Economia di sottoscala

di Paolo Repetto, 6 aprile 2020

Uno degli effetti collaterali della quarantena domestica cui il coronavirus ci costringe, oltre al probabile aumento dei femminicidi e all’ulteriore deterioramento dei rapporti tra le generazioni, è senz’altro l’opportunità offerta ai grafomani di scatenare i loro più bassi istinti. Non mi riferisco qui ai socialpatici o ai blogger seriali, quelli non aspettano le epidemie per manifestarsi, ma a coloro che come me, dopo aver dedicato metà della giornata alla lettura e schifando le consolazioni televisive, non trovano di meglio che attaccarsi al computer e rifugiarsi nella scrittura.

Il problema è che qualsiasi argomento, in una situazione come quella attuale, perde quasi tutta la sua rilevanza: sono in quarantena anche loro. Non rimane allora che dedicarsi al vecchio proposito di mettere ordine tra le cose prodotte negli ultimi vent’anni, rimasto sempre inattuato per le urgenze continue di correre dietro a nuovi spunti. È un lavoro complesso, per chi soprattutto ha decine di file aperti da tempo immemorabile, dispersi su innumerevoli chiavette. È anche ingrato, perché impone di decidere cosa salvare e cosa buttare definitivamente, cosa è superato dagli eventi e cosa si è sottratto alla rapidissima obsolescenza che caratterizza ormai ogni prodotto, materiale e intellettuale. Ma è anche a suo modo gratificante, perché consente di riscoprire cose delle quali ci si era totalmente dimenticati e che non hanno del tutto persa la loro attualità.

A dire il vero non avevo atteso il virus per dedicarmi a questa operazione di recupero. Da qualche tempo ripropongo sul sito cose riemerse dall’oblio. Questo testimonia che non è la contingenza epidemica a motivarmi. La spiegazione è un’altra, è legata all’età. Non nel senso che questa mi induca nostalgie, ma per l’ossessione di riordinare, di mettermi “in pari”, fin che sono a tempo: e anche per l’anelito a un distacco progressivo e il più possibile indolore da un presente che a me, e purtroppo non solo a me, non sembra riservare un gran futuro.

Il convegno cui mi riferisco nel testo si è tenuto quasi dieci anni fa. Avevo destinato le mie riflessioni alla pubblicazione su InNovitate, un’onesta rivista novese che vivendo anche delle sovvenzioni provinciali ha giustamente storto il naso. Lo stesso ha fatto il mio amico assessore, e alla fine ho lasciato perdere senza troppi rimpianti.

Nel frattempo il mondo intero è cambiato, ma non la situazione alessandrina. Se possibile, è andata peggiorando. Per questo credo che qualcosa delle mie riflessioni abbia ancora senso. Sempre che in assoluto qualcosa abbia ancora senso.

***

Quanto capisco di economia lo dice il modo in cui amministro le mie finanze. Non ho mai coscienza precisa del loro stato, e l’ordine d’idee per cui il denaro costituisce un “valore” di per sé, sia pure di riferimento temporaneo, attorno al quale far ruotare scelte o previsioni, non mi appartiene. Ma non si tratta di un rifiuto motivato e consapevole: semplicemente, essendo cresciuto sino a vent’anni senza vedere l’ombra di una lira, mi sono abituato a farne a meno, e anche quando le cose sono migliorate il rapporto coi soldi si è attestato su un diffidente distacco. Quindi dietro questa mia ignoranza non ci sono pregiudiziali ideologiche: so che il denaro è necessario, mi sono sbattuto per arrivare a disporre almeno dell’indispensabile e qualche volta (è capitato molto raramente) anche del superfluo, ma non faccio conti sul mio portafoglio: mi è sufficiente poter far fronte ad eventuali spese senza accendere mutui o piani rateali. Queste ultime sono possibilità che nemmeno concepisco; l’idea di avere dei debiti non mi farebbe dormire.

