ne sono a mio parere sin troppi, e si fa troppo affidamento sul loro ruolo. Ma paradossalmente questi strumenti, anziché contribuire a creare una atmosfera “speciale”, a coltivare un apprendimento che entri sottopelle e circoli in vena, adattano e livellano questo apprendimento ai modi della quotidianità, ad una percezione confusa e indistinta della realtà. Col risultato che la narrazione storica finisce per confondersi e assimilarsi alle altre infinite narrazioni che passano attraverso schermi, teleschermi e monitor.
Faccio un esempio banalissimo. Le scelte iconografiche che corredano oggi i libri di testo delle elementari, giustificate con l’intento di educare gli allievi ad un rapporto e a una dimestichezza precoci con le “fonti documentali”, ottengono l’effetto opposto. Il valore evocativo di un dagherrotipo d’epoca che ritrae Nino Bixio è infinitamente minore rispetto a quello che aveva un tempo la figurina disegnata di un garibaldino, o di Bixio stesso, con la sua brava camicia rossa: illustrazione che avrebbe potuto essere trasposta di sana pianta in uno dei fumetti di capitan Miki o di Tex, o presa da esso, e che rimandava alla dimensione dell’avventura (alimentando peraltro la voglia di andare più tardi a scoprire che faccia aveva davvero quel garibaldino, e di cercare quindi il dagherrotipo). È evidente che oggi le stesse immagini non evocherebbero più nulla, perché nessun ragazzino legge più Miki o Tex, ma ciò che è andato a sostituirle non ha assolutamente un altrettale potere di suggestione, e non potrebbe averlo anche se usato nel migliore dei modi: semplicemente perché su quel versante la mente dei ragazzini è già colonizzata da ben altri effetti speciali.
Il discorso deve dunque spostarsi sul fattore umano. Occorre riscoprire finalmente la centralità della famigerata “lezione frontale”. E qui il problema si presenta nel suo vero aspetto. Ciò che davvero manca sono gli insegnanti, i narratori capaci di trasmettere quel senso di “pervasione del tutto” che solo giustifica e rende possibile la vera conoscenza storica. Mancano perché coloro che si confrontano oggi con i ragazzi a loro volta la storia non la conoscono, o la conoscono male, o ne hanno una conoscenza parziale in termini quantitativi e partigiana in quelli qualitativi. La loro impreparazione è frutto di quarant’anni di improvvisate e raffazzonate riforme dei piani di studio, che hanno sconvolto la tradizionale scansione delle tappe dell’apprendimento per sostituirla con modelli completamente sganciati dalla realtà. La sgrossatura che un tempo era affidata alla scuola elementare, e che con tutti i suoi limiti offriva quantomeno l’idea di un percorso “storico”, di una cavalcata attraverso i tempi, ha lasciato il posto ad una pretesa approfondita “immersione” (l’intero terzo anno dell’odierna primaria dedicato alla preistoria, i due successivi alle civiltà classiche) che rompe i ritmi e ingenera nella mente dei ragazzini – abituata per altri versi ai tempi rapidi di comunicazione degli spot o a quelli frenetici dei videogiochi – un senso di saturazione e un sostanziale disinteresse. Contemporaneamente, il preteso ribaltamento del punto di vista eurocentrico, la pregiudiziale messa sotto accusa della civiltà occidentale e l’ambizioso proposito di trattare sullo stesso piano tutte le civiltà (delle quali chi insegna sa naturalmente ancor meno che della nostra) ha creato un approccio disordinato, velleitario e inversamente “negazionista”.
