Fauna in estinzione

di Fabrizio Rinaldi, 17 settembre 2019

Per fortuna accade ancora di stupirsi nel leggere un incipt che potrebbe competere con “Chiamatemi Ismaele” o con “Se davvero avete voglia di sentire questa storia”. Oggi m’è successo con Fauna di Vittorio G. Rossi.

Mi sono spinto fin sulle colline di Mosùl a cercare il diavolo; ma lassù il diavolo era diventato buono, così non l’ho trovato.
Si trova sempre quello che non si cerca; però si continua a cercare lo stesso, se no la vita diventa stupida.

Vittorio G. Rossi (bellissima e intrigante quella G.) scrisse molti libri sui suoi innumerevoli viaggi per mare e nei deserti mediorientali, con un linguaggio sintetico, pieno di sarcasmo e ironia, mai banale, da cui emergevano riflessioni cariche di poesia e disarmante lucidità come queste tratte da Maestrale.

La quantità di animale che è nell’uomo, nessuno la può calcolare; essa è grandissima; e continuamente essa aumenta o diminuisce, anche da un’ora all’altra, da un minuto all’altro; è un vincere e perdere continuo, senza soste; e il combattimento l’uomo se lo sente dentro, serpeggiare come un liquido pesante e oscuro; e lui non può farci niente per interromperlo o fermarlo.
Solo pochi possono condurre al guinzaglio la loro bestia oscura; ma è sempre una bestia al guinzaglio. […]
Essere animale è facile; essere uomo è difficile.

Le sue riflessioni sulle pulsioni umane non lasciavano spazio a fraintendimenti o a scappatoie di convenienza. Erano levigate e compiute – almeno per lui e per i suoi moltissimi lettori dell’epoca – come sa fare il suo amato mare con i sassi.

Bisogna scrivere con la propria pelle, cioè prima vivere, poi scrivere”. E questo fece: gli spunti li saccheggiava dall’esperienza vissuta sulle navi come capitano di lungo corso, fino ad arrivare a fine carriera, nel 1945, a congedarsi come tenente colonnello. Nel dopoguerra divenne un giornalista di punta del Corriere della Sera e di Epoca, tanto che nel 1951 fu il primo giornalista occidentale non comunista a visitare e descrivere la Russia sovietica. Durante i suoi peregrinare nel mondo fu palombaro, minatore, timoniere e pescatore. Lo si vedeva anche tra i carruggi di Santa Margherita (sua città natale) col suo quadernetto e la matita mentre annotava l’assioma del pescivendolo o la freddura della bottegaia, da cui partiva per i suoi racconti di mare, paragonabili per freschezza e incisività a quelli dei ben più celebri Hemingway e Conrad.

Così recita l’epitaffio sulla sua tomba: “poca terra molto mondo”. Una sintesi di vita piena, fino a ottant’anni, quando morì nel 1978.

Durante quella vita pubblicò molto e vendette tantissimo, ma venne snobbato da premi e salotti, intellettuali e dignitari, pur frequentando abitualmente l’inquilino del Quirinale, che all’epoca era l’amico e solidale Giuseppe Saragat.

Oggi neppure i disperati cacciatori di libri perduti che, come ultima spiaggia – o per narcisismo –, partecipano alla rubrica radiofonica Caccia al libro di Fahrenheit hanno mai cercato un testo di quest’autore. Su Amazon si trovano solo edizioni fuori catalogo da decenni, non una ristampa recente. È sicuramente da ritenersi “estinto” per la logica editoriale attuale.

L’oblio intellettuale calato su Vittorio G. Rossi ha il sapore di una vendetta tardiva per l’errore infamante che commise in gioventù: firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti scritto da Giovanni Gentile nel 1925.

Non sarebbe politicamente corretto ripubblicare uno scrittore con questo marchio addosso, a cui s’aggiunge una religiosità marcata e il peccato d’aver evitato l’intellighenzia salottiera dei premi “Strega” o similari. Ad essa preferiva la gente comune con cui condividere esperienze “salate” dal mare.

Per chi se ne frega dei pregiudizi e rifugge il premiato scrittore in erba, non resta che affondare le mani nelle bancarelle di libri dimenticati, con ben chiaro l’orizzonte di Rossi che è rintracciabile nel libro Il cane abbaia alla luna: “Nei libri non c’è l’odore delle cose raccontate; quasi sempre raccontate da gente che non ha mai visto le cose che racconta. Il basilico non è nei libri di botanica; è nell’odore di basilico”.


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