Anche se tendenzialmente sono una persona “economa”, non ho dunque alcuna credenziale per entrare nel merito dell’attuale caos economico, e la cosa più saggia sarebbe che mi occupassi d’altro. Ma tant’è, visti i risultati conseguiti dai cosiddetti esperti, gli abbagli che hanno preso e che continuano a prendere, il fatto che esistono dieci diverse teorie economiche e che ognuna contraddice le altre, penso di poter azzardare qualche riflessione senza pormi eccessivi problemi. Del resto queste, come tutte le altre mie, rimarranno riservate alla cerchia degli intimi: le immagino come una sorta di messaggio in bottiglia da lasciare ai nipoti, perché possano un giorno confrontarle con la realtà che andranno a vivere. Chissà che non abbiano delle sorprese: e anche se queste sorprese non cambieranno loro la vita e non li aiuteranno a cambiare il mondo, potranno trarne almeno una lezione di sfiducia nei grandi esperti del settore e di fiducia nel buon senso comune, quando c’è.

La convinzione mi viene da un dibattito cui ho partecipato ieri e che aveva come oggetto le prospettive di sviluppo dell’economia alessandrina. Ho accettato l’invito di un amico che sta nell’ amministrazione provinciale perché ero incuriosito dall’accostamento: per me, se due cose appaiono poco accomunabili oggi sono proprio lo sviluppo e la provincia di Alessandria. Mi stuzzicava vedere come avrebbero fatto a coniugarle. Ho dunque dato l’assenso senza nemmeno conoscere il programma (che, in effetti, ancora non era stato stilato): pensavo si trattasse di un incontro di un paio d’ore, molto ristretto, quasi informale. Non mi aspettavo un carrozzone di un’intera giornata, con buffet incorporato (l’unica nota positiva), un teatrino dove tutti hanno voce e nessuno dice niente. Invece era proprio una cosa così, una parata che andava dal presidente della provincia ai sindaci dei centri principali, e a seguire annoverava gli esponenti della finanza, gli imprenditori, i sindacati, insomma la fauna consueta che anima questi spettacoli.

C’erano davvero tutti quelli che contano, o almeno, quelli che in casi come questo i conti dovrebbero saperli fare. Poi c’erano quelli come me, pura suppellettile. Noi dirigenti scolastici, ad esempio, (eravamo in tre) avremmo dovuto rappresentare le istanze, i problemi e le speranze del mondo dell’istruzione. Lascio immaginare l’entusiasmo. Il collega cui era toccata la pagliuzza più corta ha avuto a disposizione cinque minuti giusti giusti prima dell’ultima pausa caffè, e ha parlato in mezzo al disinteresse più totale.

Otto ore di “dibattito” hanno comunque portato alla conclusione che l’economia materiale e quella spirituale della provincia sono in uno stato disastroso. Forse sarebbe stato sufficiente un giretto per le vie di Alessandria, o un qualsiasi percorso sulle strade provinciali, o più semplicemente ancora considerare il parterre dei convenuti: ci saremmo risparmiati una noia mortale e la spesa per il buffet. Semmai, i dati impietosi con i quali si è aperto l’incontro, su saldo demografico, saldo commerciale, PIL assoluto e PIL pro capite, trend produttivi tutti di segno meno e industria e agricoltura in picchiata ormai da cinquant’anni, hanno fatto conoscere una realtà ancora più buia: l’area alessandrina è la più malmessa non solo a livello regionale ma anche nel confronto con tutto il Nord.

Di questo disastro sono state offerte nella seconda parte della mattinata spiegazioni sempre più articolate e complesse, che tiravano in ballo congiunture nazionali e internazionali, globalizzazione, rapporti tra stato centrale e periferie, ecc …: ma la più convincente era quella che rimaneva tra le righe, e veniva dalle figure stesse dei relatori, che erano in definitiva i responsabili delle politiche economiche locali degli ultimi trent’anni, quelli che il disastro lo hanno allegramente gestito passando da un fallimento l’altro. Ad ascoltarli si capiva benissimo perché ci troviamo oggi in questa situazione.

