Postilla all’introduzione a “Intellettuali e potere in Russia”

di Paolo Repetto, 21 dicembre 2014

La trascrizione della bozza elaborata quarant’anni fa per introdurre “Pensieri intempestivi” non è completa: non ho potuto rintracciare l’ultima parte e non ho sufficiente memoria per ricostruirla, né sinceramente la voglia di farlo. L’originale comunque non si addentrava in analisi politiche e nemmeno dava spazio a considerazioni personali: voleva fornire solo un ausilio “tecnico” per inquadrare storicamente gli articoli di Gorkij e il dibattito nel quale si inserivano. Che era, in quel momento, un dibattito ancora aperto. Negli anni settanta aveva ancora senso (o almeno, sembrava averlo) chiedersi se il decorso imboccato dalla rivoluzione bolscevica fosse ineluttabile, se il passaggio dalla dittatura del proletariato al regime di partito fosse iscritto nel DNA del socialismo, se quanto avvenuto dopo, il gulag, lo stalinismo, le purghe, il regime poliziesco, fossero insiti già nei modi della presa del potere e nelle forme della lotta interna al movimento rivoluzionario che l’aveva accompagnata. Insomma, sembrava ancora importante chiedersi se si trattasse di una deriva che avrebbe potuto essere evitata, o se la Russia e la sua rivoluzione fossero comunque destinate al baratro. Sembrava importante proprio perché ancora di rivoluzione si stava parlando, della sua possibilità e addirittura della sua imminenza. Anche se a crederci erano sempre in meno, e anche se per questo motivo gli irriducibili, o quelli che non avevano altre risorse culturali per sopravvivere, in nome della rivoluzione ventura avevano cominciato ad uccidere.

A ripensarci, in quel particolare contesto la scelta di riproporre Gorkij non era così peregrina. Il personaggio si prestava: incarnava con una certa autorevolezza una delle ipotesi alternative a quella di Lenin che il bolscevismo puro e duro aveva spazzato via (anche Gorkij era marxista, ma morbido, un “marxista pieno di dubbi”). Gorkij rappresentava infatti un’ala particolare del socialismo, quella che leggeva la rivoluzione come un fenomeno in qualche modo “religioso” (la “costruzione di Dio”). Quegli articoli volevano quindi semplicemente testimoniare come tra il novembre del 1917 e il maggio dell’anno successivo in Russia ci fossero, oltre a quelle dei bolscevichi di ordinanza leninista, altre teste e altre idee (cosa senz’altro risaputa e scontata, ma proprio per questo raramente analizzata) che tentavano di riportare la rivoluzione su un binario non tronco, e come le scelte compiute in quei mesi avessero decretato non solo il fallimento della rivoluzione russa, ma quella del sogno socialista nel suo complesso. Tutto ciò che sarebbe venuto dopo era destinato a portarsi dietro l’ombra di quel successo al contrario, a venire a patti con quella fenomenologia del socialismo e a rimanerne invischiato. Era perduta ogni possibilità di purezza: e questo era appunto ciò che Gorkij insisteva a predicare.

A voler essere maligni, però, si poteva anche leggerci dell’altro: le storture politiche che Gorkij denunciava e presagiva in “Pensieri intempestivi” le avrebbe avvallate qualche anno dopo in nome dei risultati economici e culturali. Questo significava che anche la strada del passaggio al capitalismo maturo e del trionfo dell’occidentalismo, quella invocata da Gorkij, aveva già dentro di sé il suo baco, e che presa da un lato o dall’altro avrebbe comunque condotto allo stesso risultato.