Chi si è formato in una babele didattica di questo genere non può non essere confuso e inadeguato. Intendiamoci: non sto dicendo che “un tempo” tutti gli insegnanti di storia fossero bravi a raccontarla, o obiettivi nella trattazione, e nemmeno che lo fosse la maggioranza: io stesso ho incontrato nel mio percorso scolastico dapprima una esposizione arida, noiosa e nozionistica, e successivamente una “imposizione” fortemente ideologizzata e altrettanto nozionistica, e ho anche pagato, in termini di valutazioni, i miei timidi tentativi di rendere il tutto un po’ meno insipido aggiungendo qualche grano di sale. Ma quegli insegnanti avevano comunque di fronte degli allievi che il nozionismo, per forza d’abitudine, erano in grado di digerirlo, e di cavarne quindi alimento anziché tossine. Anche quello meno bravo, se appena appena faceva un po’ il suo dovere, qualche plinto di fondazione riusciva a gettarlo. Poi ciascuno, in base alle sue capacità e alle sue disposizioni, ci costruiva sopra l’edificio che voleva. Oggi l’utenza è diversa, e non è certo con i giochini spettacolari offerti da nuovi media, coi quali gli allievi hanno una consuetudine ben superiore a quella dei loro docenti, che si conquista la loro attenzione. Con quelli, quando va bene, li si tiene buoni per qualche mezz’ora. Quindi non si scappa: o si reimpara a narrare, pur con tutti gli ausili e i supporti che si vuole, o si condannano le nuove generazioni all’ignoranza storica.
Naturalmente non mi sto riferendo alle capacità affabulatorie: quelle o si possiedono o no, anche se un buon allenamento può dirozzare o ammorbidire la tecnica di esposizione. Parlo invece di una disposizione mentale che in parte può essere un regalo di natura, ma per il resto va costruita. Ciò che maggiormente difetta, infatti, è la capacità di fare storia con tutto, e quindi di far comprendere ai ragazzi che tutto fa storia. Per rimanere nella metafora gastronomica di cui sopra, manca la capacità che aveva mia madre di costruire piatti appetitosi partendo sempre dagli stessi quattro ingredienti poveri di cui disponeva. Il che significa non essere onniscienti, ma avere la capacità di cogliere in qualsiasi ambito un potenziale di indagine, di chiarimento o di spiegazione storica. Che equivale a dire: di divertirsi e di abituare a un divertimento intelligente chi ti segue.
Conviene però a questo punto passare immediatamente agli esempi, per evitare di girare a vuoto tutto attorno e di strangolarmi da solo. E anche per spiegare il riferimento iniziale. Pastoureau entra in questo discorso perché i colori hanno fatto la loro parte di storia (e lui l’ha raccontata), ne sono stati testimoni e ne sono a loro modo anche motori. Vediamo come. Senza riassumere Pastoureau, ma sviluppando le indicazioni di metodo che ha fornito.
Quando si racconta agli allievi la vicenda della Riforma protestante è difficile appassionarli al dibattito teologico, al problema del libero arbitrio, della grazia o non grazia, della validità o meno dei sacramenti, ecc… Il che non significa che non si debba parlarne, al contrario: ma occorre farlo portandoli a toccare con mano le conseguenze tangibili, immediatamente visibili, delle diverse scelte. Questo lo si può ottenere, ad esempio, comparando la diversa presenza dei colori in un’opera fiamminga della seconda metà del cinquecento e in una del seicento: Brueghel e Rembrandt, tanto per andare sul sicuro. Credo non ci sia nulla che faccia immediatamente percepire il salto di mentalità meglio del passaggio dagli abiti variopinti e chiassosi de la Danza nuziale a quelli neri, uniformi, rigidi della Lezione di Anatomia. Il nero è negazione della varietà dello spettro cromatico, della diversità, della possibile coesistenza di differenti concezioni del mondo: quindi spiega la caccia alle streghe, le guerre di religione, le intolleranze reciproche, ecc … L’uniformità stessa del colore degli abiti rimanda immediatamente all’idea di “uniforme”, nelle accezioni sia sostantivale che aggettivata, e quindi all’operazione di intruppamento dei corpi e delle menti perseguita tanto dai riformatori come dai controriformisti, gli uni e gli altri avendo alle spalle i nascenti stati moderni. E l’associazione nella cultura occidentale del nero col demoniaco, con il pericolo, con la violenza, con il lutto, può magari anche aiutare a far comprendere fenomeni come quello del razzismo.