Nel pomeriggio si è finalmente approdati alla fase propositiva. Anche qui è venuto fuori un po’ di tutto, dalla riconversione industriale alla valorizzazione turistica, dal grande progetto logistico alla rete agrituristica, ecc … Nulla che non facesse crescere ad ogni quarto d’ora la voglia di uscire a fumarsi una sigaretta. La nuova parola d’ordine condivisa sembra essere comunque lo sviluppo di un “manifatturiero di qualità”. Su questo parevano essere tutti d’accordo: salvo poi perdersi nelle sfumature e nei distinguo per le diverse aree, e non offrire naturalmente alcuna indicazione concreta. D’altro canto, è già dura pensare alla conservazione di un manifatturiero qualsiasi, figuriamoci sviluppare quello di qualità. Soprattutto dopo che le attività di spicco che fino a ieri avevano caratterizzato il territorio e lo avevano in qualche modo reso famoso nel mondo (penso ad esempio alla Borsalino) sono state lasciate morire nell’indifferenza e nell’inerzia generale, e in particolare in quella degli stessi che stanno ora sul pulpito a lamentarsene, e che fino a ieri cullavano e sponsorizzavano il sogno del grande polo industriale (Italsider, Montedison, Michelin, ecc …).

In sostanza, il “manifatturiero di qualità” di cui questa gente sproloquiava altro non è che la riproposta, patetica e assolutamente poco convinta, di riciclare vecchie attività che o stanno scomparendo dallo spettro economico o sono state sviluppate altrove con ben diverse capacità organizzative e amministrative. Mi è toccato sorbirmi anche un tizio che vantava le rosee prospettive degli allevamenti di lumache e delle ciliege di Rivarone.

Mentre ascoltavo sconsolato queste scemenze mi è venuto in mente che proprio ieri si apriva a Trento il festival dell’economia. Intendiamoci, tutti questi festival, della letteratura, della filosofia, della scienza, sono chiaramente delle puttanate. Ma quello di Trento un senso, sia pure solo simbolico, mi sembra averlo. Trento ha vinto la sua scommessa economica puntando sul settore meno considerato in Italia: quello della cultura. Gli studenti universitari costituiscono oggi quasi la metà della popolazione cittadina. Si potrebbe dire che dipende dal fatto che la città gode di una posizione geograficamente avvantaggiata, perché vede al di là dei monti il mondo germanico e mitteleuropeo: ma allo stesso modo si potrebbe sostenere che l’estremo decentramento rispetto al resto del paese è uno svantaggio, e che comunque di una eguale situazione gode ad esempio Torino, che non ne ha però lo stesso ritorno. Di fatto, Trento costituisce un’eccellenza qualitativa e un esempio di come non sia necessario avere il petrolio sotto i piedi per sopravvivere: è sufficiente fare lavorare bene la materia grigia.

Scelte di investimento di questo tipo non possono certo essere fatte partendo dal nulla: ci vogliono particolari condizioni ambientali e logistiche, una solida tradizione alle spalle, una vita culturale attiva e diffusa, una rete di rapporti nazionali e internazionali. Ma quando queste condizioni non ci sono possono anche essere create: Trento sino a qualche decennio fa non le aveva, e Alessandria non le ha nemmeno in questo momento: ma per un certo periodo, negli anni sessanta-settanta, quando appunto aveva cominciato a manifestarsi la crisi del manifatturiero, in parte già esistevano e in parte potevano essere create. Basti pensare alla incredibile opportunità rappresentata dalla Cittadella. Avrebbe potuto diventare il maggior campus d’Europa, sfruttando al meglio i finanziamenti europei. Si è preferito abbattere un ponte storico e rimpiazzarlo con un “gioiello” di architettura futuristica che avrebbe dovuto diventare il “logo” della città, simboleggiare il raccordo tra passato e futuro, e che invece le sta come un pugno in un occhio (anche perché il passato lo si cancella e il futuro non si vede).

