Senectudo

di Paolo Repetto, 2016

Ieri mattina ho rimesso in funzione il vecchio Pasquali. Per molti il Pasquali sarà un perfetto sconosciuto, qualcuno magari assocerà il nome all’eccezionale filologo che fu maestro di Timpanaro: per me invece è il trattorino con carrello che per quasi vent’anni ha costituito una sorta di mia appendice, e che da sei o sette giaceva inattivo nel magazzino del capanno. È andato in moto al secondo colpo, roba che solo una Mercedes, senza che nemmeno avessi sostituito la nafta rimasta nel serbatoio. Mi sono congratulato con lui.

L’ho riesumato perché dovevo raccogliere e smaltire la ramaglia di una radicale potatura autunnale del frutteto, prima che l’erba diventasse troppo alta. Arrivato però allo scivolo ripido che immette nel pratone mi sono bloccato. La schiena del frutteto è parecchio in pendenza, e per il lavoro che mi proponevo avrei dovuto viaggiare avanti e indietro trasversalmente, sempre con motore e carrello inclinati ben oltre i trenta gradi. È una cosa che in passato ho fatto più volte, senza mai ribaltarmi: ma dieci anni fa la pendenza non mi sembrava cosi forte. Neppure una ricognizione a piedi, alla ricerca delle linee di percorso meno inclinate, è riuscita a rassicurarmi. Alla fine ho lasciato perdere. Ho raccolto i rami in fascine e le ho faticosamente trascinate fin sulla strada, dove avrei poi potuto caricarle agevolmente. Per un lavoro di un paio d’ore ne sono occorse otto.

Mentre andavo su e giù per il prato carico di ramaglia scorgevo il Pasquali là in alto, sulla strada: sembrava commiserarmi ironico, come il cavallo di Lucky Luke. Cercavo di giustificare la mia esitazione scaricandola un po’ anche su di lui, dicendomi che dopo tanto tempo non potevo essere sicuro delle sue reali condizioni, di quelle dei freni soprattutto. Ma sapevo che non era affatto quello il problema, meno che mai dopo quella fulminea partenza. Mi dicevo anche, e questo ha già più senso, che è questione di confidenza: accade come in montagna, se stai un po’ senza frequentarla le pendenze diventano subito più ripide e le creste più strette ed esposte. Insomma, ho stentato parecchio ad ammettere che semplicemente avevo paura; e anche allora mi sono ripetuto che era giusto così, e che semmai ero un incosciente prima, quando mi buttavo senza riflettere (questo almeno in parte è vero, e a dispetto dell’essere stato un incosciente fortunato ho cicatrici su tutto il corpo a testimoniarlo).

Alla fine, quando tutti i rami e le frasche erano ormai allineati al bordo della stradina, pronti al carico, ho trovato il modo di riconciliarmi temporaneamente con me stesso. Avevo risalito il pratone almeno quaranta volte, fermandomi solo per il tempo di un paio di sigarette, e non ero nemmeno stravolto. Muovendomi al ritmo giusto, ottimizzando i percorsi, allungandoli magari un po’ ma riducendo la pendenza col tagliare sempre in diagonale, il lavoro lo avevo comunque fatto. La soddisfazione era però turbata da una nube: avevo esitato, e mi ero ritirato, di fronte a qualcosa che sino a qualche anno fa non mi sarebbe neppure passato per la mente.

 

In latino la vecchiaia è senectus, da cui il De Senectute di Cicerone, titolo ripreso poi da Norberto Bobbio. La senectus è stata elogiata in tutte le salse e in tutte le epoche, da Petrarca a Perrault a Mantegazza, per citare quelli che ricordo, e al di là del sentore di retorica è anche naturale sia così, perché in quasi tutte le società tradizionali alla vecchiaia era tributato un gran rispetto. A ragion veduta, dal momento che in quelle società, quasi immobili, la trasmissione di esperienze e capacità acquisibili solo con gli anni era fondamentale. Come sia considerata oggi, sinceramente, non mi interessa: non è su questo che la nube mi ha portato a riflettere.

Mi ha indotto invece a delle considerazioni linguistiche (potenza del nome Pasquali!). Ho pensato che nelle lingue neolatine il termine si sdoppia, per articolare meglio il concetto: troviamo ad esempio senilità e senescenza in italiano, sénescence e senilité in francese. In spagnolo c’è in realtà solo senectud, usato tra l’altro molto raramente, ma con un suono bellissimo, che mi ha portato a ipotizzare invano una senectudo latina originaria. Non ne ho trovata testimonianza letteraria, ma mi piace talmente che lo introduco io, a significare, come accade nelle lingue derivate, una distinzione tra vecchiaia e invecchiamento.