Allo stesso modo, un piccolo excursus sulle simbologie negative del rosso o del giallo può diventare intrigante, e al tempo stesso, se ben pilotato, sgombrare il terreno da pregiudizi popolari radicati. Quando è associato a tratti morfologici, come il colore dei capelli o della pelle, il rosso connota tradizionalmente una disposizione negativa. Sono rossi i capelli e la barba di Giuda, ad esempio, così come ricorrono nella pittura medioevale (e sopravvivono in quella successiva), ma anche quelli di numerosissimi personaggi biblici o mitologici, o dei reprobi dei poemi cavallereschi, fino a quelli della letteratura romantica, e oltre (il Rosso Malpelo di Verga). Ora, questa valenza simbolica negativa ha un’origine facilmente identificabile: presso quasi tutte le etnie del mondo, con la parziale eccezione dei popoli scandinavi, gli individui di pelo rossiccio rappresentano delle esigue minoranze, e sono quindi percepiti immediatamente come dei “diversi”, alla stessa stregua ad esempio dei mancini. Non a caso, nella rappresentazione iconografica (ancora Giuda) e letteraria i due attributi marciano spesso di conserva. Il rosso diventa quindi per antonomasia il colore che connota, in progressione negativa, una differenza, una anomalia, un pericolo, il male. Diventa il colore di Satana. E l’identificazione simbolica finisce alla lunga per prescindere dal suo movente originario, al punto da imporsi anche presso quelle culture (le nordiche di cui sopra) nelle quali la motivazione della differenza morfologica non ha senso.
Altrettanto intriganti e rivelatori sono poi i risvolti attuali di questo simbolismo. Perché ad un certo punto quello dei reprobi da simbolo infamante diventa invece vessillo di riscatto ed è adottato come bandiera, e questo malgrado il rosso rimanga convenzionalmente associato al pericolo e alla devianza (la bandiera rossa sulle spiagge, il segnale rosso dei semafori, la sottolineatura degli errori su questo computer, le zone rosse dei contagi, ecc). Anzi, è proprio il messaggio di pericolosità connesso al simbolo ad essere rivendicato (le camicie rosse dei garibaldini, l’Armata rossa – cui la reazione oppone naturalmente quelle bianche), e usato come un monito minaccioso da mandare ai nemici. Nello stesso modo in cui viene fatto proprio, e ribaltato nelle sue valenze etiche e politiche, il simbolismo connesso a tutto ciò che concerne la “sinistra”.
Anche qui, una passeggiata nell’iconografia, in particolare in quella sacra, si rivela particolarmente istruttiva. Si considerino ad esempio le trasformazioni avvenute nell’abbigliamento della madonna, nel quale a partire dalla Controriforma il rosso tende a cedere sempre più il posto al bianco, sino alla definitiva affermazione di quest’ultimo dopo il dogma dell’immacolata concezione. La madonna pellegrina che io stesso ho visto nei primi anni cinquanta transitare per Lerma, nel corso di un pellegrinaggio preelettorale che coprì palmo a palmo tutto il territorio nazionale, per esorcizzare il pericolo del fronte popolare, era rigorosamente ammantata di bianco e azzurro: il rosso campeggiava solo nei manifesti che proponevano l’immagine terrificante dell’orso bolscevico.
Dal canto suo, anche il giallo ha conosciuto una associazione simbolica negativa, solo appena più sfumata. Nell’iconografia medioevale, ma anche in quella successiva, è il colore del tradimento e della menzogna, come tale identificato non tanto nei tratti morfologici (ché, anzi, dopo le conquiste normanne il colore biondo dei capelli diventa il tratto distintivo della nuova nobiltà di spada) quanto nell’abbigliamento (dietro il quale, appunto, ci si nasconde). La veste di Giuda è spesso gialla, così come gialla è la stella identificativa degli ebrei, e tali sono molti capi di abbigliamento degli ebrei stessi, o dei buffoni di corte e dei saltimbanchi. In questo caso ad essere sottolineata è una diversità non “naturale”, ma sociale e culturale.