All’epoca comunque la scelta “strategica” è stata quella di puntare sui servizi. Per evidenti motivi: era il settore nel quale aveva più facile corso il gioco delle clientele e delle raccomandazioni politiche, la creazione di piccoli feudi personali o partitici, la gestione di denaro pubblico, ecc … Con un unico inconveniente: al primo accenno di crisi i finanziamenti per i servizi sono scomparsi, l’amministrazione provinciale non è più stata in grado di gestire né le strade né le scuole né alcun altro ambito di sua competenza, e il comune di Alessandria è stato il primo in Italia a dichiarare bancarotta.

Oggi chiaramente il treno è perso, e il danno non è solo economico: credo che mai da due secoli a questa parte l’offerta culturale della provincia sia scesa così in basso. Manca una qualsiasi locomotiva davvero trainante, e non può certo essere considerato tale lo spezzone di università decentrato in zona solo per dare un contentino e strappare qualche numero a Pavia e Genova. Questo spezzone peraltro non ha saputo nemmeno caratterizzarsi, come invece almeno in parte è accaduto per altre sedi periferiche (penso al livello raggiunto da Novara per quanto riguarda la ricerca scientifica, nel dipartimento di Biologia, ad esempio).

E tuttavia un qualche investimento in questa direzione potrebbe essere ancora fatto, senza guardare al ritorno economico immediato, ma puntando ad una preventiva riqualificazione culturale. Alessandria è una città che in questo momento non ha un teatro, non ha un museo di una qualche rilevanza, non ha una pinacoteca, non ospita alcuna istituzione culturale di prestigio. Quando ha tentato la strada dei Grandi Eventi lo ha fatto in maniera goffa, per non dire scriteriata, ospitando rassegne che non avevano alcuna attrattiva e soprattutto nessunissimo valore di ricerca o di conoscenza. Esemplare quella su Le Corbusier pittore (!), che ha lasciato un buco aperto ancora oggi nel bilancio cittadino senza favorire alcuna ricaduta, sia pure di semplice orgoglio o soddisfazione, nella cittadinanza. Al contrario, ha indotto giustamente a diffidare di ogni ulteriore iniziativa del genere. E questo quando a quaranta chilometri di distanza, ad Alba, la fondazione Ferrero riesce ad offrire ogni due anni, a costi enormemente inferiori, una rassegna a tema che richiama visitatori da mezza Italia, con l’accesso completamente gratuito ma con un enorme ritorno tanto economico che di prestigio sul territorio.

Un discorso analogo si può fare per l’agricoltura. La provincia ha visto moltiplicarsi, soprattutto nella zona collinare preappenninica, i terreni incolti. Le strutture di trasformazione, dalle cantine sociali alle varie aziende di settore, sono sparite: le prime in genere per gestioni delinquenziali, nepotistiche o partitiche, o semplicemente idiote, le seconde perché assorbite da grandi gruppi che le hanno poi liquidate in fretta, dopo essersi appropriati di marchi e brevetti. Non c’è stata alcuna capacità di promuovere eccellenze come quella del vino (col risultato che le nostre uve, proprio per la loro qualità, sono trasformate in altri distretti e sotto altre denominazioni) e di farne fiorire altre; persiste uno scollamento totale tra produzione e distribuzione, a vantaggio di una rete infinita di intermediari che sfruttano i buchi della filiera.