 

Quando mi fu commissionata questa traduzione non conoscevo molto di Gorkij. Mi colpì anzi il fatto che avesse avuto una così diretta parte in causa, e a una prima lettura rimasi sorpreso della schiettezza e della violenza dei giudizi espressi su Lenin e sulla politica bolscevica. La ricerca di ulteriore documentazione diede scarsi risultati: Gorkij era ancora famoso, ma le sue opere autobiografiche, malgrado fossero edite, risultavano pressoché introvabili. Della narrativa circolavano solo “La madre”, “L’Affare degli Artamanov” e qualche racconto. Per il resto dovevo affidarmi ad una letteratura critica fortemente inquadrata ed orientata, che mi metteva di fronte non ad uomo, ma ad un ritratto. Un personaggio peraltro sfuggente: uno scrittore “consacrato” (anche se ormai pochissimo letto), un intellettuale “organico” al punto da diventare quasi un’icona della cultura sovietica, il padre e il simbolo del “realismo socialista”, che tuttavia risiedeva volentieri all’estero: non un cantore, ma senz’altro nemmeno un critico aperto dello stalinismo, abbastanza furbo da evitarsi le purghe. Del sospetto (oggi quasi certezza) che la sua morte fosse avvenuta per avvelenamento non trovai nulla.

Ebbi la sensazione, credo fondata, che in realtà Gorkij non piacesse granché a nessuno: non ai filosovietici, ancora in maggioranza nel PCI, per i quali era in qualche modo imbarazzante, meno ancora ai marxisti, leninisti o non, della sinistra extraparlamentare, per niente alle dissidenze della nebulosa. Sembrava naturale che uno che aveva in fondo elogiato “il profondo valore educativo dei campi di correzione sovietici” non riscuotesse grosse simpatie.

A distanza di tanto tempo, e dopo che la storia il suo giudizio lo ha già dato, (i giudizi della storia non hanno mai a che fare con la giustizia e la verità, ma sempre e solo con l’efficacia), l’interesse che potevano rivestire le posizioni di Gorkij mi sembra decisamente scemato: per dirla tutta, non potrebbe importare di meno a nessuno. A sua consolazione potremmo dire che non importa più granché nemmeno di Lenin.

Piuttosto, la rilettura di “Pensieri Intempestivi” mi ha istillato una nuova curiosità. A suo tempo mi ero fermato all’immagine, sin troppo consueta, dell’intellettuale che dopo una breve resistenza iniziale si arrende al regime e ne diventa “organico”, prestandosi a giustificarne anche i crimini. Oggi sono costretto a ricredermi. Intanto devo prendere atto che Gorkij scrive davvero molto bene, e che nel mio caso la scarsa simpatia nasceva solo da una conoscenza limitata e superficiale della sua opera; soprattutto però ho scoperto la prima parte della sua vicenda umana, che oltre ad essere decisamente cruda e avventurosa illumina di una luce diversa tutto il percorso successivo. Non solo il suo, ma anche quello di tutta la Russia.

Sono arrivato a queste conclusioni leggendo finalmente l’Autobiografia, rintracciata presso la biblioteca comunale di una città notoriamente “di sinistra”. Sono settecento pagine (si ferma a diciassette anni), terribili e avvincenti. Le ho letteralmente divorate, come non mi capitava da un sacco di tempo. Ne ho anche approfittato per chiedere all’addetta se fosse possibile risalire all’ultimo prestito di cui l’opera era stata oggetto. Negli ultimi vent’anni, da quando esiste il catalogo informatizzato, non è mai stata richiesta. E nemmeno risultano prestiti nei dieci anni precedenti. Mi sembra un dato significativo.

Ancor più significativo mi sembra però un altro fatto. La cittadina di Nižnij Novgorod, dove Aleksej Maksimovič Pežkov era nato nel 1868, fu ribattezzata Gorkij nei primi anni trenta del secolo scorso. All’epoca Aleksej Maksimovič era ancora in vita, e con lo pseudonimo di Gorkij (che significa l’Amaro) si era conquistato una fama internazionale, nonché una parvenza di immunità (che in effetti si rivelò solo tale) in un clima insalubre come quello della Russia staliniana. Dal 1991 la città è tornata alla denominazione originaria, allo stesso modo in cui sono stati rinominati quasi tutti i parchi, le piazze, le vie un tempo intestati allo scrittore. Sic transit gloria mundi: ma quasi sempre, nelle rimozioni iconoclaste, assieme alle macerie si buttano anche pezzi importanti della storia e del patrimonio culturale. Questo rischio Gorkij lo aveva denunciato a più riprese; alla fine ne è stato una delle vittime più illustri.

 

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