Come si vede, le potenzialità di sviluppo di un discorso di questo tipo sono infinite. Il filo principale può essere svolto, per esempio, partendo dai colori primari, pieni e nitidi, usati da Giotto e nella pittura francescana, passando per quelli opulenti del Beato Angelico e di Benozzo, risalendo a quelli più sfumati della pittura rinascimentale, che coincidono con la liberazione del pensiero da contorni troppo netti e marcati; e si dipana poi, dopo il barocco, con un ritorno al cromatismo vivace, alle tinte pastello nel Settecento, e successivamente con l’utilizzo di tonalità più cupe, e il ritorno al nero degli abiti, nel Romanticismo. Insomma, la storia della nostra civiltà può essere riassunta anche attraverso il filtro cromatico.
Per inciso, in un discorso di questo genere rientrano, naturalmente su un piano diverso, proprio le escursioni storico-antropologiche di Mario Mantelli nel mondo delle impressioni infantili: sia pure circoscritte apparentemente a un microcosmo provinciale, e ad un periodo molto particolare, ma allargate oltre che alle immagini e ai colori anche ai sapori e agli odori, raccontano l’educazione “sensoriale” prima che sentimentale di una intera generazione (tema sul quale Mario è tornato anche recentemente): e questo racconto vale più di qualsiasi dotta indagine o dissertazione per spiegare le scelte ideologiche o esistenziali dei nostri coetanei.

Ma la storia non è solo colorata: può essere anche “colorita”. E qui entra in gioco l’uso dell’aneddotica. Tutti i miei studenti ricordano ancora oggi che Cavour voleva prendere a calci nel sedere Vittorio Emanuele II dopo l’armistizio di Villafranca (storico: testimoniato da Costantino Nigra). Magari ricordano solo quello, e non le date di san Martino e Solferino, ma almeno sanno chi erano Cavour e Vittorio Emanuele, e che rapporti intercorrevano tra i due, e che è stato stipulato un armistizio a Villafranca, e che quindi in precedenza c’era stata una guerra, e perché questa guerra era stata combattuta. Sarei curioso di fare oggi un test a campione sugli studenti usciti dalla scuola secondaria da un paio di anni, per verificare che conoscenza hanno di quei personaggi e di quelle vicende. Lo stesso valore di chiodini nel muro della memoria possono assumere un sacco di altre informazioni, al limite del pettegolezzo, che riescono ad accendere l’attenzione per la loro curiosità e a mantenerla poi desta anche sui fatti essenziali cui sono collegate. Non si tratta di “banalizzare” la storia, cosa che accadrebbe se si raccontassero solo i pettegolezzi, ma di vivacizzarla un po’, di farla uscire dal recinto sacro della disciplina di studio e farla entrare in quelli dell’interesse e del divertimento.
Un discorso analogo vale per la proposta di approcci un po’ sfalsati e marginali rispetto a quello canonico e rituale. La Storia può essere raccontata ad esempio passando attraverso l’esame delle risorse, a partire da quelle alimentari per arrivare alla disponibilità di materie prime indispensabili al processo industriale. Sapere che nell’area mediterranea e mediorientale erano presenti in natura trentadue delle cinquantasei specie erbacee domesticabili ad uso alimentare, contro le undici delle Americhe, le sei dell’Africa subsahariana e dell’Asia orientale e le due dell’Australia, aiuta i ragazzi a capire le ragioni dei diversi tempi di sviluppo di queste zone, e il conseguente fenomeno della dominazione europea, molto più della conoscenza in dettaglio dei rapporti internazionali, o perlomeno consente di spiegare molto meglio questi ultimi. E così, un minimo di storia dell’alimentazione, quel tanto sufficiente a far comprendere che senza l’introduzione in Europa del mais e delle patate forse non ci sarebbe nemmeno stata la rivoluzione industriale, o sarebbe avvenuta in altri luoghi e con altri tempi, rende molto più semplice e chiara la situazione. Allo stesso modo, la sostituzione del petrolio al carbone come fonte energetica primaria spiega la decadenza dell’Europa, e la presenza solo in Africa di elementi come il litio o il coltan ci fa immediatamente intuire perché quel continente non abbia pace.