Potrei continuare fino a stasera, ma a questo punto non credo sia necessario aggiungere altra pena. Ciò di cui parlo è visibilissimo ad occhio nudo, lo si sperimenta nel numero di negozi chiusi nelle vie principali della città e nell’abbandono in cui versano le campagne circostanti. Passo allora direttamente a formulare la mia ipotesi, non per suggerire delle soluzioni, cosa per la quale chiaramente non sono attrezzato, ma per richiamare almeno ad una attitudine assieme realistica, sensata e coraggiosa. Lo faccio tenendo fermo che qualcosa nell’immediato occorre comunque fare, e quindi ben vengano le incentivazioni all’imprenditoria giovane (chissà perché però solo a quella giovane), le agevolazioni (ma anche qui, perché occorre parlare di agevolazioni, quando basterebbe rimuovere gli ostacoli e gli inghippi burocratici), i corsi di riqualificazione, insomma, a tutte quelle cose lì: non fosse che quelle cose lì le abbiamo già viste, sono le stesse adottate come farmaco ad ogni sintomo dell’aggravarsi della malattia, e le abbiamo sempre viste risolversi in un giro di scambi elettorali o di truffe legalizzate. Al di là di questo, anche nel caso di una gestione pulita e corretta, si tratta di una respirazione artificiale per la quale mancano ormai le riserve di ossigeno.

È evidente, almeno per chi davvero ritiene valga ancora la pena di guardare al futuro, che la direzione da prendere è un’altra. Intanto si dovrebbe finalmente parlare chiaro, rispetto a questo benedetto sviluppo: lo si voglia o meno, l’età delle vacche grasse è finita, e non tornerà tra sette anni. Non tornerà più. Non è necessario essere degli economisti o dei catastrofisti per capirlo. La torta delle risorse sfruttabili o producibili rimane quella, a dispetto delle mirabilie future che scienza e tecnica ci promettono. E gli aspiranti al pasto sono passati in meno di mezzo secolo da un miliardo ad almeno cinque, per il momento. I conti sulle porzioni sono presto fatti, comunque si vada a dividere. Ogni altra narrazione o è una fanfaluca criminale, sostenuta per egoismo economico o per meschini calcoli politici a brevissimo termine, o è pura idiozia. Occorre quindi rinunciare all’idea, condivisa dalla destra liberista e purtroppo, con ancora maggiore convinzione, da quel poco che rimane della sinistra, che la “crescita” economica sia imprescindibile, e prima ancora liberarci dalla convinzione che l’aumento del benessere sia da intendere in termini necessariamente materiali. Bisogna arrendersi all’ipotesi della “decrescita”, se così vogliamo chiamarla, infischiandocene delle mille sfumature che si sono adottate nell’interpretazione del termine e delle polemiche e dei distinguo che hanno sollevato, e cercando per quanto possibile di tradurla in scoperta del valore della sobrietà. Non in una “riscoperta”, in un ritorno ad uno pseudo-eden preindustriale, perché la sobrietà del passato non aveva parametri di abbondanza alle spalle cui guardare con rimpianto, ma poteva al contrario sperarli e fantasticarli per il futuro. Insomma, voglio dire semplicemente che la decrescita non va assunta come un “ideale” economico da perseguire (la fantomatica “decrescita felice”), ma va riconosciuta come la dura realtà con la quale già ci stiamo confrontando, e che volenti o nolenti dovremo digerire.

In una prospettiva di questo tipo si potrebbe ad esempio cominciare a verificare se la cultura si risolva davvero tutta in anti-economia, come sembrano pensare molti nostri governanti, o debba essere trattata come una merce qualsiasi all’interno di questo sistema economico, o se invece possa essere a sua volta il motore per una economia “altra”, che partendo da quasi zero, o dal segno meno, vada a ridimensionare il ruolo della finanza (che quando non c’è la possibilità di giocare su ricchezze virtuali si tiene ben lontana)

Rischio però di perdermi in considerazioni che stanno diventando anch’esse delle monotone litanie. Vorrei invece rimanere molto più modestamente sul terreno dell’altro ieri, nello spazio angusto di un’area che assiste inerte e indolente al proprio sfascio. Mi limito dunque a un campo che bene o male conosco e a esemplificare alternative molto terra terra, ma concrete.

