di Maurizio Castellaro, 12 luglio 2026
Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r.)
Gira ancora nei cinema Città di pianura, un film dolce e profondo che racconta le avventure di due cinquantenni alla deriva nei bar del Veneto, e di uno studente di architettura da svezzare. I giovani con cui l’ho visto mi han detto di averlo amato perché si sono immedesimati nei cinquantenni semi-alcolizzati. Anche loro, mi han detto, tirano la nottata per i bar e le strade della città, alla ricerca di qualcosa. Sul momento questa scelta di campo mi ha spiazzato. Poi mi sono ricordato che anche le mie notti dei vent’anni erano così. Quanta disperazione, quanta solitudine, quanta angoscia in quelle notti in cui nulla di ciò che vedevo mi somigliava. Nelle notti dei vent’anni ci si guarda attorno e si pensa davvero che la realtà sia tutta lì. Oggi credo che la differenza la faccia il modo in cui si vive il proprio radicamento. Alcuni passano la vita attorcigliati alle proprie radici, senza riuscire a distoglierne lo sguardo. Altri invece intuiscono che le radici possono essere micorrize, le misteriose reti sotterranee che conoscono l’arte del connettere, e che aiutano a ritrovare il nostro nome nelle traiettorie segrete della vita. Da giovani, però, tocca soffrire: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita” (Paul Nizan).