In definitiva: io credo che la strategia per riaccendere nei giovani, o almeno di una parte di essi, l’interesse per la storia passi in primo luogo per la segnalazione di diversi possibili percorsi: una segnalazione che, se gestita con criterio, scegliendo i momenti e profittando degli agganci opportuni, non confonde affatto le idee dei ragazzi, ma al contrario, apre le loro menti alla curiosità e all’autonomia di pensiero. Il resto, l’apertura agli “eventi”, la ricognizione dei “luoghi storici”, le conferenze dei professionisti della divulgazione, i supporti multimediali, tutto lo strumentario al quale oggi sembra affidarsi e ridursi la didattica, ha valore solo in quanto usato all’interno di questo piano, né più né meno di come lo avevano le carte geografiche appese ai muri delle nostre aule. Ma fin qui credo di non dire in fondo nulla che almeno teoricamente non sia già contemplato nelle linee di indirizzo periodicamente diffuse anche nella nostra scuola. Di nuovo, anzi, a dire il vero, di antico, c’è che questo progetto di riscatto presuppone da un lato, negli allievi, un sostrato essenziale ma solido di conoscenza degli eventi (leggi: nozioni, date, nomi, luoghi) e di competenze nel loro inquadramento cronologico; dall’altro, nei docenti, la capacità di non ridurre il tutto ad imbonimenti autoreferenziali o a pappine precotte. I percorsi possibili vanno suggeriti, assistiti, esemplificati quanto basta, ma lasciati poi aperti e incompiuti. Con le stesse cautele possono anche essere azzardati degli schemi interpretativi che consentano agli studenti non soltanto di guardare alla storia con occhiali diversamente colorati, ma anche di scegliersi particolari postazioni di lettura. Cito, per fare qualche esempio, quelli relativi alla contrapposizione per il passato remoto tra popoli nomadi e popoli sedentari, o tra civiltà particolaristiche “democratiche” e civiltà idrauliche dispotiche; per quello più prossimo, tra popoli che guardano alla terra e popoli che guardano al mare.
Ecco, suggestioni di questo tipo sono, come dicevo, materia estremamente delicata, e vanno trasmesse assieme alla consapevolezza che si tratta di possibili modalità di lettura della storia, e non di chiavi magiche che aprono al suo senso: e che ogni angolo prospettico va confrontato con gli infiniti altri, non per contraddirli o negarli, ma anzi, per trarne conforto e ulteriori stimoli. È una cosa meno facile di quanto possa sembrare: le idee forti, i modelli interpretativi ad alto tasso di assertività esercitano un’indubbia attrattiva sulle menti adolescenziali (e non solo su quelle), che hanno bisogno di spiegazioni semplici, di un “senso” all’interno del quale e in funzione del quale collocare gli eventi storici. Ma d’altro canto queste suggestioni “integraliste” sono una tappa obbligata nel cammino di chi va alla scoperta della storia. Importante è che non rimangano l’ultima: cosa che invece accade quando le alternative offerte non sono altrettanto seducenti.