Il primo settore sul quale intervenire con un cambio radicale di mentalità e di approccio è proprio quello della cultura. Prendo spunto dal caso negativo cui accennavo sopra, quello delle mostre-evento.

Ultimamente sono state proposte in Alessandria una serie di mostre a budget molto contenuto, che in qualche modo andavano nella direzione giusta. Cito a caso tra le più recenti, quella di Palatium Vetus dedicata al patrimonio iconografico della Cassa di Risparmio e quella sul pittore casalese Ugo Martinotti: ma solo per esemplificare come le occasioni ci siano, e come vengano regolarmente sprecate.

Allo stesso modo in cui odio i grandi “eventi” spettacolari (le mostre per comitive scolastiche o dopolavoristiche sponsorizzate da Sgarbi e i festival della chiacchera che imperversano anche nelle più remote vallate alpine), credo invece nel “piccolo è bello”.

Credo cioè in quelle iniziative che pesano poco o nulla sulle finanze pubbliche e possono invece spronare ad una partecipazione attiva, ad una “responsabilizzazione” di ritorno, chi ne fruisce. Nel caso della prima mostra che ho citato questo avrebbe potuto avvenire facendo scoprire agli alessandrini che la loro città non è poi così grigia e povera e scarsamente sensibile all’arte come vorrebbe sembrare, o quanto meno non lo è sempre stata: ma certamente per ottenere questo risultato sarebbe stato necessario prevedere degli orari di apertura decenti (è rimasta aperta due giorni, anzi, due pomeriggi) e un minimo di pubblicizzazione in forme diverse da quelle tradizionali, che arrivano solo a chi ha antenne speciali. Nulla di tutto questo è stato fatto. Si è accampata la mancata disponibilità di personale per garantire l’apertura e l’impossibilità di effettuare reclutamenti a tempo determinato (salvo poi, per la manifestazione nel cui ambito rientrava l’apertura-lampo, distribuire compensi a gruppi di guitti improvvisati che avrebbero dovuto mettere in scena “momenti” della storia alessandrina, e sono risultati soltanto patetici).

Nel caso della seconda, era l’occasione per aprire un discorso serio sulla produzione artistica locale, per avviare un “censimento” dell’arte alessandrina da articolare in un progetto di ricerca e in una programmazione espositiva di ampio respiro. Sono tornato a visitarla quattro volte, e mi sono sempre ritrovato praticamente solo. Anche in questo caso pubblicizzazione zero: sembrava si giocasse a tenerla il più nascosta possibile.

Questo atteggiamento l’ho riscontrato un po’ in tutte le manifestazioni artistiche e culturali alessandrine: le cose vengono gestite sempre da ristrette conventicole e sono destinate ad un uso quasi interno, offerte ad altre conventicole appena appena più larghe. Nessuno spazio alle novità, nessuno sforzo per identificare e utilizzare potenziali “risorse” culturali alternative presenti in loco: tutto deve passare attraverso i rituali iniziatici delle “giuste” frequentazioni, attraverso le manleve dell’establishment culturale. Avendo rapporti con le realtà culturali di altre provincie della nostra regione e di quelle adiacenti posso garantire che in nessuna ci si scontra con un analogo immobilismo, e che questo non è necessariamente imputabile a una diversa situazione economica. Anzi, mi sento di affermare che il degrado economica alessandrino è frutto della povertà culturale almeno quanto della crisi globale.

Ora, io non ho ricette miracolose e idee avveniristiche da proporre. Ma ho girato abbastanza mondo da rendermi conto che se intelligentemente valorizzato qualsiasi “oggetto” culturale ha immediatamente un ritorno economico.