La differenza è maggiore di quanto possa sembrare, perché la vecchiaia è una condizione, che si vive e si percepisce dall’interno, sapendo che in un modo o nell’altro va gestita: mentre il secondo è un processo che subiamo nella piena consapevolezza della sua inarrestabilità, ma rimanendo ancora aggrappati a quello che eravamo ieri. Essere vecchi è insomma una questione anagrafica, la cui soglia può variare da una cultura all’altra (per i latini ad esempio era quella dei sessant’anni: “Ogni uomo di sessant’anni, sposato o anche, per tutti i diavoli, celibe, del quale si sappia che corre dietro alle ragazze, sarà perseguito e in virtù della detta legge, sarà giudicato uno scimunito” dice Plauto), ma al di là di questa sei out per la gran parte delle normali attività, che tu lo voglia o meno: diventare vecchi dipende invece solo in parte dall’anagrafe, è una questione fisica e mentale, rispetto alla quale si ha l’illusione di essere noi a decidere la soglia. In sostanza, si accetta di essere vecchi, ma non di diventarlo.

Questo perché la misura vera dell’invecchiamento non è quella fisica: non è data dalla lunghezza e dalla profondità delle rughe che si incidono sempre più fitte sul nostro volto, o dagli indolenzimenti mattutini di tutte le articolazioni. Alle prime ci abituiamo, le rivediamo ogni volta che ci facciamo la barba e in realtà non cogliamo i loro impercettibili movimenti, i secondi entrano a far parte dei nostri risvegli come il caffè. E lo stesso vale per il fiatone quando lungo una salita cerchi di tenere il passo di tua figlia, per l’abbiocco che ti coglie a letto dopo tre pagine di un libro, per la necessità di inforcare gli occhiali per leggere i numeri del contatore. Ce ne lamentiamo, ma in fondo sono cose che diamo per scontate.

La misura vera è data invece da improvvisi scarti psicologici: segnali che arrivano dalla memoria (che una qualche giustificazione ce l’ha, stante il carico cui ormai è sottoposta) ma non solo, anche dall’umore, dalle reazioni alle contrarietà, da crescenti insofferenze, dalla caduta degli stimoli. La natura ci suggerisce sommessamente ciò che dovremmo fare per adeguarci alla transizione. Ci accorgiamo ad esempio di non fare più caso ad una minigonna, se non quando ripugna al nostro senso estetico, di essere ipersensibili alle incongruenze di certi abbigliamenti, o di certi comportamenti, segnatamente di quelli dei nostri coetanei, e diamo ragione a Plauto, dicendoci che si, ciascuno è libero di comportarsi come vuole, ma questo non toglie che riesca patetico.

In realtà, diciamola tutta, abbiamo paura di risultare patetici, o inadeguati, anche noi. Perché, a differenza della vecchiaia, nella quale non solo le aspettative nostre ma anche quelle nei nostri confronti si riducono al minimo, e ci si attende solo che godiamo di discreta salute e autonomia e non creiamo troppi fastidi, l’invecchiamento ci pone costantemente di fronte all’immagine che leggiamo negli occhi altrui, ad attese cui siamo sempre meno in grado di rispondere. O almeno, così siamo portati a pensare che sia. Persino i complimenti, anche quando sono sinceri (però, alla tua età!), arrivano come colpi ai fianchi.

Il segnale più grave tuttavia, almeno per me, è dato dalla sensazione che il tempo acceleri costantemente, di non riuscire più a tenergli dietro, e dalla conseguente ossessione a mettere ordine, a lasciarmi alle spalle “sistemato” per diversi anni a venire tutto ciò che può dipendere da me. È un’ossessione che non nasce solo dal senso di responsabilità di cui parla Jonas, ma dalla sfiducia che chi verrà dopo abbia la voglia e la capacità di farlo. Après moi le déluge!, ma nel significato opposto a quello inteso da Luigi XV. E quindi in questo ultimo periodo ho rifatto tetti, ridipinto infissi, risistemato il giardino e il bosco sottostante, e sto anche cercando di riordinare le cose che ho scritto. La verità è che la mia piccola porzione di mondo lo voglio lasciare come piace a me e come penso debba essere.

Ecco, questa ossessione non è un frutto della vecchiaia, ma dell’invecchiamento. La vecchiaia dovrebbe portare, a quanto dicono tutti, da Cicerone a Bobbio, una sorta di pacificazione, la coscienza di aver già fatto la propria parte e il buon senso di mettersi in un angolo tranquillo, sempre che ne siano, a veder trascorrere senza tanti patemi la vita. Io invece non riuscirei a giocare una mano di briscola senza essere tormentato dall’idea di gettare dei minuti preziosi. Vorrei smettere di invecchiare e diventare finalmente vecchio. Ma temo che non sarà facile.

Perché alla fine, poi, nel pratone, col Pasquali, ci sono sceso. Stamane, quando si è trattato di rimuovere anche i tronchi secchi abbattuti, ho calcolato che avrei dovuto risalire almeno altre trenta volta con un carico sulle spalle, come fare due volte di seguito il Tobbio. Tra il rischio di un probabile colpo apoplettico e quello di un possibile ribaltamento ho chiaramente scelto quest’ultimo. Bilanciando bene i carichi e muovendomi con le marce ridotte me la sono cavata in tre viaggi. Quando sono tornato finalmente sulla strada confesso di aver tirato un sospiro di sollievo. Ho dato una pacca sul cofano del Pasquali che ansimava al minimo e questa volta mi sono congratulato con me stesso. Ero soddisfatto, per il risultato e per come l’avevo ottenuto. E mi disturbava persino meno pensare che questa è stata probabilmente l’ultima volta.

 

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