Per chiudere torno dunque al colore e al mio sussidiario di terza elementare. In esso anche gli opliti di Leonida o i legionari romani erano rappresentati con figurine coloratissime, quanto attendibili nella ricostruzione dell’abbigliamento non so, ma senz’altro capaci di colpire la fantasia, tant’è che ancora le ricordo. In quello di mio nipote le figurine sono state sostituite da fotografie di statue o di monumenti classici, molto belle, per carità, ma tendenti a indurlo a pensare che gli uomini dell’antichità fossero di marmo e che Atene e Roma fossero imbalsamate in un sudario bianco. E come tali, ben poco vivaci e interessanti. Allo stesso modo, per riallacciarmi a quanto dicevo sopra a proposito dell’aneddotica, sono scomparsi dalla narrazione Muzio Scevola e Attilio Regolo, col risultato che della divisione in tribù e in curie, meticolosamente descritta, e dei comizi curiati o centuriati non ricorda già ora nulla, e nemmeno gli è rimasta traccia di quegli episodi simbolici che trasmettevano comunque l’idea di un certo modo di concepire il rapporto tra individuo e stato.
Quindi? Quindi l’argomento è troppo complesso per essere affrontato e liquidato in quattro paginette. Ma anch’io, che pure adolescente non sono più da un pezzo, ho conservato alcune idee semplici e forti, e approfitto di ogni occasione per ribadirle. Non devo argomentare e giustificare l’utilità dello studio della Storia, lo hanno già fatto moltissimi altri, a partire almeno da tremila anni fa, da quando una rudimentale coscienza storica è comparsa a connotare in maniera ancor più netta la “diversità” del genere umano. E neppure intendo entrare nel merito di “cosa” della storia si è fatto, altro tema dai risvolti infiniti. No, semplicemente volevo esprimere la mia preoccupazione per l’uso che se ne farà una volta che nella stragrande maggioranza degli umani quella coscienza storica si sarà atrofizzata: perché questo è il processo in atto, non so dire quanto sapientemente guidato o quanto irresponsabilmente accettato. La riduzione della Storia a spettacolo, a merce culturale, ne rappresenta oggi l’aspetto più fastidioso, in quanto più immediatamente visibile: ma dietro ci sono la sostanziale cancellazione della conoscenza storica, la sua perdita di profondità, il suo appiattimento sul presente, il leopardiano (ma già omerico) “trascolorar del sembiante”, e quindi la sua continua possibile riscrittura su richiesta (on demand, si usa oggi) dei nuovi committenti: dietro c’è un futuro senza conoscenza, e quindi senza coscienza storica.
Non posso assistere inerte a questa deriva, anche se di quel futuro ne vedrò poco. Credo sia doveroso ostinarsi a chiarire, a sé e agli altri, che le colorazioni con filtri speciali, del tipo di quelle operate sui vecchi film western, rovinandoli e falsandone completamente l’aura, così come gli interventi di restauro radicale, che cancellano quella patina del tempo che della storia è segno distintivo, non sono affatto dei rimedi, e la deriva anziché arginarla l’accelerano. Ridare colore alla storia non significa cambiare l’ordine degli eventi o ricalibrarne la rilevanza. Significa molto più semplicemente ricaricare lo sguardo che ad essa rivolgiamo di quello stesso stupore e di quella curiosità che l’hanno originata.

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John Piper. Ricolorare l’Inghilterra

di Paolo Repetto, 20 maggio 2020 – vedi l’Album

John Piper Ricolorare l’Inghilterra copertinaJohn Piper va rubricato tra gli artisti “poliedrici”. Questo termine viene in genere usato in due accezioni, una positiva, ad indicare chi in qualunque ambito artistico si cimenti ottiene risultati eccezionali, tipo Michelangelo, e una invece piuttosto “riduttiva”, ad indicare chi sa fare un po’ di tutto, ma senza eccellere in nulla. L’accezione mia è ancora un’altra: comprende chi ha moltissimi interessi, e produce in ogni campo risultati interessanti.