Nella Foresta Nera, diversi anni fa, ho visitato un teatro barocco che era poco più grande della mia camera e altrettanto spartano nell’arredo. Era situato a margine del percorso di trekking, e a partire da una decina di chilometri prima una serie di indicazioni sempre più ravvicinate, in caratteri gotici, rendevano imperdibile il Barocktheater. L’ingresso costava un marco, cinquanta centesimi attuali: tutti i camminatori si fermavano, era la scusa buona per una sosta, dedicavano trenta secondi alla visita, si rifocillavano al fresco su una panchina vicina all’ingresso e riempivano le borracce alla fontanella. Poi si rimettevano in cammino senza rimpianti, perché in fondo al costo di un marco non potevano attendersi molto di più. Ho calcolato che in dieci minuti erano entrate almeno quindici persone, che fa novanta in un’ora. Se anche fosse rimasto aperto solo sei ore al giorno per otto mesi l’anno (ma il percorso è frequentatissimo anche d’inverno) lo stipendio per un addetto e il necessario per le manutenzioni erano garantiti. Edifici dal valore architettonico e storico almeno pari a quello (ma di norma superiore) in provincia ce ne sono decine: provate però a visitarne uno. Perlopiù sono in abbandono o prossimi a crollare, comunque rigorosamente chiusi, anche quando agibili. Provate ad esempio a visitare la Pinacoteca dei Cappuccini di Voltaggio, che ospita una raccolta di dipinti d’arte sacra della scuola secentesca genovese da fare invidia ai musei più importanti d’Europa. Dopo decenni di tiramolla è finalmente aperta al pubblico, gestita da volontari: ma per tre ore la settimana, tre mesi l’anno. Carenza di personale.

Lo stesso Palatium Vetus alessandrino è di per sé un gioiellino, e con le opere che ospita potrebbe diventare la tappa più significativa di un percorso di scoperta delle cose belle che Alessandria cela. Apre si e no una volta l’’anno. Non si è in grado di arruolare un paio di persone per gestirlo. In compenso si sono creati carrozzoni enormi, come il Museo dei Campionissimi di Novi, costo del biglietto d’ingresso pari a quello del Louvre per vedere una delle biciclette di Coppi, visitatori naturalmente quasi zero: o il palazzo delle esposizioni di Valenza, e l’Auditorium di Acqui, investimenti faraonici in opere che non solo risultano assolutamente inutilizzate, ma divorano annualmente centinaia di migliaia di euro per la manutenzione.

Si può fare qualcosa di meglio, atteso che fare peggio è senz’altro difficile? Si potrebbe, certamente. E senza grandi investimenti, usando e valorizzando con un po’ di buon senso e un po’ di fantasia l’esistente: ma per fare questo occorre cambiare alcune cose basilari. Ho provato recentemente, in qualità di dirigente di un istituto professionale per il turismo, a proporre un pacchetto turistico di una settimana da trascorrersi nel novese. Avevo individuato un’utenza nordeuropea, in ragione del fatto che a Novi ligure fa capolinea, non si sa bene perché, un treno proveniente direttamente da Amburgo. Ho provato ad immaginare un turista tedesco che oggi approdi a Novi. Cosa può fare, se non scendere, guardarsi attorno e affrettarsi a risalire per tornare a casa? In verità, volendo, gli si potrebbe offrire qualcosa di meglio: addirittura un percorso di una settimana dalla preistoria al futuro, partendo dal Parco naturale regionale e passando per le rovine romane di Libarna, per il giro dei castelli e delle pievi medioevali, per i palazzi barocchi del seicento e la quadreria di Voltaggio, per i luoghi storici delle campagne napoleoniche, per le architetture di Gardella. Il tutto condito da visite alle industrie dolciarie e ai produttori vinicoli del Gavi e del Dolcetto, per finire poi in gloria con lo shopping all’Outlet. Messo così, un soggiorno di una settimana a Novi, che nemmeno come misura di confino è mai stato contemplato, diventa un’avventura entusiasmante, e il treno potrebbe sbarcare fiumi di visitatori che del teatro barocco casalingo non sanno più che farsene.