Piper, che ha attraversato tutto il “secolo breve” (1903 – 1992), di occasioni stimolanti ne ha avute in abbondanza, e non se n’è lasciato sfuggire una. È stato protagonista del rinnovamento della scena artistica inglese tra le due guerre, entrando a far parte del movimento dei “Sette più cinque” e fondando la rivista d’arte Axis, ha collaborato coi servizi segreti durante il secondo conflitto mondiale, diventando ufficialmente “artista di guerra”, ha censito “graficamente” negli anni cinquanta e sessanta ciò che rimaneva del patrimonio architettonico di dieci secoli di storia inglese. Tutto questo mentre si occupava fattivamente di scenografia teatrale, di pittura su ceramica, di vetrate colorate, di murales, di fotografia e di tutto ciò che in qualche maniera avesse attinenza con l’espressione artistica, e compilava guide delle regioni inglesi che illustrava poi coi suoi disegni.

Nel frattempo transitava dall’astrattismo della giovinezza al naturalismo della maturità, per approdare poi ad un segno fortemente connotato sia graficamente che nelle tonalità cromatiche. Anche se rimane difficile identificare un stile che davvero lo rappresenti, la sua mano è immediatamente riconoscibile.
Quello che a noi maggiormente interessa è il Piper pittore di paesaggi e di edifici, chiese, castelli, manieri. Le sue opere potrebbero benissimo illustrare un libro di Sebald, se non fossero così vivacemente cromatiche. Ma la cosa stupefacente è che anche nell’esplosione dei colori le sue immagini sono tutte velate di malinconia. La sua è un’Inghilterra che non vedremo più.

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Johann Wilhelm Schirmer. Istantanee dal passato

di Paolo Repetto, 18 maggio 2020 – vedi l’Album

Johann Wilhelm Schirmer Istantanee dal passato copertinaDiversamente dagli altri artisti che siamo soliti presentare, Johann Wilhelm Schirmer (1807 – 1863) non era né un genio né un disadattato o un alienato mentale. Non ha lasciato opere che facciano gridare al capolavoro, che stupiscano, che aprano all’espressione artistica nuove strade. Era un onesto, scolastico, pittore di transizione: che non significa però modesto. La sua vita stessa e la sua carriera sono in tal senso esemplari. Figlio d’arte, passò dagli studi all’Accademia all‘insegnamento nella stessa, intervallato solo dai viaggi di prammatica in diversi paesi europei, compresa naturalmente l’Italia. Nulla di strano o di eclatante. Eppure, dopo quasi due secoli i suoi paesaggi procurano ancora piacevoli suggestioni, anche se i nostri palati sono ormai educati a sapori diversi. Sono gradevoli, non stancano, si abbinano senza sforzo ad ambienti eterogenei. Rientrano in una concezione “decorativa” che all’arte è sempre stata propria, a dispetto di tutte le valenze eversive e rivoluzionarie delle quali quest’ultima è stata caricata. Ma soprattutto, documentano in maniera molto eloquente il passaggio dal primo romanticismo, quello di Caspar David Friedrich, mistico e tenebroso, ad una visione più pacificata e neutrale della natura e del mondo.

Un’epoca la si capisce meglio attraverso ciò che appaga il suo gusto, ciò di cui ama circondarsi, che da mille testimonianze dei suoi artisti di punta. A differenza dei suoi contemporanei inglesi, come Turner o come Constable, per intenderci, Schirmer dipinge paesaggi incontaminati e tranquilli, nei quali la presenza umana ha scarsissimo rilievo: e non sono scenari filtrati dalla nostalgia, perché è ancora ciò che nella Germania del suo tempo si poteva vedere. La memoria, il rimpianto, saranno introdotti solo dai suoi allievi. Schirmer fu infatti un ottimo maestro, e lo dimostra il fatto che abbia trasmesso la stessa padronanza tecnica ad allievi completamente diversi come Arnold Böcklin, e Oswald Achenbach, che ne fecero tesoro e la usarono poi per esprimersi in direzioni opposte.

Ci sembra giusto rendere omaggio, ogni tanto, alla professionalità: chi fa bene il proprio lavoro partecipa comunque alla costruzione di un mondo migliore. Schirmer il suo contributo lo ha dato: e a un paesaggio dei suoi, di piccolo formato, nel mio studio riserverei un posto d’onore.

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