Bene, ho proposto la cosa all’ente che dovrebbe occuparsi della promozione turistica della provincia. Prima di trovare un interlocutore che capisse di cosa stavo parlando, pur essendo costituzionalmente un ipoteso avevo già subito un paio di travasi di bile. Quando l’ho trovato mi sono sentito rispondere che se la cosa fosse stata così semplice ci avrebbero già pensato loro, e quando ho chiesto dove stavano le complicazioni mi è stato opposto che occorreva coordinare un sacco di realtà e agenzie diverse. Al che ho timidamente (insomma) ribattuto che la dozzina di persone vagolanti in quell’ufficio forse erano state assunte proprio per fare quello: ma ormai avevo la situazione ben chiara e poco altro tempo da perdere.

La condizione senz’altro necessaria, e credo anche sufficiente, per smuovere qualcosa, sarebbe smetterla di creare uffici parcheggio per figli o cugini di amministratori pubblici o di funzionari, e dare spazio a gente con un quoziente intellettuale superiore al confine di specie. Il che implica naturalmente anche un analogo repulisti al livello gerarchicamente superiore, quello appunto degli amministratori e dei dirigenti. Un primo risultato sarebbe quanto meno quello di evitare convegni assolutamente inutili che costano certamente molto più del tenere aperto un luogo culturalmente significativo.

So bene che la cosa appare utopica, ma che non rimanga tale dipende da noi, dalla nostra reale voglia di assumerci delle responsabilità: ciò che è avvenuto negli ultimi trent’anni nelle Langhe e in decine di altre aree, la gran parte delle quali senz’altro meno ricche di potenzialità che non l’alessandrino, sta a dimostrarlo. E comunque, questo voleva solo essere un elementare esempio dell’esistenza di alternative possibili.

Al convegno questo non l’ho detto. Non erano previsti spazi critici. E temo che se anche lo avessi fatto non avrebbe smosso un capello a nessuno. Perché la cosa peggiore di tutta questa faccenda è che della necessità e della possibilità di alternative era probabilmente consapevole una gran parte dei convenuti, ma “quel” tipo di alternativa, la formula “pochi soldi, un po’ di cervello e tanto impegno” non interessa a nessuno.

Noi siamo per il “manifatturiero di qualità”.

***

Aggiornamento al 2020. Ho davanti i dati per settore più recenti sull’andamento dell’economia alessandrina nel 2019, comparati a quelli del 2018. Commercio -3,63%, turismo-2,89, industria -2,30, agricoltura -2,31, altri servizi -1,67, costruzioni -1,61. E ancora non si parlava di pandemie.

Negli ultimi trent’anni Alessandria è scesa dalla 59° all’83° posizione (su 107) nella graduatoria della qualità della vita delle province italiane. È il peggior piazzamento da quando queste graduatorie hanno iniziato ad essere stilate. Era 40° nel 1993. Nel 2017 e nel 2019 si è classificata ultima assoluta nella voce Ambiente e servizi (107), sul fondo per Demografia e Società (104), a metà classifica per Cultura e tempo libero (54) e per Giustizia e sicurezza (52), sotto la metà per Affari e lavoro (70). È incredibilmente diciassettesima per Ricchezza e consumi, ma visti gli altri indicatori direi che ci stiamo mangiando il capitale cumulato dalle generazioni precedenti (era 12° nel 2005).

Sopravvivono, in un limbo istituzionale, la Provincia come Ente (o almeno, i suoi uffici e funzionari e dirigenti) e la Giornata annuale dell’Economia. Invariati il buffet e i relatori, sia pure con etichette diverse. Assenti, più che giustificati, il “manifatturiero di qualità” e il sottoscritto.

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